Intervento dell’Em.mo Card. Michael Czerny S.J.
Intervento di P. Michel Daubanes
Intervento della dott.ssa Giulia Civitelli
Intervento di Marina Melone
Alle ore 11.30 di oggi, presso la Sala Stampa della Santa Sede, Via della Conciliazione, 54, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026, che si celebra l’11 febbraio 2026, sul tema “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”.
Sono intervenuti: l’Em.mo Card Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; Delegato Ufficiale di Papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato a Chiclayo, Perù; P. Michel Daubanes, Rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; Dott.ssa Giulia Civitelli, Medico Responsabile Poliambulatorio Caritas – Roma (Missionaria Secolare Scalabriniana) e Marina Melone, di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù.
Ne pubblichiamo gli interventi:
Intervento dell’Em.mo Card. Michael Czerny S.J.
Testo in lingua italiana
Testo in lingua inglese
Testo in lingua spagnola
Testo in lingua italiana
Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima.
Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere. “Ero malato e mi avete visitato” (Matteo 25,36): Gesù spiega quanto ci è vicino, quanto è facile incontrarlo, se abbiamo il coraggio di tendere la mano “a uno di questi miei fratelli più piccoli” (Matteo 25,40).
Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. È per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani.
Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore.
I) Nel nostro mondo iperconnesso non si è mai parlato tanto di isolamento, solitudine, mancanza di speranza. E quindi, dell’importanza dell’incontro: tutti hanno bisogno di “un orecchio che ascolti”, ma i malati lo rendono così evidente, così concreto, così immediato. L’incontro deve essere reale, non sentimentale, fugace, elettronico. L’incontro vero è coraggioso, inclusivo. Così, rispondere ai malati mette alla prova la qualità e la verità delle nostre relazioni. Il Santo Padre ci offre il grande esempio del Buon Samaritano, non da ammirare ma da imitare, e il Messaggio ci incoraggia a farlo.
II) Nella seconda parte, il Santo Padre condivide la sua esperienza personale come missionario e vescovo in Perù. Ha visto molte persone mostrare “misericordia e compassione nello spirito del Samaritano e dell’oste. Familiari, vicini, operatori sanitari, coloro che sono impegnati nella pastorale dei malati, e molti altri si fermano lungo la strada per avvicinarsi, guarire, sostenere e accompagnare chi è nel bisogno.”
Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie – che tendono a dividere – svaniscono nella loro insignificanza. “Il dolore che ci muove non è esterno o estraneo, ma è il dolore di un membro del nostro stesso corpo”, di cui Cristo nostro Capo ci comanda di prenderci cura, per il bene di tutti.
III) La terza e ultima sezione parla del vero amore. Ha tre dimensioni essenziali e inseparabili: l’amore di Dio, l’amore del prossimo e l’amore di sé. La prima è misteriosa, la terza è sfuggente, ma amare il prossimo – che Gesù identifica come chiunque abbia bisogno di noi – è alla portata di tutti.
“Servire il prossimo,” dice Papa Francesco, “è amare Dio con i fatti”, e Papa Benedetto XVI: “Non è con l’isolamento che l’uomo stabilisce il suo valore, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio.” Questo merita di essere pensato e cercato, per tutta la vita.
Sono fortunato a rappresentare Papa Leone nella presentazione di questo Messaggio nella sua diocesi d’origine, Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes e 34ª Giornata Mondiale del Malato. Spero che questo Messaggio non solo venga ascoltato in quel giorno, ma continui a ispirare gesti di incontro, compassione e amore ovunque si trovino malattia e sofferenza.
[00097-IT.01]
Traduzione in lingua inglese
To cure is the work of medicine, about which there’s always lots of news. But Pope Leo XIV’s Message for the 2026 World Day of the Sick is about healing, which is broader and deeper than curing diseases. It takes courage to read this Message attentively and take it personally, with an open mind and an open heart. It doesn’t leave you as you were.
How do we treat the sick, the aged, the handicapped, the poor among us? And even if one belongs to one or more of those categories, there’s always others around who’re suffering and whom one can encounter and respond to. “I was sick, and you visited me” (Matthew 25:36), Jesus explains how near He is, how easy to meet, if we have the courage to reach out to “one of the least of these brothers or sisters of mine” (Matthew 25:40).
Every papal message calls us back to basics, but I think that this Message is really for everyone. It is for Christians and for all others alike. It will be interesting, illuminating to hear what non-Christians think about it.
The Message is in three parts: the first is about encounter, which turns out to be so important, not only for the sick, but for everyone. The second is about compassion, without which there’s no healing. And the third is about true love.
I) In our hyper-connected world, there has never been so much talk about isolation, loneliness, hopelessness. So, the importance of encounter: everyone needs “a listening ear”, but the sick makes it so obvious, so tangible, so immediate. Encounter needs to be real, not sentimental, fleeting, electronic. Real encounter is courageous, inclusive. So, responding to the sick puts the quality and truth of our relationships to the test. The Holy Father gives us the great example of the Good Samaritan, not to be admired but to be imitated, and the Message encourages us to do so.
II) In the second part, the Holy Father shareshis own experience as a missionary and bishop in Peru. He has seenmany people showing “mercy and compassion in the spirit of the Samaritan and the innkeeper. Family members, neighbours, healthcare workers, those engaged in pastoral care for the sick, and many others stop along the way to draw near, heal,supportandaccompanythose in need.” While traditionally addressed to Catholic healthcare and pastoral workers, this year’s Message reaches out to everyone, for we’re one body, one humanity of brothers and sisters, and when someone’s sick and suffering, all the other categories – which tend to divide – fade away into insignificance. “The pain that moves us is not external or strange, but the pain of a member of our own body,” whom Christ our Head commands us to care for, for the good of all.
III) The third and final section is about true love. It has three essential and inseparable dimensions: love of God, love of neighbour, and loving oneself. The first is mysterious, the third is elusive, but to love one’s neighbour – whom Jesus identifies as anyone who has need of us – is within everyone’s reach. “To serve one’s neighbour,” says Pope Francis, “is to love God through deeds”, and Pope Benedict XVI: “It is not by isolation that man establishes his worth, but by placing himself in relation with others and with God.” This is worth thinking about, and striving for, for the whole of one’s life.
I am fortunate to be representing Pope Leo in presenting this message in his home diocese of Chiclayo, in Peru, on 11 February, the feast of Our Lady of Lourdes and the 34th World Day of the Sick. It is my hope that this Message will not only be heard on that day, but will continue to inspire gestures of encounter, compassion and love wherever sickness and suffering are found.
[00097-EN.01]
Testo in lingua spagnola
Curar es tarea de la medicina, de la que se habla siempre mucho en los noticieros. Pero el Mensaje del Papa León XIV para la Jornada Mundial del Enfermo 2026 habla de sanación, que es algo más amplio y más profundo que el simple hecho de curar las enfermedades. Se necesita valentía para leer este Mensaje con atención y tomarlo en serio, con la mente abierta y el corazón abierto. No te deja como estabas antes.
¿Cómo tratamos a los enfermos, a los ancianos, a las personas con discapacidad, a los pobres entre nosotros? Y aun cuando alguien pertenezca a una o varias de estas categorías, siempre hay otros alrededor que sufren y a quienes podemos encontrar y a quienes podemos responder. “Estuve enfermo y me visitasteis” (Mateo 25,36): Jesús explica cuán cerca está de nosotros, cuán fácil es encontrarlo, si tenemos el valor de tender la mano “a uno de estos mis hermanos más pequeños” (Mateo 25,40).
Cada mensaje del Santo Padre nos conduce a lo esencial, pero pienso que este Mensaje es realmente para todos. Es para los cristianos y, del mismo modo, para todas las personas. Será interesante y esclarecedor escuchar qué piensan al respecto los no cristianos.
El Mensaje está dividido en tres partes: la primera habla del encuentro, que se revela tan importante no solo para los enfermos, sino para todos. La segunda habla de la compasión, sin la cual no hay sanación. Y la tercera habla del verdadero amor.
I) En nuestro mundo hiperconectado nunca se ha hablado tanto de aislamiento, soledad y falta de esperanza. Y, por tanto, de la importancia del encuentro: todos necesitan “un oído que escuche”, pero los enfermos lo hacen tan evidente, tan concreto, tan inmediato. El encuentro debe ser real, no sentimental, fugaz ni electrónico. El encuentro verdadero es valiente e inclusivo. Así, responder a los enfermos pone a prueba la calidad y la verdad de nuestras relaciones. El Santo Padre nos ofrece el gran ejemplo del Buen Samaritano, no para admirarlo sino para imitarlo, y el Mensaje nos anima a hacerlo.
II) En la segunda parte, el Santo Padre comparte su experiencia personal como misionero y Obispo en el Perú. Ha visto a muchas personas mostrar “misericordia y compasión en el espíritu del Samaritano y del posadero. Familiares, vecinos, trabajadores de la salud, quienes están comprometidos en la pastoral de los enfermos, y muchos otros se detienen al borde del camino para acercarse, sanar, sostener y acompañar a quien está en necesidad”.
Aunque tradicionalmente dirigido a los profesionales de la salud y a los agentes de la pastoral católica, el Mensaje de este año se dirige a todos, porque somos un solo cuerpo, una única humanidad de hermanos y hermanas, y cuando alguien está enfermo y sufre, todas las demás categorías -que tienden a dividir- se desvanecen en su insignificancia. “El dolor que nos mueve no es externo ni ajeno, sino el dolor de un miembro de nuestro mismo cuerpo”, del cual Cristo, nuestra Cabeza, nos manda hacernos cargo, para el bien de todos.
III) La tercera y última sección habla del verdadero amor. Tiene tres dimensiones esenciales e inseparables: el amor de Dios, el amor al prójimo y el amor a uno mismo. La primera es misteriosa, la tercera es escurridiza, pero amar al prójimo -a quien Jesús identifica como cualquiera que tenga necesidad de nosotros- está al alcance de todos.
“Servir al prójimo -dijo el Papa Francisco- es amar a Dios con hechos” y el Papa Benedicto XVI afirmó: “No es en el aislamiento donde el ser humano establece su valor, sino poniéndose en relación con los demás y con Dios”. Esto merece ser reflexionado y buscado a lo largo de toda la vida.
Tengo la fortuna por representar al Papa León en la presentación de este Mensaje en su Diócesis de origen, Chiclayo, en el Perú, el 11 de febrero, fiesta de Nuestra Señora de Lourdes y 34ª Jornada Mundial del Enfermo. Espero que este Mensaje no solo sea escuchado ese día, sino que continúe inspirando gestos de encuentro, compasión y amor allí donde se encuentren la enfermedad y el sufrimiento.
[00097-ES.01]
Intervento di P. Michel Daubanes
Buongiorno a tutti. Sono davvero molto contento e riconoscente per questo invito a parlare a questa conferenza stampa. È per me un onore condividere questo magnifico messaggio della 34a Giornata Mondiale del Malato, basato su quanto sta accadendo presso il Santuario di Nostra Signora di Lourdes.
Innanzitutto, vorrei dire che è sempre una grande benedizione poter vivere questa Giornata Mondiale del Malato a Lourdes l'11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, anniversario della prima apparizione della Vergine Maria, l’Immacolata Concezione, a Santa Bernadette Soubirous, l’11 febbraio 1858.
Questo messaggio del Santo Padre, che medita sulla compassione del buon samaritano, mi commuove profondamente. Sarà sicuramente fonte di gioia per i cappellani e per l'intera comunità accogliente del nostro Santuario. Risuona profondamente con la nostra esperienza quando accogliamo i pellegrini !
A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall'evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni.
A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c'è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L'unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono. Ciò avviene nella cappella delle confessioni, in risposta all'invito della Vergine Maria rivolto a Bernadette il 24 febbraio 1858, durante l'ottava apparizione: "Pregate Dio per la conversione dei peccatori". Infatti, pellegrini di Lourdes, malati o sani che siano, ci scopriamo tutti feriti e quindi, allo stesso tempo, tutti guariti da Cristo, il divin samaritano.
A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l'Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell'Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell'accoglienza, dell'ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani. A volte anche per i bisogni più elementari, come andare in bagno. Se ci sentiamo impotenti di fronte alla sofferenza o alla disabilità, grazie a un fratello o una sorella maggiore, impariamo a essere samaritani. Quanti giovani a Lourdes hanno imparato e amato aiutare i malati! Il Santuario è una magnifica scuola di umanità e di cristianesimo. Ci rendiamo conto che possiamo essere tutti samaritani. Samaritani gioiosi e contagiosi, i cui cuori non cessano mai di aprirsi, sempre di più.
A Lourdes, l'esperienza assume una profonda dimensione sociale, ecclesiale e universale. La natura della malattia di una persona ha poca importanza. Raramente ci si informa sulla sua nazionalità. La barriera linguistica è piuttosto fragile; il linguaggio utilizzato è quello della carità. Per quanto riguarda la cura, la tenerezza e il sostegno, il modello economico è basato sulla generosità, sul volontariato e sul servizio disinteressato.
All'inizio della stagione dei pellegrinaggi, la mia speranza è che i pellegrini che arriveranno a Lourdes nel 2026 siano toccati dalla grazia concessa dalla Vergine Maria, così che possano andare a servire i loro fratelli e sorelle malati e compiere atti di compassione. Così, con loro, saremo tutti samaritani del nostro tempo, di cui il nostro mondo ha così disperatamente bisogno.
[00098-IT.01]
Intervento della dott.ssa Giulia Civitelli
Buongiorno a tutte e tutti,
è un piacere e un onore essere qui con voi oggi.
Sono Giulia Civitelli, Missionaria Secolare Scalabriniana, responsabile del Poliambulatorio della Caritas Diocesana di Roma, un ambulatorio che si trova all’interno del complesso della Stazione Termini, rivolto a persone in condizioni di estrema marginalità sociale, senza dimora, stranieri senza permesso di soggiorno. Il Poliambulatorio opera grazie al supporto di circa 150 volontari (medici, infermieri, farmacisti, volontari in accoglienza, volontari del magazzino farmaceutico e volontari della banca dati) e nel 2025 ha incontrato 2.486 persone provenienti da oltre 100 paesi diversi.
Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi.
Il Santo Padre nel suo Messaggio parla della compassione come di “un’emozione profonda che spinge all’azione” e cita anche “la dimensione sociale della compassione”. Ecco, credo che proprio questo movimento sia stato all’origine della nascita del Poliambulatorio, nel 1983, voluto da Don Luigi Di Liegro, sacerdote romano fondatore della Caritas Diocesana di Roma. Il Poliambulatorio è nato quando l’Italia stava iniziando a diventare un paese di immigrazione e i migranti non avevano possibilità di accedere al Servizio Sanitario Nazionale. La sua presenza, ancora oggi, ci dice che il diritto alla salute, per diversi motivi, non è ancora pienamente accessibile in Italia. Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava San Paolo VI.
In questo luogo speciale, insieme alle altre operatrici e operatori Caritas e alle volontarie e volontari (quindi agendo insieme, con e “in un noi”, come dice il Santo Padre nel Messaggio), incontriamo persone nelle quali la presenza di malattia, semplice o complessa, si intreccia con storie spesso drammatiche, marginalità sociale, discriminazioni, sfruttamento, violenze, fughe dai loro paesi, traumatizzazioni e ritraumatizzazioni (come lo è anche la vita su strada), passate detenzioni. Spesso il peso che si portano sulle spalle è grande, un carico di dolore, sofferenza, mortificazione e umiliazione, aggravato dall’indifferenza di chi incontrano.
Nella sala di accoglienza del Poliambulatorio c’è una scritta, che è anche il nostro motto: accogliere è già curare. Sì, perché la cura parte da lì, dall’essere e sentirsi accolti.
Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano1. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza.
Con alcuni di essi riusciamo a stabilire relazioni profonde, che durano nel tempo, entriamo nella loro storia. Molti esprimono gratitudine in vari modi (il più delle volte con un semplice, profondo e sincero grazie). A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa.
Altri gridano (in silenzio o a voce alta) il loro dolore e il loro portato di sofferenza. Alcune grida abbiamo la possibilità di ascoltarle, chiamarle per nome, proporre strade da percorrere insieme (lavorando in rete). Penso ad esempio a chi è vittima di tortura e violenza e porta nel corpo e nello spirito ferite visibili e invisibili e alle vere rinascite a cui vanno incontro queste persone se accompagnate in modo adeguato, vicino e professionale.
Altre grida possiamo solo accoglierle ed offrirle. Certo, proviamo sempre, per quello che ci è possibile, a farci vicini e proporre percorsi ma in alcuni casi, per vari motivi, si incontrano ostacoli molto grandi. Come nel caso di alcuni giovani ragazzi stranieri senza documenti e con problemi di dipendenza indotti da periodi di detenzione (il più delle volte ingiusta).
Non sempre riusciamo a stabilire relazioni profonde, non con tutti, forse per il numero di persone, per l’organizzazione, per vari motivi, ci incontriamo con il nostro limite. Questo porta a volte anche frustrazione e un senso di incompiutezza che forse ci fa anche bene, che alimenta il nostro desiderio e ci spinge all’oltre.
Il Santo Padre nel Messaggio, facendo riferimento alla Dilexi Te e a San Cipriano, afferma che da come una società si prende cura dei malati possiamo verificare “la salute della nostra società”. Concordo assolutamente con questa affermazione e mi permetto di aggiungere: la salute della nostra società si vede in particolare da come si prende cura dei malati più ai margini, di quelle persone dove la malattia si incontra con una storia di marginalità sociale e povertà.
E ancora, potremmo dire che a volte è la nostra società stessa ad essere, purtroppo, causa di malattie e di morti, quando dilagano le disuguaglianze e si diffondono le ingiustizie2. E non posso non pensare a quanto scrive il Santo Padre nella Dilexi Te: “È compito di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, pur in modi diversi, una voce che svegli, che denunci, che si esponga anche a costo di sembrare degli “stupidi”. Le strutture d’ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene.” 3
Davvero, come auspica il Santo Padre Leone, preghiamo perché non manchi mai “questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale” della vita cristiana, “che ha la sua radice più intima nell’unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo”.
_______________
1 “La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali” scriveva il Santo Padre Benedetto XVI, citato da Papa Leone nel Messaggio.
2 Lo ha detto molto bene Papa Francesco al discorso tenuto all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la vita nel settembre 2021. Cfr Francesco, Discorso all'assemblea Plenaria Della Pontificia Accademia Per La Vita, 27 settembre 2021
3 Leone XIV, Esortazione Apostolica Dilexi Te n. 97
[00099-IT.01]
Intervento di Marina Melone
Buongiorno, sono Marina Melone della qui vicina Parrocchia San Gregorio VII e faccio parte della commissione parrocchiale Carità e Accoglienza che racchiude le varie realtà di carità presenti in parrocchia: dalla Soc. San Vincenzo de Paoli, al Centro di Ascolto, dai servizi per i poveri di strada al servizio di accoglienza della Casa Il Gelsomino del quale sono qui oggi a raccontare la sua storia.
Nel 2017, liberatosi un piano degli uffici parrocchiali, con l’allora parroco Padre Saul Tambini e la nostra commissione abbiamo ragionato su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico. Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto.
Da subito l’idea è stata quella di condividere con la comunità le decisioni affinché fosse un progetto di tutta la parrocchia e non solo di qualcuno. Per questo è stato prima approvato dal Consiglio Pastorale Parrocchiale e poi presentato e condiviso con la comunità, comunità che ha poi sostenuto economicamente e fattivamente la realizzazione e l’attuale mantenimento del progetto.
La casa è composta da quattro stanze per l’accoglienza di quattro famiglie (genitori e bambino), i relativi 4 bagni, cucina e sala comune. Il progetto nasce come comunitario e pertanto è caratterizzato dalla presenza di un gruppo di volontari della parrocchia che si alternano nella casa. La nostra presenza è prima di tutto uno “stare”, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.
È sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. È accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia.
Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza.
Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo.
Ecco perché noi non siamo soli. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. È proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.
Insieme ci ritroviamo in chiesa a pregare con i volontari, le famiglie stesse e la comunità. Insieme le affidiamo al Nostro Signore, insieme invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio, insieme innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli. Attraverso il nostro servizio tutta la comunità partecipa e si prende cura di quel tratto di vita doloroso che attraversano le famiglie.
Ma l’esperienza di vicinanza a chi è nella sofferenza in questi anni mi ha restituito un grande insegnamento. Ogni volta pur cambiando le famiglie e componendosi di svariate lingue, nazionalità e personalità, sempre riesce a primeggiare un linguaggio unico tra loro. Il dolore, i timori, le attese, le preoccupazioni sforzano ognuno a rendersi conto della situazione dell’altro e al di là dei limiti linguistici e/o caratteriali tutti partecipano alle sensazioni dell’altro e comprendendosi, si aiutano. Quindi è vero che se veramente mi stai a cuore, mi interessi, io riesco con il linguaggio del cuore a comprenderti e, nella comprensione, a farmi autenticamente tuo prossimo.
[00100-IT.01]
[B0054-XX.02]