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Udienza ai partecipanti al Simposio Internazionale sul Disarmo promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 10.11.2017


Discorso del Santo Padre

Traduzione in lingua inglese

Alle ore 12.30 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto i partecipanti al Simposio Internazionale sul Disarmo dal titolo Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale, promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e che si è aperto oggi in Vaticano nell’Aula Nuova del Sinodo e si concluderà domani, sabato 11 novembre.

Al Simposio partecipano 11 Premi Nobel per la Pace, vertici di ONU e NATO, Diplomatici rappresentanti degli Stati tra cui Russia, Stati Uniti, Corea del Sud, Iran, nonché massimi esperti nel campo degli armamenti ed esponenti delle fondazioni, organizzazioni e società civile impegnate attivamente sul tema. Sono inoltre presenti, rappresentanti delle Conferenze episcopali e delle Chiese, a livello ecumenico e di altre fedi, e delle delegazioni di docenti e studenti provenienti dalle Università di Stati Uniti, Russia e Unione Europea.

Dopo l’indirizzo di omaggio dell’Em.mo Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Papa ha rivolto ai presenti un discorso il cui testo riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Cari amici,

porgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto ed esprimo viva gratitudine per la vostra presenza e per la vostra attività al servizio del bene comune. Ringrazio il Cardinale Turkson per le parole di saluto e di introduzione.

Siete convenuti a questo Simposio per affrontare argomenti cruciali, sia in sé stessi, sia in considerazione della complessità delle sfide politiche dell’attuale scenario internazionale, caratterizzato da un clima instabile di conflittualità. Un fosco pessimismo potrebbe spingerci a ritenere che le “prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, come recita il titolo del vostro incontro, appaiano sempre più remote. È un dato di fatto che la spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta e che i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani.1

Non possiamo poi non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà.2 Insostituibile da questo punto di vista è la testimonianza degli Hibakusha, cioè le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, come pure quella delle altre vittime degli esperimenti delle armi nucleari: che la loro voce profetica sia un monito soprattutto per le nuove generazioni!

Inoltre, gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare. Del resto, la vera scienza è sempre a servizio dell’uomo, mentre la società contemporanea appare come stordita dalle deviazioni dei progetti concepiti in seno ad essa, magari per una buona causa originaria. Basti pensare che le tecnologie nucleari si diffondono ormai anche attraverso le comunicazioni telematiche e che gli strumenti di diritto internazionale non hanno impedito che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche. Si tratta di scenari angoscianti se si pensa alle sfide della geopolitica contemporanea come il terrorismo o i conflitti asimmetrici.

Eppure, un sano realismo non cessa di accendere sul nostro mondo disordinato le luci della speranza. Recentemente, ad esempio, attraverso una storica votazione in sede ONU, la maggior parte dei Membri della Comunità Internazionale ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra. E’ stato così colmato un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali. Ancora più significativo è il fatto che questi risultati si debbano principalmente ad una “iniziativa umanitaria” promossa da una valida alleanza tra società civile, Stati, Organizzazioni internazionali, Chiese, Accademie e gruppi di esperti. In tale contesto si colloca anche il documento che voi, insigniti del Premio Nobel per la Pace, mi avete consegnato e per il quale esprimo il mio grato apprezzamento.

Proprio in questo 2017 ricorre il 50° anniversario della Lettera Enciclica Populorum progressio di Paolo VI. Essa, sviluppando la visione cristiana della persona, ha posto in risalto la nozione di sviluppo umano integrale e l’ha proposta come nuovo nome della pace. In questo memorabile e attualissimo Documento il Papa ha offerto la sintetica e felice formula per cui «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n. 14).

Occorre dunque innanzitutto rigettare la cultura dello scarto e avere cura delle persone e dei popoli che soffrono le più dolorose disuguaglianze, attraverso un’opera che sappia privilegiare con pazienza i processi solidali rispetto all’egoismo degli interessi contingenti. Si tratta al tempo stesso di integrare la dimensione individuale e quella sociale mediante il dispiegamento del principio di sussidiarietà, favorendo l’apporto di tutti come singoli e come gruppi. Bisogna infine promuovere l’umano nella sua unità inscindibile di anima e corpo, di contemplazione e di azione.

Ecco dunque come un progresso effettivo ed inclusivo può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali. Resta sempre valido il magistero di Giovanni XXIII, che ha indicato con chiarezza l’obiettivo di un disarmo integrale affermando: «L’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica» (Lett. enc. Pacem in terris, 11 aprile 1963, 61).

La Chiesa non si stanca di offrire al mondo questa sapienza e le opere che essa ispira, nella consapevolezza che lo sviluppo integrale è la strada del bene che la famiglia umana è chiamata a percorrere. Vi incoraggio a portare avanti questa azione con pazienza e costanza, nella fiducia che il Signore ci accompagna. Egli benedica ciascuno di voi e il lavoro che compie al servizio della giustizia e della pace. Grazie.

______________________

1 Cfr Messaggio alla III Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, 7 dicembre 2014.

2 Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per proibire le armi nucleari, 27 marzo 2017.

[01683-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua inglese

Dear Friends,

I offer a cordial welcome to each of you and I express my deep gratitude for your presence here and your work in the service of the common good. I thank Cardinal Turkson for his greeting and introduction.

In this Symposium, you have met to discuss issues that are critical both in themselves and in the light of the complex political challenges of the current international scene, marked as it is by a climate of instability and conflict. A certain pessimism might make us think that “prospects for a world free from nuclear arms and for integral disarmament”, the theme of your meeting, appear increasingly remote. Indeed, the escalation of the arms race continues unabated and the price of modernizing and developing weaponry, not only nuclear weapons, represents a considerable expense for nations. As a result, the real priorities facing our human family, such as the fight against poverty, the promotion of peace, the undertaking of educational, ecological and healthcare projects, and the development of human rights, are relegated to second place (cf. Message to the Conference on the Humanitarian Impact of Nuclear Weapons, 7 December 2014).

Nor can we fail to be genuinely concerned by the catastrophic humanitarian and environmental effects of any employment of nuclear devices. If we also take into account the risk of an accidental detonation as a result of error of any kind, the threat of their use, as well as their very possession, is to be firmly condemned. For they exist in the service of a mentality of fear that affects not only the parties in conflict but the entire human race. International relations cannot be held captive to military force, mutual intimidation, and the parading of stockpiles of arms. Weapons of mass destruction, particularly nuclear weapons, create nothing but a false sense of security. They cannot constitute the basis for peaceful coexistence between members of the human family, which must rather be inspired by an ethics of solidarity (cf. Message to the United Nations Conference to Negotiate a Legally Binding Instrument to Prohibit Nuclear Weapons, 27 March 2017). Essential in this regard is the witness given by the Hibakusha, the survivors of the bombing of Hiroshima and Nagasaki, together with other victims of nuclear arms testing. May their prophetic voice serve as a warning, above all for coming generations!

Furthermore, weapons that result in the destruction of the human race are senseless even from a tactical standpoint. For that matter, while true science is always at the service of humanity, in our time we are increasingly troubled by the misuse of certain projects originally conceived for a good cause. Suffice it to note that nuclear technologies are now spreading, also through digital communications, and that the instruments of international law have not prevented new states from joining those already in possession of nuclear weapons. The resulting scenarios are deeply disturbing if we consider the challenges of contemporary geopolitics, like terrorism or asymmetric warfare.

At the same time, a healthy realism continues to shine a light of hope on our unruly world. Recently, for example, in a historic vote at the United Nations, the majority of the members of the international community determined that nuclear weapons are not only immoral, but must also be considered an illegal means of warfare. This decision filled a significant juridical lacuna, inasmuch as chemical weapons, biological weapons, anti-human mines and cluster bombs are all expressly prohibited by international conventions. Even more important is the fact that it was mainly the result of a “humanitarian initiative” sponsored by a significant alliance between civil society, states, international organizations, churches, academies and groups of experts. The document that you, distinguished recipients of the Nobel Prize, have consigned to me is a part of this, and I express my gratitude and appreciation for it.

This year marks the fiftieth anniversary of the Encyclical Letter Populorum Progressio of Pope Paul VI. That Encyclical, in developing the Christian concept of the person, set forth the notion of integral human development and proposed it as “the new name of peace”. In this memorable and still timely document, the Pope stated succinctly that “development cannot be restricted to economic growth alone. To be authentic, it must be integral; it must foster the development of each man and of the whole man” (No. 14).

We need, then, to reject the culture of waste and to care for individuals and peoples labouring under painful disparities through patient efforts to favour processes of solidarity over selfish and contingent interests. This also entails integrating the individual and the social dimensions through the application of the principle of subsidiarity, encouraging the contribution of all, as individuals and as groups. Lastly, there is a need to promote human beings in the indissoluble unity of soul and body, of contemplation and action.

In this way, progress that is both effective and inclusive can achieve the utopia of a world free of deadly instruments of aggression, contrary to the criticism of those who consider idealistic any process of dismantling arsenals. The teaching of John XXIII remains ever valid. In pointing to the goal of an integral disarmament, he stated: “Unless this process of disarmament be thoroughgoing and complete, and reach men’s very souls, it is impossible to stop the arms race, or to reduce armaments, or – and this is the main thing – ultimately to abolish them entirely” (Pacem in Terris, 11 April 1963).

The Church does not tire of offering the world this wisdom and the actions it inspires, conscious that integral development is the beneficial path that the human family is called to travel. I encourage you to carry forward this activity with patience and constancy, in the trust that the Lord is ever at our side. May he bless each of you and your efforts in the service of justice and peace. Thank you.

[01683-EN.02] [Original text: Italian]

[B0776-XX.02]