Testo in lingua italiana
Traduzione in lingua francese
Traduzione in lingua inglese
Traduzione in lingua tedesca
Traduzione in lingua spagnola
Traduzione in lingua portoghese
Traduzione in lingua polacca
Traduzione in lingua araba
Testo in lingua italiana
1. Una fedeltà che genera futuro è ciò a cui i presbiteri sono chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale. Il 60° anniversario del Concilio Vaticano II, che ricorre in questo Anno giubilare, ci dà l’occasione di contemplare nuovamente il dono di questa fedeltà feconda, ricordando gli insegnamenti dei Decreti Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, promulgati rispettivamente il 28 ottobre e il 7 dicembre del 1965. Si tratta di due testi nati da un unico respiro della Chiesa, che si sente chiamata a essere segno e strumento d’unità per tutti i popoli e interpellata a rinnovarsi, consapevole che «l’auspicato rinnovamento di tutta la Chiesa dipende in gran parte dal ministero sacerdotale animato dallo spirito di Cristo».[1]
2. Non celebriamo un anniversario di carta! Entrambi i documenti, infatti, si fondano saldamente sulla comprensione della Chiesa come Popolo di Dio pellegrinante nella storia e costituiscono una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale e la preparazione ad esso, conservando nel tempo grande freschezza e attualità. Invito, pertanto, a continuare la lettura di questi testi in seno alle comunità cristiane e il loro studio, in particolare nei Seminari e in tutti gli ambienti di preparazione e formazione al ministero ordinato.
3. I Decreti Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, ben collocati nel solco della Tradizione dottrinale della Chiesa sul sacramento dell’Ordine, posero all’attenzione del Concilio la riflessione sul sacerdozio ministeriale e fecero emergere la cura dell’assise conciliare verso i sacerdoti. L’intento era quello di elaborare i presupposti necessari per formare le future generazioni di presbiteri secondo il rinnovamento promosso dal Concilio, tenendo salda l’identità ministeriale e al tempo stesso evidenziando nuove prospettive che integrassero la riflessione precedente, nell’ottica di un sano sviluppo dottrinale.[2] Bisogna, quindi, farne una memoria viva, rispondendo all’appello a cogliere il mandato che questi Decreti hanno consegnato a tutta la Chiesa: rinvigorire sempre e ogni giorno il ministero presbiterale, attingendo forza dalla sua radice, che è il legame tra Cristo e la Chiesa, per essere, insieme a tutti i fedeli e a loro servizio, discepoli missionari secondo il suo Cuore.
4. Al contempo, nei sei decenni trascorsi dal Concilio, l’umanità ha vissuto e sta vivendo cambiamenti che richiedono costante verifica del cammino percorso e coerente attualizzazione degli insegnamenti conciliari. Di pari passo, in questi anni la Chiesa, è stata condotta dallo Spirito Santo a sviluppare la dottrina del Concilio sulla sua natura comunionale secondo la forma sinodale e missionaria.[3] È con questo intento che indirizzo la presente Lettera apostolica a tutto il Popolo di Dio, per riconsiderare insieme l’identità e la funzione del ministero ordinato alla luce di ciò che il Signore chiede oggi alla Chiesa, protraendo la grande opera di aggiornamento del Concilio Vaticano II. Propongo di farlo attraverso la lente della fedeltà che è insieme grazia di Dio e cammino costante di conversione per corrispondere con gioia alla chiamata del Signore Gesù. Desidero premettere a tutto la gratitudine per la testimonianza e la dedizione dei sacerdoti che in ogni parte del mondo offrono la vita, celebrano il sacrificio di Cristo nell’Eucaristia, annunciano la Parola, assolvono i peccati e si dedicano giorno per giorno con generosità ai fratelli e alle sorelle servendone la comunione e l’unità e prendendosi cura, in particolare, di chi più soffre e vive nel bisogno.
Fedeltà e servizio
5. Ogni vocazione nella Chiesa nasce dall’incontro personale con Cristo, «che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».[4] Prima di ogni impegno, prima di ogni buona aspirazione personale, prima di ogni servizio sta la voce del Maestro che chiama: «Vieni e seguimi» (Mc 1,17). Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore (cfr Mc 10,21). Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita. La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo, che risulta fondamentale e ineludibile nella vita apostolica.
6. La chiamata al ministero ordinato è un dono libero e gratuito di Dio. Vocazione, infatti, non significa costrizione da parte del Signore, ma proposta amorevole di un progetto di salvezza e libertà per la propria esistenza che riceviamo quando, con la grazia di Dio, riconosciamo che al centro della nostra vita c’è Gesù, il Signore. Allora la vocazione al ministero ordinato cresce come donazione di sé stessi a Dio e, perciò, al suo Popolo santo. Tutta la Chiesa prega e gioisce per questo dono con cuore colmo di speranza e gratitudine, come esprimeva Papa Benedetto XVI a conclusione dell’Anno sacerdotale: «Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro “sì”».[5]
7. Ogni vocazione è un dono del Padre, che chiede di essere custodito con fedeltà in una dinamica di conversione permanente. L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti – in particolare nel Sacrificio Eucaristico – l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale, attingendo alla preghiera come luogo eminente dove incontrare il Signore. Ogni giorno il sacerdote è come se tornasse al lago di Galilea – là dove Gesù chiese a Pietro «Mi ami tu?» (Gv 21,15) – per rinnovare il suo “sì”.[6] In questo senso si comprende ciò che Optatam totius indica riguardo alla formazione sacerdotale, auspicando che non si fermi al tempo del Seminario (cfr n. 22), aprendo la strada a una formazione continua, permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale.
8. Pertanto, tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine (cfr 2Tm 1,6). La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta. In questa prospettiva, è opportuno promuovere iniziative come il Convegno per la formazione permanente dei sacerdoti, svoltosi in Vaticano dal 6 al 10 febbraio 2024 con più di ottocento incaricati della formazione permanente provenienti da ottanta nazioni. Prima di essere sforzo intellettuale o aggiornamento pastorale, la formazione permanente rimane memoria viva e costante attualizzazione della propria vocazione in un cammino condiviso.
9. Sin dal momento della chiamata e dalla prima formazione, la bellezza e la costanza del cammino sono custodite dalla sequela Christi. Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché «lungo tutta la vita si è sempre “discepoli”, con l’anelito costante a configurarsi a Cristo». [7] Solo questa relazione di sequela obbediente e di discepolato fedele può mantenere mente e cuore nella direzione giusta, nonostante gli sconvolgimenti che la vita può riservare.
10. In questi ultimi decenni, la crisi della fiducia nella Chiesa suscitata dagli abusi commessi da membri del clero, che ci riempiono di vergogna e ci richiamano all’umiltà, ci ha reso ancora più consapevoli dell’urgenza di una formazione integrale che assicuri la crescita e la maturità umana dei candidati al presbiterato, insieme con una ricca e solida vita spirituale.
11. Il tema della formazione risulta essere centrale anche per far fronte al fenomeno di coloro che, dopo qualche anno o anche dopo decenni, abbandonano il ministero. Questa dolorosa realtà, infatti, non è da interpretare solo in chiave giuridica, ma chiede di guardare con attenzione e compassione alla storia di questi fratelli e alle molteplici ragioni che hanno potuto condurli a una tale decisione. E la risposta da dare è anzitutto un rinnovato impegno formativo, il cui obiettivo è «un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore».[8]
12. Di conseguenza, «il seminario, in qualunque modalità sia pensato, dovrebbe essere una scuola degli affetti […], abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù». Pertanto invito i seminaristi a un lavoro interiore sulle motivazioni che coinvolga tutti gli aspetti della vita: «Non c’è niente di voi, infatti, che debba essere scartato, ma tutto dovrà essere assunto e trasfigurato nella logica del chicco di grano, al fine di diventare persone e preti felici, “ponti” e non ostacoli all’incontro con Cristo per tutti coloro che vi accostano».[9] Solo presbiteri e consacrati umanamente maturi e spiritualmente solidi, cioè persone in cui la dimensione umana e quella spirituale sono ben integrate e che perciò sono capaci di relazioni autentiche con tutti, possono assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo del Risorto.
13. Si tratta quindi di custodire e far crescere la vocazione in un costante cammino di conversione e di rinnovata fedeltà, che non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri. Questa dinamica è sempre di nuovo un’opera della grazia che abbraccia la nostra fragile umanità, guarendola dal narcisismo e dall’egocentrismo. Con fede, speranza e carità, siamo chiamati a intraprendere ogni giorno la sequela ponendo tutta la nostra fiducia nel Signore. Comunione, sinodalità e missione non si possono infatti realizzare se, nel cuore dei sacerdoti, la tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e del servizio. Come ha sottolineato Benedetto XVI, «il sacerdote è servo di Cristo, nel senso che la sua esistenza, configurata a Cristo ontologicamente, assume un carattere essenzialmente relazionale: egli è in Cristo, per Cristo e con Cristo al servizio degli uomini. Proprio perché appartiene a Cristo, il presbitero è radicalmente al servizio degli uomini: è ministro della loro salvezza, della loro felicità, della loro autentica liberazione, maturando, in questa progressiva assunzione della volontà del Cristo, nella preghiera, nello “stare cuore a cuore” con Lui».[10]
Fedeltà e fraternità
14. Il Concilio Vaticano II ha collocato lo specifico servizio dei presbiteri all’interno della uguale dignità e della fraternità di tutti i battezzati, come ben testimonia il Decreto Presbyterorum Ordinis: «I sacerdoti del Nuovo Testamento, anche se in virtù del sacramento dell’Ordine svolgono la funzione eccelsa e insopprimibile di padre e di maestro nel popolo di Dio e per il popolo di Dio, sono tuttavia discepoli del Signore, come gli altri fedeli, chiamati alla partecipazione del suo regno per la grazia di Dio. In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del Battesimo, i presbiteri sono fratelli membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti».[11] All’interno di questa fondamentale fraternità che ha la sua radice nel Battesimo e unisce l’intero Popolo di Dio, il Concilio mette in luce il particolare legame fraterno tra i ministri ordinati, fondato nello stesso sacramento dell’Ordine: «Tutti i presbiteri, costituiti nell’Ordine del presbiterato mediante l’Ordinazione, sono uniti tra di loro da un’intima fraternità sacramentale, ma in modo speciale essi formano un unico presbiterio nella diocesi al cui servizio sono ascritti sotto il proprio Vescovo. […] Di conseguenza ciascuno è unito agli altri membri di questo presbiterio da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità».[12] La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli.
15. Proprio per questo, però, i presbiteri sono chiamati a corrispondere alla grazia della fraternità, manifestando e ratificando con la vita quanto è stipulato tra loro non solo dalla grazia battesimale ma anche dal sacramento dell’Ordine. Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui» (Mc 3,14): ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa. Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’«unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»,[13] è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie.
16. La fraternità presbiterale va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità dei ministri,[14] non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore. In tal senso, molto si è fatto applicando le indicazioni di Presbyterorum Ordinis (cfr n. 8), ma molto rimane da fare cominciando, ad esempio, dalla perequazione economica tra quanti servono parrocchie povere e coloro che svolgono il ministero in comunità benestanti. Va inoltre preso atto che, in parecchie nazioni e diocesi, non è ancora assicurata la necessaria previdenza per le malattie e l’anzianità. La cura reciproca, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci è affidato. È questa una delle istanze fondamentali che ho raccomandato ai sacerdoti in occasione del loro recente Giubileo. «Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?».[15]
17. In molti contesti – soprattutto quelli occidentali – si aprono per la vita dei presbiteri nuove sfide, legate all’odierna mobilità e alla frammentazione del tessuto sociale. Ciò fa sì che i sacerdoti non siano più inseriti in un contesto coeso e credente che ne sosteneva il ministero in tempi passati. Di conseguenza, essi sono più esposti alle derive della solitudine che spegne lo slancio apostolico e può causare un triste ripiegamento su sé stessi. Anche per questo, seguendo le indicazioni dei miei Predecessori, [16] auspico che in tutte le Chiese locali possa nascere un rinnovato impegno a investire e promuovere forme possibili di vita comune, così «che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine». [17]
18. D’altro canto, occorre ricordare che la comunione presbiterale non può mai determinarsi come un appiattimento dei singoli, dei carismi o dei talenti che il Signore ha effuso nella vita di ciascuno. È importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità – in questa prospettiva – può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa. In un tempo di grandi fragilità, tutti i ministri ordinati sono chiamati a vivere la comunione tornando all’essenziale e facendosi prossimi alle persone, per custodire la speranza che prende volto nel servizio umile e concreto. In questo orizzonte, soprattutto il ministero del diacono permanente, configurato a Cristo Servo, è segno vivo di un amore che non resta alla superficie, ma si china, ascolta e si dona. La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù (cfr Gv 13,34-35), è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza. Per questo il ministero diaconale, specie quando viene vissuto in comunione con la propria famiglia, è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere. Il servizio, discreto ma essenziale, di uomini dediti alla carità ci ricorda che la missione non si compie con grandi gesti, ma uniti dalla passione per il Regno e con la fedeltà quotidiana al Vangelo.
19. Una felice ed eloquente icona per la fedeltà alla comunione è senza dubbio quella che presenta Sant’Ignazio di Antiochia nella Lettera agli Efesini: «Conviene che voi corriate in accordo con il pensiero del vescovo, cosa che già fate. Il vostro presbiterio, infatti, degno di essere ricordato, degno di Dio, è in perfetto accordo con il vescovo, come le corde alla cetra. Per questo nella vostra unanimità e nella vostra concorde carità Gesù Cristo è cantato. […] È vantaggioso dunque che voi siate in unità irreprensibile, per partecipare sempre di Dio».[18]
Fedeltà e sinodalità
20. Vengo a un punto che mi sta particolarmente a cuore. Parlando dell’identità dei sacerdoti, il Decreto Presbyterorum Ordinis mette in luce anzitutto il legame con il sacerdozio e la missione di Gesù Cristo (cfr n. 2) e indica poi tre coordinate fondamentali: il rapporto con il vescovo, che trova nei presbiteri «necessari collaboratori e consiglieri», con i quali mantiene una relazione fraterna e amichevole (cfr n. 7); la comunione sacramentale e la fraternità con gli altri presbiteri, così che insieme contribuiscano «a una medesima opera» e svolgano «un unico ministero», lavorando tutti «per la stessa causa» anche se si occupano di mansioni differenti (n. 8); il rapporto con i fedeli laici, in mezzo ai quali i presbiteri, con il loro specifico compito, sono fratelli tra i fratelli, condividendo l’uguale dignità battesimale, unendo «i loro sforzi a quelli dei fedeli laici» e giovandosi «della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter assieme riconoscere i segni dei tempi». Anziché primeggiare o concentrare tutti i compiti in sé stessi, «essi devono scoprire con senso di fede i carismi, sia umili che eccelsi, che sotto molteplici forme sono concessi ai laici» (n. 9).
21. In questo campo c’è ancora tanto da fare. L’impulso del processo sinodale è un forte invito dello Spirito Santo a compiere passi decisi in questa direzione. Ribadisco perciò il mio desidero di «invitare i sacerdoti […] ad aprire in qualche modo il loro cuore e a prendere parte a questi processi»[19] che stiamo vivendo. In tal senso la seconda sessione della XVI Assemblea sinodale, nel Documento finale,[20] ha proposto una conversione delle relazioni e dei processi. Appare fondamentale che, in tutte le Chiese particolari, si intraprendano iniziative adeguate perché i presbiteri possano familiarizzare con le linee direttrici di questo Documento e fare esperienza della fecondità di uno stile sinodale di Chiesa.
22. Tutto ciò richiede impegno formativo ad ogni livello, in particolare, nell’ambito della formazione iniziale e permanente dei sacerdoti. In una Chiesa sempre più sinodale e missionaria, il ministero sacerdotale non perde nulla della sua importanza e attualità, anzi, si potrà focalizzare maggiormente sui propri compiti peculiari e specifici. La sfida della sinodalità – che non elimina le differenze, ma le valorizza – rimane una delle opportunità principali per i sacerdoti del futuro. Come ricorda il citato Documento finale, «i presbiteri sono chiamati a vivere il proprio servizio in un atteggiamento di vicinanza alle persone, di accoglienza e di ascolto di tutti, aprendosi a uno stile sinodale» (n. 72). Per attuare sempre meglio un’ecclesiologia di comunione, occorre che il ministero del presbitero superi il modello di una leadership esclusiva, che determina l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole arricchimento che è frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito Santo. Come ci ricorda Evangelii gaudium, il sacerdozio ministeriale e la configurazione col Cristo Sposo non devono portarci a identificare la potestà sacramentale con il potere, poiché «la configurazione del sacerdote con Cristo Capo – vale a dire, come fonte principale della grazia – non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto».[21]
Fedeltà e missione
23. L’identità dei presbiteri si costituisce intorno al loro essere per ed è inscindibile dalla loro missione. Infatti, chi «pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda». [22] Come insegnava San Giovanni Paolo II, «i presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucaristia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito».[23] Così la vocazione sacerdotale si dispiega tra gioie e fatiche di un servizio umile ai fratelli, che il mondo spesso disconosce ma di cui ha una sete profonda: incontrare testimoni credenti e credibili dell’Amore di Dio, fedele e misericordioso, costituisce una via primaria di evangelizzazione.
24. Nel nostro mondo contemporaneo, caratterizzato da ritmi incalzanti e dall’ansia di essere iper-connessi, che ci rende spesso frenetici e ci induce all’attivismo, sono almeno due le tentazioni che si insinuano contro la fedeltà a questa missione. La prima consiste in una mentalità efficientistica per cui il valore di ciascuno si misura dalle prestazioni, cioè dalla quantità di attività e progetti realizzati. Secondo questo modo di pensare, ciò che fai viene prima di ciò che sei, invertendo la vera gerarchia dell’identità spirituale. La seconda tentazione, all’opposto, si qualifica come una sorta di quietismo: spaventati dal contesto, ci si ritira in sé stessi rifiutando la sfida dell’evangelizzazione e assumendo un approccio pigro e disfattista. Al contrario, un ministero gioioso e appassionato – nonostante tutte le debolezze umane – può e deve assumere con ardore il compito di evangelizzare ogni dimensione della nostra società, in particolare la cultura, l’economia e la politica, perché tutto sia ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10). Per vincere queste due tentazioni e per vivere un ministero gioioso e fecondo, ogni presbitero rimanga fedele alla missione che ha ricevuto, cioè al dono di grazia trasmesso dal Vescovo durante l’Ordinazione sacerdotale. Fedeltà alla missione significa assumere il paradigma che ci ha consegnato San Giovanni Paolo II quando ha ricordato a tutti che la carità pastorale è il principio che unifica la vita del presbitero.[24] È proprio mantenendo vivo il fuoco della carità pastorale, cioè l’amore del Buon Pastore, che ogni sacerdote può trovare equilibrio nella vita di tutti i giorni e saper discernere ciò che giova e ciò che è il proprium del ministero, secondo le indicazioni della Chiesa.
25. L’armonia tra contemplazione e azione è da ricercare non tramite l’adozione affannosa di schemi operativi o mediante un semplice bilanciamento delle attività, ma assumendo come centrale nel ministero la dimensione pasquale. Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo. In tal modo si attuano anche le promesse fatte nell’Ordinazione che, insieme al distacco dai beni materiali, realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione. Ad esempio, questo avviene quando si fugge ogni personalismo e ogni celebrazione di sé stessi, nonostante l’esposizione pubblica cui talvolta il ruolo può obbligare. Educato dal mistero che celebra nella santa liturgia, ogni sacerdote deve «sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo».[25] Per questo l’esposizione mediatica, l’uso dei social network e di tutti gli strumenti oggi disponibili va sempre valutato sapientemente, assumendo come paradigma del discernimento quello del servizio all’evangelizzazione. «“Tutto mi è lecito!”. Sì, ma non tutto giova» (1Cor 6,12).
26. In ogni situazione, i presbiteri sono chiamati a dare una risposta efficace, tramite la testimonianza di una vita sobria e casta, alla grande fame di relazioni autentiche e sincere che si riscontra nella società contemporanea, testimoniando una Chiesa che sia «lievito efficace dei legami, delle relazioni e della fraternità della famiglia umana», «capace di nutrire le relazioni: con il Signore, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle comunità, tra tutti i cristiani, tra gruppi sociali, tra le religioni».[26] Occorre a questo scopo che sacerdoti e laici – tutti insieme – operino una vera e propria conversione missionaria che orienti le comunità cristiane, sotto la guida dei loro pastori, «a servizio della missione che i fedeli portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa». Come ha osservato il Sinodo, «apparirà così più chiaramente che la Parrocchia non è centrata su sé stessa, ma orientata alla missione e chiamata a sostenere l’impegno di tante persone che in modi diversi vivono e testimoniano la loro fede nella professione e nell’attività sociale, culturale, politica».[27]
Fedeltà e futuro
27. Auspico che la celebrazione dell’anniversario dei due Decreti conciliari e il cammino che siamo chiamati a condividere per concretizzarli e attualizzarli possano tradursi in una rinnovata Pentecoste vocazionale nella Chiesa, suscitando sante, numerose e perseveranti vocazioni al sacerdozio ministeriale, affinché non manchino mai operai per la messe del Signore. E possa risvegliarsi in tutti noi la volontà di impegnarci a fondo nella promozione vocazionale e nella preghiera costante al Padrone della messe (cfr Mt 9,37-38).
28. Insieme alla preghiera, però, la carenza di vocazioni al presbiterato – soprattutto in alcune regioni del mondo – chiede a tutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. È vero che spesso i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici e, in particolar modo, dipendere dal contesto socio-culturale, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti e che nelle Chiese particolari crescano «ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé».[28] Nella certezza che il Signore non smette mai di chiamare (cfr Gv 11,28), è necessario tenere sempre presente la prospettiva vocazionale in ogni ambito pastorale, in particolare in quelli giovanile e familiare. Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!
29. In conclusione, rendo grazie al Signore che è sempre vicino al suo Popolo e cammina insieme a noi, colmando i nostri cuori di speranza e di pace, da portare a tutti. «Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato».[29] E ringrazio tutti voi, pastori e fedeli laici, che aprite la mente e il cuore al messaggio profetico dei Decreti conciliari Presbyterorum Ordinis e Optatam totius e vi disponete, insieme, a trarne nutrimento e stimolo per il cammino della Chiesa. Affido tutti i seminaristi, i diaconi e i presbiteri all’intercessione della Vergine Immacolata, Madre del Buon Consiglio, e a San Giovanni Maria Vianney, patrono dei parroci e modello di tutti i sacerdoti. Come era solito dire il Curato d’Ars: «Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù».[30] Un amore così forte da dissipare le nubi dell’abitudine, dello sconforto e della solitudine, un amore totale che ci è donato in pienezza nell’Eucarestia. Amore eucaristico, amore sacerdotale.
Dato a Roma, presso San Pietro, 8 dicembre, Solennità dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria, dell’Anno giubilare 2025, primo del mio Pontificato.
LEONE PP. XIV
__________________
[1] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Optatam totius sulla formazione sacerdotale, Proemio.
[2] Cfr S. J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. In questo senso ricordo l’appello di Optatam totius, 16 al rinnovamento e alla promozione degli studi ecclesiastici, ancora in corso.
[3] Cfr Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione – partecipazione – missione, Documento preparatorio (2021), 1; Francesco, Discorso per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015).
[4] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 1.
[5] Benedetto XVI, Omelia nella Messa a conclusione dell’Anno sacerdotale (11 giugno 2010).
[6] «Chiedendo a Pietro se lo amava, non lo interrogava col bisogno di sapere l’amore del discepolo, ma con la volontà di mostrare la grandezza del suo amore» (S. Giovanni Crisostomo, De sacerdotio II, 1: SCh 272, Parigi 1980, 104, 48-51).
[7] Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 dicembre 2016), n. 57.
[8] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale “Sacerdoti felici - «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15)” promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[9] Meditazione in occasione del Giubileo dei Seminaristi (24 giugno 2025).
[10] Benedetto XVI, Catechesi (24 giugno 2009).
[11] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum Ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri, 9.
[12] Ibid., 8.
[13] S. Cipriano, De dominica oratione, 23: CCSL 3A, Turnhout 1976, 105.
[14] Cfr Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 dicembre 2016), nn. 87-88.
[15] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale “Sacerdoti felici - «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15)” promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[16] Cfr S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 61; Benedetto XVI, Lett. ap. in forma di motu proprio Ministrorum institutio (16 gennaio 2013).
[17] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum Ordinis (7 dicembre 1965), 8.
[18] S. Ignazio di Antiochia, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, Parigi 1969, 72.
[19] Ai partecipanti al Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione (24 ottobre 2025).
[20] Sinodo dei Vescovi, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” (26 ottobre 2024).
[21] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 104.
[22] Id., Omelia nella Santa Messa del Crisma (17 aprile 2014).
[23] S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 15.
[24] Cfr ibid., 23.
[25] Omelia nella Santa Messa pro Ecclesia (9 maggio 2025).
[26] Sinodo dei Vescovi, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” (26 ottobre 2024), 20; 50.
[27] Ibid., 59; 117.
[28] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale Sacerdoti felici «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15) promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[29] Omelia per l’inizio del Ministero petrino del Vescovo di Roma (18 maggio 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus», in Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Parigi 1995, 98.
[01832-IT.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua francese
LETTRE APOSTOLIQUE
UNE FIDÉLITÉ QUI GÉNÈRE L’AVENIR
DE SA SAINTETÉ LE PAPE LÉON XIV
À L’OCCASION DU 60e ANNIVERSAIRE
DES DÉCRETS CONCILIAIRES
OPTATAM TOTIUS ET PRESBYTERORUM ORDINIS
1. Une fidélité qui génère l’avenir, voilà ce à quoi les prêtres sont appelés aujourd’hui encore, conscients que persévérer dans la mission apostolique nous offre la possibilité de nous interroger sur l’avenir du ministère et d’aider les autres à ressentir la joie de la vocation sacerdotale. Le 60e anniversaire du Concile Vatican II, en cette année jubilaire, nous donne l’occasion de contempler à nouveau le don de cette fidélité féconde, en rappelant les enseignements des Décrets Optatam totius et Presbyterorum Ordinis promulgués respectivement le 28 octobre et le 7 décembre 1965. Il s’agit de deux textes nés d’un unique élan de l’Église qui se sent appelée à être signe et instrument d’unité pour tous les peuples, et interpellée à se renouveler, consciente que « le renouveau de l’Église entière, souhaité par tous, dépend pour une grande part du ministère des prêtres animé par l’Esprit du Christ ».[1]
2. Nous ne célébrons pas un anniversaire de papier ! En effet, ces deux documents sont solidement fondés sur la compréhension de l’Église comme Peuple de Dieu en pèlerinage dans l’histoire et ils constituent une pierre milliaire de la réflexion sur la nature et la mission du ministère pastoral, et sur la préparation à celui-ci, et ils conservent au fil du temps une grande fraîcheur et une grande actualité. J’invite donc à en poursuivre la lecture au sein des communautés chrétiennes, et leur étude, dans les séminaires en particulier et dans tous les lieux de préparation et de formation au ministère ordonné.
3. Dans les Décrets Optatam totius et Presbyterorum Ordinis, bien insérés dans la Tradition doctrinale de l’Église sur le sacrement de l’Ordre, le Concile a attiré l’attention sur le sacerdoce ministériel et a fait émerger le souci des prêtres. L’intention était d’élaborer les conditions nécessaires à la formation des futures générations de prêtres selon le renouveau promu par le Concile, en conservant fermement l’identité ministérielle et en mettant en évidence de nouvelles perspectives qui intègrent la réflexion précédente, dans une optique de sain développement doctrinal.[2] Il faut donc en faire la mémoire vivante, en répondant à l’appel à saisir le mandat que ces décrets ont confié à toute l’Église : redynamiser sans cesse et chaque jour le ministère des prêtres, en puisant des forces de sa racine qui est le lien entre le Christ et l’Église, pour qu’ils soient, avec tous les fidèles et à leur service, des disciples missionnaires selon son Cœur.
4. Dans le même temps, au cours des six décennies qui se sont écoulées depuis le Concile, l’humanité a vécu et continue de vivre des changements qui exigent une vérification constante du chemin parcouru et une actualisation cohérente des enseignements conciliaires. Parallèlement, au cours de ces années, l’Église a été conduite par l’Esprit Saint à développer la doctrine du Concile sur sa nature communautaire selon la forme synodale et missionnaire.[3] C’est dans cette intention que j’adresse la présente Lettre apostolique à tout le Peuple de Dieu, afin de reconsidérer ensemble l’identité et la fonction du ministère ordonné à la lumière de ce que le Seigneur demande aujourd’hui à l’Église, en poursuivant la grande œuvre d’actualisation du Concile Vatican II. Je propose de le faire à travers le prisme de la fidélité, qui est à la fois grâce de Dieu et chemin constant de conversion pour satisfaire avec joie à l’appel du Seigneur Jésus. Je tiens tout d’abord à exprimer ma gratitude pour le témoignage et le dévouement des prêtres qui, partout dans le monde, offrent leur vie, célèbrent le sacrifice du Christ dans l’Eucharistie, annoncent la Parole, absolvent les péchés et se consacrent généreusement, jour après jour, à leurs frères et sœurs en servant la communion et l’unité et en prenant soin, en particulier, de ceux qui souffrent le plus et vivent dans le besoin.
Fidélité et service
5. Toute vocation dans l’Église naît d’une rencontre personnelle avec le Christ, « qui donne à la vie un nouvel horizon et par là son orientation décisive ».[4] Avant tout engagement, avant toute bonne aspiration personnelle, avant tout service, il y a la voix du Maître qui appelle : « Viens et suis-moi » (Mc 1, 17). Le Seigneur de la vie nous connaît et éclaire notre cœur de son regard d’amour (cf. Mc 10, 21). Il ne s’agit pas seulement d’une voix intérieure, mais d’une impulsion spirituelle qui nous parvient souvent à travers l’exemple d’autres disciples du Seigneur et qui prend forme dans un choix de vie courageux. La fidélité à la vocation, surtout dans les moments d’épreuve et de tentation, se renforce lorsque nous n’oublions pas cette voix, lorsque nous sommes capables de nous souvenir avec passion du son de la voix du Seigneur qui nous aime, nous choisit et nous appelle, en nous confiant également à l’accompagnement indispensable de ceux qui sont experts dans la vie de l’Esprit. L’écho de cette Parole est, au fil du temps, le principe de l’unité intérieure avec le Christ qui est fondamentale et incontournable dans la vie apostolique.
6. L’appel au ministère ordonné est un don libre et gratuit de Dieu. La vocation, en effet, n’est pas une contrainte de la part du Seigneur, mais une proposition aimante d’un projet de salut et de liberté pour notre existence que nous recevons lorsque, avec la grâce de Dieu, nous reconnaissons que Jésus, le Seigneur, est au centre de notre vie. Alors, la vocation au ministère ordonné grandit comme un don de soi à Dieu et, par conséquent, à son Peuple saint. Toute l’Église prie et se réjouit de ce don avec un cœur rempli d’espérance et de gratitude, comme l’exprimait le Pape Benoît XVI à la fin de l’Année sacerdotale : « Nous voulions réveiller la joie que Dieu soit si proche de nous, et la gratitude pour le fait qu’Il se confie à notre faiblesse ; qu’Il nous guide et nous soutienne jour après jour. Nous voulions ainsi montrer à nouveau aux jeunes que cette vocation, cette communion de service pour Dieu et avec Dieu, existe – mieux encore, que Dieu attend notre “oui” ».[5]
7. Toute vocation est un don du Père qui demande à être gardé fidèlement dans une dynamique de conversion permanente. L’obéissance à l’appel se construit chaque jour à travers l’écoute de la Parole de Dieu, la célébration des sacrements – en particulier dans le Sacrifice eucharistique –, l’évangélisation, la proximité aux derniers et la fraternité presbytérale, en puisant dans la prière le lieu privilégié où rencontrer le Seigneur. Chaque jour, le prêtre est comme ramené au lac de Galilée – là où Jésus a demandé à Pierre « M’aimes-tu ? » (Jn 21, 15) – pour renouveler son “oui”.[6] En ce sens, on comprend ce qu’Optatam totius indique concernant la formation sacerdotale, en souhaitant qu’elle ne s’arrête pas au temps du séminaire (cf. n. 22), ouvrant la voie à une formation continue et permanente, de manière à constituer un dynamisme de renouveau humain, spirituel, intellectuel et pastoral constant.
8. C’est pourquoi tous les prêtres sont appelés à prendre soin en permanence de leur formation, afin de maintenir vivant le don de Dieu reçu par le sacrement de l’Ordre (cf. 2 Tm 1, 6). La fidélité à l’appel n’est donc pas une immobilité ou une fermeture, mais un chemin de conversion quotidienne qui confirme et fait mûrir la vocation reçue. Dans cette perspective, il convient de promouvoir des initiatives telles que le Congrès pour la formation permanente des prêtres, qui s’est tenu au Vatican du 6 au 10 février 2024 et a réuni plus de huit cents responsables de la formation permanente provenant de quatre-vingts pays. Avant d’être un effort intellectuel ou une mise à jour pastorale, la formation permanente reste une mémoire vivante et une actualisation constante de la vocation de chacun dans un cheminement partagé.
9. Dès l’appel et la première formation, la beauté et la constance du cheminement sont préservées par la sequela Christi. En effet, avant même de se consacrer à la conduite du troupeau, tout pasteur doit constamment se rappeler qu’il est lui-même disciple du Maître, avec ses frères et sœurs, car « tout au long de la vie, on est toujours “disciple”, avec le désir constant de se conformer au Christ ».[7] Seule cette relation de sequela obéissante et de disciple fidèle peut maintenir l’esprit et le cœur dans la bonne direction, malgré les bouleversements que la vie peut réserver.
10. Au cours des dernières décennies, la crise de confiance dans l’Église provoquée par les abus commis par des membres du clergé, qui nous remplissent de honte et nous appellent à l’humilité, nous a rendus davantage conscients de l’urgence d’une formation intégrale qui assure la croissance et la maturité humaine des candidats au presbytérat, ainsi qu’une vie spirituelle riche et solide.
11. Le thème de la formation s’avère également central pour faire face au phénomène de ceux qui, après quelques années, voire après des décennies, abandonnent le ministère. Cette douloureuse réalité ne doit en effet pas être interprétée uniquement sous l’angle juridique, mais exige de regarder avec attention et compassion l’histoire de ces frères et les multiples raisons qui ont pu les conduire à une telle décision. Et la réponse à apporter est avant tout un engagement renouvelé en faveur de la formation, dont l’objectif est « un cheminement de familiarité avec le Seigneur qui engage toute la personne, le cœur, l’intelligence, la liberté, et la façonne à l’image du Bon Pasteur ».[8]
12.Par conséquent, « le séminaire, quelle que soit la manière dont on l’envisage, devrait être une école des affections […], nous avons besoin d’apprendre à aimer et à le faire comme Jésus ». J’invite donc les séminaristes à un travail intérieur sur les motivations qui impliquent tous les aspects de la vie : « Rien en vous ne doit être écarté, en effet, tout doit être assumé et transfiguré dans la logique du grain de blé, afin de devenir des personnes et des prêtres heureux, des “ponts” et non des obstacles à la rencontre avec le Christ pour tous ceux qui vous côtoient ».[9] Seuls les prêtres et les personnes consacrées humainement mûres et spirituellement solides, c’est-à-dire des personnes chez lesquelles les dimensions humaine et spirituelle sont bien intégrées et qui sont donc capables d’entretenir des relations authentiques avec tout le monde, peuvent assumer l’engagement du célibat et annoncer de manière crédible l’Évangile du Ressuscité.
13. Il s’agit donc de préserver et de faire grandir la vocation dans un cheminement constant de conversion et de fidélité renouvelée, qui n’est jamais seulement un parcours individuel mais qui nous engage à prendre soin les uns des autres. Cette dynamique est toujours une œuvre de la grâce qui embrasse notre fragile humanité, la guérissant du narcissisme et de l’égocentrisme. Avec foi, espérance et charité, nous sommes appelés à entreprendre chaque jour la sequela du Seigneur en mettant toute notre confiance en Lui. La communion, la synodalité et la mission ne peuvent en effet se réaliser si, dans le cœur des prêtres, la tentation de l’autoréférentialité ne cède pas la place à la logique de l’écoute et du service. Comme l’a souligné Benoît XVI : « Le prêtre est le serviteur du Christ, au sens que son existence, configurée à Lui de manière ontologique, assume un caractère essentiellement relationnel: il est dans le Christ, pour le Christ et avec le Christ au service des hommes. Précisément parce qu’il appartient au Christ, le prêtre est radicalement au service des hommes: il est ministre de leur salut, de leur bonheur, de leur libération authentique, mûrissant, dans cette assomption progressive de la volonté du Christ, dans la prière, dans le "cœur à cœur" avec Lui ».[10]
Fidélité et fraternité
14. Le Concile Vatican II a placé le service spécifique des prêtres dans le cadre de l’égale dignité et de la fraternité entre tous les baptisés, comme en témoigne clairement le décret Presbyterorum Ordinis : « Le sacrement de l’Ordre confère aux prêtres de la Nouvelle Alliance une fonction éminente et indispensable dans et pour le Peuple de Dieu, celle de pères et de docteurs. Cependant, avec tous les chrétiens, ils sont des disciples du Seigneur que la grâce de l’appel de Dieu a fait participer à son Royaume. Au milieu de tous les baptisés, les prêtres sont des frères parmi leurs frères, membres de l’unique Corps du Christ dont l’édification a été confiée à tous ».[11] Au sein de cette fraternité fondamentale qui trouve sa racine dans le baptême et unit tout le Peuple de Dieu, le Concile met en lumière le lien fraternel particulier qui unit les ministres ordonnés, fondé sur le sacrement même de l’Ordre : « Du fait de leur ordination qui les a fait entrer dans l’ordre du presbytérat, les prêtres sont tous intimement liés entre eux par la fraternité sacramentelle ; mais, du fait de leur affectation au service d’un diocèse en dépendance de l’évêque local, ils forment tout spécialement à ce niveau un presbyterium unique. […] Chaque membre de ce presbyterium noue avec les autres des liens spéciaux de charité apostolique, de ministère et de fraternité ».[12] La fraternité presbytérale, donc, avant même d’être une tâche à accomplir, est un don inhérent à la grâce de l’ordination. Il faut reconnaître que ce don nous précède : il ne se construit pas seulement avec la bonne volonté et grâce à un effort collectif, mais il est un don de la Grâce qui nous rend participants du ministère de l’évêque et se réalise dans la communion avec lui et avec les confrères.
15. C’est précisément pour cette raison que les prêtres sont appelés à correspondre à la grâce de la fraternité, en manifestant et en ratifiant par leur vie ce qui est stipulé entre eux non seulement par la grâce baptismale, mais aussi par le sacrement de l’Ordre. Être fidèle à la communion c’est avant tout surmonter la tentation de l’individualisme qui s’accorde mal avec l’action missionnaire et évangélisatrice qui concerne toujours l’Église dans son ensemble. Ce n’est pas un hasard si le Concile Vatican II a presque toujours parlé des prêtres au pluriel : aucun pasteur n’existe seul ! Le Seigneur lui-même « en institua douze pour qu’ils soient avec lui et pour les envoyer proclamer la Bonne Nouvelle » (Mc 3, 14) : cela signifie qu’il ne peut y avoir de ministère détaché de la communion avec Jésus-Christ et avec son corps qui est l’Église. Rendre toujours plus visible cette dimension relationnelle et de communion du ministère ordonné, dans la conscience que l’unité de l’Église « tire son unité de l’unité du Père et du Fils et du Saint-Esprit »,[13] est l’un des principaux défis pour l’avenir, surtout dans un monde marqué par les guerres, les divisions et les discordes.
16.La fraternité presbytérale doit donc être considérée comme un élément constitutif de l’identité des ministres,[14] non seulement comme un idéal ou un slogan, mais comme un aspect sur lequel il faut s’engager avec une vigueur renouvelée. À cet égard, beaucoup a été fait en appliquant les indications de Presbyterorum Ordinis (cf. n. 8), mais il reste encore beaucoup à faire, à commencer, par exemple, par la péréquation économique entre ceux qui servent des paroisses pauvres et ceux qui exercent le ministère dans des communautés aisées. Il faut également noter que, dans plusieurs pays et diocèses, la prévoyance nécessaire en matière de maladie et de vieillesse n’est pas encore assurée. La sollicitude réciproque, en particulier l’attention portée aux confrères les plus seuls et les plus isolés, ainsi qu’aux malades et aux anciens, ne peut être considérée comme moins importante que celle envers le peuple qui nous est confié. C’est l’une des exigences fondamentales que j’ai recommandée aux prêtres à l’occasion de leur récent jubilé. « En effet, comment pourrions-nous, ministres, être des bâtisseurs de communautés vivantes, si une fraternité effective et sincère ne régnait pas d’abord entre nous ? »[15]
17. Dans de nombreux contextes, notamment occidentaux, de nouveaux défis se posent dans la vie des prêtres, liés à la mobilité actuelle et à la fragmentation du tissu social. Cela signifie que les prêtres ne sont plus intégrés dans un contexte cohérent et croyant qui soutenait leur ministère dans le passé. En conséquence, ils sont plus exposés aux dérives de la solitude qui éteint l’élan apostolique et peut provoquer un triste repli sur soi. C’est aussi pour cette raison que, suivant les indications de mes Prédécesseurs[ 16], je souhaite que dans toutes les Églises locales puisse naître un engagement renouvelé à investir et à promouvoir des formes possibles de vie commune, afin que les prêtres puissent « s’entraider pour le développement de leur vie spirituelle et intellectuelle, améliorer leur coopération dans le ministère, éviter les dangers que peut entraîner la solitude ».[17]
18. D’autre part, il faut rappeler que la communion presbytérale ne peut jamais se déterminer comme un nivellement des individus, des charismes ou des talents que le Seigneur a répandus dans la vie de chacun. Il est important que, grâce au discernement de l’évêque, les prêtres diocésains parviennent à trouver un équilibre entre la valorisation de ces dons et la sauvegarde de la communion. Dans cette perspective, l’école de la synodalité peut aider chacun à mûrir intérieurement l’accueil des différents charismes dans une synthèse qui consolide la communion du presbyterium, en fidélité à l’Évangile et aux enseignements de l’Église. En cette période de grande fragilité, tous les ministres ordonnés sont appelés à vivre la communion en revenant à l’essentiel et en se rapprochant des personnes, afin de préserver l’espérance qui prend forme dans un service humble et concret. Dans cette perspective, le ministère du diacre permanent, configuré au Christ Serviteur, est surtout signe vivant d’un amour qui ne reste pas à la surface, mais qui se penche, écoute et se donne. La beauté d’une Église faite de prêtres et de diacres qui collaborent, unis par la même passion pour l’Évangile et attentifs aux plus pauvres, devient un témoignage lumineux de communion. Selon la parole de Jésus (cf. Jn 13, 34-35), c’est de cette unit enracinée dans l’amour réciproque que l’annonce chrétienne tire sa crédibilité et sa force. C’est pourquoi le ministère diaconal, surtout lorsqu’il est vécu en communion avec sa propre famille, est un don à connaître, à valoriser et à soutenir. Le service discret mais essentiel d’hommes voués à la charité nous rappelle que la mission ne s’accomplit pas par de grands gestes, mais en étant unis par la passion pour le Royaume et par la fidélité quotidienne à l’Évangile.
19. Une icône heureuse et éloquente de la fidélité à la communion est sans aucun doute celle que présente saint Ignace d’Antioche dans sa Lettre aux Éphésiens : « Il convient de marcher d’accord avec la pensée de votre évêque, ce que d’ailleurs vous faites. Votre presbyterium justement réputé, digne de Dieu, est accordé à l’évêque, comme les cordes à la cithare. Ainsi, dans l’accord de vos sentiments et l’harmonie de votre charité, vous chantez Jésus-Christ. [...] Il est donc utile pour vous d’être dans une inséparable unité, afin de participer toujours à Dieu ».[18]
Fidélité et synodalité
20. J’en arrive à un point qui me tient particulièrement à cœur. En parlant de l’identité des prêtres, le Décret Presbyterorum Ordinis met tout d’abord en évidence le lien avec le sacerdoce et la mission de Jésus-Christ (cf. n. 2) et il indique ensuite trois coordonnées fondamentales : la relation avec l’évêque qui trouve dans les prêtres « des auxiliaires et des conseillers indispensables », avec lesquels il entretient une relation fraternelle et amicale (cf. n. 7) ; la communion sacramentelle et la fraternité avec les autres prêtres, afin qu’ensemble ils contribuent « à la même œuvre » et exercent un «ministère unique », travaillant tous « pour la même cause » même s’ils s’occupent de tâches différentes (n. 8) ; la relation avec les fidèles laïcs au milieu desquels les prêtres, avec leur tâche spécifique, sont des frères parmi les frères, partageant la même dignité baptismale, unissant « leurs efforts à ceux des fidèles laïcs » et tirant parti « de leur expérience et de leur compétence dans les différents domaines de l’activité humaine, pour pouvoir avec eux discerner les signes des temps ». Au lieu de dominer ou de concentrer toutes les tâches sur eux-mêmes, « ils découvriront et discerneront dans la foi les charismes des laïcs sous toutes leurs formes, des plus modestes aux plus éminents » (n. 9).
21. Il reste encore beaucoup à faire dans ce domaine. L’élan donné par le processus synodal est une invitation forte du Saint-Esprit à faire des pas décisifs dans cette direction. Je réitère donc mon souhait « d’inviter les prêtres [...] à ouvrir en quelque sorte leur cœur et à prendre part à ces processus »[19] que nous vivons. En ce sens, la deuxième session de la 16e Assemblée synodale a proposé dans son Document final une conversion des relations et des processus.[20] Il semble fondamental que des initiatives appropriées soient prises dans toutes les Églises particulières afin que les prêtres puissent se familiariser avec les lignes directrices de ce document et faire l’expérience de la fécondité d’un style synodal d’Église.
22. Tout cela exige un engagement de formation à tous les niveaux, en particulier dans le domaine de la formation initiale et permanente des prêtres. Dans une Église toujours plus synodale et missionnaire, le ministère sacerdotal ne perd rien de son importance et de son actualité ; au contraire, il pourra se concentrer davantage sur ses tâches particulières et spécifiques. Le défi de la synodalité – qui n’élimine pas les différences, mais les valorise – reste l’une des principales opportunités pour les prêtres de demain. Comme le rappelle le Document final cité, « les prêtres sont appelés à vivre leur service dans une attitude de proximité, d’accueil et d’écoute de tous, en s’ouvrant à un style synodal » (n° 72). Pour mettre en œuvre toujours mieux une ecclésiologie de communion, il convient que le ministère du prêtre dépasse le modèle d’un leadership exclusif qui détermine la centralisation de la vie pastorale et la charge de toutes les responsabilités confiées à lui seul, en tendant vers une conduite toujours plus collégiale dans la coopération entre les prêtres, les diacres et tout le Peuple de Dieu, dans cet enrichissement mutuel qui est le fruit de la diversité des charismes suscités par l’Esprit Saint. Comme nous le rappelle Evangelii gaudium, le sacerdoce ministériel et la configuration au Christ Époux ne doivent pas nous conduire à identifier la potestas sacramentelle avec le pouvoir, car « la configuration du prêtre au Christ Tête – c’est-à-dire comme source principale de la grâce – n’entraîne pas une exaltation qui le place au-dessus de tout le reste ».[21]
Fidélité et mision
23. L’identité des prêtres se construit autour de leur être pour et est indissociable de leur mission. En effet, celui qui « prétend trouver l’identité sacerdotale en la recherchant introspectivement dans sa propre intériorité ne trouve peut-être rien d’autre que des panneaux qui disent “sortie” : sors de toi-même, sors à la recherche de Dieu dans l’adoration, sors et donne à ton peuple ce qui t’a été confié, et ton peuple aura soin de te faire sentir et goûter qui tu es, comment tu t’appelles, quelle est ton identité et il te fera te réjouir avec le cent pour un que le Seigneur a promis à ses serviteurs. Si tu ne sors pas de toi-même, l’huile devient rance, et l’onction ne peut être féconde ».[22] Comme l’enseignait Saint Jean-Paul II, « dans l’Église et pour l’Église, les prêtres représentent sacramentellement Jésus-Christ Tête et Pasteur, ils proclament authentiquement la Parole, ils répètent ses gestes de pardon et d’offrande du salut, surtout par le Baptême, la Pénitence et l’Eucharistie, ils exercent sa sollicitude pleine d’amour, jusqu’au don total de soi-même, pour le troupeau qu’ils rassemblent dans l’unité et conduisent au Père par le Christ dans l’Esprit ».[23] Ainsi, la vocation sacerdotale se déploie entre les joies et les peines d’un service humble des frères, que le monde ignore souvent mais dont il a profondément soif. Rencontrer des témoins croyants et crédibles de l’Amour de Dieu, fidèle et miséricordieux, constitue une voie primordiale d’évangélisation.
24. Dans notre monde contemporain, caractérisé par des rythmes effrénés et l’angoisse d’être hyper connectés qui nous rend souvent frénétiques et nous pousse à l’activisme, au moins deux tentations s’insinuent contre la fidélité à cette mission. La première consiste en une mentalité axée sur l’efficacité selon laquelle la valeur de chacun se mesure à ses performances, c’est-à-dire à la quantité d’activités et de projets réalisés. Selon cette façon de penser, ce que l’on fait passe avant ce que l’on est, inversant la véritable hiérarchie de l’identité spirituelle. La deuxième tentation, à l’opposé, se qualifie comme une sorte de quiétisme : effrayé par le contexte, on se replie sur soi-même en refusant le défi de l’évangélisation et en adoptant une approche paresseuse et défaitiste. Au contraire, un ministère joyeux et passionné – malgré toutes les faiblesses humaines – peut et doit assumer avec ardeur la tâche d’évangéliser toutes les dimensions de notre société, en particulier la culture, l’économie et la politique, afin que tout soit récapitulé dans le Christ (cf. Ep 1, 10). Pour vaincre ces deux tentations et vivre un ministère joyeux et fécond, chaque prêtre doit rester fidèle à la mission qu’il a reçue, c’est-à-dire au don de grâce transmis par l’évêque lors de l’ordination sacerdotale. Être fidèle à la mission c’est adopter le paradigme que nous a transmis saint Jean-Paul II lorsqu’il a rappelé à tous que la charité pastorale est le principe qui unifie la vie du prêtre.[24] C’est précisément en maintenant vivant le feu de la charité pastorale, c’est-à-dire l’amour du Bon Pasteur, que chaque prêtre peut trouver un équilibre dans sa vie quotidienne et savoir discerner ce qui est bon et ce qui est le proprium du ministère, selon les indications de l’Église.
25. L’harmonie entre contemplation et action ne doit pas être recherchée à travers l’adoption précipitée de schémas de fonctionnement ou par un simple équilibre des activités, mais en plaçant la dimension pascale au centre du ministère. Se donner sans réserve, en tout cas, ne peut et ne doit pas impliquer le renoncement à la prière, à l’étude, à la fraternité sacerdotale, mais au contraire devenir l’horizon dans lequel tout est orienté vers le Seigneur Jésus, mort et ressuscité pour le salut du monde. C’est ainsi que s’actualise également les promesses faites à l’ordination qui, avec le détachement des biens matériels, réalisent dans le cœur du prêtre une recherche et une adhésion persévérantes à la volonté de Dieu, faisant ainsi transparaître le Christ dans chacune de ses actions. C’est le cas, par exemple, lorsque l’on fuit tout personnalisme et toute célébration de soi malgré l’exposition publique à laquelle le rôle peut parfois contraindre. Éduqué par le mystère qu’il célèbre dans la sainte liturgie, le prêtre doit « disparaître pour que le Christ demeure, se faire petit pour qu’Il soit connu et glorifié (cf. Jn 3, 30), se dépenser jusqu’au bout pour que personne ne manque l’occasion de Le connaître et de L’aimer ».[25] C’est pourquoi l’exposition médiatique, l’utilisation des réseaux sociaux et de tous les outils disponibles aujourd’hui doivent toujours être évalués avec sagesse, en prenant comme paradigme de discernement celui du service de l’évangélisation. Tout m’est permis mais tout n’est pas bon (cf. 1 Co 6, 12).
26. En toute situation, les prêtres sont appelés, par le témoignage d’une vie sobre et chaste, à apporter une réponse efficace à la grande soif de relations authentiques et sincères qui se manifeste dans la société contemporaine, en témoignant d’une Église qui soit « le levain qui agit dans les liens, les relations et la fraternité de la famille humaine », « capable de nourrir les relations avec le Seigneur, entre hommes et femmes, dans les familles, dans les communautés, entre tous les chrétiens, entre les groupes sociaux et les religions ».[26] À cette fin, il est nécessaire que les prêtres et les laïcs – tous ensemble – opèrent une véritable conversion missionnaire qui oriente les communautés chrétiennes, sous la conduite de leurs pasteurs, « au service de la mission que les fidèles accomplissent dans la société, dans la vie familiale et professionnelle ». Comme l’a observé le Synode, « il apparaîtra ainsi plus clairement que la paroisse n’est pas centrée sur elle-même, mais qu’elle est orientée vers la mission et appelée à soutenir l’engagement de tant de personnes qui, de différentes manières, vivent et témoignent de leur foi dans leur profession et dans l’activité sociale, culturelle et politique ».[27]
Fidélité et avenir
27. Je souhaite que la célébration de l’anniversaire des deux décrets conciliaires, ainsi que le chemin que nous sommes appelés à partager pour les concrétiser et les actualiser, puissent se traduire par une Pentecôte vocationnelle renouvelée dans l’Église, suscitant des vocations saintes, nombreuses et persévérantes au sacerdoce ministériel, afin que les ouvriers ne manquent jamais pour la moisson du Seigneur. Et puisse se réveiller en chacun de nous la volonté de nous engager pleinement dans la promotion des vocations et dans la prière constante au Maître de la moisson (cf. Mt 9, 37-38).
28. Cependant, outre la prière, le manque de vocations sacerdotales – surtout dans certaines régions du monde – exige de chacun une vérification de la fécondité des pratiques pastorales de l’Église. Il est vrai que les raisons de cette crise peuvent être diverses et multiples, et dépendre en particulier du contexte socioculturel, mais nous devons en même temps avoir le courage de faire aux jeunes des propositions fortes et libératrices et de faire en sorte que, dans les Églises particulières, se développent « des environnements et des formes de pastorale des jeunes imprégnés de l’Évangile, où les vocations au don total de soi puissent se manifester et mûrir ».[28] Dans la certitude que le Seigneur ne cesse jamais d’appeler (cf. Jn 11, 28), il est nécessaire de toujours garder à l’esprit la perspective vocationnelle dans tous les domaines pastoraux, en particulier ceux de la jeunesse et de la famille. Rappelons-le : il n’y a pas d’avenir sans le souci de toutes les vocations !
29. En conclusion, je rends grâce au Seigneur qui est toujours proche de son Peuple et qui marche avec nous, remplissant nos cœurs d’espérance et de paix, à porter à tous. « Cela frères et sœurs, je voudrais que ce soit notre premier grand désir : une Église unie, signe d’unité et de communion, qui devienne ferment pour un monde réconcilié ».[29] Et je vous remercie tous, pasteurs et fidèles laïcs, qui ouvrez l’esprit et le cœur au message prophétique des Décrets conciliaires Presbyterorum Ordinis et Optatam totius et qui vous disposez, ensemble, à en tirer nourriture et stimulation pour le cheminement de l’Église. Je confie tous les séminaristes, les diacres et les prêtres à l’intercession de la Vierge Immaculée, Mère du Bon Conseil, et à saint Jean-Marie Vianney, patron des curés et modèle de tous les prêtres. Comme le disait le Curé d’Ars : « Le sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus ».[30] Un amour si fort qu’il dissipe les nuages de l’habitude, du découragement et de la solitude, un amour total qui nous est donné en plénitude dans l’Eucharistie. Amour eucharistique, amour sacerdotal.
Donné à Rome, près de Saint-Pierre, le 8 décembre, solennité de l’Immaculée Conception de la Bienheureuse Vierge Marie, de l’année jubilaire 2025, première de mon pontificat.
LEON PP. XIV
__________________
[1] Conc. œcum. Vat. II, Décret Optatam totius sur la formation sacerdotale, Préambule.
[2] Cf. S. J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. En ce sens, je rappelle l’appel d’Optatam totius, 16, au renouveau et à la promotion des études ecclésiastiques, toujours en cours.
[3] Cf. Synode des évêques, Pour une Église synodale : communion, participation, mission, Document préparatoire (2021), 1 ; François, Discours pour la commémoration du 50e anniversaire de l’institution du Synode des évêques (17 octobre 2015).
[4] Benoît XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 décembre 2005), 1.
[5] Benoît XVI, Homélie lors de la messe de clôture de l’Année sacerdotale (11 juin 2010).
[6] « En demandant à Pierre s’il l’aimait, il posait la question non parce qu’il avait besoin de connaître l’attachement de son disciple, mais pour montrer l’excès de son propre amour » (Saint Jean Chrysostome, De Sacerdotio II : SCh 272, Paris 1980, 104, 48-51).
[7] Congrégation pour le clergé, Le don de la vocation presbytérale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 décembre 2016), 57.
[8] Discours aux participants à la rencontre internationale « Prêtres heureux - « Je vous ai appelés amis » (Jn 15, 15) » organisée par le Dicastère pour le Clergé à l’occasion du Jubilé des Prêtres et des Séminaristes (26 juin 2025).
[9] Méditation à l’occasion du Jubilé des séminaristes (24 juin 2025).
[10] Benoît XVI, Catéchèse (24 juin 2009).
[11] Conc. œcum. Vat. II, Décret Presbyterorum Ordinis sur le ministère et la vie des prêtres, 9.
[12] Ibid., 8.
[13] S. Cyprien, De oratione Domini, 23 : CCSL 3A, Turnhout 1976, 105. Le texte dit littéralement : Le plus grand sacrifice à Dieu est notre paix et notre concorde fraternelle, ainsi qu’un peuple rassemblé dans l’unité du Père, du Fils et du Saint-Esprit.
[14] Cf. Congrégation pour le clergé, Le don de la vocation presbytérale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 décembre 2016), nn. 87-88.
[15] Discours aux participants à la rencontre internationale « Prêtres heureux - « Je vous ai appelés amis » (Jn 15, 15) » organisée par le Dicastère pour le Clergé à l’occasion du Jubilé des prêtres et des séminaristes (26 juin 2025).
[16] Cf. Saint Jean-Paul II, Exhort. ap. post-synodale Pastores dabo vobis (25 mars 1992), 61 ; Benoît XVI, Lett. ap. sous forme de motu proprio Ministrorum institutio (16 janvier 2013).
[17] Conc. œcum. Vatican II, Décr. Presbyterorum Ordinis (7 décembre 1965), 8.
[18] Saint Ignace d’Antioche, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, Paris 19694, 72.
[19] Aux participants au Jubilé des équipes synodales et des organismes de participation (24 octobre 2025).
[20] Synode des évêques, Document final de la deuxième session de la 16e Assemblée générale ordinaire « Pour une Église synodale : communion, participation, mission » (26 octobre 2024).
[21] François, Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 104.
[22] Id., Homélie lors de la messe chrismale (17 avril 2014).
[23] Saint Jean-Paul II, Exhort. ap. post-synodale Pastores dabo vobis (25 mars 1992), 15.
[24] Cf. ibid., 23.
[25] Homélie lors de la messe pro Ecclesia (9 mai 2025).
[26] Synode des évêques, Document final de la deuxième session de la 16e Assemblée générale ordinaire « Pour une Église synodale : communion, participation, mission » (26 octobre 2024), 20 ; 50.
[27] Ibid., 59 ; 117.
[28] Discours aux participants à la rencontre internationale « Prêtres heureux, je vous ai appelés amis » (Jn 15, 15) organisée par le Dicastère pour le Clergé à l’occasion du Jubilé des prêtres et des séminaristes (26 juin 2025).
[29] Homélie pour le début du ministère pétrinien de l’évêque de Rome (18 mai 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus», dans Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Paris 1995, 98.
[01832-FR.01] [Texte original: Italien]
Traduzione in lingua inglese
APOSTOLIC LETTER
A FIDELITY THAT GENERATES THE FUTURE
OF THE HOLY FATHER
LEO XIV
ON THE SIXTIETH ANNIVERSARY OF THE CONCILIAR DECREES
OPTATAM TOTIUS AND PRESBYTERORUM ORDINIS
1. A fidelity that generates the future is what priests are called to today. Appreciating the value of perseverance in the apostolic mission gives us the opportunity to reflect on the future of our ministry and to help others experience the joy of the priestly vocation. The sixtieth anniversary of the Second Vatican Council, which occurs in this Jubilee Year, is an occasion for us to contemplate anew the gift of this fruitful fidelity, and to recall the teachings of the Decrees Optatam Totius and Presbyterorum Ordinis, promulgated respectively on 28 October and 7 December 1965. These two texts were born of a single inspiration of the Church, which is called to be a sign and instrument of unity for all peoples and is challenged to renew herself, aware that “the desired renewal of the whole Church depends to a great extent on a priestly ministry animated by the spirit of Christ.”[1]
2. We are not simply celebrating an anniversary. Both documents, indeed, are firmly based on the understanding of the Church as the People of God journeying through history. The texts also constitute a milestone in theological reflection on the nature and mission of pastoral ministry and preparation for it, and they still retain great newness and relevance. I invite you, then, to keep reading these texts within Christian communities and to study them, particularly in seminaries and in all places of preparation and formation for ordained ministry.
3. The Decrees Optatam Totius and Presbyterorum Ordinis, firmly rooted in the Church’s doctrinal tradition regarding the sacrament of Holy Orders, demonstrated the Council’s attentive reflection on the topic of the ministerial priesthood and gave clear expression to its concern for priests. The aim was to develop the necessary framework for forming future generations of priests in accordance with the renewal promoted by the Council, maintaining a firm ministerial identity while also emphasizing new perspectives and integrating previous reflection, in view of sound doctrinal development.[2] We must therefore keep this memory alive by embracing the mandate that these Decrees have given to the whole Church. This involves reinvigorating the priestly ministry every day, drawing strength from its root, which is the bond between Christ and the Church, in order to become missionary disciples according to his Heart, united with all the faithful and at their service.
4. At the same time, in the six decades since the Council, humanity has experienced and continues to experience changes. This requires constant evaluation of the path taken and a consistent deepening of the Council’s teachings. Together with this, in the last few years the Church has been led by the Holy Spirit to develop the Council’s doctrine on her nature as communion according to the synodal and missionary dimension.[3] It is with this intention that I address this Apostolic Letter to the entire People of God, in order to examine together the identity and function of the ordained ministry in light of what the Lord is asking of the Church today, continuing the great work of renewal begun by the Second Vatican Council. For responding joyfully to the call of the Lord Jesus, I propose to do so through the lens of fidelity, which is both a grace of God and a constant journey of conversion. I would like to begin by expressing my gratitude for the witness and dedication of all priests throughout the world who offer their lives in celebrating the sacrifice of Our Lord in the Eucharist, proclaiming the Word and absolving sins, as well as devoting themselves generously each day to their brothers and sisters, fostering communion and unity among them and taking special care of those who suffer most and are in need.
Fidelity and service
5. Every vocation in the Church arises from a personal encounter with Christ, which “gives life a new horizon and a decisive direction.”[4] Before any commitment, personal aspiration or service, there is the voice of the Master calling: “Follow me” (Mk 1:17). The Lord of life knows us and enlightens our hearts with his loving gaze (Mk 10:21). This is not just an inner voice, but a spiritual impetus that often comes to us through the example of other disciples of the Lord and takes shape in a courageous choice of life. Fidelity to our vocation, especially in times of trial and temptation, is strengthened when we do not forget that voice, when we passionately remember the sound of the voice of the Lord who loves, chooses and calls us, and when we entrust ourselves to the indispensable accompaniment of those who are knowledgeable in the spiritual life. Throughout time, the echo of the Lord’s word is the principle of interior unity with Christ, which is fundamental and necessary in the apostolic life.
6. The call to ordained ministry is a free and gratuitous gift from God. Indeed, a vocation is not imposed by the Lord but is instead a loving proposal to follow a plan of salvation and freedom for our lives, which we receive when we accept, with God’s grace, the Lord Jesus as the center of our lives. Thus, the vocation to ordained ministry grows as a gift of oneself to God and, therefore, to his holy People. The whole Church prays and rejoices for this gift with a heart full of hope and gratitude. This was expressed by Pope Benedict XVI at the conclusion of the Year for Priests: “We wanted to reawaken our joy at how close God is to us, and our gratitude for the fact that he entrusts himself to our infirmities; that he guides and sustains us daily. In this way we also wanted to demonstrate once again to young people that this vocation, this fellowship of service for God and with God, does exist – and that God is indeed waiting for us to say ‘yes’.”[5]
7. Every vocation is a gift from the Father, which needs to be faithfully preserved in a dynamic of ongoing conversion. Obedience to one’s calling is cultivated each day through listening to the word of God; celebrating the sacraments, especially the Eucharistic Sacrifice; evangelization; closeness to the least among us; and priestly fraternity, all drawing on prayer as the preeminent place for encountering the Lord. It is as if the priest returns every day to the Sea of Galilee, where Jesus asked Peter, “Do you love me?” (Jn 21:15), in order to reaffirm his “yes.”[6] In this sense, we can understand the hope expressed in Optatam Totius that priestly formation should not stop at the end of seminary (cf. n. 22), but instead open the way to continuous, permanent formation, which will create a dynamic of constant human, spiritual, intellectual and pastoral renewal.
8. All priests, therefore, are called continually to nurture their own formation in order to keep alive the gift of God received through the sacrament of Holy Orders (cf. 2 Tim 1:6). Fidelity to one’s calling, then, is not static or closed, but a journey of daily conversion that affirms and matures the vocation received. In this perspective, it is appropriate to promote initiatives such as the Conference for the Ongoing Formation of Priests, which was held in the Vatican from 6 to 10 February 2024, which gathered more than 800 people responsible for ongoing formation from 80 countries. Before being an intellectual effort or pastoral training, ongoing formation is a living memory and constant renewal of one’s vocation on a shared journey.
9. From the moment of one’s call and during initial formation, the beauty and stability of the journey are safeguarded by the sequela Christi. Indeed, even before dedicating himself to guiding the flock, every priest must constantly remember that he himself is a disciple of the Master, just like his brothers and sisters, because “one is always a ‘disciple’ throughout the whole of life, constantly aspiring to configure oneself to Christ.”[7] Only this relationship of obedient following and faithful discipleship can keep the mind and heart on the right path, through the upheavals that life may bring.
10. In recent decades, the crisis of trust in the Church caused by abuses committed by members of the clergy has filled us with shame and called us to humility. It has made us even more aware of the urgent need for a comprehensive formation that ensures the personal growth and maturity of candidates for the priesthood, together with a rich and solid spiritual life.
11. The issue of formation is also central to addressing the phenomenon of those who, after a few years or even decades, leave the priestly ministry. This painful reality should not be interpreted solely in legal terms, but requires us to look carefully and compassionately at the history of these brothers and the many reasons that may have led them to such a decision. The appropriate response is, first and foremost, a renewed commitment to formation, whose objective is “a journey of growth in intimacy with the Lord. It engages the entire person, heart, mind and freedom, in order to shape him in the image of the Good Shepherd.”[8]
12. Consequently, “the seminary is meant to be a training ground to help a seminarian attend to his own heart… we need to learn how to love and how to do so as Jesus did.” I therefore ask seminarians to make an interior commitment regarding their motivations. This involves every aspect of life, for “nothing of your personal uniqueness should be put aside; rather, everything should be taken up and transformed, like the grain of wheat in the Gospel. The goal is to become a joyful man and a joyful priest, a ‘bridge,’ not an obstacle for those who come to you in order to come to Christ.”[9] Only priests and consecrated persons who are humanly mature and spiritually solid – in other words, those in whom the human and spiritual dimensions are well integrated and who are therefore capable of authentic relationships with everyone – can take on the commitment of celibacy and credibly proclaim the Gospel of the Risen One.
13. This requires safeguarding and nurturing a vocation through a constant journey of conversion and renewed fidelity, which is never a purely individual path but commits us to caring for one another. This dynamic is always a work of grace that embraces our fragile humanity, healing it from narcissism and selfishness. With faith, hope and charity, we are called to follow Christ every day, placing all our trust in the Lord. Communion, synodality and mission cannot be achieved if, in the hearts of priests, the temptation to self-referentiality does not yield to the mindset of listening and service. As Benedict XVI emphasized, “the priest is a servant of Christ, in the sense that his existence, configured to Christ ontologically, acquires an essentially relational character: he is in Christ, for Christ and with Christ, at the service of humankind. Because he belongs to Christ, the priest is radically at the service of all people: he is the minister of their salvation, their happiness and their authentic liberation, developing, in this gradual assumption of Christ’s will, in prayer, in ‘being heart to heart’ with him.”[10]
Fidelity and fraternity
14. The Second Vatican Council placed the specific service of priests within the equal dignity and fraternity of all the baptized, as the Decree Presbyterorum Ordinis clearly states: “Even though the priests of the new law by reason of the sacrament of Order fulfill the preeminent and essential function of father and teacher among the people of God and on their behalf, still they are disciples of the Lord along with all the faithful and have been made partakers of his Kingdom by God, who has called them by his grace. Priests, in common with all who have been reborn in the font of Baptism, are brothers among their brothers and sisters as members of the same body of Christ, which all are commanded to build.”[11] This foundational fraternity has its roots in Baptism and unites the entire People of God. At the same time, the Council highlights the special fraternal bond between ordained ministers, founded in the sacrament of Holy Orders itself: “All priests, who are constituted in the order of priesthood by the sacrament of Order, are bound together by an intimate sacramental brotherhood, but in a special way they form one priestly body in the diocese to which they are attached under their own bishop... Each is joined to the rest of the members of this priestly body by special ties of apostolic charity, of ministry, and of fellowship.”[12] Before being a task to be accomplished, then, priestly fraternity is first a gift intrinsic to the grace of Ordination. We must recognize the fact that this gift precedes us. It is not built solely on good will and collective effort, but is a gift of grace, which makes us participants in the ministry of the bishop and is realized in communion with him and with our fellow priests.
15. Precisely for this reason, however, priests are called to respond to the grace of fraternity by manifesting and ratifying with their lives what is expected of them, not only by the grace of Baptism but also that of the sacrament of Holy Orders. First of all, being faithful to communion means overcoming the temptation to individualism because it is incompatible with missionary and evangelizing activity, which always concerns the Church as a whole. It is no coincidence that the Second Vatican Council almost always spoke of priests in the plural – no pastor exists on his own! The Lord himself “appointed twelve, whom he also named apostles, to be with him” (Mk 3:14). This means that there can be no ministry outside of communion with Jesus Christ and with his Body, which is the Church. In the awareness that the unity of the Church derives from “the unity of the Father, the Son, and the Holy Spirit,”[13] making this relational and communal dimension of ordained ministry increasingly visible is one of the main challenges for the future, especially in a world marked by wars, divisions and discord.
16. Priestly fraternity, therefore, should be considered a constitutive element of the identity of ministers,[14] not as a mere ideal or slogan, but as an aspect to be pursued with renewed vigor. In this sense, much has been done in applying the recommendations of Presbyterorum Ordinis (cf. n. 8), but more remains to be done, beginning, for example, with economic equalization between those who serve poor parishes and those who carry out their ministry in wealthy communities. It should also be noted that, in several countries and dioceses, the necessary provision for illness and old age is not yet assured. Mutual care, especially attention to our most lonely and isolated brothers, as well as those who are sick and elderly, cannot be considered less important than the care given to the people entrusted to us. This is one of the fundamental points that I recommended to priests on the occasion of their recent Jubilee. “For how could we, as ministers, be builders of living communities unless we first experience a genuine spirit of fraternity among ourselves?”[15]
17. In many contexts, especially in the West, new challenges are arising in the lives of priests related to modern mobility and the fragmentation of society. This means that priests are no longer part of a cohesive and believing community that, in the past, supported their ministry. As a result, they are more exposed to the dangers of loneliness, which dampens their apostolic zeal and can lead to a sad withdrawal into themselves. For this reason too, following the instructions of my Predecessors,[16] I hope that in all local Churches a renewed commitment may arise to investing in and promoting possible forms of community life, “in order to enable priests to find mutual help in cultivating the intellectual and spiritual life, to promote better cooperation among them in the ministry, to safeguard them from possible dangers arising from loneliness.”[17]
18. On the other hand, it must be remembered that priestly communion can never be established by the standardization of individuals and the charisms or talents that the Lord has granted to each one. Based on the discernment of the bishop, it is important that there be a balance in the diocesan presbyterate between appreciating these gifts and preserving communion. From this perspective, the school of synodality can help everyone to mature interiorly in welcoming different charisms in a synthesis that consolidates the communion of the presbyterate, while being faithful to the Gospel and the teachings of the Church. At a time of great instability, all ordained ministers are called to live in communion by returning to what is essential and being close to people, in order to preserve the hope that takes shape in humble and concrete service. In this context, the ministry of the permanent deacon, configured to Christ the Servant, is a living sign not of a superficial love but one that bends down, listens and gives generously. The beauty of a Church made up of priests and deacons who cooperate, united by the same passion for the Gospel and attentiveness to those most in need, becomes a shining witness of communion. According to the words of Jesus (cf. Jn 13:34-35), it is from this unity, rooted in mutual love, that the Christian proclamation receives credibility and strength. For this reason, the diaconal ministry, especially when lived in communion with one’s family, is a gift to be understood, valued and supported. The discreet but essential service of men dedicated to charity reminds us that the mission is not accomplished with grand gestures, but by a united passion for the Kingdom and daily fidelity to the Gospel.
19. A happy and eloquent icon of fidelity to communion is undoubtedly the one presented by Saint Ignatius of Antioch in his Letter to the Ephesians: “It is proper for you to run together in harmony with the mind of the bishop, as you are in fact doing. For your council of presbyters, which is worthy of its name and worthy of God, is attuned to the bishop as strings to a lyre. Therefore, in your unanimity and harmonious love, Jesus Christ is sung… It is advantageous, then, for you to be in perfect unity, in order that you may always have a share in God.”[18]
Fidelity and synodality
20. I now come to a point that is particularly close to my heart. In speaking of the identity of priests, the Decree Presbyterorum Ordinis first highlights the link between the priesthood and the mission of Jesus Christ (cf. n. 2), and then indicates three fundamental dimensions. First is the relationship with the bishop, who regards priests as “indispensable helpers and advisers,” and maintains with them a fraternal and friendly relationship (cf. n. 7). Second is sacramental communion and fraternity with other priests, so that together they contribute to “the same work” and carry out “the one priestly service,” all working “to the same purpose” even when engaged in different tasks (n. 8). Lastly, there is the relationship with the lay faithful, among whom priests, with their specific responsibility, are brothers who share the same baptismal dignity, uniting “their efforts with those of the lay faithful” and benefiting from “their experience and competence in the different fields of human activity. In this way they will be able to recognize along with them the signs of the times.” Instead of seeking to dominate or take on all tasks themselves, priests “must discover with faith the various humble and exalted charisms of the laity, among the other gifts of God which are found abundantly among the faithful” (n. 9).
21. There is still much to be done in this area. The impetus of the synodal process is a strong invitation from the Holy Spirit to take decisive steps in this direction. I therefore reiterate my desire to “invite the priests… somehow to open their hearts and take part in these processes”[19] that we are undertaking. In this regard, the second session of the XVI Synodal Assembly, in its Final Document,[20] proposed a conversion of relationships and processes. It appears essential that, in all the particular Churches, appropriate initiatives be undertaken so that priests can familiarize themselves with the guiding principles of this Document and experience the fruitfulness of a synodal style of Church.
22. All this requires formation at every level, particularly in the initial and ongoing formation of priests. In an increasingly synodal and missionary Church, the priestly ministry loses none of its importance and relevance. On the contrary, it can focus more on its own specific and particular tasks. The challenge of synodality, which does not eliminate differences but values them, remains one of the main opportunities for future priests. As the aforementioned Final Document recalls, “priests are called to live their service in a spirit of proximity to their people, to be welcoming and prepared to listen to all, opening themselves up to a synodal style” (n. 72). In order to implement an ecclesiology of communion ever more effectively, the ministry of the priest must move beyond the model of exclusive leadership, which leads to the centralization of pastoral activities and the burden of all responsibilities entrusted to him alone. Instead, the ministry should move toward an increasingly collegial leadership, with cooperation between priests, deacons and the entire People of God resulting in mutual enrichment that is the fruit of the various charisms bestowed by the Holy Spirit. As Evangelii Gaudium reminds us, the ministerial priesthood and configuration to Christ the Bridegroom must not lead us to equate sacramental authority with power, since “the configuration of the priest to Christ the head, namely as the principal source of grace, does not imply an exaltation which would set him above others.”[21]
Fidelity and mission
23. The identity of priests is built around their being for, which is inseparably linked to their mission. Indeed, he who “tries to find his priestly identity by soul-searching and introspection may well encounter nothing more than ‘exit’ signs, signs that say: exit from yourself, exit to seek God in adoration, go out and give your people what was entrusted to you, for your people will make you feel and taste who you are, what your name is, what your identity is, and they will make you rejoice in that hundredfold which the Lord has promised to those who serve him. Unless you ‘exit’ from yourself, the oil grows rancid and the anointing cannot be fruitful.”[22] Saint John Paul II taught that, “in the Church and on behalf of the Church, priests are a sacramental representation of Jesus Christ – the head and shepherd – authoritatively proclaiming his word, repeating his acts of forgiveness and his offer of salvation – particularly in baptism, penance and the Eucharist, showing his loving concern to the point of a total gift of self for the flock, which they gather into unity and lead to the Father through Christ and in the Spirit.”[23] The priestly vocation, therefore, develops amid the joys and struggles of humble service to our brothers and sisters, who are not always appreciated by the world but have a deep thirst for encountering credible witnesses of God’s faithful and merciful love. This becomes the primary way of evangelization.
24. Our contemporary world, characterized by its fast pace and the anxious need to be hyper-connected, often makes us feel rushed and inclines us to activism. Consequently, at least two temptations arise that undermine our fidelity to the mission. The first is an efficiency-oriented mentality, whereby the value of each person is measured by performance, that is, by the quantity of activities and projects accomplished. According to this way of thinking, what you do comes before who you are, reversing the true hierarchy of spiritual identity. The second temptation, on the contrary, manifests itself as a kind of quietism. Frightened by the current situation, we withdraw into ourselves, refusing the challenge of evangelization and instead adopting a lazy and defeatist approach. Conversely, a joyful and passionate ministry, despite all human weaknesses, can and must eagerly take up the task of evangelizing every dimension of our society, especially culture, economics and politics, so that everything can be recapitulated in Christ (cf. Eph 1:10). To overcome these two temptations and to live a joyful and fruitful ministry, every priest should remain faithful to the mission he has received, that is, to the gift of grace conferred by the bishop in his priestly ordination. Fidelity to the mission means embracing the paradigm handed down to us by Saint John Paul II when he reminded everyone that pastoral charity is the principle that unifies the life of the priest.[24] It is precisely by keeping alive the fire of pastoral charity, namely the love of the Good Shepherd, that every priest can find balance in everyday life and know how to discern what is beneficial and what is the proprium of the ministry, according to the Church’s teachings.
25. Harmony between contemplation and action is to be sought not through the frantic adoption of operational plans or through a simple balancing of activities, but by putting the Paschal dimension at the center of ministry. Giving oneself unreservedly, however, cannot and must not mean giving up prayer, study or priestly fraternity. On the contrary, prayer becomes the horizon in which everything is included to the extent that it is oriented toward the Lord Jesus, who died and rose again for the salvation of the world. In this way, the promises made at Ordination are also fulfilled; together with detachment from material goods, they foster in the heart of the priest a persevering search for and adherence to God’s will, thus allowing Christ to shine through in all his actions. For example, this happens when one flees from all forms of egotism and celebration of self, despite the sharing of oneself that the role sometimes requires. Formed by the mystery he celebrates in the sacred liturgy, every priest must “move aside so that Christ may remain, to make oneself small so that he may be known and glorified (cf. Jn 3:30), to spend oneself to the utmost so that all may have the opportunity to know and love him.”[25] For this reason, media exposure, the use of social networks and all the tools available today must always be evaluated wisely, making service to evangelization the basis for discernment. “‘All things are lawful for me,’ but not all things are beneficial” (1 Cor 6:12).
26. In all situations, priests are called to respond effectively to the great hunger for authentic and sincere relationships that is found in contemporary society through the witness of a modest and chaste life. They are likewise to bear witness to a Church that is “an effective leaven in bonds, relationships, and the kinship of the human family,” “greater capacity to nurture relationships: with the Lord, between men and women, in the family, in the local community, among social groups and religions.”[26] To this end, priests and lay people must work together to undertake a genuine missionary conversion that will guide Christian communities, under the guidance of their bishops, in service to “the mission that the faithful carry out within society, in family and working life.” As the Synod observed, “it will become more evident that the parish is not centered on itself but oriented towards mission. The parish is then called to sustain the commitment of the many people who in so many ways live and bear witness to their faith in through their profession, in social, cultural and political activities.”[27]
Fidelity and the future
27. I hope that the celebration of the anniversary of the two conciliar Decrees, and the journey we are called to share in order to implement and actualize them, will result in a renewed vocational Pentecost in the Church, and inspire many holy and steadfast vocations to the ministerial priesthood. Thus, there will never be a shortage of workers in the Lord’s harvest. And may the desire to commit ourselves fully to the promotion of vocations and to constant prayer to the Lord of the harvest (cf. Mt 9:37-38) be reawakened in all of us.
28. Together with prayer, however, the shortage of vocations to the priesthood, especially in certain regions of the world, calls on everyone to examine the fruitfulness of the Church’s pastoral practices. It is true that the reasons for this crisis can often be varied and manifold, and depend specifically on the socio-cultural context. At the same time, we must have the courage to make strong and liberating proposals to young people and to ensure that in the particular Churches there are “settings and forms of youth ministry centered on the Gospel, for this is where the call to total gift of self can emerge and mature.”[28] In the certainty that the Lord never ceases to call (cf. Jn 11:28), it is necessary always to keep a vocational perspective in every pastoral setting, particularly in those involving young people and families. Let us remember: there is no future without nurturing all vocations!
29. In conclusion, I give thanks to the Lord who is always close to his people and walks with us, filling our hearts with the hope and peace that are to be taken to everyone. “Brothers and sisters, I would like that our first great desire be for a united Church, a sign of unity and communion, which becomes a leaven for a reconciled world.”[29] Furthermore, I thank all of you, priests and lay faithful, who open your minds and hearts to the prophetic message of the conciliar Decrees Presbyterorum Ordinis and Optatam Totius and who are prepared, collectively, to draw nourishment and inspiration from them for the journey of the Church. I entrust all seminarians, deacons and priests to the intercession of the Immaculate Virgin, Mother of Good Counsel, and to Saint John Mary Vianney, Patron Saint of parish priests and model for all priests. As the Curé d’Ars said, “The priesthood is the love of the heart of Jesus,”[30] a love so strong that it dispels the clouds of complacency, discouragement and loneliness. It is a total love, given to us in its fullness in the Eucharist: a Eucharistic love, a priestly love.
Given in Rome, at Saint Peter’s, on 8 December, Solemnity of the Immaculate Conception of the Blessed Virgin Mary, in the Jubilee Year 2025, the first of my Pontificate.
LEO PP. XIV
_____________________
[1] Second Vatican Ecumenical Council, Decree on the Training of Priests Optatam Totius, Introduction.
[2] Cf. Saint J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. In this sense, I recall the appeal from Optatam Totius, 16, for the renewal and promotion of ecclesiastical studies, which are still ongoing.
[3] Cf. Synod of Bishops, For a Synodal Church: Communion, Participation and Mission, Preparatory Document (2021), 1; Francis, Address for the Commemoration of the 50th Anniversary of the Institution of the Synod of Bishops (17 October 2015).
[4] Benedict XVI, Encyclical Letter Deus Caritas Est (25 December 2005), 1.
[5] Benedict XVI, Homily at Mass for the Conclusion for the Year for Priests (11 June 2010).
[6] “He asked Peter whether he loved him, not from any need to learn the affection of the disciple, but from a desire to show the exceeding depth of his own love” (Saint John Chrysostom, De Sacerdotio II: 1: SCh 272, Paris 1980, 104, 48-51).
[7] Congregation for the Clergy, The Gift of the Priestly Vocation. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 December 2016), 57.
[8] Address to the Participants in the International Meeting of Priests Promoted by the Dicastery for the Clergy on the occasion of the Jubilee of Priests and Seminarians (26 June 2025).
[9] Meditation on the occasion of the Jubilee of Seminarians (24 June 2025).
[10] Benedict XVI, Catechesis (24 June 2009).
[11] Second Vatican Ecumenical Council, Decree on the Ministry and Life of Priests Presbyterorum Ordinis, 9.
[12] Ibid., 8.
[13] Saint Cyprian, De Oratione Domini, 23: CCSL3A, Turnhout 1976, 105.
[14] Cf. Congregation for the Clergy, The Gift of the Priestly Vocation. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 December 2016), 87-88.
[15] Address to the Participants in the International Meeting of Priests Promoted by the Dicastery for the Clergy on the occasion of the Jubilee of Priests and Seminarians (26 June 2025).
[16] Cf. Saint John Paul II, Apostolic Exhortation Pastores Dabo Vobis (25 March 1992), 61; Benedict XVI, Motu Proprio Ministrorum Institutio (16 January 2013).
[17] Cf. Second Vatican Ecumenical Council, Decree on the Ministry and Life of Priests Presbyterorum Ordinis (7 December 1965), 8.
[18] Saint Ignatius of Antioch, Letter to the Ephesians, 4, 1-2: SCh 10, Paris 19694, 72.
[19] Address to the Participants in the Jubilee of the Synodal Teams and Participatory Bodies (24 October 2025).
[20] Synod of Bishops, For a Synodal Church: Communion, Participation, Mission, Final Document of the Second Session of the XVI Ordinary General Assembly (26 October 2024).
[21] Francis, Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium (24 November 2013), 104.
[22] Francis, Homily at Mass for the Chrism Mass (17 April 2014).
[23] Saint John Paul II, Apostolic Exhortation Pastores Dabo Vobis (25 March 1992), 15.
[24] Cf. ibid., 23.
[25] Homily at Mass pro Ecclesia (9 May 2025).
[26] Synod of Bishops, For a Synodal Church: Communion, Participation and Mission, Final Document of the Second Session of the XVI Ordinary General Assembly (26 October 2024), 20; 50.
[27] Ibid., 59; 117.
[28] Address to the Participants in the International Meeting of Priests Promoted by the Dicastery for the Clergy on the occasion of the Jubilee of Priests and Seminarians (26 June 2025).
[29] Homily for the Beginning of the Pontificate (18 May 2025).
[30] “Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus” in Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Paris 1995, 98.
[00486-EN.01] [Original text: Italian]
Traduzione in lingua tedesca
APOSTOLISCHES SCHREIBEN
EINE TREUE, DIE ZUKUNFT SCHAFFT
DES HEILIGEN VATERS LEO XIV.
ANLÄSSLICH DES 60. JAHRESTAGES
DER KONZILSDEKRETE
OPTATAM TOTIUS UND PRESBYTERORUM ORDINIS
1. Eine Treue, die Zukunft schafft, dazu sind die Priester auch heute berufen, in dem Bewusstsein, dass Beharrlichkeit in der apostolischen Sendung uns die Möglichkeit gibt, uns über die Zukunft des Dienstes Gedanken zu machen und anderen zu helfen, die Freude der priesterlichen Berufung zu erfahren. Der 60. Jahrestag des Zweiten Vatikanischen Konzils, der in diesem Jubiläumsjahr begangen wird, gibt uns die Gelegenheit, erneut über das Geschenk dieser fruchtbaren Treue nachzudenken und uns an die Lehren der Dekrete Optatam totius und Presbyterorum ordinis zu erinnern, die am 28. Oktober bzw. am 7. Dezember 1965 promulgiert wurden. Es handelt sich um zwei Texte, die gleichzeitig in der Kirche entstanden sind, die den Ruf verspürt, Zeichen und Werkzeug der Einheit für alle Völker zu sein, und sich zu erneuern, in dem Bewusstsein, dass »die erstrebte Erneuerung der gesamten Kirche […] zum großen Teil vom priesterlichen Dienst ab[hängt], der vom Geist Christi belebt ist«.[1]
2. Wir feiern kein Papier-Jubiläum! Beide Dokumente basieren nämlich fest auf dem Verständnis der Kirche als dem in der Geschichte pilgernden Volk Gottes und sind ein Meilenstein in der Reflexion über das Wesen und die Sendung des pastoralen Dienstes und die Vorbereitung darauf, wobei sie über die Zeit hinweg ihre große Frische und Aktualität bewahrt haben. Ich lade euch daher ein, diese Texte in den christlichen Gemeinschaften weiter zu lesen und zu studieren, insbesondere in den Seminaren und überall, wo sich die Vorbereitung und Ausbildung zum Weiheamt vollzieht.
3. Die Dekrete Optatam totius und Presbyterorum ordinis, die sich gut in die Tradition der Lehre der Kirche über das Weihesakrament einfügen, lenkten die Aufmerksamkeit des Konzils auf das Priesteramt und ließen die Sorge der Konzilsversammlung für die Priester sichtbar werden. Ziel war es, die notwendigen Voraussetzungen für die Ausbildung zukünftiger Priestergenerationen gemäß der vom Konzil vorangebrachten Erneuerung zu schaffen, dabei die Identität des Priesteramts zu bewahren und zugleich neue Perspektiven aufzuzeigen, die die vorherigen Überlegungen im Sinne einer gesunden Entwicklung der Lehre integrieren.[2] Es ist daher notwendig, diese Dekrete in lebendiger Erinnerung zu behalten, ihrem Aufruf zu folgen und den Auftrag zu erfüllen, den diese Dekrete der gesamten Kirche übertragen haben: den priesterlichen Dienst immer und jeden Tag neu zu stärken, mit der Kraft aus seinem Ursprung, nämlich der Verbindung zwischen Christus und der Kirche, damit die Priester zusammen mit allen Gläubigen und in ihrem Dienst zu missionarischen Jünger nach seinem Herzen werden.
4. Gleichzeitig hat die Menschheit in den sechs Jahrzehnten seit dem Konzil Veränderungen erlebt und erlebt sie immer noch, die eine ständige Überprüfung des zurückgelegten Weges und eine konsequente Aktualisierung der Konzilslehren erfordern. Gleichzeitig wurde die Kirche in diesen Jahren vom Heiligen Geist dazu geführt, die Lehre des Konzils über ihr gemeinschaftliches Wesen in synodaler und missionarischer Form weiterzuentwickeln.[3]In dieser Absicht wende ich mich mit diesem Apostolischen Schreiben an das ganze Volk Gottes, um gemeinsam die Identität und die Aufgabe des Weiheamtes im Lichte dessen zu überdenken, was der Herr heute von der Kirche verlangt, und damit das große Werk der Aktualisierung des Zweiten Vatikanischen Konzils fortzusetzen. Ich schlage vor, dies unter dem Gesichtspunkt der Treue zu tun, die zugleich Gnade Gottes und ein ständiger Weg der Umkehr ist, um mit Freude auf den Ruf Jesu, des Herrn, zu antworten. Vorab möchte ich meine Dankbarkeit für das Zeugnis und den Einsatz der Priester zum Ausdruck bringen, die überall auf der Welt ihr Leben hingeben, das Opfer Christi in der Eucharistie feiern, das Wort verkünden, von Sünden lossprechen und sich Tag für Tag großherzig ihren Brüdern und Schwestern widmen, indem sie deren Gemeinschaft und Einheit dienen und sich insbesondere derer annehmen, die am meisten leiden und in Not leben.
Treue und Dienst
5. Jede Berufung in der Kirche entsteht aus der persönlichen Begegnung mit Christus, »die unserem Leben einen neuen Horizont und damit seine entscheidende Richtung gibt«.[4] Vor jeder Verpflichtung, vor jedem guten persönlichen Bestreben, vor jedem Dienst ist da die Stimme des Meisters, die ruft: »Kommt her, mir nach!« (Mk 1,17). Der Herr des Lebens kennt uns und erleuchtet unser Herz mit seinem liebevollen Blick (vgl. Mk 10,21). Es geht nicht nur um eine innere Stimme, sondern um einen geistlichen Anstoß, der uns oft über das Beispiel anderer Jünger des Herrn erreicht und in einer mutigen Lebensentscheidung Gestalt annimmt. Die Treue zur Berufung, vor allem in Zeiten der Prüfung und der Versuchung, festigt sich, wenn wir diese Stimme nicht vergessen, wenn wir in der Lage sind, uns mit Leidenschaft an den Klang der Stimme des Herrn zu erinnern, der uns liebt, uns erwählt und uns ruft, und wenn wir uns auch der unverzichtbaren Begleitung derer anvertrauen, die Erfahrung im geistlichen Leben haben. Das Echo jenes Wortes ist in der Zeit das Prinzip der inneren Einheit mit Christus, die im apostolischen Leben grundlegend und unabdingbar ist.
6. Die Berufung zum Weiheamt ist ein freies und ungeschuldetes Geschenk Gottes. Berufung bedeutet nämlich nicht Zwang von Seiten des Herrn, sondern ein liebevolles Angebot eines Heils- und Freiheitsplans für das eigene Leben, das wir erhalten, wenn wir mit Gottes Gnade erkennen, dass Jesus, der Herr, im Mittelpunkt unseres Lebens steht. Dann wächst die Berufung zum Weiheamt als Selbsthingabe an Gott und damit an sein heiliges Volk. Die ganze Kirche betet um dieses Geschenk und freut sich darüber mit einem Herzen voller Hoffnung und Dankbarkeit, wie Papst Benedikt XVI. am Ende des Priesterjahres sagte: »Wir wollten die Freude neu aufleben lassen, dass Gott uns so nahe ist und die Dankbarkeit dafür, dass er sich unserer Schwachheit anvertraut. Dass er uns führt und hält, Tag um Tag. So wollten wir auch jungen Menschen wieder zeigen, dass es diese Berufung, diese Dienstgemeinschaft für Gott und mit Gott gibt – ja, dass Gott auf unser Ja wartet«.[5]
7. Jede Berufung ist ein Geschenk des Vaters, das danach verlangt, in einer Dynamik beständiger Umkehr treu bewahrt zu werden. Der Gehorsam gegenüber der eigenen Berufung verwirklicht sich jeden Tag im Hören auf das Wort Gottes, in der Feier der Sakramente – vor allem im eucharistischen Opfer –, in der Evangelisierung, in der Nähe zu den Letzten, in der brüderlichen Gemeinschaft der Priester und im Gebet als dem herausragenden Ort der Begegnung mit dem Herrn. Es ist, als würde der Priester jeden Tag zum See Gennesaret zurückkehren – dorthin, wo Jesus Petrus fragte: »Liebst du mich?« (Joh 21,15) –, um sein „Ja“ zu erneuern.[6] In diesem Sinne wird klar, was Optatam totius über die Priesterausbildung sagt, nämlich dass sie nicht mit dem Seminar enden (vgl. Nr. 22), sondern den Weg für eine kontinuierliche, lebenslange Weiterbildung eröffnen sollte, damit eine Dynamik der ständigen menschlichen, geistlichen, intellektuellen und pastoralen Erneuerung entsteht.
8. Daher sind alle Priester aufgerufen, stets für ihre eigene Weiterbildung zu sorgen, um die Gabe Gottes, die sie durch das Weihesakrament empfangen haben, lebendig zu erhalten (vgl. 2 Tim 1,6). Die Treue zur Berufung meint also nicht Stillstand oder Verschlossenheit, sondern einen Weg der täglichen Umkehr, der die empfangene Berufung bestätigt und reifen lässt. In dieser Perspektive ist es angebracht, Initiativen wie die Tagung zur ständigen Weiterbildung der Priester zu fördern, die vom 6. bis 10. Februar 2024 mit mehr als achthundert Verantwortlichen für die Weiterbildung aus achtzig Ländern im Vatikan stattfand. Mehr als ein intellektuelles Unterfangen oder eine pastorale Auffrischung ist die ständige Weiterbildung eine lebendige Erinnerung und beständige Aktualisierung der eigenen Berufung auf einem gemeinsamen Weg.
9. Vom Moment der Berufung und der Erstausbildung an werden die Schönheit und Beständigkeit des Weges durch die Christusnachfolge bewahrt. Jeder Hirte muss sich nämlich, noch bevor er sich der Führung der Herde widmet, stets daran erinnern, dass er selbst zusammen mit seinen Brüdern und Schwestern ein Jünger des Meisters ist, denn »die Jüngerschaft währt das ganze Leben. Sie ist von der anhaltenden Sehnsucht geprägt, sich mit Christus „gleich zu gestalten“, um den pastoralen Dienst auszuüben«.[7] Nur diese Beziehung gehorsamer Nachfolge und treuer Jüngerschaft kann den Geist und das Herz trotz der Unwägbarkeiten, die das Leben bereithält, auf dem rechten Weg halten.
10. In den letzten Jahrzehnten hat die Krise des Vertrauens in die Kirche, die durch Missbrauchstaten von Geistlichen ausgelöst wurde, welche uns mit Scham erfüllen und uns zur Demut mahnen, uns noch stärker bewusstgemacht, wie dringend notwendig eine ganzheitliche Ausbildung ist, die das menschliche Wachsen und Reifen der Priesteramtskandidaten zusammen mit einem tiefen und soliden geistlichen Leben gewährleistet.
11. Das Thema der Ausbildung ist auch von zentraler Bedeutung, um dem Phänomen zu begegnen, dass einige nach wenigen Jahren oder auch nach Jahrzehnten ihr Amt niederlegen. Diese schmerzliche Tatsache darf nicht nur unter rechtlichen Gesichtspunkten betrachtet werden, sondern erfordert eine aufmerksame und mitfühlende Auseinandersetzung mit der Geschichte dieser Brüder und den vielfältigen Gründen, die sie zu einer solchen Entscheidung veranlasst haben könnten. Die Antwort darauf besteht vor allem in einem erneuerten Engagement für die Ausbildung, deren Ziel »ein Weg der Vertrautheit mit dem Herrn ist, der den ganzen Menschen, sein Herz, seinen Verstand und seine Freiheit einbezieht und ihn nach dem Bild des Guten Hirten formt«.[8]
12. Folglich »sollte das Seminar, wie auch immer die Modalitäten im Einzelnen gedacht sein mögen, eine „Schule der Affektivität“ sein. […] Es ist für uns notwendig, dass wir lernen zu lieben und dies so tun wie Jesus«. Daher lade ich die Seminaristen ein, sich innerlich mit ihren Beweggründen auseinanderzusetzen, wobei alle Aspekte des Lebens einbezogen werden sollten: »Denn es gibt nichts von euch, dass ausgesondert werden müsste, sondern alles soll der Logik des Weizenkorns folgend angenommen und verwandelt werden, um glückliche Menschen und Priester zu werden, „Brücken“ und keine Hindernisse für die Begegnung mit Christus für all jene, die zu euch kommen«.[9] Nur Priester und Ordensleute, die menschlich reif und geistlich gefestigt sind, d.h. Menschen, deren menschliche und geistliche Dimension gut integriert ist und die daher zu aufrichtigen Beziehungen mit allen fähig sind, können die Verpflichtung zum Zölibat auf sich nehmen und das Evangelium des Auferstandenen glaubwürdig verkünden.
13. Es geht also darum, die Berufung zu bewahren und sie wachsen zu lassen, auf einem beständigen Weg der Umkehr und der erneuerten Treue, der niemals nur ein individueller Weg ist, sondern uns verpflichtet, füreinander Sorge zu tragen. Diese Dynamik ist immer neu ein Werk der Gnade, die unser schwaches Menschsein umfängt und es von Narzissmus und Egozentrismus heilt. Wir sind aufgerufen, jeden Tag im Glauben, in der Hoffnung und in der Liebe den Weg der Nachfolge zu beschreiten und unser ganzes Vertrauen auf den Herrn zu setzen. Gemeinschaft, Synodalität und Mission können nämlich nicht Wirklichkeit werden, wenn in den Herzen der Priester die Versuchung der Selbstbezogenheit nicht der Logik des Zuhörens und des Dienens weicht. Wie Benedikt XVI. betont hat, ist »der Priester […] Knecht Christi in dem Sinn, dass sein ontologisch Christus gleichgestaltetes Dasein einen wesentlich relationalen Charakter annimmt: Er steht in Christus, für Christus und mit Christus im Dienst an den Menschen. Gerade weil er Christus gehört, steht der Priester radikal im Dienst an den Menschen: Er ist Diener ihres Heils, ihres Glücks, ihrer echten Befreiung; dabei reift er in dieser fortschreitenden Annahme des Willens Christi im Gebet, im „Herz-an-Herz-Bleiben“ mit ihm«.[10]
Treue und Brüderlichkeit
14. Das Zweite Vatikanische Konzil hat den besonderen Dienst der Priester in den Kontext der gleichen Würde und der Geschwisterlichkeit aller Getauften gestellt, wie das Dekret Presbyterorum ordinis deutlich bezeugt: »Wenngleich die Priester des Neuen Bundes aufgrund des Weihesakramentes das so überaus hohe und notwendige Amt des Vaters und Lehrers im Volk und für das Volk Gottes ausüben, so sind sie doch zusammen mit allen Christgläubigen Jünger des Herrn, die dank der Berufung durch Gott seines Reiches teilhaftig geworden sind. Mit allen nämlich, die wiedergeboren sind im Quell der Taufe, sind die Priester Brüder unter Brüdern, da sie ja Glieder ein und desselben Leibes Christi sind, dessen Auferbauung allen anvertraut ist.«[11] Innerhalb dieser grundlegenden Geschwisterlichkeit, die ihren Ursprung in der Taufe hat und das gesamte Volk Gottes verbindet, hebt das Konzil die besondere brüderliche Verbundenheit unter den geweihten Amtsträgern hervor, die im Sakrament der Weihe begründet ist: »Die Priester, die durch die Weihe in den Priesterstand eingegliedert wurden, sind in inniger sakramentaler Bruderschaft miteinander verbunden. Besonders in der Diözese, deren Dienst sie unter dem eigenen Bischof zugewiesen werden, bilden sie das eine Presbyterium. […] Mit den übrigen Gliedern dieses Presbyteriums ist jeder einzelne durch besondere Bande der apostolischen Liebe, des Dienstes und der Brüderlichkeit verbunden.«[12] Die priesterliche Brüderlichkeit ist also nicht in erster Linie eine zu erfüllende Aufgabe, sondern ein Geschenk, das in der Weihegnade enthalten ist. Es gilt anzuerkennen, dass dieses Geschenk uns vorausgeht: Es entsteht nicht nur durch guten Willen und gemeinsame Anstrengung, sondern es ist ein Geschenk der Gnade, das uns am Dienst des Bischofs teilhaben lässt und sich in der Gemeinschaft mit ihm und den Mitbrüdern verwirklicht.
15. Genau aus diesem Grund sind die Priester jedoch aufgerufen, der Gnade der Brüderlichkeit zu entsprechen, indem sie mit ihrem Leben die gegenseitige Verpflichtung bekunden und bestätigen, die sie nicht nur durch die Gnade der Taufe, sondern auch durch das Sakrament der Weihe eingegangen sind. Der Gemeinschaft treu zu sein bedeutet in erster Linie, der Versuchung des Individualismus zu widerstehen, der sich schlecht mit dem missionarischen und evangelisierenden Wirken vereinbaren lässt, das immer die Kirche als Ganzes betrifft. Es ist kein Zufall, dass das Zweite Vatikanische Konzil fast immer im Plural von den Priestern sprach: Kein Hirte existiert allein! Der Herr selbst »setzte zwölf ein, damit sie bei ihm seien« (Mk 3,14): Das bedeutet, dass es einen von der Gemeinschaft mit Jesus Christus und seinem Leib, der Kirche, losgelösten Dienst nicht geben kann. Diese relationale und gemeinschaftliche Dimension des Weiheamtes immer sichtbarer zu machen, in dem Bewusstsein, dass die Einheit der Kirche von »der Einheit des Vaters, des Sohnes und des Heiligen Geistes«[13] herrührt, ist eine der wichtigsten Herausforderungen für die Zukunft, vor allem in einer Welt, die von Kriegen, Spaltungen und Zwietracht geprägt ist.
16. Die priesterliche Brüderlichkeit ist daher als konstitutives Element der Identität der Amtsträger zu betrachten,[14] nicht nur als ein Ideal oder ein Slogan, sondern als ein Aspekt, für den man sich mit neuer Kraft einsetzen muss. In diesem Sinne wurde bei der Umsetzung der Vorgaben von Presbyterorum ordinis (vgl. Nr. 8) schon viel erreicht, aber es bleibt noch viel zu tun, angefangen beispielsweise bei einem finanziellen Ausgleich zwischen denen, die in armen Pfarreien tätig sind, und denen, die ihren Dienst in wohlhabenden Gemeinden ausüben. Außerdem ist zu berücksichtigen, dass in vielen Ländern und Diözesen die notwendige Vorsorge für Krankheit und Alter noch nicht gewährleistet ist. Die Sorge für einander, insbesondere das Augenmerk für die einsamen und isolierten Mitbrüder sowie für die Kranken und Alten, darf nicht als weniger wichtig angesehen werden als die Sorge für das uns anvertraute Volk. Dies ist eine der grundlegenden Anliegen, die ich den Priestern anlässlich ihrer jüngst begangenen Heilig-Jahr-Feier ans Herz gelegt habe. »Wie könnten wir als Amtsträger denn lebendige Gemeinschaften aufbauen, würde nicht zuerst unter uns eine echte und aufrichtige Brüderlichkeit herrschen?«[15]
17. In vielen Kontexten – vor allem im Westen – ergeben sich für das Leben der Priester neue Herausforderungen, die mit der heutigen Mobilität und der Fragmentierung des sozialen Gefüges zusammenhängen. Dies führt dazu, dass Priester nicht mehr in ein geschlossenes und gläubiges Umfeld integriert sind, das in der Vergangenheit ihrem Dienst zugutekam. Infolgedessen sind sie stärker der Gefahr der Einsamkeit ausgesetzt, die den apostolischen Elan dämpft und zu einer bedauerlichen Selbstbezogenheit führen kann. Auch aus diesem Grund wünsche ich mir, den Weisungen meiner Vorgänger folgend,[16] dass man sich in allen Ortskirchen neu bemüht, mögliche Formen des Gemeinschaftslebens zu fördern, so dass »die Priester sich gegenseitig helfen können, ihr geistliches und geistiges Leben zu beleben, wirksamer im Dienst zusammenzuarbeiten und gegebenenfalls die Gefahren der Einsamkeit zu vermeiden«.[17]
18. Andererseits gilt es zu bedenken, dass die priesterliche Gemeinschaft niemals zu einer Vereinheitlichung der einzelnen Personen, Charismen oder Talente führen darf, die der Herr einem jeden Leben verliehen hat. Es ist wichtig, dass bei den Diözesanpriestern, mit Hilfe der Unterscheidungsgabe des Bischofs, ein Gleichgewicht zwischen der Entfaltung dieser Gaben und der Bewahrung der Gemeinschaft gefunden wird. Die Schule der Synodalität kann in dieser Hinsicht allen helfen, innerlich die Annahme der verschiedenen Charismen zu einer Synthese reifen zu lassen, die die Gemeinschaft des Presbyteriums festigt, getreu dem Evangelium und den Lehren der Kirche. In einer Zeit großer Unsicherheit sind alle geweihten Amtsträger aufgerufen, die Gemeinschaft zu leben, indem sie sich auf das Wesentliche besinnen und den Menschen nahe sind, um die Hoffnung zu bewahren, die im demütigen und konkreten Dienst Gestalt annimmt. In diesem Zusammenhang ist vor allem das Amt des ständigen Diakons, das nach dem Vorbild Christi, des Dieners, gestaltet ist, lebendiges Zeichen einer Liebe, die nicht an der Oberfläche bleibt, sondern sich herabbeugt, zuhört und sich schenkt. Die Schönheit einer Kirche, die aus Priestern und Diakonen besteht, die zusammenarbeiten, verbunden durch die gleiche Leidenschaft für das Evangelium und Aufmerksamkeit für die Ärmsten, wird zu einem leuchtenden Zeugnis der Gemeinschaft. Nach den Worten Jesu (vgl. Joh 13,34-35) erhält die christliche Verkündigung aus dieser Einheit, die in der gegenseitigen Liebe verwurzelt ist, Glaubwürdigkeit und Kraft. Deshalb ist der Diakonat, insbesondere wenn er in Gemeinschaft mit der eigenen Familie gelebt wird, ein Geschenk, das es zu erkennen, zur Geltung zu bringen und zu unterstützen gilt. Der diskrete, aber wesentliche Dienst von Männern, die sich der Nächstenliebe widmen, erinnert uns daran, dass die Mission sich nicht in großen Gesten vollzieht, sondern vereint in der Leidenschaft für das Reich Gottes und mit täglicher Treue zum Evangelium.
19. Ein treffendes und aussagekräftiges Symbol für die Treue zur Gemeinschaft ist zweifellos jenes, das der heilige Ignatius von Antiochien in seinem Brief an die Epheser verwendet: »Daher ziemt es sich für euch, dem Willen des Bischofs entsprechend zu wandeln, wie ihr es auch tut. Denn euer ehrwürdiges Presbyterium, seines Gottes wert, ist so mit dem Bischof verbunden, wie die Saiten mit der Zither. Deshalb erklingt Jesu Christi Lied in eurer Eintracht und einmütigen Liebe. […] Es ist also gut, dass ihr in vollendeter Eintracht lebet, damit ihr auch an Gott allezeit Anteil habet«.[18]
Treue und Synodalität
20. Ich komme nun zu einem Punkt, der mir besonders am Herzen liegt. In Bezug auf die Identität der Priester hebt das Dekret Presbyterorum ordinis zunächst die Verbindung zum Priestertum und zur Mission Jesu Christi hervor (vgl. Nr. 2) und nennt dann drei grundlegende Koordinaten: die Beziehung zum Bischof, der in den Priestern die »notwendigen Helfer und Ratgeber« findet, mit denen er eine brüderliche und freundschaftliche Beziehung pflegt (vgl. Nr. 7); die sakramentale Gemeinschaft und das brüderliche Miteinander mit den anderen Priestern, damit sie gemeinsam »an demselben Werk« mitwirken und »den einen […] Dienst« ausüben, wobei sie alle »in dem einen [überein]kommen«, auch wenn sie unterschiedliche Aufgaben wahrnehmen (Nr. 8); die Beziehung zu den Laien, in deren Mitte die Priester mit ihrer besonderen Aufgabe Brüder unter Brüdern und Schwestern sind, mit denen sie die gleiche Würde aufgrund der Taufe gemeinsam haben, mit denen sie »zusammenarbeiten« und dabei »ihre Erfahrung und Zuständigkeit in den verschiedenen Bereichen des menschlichen Wirkens anerkennen, damit sie gemeinsam mit ihnen die Zeichen der Zeit verstehen können«. Anstatt sich in den Vordergrund zu stellen oder alle Aufgaben selbst zu übernehmen, sollen sie »die vielfältigen Charismen der Laien, schlichte wie bedeutendere, mit Glaubenssinn aufspüren« (Nr. 9).
21. In diesem Bereich gibt es noch viel zu tun. Der Impuls des synodalen Prozesses ist eine nachdrückliche Einladung des Heiligen Geistes, entschlossene Schritte in diese Richtung zu unternehmen. Ich bekräftige daher meinen Wunsch, »die Priester einzuladen [… ] ihre Herzen zu öffnen und sich an diesen Prozessen zu beteiligen«,[19] die wir derzeit erleben. In diesem Sinne hat die zweite Sitzung der XVI. Synodenversammlung in ihrem Schlussdokument[20] eine Neuausrichtung der Beziehungen und Prozesse vorgeschlagen. Es erscheint von grundlegender Bedeutung, dass in allen Teilkirchen geeignete Initiativen ergriffen werden, damit die Priester sich mit den Leitlinien dieses Dokuments vertraut machen und die Fruchtbarkeit eines synodalen Stils der Kirche erfahren können.
22. All dies erfordert ein Engagement auf allen Ebenen der Ausbildung, insbesondere im Bereich der Erstausbildung und der Fortbildung der Priester. In einer zunehmend synodalen und missionarischen Kirche verliert das Priesteramt nichts von seiner Bedeutung und Aktualität, vielmehr kann es sich stärker auf seine besonderen und spezifischen Aufgaben konzentrieren. Die Herausforderung der Synodalität – die Unterschiede nicht beseitigt, sondern zur Geltung bringt – bleibt eine der wichtigsten Chancen für die Priester der Zukunft. Wie das zitierte Schlussdokument vermerkt, sollen die Priester »ihren Dienst in einem Geist der Nähe zu den Menschen […] leben, indem sie allen mit Offenheit und Bereitschaft zum Zuhören begegnen und sich einem authentischen synodalen Stil öffnen« (Nr. 72). Um eine Ekklesiologie der Gemeinschaft immer besser zu verwirklichen, muss der Dienst des Priesters das Modell eines exklusiven Führungsstils überwinden, der zu einer Zentralisierung der Pastoral und zur Last all der ihm allein übertragenen Verantwortlichkeiten führt. Stattdessen muss der Dienst des Priesters zu einem immer kollegialeren Führungsstil gelangen, in Zusammenarbeit zwischen den Priestern, den Diakonen und dem gesamten Volk Gottes, in jener gegenseitigen Bereicherung, die das Ergebnis der Vielfalt der vom Heiligen Geist geweckten Charismen ist. Wie uns Evangelii gaudium in Erinnerung ruft, dürfen das Amtspriestertum und die Gleichgestaltung mit Christus, dem Bräutigam, uns nicht dazu verleiten, die sakramentale Vollmacht mit Macht gleichzusetzen, denn »die Gleichgestaltung des Priesters mit Christus, dem Haupt – das heißt als Hauptquelle der Gnade – schließt nicht eine Erhebung ein, die ihn an die Spitze alles Übrigen setzt«.[21]
Treue und Mission
23. Die Identität der Priester gründet sich auf ihr Sein für und ist untrennbar mit ihrer Mission verbunden. Denn wer »sich einbildet, die priesterliche Identität zu finden, indem er introspektiv in sein Innerstes hinabtaucht, wird dort wohl nichts anderes finden als Zeichen, die auf den „Ausgang“ verweisen: Geh aus dir selbst heraus, geh hinaus und suche Gott in der Anbetung, geh hinaus und gib deinem Volk, was dir anvertraut ist, und dein Volk wird dafür sorgen, dass du spürst und erfährst, wer du bist, wie du heißt, was deine Identität ist, und es wird dir hundertfach Freude verschaffen, wie es der Herr seinen Knechten versprochen hat. Wenn du nicht aus dir herausgehst, wird das Öl ranzig und die Salbung kann keine Frucht bringen«.[22] Wie Johannes Paul II. lehrte, sind die Priester »in der Kirche und für die Kirche eine sakramentale Vergegenwärtigung Jesu Christi, des Hauptes und Hirten; sie verkünden mit Vollmacht sein Wort, sie wiederholen sein vergebendes Wirken und sein umfassendes Heilsangebot, vor allem durch die Taufe, die Buße und die Eucharistie, sie sorgen wie er liebevoll bis zur völligen Selbsthingabe für die Herde, die sie in der Einheit sammeln und durch Christus im Geist zum Vater führen«.[23] So entfaltet sich die priesterliche Berufung zwischen Freuden und Mühen eines demütigen Dienstes an den Brüdern und Schwestern, den die Welt oft nicht anerkennt, nach dem sie aber zutiefst dürstet: Die Begegnung mit gläubigen und glaubwürdigen Zeugen der Liebe Gottes, der treu und barmherzig ist, ist einer der wichtigsten Wege der Evangelisierung.
24. In unserer heutigen Welt, die von einem rasanten Tempo und dem Drang zur Hyperkonnektivität geprägt ist, was uns oft hektisch macht und zu Aktivismus verleitet, gibt es mindestens zwei Versuchungen, die der Treue zu dieser Mission entgegenstehen. Die erste besteht in einer auf Effizienz ausgerichteten Mentalität, bei der der Wert des Einzelnen an seiner Leistung gemessen wird, d.h. an der Menge der durchgeführten Aktivitäten und Projekte. Nach dieser Denkweise ist das, was man tut, wichtiger als das, was man ist, und damit wird die wahre Hierarchie der geistlichen Identität umgekehrt. Die zweite Versuchung hingegen ist eine Art Quietismus: Eingeschüchtert durch die Umstände zieht man sich in sich selbst zurück und verweigert sich der Herausforderung der Evangelisierung, indem man eine träge und defätistische Haltung einnimmt. Im Gegensatz dazu kann und muss ein freudiger und leidenschaftlicher Dienst – trotz aller menschlichen Schwächen – mit Eifer die Aufgabe annehmen, jeden Bereich unserer Gesellschaft zu evangelisieren, insbesondere Kultur, Wirtschaft und Politik, damit alles in Christus vereint wird (vgl. Eph 1,10). Um diese beiden Versuchungen zu überwinden und einen freudigen und fruchtbaren Dienst zu leisten, sollte jeder Priester dem Auftrag treu bleiben, den er erhalten hat, nämlich der Gnadengabe, die ihm der Bischof bei der Priesterweihe übermittelt hat. Treue zu diesem Auftrag bedeutet, das Paradigma anzunehmen, das uns der heilige Johannes Paul II. hinterlassen hat, als er alle daran erinnerte, dass die pastorale Liebe das Prinzip ist, das das Leben des Priesters zusammenhält.[24] Gerade indem er das Feuer der pastoralen Liebe, also die Liebe des Guten Hirten, lebendig hält, kann jeder Priester im Alltag sein Gleichgewicht finden und erkennen, was gemäß der Weisung der Kirche dem Amt zuträglich und was dessen proprium ist.
25. Die Harmonie zwischen Kontemplation und Aktion ist nicht durch die eifrige Übernahme von Aktionsplänen oder durch ein einfaches Abwägen der Aktivitäten zu erreichen, sondern indem man die österliche Dimension als Mittelpunkt des Dienstes betrachtet. Die vorbehaltlose Hingabe kann und darf in keinem Fall den Verzicht auf das Gebet, das Studium und die priesterliche Brüderlichkeit bedeuten, sondern wird im Gegenteil zum Horizont, in dem alles insofern enthalten ist, als es auf Jesus, den Herrn, ausgerichtet ist, der für das Heil der Welt gestorben und auferstanden ist. Auf diese Weise erfüllen sich auch die Weiheversprechen, die zusammen mit der Loslösung von den materiellen Gütern im Herzen des Priesters ein beständiges Suchen und Festhalten am Willen Gottes bewirken, sodass Christus in all seinem Handeln sichtbar wird. Dies geschieht beispielsweise, wenn man jeglichen Personenkult und jede Selbstdarstellung vermeidet, trotz der Öffentlichkeit, zu der die Rolle manchmal verpflichtet. Geprägt von dem Geheimnis, das er in der heiligen Liturgie feiert, muss jeder Priester »verschwinden, damit Christus bleibt, sich klein […] machen, damit er erkannt und verherrlicht wird (vgl. Joh 3,30), sich ganz und gar dafür [einsetzen], dass niemandem die Möglichkeit fehlt, ihn zu erkennen und zu lieben.«[25] Aus diesem Grund sollten die Medienpräsenz, die Nutzung der sozialen Netzwerke und aller heute verfügbaren Instrumente stets mit Bedacht geprüft werden, wobei der Nutzen für die Evangelisierung als Maßstab für die Beurteilung herangezogen werden sollte. »Alles ist mir erlaubt! Ja, aber nicht alles nützt mir« (1 Kor 6,12).
26. In jeder Situation sind die Priester gefordert, durch das Zeugnis eines bescheidenen und keuschen Lebens auf den großen Hunger der heutigen Gesellschaft nach authentischen und aufrichtigen Beziehungen eine wirksame Antwort zu geben und eine Kirche zu bezeugen, die »der wirksame Sauerteig in den Bindungen, Beziehungen und der Verwandtschaft der Menschheitsfamilie« ist und fähig, »Beziehungen zu pflegen: mit dem Herrn, zwischen Männern und Frauen, in der Familie, in der örtlichen Gemeinschaft, zwischen sozialen Gruppen und Religionen«.[26] Zu diesem Zweck ist es erforderlich, dass Priester und Laien gemeinsam eine echte missionarische Umkehr vollziehen, die die christlichen Gemeinschaften unter der Leitung ihrer Hirten auf den Dienst der Sendung hin ausrichtet, den »die Gläubigen innerhalb der Gesellschaft, in der Familie und im Arbeitsleben ausüben«. Wie die Synode festgestellt hat, wird »auf diese Weise […] deutlicher, dass die Pfarrei nicht auf sich selbst zentriert ist, sondern auf die Sendung in die Welt ausgerichtet ist. Die Pfarrei ist dann aufgerufen, das Engagement so vieler Menschen zu unterstützen, die ihren Glauben auf vielfältige Weise durch ihren Beruf, durch soziale, kulturelle und politische Aktivitäten leben und bezeugen«.[27]
Treue und Zukunft
27. Ich wünsche mir, dass die Feier des Jahrestages der beiden Konzilsdekrete und der Weg ihrer Umsetzung und Aktualisierung, den wir gemeinsam beschreiten müssen, zu einem neuen Pfingsten der Berufungen in der Kirche führen möge, das zahlreiche heilige und beständige Berufungen zum Priesteramt hervorbringt, damit es nie an Arbeitern für die Ernte des Herrn mangelt. Möge in uns allen der Wille neu erwachen, alles für die Förderung der Berufungen zu tun und unablässig zum Herrn der Ernte zu beten (vgl. Mt 9,37-38).
28. Neben dem Gebet erfordert der Mangel an Berufungen zum Priesteramt – insbesondere in einigen Regionen der Welt – jedoch auch eine Überprüfung der Fruchtbarkeit der pastoralen Praxis der Kirche. Es ist wahr, dass die Gründe für diese Krise häufig vielfältig sind und insbesondere vom sozio-kulturellen Kontext abhängen, aber gleichzeitig brauchen wir den Mut, den jungen Menschen starke und befreiende Vorschläge zu unterbreiten. Zudem müssen in den Teilkirchen »Bereiche und Formen der Jugendpastoral [entstehen], die vom Evangelium durchdrungen sind und in denen Berufungen zur völligen Selbsthingabe hervortreten und heranreifen können«.[28] In der Gewissheit, dass der Herr niemals aufhört zu rufen (vgl. Joh 11,28), ist es notwendig, in jedem Bereich der Seelsorge, insbesondere in der Jugend- und Familienpastoral, stets die Perspektive der Berufung im Blick zu behalten. Denken wir daran: Es gibt keine Zukunft ohne die Pflege aller Berufungen!
29. Schließlich danke ich dem Herrn, der seinem Volk stets nahe ist, mit uns geht und unsere Herzen mit Hoffnung und Frieden erfüllt, damit wir diese an alle weitergeben. »Liebe Brüder und Schwestern, ich würde mir wünschen, dass dies unser erstes großes Verlangen ist: eine geeinte Kirche, als Zeichen der Einheit und der Gemeinschaft, die zum Ferment einer versöhnten Welt wird.«[29] Ich bedanke mich bei euch allen, Hirten und gläubigen Laien, die ihr euren Geist und euer Herz für die prophetische Botschaft der Konzilsdekrete Presbyterorum ordinis und Optatam totius öffnet und bereit seid, daraus gemeinsam Nahrung und Anregung für den Weg der Kirche zu schöpfen. Ich vertraue alle Seminaristen, Diakone und Priester der Fürsprache der Unbefleckten Jungfrau Maria, der Mutter vom Guten Rat, und dem heiligen Johannes Maria Vianney, dem Patron der Pfarrer und Vorbild aller Priester, an. Wie der Pfarrer von Ars zu sagen pflegte: »Das Priestertum ist die Liebe des Herzens Jesu«.[30] Eine Liebe, die so stark ist, dass sie die Wolken der Gewohnheit, der Entmutigung und der Einsamkeit vertreibt, eine vollkommene Liebe, die uns in der Eucharistie in ihrer ganzen Fülle geschenkt wird. Eucharistische Liebe, priesterliche Liebe.
Gegeben zu Rom, bei Sankt Peter, am 8. Dezember, dem Hochfest der Unbefleckten Empfängnis der seligen Jungfrau Maria, im Heiligen Jahr 2025, dem ersten meines Pontifikats.
LEO PP. XIV
[1] Zweites Vatikanisches Konzil, Dekret Optatam totius über die Ausbildung der Priester, Vorwort.
[2] Vgl. Hl. J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. In diesem Sinne erinnere ich an den Aufruf von Optatam totius (Nr. 16) zur Erneuerung und Förderung der kirchlichen Studien, die noch immer andauert.
[3] Vgl. Bischofssynode, Für eine synodale Kirche: Gemeinschaft – Teilhabe – Sendung, Vorbereitungsdokument (2021),1; Franziskus, Ansprache zur 50-Jahr-Feier der Errichtung der Bischofssynode (17. Oktober 2015).
[4] Benedikt XVI., Enzyklika Deus caritas est (25. Dezember 2005), 1.
[5] Benedikt XVI., Homilie in der heiligen Messe zum Abschluss des Priesterjahres (11. Juni 2010).
[6] »Wie er vielmehr bei seiner Frage an Petrus, ob er von ihm geliebt würde, nicht deshalb fragte, weil er es nötig gehabt hätte, erst über die Liebe des Jüngers belehrt zu werden, sondern um uns das Übermaß der eigenen Liebe zu zeigen« (Johannes Chrysosthomus, De sacerdotio II, 1: SCh 272, Paris 1980, 104, 48-51).
[7] Kongregation für den Klerus, Das Geschenk der Berufung zum Priestertum. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8. Dezember 2016), N. 57.
[8] Ansprache an die Teilnehmer des internationalen Treffens „Glückliche Priester - »Vielmehr habe ich euch Freunde genannt« (Joh 15,15)“ veranstaltet vom Dikasterium für den Klerus anlässlich der Heilig- Jahr-Feier der Priester und der Seminaristen (26. Juni 2025).
[9] Meditation anlässlich der Heilig-Jahr-Feier der Seminaristen (24. Juni 2025).
[10] Benedikt XVI., Katechese (24. Juni 2009).
[11] Zweites Vatikanisches Konzil, Dekret Presbyterorum ordinis über Dienst und Leben der Priester, 9.
[12] Ebd., 8.
[13] Hl. Cyprian, De dominica oratione, 23: CCSL 3A, Tournhout 1976, 105.
[14] Vgl. Kongregation für den Klerus, Das Geschenk der priesterlichen Berufung. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8. Dezember 2016), Nr. 87-88.
[15] Ansprache an die Teilnehmer des internationalen Treffens „Glückliche Priester“ - »Vielmehr habe ich euch Freunde genannt« (Joh 15,15)“ veranstaltet vom Dikasterium für den Klerus anlässlich der Heilig- Jahr-Feier der Priester und der Seminaristen (26. Juni 2025).
[16] Vgl. Johannes Paul II., Nachsynodales Apostolisches Schreiben Pastores dabo vobis (25. März 1992), 61; Benedikt XVI., Apostolisches Schreiben in Form eines Motu proprio Ministrorum institutio (16. Januar 2013).
[17] Zweites Vatikanisches Konzil, Dekret Presbyterorum Ordinis über Dienst und Leben der Priester, 8.
[18] Iganatius von Antiochien, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, Paris 19694, 72.
[19] An die Teilnehmer der Heilig-Jahr-Feier der Synodenteams und der Mitwirkungsgremien (24. Oktober 2025).
[20] Bischofssynode, Abschlussdokument der zweiten Sitzung der XVI. Ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode „Für eine synodale Kirche: Gemeinschaft, Teilhabe und Mission“ (26. Oktober 2024).
[21] Franziskus, Enzyklika Evangelii gaudium (24. November 2013), 104.
[22] Ders., Homilie bei der Chrisammesse (17. April 2014).
[23] Hl. Johannes Paul II., Nachsynodales Apostolisches Schreiben Pastores dabo vobis (25. März 1992), 15.
[24] Vgl. ebd., 23.
[25] Homilie in der heiligen Messe „Pro Ecclesia“ (9. Mai 2025).
[26]Bischofssynode, Schlussdokument der zweiten Sitzung der XVI. Ordentlichen Vollversammlung „Für eine synodale Kirche: Gemeinschaft, Teilhabe, Sendung“ (26. Oktober 2024), 20; 50.
[27] Ebd., 59; 117.
[28] Ansprache an die Teilnehmer des internationalen Treffens “Glückliche Priester” - »Vielmehr habe ich euch Freunde genannt« (Joh 15,15) veranstaltet vom Dikasterium für den Klerus anlässlich der Heilig- Jahr-Feier der Priester und der Seminaristen (26. Juni 2025).
[29] Homilie bei der Eucharistiefeier zum Pontifikatsbeginn (18. Mai 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus» : Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Paris 1995, 98.
[01462-DE.01] [Originalsprache: Italian]
Traduzione in lingua spagnola
CARTA APOSTÓLICA
UNA FIDELIDAD QUE GENERA FUTURO
DEL SANTO PADRE LEÓN XIV
CON MOTIVO DEL LX ANIVERSARIO
DE LOS DECRETOS CONCILIARES
OPTATAM TOTIUS Y PRESBYTERORUM ORDINIS
1. Una fidelidad que genera futuro es a lo que los presbíteros están llamados también hoy, en la conciencia de que perseverar en la misión apostólica nos ofrece la posibilidad de interrogarnos sobre el futuro del ministerio y de ayudar a otros a percibir la alegría de la vocación presbiteral. El sexagésimo aniversario del Concilio Vaticano II, que se celebra en este Año jubilar, nos brinda la ocasión de contemplar nuevamente el don de esta fidelidad fecunda, recordando las enseñanzas de los Decretos Optatam totius y Presbyterorum ordinis, promulgados respectivamente el 28 de octubre y el 7 de diciembre de 1965. Son dos textos nacidos de una única inspiración de la Iglesia, que se siente llamada a ser signo e instrumento de unidad para todos los pueblos e interpelada a renovarse, consciente de que «la anhelada renovación de toda la Iglesia depende en gran parte del ministerio de los sacerdotes, animado por el espíritu de Cristo».[1]
2. ¡No celebramos un aniversario de papel! Ambos documentos, en efecto, se fundamentan sólidamente en la comprensión de la Iglesia como el Pueblo de Dios que peregrina en la historia y constituyen un hito fundamental de la reflexión acerca de la naturaleza y la misión del ministerio pastoral, así como de la preparación para el mismo, conservando con el paso del tiempo una gran frescura y actualidad. Invito, por tanto, a continuar la lectura de dichos textos en el seno de las comunidades cristianas y a su estudio, particularmente en los Seminarios y en todos los ámbitos de preparación y formación para el ministerio ordenado.
3. Los Decretos Optatam totius y Presbyterorum ordinis, bien situados en el cauce de la Tradición doctrinal de la Iglesia sobre el sacramento del Orden, pusieron ante la atención del Concilio la reflexión sobre el sacerdocio ministerial y manifestaron la solicitud de la asamblea conciliar por los sacerdotes. El propósito era elaborar los presupuestos necesarios para formar a las futuras generaciones de presbíteros según la renovación promovida por el Concilio, manteniendo firme la identidad ministerial y, al mismo tiempo, evidenciando nuevas perspectivas que integraran la reflexión precedente, en la lógica de un sano desarrollo doctrinal.[2] Es necesario, por tanto, hacer de ellos una memoria viva, respondiendo a la llamada a acoger el mandato que estos Decretos han confiado a toda la Iglesia: revitalizar siempre y cada día el ministerio presbiteral, extrayendo fuerza de su raíz, que es el vínculo entre Cristo y la Iglesia, para ser, junto con todos los fieles y a su servicio, discípulos misioneros según su Corazón.
4. Al mismo tiempo, en los seis decenios transcurridos desde el Concilio, la humanidad ha vivido y sigue viviendo cambios que exigen una verificación constante del camino recorrido y una coherente actualización de las enseñanzas conciliares. Paralelamente, en estos años la Iglesia ha sido conducida por el Espíritu Santo a desarrollar la doctrina del Concilio sobre su naturaleza comunional según la forma sinodal y misionera.[3] Con este propósito dirijo la presente Carta apostólica a todo el Pueblo de Dios, para reconsiderar juntos la identidad y la función del ministerio ordenado a la luz de lo que el Señor pide hoy a la Iglesia, prolongando la gran obra de actualización del Concilio Vaticano II. Propongo hacerlo a través de la perspectiva de la fidelidad, que es a la vez gracia de Dios y camino constante de conversión, para corresponder con alegría a la llamada del Señor Jesús. Deseo comenzar expresando gratitud por el testimonio y la entrega de los sacerdotes que, en todas partes del mundo, ofrecen su vida, celebran el sacrificio de Cristo en la Eucaristía, anuncian la Palabra, absuelven los pecados y se dedican día tras día con generosidad a los hermanos y hermanas, sirviendo a la comunión y a la unidad, y cuidando, en particular, de quienes más sufren y pasan necesidad.
Fidelidad y servicio
5. Toda vocación en la Iglesia nace del encuentro personal con Cristo, «que da un nuevo horizonte a la vida y, con ello, una orientación decisiva».[4] Antes de todo compromiso, antes de toda buena aspiración personal, antes de todo servicio, está la voz del Maestro que llama: “Ven y sígueme” (cf. Mc 1,17). El Señor de la vida nos conoce e ilumina nuestro corazón con su mirada de amor (cf. Mc 10,21). No se trata sólo de una voz interior, sino de un impulso espiritual que con frecuencia nos llega a través del ejemplo de otros discípulos del Señor y que toma forma en una elección valiente de vida. La fidelidad a la vocación, especialmente en el tiempo de la prueba y de la tentación, se fortalece cuando no olvidamos esa voz, cuando somos capaces de recordar con pasión el sonido de la voz del Señor que nos ama, nos elige y nos llama, confiándonos también al indispensable acompañamiento de quienes son expertos en la vida del Espíritu. El eco de esa Palabra es, con el paso del tiempo, el principio de la unidad interior con Cristo, que resulta fundamental e ineludible en la vida apostólica.
6. La llamada al ministerio ordenado es un don libre y gratuito de Dios. Vocación, en efecto, no significa constricción por parte del Señor, sino propuesta amorosa de un proyecto de salvación y libertad para la propia existencia que recibimos cuando, con la gracia de Dios, reconocemos que en el centro de nuestra vida está Jesús, el Señor. Entonces la vocación al ministerio ordenado crece como donación de sí mismos a Dios y, por ello, a su Pueblo santo. Toda la Iglesia ora y se alegra por este don con el corazón lleno de esperanza y gratitud, como expresaba el Papa Benedicto XVI al concluir el Año sacerdotal: «Queríamos despertar la alegría de que Dios esté tan cerca de nosotros, y la gratitud por el hecho de que Él se confíe a nuestra debilidad; que Él nos guíe y nos ayude día tras día. Queríamos también, así, enseñar de nuevo a los jóvenes que esta vocación, esta comunión de servicio por Dios y con Dios, existe; más aún, que Dios está esperando nuestro “sí”».[5]
7. Toda vocación es un don del Padre que pide ser custodiado con fidelidad en una dinámica de conversión permanente. La obediencia a la propia llamada se construye cada día mediante la escucha de la Palabra de Dios, la celebración de los sacramentos —en particular en el Sacrificio Eucarístico—, la evangelización, la cercanía a los últimos y la fraternidad presbiteral, bebiendo de la oración como lugar eminente de encuentro con el Señor. Es como si cada día el sacerdote regresara al lago de Galilea —allí donde Jesús preguntó a Pedro «¿me amas?» (Jn 21,15)— para renovar su “sí”.[6] En este sentido se comprende lo que Optatam totius indica respecto a la formación sacerdotal, deseando que no se detenga en el tiempo del Seminario (cf. n. 22), abriendo el camino a una formación continua, permanente, de modo que constituya un dinamismo de constante renovación humana, espiritual, intelectual y pastoral.
8. Por tanto, todos los presbíteros están llamados a cuidar siempre de la propia formación, para mantener vivo el don de Dios recibido con el sacramento del Orden (cf. 2 Tm 1,6). La fidelidad a la llamada, pues, no es inmovilidad ni cierre, sino un camino de conversión cotidiana que confirma y hace madurar la vocación recibida. En esta perspectiva, es oportuno promover iniciativas como el Congreso para la formación permanente de los sacerdotes, celebrado en el Vaticano del 6 al 10 de febrero de 2024, con más de ochocientos responsables de la formación permanente provenientes de ochenta naciones. Antes de ser esfuerzo intelectual o actualización pastoral, la formación permanente sigue siendo memoria viva y actualización constante de la propia vocación en un camino compartido.
9. Desde el momento mismo de la llamada y desde la primera formación, la belleza y la constancia del camino están custodiadas por la sequela Christi. Todo pastor, en efecto, antes incluso de dedicarse a la guía del rebaño, debe recordar constantemente que él mismo es discípulo del Maestro, junto con los hermanos y hermanas, porque «a lo largo de la vida se es siempre “discípulo”, con el constante anhelo de “configurarse” con Cristo».[7] Sólo esta relación de seguimiento obediente y de discipulado fiel puede mantener la mente y el corazón en la dirección correcta, a pesar de las dificultades que la vida puede depararnos.
10. En estas últimas décadas, la crisis de confianza en la Iglesia provocada por los abusos cometidos por miembros del clero —que nos llenan de vergüenza y nos llaman a la humildad— nos ha hecho aún más conscientes de la urgencia de una formación integral que asegure el crecimiento y la madurez humana de los candidatos al presbiterado, junto con una rica y sólida vida espiritual.
11. El tema de la formación resulta central también para afrontar el fenómeno de quienes, después de algunos años o incluso decenios, abandonan el ministerio. Esta dolorosa realidad, en efecto, no debe interpretarse sólo en clave jurídica, sino que exige mirar con atención y compasión la historia de estos hermanos y las múltiples razones que pudieron conducirlos a tal decisión. Y la respuesta que se ha de dar es, ante todo, un renovado compromiso formativo, cuyo objetivo es «un camino de familiaridad con el Señor que involucra a toda la persona: el corazón, la inteligencia, la libertad, y la moldea a imagen del Buen Pastor».[8]
12. En consecuencia, «el seminario, sea cual sea su modalidad, debe ser una escuela de los afectos, […] necesitamos aprender a amar y a hacerlo como Jesús». Por ello invito a los seminaristas a un trabajo interior sobre las motivaciones que abarque todos los aspectos de la vida: «no hay nada en ustedes que deba ser descartado, sino que todo debe ser asumido y transfigurado en la lógica del grano de trigo, con el fin de convertirse en personas y sacerdotes felices, “puentes” y no obstáculos para el encuentro con Cristo para todos aquellos que se acercan a ustedes».[9] Sólo presbíteros y consagrados humanamente maduros y espiritualmente sólidos —es decir, personas en las que la dimensión humana y la espiritual están bien integradas y que, por ello, son capaces de relaciones auténticas con todos— pueden asumir el compromiso del celibato y anunciar de modo creíble el Evangelio del Resucitado.
13. Se trata, por tanto, de custodiar y hacer crecer la vocación en un camino constante de conversión y de renovada fidelidad, que nunca es un recorrido meramente individual, sino que nos compromete a cuidarnos unos a otros. Esta dinámica es siempre, una vez más, obra de la gracia que abraza nuestra frágil humanidad, sanándola del narcisismo y del egocentrismo. Con fe, esperanza y caridad, estamos llamados a emprender cada día el seguimiento poniendo toda nuestra confianza en el Señor. Comunión, sinodalidad y misión no pueden realizarse, en efecto, si en el corazón de los sacerdotes la tentación de la autorreferencialidad no cede el paso a la lógica de la escucha y del servicio. Como subrayó Benedicto XVI, «el sacerdote es siervo de Cristo, en el sentido de que su existencia, configurada ontológicamente con Cristo, asume un carácter esencialmente relacional: está al servicio de los hombres en Cristo, por Cristo y con Cristo. Precisamente porque pertenece a Cristo, el sacerdote está radicalmente al servicio de los hombres: es ministro de su salvación, de su felicidad, de su auténtica liberación, madurando, en esta aceptación progresiva de la voluntad de Cristo, en la oración, en el “estar unido de corazón” a Él».[10]
Fidelidad y fraternidad
14. El Concilio Vaticano II situó el servicio específico de los presbíteros dentro de la igual dignidad y fraternidad de todos los bautizados, como bien lo atestigua el Decreto Presbyterorum ordinis: «Los sacerdotes del Nuevo Testamento, aunque por razón del sacramento del Orden ejercen el ministerio de padre y de maestro, importantísimo y necesario en el pueblo y para el pueblo de Dios, sin embargo, son, juntamente con todos los fieles cristianos, discípulos del Señor, hechos partícipes de su Reino por la gracia de Dios que llama. Con todos los regenerados en la fuente del bautismo los presbíteros son hermanos entre los hermanos, puesto que son miembros de un mismo Cuerpo de Cristo, cuya edificación se exige a todos».[11] Dentro de esta fraternidad fundamental, que tiene su raíz en el Bautismo y une a todo el pueblo de Dios, el Concilio destaca el vínculo fraternal particular entre los ministros ordenados, fundado en el mismo sacramento del Orden: «Los presbíteros, constituidos por la Ordenación en el Orden del Presbiterado, están unidos todos entre sí por la íntima fraternidad sacramental, y forman un presbiterio especial en la diócesis a cuyo servicio se consagran bajo el obispo propio […]. Cada uno está unido con los demás miembros de este presbiterio por vínculos especiales de caridad apostólica, de ministerio y de fraternidad».[12] La fraternidad presbiteral, por lo tanto, antes que ser una tarea que hay que realizar, es un don inherente a la gracia de la Ordenación. Hay que reconocer que este don nos precede: no se construye sólo con la buena voluntad y en virtud de un esfuerzo colectivo, sino que es un don de la Gracia, que nos hace partícipes del ministerio del obispo y se realiza en la comunión con él y con los hermanos.
15. Sin embargo, precisamente por eso, los presbíteros están llamados a corresponder a la gracia de la fraternidad, manifestando y ratificando con su vida lo que se estipula entre ellos no sólo por la gracia bautismal, sino también por el sacramento del Orden. Ser fieles a la comunión significa, en primer lugar, superar la tentación del individualismo, que mal se compagina con la acción misionera y evangelizadora que siempre concierne a la Iglesia en su conjunto. No en vano, el Concilio Vaticano II se refirió a los presbíteros casi siempre en plural: ¡ningún pastor existe por sí solo! El mismo Señor «instituyó a doce para que estuvieran con él» (Mc 3,14); esto significa que no puede existir un ministerio desvinculado de la comunión con Jesucristo y con su cuerpo, que es la Iglesia. Hacer cada vez más visible esta dimensión relacional y de comunión del ministerio ordenado, conscientes de que la unidad de la Iglesia deriva «de la unidad del Padre y del Hijo y del Espíritu Santo»,[13] es uno de los principales retos para el futuro, sobre todo en un mundo marcado por guerras, divisiones y discordias.
16. La fraternidad presbiteral debe considerarse, por lo tanto, como un elemento constitutivo de la identidad de los ministros,[14] no sólo como un ideal o un eslogan, sino como un aspecto en el que comprometerse con renovado vigor. En este sentido, se ha hecho mucho aplicando las indicaciones de Presbyterorum ordinis (cf. n. 8), pero queda mucho por hacer, comenzando, por ejemplo, por la equiparación económica entre los que sirven en parroquias pobres y los que ejercen su ministerio en comunidades acomodadas. Además, hay que tener en cuenta que, en varios países y diócesis, aún no se garantiza la necesaria previsión para la enfermedad y la vejez. El cuidado recíproco, en particular la atención a los hermanos más solos y aislados, así como a los enfermos y ancianos, no puede considerarse menos importante que el cuidado del pueblo que se nos ha confiado. Esta es una de las instancias fundamentales que he recomendado a los sacerdotes con motivo de su reciente Jubileo. «¿Cómo podríamos nosotros, ministros, ser constructores de comunidades vivas, si no reinara ante todo entre nosotros una fraternidad efectiva y sincera?».[15]
17. En muchos contextos, especialmente en los occidentales, se abren nuevos retos para la vida de los presbíteros, relacionados con la movilidad actual y la fragmentación del tejido social. Esto hace que los sacerdotes ya no estén insertados en un contexto cohesionado y creyente que apoyaba su ministerio en tiempos pasados. En consecuencia, están más expuestos a las derivas de la soledad, que apaga el impulso apostólico y puede provocar un triste repliegue sobre sí mismos. También por esto, siguiendo las indicaciones de mis predecesores,[16] espero que en todas las Iglesias locales surja un compromiso renovado para invertir y promover formas posibles de vida en común, de modo que «los presbíteros encuentren mutua ayuda en el cultivo de la vida espiritual e intelectual, puedan cooperar mejor en el ministerio y se libren de los peligros que pueden sobrevenir por la soledad».[17]
18. Por otra parte, hay que recordar que la comunión presbiteral nunca puede determinarse como un aplanamiento de los individuos, de los carismas o de los talentos que el Señor ha derramado en la vida de cada uno. Es importante que, en los presbiterios diocesanos, gracias al discernimiento del obispo, se logre encontrar un punto de equilibrio entre la valorización de estos dones y la custodia de la comunión. La escuela de la sinodalidad, en esta perspectiva, puede ayudar a todos a madurar interiormente la acogida de los diferentes carismas en una síntesis que consolide la comunión del presbiterio, fiel al Evangelio y a las enseñanzas de la Iglesia. En un tiempo de gran fragilidad, todos los ministros ordenados están llamados a vivir la comunión volviendo a lo esencial y acercándose a las personas, para custodiar la esperanza que se hace realidad en el servicio humilde y concreto. En este horizonte, sobre todo el ministerio del diácono permanente, configurado con Cristo Siervo, es signo vivo de un amor que no se queda en la superficie, sino que se inclina, escucha y se entrega. La belleza de una Iglesia formada por presbíteros y diáconos que colaboran, unidos por la misma pasión por el Evangelio y atentos a los más pobres, se convierte en un testimonio luminoso de comunión. Según la palabra de Jesús (cf. Jn 13,34-35), es de esta unidad, arraigada en el amor recíproco, de donde el anuncio cristiano recibe credibilidad y fuerza. Por eso, el ministerio diaconal, especialmente cuando se vive en comunión con la propia familia, es un don que hay que conocer, valorar y apoyar. El servicio, discreto pero esencial, de hombres dedicados a la caridad nos recuerda que la misión no se cumple con grandes gestos, sino unidos por la pasión por el Reino y con la fidelidad cotidiana al Evangelio.
19. Una imagen feliz y elocuente de la fidelidad a la comunión es sin duda la que presenta san Ignacio de Antioquía en la Carta a los Efesios: «También conviene caminar de acuerdo con el pensamiento de vuestro obispo, lo cual vosotros ya hacéis. Vuestro presbiterio, justamente reputado, digno de Dios, está conforme con su obispo como las cuerdas a la cítara. Así en vuestro sinfónico y armonioso amor es Jesucristo quien canta […]. Es, pues, provechoso para vosotros el ser una inseparable unidad, a fin de participar siempre de Dios».[18]
Fidelidad y sinodalidad
20. Llego a un punto que me interesa especialmente. Al hablar de la identidad de los sacerdotes, el Decreto Presbyterorum ordinis destaca ante todo el vínculo con el sacerdocio y la misión de Jesucristo (cf. n. 2) y señala luego tres coordenadas fundamentales: la relación con el obispo, que encuentra en los presbíteros «colaboradores y consejeros necesarios», con los que mantiene una relación fraterna y amistosa (cf. n. 7); la comunión sacramental y la fraternidad con los demás presbíteros, de modo que juntos contribuyan «a una misma obra» y ejerzan «un único ministerio», trabajando todos «por la misma causa», aunque se ocupen de tareas diferentes (n. 8); la relación con los fieles laicos, entre los cuales los presbíteros, con su tarea específica, son hermanos entre hermanos, compartiendo la misma dignidad bautismal, uniendo «sus esfuerzos a los de los fieles laicos» y aprovechando «su experiencia y competencia en los diversos campos de la actividad humana, para poder reconocer juntos los signos de los tiempos». En lugar de destacar o concentrar todas las tareas en sí mismos, «descubran con el sentido de la fe los multiformes carismas de los seglares, tanto los humildes como los más elevados» (n. 9).
21. En este campo aún queda mucho por hacer. El impulso del proceso sinodal es una fuerte invitación del Espíritu Santo a dar pasos decididos en esta dirección. Por eso reitero mi deseo de «invitar a los sacerdotes […] a abrir de alguna manera su corazón y a participar en estos procesos»[19] que estamos viviendo. En este sentido, la segunda sesión de la XVI Asamblea sinodal, en su Documento final,[20] propuso una conversión de las relaciones y los procesos. Parece fundamental que, en todas las Iglesias particulares, se emprendan iniciativas adecuadas para que los presbíteros puedan familiarizarse con las directrices de este Documento y experimentar la fecundidad de un estilo sinodal de Iglesia.
22. Todo ello requiere un compromiso formativo a todos los niveles, en particular en el ámbito de la formación inicial y permanente de los sacerdotes. En una Iglesia cada vez más sinodal y misionera, el ministerio sacerdotal no pierde nada de su importancia y actualidad, sino que, por el contrario, podrá centrarse más en sus tareas propias y específicas. El desafío de la sinodalidad —que no elimina las diferencias, sino que las valoriza— sigue siendo una de las principales oportunidades para los sacerdotes del futuro. Como recuerda el citado Documento final, «los presbíteros están llamados a vivir su servicio con una actitud de cercanía a las personas, de acogida y de escucha de todos, abriéndose a un estilo sinodal» (n. 72). Para implementar cada vez mejor una eclesiología de comunión, es necesario que el ministerio del presbítero supere el modelo de un liderazgo exclusivo, que determina la centralización de la vida pastoral y la carga de todas las responsabilidades confiadas sólo a él, tendiendo hacia una conducción cada vez más colegiada, en la cooperación entre los presbíteros, los diáconos y todo el Pueblo de Dios, en ese enriquecimiento mutuo que es fruto de la variedad de carismas suscitados por el Espíritu Santo. Como nos recuerda Evangelii gaudium, el sacerdocio ministerial y la configuración con Cristo Esposo no deben llevarnos a identificar la potestad sacramental con el poder, ya que «la configuración del sacerdote con Cristo Cabeza —es decir, como fuente capital de la gracia— no implica una exaltación que lo coloque por encima del resto». [21]
Fidelidad y misión
23. La identidad de los presbíteros se constituye en torno a su ser para y es inseparable de su misión. De hecho, quien «pretende encontrar la identidad sacerdotal buceando introspectivamente en su interior quizá no encuentre otra cosa que señales que dicen “salida”: sal de ti mismo, sal en busca de Dios en la adoración, sal y dale a tu pueblo lo que te fue encomendado, que tu pueblo se encargará de hacerte sentir y gustar quién eres, cómo te llamas, cuál es tu identidad y te alegrará con el ciento por uno que el Señor prometió a sus servidores. Si no sales de ti mismo, el óleo se vuelve rancio y la unción no puede ser fecunda». [22] Como enseñaba san Juan Pablo II, «los presbíteros son, en la Iglesia y para la Iglesia, una representación sacramental de Jesucristo, Cabeza y Pastor, proclaman con autoridad su palabra; renuevan sus gestos de perdón y de ofrecimiento de la salvación, principalmente con el Bautismo, la Penitencia y la Eucaristía; ejercen, hasta el don total de sí mismos, el cuidado amoroso del rebaño, al que congregan en la unidad y conducen al Padre por medio de Cristo en el Espíritu» [23]. Así, la vocación sacerdotal se desarrolla entre las alegrías y las fatigas de un servicio humilde a los hermanos, que el mundo a menudo desconoce, pero del que tiene una profunda sed: encontrar testigos creyentes y creíbles del Amor de Dios, fiel y misericordioso, constituye una vía primordial de evangelización.
24. En nuestro mundo contemporáneo, caracterizado por ritmos acelerados y por la ansiedad de estar hiperconectados, lo que a menudo nos vuelve frenéticos y nos induce al activismo, hay al menos dos tentaciones que se insinúan contra la fidelidad a esta misión. La primera consiste en una mentalidad eficientista según la cual el valor de cada uno se mide por el rendimiento, es decir, por la cantidad de actividades y proyectos realizados. Según esta forma de pensar, lo que haces está por encima de lo que eres, invirtiendo la verdadera jerarquía de la identidad espiritual. La segunda tentación, por el contrario, se califica como una especie de quietismo: asustados por el contexto, nos encerramos en nosotros mismos, rechazando el desafío de la evangelización y adoptando un enfoque perezoso y derrotista. Por el contrario, un ministerio gozoso y apasionado —a pesar de todas las debilidades humanas— puede y debe asumir con ardor la tarea de evangelizar todas las dimensiones de nuestra sociedad, en particular la cultura, la economía y la política, para que todo sea recapitulado en Cristo (cf. Ef 1,10). Para vencer estas dos tentaciones y vivir un ministerio gozoso y fecundo, cada sacerdote debe permanecer fiel a la misión que ha recibido, es decir, al don de la gracia transmitido por el obispo durante la Ordenación sacerdotal. La fidelidad a la misión significa asumir el paradigma que nos entregó san Juan Pablo II cuando recordó a todos que la caridad pastoral es el principio que unifica la vida del sacerdote.[24] Es precisamente manteniendo vivo el fuego de la caridad pastoral, es decir, el amor del Buen Pastor, como cada sacerdote puede encontrar el equilibrio en la vida cotidiana y saber discernir lo que es beneficioso y lo que es proprium del ministerio, según las indicaciones de la Iglesia.
25. La armonía entre la contemplación y la acción no debe buscarse mediante la adopción apresurada de esquemas operativos o mediante un simple equilibrio de actividades, sino asumiendo como central en el ministerio la dimensión pascual. Darse sin reservas, en cualquier caso, no puede ni debe implicar la renuncia a la oración, al estudio, a la fraternidad sacerdotal, sino que, por el contrario, se convierte en el horizonte en el que todo se comprende en la medida en que se orienta al Señor Jesús, muerto y resucitado para la salvación del mundo. De este modo se cumplen también las promesas hechas en la Ordenación que, junto con el desapego de los bienes materiales, realizan en el corazón del presbítero una búsqueda perseverante y una adhesión a la voluntad de Dios, haciendo así que Cristo se manifieste en cada una de sus acciones. Esto ocurre, por ejemplo, cuando se huye de todo personalismo y de toda celebración de uno mismo, a pesar de la exposición pública a la que a veces obliga el cargo. Educado por el misterio que celebra en la santa liturgia, todo sacerdote debe «desaparecer para que permanezca Cristo, hacerse pequeño para que Él sea conocido y glorificado, gastándose hasta el final para que a nadie falte la oportunidad de conocerlo y amarlo».[25] Por eso, la exposición mediática, el uso de las redes sociales y de todos los instrumentos disponibles hoy en día debe evaluarse siempre con sabiduría, tomando como paradigma del discernimiento el del servicio a la evangelización. «Todo me está permitido, pero no todo es conveniente» (1 Co 6,12).
26. En cualquier situación, los presbíteros están llamados a dar una respuesta eficaz, mediante el testimonio de una vida sobria y casta, al gran anhelo de relaciones auténticas y sinceras que se encuentra en la sociedad contemporánea, dando testimonio de una Iglesia que sea «ser fermento eficaz de los vínculos, las relaciones y la fraternidad de la familia humana», «capaz de alimentar las relaciones: con el Señor, entre hombres y mujeres, en las familias, en las comunidades, entre todos los cristianos, entre los grupos sociales, entre las religiones».[26] Para ello es necesario que sacerdotes y laicos, todos juntos, realicen una verdadera conversión misionera que oriente a las comunidades cristianas, bajo la guía de sus pastores, «al servicio de la misión que los fieles llevan a cabo en la sociedad, en la vida familiar y laboral». Como observó el Sínodo, «de este modo, quedará más claro que la parroquia no está centrada en sí misma, sino orientada a la misión y llamada a apoyar el compromiso de tantas personas que, de diferentes maneras, viven y dan testimonio de su fe en su profesión y en las actividades sociales, culturales y políticas».[27]
Fidelidad y futuro
27. Espero que la celebración del aniversario de los dos Decretos conciliares y el camino que estamos llamados a compartir para concretarlos y actualizarlos se traduzcan en un renovado Pentecostés vocacional en la Iglesia, suscitando santas, numerosas y perseverantes vocaciones al sacerdocio ministerial, para que nunca falten obreros para la mies del Señor. Y que se despierte en todos nosotros la voluntad de comprometernos profundamente en la promoción vocacional y en la oración constante al Dueño de la mies (cf. Mt 9,37-38).
28. Sin embargo, junto con la oración, la escasez de vocaciones al sacerdocio
—especialmente en algunas regiones del mundo— exige que todos revisemos la capacidad generativa de las prácticas pastorales de la Iglesia. Es cierto que a menudo los motivos de esta crisis pueden ser diversos y múltiples y, en particular, depender del contexto sociocultural, pero, al mismo tiempo, debemos tener el valor de hacer a los jóvenes propuestas fuertes y liberadoras y de que en las Iglesias particulares crezcan «los ambientes y las formas de pastoral juvenil impregnadas del Evangelio, donde puedan manifestarse y madurar las vocaciones a la entrega total de sí».[28] Con la certeza de que el Señor nunca deja de llamar (cf. Jn 11,28), es necesario tener siempre presente la perspectiva vocacional en todos los ámbitos pastorales, en particular en los juveniles y familiares. Recordémoslo: ¡no hay futuro sin el cuidado de todas las vocaciones!
29. Para concluir, doy gracias al Señor, que siempre está cerca de su pueblo y camina con nosotros, llenando nuestros corazones de esperanza y paz, para llevarlas a todos. «Hermanos y hermanas, quisiera que este fuera nuestro primer gran deseo: una Iglesia unida, signo de unidad y comunión, que se convierta en fermento para un mundo reconciliado».[29] Y doy las gracias a todos ustedes, pastores y fieles laicos, que abren su mente y corazón al mensaje profético de los Decretos conciliares Presbyterorum ordinis y Optatam totius y se disponen, juntos, a nutrirse y estimularse mutuamente para el camino de la Iglesia. Encomiendo a todos los seminaristas, diáconos y presbíteros a la intercesión de la Virgen Inmaculada, Madre del Buen Consejo, y a san Juan María Vianney, patrono de los párrocos y modelo de todos los sacerdotes. Como solía decir el santo Cura de Ars: «El sacerdocio es el amor del corazón de Jesús».[30] Un amor tan fuerte que disipa las nubes de la rutina, el desánimo y la soledad, un amor total que se nos da en plenitud en la Eucaristía. Amor eucarístico, amor sacerdotal.
Dado en Roma, junto a san Pedro, el 8 de diciembre, solemnidad de la Inmaculada Concepción de la Bienaventurada Virgen María, del Año jubilar 2025, primero de mi Pontificado.
LEÓN PP. XIV
______________________
[1] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Optatam totius, sobre la formación sacerdotal, Proemio.
[2] Cf. S. J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. En este sentido, recuerdo el llamamiento de Optatam totius (n. 16) a la renovación y promoción de los estudios eclesiásticos, aún en curso.
[3] Cf. Sínodo de los Obispos, Por una Iglesia sinodal: comunión, participación y misión. Documento preparatorio (2021), 1; Francisco, Discurso con motivo de la conmemoración del 50º aniversario de la institución del Sínodo de los Obispos (17 octubre 2015).
[4] Benedicto XVI, Carta enc. Deus caritas est (25 diciembre 2005), 1.
[5] Id., Homilía durante la Misa de clausura del Año sacerdotal (11 junio 2010).
[6] «Preguntando a Pedro si lo amaba, no lo preguntaba porque necesitase saber el amor del discípulo, sino porque quería manifestar el exceso de su amor» (S. Juan Crisóstomo, De sacerdotio II, 1: SCh 272, París 1980, 104, 48-51).
[7] Congregación para el clero, El Don de la vocación presbiteral. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 diciembre 2016), 57.
[8] Discurso a los participantes en el Encuentro Internacional “Sacerdotes felices – ‘Yo los llamo amigos’ (Jn 15,15)” promovido por el Dicasterio para el Clero con motivo del Jubileo de los sacerdotes y seminaristas (26 junio 2025).
[9] Meditación con motivo del Jubileo de los seminaristas (24 junio 2025).
[10] Benedicto XVI, Catequesis (24 junio 2009).
[11] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum ordinis, sobre el ministerio y la vida de los presbíteros (7 diciembre 1965), 9.
[12] Ibíd., 8.
[13] S. Cipriano, De dominica oratione, 23: CCSL 3 A, Turnhout 1976, 105.
[14] Cf. Congregación para el Clero, El Don de la vocación presbiteral. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 diciembre 2016), 87-88.
[15] Discurso a los participantes en el Encuentro Internacional “Sacerdotes felices – ‘Yo los llamo amigos’ (Jn 15,15)” promovido por el Dicasterio para el Clero con motivo del Jubileo de los sacerdotes y seminaristas (26 junio 2025).
[16] Cf. S. Juan Pablo II, Exhort. ap. postsin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 61; Benedicto XVI, Carta ap. en forma de «Motu proprio» Ministrorum institutio (16 enero 2013).
[17] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum ordinis, sobre el ministerio y la vida de los presbíteros (7 diciembre 1965), 8.
[18] S. Ignacio de Antioquía, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, París 19694, 72.
[19] A los participantes en el Jubileo de los equipos sinodales y de los organismos de participación (24 octubre 2025).
[20] Cf. Sínodo de los Obispos, Documento final de la Segunda Sesión de la XVI Asamblea General Ordinaria “Por una Iglesia sinodal: comunión participación y misión” (26 octubre 2024).
[21] Francisco, Exhort. ap. Evangelii gaudium (24 noviembre 2013), 104.
[22] Id., Homilía durante la Santa Misa crismal (17 abril 2014).
[23] S. Juan Pablo II, Exhort. ap. postsin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 15.
[24] Cf. ibíd., 23.
[25] Homilía durante la Santa Misa pro Ecclesia (9 mayo 2025).
[26] Sínodo de los Obispos, Documento final de la Segunda Sesión de la XVI Asamblea General Ordinaria “Por una Iglesia sinodal: comunión participación y misión” (26 octubre 2024), 20; 50.
[27] Ibíd., 59; 117.
[28] Discurso a los participantes en el Encuentro Internacional “Sacerdotes felices – ‘Yo los llamo amigos’ (Jn 15,15)” promovido por el Dicasterio para el Clero con motivo del Jubileo de los sacerdotes y seminaristas (26 junio 2025).
[29] Homilía con motivo del inicio del Ministerio petrino del Obispo de Roma (18 mayo 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus», en Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, París 1995, 98.
[01832-ES.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua portoghese
CARTA APOSTÓLICA
UMA FIDELIDADE QUE GERA FUTURO
DO SANTO PADRE LEÃO XIV
POR OCASIÃO DO LX ANIVERSÁRIO
DOS DECRETOS CONCILIARES
OPTATAM TOTIUSEPRESBYTERORUM ORDINIS
1. Os presbíteros são chamados também hoje a uma fidelidade que gera futuro, na consciência de que perseverar na missão apostólica oferece a possibilidade de nos interrogarmos sobre o futuro do ministério, ajudando outros a experimentar a alegria da vocação sacerdotal. O 60.º aniversário do Concílio Vaticano II, que se celebra neste Ano Jubilar, dá-nos a oportunidade de contemplar novamente o dom desta fidelidade fecunda, recordando os ensinamentos dos DecretosOptatam totiusePresbyterorum Ordinis, promulgados a 28 de outubro e a 7 de dezembro de 1965, respetivamente. Trata-se de dois textos nascidos do mesmo respirar da Igreja, que chamada a ser sinal e instrumento de unidade para todos os povos, é interpelada a renovar-se, consciente de que «a desejada renovação de toda a Igreja depende, em grande parte, do ministério sacerdotal, animado do espírito de Cristo»[1].
2. Não celebramos um aniversário qualquer! Com efeito, ambos os documentos estão firmemente alicerçados na compreensão da Igreja como Povo de Deus peregrino na história e constituem um importante marco na reflexão sobre a natureza e missão do ministério pastoral e sua preparação, conservando ao longo do tempo grande vitalidade e atualidade. Convido, portanto, a continuar a leitura e o estudo destes textos no âmbito das comunidades cristãs, em particular nos Seminários e em todos os ambientes de preparação e formação para o ministério ordenado.
3. Bem situados na esteira da Tradição doutrinal da Igreja sobre o sacramento da Ordem, os DecretosOptatam totiusePresbyterorum Ordinischamaram a atenção do Concílio para a reflexão sobre o sacerdócio ministerial e fizeram emergir a solicitude da assembleia conciliar em relação aos sacerdotes. Era sua intenção elaborar os pressupostos necessários para formar as futuras gerações de presbíteros de acordo com a renovação promovida pelo Concílio, mantendo firme a identidade ministerial e, ao mesmo tempo, evidenciando novas perspetivas que integrassem a reflexão feita anteriormente, na ótica de um saudável desenvolvimento doutrinal.[2]É necessário, por conseguinte, fazer deles uma memória viva, respondendo ao apelo de acolher o mandato que estes Decretos entregaram a toda a Igreja: revigorar sempre e todos os dias o ministério presbiteral, haurindo força da sua raiz, que é o vínculo entre Cristo e a Igreja, para ser, com todos os fiéis e ao seu serviço, discípulos missionários segundo o seu Coração.
4. Por outro lado, nas seis décadas decorridas desde o Concílio, a humanidade viveu e continua a viver mudanças que exigem uma constante revisão do caminho percorrido e uma coerente atualização dos ensinamentos conciliares. Simultaneamente, nestes anos, a Igreja foi conduzida pelo Espírito Santo a desenvolver a doutrina do Concílio sobre a sua natureza comunitária, segundo a forma sinodal e missionária.[3]É com este intuito que dirijo a presente Carta Apostólica a todo o Povo de Deus, para reconsiderarmos juntos a identidade e a função do ministério ordenado à luz do que o Senhor pede hoje à Igreja, prolongando a grande obra deaggiornamentodo Concílio Vaticano II. Proponho fazê-lo através da ótica dafidelidade, que é contemporaneamentegraçade Deus e caminho constante deconversãopara corresponder com alegria ao chamamento do Senhor Jesus. Desejo começar por expressar a minha gratidão pelo testemunho e dedicação dos sacerdotes que, em todas as partes do mundo, oferecem a sua vida, celebram o sacrifício de Cristo na Eucaristia, anunciam a Palavra, absolvem os pecados e se dedicam generosamente, dia após dia, aos seus irmãos e irmãs, servindo a comunhão e a unidade e cuidando, em particular, de quem mais sofre e passa necessidade.
Fidelidade e serviço
5. Toda vocação na Igreja nasce do encontro pessoal com Cristo, «que dá à vida um novo horizonte e, desta forma, o rumo decisivo».[4]Antes de qualquer compromisso, de qualquer boa aspiração pessoal e de qualquer serviço, está a voz do Mestre que chama: «Vem e segue-me» (Mc1, 17). O Senhor da vida conhece-nos e ilumina o nosso coração com o seu olhar de amor (cf.Mc10, 21). Não se trata apenas de uma voz interior, mas de um impulso espiritual, que muitas vezes chega até nós através do exemplo de outros discípulos do Senhor e se concretiza numa corajosa opção de vida. A fidelidade à vocação, especialmente em tempos de provação e tentação, fortalece-se quando não nos esquecemos daquela voz, quando somos capazes de recordar com paixão o som da voz do Senhor que nos ama, escolhe e chama, confiando-nos também ao indispensável acompanhamento de quem é perito na vida do Espírito. O eco daquela Palavra é, ao longo do tempo, o princípio da unidade interior com Cristo, que se revela fundamental e incontornável na vida apostólica.
6. O chamamento ao ministério ordenado é dom livre e gratuito de Deus. Com efeito, vocação não significa coação por parte do Senhor, mas proposta amorosa de um projeto de salvação e liberdade para a nossa existência, que recebemos quando reconhecemos, com a graça de Deus, que no centro da nossa vida está Jesus, o Senhor. Então, a vocação ao ministério ordenado cresce como doação de si mesmo a Deus e, por conseguinte, ao seu Povo santo. Toda a Igreja, com o coração repleto de esperança e gratidão, reza e rejubila por este dom, como expressou o Papa Bento XVI no encerramento do Ano Sacerdotal: «Queríamos despertar a alegria por termos Deus assim tão perto, e a gratidão pelo facto de Ele Se confiar à nossa fraqueza, de Ele nos conduzir e sustentar dia após dia. E queríamos assim voltar a mostrar aos jovens que esta vocação, esta comunhão de serviço a Deus e com Deus, existe; antes, Deus está à espera do nosso “sim”».[5]
7. Toda e qualquer vocação é dom do Pai, a ser guardado com fidelidade numa dinâmica de conversão permanente. A obediência ao próprio chamamento constrói-se todos os dias através da escuta da Palavra de Deus, da celebração dos sacramentos – em particular do Sacrifício Eucarístico –, da evangelização, da proximidade aos últimos e da fraternidade presbiteral, recorrendo à oração como lugar privilegiado para o encontro com o Senhor. Diariamente, é como se o sacerdote regressasse ao lago da Galileia – onde Jesus perguntou a Pedro «Amas-me?» (Jo21, 15) – para renovar o seu “sim”.[6]É neste sentido que se compreende o que aOptatam totiusindica a respeito da formação sacerdotal, ao desejar que esta não se limite ao tempo do Seminário (cf. n. 22), abrindo caminho à formação contínua, permanente, de modo a constituir um dinamismo de constante renovação humana, espiritual, intelectual e pastoral.
8. Portanto, todos os presbíteros são chamados a sempre cuidar da sua formação, para manter vivo o dom de Deus recebido com o sacramento da Ordem (cf.2 Tm1, 6). A fidelidade ao chamamento não é, pois, imobilismo ou fechamento, mas um caminho de conversão quotidiana que confirma e amadurece a vocação recebida. Nesta perspetiva, é oportuno promover iniciativas como o Encontro para a formação permanente dos sacerdotes, realizado no Vaticano de 6 a 10 de fevereiro de 2024, com mais de oitocentos responsáveis pela formação permanente provenientes de oitenta nações. Mais do que um esforço intelectual ou uma renovação pastoral, a formação permanente continua a ser memória viva e constante atualização da própria vocação num caminho partilhado.
9. Desde o momento do chamamento e dos primeiros tempos da formação, a beleza e a constância do caminho são preservadas pelasequela Christi. Efetivamente, antes mesmo de se dedicar à condução do rebanho, cada pastor deve recordar constantemente que ele próprio é discípulo do Mestre, na companhia dos seus irmãos e irmãs, porque «ao longo de toda a vida somos sempre “discípulos”, com o constante anseio de nos configurarmos a Cristo».[7]Apenas esta relação de obediente seguimento e fiel discipulado pode manter a mente e o coração na direção certa, apesar das perturbações que a vida reserva.
10. Nas últimas décadas, a crise de confiança na Igreja provocada pelos abusos cometidos por membros do clero, que nos enchem de vergonha e apelam à humildade, tornou-nos ainda mais conscientes da urgência de uma formação integral que assegure o crescimento e a maturidade humana dos candidatos ao presbiterado, a par de uma vida espiritual rica e sólida.
11. O tema da formação é também central para enfrentar o fenómeno de quem abandona o ministério, após alguns anos ou mesmo décadas. Na verdade, esta dolorosa realidade não deve ser interpretada apenas numa perspetiva jurídica, mas exige que se olhe com atenção e compaixão para a história destes irmãos e para as múltiplas razões que puderam levá-los a tal decisão. A resposta passa, em primeiro lugar, por um renovado empenho formativo, cujo objetivo é «um caminho de familiaridade com o Senhor que envolve toda a pessoa, coração, inteligência, liberdade, e a configura à imagem do Bom Pastor».[8]
12. Consequentemente, «seja qual for o modo de o conceber, o seminário deveria ser uma escola de afetos […], temos necessidade de aprender a amar, e a fazê-lo como Jesus». Por isso, no que respeita às motivações, convido os seminaristas a desenvolver um trabalho interior que envolva todos os aspetos da vida: «Não há nada em vós que deve ser descartado, mas tudo deverá ser assumido e transfigurado na lógica do grão de trigo, para vos tornardes pessoas e sacerdotes felizes, “pontes”, não obstáculos ao encontro com Cristo para todos aqueles que se aproximam de vós».[9]Apenas os sacerdotes e consagrados humanamente maduros e espiritualmente firmes, ou seja, pessoas em quem a dimensão humana e a espiritual estão bem integradas e que, por isso, são capazes de relações autênticas com todos, podem assumir o compromisso do celibato e anunciar de forma credível o Evangelho do Ressuscitado.+
13. Trata-se, pois, deguardar e fazer crescer a vocaçãonum caminho constante de conversão e de fidelidade renovada, que nunca é um caminho meramente individual, mas nos compromete a cuidar uns dos outros. Esta dinâmica é, sempre de novo, obra da graça que envolve a nossa frágil humanidade, curando-a do narcisismo e do egocentrismo. Com fé, esperança e caridade, somos chamados a empreender diariamente o seguimento, depositando toda a nossa confiança no Senhor. A comunhão, a sinodalidade e a missão não podem, com efeito, acontecer se, no coração dos sacerdotes, a tentação da autorreferencialidade não der lugar à lógica da escuta e do serviço. Como sublinhou Bento XVI, «o presbítero é servo de Cristo, no sentido que a sua existência, ontologicamente configurada com Cristo, adquire uma índole essencialmente relacional: ele viveemCristo,porCristo ecomCristo ao serviço dos homens. Precisamente porque pertence a Cristo, o presbítero encontra-se radicalmente ao serviço dos homens: é ministro da sua salvação, nesta progressiva assunção da vontade de Cristo, na oração, no “estar coração a coração” com Ele».[10]
Fidelidade e fraternidade
14. O Concílio Vaticano II situou o serviço específico dos presbíteros no âmbito da igual dignidade e fraternidade de todos os batizados, como bem testemunha o DecretoPresbyterorum Ordinis: «Os sacerdotes do Novo Testamento, em virtude do sacramento da Ordem, exerçam no Povo e para o Povo de Deus o múnus de pais e mestres, contudo, juntamente com os fiéis, são discípulos do Senhor, feitos participantes do seu reino pela graça de Deus que nos chama, regenerados com todos na fonte do Batismo, os presbíteros são irmãos entre os irmãos, membros dum só e mesmo corpo de Cristo cuja edificação a todos pertence».[11]Dentro desta fraternidade fundamental, que tem a sua raiz no Batismo e une todo o Povo de Deus, o Concílio realça o particular vínculo fraterno dos ministros ordenados entre si, fundado no mesmo sacramento da Ordem: «Os presbíteros, elevados ao presbiterado pela ordenação, estão unidos entre si numa íntima fraternidade sacramental. Especialmente na diocese a cujo serviço, sob o Bispo respectivo, estão consagrados, formam um só presbitério. […] Cada membro do colégio presbiterial está unido aos outros por laços especiais de caridade apostólica, de ministério e de fraternidade».[12]Assim sendo, a fraternidade presbiteral, mais do que uma tarefa a realizar, é um dom inerente à graça da Ordenação. É necessário reconhecer que este dom nos precede: não se constrói apenas com boa vontade e em virtude de um esforço coletivo, mas é dom da Graça, que nos torna participantes do ministério do Bispo e se realiza na comunhão com ele e com os irmãos presbíteros.
15. Porém, precisamente por isso, os presbíteros são chamados acorresponder à graça da fraternidade, manifestando e ratificando com a vida o que foi estipulado entre eles não só pela graça batismal, mas também pelo sacramento da Ordem. Ser fiel à comunhão significa, em primeiro lugar, superar a tentação do individualismo, que não condiz com a ação missionária e evangelizadora referente, desde sempre, à Igreja como um todo. Não por acaso, o Concílio Vaticano II falou dos presbíteros quase sempre no plural: nenhum pastor existe sozinho! O próprio Senhor «constituiu Doze – a quem chamou apóstolos – para que estivessem com ele» (Mc3, 14): isto significa que não pode existir um ministério desligado da comunhão com Jesus Cristo e com o seu corpo, que é a Igreja. Tornar cada vez mais visível esta dimensão relacional e comunitária do ministério ordenado, na consciência de que a unidade da Igreja deriva «da unidade do Pai, do Filho e do Espírito Santo»,[13]é um dos principais desafios para o futuro, sobretudo num mundo marcado por guerras, divisões e discórdias.
16. A fraternidade presbiteral deve, portanto, ser considerada como um elemento constitutivo da identidade dos ministros, [14]não como um simples ideal ouslogan, mas como um ponto a ser trabalhado com renovado vigor. Nesse sentido, muito já foi feito ao aplicar as indicações daPresbyterorum Ordinis(cf. n. 8), mas resta ainda muito a fazer, começando, por exemplo, pela equiparação económica entre aqueles que servem paróquias pobres e aqueles que exercem o ministério em comunidades abastadas. Além disso, é preciso reconhecer que ainda não está assegurada a necessária assistência social na doença e na velhice em vários países e dioceses. O cuidado mútuo, em particular a atenção para com os irmãos mais sós, isolados, enfermos e idosos, não pode ser considerado menos importante do que o cuidado para com o povo que nos está confiado. Foi esta uma das recomendações fundamentais que fiz aos sacerdotes por ocasião do seu recente Jubileu. «Com efeito, como poderíamos nós, ministros, ser construtores de comunidades vivas, se entre nós não houvesse antes de tudo uma fraternidade efetiva e sincera?». [15]
17. Em muitos lugares – sobretudo no Ocidente –, surgem novos desafios para a vida dos presbíteros, relacionados com a mobilidade atual e a fragmentação do tecido social. Isso faz com que os sacerdotes já não se encontrem inseridos num contexto coeso e crente que sustentava o seu ministério no passado. Consequentemente, eles estão mais expostos às vicissitudes da solidão, que apaga o impulso apostólico e pode causar uma triste reclusão em si mesmo. Também por este motivo, seguindo as indicações dos meus predecessores,[16]desejo que em todas as Igrejas locais possa nascer um renovado empenho em investir e promoverformas possíveis de vida comum, a fim de que «os presbíteros encontrem auxílio mútuo na vida espiritual e intelectual, para que mais facilmente possam cooperar no ministério e para se defenderem dos perigos da solidão que possam surgir».[17]
18. Por outro lado, é necessário recordar que a comunhão presbiteral nunca pode ser determinada por um nivelamento de indivíduos, carismas ou talentos que o Senhor derramou na vida de cada um. É importante que nos presbíteros diocesanos, mediante o discernimento do Bispo, se consiga encontrar um ponto de equilíbrio entre a valorização destes dons e a salvaguarda da comunhão. A escola da sinodalidade – nesta perspetiva – pode ajudar todos a amadurecer interiormente o acolhimento dos diversos carismas numa síntese que consolide a comunhão do presbitério, fiel ao Evangelho e aos ensinamentos da Igreja. Num tempo de grandes fragilidades, todos os ministros ordenados são chamados a viver a comunhão, voltando ao essencial e aproximando-se das pessoas, para guardar a esperança que ganha forma no serviço humilde e concreto. Neste horizonte, sobretudo o ministério do diácono permanente, configurado a Cristo Servo, é sinal vivo de um amor que não permanece à superfície, mas se inclina, escuta e se doa. A beleza de uma Igreja feita de presbíteros e diáconos, que colaboram unidos pela mesma paixão ao Evangelho e atentos aos mais pobres, torna-se um testemunho luminoso de comunhão. É desta unidade, enraizada no amor recíproco, que – segundo a palavra de Jesus (cf.Jo13, 34-35) – o anúncio cristão recebe credibilidade e força. Por isso, o ministério diaconal, especialmente quando vivido em comunhão com a própria família, é um dom a conhecer, valorizar e apoiar. O serviço, discreto mas essencial, de homens dedicados à caridade recorda-nos que a missão não se realiza com grandes gestos, mas unidos pelo amor ao Reino e pela fidelidade quotidiana ao Evangelho.
19. Uma imagem feliz e eloquente da fidelidade à comunhão é, sem dúvida, a que apresenta Santo Inácio de Antioquia na Carta aos Efésios: «Deveis estar de acordo com o pensamento do vosso bispo, como já fazeis. O vosso memorável presbitério, digno de Deus, está em harmonia com o bispo como as cordas de uma cítara. Esta vossa concórdia e harmonia na caridade é como um hino a Jesus Cristo. […] Vale bem a pena viver em unidade irrepreensível, para poder participar sempre da vida de Deus.».[18]
Fidelidade e sinodalidade
20. Introduzo, agora, um ponto que me toca particularmente. Ao falar da identidade dos sacerdotes, o DecretoPresbyterorum Ordinisrealça, antes de mais, o vínculo com o sacerdócio e a missão de Jesus Cristo (cf. n. 2) e indica, de seguida, três coordenadas fundamentais:arelação com o bispo, que encontra nos presbíteros «colaboradores e conselheiros necessários», com os quais mantém uma relação fraterna e amigável (cf. n. 7); a comunhão sacramental ea fraternidade com os outros presbíteros, de tal modo que juntos contribuam «para uma mesma obra» e exerçam «um único ministério», trabalhando todos «pela mesma causa», ainda que se ocupem de diferentes tarefas (n. 8);arelação com os fiéis leigos, no meio dos quais com a sua missão específica os presbíteros são irmãos entre irmãos, partilhando a mesma dignidade batismal, unindo «os seus esforços aos dos fiéis leigos» e valendo-se «da sua experiência e competência nos diversos campos da atividade humana, de modo a poderem juntos reconhecer os sinais dos tempos». Longe de se destacarem ou de concentrarem todas as tarefas em si mesmos, «devem descobrir com sentido de fé os carismas, humildes ou excelentes, que sob múltiplas formas são concedidos aos leigos» (n. 9).
21. Sob este aspeto, há ainda muito a fazer. O impulso do processo sinodal é um forte convite do Espírito Santo para dar passos decisivos nesta direção. Reitero, pois, o meu desejo de «convidar os sacerdotes [...] a abrir de alguma forma o seu coração e a participar nestes processos»[19]que estamos a viver. Neste sentido, a segunda sessão da XVI Assembleia Sinodal, noDocumento Final,[20]propôs uma conversão das relações e dos processos. É fundamental que, em todas as Igrejas particulares, se tomem iniciativas adequadas para que os presbíteros possam familiarizar-se com as diretrizes deste Documento e experimentar a fecundidade de um estilo sinodal de Igreja.
22. Tudo isto requer um compromisso formativo a todos os níveis, em particular no âmbito da formação inicial e permanente dos sacerdotes. Numa Igreja cada vez mais sinodal e missionária, o ministério sacerdotal não perde em nada a sua importância e atualidade; pelo contrário, poderá concentrar-se ainda mais nas tarefas que lhe são próprias e específicas. O desafio da sinodalidade – que não elimina diferenças, antes as valoriza – continua a ser uma das principais oportunidades para os sacerdotes do futuro. Como recorda o referidoDocumento Final, «os presbíteros são chamados a viver o seu serviço numa atitude de proximidade às pessoas, de acolhimento e de escuta de todos, abrindo-se a um estilo sinodal» (n. 72). Para implementar cada vez melhor uma eclesiologia de comunhão, é necessário que o ministério do presbítero supere o modelo de uma liderança exclusiva – que determina a concentração da vida pastoral e o peso de todas as responsabilidades confiadas apenas a ele –, tendendo para umacondução cada vez mais colegial, na cooperação entre presbíteros, diáconos e todo o Povo de Deus, naquele enriquecimento recíproco que é fruto da variedade dos carismas suscitados pelo Espírito Santo. Como nos recorda aEvangelii gaudium, o sacerdócio ministerial e a configuração com Cristo Esposo não devem levar-nos a identificar a potestade sacramental com o poder, pois «a configuração do sacerdote com Cristo Cabeça – isto é, como fonte principal da graça – não comporta uma exaltação que o coloque por cima dos demais».[21]
Fidelidade e missão
23. A identidade dos presbíteros constitui-se em torno do seuser parae é indissociável da sua missão. Na verdade, quem «pretende encontrar a identidade sacerdotal indagando introspectivamente na própria interioridade, talvez não encontre nada mais senão sinais que dizem “saída”: sai de ti mesmo, sai em busca de Deus na adoração, sai e dá ao teu povo aquilo que te foi confiado, e o teu povo terá o cuidado de fazer-te sentir e experimentar quem és, como te chamas, qual é a tua identidade e fazer-te-á rejubilar com aquele cem por um que o Senhor prometeu aos seus servos. Se não sais de ti mesmo, o óleo torna-se rançoso e a unção não pode ser fecunda».[22]Como ensinava São João Paulo II, «os presbíteros são, na Igreja e para a Igreja, uma representação sacramental de Jesus Cristo Cabeça e Pastor, proclamam a sua palavra com autoridade, repetem os seus gestos de perdão e oferta de salvação, nomeadamente com o Batismo, a Penitência e a Eucaristia, exercitam a sua amável solicitude, até ao dom total de si mesmos, pelo rebanho que reúnem na unidade e conduzem ao Pai por meio de Cristo no Espírito».[23]Assim, a vocação sacerdotal desdobra-se entre as alegrias e os esforços de um serviço humilde aos irmãos, que o mundo muitas vezes desconhece, mas do qual sente uma profunda sede: encontrar testemunhas crentes e credíveis do Amor de Deus, fiel e misericordioso, constitui uma via essencial de evangelização.
24. No nosso mundo contemporâneo, caracterizado por ritmos acelerados e pela ansiedade de estar hiperconectados, o que nos torna muitas vezes agitados e nos leva ao ativismo, há pelo menos duas tentações que se insinuam contra a fidelidade a esta missão. A primeira consiste numa mentalidade dirigida para a eficiência, segundo a qual o valor de cada um é medido pelo desempenho, ou seja, pela quantidade de atividades e projetos realizados. Segundo esta forma de pensar, o que fazemos prevalece sobre o que somos, invertendo a verdadeira hierarquia da identidade espiritual. A segunda tentação, em contrapartida, qualifica-se como uma espécie de quietismo: assustados pelo contexto, fechamo-nos em nós mesmos, recusando o desafio da evangelização e assumindo uma atitude preguiçosa e derrotista. Um ministério alegre e apaixonado, ao contrário, apesar de todas as fraquezas humanas, pode e deve assumir com ardor a tarefa de evangelizar todas as dimensões da nossa sociedade, em particular a cultura, a economia e a política, para que tudo seja recapitulado em Cristo (cf.Ef1, 10). Para vencer estas duas tentações e viver um ministério alegre e fecundo, cada presbítero há de permanecer fiel à missão que recebeu, isto é, ao dom da graça transmitido pelo Bispo durante a Ordenação sacerdotal. Fidelidade à missão significa assumir o paradigma que nos deu São João Paulo II quando recordou a todos que a caridade pastoral é o princípio que unifica a vida do presbítero.[24]É precisamente mantendo vivo o fogo da caridade pastoral, ou seja, o amor do Bom Pastor, que cada sacerdote pode encontrar equilíbrio na vida quotidiana e saber discernir o que, de acordo com as indicações da Igreja, é benéfico e o que é opropriumdo ministério.
25. A harmonia entre contemplação e ação deve ser buscada não através da adoção extenuante de planos de trabalho ou de um simples equilíbrio de atividades, mas assumindo como central no ministérioa dimensão pascal. Em todo caso, doar-se sem reservas não pode e não deve comportar a renúncia à oração, ao estudo, à fraternidade sacerdotal, mas, pelo contrário, torna-se o eixo no qual se compreende tudo, na medida em que é orientado para o Senhor Jesus, morto e ressuscitado pela salvação do mundo. Deste modo, cumprem-se também as promessas feitas na Ordenação, as quais, associadas ao desapego dos bens materiais, realizam no coração do presbítero uma perseverante busca e adesão à vontade de Deus, fazendo assim transparecer Cristo em todas as suas ações. Por exemplo, isso acontece quando se foge de todo o individualismo e celebração de si mesmo, apesar da exposição pública a que, por vezes, o cargo pode obrigar. Educado pelo mistério que celebra na santa liturgia, cada sacerdote deve «desaparecer para que Cristo permaneça, fazer-se pequeno para que Ele seja conhecido e glorificado (cf.Jo3, 30), gastar-se até ao limite para que a ninguém falte a oportunidade de O conhecer e amar».[25]Por isso, a exposição mediática, o uso das redes sociais e de todos os instrumentos hoje à disposição devem ser sempre avaliados com sabedoria, tendo como paradigma de discernimento o serviço à evangelização. «Tudo me é lícito! Sim, mas nem tudo convém» (1 Cor6, 12).
26. Em todas as situações, através do testemunho de uma vida sóbria e casta, os presbíteros são chamados a dar uma resposta eficaz à grande fome de relações autênticas e sinceras que se nota na sociedade contemporânea, testemunhando uma Igreja que seja «fermento eficaz dos laços, das relações e da fraternidade da família humana», «capaz de alimentar as relações: com o Senhor, entre homens e mulheres, nas famílias, nas comunidades, entre todos os Cristãos, entre grupos sociais, entre as religiões».[26]Para tal, é necessário que sacerdotes e leigos – todos juntos – realizem uma verdadeiraconversão missionáriaque oriente as comunidades cristãs, sob a orientação dos seus pastores, «ao serviço da missão que os fiéis realizam na sociedade, na vida familiar e profissional». Como observou o Sínodo, «se tornará mais claro que a paróquia não está centrada em si mesma, mas orientada para a missão e chamada a apoiar o empenho de tantas pessoas que, de modos diversos, vivem e testemunham a fé na profissão e na atividade social, cultural e política».[27]
Fidelidade e futuro
27. Espero que a celebração do aniversário dos dois Decretos conciliares e o caminho que somos chamados a partilhar para os concretizar e atualizar possam traduzir-se em um renovado Pentecostes vocacional dentro da Igreja, suscitando santas, numerosas e perseverantes vocações ao sacerdócio ministerial, para que nunca faltem operários à messe do Senhor. Possa também despertar em todos nós a vontade de nos empenharmos profundamente na promoção vocacional e na oração constante ao Senhor da messe (cf.Mt9, 37-38).
28. Todavia, para além da oração, a escassez de vocações sacerdotais – especialmente em algumas regiões do mundo – exige que todos reflitam sobre a fecundidade das práticas pastorais da Igreja. É verdade que os motivos desta crise podem, frequentemente, ser variados e múltiplos, dependendo, em particular, do contexto sociocultural; porém, ao mesmo tempo, é necessário que tenhamos a coragem de fazer propostas fortes e libertadoras aos jovens, disponibilizando cada vez mais nas Igrejas particulares «os ambientes e as formas de pastoral juvenil impregnadas de Evangelho, onde as vocações ao dom total de si possam manifestar-se e amadurecer».[28]Certos de que o Senhor nunca deixa de chamar (cf.Jo11, 28), é preciso ter sempre presente a perspetiva vocacional nos diversos âmbitos pastorais, especialmente no juvenil e familiar. Recordemos que não há futuro sem cuidar de todas as vocações!
29. A concluir, dou graças ao Senhor, que está sempre próximo do seu Povo e caminha ao nosso lado, enchendo os nossos corações de esperança e paz, para as transmitirmos a todos. «Irmãos e irmãs, gostaria que fosse este o nosso primeiro grande desejo: uma Igreja unida, sinal de unidade e comunhão, que se torne fermento para um mundo reconciliado».[29]Agradeço também a todos vós, pastores e fiéis leigos, que abris a mente e o coração à mensagem profética dos Decretos conciliaresPresbyterorum OrdiniseOptatam totiuse vos dispondes, em conjunto, a tirar deles alimento e estímulo para o caminho da Igreja. Confio os seminaristas, diáconos e presbíteros à intercessão da Virgem Imaculada, Mãe do Bom Conselho, e a São João Maria Vianney, padroeiro dos párocos e modelo para todos os sacerdotes. Como costumava dizer o Santo Cura d’Ars: «O sacerdócio é o amor do coração de Jesus».[30]Um amor tão forte que dissipa as nuvens da rotina, do desânimo e da solidão; um amor total que nos é dado em plenitude na Eucaristia. Amor eucarístico, amor sacerdotal.
Dado em Roma, junto de São Pedro, no dia 8 de dezembro, Solenidade da Imaculada Conceição da Bem-Aventurada Virgem Maria, do Ano Jubilar de 2025, primeiro do meu Pontificado.
LEÃO PP. XIV
________________
[1]CONC. ECUM. VAT. II, Decr.Optatam totiussobre a formação sacerdotal, Proémio.
[2]Cf. SÃO J.H. NEWMAN,An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024.Neste sentido, recordo o apelo deOptatam totius, 16, à renovação e promoção dos estudos eclesiásticos, ainda em curso.
[3]Cf. SÍNODO DOS BISPOS,Para uma Igreja sinodal: comunhão – participação – missão,Documento preparatório (2021), 1; FRANCISCO,Discurso por ocasião da comemoração do 50.º aniversário da instituição do Sínodo dos Bispos(17 de outubro de 2015).
[4]BENTO XVI, Carta enc.Deus caritas est(25 de dezembro de 2005), 1.
[5]BENTO XVI,Homilia na Missa de encerramento do Ano Sacerdotal(11 de junho de 2010).
[6]«Perguntando a Pedro se o amava, não o interrogou por precisar de conhecer o amor do discípulo, mas porque queria demonstrar a grandeza do seu amor» (SÃO JOÃO CRISÓSTOMO,De SacerdotioII, 1:SCh272, Paris 1980, 104, 48-51).
[7]CONGREGAÇÃO PARA O CLERO,Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis – O dom da vocação presbiterial(8 de dezembro de 2016), n. 57.
[8]LEÃO XIV,Discurso do Santo Padre aos participantes no Encontro internacional “Sacerdotes felizes – «Chamei-vos amigos» (Jo 15, 15)” promovido pelo Dicastério para o Clero por ocasião do Jubileu dos Sacerdotes e dos Seminaristas (26 de junho de 2025).
[9]LEÃO XIV,Meditação por ocasião do Jubileu dos Seminaristas(24 de junho de 2025).
[10]BENTO XVI,Catequese(24 de junho de 2009).
[11]CONC. ECUM. VAT. II, Decr.Presbyterorum Ordinissobre o ministério e a vida dos sacerdotes, 9.
[12]Ibid., 8.
[13]SÃO CIPRIANO,De domenica oratione, 23:CCSL3A, Turnhout 1976, 105.
[14]Cf. CONGREGAÇÃO PARA O CLERO,O dom da vocação sacerdotal. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis(8 de dezembro de 2016), nn. 87-88.
[15]LEÃO XIV,Discurso do Santo Padre aos participantes no Encontro internacional “Sacerdotes felizes – «Chamei-vos amigos» (Jo 15, 15)” promovido pelo Dicastério para o Clero por ocasião do Jubileu dos Sacerdotes e dos Seminaristas (26 de junho de 2025).
[16]Cf. SÃO JOÃO PAULO II, Exort. ap. pós-sinodalPastores dabo vobis(25 de março de 1992), 61; BENTO XVI, Carta ap. em forma de «motu proprio»Ministrorum institutio(16 de janeiro de 2013).
[17]COM. ECUM. VAT. II, DecretoPresbyterorum Ordinis(7 de dezembro de 1965), 8.
[18]SANTO INÁCIO DE ANTIOQUIA,Ad Ephesios, 4, 1-2:SCh10, Paris 19694, 72.
[19]LEÃO XIV,Aos participantes do Jubileu das equipas sinodais e dos organismos de participação(24 de outubro de 2025).
[20]SÍNODO DOS BISPOS,Documento final da Segunda Sessão da XVI Assembleia Geral Ordinária «Para uma Igreja sinodal: comunhão, participação, missão» (26 de outubro de 2024).
[21]FRANCISCO, Exort. ap.Evangelii gaudium(24 de novembro de 2013), 104.
[22]ID.,Homilia na Santa Missa do Crisma(17 de abril de 2014).
[23]SÃO JOÃO PAULO II, Exort. ap. pós-sinodalPastores dabo vobis(25 de março de 1992), 15.
[24]Cf.ibid., 23.
[25]LEÃO XIV,Homilia na Santa Missa pro Ecclesia(9 de maio de 2025).
[26]SÍNODO DOS BISPOS,Documento final da Segunda Sessão da XVI Assembleia Geral Ordinária «Para uma Igreja sinodal: comunhão, participação, missão»(26 de outubro de 2024), 20; 50.
[27]Ibid., 59; 117.
[28]LEÃO XIV,Discurso aos participantes do Encontro Internacional Sacerdotes Felizes «Chamei-vos amigos» (Jo 15,15), promovido pelo Dicastério para o Clero por ocasião do Jubileu dos Sacerdotes e Seminaristas(26 de junho de 2025).
[29]LEÃO XIV,Homilia para o início do ministério petrino do Bispo de Roma(18 de maio de 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus», in BERNARD NODET,Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Paris 1995, 98.
[00486-PO.01] [Texto original: Italiano]
Traduzione in lingua polacca
LIST APOSTOLSKI
WIERNOŚĆ, KTÓRA RODZI PRZYSZŁOŚĆ
OJCA ŚWIĘTEGO LEONA XIV
Z OKAZJI 60. ROCZNICY
SOBOROWYCH DEKRETÓW
OPTATAM TOTIUSIPRESBYTERORUM ORDINIS
1. Wierność, która rodzi przyszłość, jest tym, do czego prezbiterzy są powołani również dzisiaj, mając świadomość, że wytrwałość w misji apostolskiej daje nam możliwość zastanowienia się nad przyszłością posługi i pomagania innym w odczuwaniu radości z powołania kapłańskiego. 60. rocznica Soboru Watykańskiego II, która przypada w tym Roku Jubileuszowym, daje nam okazję do ponownego rozważenia daru tej owocnej wierności, przypominając nauki DekretówOptatam totiusiPresbyterorum ordinis, ogłoszonych odpowiednio 28 października i 7 grudnia 1965 r. Chodzi o dwa teksty zrodzone z jednego tchnienia Kościoła, który czuje się powołany do bycia znakiem i narzędziem jedności dla wszystkich narodów i wezwany do odnowy, świadomy, że „upragniona odnowa całego Kościoła, w dużej mierze zależy od ożywianej duchem Chrystusa posługi kapłańskiej”[1].
2. Nie świętujemy tej rocznicy tylko na piśmie! Oba dokumenty opierają się bowiem mocno na rozumieniu Kościoła jako Ludu Bożego, pielgrzymującego w historii, i stanowią kamień milowy w refleksji nad naturą i misją posługi duszpasterskiej oraz przygotowaniem do niej, zachowując przez lata swoją świeżość i aktualność. Zapraszam zatem do dalszego czytania tych tekstów we wspólnotach chrześcijańskich i do ich studiowania, zwłaszcza w seminariach i we wszystkich środowiskach przygotowujących do posługi święceń.
3. DekretyOptatam totiusiPresbyterorum ordinis, wpisujące się w tradycję doktrynalną Kościoła dotyczącą sakramentu święceń, zwróciły uwagę Soboru na refleksję nad kapłaństwem ministerialnym i uwypukliły troskę zgromadzenia soborowego o kapłanów. Celem było opracowanie niezbędnych założeń do formacji przyszłych pokoleń prezbiterów zgodnie z odnową promowaną przez Sobór, zachowując tożsamość posługi kapłańskiej, a jednocześnie wskazując nowe perspektywy, które uzupełniałyby poprzednią refleksję w perspektywie zdrowego rozwoju doktrynalnego [2]. Należy zatem podtrzymać tę pamięć, odpowiadając na wezwanie do podjęcia zadania, które te Dekrety powierzyły całemu Kościołowi: codziennie ożywiać posługę kapłańską, czerpiąc siłę z jej źródła, jakim jest więź między Chrystusem a Kościołem, aby wraz ze wszystkimi wiernymi i w ich służbie być uczniami-misjonarzami zgodnie z Jego Sercem.
4. Jednocześnie w ciągu sześciu dziesięcioleci, które upłynęły od Soboru, ludzkość doświadczyła i nadal doświadcza zmian wymagających ciągłej weryfikacji przebytej drogi i konsekwentnej aktualizacji nauczania soborowego. Równolegle w tych latach Kościół, prowadzony przez Ducha Świętego, rozwijał nauczanie Soboru dotyczące jego natury komunijnej zgodnie z formą synodalną i misyjną [3]. Z tą intencją kieruję niniejszy List apostolski do całego Ludu Bożego, abyśmy wspólnie ponownie rozważyli tożsamość i funkcję posługi święceń w świetle tego, czego Pan dzisiaj wymaga od Kościoła, kontynuując wielkie dzieło aktualizacji (wł.aggiornamento) Soboru Watykańskiego II. Proponuję uczynić to przez pryzmatwierności, która jest jednocześniełaskąBożą i nieustanną drogąnawrócenia, aby z radością odpowiedzieć na wezwanie Pana Jezusa. Chciałbym przede wszystkim wyrazić wdzięczność za świadectwo i oddanie kapłanów, którzy na całym świecie składają w ofierze życie, sprawują Ofiarę Chrystusa w Eucharystii, głoszą Słowo, odpuszczają grzechy i każdego dnia hojnie poświęcają się swoim braciom i siostrom, służąc im w komunii i jedności, a w szczególności troszcząc się o tych, którzy najbardziej cierpią i żyją w potrzebie.
Wierność i służba
5. Każde powołanie w Kościele rodzi się z osobistego spotkania z Chrystusem, „Osobą, która nadaje życiu nową perspektywę, a tym samym decydujące ukierunkowanie”[4]. Przed każdym zobowiązaniem, przed każdą dobrą osobistą aspiracją, przed każdą służbą stoi głos Mistrza, który wzywa: „Pójdź za Mną” (Mk1, 17). Pan życia zna nas i oświeca nasze serca swoim pełnym miłości spojrzeniem (por.Mk10, 21). Nie jest to tylko wewnętrzny głos, ale duchowy impuls, który często dociera do nas poprzez przykład innych uczniów Pana i który przybiera formę odważnego wyboru życia. Wierność powołaniu, zwłaszcza w czasie próby i pokusy, umacnia się, gdy nie zapominamy o tym głosie, gdy potrafimy z pasją przypomnieć sobie brzmienie głosu Pana, który nas kocha, wybiera i wzywa, powierzając nas również niezbędnemu towarzyszeniu tych, którzy są doświadczeni w życiu Ducha. Echo tego Słowa jest z czasem początkiem wewnętrznej jedności z Chrystusem, która jest fundamentalna i niezastąpiona w życiu apostolskim.
6. Powołanie do posługi święceń jest wolnym i darmowym darem od Boga. Powołanie nie oznacza bowiem przymusu ze strony Pana, ale pełną miłości propozycję projektu zbawienia i wolności dla naszego istnienia, którą otrzymujemy, gdy dzięki łasce Bożej uznajemy, że w centrum naszego życia znajduje się Jezus – Pan. Wtedy powołanie do posługi święceń wzrasta jako darowanie siebie samego Bogu, a zatem Jego świętemu Ludowi. Cały Kościół modli się i raduje się z tego daru z sercem pełnym nadziei i wdzięczności, jak wyraził to Papież Benedykt XVI na zakończenie Roku Kapłańskiego: „Pragnęliśmy na nowo obudzić w sobie radość z faktu, że Bóg jest tak blisko nas, oraz wdzięczność za to, że powierza się naszej słabości, że każdego dnia nas prowadzi i wspiera. Chcieliśmy także na nowo pokazać młodym ludziom, że to powołanie, ta komunia w służbie Bogu i z Bogiem istnieje – a wręcz, że Bóg czeka na nasze «tak»”[5].
7. Każde powołanie jest darem Ojca, który wymaga wiernego strzeżenia go w dynamice ciągłego nawracania się. Posłuszeństwo własnemu powołaniu buduje się każdego dnia poprzez słuchanie Słowa Bożego, sprawowanie sakramentów – zwłaszcza Ofiary Eucharystycznej – poprzez ewangelizację, bliskość z najuboższymi i braterstwo kapłańskie, czerpiąc z modlitwy jako znamienitego miejsca spotkania z Panem. Każdego dnia kapłan powraca jakby nad Jezioro Galilejskie – tam, gdzie Jezus zapytał Piotra: „Czy miłujesz Mnie?” (J21, 15) – aby odnowić swoje „tak”[6]. W tym sensie można zrozumieć, coOptatam totiuswskazuje w odniesieniu do formacji kapłańskiej, wyrażając nadzieję, że nie kończy się ona w czasie seminarium (por. nr 22), otwierając drogę do nieustannej, permanentnej formacji, tak aby stworzyć dynamizm ciągłego odnawiania się ludzkiego, duchowego, intelektualnego i duszpasterskiego.
8. Dlatego wszyscy prezbiterzy są wezwani do nieustannego dbania o własną formację, aby zachować w życiu dar Boży otrzymany wraz z sakramentem święceń (por.2 Tm1, 6). Wierność powołaniu nie jest zatem stagnacją ani zamknięciem się, ale drogą codziennego nawrócenia, które potwierdza i pozwala dojrzewać otrzymanemu powołaniu. W tej perspektywie należy promować inicjatywy, takie jak konferencja poświęcona formacji stałej kapłanów, która odbyła się w Watykanie w dniach 6-10 lutego 2024 r. i zgromadziła ponad osiemset osób z osiemdziesięciu narodów, odpowiedzialnych za formację permanentną. Formacja stała nie jest wysiłkiem intelektualnym ani aktualizacją duszpasterską, ale żywą pamięcią i ciągłym uaktualnianiem własnego powołania na wspólnej drodze.
9. Od momentu powołania i początkowej formacji piękno i wytrwałość drogi są strzeżone przezsequela Christi. Każdy pasterz, zanim poświęci się prowadzeniu trzody, musi bowiem nieustannie pamiętać, że sam, wraz z braćmi i siostrami, jest uczniem Mistrza, ponieważ „przez całe życie pozostaje się «uczniami», z nieustannym pragnieniem, aby «upodabniać się» do Chrystusa”[7]. Tylko ta relacja posłusznego naśladowania i wiernego bycia uczniem może utrzymać umysł i serce we właściwym kierunku, pomimo zawirowań, jakie może przynieść życie.
10. W ostatnich dziesięcioleciach kryzys zaufania do Kościoła, wywołany nadużyciami popełnionymi przez członków stanu duchownego, które napawają nas wstydem i wzywają do pokory, uświadomił nam jeszcze bardziej pilną potrzebę formacji integralnej, zapewniającej wzrost i dojrzałość ludzką kandydatów do prezbiteratu, wraz z bogatym i solidnym życiem duchowym.
11. Kwestia formacji ma również kluczowe znaczenie dla rozwiązania problemu osób, które po kilku latach lub nawet dziesięcioleciach porzucają posługę. Tej bolesnej rzeczywistości nie należy jednak interpretować wyłącznie w kategoriach prawnych, ale trzeba z uwagą i współczuciem przyjrzeć się historii tych braci, a także różnorodnym przyczynom, które mogły doprowadzić ich do podjęcia takiej decyzji. Odpowiedzią na to jest przede wszystkim odnowione zaangażowanie w formację, której celem jest „droga zacieśniania więzi z Panem, angażująca całą osobę, serce, inteligencję, wolność i kształtująca ją na obraz Dobrego Pasterza”[8].
12. Co za tym idzie, „seminarium, niezależnie od przyjętej formy, powinno być szkołą uczuć. […] Potrzebujemy uczyć się kochać i czynić to na wzór Jezusa”. Dlatego zachęcam seminarzystów do wewnętrznej pracy nad motywacjami, obejmującej wszystkie aspekty życia: „Bowiem nie ma w was nic, co należałoby odrzucić, lecz wszystko musi zostać przyjęte i przemienione według logiki ziarna, abyście stali się szczęśliwymi ludźmi i kapłanami – «mostami», a nie przeszkodami w spotkaniu z Chrystusem, dla wszystkich, którzy się do was zbliżają”[9]. Tylko prezbiterzy i osoby konsekrowane, po ludzku dojrzałe i duchowo silne, to znaczy osoby, w których wymiar ludzki i duchowy są dobrze zintegrowane i które dzięki temu są zdolne do autentycznych relacji ze wszystkimi, mogą podjąć zobowiązanie celibatu i wiarygodnie głosić Ewangelię Zmartwychwstałego.
13. Chodzi zatem opielęgnowanie i troskę o wzrost powołaniaw nieustannym procesie nawrócenia i odnowionej wierności, który nigdy nie jest wyłącznie drogą indywidualną, ale zobowiązuje nas do troski o siebie nawzajem. Ta dynamika jest zawsze na nowo dziełem łaski, która obejmuje nasze kruche człowieczeństwo, uzdrawiając je z narcyzmu i egocentryzmu. Z wiarą, nadzieją i miłością jesteśmy wezwani do podejmowania każdego dnia naśladowania Chrystusa, pokładając całą naszą ufność w Panu. Komunia, synodalność i misja nie mogą się bowiem wypełnić, jeśli w sercach kapłanów pokusa autoreferencyjności nie ustąpi miejsca logice słuchania i służby. Jak podkreślił Benedykt XVI, „kapłan jest sługą Chrystusa w tym sensie, że jego życie, ontologicznie upodobnione do Chrystusa, przyjmuje charakter zasadniczo relacyjny: on jestwChrystusie,przezChrystusa izChrystusem w służbie ludzi. Właśnie dlatego, że należy do Chrystusa, prezbiter pozostaje całkowicie w służbie ludzi: jest szafarzem ich zbawienia, ich szczęścia, ich autentycznego wyzwolenia, dojrzewając w tym stopniowym przyjmowaniu woli Chrystusa, w modlitwie, w obcowaniu z Nim «serce z Sercem»”[10].
Wierność i braterstwo
14. Sobór Watykański II umieścił specyficzną posługę prezbiterów w obrębie równej godności i braterstwa wszystkich ochrzczonych, o czym świadczy DekretPresbyterorum ordinis: „Kapłani Nowego Testamentu, chociaż z racji sakramentu święceń wykonują wśród Ludu i dla Ludu Bożego bardzo wzniosłe i nieodzownie potrzebne zadanie ojca i nauczyciela, wspólnie jednak ze wszystkimi wiernymi są uczniami Pana i uczestnikami Jego królestwa dzięki łasce powołującego Boga. Ze wszystkimi bowiem odrodzonymi w chrzcielnym źródle prezbiterzy są braćmi wśród braci jako członkowie jednego i tego samego Ciała Chrystusowego, którego budowanie wszystkim zostało zlecone”[11]. W ramach tej fundamentalnej wspólnoty braterskiej, która ma swoje korzenie w chrzcie i jednoczy cały Lud Boży, Sobór podkreśla szczególną więź braterską między wyświęconymi szafarzami, opartą na samym sakramencie święceń: „Wszyscy prezbiterzy, przez święcenia włączeni do stanu prezbiterów, związani są ze sobą najgłębszym braterstwem sakramentalnym, szczególnie zaś tworzą jedno prezbiterium w diecezji, w której służą pod przewodnictwem własnego biskupa. […] Z innymi więc członkami tegoż prezbiterium każdy kapłan jest związany szczególnymi więzami miłości apostolskiej, posługi i braterstwa”[12]. Braterstwo kapłańskie, zanim stanie się zadaniem do realizacji, jest zatem darem tkwiącym w łasce święceń. Należy uznać, że dar ten nas poprzedza: nie buduje się go wyłącznie dzięki dobrej woli i zbiorowym wysiłkom, ale jest on darem łaski, który pozwala nam uczestniczyć w posłudze biskupa i realizuje się we wspólnocie z nim i z braćmi.
15. Właśnie z tego powodu prezbiterzy są wezwani doodpowiadania na łaskę braterstwa, okazując i potwierdzając swoim życiem to, co zostało między nimi zapieczętowane nie tylko przez łaskę chrztu, ale także przez sakrament święceń. Bycie wiernymi komunii oznacza przede wszystkim przezwyciężenie pokusy indywidualizmu, który kłóci się z działalnością misyjną i ewangelizacyjną, dotyczącą zawsze całego Kościoła. Nie bez powodu Sobór Watykański II prawie zawsze mówił o prezbiterach w liczbie mnogiej: żaden pasterz nie istnieje sam! Sam Pan „ustanowił Dwunastu, [których nazwał apostołami,] aby Mu towarzyszyli” (Mk3, 14): oznacza to, że nie może istnieć posługa odłączona od komunii z Jezusem Chrystusem i Jego Ciałem, którym jest Kościół. Jednym z głównych wyzwań na przyszłość, zwłaszcza w świecie naznaczonym wojnami, podziałami i nieporozumieniami, jest uwidacznianie tego relacyjnego i komunijnego wymiaru posługi kapłańskiej, mając świadomość, że jedność Kościoła wynika z „jedności Ojca, Syna i Ducha Świętego”[13].
16. Braterstwo kapłańskie należy zatem traktować jako element składowy tożsamości szafarzy[14], nie tylko jako ideał lub slogan, ale jako aspekt, w który należy się zaangażować z nową energią. W tym sensie wiele zrobiono, wprowadzając w życie wskazówki zawarte wPresbyterorum ordinis(por. nr 8), ale wiele pozostaje jeszcze do zrobienia, począwszy na przykład od wyrównania ekonomicznego między tymi, którzy służą w ubogich parafiach, a tymi, którzy pełnią posługę we wspólnotach zamożnych. Należy również zauważyć, że w wielu krajach i diecezjach nadal nie zapewniono niezbędnego zabezpieczenia na wypadek choroby i starości. Wzajemna troska, w szczególności staranie o braci najbardziej samotnych i odizolowanych, a także o chorych i starszych, nie może być uważana za mniej ważną niż opieka nad powierzonym nam ludem. Jest to jedna z podstawowych kwestii, które poleciłem kapłanom podczas ich niedawnego jubileuszu. „Jak bowiem my, szafarze, moglibyśmy być budowniczymi żywych wspólnot, gdyby najpierw nie panowało między nami rzeczywiste i szczere braterstwo?”[15]
17. W wielu kontekstach – zwłaszcza zachodnich – przed życiem prezbiterów pojawiają się nowe wyzwania związane z dzisiejszą mobilnością i fragmentacją tkanki społecznej. Powoduje to, że księża nie są już częścią spójnej i wierzącej społeczności, która w przeszłości wspierała ich posługę. W konsekwencji są oni bardziej narażeni na samotność, co osłabia ich apostolski zapał i może powodować smutne zamknięcie się w sobie. Również z tego powodu, zgodnie ze wskazówkami moich Poprzedników[16], pragnę, aby we wszystkich Kościołach lokalnych zrodziło się odnowione zaangażowanie w inwestowanie i promowaniemożliwych form życia wspólnego, tak aby „prezbiterzy w trosce o życie duchowe i intelektualne świadczyli sobie wzajemną pomoc, by lepiej mogli współpracować w posługiwaniu i by uniknęli niebezpieczeństw, które mogą płynąć z samotności”[17].
18. Z drugiej strony należy pamiętać, że wspólnota prezbiterium nie może nigdy oznaczać zniwelowania indywidualności, charyzmatów czy talentów, które Pan rozlał w życiu każdego z kapłanów. Ważne jest, aby w prezbiteriach diecezjalnych, dzięki rozeznaniu biskupa, udało się znaleźć równowagę między docenianiem tych darów a strzeżeniem komunii. W tej perspektywie szkoła synodalności może pomóc wszystkim w dojrzewaniu wewnętrznym do przyjmowania różnych charyzmatów w syntezie, umacniającej wierną Ewangelii i nauczaniu Kościoła komunię prezbiterium. W czasach wielkich kruchości wszyscy wyświęceni szafarze są wezwani do przeżywania komunii, powracając do tego, co istotne, jak i zbliżając się do ludzi, aby zachować nadzieję, przybierającą postać pokornej i konkretnej służby. W tej perspektywie, zwłaszcza posługa diakonów stałych, upodobnionych do Chrystusa Sługi, jest żywym znakiem miłości, która nie pozostaje na powierzchni, ale pochyla się, słucha i ofiarowuje się. Piękno Kościoła złożonego z prezbiterów i diakonów, którzy współpracują, zjednoczeni tą samą pasją do Ewangelii i troską o najbiedniejszych, staje się jasnym świadectwem komunii. Według słów Jezusa (por.J13, 34-35), to właśnie z tej jedności, zakorzenionej we wzajemnej miłości, chrześcijańskie głoszenie czerpie wiarygodność i siłę. Dlatego posługa diakonatu, zwłaszcza gdy jest przeżywana we wspólnocie z własną rodziną, jest darem, który należy poznać, docenić i wspierać. Dyskretna, ale nieodzowna służba ludzi oddanych miłości przypomina nam, że misja nie jest wypełniana poprzez wielkie gesty, ale jednocząc się w pasji do Królestwa i dzięki codziennej wierności Ewangelii.
19. Wspaniałą i wymowną ikoną wierności wspólnocie jest bez wątpienia ta, którą przedstawia św. Ignacy z Antiochii wLiście do Efezjan: „Należy zatem, abyście postępowali zgodnie z myślą biskupa, co też czynicie. Wasi bowiem kapłani, słusznie szanowani i godni Boga, tak są zestrojeni z biskupem, jak struny z cytrą. Dlatego to wasza zgoda i harmonia miłości wyśpiewuje [światu] Jezusa Chrystusa. […] Jest zatem dla was pożyteczne pozostawać, w nieskazitelnej jedności, abyście również zawsze mieli uczestnictwo w Bogu” [18].
Wierność i synodalność
20. Przechodzę teraz do kwestii, która leży mi szczególnie na sercu. Mówiąc o tożsamości kapłanów, DekretPresbyterorum ordinispodkreśla przede wszystkim związek z kapłaństwem i misją Jezusa Chrystusa (por. nr 2), a następnie wskazuje trzy podstawowe punkty odniesienia:relację z biskupem, który znajduje w prezbiterach „koniecznych pomocników i doradców”, z którymi utrzymuje braterskie i przyjazne stosunki (por. nr 7); komunię sakramentalną ibraterstwo z innymi prezbiterami, tak aby wspólnie przyczyniali się do „tego samego dzieła” i pełnili „jedną posługę”, pracując wszyscy „w tym samym dziele”, nawet jeśli zajmują się różnymi zadaniami (nr 8);relację z wiernymi świeckimi, wśród których prezbiterzy, pełniąc swoje specyficzne zadania, są braćmi pośród braci, dzieląc tę samą godność chrzcielną, „współpracując z wiernymi świeckimi” i „uznając ich doświadczenie i kompetencje na różnych polach ludzkiego działania, by razem z nimi mogli rozpoznawać znaki czasu”. Zamiast dominować lub skupiać wszystkie zadania na sobie, „niech ze zmysłem wiary odkrywają różnorakie charyzmaty świeckich, tak małe, jak i wielkie” (nr 9).
21. Na tym polu wciąż pozostaje wiele do zrobienia. Impuls procesu synodalnego jest silnym wezwaniem Ducha Świętego do podjęcia zdecydowanych kroków w tym kierunku. Ponawiam zatem moje pragnienie, aby „zaprosić kapłanów […] do otwarcia w jakiś sposób ich serc i wzięcia udziału w tych procesach”[19], których doświadczamy. W tym sensie druga sesja XVI Zgromadzenia Synodalnego wDokumencie końcowym[20]zaproponowała przemianę relacji i procesów. Wydaje się fundamentalne, aby we wszystkich Kościołach partykularnych podjęto odpowiednie inicjatywy, dzięki którym prezbiterzy mogliby zapoznać się z wytycznymi tego dokumentu i przekonać się o owocności synodalnego stylu Kościoła.
22. Wszystko to wymaga zaangażowania formacyjnego na każdym poziomie, w szczególności w zakresie formacji początkowej i permanentnej kapłanów. W Kościele coraz bardziej synodalnym i misyjnym posługa kapłańska nie traci nic ze swojego znaczenia i aktualności, a wręcz przeciwnie, będzie mogła bardziej skupić się na swoich szczególnych i specyficznych zadaniach. Wyzwanie synodalności – która nie eliminuje różnic, ale je uwydatnia – pozostaje jedną z głównych szans dla kapłanów przyszłości. Jak przypomina cytowanyDokument końcowy: „prezbiterzy są wezwani do pełnienia swojej posługi w duchu bliskości z ludźmi, otwartości i gotowości do wysłuchania wszystkich, przyjmując styl synodalny” (nr 72). Aby coraz lepiej realizować eklezjologię komunii, posługa prezbitera musi wyjść poza model wyłącznego przywództwa (leadership), który determinuje centralizację życia duszpasterskiego i obciążenie wszystkich powierzonych mu wyłącznie obowiązków, dążąc dokierowania bardziej kolegialnego, we współpracy między prezbiterami, diakonami i całym Ludem Bożym, w ramach wzajemnego ubogacania się, które jest owocem różnorodności charyzmatów, wzbudzonych przez Ducha Świętego. Jak przypomina namEvangelii gaudium, kapłaństwo ministerialne i upodobnienie do Chrystusa Oblubieńca nie powinny prowadzić nas do utożsamiania sakramentalnej władzy z władzą, ponieważ „upodobnienie kapłana do Chrystusa Głowy – czyli jako główne źródło łaski – nie zakłada wyniesienia, stawiającego go na szczycie całej reszty”[21].
Wierność i misja
23. Tożsamość prezbiterów opiera się na ichbyciu dlai jest nierozerwalnie związana z ich misją. Rzeczywiście, ten, kto „sądzi, że znajdzie tożsamość kapłańską, zgłębiając introspekcyjnie swoje życie wewnętrzne, być może znajduje jedynie znaki, które mówią o «wyjściu»: wyjdź poza siebie, wyjdź w poszukiwaniu Boga w adoracji, wyjdź i daj swemu ludowi to, co ci zostało powierzone, a twój lud zadba, byś poczuł i zasmakował, kim jesteś, jak się nazywasz, jaka jest twoja tożsamość i sprawi, że będziesz się radował stokrotnym plonem, który Pan obiecał swoim sługom. Jeśli nie wyjdziesz poza siebie, to olej jełczeje, a namaszczenie nie może być owocne”[22]. Jak nauczał św. Jan Paweł II: „prezbiterzy są w Kościele i dla Kościoła sakramentalnym uobecnieniem Jezusa Chrystusa Głowy i Pasterza, głoszą autorytatywnie Jego słowo, powtarzają Jego znaki przebaczenia i daru zbawienia, zwłaszcza w sakramencie chrztu, pokuty oraz w Eucharystii, dzielą Jego pełną miłości troskę aż do całkowitego złożenia daru z siebie za owczarnię, którą gromadzą w jedno i prowadzą do Ojca przez Chrystusa w Duchu Świętym”[23]. W ten sposób powołanie kapłańskie realizuje się wśród radości i trudów pokornej służby braciom, której świat często nie dostrzega, ale której głęboko pragnie: spotkanie wierzących i wiarygodnych świadków Miłości Boga – wiernego i miłosiernego – stanowi nadrzędną drogę ewangelizacji.
24. W naszym współczesnym świecie, charakteryzującym się szybkim tempem życia i nieustanną potrzebą bycia w kontakcie, co często sprawia, że jesteśmy zabiegani i skłonni do aktywizmu, istnieją co najmniej dwie pokusy, które zagrażają wierności tej misji. Pierwsza z nich to mentalność oparta na wydajności, zgodnie z którą wartość każdego człowieka mierzy się jego osiągnięciami, czyli liczbą zrealizowanych działań i projektów. Zgodnie z tym sposobem myślenia to, co robisz, jest ważniejsze od tego, kim jesteś, co odwraca prawdziwą hierarchię tożsamości duchowej. Druga pokusa, przeciwnie, kwalifikuje się jako rodzaj kwietyzmu: przerażeni kontekstem, wycofujemy się w głąb siebie, odrzucając wyzwanie ewangelizacji i przyjmując podejście leniwe i defetystyczne. W przeciwieństwie do tego, radosna i pełna pasji posługa – pomimo wszystkich ludzkich słabości – może i musi z zapałem podjąć zadanie ewangelizacji każdego wymiaru naszego społeczeństwa, w szczególności kultury, gospodarki i polityki, aby wszystko zostało zrekapitulowane w Chrystusie (por.Ef1, 10). Aby pokonać te dwie pokusy i prowadzić radosną i owocną posługę, każdy prezbiter powinien pozostać wierny misji, którą otrzymał, to znaczy darowi łaski przekazanej przez biskupa podczas święceń kapłańskich. Wierność misji oznacza przyjęcie paradygmatu, który przekazał nam św. Jan Paweł II, przypominając wszystkim, że miłość pasterska jest zasadą jednoczącą życie prezbitera[24]. To właśnie poprzez podtrzymywanie ognia miłości pasterskiej, czyli miłości Dobrego Pasterza, każdy kapłan może odnaleźć równowagę w codziennym życiu i umieć rozróżniać to, co jest pożyteczne i co stanowipropriumposługi, zgodnie z wytycznymi Kościoła.
25. Harmonia między kontemplacją a działaniem nie powinna być osiągana poprzez gorączkowe przyjmowanie schematów działania lub poprzez proste równoważenie działań, ale poprzez przyjęciewymiaru paschalnegojako centralnego elementu posługi. Oddanie się bez zastrzeżeń nie może i nie powinno w żadnym wypadku oznaczać rezygnacji z modlitwy, studium, braterstwa kapłańskiego, ale wręcz przeciwnie, staje się horyzontem, w którym wszystko jest zawarte w takim stopniu, w jakim jest ukierunkowane na Pana Jezusa, umarłego i zmartwychwstałego dla zbawienia świata. W ten sposób wypełniają się również przyrzeczenia złożone w czasie święceń, które wraz z oderwaniem od dóbr materialnych sprawiają, że w sercu prezbitera rodzi się wytrwałe poszukiwanie i przylgnięcie do woli Bożej, dzięki czemu Chrystus jest widoczny w każdym jego działaniu. Dzieje się tak na przykład wtedy, gdy unika się wszelkiego osobowościowego podejścia i celebrowania siebie, pomimo publicznej ekspozycji, do której czasami zobowiązuje pełniona funkcja. Wychowany przez tajemnicę, którą celebruje w świętej liturgii, każdy kapłan musi „zniknąć, aby pozostał Chrystus, stać się małym, aby On był poznany i uwielbiony, poświęcić się do końca, aby nikomu nie zabrakło możliwości poznania Go i kochania”[25]. Dlatego też obecność w mediach, korzystanie z sieci społecznościowych (social network) i wszystkich dostępnych obecnie narzędzi należy zawsze rozważać mądrze, przyjmując za paradygmat rozeznania służbę ewangelizacji. „Wszystko mi wolno, ale nie wszystko przynosi korzyść” (1 Kor6, 12).
26. W każdej sytuacji prezbiterzy są wezwani do udzielania skutecznej odpowiedzi – poprzez świadectwo życia w skromności i czystości – na wielki głód autentycznych i szczerych relacji, jaki występuje we współczesnym społeczeństwie, dając świadectwo Kościoła, który jest „skutecznym zaczynem więzi, relacji i braterstwa rodziny ludzkiej”, aby „lepiej pielęgnował relacje: z Panem Bogiem, między kobietami i mężczyznami, w rodzinach, wspólnotach, między chrześcijanami, grupami społecznymi, wyznaniami”[26]. W tym celu kapłani i świeccy – wszyscy razem – muszą dokonać prawdziwegonawrócenia misyjnego, które pod przewodnictwem ich pasterzy ukierunkuje wspólnoty chrześcijańskie „do służby misji, którą wierni realizują w społeczeństwie, w życiu rodzinnym i zawodowym”. Jak zauważył Synod, „w ten sposób stanie się bardziej widoczne, że parafia nie jest skupiona na sobie, ale na misji i jest powołana do wspierania zaangażowania tak wielu ludzi, którzy na różne sposoby żyją i dają świadectwo swojej wiary w pracy zawodowej oraz w działalności społecznej, kulturalnej i politycznej”[27].
Wierność i przyszłość
27. Mam nadzieję, że obchody rocznicy dwóch soborowych Dekretów oraz droga, po której zostaliśmy wezwani podążać, aby je urzeczywistnić i zaktualizować, przełożą się na nową powołaniową Pięćdziesiątnicę w Kościele, budząc święte, liczne i trwałe powołania do kapłaństwa ministerialnego, aby nigdy nie zabrakło robotników do żniwa Pańskiego. Niech w nas wszystkich obudzi się chęć głębokiego zaangażowania się w promocję powołań i nieustanną modlitwę do Pana żniwa (por.Mt9, 37-38).
28. Jednocześnie jednak, wraz z modlitwą, brak powołań do prezbiteratu – zwłaszcza w niektórych regionach świata – wymaga od wszystkich weryfikacji owocności praktyk duszpasterskich Kościoła. Prawdą jest, że często przyczyny tego kryzysu mogą być różne i wielorakie, a w szczególności zależą od kontekstu społeczno-kulturowego, ale jednocześnie musimy mieć odwagę przedstawiać młodym ludziom propozycje silne i wyzwalające oraz dbać o to, aby w poszczególnych Kościołach lokalnych powstawały „środowiska i formy duszpasterstwa młodzieżowego przesiąknięte Ewangelią, gdzie mogą się ujawniać i dojrzewać powołania do całkowitego daru z siebie”[28]. W przekonaniu, że Pan nigdy nie przestaje wzywać (por.J11, 28), należy zawsze pamiętać o perspektywie powołaniowej w każdej dziedzinie duszpasterstwa, zwłaszcza w duszpasterstwie młodzieży i rodzin. Pamiętajmy: nie ma przyszłości bez troski o wszystkie powołania!
29. Na zakończenie składam dzięki Panu Bogu, który zawsze jest blisko swego Ludu i wędruje razem z nami, napełniając nasze serca nadzieją i pokojem, które możemy nieść wszystkim. „Chciałbym, bracia i siostry, aby to było naszym pierwszym wielkim pragnieniem: Kościół zjednoczony, znak jedności i komunii, który stanie się zaczynem pojednanego świata”[29]. Dziękuję wam wszystkim, pasterzom i wiernym świeckim, którzy otwieracie umysły i serca na prorocze przesłanie soborowych DekretówPresbyterorum ordinisiOptatam totiusi razem przygotowujecie się, aby czerpać z nich pokarm i inspirację dla drogi Kościoła. Wszystkich seminarzystów, diakonów i prezbiterów powierzam wstawiennictwu Niepokalanej Dziewicy, Matki Dobrej Rady, oraz św. Jana Marii Vianneya, patrona proboszczów i przykładu dla wszystkich kapłanów. Jak mawiał Proboszcz z Ars: „Kapłaństwo to miłość serca Jezusowego”[30]. Miłość tak silna, że rozprasza chmury przyzwyczajenia, zniechęcenia i samotności, miłość całkowita, która jest nam w pełni dana w Eucharystii. Miłość eucharystyczna, miłość kapłańska.
Dan w Rzymie, u Świętego Piotra, 8 grudnia, w uroczystość Niepokalanego Poczęcia Najświętszej Maryi Panny, w Roku Jubileuszowym 2025, pierwszym mojego Pontyfikatu.
LEON PP. XIV
________________
[1] Sobór Wat. II, Dekret Optatam totius o formacji kapłańskiej, Wstęp.
[2] Por. Św. John Henry Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024: O rozwoju doktryny chrześcijańskiej, tłum. Jolanta W. Zielińska, Warszawa 1988. W tym sensie przypominam wciąż aktualne wezwanie, zawarte w Optatam totius, 16, do odnowy i promowania studiów kościelnych.
[3] Por. Synod Biskupów, Ku Kościołowi synodalnemu: komunia, uczestnictwo i misja. Dokument przygotowawczy (2021), 1; Franciszek, Przemówienie z okazji 50. rocznicy ustanowienia Synodu Biskupów (17 października 2015).
[4] Benedykt XVI, Enc. Deus caritas est (25 grudnia 2005), 1.
[5] Benedykt XVI, Homilia podczas Mszy św. na zakończenie Roku Kapłańskiego (11 czerwca 2010): „L’Osservatore Romano” wyd. pol., nr 8-9 (325)/2010, s. 36.
[6] „Lecz jak pierwej zapytał Piotra, czy Go miłuje, nie dlatego, by się przekonać o miłości ucznia, lecz by okazać swą wielką miłość” (Św. Jan Chryzostom, De sacerdotio II, 1: SCh 272, Paris 1980, 104, 48-51: Dialog „O kapłaństwie”, tłum. ks. Wojciech Kania, wstęp: kard. Henri de Lubac, ks. Marek Starowieyski, Kraków 2009, s. 62).
[7] Kongregacja ds. Duchowieństwa, Dar powołania do kapłaństwa. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (8 grudnia 2016), 57.
[8] Przemówienie do uczestników międzynarodowego spotkania „Szczęśliwi kapłani – «Nazwałem was przyjaciółmi» (J 15, 15)”, zorganizowanego przez Dykasterię do spraw Duchowieństwa z okazji Jubileuszu Kapłanów i Seminarzystów (26 czerwca 2025).
[9] Medytacja dla Seminarzystów z okazji ich Jubileuszu (24 czerwca 2025).
[10] Benedykt XVI, Katecheza (24 czerwca 2009): „L’Osservatore Romano” wyd. pol., nr 9 (316)/2009, s. 49.
[11] Sobór Wat. II, Dekret Presbyterorum ordinis o posłudze i życiu prezbiterów, 9.
[12] Tamże, 8.
[13] Św. Cyprian, De dominica oratione, 23: CCSL 3A, Turnhout 1976, 105: O Modlitwie Pańskiej, w: Św. Cypriana Ojca Kościoła i Męczennika Dziełka pobożne na polski język przetłumaczone, drukiem Antoniego Koziańskiego, Kraków 1900, s. 127.
[14] Por. Kongregacja ds. Duchowieństwa, Dar powołania do kapłaństwa. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis (8 grudnia 2016), 87-88.
[15] Przemówienie do uczestników międzynarodowego spotkania „Szczęśliwi kapłani – «Nazwałem was przyjaciółmi» (J 15, 15)”, zorganizowanego przez Dykasterię do spraw Duchowieństwa z okazji Jubileuszu Kapłanów i Seminarzystów (26 czerwca 2025).
[16] Por. Św. Jan Paweł II, Adhort. posynodalna Pastores dabo vobis (25 marca 1992), 61; Benedykt XVI, List apost. w formie Motu proprio Ministrorum institutio (16 stycznia 2013).
[17] Sobór Wat. II, Dekret Presbyterorum ordinis (7 grudnia 1965), 8.
[18] Św. Ignacy z Antiochii, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, Paris 19694, 72: Ignacy do Kościoła w Efezie, w: Pierwsi świadkowie, tłum. Anna Świderkówna, oprac. ks. Marek Starowieyski, Kraków 2010, s. 134.
[19] Do uczestników Jubileuszu zespołów synodalnych i organów uczestnictwa (24 października 2025).
[20] Synod Biskupów, Dokument końcowy drugiej sesji XVI Zwyczajnego Zgromadzenia „Ku Kościołowi synodalnemu – komunia, uczestnictwo, misja” (26 października 2024).
[21] Franciszek, Adhort. apost. Evangelii gaudium (24 listopada 2013), 104.
[22] Tenże, Homilia podczas Mszy św. Krzyżma (17 kwietnia 2014): „L’Osservatore Romano” wyd. pol., nr 5 (361)/2014, s. 17.
[23] Św. Jan Paweł II, Adhort. posynodalna Pastores dabo vobis (25 marca 1992), 15.
[24] Por. Tamże, 23.
[25] Homilia podczas Mszy św. Pro Ecclesia (9 maja 2025): „L’Osservatore Romano” wyd. pol., nr 5 (472)/2025, s. 14.
[26] Synod Biskupów, Dokument końcowy drugiej sesji XVI Zwyczajnego Zgromadzenia „Ku Kościołowi synodalnemu – komunia, uczestnictwo, misja” (26 października 2024), 20; 50.
[27] Tamże, 59; 117.
[28] Przemówienie do uczestników międzynarodowego spotkania „Szczęśliwi kapłani – «Nazwałem was przyjaciółmi» (J 15, 15)”, zorganizowanego przez Dykasterię do spraw Duchowieństwa z okazji Jubileuszu Kapłanów i Seminarzystów (26 czerwca 2025).
[29] Homilia na rozpoczęcie posługi Piotrowej Biskupa Rzymu (18 maja 2025): „L’Osservatore Romano” wyd. pol., nr 5 (472)/2025, s. 43-44.
[30] „Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus”, Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Parigi 1995, 98: Św. Jan Vianney. Myśli, wstęp i wybór Bernard Nodet, tłum. Helena Sobieraj, Kraków 2000.
[01832-PL.01] [Testo originale: Italiano]
Traduzione in lingua araba
رسالة بابويَّة
الأمانة التي تَلِدُ مستقبلًا
للحبر الأعظم البابا لاوُن الرَّابع عشر
في مناسبة الذِّكرى السِّتين للقرارَين المجمعيَّين
التَّنشئة الكهنوتيَّة (OPTATAM TOTIUS)
وخدمة الكهنة الرَّاعويَّة وحياتهم (PRESBYTERORUM ORDINIS)
1. الأمانة التي تَلِدُ مستقبلًا هي الدّعوة التي يُدعى إليها الكهنة اليوم أيضًا، في وعيٍ بأنّ المثابرة في الرّسالة الرّسوليّة تتيح لنا الإمكانيّة لأن نسأل أنفسنا في مستقبل الخدمة، ونساعد الآخرين ليتذوّقوا فرح الدّعوة الكهنوتيّة. الذّكرى السّتون للمجمع الفاتيكانيّ الثّانيّ، التي نحتفل بها في هذه السّنة، سنة اليوبيل، تمنحنا فرصةً لنتأمّل من جديد في عطيّة هذه الأمانة المثمرة، ونتذكّر تعاليم القرارَين التّنشئة الكهنوتيّة (Optatam totius) وخدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis)، اللذين أُعلنا في 28 تشرين الأوّل/أكتوبر و7 كانون الأوّل/ديسمبر سنة 1965 على التوالي. وثيقتان بروح كنسيّة واحدة، من كنيسة ترى نفسها أنّها مدعوّة إلى أن تكون علامة وأداة وَحدة لجميع الشّعوب، ومدعوّة في الوقت نفسه إلى أن تجدّد نفسها، وهي واعية بأنّ "التّجديد المنشود لكلّ الكنيسة يعتمد إلى حدٍّ كبير على الخدمة الكهنوتيّة التي ينعشها روح المسيح"[1].
2. إنّنا لا نحتفل بذكرى كتابات وأوراق! في الواقع، هاتان الوثيقتان ترتكزان بقوّة على فهم الكنيسة على أنّها شعب الله الحاجّ في التّاريخ، وهما محطة أساسيّة في التّفكير في طبيعة الخدمة الرّعويّة ورسالتها، وبالإعداد لها، وتحافظان عبر الزّمن على نضارتهما وحداثتهما. لذلك أدعو إلى مواصلة قراءة هاتَين الوثيقَتَين في الجماعات المسيحيّة، ودراستهما، ولا سيّما في الإكليريكيّات وفي جميع البيئات المعنيّة بالإعداد والتّنشئة للخدمة الكهنوتيّة.
3. هذان القراران، التّنشئة الكهنوتيّة (Optatam totius) وخدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis)، منغرسان بعمق في تقليد الكنيسة التّعليمي في سرّ الكهنوت، وقد وضعا أمام أنظار المجمع التّفكير في الكهنوت الخدمي، وبيَّنا اهتمام المجمع بالكهنة. وكان الهدف هو بلورة الأسّس اللازمة لتنشئة أجيال كهنة المستقبل بحسب التّجديد الذي أطلقه المجمع، مع الحفاظ على هوية الكهنوت الخدميّ، وفي الوقت نفسه، إظهار آفاق جديدة تدمج التّأمّل السّابق ضمن رؤية نموٍّ عقائديٍّ سليم.[2] ومن ثمّ ينبغي أن تبقى هاتان الوثيقتان ذاكرة حيّة، استجابة للدّعوة الموجَّهة إلى الكنيسة بأسرها: تقويّة الخدمة الكهنوتيّة دائمًا وكلّ يوم، مستمدين القوّة من الجذور، أي من الرّباط بين المسيح والكنيسة، لكي نكون، مع جميع المؤمنين وفي خدمتهم، تلاميذ مرسلين بحسب قلبه.
4. وفي الوقت نفسه، خلال العقود السّتة التي تلت المجمع، شهدت البشريّة وما زالت تشهد تحوّلات تتطلّب مراجعةً دائمةً للمسيرة التي سلكناها، وتحديثًا منسجمًا مع تعاليم المجمع. وعلى الخط نفسه، قاد الرّوح القدس الكنيسة إلى تنمية تعليم المجمع في طبيعة الكنيسة أنّها ”وَحدة وشركة“، وفق الطّريقة السّينوديّة والرّسوليّة.[3] ومن هذا المنطلق أوجّه هذه الرّسالة الرّسوليّة إلى كلّ شعب الله، لكي نعيد معًا النّظر في هوية الخدمة الكهنوتيّة ووظيفتها، في ضوء ما يطلبه الرّبّ يسوع اليوم من كنيسته، ونواصل العمل الكبير للتجديد الذي أطلقه المجمع الفاتيكانيّ الثّاني. وأقترح أن يتمّ ذلك بمنظور الأمانة التي هي، في الوقت نفسه، نعمة من الله ومسيرة دائمة من التّوبة، للاستجابة بفرح لدعوة الرّبّ يسوع. وأودّ أن أسبق وأشكر الكهنة لشهادتهم وتفانيهم، ولأنّهم يقدّمون حياتهم في كلّ أنحاء العالم، ويحتفلون بذبيحة المسيح في الإفخارستيّا، ويبشّرون بالكلمة، ويمنحون مغفرة الخطايا، ويكرّسون أنفسهم بسخاء، يومًا بعد يوم، للإخوة والأخوات، فيخدمون الشّركة والوَحدة، ويهتمّون بصورة خاصّة بالمتألّمين والمحتاجين.
الأمانة والخدمة
5. كلّ دعوة في الكنيسة تولد من لقاء شخصيّ مع المسيح، "الذي يعطي الحياة أفقًا جديدًا، وبالتّالي الاتّجاه الحاسم"[4]. فقبل كلّ التزام، وقبل كلّ طموح شخصيّ صالح، وقبل كلّ خدمة، صوت المعلّم هو الذي يدعو ويقول: ”تعالَ اتبعني“ (راجع مرقس 1، 17). إنّ ربّ الحياة يعرفنا، وينير قلوبنا بنظرة محبّته (راجع مرقس 10، 21). ليست الدّعوة مجرّد صوت في داخلنا، بل هي اندفاع روحيّ، يولد فينا مرارًا عبر مثال تلاميذ الرّبّ الآخرين، ويتجسّد في خيار شجاع في حياتنا. الأمانة للدّعوة، ولا سيّما في زمن الشّدّة والتّجربة، تتقوّى عندما لا ننسى ذلك الصّوت، وعندما نكون قادرين على أن نذكر بشغف نبرة صوت الرّبّ يسوع الذي يحبّنا ويختارنا ويدعونا، ثمّ نوكل أنفسنا للإرشاد اللازم للذين لهم خبرة في حياة الرّوح. صدى تلك الكلمة يصير عبر الزّمن مبدأ الوَحدة في داخلنا مع المسيح، وهي وحدة أساسيّة ولا غنى عنها في الحياة الرّسوليّة.
6. الدّعوة إلى الخدمة الكهنوتيّة هي عطيّة حرّة ومجانيّة من الله. في الواقع، الدّعوة لا تعني قيدًا يفرضه الرّبّ يسوع، بل هي عرض محبّة لمخطّط خلاص وحرّيّة لحياتنا، نقبله عندما ندرك، بنعمة الله، أنّ يسوع الرّبّ هو عماد وقلب حياتنا. إذّاك تنمو الدّعوة إلى الكهنوت وبها نقدّم ذاتنا لله، ومن ثمّ لشعبه المقدّس. وكلّ الكنيسة تصلّي وتفرح بهذه العطيّة بقلب مفعم بالرّجاء والشّكر، كما عبّر عن ذلك البابا بندكتس السّادس عشر في ختام سنة الكهنوت. قال: "أردنا أن نوقظ الفرح لقرب الله منّا، والشّكر لكونه يثق بضعفنا، ويقودنا ويسندنا يومًا بعد يوم. وأردنا أيضًا أن نُظهر من جديد للشّباب أنّ هذه الدّعوة، وهذه الوَحدة والشّركة في خدمة الله ومع الله، موجودة، بل إنّ الله ينتظر جوابنا بكلمة ”نعم“"[5].
7. كلّ دعوة هي عطيّة من الآب، تطلب أن تُصان بالأمانة في ديناميّة توبة دائمة. الطّاعة للدّعوة تُبنى يومًا بعد يوم بالإصغاء إلى كلمة الله، والاحتفال بالأسرار المقدسّة، ولا سيّما الذّبيحة الإفخارستيّة، وبالبشارة بالإنجيل، والقرب من الأخيرين، والأخوّة الكهنوتيّة، وترتكز على الصّلاة كمكان مميّز للقاء الرّبّ يسوع. وكأنّ الكاهن يعود كلّ يوم إلى بحر الجليل، حيث سأل يسوع بطرس: "أَتُحِبُّني؟" (يوحنّا 21، 15)، لكي يجدّد جوابه ”نعم“.[6] ومن هنا نفهم ما يشير إليه القرار Optatam totius بشأن التّنشئة الكهنوتيّة، إذ المطلوب هو ألّا يقتصر على زمن الإكليريكيّة (راجع رقم 22)، بل يفتح الطّريق أمام تنشئة دائمة ومتواصلة، هي ديناميّة تجدّد إنسانيّ وروحيّ وفكريّ ورعويّ مستمرّ.
8. لذلك، يُدعى جميع الكهنة إلى الاهتمام الدّائم بتنشئة أنفسهم، لكي تبقى حيّة فيهم عطيّة الله التي قبلوها بسرّ الكهنوت (راجع 2 طيموتاوس 1، 6). الأمانة للدّعوة ليست جمودًا ولا انغلاقًا، بل مسيرة توبة يوميّة تثبِّت وتُنضِج الدّعوة التي قبلناها. ومن هذا المنظور، من المناسب أن نشجّع مبادرات مثل مؤتمر التّنشئة الدّائمة للكهنة، الذي انعقد في الفاتيكان من 6 إلى 10 شباط/فبراير 2024 بمشاركة أكثر من ثمانمائة مسؤول عن التّنشئة الدّائمة من ثمانين دولة. وقبل أن تكون التّنشئة الدّائمة جهدًا فكريًّا أو تحديثًا رعويًّا، هي ذاكرة حيّة وتفعيل دائم للدّعوة الشّخصيّة في مسيرة مشتركة.
9. منذ لحظة الدّعوة والتّنشئة الأولى، جمال المسيرة وثباتها يُصان باتّباع المسيح. فكلّ راعٍ، قبل أن يكرّس نفسه لقيادة القطيع، يجب أن يتذكّر دائمًا أنّه هو نفسه تلميذ للمعلّم، مع الإخوة والأخوات، لأنّنا "نبقى طوال حياتنا تلاميذ، مع توقٍ دائم إلى التّشبّه بالمسيح"[7]. وهذه العلاقة فقط، اتّباع المسيح المطيع والتتلمذ الأمين قادرة على أن تبقي العقل والقلب في الاتّجاه الصّحيح، بالرّغم ممَّا قد تحمله الحياة من اضطرابات.
10. وفي العقود الأخيرة، أزمة الثّقة بالكنيسة، النّاجمة عن الإساءات والتّجاوزات التي ارتكبها بعض أعضاء الإكليروس، والتي تملؤنا خجلًا وتدعونا من جديد إلى التّواضع، جعلتنا أكثر وعيًّا بالحاجة الملحّة إلى تنشئة متكاملة تضمن النّمو والنّضج الإنسانيّ للمرشّحين للكهنوت، مع حياة روحيّة غنيّة ومتينة.
11. ويظلّ موضوع التّنشئة محوريًّا أيضًا لمواجهة ظاهرة الذين يتركون الخدمة بعد سنوات، أو حتّى بعد عقود. في الواقع، هذه الحقيقة المؤلمة ينبغي ألّا نفسّرها فقط من منظور قانوني، بل تتطلّب أن ننظر بانتباه ورحمة إلى مسيرة هؤلاء الإخوة وإلى الأسباب المتعدّدة التي قد تكون قادتهم إلى هذا القرار. والجواب المطلوب هو أوّلًا التزام متجدّد بالتّنشئة، هدفه "مسيرة ألفة مع الرّبّ يسوع تشمل كلّ الإنسان، القلب، والعقل، والحرّيّة، وتصوغه على صورة الرّاعي الصّالح"[8].
12. وبالتّالي، "ينبغي أن تكون الإكليريكيّة، بأيّ شكلٍ كانت، مدرسةً لتربية المشاعر […]. نحن بحاجة إلى أن نتعلّم كيف نحبّ، وأن نحب كما أحبّ يسوع". لذلك أدعو الإكليريكيّين إلى أن يقوموا بعمل تدقيق في داخلهم فيرون ما هي الأسباب التي تدفعهم في كلّ أوجه حياتهم: "في الواقع، يجب ألّا تتخلّوا عن أيّ شيء فيكم، بل يجب أن تقبلوا كلّ شيء وتحوّلوه وفق منطق حبّة الحنطة، لكي تصيروا أشخاصًا وكهنة سعداء، ”جسورًا“ لا عوائق أمام لقاء المسيح لكلّ من يقترب منكم"[9]. فالكهنة والمكرّسون النّاضجون إنسانيًّا والرّاسخون روحيًّا، أي الذين يتكامل فيهم البُعدان الإنسانيّ والرّوحيّ، والقادرون على علاقات أصيلة مع الجميع، هم وحدهم يستطيعون أن يلتزموا بالعزوبة وأن يعلنوا إنجيل الرّبّ القائم من بين الأموات بطريقة صادقة.
13. لذلك، يجب أن نصون الدّعوة وننمّيها في مسيرة دائمة في التّوبة والأمانة المتجدّدة، ولن تكون أبدًا مسيرة فرديّة، بل تُلزِمُنا بأن نهتمّ بعضنا ببعض. وهذه الدّيناميّة هي دائمًا عمل النّعمة التي تعانق إنسانيتنا الهشّة، وتشفيها من النّرجسيّة ومن تركيز كلّ شيء على الأنا. بالإيمان والرّجاء والمحبّة، نحن مدعوّون إلى أن نسلك كلّ يوم طريق اتّباع يسوع، ونضع كلّ ثقتنا في الله. فلا يمكن تحقيق الوَحدة والشّركة والسّينوديّة والرّسالة، إن لم تَغِب عن قلوب الكهنة تجربة المرجعيّة الذّاتيّة وإن لم يحِلَّ محلّها منطق الإصغاء والخدمة. قال البابا بندكتس السّادس عشر: "الكاهن هو خادم المسيح، بمعنى أنّ حياته، التي صُوِّرَتْ بصورة المسيح في عمق وجوده، تتّخذ طابعًا علائقيًّا جوهريًّا: فهو في المسيح، وللمسيح، ومع المسيح، في خدمة البشر. وبما أنّه ينتمي إلى المسيح، فإنّ الكاهن هو أساسًا في خدمة البشر: هو خادم خلاصهم وسعادتهم وتحرّرهم الحقيقيّ، ويَنضُجُ، في هذا الاتّحاد التّدريجي بإرادة المسيح، في الصّلاة، وفي ”بقاء قلبه مع قلب المسيح“"[10].
الأمانة والأخوّة
14. وضع المجمع الفاتيكانيّ الثّانيّ خدمة الكهنة الخاصّة في إطار الكرامة المتساويّة وأخوّة جميع المعمّدين، كما يشهد بوضوح قرار خدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis): "كهنة العهد الجديد، وإن كانوا بحكم سرّ الكهنوت يؤدّون مهمّة سامية ولا غنى عنها كآباء ومعلّمين في شعب الله ومن أجل شعب الله، إلّا أنّهم يظلّون تلاميذ للرّبّ يسوع كسائر المؤمنين، ومدعوّين إلى أن يشتركوا في ملكوته بنعمة الله. وفي وسط جميع الذين وُلدوا من جديد بمياه المعموديّة، الكهنة هم إخوة لهم، وأعضاء في جسد المسيح الواحد، الذي إنماؤه هو مهمّة الجميع"[11]. وداخل هذه الأخوّة الأساسيّة، المتجذّرة في المعموديّة والتي توحّد كلّ شعب الله، يُبَيِّنُ المجمع الرّباط الأخويّ الخاصّ بين الخدّام المرسومين، القائم على سرّ الكهنوت نفسه: "جميع الكهنة، الذين أُقيموا في رتبة الكهنوت بالسّيامة، متّحدون فيما بينهم بأخوّة مقدّسة وحميمة بقوّة الأسرار المقدسّة، وهم بشكل خاصّ يشكّلون جسمًا كهنوتيًّا واحدًا في الأبرشيّة التي يخدمونها تحت رئاسة أسقفهم. […] وبذلك يرتبط كلّ واحد منهم بسائر أعضاء هذا الكهنوت بروابط خاصّة من المحبّة الرّسوليّة، والخدمة، والأخوّة"[12]. فالأخوّة الكهنوتيّة، قبل أن تكون مهمّةً تُؤدَّى، هي عطيّة كامنة في نعمة السّيامة. يجب أن نُدرك أنّ هذه العطيّة تسبقنا ولا تُبنى فقط بحسن النّية أو بالجهد الجماعيّ، بل هي عطيّة ونعمة من الله تجعلنا شركاء في خدمة الأسقف، وتتحقّق في الوَحدة والشّركة معه ومع الإخوة.
15. ولهذا، فإنّ الكهنة مدعوّون إلى أن يستجيبوا لنعمة الأخوّة، فيبيّنوا ويؤكّدوا في حياتهم، عبر الأمانة للوَحدة والشّركة التي تربطهم لا بنعمة المعموديّة فقط، بل أيضًا بسرّ الكهنوت. فالأمانة للوَحدة والشّركة تعني أوّلًا أن نتجاوز تجربة الفرديّة، التي لا تنسجم مع عمل الرّسالة والبشارة بالإنجيل، التي تهمّ دائمًا كلّ الكنيسة. وليس من قبيل الصّدفة أنّ المجمع الفاتيكانيّ الثّانيّ تكلّم على الكهنة مرارًا بصيغة الجمع، لا يوجد أبدًا راعٍ وحده: الرّبّ يسوع نفسه "أَقامَ مِنهُمُ اثنَي عَشَرَ - سمّاهم رسلًا - لِكَي يَصحَبوه" (مرقس 3، 14). وهذا يعني أنّه لا يمكن أن توجد خدمة منفصلة عن الوَحدة والشّركة مع يسوع المسيح ومع جسده، أي الكنيسة. وأن نزيد وضوحًا هذا البعد، العلاقة والشّراكة في الخدمة الكهنوتيّة، واعين أنّ وَحدة الكنيسة تنبع "من وَحدة الآب والابن والرّوح القدس"[13]، هو أحد تحدّيات المستقبل الكبرى، ولا سيّما في عالم يتميّز بالحروب والانقسامات والنّزاعات.
16. لذلك يجب اعتبار الأخوّة الكهنوتيّة عنصرًا مكوِّنًا لهوية الكهنة،[14] لا مجرّد مثال أو شعار، بل هو وجه من كياننا يتطلّب التزامًا متجدّدًا. وفي هذا الإطار، تمّ إنجاز الكثير بتطبيق توجيهات القرار المجمعيّ في خدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis) (راجع رقم 8)، لكن ما زال هناك الشّيء الكثير الذي ينتظر التّنفيذ، بدءًا مثلًا بتحقيق العدالة الاقتصاديّة بين من يخدمون رعايا فقيرة ومن يؤدّون خدمتهم في جماعات ميسورة. كما ينبغي الإقرار بأنّ الضّمانات اللازمة للمرض والشّيخوخة غير مؤمّنة بعد في العديد من البلدان والأبرشيّات. العناية المتبادلة، ولا سيّما الاهتمام بالإخوة الذين يحيون في الوِحدة والعزلة، وكذلك بالمرضى والمسنّين، لا تقلّ أهمّيّة عن العناية بالشّعب الموكول إلينا. وقد أوصيتُ بهذا الموضوع الكهنة في مناسبة يوبيلهم الأخير: "في الواقع، كيف يمكننا نحن الخُدّام أن نكون بُناة لجماعات مؤمنين حيّة، إن لم تَسُد أوّلًا بيننا أخوّة حقيقيّة وصادقة"[15].
17. في كثير من السّياقات، ولا سيّما في الغرب، تظهر تحدّيات جديدة في حياة الكهنة، مرتبطة بحركة النّاس في عصرنا وتفكّك النّسيج الاجتماعيّ. وهذا يجعل الكهنة أقلّ اندماجًا في بيئة متماسكة ومؤمنة كانت تسند خدمتهم في الماضيّ، وهم اليوم أكثر عرضة لوِحدة تطفئ الاندفاع الرّسوليّ وقد تقود إلى انطواء حزين على الذّات. ولهذا أيضًا، واتّباعًا لتوجيهات أسلافي،[16] أتمنّى أن ينشأ في جميع الكنائس المحليّة التزام متجدّد لتوفير أشكال ممكنة من الحياة المشتركة وتعزيزها، "لكي يتمكّن الكهنة من أن يساعدوا بعضهم بعضًا على تنمية الحياة الرّوحيّة والفكريّة، ويتعاونوا بصورة أكثر فعّالية في الخدمة، ويتجنّبوا أخطار العزلة"[17].
18. ومن جهة أخرى، من الضّروري أن نذكّر بأنّ الشّركة الكهنوتيّة لا تعني أبدًا طمس الأفراد، أو المواهب التي أفاضها الله في حياة كلّ واحد. من المهمّ أن يعمل الأسقف، وبوساطة مجالس الكهنة في الأبرشيّة، لكي يجد توازنًا بين تقدير هذه العطايا الفرديّة والمحافظة على الوَحدة والشّركة. مدرسة السّينوديّة، في هذه الرّؤية، يمكن أن تساعد الجميع على النّضوج الدّاخليّ في قبول تنوّع المواهب ضمن وَحدة تعزّز الشّركة بين الكهنة، بالأمانة للإنجيل ولتعاليم الكنيسة. وفي زمن كثر فيه الضّعف، جميع الخدّام المرسومين مدعوّون إلى أن يعيشوا الشّركة بالعودة إلى الجوهر، والقرب من النّاس، للمحافظة على الرّجاء الذي يتجسّد في خدمة متواضعة وعمليّة. في هذا المجال، تُعدّ خدمة الشّماس الدّائم، الشّبيه بمثال المسيح الخادم، علامةً حيّةً على محبّةٍ لا تبقى سطحيّة، بل تنحني وتصغي وتبذل نفسها. إنّ جمال كنيسةٍ يتعاون فيها الكهنة والشّمامسة، متّحدين بالحبّ نفسه للإنجيل، ومتنبّهين لأشّد النّاس فقرًا، يصير شهادة مضيئة للوَحدة والشّركة. فبحسب كلام يسوع (راجع يوحنّا 13: 34-35)، من هذه الوَحدة المتجذّرة في المحبّة المتبادلة، تستمدّ البشارة المسيحيّة مصداقيتها وقوّتها. ولهذا فإنّ الخدمة الشّماسيّة، ولا سيّما عندما تُعاش في شركة مع العائلة، هي عطيّة يجب أن نعرفها، ونقدّرها، ونسندها. الخدمة المتواضعة، لكن الأساسيّة، لرجالٍ مكرّسين للمحبّة، تذكّرنا بأنّ الرّسالة لا تتحقّق بالأعمال الكبيرة، بل بالاتّحاد في الحبّ من أجل الملكوت، وبالأمانة اليوميّة للإنجيل.
19. قال القدّيس أغناطيوس الأنطاكيّ في رسالته إلى أهل أفسس كلامًا هو بمثابة أيقونة للأمانة البهيجة والبليغة للوَحدة الكنسيّة: "يليق بكم أن تسيروا في انسجام مع فكر الأسقف، كما تفعلون أصلًا. في الواقع، كهنتكم الجديرون بأن يُذكَروا بالثّناء، الجديرون بالله، منسجمون تمامًا مع الأسقف، مثل أوتار القيثارة. ولهذا، في وَحدتكم ومحبّتكم المتناغمة، يُسبَّح يسوع المسيح. […] فمن الأفضل إذن أن تكونوا في وَحدة لا لوم فيها، لكي تشاركوا دائمًا في الله"[18].
الأمانة والسّينوديّة
20. أصِلُ الآن إلى موضوع له مكانةً خاصّة في قلبي. عندما يتكلّم القرار المجمعيّ في خدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis) على هوية الكهنة، فإنّه يبيّن أوّلًا الرّباط مع كهنوت يسوع المسيح ورسالته (راجع رقم 2)، ثمّ يشير إلى ثلاثة أمور أساسيّة: العلاقة مع الأسقف، الذي يرى في الكهنة "معاونين ومستشارين ضروريّين"، ويحافظ معهم على علاقة أخويّة وودّية (راجع رقم 7). ثمّ الوَحدة والشّركة الأسراريّة والأخوّة مع سائر الكهنة، فيسهمون معًا "في عمل واحد" ويقومون "بخدمة واحدة"، ويعملون جميعًا "من أجل القضيّة نفسها"، وإن اختلفت المهام الموكولة إليهم (رقم 8). وأخيرًا العلاقة مع المؤمنين العلمانيّين، الذين يكون الكهنة في وسطهم، وبحسب مهمّتهم الخاصّة: إنّهم إخوة بين إخوة، مشاركين في كرامة المعموديّة الواحدة، فيوحّدون "جهودهم مع جهود المؤمنين العلمانيّين"، ويستفيدون "من خبرتهم وكفاءتهم في مختلف مجالات النّشاط الإنسانيّ، لكي يتمكّنوا معًا من تمييز علامات الأزمنة". ومن ثمَّ بدلًا من التسلّط أو حصر جميع المهام في ذاتهم، "عليهم أن يكتشفوا بروح الإيمان المواهب، سواء المتواضعة أم السّامية، التي تُمنَح للعلمانيّين بأشكال متعدّدة" (رقم 9).
21. في هذا المجال، لا يزال هناك شيء كثير يجب أن نقوم به. اندفاع المسار السّينودي هو دعوة قويّة من الرّوح القدس لنتّخذ خطوات حاسمة في هذا الاتّجاه. ولذلك أؤكّد رغبتي في "دعوة الكهنة […] إلى أن يفتحوا قلوبهم بطريقة ما ويشاركوا في هذه المسارات"[19] التي نعيشها. بهذا المعنى، اقترحت الدّورة الثّانية للجمعيّة السّينوديّة السّادسة عشرة، في الوثيقة الختاميّة،[20] ضرورة الارتداد أو التّوبة في العلاقات وفي النّشاطات. ويبدو أساسيًّا أن تُطلق، في جميع الكنائس الخاصّة، مبادرات مناسبة تمكّن الكهنة من التعرّف على الخطوط التّوجيهيّة لهذه الوثيقة، ومن اختبار خصوبة الأسلوب الكنسيّ السّينوديّ.
22. كلّ هذا يتطلّب التزامًا في التّنشئة على جميع المستويّات، ولا سيّما في مجال التّنشئة الأولى والدّائمة للكهنة. ففي كنيسةٍ تزداد فيها السّينوديّة والرّسالة، خدمة الكهنوت لا تفقد شيئًا من أهمّيّتها وضرورتها، بل تستطيع أن تركّز بشكل أوضح على مهامها الخاصّة والمميّزة. وتبقى تحدّيات السّينوديّة، التي لا تلغي الاختلافات بل تقدّرها، واحدة من أهمّ الفرص الأساسيّة لكهنة المستقبل. وتذكّرنا الوثيقة الختاميّة المذكورة، بأنَّ "الكهنة مدعوّون إلى أن يعيشوا خدمتهم في موقف قربٍ من النّاس، وقبول، وإصغاء إلى الجميع، عليهم أن يفتحوا أنفسهم على أسلوب سينودسي" (رقم 72). ولتجسيد لاهوت الشّركة الكنسيّة على نحوٍ أفضل، يجب أن تتجاوز خدمة الكاهن طريقة القيادة الفرديّة، التي تفضي إلى تركيز الحياة الرّعويّة وتحميل الكاهن وحده جميع المسؤوليّات، بل يجب أن تتّجه إلى قيادة فيها مزيد من المشاركة الجماعيّة، في تعاونٍ بين الكهنة والشّمامسة وكلّ شعب الله، ضمن ذلك الإغناء المتبادل والذي هو ثمرة تنوّع المواهب التي يرسلها الرّوح القدس. ويذكّرنا الإرشاد الرّسولي ”فرح الإنجيل“، أنَّ الكهنوت الخدمي والتّشبّه بالمسيح العريس يجب ألّا يقودانا إلى مساواة سلطة السّر بالقدرة والسّلطان، لأنّ "تشبّه الكاهن بالمسيح الرأس، أي باعتباره مصدر النّعمة الرّئيسيّ، لا يعني تمجيد الكاهن فوق كلّ شيء"[21].
الأمانة والرّسالة
23. هوية الكهنة تُبنَى على كونهم ”من أجل“ الآخرين، ولا يمكن فصلها عن رسالتهم. في الواقع، من "يدّعي العثور على هويته الكهنوتيّة عبر تفحّصٍ باطنيٍّ داخليّ، قد لا يجد إلّا إشارات تقول له: ”اخرج“: اخرج من ذاتك، واخرج باحثًا عن الله في السّجود، واخرج وأعطِ شعبك ما أُوكل إليك، وسيهتمّ شعبك بأن يجعلك تشعر وتختبر من أنت، وما اسمك، وما هي هويتك، وسيُفرحك مئة ضعف، كما وعد الرّبّ يسوع خدامه. أمّا إن لم تخرج من ذاتك، فإنّ الزّيت يفسد، وتفقد المسحة مفعولها"[22]. قال القدّيس البابا يوحنّا بولس الثّاني، "إنّ الكهنة، في الكنيسة ومن أجل الكنيسة، إنّهم يعيدون بطريقة الأسرار حضور يسوع المسيح الرّأس والرّاعي، ويعلنون كلمته بسلطان، ويعيدون أفعال المغفرة وتقدمة الخلاص، ولا سيّما في المعموديّة وسرّ التّوبة والإفخارستيّا، ويمارسون العناية المليئة بالمحبّة حتّى بذل الذّات كاملة من أجل القطيع، الذي يجمعونه في الوَحدة ويقودونه إلى الآب بالمسيح في الرّوح"[23]. وهكذا تتجلّى الدّعوة الكهنوتيّة بين أفراح ومتاعب خدمةٍ متواضعة للإخوة، قد لا يعترف بها العالم، لكنّه يتوق إليها بعمق: فلقاء شهودٍ مؤمنين وصادقين لمحبّة الله الأمينة والرّحيمة هو طريق أساسيّ للبشارة بالإنجيل.
24. في عالمنا المعاصر، المميّز بإيقاعات متسارعة وبقلق الاتّصال الدّائم، الذي يضعنا مرارًا في حالة جنونيّة ويدفعنا إلى النّشاط المفرط، تظهر على الأقل تجربتان تهدّدان الأمانة لهذه الرّسالة. الأولى هي عقليّة تركّز على القدرة الإنتاجيّة، يُقاس فيها الإنسان بما ينجزه من أنشطة ومشاريع. ووفقًا لهذا التّفكير، فإنّ إنتاجك أهمّ من هويتك، وهذا يقلب التّرتيب الحقيقيّ في اعتبار الهوية الرّوحيّة. أمّا التّجربة الثّانية، فهي، على النّقيض، نوع من الطّمأنينة الزّائدة: نخاف من الواقع، فننكفئ على ذاتنا، ونرفض تحدي البشارة بالإنجيل، ونتخذ موقفًا كسولًا ومُحبِطًا. على عكس ذلك، الخدمة المندفعة بالفرح والشّغف، بالرّغم من كلّ أنواع الضّعف البشريّ، تقدر ويجب أن تَوصِّلَ، بحماس واندفاع، البشارة بالإنجيل إلى جميع مجالات مجتمعنا، ولا سّيما الثّقافة والاقتصاد والسّياسة، لكي يكون كلّ شيء واحدًا في المسيح (راجع أفسس 1، 10). وللتغلّب على هاتَين التّجربتَين ولتكون خدمتنا مثمرة في الفرح، ليبقَ كلّ كاهن أمينًا للرّسالة التي قَبِلها، أي لموهبة النّعمة التي سلّمها إليه الأسقف يوم السّيامة الكهنوتيّة. والأمانة للرّسالة تعني أن نتبنّى المبدأ الذي سلّمه إلينا القدّيس البابا يوحنّا بولس الثّاني، حين ذكّر الجميع بأنّ المحبّة الرّعويّة هي المبدأ الذي يوحّد حياة الكاهن.[24] إنّ إبقاء نار المحبّة الرّعوية حيّة، أي محبّة الرّاعي الصّالح، هو ما يمكّن كلّ كاهن من أن يجد التّوازن في حياته اليوميّة، ومن تمييز ما يفيد وما هو جوهر خدمته، بحسب توجيهات الكنيسة.
25. الانسجام بين التأمّل والعمل لا يتحقّق عبر اتّباع نماذج تنظيميّة مرهقة أو عبر مجرّد التّوازن بين الأنشطة، بل بأن يكون البعد الفصحيّ هو محور الخدمة. فعطاء الذّات بلا تحفظ في كلّ حالة لا يمكن ويجب ألّا يعني التخلّي عن الصّلاة أو الدّراسة أو الأخوّة الكهنوتيّة، بل العكس، بالعطاء ينفتح الأفق ويصير كلّ شيء له معنى بقدر ما يتّجه نحو الرّبّ يسوع، الذي مات وقام من بين الأموات من أجل خلاص العالم. هكذا تتحقّق أيضًا وعود الرّسامة، التي تنمّي في قلب الكاهن بحثًا دائمًا عن مشيئة الله والتّمسّك بها، مع التّجرّد من الخيرات الماديّة، ما يجعل المسيح يتجلّى في كلّ أعماله. ويتجلّى ذلك، مثلًا، في الهروب من كلّ تركيز على الذّات ومن كلّ تمجيد للذّات، بالرّغم من أنّ الخدمة تلزمنا بالعمل للخدمة العامّة. السّرّ الذي يحتفل به الكاهن في الليتورجيّا المقدّسة، يجب أن يَصُوغَ الكاهن، فيختفي هو لكي يبقى المسيح، ويصير هو صغيرًا لكي يُعرَف المسيح ويُمجَّد، ويبذل نفسه حتّى النّهاية لكي لا يُحرَم أحد من فرصة معرفة المسيح ومحبّته"[25]. ولهذا يجب دائمًا إعادة النّظر في الظّهور في الإعلام، وفي استخدام وسائل التّواصل الاجتماعي وسائر الأدوات المتاحة اليوم، بحكمة، فنضع معيار خدمة البشارة بالإنجيل أساسًا للتمييز. "كُلُّ شَيءٍ يَحِلُّ لي، ولكِن لَيسَ كُلُّ شَيءٍ يَنفَع" (1 قورنتس 6، 12).
26. في كلّ ظرف، الكهنة مدعوّون إلى أن يقدّموا جوابًا فعّالًا، بشهادة حياة بسيطة وعفيفة، على الجوع الكبير في المجتمع المعاصر إلى علاقات أصيلة وصادقة، ويشهدوا على كنيسة تكون "خميرة فعّالة للروابط والعلاقات والأخوّة والعائلة البشريّة"، "وقادرة على تغذيّة العلاقات: مع الرّبّ يسوع، وبين الرّجال والنّساء، وفي العائلات، وفي الجماعات، وبين جميع المسيحيّين، وبين المجموعات الاجتماعيّة، وبين الأديان"[26]. ولتحقيق ذلك، لا بدّ من أن يقوم الكهنة والعلمانيّون معًا بتوبة حقيقيّة لحمل الرّسالة، توجّه الجماعات المسيحيّة، تحت قيادة رعاتها، "لخدمة الرّسالة التي يضطلع بها المؤمنون داخل المجتمع، وفي الحياة العائليّة والمهنيّة". وكما لاحظ السّينودس، "سيتضح عندئذٍ بشكل أوضح أنّ الرّعية ليست متمركزة على نفسها، بل متّجهة نحو الرّسالة، ومدعّوة إلى أن تسند التزام كثيرين، يعيشون ويشهدون لإيمانهم بطرق مختلفة في حياتهم المهنيّة وأنشطتهم الاجتماعيّة والثّقافيّة والسّياسيّة"[27].
الأمانة والمستقبل
27. أتمنّى أن تتحوّل ذكرى الاحتفال بالقرارَين المجمعيَّين، والمسيرة التي نحن مدعوّون إلى المشاركة فيها وتفعيلها، إلى عنصرة دعوات متجدّدة في الكنيسة، توقظ دعواتٍ مقدّسة، ووافرة، وثابتة إلى الكهنوت الخدمي، لكي لا ينقص أبدًا العمّال في حصاد الرّبّ. وأتمنّى أن يحيي هذا الاحتفال فينا جميعًا الرّغبة في أن نلتزم بصورة كاملة لتشجيع الدّعوات والصّلاة الدّائمة إلى ربّ الحصاد (راجع متّى 9، 37-38).
28. ومع الصّلاة، فإنّ النّقص في الدّعوات إلى الكهنوت، ولا سيّما في بعض مناطق العالم، يدعو الجميع إلى أن يعيدوا النّظر في طبيعة ممارسات الكنيسة الرّعويّة وفي قدرتها على إعطاء الثّمر. صحيح أنّ أسباب هذه الأزمة قد تكون غالبًا متنوعة ومتعدّدة، وقد تكون خصوصًا مرتبطة بالسّياق الاجتماعيّ-الثّقافي، لكن في الوقت نفسه، من الضّروري أن نتحلّى بالشّجاعة لنقدّم للشباب مقترحات قويّة ومحرِّرة، وأن نضمن أن تنمو في الكنائس الخاصّة "بيئات وطرق رعويّة شبابيّة مشبعة بالإنجيل، حيث يمكن أن تظهر وتنضج الدّعوات إلى البذل الكامل للذّات"[28]. وفي يقيننا بأنّ الرّبّ يسوع لا يتوقّف أبدًا عن أن يدعو (راجع يوحنّا 11، 28)، من الضّروريّ أن تبقى النّظرة إلى الدّعوات حاضرة في كلّ مجال رعويّ، ولا سيّما في المجالات الرّعويّة الشّبابيّة والعائليّة. لنتذكّر ذلك: لا مستقبل من دون الاهتمام بجميع الدّعوات!
29. وفي الختام، أشكر الرّبّ يسوع القريب دائمًا من شعبه، والذي يسير معنا، ويملأ قلوبنا رجاءً وسلامًا لنعطيهما إلى الجميع. "أيّها الإخوة والأخوات، أودّ أن يكون ما نطلبه أوّلًا هو: كنيسة متّحدة، علامة على الوَحدة والشّركة، فتصير خميرة لعالم مُتصالح"[29]. وأشكركم جميعًا، رعاةً ومؤمنين علمانيّين، لأنّكم تفتحون عقلكم وقلبكم للرّسالة النّبوية التي في القرارَين المجمعيَّين: التّنشئة الكهنوتيّة (Optatam totius) وخدمة الكهنة الرّاعويّة وحياتهم (Presbyterorum Ordinis)، وتستعدّون معًا لاستلهام الغذاء والدّافع منهما لمسيرة الكنيسة. أوكل جميع الإكليريكيّين، والشّمامسة، والكهنة إلى شفاعة سيّدتنا مريم العذراء الكلّيّة الطّهارة، وأمّ المشورة الصّالحة، وإلى القدّيس يوحنّا ماري فيانيه، شفيع كهنة الرّعايا ومثال جميع الكهنة. وكما كان يقول كاهن آرس: "الكهنوت هو محبّة قلب يسوع"[30]. محبّة بهذه القوّة تبدّد غيوم العادة، واليأس، والعزلة، إنّها محبّة شاملة تُعطى لنا كاملةً في الإفخارستيّا. محبّة إفخارستيّة، ومحبّة كهنوتيّة.
صَدَرَ في روما، قرب ضريح القدّيس بطرس، في 8 كانون الأوّل/ديسمبر 2025، في عيد الحبل الطّاهر بسيّدتنا مريم العذراء، في سنة اليوبيل 2025، السّنة الأولى من حبريّتي.
لاوُن الرَّابع عشر
[1] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Optatam totius sulla formazione sacerdotale, Proemio.
[2] Cfr S.J.H. Newman, An Essay on the Development of Christian Doctrine, Notre Dame 2024. In questo senso ricordo l’appello di Optatam totius, 16 al rinnovamento e alla promozione degli studi ecclesiastici, ancora in corso.
[3] Cfr Sinodo dei Vescovi, Per una Chiesa sinodale: comunione – partecipazione – missione, Documento preparatorio (2021), 1; Francesco, Discorso per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015).
[4] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est (25 dicembre 2005), 1.
[5] Benedetto XVI, Omelia nella Messa a conclusione dell’Anno sacerdotale (11 giugno 2010).
[6] «Chiedendo a Pietro se lo amava, non lo interrogava col bisogno di sapere l’amore del discepolo, ma con la volontà di mostrare la grandezza del suo amore» (S. Giovanni Crisostomo, De sacerdotio II, 1: SCh 272, Parigi 1980, 104, 48-51).
[7] Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 dicembre 2016), n. 57.
[8] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale “Sacerdoti felici - «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15)” promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[9] Meditazione in occasione del Giubileo dei Seminaristi (24 giugno 2025).
[10] Benedetto XVI, Catechesi (24 giugno 2009).
[11] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum Ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri, 9.
[12] Ibid., 8.
[13] S. Cipriano, De dominica oratione, 23: CCSL 3A, Turnhout 1976, 105.
[14] Cfr Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis (8 dicembre 2016), nn. 87-88.
[15] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale “Sacerdoti felici - «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15)” promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[16] Cfr S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 61; Benedetto XVI, Lett. ap. in forma di motu proprio Ministrorum institutio (16 gennaio 2013).
[17] Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum Ordinis (7 dicembre 1965), 8.
[18] S. Ignazio di Antiochia, Ad Ephesios, 4, 1-2: SCh 10, Parigi 1969, 72.
[19] Ai partecipanti al Giubileo delle équipe sinodali e degli organismi di partecipazione (24 ottobre 2025).
[20] Sinodo dei Vescovi, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” (26 ottobre 2024).
[21] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 104.
[22] Id., Omelia nella Santa Messa del Crisma (17 aprile 2014).
[23] S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 15.
[24] Cfr ibid., 23.
[25] Omelia nella Santa Messa pro Ecclesia (9 maggio 2025).
[26] Sinodo dei Vescovi, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” (26 ottobre 2024), 20; 50.
[27] Ibid., 59; 117.
[28] Discorso ai partecipanti all’Incontro internazionale Sacerdoti felici «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15) promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti e dei Seminaristi (26 giugno 2025).
[29] Omelia per l’inizio del Ministero petrino del Vescovo di Roma (18 maggio 2025).
[30] «Le Sacerdoce, c’est l’amour du cœur de Jésus», in Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée, son cœur, Parigi 1995, 98.
[01832-AR.01] [Testo originale: Italiano]
[B1010-XX.01]