Messaggio natalizio del Santo Padre
Traduzione in lingua francese
Traduzione in lingua inglese
Traduzione in lingua tedesca
Traduzione in lingua spagnola
Traduzione in lingua portoghese
Traduzione in lingua polacca
Traduzione in lingua araba
Alle ore 12 di oggi, Solennità del Natale del Signore, dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana, il Santo Padre Leone XIV, prima di impartire la Benedizione “Urbi et Orbi”, ha rivolto il tradizionale Messaggio natalizio ai fedeli presenti in Piazza San Pietro e a quanti lo ascoltavano attraverso la radio, la televisione e gli altri mezzi di comunicazione.
Questo il testo del Messaggio del Santo Padre per il Natale 2025:
Messaggio natalizio del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
«Rallegriamoci tutti nel Signore: il nostro Salvatore è nato nel mondo. Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo» (Antifona d’ingresso alla Messa della notte di Natale). Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo «il Natale del Signore è il Natale della pace» (S. Leone Magno, Sermone 26).
Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria «lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia» (cfr Lc 2,7). Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali.
Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso.
Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi (cfr S. Agostino, Discorso 169, 11. 13), cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede (cfr 1Gv 4,20).
Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi – a tutti i livelli –, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe.
Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione.
In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano. Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: «Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).
Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: «Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32,17).
Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso.
Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.
In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione.
Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte.
Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani.
A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Tailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.
A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre.
Cari fratelli e sorelle,
nel buio della notte, «veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ma «i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Non lasciamoci vincere dall’indifferenza verso chi soffre, perché Dio non è indifferente alle nostre miserie.
Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane.
Al cuore di Dio giunge l’invocazione di pace che sale da ogni terra, come scrive un poeta:
«Non la pace di un cessate-il-fuoco,
nemmeno la visione del lupo e dell’agnello,
ma piuttosto
come nel cuore quando l’eccitazione è finita
e si può parlare solo di una grande stanchezza.
[…]
Che venga
come i fiori selvatici,
all’improvviso, perché il campo
ne ha bisogno: pace selvatica».[1]
In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. È il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace. «Il Natale del Signore è il Natale della pace».
A tutti auguro di cuore un sereno santo Natale!
_____________________
[1] Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-IT.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua francese
Chers frères et sœurs !
«Tous ensemble, réjouissons-nous dans le Seigneur : notre Sauveur est né sur terre ! Aujourd’hui, pour nous, descend du ciel la paix véritable » (Antienne d’ouverture de la messe de la nuit de Noël). Ainsi chante la liturgie dans la nuit de Noël, et ainsi résonne dans l’Église l’annonce de Bethléem : l’Enfant né de la Vierge Marie est le Christ Seigneur, envoyé par le Père pour nous sauver du péché et de la mort. Il est notre paix, Celui qui a vaincu la haine et l’inimitié par l’amour miséricordieux de Dieu. C’est pourquoi « la Nativité du Seigneur est une Nativité de paix » (Saint Léon le Grand, Sermon 26).
Jésus est né dans une étable, car il n’y avait pas de place pour Lui dans le logement. À sa naissance, sa mère Marie « l’emmaillota et le coucha dans une mangeoire » (cf. Lc 2, 7). Le Fils de Dieu, par qui tout a été créé, n’est pas accueilli et son berceau est une pauvre mangeoire d’animaux.
Le Verbe éternel du Père, que les cieux ne peuvent contenir, a choisi de venir au monde ainsi. Par amour, il a voulu naître d’une femme, afin de partager notre humanité ; par amour, il a accepté la pauvreté et le rejet et il s’est identifié à ceux qui sont mis au rebut et exclus.
Dans la Nativité de Jésus se profile déjà le choix fondamental qui guidera toute la vie du Fils de Dieu, jusqu’à sa mort sur la croix : le choix de ne pas nous faire porter le poids du péché, mais de le porter Lui-même pour nous, d’en assumer la charge. Lui seul pouvait le faire. Mais Il a montré en même temps ce que nous seuls pouvons faire, c’est-à-dire assumer chacun notre part de responsabilité. Oui, car Dieu, qui nous a créés sans nous, ne peut nous sauver sans nous (cf. saint Augustin, Discours 169, 11. 13), sans notre libre volonté d’aimer. Celui qui n’aime pas n’est pas sauvé, il est perdu. Et celui qui n’aime pas son frère qu’il voit, ne peut aimer Dieu qu’il ne voit pas (cf. 1 Jn 4, 20).
Sœurs et frères, voici le chemin de la paix : la responsabilité. Si chacun – à tous les niveaux –, au lieu d’accuser les autres, reconnaissait d’abord ses propres fautes et demandait pardon à Dieu, et en même temps se mettait à la place de ceux qui souffrent, se montrait solidaire des plus faibles et des opprimés, alors le monde changerait.
Jésus-Christ est notre paix avant tout parce qu’Il nous libère du péché, ensuite parce qu’Il nous montre la voie à suivre pour surmonter les conflits, tous les conflits, des conflits interpersonnels aux conflits internationaux. Sans un cœur libéré du péché, un cœur pardonné, on ne peut être un homme ou une femme pacifique, artisan de paix. C’est pour cela que Jésus est né à Bethléem et qu’il est mort sur la croix : pour nous libérer du péché. Il est le Sauveur. Avec sa grâce, nous pouvons et devons tous faire notre part pour rejeter la haine, la violence, la confrontation et pratiquer le dialogue, la paix, la réconciliation.
En ce jour de fête, je souhaite adresser un salut chaleureux et paternel à tous les chrétiens, en particulier à ceux qui vivent au Moyen-Orient que j’ai voulu rencontrer récemment lors de mon premier Voyage apostolique. J’ai écouté leurs craintes et je connais bien leur sentiment d’impuissance face à des dynamiques de pouvoir qui les dépassent. L’Enfant qui naît aujourd’hui à Bethléem est le même Jésus qui dit : «Ayez la paix en moi. Dans le monde, vous avez à souffrir, mais courage! Moi, je suis vainqueur du monde ! » (Jn 16, 33).
Nous L’invoquons, pour la justice, la paix et la stabilité pour au Liban, en Palestine, en Israël et en Syrie, confiants dans ces paroles divines : « L’œuvre de la justice sera la paix, et la pratique de la justice, le calme et la sécurité pour toujours » (Is 32, 17).
Nous confions au Prince de la Paix tout le continent européen, en Lui demandant de continuer d’y inspirer un esprit communautaire et de collaboration, fidèle à ses racines chrétiennes et à son histoire, un esprit solidaire et accueillant envers ceux qui sont dans le besoin. Nous prions tout particulièrement pour le peuple ukrainien meurtri : que le bruit des armes cesse et que les parties impliquées, soutenues par l’engagement de la communauté internationale, trouvent le courage de dialoguer de manière sincère, directe et respectueuse.
Nous supplions l’Enfant de Bethléem d’accorder la paix et la consolation aux les victimes de toutes les guerres en cours dans le monde, en particulier celles qui sont oubliées, et pour tous ceux qui souffrent à cause de l’injustice, de l’instabilité politique, de la persécution religieuse et du terrorisme. Je pense en particulier à nos frères et sœurs du Soudan, du Soudan du Sud, du Mali, du Burkina Faso et de la République Démocratique du Congo.
En ces derniers jours du Jubilé de l’Espérance, prions le Dieu-fait-homme pour le cher peuple d’Haïti, afin que cesse toute forme de violence dans le pays et qu’il puisse progresser sur la voie de la paix et de la réconciliation.
Que l’Enfant Jésus inspire tous ceux qui, en Amérique latine, ont des responsabilités politiques afin que, face aux nombreux défis, la place soit donnée au dialogue pour le bien commun et non pas aux préjugés idéologiques et partisans.
Nous demandons au Prince de la Paix d’éclairer le Myanmar de la lumière d’un avenir de réconciliation. Qu’Il redonne espérance aux jeunes générations, qu’Il guide le peuple birman sur les chemins de la paix et qu’Il accompagne ceux qui sont privés de logement, de sécurité ou de confiance en l’avenir.
Nous Lui demandons de rétablir l’ancienne amitié entre la Thaïlande et le Cambodge et que les parties concernées continuent à œuvrer pour la réconciliation et la paix.
Nous Lui confions également les populations d’Asie du Sud et d’Océanie, durement éprouvées par de récentes et dévastatrices catastrophes naturelles qui ont frappé durement des populations entières. Face à ces épreuves, j’invite chacun à renouveler avec conviction l’engagement commun à venir en aide à ceux qui souffrent.
Chers frères et sœurs,
dans l’obscurité de la nuit, « la vraie Lumière qui éclaire tout homme » est venue au monde (Jn 1, 9), mais « les siens ne l’ont pas reçue » (Jn 1, 11). Ne nous laissons pas gagner par l’indifférence envers ceux qui souffrent, car Dieu n’est pas indifférent à nos misères.
En se faisant homme, Jésus prend sur Lui notre fragilité, Il s’identifie à chacun de nous : à ceux qui n’ont plus rien et ont tout perdu, comme les habitants de Gaza ; à ceux qui sont en proie à la faim et à la pauvreté, comme le peuple yéménite ; à ceux qui fuient leur terre pour chercher un avenir ailleurs, comme les nombreux réfugiés et migrants qui traversent la Méditerranée ou parcourent le continent américain ; à ceux qui ont perdu leur emploi et ceux qui en cherchent un, comme tant de jeunes qui peinent à trouver un travail ; à ceux qui sont exploités, comme les trop nombreux travailleurs sous-payés ; à ceux qui sont en prison et vivent souvent dans des conditions inhumaines.
Au cœur de Dieu parvient l'invocation de paix qui monte de chaque terre, comme l'écrit un poète :
« Non pas la paix d'un cessez-le-feu,
ni même la vision du loup et de l'agneau,
mais plutôt
comme dans le cœur quand l'excitation est passée
et qu'on ne peut parler que d'une grande fatigue.
[…]
Qu'elle vienne
comme les fleurs sauvages,
à l'improviste, car le champ
en a besoin : une paix sauvage ». [1]
En ce jour saint, ouvrons notre cœur à nos frères et sœurs qui sont dans le besoin et dans la peine. Ce faisant, nous l’ouvrons à l’Enfant Jésus qui nous accueille à bras ouverts et nous révèle sa divinité : « Mais à tous ceux qui l’ont reçu, il a donné de pouvoir devenir enfants de Dieu » (Jn 1, 12).
Dans quelques jours, l’année jubilaire prendra fin. Les portes saintes se fermeront, mais le Christ, notre espérance, restera toujours avec nous ! Il est la Porte toujours ouverte qui nous introduit dans la vie divine. Telle est la bonne nouvelle de ce jour : l’Enfant qui est né est Dieu –fait-homme ; Il ne vient pas pour condamner mais pour sauver ; son apparition n’est pas éphémère, Il vient pour rester et se donner Lui-même. En Lui, chaque blessure est guérie et chaque cœur trouve repos et paix. « La Nativité du Seigneur est une Nativité de paix ».
Je souhaite de tout cœur à chacun un serein et saint Noël !
____________
[1] Y. Amichai, « Wildpeace », dans The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-FR.01] [Texte original: Italien]
Traduzione in lingua inglese
Dear brothers and sisters,
“Let us all rejoice in the Lord, for our Savior has been born in the world. Today, true peace has come down to us from heaven” (Entrance Antiphon, Christmas Mass during the Night). Thus sings the liturgy on Christmas night, and the announcement of Bethlehem resounds in the Church: the Child born of the Virgin Mary is Christ the Lord, sent by the Father to save us from sin and death. Indeed, he is our peace; he has conquered hatred and enmity through God’s merciful love. For this reason, “the Lord’s birth is the birth of peace” (Saint Leo the Great, Sermon 26).
Jesus was born in a stable because there was no room for him in the inn. As soon as he was born, his mother Mary “wrapped him in swaddling clothes, and laid him in a manger” (cf. Lk 2:7). The Son of God, through whom all things were created, was not welcomed, and a poor manger for animals was his crib.
The eternal Word of the Father whom the heavens cannot contain chose to come into the world in this way. Out of love, he wanted to be born of a woman and so share our humanity; out of love, he accepted poverty and rejection, identifying himself with those who are discarded and excluded.
Already in the birth of Jesus, we glimpse the fundamental decision that would guide the entire life of the Son of God, even to his death on the cross: the decision not to leave us under the burden of sin, but to bear it himself for us, to take it upon himself. He alone could do so. At the same time, however, he showed us what we alone can do, which is to take on our own share of responsibility. Indeed, God, who created us without us, will not save us without us (cf. Saint Augustine, Sermon 169, 11, 13), that is, without our free will to love. Those who do not love are not saved; they are lost. And those who do not love their brother or sister whom they see, cannot love God whom they do not see (cf. 1 Jn 4:20).
Sisters and brothers, responsibility is the sure way to peace. If all of us, at every level, would stop accusing others and instead acknowledge our own faults, asking God for forgiveness, and if we would truly enter into the suffering of others and stand in solidarity with the weak and the oppressed, then the world would change.
Jesus Christ is our peace first of all because he frees us from sin, and also because he shows us the way to overcome conflicts — all conflicts, whether interpersonal or international. Without a heart freed from sin, a heart that has been forgiven, we cannot be men and women of peace or builders of peace. This is why Jesus was born in Bethlehem and died on the cross: to free us from sin. He is the Savior. With his grace, we can and must each do our part to reject hatred, violence and opposition, and to practice dialogue, peace and reconciliation.
On this day of celebration, I wish to send a warm and fatherly greeting to all Christians, especially those living in the Middle East, whom I recently visited on my first Apostolic Journey. I listened to them as they expressed their fears and know well their sense of powerlessness before the power dynamics that overwhelm them. The Child born today in Bethlehem is the same Jesus who says: “In me you may have peace. In the world you have tribulation; but be of good cheer, I have overcome the world” (Jn 16:33).
From God let us ask for justice, peace and stability for Lebanon, Palestine, Israel and Syria, trusting in these divine words: “The effect of righteousness will be peace, and the result of righteousness, quietness and trust for ever” (Is 32:17).
Let us entrust the entire European continent to the Prince of Peace, asking him to continue to inspire a spirit of community and cooperation, in fidelity to its Christian roots and history, and in solidarity with – and acceptance of – those in need. Let us pray in a particular way for the tormented people of Ukraine: may the clamor of weapons cease, and may the parties involved, with the support and commitment of the international community, find the courage to engage in sincere, direct and respectful dialogue.
From the Child of Bethlehem, we implore peace and consolation for the victims of all current wars in the world, especially those that are forgotten, and for those who suffer due to injustice, political instability, religious persecution and terrorism. I remember in a special way our brothers and sisters in Sudan, South Sudan, Mali, Burkina Faso and the Democratic Republic of Congo.
In these final days of the Jubilee of Hope, let us pray to God made man for the beloved people of Haiti, that all forms of violence in the country will cease and that progress will be made on the path of peace and reconciliation.
May the Child Jesus inspire those in Latin America who hold political responsibilities, so that, in facing the numerous challenges, space may be given to dialogue for the common good, rather than to ideological and partisan prejudices.
Let us ask the Prince of Peace to illuminate Myanmar with the light of a future of reconciliation, restoring hope to the younger generations, guiding its entire people along paths of peace, and accompanying those who live without shelter, security or confidence in tomorrow.
We ask the Lord that the ancient friendship between Thailand and Cambodia be restored, and that the parties involved will continue to work towards reconciliation and peace.
We also entrust to God the peoples of South Asia and Oceania, who have been severely tested by recent, devastating natural disasters that have struck entire communities. In the face of such trials, I invite everyone to renew, with heartfelt conviction, our shared commitment to assisting those who suffer.
Dear brothers and sisters, in the darkness of the night, “the true light, which enlightens everyone, was coming into the world” (Jn 1:9), but “his own people did not accept him” (Jn 1:11). Let us not allow ourselves to be overcome by indifference towards those who suffer, for God is not indifferent to our distress.
In becoming man, Jesus took upon himself our fragility, identifying with each one of us: with those who have nothing left and have lost everything, like the inhabitants of Gaza; with those who are prey to hunger and poverty, like the Yemeni people; with those who are fleeing their homeland to seek a future elsewhere, like the many refugees and migrants who cross the Mediterranean or traverse the American continent; with those who have lost their jobs and those who are looking for work, like so many young people who struggle to find employment; with those who are exploited, like many underpaid workers; with those in prison, who often live in inhumane conditions.
The invocation of peace that rises from every land reaches God’s heart, as one poet wrote:
“Not the peace of a cease-fire,
not even the vision of the wolf and the lamb,
but rather
as in the heart when the excitement is over
and you can talk only about a great weariness…
Let it come
like wildflowers,
suddenly, because the field
must have it: wildpeace.”[1]
On this holy day, let us open our hearts to our brothers and sisters who are in need or in pain. In doing so, we open our hearts to the Child Jesus, who welcomes us with open arms and reveals his divinity to us: “But to all who received him… he gave power to become children of God” (Jn 1:12).
In a few days’ time, the Jubilee Year will come to an end. The Holy Doors will close, but Christ our hope remains with us always! He is the Door that is always open, leading us into divine life. This is the joyful proclamation of this day: the Child who was born is God made man; he comes not to condemn but to save; his is not a fleeting appearance, for he comes to stay and to give himself. In him, every wound is healed and every heart finds rest and peace. “The Lord’s birth is the birth of peace.”
To all of you, I offer heartfelt good wishes for a peaceful and holy Christmas!
__________________________
[1] Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-EN.01] [Original text: Italian]
Traduzione in lingua tedesca
Liebe Brüder und Schwestern,
»Freut euch im Herrn, heute ist uns der Heiland geboren. Heute ist der wahre Friede vom Himmel herabgestiegen.« (Eröffnungsvers der Messe in der Heiligen Nacht). So erklingt es in der Liturgie der Heiligen Nacht, und so gibt die Kirche die Botschaft von Betlehem wieder: Das Kind, das von der Jungfrau Maria geboren wurde, ist Christus, der Herr, den der Vater gesandt hat, um uns aus Sünde und Tod zu erlösen. Er ist unser Friede, er, der Hass und Feindschaft mit der barmherzigen Liebe Gottes überwunden hat. Deshalb ist »der Geburtstag des Herrn der Geburtstag des Friedens« (Hl. Leo der Große, Sermo 26).
Jesus wurde in einem Stall geboren, weil in der Herberge kein Platz für ihn war. Als er auf die Welt kam, wickelte ihn seine Mama Maria »in Windeln und legte ihn in eine Krippe« (vgl. Lk 2,7). Der Sohn Gottes, durch den alles geschaffen wurde, findet keine Aufnahme, und seine Wiege ist eine armselige Futterkrippe für Tiere.
Das ewige Wort des Vaters, das die Himmel nicht fassen können, wollte auf diese Weise in die Welt kommen. Aus Liebe wollte es von einer Frau geboren werden, um unser Menschsein zu teilen; aus Liebe hat es Armut und Ablehnung auf sich genommen und sich mit den Ausgestoßenen und Ausgeschlossenen identifiziert.
Bereits bei der Geburt Jesu zeichnet sich die grundlegende Entscheidung ab, die das gesamte Leben des Sohnes Gottes bis zu seinem Tod am Kreuz bestimmen wird: die Entscheidung, nicht uns die Last der Sünde tragen zu lassen, sondern sie selbst für uns zu tragen, sie auf sich zu nehmen. Das konnte nur er tun. Aber gleichzeitig hat er auch gezeigt, was nur wir tun können, nämlich jeweils unseren Teil der Verantwortung zu übernehmen. Ja, denn Gott, der uns ohne unser Zutun erschaffen hat, kann uns nicht ohne unser Zutun retten (vgl. Hl. Augustinus, Sermo 169, 11.13), das heißt ohne unseren freien Willen zur Liebe. Wer nicht liebt, wird nicht gerettet, er ist verloren. Und wer seinen Bruder nicht liebt, den er sieht, kann Gott nicht lieben, den er nicht sieht (vgl. 1 Joh 4,20).
Schwestern und Brüder, dies ist der Weg des Friedens: die Verantwortung. Wenn jeder von uns – auf allen Ebenen –, anstatt andere zu beschuldigen, zuerst seine eigenen Fehler erkennen und Gott um Vergebung bitten würde und sich gleichzeitig in die Lage der Leidenden versetzen und sich mit den Schwachen und Bedrängten solidarisieren würde, dann würde sich die Welt verändern.
Jesus Christus ist unser Friede, vor allem weil er uns von der Sünde befreit, und dann weil er uns den Weg weist, wie wir die Konflikte überwinden können, alle Konflikte, von den zwischenmenschlichen bis zu den internationalen. Ohne ein von Sünden befreites Herz, ein versöhntes Herz, können wir nicht friedliche Menschen und Friedensstifter sein. Deshalb wurde Jesus in Betlehem geboren und starb er am Kreuz: um uns von der Sünde zu befreien. Er ist der Erlöser. Mit seiner Gnade können und müssen wir alle unseren Teil dazu beitragen, dass Hass, Gewalt und Zwietracht abgelehnt und Dialog, Friede und Versöhnung praktiziert werden.
An diesem Festtag möchte ich allen Christen einen herzlichen und väterlichen Gruß senden, insbesondere denen, die im Nahen Osten leben, denen ich kürzlich auf meiner ersten Apostolischen Reise begegnen wollte. Ich habe ihre Ängste vernommen und kenne gut ihr Gefühl der Ohnmacht angesichts der Machtverhältnisse, unter denen sie leiden. Das Kind, das heute in Betlehem geboren wird, ist derselbe Jesus, der sagt: »Dies habe ich zu euch gesagt, damit ihr in mir Frieden habt! In der Welt seid ihr in Bedrängnis, aber habt Mut: Ich habe die Welt überwunden!« (Joh 16,33).
Von ihm erbitten wir Gerechtigkeit, Frieden und Stabilität für den Libanon, für Palästina, Israel und Syrien, und vertrauen dabei auf diese göttlichen Worte: »Das Werk der Gerechtigkeit wird Friede sein und der Ertrag der Gerechtigkeit sind Ruhe und Sicherheit für immer« (Jes 32,17).
Dem Friedensfürsten vertrauen wir den gesamten europäischen Kontinent an und bitten ihn, er möge ihm weiterhin einen Geist der Gemeinschaft und Zusammenarbeit verleihen, damit er seinen christlichen Wurzeln und seiner Geschichte treu bleiben und solidarisch und gastfreundlich gegenüber den Bedürftigen sein kann. Wir beten besonders für das leidende ukrainische Volk: Möge das Dröhnen der Waffen verstummen und mögen die beteiligten Parteien, unterstützt durch das Engagement der internationalen Gemeinschaft, den Mut finden, einen ehrlichen, direkten und respektvollen Dialog zu führen.
Bitten wir das Kind von Betlehem um Frieden und Trost für die Opfer aller gegenwärtigen Kriege in der Welt, insbesondere der in Vergessenheit geratenen, und für alle, die unter Ungerechtigkeit, politischer Instabilität, religiöser Verfolgung und Terrorismus leiden. Ich denke dabei besonders an unsere Brüder und Schwestern im Sudan, im Südsudan, in Mali, Burkina Faso und in der Demokratischen Republik Kongo.
In diesen letzten Tagen des Heiligen Jahrs der Hoffnung bitten wir den menschgewordenen Gott für die geliebte Bevölkerung von Haiti, dass jede Form von Gewalt im Land ein Ende findet und sie auf dem Weg des Friedens und der Versöhnung vorankommen möge.
Das Jesuskind inspiriere die politisch Verantwortlichen in Lateinamerika, damit bei der Bewältigung der zahlreichen Herausforderungen dem Dialog zum Wohl aller Raum gegeben wird und nicht ideologischen und parteiischen Vorurteilen.
Wir bitten den Friedensfürsten, er möge Myanmar mit dem Licht einer versöhnten Zukunft erfüllen: Er gebe den jungen Menschen wieder Hoffnung, er führe das gesamte burmesische Volk auf den Weg des Friedens und stehe denen bei, die obdachlos sind und ohne Sicherheit und ohne Vertrauen in die Zukunft leben.
Wir bitten ihn, dass die alte Freundschaft zwischen Thailand und Kambodscha wiederhergestellt wird und dass die beteiligten Parteien sich weiterhin für Versöhnung und Frieden einsetzen.
Wir vertrauen ihm auch die Völker Südasiens und Ozeaniens an, die von den jüngsten verheerenden Naturkatastrophen schwer heimgesucht wurden, welche ganze Bevölkerungsgruppen hart getroffen haben. Angesichts dieser Notlagen lade ich alle ein, sich weiter entschieden und gemeinsam für die Leidenden zu engagieren.
Liebe Brüder und Schwestern,
in der Dunkelheit der Nacht »kam das wahre Licht, das jeden Menschen erleuchtet, in die Welt« (Joh 1,9), aber »die Seinen nahmen ihn nicht auf« (Joh 1,11). Lassen wir uns nicht von der Gleichgültigkeit gegenüber den Leidenden besiegen, denn Gott ist unser Elend nicht gleichgültig.
Indem er Mensch wird, nimmt Jesus unsere Schwachheit auf sich, er versetzt sich in jeden von uns hinein: in diejenigen, die nichts mehr besitzen und alles verloren haben, wie die Bewohner von Gaza; in diejenigen, die unter Hunger und Armut leiden, wie das jemenitische Volk; in diejenigen, die aus ihrer Heimat fliehen, um anderswo eine Zukunft zu suchen, wie die vielen Flüchtlinge und Migranten, die das Mittelmeer überqueren oder den amerikanischen Kontinent durchqueren; in diejenigen, die ihre Arbeit verloren haben und in die, die Arbeit suchen, wie so viele junge Menschen, die Schwierigkeiten haben, eine Anstellung zu finden; in diejenigen, die ausgebeutet werden, wie die viel zu vielen unterbezahlten Arbeitnehmer; in diejenigen, die im Gefängnis sitzen und oft unter menschenunwürdigen Bedingungen leben.
Der Ruf nach Frieden, der aus allen Ländern emporsteigt, erreicht das Herz Gottes, wie ein Dichter schreibt:
Nicht der Friede eines Waffenstillstands,
nicht einmal die Vision vom Wolf und dem Lamm,
sondern eher
wie im Herzen, wenn die Aufregung vorbei ist
und man nur von einer großen Müdigkeit sprechen kann.
[…]
Lass ihn kommen
wie Wildblumen,
unversehens, denn das Feld
braucht ihn: Wildfrieden.[1]
Öffnen wir an diesem heiligen Tag unser Herz für unsere Brüder und Schwestern in Not und Leid. Damit öffnen wir es auch für das Jesuskind, das uns mit seinen offenen Armen empfängt und uns seine Göttlichkeit offenbart: »Allen aber, die ihn aufnahmen, gab er Macht, Kinder Gottes zu werden« (Joh 1,12).
In wenigen Tagen endet das Heilige Jahr. Die Heiligen Pforten werden geschlossen, aber Christus, unsere Hoffnung, bleibt immer bei uns! Er ist die immer offene Tür, die uns Zugang zum göttlichen Leben gewährt. Das ist die frohe Botschaft dieses Tages: Das Kind, das geboren wurde, ist der menschgewordene Gott; er kommt nicht, um zu verurteilen, sondern um zu retten; sein Erscheinen ist nicht flüchtig, er kommt, um zu bleiben und sich selbst zu schenken. In ihm wird jede Wunde wieder heil und jedes Herz findet Ruhe und Frieden. »Der Geburtstag des Herrn ist der Geburtstag des Friedens«.
Allen wünsche ich von Herzen ein frohes und gesegnetes Weihnachtsfest!
__________________
[1] Y. Amichai, „Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]
Traduzione in lingua spagnola
Queridos hermanos y hermanas,
«Alegrémonos todos en el Señor, porque nuestro Salvador ha nacido en el mundo. Hoy, desde el cielo, ha descendido la paz sobre nosotros» (Antífona de entrada de la Misa de medianoche en la Natividad del Señor). Así canta la liturgia en la noche de Navidad, y así resuena en la Iglesia el anuncio de Belén: el Niño que ha nacido de la Virgen María es Cristo Señor, enviado por el Padre para salvarnos del pecado y de la muerte. Él es nuestra paz, Aquel que venció al odio y a la enemistad con el amor misericordioso de Dios. Por eso «el nacimiento del Señor es el nacimiento de la paz» (S. Leone Magno, Sermone 26).
Jesús nació en un establo porque no había lugar para él en el albergue. Al nada más nacer, su madre María «lo envolvió en pañales y lo acostó en un pesebre» (Lc 2,7). El Hijo de Dios, por medio del cual todo fue creado, no es acogido y su cuna es un pobre comedero para animales.
El Verbo eterno del Padre, que los cielos no pueden contener, ha elegido venir al mundo de esa manera. Por amor quiso nacer de una mujer, para compartir nuestra humanidad; por amor aceptó la pobreza y el rechazo y se identificó con los que son marginados y excluidos.
En el nacimiento de Jesús ya se perfila la elección fundamental que guiará toda la vida del Hijo de Dios, hasta su muerte en la cruz: la elección de no hacernos llevar el peso del pecado, sino de llevarlo Él por nosotros, de hacerse cargo de él. Esto podía hacerlo sólo Él. Y al mismo tiempo nos mostró lo que sólo nosotros podemos hacer, es decir, asumir cada uno nuestra parte de responsabilidad. Sí, porque Dios, que nos ha creado sin nosotros, no puede salvarnos sin nosotros. (cf. S. Agustín, Sermón 169, 11. 13), es decir, sin nuestra libre voluntad de amar. Quien no ama no se salva, está perdido. Y quien no ama a su hermano que ve, no puede amar a Dios que no ve. (cf. 1 Jn 4,20).
Hermanas y hermanos, este es el camino de la paz: la responsabilidad. Si cada uno de nosotros, a todos los niveles, en lugar de acusar a los demás, reconociera ante todo sus propias faltas y pidiera perdón a Dios, y al mismo tiempo se pusiera en el lugar de quienes sufren, fuera solidario con los más débiles y oprimidos, entonces el mundo cambiaría.
Jesucristo es nuestra paz, ante todo porque nos libera del pecado y, luego, porque nos indica el camino a seguir para superar los conflictos, todos los conflictos, desde los interpersonales hasta los internacionales. Sin un corazón libre del pecado, un corazón perdonado, no se puede ser hombres y mujeres pacíficos y constructores de paz. Por esto Jesús nació en Belén y murió en la cruz: para liberarnos del pecado. Él es el Salvador. Con su gracia, cada uno de nosotros puede y debe hacer lo que le corresponde para rechazar el odio, la violencia y la confrontación, y practicar el diálogo, la paz y la reconciliación.
En este día de fiesta, deseo enviar un saludo efusivo y paternal a todos los cristianos que viven en Medio Oriente, a quienes he querido encontrar hace poco en mi primer viaje apostólico. He escuchado sus temores y conozco bien su sentimiento de impotencia ante las dinámicas de poder que los superan. El Niño que hoy nace en Belén es el mismo Jesús que menciona: «les digo esto para que encuentren la paz en mí. En el mundo tendrán que sufrir; pero tengan valor: yo he vencido al mundo» (Jn 16,33).
A Él imploramos justicia, paz y estabilidad para el Líbano, Palestina, Israel y Siria, confiando en estas palabras divinas: «La obra de la justicia será la paz, y el fruto de la justicia, la tranquilidad y la seguridad para siempre» (Is 32,17).
Encomendamos al Príncipe de la Paz todo el continente europeo, pidiéndole que siga inspirándole un espíritu comunitario y colaborativo, fiel a sus raíces cristianas y a su historia, solidario y acogedor con los que están pasando necesidad. Oremos de manera especial por el atribulado pueblo ucraniano, para que cese el estruendo de las armas y las partes implicadas, con el apoyo de la comunidad internacional, encuentren el valor para dialogar de manera sincera, directa y respetuosa.
Al Niño de Belén imploramos paz y consuelo para las víctimas de todas las guerras que se libran en el mundo, especialmente aquellas olvidadas; y para quienes sufren a causa de la injusticia, la inestabilidad política, la persecución religiosa y el terrorismo. Recuerdo de manera especial a los hermanos y hermanas de Sudán, Sudán del Sur, Malí, Burkina Faso y la República Democrática del Congo.
En estos últimos días del Jubileo de la Esperanza, pidamos al Dios hecho hombre por el querido pueblo de Haití, que cese en el País toda forma de violencia y pueda avanzar por el camino de la paz y la reconciliación.
Que el Niño Jesús inspire a quienes tienen responsabilidades políticas en América Latina para que, al enfrentar los numerosos desafíos, se le dé espacio al diálogo por el bien común y no a las exclusiones ideológicas y partidistas.
Pedimos al Príncipe de la Paz que ilumine a Myanmar con la luz de un futuro de reconciliación, que devuelva la esperanza a las generaciones jóvenes, guíe a todo el pueblo birmano por los caminos de la paz y acompañe a quienes viven sin hogar, sin seguridad y sin confianza en el mañana.
A Él imploramos que se restablezca la antigua amistad entre Tailandia y Camboya y que las partes implicadas continúen esforzándose por la reconciliación y la paz.
A Él le confiamos también los pueblos del sur de Asia y de Oceanía, duramente golpeados por las recientes y devastadoras catástrofes naturales, que han afectado gravemente a poblaciones enteras. Ante tales pruebas, invito a todos a renovar con convicción el compromiso común de socorrer a quienes sufren.
Queridos hermanos y hermanas:
En la oscuridad de la noche aparecía «la luz verdadera que, al venir a este mundo, ilumina a todo hombre» (Jn 1,9), pero «los suyos no la recibieron» (Jn 1,11). No dejemos que nos venza la indiferencia hacia quien sufre, porque Dios no es indiferente a nuestras miserias.
Al hacerse hombre, Jesús asume sobre sí nuestra fragilidad, se identifica con cada uno de nosotros: con quienes ya no tienen nada y lo han perdido todo, como los habitantes de Gaza; con quienes padecen hambre y pobreza, como el pueblo yemení; con quienes huyen de su tierra en busca de un futuro en otra parte, como los numerosos refugiados y migrantes que cruzan el Mediterráneo o recorren el continente americano; con quienes han perdido el trabajo y con quienes lo buscan, como tantos jóvenes que tienen dificultades para encontrar empleo; con quienes son explotados, como los innumerables trabajadores mal pagados; con quienes están en prisión y a menudo viven en condiciones inhumanas.
Al corazón de Dios llega la invocación de paz que brota de cada tierra, como escribe un poeta:
«No la de un alto al fuego
ni la de la visión del lobo junto al cordero,
sino
la del corazón cuando se acaba la agitación
y hablamos de un gran cansancio.
Que sea
como flores silvestres,
de repente, por necesidad del campo:
una paz silvestre».[1]
En este día santo, abramos nuestro corazón a los hermanos y hermanas que están necesitados y sufren. Al hacerlo, lo abrimos al Niño Jesús que, con sus brazos abiertos, nos acoge y nos revela su divinidad: «Pero a todos los que lo recibieron […], les dio el poder de llegar a ser hijos de Dios» (Jn 1,12).
En pocos días terminará el Año Jubilar. Se cerrarán las Puertas Santas, pero Cristo, nuestra esperanza, permanece siempre con nosotros. Él es la Puerta siempre abierta, que nos introduce en la vida divina. La alegre noticia de este día es que el Niño que ha nacido es Dios hecho hombre; que no viene a condenar, sino a salvar; la suya no es una aparición fugaz, pues Él viene para quedarse y entregarse a sí mismo. En Él toda herida es sanada y todo corazón encuentra descanso y paz. «El Nacimiento del Señor es el Nacimiento de la paz».
A todos, les deseo de corazón una Navidad serena.
____________________
[1] Cf. Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-ES.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua portoghese
Queridos irmãos e irmãs,
«Exultemos de alegria no Senhor, porque nasceu na terra o nosso Salvador. Hoje desceu do Céu sobre nós a verdadeira paz» (Antífona de entrada da Missa da Meia Noite). Assim canta a liturgia na noite de Natal e assim ressoa na Igreja o anúncio de Belém: o Menino que nasceu da Virgem Maria é Cristo Senhor, enviado pelo Pai para nos salvar do pecado e da morte. Ele é a nossa paz: Aquele que venceu o ódio e a inimizade com o amor misericordioso de Deus. Por isso, «o Natal do Senhor é o Natal da paz» (São Leão Magno, Sermão 26).
Porque não havia lugar para Ele na hospedaria, Jesus nasceu num estábulo. Assim que nasceu, a sua mãe Maria «envolveu-o em panos e recostou-o numa manjedoura» (cf. Lc 2, 7). O Filho de Deus, por meio do qual tudo foi criado, não é recebido e o seu berço é uma pobre manjedoura para animais.
O Verbo eterno do Pai, que os céus não podem conter, escolheu vir ao mundo desta forma. Por amor, desejou nascer de uma mulher, para partilhar a nossa humanidade; por amor, aceitou a pobreza e a rejeição e identificou-se com quem é descartado e excluído.
No Natal de Jesus, já se perfila a escolha de fundo que orientará toda a vida do Filho de Deus, até à morte na cruz: a escolha de não nos fazer carregar o peso do pecado, mas de o carregar Ele por nós, de assumir sobre Si esse peso. Só Ele o podia fazer. Ao mesmo tempo, porém, mostrou o que só nós podemos fazer, ou seja, assumir cada um a sua parte de responsabilidade. Sim, porque Deus, que nos criou sem nós, não pode salvar-nos sem nós (cf. Santo Agostinho, Discurso 169, 11. 13), isto é, sem a nossa livre vontade de amar. Quem não ama não se salva, está perdido. E quem não ama o irmão que vê, não pode amar Deus que não vê (cf. 1 Jo 4, 20).
Irmãs e irmãos, eis o caminho da paz: a responsabilidade. Se cada um de nós, a todos os níveis, em vez de acusar os outros, reconhecesse em primeiro lugar as próprias falhas, pedisse perdão a Deus e, ao mesmo tempo, se colocasse no lugar dos que sofrem, mostrando-se solidário com os mais fracos e oprimidos, então o mundo mudaria.
Jesus Cristo é a nossa paz porque, em primeiro lugar, nos liberta do pecado e, em segundo lugar, nos indica o caminho a seguir para superar os conflitos, quaisquer que sejam eles, desde os interpessoais aos internacionais. Sem um coração livre do pecado, um coração perdoado, não se pode ser homens e mulheres pacíficos e construtores de paz. Foi por esta razão que Jesus nasceu em Belém e morreu na cruz: para nos libertar do pecado. Ele é o Salvador. Com a sua graça, cada um pode e deve fazer a sua parte para rejeitar o ódio, a violência, a contraposição e para praticar o diálogo, a paz, a reconciliação.
Neste dia de festa, desejo enviar uma calorosa saudação paterna a todos os cristãos, em especial àqueles que vivem no Médio Oriente e que recentemente, na minha primeira viagem apostólica, desejei encontrar. Ouvi os seus receios e conheço bem o seu sentimento de impotência perante dinâmicas de poder que os ultrapassam. O Menino que hoje nasce em Belém é o mesmo Jesus que diz: «Anunciei-vos estas coisas para que, em mim, tenhais a paz. No mundo, tereis tribulações; mas, tende confiança: Eu já venci o mundo!» (Jo 16, 33).
D’Ele invocamos justiça, paz e estabilidade para o Líbano, a Palestina, Israel e a Síria, ao confiarmos nestas palavras divinas: «A paz será obra da justiça, e o fruto da justiça será a tranquilidade e a segurança para sempre» (Is 32, 17).
Ao Príncipe da Paz, entregamos o inteiro Continente Europeu, pedindo-Lhe que continue a inspirar um espírito comunitário e colaborativo, fiel às suas raízes cristãs e à sua história, solidária e acolhedora com quem passa necessidade. Rezemos de modo especial pelo povo ucraniano tão massacrado: que o barulho das armas acabe e que as partes envolvidas, apoiadas pelo empenho da comunidade internacional, encontrem a coragem de dialogar de modo sincero, direto e respeitoso.
Do Menino de Belém, imploramos paz e consolação para as vítimas de todas as guerras em curso no mundo, especialmente as esquecidas; e para quantos sofrem por causa da injustiça, da instabilidade política, da perseguição religiosa e do terrorismo. Recordo de modo particular os irmãos e irmãs do Sudão, do Sudão do Sul, do Mali, do Burquina Faso e da República Democrática do Congo.
Nestes últimos dias do Jubileu da Esperança, rezemos ao Deus feito homem pela querida população do Haiti, para que, cessando toda a forma de violência no país, possa progredir no caminho da paz e da reconciliação.
O Menino Jesus inspire todos os que têm responsabilidades políticas na América Latina, para que, ao enfrentarem os inúmeros desafios, deem espaço ao diálogo pelo bem comum e não a preconceitos ideológicos e de parte.
Ao Príncipe da Paz, pedimos que ilumine Myanmar com a luz de um futuro de reconciliação: devolva a esperança às jovens gerações, guie todo o povo birmanês por vias de paz e acompanhe aqueles que vivem sem casa, segurança ou confiança no futuro.
A Ele pedimos que restaure a antiga amizade entre a Tailândia e o Camboja e que as partes em causa continuem a empenhar-se pela paz e reconciliação.
A Ele confiamos também as populações do Sul asiático e da Oceânia, duramente provadas pelas recentes e devastadoras calamidades naturais, que com gravidade atingiram inteiras populações. Perante tais provações, convido todos a renovar com convicção o nosso empenho comum em socorrer quem sofre.
Queridos irmãos e irmãs,
na escuridão da noite, «o Verbo era a Luz verdadeira, que, ao vir ao mundo, a todo o homem ilumina» (Jo 1, 9), porém «os seus não o receberam» (Jo 1, 11). Não nos deixemos vencer pela indiferença em relação a quem sofre, porque Deus não é indiferente às nossas misérias.
Fazendo-se homem, Jesus assume a nossa fragilidade, identifica-se com cada um de nós: com aqueles que não têm mais nada e perderam tudo, como os habitantes de Gaza; com quem está a braços com a fome e a pobreza, como o povo do Iémen; com aqueles que fogem da própria terra em busca de um futuro noutro lugar, como os muitos refugiados e migrantes que atravessam o Mediterrâneo ou atravessam o Continente americano; com aqueles que perderam o trabalho e com os que o procuram, como tantos jovens que têm dificuldade em encontrar emprego; com aqueles que são explorados, como muitos trabalhadores mal remunerados; com aqueles que estão na prisão e, muitas vezes, vivem em condições desumanas.
Ao coração de Deus chega a invocação de paz que se eleva de todas as partes da terra, como escreve um poeta:
«Não a paz de um cessar-fogo,
nem a visão do lobo e do cordeiro,
mas antes
como quando no coração a excitação termina
e apenas se pode falar de um grande cansaço.
[...]
Venha de repente,
como as flores selvagens,
porque o campo
precisa dela: paz selvagem».[1]
Neste santo dia, abramos o nosso coração aos irmãos e irmãs que passam necessidades e sofrem. Ao fazê-lo, abrimos o nosso coração ao Menino Jesus, que, com os braços abertos, nos acolhe e revela a sua divindade: «a quantos o receberam, aos que nele creem, deu-lhes o poder de se tornarem filhos de Deus» (Jo 1, 12).
Em poucos dias, o Ano Jubilar terminará. As Portas Santas fechar-se-ão, mas Cristo, nossa esperança, permanecerá sempre conosco. Ele é a Porta sempre aberta, que nos introduz na vida divina. É a alegre notícia deste dia: o Menino que nasceu é Deus feito homem; Ele não vem para condenar, mas para salvar; a sua não é uma aparição fugaz; Ele vem para ficar e dar-se a si mesmo. N’Ele, todas as feridas são curadas e todos os corações encontram repouso e paz. «O Natal do Senhor é o Natal da paz».
Desejo a todos, de coração, um feliz e santo Natal.
_______________________
[1] Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-PO.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua polacca
Drodzy Bracia i Siostry!
„Radujmy się wszyscy w Panu, dzisiaj narodził się nam Zbawiciel. Dzisiaj prawdziwy pokój zstąpił z nieba na ziemię” (Antyfona na wejście Mszy św. w nocy Narodzenia Pańskiego). Tak śpiewa liturgia w noc Bożego Narodzenia i tak rozbrzmiewa w Kościele orędzie z Betlejem: Dziecię, które narodziło się z Dziewicy Maryi, jest Chrystusem Panem, posłanym przez Ojca, aby zbawić nas od grzechu i śmierci. On jest naszym pokojem, Tym, który zwyciężył nienawiść i wrogość miłosierną miłością Boga. Dlatego „Narodziny Pana to narodziny pokoju” (Św. Leon Wielki, Sermo 26)[1].
Jezus urodził się w stajni, ponieważ nie było dla Niego miejsca w gospodzie. Zaraz po urodzeniu, Jego Mama, Maryja, „owinęła Go w pieluszki i położyła w żłobie” (por. Łk 2, 7). Syn Boży, przez którego wszystko zostało stworzone, nie zostaje przyjęty, a Jego kolebką jest ubogi żłób dla zwierząt.
Odwieczne Słowo Ojca, którego niebiosa nie mogą ogarnąć, postanowiło przyjść na świat w ten sposób. Z miłości chciało narodzić się z niewiasty, aby dzielić z nami nasze człowieczeństwo; z miłości przyjęło nędzę i odrzucenie i utożsamiło się z tymi, którzy są odrzuceni i wykluczeni.
W Narodzeniu Jezusa rysuje już się wybór podstawowy, który będzie kierował całym życiem Syna Bożego, aż do śmierci na krzyżu: wybór, aby nie przerzucać na nas ciężaru grzechu, ale aby On sam go poniósł za nas, wziął go na siebie. Tylko On mógł to uczynić. Ale jednocześnie pokazał nam to, co tylko my możemy zrobić, a mianowicie, aby każdy wziął na siebie własną część odpowiedzialności. Tak, ponieważ Bóg, który stworzył nas bez nas, nie może nas zbawić bez nas (por. Św. Augustyn, Sermo 169, 11. 13), to znaczy bez naszej wolnej woli kochania. Kto nie kocha, nie zbawia się, jest zgubiony. Kto zaś nie kocha brata, którego widzi, nie może kochać Boga, którego nie widzi (por. 1 J 4, 20).
Siostry i bracia, oto droga pokoju: jest nią odpowiedzialność. Gdyby każdy z nas – na wszystkich poziomach – zamiast oskarżać innych, najpierw uznał swoje własne winy i prosił Boga o ich przebaczenie, a jednocześnie postawił się w sytuacji tych, którzy cierpią, okazał solidarność z tymi, którzy są słabsi i uciskani, wtedy świat by się zmienił.
Jezus Chrystus jest naszym pokojem przede wszystkim dlatego, że uwalnia nas od grzechu, a następnie, ponieważ wskazuje nam drogę, którą należy podążać, aby przezwyciężyć konflikty, wszystkie konflikty, od międzyludzkich po międzynarodowe. Bez serca wolnego od grzechu, serca, które otrzymało przebaczenie, nie można być mężczyznami lub kobietami pełnymi pokoju i budowniczymi pokoju. Właśnie dlatego Jezus narodził się w Betlejem i umarł na krzyżu: aby uwolnić nas od grzechu. On jest Zbawicielem. Dzięki Jego łasce każdy z nas może i musi zrobić wszystko, co w jego mocy, aby oddalić nienawiść, przemoc i antagonizmy, a praktykować dialog, pokój i pojednanie.
W tym świątecznym dniu pragnę przesłać serdeczne i ojcowskie pozdrowienia wszystkim chrześcijanom, w szczególności tym, którzy żyją na Bliskim Wschodzie, a z którymi miałem okazję spotkać się niedawno podczas mojej pierwszej podróży apostolskiej. Wysłuchałem ich obaw i dobrze rozumiem ich poczucie bezsilności wobec dynamik władzy, które ich przerastają. Dzieciątko, które dziś rodzi się w Betlejem, to ten sam Jezus, który mówi: „Abyście pokój we Mnie mieli. Na świecie doznacie ucisku, ale odwagi! Ja zwyciężyłem świat” (J 16, 33).
Jego to prosimy o sprawiedliwość, pokój i bezpieczeństwo dla Libanu, Palestyny, Izraela i Syrii, ufając w te boskie słowa: „Dziełem sprawiedliwości będzie pokój, a owocem prawa – wieczyste bezpieczeństwo” (Iz 32, 17).
Księciu Pokoju powierzamy cały kontynent europejski, prosząc, aby nadal inspirował go duchem wspólnoty i współpracy, wiernym jego chrześcijańskim korzeniom i historii, solidarnym i otwartym na tych, którzy są w potrzebie. Modlimy się w szczególności za umęczony naród ukraiński: niech ucichnie huk broni, a zaangażowane strony, wspierane przez wysiłek społeczności międzynarodowej, znajdą odwagę do szczerego, bezpośredniego i pełnego szacunku dialogu.
Dzieciątko z Betlejem błagamy o pokój i pocieszenie dla ofiar wszystkich wojen toczących się na świecie, zwłaszcza tych zapomnianych, oraz dla wszystkich, którzy cierpią z powodu niesprawiedliwości, niestabilności politycznej, prześladowań religijnych i terroryzmu. W sposób szczególny pamiętam o braciach i siostrach z Sudanu, Sudanu Południowego, Mali, Burkina Faso i Demokratycznej Republiki Konga.
W ostatnich dniach Jubileuszu Nadziei módlmy się do Boga, który stał się człowiekiem, za drogą ludność Haiti, aby ustały wszelkie formy przemocy w tym kraju i aby mógł on postępować na drodze pokoju i pojednania.
Niech Dzieciątko Jezus inspiruje wszystkich, którzy mają odpowiedzialność polityczną w Ameryce Łacińskiej, aby w obliczu licznych wyzwań dano miejsce dialogowi dla wspólnego dobra, a nie ideologicznym i partykularnym barierom.
Prosimy Księcia Pokoju, aby oświecił Mjanmę światłem przyszłości pojednania: aby przywrócił nadzieję młodym pokoleniom, poprowadził cały naród birmański ścieżkami pokoju i towarzyszył tym, którzy żyją bez dachu nad głową, bez bezpieczeństwa i bez nadziei na jutro.
Prosimy Go, aby wskrzesił dawną przyjaźń między Tajlandią a Kambodżą i aby zaangażowane strony nadal zabiegały o pojednanie i pokój.
Powierzamy Mu również ludność Azji Południowej i Oceanii, doświadczoną ostatnio przez niszczycielskie klęski żywiołowe, które dotknęły całe społeczności. W obliczu tych prób zapraszam wszystkich do odnowienia z przekonaniem naszego wspólnego zaangażowania w pomoc tym, którzy cierpią.
Drodzy Bracia i Siostry!
W ciemności nocy „światłość prawdziwa, która oświeca każdego człowieka” (J 1, 9) przyszła na świat, ale „swoi Go nie przyjęli” (J 1, 11). Nie pozwólmy, aby zwyciężyła nas obojętność wobec cierpiących, ponieważ Bóg nie jest obojętny na nasze niedole.
Stając się człowiekiem, Jezus bierze na siebie naszą kruchość, utożsamia się z każdym z nas: z tymi, którzy nie mają już nic i stracili wszystko, jak mieszkańcy Gazy; z tymi, którzy są nękani głodem i ubóstwem, jak ludność Jemenu; z tymi, którzy uciekają ze swojej ziemi, aby szukać przyszłości gdzie indziej, jak wielu uchodźców i migrantów, którzy przemierzają Morze Śródziemne lub kontynent amerykański; z tymi, którzy stracili pracę i z tymi, którzy jej szukają, jak wielu młodych ludzi, mających trudności ze znalezieniem zatrudnienia; z tymi, którzy są wykorzystywani, jak zbyt wielu niedostatecznie opłacanych pracowników; z tymi, którzy są w więzieniu i często żyją w nieludzkich warunkach.
Do serca Boga dociera wołanie o pokój, które unosi się z każdej ziemi, jak pisze poeta:
„Nie pokój zawieszenia broni,
ani nawet wizja wilka i baranka,
ale raczej
jak w sercu, gdy emocje już minęły
i można mówić tylko o wielkim zmęczeniu.
[…]
Niech nadejdzie
jak polne dzikie kwiaty,
nagle, bo pole
musi go mieć: dziki pokój”[2].
W tym świętym dniu otwierajmy nasze serce na braci i siostry, którzy znajdują się w potrzebie i cierpieniu. Czyniąc to, otwieramy je na Dzieciątko Jezus, które z otwartymi ramionami przyjmuje nas i objawia nam swoją boskość: „Wszystkim tym jednak, którzy Je przyjęli, dało moc, aby się stali dziećmi Bożymi” (J 1, 12).
Za kilka dni zakończy się Rok Jubileuszowy. Zamkną się Drzwi Święte, ale Chrystus – nasza nadzieja – pozostaje z nami na zawsze! On jest Bramą zawsze otwartą, która wprowadza nas do Bożego życia. Jest to radosna nowina tego dnia: Dziecię, które się narodziło, jest Bogiem, który stał się człowiekiem; nie przychodzi On, aby potępiać, ale aby zbawiać; Jego pojawienie się nie jest ulotne, przychodzi On, aby pozostać i siebie samego ofiarować. W Nim, każda rana zostaje uleczona, a każde serce znajduje ukojenie i pokój. „Narodziny Pana to narodziny pokoju”.
Życzę wszystkim z całego serca spokojnych świąt Bożego Narodzenia!
_____________________________
[1] Z kazania św. Leona Wielkiego, papieża: Liturgia Godzin, t. I, Poznań 2006, s. 419.
[2] Y. Amichai, „Wildpeace”, w: The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.
[01840-PL.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua araba
رسالة قداسة البابا لاوُن الرَّابع عشر
إلى مدينة روما والعالم
في مناسبة عيد الميلاد
الخميس 25 كانون الأوّل/ديسمبر 2025
أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،
"لنفرح جميعًا في الرّبّ: وُلد مخلِّصُنا في العالم. اليوم نزل إلينا السّلام الحقيقيّ من السّماء" (أنتيفونة الدّخول في قداس ليلة الميلاد). هكذا تنشد الليتورجيّا في ليلة ميلاد السّيّد المسيح، وهكذا يتردّد في الكنيسة صدى إعلان بيت لحم: الطّفل الذي وُلد من سيّدتنا مريم العذراء هو المسيح الرّبّ، الذي أرسله الآب ليخلّصنا من الخطيئة ومن الموت. إنّه سلامُنا، هو الذي غلب الكراهية والعداوة بمحبّة الله ورحمته. ولهذا، "إنّ ميلاد الرّبّ يسوع هو ميلاد السّلام" (القدّيس لاوُن الكبير، عظة 26).
وُلد يسوع في مذود، لأنّه لم يكن له مَوضِعٌ في المَضافة. وما إن وُلد حتّى "قَمَّطَته [أمّه مريم] وأَضجَعَته في مِذوَدٍ" (لوقا 2، 7). ابن الله، الذي به خُلق كلّ شيء، لم يستقبَله أحد، وكان مهدُه معلفًا فقيرًا للحيوانات.
كلمة الآب الأزليّ الذي لا تستطيع السّماوات أن تسعه، اختار أن يأتي إلى العالم بهذه الطّريقة. بدافع المحبّة أراد أن يولد من امرأة ليشاركنا إنسانيّتنا. وبدافع المحبّة قَبِلَ الفقر والرّفض، وساوى نفسه مع المُهمَّشين والمُستبعَدين.
في ميلاد يسوع تجلّى أصلًا الخيار الأساسيّ الذي وجّه كلّ حياة ابن الله حتّى موته على الصّليب: الخيار الذي به لا نحمل نحن عبء الخطيئة، بل يحمله هو عنّا ويتحمّله بدلًا منّا. هذا ما كان هو وحده قادرًا على أن يعمله. وبيَّن لنا، في الوقت نفسه، ما نستطيع نحن وحدنا فقط أن نعمله، أي أن يتحمّل كلّ واحد منّا نصيبه من المسؤوليّة. نَعم، لأنّ الله الذي خلقنا بدون إرادتنا، لا يستطيع أن يخلّصنا بدون إرادتنا (راجع القدّيس أغسطينس، كلمة 169، 11. 13)، أي بدون إرادتنا الحرّة في أن نحبّ. من لا يحبّ لا يخلُص، بل يهلك. ومن لا يحبّ أخاه الذي يراه، لا يستطيع أن يحبّ الله الذي لا يراه (راجع 1 يوحنّا 4، 20).
أيّها الإخوة والأخوات، هذا هو طريق السّلام: طريق المسؤوليّة. لو أنّ كلّ واحد منّا، وعلى جميع المستويّات، بدلًا من أن يتّهم الآخرين، يعترف أولًا بنقائصه ويطلب المغفرة من الله، وفي الوقت نفسه، يضع نفسه مكان المتألّمين، ويتضامن مع الأضعفين والمظلومين، لتغيّر وجه العالم.
يسوع المسيح هو سلامُنا أوّلًا لأنّه يحرّرنا من الخطيئة، ومن ثمّ لأنّه يدلّنا على الطّريق الذي يجب أن نتّبعه لنتجاوز النّزاعات، كلّ النّزاعات، من النّزاعات الشّخصيّة إلى النّزاعات الدّوليّة. بدون قلب متحرّر من الخطيئة، قلب غفر الله له، لا يمكن أن نكون رجالًا ونساء سلام وصانعي سلام. ولهذا وُلد يسوع في بيت لحم ومات على الصّليب: ليحرّرنا من الخطيئة. إنّه المخلِّص. وبنعمته، نستطيع ويجب على كلّ واحد منّا أن يقوم بدوره في رفض الكراهية والعنف والمخاصمة، وفي ممارسة الحوار والسّلام والمصالحة.
في يوم العيد هذا، أودّ أن أوجّه تحيّة حارّة وأبويّة إلى جميع المسيحيّين، ولا سيّما إلى الذين يعيشون في الشّرق الأوسط، والذين أردت لقاءهم مؤخّرًا في أوّل زيارة رسوليّة لي. أصغيتُ إلى مخاوفهم، وأعرف جيّدًا شعورهم بالعجز أمام ديناميكيّات أصحاب سلطان أقوى منهم. الطّفل الذي يولد اليوم في بيت لحم هو نفسه يسوع الذي قال: "لِيَكونَ لَكُم بِيَ السَّلام. تُعانونَ الشِّدَّةَ في العالَم، ولكِن ثِقوا: إِنِّي قد غَلَبتُ العالَم" (يوحنّا 16، 33).
ومنه نلتمس العدل والسّلام والاستقرار للبنان وفلسطين وإسرائيل وسوريّة، ونحن واثقون بكلام الله: "يَكونُ عَمَلُ البِرِّ سَلامًا، وفِعلُ البِرِّ راحةً وطُمَأنينَةً لِلأَبَد" (أشعيا 32، 17).
إلى أمير السّلام نُوكل كلّ القارّة الأوروبيّة، ونطلب إليه أن يواصل إلهامها روحًا جماعيًّا وتعاونيًّا، وأمينًا لجذورها المسيحيّة وتاريخها، ومتضامنًا ومنفتحًا على المحتاجين. نصلّي بشكل خاصّ من أجل الشّعب الأوكرانيّ المعذَّب: ليصمت ضجيج السّلاح، ولتجد الأطراف المعنيّة، الذي يسندها التزام الجماعة الدّوليّة، شجاعة الحوار الصّادق والمباشر والجليل.
ومن طفل بيت لحم نطلب السّلام والعزاء لضحايا جميع الحروب الدّائرة في العالم، ولا سيّما تلك الحروب المنسيّة، ولجميع المتألّمين بسبب الظّلم، وعدم الاستقرار السّياسيّ، والاضطهاد الدّينيّ، والإرهاب. وأذكر على وجه الخصوص الإخوة والأخوات في السّودان، وجنوب السّودان، ومالي، وبوركينا فاسو، وجمهوريّة الكونغو الدّيمقراطيّة.
وفي هذه الأيام الأخيرة من يوبيل الرّجاء، نصلّي إلى الله الذي صار بشرًا من أجل الشّعب العزيز في هايتي، لكي تتوقّف كلّ أشكال العنف في البلاد، ويتمكّن من التقدّم في طريق السّلام والمصالحة.
ليُلهم الطّفل يسوع الذين يتحمّلون مسؤوليّات سياسية في أمريكا اللاتينيّة، لكي يُفسَح المجال للحوار، أمام التحدّيات العديدة، من أجل الخير العام، وليس للإقصاءات الإيديولوجيّة والفئويّة.
وإلى أمير السّلام نطلب أن يُنير ميانمار بنور مستقبل من المصالحة: أن يعيد الرّجاء إلى الأجيال الشّابة، ويقود كلّ الشّعب البورمي في طرق السّلام، ويرافق الذين يعيشون بلا مأوى أو أمان أو ثقة بالغد.
وإليه نطلب أيضًا أن تُستعاد الصّداقة العريقة بين تايلاند وكمبوديا، وتواصل الأطراف المعنيّة العمل من أجل المصالحة والسّلام.
وإليه نوكل كذلك شعوب جنوب آسيا وأوقيانيا، المُبتَلَيْن بشدّة جرّاء الكوارث الطّبيعية المدمّرة الأخيرة التي أصابت جماعات سكّانية بأكملها. أمام هذه المِحَن، أدعو الجميع إلى أن يجدّدوا بكلّ قناعة التزامنا المشترك بمساعدة المتألّمين.
أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،
في ظلمة الليل "كان النُّورُ الحَقّ، الَّذي يُنيرُ كُلَّ إِنْسان، آتِيًا إِلى العالَم" (يوحنّا 1، 9)، لكن "ما قَبِلَه أَهْلُ بَيتِه" (يوحنّا 1، 11). لا نترك أنفسنا تهزمها اللامبالاة تجاه المتألّمين، لأنّ الله ليس غير مبالٍ ببؤسنا.
إذ صار يسوع بشرًا، حمل ضعفنا، وساوى نفسه مع كلّ واحد منّا: مع الذين لم يعودوا يملكون شيئًا وخسروا كلّ شيء، مثل سكّان غزّة. ومع الذين يعانون الجوع والفقر، مثل الشّعب اليمني. ومع الذين هربوا من أوطانهم بحثًا عن مستقبل في مكان آخر، مثل اللاجئين والمهاجرين الكثيرين الذين يعبرون البحر الأبيض المتوسط أو يجوبون القارّة الأمريكيّة. ومع الذين فقدوا عملهم أو يبحثون عنه، مثل الشّباب الكثيرين الذين يصعب عليهم أن يجدوا وظيفة. ومع الذين يُستغلّون، مثل عدد كبير من العمّال ذوي الأجور المتدنّية. ومع الذين هم في السّجون ويعيشون مرارًا في ظروف غير إنسانيّة.
إلى قلب الله يصل دعاء السّلام الذي يصعد من كلّ أرض، كما كتب أحد الشّعراء:
"ليس سلامَ وقفِ إطلاقِ النّار،
ولا حتّى رؤيةَ الذّئبِ والحَمَل،
بل سلامٌ كما في القلب، عندما يهدأ الصّخب،
ولا يبقى سوى الكلام عن تعبٍ كبير.
[...]
ليأتِ فجأةً،
مثل الأزهارِ البرّيّة،
لأنّ الحَقلَ
بحاجةٍ إليه: إلى سلامٍ برّيّ"[1].
في هذا اليوم المقدّس، لنفتح قلوبنا للإخوة والأخوات المحتاجين والمتألّمين. وبذلك نفتحها للطّفل يسوع، الذي يستقبلنا بذراعَيه المفتوحَتَين ويكشف لنا ألوهيته: "أَمَّا الَّذينَ قَبِلوه، [...]، فقَد مَكَّنَهم أَنْ يَصيروا أَبْناءَ الله" (يوحنّا 1، 12).
بعد أيّام قليلة تنتهي سنة اليوبيل. ستُغلَق الأبواب المقدّسة، لكنّ المسيح، رجاءنا، يبقى معنا إلى الأبد. إنّه الباب المفتوح دائمًا الذي يُدخلنا إلى الحياة الإلهيّة. هذه هي البُشرى السّارّة لهذا اليوم: الطّفل الذي وُلد هو الله الذي صار بشرًا. إنّه لم يأتِ ليدين، بل ليخلِّص، وحضوره ليس عابرًا، بل جاء ليبقى ويعطي ذاته. ففيه يُشفى كلّ جُرح، ويجد كلّ قلب راحته وسلامه. "إنّ ميلاد الرّبّ يسوع هو ميلاد السّلام".
أتمنّى للجميع من كلّ قلبي عيد ميلاد مجيد في الصّفاء والطّمأنينة.
[01840-AR.01] [Testo originale: Italiano]
[B1015-XX.02]
[1] Y. Amichai, “Wildpeace”, in The Poetry of Yehuda Amichai, Farrar, Straus and Giroux, 2015.