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Viaggio Apostolico di Sua Santità Papa Leone XIV in Francia e Visita alla Sede dell’UNESCO (25 – 28 settembre 2026) - Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO), 25.09.2026


Visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO)

Alle ore 14.45 il Santo Padre si è trasferito in auto alla Sede dell’UNESCO. Al suo arrivo al Pavillon d’Honneur è stato accolto dal Direttore generale dell’UNESCO, Khaled Ahmed El-Enany Ali Ezz, e dall’Osservatore permanente della Santa Sede presso la medesima istituzione, Mons. Roberto Campisi. Successivamente, nella Hall Ségur, ha salutato il Presidente della Conferenza generale, il Presidente del Consiglio esecutivo, la Vicedirettrice generale e la Direttrice generale aggiunta incaricata della priorità Africa. A seguire, la firma del Libro d’Oro e lo scambio dei doni.

Nella Biblioteca ha avuto luogo un incontro bilaterale tra il Direttore generale e Papa Leone XIV, alla presenza della Vicedirettrice generale, dei Direttori generali aggiunti, del Seguito Papale e dell’Osservatore Permanente.

Il Pontefice ha salutato i membri della Missione Permanente, per poi recarsi per una breve visita in Piazza della Tolleranza. Successivamente, il Santo Padre, accompagnato dal Direttore generale, ha raggiunto la Sala I, attraversando la Salle des pas perdus, dove, per l’occasione, sono state esposte opere d’arte rappresentative dei gruppi regionali dell’UNESCO.

Dopo le parole di benvenuto del Direttore generale è stato consegnato al Santo Padre il Libro della Pace e, successivamente, Papa Leone XIV ha pronunciato il suo discorso.

All’uscita, il Papa ha salutato brevemente parte del personale dell’UNESCO e si è trasferito in auto aperta alla Cattedrale di Notre-Dame per la Celebrazione dei Vespri con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e i Seminaristi.

Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Leone XIV ha pronunciato durante la visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO):

[ AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL  - PT ]

Signor Direttore Generale,
Signor Presidente della Conferenza Generale,
Signor Presidente del Consiglio Esecutivo,
Eccellenze,
Signore e Signori,

sono lieto di trovarmi oggi in questa assemblea delle Nazioni, dove linguaggi e culture si incontrano per cooperare a un progetto che coinvolge l’intera famiglia umana: «contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza rafforzando, con l’educazione, le scienze e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, allo scopo di garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» (Costituzione della Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, le Scienze e la Cultura, art. 1, comma 1). Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, abilità e competenze sono volte a edificare uno spazio accogliente verso tutti e fecondo per ciascuno, affinché ogni popolo possa crescere nella pace.

Come testimone di pace rivolgo il mio cordiale saluto a voi, Rappresentanti degli Stati membri e osservatori, delle Organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile. Ringrazio il signor Khaled El-Enany, Direttore generale di questa Organizzazione, per il suo caloroso invito [e per le parole che ci ha rivolto]. In qualità di Pastore, vi porto la parola della Chiesa, che sempre di nuovo si fa «messaggio» e «colloquio» verso tutte le genti, donne e uomini di buona volontà (cfr S. Paolo VI, Lett. enc. Ecclesiam suam, 67).

Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere lungo la storia. A riguardo, l’UNESCO rappresenta sia un traguardo sia uno strumento per continuare oggi, con maggiore impegno, questo compito, secondo i nostri molteplici ambiti di attività. Nel 2027 ricorrerà il 75° anniversario della presenza della Santa Sede presso l’UNESCO: una presenza che scaturisce dalla convinzione che il futuro dipenda innanzitutto dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originario e uguale (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 59). Dal 1952, la Missione permanente di osservazione della Santa Sede valuta e accompagna, in questa prospettiva, le iniziative dell’UNESCO, apportando il proprio contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di sostenere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato «alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 14).

Parlando a quest’assise, il mio venerato predecessore San Giovanni Paolo II ricordava che «genus humanum arte et ratione vivit». Poiché, dunque, «l’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura» (Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, 6; cfr S. Tommaso d’Aquino, In Aristotelis Posteriora Analytica, 1), questa parola “cultura” indica il modo d’essere, tramite il quale l’uomo dà senso a tutto ciò che fa. Dopo quarantasei anni, mentre rinnovo tra voi l’impegno di collaborazione della Santa Sede, invito a concepire l’UNESCO non solo come un illustre organismo internazionale, ma come luogo nel quale l’umanità riflette su di sé, sulla propria storia e sul proprio futuro. Promuovere l’educazione, le scienze e la cultura è difatti impossibile senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono protagonisti.

Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica vanta un’esperienza molto antica: da secoli le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e a scrivere e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore Francesco ha voluto inserire questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti. Ma ciò che desidero trasmettervi non sono innanzitutto le opere: è la convinzione da cui esse scaturiscono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. Nello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più, riconoscendo anche in lui quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità (cfr ibid., 10-11).

Nella nostra assemblea merita allora di venir esplorata una domanda fondamentale, che ci interpella con urgenza: che cosa significa essere umani? Ogni cultura si trova coinvolta da tale interrogativo, che tocca il punto di sintesi per ogni sapere, arte e religione. Anche nel XXI secolo, dopotutto, non possiamo dare per scontato di conoscere chi sia l’uomo e che cosa comporti vivere umanamente. Ogni generazione, infatti, è chiamata a misurarsi con questa sfida culturale, specie davanti a tragedie che, purtroppo, avvengono tutt’oggi.

Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, o quando, o dove nascere. Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per tutti gli esseri umani, la generazione comporta un legame originario, una comunione di vita che ha nella famiglia la sua sorgente e il primo contesto educativo.

In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: indigenti di pane e di parola, di cura e di affetto, cioè di tutto quel che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene, eppure diventando adulti rischiamo di dimenticarcene. E delle maggiori conseguenze di questa amnesia soffrono proprio i bisognosi, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana, perché la distacca dalla storia comune a tutti noi. Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare. Proprio questa drammatica alternativa ci ricorda che essere umani significa essere liberi per natura. Poiché ognuno di noi è figlio, questa nostra libertà inizia rispondendo a quella di chi ci rivolge per primo la parola, con gesti di affetto o di rifiuto, di amorevole accoglienza o di abbandono e crudeltà.

In terzo luogo, dunque, fare memoria della nostra comune umanità significa riconoscere che essa è magnifica, cioè piena di potenzialità, seppur segnata da molti mali e ingiustizie. Chi si dedica all’educazione, alla scienza e alla cultura viene a maggior ragione chiamato a prendersi cura di ogni persona, così che possa risplendere la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere. Essere uomini implica quindi una responsabilità davanti all’appello della storia: l’uomo è colui che cresce, impara, lavora con la mente e con le mani. Mediante il suo impegno può coltivare o sfigurare la terra, produrre arte o distruggere. In questo particolare momento, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.

A tal proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con parole che conservano una sorprendente attualità – come abbiamo visto nel “Muro della Pace” –: «Poiché le guerre nascono nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace» (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). Queste parole furono scritte all’indomani della Seconda Guerra Mondiale: la tragedia più devastante del secolo passato. L’umanità aveva capito che il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; che la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; che l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze. Gli Stati fondatori dell’UNESCO compresero che i trattati sono necessari, ma non sufficienti in sé. Essi richiedono una cultura e un impegno condiviso per la pace che li sostengano. La pace non può essere costruita soltanto con i trattati, né attraverso compromessi tra forze opposte. La pace è vera quando scaturisce dalla virtù della giustizia più che da un mero contratto, da una volontà retta piuttosto che da un instabile equilibrio di interessi. Infatti, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona come sé stessi.

Ottant’anni dopo, le parole della vostra Carta costitutiva non hanno perso nulla della loro forza. Eppure vediamo anche quanto profondamente questo principio comune sia minacciato da forme di barbarie che fomentano rivalità e conflitti. Tra le sfide poste oggi al mondo scientifico ed educativo, segnalo in particolare quelle aperte nel vasto campo della tecnologia. I nostri sforzi in quest’ambito devono far sì che le nuove tecnologie rimangano al servizio della persona umana, anziché diventare un ulteriore strumento di dominio e di ingiustizia.

Nel corso dei secoli, molte attività un tempo svolte dagli esseri umani sono state affidate alle macchine, le cui capacità e applicazioni hanno continuato ad ampliarsi. Più recentemente, ad alcuni sistemi artificiali è stato persino attribuito il nome della nostra facoltà umana di pensiero: intelligenza. Allo stesso tempo, però, le nostre idee e relazioni rischiano di venire impoverite da un processo di disumanizzazione. Il paradosso è diventato sempre più evidente: mentre l’”intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate.

Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona umana, una dignità che rimane intatta anche nelle circostanze più vulnerabili, fino alla morte stessa. Sì, l’essere umano è certamente colui che nasce, ma è pure colui che muore. La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.

Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo, il quale, «proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et Spes, 22). Nella sua luce, ogni persona ci appare come una creatura voluta e amata da Dio. Questa luce ci aiuta anche a cogliere più profondamente il significato della nostra comune esperienza umana.

Signori e Signore, in nome della nostra storia comune, come uomini e donne di scienza, voi siete costantemente chiamati a cooperare, affinché dalla diversità di prospettive possa maturare una convergenza di sguardi, e dalla convergenza di sguardi un’armonia di azione. Questa armonia si esprime nell’opera dell’UNESCO quando essa dà voce sinfonica ai più alti intenti di bene e di cura per l’umanità. Dove c’è armonia, c’è accordo tra voci diverse e quindi concordia tra le Nazioni che rappresentate.

A questo proposito, vorrei attingere due immagini dalla Bibbia, il grande codice culturale dell’umanità: la torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Le propongo a voi in quanto modi per rappresentare l’unità della famiglia umana che, anche oggi, è continuamente chiamata a discernere la direzione, il senso della storia che attraversa. Questi racconti biblici narrano, infatti, due forme sociali che ci portano a riflettere sulle circostanze del nostro presente.

La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta attraverso il dominio (cfr Gen 11,4). Al contempo, quest’edificio svela che più il potere opprime, più si indebolisce, mostrando il suo volto disumano. Lo si vede nelle sofferenze e nelle ingiustizie che il dispotismo causa, nonché nello sfruttamento che ferisce la società e l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi hanno celebrato la loro prepotenza, prima di consumarsi e crollare come una torre. Il risultato di questa superbia, esaltata e distrutta, è la dispersione. La presunzione di rendersi simili a Dio e di sottomettere le genti a un unico giogo ha per esito la confusione delle lingue e l’incomprensione generale. Anziché toccare il cielo, come pretendeva, la torre di Babele collassa, con un doppio effetto negativo. Come l’unità che imponeva era forzata, così la diversità che segue il suo crollo è conflittuale. Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei «contatti senza legami» che riducono la vita umana al commercio (cfr Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? 42). La stessa scienza, quando viene ridotta a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma rischia invece di degradare i frutti dell’impegno.

In particolare, oggi disponiamo di strumenti capaci di collegare istantaneamente persone e continenti, eppure assistiamo a nuove forme di isolamento, di miseria materiale e spirituale, di abbandono.  La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza. Senza una deontologia condivisa, i più vari canali di comunicazione rischiano di moltiplicare informazioni false, o di usare parole senza significato, ostacolando il dialogo anziché favorirlo.

L’intelligenza artificiale accentua questo problema: sebbene questi sistemi siano in grado di correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta. Eppure gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Perciò le sfide comunicative, che sono sempre sfide educative, impongono la questione della verità come tema di giustizia sociale e di equità storica. Ecco perché l’educazione in questo ambito è essenziale, e accolgo con favore l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di “Alfabetizzazione ai media e all’informazione” (MIL), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali.

Infatti, senza la verità, il linguaggio finisce per sottostare alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Gli altri vengono così esclusi nel nome del profitto, e gli innocenti vengono uccisi nel nome della libertà. Anziché rispettare la legge, chi detiene il potere la invoca quando serve ai propri interessi e la ignora quando li limita, trattando persino la giustizia come una merce da comprare e vendere. Se riconosciamo che la corruzione della legge parte dalla corruzione del cuore, possiamo apprezzare il fatto che qualsiasi scienza rischia di perdere senso se condotta senza etica, cessando così di servire e rispecchiare la dignità umana.

A questo proposito, esorto la comunità internazionale nel suo insieme a dedicare particolare attenzione alla tutela dei bambini e dei giovani. Nell’era digitale, la loro vulnerabilità non deve mai diventare occasione di sfruttamento. Possano queste tecnologie sostenere la loro crescita, la loro formazione e le loro relazioni, salvaguardando la loro libertà di pensare e di discernere, e rimanendo sempre al servizio della dignità della persona umana.

La corruzione della cultura di cui stiamo parlando viene riscattata sulla piazza di Pentecoste. Lì, un messaggio di pace viene accolto come buona novella da tutti i popoli. Tale annuncio proclama la resurrezione di Gesù, cioè la vittoria della vita sulla morte, la salvezza che dà speranza al mondo. Il giorno di Pentecoste, la piazza diventa il luogo in cui si celebra la pace che risana ogni offesa alla persona umana. Ciascuno sente questo messaggio “nella propria lingua” e la comunione non impedisce affatto la diversità (cfr At 2,8). Al contrario, permette alla diversità di fiorire nell’armonia delle voci e dei volti. Nell’annuncio della pace, la varietà delle culture diventa veicolo di una verità universale. L’insegnamento biblico ci indica così la via per raggiungere ciò che tutti noi cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo» (Omelia nella Celebrazione Eucaristica per l’Inizio del Ministero Petrino, 18 maggio 2025). Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli. Ogni cultura avvera dunque la propria più alta sapienza quando cerca la pace e il bene di tutti, testimoniando il senso autentico della nostra umanità.

Chi opera nel campo dell’educazione sa che solo la verità ci fa liberi. Chi insegna e chi fa ricerca sa che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che avvertiamo ostacoli alla nostra missione, ricordiamoci che c’è una sola terra per tutti, e una sola, comune natura umana. L’essere umano non può essere compreso separando ciò che appartiene a un insieme: corpo e anima, vita personale e relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza. Perciò coltivare la terra implica coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. Infatti, come insegna l’etimologia del termine, ogni cultura è coltivazione. Rinnovo quindi l’appello dei miei Predecessori a prenderci cura della persona umana e del creato insieme: Papa Benedetto XVI ha parlato della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre Papa Francesco ha sviluppato la prospettiva dell’ecologia integrale (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, 22 settembre 2011; Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 137–162).

La pietra di paragone, che permette di valutare questo nostro impegno, è la cura che abbiamo per i più piccoli e per i poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati, e tutti coloro che la superbia esclude come non produttivi. Sono loro il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, la cui tutela e promozione si estendono anche al creato. All’opposto sta una volontà di sfruttamento e di rapina, che mira a spremere quanto più possibile da ogni essere vivente, consumando senza custodire e distruggendo senza coltivare. Dunque, l’attuale crisi ecologica è una crisi antropologica; inoltre, la Chiesa è convinta che ogni cultura rechi in sé una saggezza, che matura in un ecosistema dei popoli. Sì, habitat della persona umana è infatti la società: non un ambiente meramente fisico, come il deserto o l’oceano per gli animali, ma un ambiente morale e relazionale. Nella pace sociale, i popoli prosperano secondo giustizia.

Di conseguenza, l’UNESCO trova qui la sintesi dei suoi alti compiti educativi e scientifici: nel lavoro paziente di costruzione della pace. Rispetto alle molte e complesse urgenze del nostro tempo, il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti. Da una parte, esse sono chiamate a rispondere a sfide che nessuno Stato può affrontare da solo. Dall’altra, le medesime istituzioni sperimentano una crisi di efficienza, specie quando il dialogo viene giudicato un freno all’azione anziché una risorsa per la pace, come una forma d’ipocrisia anziché un’opportunità per cercare insieme il bene. Davanti a queste derive, occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia; fiducia che il confronto sincero possa generare un bene maggiore di quello che ognuno potrebbe costruire da sé. La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’UNESCO, come nelle altre Organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere lungo la ricerca di quell’autentico progresso, che unicamente la pace può garantire. Non si tratta di predicare un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, bensì di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile. Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza. Ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza. L’UNESCO testimoni dunque questa speranza favorendo l’intesa tra le Nazioni, mediante il dialogo tra le rispettive culture. Crediamo, infatti, che l’educazione sia lo strumento per superare reciproche paure e che la scienza possa servire la vita di ogni essere umano, seminando nel presente il buon raccolto del futuro. Questa fiducia alimenta la nostra speranza nella carità, cioè nel servizio per il bene del prossimo: dedicandoci tutti con coerenza alla nostra magnifica umanità potrà finalmente fiorire la pace.

Nel collaborare a quest’opera, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. Infatti, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel disordine di Babele. L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro.

Auspico perciò che il nostro incontro rafforzi l’impegno di ciascuno a lavorare instancabilmente, affinché la consapevolezza di appartenere a un’unica umanità si faccia più viva, operosa e retta. Desidero a riguardo esprimere un sincero ringraziamento a tutto il personale dell’UNESCO, che svolge con competenza e dedizione questa missione così alta: edificare la pace coltivando ogni scienza e arte dell’umanità.

Affido queste parole a tutti voi, ai Popoli che rappresentate e, in modo particolare, ai giovani. Sono proprio le nuove generazioni, infatti, a osservare con più attenzione il nostro operato. Mentre sosteniamo i loro desideri di giustizia, con gratitudine e stima invoco su tutti voi e sulle vostre Nazioni l’abbondanza delle benedizioni di Dio, Creatore onnipotente e misericordioso. Grazie.

[01402-XX.02] [Testo originale: Plurilingue]

[B0748-XX.02]