Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i Seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI” di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Incontro:
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi.
Cari fratelli nell’Episcopato,
sacerdoti, seminaristi, familiari,
anzitutto vi ringrazio di cuore per la vostra presenza qui, oggi.
Venite da due strade diverse e da due terre diverse, ma quest’anno le vostre case celebrano insieme un anniversario. A Molfetta ricordate il primo centenario della nuova sede, voluta da Papa Pio XI, di cui il vostro seminario porta il nome, mentre ad Aversa celebrate il tricentenario di apertura dell’attuale sede.
Nell’incontrarvi, mi preme sottolineare una dimensione del vostro percorso formativo: quella della relazione con Colui che vi ha chiamati. Lo studio, la disciplina, le tappe del cammino sono elementi importanti da tenere bene presenti, ma valgono soltanto se fondati nella relazione con Dio.
San Marco, nel suo Vangelo, racconta che Gesù «salì […] sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14).
In queste poche parole c’è già tutto. Soffermandoci su questa breve pericope possiamo scorgere una mirabile sintesi dell’esperienza valida per ogni chiamato, per tutti coloro che desiderano approfondire la verità della propria vocazione. C’è il monte da salire, dove raggiungere Cristo e, soprattutto, dove stare insieme a Lui. Il cuore dell’esperienza del seminario è tutto qui: imparare a stare con il Maestro, il Signore Gesù.
L’evangelista riporta che il Signore «chiamò a sé quelli che voleva», e mette subito in evidenza la libertà di Dio, da cui scaturisce ogni vocazione. Non c’è un concorso, non c’è una graduatoria, né è scritto che scelse i migliori: scelse quelli che voleva. In un mondo che si affanna tanto a celebrare l’autorealizzazione di sé, è davvero importante ribadire che nessuno di voi e nessuno di noi è qui perché se l’è meritato, ma soltanto per una libera elezione da parte di Dio Padre, segno e caparra di un amore gratuito che sempre ci previene e che non delude mai.
Carissimi seminaristi, la vostra stessa presenza in seminario è un segno di speranza per tutta la Chiesa. Non di un vago ottimismo, ma della certezza che il Signore chiama sempre, in ogni epoca della storia e in ogni luogo. Nel guardare ciascuno di voi, contemplo la meraviglia di Dio che non si stanca mai di sussurrare al cuore dei giovani la bellezza di donare la vita per Lui e per la Chiesa.
Ogni vocazione nasce da un dialogo intimo con Dio, coltivato nel silenzio e nella preghiera, che spesso avviene «nonostante il rumore talvolta assordante del mondo» (Leone XIV, Messaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le VocazioniMessaggio per la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 16 marzo 2026). È lì che si decide tutto, e perché quel dialogo accada occorre imparare a stare con Lui.
Di esempi ne avete molti, ma credo che per tutti voi il venerabile Vescovo don Tonino Bello mostri con particolare chiarezza che cosa significhi essere Sacerdote ed essere Vescovo: non nelle parole, ma in ogni gesto e in ogni decisione, e testimoniandolo fino in fondo.
Per questo il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così. Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti.
Dopo aver sentito la voce del Signore, infatti, bisogna raggiungerlo e salire sul monte, e questo a volte può essere faticoso, perché si sale a piedi, a momenti con il fiato corto, senza ancora vedere la cima.
La fatica della vita spirituale è sostenuta però dalla bellezza della fraternità e della condivisione della missione. Infatti, sul monte Gesù non chiama un uomo solo, ma ne chiama dodici, dalle personalità più disparate e talvolta improbabili al nostro sguardo. Il Signore li raduna, li tiene uno accanto all’altro, affinché imparino che la Chiesa si vive insieme: non è proprietà di nessuno di noi, e tutti siamo chiamati ad amarla e a servirla come un unico corpo. Voi che venite da Molfetta lo sperimentate in modo particolare, in quanto nel seminario regionale la comunione tra le Chiese di Puglia non è un ideale, ma un’amicizia concreta che nasce in questi anni e che vi accompagnerà da presbiteri per tutta la vita.
Perché, così come «nessun pastore esiste da solo» (Leone XIV, Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 8 dicembre 2025, 15), nemmeno un seminarista può concepire un cammino privato con il Signore: egli deve sempre sentire e sperimentare la bellezza della mediazione ecclesiale. Il seminario, dunque, prima ancora che un luogo dove acquisire informazioni, «dovrebbe essere una scuola degli affetti» (ibid., 12). E a voi, cari formatori, chiedo di essere i primi maestri di quella cura e di quella fraternità che si manifestano in relazioni autentiche, personali e comunitarie, fatte di verità e di carità. Formatori non ci si improvvisa: il vostro è un ministero delicatissimo a cui ci si prepara con scienza, pazienza e amore.
Resta poi l’ultimo passo: quello in cui dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita.
Sarete dunque chiamati a scendere dal monte, per essere mandati alla gente delle vostre terre: a quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza. Il sacerdote è mandato a tutti perché a tutti annunci la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona notizia della nostra salvezza. È la salvezza che ci è stata donata per mezzo di Maria. Affidatevi a Lei, come a Colei che per prima ha fatto quello che oggi è chiesto a voi. Chiedete a Maria la grazia di imparare a dire ogni giorno il vostro “sì” al Signore Gesù.
Carissimi seminaristi, prima di salutarci voglio dirvi grazie. Grazie, a nome della Chiesa, per il “sì” che avete pronunciato e che ogni giorno tornate a pronunciare: non è facile, né scontato nel mondo di oggi, e la Chiesa lo sa bene.
E un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo alle famiglie qui presenti. Una vocazione non nasce mai senza un contesto adatto, e spesso ha bisogno di una casa, di genitori che pregano e che sanno lasciar andare. A voi, care famiglie, la riconoscenza mia e di tutta la Chiesa.
Saluto e benedico i diaconi che saranno ordinati presbiteri fra pochi giorni: vi porto nella mia preghiera personale, affinché siate sempre discepoli fedeli, gioiosi e coraggiosi del Signore. Pregheremo per voi, tutti.
Vi benedico tutti di cuore, insieme ai vostri Vescovi, ai vostri formatori, alle vostre famiglie, e a quelle comunità che vi aspettano e già pregano per voi. Grazie.