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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI NEL REGNO UNITO IN OCCASIONE DELLA BEATIFICAZIONE DEL CARDINALE JOHN HENRY NEWMAN (16-19 SETTEMBRE 2010) (VI), 17.09.2010


VISITA DI CORTESIA ALL’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY, A LAMBETH PALACE DI LONDRA 

  DISCORSO DEL SANTO PADRE

  TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA  

  TRADUZIONE IN LINGUA FRANCESE  

  TRADUZIONE IN LINGUA TEDESCA  

  TRADUZIONE IN LINGUA SPAGNOLA  

Questo pomeriggio, lasciata la Nunziatura Apostolica a Wimbledon, il Santo Padre Benedetto XVI si trasferisce in auto a Lambeth Palace, dove, alle ore 16, ha luogo la visita di cortesia all’Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia Dr. Rowan Williams.

Accolto al Suo arrivo dall’Arcivescovo di Canterbury all’ingresso della Biblioteca; nella Lobby della stessa il Santo Padre saluta l’Arcivescovo di York, il Primate di Scozia, l’Arcivescovo del Galles e i Vescovi di Londra e di Winchester.

All’interno della Biblioteca - dove è allestita una mostra in occasione del 400° anniversario di fondazione - alla presenza dei Vescovi della Comunione Anglicana dalle diverse parti del Regno Unito; dei Vescovi diocesani cattolici di Inghilterra, Galles e Scozia e di alcuni consultori ecumenici, dopo l’intervento introduttivo e il discorso del Dr. Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury, il Santo Padre pronuncia il discorso che pubblichiamo di seguito:

  DISCORSO DEL SANTO PADRE 

Your Grace,

It is a pleasure for me to be able to return the courtesy of the visits you have made to me in Rome by a fraternal visit to you here in your official residence. I thank you for your invitation and for the hospitality that you have so generously provided. I greet too the Anglican Bishops gathered here from different parts of the United Kingdom, my brother Bishops from the Catholic Dioceses of England, Wales and Scotland, and the ecumenical advisers who are present.

You have spoken, Your Grace, of the historic meeting that took place, almost thirty years ago, between two of our predecessors – Pope John Paul the Second and Archbishop Robert Runcie – in Canterbury Cathedral. There, in the very place where Saint Thomas of Canterbury bore witness to Christ by the shedding of his blood, they prayed together for the gift of unity among the followers of Christ. We continue today to pray for that gift, knowing that the unity Christ willed for his disciples will only come about in answer to prayer, through the action of the Holy Spirit, who ceaselessly renews the Church and guides her into the fullness of truth.

It is not my intention today to speak of the difficulties that the ecumenical path has encountered and continues to encounter. Those difficulties are well known to everyone here. Rather, I wish to join you in giving thanks for the deep friendship that has grown between us and for the remarkable progress that has been made in so many areas of dialogue during the forty years that have elapsed since the Anglican-Roman Catholic International Commission began its work. Let us entrust the fruits of that work to the Lord of the harvest, confident that he will bless our friendship with further significant growth.

The context in which dialogue takes place between the Anglican Communion and the Catholic Church has evolved in dramatic ways since the private meeting between Pope John XXIII and Archbishop Geoffrey Fisher in 1960. On the one hand, the surrounding culture is growing ever more distant from its Christian roots, despite a deep and widespread hunger for spiritual nourishment. On the other hand, the increasingly multicultural dimension of society, particularly marked in this country, brings with it the opportunity to encounter other religions. For us Christians this opens up the possibility of exploring, together with members of other religious traditions, ways of bearing witness to the transcendent dimension of the human person and the universal call to holiness, leading to the practice of virtue in our personal and social lives. Ecumenical cooperation in this task remains essential, and will surely bear fruit in promoting peace and harmony in a world that so often seems at risk of fragmentation.

At the same time, we Christians must never hesitate to proclaim our faith in the uniqueness of the salvation won for us by Christ, and to explore together a deeper understanding of the means he has placed at our disposal for attaining that salvation. God "wants all to be saved, and to come to the knowledge of the truth" (1 Tim 2:4), and that truth is nothing other than Jesus Christ, eternal Son of the Father, who has reconciled all things in himself by the power of his Cross. In fidelity to the Lord’s will, as expressed in that passage from Saint Paul’s First Letter to Timothy, we recognize that the Church is called to be inclusive, yet never at the expense of Christian truth. Herein lies the dilemma facing all who are genuinely committed to the ecumenical journey.

In the figure of John Henry Newman, who is to be beatified on Sunday, we celebrate a churchman whose ecclesial vision was nurtured by his Anglican background and matured during his many years of ordained ministry in the Church of England. He can teach us the virtues that ecumenism demands: on the one hand, he was moved to follow his conscience, even at great personal cost; and on the other hand, the warmth of his continued friendship with his former colleagues, led him to explore with them, in a truly eirenical spirit, the questions on which they differed, driven by a deep longing for unity in faith. Your Grace, in that same spirit of friendship, let us renew our determination to pursue the goal of unity in faith, hope, and love, in accordance with the will of our one Lord and Saviour Jesus Christ.

With these sentiments, I take my leave of you. May the grace of the Lord Jesus Christ and the love of God and the fellowship of the Holy Spirit be with you all (2 Cor 13:13).

[01218-02.01] [Original text: English]

  TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA 

Vostra Grazia,

sono lieto di poter restituire la cortesia delle visite che mi ha reso a Roma attraverso una visita fraterna a Lei, qui nella Sua residenza ufficiale. La ringrazio per l’invito e per l’ospitalità che Lei così generosamente mi ha riservato. Saluto pure i Vescovi anglicani qui riuniti dalle diverse parti del Regno Unito, i miei fratelli Vescovi delle diocesi cattoliche dell’Inghilterra, del Galles e della Scozia, come pure i consultori ecumenici qui presenti.

Vostra Grazia ha accennato allo storico incontro che ebbe luogo, quasi trent’anni orsono, nella Cattedrale di Canterbury, fra due dei nostri predecessori: il Papa Giovanni Paolo II e l’Arcivescovo Robert Runcie. In quello stesso luogo dove san Tommaso di Canterbury rese testimonianza a Cristo versando il proprio sangue, essi pregarono insieme per il dono dell’unità tra i seguaci di Cristo. Anche oggi continuiamo a pregare per quel dono, sapendo che l’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli giungerà solo come risposta alla preghiera, mediante l’azione dello Spirito Santo, che senza sosta rinnova la Chiesa e la guida alla pienezza della verità.

Non è mia intenzione parlare oggi delle difficoltà che il cammino ecumenico ha incontrato e continua ad incontrare. Tali difficoltà sono ben note a ciascuno qui presente. Vorrei piuttosto unirmi a Lei nel rendere grazie per la profonda amicizia che è cresciuta fra noi e per il ragguardevole progresso fatto in moltissime aree del dialogo in questi quarant’anni che sono trascorsi da quando la Commissione Internazionale Anglo-Cattolica ha cominciato i propri lavori. Affidiamo i frutti di quelle fatiche al Signore della messe, fiduciosi che egli benedirà la nostra amicizia mediante un’ulteriore significativa crescita.

Il contesto nel quale ha luogo il dialogo fra la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica si è evoluto in maniera impressionante dall’incontro privato fra Papa Giovanni XXIII e l’Arcivescovo Geoffrey Fisher nel 1960. Da una parte, la cultura che ci circonda si sviluppa in modo sempre più distante dalle sue radici cristiane, nonostante una profonda e diffusa fame di nutrimento spirituale. Dall’altra, la crescente dimensione multiculturale della società, particolarmente accentuata in questo Paese, reca con sé l’opportunità di incontrare altre religioni. Per noi cristiani ciò apre la possibilità di esplorare, assieme ai membri di altre tradizioni religiose, delle vie per rendere testimonianza della dimensione trascendente della persona umana e della chiamata universale alla santità, conducendoci a praticare la virtù nella nostra vita personale e sociale. La collaborazione ecumenica in tale ambito rimane essenziale, e porterà sicuramente frutti nel promuovere la pace e l’armonia in un mondo che così spesso sembra a rischio di frammentazione.

Allo stesso tempo, noi cristiani non dobbiamo mai esitare di proclamare la nostra fede nell’unicità della salvezza guadagnataci da Cristo, e di esplorare insieme una più profonda comprensione dei mezzi che Egli ha posto a nostra disposizione per giungere alla salvezza. Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4), e quella verità è nient’altro che Gesù Cristo, l’eterno Figlio del Padre, che ha riconciliato tutte le cose mediante la potenza della sua croce. Fedeli alla volontà del Signore, espressa in questo versetto della Prima Lettera di san Paolo a Timoteo, riconosciamo che la Chiesa è chiamata ad essere inclusiva, ma mai a scapito della verità cristiana. Qui si colloca il dilemma che sta davanti a tutti coloro che sono genuinamente impegnati nel cammino ecumenico.

Nella figura di John Henry Newman, che sarà beatificato domenica, celebriamo un uomo di Chiesa la cui visione ecclesiale fu alimentata dal suo retroterra anglicano e maturò durante i suoi lunghi anni di ministero ordinato nella Chiesa d’Inghilterra. Egli ci può insegnare le virtù che l’ecumenismo esige: da una parte egli fu mosso dal seguire la propria coscienza, anche con un pesante costo personale; dall’altra, il calore della continua amicizia con i suoi precedenti colleghi, lo portò a sondare insieme a loro, con vero spirito irenico, le questioni sulle quali divergevano, mosso da una ricerca profonda dell’unità nella fede. Vostra Grazia, in quello stesso spirito di amicizia, rinnoviamo la nostra determinazione a perseguire il fine ultimo dell’unità nella fede, nella speranza e nell’amore, secondo la volontà dell’unico nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo.

Con tali sentimenti prendo congedo da Lei. Che la grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2Cor 13,13).

[01218-01.01] [Testo originale: Inglese]

  TRADUZIONE IN LINGUA FRANCESE 

Votre Grâce,

Je suis heureux de pouvoir vous rendre les signes de courtoisie que vous m’avez donné par vos visites à Rome en accomplissant cette visite fraternelle chez vous, dans votre résidence officielle. Je vous remercie de votre invitation et de l’hospitalité que vous m’offrez si généreusement. Je salue aussi les Évêques anglicans venus ici de différents points du Royaume-Uni, mes Frères Évêques des diocèses catholiques d’Angleterre, du Pays-de-Galles et d’Écosse, ainsi que les conseillers œcuméniques qui sont ici présents.

Vous avez évoqué, Monseigneur, la rencontre historique qui s’est tenue, il y a presque trente ans entre deux de nos prédécesseurs – le Pape Jean-Paul II et l’Archevêque Robert Runcie – en la Cathédrale de Cantorbéry. Là, au lieu même où saint Thomas de Cantorbéry a rendu témoignage au Christ en versant son sang, ils ont prié ensemble pour le don de l’unité entre les disciples du Christ. Nous continuons aujourd’hui à prier pour ce don, conscients que l’unité voulue par le Christ pour ses disciples ne peut être que le fruit de la prière, par l’action de l’Esprit Saint qui renouvelle sans cesse l’Église et la guide vers la plénitude de la vérité.

Il n’est pas dans mon intention aujourd’hui de parler des difficultés que les chemins de l’œcuménisme ont rencontré et continuent d’expérimenter. Elles sont bien connues de tous ici présents. Je voudrais au contraire m’unir à vous et rendre grâce pour la profonde amitié qui s’est développée entre nous et pour les progrès remarquables qui ont été accomplis en de nombreux aspects du dialogue au long des quarante années qui ont passé depuis que la Commission Internationale Anglicane-Catholique a commencé ses travaux. Confions les fruits de ces travaux au Maître de la moisson, sûrs qu’il bénira notre amitié en la faisant grandir encore.

Le contexte dans lequel le dialogue s’établit entre la Communion anglicane et l’Église catholique, a évolué de manière spectaculaire depuis l’audience privée qui eut lieu entre le Pape Jean XXIII et l’Archevêque John Fisher en 1960. D’une part, la culture ambiante s’éloigne toujours davantage de ses racines chrétiennes, en dépit d’une faim profonde de nourriture spirituelle ressentie par beaucoup. D’autre part, la dimension multiculturelle de la société, qui ne cesse de s’accentuer et qui est particulièrement marquée dans votre pays, donne l’occasion de rencontrer d’autres religions. Pour nous, chrétiens, cela ouvre la possibilité d’explorer, avec des membres d’autres traditions religieuses, les moyens de témoigner de la dimension transcendante de la personne humaine et de l’appel universel à la sainteté, et cela nous conduit à la pratique des vertus dans notre vie personnelle et sociale. La coopération œcuménique, pour cette mission, reste essentielle et portera certainement des fruits en faveur de la paix et de l’harmonie dans un monde qui, si souvent, semble au bord de l’éclatement.

En même temps, nous chrétiens, nous ne devons jamais hésiter à proclamer notre foi dans l’unique salut qui nous vient du Christ, et à rechercher ensemble à avoir une perception plus profonde des moyens qu’il a mis à notre disposition pour accéder à ce salut. Dieu « veut que tous les hommes soient sauvés et parviennent à la connaissance de la vérité » (1 Tm 2,4), et cette vérité n’est pas autre chose que Jésus Christ, le Fils éternel du Père, qui a tout réconcilié en lui par la puissance de sa Croix. Pour être fidèles à la volonté du Seigneur, telle qu’elle est exprimée dans ce passage de la première Lettre de saint Paul à Timothée, nous reconnaissons que l’Église est appelée à être compréhensive, jamais toutefois au détriment de la vérité chrétienne. D’où le dilemme auquel sont confrontés tous ceux qui sont engagés de manière authentique sur les chemins de l’œcuménisme.

Dans la figure de John Henry Newman, qui sera béatifié dimanche, nous célébrons un homme d’Église dont la vision ecclésiale fut nourrie par la tradition anglicane et s’est approfondie durant ses nombreuses années d’exercice du ministère sacerdotal dans l’Église d’Angleterre. Il peut nous enseigner les vertus que l’œcuménisme exige : d’une part, suivre sa conscience était un impératif, même au prix de grands sacrifices personnels, et d’autre part, la cordialité de l’amitié sans faille avec ses collègues d’antan, qui le conduisit à explorer avec eux, dans un pur esprit irénique, les questions sur lesquelles ils différaient, en privilégiant le désir profond de l’unité de la foi. Votre Grâce, dans ce même esprit d’amitié, puissions-nous renouveler notre détermination à poursuivre le but de l’unité dans la foi, l’espérance et l’amour, selon la volonté de notre unique Seigneur et Sauveur, Jésus Christ !

C’est avec ces sentiments que je prends congé de vous. « La grâce du Seigneur Jésus Christ, l’amour de Dieu et la communion de l’Esprit soit avec vous tous ! » (Co 13,13).

[01218-03.01] [Texte original: Anglais]

  TRADUZIONE IN LINGUA TEDESCA 

Euer Gnaden!

Es ist mir eine Freude, Ihre Besuche, die Sie mir in Rom freundlicherweise abgestattet haben, nun mit diesem brüderlichen Besuch bei Ihnen in Ihrem Amtssitz erwidern zu können. Ich danke Ihnen für Ihre Einladung und die Gastfreundschaft, die Sie mir so großzügig erwiesen haben. Desgleichen grüße ich die anglikanischen Bischöfe, die aus verschiedenen Teilen Großbritanniens hier zusammengekommen sind, meine bischöflichen Mitbrüder aus den katholischen Diözesen von England, Wales und Schottland wie auch die anwesenden ökumenischen Berater.

Euer Gnaden, Sie haben über das historische Treffen gesprochen, das vor fast 30 Jahren zwischen zwei unserer Vorgänger – Papst Johannes Paul II. und Erzbischof Robert Runcie – in der Kathedrale von Canterbury stattgefunden hat. Dort, genau an dem Ort, wo der heilige Thomas von Canterbury mit seinem Blut Zeugnis für Christus gegeben hat, beteten sie gemeinsam um das Geschenk der Einheit unter den Jüngern Christi. Heute bitten wir wiederum um diese Gabe im Bewußtsein, daß die Einheit, die Christus für seine Jünger wollte, nur als Antwort auf das Gebet geschehen kann, nämlich durch das Wirken des Heiligen Geistes, der die Kirche fortwährend erneuert und sie in die ganze Wahrheit führt.

Ich beabsichtige heute nicht, über die Schwierigkeiten zu sprechen, die sich auf dem ökumenischen Weg in der Vergangenheit ergeben haben und sich weiter ergeben werden. Diese Probleme sind allen hier bekannt. Vielmehr möchte ich mit Ihnen Dank sagen für die herzliche Freundschaft, die unter uns gewachsen ist, und für den beachtlichen Fortschritt in so vielen Bereichen des Dialogs während der 40 Jahre, seitdem die internationale anglikanisch-römisch-katholische Kommission ihre Arbeit aufgenommen hat. Laßt uns die Frucht dieser Arbeit dem Herrn der Ernte anvertrauen in der Hoffnung, daß er unsere Freundschaft mit weiterem bedeutsamem Wachstum segnen wird.

Das Umfeld, in dem der Dialog zwischen der Anglikanischen Gemeinschaft und der Katholischen Kirche stattfindet, hat sich seit dem privaten Treffen zwischen Papst Johannes XXIII. und Erzbischof Geoffrey Fisher im Jahr 1960 stark entwickelt. Einerseits entfernt sich die uns umgebende Kultur trotz eines tiefen und weitverbreiteten Hungers nach geistlicher Nahrung immer mehr von ihren christlichen Wurzeln. Andererseits bietet die – in diesem Land besonders ausgeprägte – zunehmend multikulturelle Dimension der Gesellschaft Gelegenheit, andere Religionen kennenzulernen. Dies gibt uns Christen die Möglichkeit, gemeinsam mit Mitgliedern anderer religiöser Traditionen Wege zu suchen, um für die transzendente Dimension des Menschen und den universalen Ruf zur Heiligkeit, die im persönlichen und gesellschaftlichen Bereich zu einem tugendhaften Leben führt, Zeugnis zu geben. Die ökumenische Zusammenarbeit in dieser Aufgabe ist unbedingt notwendig und wird gewiß im Bemühen um Frieden und Harmonie in einer anscheinend so oft von Zersplitterung gefährdeten Welt fruchtbar werden.

Ebenso sollten wir Christen niemals zögern, unseren Glauben an die Einzigartigkeit des uns von Christus erworbenen Heils zu bekennen und gemeinsam nach einem tieferen Verständnis der Mittel zu suchen, die er uns zur Verfügung gestellt hat, um dieses Heil zu erlangen. Gott „will, daß alle Menschen gerettet werden und zur Erkenntnis der Wahrheit gelangen" (1 Tim 2,4). Und diese Wahrheit ist nichts anderes als Jesus Christus, der Ewige Sohn des Vaters, der durch sich alles in der Macht des Kreuzes versöhnt hat. In Treue zum Willen des Herrn erkennen wir, wie es in diesem Abschnitt aus dem ersten Timotheusbrief des heiligen Paulus heißt, daß die Kirche eine inklusive Berufung hat, jedoch nicht auf Kosten der christlichen Wahrheit. Hierin liegt das Dilemma, das alle betrifft, die sich ernsthaft um die Ökumene bemühen.

In der Gestalt von John Henry Newman, der am Sonntag selig gesprochen wird, ehren wir einen Vertreter der Kirche, dessen kirchliche Gesinnung durch seinen anglikanischen Hintergrund geprägt und in den vielen Jahren seines geistlichen Dienstes in der Kirche von England gereift ist. Er kann uns die Tugenden lehren, die für die Ökumene erforderlich sind: Einerseits fühlte er sich gedrängt, sogar unter hohem persönlichen Einsatz seinem Gewissen zu folgen; andererseits veranlaßte ihn die Herzlichkeit seiner bleibenden Freundschaft mit seinen früheren Kollegen, mit ihnen in echt irenischem Geist und in tiefer Sehnsucht nach Einheit im Glauben die Fragen, wo sie verschiedener Meinung waren, zu erörtern. Euer Gnaden, laßt uns in diesem gleichen Geist der Freundschaft unsere Entschlossenheit erneuern, gemäß dem Willen unseres einen Herrn und Erlösers Jesus Christus das Ziel der Einheit im Glauben, in der Hoffnung und der Liebe zu verfolgen.

Mit diesen Gedanken nehme ich von Ihnen Abschied. „Die Gnade Jesu Christi, des Herrn, die Liebe Gottes und die Gemeinschaft des Heiligen Geistes sei mit euch allen!" (

2 Kor 13,13).

[01218-05.01] [Originalsprache: Englisch]

  TRADUZIONE IN LINGUA SPAGNOLA 

Vuestra Gracia:

Me complace poder corresponder a la cortesía de las visitas que me ha hecho en Roma con una visita fraterna aquí, en su residencia oficial. Le doy las gracias por su invitación y por la hospitalidad que tan generosamente me ha brindado. Saludo también a los Obispos anglicanos llegados de diferentes partes del Reino Unido, a mis hermanos Obispos de las Diócesis Católicas de Inglaterra, Gales y Escocia, y a los asesores ecuménicos presentes.

Vuestra Gracias se ha referido al histórico encuentro que tuvo lugar en la catedral de Canterbury, hace casi treinta años, entre dos de nuestros predecesores, el Papa Juan Pablo II y el arzobispo Robert Runcie. Allí, en el mismo lugar donde Santo Tomás de Canterbury dio testimonio de Cristo con el derramamiento de su sangre, rezaron juntos por el don de la unidad entre los seguidores de Cristo. Continuamos hoy orando por este don, conscientes de que la unidad que Cristo deseó fervientemente para sus discípulos sólo llegará en respuesta a la oración, a través de la acción del Espíritu Santo, que renueva sin cesar a la Iglesia y la conduce a la plenitud de la verdad.

No es mi intención hablar hoy de las dificultades que el camino ecuménico ha encontrado y sigue encontrando. Dichas dificultades son bien conocidas por todos los presentes. Más bien, quiero unirme a ustedes en acción de gracias por la profunda amistad que ha crecido entre nosotros y por el notable progreso llevado a cabo en muchos ámbitos del diálogo durante los cuarenta años transcurridos desde que la Comisión Internacional Anglicano-Católica comenzó su labor. Encomendemos los frutos de ese trabajo al Señor de la mies, confiando en que bendiga nuestra amistad con un crecimiento significativo adicional.

El contexto del diálogo entre la Comunión Anglicana y la Iglesia Católica ha evolucionado de forma espectacular desde la reunión privada entre el Papa Juan XXIII y el Arzobispo Geoffrey Fisher en 1960. Por un lado, la cultura que nos rodea se distancia cada vez más de sus raíces cristianas, a pesar de una profunda e intensa hambre de espiritualidad. Por otro lado, la creciente dimensión multicultural de la sociedad, especialmente marcada en este país, trae consigo la oportunidad de encontrar otras religiones. Para los cristianos, esto nos abre la posibilidad de explorar, junto a los miembros de otras tradiciones religiosas, formas de dar testimonio de la dimensión trascendente de la persona humana y de la vocación universal a la santidad, poniendo en práctica la virtud en nuestra vida personal y social. La cooperación ecuménica en esta tarea sigue siendo esencial, y ciertamente dará frutos en la promoción de la paz y la armonía en un mundo que, con tanta frecuencia, corre el riesgo de fragmentarse.

Al mismo tiempo, los cristianos nunca debemos vacilar en proclamar nuestra fe en la unicidad de la salvación que nos ha ganado Cristo, y en explorar juntos una comprensión más profunda de los medios que Él nos ha dado para alcanzar dicha salvación. Dios «quiere que todos se salven y lleguen al conocimiento de la verdad» (1 Tim 2,4), y la verdad no es otra que Jesucristo, Hijo eterno del Padre, quien reconcilió consigo todas las cosas con la fuerza de su Cruz. Fieles a la voluntad del Señor, tal como se expresa en este pasaje de la Primera Carta de San Pablo a Timoteo, reconocemos que la Iglesia está llamada a ser inclusiva, pero nunca a expensas de la verdad cristiana. En esto radica el dilema que afrontan cuantos están sinceramente comprometidos con el camino ecuménico.

En la figura de John Henry Newman, que será beatificado el domingo, celebramos a un pastor, cuya visión eclesial creció con su formación anglicana y maduró durante sus muchos años como ministro ordenado en la Iglesia de Inglaterra. Él nos enseña las virtudes que exige el ecumenismo: por un lado, seguía su conciencia, aun con gran sacrificio personal; y por otro, el calor de su constante amistad con sus antiguos compañeros le condujo a investigar con ellos, con un espíritu verdaderamente conciliador, las cuestiones sobre las que diferían, impulsado por un profundo anhelo de unidad en la fe. Vuestra Gracia, con ese mismo espíritu de amistad, renovemos nuestra determinación de buscar la unidad en la fe, la esperanza y la caridad, de acuerdo con la voluntad de Jesucristo, nuestro único Señor y Salvador.

Con estos sentimientos, me despido de vosotros. Que la gracia del Señor Jesucristo, el amor de Dios y la comunión del Espíritu Santo estén con todos vosotros (cf. 2 Co 13,13).

[01218-04.01] [Texto original: Inglés]

Dopo lo scambio di doni e la preghiera finale, l’Arcivescovo di Canterbury accompagna il Santo Padre all’ingresso principale del Palazzo dove li attende la Consorte dell’Arcivescovo, Sig.ra Jane Paul Williams. Quindi, nella State Drawing Room, ha luogo l’incontro con la famiglia ed il colloquio privato. Al termine, il Papa si reca in auto alla Westminster Hall.

[B0549-XX.01]