Messaggio del Santo Padre
Traduzione in lingua inglese
Traduzione in lingua francese
Traduzione in lingua tedesca
Traduzione in lingua spagnola
Traduzione in lingua portoghese
Traduzione in lingua polacca
Traduzione in lingua araba
Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Leone XIV invia in occasione della LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni:
Messaggio del Santo Padre
La scoperta interiore del dono di Dio
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!
Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo nella IV domenica di Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione di grazia in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vocazione, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore ci indica!
La via della bellezza
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”.[1] Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza.
Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni, mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità».[2] Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita.
Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione o uno schema prefissato a cui semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione.
In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo. Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati.
Conoscenza reciproca
«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore».[3] Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,16): Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo (cfr Mt 10,30) e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a riconoscerla con l’aiuto di Eli (cfr 1 Sam 3,1-10), così anche noi dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma la vita.[4] Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui, che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità.
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore».[5] Ancora sant’Agostino ci ricorda quanto sia importante imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare la voce di Gesù Cristo.
Cari giovani, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri talenti (cfr Mt 25,14-30) e inchiodando alla Croce gloriosa di Cristo i propri limiti e le proprie debolezze. Fermatevi, dunque, in adorazione eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno, partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia, scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio, o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare: ogni vocazione è un dono immenso per la Chiesa e per chi la accoglie con gioia. Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.
Fiducia
Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri.
Pensiamo a San Giuseppe, che, nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt 1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».[6]
Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e crisi, possiamo vedere la nostra vocazione maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute.
Maturazione
La vocazione, in effetti, non è un traguardo statico, ma un processo dinamico di maturazione, favorito dall’intimità con il Signore: stare con Gesù, lasciar agire lo Spirito Santo nei cuori e nelle situazioni della vita e rileggere tutto alla luce del dono ricevuto significa crescere nella vocazione.
Come la vite e i tralci (cfr Gv 15,1-8), così tutta la nostra esistenza deve costituirsi in un legame forte ed essenziale con il Signore, in modo da diventare una risposta sempre più piena alla sua chiamata, attraverso le prove e le necessarie potature. I “luoghi” dove si manifesta maggiormente la volontà di Dio e si fa esperienza del suo infinito amore sono spesso i legami autentici e fraterni che siamo capaci di instaurare nel corso della nostra vita. Quanto è prezioso avere una valida guida spirituale che accompagni la scoperta e lo sviluppo della nostra vocazione! Quanto sono importanti il discernimento e la verifica alla luce dello Spirito Santo, perché una vocazione possa realizzarsi in tutta la sua bellezza.
Vocazione, dunque, non è un possesso immediato, qualcosa di “dato” una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa analogamente alla vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere custodito, deve nutrirsi di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e portare frutto. «Questo ha un grande valore, perché colloca tutta la nostra vita di fronte a quel Dio che ci ama e ci permette di capire che nulla è frutto di un caos senza senso, ma al contrario tutto può essere inserito in un cammino di risposta al Signore, che ha un progetto stupendo per noi».[7]
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo.
La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!
Dal Vaticano, 16 marzo 2026
LEONE PP. XIV
_______________
[1] «L’ascetica crea non l’uomo “buono” ma l’uomo bello e il tratto distintivo dei santi non è affatto la “bontà”, che può essere presente anche in persone carnali e molto peccatrici, bensì la bellezza spirituale, la bellezza accecante della persona luminosa e luciferente, assolutamente inaccessibile all’uomo grossolano e carnale» (P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, Roma 1974, 140-141).
[2] S. Agostino, Conf., III, 6, 11: CSEL 33, 53.
[3] Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro (8 dicembre 2025), 5.
[4] Cfr Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 1.
[5] S. Agostino, De vera religione, XXXIX, 72: CCSL 32, 234.
[6] Francesco, Lett. ap. Patris corde (8 dicembre 2020), 3.
[7] Francesco, Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 248.
[00436-IT.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua inglese
The Interior Discovery of God’s Gift
Dear brothers and sisters, dear young people!
Guided and protected by the Risen Jesus, we celebrate on the fourth Sunday of Easter — also called “Good Shepherd Sunday” — the 63rd World Day of Prayer for Vocations. It is an occasion of grace in which we share some reflections on the interior dimension of vocation, understood as the discovery of God’s free gift that blossoms in the depths of our hearts. Let us explore together the truly beautiful path of life along which the Shepherd guides us.
The way of beauty
In the Gospel of John, Jesus describes himself as the “good shepherd” (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Jn 10:11). This expression refers to a shepherd who is perfect, authentic and exemplary, inasmuch as he is ready to give his life for his sheep, thus revealing God’s love. He is the Shepherd who draws us to himself, whose gaze reveals that life is truly beautiful when one follows him. Neither the eyes of the body nor aesthetic sensibilities alone are sufficient to recognize this beauty; rather, contemplation and interiority are required. Only the one who pauses, listens, prays and welcomes the Shepherd’s gaze can say with confidence: “I trust him; life with him can truly be beautiful. I want to walk this path of beauty.” What is most extraordinary is that, in becoming his disciple, one truly becomes “beautiful”; his beauty transforms us. As the theologian Pavel Florenskij wrote, asceticism does not produce a merely “good” person, but a “beautiful” one.[1] Indeed, more than goodness, the distinctive trait of the saint is the luminous spiritual beauty that radiates from his or her life in Christ. In this way, the Christian vocation reveals itself in all its depth as a participation in the life of Jesus, by sharing in his mission and reflecting his beauty.
This interior experience of life, faith and meaning was also that of Saint Augustine, who, in the third book of the Confessions, while acknowledging the sins and errors of his youth, recognizes God as “more inward than my most inward part.”[2] More than self-knowledge, Augustine discovers the beauty of the divine light that guides him in the darkness. Perceiving God’s presence in the innermost recesses of his soul, he came to understand the importance of caring for the interior life as a place of encounter with Christ, which is the way to experience the beauty and goodness of God in our own lives.
Such a relationship is based on prayer and silence, and when cultivated opens us to receive and actively respond to the gift of vocation. It is never an imposition or a one-size-fits-all model to which one merely conforms; instead, it is an adventure of love and happiness. Thus, on the basis of caring for the interior life, we must urgently recommence our vocational ministry and renew our commitment to evangelization.
In light of this, I invite everyone –– in families, parishes and religious communities, as well as bishops, priests, deacons, catechists, educators and all the faithful –– to commit themselves more fully to creating conditions that allow this gift to be embraced, nourished, protected and accompanied, so that it may bear abundant fruit. Only when our surroundings are illumined by living faith, sustained by constant prayer and enriched by fraternal accompaniment can God’s call blossom and mature, becoming a path of happiness and salvation for individuals and for the world. By embarking on the path that Jesus, the Good Shepherd, shows us, we come to know more deeply both ourselves and the God who calls us.
Mutual awareness
“The Lord of life knows us and enlightens our hearts with his loving gaze.”[3] Indeed, every vocation begins with the awareness and experience of a God who is love (cf. 1 Jn 4:16). He knows us profoundly; he has counted the hairs of our head (cf. Mt 10:30) and has envisaged for each person a unique path of holiness and service. Yet this awareness must always be reciprocal. We are invited to know God through prayer, listening to the Word, the Sacraments, the life of the Church and works of charity for our brothers and sisters. Like the young Samuel, who unexpectedly heard the voice of the Lord during the night and learned to recognize it with the help of Eli (cf. 1 Sam 3:1–10), we too must create a space for interior silence in order to hear what the Lord desires for our happiness. This is not a matter of lofty ideas or scholarly learning, but of a personal encounter that transforms one’s life.[4] God dwells in our hearts. A vocation entails an intimate dialogue with the One who calls and invites us to respond, despite the deafening noise of the world, with true joy and generosity.
Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas –– “Do not go outside yourself. Return within yourself. Truth dwells in the inner person.”[5] Once again, Saint Augustine reminds us how important it is to learn to pause and to create space for interior silence, so that we may hear the voice of Jesus Christ.
Dear young people, listen to this voice! Listen to the voice of the Lord who invites you to a full and fruitful life, calling you to put your talents to use (cf. Mt 25:14-30) and to unite your limitations and weaknesses with the glorious cross of Christ. Make time, then, for Eucharistic adoration; meditate faithfully on the word of God, so that you may put it into practice each day; and participate actively and fully in the sacramental and ecclesial life of the Church. In this way, you will come to know the Lord. Through the intimacy of his friendship, you will discover how to give of yourselves, whether through marriage, the priesthood, the permanent diaconate, or consecrated life. Every vocation is an immeasurable gift for the Church and for those who receive it with joy. To know the Lord means above all learning to entrust oneself to him and to his providence, which is abundant in every vocation.
Trust
Knowledge leads to confidence, a mindset that arises from faith and is essential both for welcoming one’s vocation and for persevering in it. Indeed, life reveals itself as a continual act of trusting in the Lord and abandoning ourselves to him, even when his plans unsettle our own.
Let us consider Saint Joseph, who, despite the mysterious and unexpected pregnancy of the Virgin, trusted the divine message revealed in a dream and welcomed Mary and her child with an obedient heart (cf. Mt 1:18-25; 2:13-15). Joseph of Nazareth is an example of complete trust in God’s designs. He trusted even when everything around him seemed shrouded in darkness and uncertainty, when events appeared to diverge from his own plans. He trusted and abandoned himself to God, certain about the goodness and fidelity of the Lord. “In every situation, Joseph declared his own ‘fiat’, like those of Mary at the Annunciation and Jesus in the Garden of Gethsemane.”[6]
As the Jubilee of Hope reminded us, it is necessary to cultivate firm and steadfast trust in God’s promises, without ever yielding to despair. We must overcome fears and doubts, confident that the Lord of history — both of the world and of our own personal story — is risen. He does not abandon us in our darkest hours, but comes to dispel every shadow with his light. Through the light and strength of his Spirit, even amid trials and crises, we can see our vocation grow and mature, reflecting ever more fully the beauty of the One who has called us — a beauty shaped by fidelity and trust, despite our wounds and failures.
Maturation
Indeed, a vocation is not a fixed point, but a dynamic process of maturation sustained by intimacy with our Lord. To grow in one’s vocation means being with Jesus, allowing the Holy Spirit to act in our hearts and in the circumstances of life, and reinterpreting everything in light of this gift.
Like the vine and the branches (cf. Jn 15:1-8), our whole lives must be rooted in a strong and vital bond with the Lord, so that we may more wholeheartedly respond to his call through our trials and necessary “pruning.” The “places” where God’s will is most manifest, and where we experience his infinite love, are often the authentic, fraternal bonds we establish throughout our lives. How precious it is to have a true spiritual guide to accompany us in the discovery and growth of our vocation! How important it is to discern and test the promptings of the Holy Spirit, so that a vocation can be brought to fruition in all its beauty!
A vocation, therefore, is not an immediate possession — something “given” once and for all. Instead, it is a path that unfolds much like life itself. The gift we have received must not only be protected but also nourished by a daily relationship with God in order to grow and bear fruit. “This is helpful, since it situates our whole life in relation to the God who loves us. It makes us realize that nothing is the result of pure chance but that everything in our lives can become a way of responding to the Lord, who has a wonderful plan for us.”[7]
Dear brothers and sisters, dear young people, I encourage you to cultivate your personal relationship with God through daily prayer and meditation on the Word. Pause, listen and entrust yourselves. In this way, the gift of your vocation will mature, bringing you happiness and yielding abundant fruit for the Church and the world.
May the Virgin Mary, model of the interior acceptance of divine gifts and expert in prayerful listening, always accompany you on this journey!
From the Vatican, 16 March 2026
LEO PP. XIV
___________________
[1] “Asceticism produces not a ‘good’ or ‘kind’ man but a beautiful one, and the distinguishing feature of the saintly ascetics is not their ‘kindness,’ which even people of the flesh, and very sinful ones, can possess, but spiritual beauty, the blinding beauty of a radiant, light-bearing person, a beauty wholly inaccessible to the man of flesh” (P. Florenskij, The Pillar and Ground of the Truth, Princeton 1997, 72).
[2] Saint Augustine, Confessions, III, 6, 11: CSEL 33, 53.
[3] Apostolic Letter A Fidelity that Generates the Future (8 December 2025), 5.
[4] cf. Benedict XVI, Encyclical Letter Deus Caritas Est (25 December 2005), 1.
[5] Saint Augustine, On True Religion, XXXIX, 72: CCSL 32, 234.
[6] Francis, Apostolic Letter Patris Corde (8 December 2020), 3.
[7] Francis, Post-synodal Apostolic Exhortation Christus Vivit (25 March 2019), 248.
[00436-EN.01] [Original text: Italian]
Traduzione in lingua francese
La découverte intérieure du don de Dieu
Chers frères et sœurs, très chers jeunes !
Guidés et protégés par Jésus Ressuscité, nous célébrons, en ce quatrième dimanche de Pâques, appelé “dimanche du Bon Pasteur”, la 63e Journée Mondiale de Prière pour les Vocations. C’est une occasion de grâce de pouvoir partager quelques réflexions sur la dimension intérieure de la vocation, comprise comme la découverte du don gratuit de Dieu qui fleurit au plus profond du cœur de chacun de nous. Parcourons donc ensemble le chemin d’une vie vraiment belle, que le Pasteur nous indique!
Le chemin de la beauté
Dans l’Évangile de Jean, Jésus se définit littéralement comme le “beau berger” (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Jn 10, 11). Cette expression désigne un berger parfait, authentique, exemplaire, car il est prêt à donner sa vie pour ses brebis, manifestant ainsi l’amour de Dieu. C’est le Pasteur qui fascine : ceux qui le regardent découvrent que la vie est vraiment belle si on le suit. Pour connaître cette beauté, les yeux du corps ou les critères esthétiques ne suffisent pas : il faut la contemplation et l’intériorité. Seulement celui qui s’arrête, écoute, prie et accueille son regard, peut dire avec confiance : « Je lui fais confiance, avec Lui la vie peut être vraiment belle, je veux parcourir le chemin de cette beauté ». Et le plus extraordinaire, c’est qu’en devenant ses disciples, nous devenons à notre tour “beaux” : sa beauté nous transfigure. Comme l’écrit le théologien Pavel Florenskij, l’ascèse ne crée pas l’homme “bon”, mais l’homme “beau”[1]. En effet, outre la bonté, ce qui distingue les saints, c’est la beauté spirituelle lumineuse qui rayonne de ceux qui vivent en Christ. Ainsi, la vocation chrétienne se révèle dans toute sa profondeur : participer à sa vie, partager sa mission, rayonner de sa propre beauté.
Cette communication intérieure de vie, de foi et de sens fut aussi l’expérience de saint Augustin qui, dans le troisième livre des Confessions, tout en déclarant et en confessant ses péchés et ses erreurs de jeunesse, reconnaît Dieu « plus intime que toute mon intimité »[2]. Au-delà de la conscience de soi, il découvre la beauté de la lumière divine qui le guide dans l’obscurité. Augustin perçoit la présence de Dieu au plus profond de son âme, ce qui implique d’avoir compris et vécu l’importance de prendre soin de son intériorité comme espace de relation avec Jésus, comme moyen d’expérimenter la beauté et la bonté de Dieu dans sa propre vie.
Cette relation se construit dans la prière et le silence et, si elle est cultivée, elle nous ouvre à la possibilité d’accueillir et de vivre le don de la vocation, qui n’est jamais une imposition ou un schéma préétabli auquel il suffit d’adhérer, mais un projet d’amour et de bonheur. Le soin de l’intériorité : c’est de là qu’il est urgent de repartir dans la pastorale des vocations et dans l’engagement toujours renouvelé de l’évangélisation.
Dans cet esprit, j’invite tout le monde – familles, paroisses, communautés religieuses, évêques, prêtres, diacres, catéchistes, éducateurs et fidèles laïcs – à s’engager toujours plus à créer des contextes favorables afin que ce don puisse être accueilli, nourri, préservé et accompagné pour porter des fruits abondants. Ce n’est que si nos milieux rayonnent d’une foi vivante, d’une prière constante et d’un accompagnement fraternel, que l’appel de Dieu pourra s’épanouir et mûrir, devenant un chemin de bonheur et de salut pour chacun et pour le monde. En nous engageant sur la voie que Jésus, le beau Pasteur, nous indique, apprenons alors à mieux nous connaître nous-mêmes et à connaître de plus près Dieu qui nous a appelés.
Connaissance réciproque
« Le Seigneur de la vie nous connaît et éclaire notre cœur de son regard d’amour »[3]. En effet, toute vocation ne peut que commencer par la conscience et l’expérience d’un Dieu qui est Amour (cf. 1 Jn 4, 16) : Il nous connaît profondément, il a compté les cheveux de notre tête (cf. Mt 10, 30) et il a pensé pour chacun un chemin unique de sainteté et de service. Cette connaissance, cependant, doit toujours être réciproque : nous sommes invités à connaître Dieu à travers la prière, l’écoute de la Parole, les sacrements, la vie de l’Église et le don de soi à nos frères et sœurs. Comme le jeune Samuel qui, dans la nuit, peut-être de manière inattendue, a entendu la voix du Seigneur et a appris à la reconnaître avec l’aide d’Élie (cf. 1 Sam 3, 1-10), de même nous devons créer des espaces de silence intérieur pour percevoir ce que le Seigneur a dans son cœur pour notre bonheur. Il ne s’agit pas d’un savoir intellectuel abstrait ou d’une connaissance savante, mais d’une rencontre personnelle qui transforme la vie[4]. Dieu habite notre cœur : la vocation est un dialogue intime avec Lui qui nous appelle – malgré le bruit parfois assourdissant du monde – en nous invitant à répondre avec une joie et une générosité authentiques.
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Ne sors pas de toi-même, reviens à toi-même, la Vérité habite dans l’homme intérieur »[5]. Saint Augustin nous rappelle encore combien il est important d’apprendre à s’arrêter, à construire des espaces de silence intérieur pour pouvoir écouter la voix de Jésus-Christ.
Chers jeunes, écoutez cette voix ! Écoutez la voix du Seigneur qui vous invite à vivre une vie pleine, épanouie, en mettant à profit vos talents (cf. Mt 25, 14-30) et en clouant à la Croix glorieuse du Christ vos limites et vos faiblesses. Arrêtez-vous donc pour l’adoration eucharistique, méditez assidûment la Parole de Dieu pour la vivre chaque jour, participez activement et pleinement à la vie sacramentelle et ecclésiale. De cette manière, vous connaîtrez le Seigneur et, dans l’intimité propre à l’amitié, vous découvrirez comment vous donner vous-mêmes, dans la voie du mariage, ou du sacerdoce, ou du diaconat permanent, ou dans la vie consacrée, religieuse ou séculière : chaque vocation est un don immense pour l’Église et pour celui qui l’accueille avec joie. Connaître le Seigneur signifie avant tout apprendre à lui faire confiance, ainsi qu’à sa Providence, qui surabonde en chaque vocation.
Confiance
De la connaissance naît la confiance, attitude qui est fille de la foi, essentielle tant pour accueillir la vocation que pour persévérer dans celle-ci. La vie, en effet, se révèle comme une confiance et un abandon continus au Seigneur, même lorsque ses plans bouleversent les nôtres.
Pensons à saint Joseph qui, malgré le mystère inattendu de la maternité de la Vierge, s’en remet au rêve divin et accueille Marie et l’Enfant avec un cœur obéissant (cf. Mt 1, 18-25 ; 2, 13-15). Joseph de Nazareth est une icône de la confiance totale dans le dessein de Dieu : il fait confiance même lorsque tout autour de lui ne semble qu’être ténèbres et négativité, lorsque les choses semblent aller dans une direction opposée à celle prévue. Il fait confiance et s’en remet, certain de la bonté et de la fidélité du Seigneur. « Dans chaque circonstance de sa vie, Joseph a su prononcer son “fiat”, tout comme Marie à l’Annonciation, et comme Jésus à Gethsémani »[6].
Comme nous l’a enseigné le Jubilé de l’Espérance, il convient de cultiver une confiance ferme et stable dans les promesses de Dieu, sans jamais céder au désespoir, en surmontant les peurs et les incertitudes, certains que le Ressuscité est le Seigneur de l’histoire du monde et de notre histoire personnelle : Il ne nous abandonne pas dans les heures les plus sombres, mais vient dissiper toutes nos ténèbres par sa lumière. Et c’est précisément grâce à la lumière et à la force de son Esprit, même à travers les épreuves et les crises, que nous pouvons voir notre vocation mûrir, refléter de plus en plus la même beauté de Celui qui nous a appelés, une beauté faite de fidélité et de confiance, malgré les blessures et les chutes.
Maturation
La vocation, en effet, n’est pas un objectif statique, mais un processus dynamique de maturation, favorisé par l’intimité avec le Seigneur : rester avec Jésus, laisser agir l’Esprit Saint dans nos cœurs et dans les situations de la vie, et tout relire à la lumière du don reçu, tout cela signifie grandir dans la vocation.
Comme la vigne et les sarments (cf. Jn 15, 1-8), toute notre existence doit s’établir dans un lien fort et essentiel avec le Seigneur, afin de devenir une réponse toujours plus pleine à son appel, à travers les épreuves et les coupes nécessaires. Les “lieux” où se manifeste le plus la volonté de Dieu et où l’on fait l’expérience de son amour infini sont souvent les liens authentiques et fraternels que nous sommes capables d’établir au cours de notre vie. Comme il est précieux d’avoir un guide spirituel sûr qui accompagne la découverte et le développement de notre vocation ! Combien sont importants le discernement et la vérification à la lumière du Saint-Esprit, afin qu’une vocation puisse se réaliser dans toute sa beauté.
La vocation n’est donc pas une possession immédiate, quelque chose qui est “donné” une fois pour toutes : c’est plutôt un chemin qui se développe de manière analogue à la vie humaine, dans lequel le don reçu, en plus d’être préservé, doit se nourrir d’une relation quotidienne avec Dieu pour pouvoir grandir et porter ses fruits. « Cela est important, parce qu’elle place notre vie face à Dieu qui nous aime, et qu’elle nous permet de comprendre que rien n’est le fruit d’un chaos privé de sens, mais que tout peut être intégré sur un chemin de réponse au Seigneur qui a un plan magnifique pour nous »[7].
Chers frères et sœurs, très chers jeunes, je vous encourage à cultiver votre relation personnelle avec Dieu à travers la prière quotidienne et la méditation de sa Parole. Arrêtez-vous, écoutez, confiez-vous : de cette manière, le don de votre vocation mûrira, vous rendra heureux et portera des fruits abondants pour l’Église et pour le monde.
Que la Vierge Marie, modèle d’accueil intérieur du don divin et maîtresse de l’écoute priante, vous accompagne toujours sur ce chemin !
Du Vatican, le 16 mars 2026
LÉON PP. XIV
______________
[1] « L’ascèse ne crée pas l’homme “bon”, mais l’homme beau, et la caractéristique distinctive des saints n’est pas du tout la “bonté”, qui peut également être présente chez des personnes charnelles et très pécheresses, mais la beauté spirituelle, la beauté éblouissante de la personne lumineuse et rayonnante, absolument inaccessible à l’homme grossier et charnel » (P. Florenskij, La colonne et le fondement de la vérité, Rome 1974, 140-141).
[2] S. Augustin, Conf., III, 6, 11 : CSEL 33, 53.
[3] Lett. ap. Une fidélité qui génère l’avenir, (8 décembre 2025), 5.
[4] Cf. Benoît XVI, Lett. enc. Deus caritas est, (25 décembre 2005), 1.
[5] S. Augustin, De vera religione, XXXIX, 72 : CSSL 32, 234.
[6] François, Lett. ap. Patris corde (8 décembre 2020), 3.
[7] François, Exhort. ap. Christus vivit, (25 mars 2019), 248.
[00436-FR.01] [Texte original: Italien]
Traduzione in lingua tedesca
Die Entdeckung der Gabe Gottes in unserem Inneren
Liebe Brüder und Schwestern, liebe junge Menschen!
Unter der Führung und dem Schutz des auferstandenen Jesus feiern wir am vierten Sonntag der Osterzeit, dem sogenannten „Sonntag des Guten Hirten“, den 63. Weltgebetstag um geistliche Berufungen. Zu diesem gnadenreichen Anlass möchte ich einige Gedanken über die innere Dimension der Berufung teilen, die hier als Entdeckung der ungeschuldeten Gabe Gottes verstanden wird, die tief im Herzen eines jeden von uns erblüht. Begeben wir uns also gemeinsam auf den Weg eines wahrhaft schönen Lebens, den der Gute Hirte uns weist!
Der Weg der Schönheit
Im Johannesevangelium bezeichnet sich Jesus wörtlich als den »schönen Hirten« (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Joh 10,11). Der Ausdruck bezeichnet einen vollkommenen, wahren und vorbildlichen Hirten, der bereit ist, sein Leben für seine Schafe zu geben und so die Liebe Gottes sichtbar werden zu lassen. Dieser Hirte fasziniert: Wer ihn betrachtet, entdeckt, dass das Leben wirklich schön ist, wenn man ihm nachfolgt. Um diese Schönheit erkennen zu können, reichen die Augen des Körpers oder ästhetische Kriterien nicht aus: Es bedarf der Betrachtung und der Innerlichkeit. Nur wer innehält, zuhört, betet und sich von ihm anblicken lässt, kann mit Zuversicht sagen: „Ich vertraue ihm, mit ihm kann das Leben wirklich schön sein, ich möchte den Weg dieser Schönheit gehen.” Und das Außergewöhnlichste daran ist, dass man selbst „schön“ wird, wenn man sein Jünger wird: Seine Schönheit verwandelt uns. Wie der Theologe Pavel Florenskij schreibt, bringt die Askese nicht den „guten“ Menschen, sondern den „schönen“ Menschen hervor.[1] Das, was die Heiligen über ihr Gutsein hinaus von anderen unterscheidet, ist eben diese leuchtende geistliche Schönheit, die von denen ausgeht, die in Christus leben. So offenbart sich die christliche Berufung in ihrer ganzen Tiefe: an seinem Leben, an seiner Sendung teilhaben und in derselben Schönheit erstrahlen wie er.
Diese innere Mitteilung von Leben, Glauben und Sinn hat auch der heilige Augustinus erfahren, der im dritten Buch seiner Bekenntnisse, während er seine Sünden und Fehler aus seiner Jugend darlegt und bekennt, Gott als »noch innerer als [s]ein Innerstes«[2] erkennt. Über die Selbsterkenntnis hinaus entdeckt er die Schönheit des göttlichen Lichts, das ihn in der Dunkelheit leitet. Augustinus nimmt die Gegenwart Gottes im Innersten seiner Seele wahr, und das schließt ein, dass er verstanden und erlebt hat, dass es notwendig ist, sich um sein Inneres als Ort der Beziehung zu Jesus zu kümmern, als Weg, auf dem die Schönheit und Güte Gottes im eigenen Leben erfahren werden kann.
Eine solche Beziehung wird im Gebet und in der Stille aufgebaut und sie eröffnet uns, wenn wir sie pflegen, die Möglichkeit, das Geschenk der Berufung anzunehmen und zu leben, das niemals etwas Auferlegtes oder ein vorgegebenes Raster ist, in das man sich einfach fügen muss, sondern ein Plan der Liebe und des Glücks. Die Pflege der Innerlichkeit: von diesem Punkt müssen wir in der Berufungspastoral und im immer neuen Bemühen um die Evangelisierung dringend ausgehen.
In diesem Geiste lade ich alle ein – Familien, Pfarreien, Ordensgemeinschaften, Bischöfe, Priester, Diakone, Katecheten, Erzieher und gläubige Laien –, sich immer mehr für günstige Rahmenbedingungen einzusetzen, damit diese Gabe angenommen, genährt, bewahrt und begleitet werden kann, sodass sie reiche Frucht tragen kann. Nur wenn unsere Lebensräume von lebendigem Glauben, beständigem Gebet und geschwisterlicher Weggemeinschaft erhellt sind, wird der Ruf Gottes aufgehen und reifen und für den Einzelnen wie für die Welt zum Weg des Glücks und des Heils werden können. Wenn wir uns auf den Weg begeben, den Jesus, der schöne Hirte, uns weist, lernen wir sowohl uns selbst als auch Gott näher kennen, der uns gerufen hat.
Gegenseitiges Erkennen
»Der Herr des Lebens kennt uns und erleuchtet unser Herz mit seinem liebevollen Blick«[3]. Jede Berufung kann nämlich nur aus dem Bewusstsein und der Erfahrung eines Gottes hervorgehen, der Liebe ist (vgl. 1 Joh 4,16): Er kennt unser Innerstes, hat die Haare auf unserem Kopf gezählt (vgl. Mt 10,30) und für jeden einen einzigartigen Weg der Heiligkeit und des Dienens vorgesehen. Dieses Erkennen muss jedoch stets ein gegenseitiges sein: Wir sind eingeladen, Gott durch das Gebet, das Hören auf das Wort, die Sakramente, das Leben der Kirche und die Hingabe an unsere Brüder und Schwestern kennenzulernen. Wie der junge Samuel, der in der Nacht, vielleicht auf unerwartete Weise, die Stimme des Herrn hörte und mit Hilfe Elis lernte, sie zu erkennen (vgl. 1 Sam 3,1-10), so müssen auch wir Räume innerer Stille schaffen, um erahnen zu können, was der Herr zu unserem Glück vorgesehen hat. Es handelt sich dabei nicht um ein abstraktes intellektuelles Wissen oder gelehrte Erkenntnis, sondern um eine persönliche Begegnung, die das Leben verwandelt[4]. Gott wohnt in unserem Herzen: Die Berufung ist ein vertrauter Dialog mit ihm, der uns – trotz des manchmal ohrenbetäubenden Lärms der Welt – ruft und uns einlädt, mit wahrer Freude und Großherzigkeit zu antworten.
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Geh nicht nach draußen, kehr wieder ein bei dir selbst! Im inneren Menschen wohnt die Wahrheit.«[5] Wieder erinnert uns der heilige Augustinus daran, wie wichtig es ist, zu lernen, innezuhalten und Räume der inneren Stille zu schaffen, um die Stimme Jesu Christi hören zu können.
Liebe junge Menschen, hört auf diese Stimme! Hört auf die Stimme des Herrn, der euch einlädt, ein erfülltes Leben zu führen, indem ihr eure Gaben fruchtbringend einsetzt (vgl. Mt 25,14-30) und eure Grenzen und Schwächen an das glorreiche Kreuz Christi nagelt. Haltet also inne in eucharistischer Anbetung, meditiert ausdauernd das Wort Gottes, um es jeden Tag zu leben, nehmt aktiv und in vollem Umfang am sakramentalen und kirchlichen Leben teil. Auf diese Weise werdet ihr den Herrn kennenlernen und in der der Freundschaft eigenen Vertrautheit entdecken, wie ihr euer Leben zu einer Gabe machen könnt, auf dem Weg der Ehe, des Priestertums, des Ständigen Diakonats oder im gottgeweihten Leben, in einer Ordensgemeinschaft oder einem Säkularinstitut: Jede Berufung ist ein immenses Geschenk für die Kirche und für diejenigen, die sie mit Freude annehmen. Den Herrn kennenlernen bedeutet vor allem, zu lernen, ihm und seiner Vorsehung zu vertrauen, die mit jeder Berufung überreich einhergeht.
Vertrauen
Aus dem Kennen entsteht das Vertrauen, eine Haltung, die aus dem Glauben hervorgeht und die sowohl für die Annahme der Berufung als auch für das Durchhalten in ihr unerlässlich ist. Das Leben offenbart sich nämlich als ein ständiges Vertrauen auf den Herrn und ein Sich-ihm-Anvertrauen, auch dann, wenn seine Pläne die unseren durcheinanderbringen.
Denken wir an den heiligen Josef, der trotz des unerwarteten Geheimnisses der Mutterschaft der Jungfrau Maria dem göttlichen Traum vertraut und Maria und das Kind mit gehorsamem Herzen annimmt (vgl. Mt 1,18-25; 2,13-15). Josef von Nazaret ist ein Vorbild an vollkommenem Vertrauen in den Plan Gottes: Er vertraut auch dann, als alles um ihn herum dunkel und hoffnungslos erscheint, als die Dinge sich in eine ganz andere Richtung zu entwickeln scheinen. Er vertraut und vertraut sich an, weil er sich der Güte und Treue des Herrn sicher ist. »In jeder Lebenslage vermochte Josef, sein „fiat“ zu sprechen, wie Maria bei der Verkündigung und Jesus in Getsemani«.[6]
Wie uns das Heilige Jahr der Hoffnung gelehrt hat, ist es nötig, ein festes und beständiges Vertrauen in die Verheißungen Gottes zu pflegen, ohne jemals der Verzweiflung nachzugeben; Ängste und Unsicherheiten zu überwinden, in der Gewissheit, dass der Auferstandene der Herr sowohl der Weltgeschichte als auch unserer persönlichen Geschichte ist. Er lässt uns in den dunkelsten Stunden nicht allein, sondern kommt, um mit seinem Licht all unsere Finsternis zu vertreiben. Und gerade dank des Lichtes und der Kraft seines Geistes können wir – auch durch Prüfungen und Krisen – erkennen, wie unsere Berufung reift und immer mehr die Schönheit dessen widerspiegelt, der uns gerufen hat, eine Schönheit, die aus Treue und Vertrauen besteht, trotz der Wunden und Stürze.
Reifung
Die Berufung ist in der Tat kein statisches Ziel, sondern ein dynamischer Reifungsprozess, der durch die Vertrautheit mit dem Herrn begünstigt wird: Mit Jesus zusammen zu sein, den Heiligen Geist in den Herzen und in den Lebenssituationen wirken zu lassen und alles im Licht der empfangenen Gabe neu zu betrachten, das bedeutet, in der Berufung zu wachsen.
Wie der Weinstock und die Reben (vgl. Joh 15,1-8) so muss sich unser ganzes Leben in einer starken und wesentlichen Verbindung mit dem Herrn verwirklichen, sodass es durch Prüfungen und notwendigen Beschnitt zu einer immer volleren Antwort auf seinen Ruf wird. Die „Orte“, an denen sich der Wille Gottes am deutlichsten offenbart und wir seine unendliche Liebe erfahren, sind oftmals die echten geschwisterlichen Verbindungen, die wir im Laufe unseres Lebens aufzubauen vermögen. Wie wertvoll ist es, einen guten Seelenführer zu haben, der uns bei der Entdeckung und Entfaltung unserer Berufung begleitet! Wie wichtig sind die Unterscheidung und Prüfung im Lichte des Heiligen Geistes, damit sich eine Berufung in ihrer ganzen Schönheit verwirklichen kann.
Berufung ist also kein unmittelbarer Besitz, nichts, was ein für alle Mal „gegeben“ ist: Sie ist vielmehr ein Weg, der sich ähnlich entwickelt wie das menschliche Leben, bei dem die empfangene Gabe nicht nur bewahrt, sondern auch durch eine tägliche Beziehung zu Gott genährt werden muss, um wachsen und Früchte tragen zu können. »Das ist wertvoll, weil es unser ganzes Leben vor den uns liebenden Gott stellt. Es lässt uns erkennen, dass nichts das Ergebnis eines sinnlosen Chaos ist, sondern alles Teil eines Weges werden kann, der eine Antwort auf den Herrn ist, der einen konkreten Plan für uns alle hat«.[7]
Liebe Brüder und Schwestern, liebe junge Menschen, ich ermutige euch, eure persönliche Beziehung zu Gott durch das tägliche Gebet und die Betrachtung des Wortes Gottes zu pflegen. Haltet inne, hört zu, vertraut euch ihm an: Auf diese Weise wird die Gabe eurer Berufung reifen, euch glücklich machen und reichlich Früchte für die Kirche und die Welt tragen.
Möge euch die Jungfrau Maria, Vorbild im inneren Annehmen der göttlichen Gabe und Lehrmeisterin betenden Hörens, stets auf diesem Weg begleiten!
Aus dem Vatikan, am 16. März 2026
LEO PP. XIV
______________
[1] »Die Askese schafft nicht den „guten“ Menschen, sondern den schönen Menschen, und das Unterscheidungsmerkmal der Heiligen ist keineswegs deren „Gutsein“ – das auch bei fleischlichen und sehr sündigen Menschen vorhanden sein kann –, sondern ihre geistliche Schönheit, die blendende Schönheit einer lichtvollen und leuchtenden Person, die dem groben und fleischlichen Menschen völlig verschlossen ist.« (P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, Rom 1974, 140–141).
[2] Hl. Augustinus, Bekenntnisse, III, 6, 11: CSEL 33, 53.
[3] Apostolisches Schreiben Eine Treue, die Zukunft schafft (8. Dezember 2025), 5.
[4] Vgl. Benedikt XVI., Enzyklika Deus caritas est (25. Dezember 2005), 1
[5] Hl. Augustinus, Über die wahre Religion, XXXIX, 72: CSSL 32, 234.
[6] Franziskus, Apostolisches Schreiben Patris corde (8. Dezember 2020), 3.
[7] Franziskus, Nachsynodales Apostolisches Schreiben Christus vivit (25. März 2019), 248.
[00436-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]
Traduzione in lingua spagnola
El descubrimiento interior del don de Dios
Queridos hermanos y hermanas, queridos jóvenes:
Guiados y custodiados por Jesús Resucitado, en el IV domingo de Pascua, llamado “domingo del buen Pastor”, celebramos la LXIII Jornada Mundial de Oración por las Vocaciones. Es un momento de gracia para compartir algunas reflexiones sobre la dimensión interior de la vocación, entendida como descubrimiento del don gratuito de Dios que florece en lo profundo del corazón de cada uno de nosotros. Recorramos pues juntos el camino de una vida verdaderamente hermosa, que el Pastor nos muestra.
El camino de la belleza
En el Evangelio de Juan, Jesús se define literalmente el «pastor bello» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Jn 10,11). La expresión hace referencia a un pastor perfecto, auténtico, ejemplar, en cuanto está dispuesto a dar la vida por sus ovejas, manifestando de ese modo el amor de Dios. Es el Pastor que cautiva; quien lo mira descubre que la vida es realmente hermosa si lo sigue. Para conocer esta belleza no son suficientes los ojos del cuerpo o criterios estéticos; se necesita contemplación e interioridad. Sólo quien se detiene, escucha, reza y acoge su mirada puede decir con confianza: “Me fío, con Él la vida puede ser verdaderamente hermosa, quiero recorrer el camino de esta belleza”. Y lo más extraordinario es que, convirtiéndonos en sus discípulos, a su vez nos volvemos “bellos”; su belleza nos transfigura. Como escribe el teólogo Pável Florenski, la ascética no hace al hombre “bueno”, sino al hombre “bello”.[1] El rasgo que distingue a los santos, además de la bondad, es la belleza espiritual deslumbrante que irradia quien vive en Cristo. Así, la vocación cristiana se revela en toda su profundidad: participar de su vida, compartir su misión y resplandecer de su misma belleza.
Esta comunicación interior de vida, de fe y de sentido fue también la experiencia de san Agustín, el cual, en el libro tercero de las Confesiones, mientras declara y confiesa sus pecados y errores juveniles, reconoce a Dios «más interior que lo más íntimo mío».[2] Más allá de la conciencia de sí mismo, descubre la belleza de la luz divina que lo guía en la oscuridad. Agustín atisba la presencia de Dios en lo más interior de su alma, y eso implica haber comprendido y vivido la importancia del cuidado de la interioridad como espacio de relación con Jesús, como camino para experimentar la belleza y la bondad de Dios en su propia vida.
Dicha relación se construye en la oración y en el silencio y, si se cultiva, nos abre a la posibilidad de acoger y vivir el don de la vocación, que nunca es una imposición o un esquema prefijado al que simplemente hay que adherir, sino un proyecto de amor y de felicidad. En la pastoral vocacional y en el compromiso siempre nuevo de la evangelización es urgente volver a partir del cuidado de la interioridad.
En este espíritu, invito a todos —familias, parroquias, comunidades religiosas, obispos, sacerdotes, diáconos, catequistas, educadores y fieles laicos— a comprometerse cada vez más a crear contextos favorables con el fin de que este don pueda ser acogido, alimentado, custodiado y acompañado para dar fruto abundante. Sólo si nuestros ambientes brillan por la fe viva, la oración constante y el acompañamiento fraterno, la llamada de Dios podrá surgir y madurar, convirtiéndose en camino de felicidad y salvación para cada uno de nosotros y para el mundo. Recorriendo el camino que Jesús, el Pastor bello, nos indica, aprendemos entonces a conocernos mejor a nosotros mismos y a conocer más de cerca a Dios que nos ha llamado.
Conocimiento mutuo
«El Señor de la vida nos conoce e ilumina nuestro corazón con su mirada de amor».[3] Toda vocación, en efecto, surge de la conciencia y la experiencia de un Dios que es Amor (cf. 1 Jn 4,16). Él nos conoce profundamente, ha contado los cabellos de nuestra cabeza (cf. Mt 10,30) y ha pensado un camino único de santidad y de servicio para cada uno. Pero este conocimiento debe ser siempre mutuo; estamos llamados a conocer a Dios por medio de la oración, de la escucha de la Palabra, de los sacramentos, de la vida de la Iglesia y de la entrega a los hermanos y a las hermanas. Como el joven Samuel que, durante la noche, quizá de manera inesperada, oyó la voz del Señor y aprendió a reconocerla con la ayuda de Elí (cf. 1 Sam 3,1-10), así también nosotros debemos crear espacios de silencio interior para intuir lo que el Señor tiene en su corazón para nuestra felicidad. No se trata de un saber intelectual abstracto o de un conocimiento académico, sino de un encuentro personal que transforma la vida.[4] Dios habita en nuestro corazón; la vocación es un diálogo íntimo con Él, que nos llama —a pesar del ruido en ocasiones ensordecedor del mundo— y nos invita a responder con verdadera alegría y generosidad.
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – No quieras derramarte fuera; entra dentro de ti mismo, porque en el hombre interior reside la verdad».[5] Una vez más, san Agustín nos recuerda lo importante que es aprender a detenerse y a construir espacios de silencio interior para poder escuchar la voz de Jesucristo.
Queridos jóvenes, ¡escuchen esa voz! Escuchen la voz del Señor que los invita a vivir una vida plena, realizada, haciendo fructificar los propios talentos (cf. Mt 25,14-30) y clavando en la cruz gloriosa de Cristo los propios límites y debilidades. Por lo tanto, dediquen tiempo a la adoración eucarística, mediten asiduamente la Palabra de Dios para vivirla cada día, participen activa y plenamente en la vida sacramental y eclesial. De este modo conocerán al Señor y, en la intimidad propia de la amistad, descubrirán cómo entregarse a los demás, en el camino del matrimonio, o del sacerdocio, o del diaconado permanente, o en la vida consagrada, religiosa o seglar: toda vocación es un don inmenso para la Iglesia y para quien la acoge con alegría. Conocer al Señor significa sobre todo aprender a confiar en Él y en su Providencia, que sobreabunda en toda vocación.
Confianza
Del conocimiento nace la confianza, actitud que es hija de la fe, esencial tanto para acoger la vocación como para perseverar en ella. La vida, en efecto, se revela como un continuo confiar y encomendarse al Señor, aun cuando sus planes cambien los nuestros.
Pensemos en san José, que, a pesar del inesperado misterio de la maternidad de la Virgen, confió en el sueño divino y acogió a María y al Niño con corazón obediente (cf. Mt 1,18-25; 2,13-15). José de Nazaret es un icono de confianza total en el designio de Dios: confió incluso cuando todo a su alrededor parecía ser tiniebla y negatividad, cuando las cosas parecían andar en dirección opuesta a lo previsto. Él se fio y confió, seguro de la bondad y la fidelidad del Señor. «En cada circunstancia de su vida, José supo pronunciar su “fiat”, como María en la Anunciación y Jesús en Getsemaní».[6]
Como nos ha enseñado el Jubileo de la Esperanza, es necesario cultivar una confianza firme y estable en las promesas de Dios, sin ceder nunca a la desesperación, superando miedos e incertidumbres, con la certeza de que el Resucitado es Señor de la historia del mundo y de nuestra historia personal. Él no nos abandona en las horas más oscuras, sino que viene a disipar todas nuestras tinieblas con su luz. Y precisamente gracias a la luz y a la fuerza de su Espíritu, también atravesando pruebas y crisis, podemos ver madurar nuestra vocación, reflejar cada vez más la belleza de Aquel que nos ha llamado, una belleza hecha de fidelidad y confianza, a pesar de las heridas y las caídas.
Maduración
La vocación, en efecto, no es una meta estática, sino un proceso dinámico de maduración, favorecido por la intimidad con el Señor. Estar con Jesús, dejar actuar al Espíritu Santo en los corazones y en las situaciones de la vida y releer todo a la luz del don recibido significa crecer en la vocación.
Como la vid y los sarmientos (cf. Jn 15,1-8), así toda nuestra existencia debe constituirse como un vínculo fuerte y esencial con el Señor, para convertirse en una respuesta cada vez más plena a su llamada, a través de las pruebas y las podas necesarias. Los “lugares” donde se manifiesta mayormente la voluntad de Dios y se hace experiencia de su amor infinito son a menudo los vínculos auténticos y fraternos que somos capaces de instaurar durante nuestra vida. Qué valioso es tener un buen guía espiritual que acompañe el descubrimiento y el desarrollo de nuestra vocación. Qué importantes son el discernimiento y el seguimiento a la luz del Espíritu Santo, para que una vocación pueda realizarse en toda su belleza.
La vocación, por tanto, no es una posesión inmediata, algo “dado” de una vez por todas; es más bien un camino que se desarrolla análogamente a la vida humana, en el cual el don recibido, además de ser cuidado, debe alimentarse de una relación cotidiana con Dios para poder crecer y dar fruto. «Esto es valioso, porque sitúa toda nuestra vida de cara al Dios que nos ama, y nos permite entender que nada es fruto de un caos sin sentido, sino que todo puede integrarse en un camino de respuesta al Señor, que tiene un precioso plan para nosotros».[7]
Queridos hermanos y hermanas, queridos jóvenes, los animo a cultivar su relación personal con Dios a través de la oración cotidiana y la meditación de la Palabra. Deténganse, escuchen, confíen; de ese modo, el don de su vocación madurará, los hará felices y dará frutos abundantes para la Iglesia y para el mundo.
Que la Virgen María, modelo de acogida interior del don divino y maestra de la escucha orante, los acompañe siempre en este camino.
Vaticano, 16 de marzo de 2026
LEÓN PP. XIV
_____________
[1] «Y de hecho la ascética no está dirigida a formar un hombre “bueno”, sino bello; el rasgo característico de los santos ascetas no es en modo alguno la “bondad”, que se encuentra también en hombres carnales, incluso en pecadores habituales: es la belleza espiritual, la belleza deslumbradora de una persona resplandeciente, portadora de luz. Esta belleza es inaccesible para la inercia del hombre carnal» (P. Florenski, La columna y el fundamento de la verdad, Salamanca 2010, 113).
[2] S. Agustín, Confesiones, III, 6, 11: CSEL 33, 53.
[3] Carta ap. Una fidelidad que genera futuro (8 diciembre 2025), 5.
[4] Cf. Benedicto XVI, Carta enc. Deus caritas est (25 diciembre 2005), 1.
[5] S. Agustín, De la verdadera religión, XXXIX, 72: CCSL 32, 234.
[6] Francisco, Carta ap. Patris corde (8 diciembre 2020), 3.
[7] Francisco, Exhort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 248.
[00436-ES.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua portoghese
A descoberta interior do dom de Deus
Queridos irmãos e irmãs, caríssimos jovens!
Guiados e protegidos por Jesus Ressuscitado, celebramos no IV Domingo de Páscoa, conhecido como “Domingo do Bom Pastor”, o LXIII Dia Mundial de Oração pelas Vocações. É uma ocasião de graça para partilhar algumas reflexões sobre a dimensão interior da vocação, entendida como descoberta do dom gratuito de Deus que floresce no mais profundo do coração de cada um de nós. Percorramos juntos, pois, o caminho de uma vida verdadeiramente bela, que o Pastor nos indica!
A via da beleza
No Evangelho de João, Jesus define-se literalmente como o «pastor belo» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (Jo 10, 11). A expressão indica um pastor perfeito, autêntico, exemplar, na medida em que se mostra disposto a dar a vida pelas suas ovelhas, manifestando assim o amor de Deus. É o Pastor que deslumbra: quem olha para Ele descobre que, seguindo-o, a vida é realmente bela. Para conhecer esta beleza, não bastam apenas os olhos do corpo ou critérios estéticos: são necessárias a contemplação e a interioridade. Só quem se detém, escuta, reza e acolhe o seu olhar pode dizer com confiança: “Acredito n’Ele, com Ele a vida pode ser realmente bela, quero percorrer a via desta beleza”. E o mais extraordinário é que, ao tornarmo-nos seus discípulos, nos tornamos também “belos”: a sua beleza transfigura-nos. Como escreve o teólogo Pavel Florenskij, a ascética não cria o homem “bom”, mas o homem “belo”.[1] Na verdade, a característica que distingue os santos, além da bondade, é a luminosa beleza espiritual que irradia de quem vive em Cristo. Assim, a vocação cristã revela-se em toda a sua profundidade: participar da sua vida, partilhar a sua missão, brilhar a partir da sua própria beleza.
Essa comunicação interior de vida, fé e sentido foi também a experiência de Santo Agostinho que, no terceiro livro das Confissões, ao declarar e confessar os seus pecados e erros juvenis, reconhece Deus como «mais íntimo do que o meu próprio íntimo».[2] Além da consciência de si mesmo, ele descobre a beleza da luz divina que o guia na escuridão. Agostinho percebe a presença de Deus na parte mais íntima da sua alma, e isso implica ter compreendido e vivido a importância do cuidado da interioridade como espaço de relação com Jesus, como via para experimentar a beleza e a bondade de Deus na própria vida.
Essa relação constrói-se na oração e no silêncio e, se cultivada, abre-nos à possibilidade de acolher e viver o dom da vocação, que nunca é uma imposição ou um esquema pré-estabelecido ao qual se deve simplesmente aderir, mas um projeto de amor e felicidade. É a partir do cuidado da interioridade que se deve urgentemente recomeçar na pastoral vocacional e no compromisso sempre novo da evangelização.
Neste espírito, convido todos – famílias, paróquias, comunidades religiosas, bispos, sacerdotes, diáconos, catequistas, educadores e fiéis leigos – a empenharem-se cada vez mais em criar ambientes favoráveis para que este dom possa ser acolhido, alimentado, protegido e acompanhado, a fim de dar fruto abundante. Somente se os nossos ambientes brilharem pela fé viva, pela oração constante e pelo acompanhamento fraterno, o apelo de Deus poderá florescer e amadurecer, tornando-se caminho de felicidade e salvação para cada um e para o mundo. Caminhando pela via que Jesus, o Bom Pastor, nos indica, aprendemos então a conhecermo-nos melhor a nós mesmos e a conhecer mais de perto Deus, que nos chamou.
Conhecimento recíproco
«O Senhor da vida conhece-nos e ilumina o nosso coração com o seu olhar de amor».[3] Com efeito, cada vocação só pode começar a partir da consciência e da experiência de um Deus que é Amor (cf. 1 Jo 4, 16): Ele conhece-nos profundamente, contou os cabelos da nossa cabeça (cf. Mt 10, 30) e para cada um pensou um caminho único de santidade e serviço. No entanto, este conhecimento deve ser sempre recíproco: somos convidados a conhecer Deus através da oração, da escuta da Palavra, dos Sacramentos, da vida da Igreja e da doação aos irmãos e irmãs. Tal como o jovem Samuel, que durante a noite, talvez de forma inesperada, ouviu a voz do Senhor e aprendeu a reconhecê-la com a ajuda de Eli (cf. 1 Sam 3, 1-10), também nós devemos criar espaços de silêncio interior para intuir o que o Senhor deseja para a nossa felicidade. Não se trata de um saber intelectual abstrato ou de um conhecimento erudito, mas de um encontro pessoal que transforma a vida.[4] Deus habita no nosso coração: a vocação é um diálogo íntimo com Ele que, apesar do ruído por vezes ensurdecedor do mundo, nos chama, convidando-nos a responder com verdadeira alegria e generosidade.
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Não saias de ti mesmo, volta para dentro de ti, a Verdade habita no homem interior».[5] Mais uma vez, Santo Agostinho lembra-nos como é importante aprender a parar, construindo espaços de silêncio interior para poder ouvir a voz de Jesus Cristo.
Queridos jovens, escutai esta voz! Escutai a voz do Senhor que vos convida a viver uma vida plena, realizada, fazendo frutificar os próprios talentos (cf. Mt 25, 14-30) e pregando as próprias limitações e fraquezas na gloriosa Cruz de Cristo. Parai, portanto, em adoração eucarística, meditai assiduamente a Palavra de Deus para a viverdes todos os dias, participai ativa e plenamente na vida sacramental e eclesial. Desta forma, conhecereis o Senhor e, na intimidade própria da amizade, descobrireis como doar-vos no caminho do matrimónio ou do sacerdócio, ou do diaconato permanente, ou na vida consagrada, religiosa ou secular: cada vocação é um dom imenso para a Igreja e para quem a acolhe com alegria. Conhecer o Senhor significa, antes de tudo, aprender a confiar n’Ele e na sua Providência, que superabunda em cada vocação.
Confiança
Do conhecimento nasce a confiança, uma atitude que é filha da fé, essencial tanto para acolher a vocação como para perseverar nela. A vida, efetivamente, revela-se como um contínuo confiar e abandonar-se ao Senhor, mesmo quando os seus planos perturbam os nossos.
Pensemos em São José, que, apesar do inesperado mistério da maternidade da Virgem, confia no sonho divino e acolhe Maria e o Menino com coração obediente (cf. Mt 1, 18-25; 2, 13-15). José de Nazaré é um ícone de confiança total no desígnio de Deus: confia mesmo quando tudo à sua volta parece ser trevas e negatividade, quando as coisas parecem ir na direção oposta à prevista. Ele confia e abandona-se, certo da bondade e da fidelidade do Senhor. «Em todas as circunstâncias da sua vida, José soube pronunciar o seu “fiat”, como Maria na Anunciação e Jesus no Getsémani».[6]
Como nos ensinou o Jubileu da Esperança, é necessário cultivar uma confiança sólida e permanente nas promessas de Deus, sem nunca ceder ao desespero, superando medos e incertezas, certos de que o Ressuscitado é o Senhor da história do mundo e da nossa história pessoal: Ele não nos abandona nas horas mais sombrias, mas vem dissipar com a sua luz todas as nossas trevas. E é precisamente graças à luz e à força do seu Espírito que, mesmo através de provações e crises, podemos ver a nossa vocação amadurecer, refletindo cada vez mais a beleza d’Aquele que nos chamou, uma beleza feita de fidelidade e confiança, apesar de nossas feridas e quedas.
Amadurecimento
A vocação, na verdade, não é uma meta estática, mas um processo dinâmico de amadurecimento, favorecido pela intimidade com o Senhor: estar com Jesus, deixar o Espírito Santo agir nos corações e nas situações da vida e reler tudo à luz do dom recebido significa crescer na vocação.
Tal como a videira e os ramos (cf. Jo 15, 1-8), assim toda a nossa existência deve constituir-se num vínculo forte e essencial com o Senhor, de modo a tornar-se uma resposta cada vez mais plena ao seu chamamento, através das provações e das inevitáveis podas. Os “lugares” onde melhor se manifesta a vontade de Deus e se experimenta o seu amor infinito são frequentemente os vínculos autênticos e fraternos que somos capazes de estabelecer ao longo da nossa vida. Como é precioso ter um diretor espiritual capaz de nos acompanhar na descoberta e no desenvolvimento da nossa vocação! Como são importantes o discernimento e a reflexão à luz do Espírito Santo, para que uma vocação possa realizar-se em toda a sua beleza.
A vocação, portanto, não é uma posse imediata, algo “dado” de uma vez por todas: é antes um caminho que se desenvolve de forma análoga à vida humana, em que o dom recebido, além de ser guardado, deve alimentar-se de uma relação quotidiana com Deus para poder crescer e dar fruto. «Isto tem um grande valor, porque coloca toda a nossa vida diante de Deus que nos ama, permitindo-nos compreender que nada é fruto dum caos sem sentido, mas, pelo contrário, tudo pode ser inserido num caminho de resposta ao Senhor, que tem um projeto estupendo para nós».[7]
Queridos irmãos e irmãs, caríssimos jovens, encorajo-vos a cultivar a relação pessoal com Deus através da oração diária e da meditação da Palavra. Parai, escutai, confiai: deste modo, o dom da vossa vocação amadurecerá, far-vos-á felizes e dará abundantes frutos para a Igreja e para o mundo.
Que a Virgem Maria, modelo de acolhimento interior do dom divino e mestra da escuta orante, vos acompanhe sempre neste caminho!
Vaticano, 16 de março de 2026
LEÃO PP. XIV
________________
[1] «A ascética não cria o homem “bom”, mas o homem belo, e a característica distintiva dos santos não é de modo algum a “bondade”, que também pode encontrar-se em pessoas carnais e muito pecadoras, mas sim a beleza espiritual, a beleza deslumbrante da pessoa luminosa e resplandecente, absolutamente inacessível ao homem grosseiro e carnal» (P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, Roma 1974, 140-141).
[2] Santo Agostinho, Conf., III, 6, 11: CSEL 33, 53.
[3] Carta ap. Uma fidelidade que gera futuro (8 de dezembro de 2025), 5.
[4] Cf. Bento XVI, Carta enc. Deus caritas est (25 de dezembro de 2025) 1.
[5] Santo Agostinho, De vera religione, XXXIX, 72: CCSL 32, 234.
[6] Francisco, Carta ap. Patris corde (8 de dezembro de 2020), 3.
[7] Francisco, Exort. ap. pós-sinodal Christus vivit (25 de março de 2019), 248.
[00436-PO.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua polacca
Wewnętrzne odkrywanie daru Boga
Drodzy Bracia i Siostry, najdrożsi Młodzi!
Prowadzeni i strzeżeni przez Jezusa Zmartwychwstałego, w IV Niedzielę Wielkanocą, zwaną „Niedzielą Dobrego Pasterza”, obchodzimy LXIII Światowy Dzień Modlitw o Powołania. Jest to czas łaski, który sprzyja podzieleniu się kilkoma refleksjami na temat wewnętrznego wymiaru powołania, rozumianego jako odkrycie bezinteresownego daru Boga, który rozkwita w głębi serca każdego z nas. Podążajmy więc razem drogą prawdziwie pięknego życia, którą wskazuje nam Pasterz!
Droga piękna
W Ewangelii Janowej Jezus nazywa siebie dosłownie „pięknym pasterzem” (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (J 10, 11). Wyrażenie to oznacza pasterza doskonałego, autentycznego, godnego naśladowania, ponieważ jest gotów oddać życie za swoje owce, ukazując w ten sposób miłość Boga. Jest to Pasterz, który fascynuje: kto na Niego patrzy, odkrywa, że życie jest naprawdę piękne, jeśli się za Nim podąża. Aby poznać to piękno, nie wystarczają oczy ciała ani kryteria estetyczne: potrzebne są kontemplacja i wewnętrzna głębia. Tylko ten, kto zatrzymuje się, słucha, modli się i przyjmuje Jego spojrzenie, może z ufnością powiedzieć: „Ufam, z Nim życie może być naprawdę piękne, chcę podążać drogą tego piękna”. A najbardziej niezwykłe jest to, że stając się Jego uczniami, sami stajemy się „piękni” – Jego piękno nas przemienia. Jak pisze teolog Paweł Florenski, ascetyka nie tworzy człowieka „dobrego”, lecz człowieka „pięknego”[1]. Cechą wyróżniającą świętych – oprócz dobroci – jest bowiem promienna duchowa piękność, bijąca od tych, którzy żyją w Chrystusie. W ten sposób powołanie chrześcijańskie objawia się w całej swojej głębi: jest ono uczestniczeniem w życiu Chrystusa, dzieleniem Jego misji, jaśnieniem samym Jego pięknem.
To wewnętrzne przekazywanie życia, wiary i sensu było również doświadczeniem św. Augustyna, który w trzeciej księdze Wyznań, wyjawiając i wyznając swoje młodzieńcze grzechy i błędy, mówi o Bogu: „Ty byłeś bardziej wewnątrz mnie, niż to co we mnie było najbardziej osobiste”[2]. Poza samoświadomością odkrywa piękno Bożego światła, które prowadzi go w ciemności. Augustyn dostrzega obecność Boga w najbardziej wewnętrznej części swojej duszy, co pociąga za sobą zrozumienie i przeżycie znaczenia troski o wnętrze jako przestrzeni relacji z Jezusem, jako drogi do doświadczenia w swoim życiu piękna i dobroci Boga.
Relacja ta budowana jest na modlitwie i w milczeniu, a jeśli jest pielęgnowana, otwiera nas na możliwość przyjęcia i przeżywania daru powołania, które nigdy nie jest nakazem ani z góry ustalonym schematem, do którego po prostu należy się dostosować, lecz jest projektem miłości i szczęścia. Troska o wnętrze – to od niej trzeba pilnie na nowo rozpoczynać w duszpasterstwie powołań oraz we wciąż odnawianym wysiłku ewangelizacji.
W tym duchu zapraszam wszystkich – rodziny, parafie, wspólnoty zakonne, biskupów, kapłanów, diakonów, katechetów i katechistów, wychowawców i wiernych świeckich – do coraz większego zaangażowania się w tworzenie sprzyjających warunków, aby ten dar mógł być przyjęty, umacniany, strzeżony objęty towarzyszeniem, by wydał obfity owoc. Tylko wtedy, gdy nasze środowiska będą jaśnieć żywą wiarą, nieustanną modlitwą i braterskim towarzyszeniem, Boże powołanie będzie mogło rozkwitnąć i dojrzeć, stając się dla każdego i dla świata drogą szczęścia i zbawienia. Wyruszając w drogę, którą wskazuje nam Jezus – Piękny Pasterz, uczmy się lepiej poznawać samych siebie i bliżej poznawać Boga, który nas powołał.
Wzajemne poznanie
„Pan życia zna nas i oświeca nasze serca swoim pełnym miłości spojrzeniem”[3]. Każde powołanie nie może bowiem rozpocząć się nie inaczej jak od świadomości i doświadczenia Boga, który jest Miłością (por. 1 J 4, 16): On zna nas dogłębnie, policzył włosy na naszej głowie (por. Mt 10, 30) i dla każdego z nas zaplanował wyjątkową drogę świętości i służby. To poznanie musi jednak być zawsze wzajemne: jesteśmy zaproszeni do poznawania Boga poprzez modlitwę, słuchanie Słowa Bożego, sakramenty, życie Kościoła i dar z siebie dla braci i sióstr. Podobnie jak młody Samuel, który w nocy – być może w sposób nieoczekiwany – usłyszał głos Pana i nauczył się go rozpoznawać z pomocą Helego (por. 1 Sm 3, 1-10), tak i my musimy tworzyć przestrzenie wewnętrznej ciszy, aby intuicyjnie rozpoznać, co Pan ma w swoim sercu dla naszego szczęścia. Nie chodzi tu o abstrakcyjną wiedzę intelektualną ani o uczoną erudycję, lecz o osobiste spotkanie, które przemienia życie[4]. Bóg mieszka w naszym sercu: powołanie jest intymnym dialogiem z Tym, który nas powołuje – pomimo niekiedy ogłuszającego zgiełku świata – zapraszając nas do odpowiedzi z prawdziwą radością i wielkodusznością.
„Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” – „Nie wychodź na świat, wróć do siebie samego: we wnętrzu człowieku mieszka prawda”[5]. Św. Augustyn ponownie przypomina nam, jak ważne jest, by uczyć się zatrzymywać, i budować przestrzenie wewnętrznej ciszy, aby móc słuchać głosu Jezusa Chrystusa.
Drodzy młodzi, słuchajcie tego głosu! Słuchajcie głosu Pana, który zaprasza was do życia pełnego, realizowanego poprzez pomnażanie własnych talentów (por. Mt 25, 14-30) i przybijajnie do chwalebnego Krzyża Chrystusa swoich ograniczeń i słabości. Zatrzymajcie się więc na adoracji eucharystycznej; rozważajcie wytrwale Słowo Boże, aby żyć nim każdego dnia; uczestniczcie czynnie i w pełni w życiu sakramentalnym i eklezjalnym. W ten sposób poznacie Pana i w zażyłości właściwej przyjaźni odkryjecie, jak ofiarować siebie samego na drodze małżeństwa, kapłaństwa, diakonatu stałego lub w życiu konsekrowanym, zakonnym czy świeckim: każde powołanie jest ogromnym darem dla Kościoła i dla tych, którzy przyjmują je z radością. Poznanie Pana oznacza przede wszystkim uczenie się zaufania Jemu i Jego Opatrzności, która hojnie rozlewa się w każdym powołaniu.
Zaufanie
Z poznania rodzi się zaufanie – postawa zrodzona z wiary, niezbędna zarówno do przyjęcia powołania, jak i do wytrwania w nim. Życie bowiem okazuje się nieustannym zawierzeniem siebie i powierzaniem się Panu, nawet gdy Jego plany wstrząsają naszymi planami.
Pomyślmy o św. Józefie, który pomimo nieoczekiwanej tajemnicy macierzyństwa Dziewicy, pokłada ufność w Bożym śnie i z posłusznym sercem przyjmuje Maryję oraz Dziecię (por. Mt 1, 18-25; 2, 13-15). Józef z Nazaretu jest ikoną całkowitego zaufania planowi Boga: ufa także wtedy, gdy wszystko wokół niego wydaje się być ciemnością i czymś negatywnym, gdy sprawy zdają się zmierzać w kierunku przeciwnym do przewidywanego. Ufa i zawierza siebie, pewny dobroci i wierności Pana. „W każdych okolicznościach swojego życia Józef potrafił wypowiedzieć swoje «fiat», jak Maryja podczas Zwiastowania i Jezus w Getsemani”[6].
Jak nauczył nas Jubileusz Nadziei, należy pielęgnować niezachwianą i trwałą ufność w obietnice Boga, nigdy nie ulegając rozpaczy, przezwyciężając lęki i niepewności, będąc pewnymi, że Zmartwychwstały jest Panem dziejów świata i naszej osobistej historii: On nie opuszcza nas w najciemniejszych godzinach, ale przychodzi, aby swoim światłem rozproszyć wszystkie nasze mroki. I właśnie dzięki światłu i mocy Jego Ducha – także poprzez próby i kryzysy – możemy widzieć, jak nasze powołanie dojrzewa, coraz bardziej odzwierciedlając piękno Tego, który nas powołał – piękno składające się z wierności i zaufania, pomimo ran i upadków.
Dojrzewanie
Powołanie nie jest w istocie statycznym celem, lecz dynamicznym procesem dojrzewania, wspieranym przez intymność z Panem: przebywanie z Jezusem, pozwalanie Duchowi Świętemu, by działał w sercach i w sytuacjach życiowych oraz ponowne odczytywanie wszystkiego w świetle otrzymanego daru – to oznacza wzrost w powołaniu.
Podobnie jak krzew winny i latorośle (por. J 15, 1-8), tak całe nasze istnienie musi opierać się na mocnej i koniecznej więzi z Panem, tak aby stawało się coraz pełniejszą odpowiedzią na Jego wezwanie – poprzez próby i konieczne „przycinania”. „Miejscami”, w których najbardziej objawia się wola Boża i doświadcza się Jego nieskończonej miłości, są często autentyczne i braterskie więzi, jakie jesteśmy w stanie nawiązać w ciągu naszego życia. Jakże cenne jest posiadanie dobrego przewodnika duchowego, który towarzyszy nam w odkrywaniu i rozwijaniu naszego powołania! Jakże ważne są rozeznanie i weryfikacja w świetle Ducha Świętego, aby powołanie mogło się realizować w całym swoim pięknie.
Powołanie nie jest zatem czymś, co nabywa się natychmiast, czymś „danym” raz na zawsze: jest raczej drogą, która rozwija się analogicznie do życia ludzkiego, w którym otrzymany dar – oprócz tego, że należy go strzec – musi być karmiony codzienną relacją z Bogiem, aby mógł wzrastać i wydawać owoc. „Ma ono wielką wartość, ponieważ stawia całe nasze życie przed tym Bogiem, który nas kocha, i pozwala nam zrozumieć, że nic nie jest owocem bezsensownego chaosu, ale przeciwnie, wszystko może być włączone w proces odpowiedzi Panu, który ma dla nas wspaniały plan”[7].
Drodzy bracia i siostry, najdrożsi młodzi, zachęcam was do pielęgnowania osobistej relacji z Bogiem poprzez codzienną modlitwę i medytację Słowa Bożego. Zatrzymujcie się, słuchajcie, zawierzajcie siebie: w ten sposób dar waszego powołania dojrzeje, uczyni was szczęśliwymi i przyniesie obfite owoce Kościołowi i światu.
Niech Najświętsza Maryja Panna, wzór wewnętrznego przyjęcia Bożego daru i mistrzyni modlitewnego słuchania, zawsze towarzyszy wam w tej wędrówce!
Z Watykanu, dnia 16 marca 2026 r.
LEON PP. XIV
______________
[1] „I, w istocie, ascetyzm nie tworzy człowieka «dobrego», lecz pięknego, a wyróżniającą cechą świętych ascetów nie jest bynajmniej ich «dobro», które spotkać można także u ludzi zmysłowych, a nawet całkowicie grzesznych, lecz piękno duchowe, oślepiające piękno promienistej, światłonośnej osoby, które w żadnym razie nie jest dostępne człowiekowi cielesnemu i zmysłowemu” (Paweł Florenski, Filar i podpora prawdy. Próba teodycei prawosławnej w dwunastu listach, tłum. Jacek Chmielewski, Warszawa 2009, s. 82.
[2] Św. Augustyn, Conf., III, 6, 11: CSEL 33, 53: Wyznania, tłum. Zygmunt Kubiak, Kraków 2007, s. 78.
[3] List apost. Wierność, która rodzi przyszłość (8 grudnia 2025), 5.
[4] Por. Benedykt XVI, Enc. Deus caritas est (25 grudnia 2025), 1.
[5] Św. Augustyn, De vera religione, XXXIX, 72: CCSL 32, 234: Augustyn z Hippony, O wierze prawdziwej, w: Tenże, Pisma filozoficzne, t. 4, tłum. Jerzy Ptaszyński, Warszawa 1954, s. 131.
[6] Franciszek, List apost. Patris corde (8 grudnia 2020), 3.
[7] Franciszek, Posynod. Adhort. apost. Christus vivit (25 marca 2019), 248.
[00436-PL.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua araba
اكتشاف عطيّة الله في داخلنا
أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، أيّها الشّباب الأحبّاء،
إذ يقودنا يسوع القائم من بين الأموات ويحرسنا، نحتفل في الأحد الرّابع من الزّمن الفصحيّ، المعروف بـ”أحد الرّاعي الصّالِح“، باليوم العالميّ الثّالث والسّتين للصّلاة من أجل الدّعوات. إنّها مناسبة نعمة نتشارك فيها بعض التأمّلات في معنى الدّعوة في داخلنا، لنفهم أنّ الدّعوة هي عطيّة لنا من الله مجّانيّة، وهي تُزهر في أعماق قلب كلّ واحدٍ منّا. لنسلك معًا إذًا طريق الحياة الصّالحة والجميلة حقًّا التي يُرشِدُنا إليها يسوع المسيح راعينا!
طريق الجمال
في إنجيل يوحنّا يصف يسوع نفسه حرفيًّا بأنّه "الرَّاعي الصَّالِح" (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) (يوحنّا 10، 11)، أو الجميل. وتشير هذه العبارة إلى الرّاعي الكامل، والأصيل، والمثاليّ، لأنّه مستعدّ لأن يبذل حياته من أجل خرافه، فيُبَيِّن بذلك محبّة الله. إنّه الرّبّ الرّاعي الذي يجذب القلوب: ومن نظر إليه اكتشف أنّ الحياة جميلة حقًّا إن اتّبعناه. لكن، لكي نرى هذا الجمال، لا تكفي عيون الجسد أو المعايير الجماليّة، نحن بحاجة لذلك إلى التأمّل وإلى الحياة الدّاخليّة. الذي يتوقّف ويصغي ويصلّي ويقبل نظر المسيح الرّاعي، هو وحده يستطيع أن يقول بثقة: ”إنّي واثق به، ومعه يمكن أن تكون الحياة حقًّا جميلة، وأريد أن أسير في طريق هذا الجمال“. والأمر الغريب هو أنّه، مَن صار تلميذه، صار هو أيضًا ”جميلًا“: وتجلَّى جماله فيه. كتب اللاهوتيّ بافِل فلورنسكي (Pavel Florenskij) قال إنّ الزّهد لا يصنع الإنسان ”الصّالِح أو الإنسان اللطيف“، بل الإنسان ”الجميل“.[1] في الواقع، الصّفة التي تميّز القدّيسين، إلى جانب الصّلاح واللطف، هي الجمال الرّوحيّ المضيء الذي يشعّ مِن الذين يَحيَوْنَ في المسيح. وهكذا تظهر الدّعوة المسيحيّة بكلّ عمقها: فهي مشاركة في حياة المسيح، ومساهمة في رسالته، وفيهم جمالٌ من نفس جماله.
هذا التّواصل في داخل الإنسان في الحياة والإيمان والمعنى كان أيضًا خبرة القدّيس أغسطينس، الذي يعلن ويعترف بخطاياه وخطايا شبابه، في كتابه الثّالث من ”الاعترافات“، يعترف بأنّ الله "أقرب إلى نفسي من نفسي"[2]. وإذ تجاوز وعيه بذاته، اكتشف جمال النّور الإلهيّ الذي قاده في الظّلام. أدرك أغسطينس حضور الله في أعمق أعماق نفسه، وهذا يعني أنّه فهم وعاش أهمّيّة الاهتمام بحياته الدّاخليّة التي رأى فيها مساحة للعلاقة مع يسوع، وطريقًا لاختبار جمال الله وصلاحه في حياته.
هذه العلاقة تُبنى في الصّلاة والصّمت، وإذا ما نَمَّيناها واعتنينا بها، فإنّها تفتح أمامنا الإمكانيّة لقبول عطيّة الدّعوة ولنعيشها، وهي ليست أبدًا فرضًا أو مخطّطًا محدّدًا سلفًا نلتزم به ببساطة، بل هي مشروع محبّة وسعادة. الاهتمام بحياتنا الدّاخليّة: من هنا، من الضّروريّ، وبصورة مُلِحّة، أن ننطلق من جديد في رعويّة الدّعوات وفي الالتزام المتجدّد دائمًا بالبشارة بالإنجيل.
بهذه الرّوح، أدعو الجميع، العائلات والرّعايا والجماعات الرّهبانيّة والأساقفة والكهنة والشّمامسة ومعلِّمي التّعليم المسيحيّ والمربّين والمؤمنين العلمانيّين، إلى أن يزدادوا التزامًا لتهيئة مساحات ملائمة لقبول هذه العطيّة، وتغذيتها وحفظها ومرافَقتها حتّى تثمر ثمرًا وافرًا. إن استضاءت بيئاتنا بإيمان حيّ وصلاة دائمة ومرافقة أخويّة، إذَّاك فقط يمكن لدعوة الله أن تُزهر وتنضج، فتصير طريقَ سعادةٍ وخلاص لكلّ واحد وللعالم. وإذ نسير في الطّريق التي يدلّنا عليها يسوع، الرّاعي الصّالح، إذَّاك نتعلّم أن نعرف أنفسنا معرفة أفضل، ونعرف عن قرب الله الذي دعانا.
المعرفة المتبادلة
"إنّ ربّ الحياة يعرفنا، وينير قلوبنا بنظرة حبّه"[3]. في الواقع، كلّ دعوة لا يمكن أن تبدأ إلّا إذا أدركنا واختبرنا أنّ الله هو محبّة (راجع 1 يوحنّا 4، 16): هو يعرفنا معرفة عميقة، شَعر رؤوسنا كلّه مُحصًى لديه (راجع متّى 10، 30)، وسبق فرأى لكلّ واحدٍ منّا طريقًا فريدًا للقداسة والخدمة. غير أنّ هذه المعرفة يجب أن تكون دائمًا متبادلة: فنحن مدعوّون إلى أن نعرف الله بالصّلاة، والإصغاء إلى الكلمة، وبالأسرار المقدّسة، وحياة الكنيسة، والعطاء للإخوة والأخوات. وكما أنّ الشّاب صموئيل سمع، في الليل وربّما بطريقة غير متوقّعة، صوت الله وتعلّم أن يميّزه ويعرفه بمساعدة عالي الكاهن (راجع 1 صموئيل 3، 1-10)، كذلك نحن أيضًا علينا أن نهيّئ مساحات من الصّمت الدّاخليّ لنفهم ما يوجد في قلب الله من أجل سعادتنا، لا معرفة ذهنيّة تجريديّة أو عِلمًا نظريًّا، بل لنصل إلى لقاء شخصيّ يغيّر الحياة.[4] الله يسكن في قلبنا: والدّعوة هي حوار معه في أعماقنا، فهو يدعو، بالرّغم من ضجيج العالم المدوِّي والذي قد يحدث فينا أحيانًا الصّمم، ويدعونا إلى أن نجيب بفرح حقيقيّ وبسخاء.
"لا تخرج من نفسك، ارجع إلى نفسك، في الإنسان الباطنيّ تسكن الحقيقة"[5]. هكذا يذكّرنا القدّيس أغسطينس مرّة أخرى كم هو مهمّ أن نتعلّم التّوقّف، وبناء مساحات من الصّمت في داخلنا لكي نتمكّن من الإصغاء إلى صوت يسوع المسيح.
أيّها الشّباب الأعزّاء، أصغوا إلى هذا الصّوت! أصغوا إلى صوت الرّبّ يسوع الذي يدعوكم إلى أن تَحيَوْا حياة كاملة مُنجَزَة، بتنمية مواهبكم التي منحكم إيّاها (راجع متّى 25، 14-30)، وسَمِّروا حدودكم وضعفكم في صليب المسيح الممجّد. توقّفوا إذًا في السّجود للقربان الأقدس، وتأمّلوا باستمرار في كلمة الله لتكون حياتكم في كلّ يوم، وشاركوا مشاركة فعّالة وكاملة في حياة الأسرار المقدّسة والكنيسة. بهذه الطّريقة ستعرفون الرّبّ يسوع، وفي عمق الصّداقة معه ستكتشفون كيف تبذلون ذاتكم في طريق الزّواج، أو الكهنوت، أو الشّمّاسيّة الدّائمة، أو في الحياة المكرّسة، الرّهبانيّة أو العلمانيّة؛ فكلّ دعوة هي عطيّة كبيرة للكنيسة وللذي يقبلها بفرح. معرفة الرّبّ يسوع تعني قبل كلّ شيء أن نتعلّم أن نثق به وبعنايته الإلهيّة، التي تفيض بسخاء في كلّ دعوة.
الثّقة
الثّقة تنبع من المعرفة، وهي موقف يولد مع الإيمان، وهي أساسيّة سواء لقبول الدّعوة أو للمثابرة فيها. في الواقع، تظهر الحياة على أنّها ثقة واتّكالٌ مستمرّ على الرّبّ يسوع، حتّى عندما تتعارض خططه مع خططنا.
لنفكّر في القدّيس يوسف، الذي وضع ثقته في الحلم الإلهيّ وقَبِل مريم والطّفل بقلب مُطيع، على الرّغم من سرّ أمومة مريم العذراء غير المتوقّع (راجع متّى 1، 18–25؛ 2، 13–15). يوسف من النّاصرة هو أيقونة للثّقة الكاملة في مخطّط الله: ظلّ واثقًا حتّى عندما بدا كلّ شيء من حوله ظلامًا وسلبيّة، وعندما بدت الأمور تسير في اتّجاه معاكس لما كان متوقّعًا. ظلّ وَاثِقًا واتّكل، على صلاح الله وأمانته. "لقد عرف يوسف، في كلّ ظروف حياته، أن يقول ”ليَكُن“، مثل مريم يوم البشارة، ومثل يسوع في الجسمانيّة"[6].
علَّمنا يوبيل الرّجاء، أنّه يجب علينا أن نُنَمِّيَ فينا ثقة راسخة وثابتة بوعود الله، من دون أن نستسلم أبدًا لليأس، بل نتغلّب على المخاوف والشّكوك، ونحن واثقون بأنّ الرّبّ القائم من بين الأموات هو ربّ تاريخ العالم وتاريخنا الشّخصيّ: ولا يتركنا ولو في أحلك السّاعات، بل يأتي ليبدّد بنوره كلّ ظلامنا. وبفضل نور روحه القدّوس وقوّته، وحتّى في المِحَن والأزمات، يمكننا أن نرى دعوتنا تنضج، وتعكس أكثر فأكثر صلاح وجمال الله الذي دعانا، وهو صلاحٌ وجمالٌ قائم على الأمانة والثّقة، على الرّغم من الجراح والسّقطات.
النّضج
في الواقع، الدّعوة ليست هدفًا لحياة جامدة، بل هي عمليّة ديناميكيّة من النّضج، يعزّزها القُرب من الرّبّ يسوع: هي أن نبقى مع يسوع، ونسمح للرّوح القدس بأن يعمل في قلوبنا وفي أوضاع حياتنا، ونعيد قراءة كلّ شيء في ضوء العطيّة التي نلناها، كلّ ذلك يعني أن ننمو في الدّعوة.
مثل الكرمة والأغصان (راجع يوحنّا 15، 1–8)، هكذا كلّ حياتنا يجب أن تُبنَى على رابطٍ قويّ وأساسيّ مع الرّبّ يسوع، لكي تصير جوابًا كاملًا على دعوته، في المِحَن وعمليّة التّقنيب الضّروريّة. إنّ ”الأماكن“ التي تظهر فيها إرادة الله بصورة خاصّة، ونختبر فيها محبّته اللامتناهية، هي غالبًا العلاقات الأصيلة والأخويّة التي نستطيع أن نبنيها خلال حياتنا. كم هو مهمّ أن يكون لنا مرشد روحيّ صالح يرافق اكتشاف دعوتنا ونموّها! وكم هو مهمّ التّمييز والتحقّق في نور الرّوح القدس، لكي تتحقّق الدّعوة بكلّ جمالها.
إذًا، الدّعوة ليست شيئًا نحصل عليه بصورة فوريّة، أو شيئًا ”يُعطى“ مرّة واحدة وإلى الأبد، بل هي مسيرة تنمو وتتطوّر على مثال الحياة الإنسانيّة، فالعطيّة التي نلناها، يجب المحافظة عليها، ويجب أن نغذِّيَها بالعلاقة اليوميّة مع الله لكي تنمو وتثمر. "هذا له قيمة كبيرة، لأنّه يضع حياتنا بأكملها أمام هذا الإله الذي يحبّنا ويسمح لنا بأن نفهم بأنّه ما من شيء يأتي نتيجة فوضى لا معنى لها، بل عكس ذلك، يمكن إدراج كلّ شيء في مسيرة هي جواب على الله، الذي يريد لنا مشروعًا رائعًا"[7].
أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، أيّها الشّباب الأحبّاء، أشجّعكم على أن تنمّوا علاقتكم الشّخصيّة مع الله بالصّلاة اليوميّة والتّأمّل في كلمته. توقّفوا، وأصغوا، وثِقُوا: بهذه الطّريقة ستنضج عطيّة دعوتكم، وتجعلكم سعداء، وتثمر ثمرًا وافرًا للكنيسة وللعالم.
سيِّدتنا مريم العذراء، مثال القبول للعطيّة الإلهيّة في داخلها ومعلّمة الإصغاء في الصّلاة، لترافقكم دائمًا في هذه المسيرة!
من حاضرة الفاتيكان، يوم 16 آذار/مارس من عام 2026.
لاوُن الرّابع عشر
[00436-AR.01] [Testo originale: Italiano]
[B0230-XX.01]
[1] "الزّهد لا يصنع الإنسان ”اللطيف“ بل الإنسان الجميل، وصفة القدّيسين المميّزة ليست على الإطلاق ”اللطف والطِّيبَة“، هذا يمكن أن يكون موجودًا حتّى في أناس شهوانيّين وخطأة، بل الجمال الرّوحيّ، الجمال المبهر للشّخص المضيء والمتألّق، والذي لا يمكن الوصول إليه على الإطلاق من قبل الإنسان الخاطئ والشّهواني" (بافِل فلورنسكي، عمود وأساس الحقيقة، روما 1974، 140-141).
[2] القدّيس أغسطينس، الاعترافات، الجزء الثّالث، 6، 11: مجموعة الكتابات الكنسيّة اللاتينيّة 33، 53.
[3] رسالة بابويّة، الأمانة التي تَلِدُ مستقبلًا (8 كانون الأوّل/ديسمبر 2025)، 5.
[4] راجع بندكتس السّادس عشر، رسالة بابويّة عامّة، الله محبّة (25 كانون الأوّل/ديسمبر 2005)، 1.
[5] القدّيس أغسطينس، الدّين الحقيقيّ، الجزء التّاسع والثّلاثون، 72: مجموعة المؤلّفين المسيحيّين السّلسلة اللاتينيّة 32، 234.
[6] فرنسيس، رسالة رسوليّة، بقلب أبويّ (8 كانون الأوّل/ديسمبر 2020)، 3.
[7] فرنسيس، الإرشاد الرّسولي بعد السّينودس، المسيح يحيا (25 آذار/مارس 2019)، 248.