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SANTA MESSA "NELLA CENA DEL SIGNORE" NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO, 01.04.2010


Alle ore 17.30 di questo pomeriggio, Giovedì Santo, il Santo Padre Benedetto XVI presiede, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la concelebrazione della Santa Messa "nella Cena del Signore".
Nel corso della Liturgia, il Papa compie il rito della lavanda dei piedi a dodici sacerdoti.
Al momento della presentazione dei doni è affidata al Santo Padre un’offerta per la ricostruzione del Seminario di Port-au-Prince in Haiti.
Al termine della Celebrazione ha luogo la traslazione del SS.mo Sacramento alla Cappella della reposizione.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa pronuncia nel corso della Celebrazione eucaristica, dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

In modo più ampio degli altri tre evangelisti, san Giovanni, nella maniera a lui propria, ci riferisce nel suo Vangelo circa i discorsi d’addio di Gesù, che appaiono quasi come il suo testamento e come sintesi del nucleo essenziale del suo messaggio. All’inizio di tali discorsi c’è la lavanda dei piedi, in cui il servizio redentore di Gesù per l’umanità bisognosa di purificazione è riassunto in questo gesto di umiltà. Alla fine, le parole di Gesù si trasformano in preghiera, nella sua Preghiera sacerdotale, il cui sfondo gli esegeti hanno individuato nel rituale della festa giudaica dell’Espiazione. Ciò che era il senso di quella festa e dei suoi riti – la purificazione del mondo, la sua riconciliazione con Dio – avviene nell’atto del pregare di Gesù, un pregare che, al tempo stesso, anticipa la Passione, la trasforma in preghiera. Così nella Preghiera sacerdotale si rende visibile in una maniera del tutto particolare anche il mistero permanente del Giovedì Santo: il nuovo sacerdozio di Gesù Cristo e la sua continuazione nella consacrazione degli Apostoli, nel coinvolgimento dei discepoli nel sacerdozio del Signore. Da questo testo inesauribile, in quest’ora vorrei scegliere tre parole di Gesù, che possono introdurci più profondamente nel mistero del Giovedì Santo.

Vi è innanzitutto la frase: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17, 3). Ogni essere umano vuole vivere. Desidera una vita vera, piena, una vita che valga la pena, che sia una gioia. Con l’anelito alla vita è, al contempo, collegata la resistenza contro la morte, che tuttavia è ineluttabile. Quando Gesù parla della vita eterna, Egli intende la vita autentica, vera, che merita di essere vissuta. Non intende semplicemente la vita che viene dopo la morte. Egli intende il modo autentico della vita – una vita che è pienamente vita e per questo è sottratta alla morte, ma che può di fatto iniziare già in questo mondo, anzi, deve iniziare in esso: solo se impariamo già ora a vivere in modo autentico, se impariamo quella vita che la morte non può togliere, la promessa dell’eternità ha senso. Ma come si realizza questo? Che cosa è mai questa vita veramente eterna, alla quale la morte non può nuocere? La risposta di Gesù, l’abbiamo sentita: Questa è la vita vera, che conoscano te – Dio – e il tuo Inviato, Gesù Cristo. Con nostra sorpresa, lì ci viene detto che vita è conoscenza. Ciò significa anzitutto: vita è relazione. Nessuno ha la vita da se stesso e solamente per se stesso. Noi l’abbiamo dall’altro, nella relazione con l’altro. Se è una relazione nella verità e nell’amore, un dare e ricevere, essa dà pienezza alla vita, la rende bella. Ma proprio per questo, la distruzione della relazione ad opera della morte può essere particolarmente dolorosa, può mettere in questione la vita stessa. Solo la relazione con Colui, che è Egli stesso la Vita, può sostenere anche la mia vita al di là delle acque della morte, può condurmi vivo attraverso di esse. Già nella filosofia greca esisteva l’idea che l’uomo può trovare una vita eterna se si attacca a ciò che è indistruttibile – alla verità che è eterna. Dovrebbe, per così dire, riempirsi di verità per portare in sé la sostanza dell’eternità. Ma solo se la verità è Persona, essa può portarmi attraverso la notte della morte. Noi ci aggrappiamo a Dio – a Gesù Cristo, il Risorto. E siamo così portati da Colui che è la Vita stessa. In questa relazione noi viviamo anche attraversando la morte, perché non ci abbandona Colui che è la Vita stessa.

Ma ritorniamo alla parola di Gesù: Questa è la vita eterna: che conoscano te e il tuo Inviato. La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con "conoscenza" s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.

Due volte nel corso della Preghiera sacerdotale Gesù parla della rivelazione del nome di Dio. "Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo" (v. 6). "Io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (v. 26). Il Signore allude qui alla scena presso il roveto ardente, dal quale Dio, alla domanda di Mosè, aveva rivelato il suo nome. Gesù vuole quindi dire che Egli porta a termine ciò che era iniziato presso il roveto ardente; che in Lui Dio, che si era fatto conoscere a Mosè, ora si rivela pienamente. E che con ciò Egli compie la riconciliazione; che l’amore con cui Dio ama suo Figlio nel mistero della Trinità, coinvolge ora gli uomini in questa circolazione divina dell’amore. Ma che cosa significa più precisamente che la rivelazione dal roveto ardente viene portata a termine, raggiunge pienamente la sua meta? L’essenziale dell’avvenimento al monte Oreb non era stata la parola misteriosa, il "nome", che Dio aveva consegnato a Mosè, per così dire, come segno di riconoscimento. Comunicare il nome significa entrare in relazione con l’altro. La rivelazione del nome divino significa dunque che Dio, che è infinito e sussiste in se stesso, entra nell’intreccio di relazioni degli uomini; che Egli, per così dire, esce da se stesso e diventa uno di noi, uno che è presente in mezzo a noi e per noi. Per questo in Israele sotto il nome di Dio non si è visto solo un termine avvolto di mistero, ma il fatto dell’essere-con-noi di Dio. Il Tempio, secondo la Sacra Scrittura, è il luogo in cui abita il nome di Dio. Dio non è racchiuso in alcuno spazio terreno; Egli rimane infinitamente al di sopra del mondo. Ma nel Tempio è presente per noi come Colui che può essere chiamato – come Colui che vuol essere con noi. Questo essere di Dio con il suo popolo si compie nell’incarnazione del Figlio. In essa si completa realmente ciò che aveva avuto inizio presso il roveto ardente: Dio quale Uomo può essere da noi chiamato e ci è vicino. Egli è uno di noi, e tuttavia è il Dio eterno ed infinito. Il suo amore esce, per così dire, da se stesso ed entra in noi. Il mistero eucaristico, la presenza del Signore sotto le specie del pane e del vino è la massima e più alta condensazione di questo nuovo essere-con-noi di Dio. "Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele", ha pregato il profeta Isaia (45,15). Ciò rimane sempre vero. Ma al tempo stesso possiamo dire: veramente tu sei un Dio vicino, tu sei un Dio-con-noi. Tu ci hai rivelato il tuo mistero e ci hai mostrato il tuo volto. Tu hai rivelato te stesso e ti sei dato nelle nostre mani… In quest’ora deve invaderci la gioia e la gratitudine perché Egli si è mostrato; perché Egli, l’Infinito e l’Inafferrabile per la nostra ragione, è il Dio vicino che ama, il Dio che noi possiamo conoscere ed amare.

La richiesta più nota della Preghiera sacerdotale è la richiesta dell’unità per i discepoli, per quelli di allora e quelli futuri. Dice il Signore: "Non prego solo per questi – cioè la comunità dei discepoli radunata nel Cenacolo – ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato." (v. 20s; cfr vv. 11 e 13). Che cosa chiede precisamente qui il Signore? Innanzitutto, Egli prega per i discepoli di quel tempo e di tutti i tempi futuri. Guarda in avanti verso l’ampiezza della storia futura. Vede i pericoli di essa e raccomanda questa comunità al cuore del Padre. Egli chiede al Padre la Chiesa e la sua unità. È stato detto che nel Vangelo di Giovanni la Chiesa non compare - ed è vero che la parola ekklesia non c’è – ma qui essa appare nelle sue caratteristiche essenziali: come la comunità dei discepoli che, mediante la parola apostolica, credono in Gesù Cristo e così diventano una cosa sola. Gesù implora la Chiesa come una ed apostolica. Così questa preghiera è propriamente un atto fondante della Chiesa. Il Signore chiede la Chiesa al Padre. Essa nasce dalla preghiera di Gesù e mediante l’annuncio degli Apostoli, che fanno conoscere il nome di Dio e introducono gli uomini nella comunione di amore con Dio. Gesù chiede dunque che l’annuncio dei discepoli prosegua lungo i tempi; che tale annuncio raccolga uomini i quali, in base ad esso, riconoscono Dio e il suo Inviato, il Figlio Gesù Cristo. Egli prega affinché gli uomini siano condotti alla fede e, mediante la fede, all’amore. Egli chiede al Padre che questi credenti "siano in noi" (v. 21); che vivano, cioè, nell’interiore comunione con Dio e con Gesù Cristo e che da questo essere interiormente nella comunione con Dio si crei l’unità visibile. Due volte il Signore dice che questa unità dovrebbe far sì che il mondo creda alla missione di Gesù. Deve quindi essere un’unità che si possa vedere – un’unità che vada tanto al di là di ciò che solitamente è possibile tra gli uomini, da diventare un segno per il mondo ed accreditare la missione di Gesù Cristo. La preghiera di Gesù ci dà la garanzia che l’annuncio degli Apostoli non potrà mai cessare nella storia; che susciterà sempre la fede e raccoglierà uomini nell’unità – in un’unità che diventa testimonianza per la missione di Gesù Cristo. Ma questa preghiera è sempre anche un esame di coscienza per noi. In quest’ora il Signore ci chiede: vivi tu, mediante la fede, nella comunione con me e così nella comunione con Dio? O non vivi forse piuttosto per te stesso, allontanandoti così dalla fede? E non sei forse con ciò colpevole della divisione che oscura la mia missione nel mondo; che preclude agli uomini l’accesso all’amore di Dio? È stata una componente della Passione storica di Gesù e rimane una parte di quella sua Passione che si prolunga nella storia, l’aver Egli visto e il vedere tutto ciò che minaccia, distrugge l’unità. Quando noi meditiamo sulla Passione del Signore, dobbiamo anche percepire il dolore di Gesù per il fatto che siamo in contrasto con la sua preghiera; che facciamo resistenza al suo amore; che ci opponiamo all’unità, che deve essere per il mondo testimonianza della sua missione.

In quest’ora, in cui il Signore nella Santissima Eucaristia dona se stesso – il suo corpo e il suo sangue –, si dà nelle nostre mani e nei nostri cuori, vogliamo lasciarci toccare dalla sua preghiera. Vogliamo entrare noi stessi nella sua preghiera, e così lo imploriamo: Sì, Signore, donaci la fede in te, che sei una cosa sola con il Padre nello Spirito Santo. Donaci di vivere nel tuo amore e così diventare una cosa sola come tu sei una cosa sola con il Padre, perché il mondo creda. Amen.

[00451-01.01] [Testo originale: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA FRANCESE

Chers frères et sœurs,

D’une façon plus ample que les trois autres évangélistes, saint Jean, à sa manière propre, nous renvoie dans son évangile au discours d’adieu de Jésus, qui apparaît aussi comme son testament et comme la synthèse du noyau essentiel de son message. Au début de ce discours, il y a le lavement des pieds, dans lequel le service rédempteur de Jésus pour l’humanité qui a besoin de purification est résumé dans ce geste d’humilité. A la fin, les paroles de Jésus se transforment en prière, c’est la Prière sacerdotale, dont les exégètes ont repéré l’arrière-fond dans le rituel de la fête juive de l’Expiation. Ce qui était le sens de cette fête et de ses rites-la purification du monde, sa réconciliation avec Dieu- se réalise dans l’acte de la prière de Jésus, une prière qui en même temps, anticipe la Passion, la transforme en prière. Ainsi, dans la Prière sacerdotale, se rend aussi visible d’une manière tout à fait particulière, le mystère permanent du Jeudi Saint : le nouveau sacerdoce de Jésus Christ et sa continuation dans la consécration des Apôtres, dans la participation des disciples au sacerdoce du Seigneur. Dans ce texte inépuisable, je voudrais, à présent, choisir trois paroles de Jésus, qui puissent nous introduire plus profondément dans le mystère du Jeudi-Saint.

Il y a tout d’abord la phrase : « La vie éternelle, c’est de te connaître, toi, le seul Dieu, le vrai Dieu et de connaître celui que tu as envoyé, Jésus-Christ » (Jn 17,3). Chaque être humain veut vivre. Il désire une vie véritable, pleine, une vie qui vaille la peine, qui soit une joie. A l’aspiration à la vie, est jointe, en même temps, la résistance à la mort, qui, cependant, est inéluctable. Lorsque Jésus parle de la vie éternelle, il entend la vie authentique, vraie, qui mérite d’être vécue. Il n’entend pas simplement la vie qui vient après la mort. Il entend la manière authentique de la vie- une vie qui est pleinement vie et pour cela est soustraite à la mort, mais qui peut, de fait, déjà commencer en ce monde, ou mieux, qui doit commencer en lui : c’est seulement si nous apprenons déjà maintenant à vivre de façon authentique, si nous apprenons cette vie que la mort ne peut enlever, que la promesse de l’éternité a un sens. Mais comment cela se réalise-t-il ? Qu’est donc cette vie vraiment éternelle, à laquelle la mort ne peut nuire ? La réponse de Jésus, nous l’avons entendue : la vraie vie c’est qu’ils te connaissent, toi, Dieu et ton Envoyé, Jésus Christ. A notre surprise, il nous est dit là que la vie est connaissance. Cela signifie, par-dessus-tout : la vie est relation. Personne n’a la vie de lui-même et seulement pour lui-même. Nous l’avons de l’autre, dans la relation avec l’autre. Si c’est une relation dans la vérité et dans l’amour, un donner et recevoir, elle donne plénitude à la vie, elle la rend belle. Mais justement à cause de cela, la destruction de la relation, œuvre de la mort, peut être particulièrement douloureuse, peut mettre en question la vie elle-même. Seule la relation avec Celui qui est lui-même la Vie, peut soutenir aussi ma vie au-delà des eaux de la mort, peut me conduire vivant à travers elles. Déjà, dans la philosophie grecque, existait l’idée que l’homme peut trouver une vie éternelle s’il s’attache à ce qui est indestructible-à la vérité qui est éternelle. On devrait, pour ainsi dire, se remplir de la vérité pour porter en soi la substance de l’éternité. Mais seulement si la Vérité est Personne, elle peut me faire traverser la nuit de la mort. Nous nous accrochons à Dieu, à Jésus Christ, le Ressuscité. Et nous sommes ainsi portés par Celui qui est la Vie même. Dans cette relation, nous vivons aussi en traversant la mort, parce que Celui qui est la Vie même ne nous abandonne pas.

Mais revenons aux paroles de Jésus : La vie éternelle : c’est qu’ils te connaissent, Toi et ton Envoyé. La connaissance de Dieu devient vie éternelle. Naturellement, ici par ‘connaissance’, on entend quelque chose de plus qu’un savoir extérieur, comme nous savons, par exemple, quand est mort un personnage célèbre et quand fut faite une invention. Connaître dans le sens de la Sainte Écriture, c’est devenir intérieurement une seule chose avec l’autre. Connaître Dieu, connaître le Christ signifie toujours aussi L’aimer, devenir en quelque sorte une seule chose avec Lui, en vertu de la connaissance et de l’amour. Notre vie devient donc une vie authentique, vraie et ainsi aussi éternelle, si nous connaissons Celui qui est la source de tout être et de toute vie. Ainsi, la parole de Jésus devient une invitation pour nous: devenons amis de Jésus, cherchons à Le connaître toujours plus ! Vivons en dialogue avec lui ! Apprenons de Lui la vie droite, devenons ses témoins ! Alors nous devenons des personnes qui aiment et alors nous agissons de façon juste. Alors, nous vivons vraiment.

Par deux fois, au cours de la Prière sacerdotale, Jésus parle de la révélation du nom de Dieu. « J’ai fait connaître ton nom aux hommes que tu as pris dans le monde pour me les donner » (v.6). « Je leur ai fait connaître ton nom et je le ferai connaître encore : pour qu’ils aient en eux l’amour dont tu m’as aimé, et que moi aussi, je sois en eux» (v.26). Le Seigneur fait allusion ici à la scène du Buisson ardent, dans laquelle Dieu, à la demande de Moïse, avait révélé son nom. Jésus veut donc dire que Lui porte à sa fin ce qui avait commencé au Buisson ardent ; qu’en Lui, Dieu, qui s’était fait connaître à Moïse, se révèle maintenant pleinement. Et qu’ainsi il accomplit la réconciliation ; que l’amour avec lequel Dieu aime son fils dans le mystère de la Trinité, entraîne maintenant les hommes dans cette circulation divine de l’amour. Mais qu’est-ce-que cela signifie plus précisément que la révélation du Buisson ardent soit portée à son terme, atteigne pleinement son but ? L’essentiel de l’événement du Mont Horeb, n’a pas été la parole mystérieuse, le ‘Nom’, que Dieu avait livré à Moïse, pour ainsi dire, comme signe de reconnaissance. Communiquer le nom signifie entrer en relation avec l’autre. La révélation du nom divin signifie donc que Dieu, qui est infini et subsistant en lui-même, entre dans le jeu des relations humaines ; que Lui, pour ainsi dire, sort de lui-même et devient l’un de nous, quelqu’un qui est présent au milieu de nous et pour nous. Pour cela, en Israël, sous le nom de Dieu, on ne voyait pas seulement un terme enveloppé de mystère, mais le fait de l’être-avec-nous de Dieu. Le Temple, selon la Sainte Écriture, est le lieu dans lequel habite le nom de Dieu. Dieu n’est pas renfermé dans quelque espace terrestre ; Il demeure infiniment au-dessus du monde. Mais dans le Temple il est présent pour nous comme celui qui peut être nommé-comme Celui qui veut être avec nous. Cet être de Dieu avec son peuple s’accomplit dans l’Incarnation du Fils. En elle se complète réellement ce qui avait débuté au Buisson ardent : Dieu comme Homme peut être appelé par nous et nous est proche. Il est l’un de nous et, par-dessus tout, Il est Dieu éternel et infini. Son amour sort, pour ainsi dire, de lui-même et entre en nous. Le mystère eucharistique, la présence du Seigneur sous les espèces du pain et du vin est la plus haute et la plus intense condensation de ce nouvel être-avec-nous de Dieu. « Vraiment tu es un Dieu caché, Dieu d’Israël », a prié le prophète Isaïe (45,15). Cela reste toujours vrai. Mais en même temps, nous pouvons dire : vraiment tu es un Dieu proche, tu es un Dieu-avec-nous. Tu nous as révélé ton mystère et tu nous as montré ton visage. Tu t’es révélé toi-même et tu t’es donné dans nos mains… En ce moment, doit nous envahir la joie et la gratitude parce qu’il s’est montré ; parce que Lui, l’Infini et l’Insaisissable pour notre raison, est le Dieu proche qui aime, le Dieu que nous pouvons connaître et aimer.

La demande la plus connue de la Prière sacerdotale est la demande de l’unité pour les disciples, pour ceux d’alors et ceux de l’avenir. Le Seigneur dit : « Je ne prie pas seulement pour ceux qui sont là - c’est-à-dire la communauté des disciples réunis au Cénacle - mais encore pour ceux qui accueilleront leur parole et croiront en moi : que tous, ils soient un, comme toi, Père, tu es en moi et moi en toi. Qu’ils soient un en nous, eux aussi, pour que le monde croie que tu m’as envoyé (v. 20sv ; cf. v. 11.13) ». Que demande précisément ici le Seigneur ? Par-dessus tout, il prie pour les disciples de ce temps et de tous les temps à venir. Il regarde en avant vers l’étendue de l’histoire à venir. Il en voit les dangers et recommande cette communauté au cœur du Père. Et il demande au Père l'Église et son unité. Il a été dit que, dans l’Évangile de Jean, l'Église n’apparaît pas – et il est vrai que la parole ekklesia n’y est pas mentionnée. Ici, au contraire, elle apparaît, dans ses caractéristiques essentielles : comme la communauté des disciples qui, grâce à la parole apostolique, croient en Jésus Christ et ainsi deviennent un. Jésus implore l'Église comme une et apostolique. Ainsi, cette prière est précisément un acte fondateur de l'Église. Le Seigneur demande l'Église au Père. Elle naît de la prière de Jésus et grâce à l’annonce des Apôtres, qui font connaître le nom de Dieu et introduisent les hommes dans la communion d’amour avec Dieu. Jésus demande donc que l’annonce des disciples se poursuive au long des temps ; qu’une telle annonce rassemble les hommes, que grâce à elle, ils reconnaissent Dieu et son Envoyé, le Fils Jésus Christ. Et il prie afin que les hommes soient conduits à la foi, et au moyen de la foi, à l’amour. Et il demande au Père que ces croyants«soient un en nous » (v. 21) ; qu’ils vivent, pourrait-on dire, à l’intérieur de la communion avec Dieu et avec Jésus Christ, et que par cet être intérieurement en communion avec Dieu, s’édifie l’unité visible. Par deux fois, le Seigneur dit que cette unité devrait faire en sorte que le monde croie à la mission de Jésus. En effet, ce doit être une unité qui puisse se voir-une unité qui va tellement au-delà de ce qu’il est habituellement possible entre les hommes, qu’elle devient un signe pour le monde et confirme la mission de Jésus Christ. La prière de Jésus nous donne la garantie que l’annonce des Apôtres ne pourra jamais cesser dans l’histoire ; qu’elle suscitera toujours la foi et rassemblera les hommes dans l’unité-dans une unité qui devient témoignage pour la mission de Jésus Christ. Mais cette prière est toujours aussi un examen de conscience pour nous. En ce moment, le Seigneur nous demande : vis-tu, par la foi, dans la communion avec moi et aussi dans la communion avec Dieu ? Ou ne vis-tu pas peut-être plutôt pour toi-même, t’éloignant ainsi de la foi ? Et n’es-tu pas ainsi coupable de la division qui obscurcit ma mission dans le monde, qui barre aux hommes l’accès à l’amour de Dieu ? Que Lui l’ai vue, et qu’il voie encore tout ce qui menace et détruit l’unité, a été une composante de la Passion historique de Jésus et demeure une partie de sa Passion qui se prolonge dans l’histoire. Quand nous méditons sur la Passion du Seigneur, nous devons aussi percevoir la douleur de Jésus par le fait que nous sommes en opposition avec sa prière ; que nous résistons à son amour ; que nous nous opposons à l’unité qui doit être pour le monde le témoignage de sa mission.

En ce moment où, le Seigneur dans la Très Sainte Eucharistie se donne lui-même-son corps et son sang-, se donne dans nos mains et dans nos cœurs, nous voulons nous laisser toucher par sa prière. Nous voulons entrer nous aussi dans sa prière, et nous l’implorons ainsi: Oui, Seigneur, donne-nous la foi en toi, Toi qui es un avec le Père dans l’Esprit-Saint. Donne-nous de vivre dans ton amour et ainsi de devenir un avec toi, comme tu es un avec le Père pour que le monde croie. Amen.

[00451-03.01] [Texte original: Italien]

TRADUZIONE IN LINGUA INGLESE

Dear Brothers and Sisters,

In his Gospel, Saint John, more fully than the other three evangelists, reports in his own distinctive way the farewell discourses of Jesus; they appear as his testament and a synthesis of the core of his message. They are introduced by the washing of feet, in which Jesus’ redemptive ministry on behalf of a humanity needing purification is summed up in this gesture of humility. Jesus’ words end as a prayer, his priestly prayer, whose background exegetes have traced to the ritual of the Jewish feast of Atonement. The significance of that feast and its rituals – the world’s purification and reconciliation with God – is fulfilled in Jesus’ prayer, a prayer which anticipates his Passion and transforms it into a prayer. The priestly prayer thus makes uniquely evident the perpetual mystery of Holy Thursday: the new priesthood of Jesus Christ and its prolongation in the consecration of the Apostles, in the incorporation of the disciples into the Lord’s priesthood. From this inexhaustibly profound text, I would like to select three sayings of Jesus which can lead us more fully into the mystery of Holy Thursday.

First, there are the words: "This is eternal life, that they may know you, the only true God, and Jesus Christ, whom you have sent" (Jn 17:3). Everyone wants to have life. We long for a life which is authentic, complete, worthwhile, full of joy. This yearning for life coexists with a resistance to death, which nonetheless remains unescapable. When Jesus speaks about eternal life, he is referring to real and true life, a life worthy of being lived. He is not simply speaking about life after death. He is talking about authentic life, a life fully alive and thus not subject to death, yet one which can already, and indeed must, begin in this world. Only if we learn even now how to live authentically, if we learn how to live the life which death cannot take away, does the promise of eternity become meaningful. But how does this happen? What is this true and eternal life which death cannot touch? We have heard Jesus’ answer: this is eternal life, that they may know you – God – and the one whom you have sent, Jesus Christ. Much to our surprise, we are told that life is knowledge. This means first of all that life is relationship. No one has life from himself and only for himself. We have it from others and in a relationship with others. If it is a relationship in truth and love, a giving and receiving, it gives fullness to life and makes it beautiful. But for that very reason, the destruction of that relationship by death can be especially painful, it can put life itself in question. Only a relationship with the One who is himself Life can preserve my life beyond the floodwaters of death, can bring me through them alive. Already in Greek philosophy we encounter the idea that man can find eternal life if he clings to what is indestructible – to truth, which is eternal. He needs, as it were, to be full of truth in order to bear within himself the stuff of eternity. But only if truth is a Person, can it lead me through the night of death. We cling to God – to Jesus Christ the Risen One. And thus we are led by the One who is himself Life. In this relationship we too live by passing through death, since we are not forsaken by the One who is himself Life.

But let us return to Jesus’s words – this is eternal life: that they know you and the One whom you have sent. Knowledge of God becomes eternal life. Clearly "knowledge" here means something more than mere factual knowledge, as, for example, when we know that a famous person has died or a discovery was made. Knowing, in the language of sacred Scripture, is an interior becoming one with the other. Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life. And so Jesus’ words become a summons: let us become friends of Jesus, let us try to know him all the more! Let us live in dialogue with him! Let us learn from him how to live aright, let us be his witnesses! Then we become people who love and then we act aright. Then we are truly alive.

Twice in the course of the priestly prayer Jesus speaks of revealing God’s name. "I have made your name known to those whom you gave me from the world" (v. 6). "I have made your name known to them, and I will make it known, so that the love with which you have loved me may be in them, and I in them" (v. 26). The Lord is alluding here to the scene of the burning bush, when God, at Moses’ request, had revealed his name. Jesus thus means to say that he is bringing to fulfilment what began with the burning bush; that in him God, who had made himself known to Moses, now reveals himself fully. And that in doing so he brings about reconciliation; that the love with which God loves his Son in the mystery of the Trinity now draws men and women into this divine circle of love. But what, more precisely, does it mean to say that the revelation made from the burning bush is finally brought to completion, fully attains its purpose? The essence of what took place on Mount Horeb was not the mysterious word, the "name" which God had revealed to Moses, as a kind of mark of identification. To give one’s name means to enter into relationship with another. The revelation of the divine name, then, means that God, infinite and self-subsistent, enters into the network of human relationships; that he comes out of himself, so to speak, and becomes one of us, present among us and for us. Consequently, Israel saw in the name of God not merely a word steeped in mystery, but an affirmation that God is with us. According to sacred Scripture, the Temple is the dwelling-place of God’s name. God is not confined within any earthly space; he remains infinitely above and beyond the world. Yet in the Temple he is present for us as the One who can be called – as the One who wills to be with us. This desire of God to be with his people comes to completion in the incarnation of the Son. Here what began at the burning bush is truly brought to completion: God, as a Man, is able to be called by us and he is close to us. He is one of us, yet he remains the eternal and infinite God. His love comes forth, so to speak, from himself and enters into our midst. The mystery of the Eucharist, the presence of the Lord under the appearances of bread and wine, is the highest and most sublime way in which this new mode of God’s being-with-us takes shape. "Truly you are a God who is hidden, O God of Israel", the prophet Isaiah had prayed (45:15). This never ceases to be true. But we can also say: Truly you are a God who is close, you are a God-with-us. You have revealed your mystery to us, you have shown your face to us. You have revealed yourself and given yourself into our hands… At this hour joy and gratitude must fill us, because God has shown himself, because he, infinite and beyond the grasp of our reason, is the God who is close to us, who loves us, and whom we can know and love.

The best-known petition of the priestly prayer is the petition for the unity of the disciples, now and yet to come. The Lord says, "I do not ask only on behalf of these – that is, the community of the disciples gathered in the Upper Room – but also on behalf of those who will believe in me through their word, that they may all be one. As you, Father, are in me, and I am in you, may they also be in us, so that the world may believe that you have sent me" (v. 20ff.; cf. vv. 11 and 13). What exactly is the Lord asking for? First, he prays for his disciples, present and future. He peers into the distance of future history. He sees the dangers there and he commends this community to the heart of the Father. He prays to the Father for the Church and for her unity. It has been said that in the Gospel of John the Church is not present – and it is true that word ekklesia is not used by John – and yet she appears here in her essential features: as the community of disciples who through the apostolic preaching believe in Jesus Christ and thus become one. Jesus prays for the Church to be one and apostolic. This prayer, then, is properly speaking an act which founds the Church. The Lord prays to the Father for the Church. She is born of the prayer of Jesus and through the preaching of the Apostles, who make known God’s name and introduce men and women into the fellowship of love with God. Jesus thus prays that the preaching of the disciples will continue for all time, that it will gather together men and women who know God and the one he has sent, his Son Jesus Christ. He prays that men and women may be led to faith and, through faith, to love. He asks the Father that these believers "be in us" (v. 21); that they will live, in other words, in interior communion with God and Jesus Christ, and that this inward being in communion with God may give rise to visible unity. Twice the Lord says that this unity should make the world believe in the mission of Jesus. It must thus be a unity which can be seen – a unity which so transcends ordinary human possibilities as to become a sign before the world and to authenticate the mission of Jesus Christ. Jesus’ prayer gives us the assurance that the preaching of the Apostles will never fail throughout history; that it will always awaken faith and gather men and women into unity – into a unity which becomes a testimony to the mission of Jesus Christ. But this prayer also challenges us to a constant examination of conscience. At this hour the Lord is asking us: are you living, through faith, in fellowship with me and thus in fellowship with God? Or are you rather living for yourself, and thus apart from faith? And are you not thus guilty of the inconsistency which obscures my mission in the world and prevents men and women from encountering God’s love? It was part of the historical Passion of Jesus, and remains part of his ongoing Passion throughout history, that he saw, and even now continues to see, all that threatens and destroys unity. As we meditate on the Passion of the Lord, let us also feel Jesus’ pain at the way that we contradict his prayer, that we resist his love, that we oppose the unity which should bear witness before the world to his mission.

At this hour, when the Lord in the most holy Eucharist gives himself, his body and his blood, into our hands and into our hearts, let us be moved by his prayer. Let us enter into his prayer and thus beseech him: Lord, grant us faith in you, who are one with the Father in the Holy Spirit. Grant that we may live in your love and thus become one, as you are one with the Father, so that the world may believe. Amen.

[00451-02.01] [Original text: Italian]

TRADUZIONE IN LINGUA TEDESCA

Ausführlicher als die drei anderen Evangelisten berichtet uns der heilige Johannes in seinem Evangelium in der ihm eigenen Art von den Abschiedsreden Jesu, die gleichsam als sein Testament erscheinen und als Synthese des wesentlichen Kerns seiner Botschaft. Am Anfang der Abschiedsreden steht die Fußwaschung, in der Jesu erlösender Dienst für die reinigungsbedürftige Menschheit in dieser Geste der Demut zusammengefaßt ist. Am Ende werden Jesu Worte zum Gebet, zu seinem hohepriesterlichen Gebet, als dessen Hintergrund die Ausleger das Ritual des jüdischen Versöhnungsfestes ausgemacht haben. Was an jenem Fest und in seinen Riten gemeint war, die Reinigung der Welt, ihre Versöhnung mit Gott, geschieht in Jesu Beten, das zugleich die Passion vorwegnimmt, sie in Gebet umwandelt. So wird im hohepriesterlichen Gebet auf eine ganz eigene Weise auch das bleibende Geheimnis des Gründonnerstags sichtbar: das neue Priestertum Jesu Christi und seine Fortführung in der Konsekration der Apostel, in der Einbeziehung der Jünger in das Priestertum des Herrn. Aus diesem unerschöpflichen Text möchte ich in dieser Stunde drei Worte Jesu herausgreifen, die uns tiefer in das Mysterium des Gründonnerstags einführen können.

Da steht zunächst der Satz: „Dies ist das ewige Leben, daß sie dich erkennen, den alleinigen, wahren Gott, und den du gesandt hast, Jesus Christus" (17, 3). Jeder Mensch möchte leben. Möchte wirkliches, gefülltes Leben, das sich lohnt, das Freude ist. Mit der Sehnsucht nach Leben ist zugleich der Widerstand gegen den Tod verbunden, der dennoch unausweichlich ist. Wenn Jesus vom ewigen Leben spricht, dann meint er das eigentliche, das wirkliche Leben, das zu leben sich lohnt. Dann meint er nicht einfach das Leben, das nach dem Tod kommt. Er meint die eigentliche Weise des Lebens, ein Leben, das ganz Leben und daher dem Tod entzogen ist, aber durchaus schon in dieser Welt beginnen kann, ja, in ihr beginnen muß: Nur wenn wir jetzt eigentlich zu leben lernen, jenes Leben erlernen, das der Tod nicht nehmen kann, hat die Ewigkeitsverheißung Sinn. Aber wie geschieht das? Was ist das eigentlich, das wahrhaft ewige Leben, dem der Tod nichts anhaben kann? Die Antwort Jesu haben wir gehört: Das ist das wahre Leben, daß sie dich erkennen – Gott – und deinen Gesandten Jesus Christus. Leben ist Erkenntnis, wird uns da zu unserer Überraschung gesagt. Das bedeutet zunächst: Leben ist Beziehung. Keiner hat es aus sich selbst und nur für sich selbst. Wir haben es vom anderen her, in der Beziehung zum anderen. Wenn sie Beziehung in der Wahrheit und in der Liebe ist, Geben und Empfangen, gibt sie dem Leben Fülle, macht es schön. Aber die Zerstörung der Beziehung durch den Tod kann gerade darum besonders schmerzhaft sein, das Leben selbst in Frage stellen. Nur die Beziehung zu dem, der selbst das Leben ist, kann auch mein Leben über die Wasser des Todes halten, mich lebendig durch sie hindurchführen. Schon in der griechischen Philosophie gab es den Gedanken, der Mensch könne dann ewiges Leben finden, wenn er sich an das anhängt, was unzerstörbar ist – an die Wahrheit, die ewig ist. Er müsse sich gleichsam mit Wahrheit anfüllen, um den Stoff der Ewigkeit in sich zu tragen. Aber nur wenn die Wahrheit Person ist, kann sie mich durch die Nacht des Todes hindurchtragen. Wir halten uns an Gott fest – an Jesus Christus, den Auferstandenen. Dann sind wir von dem getragen, der das Leben selber ist. In dieser Beziehung leben wir, auch durch den Tod hindurch, weil der uns nicht verläßt, der das Leben selber ist.

Aber kehren wir zu Jesu Wort zurück: Das ist das ewige Leben, daß sie dich erkennen und deinen Gesandten. Erkenntnis Gottes wird ewiges Leben. Natürlich ist da mit Erkenntnis mehr gemeint als äußeres Bescheidwissen, wie wir zum Beispiel wissen, wann ein berühmter Mann gestorben ist und wann eine Erfindung gemacht wurde. Erkennen im Sinn der Heiligen Schrift ist inwendiges Einswerden mit dem anderen. Gott erkennen, Christus erkennen heißt immer auch: ihn lieben, mit ihm als Erkennender und Liebender irgendwie eins zu werden. Unser Leben wird also dann eigentliches, wahres und so auch ewiges Leben, wenn wir den erkennen, der der Quell allen Seins und Lebens ist. So wird das Wort Jesu zu einem Anruf an uns: Werden wir Freunde Jesu, suchen wir, ihn immer mehr zu erkennen. Leben wir im Dialog mit ihm. Lernen wir von ihm das rechte Leben, werden wir seine Zeugen. Dann werden wir Liebende, und dann handeln wir recht. Dann leben wir wirklich.

Zweimal im Lauf des hohepriesterlichen Gebetes spricht Jesus von der Offenbarung des Gottesnamens. „Ich habe den Menschen, die du mir in der Welt gegeben hast, deinen Namen offenbart" (v. 6). „Ich habe ihnen deinen Namen kundgetan und werde ihn kundtun, damit die Liebe, mit der du mich geliebt hast, in ihnen sei und ich in ihnen" (v. 26). Der Herr spielt damit auf die Szene am brennenden Dornbusch an, aus dem heraus Gott Mose auf dessen Bitten hin seinen Namen offenbart hatte. Jesus will also sagen, daß er das am brennenden Dornbusch Begonnene zu Ende führt. Daß in ihm sich Gott, der sich dem Mose zu erkennen gegeben hatte, nun vollends offenbart. Und daß er so die Versöhnung vollzieht: daß die Liebe, mit der Gott seinen Sohn im Geheimnis seiner Dreifaltigkeit liebt, nun die Menschen einbezieht in diesen göttlichen Kreislauf der Liebe. Aber was heißt das nun näherhin: Die Offenbarung aus dem Dornbusch wird zu Ende geführt, kommt vollends an ihr Ziel? Das Wesentliche des Geschehens am Berge Horeb war nicht das geheimnisvolle Namenswort gewesen, das Gott dem Mose sozusagen als Erkennungszeichen mit auf den Weg gegeben hatte. Den Namen kundzugeben bedeutet, in Beziehung zu dem anderen zu treten. So bedeutet die Namensoffenbarung, daß Gott, der unendlich ist und in sich selber steht, in das Beziehungsgefüge der Menschen hereintritt. Daß er gleichsam aus sich herausgeht und einer von uns wird, der mitten unter uns und für uns da ist. Deswegen hat man in Israel unter dem Namen Gottes nicht bloß ein vom Geheimnis umwobenes Wort verstanden, sondern die Tatsache des Mitseins Gottes mit uns. Der Tempel ist nach der Heiligen Schrift der Ort, an dem Gottes Name wohnt. Gott ist in keinen irdischen Raum eingeschlossen; er bleibt unendlich über der Welt. Aber im Tempel ist er da als der für uns Rufbare – als der, der mit uns sein will. Dieses Mitsein Gottes mit seinem Volk vollendet sich in der Fleischwerdung des Sohnes. In ihr vollendet sich wirklich, was am Dornbusch begonnen hatte: Gott ist als Mensch für uns rufbar und nahe. Er ist einer von uns, und er ist doch der ewige und unendliche Gott. Seine Liebe tritt sozusagen aus sich heraus und in uns ein. Das eucharistische Geheimnis, die Gegenwart des Herrn in den Gestalten von Brot und Wein ist die äußerste und höchste Verdichtung dieses neuen Mitseins Gottes mit uns. „Wahrhaft, du bist ein verborgener Gott, Gott Israels", hat der Prophet Jesaja gebetet (45, 15). Das bleibt immer wahr. Aber zugleich dürfen wir sagen: Wahrhaft, du bist ein naher Gott, du bist ein Gott mit uns. Du hast uns dein Geheimnis geoffenbart und uns dein Gesicht gezeigt. Du hast dich selbst offenbart und dich in unsere Hände gegeben… In dieser Stunde soll uns die Freude und der Dank dafür ergreifen, daß er sich gezeigt hat. Daß er, der Unendliche und unserem Verstand Unfaßbare der nahe und der liebende Gott ist, den wir kennen und lieben dürfen.

Die bekannteste Bitte aus dem hohepriesterlichen Gebet ist die Bitte um Einheit für die Jünger, die jetzigen und die künftigen. Der Herr sagt: „Nicht nur für diese – d.h. die im Abendmahlssaal versammelte Jüngergemeinschaft – bitte ich, sondern auch für die, die durch ihr Wort an mich glauben: daß sie alle eins seien, wie du, Vater, in mir bist und ich in dir bin, damit auch sie in uns sind, auf daß die Welt glaube, daß du mich gesandt hast" (v. 20f; vgl. v. 11 und 23). Um was bittet hier der Herr genau? Zunächst: Er betet für die Jünger der Gegenwart und aller künftigen Zeiten. Er blickt in die Weite der kommenden Geschichte voraus. Er sieht deren Gefährdungen, und er legt diese Gemeinschaft dem Vater ans Herz. Er erbittet die Kirche und deren Einheit vom Vater. Man hat gesagt, im Johannes-Evangelium komme die Kirche nicht vor – und es stimmt, daß das Wort Ecclesia nicht vorkommt – aber hier erscheint sie mit ihren wesentlichen Eigenschaften: als die Gemeinschaft der Jünger, die durch das apostolische Wort an Jesus Christus glauben und so eins miteinander werden. Jesus erbittet die Kirche als eine und apostolische. So ist dieses Gebet ein eigentlich kirchengründender Akt. Der Herr erbittet die Kirche vom Vater. Sie entsteht aus dem Gebet Jesu und durch die Verkündigung der Apostel, die den Namen Gottes bekanntmachen und die Menschen in die Gemeinschaft der Liebe mit Gott hineinführen. Jesus bittet also darum, daß die Verkündigung der Jünger weitergeht durch die Zeiten. Daß sie Menschen sammelt, die von dieser Verkündigung her Gott erkennen und seinen Gesandten, den Sohn Jesus Christus. Er bittet darum, daß die Menschen zum Glauben geführt werden und durch den Glauben zur Liebe. Er bittet den Vater, daß diese Glaubenden „in uns seien" (v. 21). Daß sie also in der inneren Gemeinschaft mit Gott und Jesus Christus leben und aus diesem inneren Sein in der Gottesgemeinschaft sichtbare Einheit entstehe. Zweimal sagt der Herr, diese Einheit solle bewirken, daß die Welt an die Sendung Jesu glaubt. Es muß also eine Einheit sein, die man sehen kann. Eine Einheit, die so sehr über das gewöhnlich bei Menschen Mögliche hinausgeht, daß sie für die Welt zum Zeichen wird und die Sendung Jesu Christi beglaubigt. Das Gebet Jesu verbürgt uns, daß die Verkündigung der Apostel nie verstummen kann in der Geschichte. Daß sie immer Glauben wecken und Menschen zur Einheit sammeln wird – zu einer Einheit, die Zeugnis wird für die Sendung Jesu Christi. Aber dieses Gebet ist doch immer auch eine Gewissenserforschung für uns. In dieser Stunde fragt uns der Herr: Lebst du durch den Glauben in der Gemeinschaft mit mir und so in der Gemeinschaft mit Gott? Oder lebst du nicht doch für dich selber und so vom Glauben weg? Und bist du nicht damit an der Spaltung schuldig, die meine Sendung in der Welt verdunkelt, den Menschen den Zugang zur Liebe Gottes versperrt? Es hat zur historischen Passion Jesu hinzugehört und bleibt Teil seiner die Geschichte hindurchgehenden Passion, daß er alles, was die Einheit bedroht und zerstört, gesehen hat und sieht. Wenn wir die Passion des Herrn betrachten, muß es dazu gehören, den Schmerz Jesu darüber zu empfinden, daß wir seinem Gebet entgegenstehen. Daß wir seiner Liebe Widerstand leisten. Daß wir der Einheit entgegenstehen, die der Welt Zeugnis seiner Sendung werden soll.

In dieser Stunde, in der der Herr in der heiligsten Eucharistie sich selbst, seinen Leib und sein Blut schenkt, sich in unsere Hände und Herzen gibt, wollen wir uns von seinem Gebet treffen lassen. Wir wollen selbst in sein Beten hineintreten, und so bitten wir ihn: Ja, Herr, schenke uns Glauben an dich, der du eins mit dem Vater im Heiligen Geist bist. Schenke uns, in deiner Liebe zu leben und so eins zu werden, wie du mit dem Vater eins bist, damit die Welt glaube. Amen.

[00451-05.01] [Originalsprache: Italienisch]

TRADUZIONE IN LINGUA SPAGNOLA

Queridos hermanos y hermanas

San Juan, de modo más amplio que los otros evangelistas y con un estilo propio, nos ofrece en su evangelio los discursos de despedida de Jesús, que son casi como su testamento y síntesis del núcleo esencial de su mensaje. Al inicio de dichos discursos aparece el lavatorio de los pies, gesto de humildad en el que se resume el servicio redentor de Jesús por la humanidad necesitada de purificación. Al final, las palabras de Jesús se convierten en oración, en su Oración sacerdotal, en cuyo trasfondo, según los exegetas, se halla el ritual de la fiesta judía de la Expiación. El sentido de aquella fiesta y de sus ritos -la purificación del mundo, su reconciliación con Dios-, se cumple en el rezar de Jesús, un rezar en el que, al mismo tiempo, se anticipa la pasión, y la transforma en oración. Así, en la Oración sacerdotal, se hace visible también de un modo particular el misterio permanente del Jueves santo: el nuevo sacerdocio de Jesucristo y su continuación en la consagración de los apóstoles, en la participación de los discípulos en el sacerdocio del Señor. De este texto inagotable, quisiera ahora escoger tres palabras de Jesús que pueden introducirnos más profundamente en el misterio del Jueves santo.

En primer lugar tenemos aquella frase: «Esta es la vida eterna: que te conozcan a ti, único Dios verdadero, y a tu enviado, Jesucristo» (Jn 17,3). Todo ser humano quiere vivir. Desea una vida verdadera, llena, una vida que valga la pena, que sea gozosa. Al deseo de vivir, se une al mismo tiempo, la resistencia a la muerte que, no obstante, es ineludible. Cuando Jesús habla de la vida eterna, entiende la vida auténtica, verdadera, que merece ser vivida. No se refiere simplemente a la vida que viene después de la muerte. Piensa en el modo auténtico de la vida, una vida que es plenamente vida y por esto no está sometida a la muerte, pero que de hecho puede comenzar ya en este mundo, más aún, debe comenzar aquí: sólo si aprendemos desde ahora a vivir de forma auténtica, si conocemos la vida que la muerte no puede arrebatar, tiene sentido la promesa de la eternidad. Pero, ¿cómo acontece esto? ¿Qué es realmente esta vida verdaderamente eterna, a la que la muerte no puede dañar? Hemos escuchado la respuesta de Jesús: Esta es la vida verdadera, que te conozcan a ti, Dios, y a tu enviado, Jesucristo. Para nuestra sorpresa, allí se nos dice que vida es conocimiento. Esto significa, ante todo, que vida es relación. Nadie recibe la vida de sí mismo ni sólo para sí mismo. La recibimos de otro, en la relación con otro. Si es una relación en la verdad y en el amor, un dar y recibir, entonces da plenitud a la vida, la hace bella. Precisamente por esto, la destrucción de la relación que causa la muerte puede ser particularmente dolorosa, puede cuestionar la vida misma. Sólo la relación con Aquel que es en sí mismo la Vida, puede sostener también mi vida más allá de las aguas de la muerte, puede conducirme vivo a través de ellas. Ya en la filosofía griega existía la idea de que el hombre puede encontrar una vida eterna si se adhiere a lo que es indestructible, a la verdad que es eterna. Por decirlo así, debía llenarse de verdad, para llevar en sí la sustancia de la eternidad. Pero solamente si la verdad es Persona, puede llevarme a través de la noche de la muerte. Nosotros nos aferramos a Dios, a Jesucristo, el Resucitado. Y así somos llevados por Aquel que es la Vida misma. En esta relación vivimos mientras atravesamos también la muerte, porque nunca nos abandona quien es la Vida misma.

Pero volvamos a las palabras de Jesús. Esta es la vida eterna: que te conozcan a ti y a tu enviado. El conocimiento de Dios se convierte en vida eterna. Obviamente, por "conocimiento" se entiende aquí algo más que un saber exterior, como, por ejemplo, el saber cuándo ha muerto un personaje famoso y cuándo se ha inventado algo. Conocer, según la sagrada escritura, es llegar a ser interiormente una sola cosa con el otro. Conocer a Dios, conocer a Cristo, siempre significa también amarlo, llegar a ser de algún modo una sola cosa con él en virtud del conocer y del amar. Nuestra vida, pues, llega a ser una vida auténtica, verdadera y también eterna, si conocemos a Aquel que es la fuente de la existencia y de la vida. De este modo, la palabra de Jesús se convierte para nosotros en una invitación: seamos amigos de Jesús, intentemos conocerlo cada vez más. Vivamos en diálogo con él. Aprendamos de él la vida recta, seamos sus testigos. Entonces seremos personas que aman y actúan de modo justo. Entonces viviremos de verdad.

En la Oración sacerdotal, Jesús habla dos veces de la revelación del nombre de Dios: «He manifestado tu Nombre a los hombres que me diste de en medio del mundo» (v. 6); «Les he dado a conocer y les daré a conocer tu Nombre, para que el amor que me tenían esté en ellos, como también yo estoy en ellos» (v. 26). El Señor se refiere aquí a la escena de la zarza ardiente, cuando Dios, respondiendo a la pregunta de Moisés, reveló su nombre. Jesús quiso decir, por tanto, que él lleva a cumplimiento lo que había comenzado junto a la zarza ardiente; que en él Dios, que se había dado a conocer a Moisés, ahora se revela plenamente. Y que con esto él lleva a cabo la reconciliación; que el amor con el que Dios ama a su Hijo en el misterio de la Trinidad, llega ahora a los hombres en esa circulación divina del amor. Pero, ¿qué significa exactamente que la revelación de la zarza ardiente llega a su término, alcanza plenamente su meta? Lo esencial de lo sucedido en el monte Horeb no fue la palabra misteriosa, el "nombre", que Dios, por así decir, había entregado a Moisés como signo de reconocimiento. Comunicar el nombre significa entrar en relación con el otro. La revelación del nombre divino significa, por tanto, que Dios, que es infinito y subsiste en sí mismo, entra en el tejido de relaciones de los hombres; que él, por decirlo así, sale de sí mismo y llega a ser uno de nosotros, uno que está presente en medio de nosotros y para nosotros. Por esto, el nombre de Dios en Israel no se ha visto sólo como un término rodeado de misterio, sino como el hecho del ser-con-nosotros de Dios. El templo, según la sagrada escritura, es el lugar en el que habita el nombre de Dios. Dios no está encerrado en ningún espacio terreno; él está infinitamente por encima del mundo. Pero en el templo está presente para nosotros como Aquel que puede ser llamado, como Aquel que quiere estar con nosotros. Este estar de Dios con su pueblo se cumple en la encarnación del Hijo. En ella, se completa realmente lo que había comenzado ante la zarza ardiente: a Dios, como hombre, lo podemos llamar y él está cerca de nosotros. Es uno de nosotros y, sin embargo, es el Dios eterno e infinito. Su amor sale, por así decir, de sí mismo y entra en nosotros. El misterio eucarístico, la presencia del Señor bajo las especies del pan y del vino es la mayor y más alta condensación de este nuevo ser-con-nosotros de Dios. «Realmente, tú eres un Dios escondido, el Dios de Israel», rezaba el profeta Isaías (45,15). Esto es siempre verdad. Pero también podemos decir: realmente tú eres un Dios cercano, tú eres el Dios-con-nosotros. Tú nos has revelado tu misterio y nos has mostrado tu rostro. Te has revelado a ti mismo y te has entregado en nuestras manos… En este momento, debemos dejarnos invadir por la alegría y la gratitud, porque él se nos ha mostrado; porque él, el infinito e inabarcable para nuestra razón, es el Dios cercano que ama, el Dios al que podemos conocer y amar.

La petición más conocida de la Oración sacerdotal es la petición por la unidad de sus discípulos, los de entonces y los que vendrán. Dice el Señor: «No sólo por ellos ruego –esto es, la comunidad de los discípulos reunida en el cenáculo- sino también por los que crean en mí por la palabra de ellos, para que todos sean uno, como tú, Padre, en mí y yo en ti, que ellos también lo sean en nosotros, para que el mundo crea que tú me has enviado» (v. 20; cf. vv. 11 y 13). ¿Qué pide aquí el Señor? Ante todo, reza por los discípulos de aquel tiempo y de todos los tiempos venideros. Mira hacia delante en la amplitud de la historia futura. Ve sus peligros y encomienda esta comunidad al corazón del Padre. Pide al Padre la Iglesia y su unidad. Se ha dicho que en el evangelio de Juan no aparece la Iglesia, y es verdad que no hallamos el término ekklesia. Pero aquí aparece con sus características esenciales: como la comunidad de los discípulos que, mediante la palabra apostólica, creen en Jesucristo y, de este modo, son una sola cosa. Jesús pide la Iglesia como una y apostólica. Así, esta oración es justamente un acto fundacional de la Iglesia. El Señor pide la Iglesia al Padre. Ella nace de la oración de Jesús y mediante el anuncio de los apóstoles, que dan a conocer el nombre de Dios e introducen a los hombres en la comunión de amor con Dios. Jesús pide, pues, que el anuncio de los discípulos continúe a través de los tiempos; que dicho anuncio reúna a los hombres que, gracias a este anuncio, reconozcan a Dios y a su Enviado, el Hijo Jesucristo. Reza para que los hombres sean llevados a la fe y, mediante la fe, al amor. Pide al Padre que estos creyentes «lo sean en nosotros» (v. 21); es decir, que vivan en la íntima comunión con Dios y con Jesucristo y que, a partir de este estar en comunión con Dios, se cree la unidad visible. Por dos veces dice el Señor que esta unidad debería llevar a que el mundo crea en la misión de Jesús. Por tanto, debe ser una unidad que se vea, una unidad que, yendo más allá de lo que normalmente es posible entre los hombres, llegue a ser un signo para el mundo y acredite la misión de Jesucristo. La oración de Jesús nos garantiza que el anuncio de los apóstoles continuará siempre en la historia; que siempre suscitará la fe y congregará a los hombres en unidad, en una unidad que se convierte en testimonio de la misión de Jesucristo. Pero esta oración es siempre también un examen de conciencia para nosotros. En este momento, el Señor nos pregunta: ¿vives gracias a la fe, en comunión conmigo y, por tanto, en comunión con Dios? O, ¿acaso no vives más bien para ti mismo, alejándote así de la fe? Y ¿no eres así tal vez culpable de la división que oscurece mi misión en el mundo, que impide a los hombres el acceso al amor de Dios? Haber visto y ver todo lo que amenaza y destruye la unidad, ha sido un elemento de la pasión histórica de Jesús, y sigue siendo parte de su pasión que se prolonga en la historia.

Cuando meditamos la pasión del Señor, debemos también percibir el dolor de Jesús porque estamos en contraste con su oración; porque nos resistimos a su amor; porque nos oponemos a la unidad, que debe ser para el mundo testimonio de su misión.

En este momento, en el que el Señor en la Santísima Eucaristía se da a sí mismo, su cuerpo y su sangre, y se entrega en nuestras manos y en nuestros corazones, queremos dejarnos alcanzar por su oración. Queremos entrar nosotros mismos en su oración, y así le pedimos: Sí, Señor, danos la fe en ti, que eres uno solo con el Padre en el Espíritu Santo. Concédenos vivir en tu amor y así llegar a ser uno como tú eres uno con el Padre, para que el mundo crea. Amén.

[00451-04.01] [Texto original: Italiano]

TRADUZIONE IN LINGUA PORTOGHESE

Amados irmãos e irmãs,

No seu Evangelho, São João refere-nos, mais amplamente do que os outros três evangelistas e com o seu estilo peculiar, os discursos de despedida de Jesus, que se apresentam quase como o seu testamento e a síntese do núcleo essencial da sua mensagem. No início destes discursos, aparece o lava-pés, no qual o serviço redentor de Jesus em favor da humanidade necessitada de purificação é resumido neste gesto de humildade. No fim, as palavras de Jesus transformam-se em oração, a sua Oração Sacerdotal, cuja inspiração de fundo foi individuada pelos exegetas no ritual da Festa judaica da Expiação. O que constituía o sentido daquela festa e dos seus ritos – a purificação do mundo, a sua reconciliação com Deus – realiza-se com o acto de Jesus rezar: um rezar que antecipa a Paixão e ao mesmo tempo transforma-a em oração. Assim, na Oração Sacerdotal, torna-se visível também, de maneira muito particular, o mistério permanente de Quinta-feira Santa: o novo sacerdócio de Jesus Cristo e a sua continuação na consagração dos Apóstolos, com a participação dos discípulos no sacerdócio do Senhor. Deste texto inexaurível, pretendo, nesta hora, escolher três afirmações de Jesus, que nos podem introduzir mais profundamente no mistério da Quinta-feira Santa.

A primeira delas é a frase: «É esta a vida eterna: que Te conheçam a Ti, único Deus verdadeiro, e Àquele que enviaste, Jesus Cristo» (Jo 17, 3). Todo o ser humano quer viver. Deseja uma vida verdadeira, plena, uma vida que valha a pena, que seja feliz. Associada com este anseio pela vida, aparece ao mesmo tempo a resistência contra a morte, a qual porém é invencível. Quando Jesus fala da vida eterna, pensa no modo autêntico da vida – uma vida que é vida em plenitude e, consequentemente, livre da morte, mas que pode realmente começar já neste mundo; antes, deve ter início aqui: somente se aprendermos já agora a viver de modo autêntico, se aprendermos aquela vida que a morte não pode tirar, é que a promessa da eternidade tem sentido. Mas como é que isto se realiza? O que vem a ser esta vida verdadeiramente eterna, que a morte não pode lesar? A resposta de Jesus, acabamos de a ouvir: A vida verdadeira é que Te conheçam a Ti – Deus – e o teu Enviado, Jesus Cristo. Com surpresa nossa, é-nos dito que vida é conhecimento. Isto significa antes de mais nada: vida é relação. Ninguém recebe a vida de si mesmo e só para si mesmo. Recebemo-la do outro, na relação com o outro. Se é uma relação na verdade e no amor, um dar e receber, a mesma dá plenitude à vida, torna-a bela. Mas, por isso mesmo, a destruição da relação por obra da morte, pode ser particularmente dolorosa, pode pôr em questão a própria vida. Somente a relação com Aquele que em Si próprio é a Vida, pode sustentar a minha vida mesmo para além das águas da morte, pode conduzir-me vivo através delas. Na filosofia grega, já existia a ideia de que o homem pode encontrar uma vida eterna, se se agarrar àquilo que é indestrutível – à verdade que é eterna. Deveria, por assim dizer, encher-se de verdade, para trazer em si a substância da eternidade. Mas, somente se a verdade for Pessoa, é que pode levar-me através da noite da morte. Nós agarramo-nos a Deus – a Jesus Cristo, o Ressuscitado; e somos assim levados por Aquele que é a própria Vida. Nesta relação, nós vivemos mesmo atravessando a morte, porque não nos abandona Aquele que é a própria Vida.

Mas, voltemos à frase de Jesus… É esta a vida eterna: que Te conheçam a Ti e ao teu Enviado. O conhecimento de Deus torna-se vida eterna. Obviamente, por «conhecimento», aqui entende-se algo mais do que um saber exterior, como acontece quando sabemos, por exemplo, da morte de uma pessoa famosa e da realização de uma invenção. Conhecer, no sentido da Sagrada Escritura, é tornar-se interiormente um só com o outro. Conhecer Deus, conhecer Cristo significa sempre também amá-Lo, tornar-se em certa medida um só com Ele em virtude do conhecer e do amar. Por conseguinte, a nossa vida torna-se autêntica, verdadeira e também eterna, se conhecermos Aquele que é a fonte de todo o ser e de toda a vida. Assim a palavra de Jesus torna-se para nós convite: tornemo-nos amigos de Jesus, procuremos conhecê-Lo cada vez mais! Vivamos em diálogo com Ele! Aprendamos d’Ele a vida recta, tornemo-nos suas testemunhas! Tornar-nos-emos assim pessoas que amam e agiremos de modo justo. Então viveremos verdadeiramente.

Ao longo da Oração Sacerdotal, Jesus fala duas vezes da revelação do nome de Deus: «Manifestei o teu nome aos homens que do mundo Me deste» (v. 6); «dei-lhes a conhecer o teu nome e dá-lo-ei a conhecer, para que o amor com que Me amaste esteja neles e Eu esteja neles» (v. 26). O Senhor faz aqui alusão ao episódio da sarça ardente; lá Deus, respondendo à pergunta de Moisés, revelara o seu nome. Portanto Jesus quer dizer que leva a termo o que se iniciara junto da sarça ardente: Deus, que Se dera a conhecer a Moisés, agora revela-Se plenamente n’Ele. E, com isto, Ele realiza a reconciliação: o amor com que Deus ama o seu Filho no mistério da Trindade, envolve agora os homens nesta circulação divina do amor. Mas concretamente que significa que a revelação da sarça ardente é levada a termo, alcança plenamente a sua meta? O essencial do acontecimento do monte Horeb não foi a palavra misteriosa, o "nome", que Deus entregara a Moisés, por assim dizer, como sinal de reconhecimento. Comunicar o nome significa entrar em relação com o outro. Por isso, a revelação do nome divino significa que Deus, infinito e subsistente em Si mesmo, entra no entrelaçamento de relações dos homens: Ele, por assim dizer, sai de Si mesmo e torna-Se um de nós, um que está presente no meio de nós e ao nosso dispor. Por isso, Israel, sob o nome de Deus não viu apenas um termo envolvido em mistério, mas o facto de Deus estar-connosco. Segundo a Sagrada Escritura, o Templo é o lugar onde habita o nome de Deus. Nenhum espaço terreno encerra Deus; Ele permanece infinitamente acima do mundo. Mas, no Templo, está presente ao nosso dispor como Aquele que pode ser chamado – como Aquele que quer estar connosco. Este estar de Deus com o seu povo realiza-se na incarnação do Filho. Nesta, completa-se realmente o que tivera início junto da sarça ardente: Deus enquanto Homem pode ser chamado por nós e está perto de nós. Ele é um de nós, sem deixar de ser o Deus eterno e infinito. O seu amor sai, por assim dizer, d’Ele mesmo e entra em nós. O mistério eucarístico, a presença do Senhor sob as espécies do pão e do vinho é a máxima e mais alta condensação deste novo estar-connosco de Deus. «Tu és, na verdade, um Deus escondido, Deus de Israel» - rezava o profeta Isaías (45, 15). Isto continua a ser verdade; mas ao mesmo tempo podemos dizer: verdadeiramente tu és um Deus próximo, és Deus-connosco. Revelaste-nos o teu mistério e mostraste-nos o teu rosto. Revelaste-Te a Ti mesmo e Te entregaste nas nossas mãos… Nesta hora, deve invadir-nos a alegria e a gratidão por Ele Se ter manifestado; por Ele, o Infinito e o Inacessível para a nossa razão, ser o Deus próximo que ama, o Deus que podemos conhecer e amar.

O pedido mais conhecido da Oração Sacerdotal é o da unidade para os discípulos, para aqueles de então e os que haviam de vir. Diz o Senhor: «Não peço somente por eles – ou seja, a comunidade dos discípulos reunida no Cenáculo – mas também por aqueles que vão acreditar em Mim por meio da sua palavra, para que eles sejam todos um, como Tu, Pai, o és em Mim e Eu em Ti, para que também eles sejam um em Nós e o mundo acredite que Tu Me enviaste» (v. 20s; cf. vv. 11 e 13). Em concreto, que pede aqui o Senhor? Antes de mais nada, Ele reza pelos discípulos daquele tempo e de todos os tempos futuros. Olha em frente para a história futura em toda a sua amplitude. Vê os perigos dela e recomenda esta comunidade ao coração do Pai. Pede ao Pai a Igreja e a sua unidade. Foi dito que a Igreja não aparece no Evangelho de João – realmente a palavra ekklesia não é utilizada. Contudo, aqui ela aparece com as suas características essenciais: como a comunidade dos discípulos que, através da palavra apostólica, acreditam em Jesus Cristo e assim se tornam um só. Jesus suplica a Igreja como una e apostólica. Assim esta oração revela-se, propriamente, um acto fundador da Igreja. O Senhor pede a Igreja ao Pai. Esta nasce da oração de Jesus e por meio do anúncio dos Apóstolos, que dão a conhecer o nome de Deus e introduzem os homens na comunidade de amor com Deus. E, por conseguinte, Jesus pede que o anúncio dos discípulos continue ao longo dos tempos; que tal anúncio reúna homens que, baseados no mesmo, reconheçam Deus e o seu Enviado, o Filho Jesus Cristo. Ele reza para que os homens sejam conduzidos à fé e, por meio desta, ao amor. Pede ao Pai que estes crentes «sejam um em Nós» (v. 21); isto é, que vivam na comunhão interior com Deus e com Jesus Cristo e que, a partir deste estar interiormente na comunhão com Deus, se crie a unidade visível. Duas vezes disse o Senhor que esta unidade deverá fazer com que o mundo acredite na missão de Jesus. Portanto deve ser uma unidade que se possa ver: uma unidade que ultrapasse tanto aquilo que habitualmente é possível entre os homens, que se torne um sinal para o mundo e afiance a missão de Jesus Cristo. A oração de Jesus dá-nos a garantia de que o anúncio dos Apóstolos não poderá jamais cessar na história; que suscitará sempre a fé e congregará homens na unidade – uma unidade que se torna testemunho para a missão de Jesus Cristo. Mas esta oração também é sempre um exame de consciência para nós. Nesta hora, o Senhor interpela-nos: vives tu, através da fé, em comunhão comigo e, deste modo, em comunhão com Deus? Ou não estarás porventura a viver mais para ti mesmo, afastando-te assim da fé? E, por isto, não serás talvez culpado da divisão que obscurece a minha missão no mundo, que fecha aos homens o acesso ao amor de Deus? Foi uma componente da Paixão histórica de Jesus e continua uma parte daquela sua Paixão que se prolonga na história o facto de ter Ele visto, e ver, tudo aquilo que ameaça, que destrói a unidade. Quando meditarmos na Paixão do Senhor, devemos também sentir a dor de Jesus pela facto de nos encontrarmos em contraste com a sua oração, de fazermos resistência ao seu amor; de nos opormos à unidade, que deve ser para o mundo testemunho da sua missão.

Nesta hora, em que o Senhor Se oferece a Si mesmo – o seu corpo e o seu sangue – na Santíssima Eucaristia, em que Se entrega nas nossas mãos e corações, oxalá nos deixemos tocar pela sua oração. Oxalá entremos nós mesmos na sua oração, suplicando-Lhe: Sim, Senhor, concede-nos a fé em Ti, que sois um só com o Pai no Espírito Santo; concede-nos viver no teu amor para assim nos tornarmos um só como Tu és um só com o Pai, a fim de que o mundo acredite. Ámen.

[00451-06.01] [Texto original: Italiano]

[B0194-XX.02]