Sala Stampa

www.vatican.va

Sala Stampa Back Top Print Pdf
Sala Stampa


Lettera del Santo Padre Leone XIV La Vita in Abbondanza sul valore dello Sport, 06.02.2026


Lettera del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Lettera del Santo Padre

LETTERA

DEL SANTO PADRE LEONE XIV

LA VITA IN ABBONDANZA
SUL VALORE DELLO SPORT

Cari fratelli e sorelle!

In occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali, che si terranno tra Milano e Cortina d’Ampezzo dal 6 al 22 febbraio prossimo, e dei XIV Giochi Paralimpici, che si svolgeranno, nelle stesse località, dal 6 al 15 marzo, desidero rivolgere il saluto e l’augurio a quanti sono direttamente coinvolti e, al tempo stesso, cogliere l’opportunità per proporre una riflessione destinata a tutti. La pratica sportiva, lo sappiamo, può avere una natura professionale, di altissima specializzazione: in questa forma essa corrisponde a una vocazione di pochi, pur suscitando ammirazione ed entusiasmo nel cuore di tanti, che vibrano al ritmo delle vittorie o delle sconfitte degli atleti. Ma l’esercizio sportivo è un’attività comune, aperta a tutti e salutare per il corpo e per lo spirito, al punto da costituire un’universale espressione dell’umano.

Sport e costruzione della pace

In occasione di passati Giochi Olimpici, i miei Predecessori hanno sottolineato come lo sport possa svolgere un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace. Nel 1984, ad esempio, San Giovanni Paolo II, rivolgendosi ai giovani atleti provenienti da tutto il mondo, citò la Carta olimpica,[1] che considera lo sport come fattore di «una migliore comprensione reciproca e di amicizia, al fine di costruire un mondo migliore e più pacifico». Egli incoraggiò i partecipanti con queste parole: «Fate sì che i vostri incontri siano un segno emblematico per tutta la società e un preludio a quella nuova era, in cui i popoli “non leveranno più la spada l’un contro l’altro”(Is 2,4)».[2]

In questa linea si colloca la Tregua olimpica, che nell’antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, affinché atleti e spettatori potessero viaggiare liberamente e le competizioni svolgersi senza interruzioni. L’istituzione della Tregua scaturisce dalla convinzione che la partecipazione a competizioni regolamentate (agones) costituisce un cammino individuale e collettivo verso la virtù e l’eccellenza (aretē). Quando lo sport è praticato in questo spirito e con queste condizioni, esso promuove la maturazione della coesione comunitaria e del bene comune.

La guerra, al contrario, nasce da una radicalizzazione del disaccordo e dal rifiuto di cooperare gli uni con gli altri. L’avversario è allora considerato un nemico mortale, da isolare e possibilmente da eliminare. Le tragiche evidenze di questa cultura di morte sono sotto i nostri occhi – vite spezzate, sogni infranti, traumi dei sopravvissuti, città distrutte – come se la convivenza umana fosse superficialmente ridotta allo scenario di un videogioco. Ma questo non deve mai far dimenticare che l’aggressività, la violenza e la guerra sono «sempre una sconfitta per l’umanità».[3]

Opportunamente, la Tregua olimpica è stata riproposta in tempi recenti dal Comitato Olimpico Internazionale e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di strumenti che pongano «fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto».[4] Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato.

Il valore formativo dello sport

«Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Queste parole di Gesù ci aiutano a comprendere l’interesse della Chiesa per lo sport e il modo in cui il cristiano vi si accosta. Gesù ha sempre posto al centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la pienezza della vita. Per questo, come ha affermato San Giovanni Paolo II, la persona umana «è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione».[5] La persona, dunque, secondo la visione cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale.

A ben vedere, un solido fondamento di questa consapevolezza si trova negli scritti di san Paolo, noto come l’Apostolo delle genti. Al tempo in cui egli scriveva, i Greci possedevano già da molto tempo tradizioni atletiche. Ad esempio, la città di Corinto patrocinava i giochi istmici ogni due anni fin dagli inizi del VI secolo a.C.; per questo, scrivendo ai Corinzi, Paolo fece ricorso ad immagini sportive per introdurli alla vita cristiana: «Non sapete che – scrive –, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre» (1Cor 9,24-25).

Seguendo la tradizione paolina, molti autori cristiani utilizzarono immagini atletiche come metafore per descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano. Sebbene non manchino, nelle epoche passate, scritti cristiani – influenzati da filosofie dualistiche – che hanno del corpo una visione piuttosto negativa, il filone principale della teologia cristiana ha sottolineato la bontà del mondo materiale affermando che la persona è unità di corpo, anima e spirito. In effetti, i teologi dell’antichità e del Medioevo confutarono con forza le dottrine gnostiche e manichee, proprio perché esse consideravano il mondo materiale e il corpo umano come intrinsecamente malvagi. Secondo queste concezioni, lo scopo della vita spirituale consisterebbe nel liberarsi dal mondo e dal corpo. Al contrario, i teologi cristiani fecero appello alle convinzioni fondamentali della fede: la bontà del mondo creato da Dio, il fatto che il Verbo si è fatto carne e la risurrezione della persona nella sua armonia di corpo e anima.

Questa comprensione positiva della realtà fisica favorì lo sviluppo di una cultura nella quale il corpo, unito allo spirito, fosse pienamente coinvolto nelle pratiche religiose: nei pellegrinaggi, nelle processioni, nei drammi sacri, nei sacramenti e nella preghiera che fa uso di immagini, statue e varie forme di rappresentazione.

Con l’affermarsi del cristianesimo nell’Impero Romano, gli spettacoli sportivi tipici della cultura romana – in particolare i combattimenti tra gladiatori – iniziarono progressivamente a perdere rilevanza sociale. Tuttavia, l’età medievale fu segnata dall’emergere di nuove forme di pratica sportiva, come i tornei cavallereschi, sui quali la Chiesa concentrò la propria attenzione etica, contribuendo anche a una loro reinterpretazione in chiave cristiana, come testimoniato dalla predicazione dell’abate San Bernardo di Chiaravalle.

Nello stesso periodo, la Chiesa riconobbe il valore formativo dello sport, grazie anche al contributo di figure quali Ugo di San Vittore e San Tommaso d’Aquino. Ugo, nella sua opera Didascalicon, sottolineò l’importanza delle attività ginniche nel curriculum degli studi, contribuendo a plasmare il sistema educativo medievale.[6]

La riflessione di San Tommaso d’Aquino sul gioco e sull’esercizio fisico metteva in primo piano la “moderazione” come tratto fondamentale di una vita virtuosa. Secondo Tommaso, quest’ultima non riguarda solo il lavoro o le occupazioni considerate serie, ma ha bisogno anche di tempo per il gioco e il riposo. Scrive l’Aquinate: «Come dice Agostino: “Ti prego, concediti talvolta una pausa: conviene infatti che l’uomo saggio, talora, allenti la tensione dell’attenzione applicata al lavoro”. Ora, questo rilassamento della mente dal lavoro consiste in parole e azioni giocose. Perciò è conveniente che talvolta l’uomo saggio e virtuoso vi ricorra».[7] Tommaso riconosce che le persone giocano perché il gioco è fonte di piacere e dunque lo praticano per sé stesso. Rispondendo a un’obiezione secondo cui un atto virtuoso deve essere diretto a un fine, egli osserva che «le azioni giocose non sono ordinate a un fine esterno, ma soltanto al bene di colui che gioca, in quanto sono piacevoli o procurano ristoro».[8] Questa “etica del gioco” elaborata da Tommaso d’Aquino esercitò una notevole influenza sulla predicazione e sull’educazione.

Lo sport, scuola di vita e areopago contemporaneo

Si collocava in questa lunga tradizione l’umanista Michel de Montaigne quando, in un saggio sull’educazione, scriveva: «Non educhiamo un’anima, non educhiamo un corpo: educhiamo una persona. Non bisogna dividerla in due».[9] È questo il motivo che egli addusse per giustificare l’inserimento dell’educazione fisica e dello sport nella giornata scolastica. Questi principi furono applicati nelle scuole dei Gesuiti, avvalorati dagli scritti di Sant’Ignazio di Loyola, in particolare dalle Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum.[10]

Su tale sfondo si inserisce anche l’opera di grandi educatori, da San Filippo Neri a San Giovanni Bosco. Quest’ultimo, attraverso la promozione degli oratori, stabilì un ponte privilegiato tra la Chiesa e le nuove generazioni, facendo anche dello sport un ambito di evangelizzazione.[11] In questa scia, si può ricordare anche l’Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: essa stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove abitudini emergenti.[12]

A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il fenomeno sportivo divenne di massa. Inoltre, nacquero i Giochi Olimpici dell’era moderna (1896). Laici e pastori dedicarono uno sguardo più attento e sistematico a tale realtà. A partire dal pontificato di San Pio X (1903-1914), si registra un crescente interesse per lo sport, testimoniato da numerosi pronunciamenti pontifici. In essi, la Chiesa cattolica, per voce dei Papi, propose una visione dello sport centrata sulla dignità della persona umana, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, evidenziandone il valore universale quale strumento di promozione di valori come la fraternità, la solidarietà e la pace. Emblematica è la domanda posta dal Venerabile Pio XII in un discorso rivolto agli atleti italiani nel 1945: «Come potrebbe la Chiesa non interessarsi [dello sport]?».[13]

Il Concilio Vaticano II ha collocato la sua valutazione positiva dello sport nell’ambito più ampio della cultura, raccomandando che «il tempo libero sia impiegato per distendere lo spirito, per fortificare la salute dell’anima e del corpo; […] anche mediante esercizi e manifestazioni sportive, che giovano a mantenere l’equilibrio dello spirito, ed offrono un aiuto per stabilire fraterne relazioni fra gli uomini di tutte le condizioni, di nazioni o di razze diverse».[14] Grazie alla lettura dei segni dei tempi, è dunque cresciuta la consapevolezza ecclesiale dell’importanza della pratica sportiva. Il Concilio ha rappresentato una fioritura in questo campo: si è sviluppata la riflessione sullo sport in relazione alla vita di fede e una molteplicità di esperienze pastorali in ambito sportivo hanno rivelato nei decenni successivi la loro forza generativa. Anche i Dicasteri della Santa Sede hanno promosso valide iniziative in dialogo con questo ambito umano.[15]

Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell’Anno della Redenzione; il secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano universale di incontro e di speranza. È l’orientamento che ha motivato la scelta di accogliere in Vaticano il Giro d’Italia: la grande competizione ciclistica è un evento sportivo, ma anche una narrazione popolare capace di attraversare territori, generazioni e differenze sociali, e di parlare al cuore della comunità umana in cammino.

Ben oltre i luoghi di più antica tradizione cristiana, sembra evidente che lo sport sia ampiamente presente nelle culture di cui abbiamo testimonianza. Anche quelle tradizionalmente orali hanno lasciato tracce di campi da gioco, attrezzature atletiche, nonché immagini o sculture legate alle loro pratiche sportive. Vi è dunque molto che si può apprendere dalle tradizioni sportive delle culture indigene, dei Paesi africani e asiatici, delle Americhe e di altre regioni del mondo.

Ancora oggi, lo sport continua a svolgere un ruolo significativo nella maggior parte delle culture. Esso offre uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse.

Sport e sviluppo della persona

Alcuni studiosi delle scienze sociali possono aiutarci a comprendere meglio il significato umano e culturale dello sport e, di conseguenza, il suo significato spirituale. Un esempio rilevante è rappresentato dalle ricerche sulla cosiddetta flow experience (o “flusso”) nello sport e in altri ambiti della cultura.[16] Tale esperienza si verifica in genere fra persone impegnate in un’attività che richiede concentrazione e abilità, quando il livello di sfida corrisponde o è leggermente superiore al loro livello già acquisito. Pensiamo, ad esempio, a uno scambio prolungato nel tennis: il motivo per cui questa è una delle parti più divertenti di una partita è che ogni giocatore spinge l’altro al limite del proprio livello di abilità. L’esperienza è esaltante e i due giocatori si spingono reciprocamente a migliorarsi; e questo vale tanto per due bambini di dieci anni quanto per due campioni professionisti.

Numerose ricerche hanno riconosciuto che le persone non sono soltanto motivate dal denaro o dalla fama, ma possono sperimentare gioia e ricompense intrinseche alle attività che svolgono, compiendole, cioè, e apprezzandole per il loro stesso valore. In particolare, è stato osservato che le persone provano gioia quando si donano pienamente a un’attività o a una relazione e vanno oltre il punto in cui si trovavano, con una sorta di movimento in avanti. Tali dinamiche favoriscono la crescita della persona nella sua totalità.

Durante un’esperienza sportiva, inoltre, spesso la persona concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non resta spazio per un’attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso, l’esperienza interrompe la tendenza all’egocentrismo. Al tempo stesso, le persone descrivono un senso di unione con ciò che le circonda. Negli sport di squadra, questo è solitamente vissuto come un legame o un’unità con i compagni: il giocatore non è più ripiegato su di sé, perché fa parte di un gruppo che tende ad un obiettivo comune. Papa Francesco ha più volte evidenziato questo aspetto quando ha incoraggiato i giovani atleti ad essere giocatori di squadra. Ad esempio ha detto: «Siate giocatori di squadra. Appartenere a una società sportiva significa rifiutare ogni forma di egoismo e di isolamento; è un’opportunità per incontrare gli altri e stare con gli altri, aiutarsi a vicenda, confrontarsi nella stima reciproca e crescere nella fraternità».[17]

Quando gli sport di squadra non sono inquinati dal culto del profitto, i giovani “si mettono in gioco” in relazione a qualcosa che per loro è molto importante. Si tratta di una formidabile opportunità educativa. Non è sempre facile riconoscere le proprie capacità o comprendere come esse possano essere utili alla squadra. Inoltre, lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare (cfr Mt 18,21-22). Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Gli allenatori svolgono un ruolo fondamentale nel creare un ambiente in cui queste dinamiche possano essere vissute, accompagnando i giocatori attraverso di esse. Data la complessità umana coinvolta, è di grande aiuto quando un allenatore è animato da valori spirituali. Vi sono molti allenatori di questo tipo, nelle comunità cristiane e in altre realtà educative, così come a livello agonistico e di élite professionale. Essi descrivono spesso la cultura della squadra come fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo. Quando un giovane fa parte di una squadra di questo tipo, apprende qualcosa di essenziale su che cosa significhi essere umani e crescere. In effetti, «solo insieme possiamo diventare autenticamente noi stessi. Solo attraverso l’amore la nostra vita interiore diventa profonda e la nostra identità forte».[18]

Allargando ulteriormente lo sguardo, è importante ricordare che, proprio perché lo sport è fonte di gioia e favorisce lo sviluppo personale e le relazioni sociali, esso dovrebbe essere accessibile a tutte le persone che desiderano praticarlo. In alcune società che si considerano avanzate, dove lo sport è organizzato secondo il principio del “pagare per giocare”, i bambini provenienti da famiglie e comunità più povere non possono permettersi le quote di partecipazione e restano esclusi. In altre società, alle ragazze e alle donne non è consentito praticare sport. A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva. Occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti. Ciò è molto importante per la promozione della persona. Me lo hanno confermato le toccanti testimonianze di membri della Squadra Olimpica dei Rifugiati, o di partecipanti alle Paralimpiadi, alle Special Olympics e alla Homeless World Cup. Come abbiamo visto, i valori autentici dello sport si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione.

I rischi che mettono in pericolo i valori sportivi

Dopo aver considerato come lo sport contribuisca allo sviluppo delle persone e favorire il bene comune, dobbiamo ora rilevare le dinamiche che possono compromettere tali risultati. Ciò avviene soprattutto per una forma di “corruzione” che è sotto gli occhi di tutti. In molte società, lo sport è strettamente connesso a economia e finanza. È evidente che il denaro è necessario per sostenere le attività sportive promosse dalle istituzioni pubbliche, da altri organismi civici e dalle istituzioni educative, così come quelle private di livello agonistico e professionale. I problemi sorgono quando il business diventa la motivazione primaria o esclusiva. Allora le scelte non muovono più dalla dignità delle persone, né da ciò che favorisce il bene dell’atleta, il suo sviluppo integrale e quello della comunità.

Quando si mira a massimizzare il profitto, si sopravvaluta ciò che può essere misurato o quantificato, a scapito di dimensioni umane di importanza incalcolabile: “conta solo ciò che può essere contato”. Questa mentalità invade lo sport quando l’attenzione si concentra ossessivamente sui risultati raggiunti e sulle somme di denaro che si possono ricavare dalla vittoria. In molti casi, persino a livello dilettantistico, gli imperativi e i valori di mercato sono arrivati a oscurare altri valori umani dello sport, che meritano invece di essere custoditi.

Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sugli effetti negativi che tali dinamiche possono avere sugli atleti, affermando: «Quando lo sport è considerato solo secondo parametri economici o in funzione della vittoria ad ogni costo, si corre il rischio di ridurre gli atleti a semplice merce per l’aumento del profitto. Gli stessi atleti entrano così in un sistema che li travolge, perdono il vero significato della loro attività, la gioia del gioco che li aveva attratti da bambini e che li aveva spinti a compiere tanti sacrifici reali per diventare campioni. Lo sport è armonia, ma se prevale la ricerca esasperata del denaro e del successo, questa armonia si spezza».[19]

Anche gli atleti di alto livello e professionisti, quando l’interesse economico diventa l’obiettivo primario o esclusivo, rischiano di concentrarsi su sé stessi e sulla prestazione, indebolendo la dimensione comunitaria del gioco e tradendo la sua valenza sociale e civile. Lo sport, invece, è una pratica che possiede valori condivisi da tutti coloro che vi partecipano e in grado di umanizzare la convivenza, anche in situazioni difficili. Un’attenzione sproporzionata al denaro, al contrario, riporta l’attenzione in modo esplicito e riduttivo su sé stessi. Anche in questo caso, vale il detto di Gesù: «Nessuno può servire due padroni» (Mt 6,24).

Un rischio particolare emerge quando i vantaggi finanziari derivanti dal successo nello sport sono considerati più importanti del valore intrinseco della partecipazione: la dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina. Quando gli incentivi finanziari diventano l’unico criterio, può accadere che individui e squadre pieghino i propri risultati alla corruzione e all’invadenza dell’industria del gioco d’azzardo. Queste diverse forme di frode non solo corrompono le attività sportive in sé, ma servono anche a disilludere il grande pubblico e a minare il contributo positivo dello sport alla società in generale.

Competizione e cultura dell’incontro

Allargando lo sguardo a livello delle competizioni sportive, anche queste possono svolgere un ruolo importante nel favorire l’unità tra le persone. È interessante che la parola competizione derivi da due radici latine: cum – “insieme” – e petere – “chiedere”. In una competizione, dunque, si può dire che due persone o due squadre cerchino insieme l’eccellenza. Non sono nemici mortali. E nel tempo che precede o che segue la gara vi è in genere l’opportunità di incontrarsi e di conoscersi.

Proprio per questo la competizione sportiva, quando è autentica, presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto. Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione, ad esempio, è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Lo sport vero, invece, educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la “grammatica” condivisa che rende possibile il gioco stesso. Senza regole non vi è competizione, né incontro, ma solo caos o violenza. Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà.

In questo senso, lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti come persone. La competizione equa custodisce così una dimensione profondamente umana e comunitaria: non separa, ma mette in relazione; non assolutizza il risultato, ma valorizza il cammino; non idolatra la prestazione, ma riconosce la dignità di chi gioca.

La giusta competizione e la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli spettatori e i tifosi. Il senso di appartenenza alla propria squadra può essere un elemento molto significativo dell’identità di molti tifosi: essi condividono le gioie e le delusioni dei loro eroi e trovano un senso di comunità con gli altri sostenitori. Questo è generalmente un fattore positivo nella società, fonte di rivalità amichevole e di battute scherzose, ma può diventare problematico quando si trasforma in una forma di polarizzazione che porta alla violenza verbale e fisica. Allora, da espressione di sostegno e partecipazione, il tifo si trasforma in fanatismo; lo stadio diventa luogo di scontro anziché di incontro. Qui lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva. Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

Le competizioni internazionali, in particolare, offrono un’occasione privilegiata per sperimentare la nostra comune umanità nella ricchezza delle sue diversità. Infatti, vi è qualcosa di profondamente toccante nelle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici, quando vediamo gli atleti sfilare con le bandiere nazionali e gli abiti caratteristici dei loro Paesi. Esperienze come queste possono ispirarci e ricordarci che siamo chiamati a formare un’unica famiglia umana. I valori promossi dallo sport – quali la lealtà, la condivisione, l’accoglienza, il dialogo e la fiducia negli altri – sono comuni ad ogni persona, indipendentemente dalla provenienza etnica, dalla cultura e dal credo religioso.[20]

Sport, relazione e discernimento

Lo sport nasce come esperienza relazionale: mette in contatto i corpi e, attraverso i corpi, le storie, le differenze, le appartenenze. Allenarsi insieme, competere lealmente, condividere la fatica e la gioia del gioco favorisce l’incontro e costruisce legami che superano barriere sociali, culturali e linguistiche. In questo senso lo sport è un potente facilitatore di relazioni sociali: crea comunità, educa al rispetto delle regole comuni, insegna che nessun risultato è frutto di un cammino solitario. Tuttavia, proprio perché mobilita passioni profonde, lo sport porta con sé anche dei limiti.

Il significato educativo dello sport si rivela in modo particolare nel rapporto tra vittoria e sconfitta. Vincere non è semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto, della disciplina, dell’impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l’ultima parola. Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Non è raro, inoltre, che lo sport venga investito di una funzione quasi religiosa. Gli stadi sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli atleti come figure salvifiche. Questa sacralizzazione rivela un bisogno autentico di senso e di comunione, ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza. Quando lo sport pretende di sostituirsi alla religione, perde il suo carattere di gioco e di servizio alla vita, diventando assoluto, totalizzante, incapace di relativizzare sé stesso.

In questo contesto si inserisce anche il pericolo del narcisismo, che attraversa oggi l’intera cultura sportiva. L’atleta può rimanere fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso. Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona, separando il corpo dalla mente e dallo spirito. È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati (1901-1925), giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport. Pier Giorgio era appassionato di alpinismo e organizzava spesso escursioni con i suoi amici. Andare in montagna, immergersi in quegli scenari maestosi gli faceva contemplare la grandezza del Creatore.

Un’ulteriore distorsione si manifesta nella strumentalizzazione politica delle competizioni sportive internazionali. Quando lo sport viene piegato a logiche di potere, di propaganda o di supremazia nazionale, è tradita la sua vocazione universale. Le grandi manifestazioni sportive dovrebbero essere luoghi di incontro e di ammirazione reciproca, non palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici.

Le sfide contemporanee si intensificano ulteriormente con l’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport. Le tecnologie applicate alla prestazione rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

In contrasto con queste derive, lo sport conserva una straordinaria capacità inclusiva. Praticato in modo giusto, esso apre spazi di partecipazione per persone di ogni età, condizione sociale e abilità, diventando strumento di integrazione e di dignità.

In questa prospettiva si colloca l’esperienza di Athletica Vaticana. Creata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, essa testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili. Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

Infine, occorre interrogarsi sulla crescente assimilazione dello sport alla logica dei videogame. La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata. Recuperare il valore autentico dello sport significa allora restituirgli la sua dimensione incarnata, educativa e relazionale, affinché rimanga una scuola di umanità e non un semplice dispositivo di consumo.

Una pastorale dello sport per la vita in abbondanza

Una valida pastorale dello sport nasce dalla consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale. In tale prospettiva appare opportuno che, all’interno delle Conferenze episcopali, siano presenti uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui elaborare e coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti nei diversi territori. Lo sport, infatti, attraversa parrocchie, scuole, università, oratori, associazioni e quartieri: stimolare una visione condivisa consente di evitare frammentazioni e di valorizzare le esperienze già esistenti.

A livello locale, la nomina di un incaricato diocesano e la costituzione di équipe pastorali per lo sport risponde alla stessa esigenza di prossimità e continuità. L’accompagnamento pastorale dello sport non si esaurisce in momenti celebrativi, ma si realizza nel tempo, condividendo le fatiche, le aspettative, le delusioni e le speranze di chi vive quotidianamente il campo, la palestra, la strada. Questo accompagnamento riguarda sia il fenomeno sportivo nel suo insieme, con le sue trasformazioni culturali ed economiche, sia le persone concrete che lo abitano. La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Una buona pastorale dello sport può contribuire in modo significativo alla riflessione sull’etica sportiva. Non si tratta di imporre norme dall’esterno, ma di illuminare dall’interno il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi. In particolare, l’armonia tra sviluppo fisico e sviluppo spirituale va considerata come dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana. Lo sport diventa così luogo in cui imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità.

Pensare e attuare la pratica sportiva come strumento comunitario aperto e inclusivo è un altro compito decisivo. Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica. La gioia di essere insieme, che nasce dal gioco condiviso, dall’allenamento comune e dal sostegno reciproco, è una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata.

In questo orizzonte, gli sportivi costituiscono un modello che va riconosciuto e accompagnato. La loro esperienza quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della mente. Queste qualità possono illuminare l’intera vita sociale. La vita spirituale, a sua volta, offre agli sportivi uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell’esercizio come pratica che forma l’interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando l’allenamento in disciplina dell’umano.

Tutto ciò trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a questa Lettera: la vita in abbondanza. Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. In chiave culturale, la vita in abbondanza invita a liberare lo sport da logiche riduttive che lo trasformano in mero spettacolo o consumo. In chiave pastorale, essa sollecita la Chiesa a farsi presenza capace di accompagnare, discernere e generare speranza. Così lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Dal Vaticano, 6 febbraio 2026

LEONE PP. XIV

_______________

[1] Comite International Olympique, Olympic Charter 1984 (Losanna 1983), p. 6.

[2] S. Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa per il Giubileo degli sportivi (Roma, Stadio Olimpico, 12 aprile 1984), 3.

[3] Id., Discorso al Corpo Diplomatico (13 gennaio 2003), 4.

[4] Incontro internazionale per la pace. Religioni e culture in dialogo (Roma, Colosseo, 28 ottobre 2025).

[5] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 14.

[6] Cfr Ugo di San Vittore, Didascalicon, II, XXVII: ed. a cura di C.H. Buttimer, Washington 1939, 44.

[7] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibid., I-II, q. 1, art 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: ed. J. Balsamo et al., Paris 2007, 171.

[10] Cfr M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Cfr A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Città del Vaticano 2015.

[12] Cfr Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 36.

[13] Pio XII, Discorso agli atleti italiani (20 maggio 1945).

[14] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 61.

[15] Cfr Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Dare il meglio di sé. Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1 giugno 2018).

[16] Cfr M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

[17] Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Sportivo Italiano (7 giugno 2014).

[18] Incontro con le Autorità, Rappresentanti della società civile e il Corpo Diplomatico (Ankara, Turchia, 27 novembre 2025).

[19] Francesco, Discorso al Comitato Olimpico Europeo (23 novembre 2013).

[20] Cfr Francesco, Discorso ai calciatori e ai promotori della partita interreligiosa per la pace (1 settembre 2014).

[00210-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

LETTRE

DE SA SAINTETÉ LE PAPE LÉON XIV

LA VIE EN ABONDANCE

SUR LA VALEUR DU SPORT

Chers frères et sœurs!

À l’occasion de la célébration des 25e Jeux Olympiques d’hiver, qui se dérouleront entre Milan et Cortina d’Ampezzo du 6 au 22 février prochain, et des 14e Jeux Paralympiques, qui se dérouleront dans les mêmes localités du 6 au 15 mars, je désire saluer et adresser mes meilleurs vœux à toutes les personnes directement impliquées et saisir cette occasion pour proposer une réflexion destinée à tout le monde. La pratique sportive, nous le savons, peut être de nature professionnelle, hautement spécialisée : sous cette forme, elle correspond à une vocation réservée à quelques-uns suscitant l’admiration et l’enthousiasme dans le cœur de beaucoup d’autres, qui vibrent au rythme des victoires ou des défaites des athlètes. Mais la pratique sportive est une activité commune, ouverte à tous et salutaire pour le corps et l’esprit, au point de constituer une expression universelle de l’humain.

Sport et construction de la paix

À l’occasion des Jeux Olympiques passés, mes prédécesseurs ont souligné combien le sport peut jouer un rôle important pour le bien de l’humanité, en particulier pour la promotion de la paix. Par exemple, en 1984, saint Jean-Paul II, s’adressant à de jeunes athlètes venus du monde entier, cita la Charte olympique[1] qui considère le sport comme un facteur « de meilleure compréhension mutuelle et d’amitié, afin de construire un monde meilleur et plus pacifique ». Il encouragea les participants en ces termes : « Faites que vos rencontres soient un signe emblématique pour toute la société et un prélude à cette nouvelle ère où « jamais nation contre nation ne lèvera l’épée » (Is 2, 4) ».[2]

C’est dans cette optique que s’inscrit la Trêve olympique qui, dans la Grèce antique, était un accord visant à suspendre les hostilités avant, pendant et après les Jeux Olympiques, afin que les athlètes et les spectateurs puissent voyager librement et que les compétitions se déroulent sans interruption. L’institution de la Trêve découle de la conviction que la participation à des compétitions réglementées (agones) constitue un cheminement individuel et collectif vers la vertu et l’excellence (aretē). Lorsque le sport est pratiqué dans cet esprit et dans ces conditions, il favorise l’approfondissement de la cohésion communautaire et du bien commun.

La guerre, au contraire, naît d’une radicalisation du désaccord et du refus de coopérer les uns avec les autres. L’adversaire est alors considéré comme un ennemi mortel, à isoler et si possible à éliminer. Les preuves tragiques de cette culture de la mort sont sous nos yeux : vies brisées, rêves anéantis, traumatismes des survivants, villes détruites, comme si la coexistence humaine était réduite superficiellement au scénario d’un jeu vidéo. Mais cela ne doit jamais nous faire oublier que l’agressivité, la violence et la guerre sont « toujours une défaite de l’humanité ».[3]

La Trêve olympique a été récemment proposée opportunément à nouveau par le Comité International Olympique et l’Assemblée Générale des Nations Unies. Dans un monde assoiffé de paix, nous avons besoin d’instruments qui mettent « fin à la prévarication, à l’étalage de la force et à l’indifférence envers le droit ».[4] J’encourage vivement toutes les nations, à l’occasion des prochains Jeux Olympiques et Paralympiques d’hiver, à redécouvrir et à respecter cet instrument d’espérance qu’est la Trêve olympique, symbole et prophétie d’un monde réconcilié.

La valeur éducative du sport

« Moi, je suis venu pour que les brebis aient la vie, la vie en abondance » (Jn 10, 10). Ces paroles de Jésus nous aident à comprendre l’intérêt de l’Église pour le sport et la manière dont le chrétien l’aborde. Jésus a toujours placé les personnes au centre, il en a pris soin désirant pour chacune d’elles la plénitude de la vie. C’est pourquoi, comme l’a affirmé Saint Jean-Paul II, la personne humaine « est la première route que l’Église doit parcourir en accomplissement de sa mission ».[5] Selon la vision chrétienne, la personne doit donc toujours rester au centre du sport dans toutes ses expressions, y compris dans celles de l’excellence compétitive et professionnelle.

À bien y regarder, on trouve une base solide à cette prise de conscience dans les écrits de saint Paul, connu comme l’Apôtre des gentils. À l’époque où il écrivait, les Grecs avaient déjà depuis longtemps des traditions athlétiques. Par exemple, la ville de Corinthe parrainait les jeux isthmiques tous les deux ans depuis le début du VIe siècle avant J.-C. C’est pourquoi, écrivant aux Corinthiens, Paul a utilisé des images sportives pour les initier à la vie chrétienne : « Vous savez bien que, dans le stade, tous les coureurs participent à la course, mais un seul reçoit le prix. Alors, vous, courez de manière à l’emporter. Tous les athlètes à l’entraînement s’imposent une discipline sévère ; ils le font pour recevoir une couronne de laurier qui va se faner, et nous, pour une couronne qui ne se fane pas » (1 Co 9, 24-25).

Suivant la tradition paulinienne, de nombreux auteurs chrétiens ont utilisé des images athlétiques comme métaphores pour décrire les dynamiques de la vie spirituelle. Cela nous fait aujourd’hui réfléchir sur l’unité profonde entre les différentes dimensions de l’être humain. Bien qu’il ne manque pas dans les époques passées d’écrits chrétiens – influencés par des philosophies dualistes – ayant une vision plutôt négative du corps, le courant principal de la théologie chrétienne a souligné la bonté du monde matériel en affirmant que la personne est une unité de corps, d’âme et d’esprit. En effet, les théologiens de l’Antiquité et du Moyen Âge ont vigoureusement réfuté les doctrines gnostiques et manichéennes, précisément parce qu’elles considéraient le monde matériel et le corps humain comme intrinsèquement mauvais. Selon ces conceptions, le but de la vie spirituelle consisterait à se libérer du monde et du corps. Au contraire, les théologiens chrétiens ont fait appel aux convictions fondamentales de la foi : la bonté du monde créé par Dieu, le fait que le Verbe s’est fait chair et la résurrection de la personne dans l’harmonie de son corps et de son âme.

Cette compréhension positive de la réalité physique a favorisé le développement d’une culture dans laquelle le corps, uni à l’esprit, est pleinement impliqué dans les pratiques religieuses : pèlerinages, processions, drames sacrés, sacrements et prières faisant appel à des images, des statues et diverses formes de représentations.

Avec l’affirmation du christianisme dans l’Empire romain, les spectacles sportifs typiques de la culture romaine, en particulier les combats de gladiateurs, ont progressivement perdu de leur importance sociale. Cependant, le Moyen Âge a été marqué par l’émergence de nouvelles formes de pratiques sportives telles que les tournois chevaleresques sur lesquels l’Église concentra son attention éthique, contribuant également à leur réinterprétation dans une perspective chrétienne, comme en témoigne la prédication de l’abbé saint Bernard de Clairvaux.

À la même époque, l’Église reconnut la valeur éducatrice du sport, grâce notamment à la contribution de figures telles que Hugues de Saint-Victor et saint Thomas d’Aquin. Dans son ouvrage Didascalicon, Hugues souligna l’importance des activités physiques dans le programme des études, contribuant ainsi à façonner le système éducatif médiéval.[6]

La réflexion de saint Thomas d’Aquin sur le jeu et l’exercice physique met au premier plan la “modération” comme trait fondamental d’une vie vertueuse. Selon Thomas, celle-ci ne se limite pas seulement au travail et aux occupations considérées comme sérieuses, mais nécessite également du temps pour le jeu et le repos. Thomas d’Aquin écrit : « Comme le dit Augustin : “enfin je veux que tu te ménages: car il est bon que le sage relâche de temps en temps la vigueur de son application au devoir.” Or, une certaine détente de l'esprit par rapport au devoir s'obtient par les paroles et les actions de jeu. Il appartient donc au sage et au vertueux d'en faire parfois usage ».[7] Thomas reconnaît que l’on joue parce que le jeu est source de plaisir et qu’il est donc pratiqué donc pour lui-même. Répondant à une objection selon laquelle un acte vertueux doit être orienté vers une fin, il observe que « Si ces jeux ne se proposent pas de fin extrinsèque, ils tendent au bien du sujet, qui y trouve un plaisir ou un repos ».[8] Cette “éthique du jeu” élaborée par Thomas d’Aquin a exercé une influence considérable sur la prédication et l’éducation.

Le sport, école de vie et aréopage contemporain

L’humaniste Michel de Montaigne s’inscrivait dans cette longue tradition lorsqu’il écrivait, dans un essai sur l’éducation : « Ce n’est pas une âme, ce n’est pas un corps qu’on dresse ; c’est un homme : il n’en faut pas faire deux ».[9] C’est la raison qu’il invoquait pour justifier l’intégration de l’éducation physique et du sport dans la journée scolaire. Ces principes furent appliqués dans les écoles jésuites, selon les écrits de saint Ignace de Loyola, en particulier les Constitutions de la Compagnie de Jésus et la Ratio Studiorum.[10]

C’est dans ce contexte que s’inscrit également l’œuvre de grands éducateurs, de saint Philippe Néri à saint Jean Bosco. Ce dernier, à travers la promotion des oratoires, établit un pont privilégié entre l’Église et les nouvelles générations, faisant également du sport un domaine d’évangélisation.[11] Dans cette ligne, on peut également citer l’encyclique Rerum novarum (1891) de Léon XIII. Celle-ci stimula la création de nombreuses associations sportives catholiques, répondant ainsi sur le plan pastoral aux nouvelles exigences de la vie moderne – on pense aux conditions des ouvriers après la révolution industrielle – et aux nouvelles habitudes émergentes.[12]

À la charnière entre le XIXe et le XXe siècle, le sport est devenu un phénomène de masse. De plus, les Jeux Olympiques de l’ère moderne virent le jour (1896). Les laïcs et les pasteurs ont alors porté un regard plus attentif et plus systématique sur cette réalité. À partir du pontificat de saint Pie X (1903-1914), on constate un intérêt croissant pour le sport, comme en témoignent de nombreuses déclarations pontificales. Dans celles-ci, l’Église catholique, par la voix des papes, propose une vision du sport centrée sur la dignité de la personne humaine, son développement intégral, l’éducation et la relation avec l’autre, en soulignant sa valeur universelle comme instrument de promotion de valeurs telles que la fraternité, la solidarité et la paix. La question posée par le vénérable Pie XII dans un discours adressé aux athlètes italiens en 1945 est emblématique : « Comment l’Église pourrait-elle ne pas s’intéresser [au sport] ? ».[13]

Le Concile Vatican II a inscrit son évaluation positive du sport dans le cadre plus large de la culture, recommandant que « les loisirs soient bien employés pour se détendre et pour fortifier la santé de l’esprit et du corps ; [...] également par des exercices physiques et des activités sportives qui aident à conserver un bon équilibre psychique, individuellement et aussi collectivement, et à établir des relations fraternelles entre les hommes de toutes conditions, de toutes nations ou de races différentes ».[14] Grâce à la lecture des signes des temps, la conscience ecclésiale de l’importance de la pratique sportive s’est donc accrue. Le Concile a représenté un essor dans ce domaine : la réflexion sur le sport en relation avec la vie de foi s’est développée et une multitude d’expériences pastorales dans le domaine sportif ont révélé leur force génératrice au cours des décennies suivantes. Les dicastères du Saint-Siège ont également promu des initiatives valables en dialogue avec ce domaine humain.[15]

Deux Jubilés du Sport célébrés par saint Jean-Paul II ont été très significatifs : le premier le 12 avril 1984, Année de la Rédemption ; le second, le 29 octobre 2000, au Stade Olympique de Rome. Le Jubilé de 2025 s’est inscrit dans cette même ligne, relançant explicitement la valeur culturelle, éducative et symbolique du sport en tant que langage humain universel de rencontre et d’espérance. C’est cette orientation qui a motivé le choix d’accueillir le Tour d’Italie au Vatican : cette grande compétition cycliste est un événement sportif mais aussi un récit populaire capable de traverser les territoires, les générations et les différences sociales, et de parler au cœur de la communauté humaine en marche.

Bien au-delà des lieux de tradition chrétienne la plus ancienne, il semble évident que le sport soit largement présent dans les cultures dont nous avons connaissance. Celles qui sont traditionnellement orales ont également laissé des traces de terrains de jeu, d’équipements sportifs, ainsi que des images ou des sculptures liées à leurs pratiques sportives. Il y a donc beaucoup à apprendre des traditions sportives des cultures indigènes, des pays africains et asiatiques, des Amériques et d’autres régions du monde.

Aujourd’hui encore, le sport continue de jouer un rôle significatif dans la plupart des cultures. Il offre un espace privilégié de relation et de dialogue avec nos frères et sœurs appartenant à d’autres traditions religieuses, comme avec ceux qui ne se reconnaissent dans aucune d’entre elles.

Sport et développement de la personne

Certains chercheurs en sciences sociales peuvent nous aider à mieux comprendre la signification humaine et culturelle du sport et, par conséquent, sa signification spirituelle. Les recherches sur ce qu’on appelle l’expérience optimale (ou “flux”) dans le sport et dans d’autres domaines de la culture en sont un exemple pertinent.[16] Une telle expérience se produit généralement chez des personnes engagées dans une activité qui exige de la concentration et des compétences, lorsque le niveau de difficulté correspond ou est légèrement supérieur à leur niveau déjà acquis. Nous pensons, par exemple, à un échange prolongé au tennis : la raison pour laquelle l’un des moments les plus divertissants d’un match est celui où chaque joueur pousse l’autre à la limite de son niveau de compétence. L’expérience est exaltante et les deux joueurs se poussent mutuellement à s’améliorer. Cela vaut autant pour deux enfants de dix ans que pour deux champions professionnels.

De nombreuses recherches ont montré que les personnes ne sont pas seulement motivées par l’argent ou la renommée, mais qu’elles peuvent aussi éprouver de la joie et des satisfactions intrinsèques aux activités qu’elles accomplissent, c’est-à-dire en les réalisant et en les appréciant pour leur valeur propre. Il a en particulier été observé que les personnes éprouvent de la joie lorsqu’elles se consacrent pleinement à une activité ou à une relation et dépassent le stade où elles se trouvaient, avec une sorte de mouvement vers l’avant. De telles dynamiques favorisent la croissance de la personne dans sa globalité.

De plus, lors d’une expérience sportive, la personne concentre souvent entièrement son attention sur ce qu’elle fait. Il se produit une fusion entre l’action et la conscience, au point qu’il ne reste plus de place pour une attention explicite à soi-même. En ce sens, l’expérience interrompt la tendance à l’égocentrisme. En même temps, les personnes décrivent un sentiment d’union avec ce qui les entoure. Dans les sports d’équipe, cela est généralement vécu comme un lien ou une unité avec les coéquipiers : le joueur n’est plus replié sur lui-même, car il fait partie d’un groupe qui tend vers un objectif commun. Le Pape François souligna cet aspect à plusieurs reprises lorsqu’il encouragea les jeunes athlètes à être des joueurs d’équipe. Il a par exemple déclaré : « Soyez des joueurs d’équipe. Appartenir à un club sportif c’est refuser toute forme d’égoïsme et d’isolement ; c’est une occasion de rencontrer les autres et d’être avec les autres, de s’entraider, de se confronter dans le respect mutuel et de grandir dans la fraternité ».[17]

Lorsque les sports d’équipe ne sont pas pollués par le culte du profit, les jeunes “s’impliquent” pour une chose qui leur tient à cœur. Il s’agit là d’une formidable opportunité éducative. Il n’est pas toujours facile de reconnaître ses propres capacités ou de comprendre en quoi ils peuvent être utiles à l’équipe. De plus, travailler avec des camarades du même âge implique parfois de devoir faire face à des conflits, gérer des frustrations et des échecs. Il faut même apprendre à pardonner (cf. Mt 18, 21-22). C’est ainsi que se forment des vertus personnelles, chrétiennes et civiques fondamentales.

Les entraîneurs jouent un rôle fondamental dans la création d’un environnement où ces dynamiques peuvent être vécues, en accompagnant les joueurs à travers celles-ci. Compte tenu de la complexité humaine mise en jeu, il est très utile qu’un entraîneur soit animé par des valeurs spirituelles. Il y a de nombreux entraîneurs de ce type dans les communautés chrétiennes et dans d’autres réalités éducatives, comme au niveau compétitif et professionnel de haut niveau. Ils décrivent souvent la culture de l’équipe comme fondée sur l’amour, qui respecte et soutient chaque personne, l’encourageant à exprimer le meilleur d’elle-même pour le bien du groupe. Lorsqu’un jeune fait partie d’une équipe de ce type, il apprend quelque chose d’essentiel sur ce que signifie être humain et grandir. En effet, « Ce n’est qu’ensemble que nous devenons authentiquement nous-mêmes. Ce n’est que dans l’amour que notre intériorité devient profonde et notre identité forte ».[18]

En élargissant encore davantage le regard, il est important de rappeler que le sport devrait être accessible à toutes les personnes qui souhaitent le pratiquer précisément parce qu’il est source de joie et favorise le développement personnel et les relations sociales. Dans certaines sociétés qui se considèrent comme avancées, où le sport est organisé selon le principe du “payer pour jouer”, les enfants issus de familles et de communautés plus pauvres ne peuvent pas se permettre les frais de participation et restent exclus. Dans d’autres sociétés, les filles et les femmes ne sont pas autorisées à pratiquer une activité sportive. Parfois, dans la formation à la vie religieuse, en particulier féminine, la méfiance et la crainte à l’égard de l’activité physique et sportive persistent. Il convient donc de s’engager pour que le sport soit rendu accessible à tous. Ceci est très important pour le développement de la personne. Les témoignages émouvants des membres de l’Équipe Olympique des Réfugiés ou bien des participants aux Jeux Paralympiques, aux Special Olympics et à la Homeless World Cup me l’ont confirmé. Comme nous l’avons vu, les valeurs authentiques du sport s’ouvrent naturellement à la solidarité et à l’inclusion.

Les risques qui mettent en danger les valeurs sportives

Après avoir examiné comment le sport contribue au développement des personnes et favorise le bien commun, nous devons maintenant mettre en évidence les dynamiques qui peuvent compromettre ces résultats. Cela se produit principalement en raison d’une forme de “corruption” qui se trouve sous les yeux de tous. Dans de nombreuses sociétés, le sport est étroitement lié à l’économie et à la finance. Il est évident que l’argent est nécessaire pour soutenir les activités sportives promues par les institutions publiques, d’autres organismes civiques ainsi que par les institutions éducatives, et celles privées de niveau compétitif et professionnel. Les problèmes surviennent lorsque le business devient la motivation principale ou exclusive. Les choix ne sont plus alors dictés par la dignité des personnes ni par ce qui favorise le bien-être de l’athlète, son développement intégral et celui de la communauté.

Lorsque l’on cherche à maximiser les profits, on surévalue ce qui peut être mesuré ou quantifié au détriment de dimensions humaines d’une importance incalculable : “seul compte ce qui peut être compté”. Cette mentalité envahit le sport lorsque l’attention se concentre de manière obsessionnelle sur les résultats obtenus et sur les sommes d’argent que l’on peut tirer de la victoire. Dans de nombreux cas, même au niveau amateur, les impératifs et les valeurs du marché finissent par occulter d’autres valeurs humaines du sport qui méritent pourtant d’être préservées.

Le Pape François a attiré l’attention sur les effets négatifs que ces dynamiques peuvent avoir sur les athlètes, affirmant : « Lorsque le sport est considéré uniquement selon des paramètres économiques ou de poursuite de la victoire à tout prix, on court le risque de réduire les athlètes à une simple marchandise dont on peut tirer profit. Les athlètes eux-mêmes entrent dans un mécanisme qui les emporte, ils perdent le sens véritable de leur activité, la joie de jouer qui les a attirés lorsqu’ils étaient jeunes et qui les a poussés à de nombreux et véritables sacrifices et à devenir des champions. Le sport est harmonie, mais si prévaut la recherche effrénée de l’argent et du succès, cette harmonie se brise ».[19]

Même les athlètes de haut niveau et les professionnels, lorsque l’intérêt économique devient l’objectif principal ou exclusif, risquent de se concentrer sur eux-mêmes et sur la performance, affaiblissant ainsi la dimension communautaire du jeu et trahissant sa valeur sociale et civile. Au contraire, le sport est une pratique qui possède des valeurs partagées par tous ceux qui y participent et qui est capable d’humaniser la coexistence, même dans des situations difficiles. Une attention disproportionnée à l’argent, au contraire, ramène l’attention de manière explicite et réductrice sur soi-même. Dans ce cas également, la parole de Jésus s’applique : « Nul ne peut servir deux maîtres » (Mt 6, 24).

Un risque particulier apparaît lorsque les avantages financiers découlant de la réussite sportive sont considérés comme plus importants que la valeur intrinsèque de la participation : la dictature de la performance peut conduire à l’utilisation de substances dopantes et à d’autres formes de fraude, et peut amener les joueurs de sports d’équipe à se concentrer sur leur bien-être économique plutôt que sur la loyauté envers leur discipline. Lorsque les incitations financières deviennent le seul critère, il peut arriver que des individus et des équipes subordonnent leurs résultats à la corruption et à l'ingérence de l’industrie du jeu. Ces différentes formes de fraude corrompent non seulement les activités sportives elles-mêmes, mais elles contribuent également à désillusionner le grand public et à miner la contribution positive du sport à la société en général.

Compétition et culture de la rencontre

Si l’on élargit notre regard au niveau des compétitions sportives, celles-ci aussi peuvent contribuer à favoriser l’unité entre les personnes. Il est intéressant de noter que le mot compétition provient de deux racines latines : cum – “ensemble” – et petere – “demander”. Dans une compétition, on peut donc dire que deux personnes ou deux équipes recherchent ensemble l’excellence. Elles ne sont pas des ennemis mortels. Et avant ou après la compétition, elles ont généralement l’occasion de se rencontrer et de faire connaissance.

C’est précisément pour cette raison que la compétition sportive, lorsqu’elle est authentique, suppose un pacte éthique partagé : l’acceptation loyale des règles et le respect de la vérité de la confrontation. Par exemple, le refus du dopage et de toute forme de corruption n’est pas seulement une question disciplinaire, mais touche au cœur même du sport. Altérer artificiellement la performance ou acheter le résultat c’est briser la dimension du cum-petere, transformant la recherche commune de l’excellence en une domination individuelle ou de parties.

Le vrai sport, en revanche, éduque à un rapport serein avec les limites et les règles. La limite est un seuil à franchir : c’est ce qui rend l’effort significatif, le progrès intelligible, le mérite reconnaissable. La norme est la “grammaire” commune qui rend le jeu possible. Sans règles, il n’y a ni compétition, ni rencontre, mais seulement chaos ou violence. Accepter les limites de son corps, du temps, de la fatigue, et respecter les règles communes c’est reconnaître que la réussite naît de la discipline, de la persévérance et de la loyauté.

En ce sens, le sport offre une leçon décisive qui dépasse le cadre du terrain de compétition : il enseigne que l’on peut aspirer au maximum sans nier sa propre fragilité, que l’on peut gagner sans humilier, que l’on peut perdre sans être vaincu en tant que personne. La compétition équitable conserve ainsi une dimension profondément humaine et communautaire : elle ne sépare pas, mais met en relation ; elle ne rend pas le résultat absolu, mais valorise le chemin ; elle n’idolâtre pas la performance, mais reconnaît la dignité de ceux qui jouent.

La juste compétition et la culture de la rencontre ne concernent pas seulement les joueurs, mais aussi les spectateurs et les supporters. Le sentiment d’appartenance à son équipe peut être un élément très important de l’identité de nombreux supporters : ils partagent les joies et les déceptions de leurs héros et trouvent un sentiment de communauté avec les autres supporters. C’est généralement un facteur positif dans la société, source de rivalités amicales et de plaisanteries, mais cela peut devenir problématique lorsque cela se transforme en une forme de polarisation qui conduit à la violence verbale et physique. Alors, d’expression de soutien et de participation, le soutien des supporters se transforme en fanatisme ; le stade devient un lieu d’affrontement plutôt que de rencontre. Alors, le sport ne rassemble pas, mais radicalise, il n'éduque pas, mais déséduque, car il réduit l’identité personnelle à une appartenance aveugle et conflictuelle. Cela est particulièrement préoccupant lorsque le soutien est lié à d’autres formes de discriminations politique, sociale et religieuse et est utilisé indirectement pour exprimer des formes plus profondes de ressentiment et de haine.

Les compétitions internationales, en particulier, offrent une occasion privilégiée de faire l’expérience de notre humanité commune dans toute la richesse de sa diversité. En effet, il y a quelque chose de profondément émouvant dans les cérémonies d’ouverture et de clôture des Jeux Olympiques, lorsque nous voyons les athlètes défiler avec les drapeaux nationaux et les costumes traditionnels de leurs pays. De telles expériences peuvent nous inspirer et nous rappeler que nous sommes appelés à former une unique et même famille humaine. Les valeurs promues par le sport – telles que la loyauté, le partage, l’accueil, le dialogue et la confiance dans les autres – sont communes à chaque personne, indépendamment de son origine ethnique, de sa culture et de sa croyance religieuse.[20]

Sport, relation et discernement

Le sport naît comme une expérience relationnelle : il met en contact les corps et, à travers les corps, les histoires, les différences, les appartenances. S’entraîner ensemble, rivaliser loyalement, partager la fatigue et la joie du jeu favorise les rencontres et crée des liens qui dépassent les barrières sociales, culturelles et linguistiques. En ce sens, le sport est un puissant facilitateur de relations sociales : il crée des communautés, éduque au respect des règles communes, enseigne qu’aucun résultat n’est le fruit d’un parcours solitaire. Cependant, précisément parce qu’il mobilise des passions profondes, le sport comporte également des limites.

La dimension éducative du sport se révèle particulièrement dans la relation entre la victoire et la défaite. Gagner ne signifie pas simplement être le meilleur, mais reconnaître la valeur du chemin accompli, de la discipline, de l’engagement partagé. Perdre ne coïncide pas avec l’échec de la personne, mais peut devenir une école de vérité et d’humilité. Le sport enseigne ainsi une compréhension plus profonde de la vie, dans laquelle le succès n’est jamais définitif et l’échec n’est jamais le dernier mot. Accepter la défaite sans désespoir et la victoire sans arrogance c’est apprendre à être dans la réalité avec maturité, en reconnaissant ses limites et ses possibilités.

Il n’est pas rare, en outre, que le sport soit investi d’une fonction quasi religieuse. Les stades sont perçus comme des cathédrales laïques, les matchs comme des liturgies collectives, les athlètes comme des figures salvifiques. Cette sacralisation révèle un besoin authentique de sens et de communion, mais risque de vider à la fois le sport et la dimension spirituelle de l’existence. Lorsque le sport prétend se substituer à la religion, il perd son caractère ludique et de service à la vie, devenant absolu, totalisant, incapable de se relativiser.

Dans ce contexte s’inscrit également le danger du narcissisme qui traverse aujourd’hui toute la culture sportive. L’athlète peut rester fixé sur le miroir de son corps performant, de son succès mesuré en termes de visibilité et de popularité. Le culte de l’image et de la performance, amplifié par les médias et les plateformes numériques, risque de fragmenter la personne, en séparant le corps de l’esprit et de l’âme. Il est urgent de réaffirmer une prise en charge intégrale de la personne humaine dans laquelle le bien-être physique n’est pas dissocié de l’équilibre intérieur, de la responsabilité éthique et de l’ouverture aux autres. Il convient de redécouvrir les figures qui ont su allier passion sportive, sensibilité sociale et sainteté. Parmi les nombreux exemples que je pourrais citer, je voudrais rappeler saint Pier Giorgio Frassati (1901-1925), un jeune Turinois qui alliait parfaitement foi, prière, engagement social et sport. Pier Giorgio était passionné d’alpinisme et organisait souvent des excursions avec ses amis. Aller à la montagne, s’immerger dans ces paysages majestueux lui permettait de contempler la grandeur du Créateur.

Une autre distorsion se manifeste dans l’instrumentalisation politique des compétitions sportives internationales. Lorsque le sport est soumis à des logiques de pouvoir, de propagande ou de suprématie nationale, sa vocation universelle est trahie. Les grands événements sportifs devraient être des lieux de rencontre et d’admiration mutuelle, et non des tribunes pour l’affirmation d’intérêts politiques ou idéologiques.

Les défis contemporains s’intensifient encore davantage avec l’impact du transhumanisme et de l’intelligence artificielle sur le monde du sport. Les technologies appliquées à la performance risquent d’introduire une séparation artificielle entre le corps et l’esprit, transformant l’athlète en un produit optimisé, contrôlé, amélioré au-delà des limites naturelles. Lorsque la technique n’est plus au service de la personne mais prétend la redéfinir, le sport perd sa dimension humaine et symbolique, devenant un laboratoire d’expérimentation désincarné.

À l’opposé de ces dérives, le sport conserve une extraordinaire capacité d’inclusion. Pratiqué de manière adéquate, il ouvre des espaces de participation à des personnes de tous âges, de toutes conditions sociales et de toutes capacités, devenant ainsi un instrument d’intégration et de dignité.

C’est dans cette perspective que s’inscrit l’expérience de l’Athletica Vaticana. Créée en 2018 en tant qu’équipe officielle du Saint-Siège et sous la direction du Dicastère pour la Culture et l’Éducation, elle témoigne de la manière dont le sport peut également être vécu comme un service ecclésial, en particulier envers les plus pauvres et les plus fragiles. Ici, le sport n’est pas un spectacle, mais une proximité ; il n’est pas une sélection, mais un accompagnement ; il n’est pas une compétition exacerbée, mais un cheminement partagé.

Enfin, il convient de s’interroger sur l’assimilation croissante du sport à la logique des jeux vidéo. La ludification extrême de la pratique sportive, la réduction de l’expérience à des scores, des niveaux et des performances reproductibles, risque de dissocier le sport du corps réel et de la relation concrète. Le jeu, qui est toujours risque, imprévu et présence, est remplacé par une simulation qui promet un contrôle total et une gratification immédiate. Restituer la valeur authentique du sport signifie donc lui redonner sa dimension incarnée, éducative et relationnelle, afin qu’il reste une école d’humanité et non un simple dispositif de consommation.

Une pastorale du sport pour une vie en abondance

Une bonne pastorale du sport naît de la conscience que le sport est l’un des lieux où se forment les imaginaires, où se façonnent les modes de vie et où s’éduquent les jeunes générations. C’est pourquoi il est nécessaire que les Églises particulières reconnaissent le sport comme un espace de discernement et d’accompagnement qui mérite un engagement d’orientation humaine et spirituelle. Dans cette perspective, il semble opportun qu’au sein des conférences épiscopales existent des bureaux ou des commissions dédiées au sport, où élaborer et coordonner la proposition pastorale, en mettant en dialogue les réalités sportives, éducatives et sociales présentes dans les différents territoires. En effet, le sport traverse les paroisses, les écoles, les universités, les patronages, les associations et les quartiers : stimuler une vision commune permet d’éviter la fragmentation et de valoriser les expériences déjà existantes.

Au niveau local, la nomination d’un responsable diocésain et la constitution d’équipes pastorales pour le sport répondent au même besoin de proximité et de continuité. L’accompagnement pastoral du sport ne se limite pas à des moments de célébration, mais se réalise dans le temps, en partageant les efforts, les attentes, les déceptions et les espoirs de ceux qui vivent quotidiennement le terrain, le gymnase, la rue. Cet accompagnement concerne tant le phénomène sportif dans son ensemble, avec ses transformations culturelles et économiques, que les personnes concrètes qui le vivent. L’Église est appelée à se rapprocher là où le sport est vécu comme une profession, comme une compétition de haut niveau, comme une occasion de succès ou d’exposition médiatique, tout en ayant particulièrement à cœur le sport de base, souvent marqué par le manque de ressources mais très riche en relations.

Une bonne pastorale du sport peut contribuer de manière significative à la réflexion sur l’éthique sportive. Il ne s’agit pas d’imposer des normes de l’extérieur, mais d’éclairer de l’intérieur le sens de l’activité sportive en montrant comment la recherche du résultat peut coexister avec le respect de l’autre, des règles et de soi-même. En particulier, l’harmonie entre le développement physique et le développement spirituel doit être considérée comme une dimension constitutive d’une vision intégrale de la personne humaine. Le sport devient ainsi un lieu où l’on apprend à prendre soin de son être sans l’idolâtrer, à se dépasser sans se renier, à rivaliser sans perdre la fraternité.

Concevoir et mettre en œuvre la pratique sportive comme un outil communautaire ouvert et inclusif est une autre tâche décisive. Le sport peut et doit être un espace d’accueil, capable d’impliquer des personnes d’origines sociales, culturelles et physiques différentes. La joie d’être ensemble qui naît du jeu partagé, de l’entraînement commun et du soutien mutuel, est l’une des expressions les plus simples et les plus profondes de l’humanité réconciliée.

Dans cette perspective, les sportifs constituent un modèle qui doit être reconnu et accompagné. Leur expérience quotidienne parle d’ascèse et de sobriété, de travail patient sur soi-même, d’équilibre entre discipline et liberté, de respect des rythmes du corps et de l’esprit. Ces qualités peuvent éclairer toute la vie sociale. La vie spirituelle, à son tour, offre aux sportifs un regard qui va au-delà de la performance et du résultat. Elle introduit le sens de l’exercice comme une pratique qui forme l’intériorité. Elle aide à donner un sens à l’effort, à vivre la défaite sans désespoir et le succès sans présomption, transformant l’entraînement en discipline humaine.

Tout cela trouve son horizon ultime dans la promesse biblique qui donne son titre à cette Lettre : la vie en abondance. Il ne s’agit pas d’une accumulation de succès ou de performances, mais d’une plénitude de vie qui intègre le corps, les relations et l’intériorité. D’un point de vue culturel, la vie en abondance invite à libérer le sport des logiques réductrices qui le transforment en simple spectacle ou consommation. D’un point de vue pastoral, elle incite l’Église à se faire présence pour accompagner, discerner et susciter l’espérance. Le sport peut ainsi devenir véritablement une école de vie, où l’on apprend que l’abondance ne naît pas de la victoire à tout prix, mais du partage, du respect et de la joie de cheminer ensemble.

Du Vatican, le 6 février 2026

LÉON PP. XIV

_________________

[1] Comite International Olympique, Olympic Charter 1984 (Lausanne 1983), p. 6.

[2] S. Jean-Paul II, Homélie de la messe pour le Jubilé des sportifs (Rome, Stade olympique, 12 avril 1984), n. 3.

[3] Id., Discours au Corps Diplomatique (13 janvier 2003), 4.

[4] Rencontre internationale de prière pour la paix. Religions et culture en dialogue (Rome, 28 octobre 2025).

[5] S. Jean-Paul II, Lett. enc. Redemptor hominis (4 mars 1979), n. 14.

[6] Cf. HUgues de Saint Victor, Didascalicon, II, XXVII: ed. aux soins de C.H. Buttimer, Washington 1939, 44.

[7] S. Thomas d’Aquin, Somme Theologique, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibid., I-II, q. 1, art 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Essais, Paris 1847, p. 120.

[10] Cf. M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Cf. A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Citté du Vatican 2015.

[12] Cf. Léon XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 mai 1891), n. 36.

[13] Pie XII, Discours aux athlètes italiens (20 mai 1945).

[14] Conc. Oecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, n. 61.

[15] Cf. Dicastère pour les Laics, la Famille et la Vie, Dare il meglio di sé. Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1 juin 2018).

[16] Cf. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

[17] François, Discours aux participants à la rencontre promue par le Centre Sportif Italien (7 juin 2014).

[18] Rencontre avec les Autorités, les représentants de la société civile et le Corps diplomatique (Ankara, Turquie, 27 novembre 2025).

[19] François, Discours au Comité Olympique Européen (23 novembre 2013).

[20] Cf. François, Discours aux footballeurs et aux promoteurs du match interreligieux pour la paix (1er septembre 2014).

[00210-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

LIFE IN ABUNDANCE

LETTER OF HIS HOLINESS POPE LEO XIV

ON THE VALUE OF SPORT

Dear brothers and sisters,

On the occasion of the celebration of the XXV Winter Olympic Games, which are being held in Milan and Cortina d’Ampezzo from 6 to 22 February, and of the XIV Paralympic Games, which will be held in the same place from 6 to 15 March, I wish to address my greeting and good wishes to those who are directly involved, and at the same time, take this opportunity to offer a reflection for everyone. Sport, as we know, can be very professional in nature and highly specialized. As such, it is a calling for relatively few people, even though it elicits the admiration and heartfelt enthusiasm of many who identify with the victories or defeats of the athletes. But sport is also a shared activity, open to all and salutary for both body and spirit, even becoming a universal expression of our humanity.

Sport and the building of peace

On the occasion of past Olympic Games, my predecessors have emphasized how sport can play an important role for the good of humanity, especially in the promotion of peace. In 1984, for example, Saint John Paul II, speaking to young athletes from around the world, quoted the Olympic Charter, which regarded sport as an important factor of “better understanding between each other and of friendship, thereby helping to build a better and more peaceful world.”[1] He encouraged the participants with these words: “May your encounters be a symbolic sign for the whole of society and a prelude to that new era, in which people shall not lift up the sword against another (cf. Is 2:4).”[2]

It was in this spirit that the Olympic Truce emerged. In ancient Greece there was once an agreement to suspend hostilities before, during and after the Olympic Games, so that the athletes and spectators could freely travel and the competitions could be held without interruption. The institution of the Truce stems from the conviction that participation in public games (agones) constitutes an individual and collective path toward virtue and excellence (aretē). When we engage in sport with this spirit and under these conditions, it promotes the growth of fraternal solidarity and the common good.

On the other hand, war results from a radicalization of conflict and a refusal to cooperate with each other. Thus, the adversary is considered a mortal enemy, to be isolated and, if possible, eliminated. The tragic evidence of this culture of death is before our eyes — lives broken, dreams shattered, survivors’ trauma, cities destroyed — as if human coexistence were superficially reduced to a videogame scenario. Yet, one must never forget that aggression, violence and war are “always a defeat for humanity.”[3]

Fortunately, the Olympic Truce has been proposed anew in recent times by the International Olympic Committee and the General Assembly of the United Nations. In a world thirsting for peace, we need tools that can put an “end to the abuse of power, displays of force and indifference to the rule of law.”[4] On the occasion of the upcoming Winter Olympic and Paralympic Games, I wholeheartedly encourage all Nations to rediscover and respect this instrument of hope that is the Olympic Truce, a symbol and promise of a reconciled world.

The formative value of sport

“I came that they may have life, and have it abundantly” (Jn 10:10). These words of Jesus help us to understand the Church’s interest in sport and the manner in which Christians approach it. Jesus always focused on people, cared for them and desired the fullness of life for each of them. For this reason, Saint John Paul II affirmed that “man is the primary route that the Church must travel in fulfilling her mission.”[5] Therefore, according to the Christian perspective, the human person must always remain the focal point of sport in all its expressions, even those aiming for competitive and professional excellence.

Furthermore, a solid basis for this understanding can be found in the writings of Saint Paul, known as the Apostle to the Nations. At the time in which he wrote, the Greeks already had a long athletic tradition. For example, the city of Corinth sponsored the isthmus games every two years until the beginning of the sixth century B.C. For this reason, when writing to the Corinthians, Paul made reference to images of sport to introduce them to the Christian way of life. He says, “Do you not know that in a race the runners all compete, but only one receives the prize? Run in such a way that you may win it. Athletes exercise self-control in all things; they do it to receive a perishable wreath, but we an imperishable one” (1 Cor 9:24-25).

Following the Pauline tradition, many Christian authors use athletic imagery as a metaphor for describing the dynamics of the spiritual life; and even today this makes us reflect upon the profound unity between the different dimensions of human beings. While in past ages there were Christian writings — influenced by dualistic philosophies — that had a rather negative view of the body, mainstream Christian theology emphasized the goodness of the material world, affirming that the human person is a unity of spirit, soul and body. Indeed, ancient and medieval theology strongly rejected gnostic and Manichean doctrines because the latter regarded the material world and the human body as intrinsically evil. According to their teachings, the scope of the spiritual life consisted in freeing oneself from the body and the world. In response, Christian theologians countered with the fundamental beliefs of our faith: the goodness of the world created by God, the fact that the Word became flesh and the resurrection of the person, restoring the harmony of body and soul.

This positive understanding of physical reality favored the development of a culture in which the body, united to the soul, was fully involved in religious practices: participation in pilgrimages, processions, sacred plays, the sacraments and prayer that makes use of images, statues and various figures.

With the establishment of Christianity in the Roman Empire, the sporting events typical of Roman culture — in particular the gladiatorial fights — progressively began to lose their social relevance. Nevertheless, the medieval age marked the emergence of a new type of sporting activity: the tournaments for knights. The Church also contributed to these games by reinterpreting them in a Christian light, as exemplified by the preaching of the abbot Saint Bernard of Clairvaux.

During this same period, the Church recognized the formative value of sport, thanks to the contributions of figures like Hugh of Saint Victor and Saint Thomas Aquinas. In his work Didascalicon, Hugh stressed the importance of gymnastic activity in the curriculum of studies, thus contributing to the formation of the medieval educational system.[6]

Saint Thomas Aquinas’ meditation on games and physical exercise gave primary importance to “moderation” as the fundamental measure of a virtuous life. According to Thomas, the virtuous life concerns not only work or serious responsibilities, but also time for games and rest. Aquinas writes: “Augustine says: ‘I pray thee, spare thyself at times: for it becomes a wise man sometimes to relax the high pressure of his attention to work.’ Now this relaxation of the mind from work consists in [diversions,] playful words or deeds. Therefore it becomes a wise and virtuous man to have recourse to such things at times.”[7] Indeed, Thomas recognized that people play games because they are a source of pleasure and therefore they engage in them for their own sake. Responding to an objection, whether a virtuous act must be directed toward an end or goal, he observes, “Actions done for diversion are not directed to any external end; but merely to the good of one who does them, in so far as they afford him pleasure or relaxation.”[8] This “ethic of play” elaborated by Thomas Aquinas had a remarkable influence on preaching and teaching.

Sport, a school of life and contemporary forum

The humanist Michel de Montaigne continued this long tradition when he wrote in an essay on education: “It is not a soul, it is not a body that is educated; it is a man: you must not divide him in two.”[9] This is the reason he gave to justify the addition of physical education and sport to the school day. These principles were applied in Jesuit schools, supported by the writings of Saint Ignatius of Loyola, particularly from the Constitutions of the Society of Jesus and the Ratio Studiorum.[10]

The work of great educators, from Saint Philip Neri to Saint John Bosco, also fits into this context. The latter, through the promotion of oratories, established a privileged bridge between the Church and the younger generations, also making sport a field of evangelization.[11] In this vein, we can also recall Leo XIII’s Encyclical Rerum Novarum (1891), which stimulated the birth of numerous Catholic sports associations, thus responding on a pastoral level to the changing needs of modern life and emerging new trends. Here I think of the conditions of workers after the industrial revolution.[12]

At the turn of the nineteenth and twentieth centuries, sport became a mass phenomenon. Further, the modern Olympic Games were born in 1896. Lay people and pastors devoted more careful and systematic attention to this reality. Beginning with the pontificate of Saint Pius X (1903-1914), there was a growing interest in sport, demonstrated by numerous papal pronouncements. Through the voice of the popes, the Catholic Church proposed a vision of sport centered on the dignity of the human person, on his or her integral development, on education and on relationships with others, highlighting its universal value as a means of promoting values such as fraternity, solidarity and peace. The question posed by Venerable Pius XII in a speech addressed to Italian athletes in 1945 is emblematic: “How could the Church not be interested [in sport]?”[13]

The Second Vatican Council placed its positive assessment of sport in the broader context of culture, recommending that “leisure time be used to relax the mind and strengthen the health of the soul and body... also through exercise and sporting events, which help to maintain the balance of the spirit and offer an aid to establishing fraternal relations between people of all conditions, nations and races.”[14] By reading the signs of the times, the Church’s awareness of the importance of sport has grown. The Council represented a flourishing in this field: reflections on sport in relation to the life of faith developed, and a multiplicity of pastoral experiences in the field of sport revealed their generative power in the following decades. The Dicasteries of the Holy See have also promoted valuable initiatives in dialogue with this human endeavor.[15]

Two Jubilees of sport celebrated by Saint John Paul II were highly significant: the first on 12 April 1984, in the Year of Redemption; the second on 29 October 2000, at the Olympic Stadium in Rome. The Jubilee of 2025 followed the same pattern, explicitly emphasizing the cultural, educational and symbolic value of sport as a universal human language of encounter and hope. This perspective motivated the decision to welcome the Giro d’Italia to the Vatican. This great cycling competition is a sporting event, but also a popular phenomenon capable of transcending boundaries, generations and social differences, reaching to the heart of the human community on its journey.

At the same time, it is clear that sport was widely present in cultures beyond those of the oldest Christian tradition. Even those with only an oral tradition have left traces of playing fields, athletic equipment, as well as images or sculptures related to their sporting practices. Moreover, there is much to be learned from the sporting traditions of indigenous cultures, African and Asian countries, the Americas and other regions of the world.

Even today, sport continues to play a significant role in most cultures. It offers a privileged space for relationship and dialogue with our brothers and sisters belonging to other religious traditions, as well as with those who do not identify with any religious tradition.

Sport and personal development

Some social science scholars can help us better understand the human and cultural significance of sport and, consequently, its spiritual significance. A relevant example is research on the so-called “flow experience” in sport and other areas of culture.[16] This experience typically occurs among people engaged in an activity that requires concentration and skill, when the level of challenge matches or slightly exceeds their already acquired level. Consider, for example, a prolonged rally in tennis: the reason this is one of the most enjoyable parts of a match is that each player pushes the other to the limit of his or her skill level. The experience is exhilarating, and the two players challenge each other to improve; this is as true for two ten-year-olds as it is for two professional champions.

Numerous studies have recognized that people are not only motivated by money or fame, but can also experience joy and rewards intrinsic to the activities they perform, namely by accomplishing them and appreciating them for their own sake. In particular, it has been observed that people experience joy when they give themselves fully to an activity or relationship, progressing beyond where they were. Such dynamics promote the growth of the person as a whole.

Furthermore, while engaging in sport, people often focus their attention completely on what they are doing. There is a fusion between action and awareness, to the point that there is no room for explicit attention to oneself. In this sense, the experience reduces the tendency towards egocentricity. At the same time, people describe a sense of union with their surroundings. In team sport, this is usually experienced as a bond or unity with teammates. The players are no longer focused on themselves because they are part of a group working towards a common goal. Pope Francis repeatedly emphasized this aspect when encouraging young athletes to be mindful of their teammates. For example, he said: “Be team players. To belong to a sports club means to reject every form of selfishness and isolation, it is an opportunity to encounter and be with others, to help one another, to compete in mutual esteem and to grow in brotherhood.”[17]

When team sports are not polluted by the worship of profit, young people “put themselves on the line” in relation to something that is very important to them. This is a tremendous educational opportunity. It is not always easy to recognize one’s own abilities or understand how they can be useful to the team. Moreover, working together with peers sometimes involves dealing with conflicts and managing frustrations and failures. They even have to learn to forgive (cf. Mt 18:21-22). In this way, fundamental personal, Christian and civic virtues take shape.

Coaches play a fundamental role in creating an environment in which these dynamics can be experienced, accompanying the players through them. Given the human complexity involved, it is a great help when a coach is guided by spiritual values. There are many coaches of this kind in Christian communities and other educational settings as well as at the competitive and professional elite levels. They often describe the team culture as one based on love, which respects and supports each person, encouraging individuals to do one’s best for the good of the group. When a young person is part of such a team, they learn something essential about what it means to be human and to grow. In fact, “it is only together that we can become our authentic selves. Only through love does our inner life become profound and our identity strong.”[18]

Furthermore, it is important to remember that, precisely because sport is a source of joy and promotes personal development and social relationships, it should be accessible to all who wish to participate. In some societies that consider themselves advanced, where sports are organized according to the principle of “pay to play,” children from poorer families and communities are excluded because they cannot afford the participation fees. In other societies, girls and women are not allowed to participate in sports. Sometimes, in religious formation, especially of women, there is a mistrust and fear of physical activity and sport. Therefore, we must strive to make sport accessible to everyone. This is very important for human development. The moving testimonies of the members of the Refugee Olympic Team, or the participants in the Paralympics, the Special Olympics and the Homeless World Cup have confirmed this for me. As we have seen, the authentic values of sport naturally open up to solidarity and diversity.

Risks that threaten sporting values

Having considered how sport contributes to personal development and serves the common good, we must now draw attention to the dynamics that can undermine these benefits. This occurs primarily through a form of “corruption” that is plain for all to see. In many societies, sport is closely linked to economics and financial interests. It is clear that money is necessary to support the sporting activities promoted by public institutions, other civic bodies and educational institutions, as well as private competitive and professional sports. Problems arise when business becomes the primary or sole motivation. When this happens, decisions are no longer based on human dignity or the best interests of the athletes, their integral development and that of the community.

When the objective is to maximize profit, what can be measured or quantified is overvalued to the detriment of the incalculable and important human dimensions: “it only counts if it can be counted.” This mentality creeps into sport when attention is obsessively focused on results and the monetary rewards that winning can bring. In many cases, even at the amateur level, commercial demands and values have come to overshadow the human values of sport that ought to be safeguarded.

Pope Francis stressed the negative effects that such dynamics can have on athletes, stating: “When sport is considered only within economic parameters or for the sake of victory at any cost, one runs the risk of reducing athletes to mere merchandise for the increasing of profit. The athletes themselves enter into a system that sweeps them away, they lose the true meaning of their activity, the joy of playing that attracted them as children and that inspired them to make many real sacrifices and become champions. Sport is harmony, but if the excessive quest for money and success prevails, that harmony is broken.”[19]

When economic interests become the primary or exclusive focus, even professional and elite athletes risk focusing their attention on themselves and their performance, neglecting the community aspect of the game and betraying its social and civic value. Sport, on one hand, is an activity whose values benefit all those who take part and has the power to humanize interpersonal relationships, even in difficult situations. On the other hand, a disproportionate focus on money draws attention back to oneself in an explicit and reductive way. Here too, we can apply the words of Jesus: “No one can serve two masters” (Mt 6:24).

A particular risk arises when the financial benefits of success in sport are prioritized over the intrinsic value of participation. The dictatorship of performance can lead to the use of performance-enhancing substances and other forms of dishonesty, and can cause participants in sport to focus on their own financial well-being rather than on loyalty to their sport. When financial incentives become the sole criterion, individuals and teams may also fall prey to subjecting their performance to the corruption and influence of the gambling industry. Such dishonesty not only corrupts sporting activities themselves, but also demoralizes the general public and undermines the positive contribution of sport to society as a whole.

Competition and the culture of encounter

On a broader scale, sporting competitions can also play an important role in fostering unity among people. It is interesting to note that the word competition is derived from two Latin words: cum meaning “together,” and petere meaning “to ask.” In a competition, therefore, it can be said that two people or two teams strive together for excellence. They are not mortal enemies. And in the time before or after the competition, there is usually an opportunity to meet and get to know one another.

For this very reason, authentic sporting competition presupposes a shared ethical accord: the sincere acceptance of the rules and respect for the integrity of the contest. Rejecting doping and all forms of corruption, for example, is not merely a disciplinary issue, but one that touches the very heart of sport. Artificially altering one’s performance or buying results breaks the essence of cum-petere, turning the shared pursuit of excellence into the subjugation of individuals or groups.

True sport, instead, fosters a peaceful relationship with limits and rules. Limits are boundaries to be respected: they give meaning to effort, making progress measurable and merit recognizable. Rules are the shared “grammar” that makes the game itself possible. Without them, there would be no competition or encounter, only chaos or violence. Accepting the limits of one’s body, the limits of time and fatigue, and respecting the established rules means recognizing that success comes from discipline, perseverance and loyalty.

In this sense, sport offers valuable lessons that extend beyond the playing field. It teaches us that we can strive for the highest level without denying our own fragility; that we can win without humiliating others; and that we can lose without being defeated as individuals. Fair competition thus safeguards a deeply human and communal dimension. It does not divide, but brings people together; it does not focus solely on the result, but values the journey; it does not idolize performance, but recognizes the dignity of those who play.

Fair competition and a culture of encounter apply not only to players, but also to spectators and fans. For many fans, the sense of belonging to one’s team can be a very important element of their identity: they share the joys and disappointments of their heroes and find a sense of community with other supporters. This is typically a positive force within society, a source of friendly rivalry and playful banter, but it can become problematic if it turns into a source of polarization that leads to verbal and physical violence. In this case, instead of being an expression of support and participation, fandom becomes fanaticism, and the stadium becomes a place of confrontation rather than encounter. As a result, sport ends up as a source of division rather than unity, and a negative influence rather than a form of education, because it reduces personal identity to a blind and oppositional sense of belonging. It is particularly worrying when fandom is linked to other forms of political, social and religious discrimination and used indirectly to express deeper forms of resentment and hatred.

In particular, international competitions offer a privileged opportunity to experience our shared humanity in all its rich diversity. Indeed, there is something deeply moving about the opening and closing ceremonies of the Olympic Games, when we see the athletes parade with their national flags and in the traditional garments of their countries. Experiences such as these can inspire us and remind us that we are called to form one human family. The values promoted by sport — such as loyalty, sharing, hospitality, dialogue, and trust in others — are common to every person, regardless of ethnic origin, culture, or religious belief.[20]

Sport, relationships and discernment

Sport began as a relational experience, bringing individuals together and introducing them to the stories, differences and affiliations of others. Training together, competing fairly and sharing the effort and joy of the game promotes encounters and builds bonds that overcome social, cultural and linguistic barriers. In this sense, sport is a powerful facilitator of social relationships; it creates communities, educates people to respect common rules and teaches that results are not the fruit of a solitary journey. However, precisely because it stimulates deep passions, sport also has its limitations.

The educational significance of sport is particularly evident in the relationship between victory and defeat. Winning is not simply outdoing others, but recognizing the value of the journey, of discipline and of shared commitment. Losing, in turn, does not entail personal failure, but can become a lesson in truth and humility. Sport thus teaches us a deeper understanding of life, in which success is never definitive and failure is never the last word. Learning to accept defeat without despair and to welcome victory without arrogance enables athletes to face reality in a mature way, recognizing their own limits and possibilities.

At the same time, it is not uncommon for sport to be invested with a quasi-religious dimension. Stadiums are perceived as secular cathedrals, matches as collective liturgies and athletes as saviors. This sacralization reveals an authentic need for meaning and communion, but risks stripping both sport and the spiritual dimension of their essence. When sport claims to replace religion, it loses its character as a game that benefits our lives, becoming instead aggrandized, all-encompassing and absolute.

In this context, there is also the danger of narcissism, which permeates the entire sporting culture today. Athletes can become obsessed with their physical image and with their own success, measured by visibility and approval. The cult of image and performance, amplified by media and digital platforms, risks fragmenting the person, separating body from mind and spirit. There is an urgent need to reaffirm integral care of the human person; physical wellbeing cannot be separated from inner balance, ethical responsibility and openness to others. We need to rediscover those who have combined passion for sports, sensitivity to social issues and holiness. Among the many examples I could give, I would like to mention Saint Pier Giorgio Frassati (1901-1925), a young man from Turin who perfectly combined faith, prayer, social commitment and sport. Pier Giorgio was passionate about mountaineering and often organized excursions with his friends. Going on hikes in the mountains and immersing himself in majestic landscapes allowed him to contemplate the greatness of the Creator.

Yet another distortion of sport happens with the political exploitation of international sporting competitions. When sport succumbs to the mentality of power, propaganda or national supremacy, its universal vocation is betrayed. Major sporting events are meant to be places of encounter and mutual admiration, not stages for the affirmation of political or ideological interests.

Contemporary challenges are intensified by the impact of transhumanism and artificial intelligence on the world of sport. Technologies applied to performance risk introducing an artificial separation between body and mind, transforming the athlete into an optimized, controlled product, enhanced beyond natural limits. When technology is no longer at the service of the person but claims to redefine it, sport loses its human and symbolic dimension, becoming a laboratory for disembodied experimentation.

Despite these dangers, sport possesses an extraordinary capacity for inclusion. When played correctly, it creates opportunities for participation for people of all ages, social conditions and abilities, thereby serving as an instrument for promoting integration and dignity.

Indeed, we see this realized in the experience of Athletica Vaticana. Created in 2018 as the official team of the Holy See and under the guidance of the Dicastery for Culture and Education, it bears witness to how sport can also be experienced as an ecclesial service, especially towards the poorest and most vulnerable. Here, sport is not about putting on a show, but about closeness; it is not selection, but accompaniment; it is not exaggerated competition, but a shared journey.

Finally, we must question the growing assimilation of sport into the logic of video games. The extreme gamification of sport and the reduction of experience to scores, levels and replicable performance risk disconnecting sport from individuals and concrete relationships. The game, which always involves risk, unpredictability and presence, is replaced by a simulation that promises total control and instant gratification. Recovering the authentic value of sport therefore means restoring its incarnational, educational and relational dimension, so that it can continue to be a school of humanity and not simply a device for consumers.

A pastoral approach to sport for life in abundance

An appropriate pastoral approach to sport stems from the awareness that sport is an activity that forms imaginations, shapes lifestyles and educates young generations. For this reason, it is necessary for particular Churches to recognize sport as an opportunity for discernment and accompaniment and to offer human and spiritual guidance. In this perspective, it seems appropriate that, within Episcopal Conferences, there should be offices or commissions dedicated to sport, where pastoral proposals can be developed and coordinated, bringing together the sporting, educational and social realities present in the various territories. Sport, in fact, unites parishes, schools, universities, oratories, associations and neighborhoods. By encouraging a shared vision, these offices can help avoid fragmentation and enhance existing experiences.

At the local level, appointing a diocesan representative and pastoral workers for sport responds to the same need for proximity and continuity. Pastoral accompaniment of sport is not limited to moments of celebration, but takes place over time through sharing the efforts, expectations, disappointments and hopes of those who play daily on the field, in the gym or on the street. This accompaniment concerns both the phenomenon of sport as a whole, with its cultural and economic transformations, and the real people who are engaged in it. The Church is called to be close to the world of sport when it is played professionally, as an elite competition, or as an opportunity for success or media exposure, but also through a particular concern for grassroots sport, which often has a scarcity of resources but is rich in relationships.

A good pastoral approach to sport can contribute significantly to reflection on its ethical dimension. It is not a question of imposing rules from outside, but of illuminating the meaning of sporting activity from within, showing how the pursuit of results can coexist with respect for others, for rules and for oneself. In particular, the harmony between physical and spiritual development should be considered a constitutive dimension of an integral vision of the human person. Sport thus becomes a place for athletes to learn to take care of themselves without falling prey to vanity, to push themselves to their limits without harming themselves and to compete without losing sight of fraternity.

Another decisive task is reflecting and implementing sporting practices as open and inclusive instruments for communion. Sport can and must be a welcoming space, capable of involving people from different social, cultural and physical backgrounds. The joy of being together, which comes from shared play, common training and mutual support, is one of the simplest and most profound expressions of a reconciled humanity.

In this context, those who play must be recognized and accompanied. Their daily experience speaks of asceticism and sobriety, of patient efforts to improve, of balance between discipline and freedom and of respect for the rhythms of the body and mind. These qualities can illuminate one’s entire social life. The spiritual life, in turn, offers them a perspective that goes beyond performance and results. It introduces the sense of exercise as a practice that forms the interior life. It helps to give meaning to effort and to experience defeat without despair and success without presumption, transforming training into human formation.

All this finds its ultimate meaning in the biblical promise that gives this letter its title: life in abundance. This is not an accumulation of successes or performances, but a fullness of life that integrates our bodies, relationships and interior lives. In cultural terms, life in abundance invites us to liberate sport from reductive mentalities that would transform it into a mere spectacle or product. In pastoral terms, it urges the Church to be present and to offer accompaniment, discernment and hope. In this way, sport can truly become a school of life, where all can learn that abundance does not come from victory at any cost, but from sharing, from respecting others and from the joy of walking together.

From the Vatican, 6 February 2026

LEO PP. XIV

______________

[1] International Olympic Committee, Olympic Charter 1984 (Lausanne, 1983), p. 6.

[2] John Paul II, Homily, Mass for the Jubilee of Sport (Rome, Olympic Stadium, 12 April 1984), 3.

[3] John Paul II, Address to the Diplomatic Corps (13 January 2003), 4.

[4] International Meeting for Peace. Religion and Culture in Dialogue (Rome, Colosseum, 28 October 2025).

[5] John Paul II, Encyclical Letter Redemptor Hominis (4 March 1979), 14.

[6] Cf. Hugh of Saint Victor, Didascalicon, II, XXVII: ed. C.H. Buttimer, Washington, 1939, 44.

[7] Thomas Aquinas, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibid., I-II, q. 1, art 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: ed. J. Balsamo et al., Paris 2007, 171.

[10] Cf. M. Kelly, Catholics and Sport: A Historical and Theological Overview and Contemporary

Implications, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Cf. A. Stelitano, A. M. Dieguez, Q. Bortolato, The Popes and Sport, Vatican City, 2015.

[12] Cf. Leo XIII, Encyclical Letter Rerum Novarum (15 May 1891), 36.

[13] Pius XII, Address to Italian Athletes (20 May 1945).

[14] Second Vatican Ecumenical Council, Pastoral Constitution Gaudium et Spes, 61.

[15] Cf. Dicastery for the Laity, the Family and Life, Giving the Best of Oneself. Document on the Christian Perspective on Sport and the Human Person (1 June 2018).

[16] Cf. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

[17] Francis, Address to Members of the Sports Associations for the 70th Anniversary of the Foundation of the CSI (7 June 2014).

[18] Meeting with the Authorities, Civil Society and the Diplomatic Corps (Ankara, Turkey, 27 November 2025).

[19] Francis, Address to Members of the European Olympic Committee (23 November 2013).

[20] Cf. Francis, Address to Soccer Players and Promoters of the Interreligious Match for Peace (1 September 2014).

[00210-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

SCHREIBEN

DES HEILIGEN VATERS LEO XIV.

DAS LEBEN IN FÜLLE

ÜBER DIE BEDEUTUNG DES SPORTS

Liebe Brüder und Schwestern!

Anlässlich der Feier der XXV. Olympischen Winterspiele, die vom 6. bis 22. Februar in Mailand und Cortina d’Ampezzo stattfinden, und der XIV. Paralympischen Spiele, die vom 6. bis 15. März an denselben Orten abgehalten werden, möchte ich allen direkt Beteiligten meine besten Wünsche übermitteln und gleichzeitig die Gelegenheit nutzen, einige diesbezügliche Überlegungen mit allen zu teilen. Der Sport kann, wie wir wissen, professionell ausgeübt werden und ein sehr hohes Maß an Spezialisierung aufweisen: In dieser Form entspricht er der Berufung einiger weniger, weckt aber Bewunderung und Begeisterung in den Herzen vieler, die mit den Siegen oder Niederlagen der Athleten mitfiebern. Sportliche Betätigung ist jedoch eine weit verbreitete Aktivität, die allen offensteht und für Körper und Geist gesund ist, sodass sie ein allgemeiner Ausdruck des Menschlichen ist.

Sport und Stiftung von Frieden

Anlässlich vergangener Olympischer Spiele haben meine Vorgänger deutlich gemacht, in welcher Weise der Sport eine wichtige Rolle für das Wohl der Menschheit spielen kann, insbesondere für die Förderung des Friedens. So zitierte beispielsweise der heilige Johannes Paul II. 1984 in seiner Ansprache an junge Sportler aus aller Welt die Olympische Charta,[1] die den Sport als einen Beitrag betrachtet zu »einem Geist des besseren gegenseitigen Verständnisses und der Freundschaft, der dazu beiträgt, eine bessere und friedlichere Welt zu schaffen«. Er ermutigte die Teilnehmer mit folgenden Worten: »Lasst eure Begegnungen ein vielsagendes Zeichen für die gesamte Gesellschaft und einen Auftakt zu einem neuen Zeitalter sein, in dem die Völker „nicht das Schwert, Nation gegen Nation“ (Jes 2,4) erheben.«[2]

In diesem Zusammenhang ist auch die Olympische Waffenruhe zu sehen, die im antiken Griechenland als Vereinbarung diente, um vor, während und nach den Olympischen Spielen alle Feindseligkeiten auszusetzen, damit die Sportler und Besucher frei reisen und die Wettkämpfe ohne Unterbrechungen stattfinden konnten. Die Einführung dieser Waffenruhe entspringt der Überzeugung, dass die Teilnahme an geregelten Wettkämpfen (agones) einen individuellen und kollektiven Weg zu Tugend und Vortrefflichkeit (aretē) darstellt. Wenn der Sport in diesem Sinne und unter diesen Bedingungen ausgeübt wird, dient er dem gesellschaftlichen Zusammenhalt und dem Gemeinwohl.

Der Krieg entsteht demgegenüber aus einer Radikalisierung von Uneinigkeit und aus der Weigerung, miteinander zu kooperieren. Der Kontrahent wird dann als Todfeind angesehen, den es zu isolieren und möglichst zu beseitigen gilt. Die tragischen Belege dieser Kultur des Todes liegen vor unseren Augen – zerbrochene Leben, zerschlagene Träume, Traumata der Überlebenden, zerstörte Städte –, so als ob das menschliche Zusammenleben in oberflächlicher Weise auf das Geschehen eines Videospiels reduziert worden wäre. Doch dies darf uns niemals vergessen lassen, dass die Aggression, die Gewalt und der Krieg »immer eine Niederlage der Menschheit« sind.[3]

Zu Recht wurde die Olympische Waffenruhe unlängst vom Internationalen Olympischen Komitee und der Generalversammlung der Vereinten Nationen wieder vorgeschlagen. In einer Welt, die nach Frieden dürstet, benötigen wir Instrumente, die »dem Machtmissbrauch, der Zurschaustellung von Stärke und der Gleichgültigkeit hinsichtlich des Rechts ein Ende«[4] setzten. Ich ermutige alle Nationen nachdrücklich, anlässlich der bevorstehenden Olympischen und Paralympischen Winterspiele dieses Instrument der Hoffnung, das die Olympische Waffenruhe darstellt, wiederzuentdecken und zu respektieren, ein Zeichen und eine Verheißung für eine versöhnte Welt.

Der erzieherische Wert des Sports

»Ich bin gekommen, damit sie das Leben haben und es in Fülle haben« (Joh 10,10). Diese Worte Jesu helfen uns, das Interesse der Kirche am Sport zu verstehen und die Art und Weise, wie Christen sich ihm nähern. Jesus hat stets den Menschen in den Mittelpunkt gestellt, sich seiner angenommen und für einen jeden ein Leben in Fülle gewünscht. Deshalb ist, wie der heilige Johannes Paul II. sagte, der »Mensch […] der erste Weg, den die Kirche bei der Erfüllung ihres Auftrags beschreiten muss«.[5] Nach christlicher Auffassung muss also stets der Mensch im Mittelpunkt des Sports in all seinen Ausdrucksformen stehen, auch in denen des Wettkampf- und Profisports.

Bei genauer Betrachtung findet sich eine solide Grundlage für dieses Bewusstsein in den Schriften des heiligen Paulus, der als Apostel der Völker bekannt ist. Zu der Zeit, in der er schrieb, verfügten die Griechen bereits seit langer Zeit über athletische Traditionen. So veranstaltete beispielsweise die Stadt Korinth seit Beginn des 6. Jahrhunderts v. Chr. alle zwei Jahre die Isthmischen Spiele. Aus diesem Grund verwendete Paulus in seinem Brief an die Korinther Bilder aus dem Sport, um sie in das christliche Leben einzuführen: »Wisst ihr nicht«, schreibt er, »dass die Läufer im Stadion zwar alle laufen, aber dass nur einer den Siegespreis gewinnt? Lauft so, dass ihr ihn gewinnt! Jeder Wettkämpfer lebt aber völlig enthaltsam; jene tun dies, um einen vergänglichen, wir aber, um einen unvergänglichen Siegeskranz zu gewinnen« (1 Kor 9,24-25).

In Anlehnung an die paulinische Tradition verwendeten viele christliche Autoren Bilder aus dem Bereich des Sports als Metaphern, um die Dynamik des geistlichen Lebens zu beschreiben. Dies veranlasst uns bis heute, über die tiefe Einheit zwischen den verschiedenen Dimensionen des menschlichen Seins nachzudenken. Obwohl es in vergangenen Epochen nicht an christlichen Schriften mangelt, die – unter dem Einfluss dualistischer Philosophien – eine eher negative Sicht auf den Körper haben, hat der Hauptstrang der christlichen Theologie das Gute der materiellen Welt betont und bekräftigt, dass der Mensch eine Einheit aus Körper, Seele und Geist ist. Tatsächlich widerlegten die Theologen der Antike und des Mittelalters nachdrücklich die gnostischen und manichäischen Lehren, gerade weil diese die materielle Welt und den menschlichen Körper als von Natur aus schlecht betrachteten. Nach diesen Vorstellungen bestünde der Zweck des geistlichen Lebens darin, sich von der Welt und vom Körper zu befreien. Im Gegensatz dazu beriefen sich die christlichen Theologen auf die Grundüberzeugungen des Glaubens: das Gutsein der von Gott geschaffenen Welt, die Tatsache, dass das Wort Fleisch geworden ist, und die Auferstehung des Menschen in der Einheit von Leib und Seele.

Dieses positive Verständnis der physischen Wirklichkeit begünstigte die Entwicklung einer Kultur, in der der mit dem Geist verbundene Körper voll in die religiöse Praxis einbezogen ist: beim Pilgern, bei Prozessionen, beim geistlichen Spiel, den Sakramenten und dem Gebet, das sich Bilder, Statuen und verschiedene Darstellungsformen zunutze macht.

Mit der Verbreitung des Christentums im Römischen Reich verloren die für die römische Kultur typischen Sportveranstaltungen – insbesondere die Gladiatorenkämpfe – zunehmend an gesellschaftlicher Bedeutung. Allerdings war das Mittelalter von der Entstehung neuer sportlicher Betätigungen geprägt, wie beispielsweise Ritterturnieren, auf die die Kirche ihre Aufmerksamkeit in ethischer Hinsicht konzentrierte und zu deren christlicher Neuinterpretation sie beitrug, wie die Predigten des heiligen Abtes Bernhard von Clairvaux belegen.

Zur gleichen Zeit erkannte die Kirche den erzieherischen Wert des Sports, auch dank des Beitrags von Persönlichkeiten wie Hugo von St. Viktor und Thomas von Aquin. Hugo betonte in seinem Werk Didascalicon die Bedeutung gymnastischer Übungen im Lehrplan und trug damit zur Entwicklung des mittelalterlichen Bildungssystems bei.[6]

Die Überlegungen des heiligen Thomas von Aquin zum Spiel und zur körperlichen Betätigung stellten die „Mäßigung“ als grundlegendes Merkmal eines tugendhaften Lebens in den Vordergrund. Laut Thomas betrifft ein solches nicht nur die Arbeit oder ernste Beschäftigungen, sondern erfordert auch Zeit für Spiel und Erholung. Thomas von Aquin schreibt: »Andererseits sagt Augustinus: „Ich will, dass du dich einmal schonst…, denn der Weise soll bisweilen den Blick abwenden von den Dingen, die uns gefangen nehmen.“ Doch dieses Urlaubnehmen des Geistes von den Geschäften geschieht durch lustiges Reden und Tun. Dies geziehmt sich also bisweilen für den Weisen und Tugendhaften.«[7] Thomas erkennt, dass Menschen spielen, weil das Spiel eine Quelle der Freude ist, und dass sie es daher um seiner selbst willen ausüben. Als Antwort auf den Einwand, dass eine tugendhafte Handlung auf ein Ziel ausgerichtet sein müsse, bemerkt er: »Die Scherze haben keine Beziehung zu einem außen bestehenden Zwecke, […]; sondern wollen das Wohl des Scherzenden selber, insofern sie Vergnügen oder Ruhe gewähren.«[8] Diese von Thomas von Aquin entwickelte „Ethik des Spiels“ übte einen bemerkenswerten Einfluss auf die Predigt und die Erziehung aus.

Der Sport, eine Lebensschule und ein Areopag der Gegenwart

In diese lange Tradition reihte sich der Humanist Michel de Montaigne ein, als er in einem Essay über die Erziehung schrieb: »Wir erziehen keine Seele, wir erziehen keinen Körper: wir erziehen eine Person. Man darf sie nicht in zwei Teile spalten.«[9] Dies war sein Argument dafür, Sportunterricht und Sport in den Schulalltag zu integrieren. Diese Grundsätze wurden in den Schulen der Jesuiten angewendet und durch die Schriften des heiligen Ignatius von Loyola bestärkt, insbesondere durch die Konstitutionen der Gesellschaft Jesu und die Ratio Studiorum.[10]

In diesen Zusammenhang fügt sich auch das Werk großer Pädagogen ein, vom heiligen Philipp Neri bis zum heiligen Johannes Bosco. Letzterer schuf durch die Verbreitung der Oratorien eine besondere Brücke zwischen der Kirche und den jüngeren Generationen, indem er auch den Sport zu einem Bereich der Evangelisierung machte.[11] In diesem Kontext kann auch an die Enzyklika Rerum novarum (1891) von Leo XIII. erinnert werden: Sie gab den Anstoß zur Gründung zahlreicher katholischer Sportvereine und reagierte damit auf pastoraler Ebene auf die veränderten Anforderungen des modernen Lebens – man denke nur an die Lebensbedingungen der Arbeiter nach der industriellen Revolution – und auf die sich abzeichnenden neuen Gewohnheiten.[12]

An der Wende vom 19. zum 20. Jahrhundert entwickelte sich der Sport zu einem Massenphänomen. Zudem wurden die Olympischen Spiele der Neuzeit ins Leben gerufen (1896). Laien und Geistliche widmeten dieser Wirklichkeit eine aufmerksamere und systematischere Betrachtung. Beginnend mit dem Pontifikat des heiligen Pius X. (1903-1914) ist ein wachsendes Interesse am Sport zu verzeichnen, was durch zahlreiche päpstliche Verlautbarungen belegt wird. In diesen Äußerungen vertrat die katholische Kirche durch die Stimme der Päpste eine Sichtweise zum Sport, die die Würde des Menschen, seine ganzheitliche Entwicklung, seine Erziehung und seine Beziehung zu anderen fokussierte sowie dessen universellen Wert als Mittel zur Förderung von Werten wie Geschwisterlichkeit, Solidarität und Frieden hervorhob. Bezeichnend ist folgende Frage, die der verehrungswürdige Pius XII. 1945 in einer Ansprache an italienische Sportler stellte: »Wie könnte sich die Kirche also nicht [für den Sport] interessieren?«[13]

Das Zweite Vatikanische Konzil hat seine positive Bewertung des Sports in den weiteren Kontext der Kultur gestellt und empfohlen, dass »die Freizeit […] nun sinnvoll zur Entspannung und zur Kräftigung der geistigen und körperlichen Gesundheit verwendet werden [soll]: […] durch den Sport mit seinen Veranstaltungen, der zum psychischen Gleichgewicht des Einzelnen und der Gesellschaft sowie zur Anknüpfung brüderlicher Beziehungen zwischen Menschen aller Lebensverhältnisse, Nationen oder Rassen beiträgt.«[14] Mit dem Erkennen der Zeichen der Zeit ist das kirchliche Bewusstsein für die Bedeutung des Sports also gewachsen. Das Konzil stellte in diesem Bereich eine Art Blütezeit dar: Es entwickelte sich ein Nachdenken über den Sport im Zusammenhang mit dem Glaubensleben, und eine Vielzahl pastoraler Erfahrungen im Sportbereich haben in den folgenden Jahrzehnten ihre schöpferische Kraft entfaltet. Auch die Dikasterien des Heiligen Stuhls haben wichtige Initiativen im Dialog mit diesem Bereich des menschlichen Lebens gefördert.[15]

Von großer Bedeutung waren zwei von Johannes Paul II. begangene Heilig-Jahr-Feiern mit Vertretern aus dem Bereich des Sports: die erste am 12. April 1984, im Heiligen Jahr der Erlösung; die zweite am 29. Oktober 2000 im Olympiastadion von Rom. In die gleiche Richtung ging das Heilige Jahr 2025, das den kulturellen, erzieherischen und symbolischen Wert des Sports als universale menschliche Sprache der Begegnung und der Hoffnung wieder ausdrücklich betont hat. Diese Einstellung führte auch dazu, den Giro d’Italia im Vatikan zu empfangen: Dieses große Radrennen ist ein Sportereignis, aber auch eine Art Volksfest, das Regionen, Generationen und soziale Unterschiede verbindet und das Herz der menschlichen Gemeinschaft auf ihrem Weg ansprechen kann.

Offensichtlich war der Sport auch jenseits der Orte mit frühester christlicher Tradition schon in anderen uns bekannten Kulturen weit verbreitet. Selbst die traditionell mündlich überlieferten Kulturen haben Spuren von Spielfeldern, Sportgeräten sowie Bilder oder Skulpturen hinterlassen, die mit ihren sportlichen Aktivitäten in Verbindung stehen. Es gibt also viel zu lernen aus den sportlichen Traditionen der indigenen Kulturen der afrikanischen und asiatischen Länder, Amerikas und anderer Regionen der Welt.

Auch heute spielt der Sport in den meisten Kulturen weiterhin eine bedeutende Rolle. Er bietet einen privilegierten Raum für Beziehungen und Dialog mit unseren Brüdern und Schwestern, die anderen religiösen Traditionen angehören, sowie mit denen, die sich zu keiner davon bekennen.

Sport und Persönlichkeitsentwicklung

Einige Sozialwissenschaftler können uns helfen, die menschliche und kulturelle Bedeutung des Sports und damit auch seine geistliche Bedeutung besser zu verstehen. Ein relevantes Beispiel dafür ist die Forschung zum sogenannten Flow-Erleben (oder „Fluss“) im Sport und in anderen Bereichen der Kultur.[16] Dieses Erleben tritt in der Regel zwischen Personen auf, die eine Tätigkeit ausüben, die Konzentration und Geschicklichkeit erfordert, wenn der Schwierigkeitsgrad dem von ihnen bereits erreichten Niveau entspricht oder leicht darüber liegt. Denken wir beispielsweise an einen längeren Ballwechsel im Tennis: Der Grund, warum dies einer der unterhaltsamsten Teile eines Spiels ist, liegt darin, dass jeder Spieler den anderen an die Grenzen seines Könnens bringt. Diese Erfahrung ist begeisternd, und die beiden Spieler spornen sich gegenseitig an, besser zu werden; dies gilt für zwei zehnjährige Kinder ebenso wie für zwei Weltklasseprofis.

Zahlreiche Untersuchungen haben gezeigt, dass Menschen nicht nur durch Geld oder Ruhm motiviert werden, vielmehr können sie Freude und innere Befriedigung aus den Tätigkeiten ziehen, die sie ausüben, wenn sie diese aslo aufgrund ihrer Wertes selbst schätzen. Insbesondere ist beobachtet worden, dass Menschen Freude empfinden, wenn sie sich einer Tätigkeit oder einer Beziehung voll und ganz hingeben und über den Punkt hinauswachsen, an dem sie sich befanden, gewissermaßen eine Vorwärtsbewegung vollziehen. Derartige Dynamiken fördern das Wachstum des Menschen in seiner Gesamtheit.

Während einer sportlichen Aktivität konzentriert sich die Person zudem häufig vollständig auf das, was sie tut. Es kommt zu einer Verschmelzung von Handlung und Bewusstsein, sodass kein Raum mehr für eine explizite Aufmerksamkeit für sich selbst bleibt. In diesem Sinne unterbricht ein solches Erleben die Neigung zum Egozentrismus. Zugleich berichten die Menschen von einem Gefühl der Verbundenheit mit ihrer Umgebung. Bei Mannschaftssportarten wird dies in der Regel als Verbundenheit oder Einheit mit den Mitspielern empfunden: Die Spieler sind nicht mehr auf sich selbst bezogen, da sie Teil einer Gruppe sind, die ein gemeinsames Ziel verfolgt. Papst Franziskus hat diesen Aspekt mehrfach hervorgehoben, wenn er junge Sportler dazu ermutigte, Teamplayer zu sein. Er sagte beispielsweise: »Spielt mit der Mannschaft, als Team! Die Mitgliedschaft in einem Sportverein bedeutet, dass man jede Form des Egoismus und der Selbstisolierung ablehnt. Sie ist eine Gelegenheit, anderen Menschen zu begegnen und mit ihnen zusammen zu sein, sich gegenseitig zu helfen, den Wettkampf in gegenseitiger Achtung auszutragen und in der Brüderlichkeit zu wachsen.«[17]

Wenn Mannschaftssportarten nicht vom Profitstreben verdorben sind, bringen sich junge Menschen für etwas ein, das ihnen sehr wichtig ist. Dabei handelt es sich um eine großartige Möglichkeit zur Persönlichkeitsbildung. Es ist nicht immer einfach, die eigenen Fähigkeiten zu erkennen oder zu verstehen, wie sie für die Mannschaft nützlich sein können. Überdies bringt die Zusammenarbeit mit Gleichaltrigen manchmal die Notwendigkeit mit sich, Konflikte zu bewältigen, mit Frustrationen und Misserfolgen umzugehen. Man muss sogar lernen, zu vergeben (vgl. Mt 18,21-22). Auf diese Weise entwickeln sich grundlegende persönliche, christliche und bürgerliche Tugenden.

Die Trainer spielen eine entscheidende Rolle dabei, ein Umfeld zu schaffen, in dem diese Dynamiken erlebt werden können, und die Spieler dabei zu begleiten. Angesichts der dabei involvierten Komplexität des menschlichen Wesens ist es sehr hilfreich, wenn ein Trainer von geistlichen Werten geleitet wird. Es gibt viele Trainer dieser Art, sowohl in christlichen Gemeinschaften und anderen Bildungseinrichtungen als auch im Wettkampfsport und im professionellen Spitzensport. Sie beschreiben die Mannschaftskultur oft als eine, die auf Liebe fußt, die jedem Einzelnen Respekt und Unterstützung entgegenbringt und ihn ermutigt, das eigene Beste zum Wohl der Gruppe zu geben. Wenn ein junger Mensch Teil einer solchen Mannschaft ist, lernt er etwas Grundlegendes darüber, was es bedeutet, ein Mensch zu sein und zu wachsen. Und tatsächlich, »nur gemeinsam werden wir wirklich wir selbst. Nur in der Liebe wird unser Inneres tief und unsere Identität stark«.[18]

Wenn wir den Blick noch stärker weiten, ist es von Bedeutung, daran zu erinnern, dass Sport, gerade weil er eine Quelle der Freude ist und die persönliche Entwicklung sowie soziale Beziehungen fördert, allen Menschen zugänglich sein sollte, die ihn ausüben möchten. In einigen Gesellschaften, die sich als fortschrittlich betrachten und in denen Sport nach dem Prinzip „bezahlen, um zu spielen” organisiert ist, können sich Kinder aus ärmeren Familien und Gemeinschaften die Teilnahmegebühren nicht leisten und bleiben ausgeschlossen. In anderen Gesellschaften ist es Mädchen und Frauen nicht gestattet, Sport zu treiben. Manchmal bestehen bei der Ausbildung der Ordensleute, insbesondere der weiblichen, weiter Vorbehalte und Bedenken gegenüber körperlicher Betätigung und Sport. Es ist daher notwendig, sich dafür einzusetzen, dass Sport für alle zugänglich wird. Dies ist für die Persönlichkeitsentwicklung sehr wichtig. Dies haben mir die bewegenden Berichte von Mitgliedern der Olympiamannschaft der Flüchtlinge oder von Teilnehmern an den Paralympics, den Special Olympics und dem Homeless World Cup bestätigt. Wie wir gesehen haben, machen die authentischen Werte des Sports auf ganz natürliche Weise offen für Solidarität und Inklusion.

Risiken, die sportliche Werte gefährden

Nachdem wir uns damit befasst haben, wie der Sport zur Entwicklung des Menschen beiträgt und das Gemeinwohl fördert, müssen wir nun die Dynamiken aufzeigen, die diese Ergebnisse beeinträchtigen können. Dies geschieht vor allem durch eine Form der „Korruption“, die für alle offensichtlich ist. In vielen Gesellschaften ist der Sport eng mit Wirtschaft und Finanzen verbunden. Es ist offensichtlich, dass Geld nötig ist, um sportliche Aktivitäten zu unterstützen, die von öffentlichen Einrichtungen, anderen zivilgesellschaftlichen Organisationen und Bildungseinrichtungen sowie von privaten Einrichtungen auf Wettkampf- und Profiebene durchgeführt werden. Probleme entstehen dann, wenn das Geschäft zur primären oder ausschließlichen Motivation wird. Dann beruhen die Entscheidungen nicht mehr auf der Würde der Menschen oder dem Wohl des Sportlers, seiner ganzheitlichen Entwicklung und jener der Gemeinschaft.

Wenn man darauf abzielt, den Gewinn zu maximieren, wird das, was gemessen oder quantifiziert werden kann, überbewertet, auf Kosten von unermesslich wichtigen menschlichen Dimensionen: „Es zählt nur das, was gezählt werden kann“. Diese Denkweise greift im Sport um sich, wenn man sich zwanghaft auf die erreichten Ergebnisse und die Geldsummen konzentriert, die man durch einen Sieg erzielen kann. In vielen Fällen, sogar auf Amateurniveau, haben die Anforderungen und Werte des Marktes andere menschliche Werte des Sports verdrängt, die es hingegen verdienen, bewahrt zu werden.

Papst Franziskus hat auf die negativen Auswirkungen hingewiesen, die solche Dynamiken auf Sportler haben können, und erklärt: »Wenn der Sport einzig und allein unter wirtschaftlichen Gesichtspunkten oder als Siegesstreben um jeden Preis gesehen wird, dann läuft man Gefahr, die Athleten zu einer bloßen Ware zu reduzieren, aus der sich Profit schlagen lässt. Die Athleten selbst werden Teil eines Mechanismus, der sie erfasst, der eigentliche Sinn ihrer Aktivitäten kommt ihnen abhanden, jene Freude am Spiel, die sie einst als Kinder in ihren Bann zog und sie zu vielen großen Opfern trieb und sie dazu brachte, Sieger zu werden. Der Sport ist Harmonie, aber wenn ein übermäßiges Streben nach Geld und Erfolg die Oberhand gewinnt, dann zerbricht diese Harmonie.«[19]

Auch Leistungssportler und Profisportler riskieren, sich auf sich selbst und ihre Leistung zu konzentrieren, wenn wirtschaftliche Interessen zum primären oder ausschließlichen Ziel werden, wodurch die gemeinschaftliche Dimension des Spiels geschwächt und sein sozialer und zivilisatorischer Wert untergraben wird. Der Sport ist hingegen eine Praxis, die über Werte verfügt, die von allen Beteiligten geteilt werden und die das Zusammenleben auch in schwierigen Situationen menschlicher machen können. Eine unverhältnismäßige Fokussierung auf das Geld lenkt die Aufmerksamkeit hingegen explizit und reduktiv auf sich selbst. Auch in diesem Fall gilt das Wort Jesu: »Niemand kann zwei Herren dienen« (Mt 6,24).

Ein besonderes Risiko entsteht, wenn die finanziellen Vorteile, die sich aus dem Erfolg im Sport ergeben, als wichtiger angesehen werden als der Eigenwert der Teilnahme: Das Diktat der Leistung kann zum Einsatz von Dopingmitteln und anderen Formen des Betrugs verleiten und dazu, dass sich Mannschaftssportler eher auf ihr wirtschaftliches Wohlergehen als auf die Redlichkeit in ihrer Sportart konzentrieren. Wenn finanzielle Anreize zum einzigen Kriterium werden, kann es vorkommen, dass Einzelpersonen und Mannschaften ihre Ergebnisse der Korruption und Einmischung der Glücksspielindustrie unterwerfen. Diese verschiedenen Formen des Betrugs korrumpieren nicht nur die sportliche Betätigung selbst, sondern sie desillusionieren auch die breite Öffentlichkeit und untergraben den positiven Beitrag des Sports zur Gesellschaft insgesamt.

Der Wettkampf und die Kultur der Begegnung

Wenn wir unseren Blickwinkel auf den Bereich der sportlichen Wettkämpfe erweitern, können auch diese eine wichtige Rolle bei der Förderung der Einheit zwischen den Menschen spielen. Interessanterweise leitet sich das lateinische Wort competitio (Wettkampf) von zwei Wurzeln ab: cum – „zusammen“ – und petere – „suchen“. In einem Wettkampf, so kann man also sagen, streben zwei Personen oder zwei Mannschaften gemeinsam nach Spitzenleistungen. Sie sind keine Todfeinde. Und in der Zeit vor oder nach dem Wettkampf gibt es in der Regel die Möglichkeit, sich zu treffen und kennenzulernen.

Genau aus diesem Grund setzt echter sportlicher Wettkampf einen gemeinsamen ethischen Pakt voraus: die redliche Akzeptanz der Regeln und die Achtung der Lauterkeit des Wettkampfs. Die Ablehnung von Doping und jeder Form von Korruption ist beispielsweise nicht nur eine Frage der Disziplin, sondern betrifft das Wesen des Sports selbst. Die Leistung auf künstliche Weise zu verändern oder das Ergebnis zu kaufen bedeutet, die Dimension des cum-petere zu zerstören, indem das gemeinsame Streben nach Exzellenz in eine individuelle oder einseitige Überwältigung verwandelt wird.

Wahrer Sport erzieht hingegen zu einem gelassenen Umgang mit Grenzen und Normen. Die Grenze ist eine Schwelle, mit der man leben muss: Sie ist es, die die Anstrengungen sinnvoll, den Fortschritt verständlich und Verdienste erkennbar werden lässt. Die Norm ist die gemeinsame „Grammatik”, die das Spiel überhaupt erst möglich macht. Ohne Regeln gibt es weder Wettkampf noch Begegnung, sondern bloß Chaos oder Gewalt. Die Grenzen des eigenen Körpers, der Zeit und der Mühe anzunehmen und die gemeinsamen Regeln zu respektieren bedeutet anzuerkennen, dass Erfolg aus Disziplin, Ausdauer und Redlichkeit erwächst.

In diesem Sinne vermittelt der Sport auch außerhalb des Wettkampfplatzes eine entscheidende Lektion: Er lehrt, dass man nach Höchstleistungen streben kann, ohne dabei die eigene Verletzlichkeit zu leugnen, dass man gewinnen kann, ohne andere zu demütigen, und dass man verlieren kann, ohne als Mensch besiegt zu werden. Fairer Wettkampf birgt somit eine zutiefst menschliche und gemeinschaftliche Dimension: Er trennt nicht, sondern verbindet; er verabsolutiert nicht das Ergebnis, sondern weiß um den Wert des Weges dorthin; er vergötzt nicht die Leistung, sondern erkennt die Würde jener an, die mitwirken.

Gerechter Wettkampf und eine Kultur der Begegnung betreffen nicht nur die Spieler, sondern auch die Zuschauer und Fans. Das Zugehörigkeitsgefühl zur eigenen Mannschaft kann für viele Fans ein sehr wichtiger Bestandteil ihrer Identität sein: Sie teilen die Freuden und Enttäuschungen ihrer Helden und finden zu einem Gemeinschaftsgefühl mit den anderen Anhängern. Dies ist in der Regel ein positiver Faktor in der Gesellschaft, eine Quelle freundschaftlicher Konkurrenz und spaßiger Sticheleien, was jedoch problematisch werden kann, wenn es zu einer Polarisierung kommt, die zu verbaler und körperlicher Gewalt führt. Dann verwandelt sich das Anfeuern von einem Ausdruck der Unterstützung und Verbundenheit in Fanatismus; das Stadion wird zum Ort der Konfrontation statt der Begegnung. Hier vereint der Sport nicht, sondern radikalisiert, er erzieht nicht, sondern verdirbt, weil er die persönliche Identität auf eine blinde und antagonistische Zugehörigkeit reduziert. Dies ist dann besonders besorgniserregend, wenn die Zugehörigkeit zu einer Gruppe mit anderen Formen politischer, sozialer und religiöser Diskriminierung verbunden ist und indirekt dazu genutzt wird, tieferen Formen von Ressentiments und Hass Ausdruck zu verleihen.

Insbesondere internationale Wettkämpfe bieten eine hervorragende Gelegenheit, unser gemeinsames Menschsein in seiner ganzen Vielfalt zu erleben. Die Eröffnungs- und Abschlusszeremonien der Olympischen Spiele sind tatsächlich sehr bewegend, wenn wir die Athleten mit den Nationalflaggen und der traditionellen Kleidung ihrer Länder vorbeiziehen sehen. Solche Erfahrungen können uns inspirieren und uns daran erinnern, dass wir dazu berufen sind, eine einzige Menschheitsfamilie zu bilden. Die Werte, die der Sport fördert – wie Redlichkeit, Gemeinschaftssinn, Aufgeschlossenheit, Dialog und Vertrauen in andere –, sind allen Menschen gemein, unabhängig von ihrer ethnischen Herkunft, ihrer Kultur und ihrem Glauben.[20]

Sport, Beziehung und Unterscheidungsvermögen

Der Sport entsteht als zwischenmenschliches Erlebnis: Er bringt Körper und durch die Körper Lebensgeschichten, Unterschiede und Zugehörigkeiten miteinander in Kontakt. Gemeinsames Training, redliche Wettkämpfe, das Teilen der Anstrengung und der Freude am Spiel fördern den Austausch und schaffen Bindungen, die soziale, kulturelle und sprachliche Barrieren überwinden. In diesem Sinne begünstigt der Sport soziale Beziehungen erheblich: Er schafft Gemeinschaft, lehrt den Respekt vor gemeinsamen Regeln und vermittelt, dass kein Ergebnis allein die Frucht eines einsamen Weges ist. Doch gerade weil er tiefe Leidenschaften weckt, hat der Sport auch seine Grenzen.

Die erzieherische Bedeutung des Sports zeigt sich insbesondere im Verhältnis zwischen Sieg und Niederlage. Gewinnen bedeutet nicht einfach nur, sich durchzusetzen, sondern den Wert des zurückgelegten Weges, der Disziplin und des gemeinsamen Engagements anzuerkennen. Verlieren bedeutet seinerseits nicht das Scheitern einer Person, sondern kann zu einer Schule der Wahrheit und Demut werden. Der Sport erzieht somit zu einem tieferen Verständnis des Lebens, in dem der Erfolg niemals endgültig ist und der Misserfolg niemals das letzte Wort ist. Die Niederlage ohne Verzweiflung und den Sieg ohne Arroganz anzunehmen bedeutet, zu lernen, sich in reifer Weise in der Wirklichkeit zu bewegen, indem man die eigenen Grenzen und Möglichkeiten erkennt.

Es ist zudem nicht ungewöhnlich, dass dem Sport eine fast religiöse Funktion zugeschrieben wird. Stadien werden als weltliche Kathedralen wahrgenommen, Spiele als kollektive Liturgien, Sportler als Heilbringer. Diese Sakralisierung offenbart ein authentisches Bedürfnis nach Sinn und Gemeinschaft, sie riskiert jedoch, sowohl den Sport als auch die geistliche Dimension des Lebens zu entleeren. Wenn der Sport den Anspruch erhebt, die Religion zu ersetzen, verliert er seinen Charakter als Spiel und als Dienst am Leben, er wird absolut, alles vereinnahmend und unfähig, sich selbst zu relativieren.

In diesem Zusammenhang ist auch die Gefahr des Narzissmus zu erwähnen, der heute die gesamte Sportkultur durchdringt. Der Sportler kann sich auf den Spiegel seines leistungsfähigen Körpers, seines an Bekanntheit und Zuspruch gemessenen Erfolgs fixieren. Der Kult um das Image und die Leistung, der durch die Medien und digitalen Plattformen noch verstärkt wird, droht den Menschen zu zersplittern und den Körper von Verstand und Geist abzutrennen. Es bedarf dringend eines ganzheitlichen Blicks auf den Menschen, der das körperliche Wohlbefinden nicht vom inneren Gleichgewicht, von ethischer Verantwortung und von der Öffnung gegenüber anderen trennt. Es ist nötig, jene Persönlichkeiten wiederzuentdecken, die sportliche Leidenschaft, soziale Sensibilität und Heiligkeit in sich vereint haben. Unter den vielen Beispielen, die ich nennen könnte, möchte ich an den heiligen Pier Giorgio Frassati (1901-1925) erinnern, einen jungen Mann aus Turin, der Glauben, Gebet, soziales Engagement und Sport in vollkommener Weise miteinander verband. Pier Giorgio war ein begeisterter Bergsteiger und organisierte oft Ausflüge mit seinen Freunden. In die Berge zu gehen und in diese majestätischen Landschaften einzutauchen, das ließ ihn die Größe des Schöpfers betrachten.

Eine weitere Entstellung zeigt sich in der politischen Instrumentalisierung internationaler Sportwettkämpfe. Wenn der Sport der Logik von Macht, Propaganda oder nationaler Vorherrschaft unterworfen wird, dann wird seine universale Berufung verraten. Große Sportveranstaltungen sollten Orte der Begegnung und der gegenseitigen Bewunderung sein, und keine Bühnen für die Durchsetzung politischer oder ideologischer Interessen.

Die Herausforderungen der Gegenwart werden durch die Auswirkungen des Transhumanismus und der künstlichen Intelligenz auf die Welt des Sports noch verstärkt. Die auf die Leistung angewandten Technologien drohen eine künstliche Trennung zwischen Körper und Geist herbeizuführen und den Sportler in ein optimiertes, kontrolliertes Produkt zu verwandeln, das über seine natürlichen Grenzen hinaus potenziert wird. Wenn die Technik nicht mehr im Dienste der Person steht, sondern diese neu definieren will, dann verliert der Sport seine menschliche und sinnbildliche Dimension und wird zu einem Laboratorium für körperverlorene Experimente.

Im Gegensatz zu solchen Verirrungen verfügt der Sport über eine außergewöhnliche integrative Kraft. Richtig ausgeübt, eröffnet er Menschen jeden Alters, jeder sozialen Herkunft und jeder Leistungsfähigkeit Teilnahmemöglichkeiten und wird so zu einem Mittel für Integration und Würde.

In diese Perspektive fügt sich die Erfahrung von Athletica Vaticana ein. Sie wurde 2018 als offizielles Team des Heiligen Stuhls gegründet und steht unter der Obhut des Dikasteriums für Kultur und Bildung. Sie zeugt davon, dass Sport auch als kirchlicher Dienst verstanden werden kann, insbesondere zugunsten der Ärmsten und Schwächsten. Der Sport ist hier kein Spektakel, sondern Nähe; keine Selektion, sondern Begleitung; kein erbitterter Wettkampf, sondern ein gemeinsamer Weg.

Schließlich muss man sich mit der zunehmenden Angleichung des Sports an die Logik von Videospielen auseinandersetzen. Die extreme Gamifizierung der sportlichen Betätigung, die Reduzierung des Erlebnisses auf Punktestände, Levels und wiederholbare Leistungen, droht den Sport vom realen Körper und von konkreten Beziehungen zu entkoppeln. Das Spiel, das immer mit Risiko, Unvorhersehbarkeit und Gegenwart verbunden ist, wird durch eine Simulation ersetzt, die totale Kontrolle und sofortige Befriedigung verspricht. Den authentischen Wert des Sports zurückzugewinnen bedeutet daher, ihm seine Körper-, Erziehungs- und Beziehungsdimension zurückzugeben, damit er eine Schule der Menschlichkeit bleibt und kein bloßes Konsumobjekt.

Sportseelsorge für ein Leben in Fülle

Eine gelungene Sportseelsorge entsteht aus dem Bewusstsein, dass der Sport einer jener Orte ist, an denen Vorstellungen entstehen, Lebensstile geformt und junge Generationen erzogen werden. Aus diesem Grund ist es erforderlich, dass die Ortskirchen den Sport als einen Raum der Unterscheidung und Begleitung erkennen, der ein Engagement im Bereich der menschlichen und geistlichen Begleitung verdient. In dieser Perspektive erscheint es angebracht, dass es innerhalb der Bischofskonferenzen Ämter oder Kommissionen gibt, die sich dem Sport widmen und in denen die Seelsorgeangebote erarbeitet und koordiniert werden, indem ein Dialog zwischen den sportlichen, erzieherischen und gesellschaftlichen Einrichtungen in den jeweiligen Gegenden hergestellt wird. Der Sport durchzieht nämlich Pfarreien, Schulen, Universitäten, Jugendzentren, Vereine und Stadtviertel: eine gemeinsame Vision zu fördern, ermöglicht es, Zersplitterungen zu vermeiden und bereits bestehende Erfahrungen wertzuschätzen.

Auf lokaler Ebene entspricht die Ernennung eines Diözesanbeauftragten und die Bestellung von Seelsorgeteams für den Sport demselben Bedürfnis nach Nähe und Beständigkeit. Die pastorale Begleitung des Sports beschränkt sich nicht auf liturgische Feiern, sondern vollzieht sich im Laufe der Zeit, indem man die Anstrengungen, Erwartungen, Enttäuschungen und Hoffnungen derjenigen teilt, die täglich auf dem Spielfeld, in der Trainingshalle oder auf der Straße zu finden sind. Diese Begleitung betrifft sowohl den Sport als Ganzes mit seinen kulturellen und wirtschaftlichen Veränderungen als auch die konkreten Personen, die ihn ausüben. Die Kirche ist aufgerufen, dort Nähe zu zeigen, wo Sport als Beruf, als Wettkampf auf hohem Niveau, als Möglichkeit zum Erfolg oder zur Medienpräsenz gelebt wird, in besonderer Weise soll ihr jedoch der Breitensport am Herzen liegen, der oft durch knappe Ressourcen gekennzeichnet ist, aber einen großen Reichtum an Beziehungen mit sich bringt.

Eine gute Sportpastoral kann wesentlich zum Nachdenken über die Ethik im Sport beitragen. Es geht nicht darum, von außen Normen aufzuerlegen, sondern von innen heraus den Sinn des sportlichen Handelns zu beleuchten und zu zeigen, wie das Streben nach Ergebnissen mit dem Respekt gegenüber anderen, den Regeln und sich selbst vereinbar ist. Insbesondere die Harmonie zwischen körperlicher und geistlicher Entwicklung ist als grundlegende Dimension eines ganzheitlichen Menschenbildes zu betrachten. Der Sport wird auf diese Weise zu einem Ort, an dem man lernt, sich um sich selbst zu kümmern, ohne sich zu vergötzen, über sich hinauszuwachsen, ohne sich selbst auszulöschen, und zu konkurrieren, ohne die Geschwisterlichkeit zu verlieren.

Den Sport als ein offenes und inklusives Instrument der Gemeinschaftlichkeit zu betrachten und zu betreiben, ist eine weitere entscheidende Aufgabe. Der Sport kann und muss ein Ort des Willkommens sein, der Menschen unterschiedlicher sozialer, kultureller und physischer Prägung integrieren kann. Die Freude, beisammen zu sein, die durch das gemeinschaftliche Spiel, das gemeinsame Training und die gegenseitige Unterstützung entsteht, ist einer der einfachsten und tiefgehendsten Ausdrucksformen einer versöhnten menschlichen Gemeinschaft.

In diesem Rahmen sind Sportler ein Vorbild, das anerkannt und begleitet werden sollte. Ihre alltäglichen Erfahrungen vermitteln Askese und Nüchternheit, geduldige Arbeit an sich selbst, Ausgewogenheit zwischen Disziplin und Freiheit sowie Respekt vor den Bedürfnissen von Körper und Geist. Diese Eigenschaften können das gesamte gesellschaftliche Leben erhellen. Das geistliche Leben bietet seinerseits den Sportlern einen Blick, der über die Leistung und das Ergebnis hinausgeht. Es macht die Bedeutung der Übung als einer Praxis deutlich, die das Innere formt. Es hilft, der Anstrengung einen Sinn zu geben, Niederlagen ohne Verzweiflung und Erfolge ohne Überheblichkeit zu erleben, und es verwandelt das Training in eine Disziplin des Menschseins

All dies findet seinen letzten Horizont in dem biblischen Versprechen, das diesem Schreiben seinen Titel gibt: Das Leben in Fülle. Es handelt sich dabei nicht um eine Anhäufung von Erfolgen oder Leistungen, sondern um eine Fülle des Lebens, die den Körper, die Beziehungen und das Innerliche miteinander verbindet. In kultureller Hinsicht lädt das Leben in Fülle dazu ein, den Sport von reduktiven Logiken zu befreien, die ihn zu bloßem Spektakel oder Konsum machen. In pastoraler Hinsicht fordert es die Kirche auf, zu einer Präsenz zu werden, die in der Lage ist, zu begleiten, zu unterscheiden und Hoffnung zu wecken. Auf diese Weise kann der Sport wirklich zu einer Lebensschule werden, in der man lernt, dass die Fülle nicht aus dem Sieg um jeden Preis hervorgeht, sondern aus dem Teilen, aus dem Respekt und aus der Freude, zusammen unterwegs zu sein.

Aus dem Vatikan, am 6. Februar 2026

LEO PP. XIV

_________________

[1] Comité International Olympique, Olympic Charter 1984 (Losanna 1983), S. 6

[2] Hl. Johannes Paul II., Homilie in der Eucharistiefeier zur Heilig-Jahr-Feier der Sportler (Rom, Olympiastadion, 12. April 1984), 3.

[3] Ders., Neujahrsansprache an das beim Heiligen Stuhl akkreditierte diplomatische Korps (13. Januar 2003), 4.

[4] Ansprache beim Gebetstreffen für den Frieden (Rom, Kolosseum, 28. Oktober 2025).

[5] Hl. Johannes Paul II., Enzyklika Redemptor hominis (4. März 1979), 14.

[6] Vgl Hugo von St. Viktor, Didascalicon, II, XXVII: C.H. Buttimer [Hrsg.], Washington 1939, 44.

[7] Hl. Thomas von Aquin, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ebd., I-II, q. 1, art. 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, The Essays, I, 25: J. Balsamo u.a. [Hrsg.], Paris 2007, 171.

[10] Vgl M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Vgl. A. Stelitano – A. M. Dieguez – Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Città del Vaticano 2015.

[12] Vgl. Leo XIII., Enzyklika Rerum novarum (15. Mai 1891), 36.

[13] Pius XII., Discorso agli atleti italiani (20. Mai 1945).

[14] Zweites Vatikanisches Konzil, Dogmatische Konstitution Gaudium et spes, 61.

[15] Vgl. Dikasterium für die Laien, die Familie und das Leben, Dare il meglio di sé. Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana (1. Juni 2018).

[16] Vgl. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

[17] Franziskus, Ansprache an die Mitglieder des Italienischen Sportzentrums (7. Juni 2014).

[18] Incontro con le Autorità, Rappresentanti della società civile e il Corpo Diplomatico (Ankara, Türkei, 27. November 2025).

[19] Franziskus, Ansprache an die Mitglieder des Europäischen Olympischen Komitees (23. November 2013).

[20] Vgl. Franziskus, Ansprache an die Teilnehmer und die Organisatoren des „Interreligiösen Fußballspiels für den Frieden“ (1. September 2014).

[00210-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

CARTA

DEL SANTO PADRE LEÓN XIV

LA VIDA EN ABUNDANCIA

SOBRE EL VALOR DEL DEPORTE

Queridos hermanos y hermanas:

Con ocasión de la celebración de los XXV Juegos Olímpicos Invernales, que se realizarán entre Milán y Cortina d’Ampezzo del 6 al 22 de febrero próximo, y de los XIV Juegos Paralímpicos, que tendrán lugar en las mismas localidades, del 6 al 15 de marzo, deseo dirigir un saludo y los mejores deseos a cuantos están directamente implicados y, al mismo tiempo, aprovechar la oportunidad para proponer una reflexión destinada a todos. La práctica deportiva, lo sabemos, puede tener una naturaleza profesional, de altísima especialización; en esta forma corresponde a la vocación de pocos, aun suscitando admiración y entusiasmo en el corazón de tantos, que vibran al ritmo de las victorias o de las derrotas de los atletas. Pero el ejercicio del deporte es una actividad común, abierta a todos y saludable para el cuerpo y para el espíritu, hasta el grado de constituir una expresión universal de lo humano.

Deporte y construcción de la paz

Con motivo de los anteriores Juegos Olímpicos, mis predecesores han subrayado cómo el deporte puede tener un rol importante para el bien de la humanidad, en particular para la promoción de la paz. Por ejemplo, san Juan Pablo II, dirigiéndose a los jóvenes atletas provenientes de todo el mundo en 1984, citó la Carta olímpica,[1] que considera el deporte como un factor que requiere «un espíritu de mejor comprensión mutua y amistad, contribuyendo así a construir un mundo mejor y más pacífico». Él animó a los participantes con estas palabras: «Hagan que sus encuentros sean un signo emblemático para toda la sociedad y un preludio de esa nueva era, en la cual “no levantará la espada una nación contra otra” (Is 2,4)».[2]

En esta línea se sitúa la Tregua olímpica, que en la antigua Grecia era un acuerdo dirigido a suspender las hostilidades antes, durante y después de los Juegos Olímpicos, para que los atletas y los espectadores pudieran viajar libremente y las competiciones pudieran realizarse sin interrupciones. La institución de la Tregua surge de la convicción de que la participación en competiciones reglamentadas (agones) constituye un camino individual y colectivo hacia la virtud y la excelencia (aretē). Cuando el deporte se practica en este espíritu y en estas condiciones, se promueve la maduración de la cohesión comunitaria y del bien común.

La guerra, por el contrario, nace de la radicalización del desacuerdo y del rechazo de cooperar los unos con los otros. El adversario es entonces considerado como un enemigo mortal, a quien hay que aislar y, si es posible, eliminar. Las trágicas evidencias de esta cultura de muerte están ante nuestros ojos —vidas truncadas, sueños destrozados, traumas de los supervivientes, ciudades destruidas— como si la convivencia humana se redujera superficialmente al escenario de un videojuego. Pero esto no debe hacernos olvidar nunca que la agresividad, la violencia y la guerra son siempre «una derrota de la humanidad».[3]

Acertadamente, la Tregua olímpica ha sido propuesta de nuevo en tiempos recientes por el Comité Olímpico Internacional y la Asamblea General de las Naciones Unidas. En un mundo sediento de paz, necesitamos instrumentos que pongan «fin a la prepotencia, a la exhibición de la fuerza y al desinterés por el derecho».[4] Aliento vivamente a todas las naciones, con ocasión de los próximos Juegos Olímpicos y Paralímpicos invernales, a redescubrir y respetar este instrumento de esperanza que es la Tregua olímpica, símbolo y profecía de un mundo reconciliado.

El valor formativo del deporte

«Yo he venido para que las ovejas tengan Vida, y la tengan en abundancia» (Jn 10,10). Estas palabras de Jesús nos ayudan a comprender el interés de la Iglesia por el deporte y el modo en el que el cristiano se acerca a él. Jesús puso siempre a las personas en el centro, se ocupó de ellas, deseando para cada una la plenitud de la vida. Por eso, como afirmó san Juan Pablo II, la persona humana «es el primer camino que la Iglesia debe recorrer en el cumplimiento de su misión».[5] La persona, por tanto, según la visión cristiana, debe permanecer siempre en el centro del deporte en todas sus expresiones, incluso en las de excelencia agonística y profesional.

A la luz de esto, en los escritos de san Pablo, conocido como el Apóstol de las gentes, podemos encontrar una sólida base de dicha conciencia. En el tiempo en el que él escribía, los griegos ya poseían desde hacía mucho tiempo tradiciones atléticas. Por ejemplo, la ciudad de Corinto patrocinaba los juegos ístmicos cada dos años desde el siglo VI a.C; por ello, escribiendo a los corintios, Pablo recurrió a imágenes deportivas para introducirlos en la vida cristiana: «¿No saben que —escribe— en el estadio todos corren, pero uno solo gana el premio? Corran, entonces, de manera que lo ganen. Los atletas se privan de todo, y lo hacen para obtener una corona que se marchita; nosotros, en cambio, por una corona incorruptible» (1 Co 9,24-25).

Siguiendo la tradición paulina, muchos autores cristianos utilizaron imágenes atléticas como metáforas para describir las dinámicas de la vida espiritual; y esto, hasta hoy, nos hace reflexionar sobre la profunda unidad entre las diferentes dimensiones del ser humano. Si bien no faltan, en épocas pasadas, escritos cristianos —influenciados por filosofías dualistas— que tienen una visión más bien negativa del cuerpo, el hilo conductor de la teología cristiana ha subrayado la bondad del mundo material afirmando que la persona es unidad de cuerpo, alma y espíritu. En efecto, los teólogos de la antigüedad y del medioevo refutaron con fuerza las doctrinas gnósticas y maniqueas, precisamente porque consideraban el mundo material y el cuerpo humano como intrínsecamente malos. Según estás concepciones, el fin de la vida espiritual consistiría en liberarse del mundo y del cuerpo. Por el contrario, los teólogos cristianos apelaron a las convicciones fundamentales de la fe: la bondad del mundo creado por Dios, el hecho de que el Verbo se hizo carne y la resurrección de la persona en su armonía entre cuerpo y alma.

Esta comprensión positiva de la realidad física favoreció el desarrollo de una cultura en la que el cuerpo, unido al espíritu, estuviera plenamente involucrado en las prácticas religiosas: en las peregrinaciones, las procesiones, los dramas sacros, los sacramentos y la oración que hace uso de imágenes, estatuas y varias formas de representación.

Con la consolidación del cristianismo en el Imperio Romano, los espectáculos deportivos típicos de la cultura romana —en particular los combates entre gladiadores— iniciaron progresivamente a perder relevancia social. Sin embargo, la edad media estuvo marcada por la aparición de nuevas formas de práctica deportiva, como los torneos caballerescos, en los que la Iglesia concentró su atención ética, contribuyendo también a reinterpretarlos en clave cristiana, como lo testimonia la predicación del abad san Bernardo de Claraval.

En el mismo periodo, la Iglesia reconoció el valor formativo del deporte, gracias también al aporte de figuras como Hugo de San Víctor y santo Tomás de Aquino. Hugo, en su obra Didascalicon, destacó la importancia de las actividades gimnásticas en el currículo de los estudios, ayudando a configurar el sistema educativo medieval.[6]

La reflexión de santo Tomás de Aquino sobre el juego y el ejercicio físico ponía en primer plano la “moderación” como trato fundamental de una vida virtuosa. Según Tomás, esta última no se refiere sólo al trabajo o a las ocupaciones consideradas serias, sino que necesita también tiempo para el juego y el descanso. Escribe el Aquinate: «está la autoridad de San Agustín, quien dice […]: Quiero que seas indulgente contigo mismo, porque conviene que el sabio relaje de vez en vez el rigor de su aplicación a las cosas que debe hacer. Ahora bien: esta relajación del ánimo respecto de las cosas que deben hacerse se realiza mediante palabras y acciones de recreo. Luego conviene que el sabio y el virtuoso recurran a ellas alguna vez».[7] Tomás reconoce que las personas juegan porque el juego es fuente de placer y, por tanto, lo practican por sí mismo. Respondiendo a una objeción según la cual un acto virtuoso debe ser dirigido a un fin, él observa que «las acciones lúdicas no se ordenan a ningún fin extrínseco, sino que se ordenan al bien del que juega, porque le son agradables o le proporcionan descanso».[8] Esta “ética del juego” elaborada por Tomás de Aquino ejercitó una notable influencia en la predicación y en la educación.

El deporte, escuela de vida y areópago contemporáneo

Se situaba en esta larga tradición al humanista Michel de Montaigne cuando, en un ensayo sobre la educación, escribía: «No se educa a un alma, ni se educa a un cuerpo; se educa a un hombre: no hay que dividirlo en dos».[9] Este es el motivo que él aduce para justificar la inserción de la educación física y del deporte en la jornada escolar. Estos principios fueron aplicados en las escuelas de los jesuitas, avalados por los escritos de san Ignacio de Loyola, en particular por las Constituciones de la Compañía de Jesús y la Ratio Studiorum.[10]

En ese contexto se incorporan también las obras de grandes educadores, desde san Felipe Neri a san Juan Bosco. Este último, por medio de la promoción de los oratorios, estableció un puente privilegiado entre la Iglesia y las nuevas generaciones, haciendo también del deporte un espacio de evangelización.[11] En esta línea, se puede recordar también la encíclica Rerum novarum (1891) de León XIII, que estimuló el surgimiento de numerosas asociaciones deportivas católicas, respondiendo así, en el plano pastoral, a las cambiantes exigencias de la vida moderna —piénsese en las condiciones de los trabajadores después de la revolución industrial— y a las nuevas costumbres emergentes.[12]

Entre los siglos XIX y XX, el fenómeno deportivo se volvió colectivo. Además, nacieron los Juegos Olímpicos de la era moderna (1896). Laicos y pastores dedicaron una mirada más atenta y sistemática a esa realidad. A partir del pontificado de san Pío X (1903-1914), se registra un creciente interés por el deporte, testimoniado por numerosas declaraciones pontificias. En ellas, la Iglesia católica, por medio de la voz de los Papas, propuso una visión del deporte centrada en la dignidad de la persona humana, en su desarrollo integral, en su educación y en su relación con los demás, evidenciando su valor universal como instrumento de promoción de valores tales como la fraternidad, la solidaridad y la paz. Emblemática es la pregunta planteada por el venerable Pío XII en un discurso dirigido a los atletas italianos en 1945: «¿Cómo podría la Iglesia no interesarse [en el deporte]?».[13]

El Concilio Vaticano II expresó su valoración positiva del deporte en el ámbito más amplio de la cultura, recomendando que se empleen «los descansos oportunamente para distracción del ánimo y para consolidar la salud del espíritu y del cuerpo, […] con ejercicios y manifestaciones deportivas, que ayudan a conservar el equilibrio espiritual, incluso en la comunidad, y a establecer relaciones fraternas entre los hombres de todas las clases, naciones y razas».[14] Gracias a la lectura de los signos de los tiempos, ha crecido, por tanto, la conciencia eclesial de la importancia de la práctica deportiva. El Concilio representó un florecimiento en este campo; se desarrolló la reflexión sobre el deporte en relación a la vida de fe y una multiplicidad de experiencias pastorales en ámbito deportivo han revelado en los decenios sucesivos su fuerza generativa. También los Dicasterios de la Santa Sede han promovido válidas iniciativas en diálogo con este ámbito humano.[15]

Muy significativos han sido dos Jubileos del Deporte celebrados por san Juan Pablo II: el primero el 12 de abril de 1984, en el Año de la Redención; el segundo el 29 de octubre de 2000, en el Estadio Olímpico de Roma. En esta misma línea se ha situado el Jubileo del 2025, que ha relanzado de manera explícita el valor cultural, educativo y simbólico del deporte como lenguaje humano universal de encuentro y de esperanza. Esta perspectiva impulsó la decisión de acoger en el Vaticano el Giro de Italia, la gran competición ciclística que, además de ser un evento deportivo, es también un relato popular capaz de atravesar territorios, generaciones y diferencias sociales, y de hablar al corazón de la comunidad humana en camino.

Más allá de los lugares de más antigua tradición cristiana, parece evidente que el deporte esté ampliamente presente en las culturas de las que tenemos testimonio. Incluso aquellas tradicionalmente orales han dejado rastros de campos de juego, instrumentos atléticos, además de imágenes o esculturas ligadas a sus prácticas deportivas. Hay, por tanto, mucho que aprender también de las tradiciones deportivas de las culturas indígenas, de los países africanos y asiáticos, de las Américas y de otras regiones del mundo.

Todavía hoy, el deporte sigue desempeñando un rol significativo en la mayor parte de las culturas. Ofrece un espacio privilegiado de relación y de diálogo con nuestros hermanos y hermanas pertenecientes a otras tradiciones religiosas, así como con quienes no se reconocen en ninguna de ellas.

Deporte y desarrollo de la persona

Algunos estudiosos de las ciencias sociales pueden ayudarnos a comprender mejor el significado humano y cultural del deporte y, por consiguiente, su significado espiritual. Un ejemplo relevante está representado por las investigaciones sobre la llamada flow experience (o “flujo”) en el deporte y en otros ámbitos de la cultura.[16] Dicha experiencia se verifica generalmente entre personas comprometidas en una actividad que requiere concentración y habilidad, cuando el nivel de desafío corresponde o es levemente superior al nivel ya adquirido. Pensemos, por ejemplo, en un intercambio prolongado en el tenis; el motivo por el cual esta es una de las partes más entretenidas de un partido es que cada jugador empuja al otro hasta el límite de su propio nivel de habilidad. La experiencia es estimulante y los dos jugadores se incitan mutuamente a mejorar; esto vale tanto para dos niños de diez años cuanto para dos campeones profesionales.

Numerosas investigaciones han reconocido que las personas no están motivadas sólo por el dinero o la fama, sino que pueden experimentar una alegría y recompensas intrínsecas en las actividades que realizan, es decir, llevándolas a cabo y apreciándolas por su propio valor. En particular, se ha observado que las personas experimentan alegría cuando se entregan plenamente a una actividad o a una relación y superan el lugar en el que se encontraban, con una especie de movimiento progresivo. Dichas dinámicas favorecen el crecimiento de la persona en su totalidad.

Durante una experiencia deportiva, además, a menudo la persona concentra completamente su atención en lo que está haciendo. Se verifica una fusión entre acción y conciencia, hasta el punto de que no queda espacio para una atención explícita dirigida hacia sí misma. En este sentido, la experiencia interrumpe la tendencia al egocentrismo. Al mismo tiempo, las personas describen un sentido de unión con lo que les rodea. En los deportes de equipo, esto suele vivirse como un vínculo o una unidad con los compañeros; el jugador ya no está replegado sobre sí mismo, porque forma parte de un grupo que tiende hacia un objetivo común. El Papa Francisco ha destacado varias veces este aspecto al animar a los jóvenes atletas a ser jugadores de equipo. Por ejemplo, ha dicho: «desarrollad el juego de equipo, de équipe. Pertenecer a una sociedad deportiva quiere decir rechazar toda forma de egoísmo y de aislamiento, es la ocasión para encontrarse y estar con los demás, para ayudarse mutuamente, para competir en la estima recíproca y crecer en la fraternidad».[17]

Cuando los deportes de equipo no están contaminados por el culto al lucro, los jóvenes “se ponen en juego” en relación a algo que para ellos es mucho más importante. Se trata de una oportunidad educativa formidable. No siempre es fácil reconocer las propias capacidades o comprender cómo estas puedan ser útiles al equipo. Además, trabajar junto a los coetáneos conlleva a veces la necesidad de afrontar conflictos y gestionar frustraciones y fracasos. También es necesario aprender a perdonar (cf. Mt 18,21-22). De ese modo, se forman las virtudes personales, cristianas y civiles fundamentales.

Los entrenadores desarrollan un rol fundamental en la creación de ambientes donde estas dinámicas puedan ser vividas, acompañando a los jugadores por medio de ellas. Dada la complejidad humana involucrada, es de gran ayuda cuando un entrenador está animado por valores espirituales. Hay muchos entrenadores de este tipo, tanto en las comunidades cristianas y en otras realidades educativas, como a nivel agonístico y de élite profesional. Ellos describen con frecuencia la cultura del equipo como basada en el amor, que respeta y sostiene a cada persona, alentándola a expresar lo mejor de sí para el bien del grupo. Cuando un joven forma parte de un equipo así, aprende algo esencial sobre lo que significa ser humano y crecer. En efecto, «sólo juntos nos convertimos auténticamente en nosotros mismos. Sólo en el amor se profundiza nuestra interioridad y se fortalece nuestra identidad».[18]

Ampliando aún más la mirada, es importante recordar que, precisamente porque el deporte es fuente de alegría y favorece el desarrollo personal y las relaciones sociales, debería ser accesible a todas las personas que desean practicarlo. En algunas sociedades que se consideran avanzadas, donde el deporte está organizado según el principio del “pagar para jugar”, los niños provenientes de familias y comunidades más pobres no pueden permitirse las cuotas de participación y quedan excluidos. En otras sociedades, a las jóvenes y a las mujeres no se les permite practicar deportes. A veces, en la formación a la vida religiosa, especialmente femenina, persisten desconfianzas y temores hacia la actividad física y deportiva. Es necesario, por tanto, esforzarse para que el deporte sea accesible a todos. Esto es muy importante para la promoción de la persona. Me lo han confirmado los conmovedores testimonios de miembros del Equipo Olímpico de Refugiados, o de participantes en las Paralimpíadas, las Olimpíadas Especiales y la Copa Mundial de Fútbol Calle. Como hemos visto, los auténticos valores del deporte se abren naturalmente a la solidaridad y a la inclusión.

Los riesgos que ponen en peligro los valores deportivos

Después de haber considerado cómo el deporte contribuye al desarrollo de las personas y favorece el bien común, debemos ahora señalar las dinámicas que pueden comprometer dichos resultados. Esto sucede sobre todo por una forma de “corrupción” que está a la vista de todos. En muchas sociedades, el deporte está estrechamente vinculado con la economía y las finanzas. Es evidente que el dinero es necesario para sostener las actividades deportivas promovidas por las instituciones públicas, por otros organismos civiles e instituciones educativas, así como las instituciones privadas a nivel agonístico y profesional. Los problemas aparecen cuando el negocio se convierte en la motivación principal o exclusiva; entonces las decisiones ya no están movidas por la dignidad de las personas, ni por aquello que favorece al bien del atleta y a su desarrollo integral o al de la comunidad.

Cuando se busca maximizar las ganancias, se sobrevalora lo que puede ser medido o cuantificado, en detrimento de dimensiones humanas de importancia incalculable: “sólo cuenta lo que puede ser contado”. Esta mentalidad invade el deporte cuando la atención se concentra obsesivamente en los resultados alcanzados y en las sumas de dinero que se pueden obtener de la victoria. En muchos casos, incluso a nivel aficionado, los imperativos y los valores del mercado han llegado a oscurecer otros valores humanos del deporte, que, en cambio, merecen ser custodiados.

El Papa Francisco ha llamado la atención sobre los efectos negativos que estas dinámicas pueden causar en los atletas, afirmando: «Cuando el deporte viene considerado únicamente en conformidad a los parámetros económicos o de persecución de la victoria a toda costa, se corre el peligro de reducir a los atletas a una mera mercancía lucrativa. Los mismos atletas entran en un mecanismo que los arrastra, pierden el verdadero sentido de su actividad, esa alegría de jugar que les atraía de niños y que les empujó a hacer tantos sacrificios para convertirse en campeones. El deporte es armonía, pero si prevalece una búsqueda desmedida del dinero y del éxito, esta armonía se interrumpe».[19]

También los atletas de alto nivel y profesionales, cuando el interés económico se vuelve el objetivo principal o exclusivo, corren el riesgo de concentrarse en sí mismos y en el rendimiento, debilitando la dimensión comunitaria del juego y traicionando su dimensión social y cívica. El deporte, en cambio, es una actividad que posee valores compartidos por todos aquellos que participan en él y es capaz de humanizar la convivencia, incluso en situaciones difíciles. Por el contrario, una atención desproporcionada al dinero concentra la mirada de manera explícita y reductiva sobre uno mismo. También en este caso es aplicable el dicho de Jesús: «Nadie puede servir a dos señores» (Mt 6,24).

Un peligro particular emerge cuando los beneficios económicos que derivan del éxito en el deporte son considerados más importantes que el valor intrínseco de la participación; la dictadura del rendimiento puede inducir al uso de sustancias dopantes y de otras formas de fraude, y puede conducir a los jugadores de deportes en equipo a concentrarse en su propio bienestar económico más que en la lealtad hacia su disciplina. Cuando los incentivos financieros se vuelven el único criterio, puede suceder que individuos y equipos dobleguen sus resultados a la corrupción y a la intromisión de la industria de los juegos de azar. Estas diversas formas de fraude no sólo corrompen las actividades deportivas en sí mismas, sino que contribuyen además a la desilusión del gran público y a socavar el aporte positivo del deporte a la sociedad en general.

Competición y cultura del encuentro

Ampliando la mirada a nivel de las competiciones deportivas, también estas pueden desarrollar un papel importante para favorecer la unidad entre las personas. Es interesante que la palabra competición deriva de dos raíces latinas: cum —“juntos”— y petere —“pedir”. En una competición, por tanto, se puede decir que dos personas o dos equipos buscan juntos la excelencia. No son enemigos mortales. Y en el tiempo que precede o que sigue a la competición existe, por lo general, la oportunidad de encontrarse y conocerse.

Precisamente por eso la competición deportiva, cuando es auténtica, presupone un pacto ético compartido: la aceptación leal de las reglas y el respeto de la autenticidad del enfrentamiento. El rechazo del dopaje y de toda forma de corrupción, por ejemplo, es una cuestión no sólo disciplinar, sino que afecta al corazón mismo del deporte. Alterar artificialmente el rendimiento o comprar el resultado significa romper la dimensión del cum-petere, transformando la búsqueda común de la excelencia en una imposición individual o parcial.

El deporte verdadero, en cambio, educa a una relación serena con el límite y con la norma. El límite es un umbral para vivir; es lo que hace significativo el esfuerzo, inteligible el progreso y reconocible el mérito. La norma es la “gramática” compartida que hace posible el juego mismo. Sin reglas no hay competición ni encuentro, sino sólo caos o violencia. Aceptar los límites del propio cuerpo, del tiempo y del esfuerzo, y respetar las reglas comunes significa reconocer que los logros nacen de la disciplina, de la perseverancia y de la lealtad.

En este sentido, el deporte también ofrece una lección decisiva más allá del campo de juego; enseña que se puede aspirar al máximo sin negar la propia fragilidad, que se puede vencer sin humillar, que se puede perder sin quedar derrotados como personas. La justa competición protege así una dimensión profundamente humana y comunitaria; no separa, sino que pone en relación; no absolutiza el resultado, sino que valora el camino; no idolatra el rendimiento, sino que reconoce la dignidad del que juega.

La competición justa y la cultura del encuentro no conciernen sólo a los jugadores, sino también a los espectadores y a los simpatizantes. El sentido de pertenencia al propio equipo puede ser un elemento muy significativo de la identidad de muchos aficionados; ellos comparten las alegrías y frustraciones de sus héroes y hallan un sentido de comunidad con los otros seguidores. Esto es generalmente un factor positivo en la sociedad, fuente de rivalidad amistosa y de bromas jocosas, pero puede resultar problemático cuando se transforma en un modo de polarización que conduce a la violencia verbal y física. Entonces, de expresión de apoyo y participación, la afición se transforma en fanatismo; el estadio se vuelve un lugar de enfrentamiento más que de encuentro. Aquí el deporte no une, sino que divide; no educa, sino que deseduca, porque reduce la identidad personal a una pertenencia ciega y opositora. Esto es particularmente preocupante cuando la afición se vincula con otras formas de discriminación política, social y religiosa, y se utiliza indirectamente para expresar formas más profundas de resentimiento y odio.

Las competiciones internacionales, en particular, ofrecen una ocasión privilegiada para experimentar nuestra común humanidad en la riqueza de sus diversidades. En efecto, hay algo profundamente emotivo en las ceremonias de apertura y de clausura de los Juegos Olímpicos, cuando vemos a los atletas desfilar con las banderas nacionales y los trajes típicos de sus países. Experiencias como éstas pueden inspirarnos y recordarnos que estamos llamados a formar una única familia humana. Los valores promovidos por el deporte —como la lealtad, el compartir, la acogida, el diálogo y la confianza en los demás— son comunes a toda persona, independientemente de la procedencia étnica, la cultura y la religión.[20]

Deporte, relación y discernimiento

El deporte nace como experiencia relacional; pone en contacto los cuerpos y, a través de los cuerpos, las historias, las diferencias y las pertenencias. Entrenar juntos, competir lealmente, compartir el esfuerzo y la alegría del juego favorece el encuentro y construye vínculos que superan barreras sociales, culturales y lingüísticas. En este sentido, el deporte es un poderoso facilitador de relaciones sociales que crea comunidad, educa al respeto de las reglas comunes y enseña que ningún resultado es fruto de un camino solitario. Sin embargo, precisamente porque moviliza pasiones profundas, el deporte lleva consigo también límites.

El significado educativo del deporte se revela de manera particular en la relación entre victoria y derrota. Vencer no es simplemente prevalecer, sino reconocer el valor del itinerario realizado, de la disciplina, del esfuerzo compartido. Perder, por su parte, no coincide con el fracaso de la persona, sino que puede convertirse en una escuela de verdad y de humildad. El deporte educa de ese modo a una comprensión más profunda de la vida, en la que el éxito nunca es definitivo y la caída nunca tiene la última palabra. Aceptar la derrota sin desesperación y la victoria sin arrogancia significa aprender a vivir la realidad con madurez, reconociendo los propios límites y las propias posibilidades.

No es extraño, además, que el deporte sea revestido de una función casi religiosa. Los estadios se perciben como catedrales laicas, los partidos son liturgias colectivas, los atletas como figuras salvíficas. Esta sacralización revela una auténtica necesidad de sentido y de comunión, pero corre el riesgo de vaciar tanto el deporte como la dimensión espiritual de la existencia. Cuando el deporte pretende sustituir a la religión, pierde su carácter de juego y de servicio a la vida, volviéndose absoluto, totalizante, incapaz de relativizarse a sí mismo.

En este contexto se inserta también el peligro del narcisismo, que atraviesa hoy toda la cultura deportiva. El atleta puede quedar fijado al espejo del propio cuerpo vigoroso, del propio éxito medido en visibilidad y aprobación. El culto a la imagen y al rendimiento, amplificado por las redes sociales y las plataformas digitales, amenaza con fragmentar a la persona, separando el cuerpo de la mente y del espíritu. Es urgente reafirmar un cuidado integral de la persona humana, en la que el bienestar físico no se separe del equilibrio interior, de la responsabilidad ética y de la apertura a los demás. Es necesario redescubrir las figuras que hayan unido pasión deportiva, sensibilidad social y santidad. Entre los numerosos ejemplos que podría mencionar, quiero recordar a san Pier Giorgio Frassati (1901-1925), joven turinés que unía perfectamente fe, oración, compromiso social y deporte. Pier Giorgio era un apasionado del alpinismo y organizaba con frecuencia excursiones con sus amigos. Ir a la montaña, sumergirse en esos escenarios majestuosos, le hacía contemplar la grandeza del Creador.

Otra distorsión se manifiesta en la instrumentalización política de las competiciones deportivas internacionales. Cuando el deporte se somete a lógicas de poder, de propaganda o de supremacía nacional, se traiciona su vocación universal. Las grandes manifestaciones deportivas deberían ser lugares de encuentro y de admiración recíproca, no escenarios para la afirmación de intereses políticos o ideológicos.

Los desafíos contemporáneos se intensifican ulteriormente con el impacto del transhumanismo y de la inteligencia artificial en el mundo del deporte. Las tecnologías aplicadas al rendimiento amenazan con introducir una separación artificial entre cuerpo y mente, transformando al atleta en un producto optimizado, controlado, potenciado más allá de los límites naturales. Cuando la técnica deja de estar al servicio de la persona y pretende redefinirla, el deporte pierde su dimensión humana y simbólica, convirtiéndose en un laboratorio de experimentación desencarnada.

En contraste con estas desviaciones, el deporte conserva una extraordinaria capacidad inclusiva. Practicado de manera adecuada, abre espacios de participación para personas de cualquier edad, condición social y habilidad, convirtiéndose en instrumento de integración y dignidad.

En esta perspectiva se sitúa la experiencia de Athletica Vaticana. Creada en el 2018 como equipo oficial de la Santa Sede y bajo la guía del Dicasterio para la Cultura y la Educación, da testimonio de cómo el deporte puede ser vivido también como servicio eclesial, sobre todo hacia los más pobres y los más frágiles. Aquí el deporte no es espectáculo, sino proximidad; no es selección, sino acompañamiento; no es competición exasperada, sino camino compartido.

Finalmente, es preciso interrogarse sobre la creciente asimilación del deporte con la lógica de los videojuegos. La “gamificación” extrema de la práctica deportiva, la reducción de la experiencia a puntuaciones, niveles y rendimiento repetibles, corre el riesgo de desanclar el deporte del cuerpo real y de la relación concreta. El juego, que es siempre riesgo, imprevisto y presencia, es sustituido por una simulación que promete control total y gratificación inmediata. Recuperar el valor auténtico del deporte significa, entonces, restituirle su dimensión encarnada, educativa y relacional, para que siga siendo una escuela de humanidad y no un mero dispositivo de consumo.

Una pastoral del deporte para la vida en abundancia

Una pastoral válida del deporte nace de la conciencia de que el deporte es uno de los lugares donde se forman imaginarios, se plasman estilos de vida y se educa a las jóvenes generaciones. Por eso es necesario que las Iglesias particulares reconozcan el deporte como espacio de discernimiento y acompañamiento, que merece un compromiso de orientación humano y espiritual. En esta perspectiva, resulta oportuno que en el seno de las Conferencias episcopales haya oficinas o comisiones dedicadas al deporte, donde elaborar y coordinar la propuesta pastoral, poniendo en diálogo las realidades deportivas, educativas y sociales presentes en los diferentes territorios. El deporte, de hecho, atraviesa parroquias, escuelas, universidades, oratorios, asociaciones y barrios; estimular una visión compartida permite evitar la fragmentación y valorizar las experiencias ya existentes.

A nivel local, el nombramiento de un responsable diocesano y la constitución de equipos pastorales para el deporte responde a la misma necesidad de proximidad y continuidad. El acompañamiento pastoral del deporte no se agota en momentos celebrativos, sino que se realiza a lo largo del tiempo, compartiendo los esfuerzos, las expectativas, las decepciones y las esperanzas de quienes viven a diario el campo, el gimnasio y la calle. Este acompañamiento se refiere tanto al fenómeno deportivo en su conjunto —con sus transformaciones culturales y económicas—, como a las personas concretas que lo conforman. La Iglesia está llamada a acercarse allí donde el deporte se vive como profesión, como competición de alto nivel, como oportunidad de éxito o de exposición mediática, pero teniendo especialmente en cuenta el deporte de base, a menudo marcado por la escasez de recursos, pero muy rico en relaciones.

Una buena pastoral del deporte puede contribuir significativamente a la reflexión sobre la ética deportiva. No se trata de imponer normas desde fuera, sino de iluminar desde dentro el sentido de la acción deportiva, mostrando cómo la búsqueda del resultado puede convivir con el respeto al otro, a las reglas y a sí mismo. En particular, la armonía entre el desarrollo físico y el desarrollo espiritual debe considerarse como dimensión constitutiva de una visión integral de la persona humana. El deporte se convierte así en un lugar donde aprender a cuidar de uno mismo sin idolatrarse, a superarse sin anularse, a competir sin perder la fraternidad.

Pensar y poner en práctica el deporte como herramienta comunitaria abierta e inclusiva es otra tarea decisiva. El deporte puede y debe ser un espacio acogedor, capaz de involucrar a personas de diferentes orígenes sociales, culturales y físicos. La alegría de estar juntos, que nace del juego compartido, del entrenamiento común y del apoyo mutuo, es una de las expresiones más sencillas y profundas de la humanidad reconciliada.

En este horizonte, los deportistas constituyen un modelo que debe ser reconocido y acompañado. Su experiencia cotidiana habla de ascetismo y sobriedad, de trabajo paciente sobre sí mismos, de equilibrio entre disciplina y libertad, de respeto por los ritmos del cuerpo y de la mente. Estas cualidades pueden iluminar toda la vida social. La vida espiritual, a su vez, ofrece a los deportistas una visión que va más allá del rendimiento y del resultado. Introduce el sentido del ejercicio como práctica que forma la interioridad. Ayuda a dar sentido al esfuerzo, a vivir la derrota sin desesperación y el éxito sin presunción, transformando el entrenamiento en disciplina de lo humano.

Todo esto encuentra su horizonte último en la promesa bíblica que da título a esta Carta: la vida en abundancia. No se trata de una acumulación de éxitos o logros, sino de una plenitud de vida que integra el cuerpo, las relaciones y la interioridad. Desde el punto de vista cultural, la vida en abundancia invita a liberar al deporte de lógicas reduccionistas que lo convierten en mero espectáculo o consumo. En clave pastoral, exhorta a la Iglesia a una presencia capaz de acompañar, discernir y generar esperanza. Así, el deporte puede llegar a ser verdaderamente una escuela de vida, en la que se aprende que la abundancia no nace de la victoria a cualquier precio, sino del compartir, del respeto y de la alegría de caminar juntos.

Vaticano, 6 de febrero de 2026

LEÓN PP. XIV

_____________

[1] Comité Olímpico Internacional, Olympic Charter 1984, Losanna 1983, 6.

[2] S. Juan Pablo II, Homilía en la Santa Misa por el Jubileo de los deportistas (12 abril 1984), 3.

[3] Id., Discurso al Cuerpo Diplomático (13 enero 2003), 4.

[4] Encuentro internacional por la paz. Religiones y culturas en diálogo (Roma, 28 octubre 2025).

[5] S. Juan Pablo II, Carta enc. Redemptor hominis (4 marzo 1979), 14.

[6] Cf. H. de San Víctor, Didascalicon, II, XXVII, Washington 1939, 44.

[7] Sto. Tomás de Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibíd., I-II, q. 1, art. 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25, París 2007, 171.

[10] Cf. M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, en La Civiltà Cattolica, 2014, IV, 567-568.

[11] Cf. A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Ciudad del Vaticano 2015.

[12] Cf. León XIII, Carta enc. Rerum novarum (15 mayo 1891), 36.

[13] Pío XII, Discurso a los atletas italianos (20 mayo 1945).

[14] Conc. Ecum. Vat. II, Const. past. Gaudium et spes, 61.

[15] Cf. Dicasterio para los Laicos, la Familia y la Vida, “Dar lo mejor de uno mismo”. Documento sobre la perspectiva cristiana del deporte y la persona humana (1 junio 2018).

[16] Cf. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games, San Francisco 1975.

[17] Francisco, Discurso a los participantes en el encuentro organizado por el Centro Deportivo Italiano (7 junio 2014).

[18] Encuentro con las autoridades, representantes de la sociedad civil y el Cuerpo diplomático (Ankara, Türkiye, 27 noviembre 2025).

[19] Francisco, Discurso a los Comités Olímpicos Europeos (23 noviembre 2013).

[20] Cf. Francisco, Discurso a los deportistas y a los organizadores del partido de fútbol por la paz (1 septiembre 2014).

[00210-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

CARTA

DO SANTO PADRE LEÃO XIV

A VIDA EM ABUNDÂNCIA

SOBRE O VALOR DO DESPORTO

Queridos irmãos e irmãs!

Por ocasião da celebração da XXV edição dos Jogos Olímpicos de Inverno, que terão lugar em Milão e Cortina d’Ampezzo de 6 a 22 de fevereiro próximo, e da XIV edição do Jogos Paralímpicos de Inverno, que se realizarão, nas mesmas localidades, de 6 a 15 de março, desejo dirigir uma saudação e os meus melhores votos a quantos estão diretamente envolvidos e, ao mesmo tempo, aproveitar a oportunidade para propor uma reflexão destinada a todos. A prática desportiva, como sabemos, pode ter uma natureza profissional, de altíssima especialização: deste modo, corresponde a uma vocação de poucos, embora suscite admiração e entusiasmo no coração de muitos, que vibram ao ritmo das vitórias ou das derrotas dos atletas. Mas a prática desportiva é uma atividade comum, aberta a todos e saudável para o corpo e para o espírito, a ponto de constituir uma expressão universal do ser humano.

Desporto e construção da paz

Por ocasião de anteriores edições dos Jogos Olímpicos, os meus predecessores sublinharam como o desporto pode desempenhar um papel importante para o bem da humanidade, em particular para a promoção da paz. Em 1984, por exemplo, São João Paulo II, dirigindo-se aos jovens atletas de todo o mundo, citou a Carta Olímpica, que considera o desporto como um fator de «melhor compreensão mútua e de amizade, com o objetivo de construir um mundo melhor e mais pacífico».[1] Ele encorajou os participantes com estas palavras: «Fazei que os vossos encontros sejam um sinal simbólico para a sociedade inteira e um prelúdio daquela nova era, em que os povos “não levantarão a espada contra outra nação” (Is 2, 4)».[2]

Nesta linha insere-se a Trégua Olímpica, que na Grécia antiga era um acordo destinado a suspender as hostilidades antes, durante e depois dos Jogos Olímpicos, para que os atletas e os espectadores pudessem viajar livremente e as competições decorressem sem interrupções. A instituição da Trégua surge da convicção de que a participação em competições regulamentadas (agones) constitui um caminho individual e coletivo para a virtude e a excelência (aretē). Quando o desporto é praticado neste espírito e nestas condições, ele promove o amadurecimento da coesão comunitária e do bem comum.

A guerra, pelo contrário, nasce de uma radicalização do desacordo e da recusa em cooperar uns com os outros. O adversário é então considerado um inimigo mortal, a ser isolado e, se possível, eliminado. As trágicas evidências dessa cultura de morte estão diante dos nossos olhos – vidas destruídas, sonhos frustrados, sobreviventes traumatizados, cidades destruídas –, como se a convivência humana fosse superficialmente reduzida ao cenário de um videojogo. Mas isto nunca nos deve fazer esquecer que a agressividade, a violência e a guerra são «sempre uma derrota para a humanidade».[3]

Oportunamente, a Trégua Olímpica foi recentemente proposta pelo Comité Olímpico Internacional e pela Assembleia Geral das Nações Unidas. Num mundo sedento de paz, precisamos de instrumentos que ponham «fim à prevaricação, à demonstração de força e à indiferença pelo Direito».[4] Por ocasião dos próximos Jogos Olímpicos e Paralímpicos de Inverno, encorajo vivamente todas as nações a redescobrir e respeitar este instrumento de esperança que é a Trégua Olímpica, símbolo e profecia de um mundo reconciliado.

O valor formativo do desporto

«Eu vim para que tenham vida e a tenham em abundância» (Jo 10, 10). Estas palavras de Jesus ajudam-nos a compreender o interesse da Igreja pelo desporto e a forma como o cristão se aproxima dele. Jesus sempre colocou as pessoas no centro, cuidou delas, desejando para cada uma delas a plenitude da vida. Por isso, como afirmou São João Paulo II, a pessoa humana «é o primeiro caminho que a Igreja deve percorrer no cumprimento da sua missão».[5] A pessoa, portanto, segundo a visão cristã, deve permanecer sempre no centro do desporto em todas as suas expressões, mesmo nas de excelência competitiva e profissional.

A bem ver, uma base sólida para essa consciência encontra-se nos escritos de São Paulo, conhecido como o Apóstolo das Gentes. Na época em que ele escrevia, os gregos já possuíam tradições atléticas há muito tempo. Por exemplo, a cidade de Corinto patrocinava os jogos ístmicos a cada dois anos desde o início do século VI a.C.; por isso, ao escrever aos coríntios, Paulo recorreu a imagens desportivas para os introduzir na vida cristã: «Não sabeis que os que correm no estádio correm todos, mas só um ganha o prémio? Correi, pois, assim, para o alcançardes. Os atletas impõem a si mesmos toda a espécie de privações: eles, para ganhar uma coroa corruptível; nós, porém, para ganhar uma coroa incorruptível» (1Cor 9, 24-25).

Seguindo a tradição paulina, muitos autores cristãos utilizaram imagens atléticas como metáforas para descrever as dinâmicas da vida espiritual; e isto, até hoje, faz-nos refletir sobre a profunda unidade entre as diferentes dimensões do ser humano. Embora não faltem, em épocas passadas, escritos cristãos – influenciados por filosofias dualistas – que têm uma visão bastante negativa do corpo, a corrente principal da teologia cristã enfatizou a bondade do mundo material, afirmando que a pessoa é uma unidade de corpo, alma e espírito. Com efeito, os teólogos da Antiguidade e da Idade Média refutaram veementemente as doutrinas gnósticas e maniqueístas, precisamente porque estas consideravam o mundo material e o corpo humano como intrinsecamente maus. Segundo estas concepções, o objetivo da vida espiritual consistiria em libertar-se do mundo e do corpo. Pelo contrário, os teólogos cristãos apelaram às convicções fundamentais da fé: a bondade do mundo criado por Deus, a realidade da encarnação do Verbo e a ressurreição da pessoa na sua harmonia de corpo e alma.

Esta compreensão positiva da realidade física favoreceu o desenvolvimento de uma cultura na qual o corpo, unido ao espírito, estava plenamente envolvido nas práticas religiosas: peregrinações, procissões, teatros sacros, sacramentos e oração que recorre a imagens, estátuas e várias formas de representação.

Com o estabelecimento do cristianismo no Império Romano, os espetáculos desportivos típicos da cultura romana – em particular as lutas entre gladiadores – começaram progressivamente a perder relevância social. No entanto, a Idade Média foi marcada pelo surgimento de novas formas de prática desportiva, como os torneios de cavalaria, nos quais a Igreja concentrou a sua atenção ética, contribuindo também para a sua reinterpretação numa chave cristã, como é testemunhado pela pregação do abade São Bernardo de Claraval.

No mesmo período, a Igreja reconheceu o valor formativo do desporto, graças também à contribuição de figuras como Hugo de São Vítor e São Tomás de Aquino. Hugo, na sua obra Didascalicon, sublinhou a importância das atividades gímnicas no currículo dos estudos, contribuindo para moldar o sistema educativo medieval.[6]

A reflexão de São Tomás de Aquino sobre o jogo e o exercício físico colocava em primeiro plano a “moderação” como traço fundamental de uma vida virtuosa. Segundo Tomás, esta não diz respeito apenas ao trabalho ou às ocupações consideradas sérias, mas também requer tempo para o jogo e o descanso. Escreve o Aquinate: «Como diz Agostinho: “Peço-te que concedas a ti mesmo uma pausa de vez em quando: é conveniente que o homem sábio, às vezes, relaxe a tensão da atenção aplicada ao trabalho”. Ora, esse relaxamento da mente do trabalho consiste em palavras e ações lúdicas. Portanto, é conveniente que, às vezes, o homem sábio e virtuoso recorra a elas».[7] São Tomás reconhece que as pessoas brincam porque o jogo é fonte de prazer e, portanto, praticam-no por ele mesmo. Respondendo a uma objeção segundo a qual um ato virtuoso deve ser direcionado a um fim, ele observa que «as ações lúdicas não são ordenadas a um fim externo, mas apenas ao bem daquele que as pratica, na medida em que são agradáveis ou proporcionam descanso».[8] Essa “ética do jogo” elaborada por Tomás de Aquino exerceu uma influência notável na pregação e na educação.

O desporto, escola de vida e areópago contemporâneo

O humanista Michel de Montaigne inscreveu-se nesta longa tradição quando, num ensaio sobre a educação, escreveu: «Não educamos uma alma, nem educamos um corpo: educamos uma pessoa. Não devemos dividi-la em duas partes».[9] Esta é a razão que ele aduziu para justificar a inclusão da educação física e do desporto no dia escolar. Estes princípios foram aplicados nas escolas dos jesuítas, corroborados pelos escritos de Santo Inácio de Loyola, em particular pelas Constituições da Companhia de Jesus e pela Ratio Studiorum.[10]

Neste contexto, insere-se também a obra de grandes educadores, desde São Filipe Néri até São João Bosco. Este último, através da promoção dos oratórios, estabeleceu uma ponte privilegiada entre a Igreja e as novas gerações, tornando também o desporto um âmbito de evangelização.[11] Nesta linha, pode-se lembrar a Encíclica Rerum novarum (1891) de Leão XIII: ela estimulou o nascimento de numerosas associações desportivas católicas, respondendo assim, no plano pastoral, às novas exigências da vida moderna – pensemos nas condições dos operários após a revolução industrial – e aos novos hábitos emergentes.[12]

Na passagem do século XIX ao século XX, o fenómeno desportivo tornou-se popular. Além disso, nasceram os Jogos Olímpicos da era moderna (1896). Leigos e pastores dedicaram uma atenção mais cuidadosa e sistemática a essa realidade. A partir do pontificado de São Pio X (1903-1914), nota-se um crescente interesse pelo desporto, testemunhado por numerosas declarações pontifícias. Nelas, a Igreja Católica, pela voz dos Papas, propôs uma visão do desporto centrada na dignidade da pessoa humana, no seu desenvolvimento integral, na educação e na relação com os outros, destacando o seu valor universal como instrumento de promoção de valores como a fraternidade, a solidariedade e a paz. É emblemática a pergunta feita pelo Venerável Pio XII num discurso dirigido aos atletas italianos em 1945: «Como poderia a Igreja não se interessar [pelo desporto]?».[13]

O Concílio Vaticano II colocou a sua avaliação positiva do desporto no âmbito mais amplo da cultura, recomendando que «os tempos livres sejam bem empregados, para descanso do espírito e saúde da alma e do corpo, [...] também com exercícios e manifestações desportivas, que contribuem para manter o equilíbrio psíquico, mesmo na comunidade, e para estabelecer relações fraternas entre os homens de todas as condições e nações, ou de raças diversas».[14] Graças à leitura dos sinais dos tempos, cresceu, portanto, a consciência eclesial da importância da prática desportiva. O Concílio representou um florescimento neste campo: desenvolveu-se a reflexão sobre o desporto em relação à vida de fé e uma multiplicidade de experiências pastorais no âmbito desportivo revelaram, nas décadas seguintes, a sua força geradora. Também os Dicastérios da Santa Sé promoveram iniciativas válidas em diálogo com este âmbito humano.[15]

Muito significativos foram os dois Jubileus do Desporto celebrados por São João Paulo II: o primeiro em 12 de abril de 1984, no Ano da Redenção; o segundo em 29 de outubro de 2000, no Estádio Olímpico de Roma. Nesta mesma linha, inscreveu-se o Jubileu de 2025, que relançou explicitamente o valor cultural, educativo e simbólico do desporto como linguagem humana universal de encontro e esperança. Foi esta orientação que motivou a escolha de acolher o Giro d'Italia no Vaticano: a grande competição ciclística é um evento desportivo, mas também uma narrativa popular capaz de atravessar territórios, gerações e diferenças sociais, e de falar ao coração da comunidade humana em caminho.

Muito além dos locais da mais antiga tradição cristã, parece evidente que o desporto está amplamente presente nas culturas das quais temos testemunho. Mesmo as culturas tradicionalmente orais deixaram vestígios de campos de jogos, equipamentos atléticos, bem como imagens ou esculturas relacionadas com as suas práticas desportivas. Há, portanto, muito a aprender com as tradições desportivas das culturas indígenas, dos países africanos e asiáticos, das Américas e de outras regiões do mundo.

Ainda hoje, o desporto continua a desempenhar um papel significativo na maioria das culturas. Ele oferece um espaço privilegiado de relacionamento e diálogo com os nossos irmãos e irmãs pertencentes a outras tradições religiosas, bem como com aqueles que não se identificam com nenhuma delas.

Desporto e desenvolvimento da pessoa

Alguns estudiosos das ciências sociais podem ajudar-nos a compreender melhor o significado humano e cultural do desporto e, consequentemente, o seu significado espiritual. Um exemplo relevante é representado pelas pesquisas sobre o chamado “estado de fluxo” (ou flow) no desporto e em outros domínios da cultura.[16] Isso geralmente ocorre entre pessoas empenhadas numa atividade que requer concentração e habilidade, quando o nível de desafio corresponde ou é ligeiramente superior àquele já adquirido. Pensemos, por exemplo, numa troca prolongada no ténis: a razão pela qual esta é uma das partes mais divertidas de um jogo é que cada jogador leva o outro ao limite do seu nível de habilidade. A experiência é emocionante e os dois jogadores incentivam-se mutuamente a melhorar; e isto vale tanto para duas crianças de dez anos quanto para dois campeões profissionais.

Numerosas pesquisas reconheceram que as pessoas não são motivadas apenas pelo dinheiro ou pela fama, mas podem experimentar alegria e recompensas intrínsecas às atividades que realizam, ou seja, realizando-as e apreciando-as pelo seu próprio valor. Em particular, observou-se que as pessoas sentem alegria quando se dedicam plenamente a uma atividade ou a um relacionamento e vão além do ponto em que estavam, com uma espécie de movimento para a frente. Essas dinâmicas favorecem o crescimento da pessoa em sua totalidade.

Além disso, durante uma experiência desportiva, muitas vezes a pessoa concentra completamente a sua atenção no que está a fazer. Ocorre uma fusão entre ação e consciência, a ponto de não restar espaço para uma atenção explícita voltada para si mesmo. Neste sentido, a experiência interrompe a tendência ao egocentrismo. Ao mesmo tempo, as pessoas descrevem uma sensação de união com o que as rodeia. Nos desportos coletivos, isso é geralmente vivido como um vínculo ou uma unidade com os companheiros: o jogador não está mais voltado para si mesmo, porque faz parte de um grupo que tende a um objetivo comum. O Papa Francisco destacou várias vezes este aspecto quando encorajou os jovens atletas a serem jogadores de equipa. Disse, por exemplo: «Fazei jogo de grupo, de equipa. Pertencer a uma sociedade desportiva significa rejeitar qualquer forma de egoísmo e de isolamento, é a ocasião para encontrar e estar com os outros, para se ajudar, para competir na estima recíproca e crescer na fraternidade».[17]

Quando os desportos coletivos não são contaminados pelo culto do lucro, os jovens “entram no jogo” em relação a algo que é muito importante para eles. Trata-se de uma formidável oportunidade educativa. Nem sempre é fácil reconhecer as próprias capacidades ou compreender como elas podem ser úteis para a equipa. Além disso, trabalhar em conjunto com os colegas da mesma idade implica, às vezes, a necessidade de enfrentar conflitos, lidar com frustrações e fracassos. É preciso até aprender a perdoar (cf. Mt 18, 21-22). Assim, ganham forma virtudes pessoais, cristãs e cívicas fundamentais.

Os treinadores desempenham um papel fundamental na criação de um ambiente em que estas dinâmicas possam ser vividas, acompanhando os jogadores ao longo delas. Dada a complexidade humana envolvida, ajuda muito quando um treinador é animado por valores espirituais. Existem muitos treinadores deste tipo, nas comunidades cristãs e em outras realidades educativas, bem como a nível competitivo e profissional de elite. Eles frequentemente descrevem a cultura da equipa como algo baseado no amor, que respeita e apoia cada pessoa, encorajando-a a expressar o melhor de si mesma para o bem do grupo. Quando um jovem faz parte de uma equipa deste tipo, aprende algo essencial sobre o que significa ser humano e crescer. Com efeito, «só juntos nos tornamos autenticamente nós mesmos. Só no amor a nossa interioridade torna-se profunda e a nossa identidade forte».[18]

Ampliando ainda mais o olhar, é importante lembrar que, justamente porque o desporto é fonte de alegria e favorece o desenvolvimento pessoal e as relações sociais, deveria ser acessível a todas as pessoas que desejam praticá-lo. Nalgumas sociedades que se consideram avançadas, onde o desporto é organizado segundo o princípio de “pagar para jogar”, as crianças provenientes de famílias e comunidades mais pobres não podem suportar as quotas de participação e ficam excluídas. Noutras sociedades, as jovens e as mulheres não são autorizadas a praticar desporto. Por vezes, na formação para a vida religiosa, especialmente feminina, persistem desconfianças e receios em relação à atividade física e desportiva. É, portanto, necessário empenhar-se para que o desporto seja acessível a todos. Isto é muito importante para a promoção da pessoa. Confirmaram-mo os testemunhos comoventes de membros da Equipa Olímpica dos Refugiados, ou de participantes nas Paraolimpíadas, nas Special Olympics e na Homeless World Cup. Como vimos, os valores autênticos do desporto abrem-se naturalmente à solidariedade e à inclusão.

Os riscos que põem em perigo os valores desportivos

Depois de considerarmos como o desporto contribui para o desenvolvimento das pessoas e promove o bem comum, devemos agora destacar as dinâmicas que podem comprometer esses resultados. Isso ocorre principalmente por causa duma forma de “corrupção” que está à vista de todos. Em muitas sociedades, o desporto está intimamente ligado à economia e às finanças. É evidente que o dinheiro é necessário para apoiar as atividades desportivas promovidas por instituições públicas, outros organismos cívicos e instituições educativas, bem como as privadas de nível competitivo e profissional. Os problemas surgem quando o negócio se torna a motivação principal ou exclusiva. Então, as escolhas já não são motivadas pela dignidade das pessoas, nem pelo que favorece o bem do atleta, o seu desenvolvimento integral e o da comunidade.

Quando se visa maximizar o lucro, dá-se valor excessivo ao que pode ser medido ou quantificado, em detrimento de dimensões humanas de importância incalculável: “só importa o que pode ser contabilizado”. Esta mentalidade invade o desporto quando a atenção se concentra obsessivamente nos resultados alcançados e nas quantias de dinheiro que podem ser obtidas com a vitória. Em muitos casos, mesmo a nível amador, os imperativos e os valores do mercado chegaram a obscurecer outros valores humanos do desporto, que merecem, pelo contrário, ser preservados.

O Papa Francisco chamou a atenção para os efeitos negativos que tais dinâmicas podem ter sobre os atletas, afirmando: «Quando o desporto é considerado unicamente em conformidade com parâmetros económicos ou de consecução da vitória a todo o custo, corre-se o perigo de reduzir os atletas a uma mera mercadoria lucrativa. Os próprios atletas entram num mecanismo que os arrasa, perdem o verdadeiro sentido da sua atividade, aquela alegria de jogar que os atraía quando eram adolescentes e que os impeliu a fazer tantos sacrifícios autênticos e a tornar-se campeões. O desporto é harmonia, mas se prevalecer a busca desmedida do dinheiro e do sucesso, esta harmonia interrompe-se».[19]

Quando o interesse económico se torna o objetivo principal ou exclusivo, mesmo os atletas profissionais e de alto nível correm o risco de se fixarem em si mesmos e nos resultados, enfraquecendo a dimensão comunitária do jogo e traindo o seu valor social e civil. O desporto, porém, é uma prática que possui valores partilhados por todos aqueles que nele participam e é capaz de humanizar a convivência, mesmo em situações difíceis. Um cuidado desproporcionado com o dinheiro, pelo contrário, dirige a atenção de forma explícita e redutora para si mesmo. Também neste caso, tem sentido o ditado de Jesus: «Ninguém pode servir a dois senhores» (Mt 6,24).

Um risco particular surge quando as vantagens financeiras decorrentes do sucesso no desporto são consideradas mais importantes do que o valor intrínseco da participação: a ditadura do desempenho pode levar ao uso de substâncias dopantes e outras formas de fraude, e pode levar os jogadores de desportos coletivos a concentrarem-se no seu bem-estar económico, em vez da lealdade à sua disciplina. Quando os incentivos financeiros se tornam o único critério, pode acontecer que indivíduos e equipas submetam os seus resultados à corrupção e à intromissão da indústria do jogo de apostas. Estas diferentes formas de fraude não só corrompem as atividades desportivas em si, como também servem para desiludir o grande público e minar o contributo positivo do desporto para a sociedade em geral.

Competição e cultura do encontro

Ampliando o olhar para as competições desportivas, estas também podem desempenhar um papel importante na promoção da unidade entre as pessoas. É interessante que a palavra competição derive de duas raízes latinas: cum – «juntos» – e petere – «pedir». Numa competição, portanto, pode-se dizer que duas pessoas ou duas equipas buscam juntas a excelência. Não são inimigos mortais. E no tempo que antecede ou segue a competição, geralmente há a oportunidade de se encontrarem e conhecerem.

É por isso que a competição desportiva, quando é autêntica, pressupõe um pacto ético comum: a aceitação leal das regras e o respeito pela verdade da disputa. A rejeição do doping e de qualquer forma de corrupção, por exemplo, é uma questão não só disciplinar, mas que toca o coração mesmo do desporto. Alterar artificialmente o desempenho ou comprar o resultado significa quebrar a dimensão do cum-petere, transformando a busca comum pela excelência numa prepotência individual ou de um grupo.

O verdadeiro desporto, em vez disso, educa para uma relação serena com o limite e com a norma. O limite é uma linha com a qual conviver: é o que torna o esforço significativo, o progresso inteligível, o mérito reconhecível. A norma é a “gramática” partilhada que torna possível o próprio jogo. Sem regras não há competição, nem encontro, mas apenas caos ou violência. Aceitar os limites do próprio corpo, do tempo, do esforço e respeitar as regras comuns significa reconhecer que o sucesso nasce da disciplina, da perseverança e da lealdade.

Nesse sentido, o desporto oferece uma lição decisiva mesmo além do campo de competição: ensina que se pode aspirar ao máximo sem negar a própria fragilidade, que se pode vencer sem humilhar, que se pode perder sem ser derrotado como pessoa. A competição justa guarda assim uma dimensão profundamente humana e comunitária: não separa, mas relaciona; não torna absoluto o resultado, mas valoriza o caminho; não idolatra o desempenho, mas reconhece a dignidade de quem joga.

A competição justa e a cultura do encontro não dizem respeito apenas aos jogadores, mas também aos espectadores e aos adeptos. O sentimento de pertença à própria equipa pode ser um elemento muito significativo da identidade de muitos adeptos: eles partilham as alegrias e as desilusões dos seus heróis e encontram um sentido de comunidade com os outros apoiantes. Isso é geralmente um fator positivo na sociedade, fonte de rivalidade amigável e piadas, mas pode tornar-se problemático quando se transforma numa forma de polarização que leva à violência verbal e física. Então, de expressão de apoio e participação, o torcer transforma-se em fanatismo; o estádio torna-se um local de conflito em vez de encontro. Aqui, o desporto não une, mas radicaliza, não educa, mas deseduca, porque reduz a identidade pessoal a uma pertença cega e opositora. Isto é particularmente preocupante quando o ser adepto está ligado a outras formas de discriminação política, social e religiosa, sendo indiretamente utilizado para expressar formas mais profundas de ressentimento e ódio.

As competições internacionais, em particular, oferecem uma ocasião privilegiada para experimentar a nossa humanidade comum na riqueza da sua diversidade. Com efeito, há algo de profundamente comovente nas cerimónias de abertura e encerramento dos Jogos Olímpicos, quando vemos os atletas desfilar com as bandeiras nacionais e os trajes característicos dos seus países. Experiências como estas podem inspirar-nos, recordando-nos que somos chamados a formar uma única família humana. Os valores promovidos pelo desporto – tais como a lealdade, a partilha, o acolhimento, o diálogo e a confiança nos outros – são comuns a todas as pessoas, independentemente da sua origem étnica, da cultura e da crença religiosa.[20]

Desporto, relacionamento e discernimento

O desporto nasce como uma experiência relacional: coloca em contato os corpos e, através dos corpos, as histórias, as diferenças, as pertenças. Treinar juntos, competir lealmente, partilhar o esforço e a alegria do jogo favorece o encontro e constrói laços que ultrapassam barreiras sociais, culturais e linguísticas. Neste sentido, o desporto é um poderoso facilitador de relações sociais: cria comunidades, educa para o respeito pelas regras comuns, ensina que nenhum resultado é fruto de um caminho solitário. No entanto, precisamente porque mobiliza paixões profundas, o desporto também traz consigo algumas limitações.

O significado educativo do desporto revela-se de forma particular na relação entre vitória e derrota. Vencer não é simplesmente chegar em primeiro, mas reconhecer o valor do caminho percorrido, da disciplina, do compromisso partilhado. Perder, por sua vez, não coincide com o fracasso da pessoa, mas pode tornar-se uma escola de verdade e humildade. O desporto educa assim para uma compreensão mais profunda da vida, na qual o sucesso nunca é definitivo e a queda nunca constitui a última palavra. Aceitar a derrota sem desespero e a vitória sem arrogância significa aprender a viver a realidade com maturidade, reconhecendo os próprios limites e possibilidades.

Além disso, não é raro que o desporto seja investido de uma função quase religiosa. Os estádios são vistos como catedrais laicas, os jogos como liturgias coletivas, os atletas como figuras salvadoras. Esta sacralização revela uma necessidade autêntica de sentido e comunhão, mas corre o risco de esvaziar tanto o desporto quanto a dimensão espiritual da existência. Quando o desporto pretende substituir-se à religião, perde o seu caráter de jogo e de serviço à vida, tornando-se absoluto, totalizante, incapaz de se relativizar a si mesmo.

Neste contexto, insere-se também o perigo do narcisismo, que hoje perpassa toda a cultura desportiva. O atleta pode ficar fixado no espelho do seu corpo desportivo, do seu sucesso medido em visibilidade e consenso. Amplificado pelos meios de comunicação e pelas plataformas digitais, o culto da imagem e do desempenho corre o risco de fragmentar a pessoa, separando o corpo da mente e do espírito. É urgente reafirmar um cuidado integral da pessoa humana, no qual o bem-estar físico não seja dissociado do equilíbrio interior, da responsabilidade ética e da abertura aos outros. É preciso redescobrir as figuras que uniram paixão desportiva, sensibilidade social e santidade. Entre os muitos exemplos que poderia citar, quero recordar São Pier Giorgio Frassati (1901-1925), um jovem de Turim que unia perfeitamente fé, oração, compromisso social e desporto. Pier Giorgio era apaixonado pelo alpinismo e organizava frequentemente excursões com os seus amigos. Ir à montanha, mergulhar naqueles cenários majestosos fazia-o contemplar a grandeza do Criador.

Outra distorção manifesta-se na instrumentalização política das competições desportivas internacionais. Quando o desporto é submetido à lógica do poder, da propaganda ou da supremacia nacional, a sua vocação universal é traída. Os grandes eventos desportivos deveriam ser locais de encontro e admiração mútua, não palcos para a afirmação de interesses políticos ou ideológicos.

Os desafios contemporâneos intensificam-se ainda mais com o impacto do transumanismo e da inteligência artificial no mundo do desporto. As tecnologias aplicadas ao desempenho correm o risco de introduzir uma separação artificial entre corpo e mente, transformando o atleta num produto otimizado, controlado e potenciado além dos limites naturais. Quando a técnica deixa de estar ao serviço da pessoa e pretende redefini-la, o desporto perde a sua dimensão humana e simbólica, tornando-se um laboratório de experimentação desencarnada.

Em contraste com estas derivas, o desporto conserva uma extraordinária capacidade inclusiva. Praticado de forma correta, abre espaços de participação para pessoas de todas as idades, condições sociais e habilidades, tornando-se um instrumento de integração e dignidade.

É nesta perspectiva que se insere a experiência da Athletica Vaticana. Criada em 2018 como equipa oficial da Santa Sé e sob a orientação do Dicastério para a Cultura e a Educação, ela testemunha como o desporto pode ser vivido também como serviço eclesial, especialmente para com os mais pobres e frágeis. Aqui, o desporto não é espetáculo, mas proximidade; não é seletividade, mas acompanhamento; não é competição exasperada, mas caminho partilhado.

Por fim, é preciso questionar a crescente assimilação do desporto à lógica dos videojogos. A gamificação extrema da prática desportiva, a redução da experiência a resultados, níveis e desempenhos replicáveis, corre o risco de desvincular o desporto do corpo real e da relação concreta. O jogo, que é sempre risco, imprevisto e presença, é substituído por uma simulação que promete controlo total e gratificação imediata. Recuperar o valor autêntico do desporto significa, então, devolver-lhe a sua dimensão encarnada, educativa e relacional, para que continue a ser uma escola de humanidade e não um simples dispositivo de consumo.

Uma pastoral do desporto para a vida em abundância

Uma pastoral desportiva válida nasce da consciência de que o desporto é um dos locais onde se formam imaginários, se moldam estilos de vida e se educam as jovens gerações. Por isso, é necessário que as Igrejas particulares reconheçam o desporto como espaço de discernimento e acompanhamento, que merece um compromisso de orientação humana e espiritual. Nesta perspectiva, parece oportuno que, no seio das Conferências Episcopais, existam secretariados ou comissões dedicadas ao desporto, nos quais se elabore e coordene a proposta pastoral, colocando em diálogo as realidades desportivas, educativas e sociais presentes nos diferentes territórios. O desporto, com efeito, atravessa paróquias, escolas, universidades, oratórios, associações e bairros: estimular uma visão partilhada permite evitar fragmentações e valorizar as experiências já existentes.

A nível local, a nomeação de um responsável diocesano e a constituição de equipas pastorais para o desporto respondem à mesma necessidade de proximidade e continuidade. O acompanhamento pastoral do desporto não se esgota em momentos de celebração, mas realiza-se ao longo do tempo, partilhando os esforços, as expectativas, as desilusões e as esperanças de quem vive diariamente o campo, o ginásio, a rua. Este acompanhamento diz respeito tanto ao fenómeno desportivo no seu conjunto, com as suas transformações culturais e económicas, como às pessoas concretas que o vivenciam. A Igreja é chamada a aproximar-se onde o desporto é vivido como profissão, como competição de alto nível, como oportunidade de sucesso ou de exposição mediática, tendo, porém, particularmente no coração o desporto de base, muitas vezes marcado pela escassez de recursos, mas muito rico em relações.

Uma boa pastoral do desporto pode contribuir significativamente para a reflexão sobre a ética desportiva. Não se trata de impor normas a partir do exterior, mas de iluminar a partir do interior o sentido da ação desportiva, mostrando como a busca do resultado pode coexistir com o respeito pelo outro, pelas regras e por si mesmo. Em particular, a harmonia entre o desenvolvimento físico e o espiritual deve ser considerada como uma dimensão constitutiva de uma visão integral da pessoa humana. O desporto torna-se assim um lugar onde se aprende a cuidar de si próprio sem se idolatrar, a superar-se sem se anular, a competir sem perder a fraternidade.

Pensar e implementar a prática desportiva como um instrumento comunitário aberto e inclusivo é outra tarefa decisiva. O desporto pode e deve ser um espaço de acolhimento, capaz de envolver pessoas de diferentes origens sociais, culturais e físicas. A alegria de estar juntos, que nasce do jogo partilhado, do treino comum e do apoio mútuo, é uma das expressões mais simples e profundas da humanidade reconciliada.

Neste horizonte, os desportistas constituem um modelo que deve ser reconhecido e acompanhado. A sua experiência quotidiana fala de ascese e sobriedade, de trabalho paciente sobre si mesmos, de equilíbrio entre disciplina e liberdade, de respeito pelos tempos do corpo e da mente. Estas qualidades podem iluminar toda a vida social. A vida espiritual, por sua vez, oferece aos desportistas uma visão que vai além do desempenho e do resultado. Ela introduz o sentido do exercício como prática que forma a interioridade. Ajuda a dar significado ao esforço, a viver a derrota sem desespero e o sucesso sem presunção, transformando o treino em disciplina do humano.

Tudo isso encontra o seu horizonte último na promessa bíblica que dá o título a esta Carta: a vida em abundância. Não se trata de uma acumulação de sucessos ou desempenhos, mas de uma plenitude de vida que integra corpo, relações e interioridade. Em termos culturais, a vida em abundância convida a libertar o desporto de lógicas redutoras que o transformam em mero espetáculo ou consumo. Em termos pastorais, ela exorta a Igreja a tornar-se uma presença capaz de acompanhar, discernir e gerar esperança. Assim, o desporto pode tornar-se verdadeiramente uma escola de vida, onde se aprende que a abundância não nasce da vitória a qualquer custo, mas da partilha, do respeito e da alegria de caminhar juntos.

Vaticano, 6 de fevereiro de 2026

LEÃO PP. XIV

_______________

[1] Comite International Olympique, Olympic Charter 1984 (Losanna 1983), p. 6.

[2] São João Paulo II, Homilia na Missa pelo Jubileu dos Desportistas (Roma, Estádio Olímpico, 12 de abril de 1984), 3.

[3] Id., Discurso ao Corpo Diplomático (13 de janeiro de 2003), 4.

[4] Discurso no Encontro internacional pela paz (28 de outubro de 2025).

[5] São João Paulo II, Carta enc. Redemptor hominis (4 de março de 1979), 14.

[6] Cf. Hugo de São Vítor, Didascalicon, II, 27: C. H. Buttimer (ed.), Washington 1939, 44.

[7] São Tomás de Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2.

[8] Ibid., I-II, q. 1, art. 6, ad 1.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: J. Balsamo et al. (eds.), Paris 2007, 171.

[10] Cf. M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in: La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

[11] Cf. A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Cidade do Vaticano 2015.

[12] Cf. Leão XIII, Carta enc. Rerum novarum (15 de maio de 1891), 36.

[13] Pio XII, Discurso aos atletas italianos (20 de maio de 1945).

[14] Conc. Ecum. Vat. II, Const. Past. Gaudium et spes, 61.

[15] Cf. Dicasterio para os Leigos, a Família e a Vida, Dar o melhor de si. Documento sobre a perspectiva cristã do desporto e da pessoa humana (1 de junho de 2018).

[16] Cf. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. São Francisco, 1975.

[17] Francisco, Discurso aos participantes no encontro promovido pelo Centro Desportivo Italiano (7 de junho de 2014).

[18] Encontro com as autoridades, representantes da sociedade civil e o corpo diplomático (Ancara, Turquia, 27 de novembro de 2025).

[19] Francisco, Discurso ao Comité Olímpico Europeu (23 de novembro de 2013).

[20] Cf. Francisco, Discurso aos organizadores e atletas do jogo inter-religioso pela paz (1º de setembro de 2014).

[00210-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

LIST

OJCA ŚWIĘTEGO LEONA XIV

ŻYCIE W OBFITOŚCI

O WARTOŚCI SPORTU

Drodzy Bracia i Siostry!

Z okazji obchodów XXV Zimowych Igrzysk Olimpijskich, które odbędą się w Mediolanie i Cortinie d’Ampezzo od 6 do 22 lutego tego roku, oraz XIV Igrzysk Paralimpijskich, które odbędą się w tych samych miejscowościach od 6 do 15 marca, pragnę przekazać pozdrowienia i najlepsze życzenia wszystkim bezpośrednio zaangażowanym w te wydarzenia, a jednocześnie skorzystać z okazji, aby podzielić się refleksją skierowaną do wszystkich. Uprawianie sportu, jak wiemy, może mieć charakter zawodowy, wymagający wysokiego stopnia specjalizacji: w tej formie odpowiada ono powołaniu nielicznych, budząc jednak podziw i entuzjazm w sercach wielu, którzy żyją rytmem zwycięstw lub porażek sportowców. Jednak uprawianie sportu jest aktywnością powszechną, dostępną dla wszystkich i zdrową dla ciała i ducha, do tego stopnia, że stanowi uniwersalny wyraz człowieczeństwa.

Sport i budowanie pokoju

Przy okazji wcześniejszych Igrzysk Olimpijskich moi Poprzednicy podkreślali, jak ważną rolę sport może odgrywać dla dobra ludzkości, zwłaszcza w promowaniu pokoju. Na przykład w 1984 r. św. Jan Paweł II, zwracając się do młodych sportowców z całego świata, zacytował Kartę Olimpijską[1], która uznaje sport za czynnik „lepszego wzajemnego zrozumienia i przyjaźni, które mają służyć budowaniu lepszego, bardziej pokojowego świata”. Zachęcał uczestników następującymi słowami: „Postępujcie tak, by wasze spotkania były wymownym znakiem dla całego społeczeństwa i zapowiedzią nowej ery, w której «naród przeciw narodowi nie podniesie miecza » (Iz 2, 4)”[2].

W tym kontekście sytuuje się rozejm olimpijski, który w starożytnej Grecji był porozumieniem mającym na celu zawieszenie działań wojennych przed, w trakcie i po Igrzyskach Olimpijskich, aby zawodnicy i publiczność mogli swobodnie podróżować, a zawody odbywały się bez zakłóceń. Ustanowienie rozejmu wynika z przekonania, że udział w rywalizacjach toczących się według reguł (agones) stanowi indywidualną i zbiorową drogę do cnoty i doskonałości (aretē). Kiedy sport uprawia się w tym duchu i na tych warunkach, sprzyja on dojrzewaniu jedności społeczności i dobra wspólnego.

Wojna natomiast wynika z radykalizacji sporów i odmowy wzajemnej współpracy. Przeciwnik jest wtedy postrzegany jako śmiertelny wróg, którego należy izolować i – jeśli to możliwe – wyeliminować. Tragiczne dowody tej kultury śmierci widzimy na własne oczy – zniszczone życia, złamane marzenia, traumy ocalałych, zrujnowane miasta – tak jakby współistnienie ludzi zostało powierzchownie zredukowane do scenariusza gry wideo. Nie wolno nam jednak zapominać, że agresja, przemoc i wojna są „zawsze porażką ludzkości”[3].

Słusznie rozejm olimpijski został w najnowszych czasach zaproponowany przez Międzynarodowy Komitet Olimpijski i Zgromadzenie Ogólne Organizacji Narodów Zjednoczonych. W świecie spragnionym pokoju potrzebujemy narzędzi, które położą kres „nadużyciom, pokazom siły i obojętności wobec prawa”[4]. Zachęcam gorąco wszystkie narody, aby podczas zbliżających się Zimowych Igrzysk Olimpijskich i Paralimpijskich na nowo odkryły i szanowały to narzędzie nadziei, jakim jest rozejm olimpijski – symbol i proroctwo pojednanego świata.

Wartość formacyjna sportu

„Przyszedłem, aby mieli życie i mieli je w obfitości” (J 10, 10). Te słowa Jezusa pomagają nam zrozumieć zainteresowanie Kościoła sportem i sposób, w jaki chrześcijanin do niego podchodzi. Jezus zawsze stawiał osoby w centrum, troszczył się o nich, pragnąc dla każdego z nich pełni życia. Dlatego – jak stwierdził św. Jan Paweł II – osoba ludzka „jest pierwszą drogą, po której winien kroczyć Kościół w wypełnianiu swojego posłannictwa”[5]. Zgodnie z chrześcijańską wizją osoba musi zatem zawsze pozostawać w centrum sportu we wszystkich jego przejawach, także w tych, które charakteryzują się wybitnymi osiągnięciami rywalizacyjnymi i zawodowymi.

Jeśli się dobrze przyjrzeć, solidne podstawy tej świadomości można odnaleźć w pismach św. Pawła, znanego jako Apostoł Narodów. W czasach, gdy pisał, Grecy mieli już długą tradycję dotyczącą atletyki. Na przykład miasto Korynt od początku VI w. przed Chr. co dwa lata organizowało Igrzyska Istmijskie. Dlatego pisząc do Koryntian, Paweł posłużył się obrazami sportowymi, aby wprowadzić ich w życie chrześcijańskie: „Czyż nie wiecie – pisze – że gdy zawodnicy biegną na stadionie, wszyscy wprawdzie biegną, lecz jeden tylko otrzymuje nagrodę? Przeto tak biegnijcie, abyście ją otrzymali. Każdy, kto staje do zapasów, wszystkiego sobie odmawia; oni, aby zdobyć przemijającą nagrodę, my zaś – nieprzemijającą” (1 Kor 9, 24-25).

Idąc za tradycją Pawłową, wielu autorów chrześcijańskich wykorzystywało obrazy sportowe jako metafory dla opisania dynamiki życia duchowego; do dziś skłania nas to do refleksji nad głęboką jednością różnych wymiarów istoty ludzkiej. Chociaż w minionych epokach nie brakowało chrześcijańskich pism – pozostających pod wpływem filozofii dualistycznych – które miały raczej negatywny pogląd na ciało, główny nurt teologii chrześcijańskiej podkreślał dobroć świata materialnego, twierdząc, że osoba jest jednością ciała, duszy i ducha. Rzeczywiście, teologowie starożytności i średniowiecza zdecydowanie odrzucali doktryny gnostyckie i manichejskie, właśnie dlatego, że uważały one świat materialny i ludzkie ciało za wewnętrznie złe. Zgodnie z tymi koncepcjami celem życia duchowego byłoby wyzwolenie się od świata i ciała. Teologowie chrześcijańscy – przeciwnie, odwoływali się do fundamentalnych przekonań wiary: dobroci świata stworzonego przez Boga, faktu, że Słowo stało się ciałem, oraz zmartwychwstania człowieka w jego harmonii ciała i duszy.

To pozytywne rozumienie rzeczywistości fizycznej sprzyjało rozwojowi kultury, w której ciało, zjednoczone z duchem, było w pełni zaangażowane w praktyki religijne: pielgrzymki, procesje, dramaty religijne, sakramenty oraz modlitwę posługującą się obrazami, posągami i różnymi formami przedstawień.

Wraz z umacnianiem się chrześcijaństwa w Cesarstwie Rzymskim widowiska sportowe, typowe dla kultury rzymskiej – w szczególności walki gladiatorów – zaczęły stopniowo tracić znaczenie społeczne. Jednak średniowiecze naznaczone było pojawieniem się nowych form uprawiania sportu, takich jak turnieje rycerskie, na których Kościół skupił swoją uwagę etyczną, przyczyniając się również do ich reinterpretacji w duchu chrześcijańskim, o czym świadczy przepowiadanie św. opata Bernarda z Clairvaux.

W tym samym okresie Kościół uznał wartość wychowawczą sportu, również dzięki wkładowi takich postaci jak Hugon ze św. Wiktora i św. Tomasz z Akwinu. Hugon w swoim dziele Didascalicon podkreślił znaczenie ćwiczeń fizycznych w programie studiów, przyczyniając się do uformowania średniowiecznego systemu kształcenia[6].

Refleksja św. Tomasza z Akwinu na temat gier i ćwiczeń fizycznych kładła nacisk na „umiar” jako fundamentalną cechę życia cnotliwego. Według Tomasza nie dotyczy on tylko pracy lub zajęć uważanych za poważne, ale wymaga również czasu na rozrywkę i odpoczynek. Akwinata pisze: „Jak mówi Augustyn: «Pragnę, byś czasem sobie odpoczął, ponieważ wypada, by mądry człowiek od czasu do czasu rozluźnił wysokie napięcie ześrodkowane w jakiejś czynności». Lecz to rozluźnienie napięcia umysłu od dokonywania czegoś osiąga się drogą dających rozrywkę i rozweselenie słów i czynności. Wobec tego człowiek mądry i cnotliwy może posługiwać się tymi rzeczami”[7]. Tomasz uznaje, że ludzie bawią się, ponieważ rozrywka jest źródłem przyjemności, i dlatego praktykują ją dla niej samej. Odpowiadając na zarzut, że czyn cnotliwy musi być ukierunkowany na jakiś cel, zauważa, że „czynności żartobliwe nie mają jakiegoś celu zewnętrznego; niemniej są przyporządkowane dobru samej osoby bawiącego się człowieka, w miarę jak są przyjemne lub dają mu trochę odpoczynku”[8]. Ta „etyka rozrywki”, wypracowana przez Tomasza z Akwinu, wywarła znaczący wpływ na kaznodziejstwo i wychowanie.

Sport, szkoła życia i współczesny areopag

W tej długiej tradycji osadzał się humanista Michel de Montaigne, który w eseju poświęconym wychowaniu napisał: „Wszakże to nie duszę ani ciało mamy wychowywać, ale człowieka; nie trzeba tego rozdwajać”[9]. Taki właśnie powód podał, aby uzasadnić włączenie wychowania fizycznego i sportu do dnia szkolnego. Zasady te były stosowane w szkołach jezuickich, poparte pismami św. Ignacego Loyoli, w szczególności Konstytucjami Towarzystwa Jezusowego i Ratio studiorum[10].

Na tym tle należy również umieścić dzieło wielkich wychowawców: od św. Filipa Nereusza po św. Jana Bosko. Ten ostatni, poprzez promowanie oratoriów, stworzył uprzywilejowany most między Kościołem a nowymi pokoleniami, czyniąc również sport obszarem ewangelizacji[11]. W tym kontekście można również wspomnieć Encyklikę Rerum novarum (1891) Leona XIII: przyczyniła się ona do powstania wielu katolickich stowarzyszeń sportowych, odpowiadając w ten sposób na płaszczyźnie duszpasterskiej na zmieniające się wyzwania współczesnego życia – wystarczy pomyśleć o warunkach życia robotników po rewolucji przemysłowej – oraz na nowe, rodzące się zwyczaje[12].

Na przełomie XIX i XX w. sport stał się zjawiskiem masowym. Ponadto narodziły się współczesne Igrzyska Olimpijskie (1896). Świeccy i pasterze zaczęli zwracać większą uwagę na tę rzeczywistość i podchodzić do niej w sposób bardziej systematyczny. Począwszy od pontyfikatu św. Piusa X (1903-1914), notuje się rosnące zainteresowanie sportem, o czym świadczą liczne wypowiedzi papieskie. W tych wypowiedziach Kościół katolicki, za pośrednictwem Papieży, zaproponował wizję sportu skoncentrowaną na godności osoby ludzkiej, jej integralnym rozwoju, wychowaniu i relacjach z innymi, podkreślając jego uniwersalną wagę jako narzędzia promującego wartości, takie jak braterstwo, solidarność i pokój. Emblematyczne jest pytanie zadane przez Czcigodnego Sługę Bożego Piusa XII w przemówieniu skierowanym do włoskich sportowców w 1945 r.: „Jakże Kościół mógłby nie interesować się [sportem]?”[13].

Sobór Watykański II umieścił swoją pozytywną ocenę sportu w szerszym kontekście kultury, zalecając: „Czas wolny winien być przeznaczony w sposób właściwy na relaks duchowy oraz wzmacnianie zdrowia ducha i ciała, […] również przez ćwiczenia i aktywność sportową, które pomagają w zachowaniu psychicznej równowagi i pojedynczym osobom i wspólnotom, jak również przyczyniają się do wytwarzania braterskich związków pomiędzy ludźmi należącymi do wszystkich środowisk, narodów i ras”[14]. Dzięki odczytaniu znaków czasu wzrosła zatem świadomość Kościoła dotycząca znaczenia uprawiania sportu. Sobór przyniósł w tej dziedzinie rozkwit: rozwinęła się refleksja na temat sportu w odniesieniu do życia wiary, a mnogość doświadczeń duszpasterskich w dziedzinie sportu ujawniła w kolejnych dziesięcioleciach swoją siłę twórczą. Również Dykasterie Stolicy Apostolskiej promowały wartościowe inicjatywy w dialogu z tą sferą ludzkiego życia[15].

Bardzo znaczące były dwa Jubileusze Sportu, obchodzone przez św. Jana Pawła II: pierwszy – dnia 12 kwietnia 1984 r., w Roku Odkupienia; drugi – w dniu 29 października 2000 r., na Stadionie Olimpijskim w Rzymie. W tej samej linii znajdował się Jubileusz 2025, który w sposób wyraźny podkreślił kulturową, wychowawczą i symboliczną wartość sportu jako uniwersalnego języka ludzkiego spotkania i nadziei. To właśnie ta perspektywa skłoniła do decyzji, by w Watykanie przyjąć Giro d’Italia: ten wielki wyścig kolarski jest wydarzeniem sportowym, ale także popularnym przekazem, zdolnym przekraczać granice terytoriów, pokoleń i różnic społecznych oraz przemawiać do serca wędrującej wspólnoty ludzkiej.

Wydaje się oczywiste, że sport jest szeroko obecny w kulturach, o których mamy świadectwa, znacznie wykraczając poza miejsca najstarszej tradycji chrześcijańskiej. Nawet kultury tradycyjnie ustne pozostawiły ślady w postaci pól do gry, urządzeń atletycznych, a także obrazów lub rzeźb związanych z ich praktykami sportowymi. Można więc wiele nauczyć się z tradycji sportowych kultur rdzennych, krajów afrykańskich i azjatyckich, Ameryk i innych regionów świata.

Również dzisiaj sport ma nadal istotne znaczenie w większości kultur. Stanowi on doskonałą przestrzeń do nawiązywania relacji i dialogu z naszymi braćmi i siostrami wyznającymi inne tradycje religijne, a także z tymi, którzy nie identyfikują się z żadną z nich.

Sport i rozwój osoby

Niektórzy badacze nauk społecznych mogą pomóc nam lepiej zrozumieć ludzkie i kulturowe znaczenie sportu, a co za tym idzie – jego znaczenie duchowe. Istotnym przykładem są badania nad tzw. flow experience (czyli „przepływem”) w sporcie i innych obszarach kultury[16]. Doświadczenie to występuje zazwyczaj u osób zaangażowanych w działalność wymagającą koncentracji i sprawności, gdy poziom wyzwania odpowiada lub jest nieco wyższy od ich już osiągniętego poziomu. Weźmy na przykład długą wymianę piłek w tenisie: powodem, dla którego jest to jedna z najprzyjemniejszych części meczu, jest to, że każdy z graczy popycha drugiego do granic jego umiejętności. Doświadczenie to jest ekscytujące, a obaj gracze motywują się nawzajem do poprawy; dotyczy to zarówno dwojga dziesięcioletnich dzieci, jak i pary profesjonalnych mistrzów.

Liczne badania wykazały, że osoby nie są motywowane wyłącznie pieniędzmi lub sławą, ale mogą odczuwać radość i satysfakcję wynikającą z wykonywanych czynności, realizując je, czyli doceniając je za ich faktyczną wartość. W szczególności zaobserwowano, że ludzie odczuwają radość, gdy w pełni oddają się danej czynności lub relacji i wykraczają poza punkt, w którym się znajdowali – wykonując swego rodzaju ruch naprzód. Taka dynamika sprzyja rozwojowi osoby w jej całokształcie.

Ponadto podczas aktywności sportowej osoba często całkowicie koncentruje swoją uwagę na tym, co robi. Dochodzi do zespolenia działania i świadomości do tego stopnia, że nie ma miejsca na wyraźną uwagę skierowaną na siebie. W tym sensie doświadczenie to przerywa tendencję do egocentryzmu. Jednocześnie ludzie opisują poczucie jedności z tym, co ich otacza. W grach zespołowych jest to zazwyczaj odczuwane jako więź lub jedność z członkami drużyny: gracz nie jest już skupiony na sobie, ponieważ jest częścią grupy, która dąży do wspólnego celu. Papież Franciszek wielokrotnie podkreślał ten aspekt, zachęcając młodych sportowców do bycia graczami zespołowymi. Powiedział na przykład: „Grajcie drużynowo, jako zespół. Przynależność do towarzystwa sportowego oznacza odrzucenie wszelkiego rodzaju egoizmu i izolowania się; jest sposobnością do spotkania innych i bycia z innymi, aby sobie nawzajem pomagać, aby prześcigać się we wzajemnym szacunku i wzrastać w braterstwie”[17].

Kiedy sporty zespołowe nie są skażone kultem zysku, młodzi ludzie „wchodzą do gry” w coś, co jest dla nich bardzo ważne. Jest to wspaniała okazja wychowawcza. Nie zawsze łatwo jest rozpoznać własne umiejętności lub zrozumieć, w jaki sposób mogą być one przydatne drużynie. Ponadto współpraca z rówieśnikami wymaga czasem stawiania czoła konfliktom, radzenia sobie z frustracjami i porażkami. Trzeba nawet nauczyć się przebaczać (por. Mt 18, 21-22). W ten sposób kształtują się podstawowe cnoty osobiste, chrześcijańskie i obywatelskie.

Trenerzy odgrywają kluczową rolę w tworzeniu środowiska, w którym można przeżywać te dynamiki, towarzysząc poprzez nie zawodnikom. Biorąc pod uwagę złożoność ludzkiej natury, bardzo pomocne jest, gdy trener kieruje się wartościami duchowymi. Jest wielu trenerów tego typu, zarówno w społecznościach chrześcijańskich i w innych rzeczywistościach edukacyjnych, jak i na poziomie wyczynowym i w profesjonalnej elicie. Często opisują oni kulturę zespołu jako opartą na miłości, która szanuje i wspiera każdą osobę, dodając jej odwagi, by dawała z siebie to, co najlepsze dla dobra grupy. Kiedy młody człowiek jest częścią tego typu zespołu, uczy się czegoś istotnego o tym, co oznacza bycie człowiekiem i dorastanie. Rzeczywiście, „tylko razem stajemy się autentycznie sobą. Tylko w miłości nasze wnętrze staje się głębokie, a nasza tożsamość silna”[18].

Rozszerzając jeszcze pole widzenia, należy pamiętać, że właśnie dlatego, że sport jest źródłem radości i sprzyja rozwojowi osobistemu oraz relacjom społecznym, powinien być dostępny dla wszystkich osób, które pragną go uprawiać. W niektórych społeczeństwach uważających się za rozwinięte, gdzie sport jest organizowany według zasady „płać, żeby grać”, dzieci pochodzące z uboższych rodzin i wspólnot nie mogą sobie pozwolić na opłaty za uczestnictwo i pozostają wykluczone. W innych społeczeństwach dziewczętom i kobietom nie pozwala się uprawiać sportu. Niekiedy w formacji do życia zakonnego, zwłaszcza żeńskiego, utrzymują się nieufność i obawy wobec aktywności fizycznej i sportowej. Należy zatem podjąć starania, aby sport stał się dostępny dla wszystkich. Jest to bardzo ważne dla promocji osoby. Potwierdziły mi to poruszające świadectwa członków Olimpijskiej Drużyny Uchodźców, a także uczestników Paralimpiady, Special Olympics i Homeless World Cup. Jak widzieliśmy, autentyczne wartości sportu w naturalny sposób otwierają się na solidarność i inkluzywność.

Niebezpieczeństwa zagrażające wartościom sportowym

Po rozważeniu, w jaki sposób sport przyczynia się do rozwoju osób i sprzyja dobru wspólnemu, musimy teraz zwrócić uwagę na dynamiki, które mogą narazić te wyniki na szwank. Dzieje się tak przede wszystkim z powodu pewnej formy „korupcji”, która jest dostrzegalna dla wszystkich gołym okiem. W wielu społeczeństwach sport jest ściśle powiązany z ekonomią i finansami. Oczywiste jest, że pieniądze są niezbędne do wspierania działalności sportowej promowanej przez instytucje publiczne, inne organizacje obywatelskie i instytucje edukacyjne, a także prywatne organizacje na poziomie wyczynowym i zawodowym. Problemy pojawiają się, gdy biznes staje się główną lub jedyną motywacją. Wówczas wybory nie wynikają już z godności osób, ani z tego, co sprzyja dobru sportowca, jego integralnemu rozwojowi i rozwojowi społeczności.

Kiedy dąży się do maksymalizacji zysków, przecenia się to, co można zmierzyć lub oszacować, kosztem wymiarów ludzkich o nieocenionej wartości: „liczy się tylko to, co można policzyć”. Taka mentalność wkracza do sportu, gdy uwaga skupia się obsesyjnie na osiągniętych wynikach i kwotach pieniędzy, które można uzyskać dzięki zwycięstwu. W wielu przypadkach, nawet na poziomie amatorskim, imperatywy i wartości rynkowe przesłoniły inne wartości ludzkie związane ze sportem, które zasługują jednak na to, aby ich strzec.

Papież Franciszek zwrócił uwagę na negatywny wpływ, jaki takie zjawiska mogą mieć na sportowców, stwierdzając: „Kiedy sport postrzegany jest wyłącznie przez pryzmat ekonomiczny lub w kategoriach zwycięstwa za wszelką cenę, istnieje ryzyko, że sportowcy zostaną zredukowani do roli zwykłego towaru służącego zwiększaniu zysków. Sami sportowcy wchodzą w ten sposób w system, który ich pochłania, tracą prawdziwe znaczenie swojej działalności, radość z gry, która przyciągała ich jako dzieci i skłaniała do ponoszenia wielu prawdziwych wyrzeczeń, aby stać się mistrzami. Sport to harmonia, ale jeśli przeważa rozpaczliwe dążenie do pieniędzy i sukcesu, harmonia ta zostaje zakłócona”[19].

Również sportowcy najwyższej klasy i profesjonaliści, gdy interes ekonomiczny staje się głównym lub wyłącznym celem, ryzykują skupienie się na sobie i swoich osiągnięciach, osłabiając wspólnotowy wymiar gry i zdradzając jej społeczne i publiczne znaczenie. Sport natomiast jest praktyką niosącą wartości podzielane przez wszystkich jego uczestników, zdolną humanizować współżycie, nawet w trudnych sytuacjach. Nieproporcjonalne skupianie się na pieniądzach z kolei – w sposób wyraźny i redukcyjny – przenosi uwagę na samego siebie. Również w tym przypadku obowiązuje powiedzenie Jezusa: „Nikt nie może dwom panom służyć” (Mt 6, 24).

Szczególne ryzyko pojawia się, gdy korzyści finansowe wynikające z sukcesów sportowych są uważane za ważniejsze niż sama wartość uczestnictwa: dyktatura rezultatów (performance) może prowadzić do stosowania środków dopingujących i innych form oszustwa, a także sprawiać, że zawodnicy sportów zespołowych będą koncentrować się bardziej na własnych korzyściach finansowych niż na lojalności wobec swojej dyscypliny. Kiedy zachęty finansowe stają się jedynym kryterium, może się zdarzyć, że osoby i drużyny swoje wyniki podporządkują korupcji i naciskom branży gier hazardowych. Te różne formy oszustwa nie tylko deprawują same działania sportowe, ale także służą rozczarowaniu szerokiej publiczności i podważają pozytywny wkład sportu w społeczeństwo jako całość.

Rywalizacja i kultura spotkania

Rozszerzając spojrzenie na poziom zawodów sportowych [trzeba zauważyć, że] one również mogą odgrywać ważną rolę w sprzyjaniu jedności między osobami. Interesujące jest to, że słowo rywalizacja wywodzi się z dwóch łacińskich korzeni: cum – „razem” – i petere – „prosić/dążyć”. W rywalizacji można zatem powiedzieć, że dwie osoby lub dwie drużyny wspólnie dążą do doskonałości. Nie są śmiertelnymi wrogami. W czasie poprzedzającym lub następującym po zawodach istnieje zazwyczaj możliwość spotkania się i poznania.

Właśnie dlatego – gdy rywalizacja sportowa jest autentyczna, wymaga wspólnego paktu etycznego: lojalnej akceptacji zasad i poszanowania prawdy współzawodnictwa. Odrzucenie dopingu i wszelkich form korupcji jest na przykład kwestią nie tylko dyscyplinarną, ale dotyka samej istoty sportu. Sztuczne fałszowanie wyniku lub kupowanie rezultatu oznacza zerwanie z wymiarem cum-petere, przekształcając wspólne dążenie do doskonałości w indywidualną lub stronniczą dominację.

Prawdziwy sport natomiast wychowuje do spokojnego stosunku do ograniczeń i do normy. Ograniczenie jest progiem, który należy przyjąć i oswoić: to ono nadaje znaczenie wysiłkowi, sprawia, że postęp jest zrozumiały, a zasługa – rozpoznawalna. Norma to współdzielona „gramatyka”, która umożliwia samą grę. Bez zasad nie ma rywalizacji ani spotkania, a jedynie chaos lub przemoc. Akceptacja ograniczeń własnego ciała, czasu, zmęczenia i przestrzeganie wspólnych zasad oznacza uznanie, że powodzenie wynika z dyscypliny, wytrwałości i lojalności.

W tym sensie sport daje decydującą lekcję również poza areną zmagań: uczy, że można dążyć do maksimum, nie zaprzeczając swojej kruchości, że można zwyciężać bez poniżania, że można przegrać, nie będąc pokonanym jako osoba. Uczciwa rywalizacja strzeże w ten sposób wymiaru głęboko ludzkiego i wspólnotowego: nie rozdziela, lecz buduje więź; nie absolutyzuje wyniku, lecz docenia drogę do niego; nie ubóstwia osiągnięć, lecz uznaje godność tego, kto gra.

Zdrowe współzawodnictwo i kultura spotkania dotyczą nie tylko zawodników, ale także widzów i kibiców. Poczucie przynależności do własnej drużyny może być bardzo znaczącym elementem tożsamości wielu kibiców: podzielają oni radości i rozczarowania swoich idoli i odnajdują poczucie wspólnoty z innymi kibicami. Zwykle jest to czynnik pozytywny w społeczeństwie, źródło przyjacielskiej rywalizacji i żartobliwych przekomarzań, ale może stać się problematyczny, gdy przeradza się w formę polaryzacji, prowadzącą do przemocy słownej i fizycznej. Wówczas kibicowanie – z wyrazu wsparcia i uczestnictwa – przekształca się w fanatyzm, a stadion staje się miejscem starć zamiast spotkań. W tym przypadku sport nie jednoczy, ale radykalizuje, nie wychowuje, ale demoralizuje, ponieważ redukuje tożsamość osobistą do ślepej i opozycyjnej przynależności. Jest to szczególnie niepokojące, gdy kibicowanie jest powiązane z innymi formami dyskryminacji politycznej, społecznej i religijnej oraz jest wykorzystywane pośrednio do wyrażania głębszych form niechęci i nienawiści.

Zawody międzynarodowe stanowią w szczególności uprzywilejowaną okazję do doświadczenia naszego wspólnego człowieczeństwa w całym bogactwie jego różnorodności. Jest coś głęboko poruszającego w ceremoniach otwarcia i zamknięcia Igrzysk Olimpijskich, kiedy widzimy sportowców maszerujących z flagami narodowymi i w strojach charakterystycznych dla ich krajów. Takie doświadczenia mogą nas inspirować i przypominać nam, że jesteśmy powołani do tworzenia jednej rodziny ludzkiej. Wartości promowane przez sport – takie jak lojalność, dzielenie się, otwartość, dialog i zaufanie do innych – są wspólne dla każdej osoby, niezależnie od pochodzenia etnicznego, kultury i przekonań religijnych[20].

Sport, relacja i rozeznanie

Sport powstał jako doświadczenie relacyjne: łączy ciała, a poprzez ciała – historie, różnice, poczucie przynależności. Wspólny trening, uczciwa rywalizacja, dzielenie się wysiłkiem i radością z gry sprzyjają spotkaniom i budują więzi, przekraczające bariery społeczne, kulturowe i językowe. W tym sensie sport jest potężnym czynnikiem ułatwiającym relacje społeczne: tworzy wspólnotę, wychowuje do poszanowania wspólnych zasad, uczy, że żaden wynik nie jest owocem samotnej drogi. Jednak właśnie dlatego, że porusza głębokie emocje, sport niesie też swoje ograniczenia.

Znaczenie wychowawcze sportu ujawnia się w szczególności w relacji między zwycięstwem a porażką. Zwyciężyć nie oznacza jedynie być pierwszym, ale uznać wartość przebytej drogi, dyscypliny i wspólnego zaangażowania. Z kolei przegrać nie jest równoznaczne z klęską danej osoby, ale może stać się szkołą prawdy i pokory. Sport wychowuje w ten sposób do głębszego zrozumienia życia, w którym sukces nigdy nie jest definitywny, a porażka nigdy nie jest ostatnim słowem. Przyjąć porażkę bez rozpaczy i zwycięstwo bez arogancji to uczyć się dojrzałego podejścia do rzeczywistości, rozpoznając własne ograniczenia i własne możliwości.

Nierzadko sport bywa też obdarzany funkcją niemal religijną. Stadiony postrzegane są jako świeckie katedry, mecze jako zbiorowe liturgie, a sportowcy jako postacie zbawcze. Ta sakralizacja ujawnia autentyczną potrzebę sensu i komunii, ale grozi ogołoceniem zarówno sportu, jak i duchowego wymiaru istnienia. Kiedy sport rości sobie prawo do zastąpienia religii, traci swój charakter gry i służby życiu, stając się czymś absolutnym – totalizującym, niezdolnym do relatywizowania samego siebie.

W tym kontekście pojawia się również niebezpieczeństwo narcyzmu, które przenika dziś całą kulturę sportową. Sportowiec może pozostać skupiony na wizerunku własnego ciała osiągającego wyniki, na własnym sukcesie mierzonym rozpoznawalnością i uznaniem. Kult wizerunku i wyników, wzmacniany przez media i platformy cyfrowe, grozi fragmentaryzacją osoby, oddzielając ciało od umysłu i ducha. Pilną sprawą jest ponowne przywrócenie integralnej troski o osobę ludzką, w której dobrostan fizyczny nie jest oddzielony od równowagi wewnętrznej, odpowiedzialności etycznej i otwartości na innych. Trzeba na nowo odkryć postacie, które łączyły pasję sportową, wrażliwość społeczną i świętość. Spośród wielu przykładów, które mógłbym przytoczyć, chciałbym wspomnieć św. Pier Giorgia Frassatiego (1901-1925), młodego Turyńczyka, który w doskonały sposób łączył wiarę, modlitwę, zaangażowanie społeczne i sport. Pier Giorgio był pasjonatem alpinizmu i często organizował wyprawy ze swoimi przyjaciółmi. Chodzenie w góry i zanurzanie się w tych majestatycznych krajobrazach pozwalało mu kontemplować wielkość Stwórcy.

Kolejne zniekształcenie ujawnia się w politycznej instrumentalizacji międzynarodowych zawodów sportowych. Kiedy sport ulega logice władzy, propagandy lub narodowej supremacji, zostaje zdradzone jego uniwersalne powołanie. Wielkie imprezy sportowe powinny być miejscami spotkań i wzajemnego podziwu, a nie sceną afirmacji interesów politycznych czy ideologicznych.

Współczesne wyzwania nasilają się dodatkowo pod wpływem transhumanizmu i sztucznej inteligencji na świat sportu. Technologie stosowane w celu poprawy osiągów grożą sztucznym rozdzieleniem ciała i umysłu, przekształcając sportowca w zoptymalizowany, kontrolowany produkt, wzmocniony ponad naturalne ograniczenia. Kiedy technika nie jest już w służbie osoby, ale próbuje ją redefiniować, sport zatraca swój ludzki i symboliczny wymiar, stając się laboratorium odcieleśnionych eksperymentów.

Wbrew tym tendencjom sport zachowuje niezwykłą zdolność inkluzywności. Uprawiany we właściwy sposób otwiera przestrzeń uczestnictwa dla osób w każdym wieku, o różnym statusie społecznym i różnych umiejętnościach, stając się narzędziem integracji i godności.

W tej perspektywie mieści się doświadczenie Athletica Vaticana. Utworzona w 2018 r. jako oficjalna drużyna Stolicy Apostolskiej, pod kierownictwem Dykasterii do spraw Kultury i Edukacji, świadczy ona o tym, w jaki sposób sport może być postrzegany również jako służba eklezjalna, zwłaszcza wobec najbiedniejszych i najsłabszych. Tutaj sport nie jest widowiskiem, lecz bliskością; nie jest selekcją, lecz towarzyszeniem; nie jest zaciętą rywalizacją, lecz wspólną wędrówką.

Wreszcie należy zadać sobie pytanie o rosnące upodabnianie sportu do logiki gier wideo. Ekstremalna gamifikacja uprawiania sportu, redukowanie doświadczenia do punktów, poziomów i powtarzalnych wyników (performance), grozi oderwaniem sportu od realnego ciała i konkretnych relacji. Gra, która zawsze jest ryzykiem, nieprzewidywalnością i obecnością, zostaje zastąpiona symulacją, obiecującą całkowitą kontrolę i natychmiastową gratyfikację. Odzyskanie autentycznej wartości sportu oznacza zatem przywrócenie mu jego wymiaru ucieleśnionego, wychowawczego i relacyjnego, aby pozostał szkołą człowieczeństwa, a nie tylko prostym narzędziem konsumpcji.

Duszpasterstwo sportu dla życia w obfitości

Efektywne duszpasterstwo sportu rodzi się ze świadomości, że jest on jednym z obszarów, w których kształtują się wyobrażenia, formują się style życia i wychowuje się młode pokolenia. Dlatego konieczne jest, aby Kościoły partykularne uznały sport za przestrzeń rozeznania i towarzyszenia, zasługującą na zaangażowanie w zakresie ludzkiego i duchowego ukierunkowania. W tej perspektywie wydaje się właściwe, aby w ramach Konferencji Episkopatów istniały biura lub komisje poświęcone sportowi, w których opracowywano by i koordynowano propozycje duszpasterskie, prowadząc dialog między środowiskami sportowymi, wychowawczymi i społecznymi obecnymi na różnych terytoriach. Sport bowiem przenika parafie, szkoły, uniwersytety, oratoria, stowarzyszenia i dzielnice; pobudzanie wspólnej wizji pozwala uniknąć fragmentaryzacji i docenić już istniejące doświadczenia.

Na poziomie lokalnym tej samej potrzebie bliskości i ciągłości odpowiada ustanowienie diecezjalnego delegata i utworzenie zespołów duszpasterskich ds. sportu. Duszpasterskie towarzyszenie sportowi nie kończy się na chwilach uroczystych, ale realizuje się w czasie, poprzez dzielenie trudu, oczekiwań, rozczarowań i nadziei tych, którzy na co dzień żyją boiskiem, salą treningową czy drogą. Towarzyszenie to dotyczy zarówno zjawiska sportu jako całości, wraz z jego przemianami kulturowymi i ekonomicznymi, jak i konkretnych osób, które w nim uczestniczą. Kościół jest wezwany do bycia blisko tam, gdzie sport jest przeżywany jako zawód, jako rywalizacja na wysokim poziomie, jako okazja do sukcesu lub ekspozycji medialnej, mając jednak szczególnie na sercu sport podstawowy, często ubogi w środki, ale bogaty w relacje.

Dobre duszpasterstwo sportu może w znaczący sposób przyczynić się do refleksji nad etyką sportu. Nie chodzi tu o narzucanie norm z zewnątrz, ale o rozświetlenie od wewnątrz sensu działania sportowego, pokazując, jak dążenie do wyniku może współistnieć z szacunkiem dla drugiego, dla zasad i dla siebie samego. W szczególności harmonia między rozwojem fizycznym a rozwojem duchowym powinna być traktowana jako wymiar konstytutywny integralnej wizji osoby ludzkiej. Sport staje się w ten sposób przestrzenią, w której można nauczyć się troszczyć o swoje istnienie, nie ubóstwiając go; przekraczać siebie; nie unicestwiając siebie, rywalizować, nie tracąc braterstwa.

Kolejnym kluczowym zadaniem jest postrzeganie i praktykowanie sportu jako otwartego i inkluzywnego narzędzia społecznego. Sport może i powinien być przestrzenią gościnności, zdolną angażować osoby o różnym pochodzeniu społecznym, kulturowym i fizycznym. Radość bycia razem, rodząca się ze wspólnej gry, wspólnych treningów i wzajemnego wsparcia, jest jednym z najprostszych i najgłębszych przejawów pojednanej ludzkości.

W tej perspektywie sportowcy stanowią wzór, który należy dostrzec i otoczyć troską. Ich codzienne doświadczenia mówią o ascezie i powściągliwości, o cierpliwej pracy nad sobą, o równowadze między dyscypliną a wolnością, o szacunku dla rytmu ciała i umysłu. Cechy te mogą rozjaśniać całe życie społeczne. Życie duchowe z kolei daje sportowcom spojrzenie wykraczające poza wynik i osiągnięcie. Wprowadza sens ćwiczeń jako praktyki formującej wnętrze. Pomaga nadać znaczenie wysiłkowi, przeżywać porażkę bez rozpaczy, a sukces bez zarozumiałości, przekształcając trening w dyscyplinę człowieczeństwa.

Wszystko to znajduje swój ostateczny sens w biblijnej obietnicy, od której pochodzi tytuł niniejszego Listu: życie w obfitości. Nie chodzi o gromadzenie sukcesów czy osiągnięć, ale o pełnię życia, która integruje ciało, relację i wnętrze człowieka. W kluczu kulturowym życie w obfitości zachęca do uwolnienia sportu od redukcyjnych logik, które przekształcają go w samo widowisko lub konsumpcję. W kluczu duszpasterskim pobudza ono Kościół, by był obecnością zdolną towarzyszyć, rozeznawać i rodzić nadzieję. W ten sposób sport może naprawdę stać się szkołą życia, w której można się nauczyć, że obfitość nie wynika ze zwycięstwa za wszelką cenę, ale z dzielenia się, szacunku i radości wspólnego wędrowania.

Z Watykanu, 6 lutego 2026 r.

LEON PP. XIV

____________________

[1] Międzynarodowy Komitet Olimpijski, Karta Olimpijska 1984, Lozanna 1983, s. 6.

[2] Św. Jan Paweł II, Homilia podczas Mszy św. z okazji Jubileuszu Sportowców (Rzym, Stadion Olimpijski, 12 kwietnia 1984), 3: Nauczanie papieskie, t. VII, 1, przygot. do druku: E. Weron, A. Jaroch, Poznań 2001, s. 469.

[3] Tenże, Przemówienie do Korpusu Dyplomatycznego (13 stycznia 2003), 4: „L’Osservatore Romano”, wyd. polskie 3 (251)/2003, s. 22.

[4] Międzynarodowe spotkanie na rzecz pokoju. Religie i kultury w dialogu (Rzym, Koloseum, 28 października 2025): „L’Osservatore Romano”, wyd. polskie 11 (477)/2025, s. 49.

[5] Św. Jan Paweł II, Enc. Redemptor hominis (4 marca 1979), 14.

[6] Por. Hugon ze św. Wiktora, Didascalicon, II, XXVII, red. C.H. Buttimer, Waszyngton 1939, s. 44: Tenże, Didaskalicon, czyli co i jak czytać, tłum. M. Frankowska-Terlecka w: Wszystko to ze zdziwienia. Antologia tekstów filozoficznych z XII w., red. M. Frankowska-Terlecka, Warszawa 2006, s. 278-316.

[7] Św. Tomasz z Akwinu, Summa Theologiae, II-II, q. 168, art. 2: Tenże, Suma teologiczna, t. 22: Umiarkowanie, tłum. S. Bełch, Londyn 1963.

[8] Tamże, I-II, q. 1, art. 6, ad 1: Tenże, Suma teologiczna, t. 9: Cel ostateczny, czyli szczęście oraz uczynki ludzkie, tłum. F.W. Bednarski, Londyn 1963.

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: red. J. Balsamo et al., Paris 2007, s. 171: Tenże, Próby. Księga pierwsza, tłum. T. Boy-Żeleński i in., Warszawa 1957 [2013], s. 99.

[10] Por. M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, „La Civiltà Cattolica” 2014/IV, s. 567-568.

[11] Por. A. Stelitano – A. M. Dieguez – Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Città del Vaticano 2015.

[12] Por. Leon XIII, Enc. Rerum novarum (15 maja 1891), 36.

[13] Pius XII, Przemówienie do włoskich sportowców (20 maja 1945).

[14] Sobór Watykański II, Konst. duszp. Gaudium et spes, 61.

[15] Por. Dykasteria ds. Świeckich, Rodziny i Życia, Dare il meglio di sé. Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana [Dawanie z siebie wszystkiego. Dokument dotyczący chrześcijańskiej perspektywy sportu i osoby ludzkiej] (1 czerwca 2018).

[16] Por. M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games, San Francisco 1975.

[17] Franciszek, Przemówienie do dziewcząt i chłopców z Włoskiego Centrum Sportowego (7 czerwca 2014): „L’Osservatore Romano”, wyd. polskie 7 (363)/2014, s. 23-24.

[18] Spotkanie z władzami, przedstawicielami społeczeństwa obywatelskiego i Korpusem Dyplomatycznym (Ankara, Turcja, 27 listopada 2025).

[19] Franciszek, Przemówienie do Europejskiego Komitetu Olimpijskiego (23 listopada 2013).

[20] Por. Franciszek, Przemówienie do piłkarzy i organizatorów międzyreligijnego meczu o pokój (1 września 2014).

[00210-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة

الحياة الوافرة

للحبر الأعظم البابا لاوُن الرّابع عشر

في مكانة الرّياضة

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،

في مناسبة الاحتفال بدورة الألعاب الأولمبيّة الشّتويّة الخامسة والعشرين، التي ستُقام بين ميلانو (Milano) وكورتينا دامبيتسو (Cortina d’Ampezzo) من 6 إلى 22 شباط/فبراير المقبل، وفي مناسبة الألعاب الباراولمبيّة الرّابعة عشرة (ألعاب أولمبيّة للأشخاص ذوي الاحتياجات الخاصّة)، التي ستُجرى في الأماكن نفسها من 6 إلى 15 آذار/مارس، أودّ أن أوجّه تحيّتي وأطيب تمنّياتي إلى جميع المعنيّين مباشرةً بهذه الأحداث، وأن أنتهز، في الوقت نفسه، الفرصة لتقديم هذه الأفكار إلى الجميع. ممارسة الرّياضة، كما نعلَم، لها طابع مهنيّ عالي التّخصّص. إنّها في هذه الحالة دعوةً خاصّة لفئة قليلة، وإن كانت تثير الإعجاب والحماسة في قلوب الكثيرين، الذين يتفاعلون مع انتصارات الرّياضيّين أو هزائمهم. فالنّشاط الرّياضيّ هو أيضًا نشاط جماعيّ، مفتوح للجميع، ومفيد للجسد والرّوح، بل هو تعبير شامل عمَّا هو إنسانيّ.

الرّياضة وبناء السّلام

في مناسبة دورات الألعاب الأولمبيّة السّابقة، شدّد أسلافي على قدرة الرّياضة على أداء دورٍ مهمٍّ لخير الإنسانيّة، ولا سيّما لتعزيز السّلام. في سنة 1984، مثلًا، ذكَّرَ القدّيس البابا يوحنّا بولس الثّاني، وهو يخاطب الرّياضيّين الشّباب القادمين من مختلف أنحاء العالم، بالميثاق الأولمبيّ[1] الذي يعتبر الرّياضة عاملًا لـ"تعزيز التّفاهم المتبادل والصّداقة، بهدف بناء عالم أفضل فيه مزيد من السّلام". وقد شجّع المشاركين بهذه الكلمات: "اجعلوا لقاءاتكم علامة رمزيّة لكلّ المجتمع، وتمهيدًا للزّمن الجديد الذي "لا تَرفَعُ فيه أُمَّةٌ على أُمَّةٍ سَيفًا" (أشعيا 2، 4)"[2].

وفي هذا السّياق تندرج الهدنة الأولمبيّة، التي كانت في اليونان القديمة اتّفاقًا يهدف إلى تعليق الأعمال العدائيّة قبل الألعاب الأولمبيّة وفي أثنائها وبعدها، لكي يتمكّن الرّياضيّون والمتفرّجون من السّفر بحرّيّة، وتُجرى المباريات بدون انقطاع. ونشأت هذه الهدنة من القناعة بأنّ المشاركة في مباريات منظّمة (ἀγῶνες) تُشكّل مسيرة فرديّة وجماعيّة نحو الفضيلة والتّميّز (ἀρετή). وعندما تُمارَس الرّياضة بهذه الرّوح ووفق هذه الشّروط، فإنّها تعمل على تنضيج التّآلف الجماعيّ وخدمة الخير العام.

أمّا الحرب، عكس ذلك، فتنشأ من التطرّف في الخلاف ومن رفض التّعاون بين النّاس. فيُنظَر إلى الخصم على أنّه عدوّ لدود، يجب عزله وربّما القضاء عليه. والمظاهر المأساويّة لهذه الثّقافة القاتلة ماثلة أمام أعيننا: أرواح أُزهقت، وأحلام تحطّمت، ومدن مدمّرة، والأحياء الباقون تحت آثار الصّدمة، وكأنّ حياة النّاس صارت مشهدًا في ”لعبة فيديو“. وهذا يجب ألّا يُنسِيَنا أبدًا أنّ الاعتداء والعنف والحرب هي "دائمًا هزيمة للإنسانيّة"[3].

وجاء مناسبًا اقتراح الهدنة الأولمبيّة من جديد في الأزمنة الحديثة من قِبل اللجنة الأولمبيّة الدّوليّة والجمعيّة العامّة للأمم المتّحدة. في عالم متعطّش إلى السّلام، نحن بحاجة إلى وسائل تضع "حدًّا للفساد، واستعراض القوّة، واللامبالاة بالحقّ"[4]. أشجّع بحرارة جميع الدّول، في مناسبة الألعاب الأولمبيّة الباراولمبيّة الشّتويّة المقبلة، على أن تكتشف من جديد أداة الرّجاء هذه وتحترمها، أي الهدنة الأولمبيّة، لتكون رمزًا ونبوءةً لعالم متصالح.

قيمة الرّياضة التربويّة

"أَمَّا أَنا فقَد أَتَيتُ لِتَكونَ الحَياةُ لِلنَّاس، وتَفيضَ فيهِم" (يوحنّا 10، 10). كلمات يسوع هذه تساعدنا لنفهم اهتمام الكنيسة بالرّياضة والطّريقة التي يتعامل بها المسيحيّ معها. وضع يسوع الإنسان دائمًا في المقام الأوّل، واهتمّ به، وأراد لكلّ واحد ملء الحياة. ولهذا، كما أكّد القدّيس البابا يوحنّا بولس الثّاني، الإنسان "هو الطّريق الأوّل الذي يجب على الكنيسة أن تسلكه في تتميم رسالتها"[5]. ومن هنا، ووفق الرّؤية المسيحيّة، يجب أن يبقى الإنسان دائمًا هو المحور في الرّياضة بكلّ نشاطاتها، بما في ذلك المباريات الاحترافيّة ورياضة النّخبة.

وعند التأمّل العميق، نجد أساسًا متينًا لهذا الوعي في كتابات القدّيس بولس الرّسول، المعروف برسول الأمم. في الزّمن الذي كان يكتب فيه، كانت لدى اليونانيّين تقاليد رياضيّة عريقة. مدينة قورنتس، مثلًا، كانت تنظّم الألعاب الإسثميّة (giochi istmici) كلّ سنَتَين منذ بدايات القرن السّادس قبل الميلاد. ولهذا، استخدم بولس، في رسالته إلى أهل قورنتس، صورًا رياضيّة ليساعدهم على فهم الحياة المسيحيّة، كتب: "أَما تَعلَمونَ أَنَّ العَدَّائينَ في المَيدانِ يَعْدونَ كُلُّهُم، وأَنَّ واحِدًا يَنالُ الجائِزَة؟ فاعْدوا كذلك حتَّى تَفوزوا. وكُلُّ مُبارٍ يَحرِمُ نَفْسَه كُلَّ شَيء، أَمَّا هؤُلاءِ فلِكَي يَنالوا إِكْليلًا يَزول، وأَمَّا نَحنُ فلِكَي نَنالَ إِكْليلًا لا يَزول" (1 قورنتس 9، 24-25).

وسيرًا على نهج القدّيس بولس الرّسول، استخدم كثير من الكتّاب المسيحيّين الصّور الرّياضيّة رمزًا وصورة لوصف ديناميّات الحياة الرّوحيّة، وهذا يدعونا حتّى اليوم إلى أن نتأمّل في الوَحدة العميقة بين مختلف مكوِّنات الإنسان. وعلى الرّغم من وجود كتابات مسيحيّة في عصور سابقة، متأثّرة بفلسفات ثنائيّة، حملت نظرة سلبيّة عن الجسد، فإنّ التيّار الرّئيسيّ في اللاهوت المسيحيّ شدّد على صلاح العالم المادّيّ، وأكّد أنّ الإنسان وحدة واحدة مكوّنة من جسد ونفس وروح. في الواقع، دحض بشدّة لاهوتيّو العصور القديمة والوسطى التّعاليم الغنوصيّة والمانويّة، لأنّها كانت تعتبر العالم المادّيّ والجسد البشريّ شرَّين في جوهرهما. ووفق هذه المفاهيم، كان هدف الحياة الروحيّة هو التّحرّر من العالم والجسد. عكس ذلك، استند اللاهوتيّون المسيحيّون إلى معتقدات الإيمان الأساسيّة، وهي صلاح العالم الذي خلقه الله، والحقيقة أنّ الكلمة صار جسدًا، وقيامة الإنسان في تناغم جسده ونفسه.

وقد أسهم فهم الواقع الجسديّ الإيجابي هذا في نشوء ثقافة يشارك فيها الجسد، المتّحد بالرّوح، مشاركةً كاملة في الممارسات الدّينيّة: في الحجّ، والتطوافات، والتمثيليّات المسرحيّة المقدّسة، والأسرار المقدّسة، وفي الصّلاة التي تستخدم الصّور والتّماثيل وأشكال التّعبير المختلفة.

ومع ترسّخ المسيحيّة في الإمبراطوريّة الرّومانيّة، بدأت العروض الرّياضيّة المميّزة للثقافة الرّومانيّة، ولا سيّما مبارزات المصارعين، تفقد تدريجيًّا أهمّيّتها الاجتماعيّة. غير أنّ العصور الوسطى شهدت ظهور أشكال جديدة من الممارسة الرّياضيّة، مثل بطولات الفرسان، التي اهتمّت الكنيسة لجانبها الأخلاقيّ، وساهمت أيضًا في إعادة تفسيرها من منظور مسيحيّ، كما تشهد على ذلك عظات رئيس الرّهبان القدّيس برناردس من كليرفو (Bernardo di Chiaravalle).

وفي الحقبة نفسها، اعترفت الكنيسة بقيمة الرّياضة التّربويّة، بفضل إسهامات شخصيّات مثل هوغو دي سان فيكتور (Ugo di San Vittore) والقدّيس توما الأكويني. فقد شدّد هوغو، في كتابه الدِّيداسكاليكون (Didascalicon)، على أهمّيّة الأنشطة البدنيّة ضمن المنهاج الدّراسيّ، فأسهم في تكوين النّظام التّربويّ في العصور الوسطى.[6]

أمّا القدّيس توما الأكويني في فكره في اللعب والتّمرين الجسديّ، فقد رأى في ”الاعتدال“ ميزةً أساسيّة للحياة الفاضلة. بحسب توما، لا يقتصر هذا الاعتدال على العمل أو الأنشطة الجادّة، بل يحتاج أيضًا إلى وقت للّعب والرّاحة. كتب: "كما يقول أغسطينس: أرجوك، امنح نفسك أحيانًا قسطًا من الرّاحة، إذ يليق بالحكيم أن يخفّف أحيانًا من شدّة التّركيز في العمل. وهذا الاسترخاء الذّهني من العمل يتحقّق بالكلام والأعمال المرِحة. لذلك من اللائق أن يلجأ الحكيم الفاضل إليها أحيانًا"[7]. ويقرّ توما بأنّ النّاس يلعبون لأنّ اللعب مصدر سرور، ويمارسونه لذاته. وردًّا على الاعتراض القائل إنّ العمل الفاضل يجب أن يتوجّه إلى غاية، لاحظ أنّ "الأفعال في اللعبة لا تهدف إلى غاية خارجيّة، بل إلى خير من يلعب، لأنّها ممتعة أو تجلب الرّاحة"[8]. ”وهذه النّظرة الأخلاقيّة في اللعب“ التي وضعها توما الأكويني، أثّرت تأثيرًا كبيرًا في الوعظ والتّربية.

الرّياضة مدرسة حياة ومكان حوار معاصر

في هذا الامتداد الطّويل من التّقليد، يندرج فكر الأديب ميشيل دو مونتين (Michel de Montaigne)، الذي كتب في مقال له عن التّربية: "نحن لا نربّي نفسًا ولا نربّي جسدًا، بل نربّي إنسانًا. ويجب ألّا نقسّمه إلى اثنين"[9]. ومن هنا برّر إدراج التّربية البدنيّة والرّياضة في اليوم الدّراسي. وقد طُبّقت هذه المبادئ في مدارس اليسوعيّين، مدعومة بكتابات القدّيس أغناطيوس دي لويولا (Ignazio di Loyola)، ولا سيّما بقوانين الرّهبنة اليسوعيّة ومنهج الدّراسات (Ratio Studiorum).[10]

وفي هذا السّياق تندرج أيضًا أعمال كبار المربِّين، مثل القدّيس فيليبس نيري (Filippo Neri) والقدّيس يوحنّا بوسكو. فقد أقام هذا الأخير، بتعزيز دور نوادي الرّعيّة، جسرًا مميّزًا بين الكنيسة والأجيال الشابّة، فجعل أيضًا من الرّياضة مجالًا للبشارة بالإنجيل.[11] وفي السّياق نفسه، يمكن أن نذكر الرّسالة البابويّة العامّة ”في الشّؤون الجديدة-Rerum novarum“ للبابا لاوُن الثّالث عشر، التي حفّزت نشوء الجمعيّات الرّياضيّة الكاثوليكيّة العديدة، استجابةً، على الصّعيد الرّعويّ، للتحوّلات التي فرضتها الحياة الحديثة، ولا سيّما أوضاع العمّال بعد الثّورة الصّناعيّة، والعوائد الجديدة الطّارئة.[12]

وعند مطلع القرنَين التّاسع عشر والعشرين، تحوّلت الرّياضة إلى ظاهرة جماهيريّة، وظهرت الألعاب الأولمبيّة الحديثة (1896). وبدأ العلمانيّون والرّعاة يولون هذه الظّاهرة اهتمامًا أكثر منهجيّة. ومنذ حبريّة القدّيس البابا بيوس العاشر (1903-1914)، ازداد اهتمام الكنيسة بالرّياضة، كما تشهد على ذلك تصريحات بابويّة عديدة. وقد عرضت الكنيسة، على لسان البابوات، رؤية للرّياضة تتمحور على كرامة الإنسان، ونموّه المتكامل، وتربيته، وعلاقته مع الآخرين، وأوضحت قيمتها الشّاملة كأداة لتعزيز القِيَمِ مثل الأخوّة والتّضامن والسّلام. ويُعدّ السّؤال الذي وجّهه البابا المكرَّم بيوس الثّاني عشر في خطابه للرياضيّين الإيطاليّين سنة 1945 مثالًا جليًّا على ذلك، حيث قال: "كيف يمكن للكنيسة ألّا تهتمّ بالرّياضة؟"[13].

وقد أدرج المجمع الفاتيكانيّ الثّانيّ تقييمه الإيجابيّ للرّياضة ضمن إطار الثّقافة الأوسع، فأوصى بأنّه "يجب استخدام أوقات الفراغ للترويح عن الرّوح ولتقوية صحّة النّفس والجسد، [...] وذلك أيضًا بالتّمارين والأنشطة الرّياضيّة، التي تساعد على الحفاظ على توازن الرّوح، وتساعد على إقامة علاقات أخويّة بين البشر على اختلاف أوضاعهم وأممهم وأجناسهم"[14]. وبفضل قراءة علامات الأزمنة، تعزَّز الوعي الكنسيّ بأهمّيّة الممارسة الرّياضيّة. وكان المجمع منعطفًا مثمرًا في هذا المجال، إذ تطوّر الفكر في العلاقة بين الرّياضة وحياة الإيمان، وظهرت، في العقود اللاحقة، خبرات رعويّة متعدّدة كشفت عن قوّتها الخلّاقة. كما شجّعت دوائر الكرسيّ الرّسوليّ مبادرات قيّمة للحوار مع هذا المجال في حياة الإنسان.[15]

وكان لافتًا الاحتفال بيوبيلَين للرّياضة أقامهما القدّيس البابا يوحنّا بولس الثّاني: الأوّل في 12 نيسان/أبريل 1984، في سنة الفداء، واليوبيل الثّاني في 29 تشرين الأوّل/أكتوبر 2000 في الملعب الأولمبيّ في روما. وفي النّهج نفسه جاء يوبيل 2025، الذي أكّد من جديد بوضوح على القيمة الثّقافيّة والتّربويّة والرّمزيّة للرّياضة على أنّها لغةٌ إنسانيّةٌ عالميّةٌ للّقاء والرّجاء. وهذا التّوجّه هو الذي ألهم قرار استضافة سباق الدّرّاجات لإيطاليا في الفاتيكان، إذ إنّ هذه المباراة الكبرى ليست مجرّد حدثًا رياضيًّا، بل هي أيضًا رواية شعبيّة قادرة على أن تعبر الأقاليم والأجيال والفوارق الاجتماعيّة، وأن تخاطب قلب الجماعة الإنسانيّة في مسيرتها.

تتجاوز الرّياضة أقدم التّقاليد المسيحيّة، وهو واضحٌ أنّها كانت حاضرة ومتأصّلة في الثّقافات التي وصلت إلينا شهاداتها. حتّى الرّوايات الشفهيّة تركت لنا آثار ملاعب، وأدوات رياضيّة، وصورًا أو منحوتات مرتبطة بممارساتها الرّياضيّة. ومن ثَمَّ، يمكن أن نتعلّم الكثير من التّقاليد الرّياضيّة للثّقافات الأصليّة، في الدّول الأفريقيّة والآسيويّة، والأمريكِيَّتَين، ومناطق أخرى من العالم.

لا تزال الرّياضة اليوم تؤدّي دورًا مهمًّا في معظم الثّقافات، وهي توفّر مساحة مميّزة للعلاقة والحوار مع إخوتنا وأخواتنا المنتمين إلى تقاليد دينيّة أخرى، وكذلك مع الذين لا ينتمون إلى أيّ منها.

الرّياضة ونموّ الإنسان

يمكن لبعض باحثي العلوم الاجتماعيّة أن يساعدونا لنفهم معنى الرّياضة الإنسانيّ والثّقافي، ومن ثمّ معناها الرّوحيّ. ومن الأمثلة البارزة على ذلك الأبحاث المتعلّقة بما يُسمّى ”خبرة التدفّق-flow experience “ في الرّياضة وفي مجالات ثقافيّة أخرى.[16] نجد هذه الخبرات عادةً عندما يلتزم الأشخاص في نشاط يتطلّب تركيزًا ومهارة، ويكون مستوى التّحدّي مساويًا لمستواهم الحالي أو أعلى منه قليلًا. لنتصوّر، مثلًا، تبادلًا طويلًا للكرة في مباراة التِّنِس: إنّ ما يجعل بعض اللحظات من أكثر أجزاء المباراة متعة هو أنّ كلّ لاعب يدفع الآخر إلى حدود قدراته. وبهذا تكون الخبرة ممتعة وشيِّقة، بينما يدفع اللاعبان أحدهما الآخر إلى تحسين أدائهما، سواء كانا طفلَين في العاشرة من العمر أم بطلَين محترفَين.

أظهرت دراسات عديدة أنّ النّاس لا تحرّكهم فقط الدّوافع الماليّة أو الشّهرة، بل يمكنهم أن يختبروا الفرح والمكافأة الكامنة في النّشاط نفسه، وذلك بالقيام به وبتقدير قيمته الخاصّة. وقد لوحظ، بصورة خاصّة، أنّ النّاس يفرحون عندما يبذلون كلّ جهدهم في نشاط أو علاقة، ويتجاوزون المستوى الذي كانوا فيه، محقّقين تقدُّمًا إلى الأمام. هذه الدّيناميّات تعزّز نموّ الإنسان بكامله.

بالإضافة إلى ذلك، بالخبرة الرّياضيّة، يركّز الإنسان مرارًا انتباهه بصورة كاملة على ما يقوم به، فيحدث اندماج بين الفعل والوعي، لدرجة أنّه لا يبقى مجال لانتباه صريح موجّه إلى الذّات. وبهذا المعنى، الخبرة تحدّ من نزعة الأنانيّة. وفي الوقت نفسه، يُظهِر الأشخاص شعورًا بالاتّحاد مع ما يحيط بهم. في الرّياضة مع الفريق، هذا الشّعور هو عادةً رباط أو وَحدة مع الزّملاء: فاللاعب لم يعد منغلقًا على ذاته، لأنّه جزء من جماعة تسعى إلى هدف مشترك. وشدّد البابا فرنسيس مرارًا على هذا البُعد، حين شجّع الرياضيّين الشّباب على أن يكونوا لاعبين في فريق. قال مثلًا: "كونوا لاعبين في فريق. أن تنتموا إلى نادٍ رياضيّ يعني أن ترفضوا كلّ شكل من أشكال الأنانيّة والعزلة. إنّها فرصة للقاء الآخرين والبقاء معهم، ومساعدة بعضكم بعضًا، والتّنافس في الاحترام المتبادل، والنّموّ في الأخوّة"[17].

وعندما لا تتلوّث الرّياضة في فريق بعبادة الرّبح، فإنّ الشّباب ”يراجعون أنفسهم“ بالنّسبة لما هو مهمّ حقًّا لهم. إنّها فرصة تربويّة كبيرة. ليس من السّهل دائمًا أن نعرف قدراتنا الشّخصيّة أو نفهم كيف يمكن أن تكون مفيدة للفريق. كما أنّ العمل مع الزّملاء يستلزم أحيانًا أن نواجه النّزاعات، ونتعامل مع الإحباطات والإخفاقات، بل من الضّروري أن نتعلّم المغفرة (راجع متّى 18، 21-22). وهكذا تتكوّن فضائل أساسيّة، شخصيّة ومسيحيّة ومدنيّة.

المدرّبون يؤدّون دورًا محوريًّا في خلق بيئة تسمح بعيش هذه الدّيناميّات، بمرافقة اللاعبين من خلالها. ونظرًا إلى المكوِّنات المعقّدة في شخصيّة الإنسان المعنيّ، من المفيد جدًّا أن يكون المدرّب مليئًا بقِيَمٍ روحيّة. وهناك كثيرون من المدرّبين من هذا النّوع في الجماعات المسيحيّة وسواها من البيئات التربويّة، وكذلك على مستوى المنافسة العالية والنّخبة المحترفة. يصف هؤلاء مرارًا ثقافة الفريق على أنّها قائمة على المحبّة، التي تحترم كلّ شخص وتسنده، وتشجّعه على أن يعطي أفضل ما فيه لخير الفريق. عندما ينتمي شاب إلى فريق من هذا النّوع، يتعلّم شيئًا جوهريًّا عن ما معنى أن يكون إنسانًا وأن ينمو. في الواقع، "لا نصير أو لا نحقّق ذاتنا الأصليّة إلّا معًا. بالمحبّة فقط تصير حياتنا في داخلنا عميقة وهويّتنا قويّة"[18].

وإذا وسَّعنا نظرنا، يجب أن نذكّر بأنّ الرّياضة، بما أنّها مصدر فرح وتعزّز النّموّ الشّخصيّ والعلاقات الاجتماعيّة، يجب أن تكون متاحة لجميع الذين يريدون أن يمارسوها. في بعض المجتمعات التي تُعدّ متقدّمة، حيث تُنظَّم الرّياضة وفق مبدأ ”الدّفع مقابل اللعب“، يعجز الأطفال القادمون من عائلات أو جماعات فقيرة عن تحمّل رسوم الاشتراك، فيُستبعَدون. وفي مجتمعات أخرى، لا يُسمَح للفتيات والنّساء أن يمارسن الرّياضة. وأحيانًا، في التّنشئة على الحياة الرّهبانيّة، ولا سيّما النّسائيّة، تبقى شكوك ومخاوف تجاه النّشاط البدنيّ والرّياضيّ. لذا من الضّروريّ أن نعمل من أجل جعل الرّياضة متاحة للجميع، لأنّ ذلك أمر أساسيّ لتقدُّم الإنسان. وقد أكّدت لي ذلك شهادات مؤثّرة لأعضاء فريق اللاجئين الأولمبيّ، والمشاركين في الألعاب الباراولمبيّة، والأولمبيّات الخاصّة، وكأس العالم للمشرّدين. وكما رأينا، فإنّ القِيَم الرّياضيّة الأصيلة تنفتح طبيعيًّا على التّضامن والاندماج.

المخاطر التي تهدّد القِيَم الرّياضيّة

بعد أن نظرنا كيف تسهم الرّياضة في تنمية الإنسان وتعزيز الخير العام، لا بدّ الآن من أن نشير إلى الدّيناميّات التي يمكن أن تمنع هذه النّتائج. ويحدث ذلك خصوصًا بنوع من ”الفساد“ بات واضحًا للجميع. في كثير من المجتمعات، ترتبط الرّياضة ارتباطًا وثيقًا بالاقتصاد والمال. ولا شكّ في أنّ المال ضروريّ لدعم الأنشطة الرّياضيّة التي تنظّمها المؤسّسات العامّة والهيئات المدنيّة والمؤسّسات التربويّة، وكذلك الأنشطة الخاصّة على المستويَين التّنافسيّ والمهنيّ. لكن المشاكل تنشأ عندما يصير الرّبح هو الدّافع الأساسيّ أو الوحيد. حينئذ لا تعود القرارات تنطلق من كرامة الأشخاص، ولا ممّا يخدم ويعزّز خير الرّياضيّ ونموّه المتكامل وخير الجماعة.

عندما يكون الهدف تحقيق أكبر ربح ممكن، يُبالَغ في تقدير ما يمكن قياسه أو تحديده، على حساب أبعاد إنسانيّة لا تُقدَّر بثمن: ”لا يهمّ إلّا ما يمكن احتسابه“. وتتسرّب هذه العقليّة إلى الرّياضة عندما يتركّز الاهتمام بصورة مهووسة على النّتائج المحقّقة وعلى المبالغ الماليّة التي يمكن جنيها من الفوز. وفي كثير من الحالات، حتّى على مستوى الهواة، طغت مقتضيات السّوق وقيمه على قِيَم رياضيّة إنسانيّة أخرى، من الواجب المحافظة عليها.

نبّه البابا فرنسيس إلى الآثار السّلبيّة لهذه الدّيناميّات على الرّياضيّين، قال: "عندما تُفهم الرّياضة وفق معايير اقتصاديّة فقط أو يكون المعيار هو الفوز بأيّ ثمن، يظهر خطر تحويل الرّياضيّين إلى مجرّد سلع لزيادة الرّبح. ويدخل الرّياضيّون أنفسهم في نظام يجتاحهم، فيفقدون المعنى الحقيقيّ لنشاطهم، وفرح اللعب الذي جذبهم وهم أطفال، ودفعهم إلى تقديم تضحيات كبيرة ليصيروا أبطالًا. الرّياضة هي انسجام، ولكن عندما يسود السّعي المحموم وراء المال والنّجاح، ينكسر هذا الانسجام"[19].

الرّياضيّون المحترفون وذوو المستوى العالي أيضًا، عندما يصير هدفهم الاقتصاديّ هو الأساسيّ أو الوحيد، يوشكون أن ينغلقوا على أنفسهم وعلى أدائهم الفردي، فيُضعِفون البعد الجماعيّ للّعبة، ويخونون قيمتها الاجتماعيّة والمدنيّة. مع أنّ الرّياضة هي ممارسة تحمل قِيَمًا مشتركة بين جميع المشاركين فيها، وهي قادرة على إضفاء طابع إنسانيّ على العيش المشترك حتّى في الظّروف الصّعبة. عكس ذلك، التّركيز المفرط على المال، فإنّه يُعيد الانتباه بشكل صريح ومقزِّم للذّات. وهنا أيضًا يصدق كلام يسوع: "ما مِن أَحَدٍ يَستَطيعُ أَن يَعمَلَ لِسَيِّدَيْن" (متّى 6، 24).

يظهر خطر خاصّ عندما تُعتَبر المكاسب الماليّة النّاتجة عن النّجاح في الرّياضة أهمّ من قيمة المشاركة نفسها: ديكتاتوريّة الأداء قد تدفع إلى تعاطي المنشّطات وإلى أشكال أخرى من الغشّ، وقد تؤدّي بلاعبي فرق الرّياضة إلى أن يركّزوا على مصلحتهم الاقتصاديّة بدل الأمانة للنظام نفسه. وعندما تصير الحوافز الماليّة المعيار الوحيد، قد يُعرِّض الأفراد والفرق أنفسهم للخطر بسبب فساد صناعة المراهنات وتغلغلها. وهذه الأشكال المتعدّدة من الغشّ لا تفسد النّشاط الرّياضيّ نفسه فحسب، بل تُحبط الجمهور الكبير وتقوّض مساهمة الرّياضة الإيجابيّة في المجتمع بشكل عام.

المنافسة وثقافة اللقاء

إن وسّعنا النّظر إلى مستوى المنافسات الرّياضيّة، نرى أنّها يمكن أن تؤدّي دورًا مهمًّا في تعزيز الوَحدة بين البشر. ومن اللافت أنّ الكلمة اللاتينيّة ”للمنافسة“ (competizione) مشتقّة من جذرين لاتينِيَّين: (cum)، أي ”معًا“، و (petere)، أي ”السّعي أو الطّلب“. إذًا، في المنافسة، يمكن القول إنّ شخصَين أو فريقَين يسعيان معًا إلى التميُّز، لا إلى اعتبار بعضهما عدوَّين لدودَين. والزّمن الذي يسبق المباراة أو يليها يتيح فرصة للّقاء والتّعارف.

لهذا، تفترض المنافسة الرّياضيّة عندما تكون أصيلة ميثاقًا أخلاقيًّا مشتركًا: القبول الصّادق بالقواعد، واحترام حقيقة المواجهة. رفض المنشّطات وكلّ أشكال الفساد، مثلًا، ليس مسألة انضباطيّة فحسب، بل يمسّ جوهر الرّياضة نفسها. والتّلاعب الاصطناعيّ بالأداء أو شراء النّتيجة يعني كسر بُعد ”السّعي معًا-cum-peter“ وتحويل السّعي المشترك إلى التميّز إلى قهر فردي أو فئوي.

أمّا الرّياضة الحقيقيّة، فتربّي على علاقة صافية مخلصة للحدود والقانون. فالحدود عتبة يجب الإقامة عندها: هي التي تمنح الجهد معناه، وتجعل التقدّم مفهومًا، والاستحقاق ظاهرًا ومعترفًا به. أمّا القانون فهو الأساس المشترك الذي يجعل اللعب ممكنًا. من دون قواعد، لا تكون هناك منافسة ولا لقاء، بل فوضى أو عنف. وقبول حدود الجسد والزّمن والتّعب، واحترام القواعد المشتركة، يعني أن نعرف أنّ النّجاح ينشأ من الانضباط والمثابرة والأمانة.

بهذا المعنى، الرّياضة تقدِّم درسًا حاسمًا يتجاوز ميدان اللعب: تعلّمنا أنّه يمكن أن نسعى إلى أقصى الطّموح دون أن ننكر ضعفنا، وأنّه يمكن أن نفوز بدون أن نُذِلَّ غيرنا، وأنّه يمكن أن نخسر بدون أن ننهزم كأشخاص. فالمنافسة العادلة تحفظ بُعدًا إنسانيًّا وجماعيًّا عميقًا: لا تفصل بل تربط، ولا تعتبر النّتيجة أمرًا مطلقًا بل تقدّر المسيرة كلّها، ولا تجعل الأداء صنمًا بل تعترف بكرامة اللاعب.

المنافسة العادلة وثقافة اللقاء لا تهمّ فقط اللاعبين، بل تشمل أيضًا المتفرّجين والمشجّعين. فالانتماء إلى فريق هو عنصر مهمّ في هويّة مشجّعين كثيرين، إذ يتشاركون أفراح أبطالهم وفشلهم، ويشعرون بإحساس بالجماعة مع سائر المناصرين. هذا عامل إيجابيّ في المجتمع، ومصدر لمنافسة ودّيّة ومزاح بريء، لكنّه قد يصير إشكاليًّا عندما يتحوّل إلى استقطاب يقود إلى عنف لفظيّ وجسديّ. إذّاك يتحوّل التّشجيع إلى تعصّب، ويصير الملعب مكان صدام بدل أن يكون مكان لقاء. وهنا لا تعود الرّياضة توحّد بل تُفرّق، ولا تُربّي بل تُفسد، لأنّها تقزِّم الهويّة الشّخصيّة في انتماء أعمى ومعارِض. ويزداد القلق حين يرتبط هذا التعصّب بأشكال تمييز سياسيّ أو اجتماعيّ أو دينيّ، وحين يُستعمل للتعبير عن مشاعر أعمق من الحقد والكراهية.

توفّر المنافسات الدّوليّة، بصورة خاصّة، فرصة مميّزة لنختبر إنسانيّتنا المشتركة في غنى تنوّعها. في الواقع، هناك شيء مؤثّر جدًّا في حفلات افتتاح الألعاب الأولمبيّة واختتامها، عندما نرى الرّياضيّين يسيرون حاملين أعلام بلدانهم ويلبسون أزياءهم التّقليديّة. مثل هذه الخبرات يمكن أن تلهمنا وأن تذكّرنا بأنّنا مدعوّون إلى أن نكوِّن عائلة إنسانيّة واحدة. والقِيَم التي تعزّزها الرّياضة، مثل قِيَم الأمانة والمشاركة والضّيافة والحوار والثّقة بالآخر، هي قِيَمٌ مشتركة بين جميع البشر، بغضّ النّظر عن أصلهم العرقيّ، أو ثقافتهم، أو معتقداتهم الدّينيّة.[20]

الرّياضة والعلاقات والتّفرقة

الريّاضة تنشأ كخبرة مبنيّة على العلاقات: فهي تجمع الأجساد، وبالأجساد، تظهر القصص والاختلافات والانتماءات. التّدريب المشترك، والتّنافس الشّريف، وتقاسم التّعب، وفرح اللعب، كلّ هذا يعزّز اللقاء ويبني روابط تتخطّى الحواجز الاجتماعيّة والثّقافيّة واللغويّة. بهذا المعنى، الرّياضة تشكّل عاملًا قويًّا لتسهيل العلاقات الاجتماعيّة: إنّها تخلق جماعة، وتربّي على احترام القواعد المشتركة، وتعلِّم أنّ أيّ إنجاز ليس ثمرة مسيرة فرديّة معزولة. مع ذلك، ومع أنّها تُثير هوًى في النّفس عميقًا، فإنّ للرّياضة أيضًا حدودًا.

معنى الرّياضة التّربوي يتجلّى على نحو خاصّ في العلاقة بين الفوز والخسارة. الفوز ليس مجرّد تفوّق، بل هو تقدير لقيمة المسيرة المنجزة، والانضباط، والالتزام المشترك. والخسارة لا تعني فشل الشّخص، بل يمكن أن تصير مدرسة للحقيقة والتّواضع. وهكذا تُربِّي الرّياضة على فهم أعمق للحياة، حيث النّجاح ليس دائمًا نهائيًّا، والسّقوط ليس الكلمة الأخيرة أبدًا. إنّ قبول الهزيمة بدون يأس، والانتصار بدون غرور، يعني أن نتعلّم أن نعيش في الواقع بنضج، ونعترف بحدودنا وإمكانيّاتنا.

بالإضافة إلى ذلك، ليس من النّادر أن تُضفَى على الريّاضة وظيفة شبه دينيّة. فالملاعب هي مثل كاتدرائيّات علمانيّة، والمباريات مثل لِيتورجيّات جماعيّة، والرّياضيّون مثل رموز خلاص. هذه النّظرة التي تضفي نوعًا من التّقديس تُظهِر حاجة حقيقيّة إلى المعنى والشّركة، لكنّها توشك أن تُفرغ الرّياضة والحياة الرّوحيّة من مضمونهما. عندما تدّعي الرّياضة أن تحلّ محلّ الدِّين، فإنّها تفقد طابعها كلعبة وخدمة للحياة، وتتحوّل إلى مطلق شامل، غير قادر على أن يتنازل لمعرفة حدوده.

في هذا السّياق، يظهر أيضًا خطر النّرجسيّة الذي يجتاح اليوم كلّ الثّقافة الرّياضيّة. يمكن أن ينغلق الرّياضيّ على صورة جسده وإنجازاته، وعلى نجاحه الذي يقيسه بمقدار الظّهور والشّهرة. إنّ عبادة الصّورة والإنجاز، التي تُضخّمها وسائل الإعلام والمنصّات الرّقميّة، توشك أن تفتّت الشّخص، وأن تفصل الجسد عن العقل والرّوح. من الضّروريّ أن نؤكّد من جديد على العناية المتكاملة بالشّخص الإنسانيّ، حيث لا تنفصل العافية الجسديّة عن التّوازن الدّاخليّ، والمسؤوليّة الأخلاقيّة، والانفتاح على الآخرين. ومن الضّروريّ أن نستعيد نماذج جمعت بين الشّغف الرّياضيّ، والحساسيّة الاجتماعيّة والقداسة. ومن بين الأمثلة الكثيرة، أودّ أن أذكر القدّيس بيير جورجو فراسّاتي (1901–1925)، الشّاب من تورينو (إيطاليا) الذي جمع بانسجام بين الإيمان، والصّلاة، والالتزام الاجتماعيّ، والرّياضة. كان بيير جورجو شغوفًا بتسلّق الجبال. نظّم رحلات مع أصدقائه، وكان صعوده إلى الجبال والتأمّل في مشاهدها المهيبة يقوده إلى التأمّل في عظمة الخالق وسموّه.

تظهر تشوّهات أخرى في توظيف المنافسات الرّياضيّة الدوليّة لأغراض سياسيّة. عندما تُخضع الرّياضة لمنطق السُّلطة أو الدّعاية أو التفوّق القوميّ، فإنّها تخون رسالتها العالميّة. التّظاهرات الرّياضيّة الكبرى يجب أن تكون ساحات لقاء وإعجاب متبادل، لا منصّات لتأكيد مصالح سياسيّة أو أيديولوجيّة.

التحدّيات المعاصرة تتفاقم مع تأثير النّزعات الإنسانيّة الشّاملة والذّكاء الاصطناعيّ في عالم الرّياضة. التّقنيّات المطبّقة على الإنجازات توشك أن تُدخل انفصالًا مصطنعًا بين الجسد والعقل، فتحوّل الرّياضيّ إلى منتج محسَّن ومراقَب، ومُعزَّز إلى ما وراء حدوده الطّبيعيّة. وعندما لا تعود التّقنيّة في خدمة الإنسان بل تدّعي إعادة تكوينه، تفقد الرّياضة بعدها الإنسانيّ والرّمزيّ، وتصير مختبر تجارب مجرّدة من الجسد.

على النّقيض من هذه الانحرافات، تحتفظ الرّياضة بقدرة استثنائيّة على الشّموليّة. عندما تُمارَس بطريقة صحيحة، تفتح مجالات مشاركة لأشخاص من كلّ الأعمار والأوضاع الاجتماعيّة والقدرات، فتصير أداة اندماج وكرامة.

في هذا الأفق تندرج خبرة ”فريق الرّياضة في الفاتيكان-Athletica Vaticana“ الذي تأسّس سنة 2018 بوصفه فريق الكرسيّ الرّسوليّ الرّسميّ، تحت إشراف دائرة الثّقافة والتّربية. وهو يشهد على إمكانيّة عيش الرّياضة أيضًا كخدمة كنسيّة، ولا سيّما تجاه الفقراء والأضعفين. الرّياضة هنا ليست استعراضًا، بل هي قربٌ، وليست انتقاءً، بل مرافقة، وليست تنافسًا مفرطًا، بل مسيرة مشتركة.

أخيرًا، من الضّروريّ أن نتساءل عن الميل المتزايد إلى تشبيه الرّياضة بمنطق ”ألعاب الفيديو“. إنّ الإفراط في تحويل الرّياضة إلى ألعاب آليّة، وحصر خبرة اللعب في تسجيل نقاط وفي مستويات وأداءات قابلة للتكرار، يوشك أن يفصل الرّياضة عن واقع الجسد والعلاقة العمليّة. فاللعب، الذي هو دائمًا مخاطرة ومفاجأة وحضور، يُستبدَل بأسلوب ”يشبه اللعب“ خاضع لتحكّم كامل ومكافأة فوريّة. أن نستعيد قيمة الرّياضة الأصيلة تعني أن نعيد إليها معناها المتجسّد في الإنسان وبُعدَها التّربويّ وما فيها من علاقات، لكي تبقى مدرسة إنسانيّة لا مجرّد أداة استهلاك.

رعويّة الرّياضة من أجل الحياة الوافرة

رعويّة الرّياضة السّليمة تنشأ من الوعي بأنّ الرّياضة هي أحد الأماكن التي يتكوَّن فيها الخيال، وتتبلور أنماط الحياة، وتُربَّى الأجيال الشّابّة. لهذا، من الضّروريّ أن تعترف الكنائس المحلّيّة بالرّياضة وترى فيها مكانًا للتمييز والمرافقة، يستحقّ الالتزام بتوجيه إنسانيّ وروحيّ. في هذا الإطار، يبدو مناسبًا أن توجد داخل مجالس الأساقفة مكاتب أو لجان مختصّة بالرّياضة، تُعِدّ وتنسّق المقترحات الرّعويّة، وتفتح حوارًا بين الواقع الرّياضيّ والتّربويّ والاجتماعيّ في مختلف المناطق. في الواقع، الرّياضة توجد في كلّ الرّعايا والمدارس والجامعات والنّوادي الرّعويّة والجمعيّات والأحياء: يجب أن نعزّز رؤية مشتركة تساعد لنتجنّب التشتّت ونقدِّر ونؤيّد الخبرات الموجودة.

على الصّعيد المحلّي، تعيين مسؤول أبرشيّ وتكوين فرق رعويّة للرّياضة يلبّي الحاجة نفسها إلى القرب والاستمراريّة. مرافقة الرّياضة الرّعويّة لا تقتصر على مناسبات احتفاليّة، بل تتحقّق مع الزّمن، بتقاسم التّعب والتّطلّعات والفشل والآمال للذين يعيشون يوميًّا في الملعب أو في صالة الرّياضة أو على الشّارع. هذه المرافقة تشمل كلّ الظّواهر الرّياضيّة، بكلّ أوجهها الثقافيّة والاقتصاديّة، كما تشمل الأشخاص الذين يعيشونها. الكنيسة مدعوّة إلى أن تكون قريبة حيث تكون الرّياضة مهنة، أو منافسة عالية المستوى، أو فرصة للنّجاح والظّهور الإعلاميّ، مع اهتمام خاصّ بالرّياضة الشّعبيّة الفقيرة غالبًا بالوسائل، لكنّها غنيّة بالعلاقات.

يمكن لرعويّة الرّياضة الجيّدة أن تسهم إسهامًا كبيرًا في التّفكير في أخلاقيّات الرّياضة. لا يعني ذلك فرض قواعد من الخارج، بل إنارة معنى العمل الرّياضيّ من الدّاخل، وإظهار إمكانيّة التّوفيق بين السّعي إلى النّتيجة وبين احترام الآخر والقواعد وأنفسنا. وعلى وجه الخصوص، يجب اعتبار الانسجام بين النّموّ الجسديّ والنّموّ الرّوحيّ بُعدًا تأسيسيًّا لرؤية متكاملة للإنسان. وهكذا تصير الرّياضة مكانًا لنتعلّم فيه أن نعتني بأنفسنا بدون أن نقدّسها، وأن نتجاوز أنفسنا بدون أن نلغيها، وأن نتنافس بدون أن نفقد الأخوّة.

وأمامنا واجب حاسم آخر، وهو التّفكير في الممارسة الرّياضيّة وتطبيقها كأداة جماعيّة مفتوحة وشاملة. الرّياضة يمكنها ويجب عليها أن تكون مكانًا للترحيب، قادرًا على إشراك أشخاص من أصول اجتماعيّة وثقافيّة وجسديّة متنوّعة. وفرح اللقاء معًا، الذي ينشأ عن اللعب المشترك، والتّدريب معًا، والدّعم المتبادل، هو من أبسط وأعمق المظاهر في إنسانيّة متصالحة مع نفسها.

في مثل هذه الرّؤية، الرّياضيّون هم نموذج يجب أن نراه ونعترف به ونرافقه. خبرتهم اليوميّة فيها زهد واعتدال، وعمل صبور على أنفسهم، وتوازن بين الانضباط والحرّيّة، واحترام لإيقاعات الجسد والعقل. هذه الصّفات يمكن أن تنير كلّ الحياة الاجتماعيّة. أمّا الحياة الرّوحيّة، فتوفّر للرياضيّين نظرة تتجاوز الأداء والنّتيجة، وتُدخل معنى التّمرين كممارسة تبني حياتنا الدّاخليّة. وتساعدنا لنعطي معنى للتعب، ونقبل الهزيمة دون يأس، والنّجاح دون غرور، ونحوّل التّدريب إلى انضباط لسلوك الإنسان.

كلّ ذلك يجد أفقه الأسمى في وعد الكتاب المقدّس الذي يحمل عنوان هذه الرّسالة: الحياة الوافرة. ليست تراكُم نجاحات أو إنجازات، بل امتلاء حياة يشمل الجسد والعلاقة والحياة الدّاخليّة. من المنظور الثّقافي، الحياة الوافرة تدعونا إلى أن نحرّر الرّياضة من منطق التّقزيم الذي يحوّلها إلى مجرّد عرض أو استهلاك. ومن المنظور الرّعويّ، الحياة الوافرة تحثّ الكنيسة على أن تكون حضورًا يرافق ويميّز ويولّد الرّجاء. هكذا يمكن للرّياضة أن تصير حقًّا مدرسة للحياة، نتعلّم فيها أنّ الوفرة لا تولد من الفوز بأيّ ثمن، بل من المشاركة، والاحترام، وفرح السّير معًا.

من حاضرة الفاتيكان، يوم 6 شباط/فبراير من عام 2026.

لاوُن الرَّابع عشر

[00210-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0108-XX.01]

 

 

[1] اللجنة الأولمبيّة الدّوليّة، الميثاق الأولمبيّ 1984 (Losanna 1983)، 6.

 

 

[2] القدّيس يوحنّا بولس الثّاني، عظة في القدّاس الإلهيّ في يوبيل الرّياضيّين (روما، الملعب الأولمبيّ، 12 نيسان/أبريل 1984)، 3.

 

 

[3] المؤلّف نفسه، كلمة إلى الدّبلوماسيّين المُعتَمدين لدى الكرسيّ الرّسوليّ (13 كانون الثّاني/يناير 2003)، 4.

 

 

[4] لقاء الصّلاة من أجل السّلام بحضور قادة الأديان (مدرَّج الكولوسّيوم في روما، 28 تشرين الأوّل/أكتوبر 2025).

 

 

[5] القدّيس يوحنّا بولس الثّاني، رسالة بابويّة عامّة، فادي الإنسان (4 آذار/مارس 1979)، 14.

 

 

[6] Cfr Ugo di San Vittore, Didascalicon, II, XXVII: ed. a cura di C.H. Buttimer, Washington 1939, 44.

 

 

[7] القدّيس توما الأكويني، الخلاصة اللاهوتيّة، الجزء الثّاني من الثّاني، المسألة 168، البند 2.

 

 

[8] المرجع نفسه، الجزء الأوّل من الثّاني، المسألة 1، البند 6، أوّلًا.

 

 

[9] M. de Montaigne, Les Essais, I, 25: ed. J. Balsamo et al., Paris 2007, 171.

 

 

[10] Cfr M. Kelly, I cattolici e lo sport. Una visione storica e teologica, in La Civiltà Cattolica 2014 IV, 567-568.

 

 

[11] Cfr A. Stelitano - A. M. Dieguez - Q. Bortolato, I Papi e lo sport, Città del Vaticano 2015.

 

 

[12] راجع لاوُن الثّالث عشر، الرّسالة البابويّة العامّة، في الشّؤون الجديدة (15 أيّار/مايو 1891)، 36.

 

 

[13] بيوس الثّاني عشر، كلمة إلى الرّياضيّين الإيطاليّين (20 أيّار/مايو 1945).

 

 

[14] المجمع المسكونيّ الفاتيكانيّ الثّاني، الدّستور الرّعائي، فرح ورجاء، 61.

 

 

[15] راجع دائرة العلمانيّين والعائلة والحياة، أعطِ أفضل ما فيك. وثيقة في منظور المسيحيّة في الرّياضة والإنسان (1 حزيران/يونيو 2018).

 

 

[16] Cfr M. Csikszentmihalyi, Beyond Boredom and Anxiety. The Experience of Play in Work and Games. San Francisco, 1975.

 

 

[17] فرنسيس، كلمة إلى المُشاركين في اللقاء تحت رعاية مركز الرّياضة الإيطاليّ (7 حزيران/يونيو 2014).

 

 

[18] اللقاء مع السُّلُطات وممثّلي المجتمع المدنيّ والسّلك الدبلوماسيّ (أنقرة، تركيّا، 27 تشرين الثّاني/نوفمبر 2025).

 

 

[19] فرنسيس، كلمة إلى اللجنة الأولمبيّة الأوروبيّة (23 تشرين الثّاني/نوفمبر 2013).

 

 

[20] راجع فرنسيس، كلمة إلى لاعبِي كرة القدم ومنظّمي مباراة السّلام بين الأديان (1 أيلول/سبتمبر 2014).