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Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026, 18.12.2025


Intervento dell’Em.mo Card. Michael Czerny S.J.

Intervento del Prof. Tommaso Greco

Intervento di Don Pero Miličević

Intervento della Dott.ssa Maria Agnese Moro

Alle ore 11.30 di oggi, presso la Sala Stampa della Santa Sede, Via della Conciliazione, 54, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la 59.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2026, sul tema «La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”».

Sono intervenuti: l’Em.mo Card. M. Czerny, S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; il Prof. Tommaso Greco, Professore ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; Don Pero Miličević, Parroco di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); la Dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro.

Ne riportiamo di seguito gli interventi:

Intervento dell’Em.mo Card. Michael Czerny S.J

La pace non è un sogno utopico irrilevante. La pace non può essere imposta, né può essere fabbricata. Non è semplicemente una questione di politica, né un equilibrio tra terrore e paura. In Libano, Papa Leone ha affermato che “la via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto agli occhi di tutti”[1].

Il Messaggio di Papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare “dominio sugli altri” e di usare “pensieri e parole” come armi. Sant’Agostino chiama questo impulsolibido dominandi, la famosa brama di dominio.

Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un “senso del realismo” distorto o addirittura perduto. “Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato”. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace. Il Papa non invita solo al disarmo dei cuori e a un dialogo efficace, ma anche alla “via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”.

In ogni Paese, terribili ingiustizie, disuguaglianze e iniquità sistemiche causano sofferenze di vario genere a tantissime persone. Il Messaggio del 2026, come molti altri che lo hanno preceduto, denuncia “enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati” nella preparazione e nella conduzione delle guerre. “L’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati”. Come società, dobbiamo imparare a regolamentare i progressi tecnologici, in un’ottica di dignità umana e di maggiore giustizia. Il costante progresso tecnologico e la riduzione delle responsabilità rendono la guerra sempre più terribile.

Ostacolo fondamentale al disarmo è la paura. “L’idea del potere deterrente della forza militare, in particolare della deterrenza nucleare, si basa sull’irrazionalità delle relazioni tra le nazioni fondate non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”.

Ma “la pace esiste”, scrive Papa Leone. Essa “ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince”. Il desiderio di pace del cuore umano può superare le nostre paure e le nostre pretese di dominio. Quindi, se noi vogliamo davvero la pace, implora il Messaggio, dobbiamo fare i conti con la nostra aggressività interiore, e qui il “noi” non si riferisce solo ai leader politici, economici e culturali, ma a tutti noi. Il Messaggio sostiene quel “disarmo integrale” proposto per la prima volta da Papa Giovanni XXIII, “che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza”.

Come insegnava Sant’Agostino, chi cede alla logica dell'inevitabile belligeranza non può farlo senza tradire la propria umanità, che anela profondamente alla pace. Scrive: "Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione". E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, "ha perduto il sentimento d’umanità"[2].

In Libano, Papa Leone ha rivolto “un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale… in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!”[3]. Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone.

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[1]Leone XIV,Appelloal termine della Messa, Libano, 2 Dicembre 2025.

[2]Agostino,La Città di Dio, XIX, 7

[3] Leone XIV,Appelloal termine della Messa, Libano, 2 Dicembre 2025.

[01803-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua inglese

Peace is not an irrelevant utopian dream. Peace cannot be imposed, nor can it be fabricated. Peace is not simply a matter of policy, nor is it an equilibrium of terror and fear. In Lebanon, Pope Leo said: “The path of mutual hostility and destruction in the horror of war has been travelled too long, with the deplorable results that are before everyone's eyes.”[1]

Pope Leo’s 2026 Message is a meditation which goes much deeper than policy or strategy. It locates peace in its primary home, the human heart, whatsoever its faith and especially if Christian. But our heart is not only peace-loving; it is also aggressive within itself and against others. We are tempted to wield “power over others” and to weaponize “thoughts and words”. St Augustine famously calls this thelibido dominandi,the lust of domination.

The Message underscores the importance of undertaking the disarmament of each one’s own heart, despite the temptation, faced with the horror of our own belligerence, to discard the desire for peace altogether. This results in a distorted or even lost “sense of realism”. “Many todaycall ‘realistic’ those narratives devoid of hope, blind to the beauty of others and forgetful of God’s grace, which is always at work in human hearts, even though wounded by sin”.

What is realistic, rather, is each one taking responsibility for peace.

The Pope not only calls for the disarmament of hearts and effective dialogue, but also “the disarming path of diplomacy, mediation and international law, which is sadly too often undermined by the growing violations of hard-won treaties, at a time when what is needed is the strengthening of multilateral institutions, not their delegitimization”.

In every country, terrible injustices, inequities, systemic unfairness cause so many to suffer in so many ways. The 2026 Message, like many earlier ones, denounces “the enormous concentrations of private economic and financial interests that are driving States” in the preparation and conduct of wars.

“Further technological advances and the military implementation of artificial intelligence have worsened the tragedy of armed conflict”. As societies, we need to learn to regulate technological advancements, with a view to human dignity and greater justice. Constant technological advancement and shrinking responsibility make warfare ever worse.

Fear is the fundamental hindrance to disarmament. “The idea of the deterrent power of military might, especially nuclear deterrence, is based on the irrationality of relations between nations built, not on law, justice and trust, but on fear and domination by force”. But “peace exists,” Pope Leo writes. “It has the gentle power to enlighten and expand our understanding; it resists and overcomes violence”. The human heart’s longing for peace can get beyond our fears and pretenses of domination.

So, if we really want peace, the Message pleads, we have to deal with our own inner, small-scale belligerence or warfulness, and here the “we” are not just political, economic and cultural leaders, but all of us. The Message argues for that “integral disarmament” first proposed by Pope John XXIII, “which can only be achieved through renewal of the heart and mind”.

As Augustine taught, those who give in to the logic of inevitable belligerence cannot do so without betraying their humanity, which so deeply longs for peace. He writes, “Let everyone who reflects with pain upon such great evils, upon such horror and cruelty, acknowledge that this is misery.” And anyone who endures them or thinks about them without anguish of soul, “has lost all human feeling.”[2]

In Lebanon, Pope Leo made “a heartfelt appeal to those who hold political and social authority … in all countries marked by war and violence: listen to the cry of your peoples who are calling for peace!”[3]The Message invites everyone to serve life, the common good and the integral development of people.

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[1]Leo XIV,Appealat the end of Mass, Lebanon, 2 December 2025.

[2]Augustine,City of God, XIV, 7

[3] Leo XIV,Appealat the end of Mass, Lebanon, 2 December 2025.

[01803-EN.01] [Original text: Italian]

Intervento del Prof. Tommaso Greco

Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci.

L’espressione «pace disarmata e disarmante» ha a che fare con questo, con la necessità innanzitutto di cambiare il nostro sguardo sulla realtà in cui viviamo. E perciò ci invita, per prima cosa, a non arrenderci ad un atteggiamento che si vuole “realista” e che si basa su una visione parziale e distorta della realtà. Visione parziale e distorta perché dimentica e occulta quella parte di bene, di luce, che esiste, e che può essere produttiva se si decide di metterla all’opera. «La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince». In questo senso, essa non è solo disarmata perché rifiuta la logica delle armi, ma è anche disarmante perché ci invita ad uscire da quel cerchio in cui la diffidenza alimenta la paura, e la paura spinge al reciproco e inarrestabile riarmo.

Il gesto più importante che il Messaggio ci invita a fare è di impiegare la pace come luce che guida il cammino. Non come un orizzonte, che rischia di diventare irraggiungibile, ma come patrimonio prezioso che già possediamo e che perciò è da proteggere; come «una piccola fiamma», che pur «minacciata dalla tempesta», va custodita «senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata». In questo senso, essa «è un principio che guida e determina le nostre scelte», e ci domanda perciò di rifiutare il detto, troppe volte semplicisticamente e meccanicamente ripetuto, si vis pacem para bellum, invitandoci a prendere sul serio il suo contrario, si vis pacem para pacem: solo muovendo dalla pace si può davvero garantire la pace. Non è possibile farlo, infatti, se si fonda la pace su presupposti che la negano.

Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza — o addirittura di ‘intelligenza’ con il male — in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene. Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli. Difendere il diritto internazionale, ricordando che la sua efficacia non passa prima di tutto dall’uso della forza, bensì dalla consapevole adesione degli Stati in un rapporto di reciproco e sempre rinnovato riconoscimento; cercare sempre e in ogni forma il dialogo, ricordando che esso va perseguito proprio là dove appare più difficile (anche in questo caso, si può concepire il dialogo più come un principio che guida le scelte, che come un obiettivo da realizzare e che fallisce al primo ostacolo); orientare le nostre politiche educative, formative e informative in maniera tale da privilegiare il bene della pace e della fraternità, anziché adattarle per portare i giovani e i popoli ad ‘ammirare’ ciò che è impiego della forza e che si esprime attraverso la forza; ultimo, ma non ultimo, non alimentare il folle gioco del riarmo, che appare come ricerca di un equilibrio che non può mai trovare equilibrio e che prima o poi sfocia in un prevedibile uso delle armi, che nell’epoca nucleare non può non generare catastrofi inimmaginabili. Se il cristiano — anche e soprattutto il politico cristiano — crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore. Ricordare queste cose – ricordarle in particolare all’Europa, che potrebbe oggi indicare una via diversa rispetto al gioco delle potenze – non è “sottrarsi alla realtà”, ma significa richiamare l’attenzione sul fatto che nulla è ineluttabile, e che sono le nostre scelte a determinare ciò che è reale.

Proprio per questo, il Messaggio è un invito a rendere produttiva la fiducia: non si può rompere il clima di sfiducia agendo a propria volta sfiduciariamente. In questo senso, appare cruciale il rilancio delle parole della Pacem in terris di San Giovanni XXIII, allorché questi invitava a disarmare «gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia».

Solo la fiducia costruisce la fiducia, e in questo conta la responsabilità di ciascuno. Nessun destino di guerra è stato già scritto. Occorre imparare, anche con le parole, a «disinnescare le ostilità».

[01804-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento di Don Pero Miličević

È un onore essere qui per presentare il Messaggio del Papa per la 59ª Giornata Mondiale della Pace. Il messaggio che il Papa invia al mondo annuncia Colui che ci ha portato la pace e per mezzo del quale è giunta fino a noi: è la pace di Cristo Risorto che ci dona la forza di vincere le tenebre dell’inquietudine ed entrare nella luce. Nella mia vita ho sperimentato ciò che il Papa sottolinea: “vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio”.

Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte. Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli. Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo.

Lo stesso giorno, mia madre e noi figli minorenni fummo condotti in un campo di prigionia chiamato “Museo”, a Jablanica, insieme a trecento cattolici croati. Restammo prigionieri per sette mesi. Durante la prigionia, bisognava custodire la pace nel cuore e non pensare alla vendetta. Ma, come ricorda il Papa nel Messaggio, citando sant’Agostino sulla necessità di creare un’amicizia indissolubile con la pace, così anche noi costruivamo la pace con Colui che è la nostra pace. Nel campo, nei momenti di inquietudine interiore ciò che ci sosteneva era la preghiera quotidiana del Rosario che nostra madre ci aveva insegnato. Ci dava speranza. Quando fummo catturati non sapevamo che nostro padre era stato ucciso, lo abbiamo saputo mesi dopo.

Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace. Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, e ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto.

Come sottolinea il Papa nel suo messaggio: “Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”. La pace deve essere vissuta, coltivata e custodita. Perciò vent’anni dopo l’uscita dal campo sono tornato nel luogo in cui eravamo stati imprigionati. Le lacrime scorrevano, ma questo mi ha aiutato a ritrovare la pace. Non ero l’unico ad averne bisogno. Altri bambini, durante la guerra, hanno vissuto gli stessi orrori. Per questo ho deciso di raccontare la mia storia, perché desidero risvegliare la consapevolezza che il male si vince con il bene e con il perdono, non con la vendetta e le armi. Come dice il Papa: “la bontà è disarmante”, con essa si ottiene la pace. Non è l’aumento degli armamenti ciò che la garantisce, ma cuori disposti ad accoglierla, con la consapevolezza che è un dono da condividere. Cristo porta la pace al mondo non con le armi ma con l’amore, la misericordia e la giustizia. Proprio la giustizia è ciò che l’uomo cerca, la pace è allo stesso tempo è un’“opera della giustizia” (Is 32,7).

Il Papa evidenzia: “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti”. La bontà, l’amore, la diplomazia, le iniziative spirituali e culturali che mantengono viva la speranza della pace.

[01805-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento della Dott.ssa Maria Agnese Moro

Il sottotitolo del Messaggio che Papa Leone rivolge a noi e a tutti - “Una pace disarmata e disarmante” – sottolinea un punto cruciale: nessuna vera pace si raggiunge solo con il tacere delle armi. Perché la pace sia reale e duri bisogna disinnescare anche i meccanismi mentali ed emotivi che sono alla base di qualsiasi atto di violenza e le scorie radioattive che la violenza irreparabile, agita o subita, porta con sé. La giustizia riparativa, che il Papa cita nel suo messaggio come strumento da sostenere e incrementare, può aiutare a farlo con la capacità che ha di riportare umanità dove hanno regnato la disumanizzazione e le sue conseguenze.

La disumanizzazione: non si riesce a colpire il corpo di qualcuno e a distruggerlo se prima non lo si considera non-umano, non come me. Se non lo si riduce a una divisa, a una funzione, a un nemico, a un fantasma. E se facendolo non si mette tra parentesi, si sospende e si ignora anche la propria umanità. Allo stesso modo chi ha subito violenza nell’odiare chi gli ha fatto del male disumanizza sé stesso e l’oggetto del proprio odio.

Come riprendersi intera la propria umanità? Il desiderio di un ritorno nasce in anni di riflessioni, ripensamenti, consapevolezze dolorose sia per chi ha offeso che per chi è stato offeso. Ma quel desiderio per realizzarsi davvero ha bisogno dell’incontro con quello che Claudia Mazzucato chiama “l’altro difficile”. Quell’incontro però deve essere vero, non educato o diplomatico. Deve consentire di dire e ascoltare cose terribili. Con rispetto reciproco. Senza minimizzare o scusare nulla, senza difendersi, ma accogliendo tutto.

Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti. A invitarmi quindici anni fa è stato padre Guido Bertagna che, su richiesta di un gruppetto di partecipanti alla lotta armata degli anni ’70 e ’80 (alcuni legati alla vicenda di mio padre) e di un gruppetto di persone vittime di quella violenza, aveva creato, con Claudia Mazzucato e Adolfo Ceretti, anche loro esperti di giustizia riparativa, una possibilità di parlarsi. Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono “equiprossimi”, vicini a tutti e ad ognuno.

In quel luogo si può esprimere e accogliere il dolore. L’incontro con il dolore dell’altro è il primo colpo potente e irreversibile alla disumanizzazione. Se provi dolore sei certamente umano, sei come me. Abbiamo un linguaggio che ci avvicina. È la prima cosa di loro che mi ha colpito. Pensavo che il dolore fosse il mio, non avevo mai pensato al loro, che ho sentito tanto più intenso perché mai espresso come tale, ma sempre con frasi che gli scappavano di bocca dopo essere state a lungo trattenute. Potergli parlare è doloroso e bellissimo. Ogni mia parola li ferisce, ma riconosce la loro umanità. Siete capaci di ascoltarmi e di soffrire per me e con me. Ogni loro parola mi ferisce, ma riconosce la mia umanità. Sei capace di ascoltarci, di credere alle nostre intenzioni di bene di allora sfigurate dalla violenza utilizzata. E di soffrire per noi e con noi. L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso. Della onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate.

Nei tanti incontri fatti insieme, noi e loro, in Italia e all’estero per presentare “Il libro dell’incontro” che narra questa esperienza ci dicono che tutto questo è straordinario, un miracolo. In realtà è normale, siamo fatti per questo; siamo impastati di questo cercarci quando tutto ci allontana, a somiglianza di quel Padre che aspetta sulla torre di vedere comparire quel suo figlio discolo e irriconoscente per corrergli incontro appena lo scorge e abbracciarlo prima che abbia potuto dire una sola parola di scusa.

Sì, caro Papa Leone, la pace c'è e silenziosamente lavora.

[01807-IT.01] [Testo originale: Italiano]

[B0998-XX.01]