Sala Stampa

www.vatican.va

Sala Stampa Back Top Print Pdf
Sala Stampa


Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale Della Pace (1° Gennaio 2026), 18.12.2025


 

Messaggio del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2026 sul tema: «La pace sia con tutti voi: Verso una pace “disarmata e disarmante”».

Messaggio del Santo Padre

La pace sia con tutti voi.

Verso una pace disarmata e disarmante

“La pace sia con te!”.

Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. «Pace a voi» (Gv20,19.21) è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.[1]

La pace di Cristo risorto

Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra gli esseri umani (cfrEf2,14) è il Buon Pastore, che dà la vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile (cfrGv10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni, per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.

Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere. Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte.

Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli, indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso».[2]

Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.

Una pace disarmata

Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv18,11; cfrMt26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfrMt25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica».[3]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII – gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».[4]

Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale.[5] Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come neimedia, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza.

Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».[6] Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la CostituzioneGaudium et spesportava l’attenzione sull’evoluzione della pratica bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità».[7]

Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva, senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’EnciclicaFratelli tuttipresenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti».[8]È una storia che vuole continuare in noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.

Una pace disarmante

Labontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfrLc2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfrAt2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità».[9]

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nellaPacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».[10]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».[11]Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde».[12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». [13]Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,[14]a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’EnciclicaRerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov18,19)».[15]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is2,4-5).

Dal Vaticano, 8 dicembre 2025

LEONE PP. XIV

______________________

[1]CfrBenedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).

[2]Agostino d’Ippona,Discorso357, 3.

[3]Ibid., 1.

[4]Giovanni XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 aprile 1963), 60.

[5]CfrSIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Agostino d’Ippona,Discorso357, 1.

[7]Conc.Ecum. Vat. II, Cost. past.Gaudium et spes, 80.

[8]Francesco, Lett. enc.Fratelli tutti(3 ottobre 2020), 4.

[9]Id.,Lettera al Direttore del Corriere della Sera(14 marzo 2025).

[10]Giovanni XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 aprile 1963), 61.

[11]Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana(17 giugno 2025).

[12]Giovanni XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 aprile 1963), 63.

[13]Benedetto XVI, Lett. enc.Caritas in veritate(29 giugno 2009), 42.

[14]Francesco, Lett. enc.Fratelli tutti(3 ottobre 2020), 15.

[15] Leone XIII, Lett. enc.Rerum novarum(15 maggio 1891), 37.

[01808-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

La paix soit avec vous tous

Vers une paix désarmée et désarmante

«La paix soit avec vous!».

Cette salutation très ancienne, encore utilisée aujourd’hui dans de nombreuses cultures, a retrouvé toute sa vigueur le soir de Pâques sur les lèvres de Jésus ressuscité. «La paix soit avec vous» (Jn20, 19.21) est sa Parole qui non seulement souhaite, mais réalise un changement définitif en celui qui l’accueille et, ainsi, dans toute la réalité. C’est pourquoi les successeurs des Apôtres donnent de la voix, chaque jour et dans le monde entier, à la plus silencieuse révolution: «La paix soit avec vous !». Dès le soir de mon élection comme Évêque de Rome, j’ai voulu inscrire ma salutation dans cette annonce chorale. Et je tiens à le répéter: il s’agit de la paix du Christ ressuscité, une paix désarmée et une paix désarmante, humble et persévérante. Elle vient de Dieu, Dieu qui nous aime tous inconditionnellement. [1]

La paix du Christ ressuscité

C’est le Bon Pasteur qui a vaincu la mort et abattu les murs de séparation entre les êtres humains (cf.Ep2, 14); c’est Lui qui donne sa vie pour son troupeau et qui a beaucoup de brebis en dehors de la clôture de la bergerie (cf.Jn10, 11.16): le Christ, notre paix. Sa présence, son offrande, sa victoire rejaillissent sur la persévérance de nombreux témoins grâce auxquels l’œuvre de Dieu se poursuit dans le monde, devenant même davantage perceptible et lumineuse dans l’obscurité des temps.

Le contraste entre les ténèbres et la lumière, en effet, n’est pas seulement une image biblique pour décrire les souffrances donnant naissance à un monde nouveau: il est une expérience qui nous traverse et nous bouleverse face aux épreuves que nous rencontrons, dans les circonstances historiques dans lesquelles nous vivons. Oui, voir la lumière et croire en elle est nécessaire pour ne pas sombrer dans les ténèbres. Il s’agit d’une exigence que les disciples de Jésus sont appelés à vivre de façon unique et privilégiée, mais qui réussit de bien des manières à se frayer un passage dans le cœur de chaque être humain. La paix existe, elle veut habiter en nous, elle a le doux pouvoir d’éclairer et de dilater l’intelligence, elle résiste à la violence et la surmonte. La paix a le souffle de l’éternel: tandis qu’on crie “assez” au mal, on murmure “pour toujours” à la paix. C’est dans cette perspective que le Ressuscité nous a introduits. C’est dans cette intuition que vivent les artisans de paix qui, dans le drame de ce que le Pape François a appelé “la troisième guerre mondiale par morceaux”, résistent encore à la contagion des ténèbres, comme des sentinelles dans la nuit.

Le contraire, c’est-à-dire oublier la lumière, est malheureusement possible: on perd alors tout réalisme, cédant à une représentation partielle et déformée du monde, sous le signe des ténèbres et de la peur. Nombreux sont ceux qui, aujourd’hui, qualifient de réalistes les récits dépourvus d’espérance, aveugles à la beauté des autres, oublieux de la grâce de Dieu toujours à l’œuvre dans les cœurs humains, aussi blessés soient-ils par le péché. Saint Augustin exhortait les chrétiens à nouer une amitié indissoluble avec la paix, afin que, en la gardant au plus profond de leur esprit, ils puissent en rayonner la chaleur lumineuse tout autour d’eux. Celui-ci, en s’adressant à sa communauté, écrivait: «Si vous désirez que les autres aussi soient en paix, soyez-y vous-mêmes, restez-y vous-mêmes. Pour embraser les autres, que la paix de votre charité soit en vous tout ardente».[2]

Que nous ayons le don de la foi ou qu’il nous semble ne pas l’avoir, chers frères et sœurs, ouvrons-nous à la paix! Accueillons-la et reconnaissons-la, plutôt que de la considérer comme lointaine et impossible. Avant d’être un objectif, la paix est une présence et un cheminement. Même si elle est entravée à l’intérieur et à l’extérieur de nous, comme une petite flamme menacée par la tempête, gardons-la sans oublier ni les noms ni les histoires de ceux qui en ont témoigné. C’est un principe qui guide et détermine nos choix. Y compris dans les lieux où il ne reste que des ruines et où le désespoir semble inévitable, nous trouvons encore aujourd’hui des personnes qui n’ont pas oublié la paix. Tout comme le soir de Pâques, Jésus est entré dans le lieu où se trouvaient ses disciples effrayés et découragés, ainsi la paix du Christ ressuscité continue de franchir les portes et les barrières grâce aux voix et aux visages de ses témoins. C’est le don qui permet de ne pas oublier le bien, de le reconnaître comme vainqueur et de le choisir encore et ensemble.

Une paix désarmée

Peu avant d’être capturé, dans un moment d’intense confiance, Jésus dit à ceux qui étaient avec Lui: «Je vous laisse la paix; c’est ma paix que je vous donne; je ne vous la donne pas comme le monde la donne». Et il ajouta immédiatement: «Que votre cœur ne se trouble ni ne s’effraie» (Jn14, 27). Le trouble et la crainte pouvaient bien entendu concerner la violence qui allait bientôt s’abattre sur Lui. Plus profondément, les Évangiles ne cachent pas que ce qui déconcerta les disciples, ce fut sa réponse non violente : une voie que tous, Pierre le premier, contestèrent mais sur laquelle, jusqu’à la fin, le Maître demanda de le suivre. La voie de Jésus continue à être source de trouble et de crainte. Et Il répète avec fermeté à qui voudrait le défendre: «Rentre le glaive dans le fourreau» (Jn18, 11; cf.Mt26, 52). La paix de Jésus ressuscité est désarmée, car son combat fut désarmé, dans des circonstances historiques, politiques et sociales précises. De cette nouveauté, les chrétiens doivent ensemble témoigner prophétiquement en se souvenant des tragédies dont ils se sont trop souvent rendus complices. La grande parabole du jugement universel invite tous les chrétiens à agir avec miséricorde dans cette prise de conscience (cf.Mt25, 31-46). Et ce faisant, ils trouveront à leurs côtés des frères et sœurs qui, de différentes manières, ont su écouter la douleur des autres et se sont intérieurement libérés du piège de la violence.

Bien que beaucoup de personnes aujourd’hui aient un cœur disposé à la paix, un grand sentiment d’impuissance les envahit devant le cours des événements de plus en plus incertain. Saint Augustin, en effet, signalait déjà un paradoxe particulier: «Louer la paix, c’est chose plus difficile que de la posséder. Voulons-nous la louer en effet? Nous désirons des forces, nous cherchons à éveiller la sensibilité, nous équilibrons des mots. Au contraire, voulons-nous la posséder? Sans travail elle est à nous, nous la tenons».[3]

Lorsque nous traitons la paix comme un idéal lointain, nous finissons par ne plus considérer scandaleux que l’on puisse la nier et en arriver même à la guerre pour atteindre la paix. Les bonnes idées, les phrases pesées, la capacité à dire que la paix est proche semblent faire défaut. Si la paix n’est pas une réalité vécue, à préserver et à cultiver, l’agressivité se répand dans la vie domestique comme dans la vie publique. Dans les relations entre citoyens et gouvernants, on en arrive à considérer comme une faute le fait de ne pas se préparer suffisamment à la guerre, à réagir aux attaques, à répondre à la violence. Bien au-delà du principe de légitime défense, cette logique antagoniste est, sur le plan politique, la donnée la plus actuelle dans une déstabilisation planétaire qui devient chaque jour plus dramatique et imprévisible. Ce n’est pas un hasard si les appels répétés à l’augmentation des dépenses militaires et les choix qui en découlent sont présentés par de nombreux gouvernants avec la justification du danger représenté par les autres. En effet, la force dissuasive de la puissance, et en particulier celle de la dissuasion nucléaire, traduisent l’irrationalité d’un rapport entre les peuples, fondé non pas sur le droit, sur la justice ou sur la confiance, mais sur la peur et la domination de la force. «En conséquence, comme l’écrivait déjà saint Jean XXIII à son époque, les populations vivent dans une appréhension continuelle et comme sous la menace d’un épouvantable ouragan, capable de se déchaîner à tout instant. Et non sans raison, puisque l’armement est toujours prêt. Qu’il y ait des hommes au monde pour prendre la responsabilité des massacres et des ruines sans nombre d’une guerre, cela peut paraître incroyable; pourtant, on est contraint de l’avouer, une surprise, un accident suffiraient à provoquer la conflagration».[4]

Or, au cours de l’année 2024, les dépenses militaires mondiales ont augmenté de 9,4 % par rapport à l’année précédente, confirmant la tendance ininterrompue depuis dix ans et atteignant le chiffre de 2.718 milliards de dollars, soit 2,5 % du PIB mondial.[5]De plus, aujourd’hui, on semble vouloir répondre aux nouveaux défis non seulement par un effort économique considérable en matière de réarmement, mais aussi par un réalignement des politiques éducatives: à la place d’une culture de la mémoire qui préserve les prises de consciences acquises au cours du XXesiècle et n’oublie pas les millions de victimes, on promeut des campagnes de communication et des programmes éducatifs, dans les écoles et les universités comme dans lesmédias, diffusant la perception de menaces et transmettant une conception purement armée de défense et de sécurité.

Cependant, «un ami véritable de la paix aime ceux qui ne l’aiment pas».[6]Saint Augustin recommandait ainsi de ne pas détruire les ponts et de ne pas s’appesantir dans le registre des reproches, préférant la voie de l’écoute et, dans la mesure du possible, de la rencontre avec les motivations des autres. Il y a soixante ans, le Concile Vatican II se concluait sur la prise de conscience d’un dialogue urgent entre l’Église et le monde contemporain. En particulier, la ConstitutionGaudium et spesattirait l’attention sur l’évolution de la pratique belliqueuse: «Le risque particulier de la guerre moderne consiste en ce qu’elle fournit l’occasion à ceux qui possèdent des armes scientifiques plus récentes de commettre des crimes; et, par un enchaînement en quelque sorte inexorable, elle peut pousser la volonté humaine aux plus atroces décisions. Pour que plus jamais ceci se produise, les évêques du monde entier, rassemblés et ne faisant qu’un, adjurent tous les hommes, tout particulièrement les chefs d’État et les autorités militaires, de peser à tout instant une responsabilité aussi immense devant Dieu et devant toute l’humanité».[7]

Tout en réitérant l’appel des Pères conciliaires et en estimant que la voie du dialogue est la plus efficace à tous les niveaux, nous constatons combien les progrès technologiques et l’application dans le domaine militaire de l’intelligence artificielle ont radicalisé la dimension tragique des conflits armés. On assiste même à un processus de déresponsabilisation des dirigeants politiques et militaires, en raison de la croissante “délégation” aux machines des décisions concernant la vie et la mort des personnes humaines. Il s’agit d’une spirale destructrice sans précédent de l’humanisme juridique et philosophique sur lequel repose toute civilisation et par lequel toute civilisation est protégée. Il convient de dénoncer les énormes concentrations d’intérêts économiques et financiers privés qui poussent les États dans cette direction ; mais cela ne suffit pas si, dans le même temps, on ne favorise pas le réveil des consciences et de la pensée critique. L’encycliqueFratelli tuttiprésente saint François d’Assise comme exemple d’un tel réveil: «Dans ce monde parsemé de tours de guet et de murs de protection, les villes étaient déchirées par des guerres sanglantes entre de puissants clans, alors que s’agrandissaient les zones misérables des périphéries marginalisées. Là, François a reçu la vraie paix intérieure, s’est libéré de tout désir de suprématie sur les autres, s’est fait l’un des derniers et a cherché à vivre en harmonie avec tout le monde».[8]C’est une histoire qui veut se poursuivre en nous, et qui demande d’unir nos efforts pour contribuer les uns et les autres à une paix désarmante, une paix qui naisse de l’ouverture et de l’humilité évangélique.

Une paix désarmante

La bonté est désarmante. C’est peut-être pour cela que Dieu s’est fait petit enfant. Le mystère de l’Incarnation, qui atteint son abaissement le plus complet dans la descente aux enfers, commence dans le sein d’une jeune mère et se manifeste dans la mangeoire de Bethléem. “Paix sur la terre”, chantent les anges en annonçant la présence d’un Dieu sans défense, dont l’humanité ne peut se découvrir aimée qu’en prenant soin de lui (cf.Lc2, 13-14). Rien ne possède autant le pouvoir de nous changer qu’un enfant. Et peut-être est-ce précisément la pensée de nos fils, des enfants, mais aussi de ceux qui sont fragiles comme eux, qui nous transperce le cœur (cf.Ac2, 37). À ce propos, mon vénéré Prédécesseur écrivait que «la fragilité humaine a le pouvoir de nous rendre plus lucides sur ce qui dure et ce qui passe, sur ce qui fait vivre et ce qui tue. C’est peut-être pour cela que nous avons si souvent tendance à nier les limites et à fuir les personnes fragiles et blessées: elles ont le pouvoir de remettre en question la direction que nous avons choisie, en tant qu’individus et en tant que communautés».[9]

Jean XXIII fut le premier à introduire la perspective d’un désarmement intégral qui ne peut s’affirmer que par le renouveau du cœur et de l’intelligence. Il écrivait ainsi dansPacem in terris: «Que tous en soient bien convaincus: l’arrêt de l’accroissement du potentiel militaire, la diminution effective des armements et - à plus forte raison - leur suppression, sont choses irréalisables ou presque sans un désarmement intégral qui atteigne aussi les âmes: il faut s’employer unanimement et sincèrement à y faire disparaître la peur et la psychose de guerre. Cela suppose qu’à l’axiome qui veut que la paix résulte de l’équilibre des armements, on substitue le principe que la vraie paix ne peut s’édifier que dans la confiance mutuelle. Nous estimons que c’est là un but qui peut être atteint, car il est à la fois réclamé par la raison, souverainement désirable, et de la plus grande utilité».[10]

C’est là un service fondamental que les religions doivent rendre à l’humanité souffrante, en étant attentives à la tentative croissante de transformer en armes même les pensées et les paroles. Les grandes traditions spirituelles, tout comme l’usage approprié de la raison, nous font aller au-delà des liens du sang ou de l’ethnie, et dépasser ces fraternités qui reconnaissent seulement ceux qui leur ressemblent et qui rejettent ceux qui leur sont différents. Aujourd’hui, nous voyons que cela ne va pas de soi. Malheureusement, il est de plus en plus courant dans le panorama contemporain de faire entrer des mots de la foi dans le combat politique, de bénir le nationalisme et de justifier religieusement la violence et la lutte armée. Les croyants doivent réfuter activement, avant tout par leur vie, ces formes de blasphème qui obscurcissent le Saint Nom de Dieu. C’est pourquoi, avec l’action, il est plus que jamais nécessaire de cultiver la prière, la spiritualité, le dialogue œcuménique et interreligieux comme voies de paix et langages de rencontre entre traditions et cultures. Partout dans le monde, il est à souhaiter que «chaque communauté devienne une “maison de paix”, où l’on apprend à désamorcer l’hostilité par le dialogue, où l’on pratique la justice et cultive le pardon».[11]Aujourd’hui plus que jamais, en effet, il faut montrer que la paix n’est pas une utopie, grâce à une créativité pastorale attentive et fructueuse.

D’autre part, cela ne doit pas détourner l’attention de chacun sur l’importance de la dimension politique. Que ceux qui sont appelés à assumer des responsabilités publiques aux plus hauts niveaux et dans les instances les plus qualifiées «étudient à fond le problème d’un équilibre international vraiment humain, d’un équilibre à base de confiance réciproque, de loyauté dans la diplomatie, de fidélité dans l’observation des traités. Qu’un examen approfondi et complet dégage le point à partir duquel se négocieraient des accords amiables, durables et bénéfique».[12]C’est la voie désarmante de la diplomatie, de la médiation, du droit international, démentie malheureusement par de plus en plus fréquentes violations d’accords difficilement obtenus, dans un contexte qui nécessiterait non pas la délégitimation, mais bien plutôt le renforcement des institutions supranationales.

Aujourd’hui, la justice et la dignité humaine sont plus que jamais exposées aux déséquilibres de pouvoir entre les plus puissants. Comment vivre une période de déstabilisation et de conflits tout en se libérant du mal ? Il nous faut encourager et soutenir toute initiative spirituelle, culturelle et politique qui maintienne vive l’espérance en contrant la diffusion d’«attitudes fatalistes, comme si les dynamiques en acte étaient produites par des forces impersonnelles anonymes et par des structures indépendantes de la volonté humaine».[13]En effet, si «la meilleure façon de dominer et d’avancer sans restrictions, c’est de semer le désespoir et de susciter une méfiance constante, même sous le prétexte de la défense de certaines valeurs»,[14]on doit opposer à une telle stratégie le développement de sociétés civiles conscientes, de formes d’association responsables, d’expériences de participation non violente, de pratiques de justice réparatrice à petite et à grande échelle. Léon XIII l’avait déjà clairement souligné dans l’encycliqueRerum novarum: «L’expérience que fait l’homme de l’exiguïté de ses forces l’engage et le pousse à s’adjoindre une coopération étrangère. C’est dans les Saintes Écritures qu’on lit cette maxime: “Mieux vaut vivre à deux que solitaire; il y a pour les deux un bon salaire dans leur travail; car s’ils tombent, l’un peut relever son compagnon. Malheur à celui qui est seul et qui tombe sans avoir un second pour le relever!” (Qo4, 9-10). Et cet autre: “Le frère qui est aidé par son frère est comme une ville forte” (Pr18, 19)».[15]

Que cela soit un fruit du Jubilé de l’Espérance qui a incité des millions d’êtres humains à se redécouvrir pèlerins et à entreprendre en eux-mêmes ce désarmement du cœur, de l’esprit et de la vie auquel Dieu ne tardera pas à répondre en accomplissant ses promesses: «Il jugera entre les nations, il sera l’arbitre de peuples nombreux. Ils briseront leurs épées pour en faire des socs et leurs lances pour en faire des serpes. On ne lèvera plus l’épée nation contre nation, on n’apprendra plus à faire la guerre. Maison de Jacob, allons, marchons à la lumière de Yahvé» (Is2, 4-5).

Du Vatican, le 8 décembre 2025

LÉON PP. XIV

_________________________

 

[1]Cf.Bénédiction apostolique “Urbi et Orbi” et premier salut, Loggia centrale de la basilique Saint-Pierre (8 mai 2025).

[2]Augustin d’Hippone,Discours357, 3.

[3]Ibid., 1.

[4]Jean XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 avril 1963), n. 111.

[5]Cf.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Augustin d’Hippone,Discours357, 1.

[7]Conc. œcum. Vat. II, Const. past.Gaudium et spes, n. 80.

[8]François, Lett. enc.Fratelli tutti(3 octobre 2020), n. 4.

[9]Id.,Lettre au directeur du Corriere della Sera(14 mars 2025).

[10]Jean XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 avril 1963), n. 113.

[11]Discours aux évêques de la Conférence épiscopale italienne(17 juin 2025).

[12]Jean XXIII, Lett. enc.Pacem in terris(11 avril 1963), n. 118.

[13]Benoît XVI, Lett. enc.Caritas in veritate(29 juin 2009), n. 42.

[14]François, Lett. enc.Fratelli tutti(3 octobre 2020), n. 15.

[15] Léon XIII, Lett. enc.Rerum novarum(15 mai 1891), n. 37.

[01808-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Peace be with you all:

Towards an “unarmed and disarming” peace

“Peace be with you!”

This ancient greeting, still in use today in many cultures, was infused with new life on the evening of Easter on the lips of the risen Jesus. “Peace be with you” (Jn20:19, 21) is his Word that does not merely desire peace, but truly brings about a lasting transformation in those who receive it, and consequently in all of reality. For this reason, the Apostles’ successors give voice every day throughout the world to the most silent of revolutions: “Peace be with you!” From the very evening of my election as Bishop of Rome, I have wanted to join my own greeting to this universal proclamation. And I would like to reiterate that this is the peace of the risen Christ – a peace that is unarmed and disarming, humble and persevering. It comes from God who loves us all unconditionally.[1]

The peace of the risen Christ

The Good Shepherd, who gives his life for the flock and has other sheep not of this fold (cf.Jn10:11,16), is Christ, our peace, who has conquered death and broken down the walls of division that separate humanity (cf.Eph2:14). His presence, his gift and his victory continue to shine through the perseverance of many witnesses through whom God’s work carries on in the world, becoming even more visible and radiant in the darkness of our times.

The contrast between darkness and light is not only a biblical image describing the labor pains of a new world being born; it is also an experience that unsettles us and affects us amid the trials we face in our historical circumstances. In order to overcome the darkness, it is necessary to see the light and believe in it. This is a call that Jesus’ disciples are invited to live in a unique and privileged way; yet it also finds its way into every human heart. Peace exists; it wants to dwell within us. It has the gentle power to enlighten and expand our understanding; it resists and overcomes violence. Peace is a breath of the eternal: while to evil we cry out “Enough,” to peace we whisper “Forever.” Into this horizon the Risen One has led us. Sustained by this conviction, even amid what Pope Francis called “a third world war fought piecemeal,” peacemakers continue to resist the spread of darkness, standing as sentinels in the night.

Sadly, it is also possible to forget the light. When this happens, we lose our sense of realism and surrender to a partial and distorted view of the world, disfigured by darkness and fear. Many today call “realistic” those narratives devoid of hope, blind to the beauty of others and forgetful of God’s grace, which is always at work in human hearts, even though wounded by sin. Saint Augustine urged Christians to forge an unbreakable bond with peace, so that by cherishing it deeply in their hearts, they would be able to radiate its luminous warmth around them. Addressing his community, he wrote: “If you wish to draw others to peace, first have it yourselves; be steadfast in peace yourselves. To inflame others, you must have the flame burning within.”[2]

Dear brothers and sisters, whether we have the gift of faith or feel we lack it, let us open ourselves to peace! Let us welcome it and recognize it, rather than believing it to be impossible and beyond our reach. Peace is more than just a goal; it is a presence and a journey. Even when it is endangered within us and around us, like a small flame threatened by a storm, we must protect it, never forgetting the names and stories of those who have borne witness to it. Peace is a principle that guides and defines our choices. Even in places where only rubble remains, and despair seems inevitable, we still find people who have not forgotten peace. Just as on the evening of Easter Jesus entered the place where his disciples were gathered in fear and discouragement, so too the peace of the risen Christ continues to pass through doors and barriers in the voices and faces of his witnesses. This gift enables us to remember goodness, to recognize it as victorious, to choose it again, and to do so together.

An unarmed peace

Shortly before being arrested, in a moment of intimate confidence, Jesus said to those who were with him: “Peace I leave with you; my peace I give to you. I do not give to you as the world gives.” And he immediately added: “Do not let your hearts be troubled, and do not let them be afraid” (Jn14:27). Their distress and fear were certainly connected to the violence soon to befall him. But, more deeply, the Gospels do not hide the fact that what troubled the disciples was his nonviolent response: a path that they all,Peter first among them, contested; yet the Master asked them to follow this path to the end. The way of Jesus continues to cause unease and fear. He firmly repeats to those who would defend him by force: “Put your sword back into its sheath” (Jn18:11; cf.Mt26:52). The peace of the risen Jesus is unarmed, because his was an unarmed struggle in the midst of concrete historical, political and social circumstances. Christians must together bear prophetic witness to this novelty, mindful of the tragedies in which they have too often been complicit. The great parable of the Last Judgment invites all Christians to act with mercy in this awareness (cf.Mt25:31-46). In doing so, they will find brothers and sisters at their side who, in different ways, have listened to the pain of others and freed themselves inwardly from the deception of violence.

Although many people today have hearts ready for peace, they are often overcome by a great sense of powerlessness before an increasingly uncertain world. Saint Augustine had already pointed out this particular paradox: “It is not difficult to possess peace; it is, perhaps, more difficult to praise it. To praise peace, we may find that we lack the necessary talent; we search for the right ideas and weigh our words. But to have peace, it is there, within reach, and we can possess it without effort.”[3]

When we treat peace as a distant ideal, we cease to be scandalized when it is denied, or even when war is waged in its name. We seem to lack those “right ideas,” the well-considered words and the ability to say that peace is near. When peace is not a reality that is lived, cultivated and protected, then aggression spreads into domestic and public life. In the relations between citizens and rulers, it could even be considered a fault not to be sufficiently prepared for war, not to react to attacks, and not to return violence for violence. Far beyond the principle of legitimate defense, such confrontational logic now dominates global politics, deepening instability and unpredictability day by day. It is no coincidence that repeated calls to increase military spending, and the choices that follow, are presented by many government leaders as a justified response to external threats. The idea of the deterrent power of military might, especially nuclear deterrence, is based on the irrationality of relations between nations, built not on law, justice and trust, but on fear and domination by force. “Consequently,” as Saint John XXIII had already written in his day, “people are living in the grip of constant fear. They are afraid that at any moment the impending storm may break upon them with horrific violence. And they have good reasons for their fear, for there is certainly no lack of such weapons. While it is difficult to believe that anyone would dare to assume responsibility for initiating the appalling slaughter and destruction that war would bring in its wake, there is no denying that the conflagration could be started by some chance and unforeseen circumstance.”[4]

Moreover, it should be noted that global military expenditure increased by 9.4% in 2024 compared to the previous year, confirming the trend of the last ten years and reaching a total of $2718 billion (or 2.5% of global GDP).[5]Furthermore, the response to new challenges seems to involve not only enormous economic investment in rearmament, but also a shift in educational policies. Rather than fostering a culture of memory that preserves the hard-won awareness of the twentieth century and the millions of victims, we now see communication campaigns and educational programs – at schools, universities and in the media – that spread a perception of threats and promote only an armed notion of defense and security.

And yet, “those who truly love peace also love the enemies of peace.”[6]Saint Augustine thus advised not to burn bridges or persist in reproach, but to prefer listening and, where possible, engaging in discussions with others. Sixty years ago, the Second Vatican Council concluded with a renewed awareness of the pressing need for dialogue between the Church and the contemporary world. In particular, the ConstitutionGaudium et Spesdrew attention to the evolution of warfare: “The hazards peculiar to modern warfare consist in the fact that they expose those possessing recently developed weapons to the risk of perpetrating crimes like these and, by an inexorable chain of events, of urging people to even worse acts of atrocity. To obviate the possibility of this happening at any time in the future, the bishops of the world gathered together to implore everyone, especially government leaders and military advisors, to give unceasing consideration to their immense responsibilities before God and before the whole human race.”[7]

Reiterating the appeal of the Council Fathers, and considering dialogue to be the most effective approach at every level, we must acknowledge that further technological advances and the military implementation of artificial intelligence have worsened the tragedy of armed conflict. There is even a growing tendency among political and military leaders to shirk responsibility, as decisions about life and death are increasingly “delegated” to machines. This marks an unprecedented and destructive betrayal of the legal and philosophical principles of humanism that underlie and safeguard every civilization. It is necessary to denounce the enormous concentrations of private economic and financial interests that are driving States in this direction; yet that alone would not be enough, unless we also awakened conscience and critical thought. The EncyclicalFratelli Tuttipresents Saint Francis of Assisi as a model of such awakening: “In the world of that time, bristling with watchtowers and defensive walls, cities were a theater of brutal wars between powerful families, even as poverty was spreading through the countryside. Yet there Francis was able to welcome true peace into his heart and free himself of the desire to wield power over others. He became one of the poor and sought to live in harmony with all.”[8]This is a narrative that we are called to continue today, and that means joining forces to contribute to a disarming peace, a peace born of openness and evangelical humility.

A disarming peace

Goodness is disarming. Perhaps this is why God became a child. The mystery of the Incarnation, which reaches its deepest descent even to the realm of the dead, begins in the womb of a young mother and is revealed in the manger in Bethlehem. “Peace on earth,” sing the angels, announcing the presence of a defenseless God, in whom humanity can discover itself as loved only by caring for him (cf.Lk2:13-14). Nothing has the power to change us as much as a child. Perhaps it is precisely the thought of our children and of others who are equally fragile, that cuts to the heart (cf.Acts2:37). In this regard, my venerable predecessor wrote that “human fragility has the power to make us more lucid about what endures and what passes, what brings life and what kills. Perhaps for this reason, we so often tend to deny our limitations and avoid fragile and wounded people: they have the power to question the direction we have chosen, both as individuals and as a community.”[9]

John XXIII was the first pope to advocate “integral disarmament,” which can only be achieved through renewal of the heart and mind. InPacem in Terris, he wrote: “Everyone must realize that, unless this process of disarmament be thoroughgoing and complete, and reach people’s very souls, it is impossible to stop the arms race, or to reduce armaments, or — and this is the main thing — ultimately to abolish them entirely. Everyone must sincerely co-operate in the effort to banish fear and the anxious expectation of war from our minds. But this requires that the fundamental principles upon which peace is based in today’s world be replaced by an altogether different one, namely, the realization that true and lasting peace among nations cannot consist in the possession of an equal supply of armaments but only in mutual trust. And we are confident that this can be achieved, for it is a thing which not only is dictated by common sense, but is in itself most desirable and most fruitful of good.”[10]

An essential service that religions must render to a suffering humanity is to guard against the growing temptation to weaponize even thoughts and words. The great spiritual traditions, as well as right reason, teach us to look beyond blood ties or ethnicity, beyond associations that accept only those who are similar and reject those who are different. Today, we see that this cannot be taken for granted. Unfortunately, it has become increasingly common to drag the language of faith into political battles, to bless nationalism, and to justify violence and armed struggle in the name of religion. Believers must actively refute, above all by the witness of their lives, these forms of blasphemy that profane the holy name of God. Therefore, alongside action, it is more necessary than ever to cultivate prayer, spirituality, and ecumenical and interreligious dialogue as paths of peace and as languages of encounter within traditions and cultures. Throughout the world, it is to be hoped that “every community become a ‘house of peace,’ where one learns how to defuse hostility through dialogue, where justice is practiced and forgiveness is cherished.”[11]Now more than ever, we must show that peace is not a utopia by fostering attentive and life-giving pastoral creativity.

At the same time, this should in no way detract from the importance of the political dimension. Those entrusted with the highest public responsibility must “give serious thought to the problem of achieving more humane relations between States throughout the world. This adjustment must be based on mutual trust, sincerity in negotiations and the faithful fulfilment of obligations. Every aspect of the problem must be examined, so that, eventually, a point of agreement may emerge from which sincere, lasting, and beneficial treaties can be initiated.”[12] This is the disarming path of diplomacy, mediation and international law, which is sadly too often undermined by the growing violations of hard-won treaties, at a time when what is needed is the strengthening of supranational institutions, not their delegitimization.

In today’s world, justice and human dignity are at an alarming risk amid global power imbalances. How can we live in this time of destabilization and conflict, and free ourselves from evil? We need to encourage and support every spiritual, cultural and political initiative that keeps hope alive, countering the spread of “fatalistic terms, as if the dynamics involved were the product of anonymous impersonal forces or structures independent of the human will.”[13]For, as has been suggested, “the best way to dominate and gain control over people is to spread despair and discouragement, even under the guise of defending certain values.”[14]Against this strategy, we must promote self-awareness in civil societies, forms of responsible association, experiences of nonviolent participation, and practices of restorative justice on both a small and large scale. Leo XIII had already made this clear in his EncyclicalRerum Novarum: “The consciousness of his own weakness urges the human person to call in aid from without. We read in Scripture: ‘Two are better than one, for they have the advantage of their society. For if they fall, one will lift up his fellow; but woe to him who is alone when he falls and has not another to lift him up’ (Eccles4:9-10). And further: ‘A brother that is helped by his brother is like a strong city’ (Prov18:19).”[15]

May this be one of the fruits of the Jubilee of Hope, which has moved millions of people to rediscover themselves as pilgrims and to begin within themselves that disarmament of heart, mind and life. God will surely respond to this by fulfilling his promises: “He shall judge between the nations, and shall decide for many peoples; and they shall beat their swords into plowshares, and their spears into pruning hooks; nation shall not lift up sword against nation, neither shall they learn war any more. O house of Jacob, come, let us walk in the light of the Lord” (Is2, 4-5).

From the Vatican, 8 December 2025

LEO PP. XIV

________________________

[1]Cf. Apostolic Blessing“Urbi et Orbi,”Central Loggia of the Vatican Basilica (8 May 2025).

[2]Saint Augustine of Hippo,Serm.357, 3.

[3]Ibid., 1.

[4]John XXIII, Encyclical LetterPacem in terris(11 April 1963), 111.

[5]Cf.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Saint Augustine of Hippo,Serm.357, 1.

[7]Pastoral Constitution on the Church in the Modern WorldGaudium et Spes, 80.

[8]Francis, Encyclical LetterFratelli Tutti(3 October 2020), 4.

[9]Francis,Letter to the Directors of “Corriere della Sera”(14 March 2025).

[10]John XXIII, Encyclical LetterPacem in Terris(11 April 1963), 113.

[11]Leo XIVAddress to the Bishops of the Italian Episcopal Conference(17 June 2025).

[12]John XXIII, Encyclical LetterPacem in Terris(11 April 1963), 118.

[13]Benedict XVI, Encyclical LetterCaritas in Veritate(29 June 2009), 42.

[14]Francis, Encyclical LetterFratelli Tutti(3 October 2020), 15.

[15] Leo XIII, Encyclical LetterRerum Novarum(15 May 1891), 50.

[01808-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Friede sei mit euch allen:

hin zu einem „unbewaffneten und entwaffnenden“ Frieden

„Der Friede sei mit dir!“

Dieser sehr alte Gruß, der auch heute noch in vielen Kulturen alltäglich ist, wurde am Abend des Ostertags durch den auferstandenen Jesus mit neuer Kraft erfüllt. »Friede sei mit euch!« (Joh20,19.21) lautet sein Wort, das nicht nur einen Wunsch ausdrückt, sondern in denen, die es annehmen, und damit in der gesamten Wirklichkeit eine bleibende Veränderung bewirkt. Deshalb verleihen die Nachfolger der Apostel jeden Tag und überall auf der Welt dieser ganz stillen Revolution ihre Stimme: „Der Friede sei mit euch!“ Bereits am Abend meiner Wahl zum Bischof von Rom war es mir ein Anliegen, meinen Gruß in dieses gemeinsame Bekenntnis einfließen zu lassen. Und ich möchte es noch einmal betonen: Dies ist der Friede des auferstandenen Christus, ein unbewaffneter und entwaffnender Friede, demütig und beständig. Er kommt von Gott, dem Gott, der uns alle bedingungslos liebt. [1]

Der Friede des auferstandenen Christus

Er, der Gute Hirte, der sein Leben für seine Schafe hingibt und der viele Schafe auch außerhalb dieses Stalls hat (vgl.Joh10,11.16), hat den Tod besiegt und die trennenden Wände zwischen den Menschen niedergerissen (vgl.Eph2,14): Christus, unser Friede. Seine Gegenwart, seine Gabe, sein Sieg spiegeln sich in der Standhaftigkeit vieler Zeugen wider, durch die das Werk Gottes in der Welt fortgesetzt wird und in der Dunkelheit der Zeit sogar noch sichtbarer und leuchtender wird.

Der Gegensatz zwischen Dunkelheit und Licht ist nämlich nicht einfach nur ein biblisches Bild, um die Geburtswehen zu beschreiben, aus denen eine neue Welt hervorgeht: Er ist eine Erfahrung, die uns im Hinblick auf die Prüfungen, denen wir begegnen, und in den historischen Umständen, in denen wir leben, durchdringt und erschüttert. Nun, es ist nötig, das Licht zu sehen und daran zu glauben, um in der Dunkelheit nicht zu versinken. Die Jünger Jesu sind berufen, dieses Erfordernis auf einzigartige und privilegierte Weise zu erfahren, aber es weiß sich auf vielfältige Weise einen Weg in das Herz eines jeden Menschen zu bahnen. Der Friede existiert, er will in uns wohnen, er hat die sanfte Kraft, den Verstand zu erleuchten und zu weiten, er widersteht der Gewalt und überwindet sie. Der Friede hat den Atem der Ewigkeit: Während man dem Bösen entgegenruft „Genug!“, flüstert man dem Frieden zu: „Für immer!“. Diesen Horizont hat uns der Auferstandene erschlossen. In dieser Vorahnung leben die Friedensstifterinnen und Friedensstifter, die in jenem Drama, das Papst Franziskus als „Dritten Weltkrieg in Stücken“ bezeichnet hat, weiterhin der Ansteckung durch die Finsternis widerstehen, wie Wächter in der Nacht.

Das Gegenteil, nämlich das Licht zu vergessen, ist leider möglich: Man verliert dann den Wirklichkeitsbezug und überlässt sich einer partiellen und verzerrten Vorstellung von der Welt, die von Dunkelheit und Angst geprägt ist. Nicht wenige bezeichnen heute Erzählungen als realistisch, die keine Hoffnung enthalten, die blind für die Schönheit anderer sind und die die Gnade Gottes vergessen, die immer in den Herzen der Menschen wirkt, wie sehr sie auch von der Sünde verwundet sein mögen. Der heilige Augustinus ermahnte die Christen, eine unauflösliche Freundschaft mit dem Frieden zu schließen, damit sie ihn im Innersten ihres Geistes bewahren und seine strahlende Wärme überallhin verströmen können. An seine Gemeinde schrieb er: »Wenn ihr andere zum Frieden führen wollt, möget ihr ihn erst selbst in euch haben und in ihm gefestigt sein. Um andere zu entflammen, muss sein Licht in euch brennen.«[2]

Ob wir nun über die Gabe des Glaubens verfügen oder ob uns scheint, dass wir sie nicht hätten, liebe Brüder und Schwestern, öffnen wir uns für den Frieden! Nehmen wir ihn an und erkennen wir ihn, statt ihn für fern und unmöglich zu halten. Mehr als ein Ziel ist der Friede etwas Gegenwärtiges und ein Weg. Selbst wenn er in uns und um uns herum bedroht ist wie eine kleine Flamme im Sturm, wollen wir ihn bewahren, ohne die Namen und Geschichten derer zu vergessen, die ihn uns bezeugt haben. Der Friede ist ein Grundsatz, der unsere Entscheidungen leitet und bestimmt. Selbst an Orten, an denen nur noch Trümmer übrig sind und die Verzweiflung unvermeidlich scheint, finden wir gerade heute Menschen, die den Frieden nicht vergessen haben. So wie Jesus am Abend des Ostertages den Ort betrat, an dem die Jünger verängstigt und entmutigt versammelt waren, so gelangt der Friede des auferstandenen Christus mittels der Stimmen und Gesichter seiner Zeugen auch weiterhin durch Türen und Hindernisse. Er ist die Gabe, die es uns ermöglicht, das Gute nicht zu vergessen, es als siegreich zu erkennen und uns erneut und gemeinsam dafür zu entscheiden.

Ein unbewaffneter Friede

Kurz bevor er gefangen genommen wurde, sagte Jesus in einem Moment tiefen Vertrauens zu denen, die bei ihm waren: »Frieden hinterlasse ich euch, meinen Frieden gebe ich euch; nicht, wie die Welt ihn gibt, gebe ich ihn euch.« Und sogleich fügte er hinzu: »Euer Herz beunruhige sich nicht und verzage nicht« (Joh14,27). Die Beunruhigung und die Furcht konnten sich natürlich auf die Gewalt beziehen, die bald über ihn hereinbrechen würde. Doch die Evangelien verbergen nicht, dass es vor allem seine gewaltfreie Antwort war, die die Jünger verstörte. Diesen Weg stellten sie alle, insbesondere Petrus, in Frage, aber bis zuletzt verlangte der Meister, ihm auf diesem Weg nachzufolgen. Der Weg Jesu bleibt ein Grund für Beunruhigung und Furcht. Und entschlossen sagt er auch dem, der ihn verteidigen möchte: »Steck das Schwert in die Scheide!« (Joh18,11; vgl.Mt26,52). Der Friede des auferstandenen Jesus ist unbewaffnet, weil sein Kampf unter ganz bestimmten historischen, politischen und sozialen Umständen unbewaffnet war. Die Christen müssen von dieser Neuheit gemeinsam prophetisch Zeugnis ablegen, eingedenk jener tragischen Ereignisse, an denen sie allzu oft mitgewirkt haben. Das große Gleichnis vom Weltgericht lädt alle Christen ein, in diesem Bewusstsein barmherzig zu handeln (vgl.Mt25,31-46). Und dabei werden sie Brüder und Schwestern an ihrer Seite finden, die in unterschiedlichen Weisen auf den Schmerz anderer zu hören wussten und sich so in ihrem Inneren von der Täuschung der Gewalt befreit haben.

Obwohl es heute nicht wenige Menschen gibt, die von Herzen friedfertig sind, überkommt sie angesichts des immer unsichereren Verlaufs der Ereignisse doch ein großes Gefühl der Ohnmacht. Tatsächlich wies schon der heilige Augustinus auf ein besonderes Paradoxon hin: »Es ist schwieriger, den Frieden zu loben, als ihn zu besitzen. Denn wenn wir ihn loben wollen, brauchen wir Fähigkeiten, die uns vielleicht fehlen, suchen wir nach den richtigen Gedanken und wägen unsere Worte; wenn wir ihn hingegen besitzen wollen, haben und bewahren wir ihn ohne jede Anstrengung.«[3]

Wenn wir Frieden als ein fernes Ideal betrachten, finden wir es nicht mehr skandalös, dass er verweigert werden kann und dass sogar Kriege geführt werden, um Frieden zu erreichen. Es scheint an den richtigen Gedanken zu mangeln, an wohlüberlegten Worten, an der Fähigkeit zu sagen, dass der Friede nahe ist. Wenn der Friede keine gelebte Wirklichkeit ist, die es zu bewahren und zu pflegen gilt, dann macht sich Aggressivität sowohl im privaten als auch im öffentlichen Leben breit. Dann wird in der Beziehung zwischen Bürgern und Regierenden der Umstand als Verfehlung angesehen, dass man sich nicht ausreichend auf den Krieg vorbereitet, darauf, auf die Angriffe anderer reagieren und Gewalt erwidern zu können. Auf der politischen Ebene ist diese – weit über den Grundsatz der legitimen Verteidigung hinausgehende – Logik der Gegensätzlichkeit der derzeit relevanteste Umstand für die globale Destabilisierung, die jeden Tag dramatischer und unvorhersehbarer wird. Es ist kein Zufall, dass die wiederkehrenden Forderungen nach einer Erhöhung der Militärausgaben und die daraus resultierenden Entscheidungen von vielen Regierenden mit der Gefährlichkeit anderer gerechtfertigt werden. Tatsächlich stehen Abschreckungspotenzial durch Macht und insbesondere nukleare Abschreckung für die Irrationalität von Beziehungen zwischen Völkern, die nicht auf Recht, Gerechtigkeit und Vertrauen beruhen, sondern auf der Angst und der Herrschaft der Stärke. »Infolgedessen befinden sich die Völker«, wie schon der heilige Johannes XXIII. über seine Zeit schrieb, »beständig in Furcht, wie vor einem Sturm, der jeden Augenblick mit erschreckender Gewalt losbrechen kann. Und das nicht ohne Grund, denn an Waffen fehlt es tatsächlich nicht. Wenn es auch kaum glaublich ist, dass es Menschen gibt, die es wagen möchten, die Verantwortung für die Vernichtung und das Leid auf sich zu nehmen, die ein Krieg im Gefolge hat, so kann man doch nicht leugnen, dass unversehens und unerwartet ein Kriegsbrand entstehen kann.«[4]

Im Laufe des Jahres 2024 stiegen die weltweiten Militärausgaben im Vergleich zum Vorjahr um 9,4 % und bestätigten damit die seit zehn Jahren anhaltende Tendenz. Sie erreichten einen Wert von 2.718 Milliarden Dollar, was 2,5 % des weltweiten BIP entspricht.[5]Darüber hinaus scheint man heute auf die neuen Herausforderungen nicht allein mit enormen wirtschaftlichen Anstrengungen zur Aufrüstung zu reagieren, sondern auch mit einer Neuausrichtung der Bildungspolitik: Statt einer Kultur der Erinnerung, die das im 20. Jahrhundert gewonnene Problembewusstsein bewahrt und die Millionen Opfer jenes Jahrhunderts nicht vergisst, werden Kommunikationskampagnen und Bildungsprogramme in Schulen und Universitäten sowie in den Medien vorangetrieben, die Bedrohungswahrnehmungen verbreiten und eine rein militärisch geprägte Vorstellung von Verteidigung und Sicherheit vermitteln.

Doch »wer den Frieden wirklich liebt, liebt auch dessen Gegner«.[6]So empfahl der heilige Augustinus, keine Brücken abzubrechen und nicht auf Vorwürfen zu beharren, sondern lieber zuzuhören und sich, soweit möglich, mit den Argumenten anderer auseinanderzusetzen. Vor sechzig Jahren endete das Zweite Vatikanische Konzil in dem Bewusstsein der Dringlichkeit eines Dialogs zwischen der Kirche und der Welt von heute. Insbesondere die KonstitutionGaudium et speslenkte die Aufmerksamkeit auf die Entwicklung der Kriegführung: »Die besondere Gefahr des modernen Krieges besteht darin, dass er sozusagen denen, die im Besitz neuerer wissenschaftlicher Waffen sind, die Gelegenheit schafft, solche Verbrechen zu begehen, und in einer Art unerbittlicher Verstrickung den Willen des Menschen zu den fürchterlichsten Entschlüssen treiben kann. Damit in Zukunft so etwas nie geschieht, beschwören die versammelten Bischöfe des ganzen Erdkreises alle, insbesondere die Regierenden und die militärischen Befehlshaber, sich jederzeit der großen Verantwortung bewusst zu sein, die sie vor Gott und der ganzen Menschheit tragen.«[7]

Ebenen wirksamsten ein. Zugleich stellen wir fest, dass der anhaltende technologische Fortschritt und der Einsatz künstlicher Intelligenz im militärischen Bereich die Tragik bewaffneter Konflikte noch verschärft haben. Es zeichnet sich sogar ein Prozess ab, in dem politische und militärische Führungskräfte durch eine zunehmende „Delegation” von Entscheidungen über Leben und Tod von Menschen ihre Verantwortung an Maschinen abgeben. Dies ist eine bislang beispiellose Spirale der Zerstörung jenes Humanismus in Recht und Philosophie, auf dem eine jede Zivilisation beruht und durch den sie geschützt wird. Die gewaltigen Konzentrationen privater Wirtschafts- und Finanzinteressen, die die Staaten in diese Richtung treiben, müssen angeprangert werden; doch reicht dies nicht aus, wenn nicht zugleich ein Erwachen des Gewissens und des kritischen Denkens gefördert wird. Die EnzyklikaFratelli tuttistellt den heiligen Franz von Assisi als Beispiel für ein solches Erwachen dar: »In jener Welt voller Wachtürme und Verteidigungsmauern erlebten die Städte blutige Kriege zwischen mächtigen Familien, während die Elendsviertel der Ausgestoßenen an den Rändern wuchsen. Dort empfing Franziskus innerlich den wahren Frieden, er befreite sich von jedem Verlangen, andere zu beherrschen, er wurde einer der Geringsten und versuchte in Harmonie mit ihnen zu leben.«[8]Dies ist eine Geschichte, die in uns weiterleben soll und die es erfordert, dass wir unsere Kräfte bündeln, damit wir gemeinsam zu einem entwaffnenden Frieden beitragen, zu einem Frieden, der aus Offenheit und evangeliumsgemäßer Demut entsteht.

Ein entwaffnender Friede

Die Güte ist entwaffnend. Vielleicht ist Gott deshalb Kind geworden. Das Geheimnis der Menschwerdung, das Herabsteigen Gottes bis in die Unterwelt, beginnt im Schoß einer jungen Mutter und wird in der Krippe von Betlehem offenbar. »Friede auf Erden«, singen die Engel und verkünden die Gegenwart eines wehrlosen Gottes. Die Menschheit kann seiner Liebe nur dann gewahr werden, wenn sie sich seiner annimmt (vgl.Lk2,13-14). Nichts vermag uns so sehr zu verwandeln wie ein Kind. Und vielleicht ist es gerade der Gedanke an unseren Nachwuchs, an die Kinder und auch an jene, die so schutzbedürftig sind wie sie, der uns mitten ins Herz trifft (vgl.Apg2,37). In diesem Zusammenhang schrieb mein verehrter Vorgänger: »Die menschliche Schwachheit hat die Kraft, uns klarer erkennen zu lassen, was Bestand hat und was vergänglich ist, was Leben schenkt und was tötet. Vielleicht neigen wir deshalb so oft dazu, unsere Grenzen zu leugnen und schwachen und verletzten Menschen auszuweichen: Sie vermögen es, den Weg, den wir als Einzelne und als Gemeinschaft eingeschlagen haben, in Frage zu stellen.«[9]

Johannes XXIII. führte als Erster die Perspektive einer umfassenden Abrüstung ein, die nur durch die Erneuerung des Herzens und des Verstandes erreicht werden kann. So schrieb er inPacem in terris: »Allerdings müssen alle davon überzeugt sein, dass das Ablassen von der Rüstungssteigerung, die wirksame Abrüstung oder – erst recht – die völlige Beseitigung der Waffen so gut wie unmöglich sind, wenn dieser Abschied von den Waffen nicht allseitig ist und auch die Gesinnung erfasst, das heißt, wenn sich nicht alle einmütig und aufrichtig Mühe geben, dass die Furcht und die angstvolle Erwartung eines Krieges aus den Herzen gebannt werden. Dies setzt aber voraus, dass an die Stelle des obersten Gesetzes, worauf der Friede sich heute stützt, ein ganz anderes Gesetz trete, wonach der wahre Friede unter den Völkern nicht durch die Gleichheit der militärischen Rüstung, sondern nur durch gegenseitiges Vertrauen fest und sicher bestehen kann. Wir sind entschieden der Meinung, dass dies geschehen kann, da es sich um eine Sache handelt, die nicht nur von den Gesetzen der gesunden Vernunft befohlen wird, sondern auch höchst wünschenswert und überaus segensreich ist.«[10]

Dies ist ein grundlegender Dienst, den die Religionen der leidenden Menschheit erweisen müssen, indem sie wachsam bleiben angesichts der zunehmenden Versuche, sogar Gedanken und Worte zu Waffen zu machen. Die großen geistlichen Traditionen wie auch der rechte Gebrauch der Vernunft lassen uns über verwandtschaftliche oder ethnische Bande hinausgehen, über jene Verbrüderungen, welche nur ihresgleichen anerkennen und die anderen zurückweisen. Wir sehen heute, dass dies nicht selbstverständlich ist. Leider gehört es zunehmend zum derzeitigen Gesamtbild, dass Worte des Glaubens Einzug halten in politische Kämpfe, dass Nationalismus gepriesen wird und dass Gewalt und bewaffneter Kampf religiös gerechtfertigt werden. Die Gläubigen müssen diesen Formen der Blasphemie, die den heiligen Namen Gottes verdunkeln, aktiv entgegentreten, in erster Linie durch ihre Lebensweise.Deshalb ist es notwendiger denn je, zusammen mit dem Handeln das Gebet, die Spiritualität, den ökumenischen und interreligiösen Dialog als Wege des Friedens und als Formen der Begegnung zwischen Traditionen und Kulturen zu pflegen. Weltweit ist es wünschenswert, dass »jede Gemeinde […] ein „Haus des Friedens“ werden [soll], wo man lernt, Feindseligkeit durch den Dialog zu entschärfen; wo Gerechtigkeit praktiziert wird und Vergebung gelebt wird«.[11]Denn heute ist es mehr denn je nötig, durch aufmerksame und fruchtbare pastorale Kreativität zu zeigen, dass der Friede keine Utopie ist.

Andererseits darf dies nicht von der Bedeutung der politischen Dimension ablenken. Durch diejenigen, die in den höchsten und qualifiziertesten Ämtern öffentliche Verantwortung tragen, »sollte gründlich geprüft werden, wie auf der ganzen Welt die gegenseitigen Beziehungen der Staaten in menschlicherem Gleichgewicht neu zu gestalten sind; Wir meinen ein Gleichgewicht, das auf gegenseitigem Vertrauen, auf aufrichtiger Gesinnung bei Vertragsschlüssen und auf unverletzlichen Vereinbarungen gegründet ist. Diese Frage soll aber von allen Seiten so erwogen werden, dass eine Grundlage gefunden wird, auf der freundschaftliche, feste und segensreiche Bündnisse entstehen können.«[12]Dies ist der entwaffnende Weg der Diplomatie, der Vermittlung, des Völkerrechts, der leider durch immer häufigere Verstöße gegen mühsam erzielte Vereinbarungen konterkariert wird, in einem Kontext, der nicht die Delegitimierung, sondern vielmehr eine Stärkung der supranationalen Institutionen angebracht erscheinen lässt.

Gerechtigkeit und Menschenwürde sind heute mehr denn je den Machtungleichgewichten zwischen den Stärksten ausgesetzt. Wie kann man in einer Zeit der Destabilisierung und Konflikte leben und sich vom Bösen befreien? Es ist nötig, alle geistlichen, kulturellen und politischen Initiativen zu fördern und zu unterstützen, die die Hoffnung am Leben erhalten, um so der Verbreitung »fatalistische[r] Einstellungen« entgegenzuwirken, die suggerieren, dass »die herrschenden Dynamiken von unpersönlichen anonymen Kräften und von vom menschlichen Wollen unabhängigen Strukturen hervorgebracht würden«.[13]Wenn nämlich »die beste Methode, zu herrschen und uneingeschränkt voranzuschreiten, [darin] besteht […], Hoffnungslosigkeit auszusäen und ständiges Misstrauen zu wecken, selbst wenn sie sich mit der Verteidigung einiger Werte tarnt«,[14]dann begegnet man einer solchen Strategie am besten, indem man in der Gesellschaft ein entsprechendes Bewusstsein schafft sowie Strukturen verantwortungsbewusster Vereinigungen, gewaltfreie Beteiligungsformen und eine Praxis wiederherstellender Gerechtigkeit, im Kleinen wie im Großen, entwickelt. Dies hatte bereits Leo XIII. in seiner EnzyklikaRerum novarumdeutlich zum Ausdruck gebracht: »Es ist die Beschränktheit der eigenen Kräfte, die den Menschen stets von selbst dazu antreibt, sich mit andern zu gegenseitiger Hilfe und Unterstützung zu verbinden. „Zwei sind besser als einer allein, falls sie nur reichen Ertrag aus ihrem Besitz ziehen. Denn wenn sie hinfallen, richtet einer den anderen auf“ (Koh4,9-10). So das Wort der Heiligen Schrift. Und wiederum: „Ein getäuschter Bruder ist verschlossener als eine Festung“ (Spr18,19).«[15]

Möge dies eine Frucht des Heiligen Jahres der Hoffnung sein, das Millionen von Menschen dazu bewegt hat, wieder neu ihr Pilgersein zu entdecken und in sich jene Entwaffnung des Herzens, des Geistes und des Lebens zu beginnen, auf die Gott schon bald mit der Erfüllung seiner Verheißungen antworten wird: »Er wird Recht schaffen zwischen den Nationen und viele Völker zurechtweisen. Dann werden sie ihre Schwerter zu Pflugscharen umschmieden und ihre Lanzen zu Winzermessern. Sie erheben nicht das Schwert, Nation gegen Nation, und sie erlernen nicht mehr den Krieg. Haus Jakob, auf, wir wollen gehen im Licht des Herrn« (Jes2,4-5).

Aus dem Vatikan, am 8. Dezember 2025

LEO XIV.

________________________

[1]Vgl.Apostolischer Segen „Urbi et Orbi” und erster Gruß, mittlere Loggia des Petersdoms (8. Mai 2025).

[2]Augustinus von Hippo,Sermo357, 3.

[3]Ebd., 1.

[4]Johannes XXIII., EnzyklikaPacem in terris(11.April 1963), 60.

[5]Vgl.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Augustinus von Hippo,Sermo357, 1.

[7]Zweites Vatikanisches Konzil, PastoralkonstitutionGaudium et spes, 80.

[8]Franziskus, EnzyklikaFratelli tutti(3. Oktober 2020), 4.

[9]Ders.,Lettera al Direttore del Corriere della Sera(14. März 2025).

[10]Johannes XXIII., EnzyklikaPacem in terris(11.April 1963), 61.

[11]Ansprache an die Bischöfe der italienischen Bischofskonferenz(17. Juni 2025).

[12]Johannes XXIII., EnzyklikaPacem in terris(11. April 1963), 63.

[13]Benedikt XVI., EnzyklikaCaritas in veritate(29.Juni 2009), 42.

[14]Franziskus, EnzyklikaFratelli tutti(3.Oktober 2020), 15.

[15] Leo XIII., EnzyklikaRerum novarum(15. Mai 1891), 37.

[01808-DE.01] [Original sprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

La paz esté con todos ustedes:

hacia una paz “desarmada y desarmante”

“¡La paz esté contigo!”.

Este antiquísimo saludo, que sigue siendo habitual en muchas culturas, en la tarde de Pascua se llenó de nuevo vigor en labios de Jesús resucitado. «¡La paz esté con ustedes!» (Jn20,19.21) es su palabra, que no sólo desea, sino que realiza un cambio definitivo en quien la recibe y, de ese modo, en toda la realidad. Por eso, los sucesores de los Apóstoles dan voz cada día y en todo el mundo a la más silenciosa revolución: “¡La paz esté con ustedes!”. Desde la tarde de mi elección como Obispo de Roma he querido incorporar mi saludo en este anuncio coral. Y deseo reafirmarlo: «Esta es la paz de Cristo resucitado, una paz desarmada y una paz desarmante, humilde y perseverante. Proviene de Dios, Dios que nos ama a todos incondicionalmente».[1]

La paz de Cristo resucitado

El que venció a la muerte y derribó el muro que separaba a los seres humanos (cf.Ef2,14) es el Buen Pastor, que da la vida por el rebaño y que tiene muchas ovejas que no son del redil (cf.Jn10,11.16): Cristo, nuestra paz. Su presencia, su don, su victoria resplandecen en la perseverancia de muchos testigos, por medio de los cuales la obra de Dios continúa en el mundo, volviéndose incluso más perceptible y luminosa en la oscuridad de los tiempos.

El contraste entre las tinieblas y la luz, en efecto, no es sólo una imagen bíblica para describir el parto del que está naciendo un mundo nuevo; es una experiencia que nos atraviesa y nos sorprende según las pruebas que encontramos, en las circunstancias históricas en las que nos toca vivir. Ahora bien, ver la luz y creer en ella es necesario para no hundirse en la oscuridad. Se trata de una exigencia que los discípulos de Jesús están llamados a vivir de modo único y privilegiado, pero que, por muchos caminos, sabe abrirse paso en el corazón de cada ser humano. La paz existe, quiere habitar en nosotros, tiene el suave poder de iluminar y ensanchar la inteligencia, resiste a la violencia y la vence. La paz tiene el aliento de lo eterno; mientras al mal se le grita “basta”, a la paz se le susurra “para siempre”. En este horizonte nos ha introducido el Resucitado. Con este presentimiento viven los que trabajan por la paz que, en el drama de lo que el Papa Francisco ha definido como “tercera guerra mundial a pedazos”, siguen resistiendo a la contaminación de las tinieblas, como centinelas de la noche.

Lamentablemente lo contrario —es decir, olvidar la luz— es posible; entonces se pierde el realismo, cediendo a una representación parcial y distorsionada del mundo, bajo el signo de las tinieblas y del miedo. Hoy no son pocos los que llaman realistas a las narraciones carentes de esperanza, ciegas ante la belleza de los demás, que olvidan la gracia de Dios que trabaja siempre en los corazones humanos, aunque estén heridos por el pecado. San Agustín exhortaba a los cristianos a entablar una amistad indisoluble con la paz, para que, custodiándola en lo más íntimo de su espíritu, pudieran irradiar en torno a sí su luminoso calor. Él, dirigiéndose a su comunidad, escribía así: «Tened la paz, hermanos. Si queréis atraer a los demás hacia ella, sed los primeros en poseerla y retenerla. Arda en vosotros lo que poseéis para encender a los demás».[2]

Ya sea que tengamos el don de la fe, o que nos parezca que no lo tenemos, queridos hermanos y hermanas, ¡abrámonos a la paz! Acojámosla y reconozcámosla, en vez de considerarla lejana e imposible. Antes de ser una meta, la paz es una presencia y un camino. Aunque sea combatida dentro y fuera de nosotros, como una pequeña llama amenazada por la tormenta, cuidémosla sin olvidar los nombres y las historias de quienes nos han dado testimonio de ella. Es un principio que guía y determina nuestras decisiones. Incluso en los lugares donde sólo quedan escombros y donde la desesperación parece inevitable, hoy encontramos a quienes no han olvidado la paz. Así como en la tarde de Pascua Jesús entró en el lugar donde se encontraban los discípulos, atemorizados y desanimados, de la misma manera la paz de Cristo resucitado sigue atravesando puertas y barreras con las voces y los rostros de sus testigos. Es el don que permite que no olvidemos el bien, reconocerlo vencedor, elegirlo de nuevo juntos.

Una paz desarmada

Poco antes de ser arrestado, en un momento de gran intimidad, Jesús dijo a los que estaban con Él: «Les dejo la paz, les doy mi paz, pero no como la da el mundo». E inmediatamente agrega: «¡No se inquieten ni teman!» (Jn14,27). La turbación y el temor podían referirse, ciertamente, a la violencia que pronto se abatiría sobre Él. Más profundamente, los Evangelios no esconden que lo que desconcertó a los discípulos fue su respuesta no violenta; un camino al que todos, empezando por Pedro, se opusieron, pero en el cual el Maestro pidió que lo siguieran hasta el final. El camino de Jesús sigue siendo motivo de turbación y de temor. Y Él repite con firmeza a quien quisiera defenderlo: «Envaina tu espada» (Jn18,11; cf.Mt26,52). La paz de Jesús resucitado es desarmada, porque desarmada fue su lucha, dentro de circunstancias históricas, políticas y sociales precisas. Los cristianos, juntos, deben hacerse proféticamente testigos de esta novedad, recordando las tragedias de las que tantas veces se han hecho cómplices. La gran parábola del juicio universal invita a todos los cristianos a actuar con misericordia, siendo conscientes de ello (cf.Mt25,31-46). Y, al hacerlo, encontrarán a su lado hermanos y hermanas que, por distintos caminos, han sabido escuchar el dolor ajeno y se han liberado interiormente del engaño de la violencia.

Aunque hoy no son pocas las personas de corazón dispuesto a la paz, un gran sentimiento de impotencia las invade ante el curso de los acontecimientos, cada vez más incierto. Ya san Agustín, en efecto, señalaba una paradoja particular: «Es más difícil alabar la paz que poseerla. En efecto, si queremos alabarla, deseamos las fuerzas para ello, buscamos los pensamientos y pesamos las palabras; por el contrario, si queremos poseerla, la tenemos y poseemos sin trabajo alguno».[3]

Cuando tratamos la paz como un ideal lejano, terminamos por no considerar escandaloso que se le niegue, e incluso que se haga la guerra para alcanzarla. Pareciera que faltan las ideas justas, las frases sopesadas, la capacidad de decir que la paz está cerca. Si la paz no es una realidad experimentada, para custodiar y cultivar, la agresividad se difunde en la vida doméstica y en la vida pública. En la relación entre ciudadanos y gobernantes se llega a considerar una culpa el hecho de que no se nos prepare lo suficiente para la guerra, para reaccionar a los ataques, para responder a las agresiones. Mucho más allá del principio de legítima defensa, en el plano político dicha lógica de oposición es el dato más actual en una desestabilización planetaria que va asumiendo cada día mayor dramatismo e imprevisibilidad. No es casual que los repetidos llamamientos a incrementar el gasto militar y las decisiones que esto conlleva sean presentados por muchos gobernantes con la justificación del peligro respecto a los otros. En efecto, la fuerza disuasiva del poder y, en particular, de la disuasión nuclear, encarnan la irracionalidad de una relación entre pueblos basada no en el derecho, la justicia y la confianza, sino en el miedo y en el dominio de la fuerza. «La consecuencia —como ya escribía san Juan XXIII acerca de su tiempo— es clara: los pueblos viven bajo un perpetuo temor, como si les estuviera amenazando una tempestad que en cualquier momento puede desencadenarse con ímpetu horrible. No les falta razón, porque las armas son un hecho. Y si bien parece difícilmente creíble que haya hombres con suficiente osadía para tomar sobre sí la responsabilidad de las muertes y de la asoladora destrucción que acarrearía una guerra, resulta innegable, en cambio, que un hecho cualquiera imprevisible puede de improviso e inesperadamente provocar el incendio bélico».[4]

Pues bien, en el curso del 2024 los gastos militares a nivel mundial aumentaron un 9,4% respecto al año anterior, confirmando la tendencia ininterrumpida desde hace diez años y alcanzando la cifra de 2.718 billones de dólares, es decir, el 2,5% del PIB mundial.[5]Por si fuera poco, hoy parece que se quiera responder a los nuevos desafíos, no sólo con el enorme esfuerzo económico para el rearme, sino también con un reajuste de las políticas educativas; en vez de una cultura de la memoria, que preserve la conciencia madurada en el siglo XX y no olvide a sus millones de víctimas, se promueven campañas de comunicación y programas educativos, en escuelas y universidades, así como en los medios de comunicación, que difunden la percepción de amenazas y transmiten una noción meramente armada de defensa y de seguridad.

Sin embargo, «el verdadero amante de la paz ama también a los enemigos de ella».[6]Así recomendaba san Agustín que no se destruyeran los puentes ni se insistiera en el registro del reproche, prefiriendo el camino de la escucha y, en cuanto sea posible, el encuentro con las razones de los demás. Hace sesenta años, el Concilio Vaticano II se concluía con la conciencia de un diálogo urgente entre la Iglesia y el mundo contemporáneo. En particular, la ConstituciónGaudium et spescentraba la atención en la evolución de la práctica bélica: «El riesgo característico de la guerra contemporánea está en que da ocasión a los que poseen las recientes armas científicas para cometer tales delitos y con cierta inexorable conexión puede empujar las voluntades humanas a determinaciones verdaderamente horribles. Para que esto jamás suceda en el futuro, los obispos de toda la tierra reunidos aquí piden con insistencia a todos, principalmente a los jefes de Estado y a los altos jefes del ejército, que consideren incesantemente tan gran responsabilidad ante Dios y ante toda la humanidad».[7]

Al reiterar el llamamiento de los Padres conciliares y estimando la vía del diálogo como la más eficaz a todos los niveles, constatamos cómo el ulterior avance tecnológico y la aplicación en ámbito militar de las inteligencias artificiales hayan radicalizado la tragedia de los conflictos armados. Incluso se va delineando un proceso de desresponsabilización de los líderes políticos y militares, con motivo del creciente “delegar” a las máquinas decisiones que afectan la vida y la muerte de personas humanas. Es una espiral destructiva, sin precedentes, del humanismo jurídico y filosófico sobre el cual se apoya y desde el que se protege cualquier civilización. Es necesario denunciar las enormes concentraciones de intereses económicos y financieros privados que van empujando a los estados en esta dirección; pero esto no basta, si al mismo tiempo no se fomenta el despertar de las conciencias y del pensamiento crítico. La EncíclicaFratelli tuttipresenta a san Francisco de Asís como ejemplo de este despertar:«En aquel mundo plagado de torreones de vigilancia y de murallas protectoras, las ciudades vivían guerras sangrientas entre familias poderosas, al mismo tiempo que crecían las zonas miserables de las periferias excluidas. Allí Francisco acogió la verdadera paz en su interior, se liberó de todo deseo de dominio sobre los demás, se hizo uno de los últimos y buscó vivir en armonía con todos».[8]Es una historia que quiere continuar en nosotros, y que requiere que unamos esfuerzos para contribuir recíprocamente a una paz desarmante, una paz que nace de la apertura y de la humildad evangélica.

Una paz desarmante

La bondad es desarmante. Quizás por eso Dios se hizo niño. El misterio de la Encarnación, que tiene su punto de mayor abajamiento en el descenso a los infiernos, comienza en el vientre de una joven madre y se manifiesta en el pesebre de Belén. «Paz en la tierra» cantan los ángeles, anunciando la presencia de un Dios sin defensas, del que la humanidad puede descubrirse amada solo cuidándolo (cf.Lc2,13-14). Nada tiene la capacidad de cambiarnos tanto como un hijo. Y quizá es precisamente el pensar en nuestros hijos, en los niños y también en los que son frágiles como ellos, lo que nos conmueve profundamente (cf.Hch2,37). A este respecto, mi venerado Predecesor escribía que «la fragilidad humana tiene el poder de hacernos más lúcidos respecto a lo que permanece o a lo que pasa, a lo que da vida y a lo que provoca muerte. Quizás por eso tendemos con frecuencia a negar los límites y a evadir a las personas frágiles y heridas, que tienen el poder de cuestionar la dirección que hemos tomado, como individuos y como comunidad». [9]

San Juan XXIII introdujo por primera vez la perspectiva de un desarme integral, que sólo puede afirmarse mediante la renovación del corazón y de la inteligencia. Así escribía enPacem in terris: «Todos deben, sin embargo, convencerse que ni el cese en la carrera de armamentos, ni la reducción de las armas, ni, lo que es fundamental, el desarme general son posibles si este desarme no es absolutamente completo y llega hasta las mismas conciencias; es decir, si no se esfuerzan todos por colaborar cordial y sinceramente en eliminar de los corazones el temor y la angustiosa perspectiva de la guerra. Esto, a su vez, requiere que esa norma suprema que hoy se sigue para mantener la paz se sustituya por otra completamente distinta, en virtud de la cual se reconozca que una paz internacional verdadera y constante no puede apoyarse en el equilibrio de las fuerzas militares, sino únicamente en la confianza recíproca. Nos confiamos que es éste un objetivo asequible. Se trata, en efecto, de una exigencia que no sólo está dictada por las normas de la recta razón, sino que además es en sí misma deseable en grado sumo y extraordinariamente fecunda en bienes».[10]

Un servicio fundamental que las religiones deben prestar a la humanidad que sufre es vigilar el creciente intento de transformar incluso los pensamientos y las palabras en armas. Las grandes tradiciones espirituales, así como el recto uso de la razón, nos llevan a ir más allá de los lazos de sangre o étnicos, más allá de las fraternidades que sólo reconocen al que es semejante y rechazan al que es diferente. Hoy vemos cómo esto no se da por supuesto. Lamentablemente, forma cada vez más parte del panorama contemporáneo arrastrar las palabras de la fe al combate político, bendecir el nacionalismo y justificar religiosamente la violencia y la lucha armada. Los creyentes deben desmentir activamente, sobre todo con la vida, esas formas de blasfemia que opacan el Santo Nombre de Dios. Por eso, junto con la acción, es cada vez más necesario cultivar la oración, la espiritualidad, el diálogo ecuménico e interreligioso como vías de paz y lenguajes del encuentro entre tradiciones y culturas. En todo el mundo es deseable «que cada comunidad se convierta en una “casa de paz”, donde aprendamos a desactivar la hostilidad mediante el diálogo, donde se practique la justicia y se preserve el perdón».[11]Hoy más que nunca, en efecto, es necesario mostrar que la paz no es una utopía, mediante una creatividad pastoral atenta y generativa.

Por otra parte, esto no debe distraer la atención de todos sobre la importancia que tiene la dimensión política. Quienes están llamados a responsabilidades públicas en las sedes más altas y cualificadas, procuren que «se examine a fondo la manera de lograr que las relaciones internacionales se ajusten en todo el mundo a un equilibrio más humano, o sea a un equilibrio fundado en la confianza recíproca, la sinceridad en los pactos y el cumplimiento de las condiciones acordadas. Examínese el problema en toda su amplitud, de forma que pueda lograrse un punto de arranque sólido para iniciar una serie de tratados amistosos, firmes y fecundos».[12]Es el camino desarmante de la diplomacia, de la mediación, del derecho internacional, tristemente desmentido por las cada vez más frecuentes violaciones de acuerdos alcanzados con gran esfuerzo, en un contexto que requeriría no la deslegitimación, sino más bien el reforzamiento de las instituciones supranacionales.

Hoy, la justicia y la dignidad humana están más expuestas que nunca a los desequilibrios de poder entre los más fuertes. ¿Cómo habitar un tiempo de desestabilización y de conflictos liberándose del mal? Es necesario motivar y sostener toda iniciativa espiritual, cultural y política que mantenga viva la esperanza, contrarrestando la difusión de actitudes fatalistas «como si las dinámicas que la producen procedieran de fuerzas anónimas e impersonales o de estructuras independientes de la voluntad humana».[13]Porque, de hecho, «la mejor manera de dominar y de avanzar sin límites es sembrar la desesperanza y suscitar la desconfianza constante, aun disfrazada detrás de la defensa de algunos valores»,[14]a esta estrategia hay que oponer el desarrollo de sociedades civiles conscientes, de formas de asociacionismo responsable, de experiencias de participación no violenta, de prácticas de justicia reparadora a pequeña y gran escala.Ya lo señalaba con claridad León XIII en la EncíclicaRerum novarum: «La reconocida cortedad de las fuerzas humanas aconseja e impele al hombre a buscarse el apoyo de los demás. De las Sagradas Escrituras es esta sentencia: “Es mejor que estén dos que uno solo; tendrán la ventaja de la unión. Si el uno cae, será levantado por el otro. ¡Ay del que está solo, pues, si cae, no tendrá quien lo levante!” (Qo4,9-10). Y también esta otra: “El hermano, ayudado por su hermano, es como una ciudad fortificada” (Pr18,19)».[15]

Que este sea un fruto del Jubileo de la Esperanza, que ha impulsado a millones de seres humanos a redescubrirse peregrinos y a comenzar en sí mismos ese desarme del corazón, de la mente y de la vida al que Dios no tardará en responder cumpliendo sus promesas: «Él será juez entre las naciones y árbitro de pueblos numerosos. Con sus espadas forjarán arados y podaderas con sus lanzas. No levantará la espada una nación contra otra ni se adiestrarán más para la guerra. ¡Ven, casa de Jacob, y caminemos a la luz del Señor!» (Is2,4-5).

Vaticano, 8 de diciembre de 2025

LEÓN PP. XIV

______________

[1]Bendición apostólica “Urbi et Orbi” y primer saludo, Logia central de la Basílica de San Pedro (8 mayo 2025).

[2]S.Agustín de Hipona,Sermón357, 3.

[3]Ibíd., 1.

[4]S.Juan XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 abril 1963), 60.

[5]Cf.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]S.Agustín de Hipona,Sermón357, 1.

[7]Conc. Ecum. Vat. II, Const. past.Gaudium et spes, 80.

[8]Francisco, Carta enc.Fratelli tutti(3 octubre 2020), 4.

[9]Id.,Carta al Director del “Corriere della Sera”(14 marzo 2025).

[10]S.Juan XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 abril 1963), 113.

[11]Discurso a los obispos de la Conferencia Episcopal Italiana(17 junio 2025).

[12]S.Juan XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 abril 1963), 118.

[13]Benedicto XVI, Carta enc.Caritas in veritate(29 junio 2009), 42.

[14]Francisco, Carta enc.Fratelli tutti(3 octubre 2020), 15.

[15] León XIII, Carta enc.Rerum novarum(15 mayo 1891), 35.

[01808-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

A paz esteja com todos vós.

Rumo a uma paz desarmada e desarmante

“A paz esteja contigo!”.

Esta antiga saudação, presente ainda hoje em muitas culturas, ganhou novo vigor nos lábios de Jesus ressuscitado na noite de Páscoa. «A paz esteja convosco!» (Jo20, 19.21) é a sua Palavra que não só deseja, mas realiza uma mudança definitiva naqueles que a acolhem e, consequentemente, em toda a realidade. Por isso, os sucessores dos Apóstolos exprimem todos os dias e em todo o mundo a revolução mais silenciosa: “A paz esteja convosco!”. Desde a noite da minha eleição como Bispo de Roma, quis inserir a minha saudação neste anúncio coral. E desejo reiterá-lo: esta é a paz do Cristo ressuscitado, uma paz desarmada e desarmante, humilde e perseverante. Ela provém de Deus, o Deus que nos ama a todos incondicionalmente.[1]

A paz de Cristo ressuscitado

Quem venceu a morte e derrubou as barreiras que separavam os seres humanos (cf.Ef2, 14) foi o Bom Pastor que dá a vida pelo rebanho e tem muitas ovelhas que estão fora do seu redil (cf.Jo10, 11.16): Cristo, nossa paz. A sua presença, o seu dom e a sua vitória reverberam na perseverança de muitas testemunhas, por meio das quais a obra de Deus continua no mundo, tornando-se ainda mais perceptível e luminosa na escuridão dos tempos.

Na verdade, o contraste entre as trevas e a luz não é apenas uma imagem bíblica para descrever o sofrimento do qual está a nascer um mundo novo: é uma experiência que nos atravessa e nos surpreende diante das provações que encontramos nas circunstâncias históricas em que vivemos. Ora, para não afundarmos na escuridão, é necessário ver a luz e acreditar nela. Trata-se de uma exigência que os discípulos de Jesus são chamados a viver de maneira única e privilegiada, mas que, de muitas maneiras, sabe abrir caminho no coração de cada ser humano. A paz existe, deseja habitar-nos, tem o poder suave de iluminar e alargar a inteligência, resiste à violência e a vence. A paz tem o sopro da eternidade: enquanto ao mal se ordena “basta!”, à paz se suplica “para sempre”. O Ressuscitado introduziu-nos neste horizonte. É neste sentir que vivem os promotores da paz que, no drama daquilo que o Papa Francisco definiu como “terceira guerra mundial em pedaços”, ainda resistem à contaminação das trevas, como sentinelas na noite.

Infelizmente, o contrário é possível, ou seja, esquecer a luz: assim, perde-se o realismo e se cede a uma representação parcial e distorcida do mundo, sob o sinal das trevas e do medo. Atualmente, não são poucos aqueles que chamam de realistas as narrativas privas de esperança, cegas à beleza dos outros e esquecidas da graça de Deus que sempre age nos corações humanos, por mais feridos que estejam pelo pecado. Santo Agostinho exortava os cristãos a estabelecerem uma amizade indissolúvel com a paz, para que, guardando-a no íntimo do próprio espírito, pudessem irradiar o calor luminoso ao seu redor. Dirigindo-se à sua comunidade, ele escreveu: «Se quereis atrair os outros para a paz, tende-a vós primeiro; sede vós, antes de tudo, firmes na paz. Para inflamar os outros, deveis ter dentro de vós a luz acesa».[2]

Queridos irmãos e irmãs, quer tenhamos o dom da fé, quer pareça que não o temos, abramo-nos à paz! Acolhamo-la e reconheçamo-la, em vez de a considerarmos distante e impossível. Antes de ser um objetivo, a paz é uma presença e um caminho. Mesmo que seja contestada dentro e fora de nós, como uma pequena chama ameaçada pela tempestade, guardemo-la sem esquecer os nomes e as histórias daqueles que a testemunharam. É um princípio que orienta e determina as nossas escolhas. Também nos lugares onde só restam escombros e onde o desespero parece inevitável, ainda hoje encontramos quem não esqueceu a paz. Do mesmo modo que, na noite de Páscoa, Jesus entrou no lugar onde se encontravam os discípulos assustados e desanimados, assim a paz de Cristo ressuscitado continua a atravessar portas e barreiras com as vozes e os rostos das suas testemunhas. É o dom que permite não esquecer o bem, reconhecê-lo como vencedor, escolhê-lo novamente e juntos.

Uma paz desarmada

Pouco antes de ser capturado, num momento de intensa confidência, Jesus disse aos que estavam com Ele: «Deixo-vos a paz; dou-vos a minha paz. Não é como a dá o mundo, que Eu vo-la dou». E imediatamente acrescentou: «Não se perturbe o vosso coração nem se acobarde» (Jo14, 27). A perturbação e o medo podiam, certamente, referir-se à violência que em breve se abateria sobre Ele. De modo ainda mais profundo, os Evangelhos não escondem que o que desconcertou os discípulos foi a sua resposta não violenta: um caminho que todos, Pedro em primeiro lugar, contestaram, mas que o Mestre pediu que seguissem até ao fim. O caminho de Jesus continua a ser motivo de perturbação e medo. E Ele repete com firmeza àqueles que gostariam de defendê-lo: «Mete a espada na bainha» (Jo18, 11; cf.Mt26, 52). A paz de Jesus ressuscitado é desarmada, porque desarmada foi a sua luta, dentro de precisas circunstâncias históricas, políticas e sociais. Os cristãos devem tornar-se, juntos, testemunhas proféticas desta novidade, conscientes das tragédias das quais muitas vezes foram cúmplices. A grande parábola do juízo universal convida todos os cristãos a, conscientemente, agir com misericórdia (cf.Mt25, 31-46). E, ao fazê-lo, encontrarão ao seu lado irmãos e irmãs que, por caminhos diferentes, souberam ouvir a dor dos outros e se libertaram interiormente do engano da violência.

Embora hoje não sejam poucas as pessoas com o coração pronto para a paz, um grande sentimento de impotência as invade diante do curso cada vez mais incerto dos acontecimentos. Já Santo Agostinho, com efeito, assinalava um paradoxo particular: «Não é difícil possuir a paz. É mais difícil, quando muito, louvá-la. Se quisermos louvá-la, precisamos de ter capacidades que talvez nos faltem; devemos procurar as ideias certas, ponderar as frases. Se, em vez disso, quisermos tê-la, ela está lá, ao nosso alcance, e podemos possuí-la sem qualquer esforço».[3]

Quando tratamos a paz como um ideal distante, acabamos por não considerar escandaloso que ela possa ser negada e que até mesmo se faça guerra para alcançá-la. Parecem faltar as ideias certas, as frases ponderadas, a capacidade de dizer que a paz está ao nosso alcance. Se a paz não for uma realidade experimentada, guardada e cultivada, a agressividade espalha-se, tanto na vida doméstica, quanto na vida pública. Na relação entre cidadãos e governantes, chega-se a considerar uma culpa o não estar suficientemente preparado para a guerra, para reagir aos ataques e para responder à violência. No plano político, essa lógica de oposição, muito além do princípio da legítima defesa, é o dado mais atual numa desestabilização planetária que a cada dia se torna mais dramática e imprevisível. Não por acaso, os repetidos apelos para aumentar as despesas militares – e as escolhas que disso decorrem – são apresentados por muitos governantes com a justificativa da periculosidade alheia. Na verdade, a força dissuasiva do poder e, em particular, a dissuasão nuclear, encarnam a irracionalidade de uma relação entre os povos baseada não no direito, na justiça e na confiança, mas no medo e no domínio da força. Como já escrevia São João XXIII na sua época: «O resultado é que os povos vivem em terror permanente, como sob a ameaça de uma tempestade que pode rebentar a cada momento em avassaladora destruição. Já que as armas existem e, se parece difícil que haja pessoas capazes de assumir a responsabilidade das mortes e incomensuráveis destruições que a guerra provocaria, não é impossível que um fato imprevisível e incontrolável possa inesperadamente atear esse incêndio».[4]

Pois bem, ao longo de 2024, as despesas militares a nível mundial aumentaram 9,4% em relação ao ano anterior, confirmando a tendência ininterrupta dos últimos dez anos e atingindo o valor de 2,72 biliões de dólares, ou seja, 2,5% do PIB mundial.[5]Mais ainda, parece que os novos desafios devem ser enfrentados atualmente não só com um enorme esforço económico para o rearmamento, mas também com um realinhamento das políticas educativas: em vez de uma cultura da memória, que preserve a consciência adquirida no século XX e não esqueça os milhões de vítimas, promovem-se campanhas de comunicação e programas educativos em escolas e universidades, bem como nos meios de comunicação social, que difundem a percepção de que se vive continuamente sob ameaça e transmitem uma noção de defesa e segurança meramente armada.

Todavia, «quem ama verdadeiramente a paz ama também os inimigos da paz».[6]Assim, Santo Agostinho recomendava não destruir pontes e não insistir com repreensões, preferindo a via da escuta e, na medida do possível, do encontro com as razões dos outros. Sessenta anos atrás, o Concílio Vaticano II chegava à sua conclusão com a consciência da urgência de um diálogo entre a Igreja e o mundo contemporâneo. Em particular, a ConstituiçãoGaudium et speschamava a atenção para a evolução da prática bélica: «O perigo peculiar da guerra hodierna está em que ela fornece, por assim dizer, a oportunidade de cometer tais crimes àqueles que estão de posse das modernas armas científicas; e, por uma consequência quase fatal, pode impelir as vontades dos homens às mais atrozes decisões. Para que tal nunca venha a suceder, os Bispos de todo o mundo, reunidos, imploram a todos, sobretudo aos governantes e chefes militares, que ponderem sem cessar a sua tão grande responsabilidade perante Deus e a humanidade».[7]

Ao reiterar o apelo dos Padres conciliares e considerando o diálogo como a via mais eficaz em todos os níveis, constatamos que os recentes avanços tecnológicos e a aplicação das inteligências artificiais no âmbito militar radicalizaram a tragédia dos conflitos armados. Está-se a delinear até mesmo um processo de desresponsabilização dos líderes políticos e militares devido ao crescente “delegar” às máquinas as decisões relativas à vida e à morte das pessoas. É uma espiral de destruição sem precedentes, que compromete o humanismo jurídico e filosófico do qual qualquer civilização depende e pelo qual é protegida. É preciso denunciar as enormes concentrações de interesses económicos e financeiros privados que estão a empurrar os Estados nessa direção; mas isso não é suficiente, se ao mesmo tempo não for promovido o despertar das consciências e do pensamento crítico. A EncíclicaFratelli tuttiapresenta São Francisco de Assis como exemplo desse despertar: «Naquele mundo cheio de torreões de vigia e muralhas defensivas, as cidades viviam guerras sangrentas entre famílias poderosas, ao mesmo tempo que cresciam as áreas miseráveis das periferias excluídas. Lá, Francisco recebeu no seu íntimo a verdadeira paz, libertou-se de todo o desejo de domínio sobre os outros, fez-se um dos últimos e procurou viver em harmonia com todos».[8]É uma história que quer continuar em nós e que exige unir esforços para contribuir mutuamente para uma paz desarmante, uma paz que nasce da abertura e da humildade evangélica.

Uma paz desarmante

A bondade é desarmante. Talvez por isso Deus se tenha feito criança. O mistério da Encarnação, que tem o seu ponto mais extremo de esvaziamento na descida aos infernos, começa no ventre de uma jovem mãe e manifesta-se na manjedoura de Belém. «Paz na terra», cantam os anjos, anunciando a presença de um Deus indefeso, pelo qual a humanidade só pode descobrir-se amada cuidando d’Ele (cf.Lc2, 13-14). Nada tem a capacidade de mudar-nos mais do que um filho. E talvez seja justamente o pensamento nos nossos filhos, nas crianças e também naqueles que são frágeis como elas, que nos traspassa o coração (cf.Act2, 37). A este respeito, o meu venerado Predecessor escrevia que «a fragilidade humana tem o poder de tornar-nos mais lúcidos em relação ao que dura e ao que passa, ao que faz viver e ao que mata. Talvez por isso tendamos tão frequentemente a negar os limites e a fugir das pessoas frágeis e feridas: elas têm o poder de questionar a direção que escolhemos, como indivíduos e como comunidade».[9]

São João XXIII foi o primeiro a introduzir a perspectiva de um desarmamento integral, alcançado somente através da renovação do coração e da inteligência. Assim escreveu ele na Carta encíclicaPacem in terris: «Todos devem estar convencidos de que nem a renúncia à competição militar, nem a redução dos armamentos, nem a sua completa eliminação, que seria o principal, de modo nenhum se pode levar a efeito tudo isto, se não se proceder a um desarmamento integral, que atinja o próprio espírito, isto é, se não trabalharem todos em concórdia e sinceridade, para afastar o medo e a psicose de uma possível guerra. Mas isto requer que, em vez do critério de equilíbrio em armamentos que hoje mantém a paz, se abrace o princípio segundo o qual a verdadeira paz entre os povos não se baseia em tal equilíbrio, mas sim e exclusivamente na confiança mútua. Nós pensamos que se trata de objetivo possível, por tratar-se de causa que não só se impõe pelos princípios da reta razão, mas que é sumamente desejável e fecunda de preciosos resultados».[10]

Este é um serviço fundamental que as religiões devem prestar à humanidade sofredora, vigiando sobre a crescente tentativa de transformar em armas até mesmo pensamentos e palavras. As grandes tradições espirituais, assim como o reto uso da razão, fazem-nos ir além dos laços de sangue e étnicos, ou daquelas fraternidades que reconhecem apenas quem é semelhante e rejeitam quem é diferente. Hoje vemos como isso não é óbvio. Infelizmente, faz parte do panorama contemporâneo, cada vez mais, arrastar as palavras da fé para o embate político, abençoar o nacionalismo e justificar religiosamente a violência e a luta armada. Os fiéis devem refutar ativamente, antes de tudo com a sua vida, estas formas de blasfémia que obscurecem o Santo Nome de Deus. Por isso, juntamente com a ação, é mais do que nunca necessário cultivar a oração, a espiritualidade, o diálogo ecuménico e inter-religioso como caminhos de paz e linguagens de encontro entre tradições e culturas. Em todo o mundo, é desejável que «cada comunidade se torne uma “casa de paz”, onde se aprende a neutralizar a hostilidade através do diálogo, onde se pratica a justiça e se conserva o perdão».[11]Hoje, mais do que nunca, é preciso mostrar que a paz não é uma utopia, através de uma criatividade pastoral atenta e generativa.

Por outro lado, isso não deve desviar a atenção de todos da importância da dimensão política. Aqueles que são chamados a assumir responsabilidades públicas, nos mais altos e qualificados cargos, investiguem «a fundo qual a melhor maneira de se chegar à maior harmonia das comunidades políticas no plano mundial; harmonia, repetimos, que se baseia na confiança mútua, na sinceridade dos tratados e na fidelidade aos compromissos assumidos. Examinem de tal maneira todos os aspectos do problema para encontrarem no nó da questão, a partir do qual possam abrir caminho a um entendimento leal, duradouro e fecundo».[12]É o caminho desarmante da diplomacia, da mediação, do direito internacional, infelizmente contrariado por violações cada vez mais frequentes de acordos alcançados com grande esforço, num contexto que exigiria não a deslegitimação, mas sim o fortalecimento das instituições supranacionais.

Hoje, a justiça e a dignidade humana estão, mais do que nunca, expostas aos desequilíbrios de poder entre os mais fortes. Então, como viver num tempo de desestabilização e conflitos, libertando-se do mal? É necessário motivar e apoiar todas as iniciativas espirituais, culturais e políticas que mantenham viva a esperança, combatendo a difusão de «atitudes fatalistas a respeito da globalização, como se as dinâmicas em ato fossem produzidas por forças impessoais anónimas e por estruturas independentes da vontade humana».[13]Se, efetivamente, «a melhor maneira de dominar e avançar sem entraves é semear o desânimo e despertar uma desconfiança constante, mesmo disfarçada por detrás da defesa de alguns valores»,[14]deve se contrapor a tal estratégia o desenvolvimento de sociedades civis conscientes, de formas de associativismo responsável, de experiências de participação não violenta, de práticas de justiça restaurativa em pequena e grande escala. Leão XIII já o salientava claramente na EncíclicaRerum novarum: «A experiência que o homem adquire todos os dias da exiguidade das suas forças, obriga-o e impele-o a agregar-se a uma cooperação estranha. É nas Sagradas Letras que se lê esta máxima: “Mais valem dois juntos que um só, pois tiram vantagem da sua associação. Se um cai, o outro sustenta-o. Desgraçado do homem só, pois; quando cair, não terá ninguém que o levante” (Ecl4, 9-10). E esta outra: “O irmão que é ajudado por seu irmão, é como uma cidade forte”» (Pr18, 19).[15]

Que isso seja um fruto do Jubileu da Esperança, que levou milhões de seres humanos a redescobrirem-se peregrinos e a iniciarem em si mesmos aquele desarmamento do coração, da mente e da vida, ao qual Deus não tardará em responder, cumprindo as suas promessas: «Ele julgará as nações, e dará as suas leis a muitos povos, os quais transformarão as suas espadas em relhas de arados, e as suas lanças, em foices. Uma nação não levantará a espada contra outra, e não se adestrarão mais para a guerra. Vinde, Casa de Jacob! Caminhemos à luz do Senhor» (Is2, 4-5).

Vaticano, 8 de dezembro de 2025

LEÃO PP. XIV

____________________________

[1]Cf.Bênção “Urbi et Orbi”, Loggia central da Basílica de São Pedro (8 de maio de 2025).

[2]Agostinho de Hipona,Sermo357, 3.

[3]Ibid., 1.

[4]João XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 de abril de 1963), 111.

[5]Cf.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Agostinho de Hipona,Sermo357, 1.

[7]Conc.Ecum. Vat. II, Cost. past.Gaudium et spes, 80.

[8]Francisco, Carta enc.Fratelli tutti(3 de outubro de 2020), 4.

[9]Id.,Carta ao Diretor do jornal italiano “Corriere della Sera”(14 de março de 2025).

[10]João XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 de abril de 1963), 113.

[11]Discurso aos Bispos da Conferência Episcopal Italiana(17 de junho de 2025).

[12]João XXIII, Carta enc.Pacem in terris(11 de abril de 1963), 118.

[13]Bento XVI, Carta enc.Caritas in veritate(29 de junho de 2009), 42.

[14]Francisco, Carta enc.Fratelli tutti(3 de outubro de 2020), 15.

[15] Leão XIII, Carta enc.Rerum novarum(15 de maio de 1891), 37.

[01808-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Pokój z wami wszystkimi.

W kierunku pokoju nieuzbrojonego i rozbrajającego

„Pokój z tobą!”

To starożytne pozdrowienie, nadal używane na co dzień w wielu kulturach, w wieczór Paschy nabrało nowego znaczenia w ustach zmartwychwstałego Jezusa. Jego Słowo: „Pokój wam” (J20, 19.21) nie tylko wyraża życzenie, ale dokonuje ostatecznej przemiany w tych, którzy je przyjmują, a tym samym w całej rzeczywistości. Dlatego następcy Apostołów każdego dnia i na całym świecie głoszą najcichszą rewolucję: „Pokój z wami!”. Począwszy od wieczora, gdy wybrano mnie na Biskupa Rzymu, chciałem włączyć moje pozdrowienie do tego chóralnego zwiastowania. I pragnę potwierdzić, że jest to pokój zmartwychwstałego Chrystusa, pokój nieuzbrojony i rozbrajający, pokorny i wytrwały. Pochodzi on od Boga, Tego, który bezwarunkowo miłuje nas wszystkich[1].

Pokój zmartwychwstałego Chrystusa

Chrystus – nasz pokój, jest Tym, który zwyciężył śmierć i zburzył mury oddzielające ludzi (por.Ef2, 14) – to Dobry Pasterz, który oddaje życie za swoją owczarnię i ma wiele owiec poza zagrodą (por.J10, 11.16). Jego obecność, Jego dar, Jego zwycięstwo znajdują oddźwięk w wytrwałości wielu świadków, dzięki którym dzieło Boga trwa w świecie, stając się jeszcze bardziej widoczne i jaśniejące w mroku czasów.

Kontrast między ciemnością a światłem nie jest bowiem jedynie biblijnym obrazem opisującym cierpienia, z których rodzi się nowy świat: jest to doświadczenie, które nas przenika i wstrząsa nami w związku z próbami, napotykanymi w sytuacji historycznej, w jakiej żyjemy. Jednak, by nie pogrążyć się w ciemności, trzeba widzieć światło i w nie wierzyć. Jest to konieczność, do której przeżywania w sposób wyjątkowy i uprzywilejowany powołani są uczniowie Jezusa, ale która na wiele sposobów może otworzyć drogę do serca każdego człowieka. Pokój istnieje, chce w nas zamieszkiwać, ma łagodną moc oświecania i poszerzania rozumu, opiera się przemocy i ją pokonuje. Pokój ma tchnienie wieczności: podczas gdy w stronę zła woła się: „dość”, pokojowi szepcze się: „na zawsze”. W tę perspektywę wprowadził nas Zmartwychwstały. W tym przeczuciu żyją kobiety i mężczyźni budujący pokój, którzy przeżywając dramat tego, co Papież Franciszek nazwał „trzecią wojną światową w kawałkach”, nadal opierają się skażeniu ciemności, jak strażnicy w nocy.

Niestety, możliwe jest również coś przeciwnego, czyli zapomnienie o świetle: traci się wtedy realizm, ulegając częściowemu i wypaczonemu obrazowi świata, naznaczonemu mrokami i lękiem. Niemało jest dziś osób, które realistycznymi nazywają narracje pozbawione nadziei, ślepe na piękno innych, zapominające o łasce Boga, który zawsze działa w sercach ludzkich, nawet jeśli są one zranione grzechem. Św. Augustyn zachęcał chrześcijan do nawiązania nierozerwalnej przyjaźni z pokojem, aby strzegąc go w głębi swojego ducha, mogli promieniować na otoczenie jego jasnym ciepłem. Zwracając się do swojej wspólnoty, napisał: „Jeśli chcecie innych przyciągnąć do niego [pokoju], wpierw sami go miejcie i przestrzegajcie. Niech to w was goreje, czym innych macie zapalać”[2].

Niezależnie od tego, czy mamy dar wiary, czy wydaje nam się, że go nie posiadamy, drodzy bracia i siostry, otwórzmy się na pokój! Przyjmijmy go i uznajmy, zamiast uważać go za daleki i niemożliwy. Pokój jest nie tyle celem, co obecnością i wędrówką. Nawet jeśli spotyka się z oporem zarówno w nas, jak i poza nami, strzeżmy go jak małego płomienia zagrożonego burzą, nie zapominając o imionach i dziejach tych, którzy nam o nim dawali świadectwo. Jest to zasada, która kieruje naszymi wyborami i je determinuje. Nawet w miejscach, gdzie pozostały jedynie gruzy i gdzie rozpacz zdaje się nieunikniona, właśnie dzisiaj znajdujemy tych, którzy nie zapomnieli o pokoju. Tak jak w wieczór Paschy Jezus wszedł do miejsca, gdzie przebywali przerażeni i zniechęceni uczniowie, tak pokój zmartwychwstałego Chrystusa nadal przekracza drzwi i bariery dzięki głosom i twarzom Jego świadków. Jest to dar, który pozwala nie zapominać o dobru, a uznawać je za zwycięskie, wybierać je na nowo i wspólnie.

Pokój nieuzbrojony

Tuż przed pojmaniem, w chwili głębokiego zaufania, Jezus powiedział do tych, którzy z Nim byli: „Pokój zostawiam wam, pokój mój daję wam. Nie tak jak daje świat”. I zaraz dodał: „Niech się nie trwoży serce wasze ani się lęka” (J14, 27). Zaniepokojenie i lęk mogły, rzecz jasna, dotyczyć przemocy, która wkrótce miała w Niego uderzyć. Analizując głębiej, Ewangelie nie ukrywają, iż powodem zaniepokojenia uczniów była Jego pokojowa odpowiedź. Drogę tę kwestionowali wszyscy – Piotr jako pierwszy – jednak Nauczyciel prosił, aby nią podążali za Nim do końca. Droga Jezusa jest nadal powodem niepokoju i strachu. A On stanowczo powtarza tym, którzy chcieliby Go bronić: „Schowaj miecz do pochwy” (J18, 11; por.Mt26, 52). Pokój zmartwychwstałego Jezusa jest nieuzbrojony, ponieważ taka była Jego walka w konkretnych okolicznościach historycznych, politycznych i społecznych. Chrześcijanie muszą wspólnie stawać się profetycznie świadkami tej nowości, pamiętając o tragediach, w których zbyt często byli współwinni. Wielka przypowieść o sądzie ostatecznym zachęca wszystkich chrześcijan do działania z miłosierdziem w takiej właśnie świadomości (por.Mt25, 31-46). Czyniąc to, znajdą u swojego boku braci i siostry, którzy na różne sposoby potrafili wysłuchać cierpienia innych i wewnętrznie uwolnili się od iluzji przemocy.

Chociaż obecnie nie brakuje osób o sercach gotowych na pokój, ogarnia je wielkie poczucie bezsilności wobec coraz bardziej niepewnego biegu wydarzeń. Już św. Augustyn zwracał uwagę na pewien szczególny paradoks: „Trudniej jest sławić pokój, niż go mieć. Jeśli go chcemy sławić, wysilamy się, szukamy znaczenia wyrazów, ważymy słowa; jeśli go chcemy posiąść bez żadnego trudu osiągamy i posiadamy”[3].

Kiedy traktujemy pokój jako odległy ideał, w końcu nie uznajemy za skandaliczne, że można mu zaprzeczyć, a nawet prowadzić wojnę, żeby go osiągnąć. Wydaje się, że brakuje właściwych idei, wyważonych słów, umiejętności powiedzenia, że pokój jest blisko. Jeśli pokój nie jest rzeczywistością, której doświadczamy i którą należy chronić i pielęgnować, to w życiu domowym i publicznym rozprzestrzenia się agresja. W relacjach między obywatelami a rządzącymi dochodzi do sytuacji, w której za winę uznaje się fakt, iż nie przygotowuje się dostatecznie do wojny, do reagowania na ataki, do odpowiadania na przemoc. Wykraczając znacznie poza zasadę uprawnionej obrony, na płaszczyźnie politycznej taka logika konfrontacyjna jest najbardziej aktualnym czynnikiem w globalnej destabilizacji, która z każdym dniem nabiera większej dramatyczności i nieprzewidywalności. Nieprzypadkowo powtarzające się apele o zwiększenie wydatków na cele wojskowe i wynikające z tego decyzje są przez wielu rządzących usprawiedliwiane rzekomym zagrożeniem ze strony innych. W istocie, odstraszająca siła potęgi militarnej, a w szczególności odstraszanie nuklearne, wyraża irracjonalność relacji między narodami opartej nie na prawie, sprawiedliwości i zaufaniu, lecz na strachu i dominacji siły. „To zaś sprawia – jak już pisał w swoim czasie św. Jan XXIII – że narody żyją w ustawicznym strachu, jakby w obliczu nawałnicy, która może rozpętać się w każdej chwili z potworną siłą. I słusznie, gdyż rzeczywiście broni nie brak. Jest rzeczą niemal nie do wiary, żeby istnieli ludzie, którzy mieliby odwagę wziąć na siebie odpowiedzialność za mordy i nieopisane zniszczenia, jakie pociąga za sobą wojna. Nie można jednak zaprzeczyć, że jakieś jedno nieprzewidziane i przypadkowe wydarzenie może rozpalić pożogę wojenną”[4].

W 2024 r. światowe wydatki na zbrojenia wzrosły o 9,4% w porównaniu z rokiem poprzednim, potwierdzając nieprzerwaną od dziesięciu lat tendencję i osiągając kwotę 2718 mld dolarów, czyli 2,5% światowego PKB[5]. Co więcej, wydaje się, że obecnie na nowe wyzwania chce się odpowiedzieć nie tylko ogromnym wysiłkiem gospodarczym na rzecz zbrojeń, ale także zmianą polityki edukacyjnej: zamiast kultury pamięci, która przechowuje świadomość nabytą w XX w. i niezapominanie o milionach ofiar, promuje się kampanie komunikacyjne i programy edukacyjne w szkołach i na uniwersytetach, a także w mediach, które sieją poczucie zagrożenia i przekazują wyłącznie zbrojną koncepcję obrony i bezpieczeństwa.

Jednak „prawdziwy miłośnik pokoju kocha wrogów pokoju”[6]. W ten sposób św. Augustyn zalecał, aby nie palić mostów i nie nalegać przedstawiając listę zarzutów, ale preferować drogę słuchania i – w miarę możliwości – spotkania z racjami innych osób. Sześćdziesiąt lat temu Sobór Watykański II zakończył się ze świadomością pilnej potrzeby dialogu między Kościołem a światem współczesnym. W szczególności KonstytucjaGaudium et speszwracała uwagę na ewolucję sztuki wojennej: „Szczególne niebezpieczeństwo współczesnej wojny polega na tym, że niejako dostarcza ona sposobności do popełniania tego rodzaju przestępstw tym, którzy są w posiadaniu najnowszych rodzajów naukowo opracowanej broni, i w wyniku nieubłagalnego splotu okoliczności może skłaniać ludzką wolę do podejmowania najokropniejszych decyzji. Aby nigdy do tego nie doszło, zebrani wspólnie biskupi całego świata błagają wszystkich, a zwłaszcza rządzących narodami, a także tych, którzy sprawują nadzór nad sferą militarną, aby nieustannie pamiętali o tak wielkiej odpowiedzialności wobec Boga i całej ludzkości”[7].

Potwierdzając apel ojców soborowych i uznając drogę dialogu za najskuteczniejszy sposób działania na każdym poziomie, stwierdzamy, że dalszy postęp technologiczny i zastosowanie sztucznej inteligencji w dziedzinie wojskowości doprowadziły do radykalizacji tragizmu konfliktów zbrojnych. Zarysowuje się wręcz proces pozbawiania odpowiedzialności przywódców politycznych i wojskowych, spowodowany rosnącym „delegowaniem” maszynom decyzji dotyczących życia i śmierci osób. Jest to bezprecedensowa spirala destrukcyjna humanizmu prawnego i filozoficznego, na którym opiera się wszelka cywilizacja i który ją chroni. Należy potępić ogromną koncentrację prywatnych interesów gospodarczych i finansowych, popychających państwa w tym kierunku; jednak to nie wystarczy, jeśli jednocześnie nie sprzyja się budzeniu sumień i krytycznego myślenia. EncyklikaFratelli tuttiprzedstawia św. Franciszka z Asyżu jako przykład takiego przebudzenia: „W tamtym świecie pełnym wież strażniczych i murów obronnych, miasta przeżywały krwawe wojny między potężnymi rodami, podczas gdy rozszerzały się ubogie rejony wykluczonych przedmieść. Tam Franciszek otrzymał w swym wnętrzu prawdziwy pokój, uwolnił się od wszelkich pragnień panowania nad innymi, stał się jednym z ostatnich i starał się żyć w harmonii ze wszystkimi”[8]. Jest to historia, która chce mieć w nas swój dalszy bieg i wymaga połączenia wysiłków, aby nawzajem przyczyniać się do rozbrajającego pokoju, pokoju, który rodzi się z otwartości i ewangelicznej pokory.

Pokój rozbrajający

Dobroć jest rozbrajająca. Być może dlatego Bóg stał się Dzieciątkiem. Tajemnica Wcielenia, której najdalej posuniętym punktem jest uniżenie zstąpienia do piekieł, zaczyna się w łonie młodej matki i objawia się w betlejemskim żłóbku. „Pokój na ziemi” śpiewają aniołowie, obwieszczając obecność bezbronnego Boga, dzięki któremu ludzkość może odkryć, że jest miłowana tylko wtedy, gdy troszczy się o Niego (por.Łk2, 13-14). Nikt, jak tylko dziecko, nie potrafi tak nas przemienić. I być może właśnie myśl o naszych synach i córkach, o dzieciach, a także o tych, którzy są tak samo bezbronni jak one, przeszywa nasze serca (por.Dz2, 37). W tym kontekście mój czcigodny Poprzednik pisał, że „ludzka kruchość ma moc czynienia nas bardziej świadomymi tego, co trwałe, a co przemijające, tego, co daje życie, a co zabija. Być może właśnie dlatego tak często zaprzeczamy własnym ograniczeniom i unikamy ludzi słabych i zranionych – mają bowiem moc podawania w wątpliwość kierunek, który obraliśmy, zarówno jako jednostki, jak i jako wspólnota”[9].

Jan XXIII jako pierwszy wprowadził perspektywę integralnego rozbrojenia, które można osiągnąć jedynie poprzez odnowę serca i umysłu. W encyklicePacem in terrisnapisał: „Wszyscy muszą zrozumieć, że nie da się ani powstrzymać wzrostu potencjału wojennego, ani zmniejszyć zapasów broni, ani – co jest najistotniejsze – całkowicie jej zlikwidować, jeśli tego rodzaju rozbrojenie nie będzie powszechne i całkowite oraz jeśli nie dokona się ono i w sercach ludzkich, to znaczy, jeśli wszyscy nie będą zgodnie i szczerze współdziałać, aby usunąć z serc strach i obawę przed wybuchem wojny. To zaś wymaga, żeby w miejsce zasady, uważanej dziś za najwyższą gwarancję pokoju, wprowadzić zupełnie inną, która głosi, że prawdziwy i trwały pokój między narodami musi się opierać nie na równowadze sił zbrojnych, ale jedynie na wzajemnym zaufaniu. Ufamy, że tak stać się może, ponieważ idzie o rozwiązywanie nie tylko nakazane przez właściwe zasady rozumu, ale również w najwyższym stopniu pożądane i przynoszące wielkie dobra”[10].

Właśnie to jest zasadniczą posługą, jaką religie powinny świadczyć cierpiącej ludzkości, czuwając nad rosnącą pokusą przekształcania w broń nawet myśli i słów. Wielkie tradycje duchowe, podobnie jak właściwe używanie rozumu, pozwalają nam wyjść poza więzy krwi lub pochodzenia etnicznego, poza te braterstwa, które uznają tylko tego, kto jest podobny, a odrzucają tego, kto jest odmienny. Dzisiaj widzimy, że nie jest to oczywiste. Niestety, coraz częściej we współczesnym świecie słowa wiary są wciągane do walki politycznej, błogosławienia nacjonalizmu i religijnego usprawiedliwiania przemocy i walki zbrojnej. Ludzie wierzący muszą aktywnie, przede wszystkim poprzez swoje życie, zaprzeczać tym formom bluźnierstwa, które przysłaniają Święte Imię Boga. Dlatego też – oprócz działania – bardziej niż kiedykolwiek, konieczne jest pielęgnowanie modlitwy, duchowości, dialogu ekumenicznego i międzyreligijnego jako dróg pokoju i języków spotkania między tradycjami a kulturami. Na całym świecie pożądane jest, aby „każda wspólnota stawała się «domem pokoju», w którym wrogość uczymy się rozbrajać przez dialog, gdzie praktykuje się sprawiedliwość i pielęgnuje się przebaczenie”[11]. Dzisiaj bardziej niż kiedykolwiek, trzeba bowiem, poprzez czujną i twórczą kreatywność duszpasterską, ukazać, że pokój nie jest utopią.

Z drugiej strony, nie powinno to odwracać uwagi wszystkich od znaczenia wymiaru politycznego. Ci, którzy są powołani do pełnienia funkcji publicznych na najwyższych i najbardziej odpowiedzialnych stanowiskach, niech „badają wnikliwie, w jaki sposób da się najrozsądniej ułożyć na całym świecie wzajemne stosunki między państwami na zasadzie równowagi bardziej zgodnej z ludzką naturą. Równowaga ta polega na wzajemnym zaufaniu, na szczerości układów, na wiernym przestrzeganiu zawartych umów. Sprawa ta powinna być tak wszechstronnie rozważana, aby mogła służyć za punkt oparcia do rozwinięcia przyjacielskich, trwałych i jak najbardziej pożytecznych przymierzy”[12]. Jest to rozbrajająca droga dyplomacji, mediacji, prawa międzynarodowego, niestety zaprzeczana przez coraz częstsze naruszanie mozolnie osiągniętych porozumień, w kontekście, który wymagałby nie delegitymizacji, ale raczej wzmocnienia instytucji ponadnarodowych.

Dzisiaj sprawiedliwość i godność ludzka są bardziej niż kiedykolwiek narażone na nierównowagę sił między najsilniejszymi. Jak przeżyć czas destabilizacji i konfliktów, uwalniając się od zła? Należy motywować i wspierać każdą inicjatywę duchową, kulturową i polityczną, która podtrzymuje żywą nadzieję, przeciwdziałając rozprzestrzenianiu się „podejścia fatalistycznego, tak jakby aktualne procesy były wynikiem anonimowych i bezosobowych sił oraz struktur niezależnych od ludzkiej woli”[13]. Jeśli bowiem „najlepszym sposobem, by panować i posuwać się naprzód bez ograniczeń, jest sianie rozpaczy i budzenie ciągłej nieufności, nawet jeśli jest to zakamuflowane pod maską bronienia pewnych wartości”[14], to takiej strategii należy przeciwstawić rozwój świadomych społeczeństw obywatelskich, form odpowiedzialnego stowarzyszania się, doświadczeń uczestnictwa wolnego od przemocy, praktyk sprawiedliwości naprawczej na małą i dużą skalę. Leon XIII jasno podkreślił to już w encykliceRerum novarum: „Doświadczenie codzienne uczy człowieka, że siły ma słabe; ono go też składnia i wzywa do starania się o pomoc drugich. W Piśmie św. czytamy zdanie: «Lepiej jest dwom niż jednemu, gdyż mają dobry zysk ze swej pracy. Bo gdy upadną, jeden podniesie drugiego. Lecz samotnemu biada, gdy upadnie, a nie ma drugiego, który by go podniósł» (Koh4, 9-10). I drugie zdanie: «Brat, który bywa wspomagan od brata, jako miasto mocne» (Prz18, 19)”[15].

Oby to było owocem Jubileuszu Nadziei, który pobudził miliony ludzi do ponownego odkrycia siebie jako pielgrzymów i rozpoczęcia w sobie tego rozbrojenia serca, umysłu i życia, na które Bóg odpowiada niezwłocznie, wypełniając swoje obietnice: „On będzie rozjemcą pomiędzy ludami i sędzią dla licznych narodów. Wtedy swe miecze przekują na lemiesze, a swoje włócznie na sierpy. Naród przeciw narodowi nie podniesie miecza, nie będą się więcej zaprawiać do wojny. Chodźcie, domu Jakuba, postępujmy w światłości Pańskiej!” (Iz2, 4-5).

Watykan, 8 grudnia 2025 r.

LEON PP. XIV

___________________

[1]Por.Pierwsze błogosławieństwo „Urbi et Orbi”, Loggia Błogosławieństw Bazyliki Świętego Piotra (8 maja 2025).

[2]Św. Augustyn z Hippony,Mowa357, 3: Tenże,Wybór mów. Kazania świąteczne i okolicznościowe, tłum. ks. Jan Jaworski, Warszawa 1973, s. 235.

[3]Tamże, 1, s. 234.

[4]Św. Jan XXIII, Enc.Pacem in terris(11 kwietnia 1963), 111:Dokumenty nauki społecznej Kościoła, cz. 1, red. ks. Marian Radwan, o. Leon Dyczewski, Adam Stanowski, Rzym-Lublin 1987, s. 291.

[5]Por.SIPRI Yearbook: Armaments, Disarmament and International Security(2025).

[6]Św. Augustyn z Hippony,Mowa357, 1: Tenże,Wybór mów, s. 234.

[7]Sobór Watykański II, Konst. duszp.Gaudium et spes, 80.

[8]Franciszek, Enc.Fratelli tutti(3 października 2020), 4.

[9]Tenże,List do Dyrektora dziennika „Corriere della Sera”(14 marca 2025).

[10]Św. Jan XXIII, Enc.Pacem in terris(11 kwietnia 1963), 113:Dokumenty nauki społecznej Kościoła, cz. 1, s. 292.

[11]Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana(17 czerwca 2025).

[12]Św. Jan XXIII, Enc.Pacem in terris(11 kwietnia 1963), 118:Dokumenty nauki społecznej Kościoła, cz. 1, s. 293.

[13]Benedykt XVI, Enc.Caritas in veritate(29 czerwca 2009), 42.

[14]Franciszek, Enc.Fratelli tutti(3 października 2020), 15.

[15] Leon XIII, Enc.Rerum novarum(15 maja 1891), 37:Dokumenty nauki społecznej Kościoła, cz. 1, s. 61.

[01808-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا

لاوُن الرَّابع عشر

في اليوم العالميّ التَّاسع والخمسين للسَّلام

الأوَّل من كانون الثَّاني/يناير 2026

السَّلام لكم جميعًا

نحو سلامٍ مُجَرَّد من السِّلاح ويُجَرِّد من السِّلاح

”السّلام لك!“

هذه التّحيّة القديمة جدًّا، التي ما زالت تُقال حتّى اليوم في حياتنا اليوميّة في الثّقافات العديدة، امتلأت مساء الفصح بقوّة جديدة على شفاه يسوع القائم من بين الأموات. "السَّلامُ علَيكم!" (يوحنّا 20، 19. 21) وكانت ليس فقط تحيّة وأمنية، بل حقّقت تغييرًا نهائيًّا في الذين قبلوها، ومن ثمَّ في كلّ الواقع. وصار خلفاء الرّسل يرفعون كلّ يوم وفي كلّ العالم صوتهم ويشهدون لأكبر ثورة صامتة: ”السّلام لكم!“. منذ مساء انتخابي أسقفًا على روما، أردت أن أدرج تحيّتي هذه ضمن هذا الإعلان الجماعيّ. وأريد أن أكرّر: إنّه سلام المسيح القائم من بين الأموات، سلام مُجَرَّد من السّلاح ويُجَرِّد من السّلاح، وسلام متواضع ومثابر. إنّه صادر من الله، الله الذي يحبّنا جميعًا بلا قيد أو شرط.[1]

سلام المسيح القائم من بين الأموات

إنّ الذي انتصر على الموت وهدم الحواجز التي تفصل بين البشر (راجع أفسس 2، 14) هو الرّاعي الصّالح، الذي بذل حياته من أجل القطيع، وله خراف كثيرة خارج حدود الحظيرة (راجع يوحنّا 10، 11. 16): المسيح، سلامنا. حضورُه، وعطاؤه، وانتصاره يتردّد صداه في مثابرة الشّهود الكثيرين، الذين يستمرّ عمل الله بواسطتهم في العالم، ويزداد وضوحًا وإشراقًا في ظلمة الأزمنة.

في الواقع، الصّراع بين الظّلمة والنّور ليس مجرّد صورة من الكتاب المقدّس لوصف المعاناة التي يولد منها عالم جديد، بل هي خبرة نجتازها وتبدِّل معاييرنا في المِحَنِ التي نواجهها، وفي الظّروف التّاريخيّة التي نعيش فيها. رؤية النّور والإيمان به أمر ضروريّ كي لا نغرق في الظّلام. إنّها من المقتضيات التي يُدعَى تلاميذ يسوع إلى عيشها بطريقة فريدة ومميّزة، وهي قادرة بطرق عديدة أن تفتح طريقها في قلب كلّ إنسان. فالسّلام موجود، ويريد أن يسكن فينا، وله القدرة الوادعة على إنارة فهمنا وتوسيعه، ويقاوم العنف وينتصر عليه. السّلام له نَفَسُ الأبديّة: وبينما نصرخ في وجه الشّرّ ”كفى“، السّلام يهمس همسًا ليقول: ”إلى الأبد“. في هذا الأفق أدخلنا الرّبّ القائم من بين الأموات. وفي هذه المشاعر يعيش صانعو السّلام، الذين ما زالوا يقاومون الظّلام، مثل حرّاس الليل، في المأساة التي وصفها البابا فرنسيس بـ ”الحرب العالميّة الثّالثة المجزّأة“.

العكس، أي أن ننسى النّور، هو للأسف ممكن، فنفقد الواقعيّة، ونستسلم لتصوّر جزئيّ ومشوّه للعالم، يشوبه الظّلام والخوف. كثيرون اليوم يسمُّون الرّوايات الخالية من الرّجاء، العمياء تجاه جمال الآخرين، والغافلة عن نعمة الله التي تعمل دائمًا في قلوب البشر، التي جرحتها الخطيئة، يسمّونها واقعيّة. كان القدّيس أغسطينس يدعو المسيحيّين إلى أن ينسجوا صداقة لا تنفصل مرتبطة مع السّلام، حتّى يتمكّنوا، بحفظه في أعماق روحهم، من نشر دفئه المضيء من حولهم. وكتب، مخاطبًا جماعته: "إن أردتم أن تجذبوا الآخرين إلى السّلام، ليكن السّلام فيكم أنتم أوّلًا. كونوا أنتم قبل كلّ شيء ثابتين راسخين في السّلام. لكي تشعلوا الآخرين، يجب أن يكون فيكم، في داخلكم، النّور مشتعلًا"[2].

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، سواء كانت نعمة الإيمان فينا، أم بدا لنا أنّها ليست فينا، لِنفتح أنفسنا على السّلام! لِنقبله وندركه، بدلًا من أن نعتبره بعيدًا ومستحيلًا. فالسّلام، قبل أن يكون هدفًا، هو حضور ومسيرة. ولو تعرّض للتحدّيات داخليًّا وخارجيًّا، مثل شعلة صغيرة تهدّدها العاصفة، لنحرسه ولا ننسَ أسماء وقصص الذين شهدوا لنا به. إنّه مبدأ يوجِّه ويحدِّد خياراتنا. وحتّى في الأماكن التي لم يبق فيها سوى الأنقاض وحيث يبدو اليأس حتميًّا، نجد اليوم من لم ينسَ السّلام. كما دخل يسوع مساء الفصح إلى المكان الذي اجتمع فيه التّلاميذ، الخائفون والمحبطون، هكذا يواصل سلام المسيح القائم من بين الأموات أن يمرّ عبر الأبواب والحواجز بأصوات ووجوه شهوده. إنّه العطيّة التي تساعدنا حتّى لا ننسى الخير، ونعترف بأنّه هو الذي ينتصر، ونختاره دائمًا، كلُّنا معًا.

سلام مُجَرَّد من السّلاح

قال يسوع للذين كانوا معه، لحظات قبل القبض عليه، وفي لحظة من الثّقة العميقة، قال: "السَّلامَ أَستَودِعُكُم وسَلامي أُعْطيكم. لا أُعْطي أَنا كما يُعْطي العالَم". ثمّ أضاف فورًا: "فلا تَضْطَرِبْ قُلوبُكم ولا تَفْزَعْ" (يوحنّا 14، 27). لا شك أنّ الاضطراب والخوف كانا يشيران بالتّأكيد إلى العنف الذي كان سيحلّ به قريبًا. لكن الأهمّ من ذلك، الأناجيل لا تخفي أنّ ما أزعج التّلاميذ كان ردّه غير العنيف: وهو طريق اعترض عليه الجميع، وأوّلهم بطرس، لكنّ المعلِّم طلب منهم أن يتبعوه ويسيروا في طريقه حتّى النّهاية. طريق يسوع لا يزال سببًا للاضطراب والخوف. وهو يكرّر بحزم وثبات للذين يريدون أن يدافعوا عنه: "أَغمِدِ السَّيف" (يوحنّا 18، 11؛ راجع متّى 26، 52). سلام يسوع القائم من بين الأموات هو سلام من دون سلاح، لأنّ كفاحه كان من دون سلاح، وسيتمّ في ظروف تاريخيّة وسياسيّة واجتماعيّة محدّدة. ويجب على المسيحيّين أن يكونوا، معًا، شهودًا نبويّين لهذا الجديد، متذكّرين المآسي التي كانوا متواطئين فيها مرّات عديدة. والمثل الكبير عن الدّينونة الأخيرة يدعو جميع المسيحيّين إلى أن يعملوا برحمة وهم يدركون ذلك (راجع متّى 25، 31-46). وفي قيامهم بذلك، سيجدون إلى جانبهم إخوة وأخوات عرفوا، بطرق مختلفة، أن يصغوا إلى آلام الآخرين وتحرّروا في داخلهم.

ولو أنّ محبّي السّلام اليوم بقلب مستعدّ له ليسوا قليلين، إلّا أنّ شعورًا عميقًا بالعجز يسيطر على الكثيرين أمام مجرى الأحداث الذي يزداد دائمًا غموضًا. في الواقع، أشار القدّيس أغسطينس من قبل إلى ذلك بهذا الكلام المتناقض: "ليس من الصّعب أن نحصل على السّلام. بل الأصعب، في أحسن الأحوال، هو أن نمدح السّلام. فإن أردنا أن نمدحه، نحتاج إلى قدرات ربما تنقصنا. نحتاج إلى أن نبحث عن أفكار صحيحة، ونوازن بين العبارات التي نستخدمها. أمّا إن أردنا أن نحصل عليه، فهو هنا، في متناول أيدينا ويمكننا الحصول عليه بدون جهد"[3].

عندما يكون السّلام لنا أمرًا مثاليًّا بعيدًا، ننتهي بأن نتعوّد على غيابه ولا نجد غريبًا إنكاره، بل أيضًا شنُّ الحرب للحصول عليه. يبدو أنّه تنقصنا الأفكار الصّحيحة، والعبارات المدروسة، والقدرة على القول إنّ السّلام قريب. إن لم يكن السّلام واقعًا نختبره ونحرسه وننمِّيه، فإنّ روح العدوان ينتشر في الحياة البيتيّة والعامّة. وفي العلاقة بين المواطنين والحكّام، ويُعتبر تقصيرًا عدم الاستعداد للحرب، أو لمواجهة الهجمات، أو للرّد على العنف. بعيدًا عن مبدأ الدّفاع عن النّفس المشروع، يمثّل هذا المنطق الجدليّ، على مستوى السّياسة، الجانب الأكثر شيوعًا لزعزعة الاستقرار في كوكبنا، وهي تزداد يوميًّا بصورة دراماتيكيّة وغير متوقّعة. وليس من قبيل الصّدفة أنّ الدّعوات المتكرّرة لزيادة الإنفاق العسكريّ والقرارات النّاتجة عنها، تُقدَّم من قبل الحكّام العديدين على أنّها ضرورة لمواجهة الأخطار الخارجيّة. في الواقع، تمثّل قوّة السّلطة الرّدعيّة، وخاصّة الرّدع النّوويّ، عبثيّة العلاقة بين الشّعوب، وهي غير مبنيّة على القانون والعدل والثّقة، بل على الخوف وسيطرة القوّة. كما كتب من قبل القدّيس البابا يوحنّا الثّالث والعشرون عن زمنه: "نتيجة لذلك، يعيش البشر تحت كابوس إعصار قد ينفجر في أيّ لحظة بقوّة لا يمكن تصوّرها. فالسّلاح موجود، وإن كان من الصّعب أن نقتنع بوجود أشخاص قادرين على أن يتحمّلوا مسؤوليّة الدّمار والآلام التي ستسبّبها الحرب، فإنّه ليس من المستبعد أن يُشعِل حدثٌ غير متوقّع، ولا يمكن السّيطرة عليه، الشّرارة التي تُشعِل آلة الحرب"[4].

في الواقع، خلال سنة 2024، زادت النّفقات العسكريّة عالميًّا بنسبة %9.4 مقارنة بالسّنة السّابقة، وأكَّدت اتّجاهًا مستمرًّا منذ عشر سنوات، لتصل إلى 2.718 تريليون دولار، أي ما يعادل %2.5 من النّاتج المحلّيّ الإجماليّ العالميّ.[5] بالإضافة إلى ذلك، يبدو أنّ التّحدّيات الجديدة اليوم لا تُعالَج فقط بالجهد الاقتصاديّ الهائل لإعادة التّسلّح، بل أيضًا بإعادة تنظيم السّياسات التّربويّة: فبدلًا من ثقافة الذّاكرة التي تُحافظ على الوعي الذي تطوّر في القرن العشرين ولا تنسى ملايين الضّحايا، تُرَوَّج حملات إعلاميّة وبرامج تربويّة في المدارس والجامعات، وكذلك في وسائل الإعلام، التي تنشر إمكانيّات التّهديد الكثيرة، وتُرَوِّج لمفهوم عسكريّ فقط للدّفاع والأمن.

ومع ذلك، "من يحبّ السّلام حقًّا يحبّ أيضًا أعداء السّلام"[6]. ولذلك أوصى القدّيس أغسطينس بعدم تدمير الجسور أو بعدم الإصرار على لائحة اللوم، وفضّل طريق الاصغاء، والتّفاعل مع عقول الآخرين قدر الإمكان. قبل ستّين سنة، اختتم المجمع الفاتيكانيّ الثّاني وهو يدرك الحاجة الملحّة للحوار بين الكنيسة والعالم المعاصر. وبصورة خاصّة، سلّط الدّستور الرّعائي ”فرح ورجاء-“Gaudium et spes الضّوء على تطوّر الممارسة الحربيّة: "يقوم الخطر المميّز في الحرب الحديثة في توفير الفرصة لمن يمتلكون أحدث الأسلحة العلميّة، ليرتكبوا أعمالًا إجراميّة كبيرة، وفي دفع الإرادة البشريّة الى قرارات هائلة بسلسلة أحداث لا هوادة فيها. ولِئلّا يحدث هذا أبدًا، يناشد أساقفة العالم بأسره، المجتمعون وكأنّهم شخص واحد، كلّ البشر وعلى الأخصّ رؤساء الدّول والسُّلطات العسكريّة، كي يقدِّروا في كلّ لحظة، مسؤوليّتهم الهائلة، أمام الله وأمام البشريّة جمعاء"[7].

وإذ نؤكّد على دعوة آباء المجمع، ونعتبر طريق الحوار أكثرَ السّبل فاعليّة على كلّ المستويات، نجد أنّ التّقدّم التّكنولوجيّ المتزايد وتطبيق الذّكاء الاصطناعيّ في المجال العسكريّ قد عمّق مأساويّة النّزاعات المسلّحة. بل بدأت تتكوّن عمليّة تخفيف مسؤوليّة القادة السّياسيّين والعسكريّين، بسبب ”الاعتماد“ المتزايد على الآلات لاتّخاذ قرارات تؤثّر في حياة البشر وموتهم. إنّها دوّامة مدمّرة، لا سابق لها، للإنسانيّة في مجالات القانون والفلسفة التي تقوم عليها أيّ حضارة وتحميها. ويجب أن ندين التّركيز الهائل للمصالح الاقتصاديّة والماليّة الخاصّة التي تدفع الدّول في هذا الاتّجاه. لكن ذلك ليس كافيًا إن لم يُنشَّط في الوقت نفسه وعي الضّمائر والفكر النّقديّ. الرّسالة البابويّة العامّة ”كلّنا إخوة-Fratelli tutti“ تقدِّم القدّيس فرنسيس الأسيزي مثالًا لهذا الوعي: "كانت المدن، في ذاك العالم المليء بأبراج المراقبة والجدران الواقية، تعيشُ حروبًا دامية بين العائلات القويّة، بينما كانت تنمو في الوقت عينه المناطقُ البائسة في الضّواحي المستبعدة. وفيها، نال فرنسيس السّلام الحقيقيّ في داخله، وتحرّر من كلّ رغبة في الهيمنة على الآخرين، وصار واحدًا من الأخيرين، وسعى للعيش في وئام مع الجميع"[8]. إنّها قصة تريد أن تستمرّ فينا، وتطلُب منّا أن نوحّد الجهود لنسهم معًا في سلام يُجَرِّد من السّلاح، سلام يولد من الانفتاح والتّواضع الإنجيليّ.

سلام يُجَرِّد من السّلاح

لطف الإنسان يُجَرِّد من السّلاح. ربّما لهذا صار الله طفلًا. سرّ التّجسّد، الذي وصل أقصى درجات التّنازل عندما نزل إلى هاوية الجحيم، بدأ في أحشاء أمّ شابّة وتجلّى في مذود بيت لحم. أنشد الملائكة: "السّلام على الأرض"، وبشّروا بحضور إله، لا حِمَى له، وفيه تكتشف البشريّة أنّ الله يحبّها عندما تعتني به (راجع لوقا 2، 13-14). لا شيء له القدرة مثل الأطفال على أن يغيّرنا. وربّما يكون التّفكير في أبنائنا، وفي أطفالنا، وحتّى في الذين هم ضعفاء مثلهم، هو ما يؤثِّر في قلوبنا (راجع أعمال الرّسل 2، 37). وفي هذا الصّدد، كتب سلفي الجليل أنّ "الضّعف البشريّ له القدرة على أن يجعلنا أكثر وعيًا بما يدوم وما يزول، وما يُحيي وما يُميت. وربّما لهذا ننزع مرارًا إلى إنكار حدودنا وإلى تجنّب الأشخاص الضّعفاء والمجروحين: لأنّهم قادرون على أن يجعلونا نشكِّك في صحّة المسار الذي اخترناه، أفرادًا أو جماعة"[9].

كان القدّيس البابا يوحنّا الثّالث والعشرون أوّل من قدّم رؤية نزع السّلاح الشّامل، الذي لا يمكن تحقيقه إلّا بتجدّد القلب والفكر. وكتب في رسالته ”السّلام على الأرض-Pacem in terris“: "يجب أن نعترف بأنّ وقف التّسلّح لأغراض الحرب، وتقليصه الفعليّ، وبحجّة أولى إلغاؤه، هو أمرٌ مستحيل أو يكاد يكون مستحيلًا إن لم نبادر في نفس الوقت إلى نزع سلاح شامل، أي إن لم نفكّك أيضًا عقول النّاس، بالسّعي الصّادق إلى إزالة الهَوَس الحربيّ فيها: الأمر الذي يستلزم بدوره استبدال مبدأ السّلام القائم على توازن الأسلحة، بمبدأ أن السّلام الحقيقيّ يمكن بناؤه فقط على الثّقة المتبادلة. ونحن نعتقد أنّ هذا هدف قابل للتحقيق. ولأنّ العقل السّليم يتطلّبه، فهو مرغوبٌ فيه جدًّا، وله فائدةٌ قصوى"[10].

هذه هي الخدمة الأساسيّة التي يجب أن تقوم بها الأديان تجاه الإنسانيّة المتألّمة، فتراقب المحاولات المتزايدة لتحويل حتّى الأفكار والكلمات إلى أسلحة. التّقاليد الرّوحيّة الكبيرة، وكذلك الاستخدام الصّحيح للعقل، تدفعنا لنتجاوز الرّوابط الدّمويّة أو العرقيّة، ولنتجاوز الأخوّة التي تعترف فقط بمن يشبهها وترفض من يختلف عنها. اليوم نرى أنّ هذا ليس أمرًا مفروغًا منه. للأسف، صار جزءًا متزايدًا من المشهد المعاصر استخدام كلام الإيمان لتغذية الصّراع السّياسيّ، وتبرير القوميّة، وتبرير العنف والحرب باسم الدِّين. يجب على المؤمنين أن يعملوا بنشاط، وأوّلًا بحياتهم نفسها، ليندّدوا بطرق التّجديف هذه، التي تُخفي اسم الله القدّوس. لذلك، إلى جانب العمل، من الضّروري أكثر من أيّ وقت مضى أن ننمّي الصّلاة، والحياة الرّوحيّة، والحوار المسكونيّ، والحوار بين الأديان، لنجعلها طرقًا للسّلام ولغةً لِلِّقاء بين التّقاليد والثّقافات. وفي جميع أنحاء العالم، يُؤمل أن "تصير كلّ جماعة ”بيتًا للسّلام“، حيث نتعلّم نزع فتيل العداء بالحوار، وحيث نمارس العدل ونصون المغفرة"[11]. في الواقع، اليوم أكثر من أيّ وقت مضى، يجب أن نُبَيِّن أنّ السّلام ليس خيالًا (يوتوبيا)، وذلك بإبداع رعويّ متنبِّه وموَلِّدٍ للحياة.

من ناحية أخرى، يجب ألّا يصرف هذا انتباه الجميع عن أهمّيّة البعد السّياسيّ. فعلى الذين يتحمّلون مسؤوليّات عامّة في أعلى المناصب وأكثرها كفاءةً، "أن يفكّروا بعمق في مسألة إعادة بناء العلاقات السّلميّة بين الجماعات السّياسيّة على الصّعيد العالميّ: إعادة بناء قائمة على الثّقة المتبادلة، والصّدق في المفاوضات، والوفاء بالالتزامات المتعهّد بها. يجب أن يبحثوا حتّى يُحدّدوا نقطة البداية نحو تفاهمات صادقة ودائمة ومثمرة"[12]. هذا هو طريق الدّبلوماسيّة الذي يُجَرِّد من السّلاح، وهذا هو طريق الوساطة، والقانون الدّوليّ، والذي تعتدي عليه للأسف انتهاكات متزايدة لاتفاقيّات متكرّرة التي تمّ التّوصّل إليها بصعوبة، في سياق يحتاج ليس إلى نزع الشّرعيّة عن تلك الهيئات بين الدّول، بل إلى تعزيزها.

اليوم، العدل وكرامة الإنسان معرّضان أكثر من أيّ وقت مضى للخلل في ممارسة السُّلطة بين الأقوياء. كيف نعيش في هذا الزّمن، زمن عدم الاستقرار والصّراعات، وننجِّي أنفسنا من الشّرّ؟ يجب أن نحفّز وندعم كلّ مبادرة روحيّة وثقافيّة وسياسيّة تحافظ على الرّجاء حيًّا، ونقاوم انتشار "مواقف مبنيّة على القضاء والقدر، وكأنّ الدّيناميكيّات الجارية ناتجة عن قوى مبهمة لا معالم لها وغير شخصيّة، وهيكليّات مستقلّة عن الإرادة البشريّة"[13]. في الواقع، إن كانت "أفضل طريقة للسيطرة والتّقدّم دون حدود هي بثّ اليأس والاستمرار في إثارة عدم الثّقة، حتّى وإن تنكّرت بزيّ الدّفاع عن قِيَم معيّنة"[14]، فإنّ مثل هذه الاستراتيجيّة يجب مقاومتها بتطوير مجتمعات مدنيّة واعية، وأنواع من الجمعيّات المسؤولة، وخبرات مشاركة سلميّة، وممارسات العدل التّصالحيّة على نطاق ضيّق أو واسع. وقد أشار إلى ذلك البابا لاوُن الثّالث عشر من قبل بوضوح في الرّسالة البابويّة العامّة ”الشّؤون الجديدة-Rerum novarum“، قال: "الشّعور بالضّعف الشّخصيّ يدفع الإنسان إلى الرّغبة في ربط عمله بعمل غيره. يقول الكتاب المقدّس: من الأفضل أن تكون اثنين لا واحدًا، لأنّ الاثنين لهما فائدة أكبر في عملهما. إن سقط أحدهما، أسنده الآخر. والويل لمن هو وَحده، إن سقط فلا يد له ترفعُه (راجع الجامعة 4، 9-10). وأيضًا: الأخ الذي يساعده أخوه يشبه مدينة حصينة (الأمثال 18، 19)"[15].

ليكن هذا ثمرة يوبيل الرّجاء، الذي حفّز ملايين البشر على أن يكتشفوا أنفسهم حجّاجًا، ويبدأوا بأنفسهم وينزعوا السّلاح من القلب والعقل والحياة، ولن يتأخّر الله في الاستجابة لهم بتحقيق وعوده: "فيَحكُمُ بَينَ الأُمَم ويَقْضي لِلشُّعوبِ الكَثيرة، فيَضرِبونَ سُيوفَهم سِكَكًا ورِماحَهم مَناجِل، فلا تَرفَعُ أُمَّةٌ على أُمَّةٍ سَيفًا، ولا يَتَعَلَّمونَ الحَربَ بَعدَ ذلك. هَلُمُّوا يا بَيتَ يَعْقوب، لِنَسِرْ في نورِ الرَّبّ" (أشعيا 2، 4-5).

من حاضرة الفاتيكان، يوم 8 كانون الأوّل/ديسمبر من عام 2025.

لاوُن الرَّابع عشر

[01808-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0997-XX.02]

 

 

[1] راجع بركة رسوليّة ”لمدينة روما وللعالم“ والتّحيّة الأولى، الصّالة المركزيّة لبازيليكا القدّيس بطرس (8 أيّار/مايو 2025).

 

 

[2] أغسطينس من عنّابة، كلمة 357، 3.

 

 

[3] المرجع نفسه، 1.

 

 

[4] يوحنّا الثّالث والعشرون، رسالة بابويّة عامّة، السّلام على الأرض (11 نيسان/أبريل 1963)، 60.

 

 

[5] راجع الكتاب السّنوي لمعهد ستوكهولم لأبحاث السّلام الدّولي: التّسلّح ونزع السّلاح والأمن الدّوليّ (2025).

 

 

[6] أغسطينس من عنّابة، كلمة 357، 1.

 

 

[7] المجمع الفاتيكانيّ الثّاني المسكونيّ، دستور رعائي، فرح ورجاء، 80.

 

 

[8] فرنسيس، رسالة بابويّة عامّة، كلّنا إخوة (3 تشرين الأوّل/أكتوبر 2020)، 4.

 

 

[9] المؤلّف نفسه، رسالة إلى رئيس تحرير صحيفة ” “Corriere della Sera(14 آذار/مارس 2025).

 

 

[10] يوحنّا الثّالث والعشرون، رسالة بابويّة عامّة، السّلام على الأرض (11 نيسان/أبريل 1963)، 60.

 

 

[11] كلمة إلى أساقفة مجلس الأساقفة الإيطاليّين (17 حزيران/ يونيو 2025).

 

 

[12] يوحنّا الثّالث والعشرون، رسالة بابويّة عامّة، السّلام على الأرض (11 نيسان/أبريل 1963)، 63.

 

 

[13] بندكتس السّادس عشر، رسالة بابويّة عامّة، المحبّة في الحقّ (29 حزيران/ يونيو 2009)، 42.

 

 

[14] فرنسيس، رسالة بابويّة عامّة، كلّنا إخوة (3 تشرين الأوّل/أكتوبر 2020)، 15.

 

 

[15] لاوُن الثّالث عشر، رسالة بابويّة عامّة، الشّؤون الجديدة (15 أيّار/مايو 1891)، 37.