MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL
"CONGRESSO TEOLOGICO PASTORALE"
SULL'EVENTO DI GUADALUPE, IN MESSICO
[Città del Messico, 24-26 febbraio 2026]
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Cari fratelli e sorelle,
Vi saluto cordialmente e vi ringrazio per il lavoro di riflessione sul segno della perfetta inculturazione che, in Santa Maria di Guadalupe, il Signore ha voluto donare al suo popolo. Nel riflettere sull’inculturazione del Vangelo, è opportuno riconoscere il modo mediante il quale Dio stesso si è manifestato e ci ha offerto la salvezza.
Egli ha voluto rivelarsi non come un ente astratto, né come una verità imposta dal di fuori, ma entrando progressivamente nella storia e dialogando con la libertà dell’uomo. «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1, 1), si è rivelato pienamente in Gesù Cristo, nel quale non comunica solo un messaggio, ma comunica anche Lui stesso; perciò, come insegna san Giovanni della Croce, dopo di Cristo non c’è altra parola da attendere, non c’è più nulla da dire, perché tutto è stato detto in Lui (cfr. Salita al Monte Carmelo, II, 22, 3-5). Evangelizzare consiste, anzitutto, nel rendere presente e accessibile Gesù Cristo. Ogni azione della Chiesa deve cercare di introdurre l’essere umano in un rapporto vivo con Lui, che illumini l’esistenza, interpelli la libertà e apre un cammino di conversione, disponendo ad accogliere il dono della fede come risposta all’Amore che dà senso e sostiene la vita in tutte le sue dimensioni.
Tuttavia, l’annuncio della Buona Novella avviene sempre all’interno di un’esperienza concreta. Tenerlo presente è riconoscere e imitare la logica del mistero dell’Incarnazione mediante il quale Cristo «si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), assumendo la nostra condizione umana, con tutto ciò che essa comporta nella sua configurazione temporale. Ne consegue, quindi, che non si può ignorare la realtà culturale di quanti ricevono l’annuncio e si comprende che l’inculturazione non è una concessione secondaria, né una mera strategia pastorale, ma un’esigenza intrinseca della missione della Chiesa. Come ha indicato san Paolo VI, il Vangelo — e, di conseguenza, l’evangelizzazione — non s’identifica con nessuna cultura in particolare, ma è capace di impregnarle tutte senza sottomettersi a nessuna (cfr. Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 20).
Inculturare il Vangelo è, partendo da questa convinzione, seguire lo stesso cammino che Dio ha percorso, entrare con rispetto e amore nella storia concreta dei popoli affinché Cristo possa essere veramente conosciuto, amato e accolto a partire dalla loro esperienza umana e culturale. Ciò implica accogliere le lingue, i simboli, i modi di pensare, di sentire e di esprimersi di tutti i popoli, non solo come veicoli esterni dell’annuncio, ma anche come luoghi reali in cui la grazia desidera abitare e agire.
Tuttavia, è necessario chiarire che l’inculturazione non equivale a una sacralizzazione delle culture, né alla loro adozione come quadro interpretativo decisivo del messaggio evangelico, e non si può neppure ridurre a un accomodamento relativistico o a un adattamento superficiale del messaggio cristiano, poiché nessuna cultura, per quanto preziosa, si può semplicemente identificare con la Rivelazione, né diventare criterio ultimo della fede. Legittimare tutto ciò che è culturalmente dato o giustificare pratiche, visioni del mondo o strutture che contraddicono il Vangelo e la dignità della persona sarebbe disconoscere che ogni cultura — come ogni realtà umana — deve essere illuminata e trasformata dalla grazia che scaturisce dal mistero pasquale di Cristo.
L’inculturazione è, piuttosto, un processo esigente e purificatore, mediante il quale il Vangelo, rimanendo integro nella sua verità, riconosce, discerne e accoglie i semina Verbi presenti nelle culture e, al tempo stesso, purifica ed eleva i loro valori autentici, liberandoli da ciò che li oscura o li sfigura. Questi semi del Verbo, come tracce dell’azione previa dello Spirito, trovano in Cristo il loro criterio di autenticità e la loro pienezza.
Da questa prospettiva, Santa Maria di Guadalupe è una lezione della pedagogia divina sull’inculturazione della verità salvifica. In lei non si canonizza una cultura, né si assolutizzano le sue categorie, ma non le si ignora neppure o non le si disprezza: vengono accolte, purificate e trasfigurate affinché diventino un luogo di incontro con Cristo. La Morenita manifesta il modo di Dio di avvicinarsi al suo popolo: rispettoso nel suo punto di partenza, intellegibile nel suo linguaggio e fermo e delicato nella sua guida verso l’incontro con la Verità piena, con il Frutto benedetto del suo ventre. Sulla tilma, tra rose dipinte, la Buona Novella entra nel mondo simbolico di un popolo e rende visibile la sua vicinanza, offrendo la sua novità senza violenza né coercizione. Così, quanto accaduto sul Tepeyac non si presenta come una teoria, né come una tattica, ma come un criterio permanente per il discernimento della missione evangelizzatrice della Chiesa, chiamata ad annunciare il Vero Dio per il quale si vive senza imporlo, ma anche senza diluire la radicale novità della sua presenza salvifica.
Oggi, in molte regioni del continente americano e del mondo, la trasmissione della fede non si può dare per scontata, soprattutto nei grandi centri urbani e in società plurali, segnate da visioni dell’uomo e della vita che tendono a relegare Dio nella sfera privata o a prescindere da Lui. In tale contesto, rafforzare i processi pastorali esige un’inculturazione capace di dialogare con queste realtà culturali e antropologiche complesse, senza accettarle acriticamente, di modo che susciti una fede adulta e matura, sostenuta in contesti esigenti e spesso avversi. Ciò implica concepire la trasmissione della fede non come una ripetizione frammentaria di contenuti, e neppure come una preparazione meramente funzionale ai sacramenti, ma come un vero cammino di discepolato, nel quale il rapporto vivo con Cristo formi credenti capaci di discernere, di rendere ragione della propria speranza e di vivere il Vangelo con libertà e coerenza.
Perciò, la catechesi diventa una priorità irrinunciabile per tutti i pastori (cfr. Celam, Documento di Aparecida, nn. 295-300). È chiamata a occupare un posto centrale nell’azione della Chiesa, ad accompagnare in modo continuo e profondo il processo di maturazione che conduce a una fede veramente compresa, accolta e vissuta in maniera personale e cosciente, anche quando significa andare controcorrente rispetto ai discorsi culturali dominanti.
In questo Congresso voi avete voluto riscoprire e comprendere come diffondere adeguatamente il contenuto teologico dell’evento di Guadalupe, e, di conseguenza, del Vangelo stesso. Che l’esempio e l’intercessione di tanti santi evangelizzatori e pastori che hanno affrontato la stessa sfida nel loro tempo — Toribio de Mogrovejo, Junípero Serra, Sebastián de Aparicio, Mamá Antula, José de Anchieta, Juan de Palafox, Pedro de San José de Betancur, Roque González, Mariana de Jesús, Francisco Solano, tra gli altri — vi concedano luce e fortezza per continuare l’annuncio oggi. E che Santa Maria di Guadalupe, Stella della Nuova Evangelizzazione, accompagni e ispiri ogni iniziativa che conduca al 500° anniversario della sua apparizione. Di cuore vi imparto la Benedizione.
Vaticano, 5 febbraio 2026.
Memoria di san Filippo di Gesù, protomartire messicano
LEONE PP. XIV
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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 46, mercoledì 25 febbraio 2026, p. 2.
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