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Discorso del Santo Padre all’apertura dei lavori del Simposio promosso dalla Congregazione per i Vescovi, 17.02.2022


Discorso del Santo Padre

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Alle ore 9.00 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha aperto i lavori del Simposio internazionale “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso da Sua Eminenza il Cardinale Marc Ouellet, P.S.S., Prefetto della Congregazione per i Vescovi, e dal Centro di Ricerca e di Antropologia delle Vocazioni. L’incontro si svolge dal 17 al 19 febbraio, presso l’Aula Paolo VI.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai partecipanti al Simposio:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli, buongiorno!

Ringrazio per l’opportunità di condividere con voi questa riflessione, che nasce da quello che il Signore mi ha via via fatto conoscere durante questi più di 50 anni di sacerdozio. Non voglio escludere da questo ricordo grato quei preti che, con la loro vita e la loro testimonianza, fin dalla mia infanzia mi hanno mostrato ciò che dà forma al volto del Buon Pastore. Ho meditato su che cosa condividere della vita del sacerdote oggi e sono arrivato alla conclusione che la miglior parola nasce dalla testimonianza che ho ricevuto da tanti sacerdoti nel corso degli anni. Ciò che offro è frutto dell’esercizio di riflettere su di essi, riconoscendo e contemplando quali erano le caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari nella loro missione pastorale.

Nello stesso tempo, devo dire altrettanto di quei fratelli sacerdoti che ho dovuto accompagnare perché avevano perduto il fuoco del primo amore e il loro ministero era diventato sterile, ripetitivo e quasi senza senso. Il sacerdote nella sua vita attraversa condizioni e momenti diversi; personalmente, sono passato attraverso varie condizioni e vari momenti, e “ruminando” le mozioni dello Spirito ho constatato che in alcune situazioni, compresi i momenti di prova, difficoltà e desolazione, quando vivevo e condividevo la vita in un certo modo rimaneva la pace. Sono consapevole che si potrebbe parlare e teorizzare tanto sul sacerdozio; oggi desidero condividere con voi questo “piccolo raccolto” affinché il sacerdote di oggi, qualunque sia il momento che sta vivendo, possa vivere la pace e la fecondità che lo Spirito vuole donare. Non so se queste riflessioni sono il “canto del cigno” della mia vita sacerdotale, ma di certo posso assicurare che vengono dalla mia esperienza. Niente teoria qui, parlo di quello che ho vissuto.

Il tempo che viviamo è un tempo che ci chiede non solo di intercettare il cambiamento, ma di accoglierlo con la consapevolezza che ci troviamo davanti a un cambiamento d’epoca – questo l’ho già ripetuto più volte. Se avevamo dubbi su questo, il Covid lo ha reso più che evidente: infatti la sua irruzione è molto più che una questione sanitaria, molto più che un raffreddore.

Il cambiamento ci pone sempre davanti a diversi modi di affrontarlo. Il problema è che molte azioni e molti atteggiamenti possono essere utili e buoni ma non tutti hanno sapore di Vangelo. E qui è il nocciolo, il cambiamento e l’azione che hanno e non hanno sapore di Vangelo, è discernere questo. Per esempio, cercare forme codificate, molto spesso ancorate al passato e che ci “garantiscono” una sorta di protezione dai rischi, rifugiandoci in un mondo o in una società che non esiste più (se mai una volta è esistita), come se questo determinato ordine fosse capace di porre fine ai conflitti che la storia ci presenta. È la crisi dell’andare indietro per rifugiarci.

Un altro atteggiamento può essere quello di un ottimismo esasperato – “andrà tutto bene” –; andare troppo in avanti senza discernimento e senza le decisioni necessarie. Questo ottimismo finisce per ignorare i feriti di questa trasformazione, non riesce ad accettare le tensioni, le complessità e le ambiguità proprie del tempo presente e “consacra” l’ultima novità come ciò che è veramente reale, disprezzando così la saggezza degli anni. (Sono due tipi di fuga; sono gli atteggiamenti del mercenario che vede venire il lupo e fugge: fugge verso il passato o fugge verso il futuro). Nessuno di tali atteggiamenti porta a soluzioni mature. La concretezza dell’oggi, lì dobbiamo fermarci, la concretezza dell’oggi.

Invece, mi piace l’atteggiamento che nasce dalla fiduciosa presa in carico della realtà, ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura. Sento che Gesù, in questo momento storico, ci invita ancora una volta a “prendere il largo” (cfr Lc 5,4) con la fiducia che Lui è il Signore della storia e che, guidati da Lui, potremo discernere l’orizzonte da percorrere. La nostra salvezza non è una salvezza asettica, da laboratorio, no, o da spiritualismi disincarnati – c’è sempre la tentazione dello gnosticismo, che è moderna, è attuale –; discernere la volontà di Dio significa imparare a interpretare la realtà con gli occhi del Signore, senza bisogno di evadere da ciò che accade alla nostra gente là dove vive, senza l’ansietà che induce a cercare un’uscita veloce e tranquillizzante guidata dall’ideologia di turno o da una risposta prefabbricata, entrambe incapaci di farsi carico dei momenti più difficili e persino oscuri della nostra storia. Queste due strade ci porterebbero a negare «la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 96).

In tale contesto anche la vita sacerdotale risente di questa sfida; ne è sintomo la crisi vocazionale che in diversi luoghi affligge le nostre comunità. È pur vero però che spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva: le comunità funzionali, per esempio, ben organizzate ma senza entusiasmo, tutto è a posto ma manca il fuoco dello spirito. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che suscita il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se questa comunità vivace prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione. Quando cadiamo nel funzionalismo, nell’organizzazione pastorale – tutto e soltanto questo – ciò non attrae per nulla, invece quando c’è il prete o la comunità che ha questo fervore cristiano, battesimale, lì c’è l’attrazione delle nuove vocazioni.

La vita di un sacerdote è anzitutto la storia di salvezza di un battezzato. Il Cardinale Ouellet ha detto questa distinzione tra sacerdozio ministeriale e battesimale. Noi dimentichiamo a volte il Battesimo, e il sacerdote diventa una funzione: il funzionalismo, e questo è pericoloso. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni vocazione specifica, compresa quella all’Ordine, è compimento del Battesimo. È sempre una grande tentazione vivere un sacerdozio senza Battesimo – e ce ne sono, sacerdoti “senza Battesimo” –, senza cioè la memoria che la nostra prima chiamata è alla santità. Essere santi significa conformarsi a Gesù e lasciare che la nostra vita palpiti con i suoi stessi sentimenti (cfr Fil 2,15). Solo quando si cerca di amare come Gesù ha amato, anche noi rendiamo visibile Dio e quindi realizziamo la nostra vocazione alla santità. Ben a ragione San Giovanni Paolo II ci ricordava che «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato» (Esort. ap. postsin. Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, 26). E vai a dire tu a qualche vescovo, a qualche sacerdote che dev’essere evangelizzato… non capiscono. E questo succede, è il dramma di oggi.

Ogni vocazione specifica va sottoposta a questo tipo di discernimento. La nostra vocazione è prima di tutto una risposta a Colui che ci ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,19). E questa è la fonte della speranza poiché, anche in mezzo alla crisi, il Signore non smette di amare e, perciò, di chiamare. E di questo ciascuno di noi è testimone: un giorno il Signore ci ha trovato lì dove eravamo e come eravamo, in ambienti contraddittori o con situazioni familiari complesse. A me piace rileggere Ezechiele 16 e a volte identificarmi: mi ha trovato qui, mi ha trovato così, e mi ha portato avanti… Ma questo non lo ha distolto dalla volontà di scrivere, per mezzo di ognuno di noi, la storia della salvezza. Fin dall’inizio fu così – pensiamo a Pietro e Paolo, Matteo…, per nominare alcuni –. L’aver scelto loro non deriva da un’opzione ideale ma da un impegno concreto con ciascuno di essi. Ognuno, guardando la propria umanità, la propria storia, la propria indole, non deve chiedersi se una scelta vocazionale è conveniente o meno, ma se in coscienza quella vocazione dischiude in lui quel potenziale di Amore che abbiamo ricevuto nel giorno del nostro Battesimo.

Durante questi periodi di cambiamento sono molte le domande da affrontare e anche le tentazioni che verranno. Perciò, in questo mio intervento, vorrei soffermarmi semplicemente su ciò che sento essere decisivo per la vita di un sacerdote oggi, tenendo a mente ciò che dice Paolo: «In lui – cioè in Cristo – tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore» (Ef 2,21). Crescere ben ordinata vuol dire crescere in armonia, e crescere in armonia soltanto può farlo lo Spirito Santo, come la definizione che dava San Basilio, così bella: “Ipse harmonia est”, numero 38 del Trattato [“Sullo Spirito Santo”]. Ho pensato quindi che ogni costruzione, per mantenersi in piedi, ha bisogno di fondamenta solide; per questo voglio condividere gli atteggiamenti che danno solidità alla persona del sacerdote; voglio condividere – voi l’avete già sentito, ma lo ripeto ancora una volta – le quattro colonne costitutive della nostra vita sacerdotale e che chiameremo le “quattro vicinanze”, perché seguono lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza (cfr Dt 4,7). Lui stesso si definisce così al popolo: “Ditemi, quale popolo ha i suoi dèi così vicini come tu hai me?”. Lo stile di Dio è vicinanza, è una vicinanza speciale, compassionevole e tenera. Le tre parole che definiscono la vita di un sacerdote, e di un cristiano pure, perché si prendono proprio dallo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza.

Già in passato vi ho fatto riferimento; oggi però vorrei soffermarmi in maniera più estesa, poiché il sacerdote, più che di ricette o di teorie, ha bisogno di strumenti concreti con cui affrontare il suo ministero, la sua missione e la sua quotidianità. San Paolo esortava Timoteo a mantenere vivo il dono di Dio che aveva ricevuto per l’imposizione delle sue mani, che non è uno spirito di timore, ma di fortezza, d’amore e di sobrietà (cfr 2 Tm 1,6-7). Credo che queste quattro colonne, queste quattro “vicinanze” di cui parlerò adesso possono aiutare in modo pratico, concreto e speranzoso a ravvivare il dono e la fecondità che un giorno ci sono stati promessi, a mantenere vivo quel dono.

Prima di tutto la vicinanza a Dio. Quattro vicinanze, e la prima è la vicinanza a Dio.

Vicinanza a Dio

Cioè vicinanza al Signore delle vicinanze. «Io sono la vite, voi i tralci – questo è quando Giovanni nel Vangelo parla del “rimanere” –. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (Gv 15, 5-7).

Un sacerdote è invitato innanzitutto a coltivare questa vicinanza, l’intimità con Dio, e da questa relazione potrà attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero. Il rapporto con Dio è, per così dire, l’innesto che ci mantiene all’interno di un legame di fecondità. Senza una relazione significativa con il Signore il nostro ministero è destinato a diventare sterile. La vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”. Come è stato per il Maestro, passerete attraverso momenti di gioia e di feste nuziali, di miracoli e di guarigioni, di moltiplicazione di pani e di riposo. Ci saranno momenti in cui si potrà essere lodati, ma verranno anche ore di ingratitudine, di rifiuto, di dubbio e di solitudine, fino a dover dire: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).

La vicinanza con Gesù ci invita a non temere alcuna di queste ore – non perché siamo forti, ma perché guardiamo a Lui, ci aggrappiamo a Lui e gli diciamo: «Signore, non permettere che io cada in tentazione! Fammi comprendere che sto vivendo un momento importante nella mia vita e che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore» (C.M. Martini, Incontro al Signore Risorto, San Paolo, 102). Questa vicinanza a Dio a volte assume la forma di una lotta: lottare col Signore soprattutto nei momenti in cui la sua assenza si fa maggiormente sentire nella vita del sacerdote o nella vita delle persone a lui affidate. Lottare tutta la notte e chiedere la sua benedizione (cfr Gen 32,25-27), che sarà fonte di vita per molti. A volte è una lotta. Mi diceva un prete che lavora qui in curia – che ha un lavoro difficile, di mettere ordine in un posto, giovane –, mi diceva che tornava stanco, tornava stanco ma si riposava prima di andare a letto davanti alla Madonna con il rosario in mano. Aveva bisogno di quella vicinanza, un curiale, un impiegato del Vaticano. Si critica tanto la gente della curia, a volte è vero, ma io posso anche dire e dare testimonianza che qui dentro ci sono dei santi, è vero questo.

Molte crisi sacerdotali hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore, una riduzione della vita spirituale a mera pratica religiosa. Questo voglio distinguere anche nella formazione: una cosa è la vita spirituale, un’altra cosa è la pratica religiosa. “Come va la tua vita spirituale?” – “Bene, bene. Faccio la meditazione al mattino, prego il rosario, prego la “suocera” – la suocera è il breviario – prego il breviario e tutto questo… Faccio tutto”. No, questa è pratica religiosa. Ma come va la tua vita spirituale? Ricordo momenti importanti della mia vita nei quali questa vicinanza al Signore è stata decisiva per sostenermi, sostenermi nei momenti bui. Senza l’intimità della preghiera, della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione, senza queste “vicinanze” concrete, un sacerdote è, per così dire, solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore. A me piaceva, nell’altra diocesi, domandare ai preti: “E dimmi – mi raccontavano i loro lavori – dimmi, come vai a letto tu?”. E non capivano. “Sì sì, la notte come vai a letto?” – “Arrivo stanco, prendo un boccone e vado a letto, e davanti al letto la televisione...” – “Ah, bravo! E non passi dal Signore, almeno a dargli la buonanotte?”. Questo è il problema. Mancanza di vicinanza. Era normale la stanchezza del lavoro e andare a riposare e vedere la televisione, che è lecito, ma senza il Signore, senza questa vicinanza. Aveva pregato il rosario, aveva pregato il breviario, ma senza l’intimità con il Signore. Non sentiva il bisogno di dire al Signore: “Ciao, a domani, grazie tante!”. Sono piccoli gesti che rivelano l’atteggiamento di un’anima sacerdotale.

Troppo spesso, ad esempio, nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un dovere, dimenticando che l’amicizia e l’amore non possono essere imposti come una regola esterna, ma sono una scelta fondamentale del nostro cuore. Un prete che prega rimane, alla radice, un cristiano che ha compreso fino in fondo il dono ricevuto nel Battesimo. Un prete che prega è un figlio che fa continuamente memoria di essere figlio e di avere un Padre che lo ama. Un prete che prega è un figlio che si fa vicino al Signore.

Ma tutto questo è difficile se non si è abituati ad avere spazi di silenzio nella giornata. Se non si sa deporre il “fare” di Marta per imparare lo “stare” di Maria. Si fa fatica a rinunciare all’attivismo – tante volte l’attivismo può essere una fuga –, perché quando si smette di affaccendarsi non viene subito nel cuore la pace, ma la desolazione; e pur di non entrare in desolazione, si è disposti a non fermarsi mai. È una distrazione il lavoro, per non entrare in desolazione. Ma la desolazione è un po’ il punto di incontro con Dio. È proprio accettando la desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con sincerità, proprio lì, che tutto assume una luce e una pace che non poggiano più sulle nostre forze e sulle nostre capacità. Si tratta di imparare a lasciare che il Signore continui a realizzare la sua opera in ciascuno e poti tutto ciò che è infecondo, sterile e che distorce la chiamata. Perseverare nella preghiera significa non solo rimanere fedeli a una pratica: significa non scappare quando proprio la preghiera ci conduce nel deserto. La via del deserto è la via che conduce all’intimità con Dio, a patto però di non fuggire, di non trovare modi per evadere da questo incontro. Nel deserto “parlerò al suo cuore”, dice il Signore al suo popolo per bocca del profeta Osea (cfr 2,16). Questa è una cosa che il sacerdote deve domandarsi: se è capace di lasciarsi portare nel deserto. Le guide spirituali, quelle che accompagnano i sacerdoti, devono capire, aiutarli e fare questa domanda: sei capace di lasciarti andare nel deserto? O vai subito all’oasi della televisione o di qualche altra cosa?

La vicinanza con Dio permette al sacerdote di prendere contatto con il dolore che c’è nel nostro cuore e che, se accolto, ci disarma fino al punto di rendere possibile un incontro. La preghiera che, come fuoco, anima la vita sacerdotale è il grido di un cuore affranto e umiliato, che – ci dice la Parola – il Signore non disprezza (cfr Sal 50,19). «Gridano e il Signore li ascolta, / li libera da tutte le loro angosce. / Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, / egli salva gli spiriti affranti» (Sal 34,18-19).

Un sacerdote deve avere un cuore abbastanza “allargato” da fare spazio al dolore del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. Abbracciare, accettare e presentare la propria miseria nella vicinanza al Signore sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al dolore che incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo. E ciò preparerà il sacerdote anche per un’altra vicinanza: quella al Popolo di Dio. Nella vicinanza a Dio il sacerdote rafforza la vicinanza al suo popolo; e viceversa, nella vicinanza al suo popolo vive anche la vicinanza al suo Signore. E questa vicinanza con Dio – a me attira l’attenzione – è il primo compito dei vescovi, perché quando gli Apostoli “inventano” i diaconi, poi Pietro spiega la funzione e dice così: “E a noi – ai vescovi - la preghiera e l’annuncio della Parola” (cfr At 6,4). Cioè il primo compito del vescovo è pregare; e questo deve prenderlo anche il sacerdote: pregare.

«Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30), diceva Giovanni Battista. L’intimità con Dio rende possibile tutto questo, perché nella preghiera si fa esperienza di essere grandi ai suoi occhi, e allora non è più un problema per i sacerdoti vicini al Signore diventare piccoli agli occhi del mondo. E lì, in quella vicinanza, non fa più paura conformarsi a Gesù Crocifisso, così come ci viene chiesto nel rito dell’ordinazione sacerdotale, che è molto bello ma lo dimentichiamo spesso.

Passiamo alla seconda vicinanza, che sarà più breve della prima.

Vicinanza al vescovo

Questa seconda vicinanza per molto tempo è stata letta solo in maniera unilaterale. Come Chiesa troppo spesso, e anche oggi, abbiamo dato dell’obbedienza un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo. L’obbedienza non è un attributo disciplinare ma la caratteristica più forte dei legami che ci uniscono in comunione. Obbedire, in questo caso al vescovo, significa imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa solo attraverso il discernimento. L’obbedienza quindi è l’ascolto della volontà di Dio che si discerne proprio in un legame. Tale atteggiamento di ascolto permette di maturare l’idea che nessuno è il principio e il fondamento della vita, ma ognuno deve necessariamente confrontarsi con gli altri. Questa logica delle vicinanze – in questo caso con il vescovo, ma vale anche per le altre – consente di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita “da scapolo”, o da “scapolone”. Quando i preti si chiudono, si chiudono…, finiscono “scapoloni” con tutte le manie degli “scapoloni”, e questo non è bello. Questa vicinanza invita, al contrario, a fare appello ad altre istanze per trovare la via che conduce alla verità e alla vita.

Il vescovo non è un sorvegliante di scuola, non è un vigilatore, è un padre, e dovrebbe dare questa vicinanza. Il vescovo deve cercare di comportarsi così perché altrimenti allontana i preti, oppure avvicina solo quelli ambiziosi. Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio. Ma non dobbiamo dimenticare che il vescovo stesso può essere strumento di questo discernimento solo se anch’egli si mette in ascolto della realtà dei suoi presbiteri e del popolo santo di Dio che gli è affidato. Scrivevo nella Evangelii gaudium: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta a individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per una crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita» (n. 171).

Non a caso il male, per distruggere la fecondità dell’azione della Chiesa, cerca di minare i legami che ci costituiscono. Difendere i legami del sacerdote con la Chiesa particolare, con l’istituto a cui appartiene e con il vescovo rende la vita sacerdotale affidabile. Difendere i legami. L’obbedienza è la scelta fondamentale di accogliere chi è posto davanti a noi come segno concreto di quel sacramento universale di salvezza che è la Chiesa. Obbedienza che può essere anche confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione, ma non si rompe. Questo richiede necessariamente che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto, coraggio e sincerità. Richiede ugualmente ai vescovi umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi aiutare. Se difenderemo questo legame procederemo sicuri nel nostro cammino.

E credo che questo, per quanto riguarda la vicinanza ai vescovi, è sufficiente.

Vicinanza tra presbiteri

È la terza vicinanza. Vicinanza a Dio, vicinanza ai vescovi, vicinanza ai presbiteri. È proprio a partire dalla comunione con il vescovo che si apre la terza vicinanza, che è quella della fraternità. Gesù si manifesta lì dove ci sono dei fratelli disposti ad amarsi: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Anche la fraternità come l’obbedienza non può essere un’imposizione morale esterna a noi. Fraternità è scegliere deliberatamente di cercare di essere santi con gli altri e non in solitudine, santi con gli altri. Un proverbio africano, che conoscete bene, dice: “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, vai con gli altri”. A volte sembra che la Chiesa sia lenta – ed è vero –, ma mi piace pensare che sia la lentezza di chi ha deciso di camminare in fraternità. Anche accompagnando gli ultimi, ma sempre in fraternità.

Le caratteristiche della fraternità sono quelle dell’amore. San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (cap. 13), ci ha lasciato una “mappa” chiara dell’amore e, in un certo senso, ci ha indicato a cosa dovrebbe tendere la fraternità. Innanzitutto a imparare la pazienza, che è la capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi, di patire in un certo senso con loro. Il contrario della pazienza è l’indifferenza, la distanza che costruiamo con gli altri per non sentirci coinvolti nella loro vita. In molti presbitéri, si consuma il dramma della solitudine, del sentirsi soli. Ci si sente non degni di pazienza, di considerazione. Anzi, sembra che dall’altro venga il giudizio, non il bene, non la benignità. L’altro è incapace di gioire del bene che ci capita nella vita, oppure anch’io ne sono incapace quando vedo il bene nella vita degli altri. Questa incapacità di gioire del bene altrui, degli altri, è l’invidia – voglio sottolineare questo –, che tanto tormenta i nostri ambienti e che è una fatica nella pedagogia dell’amore, non semplicemente un peccato da confessare. Il peccato è l’ultima cosa, è l’atteggiamento che è invidioso. È tanto presente l’invidia nelle comunità sacerdotali. E la Parola di Dio ci dice che è l’atteggiamento distruttore: per invidia del diavolo è entrato il peccato nel mondo (cfr Sap 2,24). È la porta, la porta per la distruzione. E su questo dobbiamo parlare chiaro, nei nostri presbitéri c’è l’invidia. Non tutti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. Stiamo attenti. E dall’invidia viene il chiacchiericcio.

Per sentirci parte della comunità, dell’“essere noi”, non c’è bisogno di indossare maschere che offrono di noi solo un’immagine vincente. Non abbiamo cioè bisogno di vantarci, né tanto meno di gonfiarci o, peggio ancora, di assumere atteggiamenti violenti, mancando di rispetto a chi ci è accanto. Ci sono anche forme clericali di bullying. Perché un sacerdote, se ha qualcosa di cui vantarsi, è la misericordia del Signore; conosce il proprio peccato, la propria miseria e i propri limiti, ma ha sperimentato che dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato l’amore (cfr Rm 5,20); e questa è la sua prima buona notizia. Un sacerdote che ha presente questo non è invidioso, non può essere invidioso.

L’amore fraterno non cerca il proprio interesse, non lascia spazio all’ira, al risentimento, come se il fratello che mi è accanto mi avesse in qualche maniera defraudato di qualcosa. E quando incontro la miseria dell’altro, sono disposto a non ricordare per sempre il male ricevuto, a non farlo diventare l’unico criterio di giudizio, fino al punto magari di godere dell’ingiustizia quando riguarda proprio chi mi ha fatto soffrire. L’amore vero si compiace della verità e considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio. L’origine è l’invidia. Si arriva a questo, anche alle calunnie, per arrivare a un posto… E questo è molto triste. Quando da qui si chiedono informazioni per fare vescovo qualcuno, tante volte riceviamo informazioni ammalate di invidia. E questa è una malattia dei nostri presbitéri. Tanti di voi siete formatori nei seminari, tenete conto di questo.

Tuttavia, in questo senso non si può permettere che si creda che l’amore fraterno sia un’utopia, tanto meno un “luogo comune” per suscitare bei sentimenti o parole di circostanza o un discorso tranquillizzante. No. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel presbiterio – qualche santo diceva: la vita comunitaria è la mia penitenza –, quanto è difficile condividere il quotidiano con coloro che abbiamo voluto riconoscere come fratelli. L’amore fraterno, se non vogliamo edulcorarlo, accomodarlo, sminuirlo, è la “grande profezia” che in questa società dello scarto siamo chiamati a vivere. Mi piace pensare all’amore fraterno come a una palestra dello spirito, dove giorno per giorno ci confrontiamo con noi stessi e abbiamo il termometro della nostra vita spirituale. Oggi la profezia della fraternità rimane viva e ha bisogno di annunciatori; ha bisogno di persone che, consapevoli dei propri limiti e delle difficoltà che si presentano, si lascino toccare, interpellare e smuovere dalle parole del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

L’amore fraterno, per i presbiteri, non resta chiuso in un piccolo gruppo, ma si declina come carità pastorale (cfr Esort. ap. postsin. Pastores dabo vobis, 23), che spinge a viverlo concretamente nella missione. Possiamo dire di amare se impariamo a declinarlo alla maniera che descrive San Paolo. E solo chi cerca di amare è al sicuro. Chi vive con la sindrome di Caino, nella convinzione di non poter amare perché sente sempre di non essere stato amato, valorizzato, tenuto nella giusta considerazione, alla fine vive sempre come un ramingo, senza mai sentirsi a casa, e proprio per questo è più esposto al male: a farsi male e a fare del male. Per questo l’amore fra i presbiteri ha la funzione di custodire, di custodirsi mutuamente.

Mi spingo a dire che lì dove funziona la fraternità sacerdotale, la vicinanza fra i preti, ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria. Il celibato è un dono che la Chiesa latina custodisce, ma è un dono che per essere vissuto come santificazione necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e di vero bene che trovano la loro radice in Cristo. Senza amici e senza preghiera il celibato può diventare un peso insopportabile e una contro-testimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio.

Adesso arriviamo alla quarta vicinanza, l’ultima, la vicinanza al Popolo di Dio, al Santo Popolo fedele di Dio. Ci farà bene leggere la Lumen gentium, numero 8 e numero 12.

Vicinanza al popolo

Molte volte ho sottolineato come la relazione con il Popolo Santo di Dio è per ciascuno di noi non un dovere ma una grazia. «L’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio» (Evangelii gaudium, 272).Ecco perché il posto di ogni sacerdote è in mezzo alla gente, in un rapporto di vicinanza con il popolo.

Ho sottolineato nella Evangelii gaudium che «per essere evangelizzatori autentici occorre anche sviluppare il gusto spirituale di rimanere vicini alla vita della gente, fino al punto di scoprire che ciò diventa fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo fedele. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato. Gesù vuole servirsi dei sacerdoti per arrivare più vicino al Santo Popolo fedele di Dio. Ci prende in mezzo al popolo e ci invia al popolo, in modo che la nostra identità non si comprende senza questa appartenenza» (n. 268). L’identità sacerdotale non si può capire senza l’appartenenza al Santo Popolo fedele di Dio.

Sono certo che, per comprendere nuovamente l’identità del sacerdozio, oggi è importante vivere in stretto rapporto con la vita reale della gente, accanto ad essa, senza nessuna via di fuga. «A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo» (ibid., 270). E il popolo non è una categoria logica, no, è una categoria mitica; per capirlo dobbiamo avvicinarsi come ci si avvicina a una categoria mitica.

Vicinanza al Popolo di Dio. Una vicinanza che, arricchita con le “altre vicinanze”, le altre tre, invita – e in una certa misura lo esige – di portare avanti lo stile del Signore, che è stile di vicinanza, di compassione e di tenerezza, perché capace di camminare non come un giudice ma come il Buon Samaritano, che riconosce le ferite del suo popolo, la sofferenza vissuta in silenzio, l’abnegazione e i sacrifici di tanti padri e madri per mandare avanti le loro famiglie, e anche le conseguenze della violenza, della corruzione e dell’indifferenza, che al suo passaggio cerca di mettere a tacere ogni speranza. Vicinanza che permette di ungere le ferite e proclamare un anno di grazia del Signore (cfr Is 61,2). È decisivo ricordare che il Popolo di Dio spera di trovare pastori con lo stile di Gesù, e non “chierici di stato” – ricordiamo quell’epoca in Francia: c’era il curato d’Ars, il curato, ma c’era “monsieur l’abbé”, chierici di Stato –. Anche oggi, il popolo ci chiede pastori del popolo e non chierici di Stato o “professionisti del sacro”; pastori che sappiano di compassione, di opportunità; uomini coraggiosi, capaci di fermarsi davanti a chi è ferito e di tendere la mano; uomini contemplativi che, nella vicinanza al loro popolo, possano annunciare sulle piaghe del mondo la forza operante della Risurrezione.

Una delle caratteristiche cruciali della nostra società di “reti” è che abbonda il sentimento di orfanezza, questo è un fenomeno attuale. Connessi a tutto e a tutti, ci manca l’esperienza dell’appartenenza, che è molto più di una connessione. Con la vicinanza del pastore si può convocare la comunità e favorire la crescita del senso di appartenenza; apparteniamo al Santo Popolo fedele di Dio, che è chiamato a essere segno dell’irruzione del Regno di Dio nell’oggi della storia. Se il pastore si smarrisce, se il pastore si allontana, anche le pecore si disperderanno e saranno alla portata di qualsiasi lupo.

Tale appartenenza, a sua volta, fornirà l’antidoto contro una deformazione della vocazione che nasce precisamente dal dimenticare che la vita sacerdotale si deve ad altri – al Signore e alle persone da Lui affidate –. Questa dimenticanza sta alla base del clericalismo – di cui ha parlato il Cardinale Ouellet – e delle sue conseguenze. Il clericalismo è una perversione, e anche uno dei suoi segni, la rigidità, è un’altra perversione. Il clericalismo è una perversione perché si costituisce sulle “lontananze”. È curioso: non sulle vicinanze, il contrario. Quando penso al clericalismo, penso anche alla clericalizzazione del laicato: quella promozione di una piccola élite che, intorno al prete, finisce anche per snaturare la propria missione fondamentale (cfr Gaudium et spes, 44), quella del laico. Tanti laici clericalizzati, tanti: “Io sono di quell’associazione, siamo lì in parrocchia, siamo…”. Gli “eletti”, laici clericalizzati, è una bella tentazione. Ricordiamo che «la missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere sacerdotale se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare» (Evangelii gaudium, 273).

Mi piacerebbe mettere in relazione questa vicinanza al Popolo di Dio con la vicinanza a Dio, poiché la preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del Popolo di Dio. Quando prega, il pastore porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente, che presenta in silenzio al Signore affinché le unga con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che ha fiducia e lotta perché il Signore benedica il suo popolo.

Seguendo l’insegnamento di Sant’Ignazio che «non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi spirituali, Annotazioni, 2, 4), ai vescovi e ai sacerdoti farà bene domandarsi “come vanno le mie vicinanze”, come sto vivendo queste quattro dimensioni che configurano il mio essere sacerdotale in modo trasversale e mi permettono di gestire le tensioni e gli squilibri con cui ogni giorno abbiamo a che fare. Queste quattro vicinanze sono una buona scuola per “giocare in campo aperto”, dove il sacerdote è chiamato, senza paure, senza rigidità, senza ridurre o impoverire la missione. Un cuore sacerdotale sa di vicinanza perché il primo che ha voluto essere vicino è stato il Signore. Possa Egli visitare i suoi sacerdoti nella preghiera, nel vescovo, nei fratelli presbiteri e nel suo popolo. Scompagini la routine e disturbi un po’, susciti l’inquietudine – come al tempo del primo amore –, metta in moto tutte le capacità affinché la nostra gente abbia vita e vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Le vicinanze del Signore non sono un incarico in più: sono un dono che Lui fa per mantenere viva e feconda la vocazione. La vicinanza con Dio, la vicinanza con il vescovo, la vicinanza fra noi sacerdoti e la vicinanza con il Santo Popolo fedele di Dio.

Davanti alla tentazione di chiuderci in discorsi e discussioni interminabili sulla teologia del sacerdozio o su teorie di ciò che dovrebbe essere, il Signore guarda con tenerezza e compassione e offre ai sacerdoti le coordinate a partire dalle quali riconoscere e mantenere vivo l’ardore per la missione: vicinanza, che è compassionevole e tenera, vicinanza a Dio, al vescovo, ai fratelli presbiteri e al popolo che è stato loro affidato. Vicinanza con lo stile di Dio, che è vicino con compassione e tenerezza.

E grazie a voi per la vostra vicinanza e la vostra pazienza, grazie, grazie tante! Buon lavoro a tutti voi. Io vado in biblioteca perché ho tanti appuntamenti questa mattina. Pregate per me e io pregherò per voi. Buon lavoro!

[Benedizione]

[00234-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères, bonjour !

Je suis reconnaissant pour l'occasion qui m'est offerte de partager avec vous cette réflexion qui découle de ce que le Seigneur m'a fait prendre conscience progressivement au cours de ces 50 années de sacerdoce et plus. Je ne veux pas exclure de ce souvenir reconnaissant ces prêtres qui, par leur vie et leur témoignage, m'ont montré depuis mon enfance ce qui donne forme au visage du Bon Pasteur. J'ai médité sur ce que je pouvais partager sur la vie du prêtre aujourd'hui. Je suis arrivé à la conclusion que la meilleure parole vient du témoignage que j'ai reçu de nombreux prêtres au fil des ans. Ce que je vous propose est le fruit de ma réflexion sur eux, en reconnaissant et en contemplant les caractéristiques qui les ont distingués et qui leur ont donné une force, une joie et une espérance particulières dans leur mission pastorale.

En même temps, je dois en dire autant de ces frères prêtres que j'ai dû accompagner parce qu'ils avaient perdu le feu du premier amour et que leur ministère était devenu stérile, répétitif et presque vide de sens. Le prêtre passe dans sa vie par différentes conditions et différentes phases. Je suis passé moi-même par diverses conditions et phases, et, en “ruminant” les motions de l'Esprit, j'ai constaté que dans certaines situations, y compris dans les moments d'épreuve, de difficulté et de désolation, lorsque je vivais et partageais le vécu, d'une certaine manière, la paix demeurait. Je suis conscient qu'il y aurait beaucoup à dire et à théoriser sur le sacerdoce. Aujourd'hui, je souhaite partager avec vous cette “petite synthèse” afin que le prêtre d'aujourd'hui, quel que soit le moment qu'il est en train de vivre, puisse connaître la paix et la fécondité que l'Esprit veut lui donner. Je ne sais pas si ces réflexions sont le “chant du cygne” de ma vie sacerdotale, mais je peux vous assurer qu'elles proviennent de mon expérience. Pas de théorie ici, je parle de ce que j'ai vécu.

L'époque dans laquelle nous vivons nous demande non seulement de prendre acte du changement, mais aussi de l'accueillir avec la conscience que nous sommes devant un changement d’époque – je l'ai déjà répété plusieurs fois. Si nous en doutions, le Covid l'a rendu plus qu'évident : son irruption est bien plus qu'une question de santé, bien plus qu'un simple rhume.

Le changement nous met toujours face à plusieurs façons de l’affronter. Le problème est que de nombreuses actions et attitudes peuvent être utiles et bonnes, mais qu'elles n'ont pas toutes une saveur d’Évangile. Et c'est là que se trouve le point crucial, discerner le changement et l'action qui ont et n'ont pas la saveur de l'Évangile.  Par exemple, la recherche de formes codifiées, très souvent ancrées dans le passé, qui nous “garantissent” une sorte de protection contre les risques en nous réfugiant dans un monde et dans une société qui n'existent plus (si elles ont jamais existé), comme si cet ordre déterminé était capable de mettre fin aux conflits que l'histoire nous présente. C’est le déclin du retour en arrière pour se réfugier.

Une autre attitude peut être celle d'un optimisme exagéré – “tout ira bien” -; aller trop loin sans discernement et sans prendre les décisions nécessaires. Cet optimisme, finit par ignorer les victimes de cette transformation et ne parvient pas à accepter les tensions, les complexités et les ambiguïtés du temps présent, et qui “consacre” la dernière nouveauté comme ce qui est vraiment réel, méprisant ainsi la sagesse des années. (Il s'agit de deux types de fuite ; les attitudes du mercenaire qui voit arriver le loup et qui fuit : il fuit vers le passé ou il fuit vers le futur). Aucune de ces attitudes ne conduit à des solutions mûres. Le caractère concret d'aujourd'hui, nous devons nous arrêter là, au caractère concret d’aujourd’hui.

J'aime plutôt l'attitude qui découle d'une prise en charge confiante de la réalité, ancrée dans la sage, vivante et vivifiante Tradition de l'Église qui nous permet de prendre le large sans peur. J'ai le sentiment que Jésus, en ce moment de l'histoire, nous invite une fois de plus à “avancer au large” (cf. Lc 5, 4) avec la confiance qu'Il est le Seigneur de l'histoire et que, guidés par Lui, nous saurons discerner l'horizon à parcourir. Notre salut n'est pas un salut ascétique, un salut de laboratoire, non, ou de spiritualismes désincarnés - il y a toujours la tentation du gnosticisme, qui est moderne et d'actualité - ; Discerner la volonté de Dieu signifie apprendre à interpréter la réalité avec le regard du Seigneur, sans avoir besoin d'éluder ce qui arrive à notre peuple là où il vit, sans l'anxiété qui pousse à chercher une issue rapide et rassurante, guidée par l'idéologie du moment ou par une réponse préfabriquée, toutes deux incapables d’appréhender les moments les plus difficiles et même obscurs de notre histoire. Ces deux voies nous conduisent à nier « notre histoire d’Église, qui est glorieuse en tant qu’elle est histoire de sacrifices, d’espérance, de lutte quotidienne, de vie dépensée dans le service, de constance dans le travail pénible » (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 96).

Dans ce contexte, la vie sacerdotale est également affectée par ce défi. La crise des vocations qui afflige nos communautés en divers lieux en est un symptôme. Mais il est également vrai que cela est souvent dû à l'absence dans les communautés d'une ferveur apostolique contagieuse lesquelles, en conséquence, n'inspirent pas l'enthousiasme et ne sont pas attrayantes. Les communautés fonctionnelles, par exemple, sont bien organisées mais manquent d'enthousiasme, tout est en place mais le feu de l'Esprit fait défaut. D’authentiques vocations naissent là où il y a de la vie, de la ferveur et un désir d'apporter le Christ aux autres. Même dans les paroisses où les prêtres ne sont pas très engagés ni joyeux, c'est la vie fraternelle et fervente de la communauté qui suscite le désir de se consacrer entièrement à Dieu et à l'évangélisation, surtout si cette communauté vivante prie avec insistance pour les vocations et a le courage de proposer un chemin de consécration spécifique à ses jeunes. Quand nous tombons dans le fonctionnalisme, dans l'organisation pastorale – pour tout et uniquement dans cela - ça n'attire pas du tout, mais quand il y a un prêtre ou une communauté qui a cette ferveur chrétienne, baptismale, il y a l'attraction de nouvelles vocations.

La vie d'un prêtre est avant tout l'histoire de salut d'un baptisé. Le cardinal Ouellet a fait cette distinction entre le sacerdoce ministériel et le sacerdoce baptismal. Nous oublions parfois le Baptême, et le sacerdoce devient une fonction : le fonctionnalisme, et c'est dangereux. Nous ne devons jamais oublier que toute vocation spécifique, y compris celle de l’Ordre, est accomplissement du Baptême. La tentation est toujours grande de vivre un sacerdoce sans Baptême, - et il n’y a pas de prêtres « sans baptême » - c'est-à-dire sans se rappeler que le premier appel est celui à la sainteté. Être saint, c'est se conformer à Jésus et permettre que les sentiments qui sont les siens battent dans notre vie (cf. Ph 2, 15). Ce n'est que lorsque nous cherchons à aimer comme Jésus a aimé que nous rendons Dieu visible nous aussi, et que nous réalisons notre vocation à la sainteté. Saint Jean-Paul II nous a rappelé à juste titre que « le prêtre, comme l'Église, doit prendre de plus en plus conscience du besoin permanent qu'il a d'être évangélisé » (Exhort. ap. post-syn. Pastores Dabo Vobis, 25 mars 1992, n. 26). Et quand vous allez dire à certains évêques, certains prêtres qu’ils ont besoin d'être évangélisés... ils ne comprennent pas. Et ce qui se passe est le drame d'aujourd'hui.

Toute vocation spécifique doit être soumise à ce type de discernement. Notre vocation est avant tout une réponse à Celui qui nous a aimés le premier (cf. 1 Jn 4, 19). Et c'est là la source de l'espérance car, même au milieu de la crise, le Seigneur ne cesse d'aimer et donc d'appeler. Et chacun de nous en est le témoin : un jour, le Seigneur nous a trouvés, là où nous étions et comme nous étions, dans des milieux contradictoires ou dans des situations familiales complexes. J'aime relire Ézéchiel au chapitre 16 et parfois je m'identifie à lui : il m'a trouvé ici, il m'a trouvé comme ça, et il m'a fait avancer... Mais cela ne l'a pas empêché de vouloir écrire, à travers chacun de nous, l'histoire du salut. Il en a été ainsi dès le début - pensez à Pierre et Paul, Matthieu..., pour n'en citer que quelques-uns. Les avoir choisis ne relève pas d'une option idéale mais d'un engagement concret envers chacun. Chacun, en regardant sa propre humanité, sa propre histoire, son propre caractère, ne doit pas se demander si un choix de vocation convient ou non, mais si, en conscience, cette vocation révèle en lui ce potentiel d'Amour qu’il a reçu le jour du Baptême.

Dans ces périodes de changement, beaucoup de questions doivent être affrontées ; de même que les tentations à venir. C'est pourquoi je voudrais simplement m’arrêter, dans cette intervention, sur ce qui me semble être décisif pour la vie d'un prêtre aujourd'hui, en gardant en mémoire ce que dit Paul : « En Lui [c’est-à-dire dans le Christ] toute la construction s’élève harmonieusement pour devenir un temple saint dans le Seigneur. » (Ep 2, 21). Une croissance bien ordonnée signifie une croissance en harmonie, et la croissance en harmonie ne peut se faire que par l'Esprit Saint, comme le définit si bien Saint Basile : « Ipse harmonia est », au numéro 38 du Traité [« Sur l'Esprit Saint »]. J'ai pensé que tout édifice, pour tenir debout, a besoin de fondations solides. Je veux donc partager les attitudes qui donnent de la solidité à la personne du prêtre ; je veux partager - vous l'avez déjà entendu, mais je vais le répéter une fois de plus -  les quatre piliers constitutifs de notre vie sacerdotale, que nous appellerons les “quatre proximités” parce qu'elles suivent le style de Dieu, qui est fondamentalement un style de proximité (cf. Dt 4, 7). Il se définit ainsi au peuple : « Dis-moi, quel peuple a ses dieux aussi près que toi de moi ? ». Le style de Dieu est la proximité, une proximité spéciale, compatissante et tendre. Les trois mots qui définissent la vie d'un prêtre, et d'un chrétien aussi, car ils sont tirés précisément du style de Dieu : proximité, compassion et tendresse.

J'y ai déjà fait référence par le passé, mais je voudrais aujourd’hui m'y attarder plus longuement car le prêtre, plutôt que de recettes ou de théories, a besoin d'outils concrets pour aborder son ministère, sa mission et sa vie quotidienne. Saint Paul exhorta Timothée à garder vivant le don de Dieu qu'il avait reçu par l'imposition des mains, qui n'est pas un esprit de crainte, mais de force, d'amour et de sobriété (cf. 2 Tm 1, 6-7). Je crois que ces quatre piliers, ces quatre “proximités” dont je vais maintenant parler peuvent aider de manière pratique, concrète et pleine d'espérance à raviver le don et la fécondité qui nous ont été un jour promis, à maintenir ce don vivant.

Avant tout, la proximité avec Dieu. Quatre proximités, et la première est la proximité avec Dieu.

Proximité avec Dieu

C'est la proximité avec le Seigneur des proximités. « Moi, je suis la vigne, et vous, les sarments - C'est le moment ou Jean, dans l'Évangile, parle de " demeurer ". Celui qui demeure en moi et en qui je demeure, celui-là porte beaucoup de fruit, car, en dehors de moi, vous ne pouvez rien faire. Si quelqu’un ne demeure pas en moi, il est, comme le sarment, jeté dehors, et il se dessèche. Les sarments secs, on les ramasse, on les jette au feu, et ils brûlent. Si vous demeurez en moi, et que mes paroles demeurent en vous, demandez tout ce que vous voulez, et cela se réalisera pour vous » (Jn 15, 5- 7).

Le prêtre est invité avant tout à cultiver cette proximité, cette intimité avec Dieu. Il pourra puiser de cette relation toute la force nécessaire à son ministère. La relation avec Dieu est, pour ainsi dire, la greffe qui nous maintient dans un lien de fécondité. Sans une relation sérieuse avec le Seigneur, notre ministère devient stérile. La proximité avec Jésus, le contact avec sa Parole, nous permet de placer notre vie devant la sienne, d’apprendre à ne pas nous scandaliser de tout ce qui nous arrive, à nous défendre des “scandales”. Comme ce fut le cas pour le Maître, vous passerez par des moments de joie et de noces, de miracles et de guérisons, de multiplication des pains et de repos. Il y aura des moments où vous pourrez être loués, mais il y aura aussi des moments d'ingratitude, de rejet, de doute et de solitude, au point de dire : « Mon Dieu, mon Dieu, pourquoi m’as-tu abandonné ? » (Mt 27,46).

La proximité avec Jésus nous invite à ne craindre aucun de ces moments, non pas parce que nous sommes forts, mais parce que nous regardons vers Lui, nous nous accrochons à Lui et nous Lui disons : « Seigneur, ne permets pas que je tombe en tentation ! Fais-moi comprendre que je vis un moment important de ma vie et que tu es avec moi pour éprouver ma foi et mon amour » (C.M. Martini, Rencontre avec le Seigneur ressuscité, San Paolo, p. 102). Cette proximité avec Dieu prend parfois la forme d'une lutte : lutter avec le Seigneur surtout dans les moments où son absence se fait le plus sentir, dans la vie du prêtre ou dans celle des personnes qui lui sont confiées. Lutter toute la nuit et demander sa bénédiction (cf. Gn 32, 25-27) qui sera une source de vie pour beaucoup. Parfois c’est une lutte. Un prêtre qui travaille ici à la Curie – qui a un travail difficile, mettre de l’ordre, un jeune-, me disait qu’il rentre fatigué, il rentre fatigué mais qu’il se repose avant de se coucher devant Notre-Dame, rosaire en main. Ce curialiste, cet employé du Vatican, il a besoin de cette proximité l’avait besoin de cette proximité. On critique parfois beaucoup les curialistes, mais je peux aussi dire et témoigner qu'il y a des saints ici, c'est vrai.

De nombreuses crises sacerdotales ont pour origine une vie de prière pauvre, un manque d'intimité avec le Seigneur, une réduction de la vie spirituelle à une simple pratique religieuse. Je veux aussi distinguer cela dans la formation : la vie spirituelle est une chose, la pratique religieuse en est une autre. "Comment va ta vie spirituelle ?" - "Bien, bien. Je fais oraison le matin, je prie le chapelet, je prie la Sainte Vierge - la Sainte Vierge et le bréviaire - je prie le bréviaire et tout ça... Je fais tout". Non, c'est une pratique religieuse. Mais comment va ta vie spirituelle ? Je me souviens de moments importants de ma vie où cette proximité avec le Seigneur a été décisive pour me soutenir, me soutenir dans les moments difficiles. Sans l'intimité de la prière, de la vie spirituelle, de la proximité concrète avec Dieu à travers l'écoute de la Parole, la célébration de l'Eucharistie, le silence de l'adoration, la confiance en Marie, le sage accompagnement d'un guide, le sacrement de la Réconciliation, sans ces “proximités” concrètes, le prêtre n'est, pour ainsi dire, qu'un travailleur fatigué qui ne jouit pas des bienfaits des amis du Seigneur. J'aimais, dans un autre diocèse, demander aux prêtres : "dis-moi - ils me racontaient leur travail - dis-moi, comment vas-tu au lit ?" Et ils ne comprenaient pas : " Oui, oui, comment vas-tu au lit, le soir ? " - " Je rentre fatigué, je mange un peu et je me couche, et devant le lit il y a la télévision... " " Ah, bien ! Et tu ne vas pas voir le Seigneur, au moins pour lui dire bonne nuit ? ". C'est là le problème. Manque de proximité. Il était normal d'être fatigué par le travail et d'aller se reposer et regarder la télévision, ce qui est légitime, mais sans le Seigneur, sans cette proximité. Il avait prié le chapelet, il avait prié le bréviaire, mais sans intimité avec le Seigneur. Il n'a pas ressenti le besoin de dire au Seigneur : "Au revoir, à demain, merci beaucoup !". Ce sont les petits gestes qui révèlent l'attitude d'une âme sacerdotale.

Trop souvent, par exemple, la prière est pratiquée dans la vie sacerdotale uniquement comme un devoir, en oubliant que l'amitié et l'amour ne peuvent être imposés comme une règle extérieure mais sont un choix fondamental du cœur. Un prêtre qui prie reste, radicalement, un chrétien qui a pleinement compris le don reçu au baptême. Un prêtre qui prie est un fils qui se souvient continuellement qu'il est un fils et qu'il a un Père qui l'aime. Un prêtre qui prie est un fils qui se fait proche du Seigneur.

Mais tout cela est difficile si l'on ne s'est pas habitué à avoir des espaces de silence dans la journée ; si l'on ne sait pas mettre de côté le “faire” de Marthe pour apprendre le “demeurer” de Marie. Il est difficile de renoncer à l'activisme – très souvent, l'activisme peut être une échappatoire - car ce n’est pas la paix qui vient immédiatement dans le cœur lorsque l’on cesse d'être occupé, mais la désolation. Et pour ne pas entrer dans la désolation, on est prêt à ne jamais s’arrêter. Le travail est une distraction, afin de ne pas entrer dans la désolation. Mais la désolation est un peu le point de rencontre avec Dieu. C'est pourtant précisément en acceptant la désolation qui vient du silence, du jeûne d'activités et de paroles, du courage de s'examiner sincèrement, juste là, que tout reçoit une lumière et une paix qui ne reposent plus sur nos propres forces ni sur nos capacités. Il s'agit d'apprendre à laisser le Seigneur continuer à faire son œuvre en chacun et à émonder tout ce qui est infécond, stérile et qui dénature l'appel. Persévérer dans la prière ne signifie pas seulement rester fidèle à une pratique. Cela signifie ne pas fuir lorsque la prière elle-même conduit au désert. Le chemin du désert est le chemin qui mène à l'intimité avec Dieu, à condition toutefois de ne pas fuir, de ne pas trouver des moyens d'échapper à cette rencontre. Dans le désert, “je parlerai à son cœur”, dit le Seigneur à son peuple par la bouche du prophète Osée (cf. 2,16). C'est une question que le prêtre doit se poser : s’il est capable de se laisser conduire au désert ? Les guides/directeurs spirituels, ceux qui accompagnent les prêtres, doivent comprendre, les aider et poser cette question : es-tu capable de te laisser conduire au désert ? Ou vas-tu directement à l'oasis de la télévision ou d’autre chose ?

Cette proximité avec Dieu permet au prêtre d'entrer en contact avec la souffrance qui se trouve dans son cœur et qui, si elle est acceptée, le désarme au point de rendre possible une rencontre. La prière qui, comme un feu, anime la vie sacerdotale est le cri d'un cœur affligé et humilié que - nous dit l’Écriture - le Seigneur ne méprise pas (cf. Ps 50, 19). « Le Seigneur entend ceux qui l'appellent : de toutes leurs angoisses, il les délivre. Il est proche du cœur brisé, il sauve l'esprit abattu » (Ps 34, 18-19).

Le prêtre doit avoir un cœur suffisamment “large” pour faire place à la souffrance du peuple qui lui est confié et, en même temps, annoncer comme une sentinelle l'aurore de la Grâce de Dieu qui se manifeste précisément dans cette souffrance. Embrasser, accepter et présenter sa propre misère dans la proximité du Seigneur sera la meilleure école pour faire place, peu à peu, à toute la misère et à toute la souffrance qu'il rencontrera quotidiennement dans son ministère, jusqu'à devenir lui-même semblable au cœur du Christ. Et cela préparera aussi le prêtre à une autre proximité : celle avec le peuple de Dieu. Dans sa proximité avec Dieu, le prêtre renforce sa proximité avec son peuple. Et inversement, dans sa proximité avec son peuple, il expérimente aussi la proximité avec son Seigneur. Et cette proximité de Dieu - elle attire particulièrement mon attention - est le premier devoir des évêques, car lorsque les Apôtres "inventent" les diacres, Pierre en explique la fonction et dit : "Et à nous - aux évêques - la prière et la proclamation de la Parole" (cf. Ac 6,4). C’est-à-dire que le premier devoir de l'évêque est de prier ; et cela, le prêtre doit aussi l'assumer : prier.

« Lui, il faut qu’il grandisse ; et moi, que je diminue », disait Jean Baptiste (Jn 3, 30). L'intimité avec Dieu rend tout cela possible car l’on fait dans la prière l'expérience d'être grand à ses yeux. Et ce n'est alors plus un problème, pour les prêtres proches du Seigneur, de devenir petits aux yeux du monde. Et là, dans cette proximité, cela ne fait plus peur de se conformer à Jésus Crucifié, comme il nous est demandé de le faire dans le rite de l'ordination sacerdotale, ce qui est très beau mais que nous oublions souvent.

Passons à la deuxième proximité qui sera plus courte que la première.

Proximité avec l'évêque

Pendant longtemps, cette seconde proximité a été comprise seulement de manière unilatérale. Trop souvent dans l’Église, et aujourd'hui encore, on a donné de l'obéissance une interprétation éloignée de l'Évangile. L'obéissance n'est pas un attribut disciplinaire mais la caractéristique la plus forte des liens qui nous unissent dans la communion. Obéir, dans ce cas à l'évêque, signifie apprendre à écouter et se rappeler que personne ne peut se dire détenteur de la volonté de Dieu. Celle-ci ne peut être comprise que par le discernement. L'obéissance est donc l'écoute de la volonté de Dieu, discernée précisément dans une relation. Une telle attitude d'écoute permet de mûrir l'idée que personne n'est le principe et le fondement de sa vie, mais que chacun doit nécessairement se confronter aux autres. Cette logique de proximité - dans ce cas avec l'évêque, mais cela est valable aussi pour les autres - permet de briser toute tentation de se fermer, de s'auto justifier et de mener une vie de “célibataire” ou "vieux garçon". Quand les prêtres se ferment, ils se ferment..., ils finissent "vieux garçon" avec tous les défauts des " vieux garçons", et ce n'est pas bon. Cette proximité invite, au contraire, à faire appel à d'autres instances pour trouver le chemin qui mène à la vérité et à la vie.

L'évêque, quel qu'il soit, n'est pas un surveillant d'école, ce n'est pas un gardien, c'est un père, et il devrait manifester cette proximité. L'évêque doit essayer de se comporter de cette manière, car sinon il fera fuir les prêtres, ou il ne s'attirera que les ambitieux. L'évêque, reste pour chaque prêtre et pour chaque Église particulière un lien qui aide à discerner la volonté de Dieu. Mais n’oublions pas que l'évêque lui-même ne peut être un instrument de ce discernement que s'il est lui aussi à l'écoute de la réalité de ses prêtres et du peuple saint de Dieu qui lui est confié. J'écrivais dans Evangelii gaudium : « Nous avons besoin de nous exercer à l’art de l’écoute, qui est plus que le fait d’entendre. Dans la communication avec l’autre, la première chose est la capacité du cœur qui rend possible la proximité, sans laquelle il n’existe pas une véritable rencontre spirituelle. L’écoute nous aide à découvrir le geste et la parole opportune qui nous secouent de la tranquille condition de spectateurs. C’est seulement à partir de cette écoute respectueuse et capable de compatir qu’on peut trouver les chemins pour une croissance authentique, qu’on peut réveiller le désir de l’idéal chrétien, l’impatience de répondre pleinement à l’amour de Dieu et la soif de développer le meilleur de ce que Dieu a semé dans sa propre vie » (n° 171).

Ce n'est pas un hasard si le mal, pour détruire la fécondité de l'action de l'Église, cherche à saper les liens qui nous constituent. Défendre les liens du prêtre avec l'Église particulière, avec l'institut auquel il appartient et avec l'évêque, rend la vie sacerdotale solide. Défendre les liens. L'obéissance est le choix fondamental d'accueillir celui qui est mis devant nous comme le signe concret de ce sacrement universel du salut qu'est l'Église. Cette obéissance peut aussi être confrontation, écoute et, dans certains cas, tension, qui ne rompt pas. Cela implique nécessairement que les prêtres prient pour les évêques et sachent exprimer leurs avis avec respect, courage et sincérité. Elle exige également des évêques humilité, capacité à écouter, à faire son autocritique et à se laisser aider. Si nous défendons ce lien, nous poursuivrons notre route en toute sécurité.

Et je crois qu’en ce qui regarde la proximité avec les évêques, cela est suffisant.

Proximité entre les prêtres

C’est la troisième proximité. Proximité avec Dieu, proximité avec les évêques, proximité avec les prêtres. C'est précisément en partant de la communion avec l'évêque que s'ouvre la troisième proximité, celle de la fraternité. Jésus se manifeste là où se trouvent des frères disposés à s'aimer : « Quand deux ou trois sont réunis en mon nom, je suis là, au milieu d’eux » (Mt 18,20). La fraternité, comme l'obéissance, ne peut être une imposition morale de l’extérieur. La fraternité, c'est choisir délibérément de chercher à être saint avec les autres, et non pas tout seul, saints avec les autres. Un proverbe africain, que vous connaissez bien, dit : "Si tu veux aller vite, va seul ; si tu veux aller loin, va avec les autres". Il semble parfois que l'Église soit lente - et c'est vrai - mais j'aime à penser qu’il s’agit de la lenteur de ceux qui ont décidé de marcher en fraternité. Même en accompagnant les derniers, mais toujours en fraternité.

Les notes de la fraternité sont celles de l'amour. Saint Paul, dans la Première Lettre aux Corinthiens (chapitre 13), nous a laissé une “carte” claire de l'amour et, dans un certain sens, il a indiqué ce à quoi la fraternité doit tendre. Tout d'abord, apprendre la patience qui est la capacité de se sentir responsable des autres, de porter leurs fardeaux, de souffrir en un certain sens avec eux. Le contraire de la patience est l'indifférence, la distance que nous construisons vis-à-vis des autres pour ne pas nous sentir impliqués dans leur vie. Le drame de la solitude, du sentiment d'être seul, se consume dans de nombreux presbytères. On se sent indigne de patience, de considération. Il semble même que, de l’autre, ne vient que du jugement, et non pas du bien, de la bénignité. L'autre est incapable de se réjouir du bien qui survient dans ma vie, ou bien je suis moi-même incapable de le faire quand je vois le bien dans la vie des autres. Cette incapacité, de se réjouir du bien des autres, c'est l'envie, - je veux souligner ce point - qui tourmente beaucoup nos milieux et qui constitue une difficulté dans la pédagogie de l'amour, pas simplement un péché à confesser. Le péché est la dernière chose, c'est l'attitude qui est envieuse. L'envie est tellement présente dans les communautés sacerdotales. Et la Parole de Dieu nous dit que c'est une attitude destructrice : à cause de l'envie du diable, le péché est entré dans le monde (cf. Sa 2, 24). C’est la porte, la porte de la destruction. Et sur ce point nous devons parler clairement, dans nos prêtres il y a de l'envie. Tout le monde n'est pas envieux, non, mais la tentation de l'envie est là. Faisons attention. Et de l'envie naît le commérage.

Pour se sentir membre de la communauté, de “l’être-nous”, il ne faut pas porter de masques n’offrant qu'une image victorieuse de nous-même. Nous n'avons pas besoin de nous vanter, ni de nous enfler ni, pire encore, d'adopter des attitudes violentes manquant de respect à ceux qui nous entourent. Il existe également des formes cléricales de bullying.  La seule chose dont un prêtre peut se vanter, c'est la miséricorde du Seigneur. Il connaît son péché, sa misère et ses limites, mais il a fait l'expérience que là où le péché a abondé, l’amour a surabondé (cf. Rm 5,20) ; et c'est sa première bonne nouvelle. Un prêtre qui a cela en tête n'est pas envieux, il ne peut pas être envieux.

 

L'amour fraternel ne cherche pas son propre intérêt, il ne laisse pas de place à la colère, au ressentiment, comme si le frère à côté de moi m'avait en quelque sorte spolié de quelque chose. Et quand je rencontre la misère de l'autre, je suis prêt à ne pas me souvenir pour toujours du mal reçu, à ne pas en faire le seul critère de jugement au point peut-être de me réjouir de l'injustice quand elle concerne celui qui m'a fait souffrir. Le véritable amour se réjouit de la vérité et considère comme un grave péché le fait de s'attaquer à la vérité et à la dignité des frères par la calomnie, la médisance et les ragots. L’origine c’est l'envie. On y arrive, même aux calomnies pour obtenir un poste... Et c'est très triste. Lorsque nous demandons ici des informations pour nommer quelqu'un, évêque, nous recevons souvent des informations viciées par l’envie. Et c'est une maladie de nos prêtres. Beaucoup d'entre vous sont des formateurs dans les séminaires, tenez-en compte.

 

Il ne faudrait cependant pas croire que l'amour fraternel serait une utopie, ou encore un “lieu commun” pour susciter de beaux sentiments ou des paroles de circonstance ou un discours lénifiant. Non. Nous savons tous combien il peut être difficile de vivre en communauté, ou dans le presbytère - un saint disait ceci : la vie communautaire est ma pénitence -, combien c'est difficile de partager la vie quotidienne avec ceux que nous avons voulu reconnaître comme des frères. L'amour fraternel, si nous ne voulons pas l'édulcorer, l'accommoder ou le déprécier, est la “grande prophétie” que nous sommes appelés à vivre dans cette société du déchet. J'aime penser à l'amour fraternel comme à un gymnase de l'esprit, où, jour après jour, l’on se confronte à soi-même et où l’on a le thermomètre de la vie spirituelle. Aujourd'hui, la prophétie de la fraternité reste vivante et a besoin de hérauts. Elle a besoin de personnes qui, conscientes de leurs propres limites et des difficultés qui se présentent, se laissent toucher, interpeller et émouvoir par les paroles du Seigneur : « À ceci, tous reconnaîtront que vous êtes mes disciples : si vous avez de l’amour les uns pour les autres » (Jn 13, 35).

Pour les prêtres, l’amour fraternel ne reste pas enfermé dans un petit groupe, mais il se traduit en charité pastorale (cf. Exort. ap. post-syn. Pastores dabo vobis, n. 23) qui les pousse à le vivre concrètement dans la mission. Nous pouvons dire que nous aimons si nous apprenons à le traduire à la manière décrite par saint Paul. Et c’est seulement celui qui cherche à aimer qui est en sécurité. Celui qui vit avec le syndrome de Caïn, convaincu de ne pas pouvoir aimer parce qu’il sent toujours qu’il n’est pas aimé, valorisé, tenu en juste considération, finit toujours par vivre comme un vagabond, sans jamais se sentir à la maison, et c’est pour cela précisément qu’il est plus exposé au mal : à se faire du mal et à faire du mal. C'est pourquoi l'amour fraternel entre prêtres a une fonction de sauvegarde, de sauvegarde mutuelle.

Je me sens à même de dire que là où la fraternité sacerdotale et la proximité entre les prêtres, sont mise en pratique, et là où il y a des liens d’amitié véritable, il est possible aussi de vivre avec plus de sérénité le choix du célibat. Le célibat est un don que l’Église latine conserve, mais il est un don qui, pour être vécu comme sanctification, nécessite des relations saines, des rapports d’estime véritable qui trouvent leurs racines dans le Christ. Sans amis et sans prière, le célibat peut devenir un poids insupportable et un contre-témoignage à la beauté même du sacerdoce. Nous arrivons maintenant à la quatrième proximité, la dernière, la proximité avec le Peuple de Dieu, avec le Saint Peuple fidèle de Dieu. Cela nous fera du bien de lire Lumen Gentium, numéro 8 et numéro 12.

Proximité avec le peuple

J’ai très souvent souligné combien la relation avec le Peuple Saint de Dieu est pour chacun de nous non pas un devoir mais une grâce.              « L’amour pour les gens est une force spirituelle qui permet la rencontre totale avec Dieu » (Evangelii gaudium, n. 272). Voilà pourquoi la place de tout prêtre se trouve au milieu des gens, dans un rapport de proximité avec le peuple. J’ai souligné dans Evangelii gaudium que « pour être évangélisateurs, il convient aussi de développer le goût spirituel d’être proche de la vie des gens, jusqu’à découvrir que c’est une source de joie supérieure. La mission est une passion pour Jésus mais, en même temps, une passion pour son peuple. Quand nous nous arrêtons devant Jésus crucifié, nous reconnaissons tout son amour qui nous rend dignes et nous soutient, mais, en même temps, si nous ne sommes pas aveugles, nous commençons à percevoir que ce regard de Jésus s’élargit et se dirige, plein d’affection et d’ardeur, vers tout son peuple fidèle. Ainsi, nous redécouvrons qu’il veut se servir de nous pour devenir toujours plus proche de son peuple aimé. Jésus veut se servir des prêtres pour se rapprocher du Saint Peuple fidèle de Dieu. Il nous prend du milieu du peuple et nous envoie à son peuple, de sorte que notre identité ne se comprend pas sans cette appartenance » (ibid., n. 268). L'identité sacerdotale ne peut être comprise sans l'appartenance au Saint Peuple fidèle de Dieu.

Je suis convaincu que, pour comprendre à nouveau l’identité du sacerdoce, il est aujourd’hui important de vivre en rapport étroit avec la vie réelle des gens, à côté d’elle, sans la fuir d’aucune manière. « Parfois, nous sommes tentés d’être des chrétiens qui se maintiennent à une prudente distance des plaies du Seigneur. Pourtant, Jésus veut que nous touchions la misère humaine, la chair souffrante des autres. Il attend que nous renoncions à chercher ces abris personnels ou communautaires qui nous permettent de nous garder distants du cœur des drames humains, afin d’accepter vraiment d’entrer en contact avec l’existence concrète des autres et de connaître la force de la tendresse. Quand nous le faisons, notre vie devient toujours merveilleuse et nous vivons l’expérience intense d’être un peuple, l’expérience d’appartenir à un peuple » (ibid., n. 270). Et le peuple n'est pas une catégorie logique, non, c'est une catégorie mythique ; pour le comprendre, il faut l'aborder comme on aborde une catégorie mythique.

Proximité avec le Peuple de Dieu. Une proximité qui, enrichie par les “autres proximités”, les trois autres, invite – et dans une certaine mesure l’exige – à adopter le style du Seigneur. Un style de proximité, de compassion et de tendresse, qui donne de marcher non pas comme un juge mais comme le Bon Samaritain reconnaîssant les blessures de son peuple, la souffrance vécue dans le silence, l’abnégation et les sacrifices de tant de pères et de mères pour faire progresser leurs familles, et aussi les conséquences de la violence, de la corruption et de l’indifférence qui essaient de réduire au silence tout espoir. Une proximité qui permet d’oindre les blessures et de proclamer une année de grâce du Seigneur (cf. Is 61, 2). Il est décisif de rappeler que le Peuple de Dieu souhaite trouver des pasteurs ayant le style de Jésus, et non des “clercs d’état”-  rappelons-nous cette époque en France : il y avait le curé d'Ars, le vicaire, mais il y avait aussi “ monsieur l'abbé ", les clercs d’État. Aujourd'hui encore, le peuple nous demande d'être des pasteurs du peuple et non des clercs d'État -  ou des “professionnels du sacré” ; des pasteurs qui sachent faire preuve de compassion, de pertinence ; des hommes courageux, capables de s’arrêter près de ceux qui sont blessés pour leur tendre la main ; des hommes contemplatifs qui, dans la proximité avec leur peuple, peuvent annoncer sur les plaies du monde la force agissante de la Résurrection.

Le sentiment répandu d’être orphelin, qui est un phénomène actuel, est une des caractéristiques de nos sociétés de “réseaux”. Connectés à tout et à tous, il nous manque l’expérience de l’appartenance qui est bien plus qu’une connexion. Avec la proximité du pasteur, il est possible convoquer la communauté et de favoriser la croissance du sens d’appartenance. Nous appartenons au Saint Peuple fidèle de Dieu qui est appelé à être signe de l’irruption du Royaume de Dieu dans l’aujourd’hui de l’histoire. Si le pasteur s’égare, si le pasteur s’éloigne, les brebis se dispersent et sont à la merci du premier loup venu.

Cette appartenance, à son tour, fournit l’antidote contre une déformation de la vocation qui naît de l’oubli du fait que la vie sacerdotale est destinée aux autres ; au Seigneur et aux personnes qu’il a confiées. Cet oubli est à la base du cléricalisme – dont a parlé le Cardinal Ouellet - et de ses conséquences. Le cléricalisme est une perversion, et même l'un de ses signes, la rigidité, est une autre perversion. Le cléricalisme est une perversion parce qu’il se forme sur des “éloignements”. C’est une curiosité : il ne s'agit pas de proximité, mais du contraire. Quand je pense au cléricalisme, je pense aussi à la cléricalisation du laïcat : cette promotion d’une petite élite qui, autour du prêtre, finit aussi par dénaturer sa mission fondamentale (cf. Gaudium et spes, n. 44), celle du laïc. Tant de laïcs cléricalisés, tant de : " je fais partie de cette association, nous sommes là dans la paroisse, nous sommes... ". Les " élus ", laïcs cléricalisés, c'est une belle tentation. Rappelons que « la mission au cœur du peuple n’est ni une partie de ma vie ni un ornement que je peux quitter, ni un appendice ni un moment de l’existence. Elle est quelque chose que je ne peux pas arracher de mon être sacerdotal si je ne veux pas me détruire. Je suis une mission sur cette terre, et pour cela je suis dans ce monde. Je dois reconnaître que je suis comme marqué au feu par cette mission afin d’éclairer, de bénir, de vivifier, de soulager, de guérir, de libérer » (Evangelii gaudium, n. 273).

J’aimerais mettre en relation cette proximité du Peuple de Dieu avec la proximité de Dieu, car la prière du pasteur se nourrit et s’incarne dans le cœur du Peuple de Dieu. Quand il prie, le pasteur porte les marques des blessures et des joies de son peuple, qu’il présente en silence au Seigneur afin qu’il les oigne du don de l’Esprit Saint. C’est l’espérance du pasteur qui a confiance et qui lutte pour que le Seigneur bénisse son peuple.

Selon l’enseignement de saint Ignace « ce n’est pas l’abondance de la science qui rassasie l’âme et la satisfait, mais c’est le sentiment et le goût intérieur des choses » (Exercices spirituels, Annotations, 2, 4), il serait bon que les évêques et que les prêtres se demandent “comment vont mes proximités”, comment suis-je en train de vivre ces quatre dimensions qui configurent mon être sacerdotal de manière transversale et qui me permettent de gérer les tensions et les déséquilibres auxquels je suis confronté chaque jour. Ces quatre proximités sont une bonne école pour “jouer en plein air”, là où le prêtre est appelé, sans crainte, sans rigidité, sans réduire ni appauvrir la mission. Un cœur sacerdotal est capable de proximité parce que le premier qui a voulu être proche c’est le Seigneur. Puisse-t-Il visiter ses prêtres dans la prière, dans l’évêque, dans les frères prêtres et dans le peuple. Qu’Il nous dérange un peu et bouleverse la routine, qu’Il suscite l’inquiétude – comme au temps du premier amour –, qu’Il mette en mouvement toutes les capacités pour que les gens aient la vie et la vie en abondance (cf. Jn 10, 10). Les proximités du Seigneur ne sont pas une charge supplémentaire : elles sont un don qu’Il fait pour maintenir vivante et féconde la vocation. La proximité avec Dieu, proximité avec l'évêque, proximité entre nous, prêtres, et proximité avec le Saint Peuple fidèle de Dieu.

Devant la tentation de nous enfermer dans des discours et des discussions interminables sur la théologie du sacerdoce ou sur les théories de ce qu’il devrait être, le Seigneur regarde avec tendresse et compassion et offre aux prêtres les repères à partir desquels ils peuvent reconnaître et maintenir vivante l’ardeur pour la mission : proximité, qui est compatissante et tendre, proximité avec Dieu, avec l’évêque, avec les frères prêtres et avec le peuple qui leur a été confié. Proximité avec le style de Dieu, qui est proche, avec compassion et tendresse.

Et merci pour votre proximité et votre patience, merci, merci beaucoup ! Bon travail à vous tous. Je vais à la bibliothèque car j'ai beaucoup de rendez-vous ce matin. Priez pour moi et je prierai pour vous. Bon travail !

[Bénédiction] 

[00234-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear brothers, good day!

I am grateful to have the opportunity to share with you this reflection on some things that the Lord has gradually helped me to realize over the more than fifty years of my priesthood. In this grateful remembrance, I wish to include all those priests who, by their life and witness, showed me from my earliest years what it means to reflect the face of the Good Shepherd. In thinking about what to share concerning the life of the priest today, I concluded that the best thing is to speak of the witness I have received from so many priests over the years. What I now offer is the fruit of my thoughts about them, and my recognition and appreciation of what it was that distinguished them and gave them singular strength, joy and hope in their pastoral mission.

At the same time, I should also speak of those brother priests whom I have had to accompany because they had lost the flame of their first love and their ministry had become barren, repetitive and almost meaningless. There are different times and situations in the life of every priest. I personally have passed through a variety of times and situations and, in “ruminating” on the movements of the Spirit, I have come to realize that in some of those situations, which included moments of trial, difficulty and desolation, somehow there always remained a sense of peace in my life. I realize we can talk and speculate endlessly on the priesthood, but today I want to share with you this “little album”, so that today’s priests, wherever they find themselves, can experience the peace and fruitfulness that the Spirit desires to bestow. It may be that these reflections are the “swan song” of my own priestly life, but I can assure you that they are the fruit of my own experience. I am speaking about what I have experienced, not any theory.

The times we are living in require us not only to experience change, but to accept it in the realization that ours is a time of epochal change – I have said this many times. If we had any doubts about this, Covid has made it amply evident: indeed, the outbreak of the virus cannot be restricted to a question of medicine and health care; it is much more than a cold.

We can respond in many different ways to the challenge of change. The problem is that while many actions and attitudes can be helpful and good, not all of them have the flavour of the Gospel. Here is the crux of the matter: discerning whether changes and actions have the flavor of the Gospel or not. For example, seeking established ways of doing things, very often anchored in the past, that “guarantee” a sort of protection from risks, sheltering us in the world or a society that no longer exists (if it ever did), as if this determined order could quell the conflicts that history sets before us. That is the crisis of going backwards in order to find shelter.

Another attitude might be that of exaggerated optimism – “Everything will be all right” – moving too far forward without discernment and without taking necessary decisions. This optimism ends up ignoring the pain involved in this transformation and failing to accept the tensions, complexities and ambiguities of the present time, “consecrating” the latest novelty as the ultimate reality and thereby dismissing the wisdom of the years.

Both are a kind of flight. They are the response of the mercenary who sees the wolf coming and runs away: either towards the past or towards the future. Neither can lead to mature solutions. The concrete reality of the present time is where we must stay, there in today’s concrete reality.

I prefer the response born of a trusting acceptance of reality, anchored in the wise and living Tradition of the Church, which enables us to put out into the deep without fear. At this moment of history, I feel that Jesus is once more inviting us to “put out into the deep” (cf. Lk 5:4) trusting that he is the Lord of history and that, with his guidance, we will discern the direction to take. Our salvation is not “aseptic”, the product of a laboratory or a disembodied spiritualism: this is always the temptation of gnosticism, one that is contemporary, that is current. Discerning the will of God means learning to view realities with the Lord’s own eyes. It means not evading the realities that our people are experiencing, or anxiously seeking a quick and quiet exit provided by the ideology of the moment or prefabricated answers. Neither of these is capable of dealing with the more difficult and even dark moments of our history. These two paths would lead us to deny “our history as a Church, which is glorious precisely because it is a history of sacrifice, of hopes and daily struggles, of lives spent in service and fidelity to work” (Evangelii Gaudium, 96).

These challenges are also affecting the lives of priests; a symptom of this is the vocations crisis experienced by our communities in a number of places. Often, however, this is due to the absence within communities of a contagious apostolic zeal, with the result that they lack enthusiasm and attractiveness: communities, for example, that function and are well-organized yet without enthusiasm, where everything is in place yet without the fire of the Spirit. Where there is life and fervour, and a desire to bring Christ to others, genuine vocations spring up. Even in parishes whose priests are not particularly engaged and joyful, the active and fraternal life of the community can awaken a desire to consecrate one’s life entirely to God and to the preaching of the Gospel. This is especially the case if that community prays insistently for vocations and has the courage to propose to its young people a path of special consecration. When we fall into functionalism or pastoral organization – if this becomes the only thing – that does not attract at all. Instead, when the priest or the community has a Christian baptismal fervor, this attracts new vocations.

The life of a priest is above all the salvation history of one baptized person. Cardinal Ouellet has spoken of the distinction between the ministerial priesthood and the baptismal priesthood. At times we forget about baptism, and the priest then becomes a functionary, and the danger of functionalism sets in. We should never forget that each particular vocation, including that of Holy Orders, is a completion of baptism. It is always a great temptation to live a priesthood without baptism – and there are some priests “without baptism” – in other words, forgetting that our primary vocation is to holiness. To be holy means to conform ourselves to Jesus, letting our hearts thrill with his same sentiments (cf. Phil 2:15). Only when we strive to love others as Jesus does, do we make God visible and fulfil our vocation to holiness. Quite rightly, Saint John Paul II reminded us that, “the priest, like every other member of the Church, ought to grow in the awareness that he himself is continually in need of being evangelized” (Pastores Dabo Vobis, [25 March 1992], 26). And when you say to some Bishops or priests that they need to be evangelized, they don’t understand. This happens, this is a tragedy nowadays.

Each specific vocation must be submitted to this kind of discernment. Our vocation is before all else a response to the One who loved us first (cf. 1 Jn 4:19). This is the source of our hope, for even amid crises, the Lord never ceases to love us and to call us. Each of us can testify to this: one day the Lord found us, where we were and as we were, in uncertain circumstances or complex family situations. I like to re-read Ezekiel 16 and at times see myself: the Lord found me there, he found me in that state, and he led me forward. Yet this did not discourage him from using each of us to write the history of salvation. So it was from the beginning – we can think of Peter, Paul and Matthew, just to name a few. Jesus did not choose them because they were perfect, but because he was concretely committed to each of them. In looking at his own humanity, his own history, his own personality, each of us should ask, not if responding to a vocation is agreeable or not, but whether, in conscience, that vocation brings to light within us the potential for Love that we received on the day of our baptism.

In these changing times, many questions have to be faced and many temptations will arise. In these remarks, I will simply speak about what I consider decisive for the life of a priest today. Saint Paul tells us that, “in Christ, the whole structure is joined together and grows into a holy temple in the Lord” (Eph 2:21). Growing in a well-ordered way means growing in harmony, and growth in harmony is something only the Holy Spirit can bring about, for as Saint Basil says so beautifully, “He himself is harmony” (“Ipse harmonia est”) [Treatise on the Holy Spirit, No. 38]. Every structure, to keep standing, needs solid foundations. For this reason, I would like to speak of the attitudes that sustain us as priests. You have heard of these attitudes already, but I will repeat them once more. I will refer to those four pillars of our priestly life as “four forms of closeness”, since they imitate God’s own “style”, which is essentially that of closeness (cf. Deut 4:7). God defines himself this way to his people: “For what great nation is there that has a god so near to it as I am to you?”. God’s style is closeness, a special, compassionate and tender closeness. These are three words that define the life of a priest, and of a Christian as well, because they are taken precisely from God’s style: closeness, compassion and tenderness.

I have mentioned these in the past, but today I would like to discuss them more fully because, more than recipes or theories, priests need concrete tools for exercising their ministry, their mission and their daily activity. Saint Paul exhorted Timothy to rekindle the gift of God that he had received through the laying on of his hands: a spirit not of fear, but of strength, love and self-discipline (cf. 2 Tim 1:6-7). I am convinced that these four pillars, these four “forms of closeness” that I will speak of now can help us in a practical, concrete and hope-filled way to rekindle the gift and the fruitfulness that were once promised to us, to keep that gift alive.

First of all, closeness to God. Four forms of closeness, the first of which is closeness to God.

Closeness to God

First closeness to God, that is, to the Lord of closeness. “I am the vine, you are the branches.” These words occur when John’s Gospel speaks about “remaining”. “Those who abide in me, and I in them, bear much fruit, because apart from me you can do nothing. Whoever does not abide in me is thrown away like a branch and withers; such branches are gathered, thrown into the fire and burned. If you abide in me, and my words abide in you, ask for whatever you wish, and it will be done for you” (Jn 15:5-7).

A priest is called above all to cultivate this closeness, this intimacy with God, and from this relationship, he will be able to draw all the strength needed for his ministry. Our relationship with God is, so to speak, what “grafts” us to him and makes us fruitful. Without a meaningful relationship with the Lord, our ministry will prove fruitless. Closeness to Jesus and daily contact with his word, enables us to measure our life against his, learning not to be scandalized by whatever befalls us and protecting ourselves from “stumbling blocks”. Like the Master, you will experience joy, wedding feasts, miracles and healings, multiplications of loaves and repose, moments of praise. But you will also experience ingratitude, rejection, doubt and solitude, to the point of crying out: “My God, my God, why have you forsaken me?” (Mt 27:46).

Closeness to Jesus makes us unafraid of those times – not because we rely on our own strength but because we look to him, cling to him and cry out: “Lord, keep me from falling into temptation! Make me realize that I am experiencing a critical moment in my life and that you are with me, to test my faith and my love” (C.M. MARTINI, Perseverance in Trials. Reflections on Job, Collegeville, 1996). This closeness to God can sometimes take the form of a struggle: a struggle with the Lord, especially in those moments when his absence is most felt in our own lives and in the lives of the persons entrusted to us. A struggle that lasts through the night, and in the midst of which we ask his blessing (cf. Gen 32:25-7), which will be a source of life for many. At times this is a struggle. A priest who works here in the Curia – he is young and has a difficult job, keeping track of things, said to me that he returned home tired, but he took a little rest in front of Our Lady with his rosary in hand before going to bed. This Curial official, this Vatican employee, needed that closeness. To be sure, sometimes people in the Curia are much criticized, but I can also say and bear witness that there truly are saints in the Curia.

Many crises in the priesthood originate precisely in a poor life of prayer, a lack of intimacy with the Lord, the reduction of the spiritual life to mere religious practice. I want to point this out even in formation: the spiritual life is one thing, religious practice is another. “How is your spiritual life going?” “Good, good. I make my meditation in the morning, I pray the rosary, I pray the breviary and all the rest. I’m doing everything. No, this is religious practice. But how is your spiritual life going? I can think of important moments of my own life, where closeness to the Lord proved decisive in sustaining me, sustaining me in dark moments. The intimacy born of prayer, the spiritual life, concrete closeness to God through listening to his word, the celebration of the Eucharist, the silence of adoration, entrustment to Mary, the wise accompaniment of a guide and the sacrament of Reconciliation… Without these concrete “forms of closeness”, a priest is merely a weary hireling who has none of the benefits of the Lord’s friends. In my former diocese, I liked to ask priests: “Tell me,” – they told me about all their work – “Tell me, how do you go to bed?” They did not understand. “Yes, yes, at night, how do you go to bed?” “I come home tired, I have a bite to eat and I go to bed, but before bed, a little television.” “Ah, good! But you don’t stop before the Lord, at least to tell him good night?” This is the problem. A lack of closeness. Being tired from work is normal, going to rest and watching television are legitimate, but without the Lord, without this closeness? Praying the rosary, praying the breviary, but without intimacy with the Lord. Feeling no need to say to the Lord, “Goodbye, until tomorrow, many thanks!” These are little acts that reveal the attitude of a priestly soul.

All too often, for example, in the life of priests, prayer is practiced only as a duty; we forget that friendship and love do not come from following rules, but are a fundamental choice of the heart. The priest who prays remains, ultimately, a Christian who has come to appreciate fully the gift received at baptism. A priest who prays is a son who constantly remembers that he is such, and that he has a Father who loves him deeply. A priest who prays is a son who keeps close to the Lord.

None of this is easy, however, unless we are accustomed to find moments of silence throughout our day and to set aside the activism of Martha in order to learn the quiet contemplation of Mary. We find it hard to give up that activism – and very often activism can be an escape – because once we stop running around, what we immediately feel is not peace but a kind of emptiness; and in order to keep from feeling that, we are unwilling to slow down. Work is a distraction, in order not to enter into desolation. Yet desolation is a little point of encounter with God. Once we accept the desolation that is born of silence, fast from our activities and words, and find the courage to take a sincere look at ourselves, everything takes on a light and peace no longer based on our own strengths and abilities. We need to learn to let the Lord bring his work to fulfilment in each of us and to “prune” all that is unfruitful, barren or unworthy of our calling. Perseverance in prayer is more than simply remaining faithful to its practice: it means not running away in those times when prayer draws us into the desert. The way of the desert is the way that leads to intimacy with God, provided we do not run away or find ways to avoid this encounter. In the desert “I will speak tenderly to her”, says the Lord to his people through the words of the prophet Hosea (Hos 2:14). This is something that a priest must ask himself: if he is able to let himself be led into the desert. Spiritual guides who accompany priests have to understand and help them and pose this question: are you able to let yourself be drawn into the desert? Or do you go right away to the oasis of television or something else?

Closeness with God enables the priest to touch the hurt in our hearts, which, if embraced, disarms us even to the point of making possible an encounter. The prayer that, like fire, stirs up our priestly life is the plea of a contrite and humble heart, which, as the Scripture tells us, the Lord does not disdain (cf. Ps 51:17). “They call and the Lord hears and rescues them from their distress. The Lord is close to the broken-hearted; those whose spirit is crushed he will save” (Ps 34:17-18).

A priest needs to have a heart sufficiently “enlarged” to expand and embrace the pain of the people entrusted to his care while, at the same time, like a sentinel, being able to proclaim the dawning of God’s grace revealed in that very pain. Embracing, accepting and showing his own impoverishment in closeness to the Lord is the best means to learn gradually how to embrace the neediness and pain that he encounters daily in his ministry, and thus to be conformed ever more closely to the heart of Christ. That, in turn, will prepare the priest for another kind of closeness: closeness to the people of God. In closeness to God, the priest grows in closeness to his people; and conversely, in closeness to his people, he experiences closeness to his Lord. And this closeness to God – this gets my attention – is the first task of Bishops, for when the Apostles “invented” deacons, Peter explained their role and said: “But we” – the Bishops – “will devote ourselves to prayer and to the ministry of the word” (cf. Acts 6:4). In other words, the first task of a Bishop is to pray; and a priest must take this up as well: to pray.

In the words of Saint John the Baptist, “He must increase, but I must decrease” (Jn 3:30). Intimacy with God makes all this possible, for in prayer we realize that we are great in his eyes, and so, for priests close to the Lord, it is easy to become small in the eyes of the world. There, in that closeness, we no longer fear to be configured to the crucified Jesus, as is demanded of us in the Rite of Priestly Ordination. This is very beautiful yet we often forget it.

Let us turn now to the second form of closeness, which will be briefer than the first.

Closeness to the Bishop

This second form of closeness has long been interpreted in a one-sided way. As Church, all too often, even today, our view of obedience is far from the sense of the Gospel. Obedience is not a disciplinary attribute but the deepest sign of the bonds uniting us in communion. To obey, in this case obeying the Bishop, means to learn how to listen, to remember that no one “owns” God’s will, which must be understood only through discernment. Obedience is thus attentive listening to the will of God, which is discerned precisely in a bond, a relationship with others. Such an attitude of attentive listening makes us come to realize that none of us is the beginning and the end of life, but that each of us must necessarily interact with others. The “internal logic” of closeness – in this case with the Bishop, but with others too – enables us to conquer all temptations to closedmindedness, self-justification and living our lives as “bachelors”. When priests close themselves off, they end up as “bachelors”, with all the quirks of “bachelors” and this is not good. Instead, this closeness invites us to listen to others, in order to find the way that leads to truth and life.

The Bishop is not a school superintendent or supervisor; he is a father and must show this closeness. The Bishop must try to behave this way because otherwise he pushes his priests away, or he comes near only to the ambitious ones. The Bishop, whoever he may be, remains for each priest and for every particular Church a bond that helps discern the will of God. Yet we should not forget that the Bishop himself can be a means for this discernment only if he is himself attentive to the lives of his priests and of the holy people of God entrusted to his care. As I wrote in Evangelii Gaudium, “we need to practice the art of listening, which is more than simply hearing. Listening, in communication, is an openness of heart that makes possible that closeness without which genuine spiritual encounter cannot occur. Listening helps us to find the right gesture and word which shows that we are more than simply bystanders. Only through such respectful and compassionate listening can we enter on the paths of true growth and awaken a yearning for the Christian ideal: the desire to respond fully to God’s love and to bring to fruition what he has sown in our lives” (No. 171).

Not by chance does evil, in order to destroy the fruitfulness of the Church’s work, seek to undermine the bonds that establish and preserve us in unity. To defend the bonds of a priest with his particular Church, with the Institute to which he belongs, and with his Bishop, makes priestly life trustworthy and sure. To defend the bonds. Obedience is the fundamental decision to accept what is asked of us, and to do so as a concrete sign of that universal sacrament of salvation which is the Church. Obedience can also be discussion, attentive listening, and in some cases tension, but not a rupture. This necessarily demands that priests pray for their bishops and feel free to express their opinions with respect, courage and sincerity. It likewise demands that bishops demonstrate humility, an ability to listen, to be self-critical, and to let themselves be helped. If we can preserve this bond, we will advance securely on our way.

I think this is enough about closeness to the Bishop.

Closeness to other priests

The third form of closeness. Closeness to God, closeness to the Bishop and closeness to other priests. It is precisely on the basis of communion with the Bishop that a third form of closeness emerges, the closeness of fraternity. Jesus is present wherever there are brothers and sisters who love one another: “For where two or three are gathered in my name, I am there among them” (Mt 18:20). Fraternity, like obedience, cannot be a moral imposition from without. Fraternity means choosing deliberately to pursue holiness together with others, and not by oneself. As an African proverb, which you know well, says: “If you want to go fast, go alone; if you want to go far, go with others”. Sometimes it seems that the Church is slow, and that is true. Yet I like to think of it as the slowness of those who have chosen to walk in fraternity. Also accompanying those who are least, but always in fraternity.

The signs of fraternity are those of love. Saint Paul, in the First Letter to the Corinthians (Chapter 13), has left us a clear “roadmap” of love and, in a certain sense, has pointed out the goal of fraternity. Before all else, to learn patience, the ability to feel responsible for others, to bear their burdens, to suffer in some way with them. The opposite of patience is indifference, the distance we create with others, so as not to get involved in their lives. Many priests experience the drama of solitude, of loneliness. We can feel undeserving of patience or consideration. Indeed, it can appear that from others we can expect only judgment, not goodness or kindness. Others seem unable to rejoice in the good things happening in our lives, or we ourselves seem unable to rejoice when we see good things happening in the lives of others. This inability to rejoice in the good of others – and I want to emphasize this – is envy which is very present in our circles; it is an obstacle to the pedagogy of love, not merely a sin to be confessed. Sin is the end result, it comes from an attitude of envy. Envy is very present in priestly communities. God’s word tells us that it is a destructive attitude: through the envy of the devil, sin entered the world (cf. Wis 2:24). Envy is the door for destruction. We have to speak clearly about this: envy exists in our presbyterates. It is not that everyone is envious, no, but the temptation to envy is there at hand. We need to be attentive, for from envy comes gossip.

In order to feel part of the community or “group”, there is no need to put on masks to make ourselves more attractive to others. We have no need, in other words, to be boastful, much less to be inflated or, worse yet, to be arrogant or rude, lacking respect for our neighbor. There are also clerical forms of bullying. If there is one thing a priest can boast about, it is the Lord’s mercy. For conscious of his own sinfulness, weakness and limitations, he knows from experience that where sin abounds, love abounds all the more (cf. Rom 5:20). This is the first and most reassuring message that he brings. A priest who keeps this in mind is not, and cannot be, envious.

Fraternal love does not insist on its own way, or yield to anger or resentment, as if my brother or neighbour had somehow cheated me of something. When I encounter the meanness of others, I choose not to harbour a grudge, to make that my sole basis of judgment, even perhaps to the point of rejoicing over evil in the case of those who have caused me suffering. True love rejoices in the truth and considers it a grave sin to offend truth and the dignity of our brothers and sisters through slander, detraction and gossip. These originate in envy, to the point even of slander in order to get a position. And this is very sad. When we ask for information in order to appoint someone a Bishop, many times we receive information poisoned by envy. This is a sickness of our presbyterates. Many of you are formators in seminaries; you should bear this in mind.

We should never, on the other hand, allow fraternal love to be considered utopian, much less a trite phrase useful for awakening warm feelings or stilling disagreements. No! All of us know how difficult it can be to live in community, or in a presbyterate – a saint once said that community life was his penance – yet how difficult it is to live alongside those we have chosen to call our brothers and sisters. Fraternal love, provided we do not make it saccharine, redefine it or diminish it, is the “great prophecy” that we are called to embody in today’s throwaway society. I like to think of fraternal love as a “gymnasium of the spirit”, where we daily take stock of our progress and check the temperature of our spiritual life. Today the prophecy of fraternity has not faded, but it does need heralds, men and women who, while conscious of their own limitations and challenges, let themselves be touched, challenged and moved by the words of the Lord: “By this everyone will know that you are my disciples, if you have love for one another” (Jn 13:35).

Fraternal love, for priests, cannot be restricted to a small group, but finds expression in pastoral charity (cf. Pastores Dabo Vobis, 23), which inspires us to live that love concretely as mission. We can say that we love only if we learn to express love in the way that Saint Paul describes. Only the one who seeks to love remains secure. Those who live with the syndrome of Cain, convinced that they are incapable of loving others because they themselves feel unloved and unappreciated, end up living always as restless wanderers, never feeling quite at home, and precisely for this reason all the more exposed to evil: hurting themselves and hurting others. This is why love among priests has the role of safeguarding, of safeguarding each other mutually.

I would also add that when priestly fraternity, closeness among priests, thrives and bonds of true friendship exist, it likewise becomes possible to experience with greater serenity the life of celibacy. Celibacy is a gift that the Latin Church preserves, yet it is a gift that, to be lived as a means of sanctification, calls for healthy relationships, relationships of true esteem and true goodness that are deeply rooted in Christ. Without friends and without prayer, celibacy can become an unbearable burden and a counter-witness to the very beauty of the priesthood.

We come now to the fourth and last form of closeness, closeness to the holy People of God. We would do well to read Lumen Gentium, number 8 and number 12.

Closeness to people

I have often emphasized how our relationship with the holy People of God is for each of us not a duty but a grace: “Loving others is a spiritual force drawing us to union with God” (Evangelii Gaudium, 272). For this reason, the proper place of every priest is in the midst of people, in close relationship to others. In Evangelii Gaudium, I stressed that “to be evangelizers of souls, we need to develop a spiritual taste for being close to people’s lives and to discover that this is itself a source of greater joy. Mission is at once a passion for Jesus and a passion for his people. When we stand before Jesus crucified, we see the depth of his love which exalts and sustains us, but at the same time, unless we are blind, we begin to realize that Jesus’ gaze, burning with love, expands to embrace all his faithful people. We realize once more that he wants to make use of us to draw closer to his beloved people. Jesus wants to make use of priests to draw closer to the holy faithful People of God. He takes us from the midst of his people and he sends us to his people; without the sense of belonging we cannot understand our deepest identity” (No. 268). Priestly identity cannot be understood without this belonging to the holy faithful People of God.

I am convinced that, for a renewed understanding of the identity of the priesthood, it is important nowadays to be closely involved in people’s real lives, to live alongside them, without escape routes. “Sometimes we are tempted to be that kind of Christian who keeps the Lord’s wounds at arm’s length. Yet Jesus wants us to touch human misery, to touch the suffering flesh of others. He hopes that we will stop looking for those personal or communal niches which shelter us from the maelstrom of human misfortune and instead enter into the reality of other people’s lives and know the power of tenderness. Whenever we do so, our lives become wonderfully complicated and we experience intensely what it is to be a people, to be part of a people” (ibid., 270). “A people” is not a logical category, no; it is a mythic category. To understand this we must approach it as we approach a mythic category.

Closeness to the People of God, a closeness that, enriched by those three other forms of closeness, invites and indeed demands that we imitate the Lord’s own “style”. That style is one of closeness, compassion and tenderness, in which we act not as judges, but as Good Samaritans who acknowledge the wounds of our people, their silent sufferings, the self-denial and sacrifices made by so many fathers and mothers to support their families. Who acknowledge, too, the effects of violence, corruption and indifference that, in their wake, seek to stifle all hope. A style of closeness that allows us to pour balm upon wounds and to proclaim a year of favour from the Lord (cf. Is 61:2). It is imperative to remember that the People of God are hoping to find shepherds in the style of Jesus. Not “clerical functionaries” or “professionals of the sacred” – let’s recall that period in France, the time of the Curé of Ars: he was a curate, but there was also “monsieur l’abbé”, a clerical functionary. Today, too, people are asking us to be shepherds of the people and not “professionals of the sacred”, shepherds filled with compassion and concern. Men of courage, ready to draw near to those in pain and lend a helping hand. Contemplative men, whose closeness to people enables them to proclaim before the wounds of our world the power of the Resurrection even now at work.

One of the distinctive marks of this, our society of “networks”, is people’s growing sense of being “orphaned”, a current phenomenon. Though connected to everybody and everything, we lack the feeling of belonging, which is something more than mere connectivity. The closeness of a pastor makes it possible to gather a community and foster the growth of that sense of belonging. For we belong to God’s holy and faithful people, which is called to be a sign of the breaking of the kingdom of heaven into the here and now of history. If their shepherd strays or withdraws, the sheep will scatter and be at the mercy of any and every wolf.

This sense of belonging will in turn prove an antidote to the distortion of vocation that happens whenever we forget that the priestly life is owed to others – to the Lord and to the persons he has entrusted to us. Forgetting this is at the root of clericalism – what Cardinal Ouellet spoke of – and its consequences. Clericalism is a distortion, as is one of its signs, rigidity. Clericalism is a distortion because it is based not on closeness but on distance. This is strange: not closeness, but the opposite. When I think of clericalism, I also think of the clericalization of the laity: the creation of a small élite around the priest who end up betraying their own essential mission (cf. Gaudium et Spes, 44), the mission of the laity. Many lay persons are clericalized: “I belong to that association, we are there in the parish…”. The lay clericalized “elect” is a great temptation. Let us remember that “my mission of being in the heart of the people is not just a part of my life or a badge I can take off; it is not an ‘extra’ or just another moment in life. Instead, it is something I cannot uproot from my priestly being without destroying my very self. I am a mission on this earth; that is the reason why I am here in this world. We have to regard ourselves as sealed, even branded, by this mission of bringing light, blessing, enlivening, raising up, healing and freeing” (Evangelii Gaudium, 273).

I would like to relate this closeness to the people of God with closeness to God, since the prayer of a shepherd is nurtured and becomes incarnate in the heart of God’s people. When he prays, a pastor bears the marks of the sorrows and joys of his people, which he presents in silence to the Lord, to be anointed by the gift of the Holy Spirit. Such is the hope of every shepherd who trustingly and tirelessly works so that the Lord may bless his people.

Saint Ignatius teaches that “it is not knowing much but realizing and relishing things interiorly that contents and satisfies the soul” (Spiritual Exercises, Annotations, 2, 4). Bishops and priests would do well to ask, “How am I practicing these forms of closeness? How am I living these four aspects that intersect and shape my priestly heart, enabling me to deal with the tensions and imbalances that we experience daily?” Those four forms of closeness are good training for “playing on an open field”, where the priest is called to be present without fear or rigidity, without reducing or impoverishing his mission.

A priestly heart knows about closeness, because his primary form of closeness is with the Lord. May Christ visit his priests in their prayer, in their Bishop, in their brother priests and in their people. May he upset our routine, disrupt our lives and disquiet us – as at the time of our first love – and lead us to employ all our talents and abilities to ensure that our people may have life and life in abundance (cf. Jn 10:10). The forms of closeness that the Lord demands – closeness with God, closeness with the Bishop, closeness among us priests and closeness with the holy faithful People of God – are not an added burden: they are a gift that he gives to keep our vocation alive and fruitful. If we are tempted to get caught up in interminable speeches, discussions about the theology of the priesthood or theories about what the priesthood should be, the Lord for his part simply looks upon us with tenderness and compassion. He shows priests the signposts that point the way to appreciating and rekindling their missionary zeal: closeness that is compassionate and tender, closeness to God, to the Bishop, to brother priests and to the people entrusted to their care. A closeness in the “style” of God himself, who is ever close to us, with compassion and tender love.

Thank you for your closeness and patience, thank you, thank you very much! I wish all of you well in your work. I am going to the library because I have many appointments this morning. Please pray for me and I will pray for you. I wish you all good work!

[00234-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Liebe Brüder, guten Tag!

Ich bin dankbar für die Gelegenheit, diese Überlegungen mit euch zu teilen, die sich aus dem ergeben, was der Herr mir in den mehr als 50 Jahren meines Priestertums nach und nach gezeigt hat. Von diesem dankbaren Gedenken möchte ich jene Priester nicht ausnehmen, die mir seit meiner Kindheit durch ihr Leben und ihr Zeugnis gezeigt haben, was das Antlitz des Guten Hirten ausmacht. Ich habe darüber nachgedacht, was ich heute über das Leben eines Priesters sagen möchte, und bin dabei zu dem Schluss gekommen, dass das beste Wort dem Zeugnis entspringt, das ich im Laufe der Jahre von so vielen Priestern erhalten habe. Was ich hier anbiete, ist die Frucht des Nachdenkens über sie, ein Erkennen und Betrachten der Eigenschaften, die sie auszeichneten und ihnen eine einzigartige Kraft, Freude und Hoffnung in ihrer pastoralen Sendung verliehen.

Gleichzeitig muss ich dasselbe über die Brüder im priesterlichen Dienst sagen, die ich begleiten musste, weil sie das Feuer der ersten Liebe verloren hatten und ihr Dienst unfruchtbar, einförmig und fast sinnlos geworden war. Der Priester durchläuft in seinem Leben verschiedene Zustände und Momente; ich persönlich habe verschiedene Zustände und Momente durchlebt, und beim „Wiederkäuen“ der Regungen des Geistes habe ich festgestellt, dass in manchen Situationen, auch in Momenten der Prüfung, der Schwierigkeit und der Trostlosigkeit, wenn ich das Leben auf eine bestimmte Weise gelebt und geteilt habe, der Friede geblieben ist. Ich bin mir bewusst, dass es viel über das Priestertum zu sagen und zu theoretisieren gäbe; heute jedoch möchte ich diese „kleine Ernte“ mit euch teilen, damit der Priester von heute, unabhängig von der Situation, in der er sich gerade befindet, den Frieden und die Fruchtbarkeit erfahren kann, die der Geist schenken will. Ich weiß nicht, ob diese Überlegungen der „Schwanengesang“ meines priesterlichen Lebens sind, aber ich kann euch versichern, dass sie aus meiner Erfahrung stammen. Ich trage hier keine Theorie vor, ich spreche von dem, was ich erlebt habe.

Die Zeit, in der wir leben, verlangt von uns nicht nur, den Wandel aufzufangen, es geht darum, ihn in dem Bewusstsein anzunehmen, dass wir vor einem Epochenwechsel stehen – das habe ich schon mehrmals wiederholt. Sollten wir daran gezweifelt haben, so hat Covid es mehr als deutlich gemacht, dass es hierbei um weit mehr geht als um eine Frage der Gesundheit, um weit mehr als um eine Erkältung.

Mit einem solchen Wandel kann man immer auf verschiedene Weise umgehen. Das Problem ist, dass viele Handlungen und Haltungen nützlich und gut sein mögen, aber nicht alle den Geschmack des Evangeliums haben. Und hier ist der entscheidende Punkt: die Veränderung und das Handeln, die den Geschmack des Evangeliums haben oder nicht haben, dies gilt es zu unterscheiden. Zum Beispiel die Suche nach festgelegten Formen, die sehr oft in der Vergangenheit verankert sind und uns eine Art Schutz vor Risiken „garantieren“ und Zuflucht nehmen in einer Welt oder einer Gesellschaft, die nicht mehr existiert (wenn sie überhaupt jemals so existiert hat), als ob diese bestimmte Ordnung in der Lage wäre, die Konflikte zu beenden, die uns die Geschichte vor Augen führt. Das ist die Krise des Rückwärtsgehens im Sinne einer Flucht.

Eine andere Haltung kann die eines übertriebenen Optimismus sein – „alles wird gut“ –; ohne Einsicht und ohne die erforderlichen Entscheidungen zu weit zu gehen. Dieser Optimismus lässt am Ende die Verwundeten dieses Wandels außer Acht, er kann die Spannungen, die Komplexität und die Mehrdeutigkeit der Gegenwart nicht akzeptieren und erhebt die letzte Neuheit zur wahren Wirklichkeit und verachtet damit die Weisheit der Jahre. (Es handelt sich um zwei Arten der Flucht; es sind die Verhaltensweisen des Söldners, der den Wolf kommen sieht und flieht: er flieht in die Vergangenheit oder er flieht in die Zukunft). Keine dieser beiden Haltungen führt zu ausgereiften Lösungen. Die Konkretheit der Gegenwart, dort müssen wir innehalten, die Konkretheit der Gegenwart.

Im Gegenteil, ich mag die Haltung, die aus der zuversichtlichen Annahme der Realität kommt und in der weisen und lebendigen Tradition der Kirche verankert ist, die es sich leisten kann, ohne Angst hinauszufahren. Ich spüre, dass Jesus uns in diesem Moment der Geschichte erneut einlädt, „hinauszufahren“ (vgl. Lk 5,4), im Vertrauen darauf, dass er der Herr der Geschichte ist und dass wir, von ihm geleitet, in der Lage sein werden, den Horizont zu erkennen, den wir durchlaufen müssen. Unser Heil ist kein steriles Heil aus einem Labor, nein, oder aus einem rein geistigen Spiritualismus – immer ist da die Versuchung des Gnostizismus, diese Versuchung ist modern, sie ist aktuell – ; den Willen Gottes zu erkennen bedeutet, zu lernen, die Wirklichkeit mit den Augen des Herrn zu deuten, ohne dass es notwendig ist, dem auszuweichen, was unserem Volk dort widerfährt, wo es lebt; ohne die Angst, die uns dazu bringt, einen schnellen und beruhigenden Ausweg zu suchen, der sich von der Ideologie des Augenblicks oder von einer vorgefertigten Antwort leiten lässt. Beide sind nicht in der Lage, die schwierigsten und sogar dunkelsten Momente unserer Geschichte zu bewältigen. Diese beiden Wege würden dazu führen, unsere Geschichte als Kirche zu verleugnen, »die ruhmreich ist, insofern sie eine Geschichte der Opfer, der Hoffnung, des täglichen Ringens, des im Dienst aufgeriebenen Lebens, der Beständigkeit in mühevoller Arbeit ist« (Apostolisches Schreiben Evangelii Gaudium, 96).

In diesem Zusammenhang ist auch das priesterliche Leben von dieser Herausforderung betroffen; ein Symptom dafür ist die Berufungskrise, von der unsere Gemeinschaften mancherorts heimgesucht werden. Es ist jedoch auch wahr, dass dies oft dem Fehlen eines ansteckenden apostolischen Eifers in den Gemeinschaften geschuldet ist, was bedeutet, dass sie keine Begeisterung wecken und wenig Anziehungskraft haben: funktionale Gemeinschaften, zum Beispiel, die gut organisiert sind, aber ohne Begeisterung, alles ist dort in Ordnung, aber es fehlt das Feuer des Geistes. Wo es Leben, Eifer und den Wunsch gibt, Christus zu den Mitmenschen zu bringen, entstehen echte Berufungen. Selbst in Pfarreien, in denen die Priester nicht sehr engagiert und freudig sind, ist es das geschwisterliche und glühende Gemeinschaftsleben, das den Wunsch weckt, sich ganz Gott und der Verkündigung des Evangeliums zu weihen, vor allem, wenn diese lebendige Gemeinschaft eindringlich um Berufungen betet und den Mut hat, ihren jungen Menschen einen Weg besonderer Hingabe vorzuschlagen. Wenn wir in den Funktionalismus, in die pastorale Organisation - alles und nur das - verfallen, zieht das die Menschen nicht an, aber wenn es einen Priester oder eine Gemeinschaft gibt, die diesen christlichen, von der Taufgnade herrührenden Eifer hat, gibt es eine Anziehungskraft für neue Berufungen.

Das Leben eines Priesters ist in erster Linie die Heilsgeschichte eines getauften Menschen. Kardinal Ouellet hat von dieser Unterscheidung zwischen dem Weihepriestertum und dem Priestertum aller Getauften gesprochen. Manchmal vergessen wir die Taufe, und der Priester wird zu einer Funktion: Funktionalismus, und das ist gefährlich. Wir dürfen nie vergessen, dass jede besondere Berufung, auch die zu den heiligen Weihen, die Vollendung der Taufe ist. Es ist immer eine große Versuchung, ein Priestertum ohne Taufe zu leben – und solche Priester „ohne Taufe“ gibt es – das heißt, ohne die Erinnerung daran, dass unsere erste Berufung die Berufung zur Heiligkeit ist. Heilig zu sein bedeutet, Jesus gleichgestaltet zu sein und ein Leben nach seiner Gesinnung zu führen (vgl. Phil 2,15). Nur wenn wir versuchen, so zu lieben, wie Jesus geliebt hat, machen auch wir Gott sichtbar und verwirklichen so unsere Berufung zur Heiligkeit. Der heilige Johannes Paul II. hat zu Recht daran erinnert, dass »der Priester wie die Kirche in dem Bewusstsein wachsen [muss], dass er es nötig hat, selbst ständig evangelisiert zu werden« (Nachsynodales Apostolisches Schreiben Pastores dabo Vobis, 25. März 1992, 26). Und dann geh du mal zu irgendeinem Bischof, zu irgendeinem Priester, und sag ihm, dass er evangelisiert werden muss... die verstehen das nicht. Und das passiert, das ist das Drama von heute.

Jede spezifische Berufung muss dieser Art von Unterscheidung unterzogen werden. Unsere Berufung ist in erster Linie eine Antwort auf den, der uns zuerst geliebt hat (vgl. 1 Joh 4,19). Und das ist die Quelle der Hoffnung, denn auch in der Krise hört der Herr nicht auf, zu lieben und deshalb Menschen zu berufen. Und dafür sind wir alle Zeugen: Eines Tages kam der Herr zu uns, dort wo wir waren und wie wir waren, in widersprüchlichen Kontexten oder mit komplexen Familiensituationen. Ich lese immer wieder gerne Ezechiel 16 und finde mich dann manchmal darin wieder: Er hat mich hier gefunden, er hat mich so gefunden, und er hat mich weitergebracht... Aber das brachte ihn nicht von seinem Willen ab, mit einem jeden von uns die Heilsgeschichte fortzuschreiben. Von Anfang an war das so – man denke an Petrus und Paulus, Matthäus..., um nur einige zu nennen. Ihre Erwählung beruhte nicht auf einer idealen Option, sondern auf einem konkreten Einsatz für jeden einzelnen von ihnen. Keiner muss sich angesichts seines Menschseins, seiner Geschichte und seines Charakters fragen, ob die eigene Berufungsentscheidung passend ist oder nicht, sondern ob diese Berufung in seinem Gewissen das Potential der Liebe freisetzt, das wir am Tag unserer Taufe empfangen haben.

In diesen Zeiten des Wandels gibt es viele Fragen und auch Versuchungen, denen man sich stellen muss. Deshalb möchte ich mich in diesem Beitrag einfach auf das konzentrieren, was ich für das Leben eines Priesters heute für entscheidend halte, und dabei berücksichtigen, was Paulus sagt: »In ihm – das heißt in Christus – wird der ganze Bau zusammengehalten und wächst zu einem heiligen Tempel im Herrn« (Eph 2,21). Zusammengehalten werden und wachsen, das bedeutet, in Harmonie wachsen, und etwas in Harmonie wachsen lassen, das kann nur der Heilige Geist, wie es der heilige Basilius so schön formuliert hat: „Ipse harmonia est“, Nummer 38 des Traktats [„Über den Heiligen Geist“]. Um zu bestehen, braucht jede Konstruktion, so denke ich, solide Fundamente; deshalb möchte ich über die Haltungen sprechen, die der Person des Priesters Festigkeit verleihen; ich möchte sprechen über – ihr habt das schon gehört, aber ich wiederhole es noch einmal – die vier Grundpfeiler unseres priesterlichen Lebens, die wir „vier Arten von Nähe“ nennen wollen, weil sie dem Stil Gottes folgen, der im Letzen ein Stil der Nähe ist (vgl. Dtn 4,7). Er selbst definiert sich gegenüber dem Volk so: „Sagt mir, welchem Volk sind seine Götter so nahe wie ich euch?“. Gottes Stil ist Nähe, eine besondere Nähe, Mitgefühl und Zärtlichkeit. Diese drei Worte bestimmen das Leben eines Priesters und auch das eines Christen, denn sie entsprechen genau dem Stil Gottes: Nähe, Mitgefühl und Zärtlichkeit.

Auf diesen Zusammenhang habe ich bereits früher hingewiesen, aber heute möchte ich ausführlicher darauf eingehen, denn der Priester braucht keine Rezepte oder Theorien, sondern konkrete Werkzeuge, mit denen er seinen Dienst, seine Sendung und sein tägliches Leben angehen kann. Paulus ermahnt Timotheus, die Gabe Gottes, die ihm durch Handauflegung zuteilwurde, lebendig zu erhalten, und die nicht Geist der Verzagtheit, sondern der Kraft, der Liebe und der Besonnenheit ist (vgl. 2 Tim 1,6-7). Ich glaube, dass diese vier Säulen, diese vier Arten der Nähe, über die ich jetzt sprechen werde, auf praktische, konkrete und hoffnungsvolle Weise dazu beitragen können, das Geschenk und die Fruchtbarkeit, die uns einst versprochen wurden, wieder zu beleben, dieses Geschenk am Leben zu erhalten.

Nähe zu Gott

Das heißt, die Nähe zum Herrn, der vielfach nahe ist. »Ich bin der Weinstock, ihr seid die Reben« – das ist die Stelle, wo das Johannesevangelium vom „bleiben“ spricht. »Wer in mir bleibt und in wem ich bleibe, der bringt reiche Frucht; denn getrennt von mir könnt ihr nichts vollbringen. Wer nicht in mir bleibt, wird wie die Rebe weggeworfen und er verdorrt. Man sammelt die Reben, wirft sie ins Feuer und sie verbrennen. Wenn ihr in mir bleibt und meine Worte in euch bleiben, dann bittet um alles, was ihr wollt: Ihr werdet es erhalten« (Joh 15,5-7).

Der Priester ist vor allem eingeladen, diese Nähe, diese Intimität mit Gott zu pflegen, und aus dieser Beziehung wird er all die nötige Kraft für seinen Dienst schöpfen können. Die Beziehung zu Gott ist gewissermaßen das Pfropfreis, das uns in einer fruchtbaren Verbindung hält. Ohne eine nennenswerte Beziehung zum Herrn wird unser Dienst ganz sicher steril werden. Die Nähe zu Jesus, der Kontakt mit seinem Wort, ermöglicht es uns, unser Leben mit dem seinem in Bezug zu setzen und zu lernen, an nichts, was uns widerfährt, Anstoß zu nehmen und uns vor den „Skandalen“ schützen. Wie der Herr selbst werdet auch Ihr Momente der Freude und der Hochzeit, der Wunder und der Heilungen, der Brotvermehrung und der Ruhe erleben. Es wird Zeiten geben, in denen man gelobt wird, aber es wird auch Zeiten der Undankbarkeit, der Ablehnung, des Zweifels und der Einsamkeit geben, bis zu dem Punkt, an dem man sagen muss: »Mein Gott, mein Gott, warum hast du mich verlassen?« (Mt 27,46).

Die Nähe zu Jesus kann uns die Angst vor diesen Momenten nehmen – nicht, weil wir stark sind, sondern weil wir auf ihn schauen, uns an ihm festhalten und zu ihm sagen: »Herr, lass mich nicht in Versuchung geraten! Lass mich verstehen, dass ich einen wichtigen Moment in meinem Leben erlebe und dass du mit mir bist, um meinen Glauben und meine Liebe zu prüfen« (C.M. Martini, Incontro al Signore Risorto, San Paolo, 102). Diese Nähe zu Gott nimmt manchmal die Form eines Kampfes an: eines Ringens mit dem Herrn, besonders in Zeiten, in denen seine Abwesenheit im Leben des Priesters oder im Leben der ihm anvertrauten Menschen am stärksten zu spüren ist. Die ganze Nacht kämpfen und um seinen Segen bitten (vgl. Gen 32,25-27), das wird für viele eine Quelle des Lebens sein. Manchmal ist es ein Kampf. Ein Priester, der hier in der Kurie arbeitet - er hat eine schwierige Aufgabe, nämlich für Ordnung an einem Ort zu sorgen, er ist jung, - er erzählte mir, dass er müde nach Hause kam, er kam müde nach Hause, aber er ruhte sich vor dem Schlafengehen mit dem Rosenkranz in der Hand vor dem Bild der Muttergottes aus. Er brauchte diese Nähe, ein Mitarbeiter in der Kurie, ein Angestellter des Vatikans. Es gibt viel Kritik an den Leuten in der Kurie, bisweilen zu Recht, aber ich kann auch sagen und bezeugen, dass es hier Heilige gibt, das ist wahr.

Viele Krisen im Leben eines Priesters haben ihren Ursprung gerade in einem unzureichenden Gebetsleben, in einem Mangel an Intimität mit dem Herrn, in einer Reduzierung des geistlichen Lebens auf bloß äußerliche religiöse Praxis. Das will auch bei der Ausbildung unterschieden werden: Geistliches Leben ist das eine, religiöse Praxis das andere. „Wie steht es um dein geistliches Leben?“ – „Gut, gut. Ich meditiere morgens, ich bete den Rosenkranz, ich bete die 'Schwiegermutter' – die Schwiegermutter ist das Brevier – ich bete das Brevier und all das ... ich mache alles.“ Nein, das ist religiöse Praxis. Aber wie steht es um dein geistliches Leben? Ich erinnere mich an wichtige Momente in meinem Leben, wo die Nähe zum Herrn entscheidend dazu beitrug, dass ich mich auf den Beinen halten konnte, in dunklen Zeiten. Ohne die Intimität des Gebets, des geistlichen Lebens, der konkreten Nähe zu Gott durch das Hören des Wortes, die Feier der Eucharistie, die Stille der Anbetung, das Sich-Anvertrauen an Maria, die weise Begleitung durch einen Seelenführer, das Sakrament der Versöhnung, ohne diese konkreten Arten der Nähe ist ein Priester sozusagen nur ein müder Arbeiter, der nicht in den Genuss der Wohltaten für die Freunde des Herrn kommt. In der anderen Diözese habe ich die Priester gerne gefragt: „Und erzähl mir – sie erzählten mir von ihren Tätigkeiten – erzähl mir, wie gehst du ins Bett?“. Und sie haben das nicht verstanden. „Ja, ja, wie gehst du denn abends ins Bett?“ – „Ich komme müde nach Hause, esse einen Happen und gehe ins Bett, und vor dem Bett läuft der Fernseher...“ – „Ah, gut! Und schaust du nicht kurz beim Herrn vorbei, um ihm wenigstens gute Nacht zu sagen?“ Das ist das Problem. Mangel an Nähe. Es ist normal, müde von der Arbeit zu sein und sich auszuruhen und fernzusehen, das ist legitim, aber ohne den Herrn, ohne diese Nähe. Er hatte den Rosenkranz gebetet, er hatte das Brevier gebetet, aber ohne Vertrautheit mit dem Herrn. Er hatte nicht das Bedürfnis, dem Herrn zu sagen: „Ciao, bis morgen, vielen Dank!“ Es sind kleine Gesten, die die Haltung einer priesterlichen Seele offenbaren. Allzu oft wird zum Beispiel im priesterlichen Leben das Gebet als reine Pflichterfüllung gesehen, wobei vergessen wird, dass Freundschaft und Liebe nicht als äußere Regel auferlegt werden können, sondern eine grundlegende Entscheidung unseres Herzens sind. Ein Priester, der betet, bleibt ein Christ von der Wurzel her, der die in der Taufe empfangene Gabe voll verstanden hat. Ein Priester, der betet, ist ein Sohn, der sich ständig daran erinnert, dass er ein Sohn ist und dass er einen Vater hat, der ihn liebt. Ein Priester, der betet, ist ein Sohn, der sich in die Nähe des Herrn begibt.

Aber all das ist schwierig, wenn man keine festen Zeiten der Stille in den Tagesablauf integriert hat, wenn man nicht weiß, wie man die „Aktivität“ Marthas ablegen kann, um das „Dasein“ Marias zu lernen. Es ist schwierig, dem Aktivismus abzuschwören – oft ist der Aktivismus eine Flucht –, denn wenn man aufhört, sich mit etwas zu beschäftigen, kommt nicht sofort Friede in das Herz, sondern Melancholie; und um nicht in Melancholie zu geraten, ist man bereit, niemals innezuhalten. Da ist die Arbeit eine Ablenkung, um nicht in Melancholie zu geraten. Aber diese Trostlosigkeit ist ein bisschen der Punkt der Begegnung mit dem Herrn. Gerade wenn man die Melancholie annimmt, die der Stille entspringt, aus dem Verzicht auf Aktivität und viele Worte, aus dem Mut, sich aufrichtig zu prüfen, gerade dann erscheint alles in einem Licht und einem Frieden, der nicht mehr auf unseren eigenen Kräften und Fähigkeiten beruht. Es geht darum, zu lernen, den Herrn weiter in jeder Person wirken zu lassen und alles zu beschneiden, was unproduktiv und unfruchtbar ist und die Berufung verzerrt. Ausharren im Gebet bedeutet nicht nur, einer Praxis treu zu bleiben: Es bedeutet, nicht wegzulaufen, wenn eben das Gebet uns in die Wüste führt. Der Weg durch die Wüste ist der Weg, der zur Vertrautheit mit Gott führt, allerdings unter der Bedingung, dass wir nicht weglaufen, dass wir keine Wege finden, dieser Begegnung zu entkommen. In der Wüste „will ich ihm zu Herzen reden“, sagt der Herr über sein Volk durch den Propheten Hosea (vgl. 2,16). Das ist eine Frage, die sich der Priester stellen muss: ob er in der Lage ist, sich in die Wüste führen zu lassen. Die Seelenführer, die die Priester begleiten, müssen verstehen, müssen ihnen helfen und ihnen diese Frage stellen: Bist du fähig, dich in die Wüste zu begeben? Oder gehst du direkt in die Oase des Fernsehens oder sonst wohin?

Die Nähe zu Gott ermöglicht es dem Priester, mit dem Schmerz in unserem Herzen in Kontakt zu treten, der, wenn er angenommen wird, uns so weit entwaffnet, dass eine Begegnung möglich wird. Das Gebet, das wie ein Feuer das priesterliche Leben beseelt, ist der Schrei eines zerbrochenen und zerschlagenen Herzens, das – so sagt uns das Wort Gottes – der Herr nicht verschmäht (vgl. Ps 51,19). »Die aufschrien hat der Herr erhört, er hat sie all ihren Nöten entrissen. Nahe ist der Herr den zerbrochenen Herzen, und dem zerschlagenen Geist bringt er Hilfe« (Ps 34,18-19).

Ein Priester braucht ein Herz, das genügend Weite besitzt, um dem Schmerz der ihm anvertrauten Menschen Raum zu geben und gleichzeitig als Wächter die Morgenröte der Gnade Gottes anzukündigen, die sich gerade in diesem Schmerz zeigt. In der Gegenwart des Herrn das eigene Elend zu umarmen, anzunehmen und ihm darzubringen, wird gewiss die beste Schule sein, um nach und nach all dem Elend und dem Schmerz, denen er in seinem Dienst täglich begegnen wird, immer mehr Raum zu geben, bis er dem Herzen Christi gleicht. Und das bereitet den Priester auch auf eine andere Nähe vor: die zum Volk Gottes. In seiner Nähe zu Gott verstärkt der Priester die Nähe zu seinem Volk; und umgekehrt lebt er in der Nähe zu seinem Volk auch die Nähe zu seinem Herrn. Und diese Nähe zu Gott – das fällt mir auf – ist die erste Aufgabe der Bischöfe, denn als die Apostel die Diakone „erfinden“, da erklärt Petrus ihre Funktion und sagt: „Und uns – den Bischöfen – obliegt das Gebet und die Verkündigung des Wortes“ (vgl. Apg 6,4). Mit anderen Worten: Die erste Aufgabe des Bischofs ist das Gebet; und auch der Priester hat diese Aufgabe: zu beten.

Johannes der Täufer sagte: »Er muss wachsen, ich aber geringer werden« (Joh 3,30). Die Intimität mit Gott macht all dies möglich, denn im Gebet erfährt man, dass man in seinen Augen groß ist, und dann ist es für die Priester, die dem Herrn nahestehen, kein Problem mehr, in den Augen der Welt klein zu werden. Und dort, in dieser Nähe, ist es nicht mehr beängstigend, dem gekreuzigten Jesus ähnlich zu werden, so wie es im Ritus der Priesterweihe von uns verlangt wird. Das ist etwas sehr Schönes, aber oft vergessen wir es.

Kommen wir nun zur zweiten Nähe, die etwas kürzer sein wird als die erste.

Nähe zum Bischof

Diese zweite Nähe wurde lange Zeit nur einseitig wahrgenommen. Als Kirche haben wir allzu oft, auch heute noch, den Gehorsam nicht dem Evangelium entsprechend interpretiert. Der Gehorsam ist keine disziplinäre Beifügung, sondern das stärkste Wesensmerkmal der Bande, die uns als Gemeinschaft vereinen. Gehorchen, in diesem Fall dem Bischof, bedeutet zu lernen, zuzuhören und sich daran zu erinnern, dass niemand den Anspruch erheben kann, den Willen Gottes zu kennen, und dass dieser nur durch Unterscheidung verstanden werden kann. Gehorsam ist also das Hören auf den Willen Gottes, der nur in einer festen Beziehung erkannt werden kann. Eine solche Haltung des Zuhörens ermöglicht es, die Idee zu entwickeln, dass niemand das Prinzip und Fundament des Lebens ist, sondern dass jeder notwendigerweise mit den anderen in Beziehung stehen muss. Diese Logik der Nähe – in diesem Fall zum Bischof, aber das gilt auch für die anderen Arten der Nähe – ermöglicht es, aller Versuchung zu widerstehen, sich zu verschließen, sich selbst zu rechtfertigen und ein Leben „als Junggeselle“, oder gar als „eingefleischter Junggeselle“ zu führen. Wenn Priester sich verschließen … dann enden sie als „eingefleischte Junggesellen“ mit allen Junggesellen-Manien und das ist nicht schön. Diese Nähe lädt im Gegenteil dazu ein, sich an andere Instanzen zu wenden, um den Weg zu finden, der zur Wahrheit und zum Leben führt.

Der Bischof ist kein Schulaufseher, er ist kein Aufpasser, er ist ein Vater, und er sollte diese Nähe geben. Der Bischof muss versuchen, sich so zu verhalten, da er sonst die Priester entfremdet oder nur die ehrgeizigen unter ihnen anzieht. Der Bischof, wer auch immer er sein mag, bleibt für jeden Priester und für jede Teilkirche ein Bindeglied, das hilft, den Willen Gottes zu erkennen. Aber wir dürfen nicht vergessen, dass der Bischof selbst nur dann ein Werkzeug dieser Unterscheidung sein kann, wenn auch er auf die Wirklichkeit seiner Priester und des ihm anvertrauten heiligen Gottesvolkes hört. In Evangelii gaudium habe ich geschrieben: »Wir müssen uns in der Kunst des Zuhörens üben, die mehr ist als Hören. In der Verständigung mit den anderen steht an erster Stelle die Fähigkeit des Herzens, welche die Nähe möglich macht, ohne die es keine wahre geistliche Begegnung geben kann. Zuhören hilft uns, die passende Geste und das passende Wort zu finden, die uns aus der bequemen Position des Zuschauers herausholen. Nur auf der Grundlage dieses achtungsvollen, mitfühlenden Zuhörens ist es möglich, die Wege für ein echtes Wachstum zu finden, das Verlangen nach dem christlichen Ideal und die Sehnsucht zu wecken, voll auf die Liebe Gottes zu antworten und das Beste, das Gott im eigenen Leben ausgesät hat, zu entfalten« (Nr. 171).

Es ist kein Zufall, dass das Böse, um die Fruchtbarkeit des kirchlichen Handelns zu zerstören, versucht, die Bande, die uns zusammenhalten, zu untergraben. Es gilt, die Bindung des Priesters an die Teilkirche, das Institut, dem er angehört, und an den Bischof zu verteidigen, und dies macht das priesterliche Leben verlässlich. Die Bindungen bewahren. Der Gehorsam ist die grundlegende Entscheidung, diejenigen anzunehmen, die als konkretes Zeichen des universalen Heilssakraments, das die Kirche ist, unsere Vorgesetzten sind. Gehorsam, der auch Konfrontation, Zuhören und in manchen Fällen auch Spannung bedeuten kann, ohne dass es jedoch zum Bruch kommt. Dies erfordert von den Priestern, für die Bischöfe zu beten und ihre Meinung respektvoll, mutig und aufrichtig zu äußern. Das verlangt auch von den Bischöfen Demut, die Fähigkeit zuzuhören, selbstkritisch zu sein und sich helfen zu lassen. Wenn wir diese Verbindung bewahren, werden wir auf unseren Weg sicher vorankommen.

Und ich glaube, das genügt, was die Nähe zu den Bischöfen betrifft.

Nähe der Priester untereinander

Das ist die dritte Art der Nähe. Nähe zu Gott, Nähe zu den Bischöfen, Nähe zu den anderen Priestern. Eben aus dieser Gemeinschaft mit dem Bischof ergibt sich die dritte Art von Nähe, nämlich die der brüderlichen Gemeinschaft. Jesus offenbart sich dort, wo es Brüder gibt, die bereit sind, einander zu lieben: »Wo zwei oder drei in meinem Namen versammelt sind, da bin ich mitten unter ihnen« (Mt 18,20). Wie der Gehorsam, so kann auch die Brüderlichkeit nicht als eine von außen auferlegte moralische Verpflichtung verstanden werden. Brüderlichkeit bedeutet, sich bewusst dafür zu entscheiden, mit anderen und nicht in Einsamkeit den Weg der Heiligkeit zu gehen. Heilig mit anderen. Ein afrikanisches Sprichwort, das ihr gut kennt, sagt: „Wenn du schnell gehen willst, geh allein; wenn du weit gehen willst, geh mit anderen“. Manchmal hat man den Eindruck, dass die Kirche langsam ist – und das stimmt auch –, aber mir gefällt der Gedanke, dass es sich dabei um die Langsamkeit derer handelt, die sich entschieden haben, in brüderlicher Gemeinschaft zu gehen. Auch die Geringsten zu begleiten, aber immer auf geschwisterliche Weise.

Die Merkmale der Geschwisterlichkeit sind die der Liebe. Der heilige Paulus hat uns im Ersten Brief an die Korinther (Kapitel 13) eine klare „Landkarte“ der Liebe hinterlassen und in gewissem Sinne aufgezeigt, worauf die Brüderlichkeit abzielen sollte. Erstens geht es darum, Geduld zu erlernen, d.h. die Fähigkeit, sich für andere verantwortlich zu fühlen, ihre Lasten zu tragen, in gewissem Sinne mit ihnen zu leiden. Das Gegenteil von Geduld ist Gleichgültigkeit, die Distanz, die wir zu anderen aufbauen, um ihr Leben nicht an uns heranzulassen. Viele Priester erleben eine schlimme Einsamkeit, das Gefühl des Alleinseins. Sie meinen, der Geduld und der Rücksicht anderer nicht würdig zu sein. Im Gegenteil, es scheint ihnen, dass von anderen nur Urteile kommen und nicht das Gute, nicht die Güte. Der andere ist unfähig, sich über das Gute zu freuen, das uns im Leben widerfährt, oder auch ich bin unfähig dazu, wenn ich das Gute im Leben der anderen sehe. Diese Unfähigkeit, sich über das Wohlergehen anderer, der anderen, zu freuen, ist der Neid, der unsere Lebenswelten so sehr heimsucht und für die Pädagogik der Liebe ein Kampf ist, nicht einfach eine Sünde, die man beichten muss. Die Sünde ist das Letzte, es ist die Einstellung, die neidisch ist. Der Neid ist in priesterlichen Gemeinschaften sehr präsent. Und das Wort Gottes sagt uns, dass dies eine zerstörerische Haltung ist: Durch den Neid des Teufels ist die Sünde in die Welt gekommen (vgl. Weish 2,24). Der Neid ist die Tür, die Tür zur Zerstörung. Und da müssen wir ganz klar sagen, in unseren Priestern gibt es Neid. Nicht jeder ist neidisch, nein, aber die Versuchung des Neides ist groß. Wir sollten vorsichtig sein. Und aus Neid kommt das Gerede.

Um sich der Gemeinschaft zugehörig zu fühlen, um ein „Wir-Gefühl“ zu entwickeln, brauchen wir nicht Masken zu tragen, die ein rein positives Bild von uns vermitteln. Das heißt, wir müssen nicht prahlen, wir müssen uns nicht aufblähen oder, noch schlimmer, verletzend werden und dürfen uns unseren Mitmenschen gegenüber nicht ungehörig verhalten. Es gibt auch klerikale Formen von bullying. Denn wenn ein Priester etwas hat, dessen er sich rühmen kann, dann ist das die Barmherzigkeit des Herrn; er kennt seine eigene Sünde, sein eigenes Elend und seine eigene Begrenztheit, aber er hat erfahren, dass dort, wo die Sünde mächtig wurde, die Liebe übergroß wurde (vgl. Röm 5,20); und das ist schon seine erste frohe Botschaft. Ein Priester, der das präsent hat, ist nicht neidisch, er kann nicht neidisch sein.

Die brüderliche Liebe sucht nicht das Eigeninteresse, sie lässt keinen Raum für Zorn, für Groll, als ob mein Bruder mich irgendwie um irgendetwas betrogen hätte. Und wenn ich dem Elend des anderen begegne, bin ich bereit, das Böse nicht nachzutragen, es nicht zum einzigen Kriterium der Beurteilung zu machen oder gar mich über die Ungerechtigkeit zu freuen, wenn sie eben die Person betrifft, die mich leiden ließ. Wahre Liebe freut sich an der Wahrheit und hält es für eine schwere Sünde, die Wahrheit und die Würde der Brüder und Schwestern durch Verleumdung, Verunglimpfung und Klatsch anzugreifen. Der Ursprung ist der Neid. Dazu kommt es, sogar zu Verleumdungen, um eine Position zu erreichen... Und das ist sehr traurig. Wenn von hier aus Informationen angefordert werden, um jemanden zum Bischof zu machen, erhalten wir oft Informationen, die krank sind vor Neid. Und das ist eine Krankheit unserer Priester. Viele von euch sind Ausbilder in den Seminaren, bedenkt dies.

In diesem Sinne darf die brüderliche Liebe jedoch nicht als Utopie betrachtet werden, geschweige denn als „Gemeinplatz“, wo beschauliche Reden mit schönen Gefühlen oder gemessenen Worten gehalten werden. Nein. Wir alle wissen, wie schwierig es sein kann, in einer Gemeinschaft oder in der Gemeinschaft mit den anderen Priestern zu leben – irgendein Heiliger hat einmal gesagt: das Gemeinschaftsleben ist meine Bußübung –, wie schwer ist es doch, das tägliche Leben mit denen zu teilen, die wir als Brüder anerkennen wollen. Die brüderliche Liebe ist, wenn wir sie nicht beschönigen, anpassen oder verharmlosen wollen, die „große Prophetie“, zu der wir in unserer Wegewerfgesellschaft gerufen sind. Ich stelle mir die brüderliche Liebe gerne als ein Fitness-Studio des Geistes vor, wo wir uns Tag für Tag mit uns selbst messen und ein Thermometer für unser geistliches Leben haben. Heute bleibt die Prophetie der Brüderlichkeit lebendig und sie braucht Verkünder; sie braucht Menschen, die sich im Bewusstsein ihrer eigenen Grenzen und der auftretenden Schwierigkeiten von den Worten des Herrn berühren, herausfordern und bewegen lassen: »Daran werden alle erkennen, dass ihr meine Jünger seid: wenn ihr einander liebt« (Joh 13,35).

Für die Priester bleibt die brüderliche Liebe nicht auf eine kleine Gruppe beschränkt, sondern findet ihren weiteren Ausdruck in der pastoralen Liebe (vgl. Nachsynodales Apostolisches Schreiben Pastores Dabo Vobis, 23), die uns ermutigt, sie in unserer jeweiligen Aufgabe konkret zu leben. Wir können sagen, dass wir lieben, wenn wir lernen, dieser Liebe, wie von Paulus beschrieben, Ausdruck zu verleihen. Und nur die, die zu lieben suchen, gehen den sicheren Weg. Diejenigen, die mit dem Kain-Syndrom leben, in der Überzeugung, nicht lieben zu können, weil sie immer das Gefühl haben, selbst nicht geliebt und nicht wertgeschätzt zu werden, nicht die richtige Anerkennung zu erfahren, leben letztlich immer wie Vagabunden, die sich nirgends zu Hause fühlen und gerade deshalb dem Bösen stärker ausgesetzt sind: der Gefahr, sich selbst und anderen zu schaden. Deswegen hat die Liebe unter den Priestern eine beschützende Funktion, sich gegenseitig zu behüten.

Ich würde sogar so weit gehen zu sagen, dass dort, wo die priesterliche Brüderlichkeit funktioniert, die Nähe der Priester untereinander, wo echte Bande der Freundschaft bestehen, es auch möglich ist, die Entscheidung für den Zölibat mit größerer Gelassenheit zu leben. Der Zölibat ist ein Geschenk, das die lateinische Kirche bewahrt, aber es ist ein Geschenk, das, wenn es als Weg der Heiligung gelebt werden soll, gesunde Beziehungen braucht, Beziehungen, die von echtem Wohlwollen und echter Güte geprägt sind und die in Christus wurzeln. Ohne Freunde und ohne Gebet kann der Zölibat zu einer unerträglichen Last werden und die Schönheit des Priesterseins entstellen.

Jetzt kommen wir zur vierten Art von Nähe, der letzten, nämlich der Nähe zum Volk Gottes, zum heiligen und gläubigen Volk Gottes. Es wäre gut, Lumen gentium zu lesen, Nummer 8 und Nummer 12.

Die Nähe zu den Menschen

Schon oft habe ich betont, dass die Beziehung zu Gottes heiligem Volk für jeden von uns nicht eine Pflicht, sondern eine Gnade ist. »Die Liebe zu den Menschen ist eine geistliche Kraft, welche die volle Begegnung mit Gott erleichtert« (Evangelii gaudium, 272). Deshalb ist der Platz eines jeden Priesters inmitten des Volkes, in einer Beziehung der Nähe zum Volk.

In Evangelii gaudium habe ich darauf hingewiesen, dass wir, um Verkünder des Evangeliums zu sein, auch ein geistliches Wohlgefallen daran finden müssen, »nahe am Leben der Menschen zu sein, bis zu dem Punkt, dass man entdeckt, dass dies eine Quelle höherer Freude ist. Die Mission ist eine Leidenschaft für Jesus, zugleich aber eine Leidenschaft für sein Volk. Wenn wir vor dem gekreuzigten Jesus verweilen, erkennen wir all seine Liebe, die uns Würde verleiht und uns trägt; wenn wir aber nicht blind sind, beginnen wir zugleich wahrzunehmen, dass dieser Blick Jesu sich weitet und sich voller Liebe und innerer Glut auf sein ganzes gläubiges Volk richtet. So entdecken wir wieder neu, dass er uns als Werkzeug nehmen will, um seinem geliebten Volk immer näher zu kommen. Jesus möchte sich der Priester bedienen, um dem heiligen und gläubigen Volk Gottes näher zu kommen. Er nimmt uns aus der Mitte des Volkes und sendet uns zum Volk, sodass unsere Identität nicht ohne diese Zugehörigkeit verstanden werden kann« (ebd., 268). Die priesterliche Identität ist ohne Zugehörigkeit zum heiligen und gläubigen Volk Gottes nicht denkbar.

Ich bin mir sicher, dass es, um die Identität des Priestertums neu zu verstehen, heute wichtig ist, in engem Bezug zum realen Leben der Menschen zu leben, an ihrer Seite, ohne Fluchtwege. »Zuweilen verspüren wir die Versuchung, Christen zu sein, die einen sicheren Abstand zu den Wundmalen des Herrn halten. Jesus aber will, dass wir mit dem menschlichen Elend in Berührung kommen, dass wir mit dem leidenden Leib der anderen in Berührung kommen. Er hofft, dass wir darauf verzichten, unsere persönlichen oder gemeinschaftlichen Zuflüchte zu suchen, die uns erlauben, gegenüber dem Kern des menschlichen Leids auf Distanz zu bleiben, damit wir dann akzeptieren, mit dem konkreten Leben der anderen ernsthaft in Berührung zu kommen und die Kraft der Zartheit kennen lernen. Wenn wir das tun, wird das Leben für uns wunderbar komplex, und wir machen die tiefe Erfahrung, Volk zu sein, die Erfahrung, zu einem Volk zu gehören« (ebd., 270). Und das Volk ist keine logische Kategorie, nein, es ist eine mythische Kategorie; um es zu verstehen, müssen wir uns ihm annähern, wie man sich einer mythischen Kategorie annähert.

Die Nähe zum Volk Gottes. Eine Nähe, die, bereichert durch die anderen Arten von Nähe, die anderen drei Arten, dazu einlädt – und es in gewisser Weise verlangt –, den Stil des Herrn weiterzuführen, der ein Stil der Nähe, des Mitgefühls und der Zärtlichkeit ist, weil er in der Lage ist, nicht wie ein Richter, sondern wie der barmherzige Samariter zu handeln, der die Wunden seines Volkes kennt, das im Stillen erfahrene Leid, die Entsagungen und Opfer, die viele Väter und Mütter auf sich nehmen, um ihren Familien ein Fortkommen zu ermöglichen, aber auch die Folgen von Gewalt, Korruption und Gleichgültigkeit, die jede Hoffnung zu ersticken drohen. Eine Nähe, die es ermöglicht, die Wunden zu salben und ein Gnadenjahr des Herrn zu verkünden (vgl. Jes 61,2). Es ist entscheidend, sich daran zu erinnern, dass das Volk Gottes darauf hofft, Hirten nach dem Vorbild Jesu zu finden – und nicht Kleriker mit Standesdünkel – denken wir an diese Epoche in Frankreich: da gab es den Pfarrer von Ars, den Kuraten, aber da gab es auch den „monsieur l‘abbé“, Kleriker mit Standesdünkel. Auch heute möchten die Menschen Hirten des Volkes und nicht Kleriker mit Standesdünkel oder „Sakral-Profis“; Hirten, die mitfühlen können und Chancen erkennen; mutige Menschen, die fähig sind, bei den Verwundeten stehenzubleiben und ihnen die Hand zu reichen; kontemplative Menschen, die in ihrer Nähe zu den Menschen angesichts der Wunden dieser Welt die Kraft der Auferstehung verkünden.

Eines der entscheidenden Merkmale unserer digitalen „Netzwerk“-Gesellschaft ist, dass das Gefühl des Verwaistseins weit verbreitet ist. Dies ist ein aktuelles Phänomen. Wir sind mit allem und jedem verbunden, aber es fehlt uns die Erfahrung der Zugehörigkeit, die viel mehr ist als eine Verbindung. Durch die Nähe des Hirten kann man eine Gemeinschaft versammeln und das Wachsen eines Gefühls der Zugehörigkeit fördern; wir gehören zum heiligen, gläubigen Volk Gottes, das dazu berufen ist, ein Zeichen des Anbruchs des Reiches Gottes in der Gegenwart der Geschichte zu sein. Wenn der Hirte in die Irre geht, sich entfernt, werden sich auch die Schafe zerstreuen und für jeden Wolf eine leichte Beute sein.

Diese Zugehörigkeit wiederum ist das Gegenmittel gegen eine Entstellung der Berufung, die daher rührt, dass man vergisst, dass das priesterliche Leben den anderen geschuldet ist – dem Herrn und den von ihm anvertrauten Menschen. Dieses Vergessen ist die Wurzel des Klerikalismus – von dem Kardinal Ouellet gesprochen hat – mit all seinen Folgen. Der Klerikalismus ist eine Perversion, ebenso wie eines seiner Anzeichen, die Starrheit. Der Klerikalismus ist eine Perversion, weil er auf „Distanz“ beruht. Das ist kurios: er beruht nicht auf Nähe, sondern auf dem Gegenteil. Wenn ich an den Klerikalismus denke, denke ich auch an die Klerikalisierung der Laien: die Förderung einer kleinen Elite, die um den Priester herum auch die eigene grundlegende Sendung verfälscht (vgl. Gaudium et spes, 44), die Sendung des Laien. Es gibt viele klerikalisierte Laien, viele: „Ich gehöre zu dieser Vereinigung, wir sind dort in dieser Pfarrei, wir sind…“. Die „Auserwählten“, klerikalisierte Laien, das ist eine ganz schöne Versuchung. Erinnern wir uns daran: »Die Mission im Herzen des Volkes ist nicht ein Teil meines Lebens, oder ein Schmuck, den ich auch wegnehmen kann; sie ist kein Anhang oder ein zusätzlicher Belang des Lebens. Sie ist etwas, das ich nicht aus meinem Priestersein ausreißen kann, außer ich will mich zerstören. Ich bin eine Mission auf dieser Erde, und ihretwegen bin ich auf dieser Welt. Man muss erkennen, dass man selber ›gebrandmarkt‹ ist für diese Mission, Licht zu bringen, zu segnen, zu beleben, aufzurichten, zu heilen, zu befreien« (Evangelii Gaudium, 273).

Ich möchte diese Nähe zum Volk Gottes mit der Nähe zu Gott in Verbindung sehen, denn das Gebet des Hirten wird im Herzen des Volkes Gottes genährt und verkörpert. Wenn er betet, trägt der Hirte die Zeichen der Wunden und Freuden seines Volkes, die er in aller Stille dem Herrn vorlegt, damit er sie mit der Gabe des Heiligen Geistes salbe. Es ist die Hoffnung des Hirten, der darauf vertraut und dafür kämpft, dass der Herr sein Volk segne.

            In Anlehnung an die Lehre des heiligen Ignatius, dass nicht das viele Wissen die Seele befriedigt und sättigt, sondern das Innerlich-die-Dinge-Verspüren-und-Schmecken (vgl. Exerzitien, Anmerkungen, 2, 4), ist es für Bischöfe und Priester gut, sich zu fragen: „Wie geht es mir mit diesen Arten der Nähe?“, wie lebe ich diese vier Dimensionen, die mein priesterliches Sein durchgängig prägen und mir erlauben, mit den Spannungen und Ungleichgewichten umzugehen, mit denen wir täglich zu tun haben. Diese vier Dimensionen der Nähe sind eine gute Schule für das „Spiel auf offenem Feld“, zu dem der Priester gerufen ist, ohne Angst, ohne Starrheit, ohne Einschränkung oder Verarmung der Mission. Ein priesterliches Herz weiß um die Nähe, denn der Erste, der Nähe schenken wollte, war der Herr. Er möge im Gebet zu seinen Priestern kommen, im Bischof, in den Mitbrüdern im Priesteramt und in seinem Volk. Er möge die Routine unterbrechen und ein wenig stören und Unruhe stiften – wie in der Zeit der ersten Liebe –, er möge alle Fähigkeiten in Bewegung setzen, damit unser Volk das Leben hat und es in Fülle hat (vgl. Joh 10,10). Die verschiedenen Dimensionen der Nähe des Herrn sind keine zusätzliche Aufgabe: Sie sind ein Geschenk, das er macht, um die Berufung lebendig und fruchtbar zu erhalten. Die Nähe zu Gott, die Nähe zum Bischof, die Nähe unter uns Priestern und die Nähe zum Heiligen und gläubigen Volk Gottes.

Angesichts der Versuchung, uns in endlosen Diskursen und Diskussionen über die Theologie des Priestertums oder über Theorien darüber, was es sein sollte, zu verschließen, schaut uns der Herr mit Zärtlichkeit und Mitgefühl an und bietet den Priestern die Koordinaten an, von denen aus sie ihre Aufgabe erkennen und den Eifer für ihre Sendung lebendig halten können: Nähe, die mitfühlend und zärtlich ist, Nähe zu Gott, zum Bischof, zu den Mitbrüdern und zu den ihnen anvertrauten Menschen. Nähe nach dem Vorbild Gottes, der mit Mitgefühl und Zärtlichkeit nahe ist.

Ich danke euch für eure Nähe und eure Geduld, danke, danke vielmals! Ich wünsche euch für eure Arbeit alles Gute. Ich gehe jetzt in die Bibliothek, weil ich heute Vormittag viele Termine habe. Betet für mich, ich werde auch für euch beten. Frohes Schaffen!

[Segen]

[00234-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos, buenos días:

Agradezco la oportunidad de poder compartir con ustedes esta reflexión que nace de lo que el Señor me fue mostrando a lo largo de estos más de 50 años de sacerdocio. No quiero excluir de este recuerdo agradecido a aquellos sacerdotes que, con su vida y testimonio, desde mi niñez me mostraron lo que configura el rostro del Buen Pastor. He meditado sobre qué compartir de la vida del sacerdote hoy y llegué a la conclusión de que la mejor palabra nace del testimonio que recibí de tantos sacerdotes a lo largo de los años. Lo que ofrezco es fruto del ejercicio de pensar en ellos, discernir y contemplar cuáles eran las notas que los distinguían y les brindaban una fuerza, alegría y esperanza singular en su misión pastoral.

A su vez, tengo que decir lo mismo, de aquellos hermanos sacerdotes que tuve que acompañar porque habían perdido el fuego del primer amor y su ministerio se había vuelto estéril, rutinario y casi sin sentido. El sacerdote durante su vida pasa por distintos estados y momentos; personalmente he pasado por distintos estados y momentos y rumiando las mociones del espíritu constaté que en algunas situaciones, inclusive en momentos de pruebas, dificultades y desolación, cuando vivía y compartía la vida de determinada manera, permanecía la paz. Soy consciente de que mucho se podría hablar y teorizar sobre el sacerdocio, hoy quiero compartirles esta “pequeña cosecha” para que el sacerdote de hoy, sea cual sea el momento que esté viviendo pueda vivir la paz y la fecundidad que el Espíritu quiere regalar. No sé si estas reflexiones son el “canto del cisne” de mi vida sacerdotal, pero sí puedo asegurar que vienen de mi experiencia. No es ninguna teoría, aquí hablo de lo que me ha tocado vivir.

El tiempo que vivimos es un tiempo que nos pide no solo detectar el cambio, sino acogerlo con la consciencia de que nos encontramos ante un cambio de época, esto lo he repetido ya varias veces. Si teníamos dudas sobre esto, el Covid lo hizo más que evidente ya que su irrupción es mucho más que una cuestión sanitaria, mucho más que un resfriado.

El cambio siempre nos presenta diferentes modos de afrontarlo; el problema es que muchas acciones y actitudes pueden ser útiles y buenas, pero no todas tienen sabor a Evangelio. El centro de la cuestión está en esto, en discernir si el cambio y las acciones tienen o no sabor a Evangelio.  Por ejemplo, buscar formas codificadas, ancladas en el pasado y que nos “garantizan” una forma de protección contra los riesgos, “refugiándonos” en un mundo o en una sociedad que no existe más (si es que alguna vez existió), como si ese determinado orden sería capaz de poner fin a los conflictos que la historia nos presenta. Es la crisis de ir hacia atrás, para refugiarnos.

Otra actitud puede ser la de un optimismo exacerbado ―“todo estará bien”―; ir demasiado lejos sin discernimiento y sin las decisiones necesarias. Este optimismo que termina por ignorar los heridos de esta transformación y que no logra asumir las tensiones, complejidades y ambigüedades propias del tiempo presente y “consagra” la última novedad como lo verdaderamente real, despreciando así la sabiduría de los años. (Son dos tipos de huidas, son las actitudes del asalariado que ve venir al lobo y huye: huye hacia el pasado o huye hacia el futuro). Ninguna de estas actitudes lleva a soluciones maduras. En lo concreto del hoy, es allí donde debemos detenernos, en lo concreto del hoy.

En cambio, me gusta esa actitud que nace de hacerse cargo con confianza de la realidad anclada en la sabia Tradición viva y viviente de la Iglesia, que puede permitirse remar mar adentro sin miedo. Siento que en este momento histórico, Jesús nos invita, una vez más, a “remar mar adentro” (cf. Lc 5,4) con la confianza de que Él es el Señor de la historia y que, de su mano, podremos discernir el horizonte a transitar. Nuestra salvación no es una salvación aséptica, salvación de laboratorio, no, o de espiritualismos desencarnados ―la tentación del gnosticismo, sigue presente, es moderna, es actual―; discernir la voluntad de Dios es aprender a interpretar la realidad con los ojos del Señor, sin necesidad de evadirnos de lo que acontece a nuestros pueblos y sin la ansiedad que lleva a querer encontrar una salida rápida y tranquilizadora de la mano de una ideología de turno o una respuesta prefabricada, ambas incapaces de asumir los momentos más difíciles e inclusive oscuros de nuestra historia. Por estos dos caminos terminaríamos por negar «nuestra historia de Iglesia, que es gloriosa por ser historia de sacrificios, de esperanza, de lucha cotidiana, de vida deshilachada en el servicio, de constancia en el trabajo que cansa» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 96).

En este contexto, la vida sacerdotal también se ve afectada por este desafío, y un síntoma de ello es la crisis vocacional que en distintos lugares aflige a nuestras comunidades. Sin embargo, es cierto que esto se ha debido frecuentemente a la ausencia en las comunidades de un fervor apostólico contagioso, por lo que no inspiran entusiasmo ni atracción, como por ejemplo las comunidades funcionales, bien organizadas, pero carentes de entusiasmo, donde todo está bien, pero falta el fuego del espíritu. Donde hay vida, fervor, deseo de llevar a Cristo a los demás, surgen vocaciones genuinas. Incluso en parroquias donde los sacerdotes no están muy comprometidos ni son alegres, es la vida fraterna y fervorosa de la comunidad la que suscita el deseo de consagrarse completamente a Dios y a la evangelización, sobre todo si esta comunidad activa reza insistentemente por las vocaciones y tiene el valor de proponer a sus jóvenes un camino de especial consagración. Cuando caemos en el funcionalismo, en la organización pastoral —y sólo en eso— ahí no existe en absoluto ninguna atracción vocacional; en cambio, cuando encontramos un sacerdote o una comunidad con fervor cristiano, bautismal, entonces hay atracción de nuevas vocaciones.

La vida de un sacerdote es ante todo la historia de salvación de un bautizado. El cardenal Ouellet ha hecho la distinción entre sacerdocio ministerial y bautismal. Nosotros a veces olvidamos el Bautismo, y el sacerdocio se convierte en una función, se cae en el funcionalismo, y esto es peligroso. No debemos nunca olvidar que toda vocación específica, incluida la del Orden sagrado, es cumplimiento del Bautismo. Constituye siempre una gran tentación vivir un sacerdocio sin el Bautismo, —y hay sacerdotes “sin Bautismo”—, es decir, sin acordarnos que nuestra primera llamada es a la santidad. Ser santos significa conformarse a Jesús y dejar que nuestra vida palpite con sus mismos sentimientos (cf. Flp 2,15). Sólo cuando buscamos amar como Jesús amó, hacemos también visible a Dios y realizamos así nuestra vocación a la santidad. Con cuánta razón san Juan Pablo II nos recordaba que «el sacerdote, como la Iglesia, debe crecer en la conciencia de su permanente necesidad de ser evangelizado» (Exort. ap. post sinodal, Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, 26). Y ve tú a decirle a algún obispo, algún sacerdote que necesitan ser evangelizados; no lo entienden. Y esto sucede, este es el drama de hoy.

Toda vocación específica se debe someter a este tipo de discernimiento. Nuestra vocación es en primer lugar una respuesta a Aquel que nos amó primero (cf. 1 Jn 4,19). Y esta es la fuente de esperanza ya que, aun en medio de la crisis, el Señor no deja de amar y, por tanto, de llamar. Y de esto cada uno de nosotros es testigo: un día el Señor nos encontró allí donde estábamos y como estábamos, en ambientes contradictorios o con situaciones familiares complejas. A mí me gusta releer Ezequiel 16 y a veces me siento identificado, porque también a mí Dios me encontró aquí, me encontró así y, sin embargo, me llevó adelante. Y habernos encontrado así no lo detuvo para querer escribir, por medio de cada uno de nosotros, la historia de salvación. Desde el comienzo fue así pensemos en Pedro y en Pablo, en Mateo, por nombrar algunos. Su elección no nace de una opción ideal sino de un compromiso concreto con cada uno de ellos. Cada uno, mirando su propia humanidad, su propia historia, su propio carácter, no se debe preguntar si una opción vocacional es conveniente o no, sino si en conciencia esa vocación abre en él ese potencial de amor que hemos recibido en el día de nuestros Bautismo.

Durante estos períodos de cambio son muchas las preguntas a afrontar y también las tentaciones que vendrán. Por eso, en mi intervención, quisiera referirme simplemente en lo que me parece decisivo para la vida de una sacerdote hoy, teniendo en cuenta lo que dice Pablo: «en Él —es decir en Cristo— todo el edificio bien cohesionado va creciendo hasta formar un templo consagrado al Señor» (Ef 2,21). Crecer bien ordenado quiere decir crecer en armonía, y hacer crecer en armonía sólo puede hacerlo el Espíritu Santo, como san Basilio lo definía tan hermosamente: “Ipse harmonia est”, número 38 del Tratado [“Sobre el Espíritu Santo”]. Pienso que cada construcción, para mantenerse en pie, necesita unos cimientos sólidos; por eso quiero compartir las actitudes que dan solidez a la persona del sacerdote, deseo compartirlas —ustedes ya lo escucharon, pero lo repito una vez más—, las cuatro columnas constitutivas de nuestra vida sacerdotal y que llamaremos las “cuatro cercanías”, porque siguen el estilo de Dios, que fundamentalmente es un estilo de cercanía. Él mismo da al pueblo esta definición de Sí: “¿Díganme, qué nación tiene sus dioses tan cercanos como tú me tienes a mí?” (cf. Dt 4,7). El estilo de Dios es cercanía, es una cercanía especial, compasiva y tierna. Las tres palabras que definen la vida de un sacerdote, y también la de un cristiano, porque están tomadas precisamente del estilo de Dios, son cercanía, compasión y ternura.

Ya en el pasado he hecho referencia de esto, pero hoy quisiera detenerme de forma más extensa ya que el sacerdote más que recetas o teorías necesita herramientas concretas con las que confrontar su ministerio, su misión y su cotidianeidad. San Pablo exhortaba a Timoteo a mantener vivo el don de Dios que recibió por la imposición de sus manos, que no es un espíritu de temor, sino de fortaleza, de amor y de sobriedad (cf. 2 Tm 1,6-7). Creo que estas cuatro columnas, estas cuatro “cercanías” de las que hablaré ahora pueden ayudar de manera práctica, concreta y esperanzadora a reavivar el don y la fecundidad que un día se nos prometió, a mantener vivo ese don.

Antes que nada, la cercanía a Dios. Cuatro cercanías, de las que la primera es la cercanía a Dios.

Cercanía a Dios

Es decir, cercanía al Señor de las cercanías. «Yo soy la vid, ustedes son las ramas —a esto es a lo que se refiere Juan cuando en su Evangelio habla de “permanecer”—. El que permanece en mí y yo en él, ese da mucho fruto, porque separados de mí no pueden hacer nada. El que no permanece en mí será echado fuera, al igual que la rama que se seca, que luego se recoge, se arroja al fuego y se quema. Si permanecen en mí y mis palabras permanecen en ustedes, pidan lo que quieran y se les concederá» (Jn 15,5-7).

Un sacerdote es invitado ante todo a cultivar esta cercanía, esta intimidad con Dios, y de esta relación podrá obtener todas las fuerzas necesarias para su ministerio. La relación con Dios es, por decirlo así, el injerto que nos mantiene dentro de un vínculo de fecundidad fecundo. Sin una relación significativa con el Señor nuestro ministerio está destinado a ser estéril. La cercanía con Jesús, el contacto con su Palabra, nos permite confrontar nuestra vida con la suya y aprender a no escandalizarnos de nada de lo que nos suceda, a defendernos de los “escándalos”. Al igual que el Maestro se pasará por momentos de alegría y de boda, de milagros y de curaciones, de multiplicación de los panes y de descanso. Existirán momentos en que se podrá ser alabado, pero también llegarán las horas de ingratitud, de rechazo, de duda y de soledad hasta tener que decir: «¡Dios mío, Dios mío!, ¿por qué me has abandonado?» (Mt 27,46).

La cercanía con Jesús nos invita a no temer a ninguna de estas horas no porque seamos fuertes, sino porque lo miramos a Él, nos aferramos a él y le decimos: «¡Señor, no me dejes caer en la tentación! Hazme comprender que estoy viviendo un momento importante en mi vida y que tú estás conmigo para probar mi fe y mi amor» (C. M. Martini, La fuerza de la debilidad. Reflexiones sobre Job, Salterrae 2014, 84). Esta cercanía con Dios a veces tiene un estilo de lucha, luchar con el Señor principalmente en esos momentos donde su ausencia se hace más notoria en la vida sacerdotal o en la vida de las personas a ellos encomendada. Luchar y buscar su bendición hasta el amanecer (cf. Gn 32,25-27), que será fuente de vida para muchos. A veces es una lucha. Me decía un sacerdote que trabaja aquí en la curia —que tiene un trabajo difícil, el de poner orden en un lugar, joven—, me decía que volvía cansado, muy cansado, pero que descansaba antes de ir a la cama delante de la Virgen con el rosario en la mano. Necesitaba esa cercanía, un curial, un empleado del Vaticano. Se critica mucho a la gente de la curia, es cierto a veces, pero también puedo decir y dar testimonio de que aquí, dentro de la curia, hay santos; y es cierto.

Muchas crisis sacerdotales tienen precisamente origen en una escasa vida de oración, en una falta de intimidad con el Señor, en una reducción de la vida espiritual a mera práctica religiosa. Esto también quisiera distinguirlo en la formación, una cosa es la vida espiritual y otra cosa es la práctica religiosa. “¿Cómo va tu vida espiritual?” —“Bien, bien. Hago la meditación por la mañana, rezo el rosario, rezo la “suegra” —la suegra es el breviario— rezo el breviario y todo lo demás”. No, esto es práctica religiosa. Pero ¿cómo va tu vida espiritual? Recuerdo momentos importantes en mi vida donde esta cercanía con el Señor fue crucial para sostenerme, para sostenerme en los momentos oscuros. Sin la intimidad de la oración, de la vida espiritual, de la cercanía concreta con Dios a través de la escucha de la Palabra, de la celebración de la Eucaristía, del silencio de la adoración, de la consagración a la Virgen, del acompañamiento sapiente de un guía, del sacramento de la Reconciliación, sin estas “cercanías” concretas, en definitiva, un sacerdote es, por así decirlo, sólo un obrero cansado que no goza de los beneficios de los amigos del Señor. A mí me gustaba, en la otra diócesis, preguntar a los sacerdotes, “A ver dime —me contaban sobre sus trabajos— dime, ¿cómo te vas a dormir?”. Y no entendían. “Sí, sí, por la noche, ¿cómo te vas a dormir?” —“Llego cansado, como algo y me voy a la cama, y delante de la cama la televisión”— “¡Ah, bravo! Y no visitas el Señor, ¿al menos para darle las buenas noches?”. Este es el problema. La falta de cercanía. Era normal el cansancio del trabajo e ir a descansar y ver la televisión ―cosas lícitas― pero sin el Señor, sin esta cercanía. Había rezado el rosario, había rezado al breviario, pero sin intimidad con el Señor. No sentía la necesidad de decir al Señor, “¡Hola, hasta mañana, muchas gracias!”. Son pequeños gestos que revelan la actitud de un alma sacerdotal.

Muy a menudo, por ejemplo, en la vida sacerdotal se vive la oración sólo como un deber, olvidando que la amistad y el amor no pueden imponerse como una regla externa, sino sólo como una elección fundamental de nuestro corazón. Un sacerdote que reza no es más que un cristiano que ha comprendido en profundidad el don que ha recibido en el Bautismo. Un sacerdote que reza es un hijo que recuerda continuamente que es hijo y que tiene un Padre que lo ama. Un sacerdote que reza es un hijo que se hace “cercano” al Señor.

Pero todo esto es difícil si no estamos acostumbrados a tener espacios de silencio en nuestro día. Si no se sabe substituir el verbo “hacer” de Marta para aprender el “estar” de María. Es difícil aceptar dejar el activismo que es agotador, —tantas veces el activismo puede ser una fuga— porque cuando uno deja de estar ocupado, la paz no llega inmediatamente al corazón, sino la desolación; y para no entrar en desolación, estamos dispuestos a no parar nunca. El trabajo es a veces una distracción para no entrar en desolación. Pero la desolación es un poco también el punto de encuentro con Dios. Pero es Es precisamente la aceptación de la desolación que viene del silencio, del ayuno de activismo y de palabras, del valor de examinarnos con sinceridad, exactamente allí, donde todo adquiere una luz y una paz que no se apoyan en nuestras fuerzas y capacidades. Es aprender a dejar que el Señor siga realizando su obra en cada uno y pode todo aquello que es infecundo, estéril y que distorsiona el llamado. Perseverar en la oración no sólo significa permanecer fieles a una práctica, sino no escapar cuando precisamente la oración nos lleva al desierto. El camino del desierto es el camino que conduce a la intimidad con Dios, siempre que no huyamos, que no encontremos maneras para evadir este encuentro. En el desierto “le hablaré a su corazón”, dice el Señor a su pueblo por boca del profeta Oseas (cf. 2,16). Esto es algo que el sacerdote debe preguntarse, si es capaz de dejarse llevar al desierto. Los guías espirituales, los que acompañan a los sacerdotes, deben comprender, ayudarles y hacerles esta pregunta ¿eres capaz de dejarte conducir al desierto? ¿O te vas directamente al oasis de la televisión o a alguna otra cosa?

La cercanía con Dios permite al sacerdote tomar contacto con el dolor que hay en nuestro corazón y que, si se acepta, nos desarma hasta hacer posible el encuentro. La oración que como fuego anima la vida del sacerdote es el grito de un corazón quebrantado y humillado, que —nos dice la Palabra— el Señor no desprecia (cf. Sal 50,19). «Cuando uno grita, el Señor lo escucha / y lo libra de sus angustias; / el Señor está cerca de los atribulados, / salva a los abatidos» (Sal 34, 18-19).

Un sacerdote tiene que tener un corazón suficientemente “ensanchado” para dar cabida al dolor del pueblo que le ha sido confiado y, al mismo tiempo, como el centinela, anunciar la aurora de la Gracia de Dios que se manifiesta en ese mismo dolor. Abrazar, aceptar y presentar la propia miseria en cercanía al Señor será la mejor escuela para poder hacer lugar gradualmente a toda la miseria y el dolor que encontrará diariamente en su ministerio hasta que él mismo se vuelva como el corazón de Cristo. Esto preparara al sacerdote también para otras de las cercanías: con el Pueblo de Dios. En la cercanía con Dios el sacerdote fortalece la cercanía con su Pueblo y viceversa. En la cercanía con su pueblo también vive la cercanía con su Señor. Y esta cercanía a Dios —me llama la atención— es la primera tarea de los obispos, porque cuando los Apóstoles “inventan” a los diáconos, Pedro explica la función y dice así: “Y nosotros —los obispos— podremos dedicarnos la oración y al anuncio de la Palabra” (cf. Hch 6,4). Es decir, que la primera tarea del obispo es rezar y esto debe hacerlo también el sacerdote, rezar.

«Es necesario que Él crezca y que yo disminuya» (Jn 3,30), decía Juan Bautista. La intimidad con Dios hace posible todo esto, porque en la oración se experimenta ser grandes a sus ojos, y ya no es un problema para los sacerdotes cercanos al Señor hacerse pequeños a los ojos del mundo. Y ahí, en esa cercanía, ya no da miedo conformarse a Jesús crucificado, como se nos pide en el rito de la ordenación sacerdotal, que es muy lindo, pero que olvidamos seguido.

Pasamos a considerar la segunda cercanía, que será más corta que la primera.

Cercanía al obispo

Esta segunda cercanía durante mucho tiempo sólo se leía en forma unilateral. Como Iglesia con demasiada frecuencia, e incluso hoy, hemos dado a la obediencia una interpretación lejana al sentir del Evangelio. La obediencia no es un atributo disciplinar sino la característica más fuerte de los vínculos que nos unen en comunión. Obedecer, en este caso al obispo, significa aprender a escuchar y recordar que nadie puede pretender ser el poseedor de la voluntad de Dios, y que ésta sólo puede entenderse a través del discernimiento. La obediencia, por tanto, es escuchar la voluntad de Dios, que se discierne precisamente en un vínculo. Esta actitud de escucha permite madurar la idea de que cada uno no es el principio y fundamento de la vida, sino que necesariamente debe confrontarse con otros. Esta lógica de las cercanías ―en este caso con el obispo, pero que también rige para las otras― posibilita romper toda tentación de encierro, de autojustificación y de llevar una vida “de solteros”, o de “solterones”. Cuando los sacerdotes se cierran, terminan como “solterones”, con todas las manías de los "solterones", y eso no está bien. Esta cercanía invita, por el contrario, a apelar a otras instancias para encontrar el camino que conduce a la verdad y a la vida.

El obispo no es un supervisor de escuela, no es un vigilante, sino un padre, y debería ofrecer esta cercanía. El obispo debe tratar de comportarse así porque de lo contrario aleja a los sacerdotes, o sólo acerca a los ambiciosos. El obispo, sea quien sea, permanece para cada presbítero y para cada Iglesia particular como un vínculo que ayuda a discernir la voluntad de Dios. Pero no debemos olvidar que el obispo mismo sólo puede ser instrumento de este discernimiento si también él se pone a la escucha de la realidad de sus presbíteros y del pueblo santo de Dios que le ha sido confiado. Escribí en la Evangelii gaudium: «Más que nunca necesitamos de hombres y mujeres que, desde su experiencia de acompañamiento, conozcan los procesos donde campea la prudencia, la capacidad de comprensión, el arte de esperar, la docilidad al Espíritu, para cuidar entre todos a las ovejas que se nos confían de los lobos que intentan disgregar el rebaño. Necesitamos ejercitarnos en el arte de escuchar, que es más que oír. Lo primero, en la comunicación con el otro, es la capacidad del corazón que hace posible la proximidad, sin la cual no existe un verdadero encuentro espiritual. La escucha nos ayuda a encontrar el gesto y la palabra oportuna que nos desinstala de la tranquila condición de espectadores. Sólo a partir de esta escucha respetuosa y compasiva se pueden encontrar los caminos de un genuino crecimiento, despertar el deseo del ideal cristiano, las ansias de responder plenamente al amor de Dios y el anhelo de desarrollar lo mejor que Dios ha sembrado en la propia vida» (n. 171).

No es casualidad que el mal, para destruir la fecundidad de la acción de la Iglesia, busque socavar los vínculos que nos constituyen. Defender los vínculos del sacerdote con la Iglesia particular, con el instituto a que se pertenece y con su propio obispo hace que la vida sacerdotal sea digna de crédito. Defender los vínculos. La obediencia es la opción fundamental por acoger a quien ha sido puesto ante nosotros como signo concreto de ese sacramento universal de salvación que es la Iglesia. Obediencia que puede ser confrontación, escucha y, en algunos casos, tensión pero que no se rompe. Esto pide necesariamente que los sacerdotes recen por los obispos y se animen a expresar su parecer con respeto, valor y sinceridad. Pide también de los obispos, humildad, capacidad de escucha, de autocrítica y de dejarse ayudar. Si defenderemos este vínculo avanzaremos con seguridad en nuestro camino.

Y creo que con lo dicho, en cuanto a la cercanía a los obispos, sea suficiente.

Cercanía entre los sacerdotes

Es la tercera cercanía. Cercanía a Dios, cercanía a los obispos y cercanía a los sacerdotes. Es precisamente a partir de la comunión con el obispo que se abre la tercera cercanía, que es la de la fraternidad. Jesús se manifiesta allí donde hay hermanos dispuestos a amarse: «Donde dos o tres se reúnen en mi nombre, yo estoy allí en medio de ellos» (Mt 18,20). También la fraternidad como la obediencia no puede ser una imposición moral externa a nosotros. La fraternidad es escoger deliberadamente, ser santos con los demás y no en soledad, santo junto con los demás. Un proverbio africano que ustedes conocen bien dice: “Si quieres ir rápido tienes que ir solo, mientras que si quieres ir lejos tienes que ir con otros”. A veces parece que la Iglesia es lenta —y es verdad—, pero me gusta pensar que es la lentitud de quien ha decidido caminar en fraternidad. También acompañando a los últimos, pero siempre en fraternidad.

Las características de la fraternidad son las del amor. San Pablo, en la Primera Carta a los Corintios (cap. 13), nos ha dejado un “mapa” claro del amor y, en cierto sentido, nos ha indicado a qué debe aspirar la fraternidad. En primer lugar, a aprender la paciencia, que es la capacidad de sentirnos responsables de los demás, de cargar sus pesos, de sufrir, en cierto modo, con ellos. Lo contrario a la paciencia es la indiferencia, la distancia que creamos con los demás para no sentirnos involucrados en su vida. En muchos presbíteros tiene lugar el drama de la soledad, de sentirse solos. Se tiene la sensación de sentirse no dignos de paciencia y de consideración. Más aún, sienten que del otro no pueden esperar el bien, la benignidad, sino sólo el juicio. El otro es incapaz de alegrarse del bien que se nos presenta en la vida, y yo tampoco soy capaz de alegrarme cuando veo el bien en la vida de los demás. Esta incapacidad de alegrarse del bien ajeno es la envidia —quiero subrayar esto— que tanto atormenta nuestros ambientes y que es una fatiga en la pedagogía del amor, no simplemente un pecado que se debe confesar. El pecado es lo último, es la actitud la que es envidiosa. La envidia está muy presente en las comunidades sacerdotales. Y la Palabra de Dios nos dice que es una actitud destructiva, por envidia del diablo entró el pecado en el mundo (cf. Sb 2,24). Es la puerta, la puerta para la destrucción. Y sobre esto debemos hablar claro, en nuestros presbiterios está presente la envidia. No todos son envidiosos, no, pero la tentación de la envidia está al alcance de la mano. Tengamos cuidado. Porque de la envidia viene la murmuración.

Para sentirnos parte de la comunidad, del “ser de los nuestros”, no hace falta ponernos máscaras que muestran sólo una imagen triunfante de nosotros. No tenemos necesidad de presumir, ni mucho menos de pavonearnos o, peor aún, de asumir actitudes violentas, faltando el respeto a quien está junto a nosotros, que son formas clericales de bullying. Porque un sacerdote, si de algo tiene que presumir es de la misericordia del Señor; porque el sacerdote mismo conoce su pecado, su miseria y sus límites, pero hizo experiencia que donde abundó el pecado sobre abundó el amor (cf. Rm 5,20); y esa es su mejor buena noticia. Un sacerdote que tiene presente esto no es envidioso, no puede ser envidioso.

El amor fraterno no busca el propio interés, no deja espacio a la ira, al resentimiento, como si el hermano que está a mi lado me hubiera defraudado de alguna manera. Y cuando encuentro la miseria del otro, estoy dispuesto a olvidar para siempre el mal recibido, a no convertirlo en el único criterio de juicio, hasta el punto de gozar quizás de la injusticia cuando se refiere precisamente a quien me ha hecho sufrir. El amor verdadero se complace en la verdad y considerar un pecado grave ir contra ella y contra la dignidad de los hermanos con calumnias, maledicencias y murmuración. El origen de todo es la envidia. Se llega a esto, incluso a las calumnias, para conseguir un determinado puesto. Y esto es muy triste. Cuando desde aquí se piden informaciones para hacer obispo a alguien, muchas veces recibimos informaciones infectas de envidia. Y esta es una enfermedad de nuestros presbíteros. Muchos de ustedes son formadores en los seminarios, tengan en cuenta esto.

Pero, en este sentido no se puede permitir que se crea que el amor fraterno es una utopía, menos aún un “lugar común” para suscitar bellos sentimientos o palabras de circunstancias o un discurso tranquilizador, ¡no! Todos sabemos lo difícil que puede ser vivir en comunidad o en el presbiterio —un santo decía, la vida comunitaria es mi penitencia—, qué difícil es compartir el día a día con aquellos que hemos querido reconocer como hermanos. El amor fraterno, si no queremos endulzarlo, acomodarlo, disminuirlo es “la gran profecía” que en esta sociedad del descarte estamos llamados a vivir. Me gusta pensar al amor fraterno como una palestra del espíritu donde día a día nos confrontamos con nosotros mismos y tenemos el termómetro de nuestra vida espiritual. Hoy la profecía de la fraternidad sigue viva y necesita anunciadores; necesita personas que conscientes de sus límites y de las dificultades que se presentan se dejen tocar, cuestionar y movilizar por las palabras del Señor: «Todos conocerán que son mis discípulos si se aman unos a otros» (Jn 13,35).

El amor fraterno para los presbíteros no queda encerrado en un pequeño grupo, sino que se declina como caridad pastoral (cf. Exhort. ap. postsinodal Pastores dabo vobis, 23), que impulsa a vivirlo concretamente en la misión. Podemos decir que amamos si aprendemos a declinar esa caridad pastoral en la manera que la describe san Pablo. Y sólo quien busca amar está a salvo. Quien vive con el síndrome de Caín, con la convicción de que no puede amar porque siente siempre no haber sido amado, valorizado, tenido en la justa consideración, al final vive siempre como un vagabundo, sin sentirse nunca a casa, y por eso mismo está más expuesto al mal, a hacerse daño y hacer daño a los demás. Por eso el amor entre los presbíteros tiene la función de custodiar, de custodiarse mutuamente.

Me atrevería a decir que ahí donde funciona la fraternidad sacerdotal, la cercanía entre sacerdotes, hay lazos de auténtica amistad, también es posible vivir con más serenidad la elección del celibato. El celibato es un don que la Iglesia latina custodia, pero es un don que para ser vivido como santificación requiere relaciones sanas, vínculos de auténtica estima y de genuina bondad que encuentran su raíz en Cristo. Sin amigos y sin oración el celibato puede convertirse en un peso insoportable y en un anti testimonio de la hermosura misma del sacerdocio.

Ahora pasamos a la cuarta cercanía, la última, la cercanía al Pueblo de Dios, al santo Pueblo fiel de Dios. Nos hará bien leer la Lumen gentium, números 8 y 12.

Cercanía al pueblo

Muchas veces he señalado como la relación con el Pueblo Santo de Dios no es para cada uno de nosotros un deber sino una gracia. «El amor a la gente es una fuerza espiritual que facilita el encuentro pleno con Dios» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 272). Es por eso que el lugar de todo sacerdote está en medio de la gente, en una relación de cercanía con el pueblo. He señalado en la Evangelii gaudium que «para ser evangelizadores de alma también hace falta desarrollar el gusto espiritual de estar cerca de la vida de la gente, hasta el punto de descubrir que eso es fuente de un gozo superior. La misión es una pasión por Jesús pero, al mismo tiempo, una pasión por su pueblo. Cuando nos detenemos ante Jesús crucificado, reconocemos todo su amor que nos dignifica y nos sostiene, pero allí mismo, si no somos ciegos, empezamos a percibir que esa mirada de Jesús se amplía y se dirige llena de cariño y de ardor hacia todo su pueblo fiel. Así redescubrimos que Él nos quiere tomar como instrumentos para llegar cada vez más cerca de su pueblo amado. Jesús quiere servirse de los sacerdotes para estar más cerca del santo Pueblo fiel de Dios. Nos toma de en medio del pueblo y nos envía al pueblo, de tal modo que nuestra identidad no se entiende sin esta pertenencia» (n. 268). La identidad sacerdotal no se puede comprender sin la pertenencia al santo Pueblo fiel de Dios.

Estoy convencido que, para comprender de nuevo la identidad del sacerdocio, hoy es importante vivir en estrecha relación con la vida real de la gente, junto a ella, sin ninguna vía de escape. «A veces sentimos la tentación de ser cristianos manteniendo una prudente distancia de las llagas del Señor. Pero Jesús quiere que toquemos la miseria humana, que toquemos la carne sufriente de los demás. Espera que renunciemos a buscar esos cobertizos personales o comunitarios que nos permiten mantenernos a distancia del nudo de la tormenta humana, para que aceptemos de verdad entrar en contacto con la existencia concreta de los otros y conozcamos la fuerza de la ternura. Cuando lo hacemos, la vida siempre se complica maravillosamente y vivimos la intensa experiencia de ser pueblo, la experiencia de pertenecer a un pueblo» (ibíd, 270). Y el pueblo no es una categoría lógica, no, sino es una categoría mítica, para entenderlo hay que acercarse a él como se acerca uno a una categoría mítica.

Cercanía al Pueblo de Dios. Una cercanía que, enriquecida con las “otras cercanías”, las otras tres, invita y en cierta medida exige desarrollar el estilo del Señor, que es estilo de cercanía, de compasión y de ternura porque capaz de caminar no como un juez sino como el Buen Samaritano que reconoce las heridas de su pueblo, el sufrimiento vivido en silencio, la abnegación y sacrificios de tantos padres y madres por llevar adelante sus familias, y también las consecuencias de la violencia, la corrupción y de la indiferencia que a su paso intenta silenciar toda esperanza. Cercanía que permite ungir las heridas y proclamar un año de gracia en el Señor (cf. Is 61,2). Es clave recordar que el Pueblo de Dios espera encontrar “pastores” al estilo de Jesús ―y no tanto “clérigos de estado” —recordemos aquella época en Francia, en la que vivía el cura de Ars, el cura, pero estaba también “monsieur l'abbé”, el “reverendo sacerdote”, clérigos de Estado—. También hoy, el pueblo nos pide pastores del pueblo y no clérigos de Estado o “profesionales de lo sagrado”; pastores que sepan de compasión, de oportunidad; hombres con coraje capaces de detenerse ante el caído y tender su mano; hombres contemplativos que en la cercanía con su pueblo puedan anunciar en las llagas del mundo la fuerza operante de la Resurrección.

Una de las características cruciales de nuestra sociedad de “redes” es que abunda el sentimiento de orfandad, este es un fenómeno actual. Conectados a todo y a todos falta la experiencia de “pertenencia” que es mucho más que una conexión. Con la “cercanía” del pastor se puede convocar a la comunidad y ayudar a crecer el sentimiento de pertenencia; pertenecemos al Santo Pueblo fiel de Dios que está llamado a ser signo de la irrupción del Reino de Dios en el hoy de la historia. Si el pastor anda disperso, si el pastor se aleja, las ovejas también se dispersarán y quedarán al alcance de cualquier lobo.

Esta pertenencia, a su vez, proporcionará el “antídoto” contra una deformación de la vocación que nace precisamente de olvidarse que la vida sacerdotal se debe a los otros ―al Señor y a las personas por él encomendadas―. Este olvido está en las raíces del clericalismo —de lo que ha hablado el Cardenal Ouellet— y sus consecuencias. El clericalismo es una perversión, y también uno de sus signos, la rigidez, es otra perversión. El clericalismo es una perversión porque se constituye con “lejanías”. Es curioso, no se constituye sobre cercanías, todo lo contrario. Cuando pienso en el clericalismo, pienso también en la clericalización del laicado, esa promoción de una pequeña elite que entorno al cura termina también por desnaturalizar su misión fundamental (cf. Gaudium et spes, 44), la del laico. Hay muchos laicos clericalizados, muchos, “Yo pertenezco a esa asociación, estamos ahí en la parroquia, somos…”. Los “elegidos”, laicos clericalizados, es una fuerte tentación. Recordemos que «la misión en el corazón del pueblo no es una parte de mi vida, o un adorno que me puedo quitar; no es un apéndice o un momento más de la existencia. Es algo que yo no puedo arrancar de mi ser sacerdotal si no quiero destruirme. Yo soy una misión en esta tierra, y para eso estoy en este mundo. Hay que reconocerse a sí mismo como marcado a fuego por esa misión de iluminar, bendecir, vivificar, levantar, sanar, liberar» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 273).

Me gustaría relacionar esta cercanía al Pueblo de Dios a la cercanía con Dios, ya que la oración del Pastor, se nutre y encarna en el corazón del Pueblo de Dios. Cuando reza, el pastor lleva las marcas de las heridas y las alegrías de su gente a la que presenta desde el silencio al Señor para que las unja con el don del Espíritu Santo. Es la esperanza del pastor que confía y lucha para que el Señor los bendiga.

Siguiendo la enseñanza de San Ignacio «porque no el mucho saber harta y satisface al ánima, más el sentir y gustar de las cosas internamente» (Ejercicios Espirituales, Anotaciones, 2), a los Obispos y sacerdotes hará bien preguntarse “cómo están mis cercanías”, cómo estoy viviendo estas cuatro dimensiones que configuran mi ser sacerdotal de manera transversal y que me permiten “gestionar” las tensiones y “desequilibrios” que a diario tenemos que manejar. Estas cuatro cercanías son una buena escuela para “jugar en la cancha grande” a la que el sacerdote es convocado sin miedos, sin rigidez, sin reducir ni empobrecer la misión. Un corazón sacerdotal sabe de cercanías porque el primero que quiso ser cercano fue el Señor. Que Él visite a sus sacerdotes en la oración, en el obispo, en los hermanos presbíteros y en su pueblo. Que Él altere las rutinas e incomode un poco, despierte la inquietud - como en el tiempo del primer amor - ponga en movimiento todas las capacidades para que nuestros pueblos tengan vida y vida en abundancia (cf. Jn 10,10). Las cercanías del Señor no son una carga más sino son un regalo que Él hace para mantener viva y fecunda la vocación. La cercanía a Dios, la cercanía al obispo, la cercanía entre nosotros sacerdotes y la cercanía al santo Pueblo fiel de Dios.

Frente a la tentación de encerrarnos en discursos y discusiones interminables sobre la teología del sacerdocio o sobre teorías de lo que debería ser, el Señor mira con ternura y compasión y ofrece a los sacerdotes las coordenadas desde donde discernir y mantener vivo el ardor por la misión: cercanía, que es tierna y compasiva, cercanía a Dios, al obispo, a los hermanos presbíteros y al pueblo que le fue confiado. Cercanía con el estilo de Dios que es cercano, compasivo y tierno.

Gracias a todos ustedes por la cercanía y la paciencia, ¡muchas gracias! Buen trabajo. Yo voy ahora a la biblioteca porque tengo muchos encuentros esta mañana. Recen por mí y yo rezaré por ustedes. ¡Buen trabajo!

[00234-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Queridos irmãos, bom dia!

Agradeço-vos a oportunidade de partilhar convosco esta reflexão, nascida daquilo que o Senhor, pouco a pouco, me deu a conhecer durante os meus 52 anos de sacerdócio. Nesta grata recordação, não quero deixar de fora os sacerdotes que desde a minha infância me mostraram, com a sua vida e o seu testemunho, os traços do rosto do Bom Pastor. Meditando sobre o que poderia partilhar convosco da vida atual do sacerdote, cheguei à conclusão de que a melhor palavra deriva do testemunho que recebi de tantos padres ao longo dos anos. O que vos proponho resulta dum exercício de refletir sobre eles, individuando e contemplando as caraterísticas distintivas que lhes davam força, alegria e esperança singulares na sua missão pastoral.

Simultaneamente devo dizer o mesmo daqueles irmãos sacerdotes que tive de acompanhar porque perderam o fogo do primeiro amor, tornando-se estéril, repetitivo e quase sem sentido o seu ministério. Na sua vida, o sacerdote atravessa condições e momentos diferenciados; pessoalmente, passei por variadas condições e momentos e, ao «ruminar» as moções do Espírito, constatei que nalgumas situações, incluindo os momentos de provação, dificuldade e desolação, quando vivia e partilhava duma determinada forma a vida, a paz permanecia. Estou ciente de que muito se poderia dizer e teorizar sobre o sacerdócio; mas hoje desejo circunscrever esta minha partilha convosco a esta «pequena colheita», para que o sacerdote atual possa, independentemente do momento que esteja a viver, experimentar a paz e a fecundidade que o Espírito quer dar. Não sei se estas reflexões são o «canto do cisne» da minha vida sacerdotal, mas posso certamente assegurar que provêm da minha experiência. Não dou teorias; falo daquilo que vivi.

O tempo que estamos a viver requer, de nós, que não ignoremos a mudança, mas, ao contrário, nos abramos a ela com a consciência de estarmos perante uma mudança epocal (já o disse noutras ocasiões). E, se ainda tínhamos dúvidas, a covid tornou isto mais do que evidente: de facto, a sua irrupção é muito mais que uma questão de saúde, muito mais do que uma constipação.

A mudança apresenta-nos sempre diferentes modos de a enfrentar. O problema é que, se muitas ações e atitudes podem ser úteis e boas, nem todas elas têm sabor de Evangelho. Aqui está o nó que devemos discernir: a mudança e a ação têm sabor de Evangelho ou não? É o caso, por exemplo, de procurar formas codificadas, frequentemente ancoradas no passado, que nos «garantem» uma espécie de proteção contra os riscos, refugiando-nos num mundo ou numa sociedade que já não existe (se é que alguma vez existiu!), como se uma tal ordem fosse capaz de pôr fim aos conflitos que a história nos apresenta. É a crise de recuar à procura de refúgio.

Outra atitude pode ser um otimismo exagerado: «vai correr tudo bem»! Seguir em frente sem discernimento e sem as decisões necessárias. Este otimismo acaba por ignorar os feridos desta transformação, não consegue aceitar as tensões, complexidades e ambiguidades próprias do tempo presente e «consagra» a última novidade como aquilo que é verdadeiramente real, desprezando assim a sabedoria dos anos. São dois tipos de fuga, que fazem lembrar as atitudes do mercenário que vê vir o lobo e foge: foge para o passado ou foge para o futuro. Mas nenhuma destas atitudes leva a soluções amadurecidas. O hoje concreto: é aqui que nos devemos deter.

Ao contrário, gosto da atitude que nasce da decisão de ocupar-se confiadamente da realidade, ancorando-se na sábia Tradição viva e vivente da Igreja, que permite fazer-se ao largo sem medo. Neste momento histórico, sinto que Jesus nos convida mais uma vez a «fazer-se ao largo» (cf. Lc 5, 4) com a confiança de que Ele é o Senhor da história e, guiados por Ele, poderemos discernir o horizonte para onde tender. A nossa salvação não é assética, a partir de laboratório ou de espiritualismos desencarnados (estamos sempre perante a tentação do gnosticismo, que é moderna, é atual); discernir a vontade de Deus significa aprender a interpretar a realidade com os olhos do Senhor, sem necessidade de fugir daquilo que acontece ao nosso povo na situação real onde vive e sem aquela ansiedade que induz a procurar uma saída rápida e tranquilizante guiada pela ideologia do momento ou por uma resposta pré-fabricada, ambas incapazes de se ocuparem dos momentos mais difíceis e até obscuros da nossa história. Estas duas vias levar-nos-iam a negar «a nossa história de Igreja, que é gloriosa por ser história de sacrifícios, de esperança, de luta diária, de vida gasta no serviço, de constância no trabalho fadigoso» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 96 ).

Em tal contexto, a própria vida sacerdotal ressente-se deste desafio; sintoma disso é a crise vocacional que, em várias partes, preocupa as nossas comunidades. Mas também é verdade que muitas vezes isso se fica a dever à ausência de fervor apostólico contagiante nas comunidades, acabando por não entusiasmar nem suscitar atração: são comunidades que até funcionam, por exemplo bem organizadas, mas sem entusiasmo; está tudo em ordem, mas falta o fogo do espírito. Onde houver vida, fervor, anseio de levar Cristo aos outros, surgem vocações genuínas. Mesmo em paróquias onde os sacerdotes não aparecem muito empenhados e alegres, é a vida fraterna e fervorosa da comunidade que desperta o desejo de se consagrar inteiramente a Deus e à evangelização, sobretudo se esta comunidade vivaz reza insistentemente pelas vocações e tem a coragem de propor aos seus jovens um caminho de especial consagração. Quando caímos no funcionalismo, quando tudo é organização pastoral e nada mais, isto não atrai de maneira alguma; mas quando há o padre ou a comunidade que tem o tal fervor cristão, batismal, então há a atração de novas vocações.

A vida dum sacerdote é, antes de mais nada, a história de salvação dum batizado. O Cardeal Ouellet falou da distinção entre sacerdócio ministerial e batismal. Às vezes esquecemos o Batismo, e o sacerdote torna-se uma função: é o funcionalismo. E isto é perigoso! Nunca devemos esquecer que cada vocação específica, incluindo esta ao sacramento da Ordem, é realização do Batismo. É sempre uma grande tentação viver um sacerdócio sem Batismo: existem estes sacerdotes «sem Batismo», isto é, sem a memória de que a nossa primeira vocação é à santidade. Ser santo significa conformar-se a Jesus, deixando a nossa vida palpitar com os seus próprios sentimentos (cf. Flp 2, 5). Só quando se procura amar como Jesus amou é que tornamos Deus visível e, consequentemente, realizamos a nossa vocação à santidade. Com toda a razão nos lembrava São João Paulo II que «o sacerdote, como a Igreja, deve crescer na consciência da sua permanente necessidade de ser evangelizado» (Exort. ap. pós-sinodal Pastores dabo vobis, 25/III/1992, 26). Tenta ir dizer a um bispo, a um sacerdote que deve ser evangelizado. Não compreendem! Isto sucede. É o drama de hoje.

Cada vocação específica deve ser submetida a este tipo de discernimento. A nossa vocação é, antes de tudo, uma resposta Àquele que nos amou primeiro (cf. 1 Jo 4, 19). E aqui está a fonte da esperança, pois, mesmo no meio da crise, o Senhor não cessa de amar e, por conseguinte, de chamar. E disto é testemunha cada um de nós: um dia o Senhor encontrou-nos onde estávamos e como estávamos, em ambientes contrários ou situações familiares complexas. Gosto de reler Ezequiel 16 e às vezes sinto-me identificado: encontrou-me aqui, encontrou-me assim, e levou-me para diante… Mas isto não O dissuadiu do desígnio de escrever, por meio de cada um de nós, a história da salvação. E foi assim desde o início; pensemos em Pedro e Paulo, em Mateus... só para nomear alguns. O facto de os ter escolhido não deriva duma opção ideal, mas dum compromisso concreto com cada um deles. Cada um, olhando para a própria humanidade, a própria história, a própria índole, não se deve perguntar se uma escolha vocacional é conveniente ou não, mas se, em consciência, aquela vocação desvenda nele o potencial de Amor recebido no dia do próprio Batismo.

Ao longo destes períodos de mudança, muitas são as dúvidas a enfrentar e também as tentações que hão de vir. Por isso, nesta minha intervenção, quero deter-me simplesmente naquilo que sinto ser decisivo para a vida dum sacerdote hoje, tendo presente o que diz Paulo: «é n’Ele [em Cristo] que toda a construção bem ajustada cresce para formar um templo santo, no Senhor» (Ef 2, 21). Crescer bem ajustada significa crescer em harmonia; mas só o Espírito Santo nos pode fazer crescer em harmonia, segundo a definição tão bela que dava d’Ele São Basílio: «Ipse harmonia est» (Tratado «Sobre o Espírito Santo, nº 38). Assim, pensei que toda a construção, para se manter de pé, precisa de sólidos alicerces; quero, pois, partilhar convosco as atitudes que dão solidez à pessoa do sacerdote; quero partilhar (vós já o ouvistes, mas repito-o uma vez mais!) as quatro colunas constitutivas da nossa vida sacerdotal, a que chamaremos as «quatro proximidades», pois seguem o estilo de Deus, que é fundamentalmente um estilo de proximidade (cf. Dt 4, 7). Assim Se define a Si próprio, colocando estas palavras na boca do seu povo: «Que grande nação haverá que tenha um deus tão próximo de si como está próximo de nós o Senhor, nosso Deus sempre que O invocamos?» O estilo de Deus é proximidade, é uma proximidade especial, compassiva e terna. As três palavras que definem a vida dum sacerdote (e também dum cristão), porque são tiradas precisamente do estilo de Deus: proximidade, compaixão e ternura.

Já me referi a isto no passado; hoje, porém, quero deter-me mais longamente, porque o sacerdote, mais do que de receitas ou teorias, precisa de instrumentos concretos para acometer o seu ministério, a sua missão e a sua vida quotidiana. São Paulo exortava Timóteo a manter vivo o dom de Deus que recebera pela imposição das mãos dele, pois Deus não nos concedeu um espírito de timidez, mas de fortaleza, amor e sobriedade (cf. 2 Tm 1, 6-7). Julgo que estas quatro colunas, estas quatro «proximidades» de que vou falar agora podem ajudar, de forma prática, concreta e esperançosa, a reavivar o dom e a fecundidade que um dia nos foram prometidos, e a conservar vivo aquele dom.

Em primeiro lugar, a proximidade com Deus. Quatro proximidades, e a primeira é a proximidade com Deus.

Proximidade com Deus

Por outras palavas, proximidade com o Senhor próximo. «Eu sou a videira; vós, os ramos (João diz isto no seu Evangelho a propósito de «permanecer»). Quem permanece em Mim e Eu nele, esse dá muito fruto, pois, sem Mim, nada podeis fazer. Se alguém não permanece em Mim, é lançado fora, como um ramo, e seca. Esses são apanhados e lançados ao fogo, e ardem. Se permanecerdes em Mim e as minhas palavras permanecerem em vós, pedi o que quiserdes, e assim vos acontecerá» (Jo 15, 5-7).

O sacerdote é convidado, antes de mais nada, a cultivar esta proximidade, a intimidade com Deus, e desta relação poderá haurir todas as forças necessárias para o seu ministério. A relação com Deus é, por assim dizer, o enxerto que nos mantém dentro duma ligação de fecundidade. Sem uma relação significativa com o Senhor, o nosso ministério tende a tornar-se estéril. A proximidade com Jesus, o contacto com a sua Palavra, permite-nos comparar a nossa vida com a d’Ele e aprender a não nos escandalizarmos com nada do que nos acontece, a defender-nos dos «escândalos». Como sucedeu com o Mestre, passareis por momentos de alegria e festas nupciais, milagres e curas, multiplicação de pães e descanso. Haverá momentos em que poder-se-á ser louvado, mas virão horas também de ingratidão, rejeição, dúvida e solidão, a ponto de ter que dizer: «Meu Deus, meu Deus, porque me abandonastes?» (Mt 27, 46).

A proximidade com Jesus convida-nos a não temer nenhuma destas horas, não porque somos fortes, mas porque olhamos para Ele e agarramo-nos a Ele, dizendo-Lhe: «Senhor, não permitais que eu caia em tentação! Fazei-me compreender que estou a viver um momento importante na minha vida e que Vós estais comigo para provar a minha fé e o meu amor» (Carlo Maria Martini, La fuerza de la debilidad. Reflexiones sobre Job, Salterrae 2014, 84). Por vezes esta proximidade com Deus assume a forma duma luta: havemos de lutar com o Senhor sobretudo nos momentos em que a sua ausência se faz sentir mais na vida do sacerdote ou na vida das pessoas a ele confiadas; lutar toda a noite e pedir a sua bênção (cf. Gn 32, 25-27), que será fonte de vida para muitos. Às vezes é uma luta. Contava-me um padre jovem, que trabalha aqui na Cúria: tem um trabalho difícil, ou seja, pôr um lugar em ordem e à noite voltava cansado. Voltava cansado, mas repousava antes de ir para a cama diante de Nossa Senhora com o terço na mão. Ele, um curial, um funcionário do Vaticano, precisava desta proximidade. Criticam-se muito as pessoas da Cúria, e às vezes com verdade; mas eu posso dizer também e dar testemunho de que aqui dentro há santos. Isto é verdade!

Muitas crises sacerdotais têm origem precisamente numa escassa vida de oração, numa falta de intimidade com o Senhor, numa redução da vida espiritual a mera prática religiosa. Quero distinguir isto, mesmo na formação: uma coisa é a vida espiritual, outra é a prática religiosa. «Como está a tua vida espiritual?» - «Bem, está bem! Faço a meditação de manhã, rezo o terço, rezo a “sogra” (a sogra é o breviário), rezo o breviário e tudo... Faço tudo». Não! Isto é prática religiosa. Mas como está a tua vida espiritual? Recordo momentos importantes da minha vida em que esta proximidade com o Senhor foi decisiva para me manter de pé, aguentar-me nos momentos escuros. Sem a intimidade da oração, da vida espiritual, da proximidade concreta com Deus através da escuta da Palavra, da Celebração Eucarística, do silêncio da adoração, da consagração a Maria, do sábio acompanhamento duma guia, do sacramento da Reconciliação… sem estas «proximidades» concretas, um sacerdote não passa, por assim dizer, dum trabalhador cansado que não se aproveita dos benefícios dos amigos do Senhor. Na outra diocese, gostava de perguntar aos padres, que me contavam os seus trabalhos: «Diz-me?! Como vais tu para a cama?» E não percebiam a pergunta. «Sim! À noite, como vais para a cama?» – «Chego cansado, como qualquer coisa e vou para a cama, e lá vejo a televisão que está na frente...» – «Mas como? Não passas sequer junto do Senhor, ao menos para Lhe dar a boa noite?» Aqui está o problema… Falta de proximidade. Era habitual o cansaço do trabalho, ir descansar e ver televisão – o que é lícito –, mas sem o Senhor, sem esta proximidade, não está bem! Rezara o terço, rezara o breviário, mas sem a intimidade com o Senhor. Não sentia a necessidade de dizer ao Senhor: «Adeus! Até amanhã! Muito obrigado!» São pequenos gestos que revelam o comportamento duma alma sacerdotal.

Por exemplo, na vida sacerdotal, muitas vezes pratica-se a oração apenas como um dever, esquecendo que a amizade e o amor não podem ser impostos como uma regra externa, mas são uma opção fundamental do nosso coração. Um sacerdote que reza permanece, radicalmente, um cristão que compreendeu profundamente o dom recebido no Batismo. Um padre que reza é um filho que se lembra continuamente de ser filho e ter um Pai que o ama. Um padre que reza é um filho que se aproxima do Senhor.

Mas tudo isto é difícil se não se está habituado a ter espaços de silêncio ao longo do dia. Se não se sabe largar o «fazer» de Marta, para aprender o «estar» de Maria. Custa a renunciar ao ativismo – muitas vezes o ativismo pode ser uma fuga –, porque quando cessamos de nos atarefar, não vem logo ao coração a paz, mas a desolação; e, para não entrar em desolação, estamos dispostos a nunca parar. O trabalho é uma distração, para não entrar na desolação. Mas desolação é de certo modo o ponto de encontro com Deus. É justamente aceitando a desolação que vem do silêncio, do jejum de atividades e palavras, da coragem de nos examinarmos com sinceridade… é precisamente nessa situação que tudo ganha uma luz e uma paz que já não assentam sobre as nossas forças e capacidades. Trata-se de aprender a deixar que o Senhor continue a realizar a sua obra em cada um e corte tudo o que é infecundo, estéril, e que distorce a vocação. Perseverar na oração significa mais do que permanecer fiéis a uma prática: significa não fugir quando a própria oração nos conduz ao deserto. O caminho do deserto leva à intimidade com Deus, mas sob condição de não fugir, não encontrar formas para escapar deste encontro. Hei de conduzi-lo ao deserto «para lhe falar ao coração»: diz o Senhor ao seu povo, pela boca do profeta Oseias (cf. 2,16). Aqui está uma coisa acerca da qual se deve questionar o sacerdote: é capaz de se deixar levar ao deserto? Os guias espirituais, aqueles que acompanham os sacerdotes, devem compreender, ajudando-os a porem-se esta pergunta: és capaz de te deixar levar ao deserto? Ou vais logo para o oásis da televisão ou doutra coisa qualquer?

A proximidade com Deus permite-nos, a nós sacerdotes, tomar contacto com o sofrimento que existe no nosso coração e, se aceite, nos desarma até ao ponto de tornar possível um encontro. A oração que, como fogo, anima a vida sacerdotal é o clamor dum coração contrito e arrependido, que o Senhor (assim no-lo diz a Palavra) não despreza (cf. Sal 51/50, 19). «Os justos clamaram e o Senhor atendeu-os \ e livrou-os das suas angústias. \ O Senhor está perto dos corações contritos \ e salva os espíritos abatidos» (Sal 34/33, 18-19).

Um sacerdote deve ter um coração suficientemente «ampliado» para dar espaço ao sofrimento do povo que lhe está confiado e ao mesmo tempo, como sentinela, anunciar a aurora da Graça de Deus que se manifesta precisamente naquele sofrimento. Abraçar, aceitar e apresentar a própria miséria na proximidade com o Senhor será a melhor escola para poder, pouco a pouco, dar espaço a toda a miséria e sofrimento que encontrar dia a dia no seu ministério, até ao ponto de se tornar ele mesmo como o coração de Cristo. E isto preparará o sacerdote também para outra proximidade: a proximidade com o Povo de Deus. Na proximidade com Deus, o sacerdote reforça a proximidade com o seu povo; e, vice-versa, na proximidade com o seu povo vive também a proximidade com o seu Senhor. E esta proximidade com Deus – chama-me a atenção – é a primeira tarefa dos bispos, porque quando os Apóstolos «inventam» os diáconos, Pedro depois explica a sua função e conclui assim: «E para nós – os bispos – fica a oração e o anúncio da Palavra» (cf. At 6, 4). Por outra palavras, a primeira tarefa do bispo é rezar; e isto vale também para o sacerdote: rezar.

«Ele é que deve crescer, e eu diminuir» (Jo 3, 30): dizia João Batista. A intimidade com Deus torna possível tudo isto, porque na oração se faz experiência de ser grande aos seus olhos, e então já não é um problema para os sacerdotes próximos do Senhor tornar-se pequenos aos olhos do mundo. E lá, naquela proximidade, já não assusta conformar-se a Jesus Crucificado, como nos é pedido no rito da ordenação sacerdotal, que é maravilhoso, mas esquecemo-lo frequentemente.

E passemos à segunda proximidade, que será mais breve do que a primeira.

Proximidade com o bispo

Durante muito tempo, esta segunda proximidade foi lida só de maneira unilateral. Muitas vezes na história da Igreja, e ainda hoje, se dá à obediência uma interpretação distante do sentir do Evangelho. A obediência não é um atributo disciplinar, mas a caraterística mais forte dos laços que nos unem em comunhão. Obedecer – neste caso, ao bispo – significa aprender a escutar, lembrando-se de que ninguém se pode arvorar em detentor da vontade de Deus e que esta há de ser compreendida apenas através do discernimento. Assim, a obediência é a escuta da vontade de Deus que se discerne precisamente numa ligação. Esta atitude de escuta permite maturar a ideia de que ninguém é o princípio e o fundamento da vida, mas cada qual deve necessariamente confrontar-se com os outros. Esta lógica das proximidades – neste caso com o bispo, mas vale também para as outras – permite vencer qualquer tentação de fechamento, de autojustificação e de vida de «solteiro», ou de «solteirão». Quando os padres se fecham, se vão fechando cada vez mais…, acabam «solteirões» com todas as manias dos «solteirões». E não é um belo espetáculo! Esta proximidade convida-nos, ao contrário, a fazer apelo a outras instâncias para encontrar o caminho que conduz à verdade e à vida.

O bispo não é um vigilante de escola, não é um vigiador, é um pai, e deveria proporcionar esta proximidade. Assim deve procurar comportar-se o bispo, porque senão afasta os padres, ou então só aproxima os ambiciosos. O bispo, seja ele quem for, permanece para cada presbítero e cada Igreja particular uma ligação que ajuda a discernir a vontade de Deus. Mas não devemos esquecer que o próprio bispo só pode ser instrumento deste discernimento se também ele se colocar à escuta da realidade dos seus presbíteros e do povo santo de Deus que lhe está confiado. Como escrevi na Exortação Evangelii gaudium, «precisamos de nos exercitar na arte de escutar, que é mais do que ouvir. Escutar, na comunicação com o outro, é a capacidade do coração que torna possível a proximidade, sem a qual não existe um verdadeiro encontro espiritual. Escutar ajuda-nos a individuar o gesto e a palavra oportunos que nos desinstalam da cómoda condição de espetadores. Só a partir desta escuta respeitosa e compassiva é que se podem encontrar os caminhos para um crescimento genuíno, despertar o desejo do ideal cristão, o anseio de corresponder plenamente ao amor de Deus e o anelo de desenvolver o melhor de quanto Deus semeou na nossa própria vida» (n. 171).

Não é por acaso que o maligno, para destruir a fecundidade da ação da Igreja, procura minar os nossos laços constitutivos. Defender os laços do presbítero com a Igreja particular, com o instituto a que pertence e com o bispo torna confiável a vida sacerdotal. Defender os laços. A obediência é a decisão fundamental de acolher quem está colocado à nossa frente como sinal concreto daquele sacramento universal de salvação que é a Igreja; obediência que pode ser também confrontação, escuta e, nalguns casos, tensão, mas não se separa. Isto requer necessariamente que os sacerdotes rezem pelos bispos e saibam exprimir, com respeito, coragem e sinceridade, o seu parecer. Requer, igualmente dos bispos, humildade, capacidade de escuta, de autocrítica e de se deixar ajudar. Se defendermos esta ligação, avançaremos com segurança no nosso caminho.

E creio que isto, relativamente à proximidade com os bispos, seja suficiente.

Proximidade entre presbíteros

É a terceira proximidade. Proximidade com Deus, proximidade com os bispos, proximidade com os presbíteros. Precisamente a partir da comunhão com o bispo é que se abre a terceira proximidade: a da fraternidade. Jesus manifesta-Se onde há irmãos prontos a amarem-se: «Onde estiverem dois ou três reunidos em meu nome, Eu estou no meio deles» (Mt 18, 20). Também a fraternidade, à semelhança da obediência, não pode ser uma imposição moral externa à pessoa. Fraternidade é optar deliberadamente por procurar ser santo com os outros, e não em solidão, santo com os outros. Um provérbio africano, que bem conheceis, diz: «Se queres chegar depressa, vai sozinho; se queres chegar longe, vai com os outros». Às vezes parece que a Igreja seja lenta – e é verdade –, mas apraz-me pensar que seja a lentidão de quem decidiu caminhar em fraternidade; inclusive acompanhando os últimos, mas sempre em fraternidade.

As caraterísticas da fraternidade são as mesmas do amor. São Paulo, na primeira Carta aos Coríntios (cap. 13), deixou-nos um «guia» claro do amor, indicando-nos em certo sentido para onde deveria tender a fraternidade. Em primeiro lugar, aprender a paciência, que é a capacidade de nos sentir responsáveis pelos outros, carregar os seus fardos, de algum modo padecer com eles. O contrário da paciência é a indiferença, a distância que construímos entre nós e os outros para não nos sentir envolvidos com a sua vida. Em muitos presbíteros, vai-se consumando o drama da solidão, de se sentirem sozinhos. Sentimo-nos não dignos de paciência, de consideração; antes, parece que do outro nos venha o julgamento, não o bem, nem a benignidade. O outro é incapaz de se alegrar com o bem que nos acontece na vida, ou então sou eu que me sinto incapaz de me alegrar quando vejo o bem na vida dos outros. Esta incapacidade de se alegrar com o bem alheio, dos outros é a inveja - quero destacar isto –, que tanto faz tribular os nossos ambientes e que constitui uma dura luta na pedagogia do amor, e não simplesmente um pecado a confessar. O pecado é a última coisa, é a atitude que é invejosa. A inveja está muito presente nas comunidades sacerdotais. E a Palavra de Deus diz-nos que é a atitude destrutiva: por inveja do diabo, entrou o pecado no mundo (cf. Sab 2, 24). É a porta, a porta para a destruição. E sobre isso devemos falar claramente: em nossos presbitérios, há inveja. Nem todos são invejosos. Isso não! Mas a tentação da inveja está sempre à espreita. Tenhamos cuidado. E, da inveja, provem a murmuração.

Para nos sentir parte da comunidade, do «nós», não é preciso usar máscaras que deem, de nós mesmos, apenas uma imagem vencedora. Ou seja, não precisamos de nos vangloriarmos, e menos ainda de nos orgulharmos ou, pior, assumir atitudes violentas, faltando ao respeito com quem nos rodeia. Há também formas clericais de bullying. Com efeito, se um sacerdote tem algo de que gloriar-se, é a misericórdia do Senhor; conhece o seu pecado, a sua miséria e os seus limites, mas experimentou que, onde abundou o pecado, superabundou o amor (cf. Rm 5, 20); e esta é a sua primeira boa nova. Um sacerdote que tenha isto presente, não é invejoso, não pode ser invejoso.

O amor fraterno não busca o próprio interesse, não deixa espaço à ira, ao ressentimento, como se o irmão ao meu lado me tivesse de algum modo defraudado em qualquer coisa. E, quando encontro a miséria do outro, estou pronto a não recordar para sempre o mal recebido, não fazer disso o único critério de julgamento, chegando porventura ao ponto de me alegrar com a injustiça quando a sua vítima é precisamente a pessoa que me fez sofrer. O amor verdadeiro compraz-se com a verdade e considera um pecado grave atentar contra a verdade e a dignidade dos irmãos através de calúnias, maledicências, murmurações. A origem está na inveja. Chega-se a isto, inclusive às calúnias, para se ganhar uma posição... E isto é muito triste. Quando daqui se pedem informações para se fazer bispo alguém, muitas vezes recebemos informações viciadas de inveja. E esta é uma doença dos nossos presbitérios. Muitos de vós são formadores nos Seminários. Tende isto em conta!

Entretanto, à luz disto, não se deve pensar que o amor fraterno seja uma utopia e, muito menos, um «tópico comum» para suscitar bons sentimentos ou palavras de circunstância ou um discurso tranquilizante. Não! Todos sabemos quão difícil possa ser a vida em comunidade ou no presbitério (havia um santo que dizia: a vida comunitária é a minha penitência)! Quão difícil é partilhar o dia a dia com aqueles que quisemos reconhecer como irmãos. Contudo, o amor fraterno, se não pretendermos edulcorá-lo, acomodá-lo, diminuí-lo, é a «grande profecia» que somos chamados a viver nesta sociedade do descarte. Apraz-me pensar no amor fraterno como um ginásio do espírito, onde dia a dia nos confrontamos connosco e temos o termómetro da nossa vida espiritual. Hoje a profecia da fraternidade permanece viva e tem necessidade de arautos; precisa de pessoas que, cientes das próprias limitações e das dificuldades surgidas, se deixem tocar, interpelar e instigar por estas palavras do Senhor: «por isto é que todos conhecerão que sois meus discípulos: se vos amardes uns aos outros» (Jo 13, 35).

No caso dos presbíteros, o amor fraterno não se restringe a um pequeno grupo, mas exprime-se como caridade pastoral (cf. Exort. ap. pós-sinodal Pastores dabo vobis, 23), que impele a vivê-lo concretamente na missão. Podemos dizer que amamos, se aprendermos a expressá-lo como o descreve São Paulo. E só quem procura amar é que está em segurança. Quem vive com a síndrome de Caim, na convicção de não poder amar porque sente continuamente que não foi amado, valorizado, tido na devida consideração, acaba por viver sempre como um errante, sem nunca se sentir em casa, e por isso mesmo está mais exposto ao mal: a fazer-se mal e a fazer mal. Por isso o amor entre os presbíteros tem a função de guardar, de se guardarem mutuamente.

Atrevo-me a dizer que, onde reina a fraternidade sacerdotal, a proximidade entre os padres, e existem laços de verdadeira amizade, é possível viver com mais serenidade também a opção celibatária. O celibato é um dom que a Igreja latina guarda; mas, para ser vivido como santificação, necessita de relações sadias, relações de verdadeira estima apostando no bem autêntico, cuja raiz está em Cristo. Sem amigos e sem oração, o celibato pode tornar-se um peso insuportável e um contratestemunho da própria beleza do sacerdócio.

Agora chegamos à quarta e última proximidade: a proximidade com o Povo de Deus, com o santo Povo fiel de Deus. Ser-nos-á útil ler os números 8 e 12 da Lumen gentium.

Proximidade com o povo

Tenho assinalado, com frequência, como a relação com o santo Povo de Deus seja para cada um de nós, não um dever, mas uma graça. «O amor às pessoas é uma força espiritual que favorece o encontro em plenitude com Deus» (Evangelii gaudium, 272). É por isso que o lugar de cada sacerdote é no meio das pessoas, numa relação de proximidade com o povo. Salientei na Exortação Evangelii gaudium que, «para ser evangelizadores com espírito, é preciso também desenvolver o prazer espiritual de estar próximo da vida das pessoas, até chegar a descobrir que isto se torna fonte duma alegria superior. A missão é uma paixão por Jesus, e simultaneamente uma paixão pelo seu povo. Quando paramos diante de Jesus crucificado, reconhecemos todo o seu amor que nos dignifica e sustenta, mas lá também, se não formos cegos, começamos a perceber que este olhar de Jesus se alonga e dirige, cheio de afeto e ardor, a todo o seu povo fiel. Lá descobrimos novamente que Ele quer servir-Se de nós para chegar cada vez mais perto do seu povo amado. Jesus quer servir-Se dos sacerdotes para ficar mais próximo do santo Povo fiel de Deus. Toma-nos do meio do povo e envia-nos ao povo, de tal modo que a nossa identidade não se compreende sem esta pertença» (Ibid., 268). A identidade sacerdotal não se pode perceber sem esta pertença ao santo Povo fiel de Deus.

Tenho a certeza de que hoje, para se compreender de novo a identidade do sacerdócio, é importante viver em estreita ligação com a vida real das pessoas, ao lado delas, sem qualquer via de fuga. «Às vezes sentimos a tentação de ser cristãos, mantendo uma prudente distância das chagas do Senhor. Mas Jesus quer que toquemos a miséria humana, que toquemos a carne sofredora dos outros. Espera que renunciemos a procurar aqueles abrigos pessoais ou comunitários que permitem manter-nos à distância do nó do drama humano, a fim de aceitarmos verdadeiramente entrar em contacto com a vida concreta dos outros e conhecermos a força da ternura. Quando o fazemos, a vida complica-se sempre maravilhosamente e vivemos a intensa experiência de ser povo, a experiência de pertencer a um povo» (Ibid., 270). E o povo não é uma categoria lógica; é uma categoria mítica; para o entender, devemos aproximar-nos como fazemos com as categorias míticas.

Proximidade com o Povo de Deus. Uma proximidade que, enriquecida com as «outras proximidades», as outras três, convida e, em certa medida, exige dar continuidade ao estilo do Senhor, que é estilo de proximidade, compaixão e ternura, porque capaz de caminhar, não como um juiz, mas como o Bom Samaritano, que reconhece as feridas do seu povo, o sofrimento vivido em silêncio, a abnegação e os sacrifícios de tantos pais e mães para manter as suas famílias, e também as consequências da violência, da corrupção e da indiferença, cuja passagem procura silenciar toda a esperança. Uma proximidade que permite ungir as feridas e proclamar um ano da graça do Senhor (cf. Is 61, 2). É decisivo lembrar-se que o Povo de Deus espera encontrar pastores com o estilo de Jesus e não «clérigos de Estado» (recordamos aquela época na França em que havia o cura de Ars, o cura, mas havia também «monsieur l'abbé», clérigos de Estado). Também hoje o povo pede-nos pastores do povo e não «clérigos de Estado» nem «profissionais do sagrado»; pastores que se entendam de compaixão, de oportunidade; homens corajosos, capazes de parar junto de quem está ferido e estender-lhe a mão; homens contemplativos que possam, na proximidade com o seu povo, anunciar nas chagas do mundo a força operante da Ressurreição.

Uma das caraterísticas cruciais de nossa sociedade «em rede» é que abunda o sentimento de orfandade. Trata-se de um fenómeno atual. Ligados a tudo e a todos, falta-nos a experiência da pertença, que é muito mais do que uma conexão. Com a proximidade do pastor, pode-se convocar a comunidade e favorecer o crescimento do sentido de pertença; pertencemos ao santo Povo fiel de Deus, que é chamado a ser sinal da irrupção do Reino de Deus no momento presente da história. Se o pastor se extraviar, se o pastor se afastar, também as ovelhas se dispersarão acabando ao alcance de todo e qualquer lobo.

Por sua vez, esta pertença proporcionará o antídoto contra uma deformação da vocação, que deriva precisamente do facto de esquecer que se deve a vida sacerdotal aos outros, ou seja, ao Senhor e às pessoas que estão confiadas ao padre. Este esquecimento está na base do clericalismo – de que falou o Cardeal Ouellet – e das suas consequências. O clericalismo é uma perversão. E um dos seus sinais – a rigidez – é outra perversão. O clericalismo é uma perversão, porque se constitui com base no «distanciamento». Curioso! Não sobre as proximidades, mas sobre o contrário! Quando penso no clericalismo, vem-me ao pensamento também a clericalização do laicado, ou seja, a promoção duma pequena elite que, ao redor do padre, acaba inclusivamente por desnaturar a sua missão fundamental (cf. Gaudium et spes, 44): a do fiel leigo. Há tantos leigos clericalizados, tantos: «eu sou de tal associação, estamos em tal paróquia, somos…» os «eleitos», leigos clericalizados: é uma tremenda tentação! Recordemos que «a missão no coração do povo não é uma parte da minha vida, ou um ornamento que posso pôr de lado; não é um apêndice ou um momento entre tantos outros da minha vida. É algo que não posso arrancar do meu ser [sacerdotal], se não me quero destruir. Eu sou uma missão nesta terra, e para isso estou neste mundo. É preciso considerarmo-nos como marcados a fogo por esta missão de iluminar, abençoar, vivificar, levantar, curar, libertar» (Evangelii gaudium, 273).

Gostaria de relacionar esta proximidade com o Povo de Deus e a proximidade com Deus, porque a oração do pastor se nutre e encarna no coração do Povo de Deus. Quando reza, o pastor carrega consigo os sinais das feridas e das alegrias do seu povo, que apresenta em silêncio ao Senhor para que as unja com o dom do Espírito Santo. Está aqui a esperança do pastor, que tem confiança e luta para que o Senhor abençoe o seu povo.

Seguindo o ensinamento de Santo Inácio, segundo o qual «não é o muito saber que sacia e satisfaz a alma, mas o sentir e saborear interiormente as coisas» (Exercícios Espirituais, Anotações, 2, 4), será útil aos bispos e presbíteros interrogarem-se: «Como estão as minhas proximidades»? Como estou a viver estas quatro dimensões do meu ser sacerdotal que o configuram transversalmente e me consentem gerir as tensões e os desequilíbrios com que tenho de lidar diariamente? Estas quatro proximidades são uma boa escola para jogar a todo o campo na realidade concreta onde o sacerdote é chamado, sem medo, sem rigidez, sem reduzir nem empobrecer a missão. Um coração sacerdotal percebe de proximidades, porque o primeiro que quis estar próximo foi o Senhor. Que Ele visite os seus sacerdotes na oração, no bispo, nos irmãos presbíteros e no seu povo. Quebre a rotina e disturbe um pouco, desperte inquietações – como no tempo do primeiro amor –, ponha em movimento todas as capacidades a fim de que o nosso povo tenha vida e vida em abundância (cf. Jo 10, 10). A proximidade com o Senhor não é uma nova tarefa, mas um dom que Ele concede para se manter viva e fecunda a vocação. A proximidade com Deus, a proximidade com o bispo, a proximidade entre nós, sacerdotes, e a proximidade com o santo Povo fiel de Deus.

Vendo a tentação de nos fecharmos em discursos e discussões intermináveis acerca da teologia do sacerdócio ou sobre as teorias do que deveria ser, o Senhor olha com ternura e compaixão para os sacerdotes, oferecendo-lhes as coordenadas a partir das quais hão de reconhecer e manter vivo o ardor pela missão: proximidade que é compassiva e terna, proximidade com Deus, com o bispo, com os irmãos presbíteros e com o povo que lhes foi confiado. Uma proximidade com o estilo de Deus, que Se aproxima com compaixão e ternura.

E obrigado a todos vós pela vossa proximidade e a vossa paciência! Obrigado, muito obrigado! Bom trabalho a todos. Vou à Biblioteca, porque tenho muitos encontros esta manhã. Rezai por mim e eu rezarei por vós. Bom trabalho!

[Bênção]

[00234-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy bracia, dzień dobry!

Dziękuję za możliwość podzielenia się z wami tą refleksją, która rodzi się z tego, co Pan stopniowo pozwalał mi poznać w ciągu tych ponad 50 lat kapłaństwa. Nie chcę wyłączać z tej wdzięcznej pamięci tych księży, którzy swoim życiem i świadectwem ukazywali mi od dzieciństwa to, co urzeczywistnia oblicze Dobrego Pasterza. Zastanawiałem się nad tym, czym podzielić się na temat życia kapłana dzisiaj i doszedłem do wniosku, że najlepsze słowo pochodzi ze świadectwa, które otrzymałem od wielu kapłanów na przestrzeni lat. To, co proponuję, jest owocem dokonywanej refleksji nad nimi, rozpoznając i zastanawiając się nad cechami, które ich wyróżniały i dawały im szczególną siłę, radość i nadzieję w ich misji duszpasterskiej.

Jednocześnie muszę powiedzieć to samo o tych braciach kapłanach, którym musiałem towarzyszyć, ponieważ utracili ogień pierwszej miłości, a ich posługa stała się jałowa, powtarzalna i niemal bez znaczenia. Kapłan w swoim życiu przechodzi przez różne sytuacje i chwile. Sam osobiście przechodziłem przez różne sytuacje i różne chwile, i „rozmyślając” nad poruszeniami Ducha Świętego stwierdziłem, że w niektórych sytuacjach, także w chwilach próby, trudności i opuszczenia, kiedy przeżywałem i dzieliłem życie w pewien sposób, pozostawał spokój. Jestem świadomy, że wiele można by powiedzieć i teoretyzować na temat kapłaństwa. Dzisiaj pragnę podzielić się z wami tym „małym żniwem”, aby dzisiejszy kapłan, niezależnie od chwili, w której żyje, mógł doświadczyć pokoju i owocności, które pragnie dać Duch Święty. Nie wiem, czy te refleksje są „łabędzim śpiewem” mojego kapłańskiego życia, ale z pewnością mogę was zapewnić, że pochodzą z mojego doświadczenia. Nie ma tutaj żadnej teorii, mówię o tym, co przeżyłem.

Okres, który przeżywamy jest czasem, który wymaga od nas nie tylko identyfikacji zmian, ale przyjmowania ich ze świadomością, że stoimy w obliczu zmiany epoki – powtórzyłem to już wiele razy. Jeśli mieliśmy co do tego jakiekolwiek wątpliwości, Covid sprawił, że stało się to bardziej niż oczywiste. Jego wtargnięcie jest bowiem czymś więcej niż tylko kwestią zdrowotną, czymś znacznie więcej, niż jakimś przeziębieniem.

 Zmiana zawsze stawia nas przed różnymi sposobami stawiania jej czoła. Problem w tym, że wiele działań i postaw może być pożytecznych i dobrych, ale nie wszystkie z nich mają posmak Ewangelii. I tu tkwi sedno, zmiana i działanie, które mają lub nie mają posmaku Ewangelii, trzeba to rozeznać. Na przykład poszukiwanie skodyfikowanych form, bardzo często zakotwiczonych w przeszłości, które „zapewniają” nam pewnego rodzaju ochronę przed ryzykiem, chowamy się w świecie lub społeczeństwie, które już nie istnieje (jeśli w ogóle kiedyś istniało), tak jakby ten właśnie porządek był w stanie położyć kres konfliktom, jakie przedstawiają nam dzieje. Jest to kryzys cofania się wstecz, żeby się schronić.

Inną postawą może być przesadny optymizm – „wszystko będzie dobrze”. Posuwanie się za daleko bez rozeznania i bez niezbędnych decyzji. Ten optymizm doprowadza do ignorowania ran tych przekształceń, i który nie potrafi zaakceptować napięć, złożoności i dwuznaczności właściwych czasom obecnym i „uświęca” ostatnią nowość jako to, co jest naprawdę prawdziwe, pogardzając w ten sposób mądrością lat. (Są to dwa rodzaje ucieczki; są to postawy najemnika, który widzi nadchodzącego wilka i ucieka: ucieka w przeszłość lub ucieka w przyszłość). Żadna z tych postaw nie prowadzi do dojrzałych rozwiązań. Musimy zatrzymać się na konkrecie dnia dzisiejszego.

Podoba mi się natomiast postawa rodząca się z ufnego podejmowania rzeczywistości, zakotwiczona w mądrej i żywej Tradycji Kościoła, który może sobie pozwolić na wypłynięcie na głębię bez lęku. Czuję, że Jezus, w tym momencie dziejowym zaprasza nas ponownie, abyśmy „wypłynęli na głębię” (por. Łk 5, 4) z ufnością, że On jest Panem dziejów, i że prowadzeni przez Niego, będziemy potrafili rozeznać perspektywę, do której trzeba dążyć. Nasze zbawienie nie jest zbawieniem aseptycznym, pochodzącym z laboratorium czy z bezcielesnych spirytualizmów -- zawsze istnieje pokusa gnostycyzmu, która jest nowoczesna, jest aktualna. Rozeznawanie woli Bożej oznacza uczenie się interpretowania rzeczywistości oczyma Pana, bez uciekania od tego, co dzieje się z powierzonymi nam ludźmi tam, gdzie żyją, bez niepokoju, prowadzącego nas do poszukiwania szybkiego i uspokajającego wyjścia, kierując się ideologią chwili lub gotową odpowiedzią, które nie są w stanie wziąć odpowiedzialności za najtrudniejsze, a nawet najbardziej mroczne momenty naszej historii. Te dwie drogi prowadziłyby nas do przekreślania „naszej historii Kościoła, która jest chwalebna jako historia ofiar, nadziei, codziennej walki, życia spędzonego na służbie, wytrwałości w żmudnej pracy” (Adhort. ap. Evangelii gaudium, 96).

W tym kontekście również życie kapłańskie odczuwa to wyzwanie. Przejawem tego jest kryzys powołań, który dotyka nasze wspólnoty w różnych miejscach. Jest jednak również prawdą, że często wynika to z braku we wspólnotach zaraźliwego zapału apostolskiego, co oznacza, że nie wzbudzają one entuzjazmu i atrakcyjności. Na przykład wspólnoty funkcjonalne, dobrze zorganizowane, ale pozbawione entuzjazmu, wszystko jest na swoim miejscu, ale brakuje ognia ducha. Tam, gdzie jest życie, żarliwość i pragnienie niesienia Chrystusa innym, tam rodzą się prawdziwe powołania. Nawet w parafiach, gdzie księża nie są bardzo zaangażowani i radośni, to właśnie braterskie i gorliwe życie wspólnoty wzbudza pragnienie całkowitego poświęcenia się Bogu i ewangelizacji, zwłaszcza jeśli ta żywa wspólnota modli się usilnie o powołania i ma odwagę zaproponować drogę szczególnej konsekracji swoim młodym. Kiedy popadamy w funkcjonalizm, w organizację duszpasterską - wszystko jest tylko tym - to wcale nie przyciąga ludzi, ale kiedy jest ksiądz lub wspólnota, która ma ten chrześcijański, chrzcielny zapał, to przyciąga nowe powołania.

Życie kapłana jest przede wszystkim historią zbawienia osoby ochrzczonej. Kardynał Ouellet dokonał takiego rozróżnienia między kapłaństwem służebnym i chrzcielnym. Czasami zapominamy o chrzcie, a kapłan staje się funkcją: funkcjonalizmem, a to jest niebezpieczne. Nie wolno nam nigdy zapominać, że każde szczególne powołanie, w tym także do sakramentu święceń, jest dopełnieniem chrztu świętego. Zawsze jest wielką pokusą, aby żyć kapłaństwem bez chrztu – a są kapłani „bez chrztu” - to znaczy nie pamiętając, że naszym pierwszym powołaniem jest powołanie do świętości. Być świętym oznacza upodobnić się do Jezusa i pozwolić, aby nasze życie było zgodne z Jego uczuciami (por. Flp 2, 5). Tylko wtedy, gdy staramy się miłować tak, jak miłował Jezus, czynimy widzialnym również Boga i w ten sposób realizujemy nasze powołanie do świętości. Słusznie przypominał nam święty Jan Paweł II, że „kapłan — tak jak Kościół — powinien pogłębiać świadomość, że sam musi być nieustannie ewangelizowany” (Posynod. adhort. ap. Pastores dabo vobis, 25 marca 1992, 26). A ty idź i powiedz niektórym biskupom, niektórym księżom, że muszą być ewangelizowani... oni nie rozumieją. I to się dzieje, to jest dramat dnia dzisiejszego.

Każde szczególne powołanie musi być poddane takiemu rozeznaniu. Nasze powołanie jest przede wszystkim odpowiedzią Temu, który pierwszy nas umiłował (por. 1 J 4, 19). I to jest źródłem nadziei, ponieważ nawet w czasie kryzysu Pan nie przestaje kochać, a więc i powoływać. A każdy z nas jest tego świadkiem: pewnego dnia Pan zastał nas tam, gdzie byliśmy i takimi jakimi byliśmy, w środowiskach przeciwstawnych lub w skomplikowanych sytuacjach rodzinnych. Lubię odczytywać na nowo 16 rodził Księgi Ezechiela i czasem się z nią utożsamiam: znalazł mnie tu, znalazł mnie tam, i prowadził mnie naprzód... To Go jednak nie odwiodło od chęci pisania, poprzez każdego z nas, historii zbawienia. Od początku tak było - pomyślmy o Piotrze i Pawle, Mateuszu..., by wymienić tylko kilku - ich wybór nie wynikał z idealnej opcji, ale z konkretnego działania wobec każdego z nich. Każdy, patrząc na swoje człowieczeństwo, swoją historię, swój temperament, nie powinien pytać siebie, czy wybór powołania jest wygodny czy nie, ale czy w sumieniu to powołanie otwiera w nim ten potencjał Miłości, który otrzymaliśmy w dniu naszego chrztu.

Podczas tych okresów przemian pojawia się wiele pytań, z którymi trzeba się zmierzyć, a także wiele pokus, które mogą się pojawić. Dlatego w tym wystąpieniu chciałbym po prostu skupić się na tym, co wydaje mi się decydujące dla życia kapłana dzisiaj, pamiętając o tym, co mówi św. Paweł: „W Nim - to znaczy w Chrystusie - zespalana cała budowla rośnie na świętą w Panu świątynię” (Ef 2, 21). Rozwijać się w porządku to znaczy wzrastać w harmonii, a sprawić rozwój w harmonii może tylko Duch Święty, jak to pięknie ujął św. Bazyli w swojej definicji: "Ipse harmonia est", n. 38 Traktatu „O Duchu Świętym". Pomyślałem zatem, że wszelka budowa, aby się ostać potrzebuje solidnych fundamentów. Dlatego chcę się z wami podzielić postawami, które nadają solidność osobie kapłana, chcę się z wami podzielić – już to słyszeliście – ale powtarzam to jeszcze raz - czterema filarami naszego życia kapłańskiego, które nazwiemy „czterema bliskościami", ponieważ są one zgodne ze stylem Bożym, który jest zasadniczo stylem bliskości (por. Pwt 4, 7). On sam w ten sposób określa siebie wobec ludu: „któryż naród wielki ma bogów tak bliskich, jak Pan, Bóg nasz?”. Styl Boga to bliskość, bliskość szczególna, współczująca i czuła. To są trzy słowa, które określają życie kapłana, a także chrześcijanina, ponieważ są one zaczerpnięte właśnie ze stylu Boga: bliskość, współczucie i czułość.

Wspominałem już o nich w przeszłości, ale dzisiaj chciałbym się nimi zająć szerzej, ponieważ kapłan, bardziej niż recept czy teorii, potrzebuje konkretnych narzędzi, za pomocą których mógłby podchodzić do swojej posługi, misji i codzienności. Święty Paweł zachęcał Tymoteusza, aby zachował żywy dar Boży, który otrzymał przez włożenie rąk, a który nie jest duchem bojaźni, lecz mocy, miłości i trzeźwego myślenia (por. 2 Tm 1, 6-7). Sądzę, że te cztery filary, te cztery „bliskości”, o których będą teraz mówił,  mogą pomóc w sposób praktyczny, konkretny i pełen nadziei w ponownym rozpaleniu daru i owocności, które pewnego dnia zostały nam obiecane, w podtrzymywaniu tego daru przy życiu.

Przede wszystkim bliskość względem Boga. Cztery bliskości, a pierwszą z nich jest bliskość wobec Boga.

Bliskość względem Boga

To znaczy bliskość wobec Pana bliskości. „Ja jestem krzewem winnym, wy - latoroślami – to jest to kiedy św. Jan mówi w Ewangelii o „trwaniu” - Kto trwa we Mnie, a Ja w nim, ten przynosi owoc obfity, ponieważ beze Mnie nic nie możecie uczynić. Ten, kto we Mnie nie trwa, zostanie wyrzucony jak winna latorośl i uschnie. I zbiera się ją, i wrzuca do ognia, i płonie. Jeżeli we Mnie trwać będziecie, a słowa moje w was, poproście, o cokolwiek chcecie, a to wam się spełni” (J 15, 5-7).

Kapłan jest zaproszony przede wszystkim do pielęgnowania tej bliskości, tej zażyłości z Bogiem, a z tej relacji będzie mógł czerpać wszystkie siły potrzebne do pełnienia swojej posługi. Relacja z Bogiem jest, że tak powiem, szczepem, który utrzymuje nas w więzi owocności. Bez znaczącej relacji z Panem nasza służba skazana jest na jałowość. Nasza bliskość z Jezusem, kontakt z Jego Słowem, pozwala nam porównywać nasze życie z Jego życiem i uczyć się nie być zgorszonymi tym, co nas spotyka, bronić się przed „skandalami”. Tak, jak to było w przypadku Mistrza, będziecie przeżywać chwile radości i uczt weselnych, cudów i uzdrowień, rozmnożenia chlebów i odpoczynku. Będą chwile, kiedy będziemy mogli być chwaleni, ale będą też chwile niewdzięczności, odrzucenia, zwątpienia i samotności, aż do tego stopnia, że trzeba będzie powiedzieć: „Boże mój, Boże mój, czemuś mnie opuścił?” (Mt 27, 46).

Bliskość z Jezusem zachęca nas, abyśmy nie bali się żadnej z tych godzin - nie dlatego, że jesteśmy mocni, lecz dlatego, że wpatrujemy się w Niego, chwytamy się Go i mówimy Mu: „Panie, nie pozwól, bym wpadł w pokuszenie! Spraw, bym pojął, że przeżywam ważne chwile mego życia i że Ty jesteś ze mną, by doświadczyć mojej wiary i mojej miłości” (C.M. Martini, Wytrwaliście przy mnie w moich przeciwnościach. Rozważania o Hiobie, Wydawnictwo WAM, 1993, s. 112). Ta bliskość z Bogiem przybiera czasem formę zmagania: trzeba zmagać się z Panem, zwłaszcza w chwilach, kiedy Jego nieobecność jest najbardziej odczuwalna w życiu kapłana lub w życiu powierzonych mu osób. Walczyć przez całą noc i prosić o Jego błogosławieństwo (por. Rdz 32, 25-27), które będzie źródłem życia dla wielu.  Niekiedy jest to zmaganie. Pewien ksiądz, który pracuje tutaj w kurii - który ma trudną pracę, żeby zaprowadzić porządek w pewnym miejscu, młody - opowiadał mi kiedyś, że wracał zmęczony, wracał zmęczony, ale odpoczywał przed snem przed Matką Bożą z różańcem w ręku. On potrzebował tej bliskości, kurialista, pracownik Watykanu. Bardzo krytykuje się ludzi w Kurii, niekiedy to prawda, ale mogę też powiedzieć i dać świadectwo, że są tutaj w Kurii święci, to prawda.

Wiele kryzysów kapłańskich ma swoje źródło właśnie w niedostatecznym życiu modlitewnym, w braku zażyłości z Panem, w sprowadzeniu życia duchowego do zwykłej praktyki religijnej. Chcę to rozróżnić także w formacji: życie duchowe to jedno, praktyki religijne to drugie. „Jak przebiega twoje życie duchowe?” – „Dobrze, dobrze. Rano robię medytację, odmawiam różaniec, odmawiam "teściową" - teściowa to brewiarz - odmawiam brewiarz i to wszystko... Robię wszystko”. - Nie, to jest praktyka religijna. Ale jak przebiega twoje życie duchowe? Pamiętam ważne momenty w moim życiu, kiedy ta bliskość Pana była decydującym czynnikiem, żeby mnie podtrzymać, podtrzymać w chwilach mrocznych. Bez zażyłości modlitwy, życia duchowego, konkretnej bliskości Boga poprzez słuchanie Słowa, celebracji eucharystycznej, milczenia adoracji, zawierzenia się Maryi, mądrego towarzyszenia przewodnika duchowego, sakramentu pojednania, bez tych konkretnych „bliskości” kapłan jest, że tak powiem, tylko znużonym robotnikiem, który nie korzysta z dobrodziejstw przyjaciół Pana. Lubiłem, w innej diecezji, pytać księży: „A powiedz mi - oni mi mówili o swojej pracy - powiedz mi, jak ty kładziesz się spać? A oni nie rozumieli. „Tak tak, jak kładziesz się spać w nocy?”. – „Przychodzę zmęczony, coś przekąszam i kładę się do łóżka, a przed łóżkiem telewizor...". – „Ach, dobrze! A czy nie idziesz do Pana, przynajmniej na dobranoc?”. W tym tkwi problem. Brak bliskości. To było normalne, że zmęczony pracą szedłem odpocząć i oglądałem telewizję, co jest uzasadnione, ale bez Pana, bez tej bliskości. Odmawiał różaniec, odmawiał brewiarz, ale bez zażyłości z Panem. Nie czuł potrzeby, by powiedzieć Panu: „Do widzenia, do jutra, dziękuję bardzo!”. Są to drobne gesty, które ujawniają postawę kapłańskiej duszy.

Nazbyt często, na przykład, w życiu kapłańskim praktykuje się modlitwę jedynie jako obowiązek, zapominając, że przyjaźń i miłość nie mogą być narzucone jako reguła zewnętrzna, lecz są fundamentalnym wyborem naszego serca. Kapłan, który się modli, jest w gruncie rzeczy chrześcijaninem, który w pełni zrozumiał dar otrzymany na chrzcie świętym. Kapłan, który się modli, to syn, który nieustannie pamięta, że jest synem i że ma Ojca, który go miłuje. Kapłan, który się modli, jest synem, który zbliża się do Pana.

Ale to wszystko jest trudne, jeśli nie nawykniemy do czynienia przestrzeni dla milczenia w ciągu dnia. Jeśli nie potrafimy odłożyć na bok „czynienia” jak Marta, aby nauczyć się „przebywania” Marii. Trudno wyrzec się aktywizmu – bardzo często aktywizm może być ucieczką -, bo kiedy przestajemy być zajęci, w serca nie nadchodzi natychmiast pokój, lecz opustoszenie. A  pragnąc nie popaść w opustoszenie jesteśmy gotowi nigdy się nie zatrzymać. Paca jest rozproszeniem, aby wchodzić w opustoszenie. Ale opustoszenie jest trochę punktem spotkania z Bogiem. Ale właśnie akceptując opustoszenie, rodzące się z milczenia, z wyrzeczenia się aktywności i słów, z odwagi szczerego rachunku sumienia – właśnie tutaj, wszystko nabiera światła i pokoju, który nie opiera się już na naszych własnych siłach i możliwościach. Chodzi o to, by nauczyć się pozwalać, aby to Pan kontynuował swoje dzieło w każdym i przycinał to wszystko, co jest bezowocne, jałowe i co wypacza powołanie. Trwać na modlitwie oznacza nie tylko pozostać wiernym jakiejś czynności. Oznacza nie uciekać, gdy właśnie modlitwa prowadzi nas na pustynię. Droga pustyni jest drogą, która prowadzi nas do zażyłości z Bogiem, pod warunkiem jednak, że nie uciekamy, że nie znajdziemy sposobów na ucieczkę od tego spotkania. Na pustyni „będę mówił do jego serca”, mówi Pan swojemu ludowi przez proroka Ozeasza (por. 2, 16). Jest to coś, o co kapłan musi zadać pytanie sobie samemu: czy jest w stanie pozwolić się wyprowadzić na pustynię. Kierownicy duchowi, ci, którzy towarzyszą kapłanom, muszą zrozumieć, pomóc im i zadać to pytanie: czy jesteś w stanie pozwolić sobie na wyjście na pustynię? A może od razu udajesz się do oazy telewizji lub czegoś innego?

Bliskość z Bogiem pozwala kapłanowi nawiązać kontakt z bólem, który jest w naszych sercach i który, jeśli zostanie zaakceptowany, rozbraja nas do tego stopnia, że spotkanie staje się możliwe. Modlitwa, która jak ogień ożywia życie kapłańskie, jest wołaniem serca złamanego i upokorzonego, którym - jak mówi nam Słowo - Pan nie gardzi (por. Ps 50, 19). „Wołali, a Pan ich wysłuchał/ i uwolnił od wszystkich przeciwności. /Oblicze Pana [zwraca się] przeciw źle czyniącym/by pamięć o nich wygładzić z ziemi” (Ps 34, 17-18).

Kapłan musi mieć serce dostatecznie „poszerzone”, by uczynić miejsce dla bólu powierzonego mu ludu, a jednocześnie, jak strażnik, ogłaszać jutrzenkę Bożej łaski, która objawia się właśnie w tym cierpieniu. Ogarnięcie, zaakceptowanie i przedstawienie własnej nędzy w bliskości z Panem będzie najlepszą szkołą, aby móc, krok po kroku, uczynić miejsce dla wszystkich nędz i bólów, z którymi będzie się stykał codziennie w swojej posłudze, aż do upodobnienia się do serca Chrystusa. A to przygotuje kapłana także do innej bliskości: bliskości względem ludu Bożego. W swojej bliskości z Bogiem kapłan umacnia swoją bliskość z ludem i odwrotnie, w swojej bliskości z ludem doświadcza również bliskości ze swoim Panem. I ta bliskość z Bogiem - zwraca to moją uwagę - jest pierwszym zadaniem biskupów, bo kiedy Apostołowie „wymyślili” diakonów, to Piotr wyjaśnia ich funkcję i mówi: „My zaś oddamy się wyłącznie modlitwie i posłudze słowa” (por. Dz 6, 4). Innymi słowy, pierwszym zadaniem biskupa jest modlitwa, a kapłan również musi to podjąć: modlić się.

Jan Chrzciciel powiedział: „Potrzeba, by On wzrastał, a ja się umniejszał” (J 3, 30). To wszystko umożliwia zażyłość z Bogiem, ponieważ na modlitwie doświadczamy, że jesteśmy wielkimi w Jego oczach, a wtedy dla kapłanów bliskich Panu nie jest już problemem stanie się małymi w oczach świata. I w tej bliskości, nie lękamy się już upodobnienia do Jezusa Ukrzyżowanego, czego wymaga się od nas w obrzędzie święceń kapłańskich, co jest bardzo piękne, ale o czym często zapominamy.

Przejdźmy do drugiej bliskości, która będzie znacznie krótsza od pierwszej.

Bliskość względem biskupa

Ta druga bliskość przez długi czas była odczytywana tylko jednostronnie. Jako Kościół zbyt często, także i dzisiaj, nadawaliśmy posłuszeństwu interpretację daleką od przesłania Ewangelii. Posłuszeństwo nie posiada znamienia dyscyplinarnego, lecz jest najsilniejszą cechą więzi, która łączy nas w komunii. Być posłusznym oznacza nauczyć się słuchać i pamiętać, że nikt nie może twierdzić, iż jest dysponentem woli Bożej, i że można ją zrozumieć tylko poprzez rozeznanie. Posłuszeństwo jest więc wsłuchiwaniem się w wolę Bożą, którą rozeznajemy właśnie w pewnej więzi. Taka postawa słuchania pozwala na dojrzewanie idei, że nikt nie jest zasadą i fundamentem życia, lecz że każdy musi koniecznie odnosić się do innych. Ta logika bliskości - w tym przypadku z biskupem, ale obowiązująca także w innych relacjach - pozwala przełamać wszelkie pokusy zamknięcia się, samousprawiedliwienia i życia „kawalerskiego”, czy „starokawalerskiego”. Kiedy księża zamykają się w sobie, zamykają się..., stają się w końcu „starymi kawalerami”, z wszystkimi maniami „starych kawalerów”, a to nie jest dobre. Ta bliskość wręcz przeciwnie zachęca, by odwołać się do innych instancji, aby znaleźć drogę, która prowadzi do prawdy i życia.

Biskup, nie jest  szkolnym nadzorcą, nie jest inspektorem, lecz ojcem i powinien dać tę bliskość. Biskup musi się starać w ten sposób, bo inaczej zraża do siebie księży, albo tylko zbliża tych ambitnych. Biskup, kimkolwiek by był, pozostaje dla każdego prezbitera i dla każdego Kościoła partykularnego więzią, która pomaga rozeznawać wolę Bożą. Nie wolno nam jednak zapominać, że sam biskup może być narzędziem tego rozeznania tylko wtedy, gdy on również wsłuchuje się w realia swoich prezbiterów i powierzonego mu świętego ludu Bożego. W Evangelii gaudium napisałem: „Musimy ćwiczyć się w sztuce słuchania, która polega na czymś więcej niż tylko słyszeniu. Pierwszą sprawą w komunikacji z drugim człowiekiem jest zdolność serca, która umożliwia bliskość, bez której nie istnieje prawdziwe spotkanie duchowe. Słuchanie pomaga nam dostrzec gest oraz stosowne słowo, które podważy naszą spokojną pozycję obserwatorów. Jedynie poczynając od tego słuchania pełnego szacunku i zdolnego do współczucia, można będzie znaleźć drogi prowadzące do prawdziwego wzrostu, można będzie rozbudzić pragnienie ideału chrześcijańskiego, troskę, by odpowiedzieć w pełni na miłość Bożą i pragnienie lepszego rozwinięcia tego, co Bóg zasiał w naszym życiu” (n. 171).

Nie przypadkiem zło, by zniszczyć owocność działania Kościoła, stara się podważyć tworzące nas więzi. Obrona więzi kapłana z Kościołem partykularnym, z instytutem, do którego należy, i z biskupem czyni życie kapłańskie godnym zaufania. Trzeba bronić więzi. Posłuszeństwo jest podstawowym wyborem, by zaakceptować tych, którzy są postawieni przed nami jako konkretny znak tego powszechnego sakramentu zbawienia, jakim jest Kościół. Posłuszeństwo, które może być również konfrontacją, słuchaniem i, w niektórych przypadkach, napięciem, lecz, które si nie łamie. Wymaga to od księży modlitwy za biskupów oraz wyrażania swoich opinii z szacunkiem, odwagą i szczerością. Wymaga to także od biskupów pokory, umiejętności słuchania, samokrytyki i przyjmowania pomocy. Jeśli obronimy tę więź, będziemy mogli bezpiecznie iść naprzód naszą drogą.

I sądzę, że to, jeśli chodzi o bliskość wobec biskupów, jest wystarczające.

Bliskość między prezbiterami

To trzecia bliskość. Bliskość wobec Boga, bliskość względem biskupów, bliskość wobec prezbiterów. To właśnie wychodząc z komunii z biskupem, otwiera się trzecia bliskość, która jest bliskością braterską. Jezus objawia się tam, gdzie są bracia gotowi, by miłować się wzajemnie: „Gdzie są dwaj albo trzej zebrani w imię moje, tam jestem pośród nich” (Mt 18, 20). Braterstwo, podobnie jak posłuszeństwo, nie może być nam narzucone moralnie, w sposób zewnętrzny wobec nas. Braterstwo jest świadomym wyborem, by dążyć do świętości wraz z innymi, a nie w samotności, święci z innymi. Afrykańskie przysłowie, ktre dobrze znacie mówi: „Jeśli chcesz iść szybko, idź sam; jeśli chcesz zajść daleko, idź z innymi”. Czasami wydaje się, że Kościół jest powolny - i jest to prawda - ale lubię myśleć, że jest to powolność tych, którzy zdecydowali się podążać w braterstwie. Także towarzysząc ostatnim, ale zawsze w braterstwie.

Cechy charakterystyczne braterstwa są związane z miłością. Święty Paweł w Pierwszym Liście do Koryntian (rozdz. 13) zostawił nam jasną „mapę” miłości i w pewnym sensie wskazał, do czego powinno dążyć braterstwo. Przede wszystkim jest to uczenie się cierpliwości, będącej zdolnością, by czuć się odpowiedzialnym za innych, by nieść ich ciężary, do cierpienia w pewnym sensie wraz z nimi. Przeciwieństwem cierpliwości jest obojętność, dystans, który budujemy wobec innych, by nie czuć się zaangażowanymi w ich życie. Wielu kapłanów przeżywa dramat samotności, poczucia osamotnienia. Czują się niegodni cierpliwości, szacunku. Wręcz przeciwnie, wydaje się, że od innych przychodzi osąd, a nie  dobro, nie łagodność. Inny nie jest zdolny do radowania się z dobra, które spotyka nas w życiu, albo też i ja nie jestem do tego zdolny, gdy widzę dobro w życiu innych. Tą niezdolnością radowania się z dobra drugiego, dobra innych jest zazdrość – pragnę to podkreślić -, która tak bardzo dręczy nasze środowiska i która jest pewnym znojem w pedagogice miłości, a nie jedynie grzechem, z którego trzeba się wyspowiadać. Grzech jest ostatnią rzeczą, jest to postawa zazdrosna. Zazdrość jest bardzo obecna we wspólnotach kapłańskich. A Słowo Boże mówi nam, że jest to postawa niszcząca: przez zawiść diabła grzech wszedł na świat (por. Mdr 2,24). Jest to brama, brama prowadząca do zniszczenia. I w tej sprawie musimy mówić jasno, w naszych wspólnotach kapłańskich istnieje zazdrość. Nie każdy jest zazdrosny, nie, ale w zasięgu ręki jest pokusa zazdrości. Bądźmy ostrożni. A z zazdrości rodzi się plotkowanie.

Aby poczuć się częścią wspólnoty, „być nami”, nie trzeba zakładać masek, które oferują jedynie zwycięski obraz nas samych. To znaczy, że nie musimy się chwalić, ani tym bardziej unosić się pychą, ani, co gorsza, przyjmować postaw agresywnych, nie szanując tych, którzy nas otaczają. Istnieją także klerykalne formy znęcania się nad innymi. Bo kapłan, jeśli ma się czym chlubić, to miłosierdziem Pana. Zna swój grzech, swoją nędzę i swoje ograniczenia, ale doświadczył, że tam, gdzie obfitował grzech, tam jeszcze obficiej rozlała się miłość (por. Rz 5, 20); i to jest jego pierwsza dobra nowina. Kapłan, który ma to na uwadze, nie jest zazdrosny, nie może być zazdrosny.

Miłość braterska nie szuka swego interesu, nie pozostawia miejsca na gniew, na niechęć, jak gdyby brat stojący obok czegoś mnie pozbawił. A kiedy spotyka mnie nędza drugiego człowieka, jestem gotów nie pamiętać na zawsze doznanego zła, nie czynić z niego jedynego kryterium oceny do tego stopnia, by cieszyć się z niesprawiedliwości, gdy dotyczy ona właśnie osoby, która zadała mi cierpienie. Prawdziwa miłość współweseli się z prawdą i uważa za ciężki grzech atakowanie prawdy i godności swoich braci i sióstr przez oszczerstwa, obmowy i plotki. Źródłem jest zazdrość. Dochodzi się do tego, nawet pomówień, żeby zdobyć jakieś stanowisko... I jest to bardzo smutne. Kiedy żąda się od nas informacji, aby kogoś uczynić biskupem, często otrzymujemy informacje, które są chore z zazdrości. I to jest choroba naszych prezbiterów. Wielu z was jest wykładowcami w seminariach, weźcie to pod uwagę.

Jednakże pod tym względem nie można sobie pozwolić na przekonanie, że miłość braterska jest utopią, a tym bardziej „frazesem”, żeby rozbudzić piękne uczucia lub słowa w kojącym dyskursie. Nie. Wszyscy wiemy, jak trudne może być życie we wspólnocie czy w gronie kapłańskim – pewien święty mawiał_ życie wspólnotowe jest moją pokutą -, jakże trudno dzielić codzienność z tymi, których chcieliśmy uznać za braci. Miłość braterska, jeśli nie chcemy jej osładzać, dostosowywać lub umniejszać, jest „wielkim proroctwem”, do którego przeżywania jesteśmy powołani, w tym społeczeństwie odrzucenia. Lubię myśleć o miłości braterskiej jako o miejscu, gdzie ćwiczy się ducha, gdzie dzień po dniu konfrontujemy się z samymi sobą i mamy termometr naszego życia duchowego. Dziś proroctwo braterstwa pozostaje żywe i potrzebuje tych, którzy je głoszą. Potrzebuje osób, które świadome własnych ograniczeń i trudności, jakie się pojawiają, pozwalają się dotknąć, wezwać i poruszyć słowom Pana: „Po tym wszyscy poznają, żeście uczniami moimi, jeśli będziecie się wzajemnie miłowali” (J 13, 35).

Miłość braterska w przypadku kapłanów nie pozostaje zamknięta w małej grupie, ale wyraża się jako miłość pasterska (por. Posynod. adhort. apost. Pastores dabo vobis, 23), która pobudza do jej konkretnego przeżywania w misji. Możemy powiedzieć, że miłujemy, jeśli nauczymy się wyrażać ją w sposób opisany przez św. Pawła. I tylko ci, którzy starają się miłować, są bezpieczni. Ci, którzy żyją z syndromem Kaina, w przekonaniu, że nie potrafią kochać, bo zawsze czują, że nie są kochani, doceniani, nie cieszą się odpowiednim szacunkiem, w końcu zawsze żyją jak włóczęga, nigdy nie czują się u siebie i z tego właśnie powodu są bardziej narażeni na zło: na wyrządzenie zła sobie  i czynienie zła innym. Dlatego miłość między prezbiterami pełni funkcję strzeżenia, strzeżenia się nawzajem.

Posunąłbym się nawet do stwierdzenia, że tam, gdzie działa kapłańskie braterstwo, bliskość między księżmi istnieją więzy prawdziwej przyjaźni, możliwe jest również przeżywanie wyboru celibatu z większą pogodą ducha. Celibat jest darem, który Kościół łaciński bardzo sobie ceni, ale jest to dar, który, aby mógł być przeżywany jako uświęcenie, wymaga zdrowych relacji, relacji prawdziwego szacunku i prawdziwego dobra, które mają swoje korzenie w Chrystusie. Bez przyjaciół i bez modlitwy, celibat może stać się ciężarem nie do zniesienia i zaprzeczeniem samego piękna kapłaństwa.

Teraz dochodzimy do czwartej bliskości, ostatniej, bliskości z ludem Bożym, ze Świętym Wiernym Ludem Bożym. Warto, abyśmy przeczytali Lumen gentium, numer 8 i 12.

Bliskość z ludźmi

Wielokrotnie podkreślałem, że relacja ze Świętym Ludem Bożym jest dla każdego z nas nie obowiązkiem, lecz łaską. „Miłość do ludzi stanowi duchową siłę, ułatwiającą spotkanie w pełni z Bogiem” (Evangelii gaudium, 272). Dlatego właśnie miejsce każdego kapłana jest pośród ludzi, w relacji bliskości z ludem. W Evangelii gaudium wskazałem, iż „żeby być ewangelizatorami dusz, trzeba rozwinąć duchowe upodobanie pozostania blisko życia ludzi, aż do odkrycia, że staje się to źródłem głębszej radości. Misja łączy się z miłością do Jezusa, ale jednocześnie z miłością do Jego ludu. Gdy zatrzymujemy się przed ukrzyżowanym Jezusem, poznajemy całą Jego miłość, która nas zaszczyca i podtrzymuje, ale stojąc przed Nim, jeśli nie jesteśmy ślepi, zaczynamy dostrzegać, że spojrzenie Jezusa się poszerza, a On, pełen uczucia i żaru, zwraca się w kierunku Jego wiernego ludu. W ten sposób odkrywamy, że On chce się nami posługiwać jako narzędziami, by za każdym razem jeszcze bardziej się zbliżyć do swojego umiłowanego ludu. Jezus chce się posłużyć kapłanami, aby dotrzeć bliżej do świętego wiernego ludu Bożego. Bierze nas z ludu i posyła nas do ludu, tak że nie można zrozumieć naszej tożsamości bez tej przynależności do Niego” (tamże, 268). Nie można zrozumieć tożsamości kapłańskiej bez przynależności do świętego wiernego ludu Bożego.

Jestem pewien, że aby na nowo zrozumieć tożsamość kapłaństwa, trzeba dzisiaj żyć w ścisłej relacji z realnym życiem ludzi, obok nich, bez żadnej drogi ucieczki. „Czasem doświadczamy pokusy bycia chrześcijanami, zachowując roztropny dystans w stosunku do ran Pana. Jezus jednak chce, abyśmy dotykali ludzkiej nędzy, abyśmy dotykali cierpiącego ciała innych. Oczekuje, abyśmy zrezygnowali z poszukiwania osobistych lub wspólnotowych środków ochronnych, pozwalających nam zachować dystans w stosunku do istoty ludzkiej udręki, tak abyśmy rzeczywiście chcieli wejść w kontakt z konkretnym życiem innych i poznali moc czułości. Gdy to czynimy, życie zawsze się nam komplikuje cudownie i przeżywamy głębokie doświadczenie bycia ludem, doświadczenie przynależności do ludu” (tamże, 270). A lud nie jest kategorią logiczną, przeciwnie, jest kategorią mityczną; aby go zrozumieć, musimy podejść do niego tak, jak się podchodzi do kategorii mitycznej.

Bliskość z ludem Bożym. Bliskość, która, wzbogacona o „inne bliskości”, trzy inne, zachęca - i w pewnej mierze wymaga - abyśmy prowadzili styl Pana, który jest stylem bliskości, współczucia i czułości, ponieważ jest zdolny iść nie jako sędzia, lecz jako Dobry Samarytanin, który rozpoznaje rany swojego ludu, cierpienie przeżywane w milczeniu, poświęcenie i wyrzeczenia tak wielu ojców i matek, by utrzymać swoje rodziny, a także znosić konsekwencje przemocy, korupcji i obojętności, które próbują przytłumić wszelką nadzieję. Bliskość, która pozwala namaścić rany i ogłosić rok łaski od Pana (por. Iz 61, 2). Ważne, by pamiętać, że lud Boży ufa, iż znajdzie pasterzy na wzór Jezusa - a nie „urzędników państwowych” – pamiętamy ten czas we Francji: był Proboszcz z Ars, proboszcz, ale był też „monsieur l'abbé”, urzędnik państwowy - także dzisiaj ludzie proszą nas, abyśmy byli pasterzami ludu, a nie urzędnikami państwowymi lub „fachowcami od sacrum” - pasterzami, którzy wiedzieliby o współczuciu i chwilach sposobnych; ludzi odważnych, zdolnych zatrzymać się przed zranionymi i wyciągnąć do nich rękę; ludzi kontemplacyjnych, którzy w swojej bliskości z ludem mogą głosić nad ranami świata czynną moc Zmartwychwstania.

Jedną z istotnych cech naszego „sieciowego” społeczeństwa jest powszechne poczucie osierocenia, jest to zjawisko aktualne. Jesteśmy podłączeni do wszystkiego i wszystkich, a brakuje nam doświadczenia przynależności, które jest czymś znacznie więcej niż tylko połączeniem. Dzięki bliskości pasterza możemy zwołać wspólnotę i wspierać wzrost poczucia przynależności; należymy do Świętego Wiernego Ludu Bożego, który jest powołany, aby być znakiem wkroczenia królestwa Bożego w dzień dzisiejszy dziejów. Jeśli pasterz się gubi, jeśli pasterz się oddala, to i owce się rozproszą i będą w zasięgu każdego wilka.

Ta przynależność z kolei będzie stanowiła środek zaradczy na wypaczenie powołania, rodzące się właśnie z zapomnienia, że życie kapłańskie należy do innych - do Pana i do osób które On nam powierzył. To zapomnienie leży u podstaw klerykalizmu – o którym mówił kardynał Ouellet - i jego następstw. Klerykalizm jest deprawacją, a także jedna z jego oznak jest rygoryzm, kolejna deprawacja. Klerykalizm jest deprawacją, ponieważ jest zbudowany na „dystansie”. Kiedy myślę o klerykalizmie, myślę także o klerykalizacji świeckich: o promowaniu małej elity, która wokół kapłana wypacza także jego własną podstawową misję (por. Gaudium et spes, 44), a także misję osoby świeckiej. Jakże  wielu jest sklerykalizowanych świeckich, tak wielu: „Należę do tego stowarzyszenia, jesteśmy tam w parafii, jesteśmy...”. „Wybrańcy”, sklerykalizowany laikat, to piękna pokusa.. Pamiętajmy, że „misja w sercu ludu nie jest częścią mojego życia ani ozdobą, którą mogę zdjąć; nie jest dodatkiem ani jeszcze jedną chwilą w życiu. Jest czymś, czego nie mogę wykorzenić z mojego bycia kapłanem, jeśli nie chcę siebie zniszczyć. Ja jestem misją na tym świecie, i dlatego jestem w tym świecie. Trzeba przyjąć samych siebie jako naznaczonych ogniem przez tę misję oświecania, błogosławienia, ożywiania, podnoszenia, uzdrawiania, wyzwalania” (Evangelii gaudium, 273).

Chciałbym powiązać tę bliskość z ludem Bożym z bliskością z Bogiem, ponieważ modlitwa pasterza karmi się i ucieleśnia w sercu ludu Bożego. Pasterz, modląc się, niesie ślady ran i radości swego ludu, które w milczeniu przedstawia Panu, aby ten namaścił je darem Ducha Świętego. Jest to nadzieja pasterza, który ufa i zmaga się, by Pan pobłogosławił swój lud.

Idąc za nauczaniem św. Ignacego, że „nie obfitość wiedzy, ale wewnętrzne odczuwanie i smakowanie rzeczy zadawala i nasyca duszę” (Ćwiczenia duchowe, Uwagi wstępne, 2, 4), warto, aby biskupi i kapłani zadawali sobie pytanie, „jaki jest stan mojej bliskości”, jak przeżywam te cztery wymiary, kształtujące moje życie kapłańskie ponad podziałami i pozwalające mi radzić sobie z napięciami i brakiem równowagi, z którymi mamy do czynienia na co dzień. Te cztery bliskości są dobrą szkołą „gry na otwartym polu”, tam, gdzie powołany jest kapłan, bez lęku, bez rygoryzmu, bez pomniejszania, czy zubażania misji. Kapłańskie serce zna bliskość, ponieważ pierwszą osobą, która chciała być blisko, był Pan. Niech On nawiedza swoich kapłanów w modlitwie, w biskupie, w braciach prezbiterach i w swoim ludzie. Niech zakłóca rutynę i trochę przeszkodzi, niech wzbudzi niepokój - jak w czasie pierwszej miłości - zdynamizuje wszystkie zdolności, aby nasz lud miał życie i to życie w obfitości (por. J 10, 10). Bliskości Pana nie są zadaniem dodatkowym: jest to dar, który On daje, aby powołanie było żywe i owocne. Bliskość z Bogiem, bliskość z biskupem, bliskość między nami kapłanami i bliskość ze świętym wiernym ludem Bożym.

Wobec pokusy zamknięcia się w niekończących się dyskusjach na temat teologii kapłaństwa lub na temat tego, czym powinno ono być, Pan patrzy na nas z czułością i współczuciem i ofiarowuje kapłanom współrzędne, dzięki którym mogą rozpoznać i podtrzymać zapał do misji: bliskość, która jest współczująca i czuła, bliskość względem Boga, wobec biskupa, braci prezbiterów i powierzonego im ludu. Bliskość w stylu Boga, który jest bliski ze współczuciem i czułością.

I dziękuję za Waszą bliskość i cierpliwość, dziękuję, bardzo dziękuję! Życzę dobrej pracy wam wszystkim. Idę do biblioteki, bo mam dziś rano wiele spotkań. Módlcie się za mnie, a ja będę się modlił za was. Dobrej pracy!

[Błogosławieństwo]

[00234-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

كلمة قداسة البابا فرنسيس

للمؤتمر عن الكهنوت الذي نظمهمجمع الأساقفة

الخميس 17 شباط/ فبراير 2022

أيّها الإخوة الأعزّاء، صباح الخير!

أشكركم على الفرصة التي أتيحت لي لمشاركة هذا التفكير معكم، الذي نشأ مما جعلني الرّبّ يسوع أختبره تدريجيًا خلال أكثر من خمسين عامًا من الكهنوت. لا أريد أن أستثني من هذه الذكرى الممتنة هؤلاء الكهنة الذين أظهروا لي منذ طفولتي ما يضفي على وجه الراعي الصالح شكلًا، بحياتهم وشهادتهم. لقد تأمّلت في ما أشاركه في حياة الكاهن اليوم وتوصّلت إلى استنتاج مفاده أنّ أفضل كلمة تأتي من الشهادة التي تلقيتها من كهنة عديدين على مر السنين. إنّ ما أقدمه هو ثمرة ممارسة التفكير فيهم، والاعتراف والتأمّل في السمات التي ميزتهم ومنحتهم قوّة وفرحًا ورجاءً فريدًا في رسالتهم الرعويّة.

في الوقت نفسه، يجب أن أقول نفس الشيء عن هؤلاء الإخوة الكهنة الذين كان عليّ أن أرافقهم لأنّهم فقدوا نار حبّهم الأوّل، وأصبحت خدمتهم عقيمة ومتكررة وبلا معنى تقريبًا. يمرّ الكاهن بظروف ولحظات مختلفة في حياته. شخصيًا، مرّرت بظروف مختلفة ولحظات مختلفة، وعندما ”اجتررت“ حركات الرّوح وجدت أنّه في بعض الحالات، بما في ذلك لحظات التجربة والصّعوبة والدّمار، عندما كنت أعيش وأشارك في الحياة بطريقة معينة، بقي السّلام في داخلي. إنّني أدرك أنّه يمكن أن نتكلّم وننظِّر كثيرًا في الكهنوت، وأودّ اليوم أن أشارككم هذا ”الحصاد الصغير“ حتى يتمكّن كاهن اليوم، مهما كانت اللحظة التي يمر بها، من أن يعيش السّلام والخصوبة اللذين يريد الرّوح أن يمنحهما. لا أعرف إن كانت هذه التأملات هي ”أغنية البجع“ (أي آخِر التأملات في الكهنوت) في حياتي الكهنوتية، ويمكنني أن أؤكد أنّها صادرة عن خبرتي. ليست نظريات، أنا أتكلّم عما عشته.

الوقت الذي نعيشه هو وقت يطلب منا ليس فقط أن نعارض التغيير، بل أن نستقبله مع الوعي بأنّنا نجد أنفسنا أمام تغيير العصر - لقد كرّرت هذا من قبل عدة مرات. إن كانت لدينا شكوك حول هذا الأمر، فقد جعله الكوفيد Covid أكثر من واضح: في الواقع، إنّ اقتحامه لعالمنا هو أكثر بكثير من مجرد مسألة صحيّة، أكثر بكثير من مجرد زكام.

التغيير يضعنا دائمًا أمام طرق مختلفة لمواجهتها. المشكلة هي أنّ العديد من الأفعال والمواقف يمكن أن تكون مفيدة وجيدة ولكن ليس كلّ منها يدخل في إطار الإنجيل. وهنا لُبُّ القضية: التغيير والعمل اللذان يمكنهما أو لا يمكنهما أن يدخلونا في إطار الإنجيل، علينا أن نميّز ذلك. مثلًا، البحث عن النماذج المشفرة، غالبًا ما تكون مرتبطة بالماضي والتي ”تضمن“ لنا نوعًا من الحماية من المخاطر، فنلجأ إلى عالم أو إلى مجتمع لم يعد موجودًا (ولربما لم يوجد قط)، كما لو كان هذا النظام المحدّد قادرًا على أن يضع حدًّا للصراعات التي يقدّمها لنا التاريخ. إنّها أزمة العودة إلى الوراء لنجد الملجأ الأمين.

قد يكون الموقف الآخر هو موقف التفاؤل الغاضب - ”سيكون كلّ شيء على ما يرام“ -، نذهب بعيدًا بدون تمييز وبدون اتخاذ القرارات اللازمة. هذا التفاؤل ينتهي بتجاهل جرحى هذا التحوّل ويفشل في مواجهة التوترات والتعقيدات والغموض السائدة في الوقت الحاضر و ”يكرّس“ آخر ما هو جديد على أنّه الحقيقة، وبالتالي يستخف بحكمة السنين. (هناك نوعان من الهروب، هما موقفا الأجير الذي يرى الذئب قادمًا فيهرب: يهرب إلى الماضي أو يهرب إلى المستقبل). لا يؤدّي أي من هذين الموقفين إلى حلول ناضجة. الواقع كما هو اليوم، يجب أن نتوقف هناك، عند ما هو الواقع اليوم.

بدلاً من ذلك، يعجبني الموقف الذي ينشأ من الثقة في تولي مسؤولية الواقع، الراسخ في تقليد الكنيسة الحكيم الباقي والحيّ، والذي يمكنه أن يسمح لنا بأن نسير في عُرض البحر دون خوف. أشعر أنّ يسوع، في هذه اللحظة التاريخيّة، يدعونا مرة أخرى إلى ”أن نسير في عُرض البحر“ (راجع لوقا 5 ، 4) بثقة على أنّه ربّ التاريخ وأنه، بتوجيه منه، سنكون قادرين على تمييز الآفاق التي نريد الوصول إليها. خلاصنا ليس خلاصًا معقمًا، صادرًا من مختبر، لا، أو من روحانيات بلا جسد - هناك دائمًا تجربة الغنوصية، وهي حديثة، وهي حاضرة -، إن تمييز مشيئة الله يعني أن نتعلّم كيف نفسِّر الواقع بعيون الله، دون الحاجة إلى أن نهرب مما يحدث لشعبنا حيث يعيش، ودون القلق الذي يقودنا إلى أن نبحث عن مخرج سريع ومطمئن ومسترشِدٍ بأيديولوجيا مرحليّة، أو من جواب ”مجهَّز“ من قبل، فكلاهما غير قادرين على تحمّل مسؤولية أصعب اللحظات وأحلكها في تاريخنا. يقودنا هذان الطريقان إلى أن ننكر ”تاريخنا، تاريخ الكنيسة، الذي هو تاريخ مجيد لأنّه تاريخ تضحيات، ورجاء، وجهاد يومي، وحياة مستنفدة في الخدمة، وثبات في العمل الشاق“ (الإرشاد الرسولي، البشارة بالإنجيل، Evangelii gaudium 96).

في هذا السياق، تتأثر الحياة الكهنوتية أيضًا من هذا التحدي، يظهر ذلك في أزمة الدعوات التي ابتليت بها جماعاتنا في أماكن مختلفة. ومع ذلك، فمن الصحيح أيضًا أنّ هذا يرجع غالبًا إلى غياب الحماسة الرسوليّة المعدية في الجماعات، فلا تحمل على الحماس، ولا تثير الانجذاب إليها: الجماعات التي تؤدي وظيفة، مثلًا، فهي منظمة بشكل جيّد ولكن بدون حماس، كلّ شيء منظم، لكن تنقص نار الرّوح. حيث توجد حياة وحماسة ورغبة في تقديم المسيح للآخرين، تنشأ دعوات عفويّة. حتى في الرعايا حيث الكهنة ليسوا شديدي الالتزام وليسوا فرحين، فإنّ الحياة الأخويّة وحماسة الجماعة هي التي تثير الرغبة في تكريس النفس كاملة لله وللبشارة بالإنجيل، خاصة إن كانت هذه الجماعة الحيّة تصلّي بإلحاح من أجل الدعوات ولديها الشجاعة لأن تقدّم لشبابها مسيرة تكريس خاصة. عندما نقع في روح الوظيفة، والتنظيم الرعوي - هذا فقط – هذا لا جاذبية فيه، ولكن عندما يكون هناك كاهن أو جماعة لديها هذا الحماس المسيحي، المتأصِّل في المعمودية، إذَّاك تظهر الجاذبية للدعوات الجديدة.

حياة كاهنٍ هي أوّلًا قصة خلاص إنسانٍ معمَّد. ميَّزَ الكاردينال Ouellet بين كهنوت الخدمة وكهنوت المعمودية. ونحن ننسى أحيانًا كهنوت المعمودية، ويصبح الكاهن كأنّه في وظيفة: الكهنوت وظيفة، وهذا أمرٌ خطير. يجب ألّا ننسى أبدًا أنّ كلّ دعوة، بما في ذلك الدعوة إلى الرهبنة، هي إتمام للمعمودية. إنّها دائمًا تجربة كبيرة أن نعيش الكهنوت بدون المعمودية - وهناك كهنة في هذه الحالة، غير متأصلين ”في المعمودية“ -، أي بدون ذاكرة أنّ دعوتنا الأولى هي دعوة إلى القداسة. أن نكون قديسين يعني أن نتفق مع المسيح وأن نترك حياتنا تنبض بمشاعره (راجع فيلبي 2، 15). عندما نحاول أن نحبّ كما أحبّ يسوع، نجعل الله مرئيًا أيضًا وبالتالي ندرك دعوتنا إلى القداسة. لقد ذكّرنا القدّيس يوحنا بولس الثاني بحقّ أنّ "الكاهن، مثل الكنيسة، يجب أن ينمو في الوعي لحاجته الدائمة إلى أن يُبشَّرَ هو نفسُه" (الإرشاد الرسولي، أُعْطيكُم رُعَاة Pastores dabo vobis، 25 آذار/مارس 1992، 26). ولو قلنا اليوم لبعض الأساقفة، وبعض الكهنة أنّهم يجب أن يكونوا هم مبشَّرين... إنّهم لا يفهمون. وهذا ما يحدث، إنّها مأساة اليوم.

يجب أن تخضع كلّ دعوة محددة لهذا النوع من التمييز. دعوتنا هي أوّلاً وقبل كلّ شيء جواب لمن أحبّنا أوّلاً (راجع 1 يوحنا 4، 19). وهذا هو ينبوع الرّجاء لأنّ الرّبّ يسوع، حتى في وسط الأزمة، لا يتوقف عن حبّنا، وبالتالي عن دعوتِنا. وكلّ منا شاهد على هذا: وجدنا الرّبّ يسوع يومًا حيث كنا وكما كنا، في بيئات متناقضة أو في ظروف عائلية معقدة. أحبّ، أنا، أن أقرأ من جديد سفر حزقيال فصل 16 وأطبقه على نفسي: لقد وجدني هنا، ووجدني هكذا، وحملني إلى الأمام... لكن هذا لم يبعده عن الرغبة في أن يكتب تاريخ الخلاص من خلال كلّ واحد منا. منذ البداية كان الأمر كذلك - لنفكّر في بطرس وبولس ومتى...، على سبيل المثال لا الحصر -. اختيارهم لا ينبع من خيار مثالي ولكن من التزام عملي مع كلّ منهم. كلّ واحد، بالنظر إلى إنسانيته، وتاريخه الخاص، وطبعه الخاص، يجب ألّا يسأل نفسه هل كان الاختيار نحو الدعوة مناسبًا أم لا، بل أن يسأل نفسه هل هذه الدعوة تكشف بداخله عن إمكانيات الحبّ التي تلقيناها في يوم معموديتنا.

خلال أوقات التغيير، الأسئلة التي يجب مواجهتها كثيرة، والتجارب أيضًا. لذلك، في مداخلتي هذه، أودّ ببساطة أن أتوقف عندما أراه حاسمًا لحياة الكاهن اليوم، فأتذكّر ما قاله بولس: "فيه – أي في المسيح - يُحكَمُ البِناءُ كُلُّه وَيرتَفِعُ لِيَكونَ هَيكلاً مُقدَّسًا في الرَّبّ" (أفسس 2، 21). أن ”يُحكَمَ البناء“ يعني أن يَنمُوَ في انسجام، وأن يَنمُوَ في انسجام، الرّوح القدس هو وحده الذي يستطيع أن يفعل ذلك، بحسب التعريف الجميل الذي قدّمه القدّيس باسيليوس: الرّوح هو نفسه الانسجام ”Ipse harmonia est“، العدد 38 من الرسالة [في الرّوح القدس]. لذلك فكّرت في أنّ كلّ بناء يحتاج إلى أساس متين لكي يبقى قائمًا. لهذا أريد أن أشارك المواقف التي تعطي صلابة لشخص الكاهن، أريد أن أشارك - لقد سمعتم عن ذلك من قبل، لكني أكرّره مرة أخرى - والأعمدة الأربعة المكوّنة لحياتنا الكهنوتية والتي سنسميها أساليب ”القرب الأربعة“، لأنّها تتبع أسلوب الله، الذي هو بالأساس ”القرب من خليقته“ (راجع تثنية الاشتراع 4، 7). هو نفسه عرّف نفسه للناس كما يلي: ”قولوا لي، من هو الشعب الذي له آلهته أقرب مما تكون إليّ؟“. أسلوب الله هو القرب، وهو قرب خاص ورحيم وحنون. هذه الكلمات الثلاث تحدّد حياة الكاهن والمسيحي أيضًا، لأنّها مأخوذة من أسلوب الله الذي هو: القرب والرحمة والحنان.

لقد أشرت إليها من قبل في الماضي، ومع ذلك، أودّ اليوم أن أتوقف عندها بطريقة أوسع، لأنّ الكاهن، أكثر من وصفات أو نظريات، يحتاج إلى أدوات عمليّة يواجه بها خدمته ورسالته وحياته اليوميّة. حثّ القديس بولس طيموتاوس على أن يحفظ حيّة هبة الله التي نالها من خلال وضع يدَيه، وهي ليست روح الخوف، بل روح القوّة والمحبّة والفِطنة (راجع 2 طيموتاوس 1، 6-7). أعتقد أنّ أعمدة ”القرب“ الأربعة التي سأتكلّم عنها الآن يمكن أن تساعد بطريقة عملية وملموسة ومفعمة بالأمل في إحياء الهبة والخصوبة التي وُعدنا بها ذات يوم، وفي الحفاظ على تلك الهبة حيّة.

أوّلًا القرب من الله. أربعة أنواع من القرب، الأوّل هو القرب من الله.

القرب من الرّبّ

أي القرب من الإله القريب. "أنا الكَرْمةُ وأَنتُمُ الأَغصان - هذا عندما تكلّم يوحنا في الإنجيل على ”الثبات“ -. فمَن ثَبَتَ فيَّ وثَبَتُّ فيه فَذاكَ الَّذي يُثمِرُ ثَمَراً كثيراً لأَنَّكُم، بِمَعزِلٍ عَنِّي لا تَستَطيعونَ أَن تَعمَلوا شيئاً. مَن لا يَثْبُتْ فيَّ يُلْقَ كالغُصنِ إِلى الخارِجِ فَيَيْبَس فيَجمَعونَ الأَغْصان وَيُلْقونَها في النَّارِ فَتَشتَعِل. إِذا ثَبَتُّم فيَّ وثَبَتَ كَلامي فيكُم فَاسأَلوا ما شِئتُم يَكُنْ لَكم" (يوحنا 15، 5-7).

الكاهن مدعو أوّلًا إلى تنمية هذا القرب، الصّلة الحميمة مع الله، ومن هذه العلاقة سيكون قادرًا على أن يستمدَّ كلّ القِوى اللازمة لخدمته. العلاقة مع الله، إن صحّ التعبير، هي تطعيم يبقينا ضمن رباطٍ خصب. بدون علاقة ذات معنى مع الله، سيكون مصير خدمتنا عقيمًا. القرب من يسوع، والتواصل مع كلمته، يسمح لنا بأن نقارن حياتنا بحياته وأن نتعلّم ألّا نتشكك ونعثر لأي شيء يحدث لنا، بل بأن ندافع عن أنفسنا أمام الشكوك والعثرات. كما كان الحال بالنسبة للمعلّم، سوف تمرون بلحظات من الفرح والاحتفالات بالأعراس، والمعجزات والشفاءات، وتكثير الأرغفة والراحة. ستكون هناك أوقات يمكِن أن تُمدَحوا فيها، ولكن ستكون هناك أيضًا ساعات من الجحود والرفض والشك والعزلة، لدرجة تضطرون إلى القول: "إِلهي، إِلهي، لِماذا تَرَكْتني؟" (متى 27، 46).

القرب من يسوع يدعونا إلى عدم الخوف من أي من هذه الساعات - ليس لأنّنا أقوياء، بل لأنّنا ننظر إليه، ونتشبث به ونقول له: "يا ربّ، لا تسمح لي بأن أقع في تجربة! دعني أفهم أنّني أعيش لحظة مهمة في حياتي وأنّك معي لتختبر إيماني وحبّي" (مارتيني، لقاء مع الرّبّ القائم من بين الأموات، دار نشر القديس بولس، 102 / C.M. Martini, Incontro al Signore Risorto, San Paolo, 102). يأخذ هذا القرب من الله أحيانًا شكل صراع: صراع مع الرّبّ خاصة في اللحظات التي يكون فيها غيابه محسوسًا في حياة الكاهن أو في حياة الأشخاص الموكلين إليه. نصارع طوال الليل ونطلب بركته (راجع تكوين 32، 25-27)، التي ستكون ينبوع حياة للكثيرين. في بعض الأحيان هناك صراع. قال لي كاهن يعمل هنا في الكوريا – إنّه مُكَلَّفٌ بعمل صعب، أن يضع نظامًا في مكان ما، هو شاب – قال لي إنّه يعود متعبًا، يعود متعبًا ولكنّه يستريح قبل الذهاب إلى الفراش أمام سيّدتا مريم العذراء والمسبحة في يده. كان بحاجة إلى هذا القرب. يعمل في الكوريا، وهو موظف في الفاتيكان. يتعرض العاملون في الكوريا للانتقاد كثيرًا، قد يكون انتقاد على حقّ في بعض الأحيان، لكن يمكنني أيضًا أن أقول وأشهد أنّه هنا في داخل الكوريا هناك أيضًا قديسون، هذا صحيح.

أزمات كهنوتية عديدة ترجع أصولها إلى ندرة حياة الصّلاة، وعدم وجود صلة حميمة مع الرّبّ، وحصر الحياة الروحية في مجرد ممارسات دينية. أريد أن أنبّه على هذا التمييز أيضًا في مرحلة التنشئة: الحياة الروحية شيء، والممارسات الدينية شيء آخر. قد تسأل: ”كيف هي حياتك الروحية؟“ – ويكون الجواب: ”ممتازة. أنا أقوم بالتأمل في الصباح، وأصلّي المسبحة، وأصلّي الفرض. هذا كلّ شيء... أتمِّمُ كلّ شيء“. لا، هذه ممارسات دينية. لكن كيف هي حياتك الروحية؟ أتذكّر لحظات مهمة في حياتي كان فيها هذا القرب من الرّبّ حاسمًا في مساندتي، في مساندتي في اللحظات الحالكة. بدون الصّلاة الحميمة، والحياة الروحية، والقرب الملموس من الله من خلال الاصغاء إلى الكلمة، والاحتفال الإفخارستي، وصمت السجود، واستيداع أنفسننا إلى مريم، ومرافقة مرشد حكيمة، وسرّ المصالحة، بدون كلّ ”القرب“ هذا، الكاهن، إن صحّ التعبير، مجرد عامل مُتعب لا يتمتع بفوائد أصدقاء الرّبّ. في الأبرشية الأخرى أحببت أن أسأل الكهنة: ”قولوا لي – وكانوا يحدثونني عن عملهم – قل لي، كيف تذهب إلى الفراش؟“. لم يفهموا. ”نعم نعم، كيف تذهب إلى الفراش في الليل؟“ - ”أصل متعبًا، وأتناول لقمة وأخلد إلى الفراش، وأمام الفراش التلفاز...“ - ”جيد! ألّا تمر أمام الرّبّ، على الأقل لتقول له ليلة سعيدة؟“. هذه هي المشكلة. ينقص القرب. من الطبيعي التعب من العمل والذهاب للراحة ومشاهدة التلفاز، وهو أمر جائز، لكن بدون الرّبّ، بدون هذا القرب؟ كان قد صلّى مسبحة الوردية، وصلّى صلاة الساعات، ولكن من دون الصّلة الحميمة مع الرّبّ. لم يشعر بالحاجة إلى أن يقول للرّبّ: ”مرحبا، أراك غدًا، شكرًا جزيلاً!“. إنّها حركات صغيرة تكشف موقف الرّوح الكهنوتية.

في كثير من الأحيان، مثلًا، تُمارس الصّلاة في الحياة الكهنوتية فقط كواجب، وننسى أنّ الصّداقة والمحبّة لا يمكن فرضهما كقاعدة خارجية، بل هي اختيار أساسي لقلوبنا. الكاهن الذي يصلّي يبقى، عند أصوله، مسيحيًا يفهم تمامًا الهبة التي نالها في المعمودية. الكاهن الذي يصلّي هو ابنٌ يتذكّر باستمرار أنّه ابنٌ وله أبٌ يحبّه. الكاهن الذي يصلّي هو ابنٌ يقترب من الرّبّ.

لكن كلّ هذا صعب إن لم تكن معتادًا على وجود مساحات صمت في النهار. وإن لم تعرف كيف تتخلى عن ”عمل“ مارتا لتتعلّم ”المكوث“ مثل مريم. من الصعب أن تتخلى عن كثرة النشاطات - في كثير من الأحيان يمكن أن يكون النشاط مهربًا -، لأنّه عندما تتوقّف عن الانشغال، لا يأتي السّلام فورًا إلى قلبك، بل يأتي الإحباط، ولكي لا ندخل في الإحباط، علينا ألّا نتوقف أبدًا. العمل هو إلهاء حتى لا نقع في الإحباط. لكن الإحباط يشبه إلى حد ما نقطة اللقاء مع الله. ومن خلال قبول الإحباط الذي يأتي من الصمت، والامتناع عن الأنشطة والكلمات، ومن الشجاعة لفحص أنفسنا بإخلاص، بالتحديد هناك، فإنّ كلّ شيء يستمدّ النور والسّلام اللذين لم يعودا يعتمدان على قوتنا وقدراتنا. فنتعلّم أن نسمح للرّبّ بأن يستمر في تحقيق عمله في كلّ واحد وتقليم كلّ ما هو غير خصب وعقيم ويشوّه الدعوة. المثابرة على الصّلاة لا تعني فقط أن نبقى مخلصين لممارسة ما: إنّها تعني ألّا نهرب عندما تقودنا الصّلاة بالتحديد إلى الصحراء. الطريق إلى الصحراء هو طريق يقودنا إلى الصّلة الحميمة مع الله، بشرط، مع ذلك، ألّا نهرب، وألّا نجد طرق للهروب من هذا اللقاء. وفي الصحراء قال الله لشعبه على لسان هوشع النبي: ”سأُخاطِبُ قَلبَه“ (راجع 2، 16). هذا أمر يجب على الكاهن أن يسأل نفسه عنه: إن كان قادرًا على أن يسمح لنفسه أن تذهب إلى الصحراء. يجب على المرشدين الروحيّين، الذين يرافقون الكهنة، أن يفهموا ويساعدوهم ويطرحوا عليهم هذا السؤال: هل تستطيع أن تترك نفسك تذهب إلى الصحراء؟ أم تذهب مباشرة إلى واحة التلفاز أو إلى شيء آخر؟

القرب من الله يسمح للكاهن بالتواصل مع الألم الذي في قلوبنا والذي يجردنا من سلاحنا إلى درجة جعل اللقاء ممكنًا، إن تم قبوله. الصّلاة التي تحيي الحياة الكهنوتية، مثل النار، هي صرخة قلب محطم وذليل، لا يزدريه الله - كما تقول لنا الكلمة - (راجع مزمور 51، 19). "صَرَخوا والرَّبّ سَمِعَهم ومِن جَميعِ مَضايِقِهم أَنقَذَهم. الرّبّ قَريب مِن مُنكَسِري القُلوب ويُخَلّصُ مُنسَحِقي الأرْواح" (مزمور 34، 18-19).

يجب أن يكون للكاهن قلبٌ ”كبير“ بما يكفي ليكونَ فيه مكانٌ يتَّسعُ لألمِ الشعبِ الموكولِ إليه، وليكونَ، في الوقت نفسه، الحارسَ الذي يُؤْذِنُ ببُزوغ فجرِ نعمةِ الله التي تتجلَّى في هذا الألم. معانقةُ حالةِ شقائِنا، وقبولُها ووضعُها أمام الله، هي أفضلُ مدرسة ليتعلَّمَ الكاهن، شيئًا فشيئًا، ويقدرَ أن يجعلَ في نفسه مكانًا لكلِّ الشقاء والألمِ الذي يَلقاه كلَّ يوم في خدمتِه، يجبُ أن يُصبِحَ هو نفسُه مثلَ قلبِ المـسيح. وهذا يُعِدُّ الكاهنَ لقربٍ آخَر: القربِ من شعبِ الله. في القربِ من الله يزيد قربُ الكاهن من شعبِه. والعَكس صحيح، فإنَّ قربَه من شعبِه يزيدُه قربًا من ربِّه. وهذا القرب من الله - يلفت انتباهي - هو مهمة الأساقفة الأولى، لأنّه عندما ”أنشأ“ الرسل الشمامسة، شرح بطرس مهمتهم وقال ما يلي: ”وبالنسبة لنا - للأساقفة - الصّلاة وتبشير الكلمة“ (راجع أعمال الرسل 6، 4). أي أنّ مهمة الأساقفة الأولى هي الصّلاة، وهذه أيضًا هي مهمة الكاهن الأولى: أن يصلّي.

كان يوحنا المعمدان يقول: "لا بدَّ له من أن يَكبُر. ولا بدَّ لي من أن أصغُر" (يوحنا 3، 30). الصّلة الحميمة مع الله تجعلُ هذا أمرًا ممكنًا، لأنّه يختبرُ في الصّلاة أنه كبيرٌ في عينَيْ الله، ومن ثَمَّ لم تعُدْ مشكلة للكهنة القريبين من الله أن يصبحوا صغارًا في عيونِ العالم. وفي هذا القرب، لم يعد مخيفًا التشبُّهُ بيسوع المصلوب، كما يُطلب منا في طقس الرسامة الكهنوتيّة، الذي هو جميل جدًا ولكن غالبًا ما ننساه.

لننتقل إلى القرب الثاني، الذي سيكون أقصر من الأوّل.

القرب من الأسقف

مدَّةَ فترة طويلة، تمَّ فَهمُ هذا القُربُ الثاني من جانب واحد فقط. ككنيسة في كثير من الأحيان، وحتى اليوم، أعطينا ​الطاعة تفسيرًا بعيدًا عن الحس الإنجيلي. الطاعة ليست صفة تأديبية بل هي أقوى علامة تعبِّرُ عن الروابط التي توحِّدنا في الشّرِكة. الطاعة، هنا الطاعة للأسقف، تعني أن نتعلَّمَ الاصغاء وأن نتذكَّرَ أنّه لا يمكن لأحد أن يدَّعي أنَّه مَالِكٌ لإرادةِ الله، وأنّها تُفهَمُ فقط بالتميِيز والحكمة. الطاعة هي الاستماعُ إلى إرادةِ الله، وهي التي تُفهَم على أنّها رباط. وموقفُ الإصغاءِ هذا يسمح بأن نطوِّر الفكرة: أنّه لا أحد وحده هو مبدأ وأساس الحياة، لكن على كلّ واحد أن يقارِنَ نفسه مع الآخرين. إنّ منطق القرب هذا - في هذه الحالة، مع الأسقف، ولكنّه ينطبق أيضًا على الآخرين – يمكِّنُنا من مقاومةِ كلِّ إغراءات الانغلاق والتبرير الذاتي، وأن نصنعَ لنا حياة منكمِشة. عندما ينغلق الكهنة على أنفسهم، ينتهي بهم الأمر إلى حالة من الانكماش ”والحَرَد“. وهذا ليس لطيفًا. هذا القرب على العكس من ذلك، يدعونا هذا المنطق إلى مناشدة كيانات أخرى تساعدُنا لنجد الطريق الذي يؤدّي إلى الحقيقة وإلى الحياة.

الأسقف، ليس مراقبًا في مدرسة، وليس حارسًا، بل هو أب، وعليه أن يُشعِرَ بهذا القرب. يجب أن يحاول الأسقف أن يتصرف بهذه الطريقة لأنّه بخلاف ذلك يبعد عنه الكهنة، أو يقرِّب فقط الطموحين. الأسقف أيًّا كان، يبقى، لكلّ كاهن ولكلّ كنيسة خاصة، رباطًا يساعد على تمييز إرادة الله. لكن يجب ألّا ننسى أنّ الأسقفَ نفسه يمكن أن يكونَ أداةً لهذا التمييز، فقط إذا أصغَى هو أيضًا إلى واقعِ كهنتِه وشعبِ الله المقدّس الموكولِ إليه. كتبتُ في الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل (Evangelii gaudium): "نحن بحاجة إلى أن نتدرَّبَ في فنِّ الإصغاء، وهو أكثرُ من السمع. أوّلُ شيء، في التواصل مع الآخر، هو قدرة القلب التي تجعل القُربَ ممكنًا، وبدونه لا يوجَد لقاءٌ روحيٌّ حقيقيّ. يساعدُنا الإصغاءُ على تحديدِ الحركة والكلمةِ الصحيحة التي تُخرِجُنا من حالة المتفرِّجين الهادئة. فقط، بالبدءِ بهذا الإصغاء المليء بالاحترام والحنان، يمكن وجود طرقٍ للنُمُوّ، ويمكن إيقاظُ الرغبةِ في المَثَلِ الأعلى المسيحي، وإثارةِ القلقِ أيضًا للاستجابةِ الكاملةِ لمحبةِ الله، والرغبةِ في تطوير أفضلِ ما زرعَه الله في حياتنا" (رقم 171).

ليس من قبيل الصدفة أنّ الشرّ، من أجل تدمير خصوبة عمل الكنيسة، يسعى إلى تقويض الروابط التي تكَوِّنُنا. الدفاع عن روابط الكاهن بالكنيسة الخاصة، مع المؤسسة التي ينتمي إليها ومع الأسقف يجعل الحياة الكهنوتيّة تُوحِي بالثقة. الدفاع عن الروابط. الطاعةُ هي الخيارُ الأساسي للترحيب بمَن هم أمامنا كعلامة ملموسةٍ لسِرّ الخلاص الشامل الذي هو الكنيسة. هي طاعةٌ يمكن أن تكون أيضًا مقارنة، وإصغاء، وأحيانًا توتُّرًا، لكنّها لا تقطع الرابط. وهذا يقتضي بالضرورة أن يصلّي الكهنة من أجل الأساقفة وأن يعرفوا كيف يعبّرون ​​لهم عن آرائهم باحترام وشجاعة وصدق. كما يتطلَّبُ أيضًا تواضعًا من الأساقفة والقدرة على الإصغاء ونَقدِ الذات، والسماحِ للغير بالمساعدة. إن دافعنا عن هذا الرباط، سنتقدَّم في طريقنا بأمان.

أعتقد أن هذا كافٍ فيما يتعلق بالقرب من الأسقف.

القرب بين الكهنة

إنّه القرب الثالث. القرب من الله، والقرب من الأساقفة، والقرب من الكهنة. ينطلق هذا القرب الثالث، وهو القرب الأخوي، من الشركة مع الأسقف. يُظهِر يسوع نفسه حيث يوجد إخوة مستعدون لأن يُحِبُّوا بعضهم بعضًا: "حيثما اجتمع اثنان أو ثلاثة باسمي، كنت بينهم" (متى 18، 20). الأخُوّة، مثلُ الطاعة، لا يمكن أن تكون فرضًا أخلاقيًا يُفرَضُ علينا من الخارج. الأخُوّة هي خيار طَوعِيّ نَسعَى به لأن نكون قديسين مع الآخرين، وليس معزولين عنهم، بل قديسين مع الآخرين. يقول مثل أفريقي: ”إذا أردت أن تمضي بسرعة، فاذهب وحدك؛ إذا كنت تريد أن تذهب بعيدًا، فاذهب مع الآخرين“. يبدو أحيانًا أنّ الكنيسة بطيئة - وهذا صحيح - لكني أحبّ أن أعتقد أنّ هذا هو بطء الذين قرَّرُوا أن يسيروا مثلَ الإخوة. وأيضًا مرافقة الأخيرين، ولكن دائمًا في الأخوّة.

صفات الأخُوّة هي صفات المحبّة. لقد ترك لنا القديس بولس، في رسالته الأولى إلى أهل قورنتس (الفصل 13) ”خريطة“ واضحة للمحبّة وأظهر لنا، بمعنى ما، ما يجب أن تهدف إليه الأخُوّة. أوَلًا، نتعلّم الصبر، وهو القدرة على الشعور بأنّنا مسؤولون عن الآخرين، وعلينا أن نحمل أثقالهم، وأن نتألَّم معهم. نقيض الصبر هو اللامبالاة، المسافة التي نبنيها بيننا وبين الآخرين حتى لا نشعر بأننا مَعنِيُّون بحياتهم. قد تبلغ مأساة الوَحدة قِمّتَها، في كثيرٍ من الكهنة، فيشعرون بأنّهم وحدَهم. يشعرون أنّهم لا يستحقون الصبر والاعتبار. بل يبدو لهم أنّ الآخرين يحكمون عليهم. بدلًا من معاملتِهم بالحُسنَى وباللطف. الآخر غير قادر على الفرح بالخير الذي يصيبنا في الحياة، أو أنا أيضًا غير قادر على ذلك عندما أرى الخير في حياة الآخرين. هذا العجز غير القادر على الفرح بخير الآخرين، هو الحسد، الذي يعذِّبنا في حالات كثيرة وهو أمرٌ مُرهِق في تربية الحُبّ، وليس مجرد خطيئة نعترف بها. الخطيئة هي آخر شيء، وهي موقف الحاسد. الحسد حاضر جدًا في الجماعات الكهنوتية. وتقول لنا كلمة الله إنّ هذا هو الموقف الهدام: من خلال حسد إبليس دخلت الخطيئة إلى العالم (راجع حكمة 2، 24). إنّه الباب، باب الدمار. وفي هذا يجب أن نتكلّم بوضوح، بين كهنتنا يوجد حسد. ليس الجميع حسودين، لا، لكن التجربة قريبة والحسد في متناول اليد. لنكن متنبهين. ومن الحسد تأتي الثرثرة.

لكي نشعر بأنّنا جزء من جماعة المؤمنين، لكي ”نكون نحن“، جماعةً، لا داعي لارتداء أقنعة تُعطِي عنا صورة المنتصرين. بعبارة أخرى، لسنا بحاجة إلى التباهي، ولا أن نضخِّم أنفسنا، أو أسوأ من ذلك، لسنا بحاجة إلى ادّعاء مواقف عنيفة، وعدم احترام لمن حولنا. هناك مواقف إكليريكية فيها اعتداء أو تسلّط. مع أنّ الكاهن، إن كان له ما يفتخر به، فهو رحمة الله. إنّه يعرف خطيئة نفسه وشقاءه وحدوده، لكنّه اختبر أيضًا أنّه حيث كثُرَت الخطيئة، كثُرَت المحبّة (راجع رومة 5، 20)؛ وهذا أوّل أخباره السارة. الكاهن الذي يضع هذا في ذهنه ليس حسودًا، لا يمكنه أن يكون حسودًا.

الحبّ الأخوي لا يبحث عن مصلحته الخاصة، ولا يترك مجالًا للغضب والاستياء، كأنّ الأخ الواقف في جانبي قد جرَّدَني من شيءٍ ما. وعندما أواجه شقاء الآخر، فأنا على استعداد ألّا أتذكَّر دائمًا الشرَّ الذي تلقيته منه، فلا أجعلُه معيارَ الحكم الوحيد، إلى درجة أنّي أفرح بالظلم الذي يحِلُّ بالشخص نفسه الذي أساء إليّ. المحبّة الحقيقيّة تفرح بالحق وتعتبر خطيئة جسيمة الاعتداء على الحقيقة وعلى كرامة الإخوة بالغِيبَة والافتراء والثرثرة. الأصل هو حسد. يمكن الوصول أيضًا إلى الافتراء، للوصول إلى مكان ما... وهذا أمر محزن جدًّا. عندما يتم طلب معلومات من هنا لترشيح شخص للأسقفية، فإننا نتلقى في كثير من الأحيان معلومات ”مريضة“ بالحسد. وهذا مرض في كهنتنا. كثير منكم منشّؤون في الإكليريكيات، خذوا ذلك بالحسبان.

ومع ذلك، بهذا المعنى لا يمكن السماح للاعتقاد بأنّ الحبّ الأخوي هو يوتوبيا، أو ”خيال عام“ لإثارةِ مشاعرَ حسَنة أو كلماتِ مجاملَة في خطابٍ مُطَمْئِن. لا. نحن نعلَم جميعًا كم هو صعب العيشُ في جماعة أو في الكهنوت - قال أحد القدّيسين: الحياة الجماعية هي عقابي-، ما مدى صعوبة مشاركةُ الحياةِ اليوميَّة مع أولئك الذين أرَدْنا الاعتراف بهم إخوة. المحبّة الأخويّة، إن لم نُرِدْ أن نجمِّلَها، ونقلِّلَ من معناها، وتكييفَها بحسب الظروف، هي ”النُّبوءَةُ الكبرى“ التي نحن مدعوون إلى عيشها في هذا المجتمع الذي يُقصِي الكثيرين. أُحِبُّ أن أفكِّر في الحبِّ الأخوي على أنّه حافز الرّوح، الرّوح الذي يدفع، حيث نواجِهُ أنفسَنا يومًا بعد يوم، ونجد فيه مقياسَ الحرارة لحياتنا الروحيّة. اليوم نُبُوءةُ الأخوّة ما زالت حيّة وتحتاج إلى من يبشِّر بها. تحتاج إلى أشخاص، يعرفون حدودَهم والصعوباتِ القائمةَ أمامهم، ويسمحون لأنفسهم بأن يتأثروا بكلمات الرّبّ، ويشعرون أنّها موجهة إليهم، فتحرِّكُهم: "بهذا سيعرف الجميع أنّكم تلاميذي: إن أحببتم بعضكم بعضًا" (يوحنا 13، 35).

المحبّة الأخويّة للكهنة لا تبقى منغلقة في مجموعة صغيرة، بل هي محبّة رعوية شاملة (راجع الإرشاد الرسولي، أُعْطيكُم رُعَاة Pastores dabo vobis، 23)، تدفع إلى عيشها عمليًّا في الرسالة. يمكننا أن نقول إنّنا نُحِبّ إذا تعلَّمْنا أن ننظُرَ إليها كما وصفَها القديس بولس. الذي يريدُ أن يُحِبّ هو وحده في أمان. أولئك الذين يعيشون وهم يحملون روح قايين، فيعتقدون أنّهم لن يقدروا أن يُحِبُّوا لأنّهم لم يجدوا الحُبّ، ولا الاعتبارَ ولا التقديرَ اللازم، هؤلاء سيعيشون في النهاية دائمًا مثل المشرَّدين، دون أن يشعروا أبدًا أنّهم في بيتهم، ولهذا السبب فهم أكثر عُرضَةً للشرّ: لأن يُسيئوا إلى أنفسهم وإلى غيرهم. لهذا السبب، عمل المحبّة بين الكهنة أن يسهروا بعضهم على بعض. سهر متبادل.

أذهب إلى أبعد من ذلك، وأقول: عندما يعيش الكهنة الأخُوّة الكهنوتيّة، القرب بين الكهنة، وتربطهم روابط صداقة حقيقيّة، من الممكن أيضًا أن يعيشوا خيار العزوبية بمزيد من الصفاء. العزوبية هي عطية تحافظ عليها حتى الآن الكنيسة اللاتينية، لكنّها عطية تتطلب، لكي نعيشها وتكون تقديسًا لنا، علاقات صحيّة وعلاقات احترام حقيقي وخير حقيقي تجد جذورها في المسيح. بدون أصدقاء وبدون صلاة، يمكن أن تصبح العزوبة عبئًا لا يُطاق وشهادة معاكسة لجمال الكهنوت.

نأتي الآن إلى القرب الرابع والأخير، القرب من شعب الله، من شعب الله المقدس والأمين. ومن المفيد أن نقرأ Lumen gentium، رقم 8 و 12.

القرب من الناس

شدَّدْتُ مرارًا عديدة على أنّ العلاقة مع شعب الله المقدّس ليسَت واجبًا علينا بل نعمة. "محبّة الناس قوّة روحيّة تساعد على مِلءِ اللقاء مع الله" (الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل Evangelii gaudium، 272). لهذا فإنّ مكان كلّ كاهن هو أن يكون مع الشعب، في علاقة قرب مع الشعب.

شدَّدْتُ في الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل، وقُلْت: "لكي نكونَ مبشِّرين يجب أن نطوِّر فينا الذوق الروحي، فنُحِبَّ البقاء قريبين من حياة الناس، إلى أن نكتشف أنّ هذا القرب يصير لنا مصدر فرح أسمى. الرسالة هي انشغاف بيسوع، وهي في نفس الوقت انشغاف بشؤون شعبه. عندما نتوقف أمام يسوع المصلوب، ندرك كلّ محبته التي تمنحنا الكرامة وتدعمنا، في تلك اللحظة نفسها، إن لم نكن عميانًا، نبدَأُ أن ندرك أن نظرة يسوع تتَّسِعٌ وتتوجَّه مليئةً بالمودّة والعاطفة إلى جميع شعبه الأمين. وهكذا نكتشف أنّه يريد أن يستخدِمَنا ليزدادَ قربًا من شعبه المحبوب. أراد يسوع أن يخدم الكهنة ليكونوا أكثر قربًا من شعب الله المقدس الأمين. فإنّه يأخذُنا من بين الناس ويُرسلُنا إلى الناس، ولا تُفهم هوِّيَّتُنا دون هذا الانتماء إلى الشعب" (المرجع نفسه، 268). لا يمكن فهم الهوية الكهنوتية دون الانتماء إلى شعب الله المقدس الأمين.

من أجل فَهمِ هوّيَة الكهنوت من جديد، أنا متأكِّد من أنّه من المهِمّ اليوم أن نعيش في علاقة وثيقة مع حياة الناس الواقعيّة، بجانبهم، دون أيّ طريق للهرب. "نشعر أحيانًا بالتجربة أنّنا نصبح مسيحيّين بالابتعاد والحذر من جِرَاحِ الرَّبّ. لكن يسوع يريدُنا أن نَلمَس الشقاء البشري، وأن نَلمَس جسدَ الآخَرين المتألّم. إنّه ينتظر مِنّا أن نتخلَّى عن البحث عن الملاجئ الشخصيّة أو الجماعيّة التي تسمح لنا بالبقاء بعيدين عن عقدة المأساة البشريّة، حتى نقبل حقًا التواصل مع حياة الآخرين الملموسة ونعرف قوّة الحنان. عندما نفعل ذلك، تزداد حياتا تعقيدًا لكن بصورة مدهشة ونعيش الخبرة المكثَّفة أنّنا شعب، خبرةَ انتمائنا إلى شعب" (المرجع نفسه، 270). والشعب ليس فئة منطقية، لا، بل فئة ”مُثُل“ ومثالية. لفهم هذا يجب علينا أن نقترب من الشعب كما ولو كنا نقترب من فئة ”مثالية“.

القُربُ من شعبِ الله، هو القُربُ الذي يغتنى مع سائر أنواعِ القرب، يَدعُو – بل يقتضي - الاستمرار في طُرَق الرّبّ، وهي طرق القرب والرحمة والحنان، لأنّه قادر على السير معنا لا قاضيًا بل بصفة السامرِيِّ الرحيم، الذي يرى جراحَ شعبه، والألمَ الذي يعيشُه بصمت، وإنكارَ الذات وتضحياتِ الكثير من الآباء والأمهات ليُسنِدوا عائلاتهم، ويرى أيضًا عواقبَ العنف والفساد واللامبالاة، التي تحاول عند مروره إسكاتَ كلِّ أمل. هو القربُ الذي يسمح بدهن الجراح وإعلان سنة نعمة من الرّبّ (راجع أشعيا 61، 2). من المهم أن نتذكّر أنّ شعب الله يأمل في العثور على رعاة يسيرون على نمط يسوع - وليس ”رجال دين في الدولة“ - لنتذكر تلك الحقبة في فرنسا: كان هناك كاهن بلدة آرس، كان كاهنًا، وكان هناك ”السيد رئيس الرعية"، وهو رجل دين في الدولة -. حتى اليوم، يطلب الشعب منا رعاة للشعب وليس رؤساء دين في الدولة أو ”محترفي الأمور المقدسة“ -؛ يريدون رعاةً يعرفون الرحمة والفرصةَ المتاحةَ لكُلّ خير؛ رجالًا شجعانًا قادرين على الوقوف أمام الجريح ومدِّ يدِهم إليه؛ رجالًا تأَمُليِّين، قريبين من شعبهم، يمكنهم أن يعلنوا لجراحِ العالم قوَّةَ القيامة الشافية.

من السمات الحاسمة لمجتمعنا، مجتمع ”شبكات التواصل“، أنّه يكثر الشعور باليُتم (الإنسان يتيم)، وهذه ظاهرة حالية. نحن مرتبطون بكلّ شيء وبالجميع، ونفتقر إلى خبرة الانتماء، الذي هي أكثر بكثير من مجرد اتصال. مع قُربِ الراعي، يمكن استدعاء الجماعة لتشجيعِ نُمُوِّ الشعورِ بالانتماء، الانتماء إلى شعبِ الله المقدس المؤمن، المدعُوّ ليكون علامةَ مجيءِ ملكوت الله في هذا اليوم من التاريخ. لكن إن ضلَّ الراعي، وذهب بعيدًا، تشتَّتَت الخراف أيضًا وصارت فريسة لكلّ ذئب.

هذا الانتماء، بدوره، سيوفِّرُ التِرياقَ ضد تَشوِيه الدعوة الذي ينشأ تحديدًا حين ننسى أن الحياة الكهنوتيّة هي واجبٌ للآخرين - لله وللناس الموكولين إلينا -. يكمن هذا النسيان في أساس ”روح السيطرة الإكليركية“ - التي تكلّم عليها الكاردينال Ouellet - وعواقبها. السيطرة الإكليركية هي شذوذ، وإحدى علاماته أيضًا، التشدّد، وهي شذوذ آخر. السيطرة الإكليركية هي شذوذ لأنّها تقوم على أساليب الابتعاد عن الناس وعن الله. وليس من القرب. عندما أفكِّر في السيطرة الإكليركية، أفكِّرُ أيضًا في محاولةُ إضفاءِ طابعَ السيطرةِ نفسِه على العلمانيّين: أي تكوينُ نُخبةٍ صغيرةٍ حولَ الكاهن، هذا أيضًا يؤدِّي إلى تشويه رسالة الكهنوت الأساسية (راجع ”فرح ورجاءGaudium et spes, 44). لنتذكّر أنّ "الرسالة في وسط الشعب ليست شيئًا لي من حياتي، أو زُخرُفًا يمكنني أن أنزِعَه عنّي، أو مُلحَق، أو لحظَة من لحَظَات وجودي العديدة. بل هي شيء لا يمكنُ استئصالُه من كوني كاهنًا إن لم أرِدْ تدميرَ نفسي. أنا رسالة على هذه الأرض، ولهذا أنا في هذا العالم. يجب أن نعرف أنفسنا أنّنا مَوْسُومُون بالنار بهذه الرسالة، التي هي الإنارة، والبركة، ومنحُ الحياة، والتخفيف من الآلام، والشفاء، والتحرير" (الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل Evangelii gaudium، 273).

أوَدُّ أن أربِطَ بين هذا القرب من شعب الله والقربِ من الله، لأنّ صلاة الراعي تتغذّى وتتجسَّد في قلب شعب الله. عندما يصلّي الراعي فإنّه يحمل علاماتِ جِراحِ شعبِه وأفراحِه، التي يقدِّمُها بصمت إلى الله، حتى يمسَحَها بموهبة الروح القدس. إنّه رجاء الراعي الذي يثق بالرّبّ ويجتهدُ حتى يبارك الله شعبه.

قال القديس أغناطيوس: "ليست المعرفةُ الكثيرةُ هي التي تُشبِعُ النفسَ وتُرضِيها، بل الإحساسُ بالأمور وتذَوُّقُها في الداخل" (الرياضة الروحية، شروح، 2، 4 / Esercizi spirituali, Annotazioni, 2, 4). من الجيد أن يسأل الأساقفة والكهنة أنفسهم: ”كيف هي طرق قربي من الله ومن الشعب؟“ كيف أعيش هذه الأبعاد الأربعة التي تكوِّنُ كياني الكهنوتي وتجتازُه وتَسمَحُ لي بإدارةِ التوتُّرات والاختلالات التي نتعامل معها كلّ يوم. هذه الأبعاد الأربعة في ”القرب من الله والناس“ مدرسةٌ جيِّدة ”للُّعبِ في مَيدانٍ مكشوف“، حيث يُدعى الكاهن إلى العمل، بلا خوف، وبلا جمود، ودون تقليص أو إفقار للرسالة. يعرف القلب الكهنوتي القرب لأنّ الرّبّ هو أوَّلُ من أراد أن يكون قريبًا. آمَل أن يزورَ هو كهنتَه في الصّلاة، والأسقفَ والإخوة الكهنةَ وشعبَه. انفُضْ الرتابة وعَكِّرْ الأمورَ قليلاً، وسبِّبْ لنفسك القلق - كما في زمن الحبِّ الأوّل -، حرِّكْ كلَّ قَدُراتِك حتى تكون لشعبِنا الحياة، وتكونَ الحياةُ وافرة (راجع يوحنا 10، 10). طُرُقُ القربِ من الرَّبِّ ليست رسالةَ إضافية: بل هي عطية يقدِّمُها هو ليحفظَ الدعوةَ حيَّةً ومثمرة. القرب من الله، والقرب من الأسقف، والقرب بين الكهنة، والقرب من شعب الله المقدس الأمين.

أمام تجربة الانغلاق على أنفسنا في خطابات ومناقشات لا تنتهي حول لاهوت الكهنوت أو نظرِيَّاتٍ حول ما ينبغي أن يكون، ينظُرُ الرّبُّ بحنانٍ ورحمة ويقدِّمُ للكهنة ما يَلزَم حتى يَعرِفَ حماسَ الكهنوت ويُبقِيَه متَّقدًا بنارِ الرسالة: القرب، الذي هو رحمة وحنان، القرب من الله، ومن الأسقف، ومن الإخوة الكهنة، ومن الشعب الموكول إليهم. قربٌ مثلُ قرب الله، بطريقة الله، القريبِ بالرحمة والحنان.

وشكرًا لكم لقربكم وصبركم، شكرًا جزيلًا لكم! أتمنى لكم جميعًا عملًا جيدًا. سأذهب إلى مكتبي لأن لدي العديد من المواعيد هذا الصباح. صلّوا من أجلي وسأصلّي من أجلكم. عملًا موفقًا!

[البركة]

[00234-AR.02] [Testo originale: Italiano]

 

[B0114-XX.02]