Alle ore 17.30 di questo pomeriggio, Giovedì Santo, il Santo Padre Leone XIV ha presieduto, nella Basilica di San Giovanni in Laterano la Santa Messa vespertina "Cena del Signore", inizio del Triduo Pasquale.
Nel corso della Liturgia, il Papa ha compiuto il rito della lavanda dei piedi a dodici sacerdoti della Diocesi di Roma.
Al termine della Celebrazione ha avuto luogo la traslazione del SS.mo Sacramento alla Cappella della Reposizione.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato, dopo la proclamazione del Santo Vangelo:
Cari fratelli e sorelle,
la solenne liturgia di questa sera ci fa entrare nel Triduo Santo della passione, morte e risurrezione del Signore. Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo «avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1): il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso.
Durante quest’ultima Cena, Egli lava i piedi ai suoi apostoli, dicendo: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. È un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa “ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi”. Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza.
Insieme alla muta sorpresa dei suoi discepoli, persino l’umano orgoglio ci fa aprire gli occhi su ciò che sta accadendo: come Pietro, che dapprima resiste all’iniziativa di Gesù, anche noi dobbiamo «apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza, […] perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione» (Omelia della Messa in coena Domini, 20 marzo 2008). Queste parole di Papa Benedetto XVI riconoscono lucidamente che noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio. Così si compie la volontà di dedicare la vita a chi, senza questo dono, non può esistere. Il Signore sta in ginocchio per lavare l’uomo, per amore suo. E il dono divino ci trasforma.
Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita.
Egli è il criterio autentico, il «Maestro e Signore» (Gv 13,13) che toglie tutte le maschere del divino e dell’umano. Il suo esempio non lo offre quando tutti sono felici e gli vogliono bene, ma nella notte in cui veniva tradito, nel buio dell’incomprensione e della violenza, affinché sia ben chiaro che il Signore non ci ama perché siamo buoni e puri: ci ama, e perciò ci perdona e ci purifica. Il Signore non ci ama se ci facciamo lavare dalla sua misericordia: ci ama, e perciò ci lava, sicché possiamo corrispondere al suo amore.
Impariamo da Gesù questo servizio reciproco. Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: «Dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Così commentava Papa Francesco: questo «è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato» (Omelia della Messa in coena Domini, 28 marzo 2013). Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore.
Lasciarci servire dal Signore è dunque condizione per servire come ha fatto Lui. «Se non ti lasci lavare», disse Gesù a Pietro, «non avrai parte con me» (Gv 13,8): se non mi accogli come servo, non puoi credermi e seguirmi come Signore. Lavando la nostra carne, Gesù purifica la nostra anima. In Lui, Dio ha dato esempio non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge.
Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi. È così che vogliamo seguire l’esempio del Signore, avverando quel che abbiamo ascoltato dal libro dell’Esodo: «Questo giorno sarà per voi un memoriale» (Es 12,14). Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).
Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il «Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (Cost. dogm. Sacrosantum Concilium, 47). Nei vescovi e nei presbiteri, costituiti «sacerdoti della nuova Alleanza» secondo il comando del Signore (Concilio di Trento, De Missae Sacrificio, 1), sta il segno della sua carità verso tutto il Popolo di Dio, che siamo chiamati a servire, amati confratelli, con tutto noi stessi.
Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore.