Alle ore 09:20 (ora locale), il Santo Padre si è trasferito in auto alla Cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, dove ha avuto luogo l’Incontro di Preghiera con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e gli Operatori Pastorali.
All’ingresso principale della Cattedrale, il Papa è stato accolto dal Vicario Apostolico di Istanbul e dal Parroco, il quale gli ha porto la croce e l’acqua benedetta per l’aspersione. Due bambini gli hanno offerto dei fiori. Successivamente il Santo Padre ha attraversato la navata centrale e raggiunto l’altare, mentre il coro ha intonato un canto.
Dopo il saluto di benvenuto del Presidente della Conferenza Episcopale, Mons. Martin Kmetec, Arcivescovo di Izmir, la Prima Lettura, un Salmo Responsoriale e la Lettura del Vangelo, il Papa ha pronunciato la sua omelia.
Al termine dell’incontro, dopo la benedizione e il canto finale, Papa Leone XIV si è trasferito in auto alla Casa di accoglienza per anziani delle Piccole Sorelle dei Poveri.
Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre ha pronunciato nel corso dell’Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, le Consacrate e gli Operatori Pastorali:
Eccellenze Reverendissime,
Cari sacerdoti, religiose e religiosi,
operatori pastorali e fratelli e sorelle tutti!
È una grande gioia trovarmi qui in mezzo a voi. Ringrazio il Signore che mi concede, nel mio primo Viaggio Apostolico, di visitare questa “terra santa” che è la Türkiye, nella quale la storia del popolo di Israele si incontra col cristianesimo nascente, l’Antico e il Nuovo Testamento si abbracciano, si scrivono le pagine di numerosi Concili.
La fede che ci unisce ha radici lontane: obbediente alla chiamata di Dio, infatti, Abramo nostro padre si mise in cammino da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye, egli partì per la Terra promessa (cfr Gen 12,1). Nella pienezza dei tempi, dopo la morte e risurrezione di Gesù, i suoi discepoli si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia – dove poi fu vescovo Sant’Ignazio – vennero chiamati per la prima volta “cristiani” (cfr At 11,26). Da quella città San Paolo iniziò alcuni dei suoi viaggi apostolici, fondando molte comunità. Ed è ancora sulle coste della penisola anatolica, a Efeso, che secondo alcune fonti antiche, avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni, discepolo amato dal Signore (cfr S. Ireneo, Adversus Haereses, III, 3, 4; Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica,V, 24, 3).
Ricordiamo inoltre con ammirazione il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del Cristianesimo in tutto il Levante. Ancora oggi, in Türkiye vivono le molte comunità dei cristiani di rito orientale, quali Armeni, Siri e Caldei, nonché quelle di rito latino. Il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse.
Carissimi, dalla ricchezza di questa lunga storia, anche voi siete stati generati. Oggi siete voi la Comunità chiamata a coltivare il seme della fede trasmessoci da Abramo, dagli Apostoli e dai Padri. La storia che vi precede non è semplicemente qualcosa da ricordare e poi archiviare in un passato glorioso, mentre guardiamo rassegnati al fatto che la Chiesa cattolica è diventata numericamente più piccola. Al contrario, siamo invitati ad adottare lo sguardo evangelico, illuminato dallo Spirito Santo.
E quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. Ecco lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare: i profeti annunciano la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio che spunterà (cfr Is 11,1), e Gesù elogia i piccoli che confidano in Lui (cfr Mc 10,13-16), affermando che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione (cfr Lc 17,20-21), ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno (cfr Mc 4,31).
Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di dare a voi il suo regno» (Lc 12,32). Ricordiamo, in proposito, queste parole di Papa Francesco: «In una comunità cristiana dove i fedeli, i sacerdoti, i vescovi, non prendono questa strada della piccolezza manca futuro, […] il Regno di Dio germoglia nel piccolo, sempre nel piccolo» (Omelia a Santa Marta, 3 dicembre 2019).
La Chiesa che vive in Türkiye è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno. Pertanto, vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio. C’è bisogno, infatti, di testimoniare con gioia il Vangelo e di guardare con speranza al futuro. Alcuni segni di questa speranza sono già ben presenti: chiediamo dunque al Signore la grazia di saperli riconoscere e coltivare; altri, forse, saremo noi a doverli esprimere in maniera creativa, perseverando nella fede e nella testimonianza.
Tra i segni più belli e promettenti, penso ai tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini. In proposito, vi esorto a continuare nel rigoroso lavoro pastorale che portate avanti; così come vi incoraggio ad ascoltare e accompagnare i giovani e ad avere cura di quegli ambiti in cui la Chiesa in Türkiye è chiamata a lavorare in modo speciale: il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti.
Quest’ultimo aspetto merita una riflessione. La presenza assai significativa di migranti e rifugiati in questo Paese, infatti, pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza e del servizio di costoro che sono tra i più vulnerabili. Allo stesso tempo, questa Chiesa è costituita da stranieri e anche molti di voi – sacerdoti, suore, operatori pastorali – provenite da altre terre; ciò richiede un vostro speciale impegno per l’inculturazione, perché la lingua, gli usi, i costumi della Türkiye diventino sempre più i vostri. La comunicazione del Vangelo passa, infatti, da questa inculturazione.
Non voglio dimenticare, poi, che in questa vostra terra sono stati celebrati i primi otto Concili Ecumenici. Quest’anno ricorre il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, «pietra miliare nel cammino della Chiesa e anche dell’intera umanità» (Francesco, Discorso alla Commissione Teologica Internazionale, 28 novembre 2024), un evento sempre attuale che ci pone alcune sfide che vorrei menzionare.
La prima è l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani. Attorno al Simbolo della fede, la Chiesa a Nicea ritrovò l’unità (cfr Spes non confundit. Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025, n. 17). Non si tratta dunque soltanto di una formula dottrinale, bensì dell’invito a cercare sempre, pur dentro le diverse sensibilità, spiritualità e culture, l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa. Nicea ci invita ancora oggi a riflettere su questo: chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani? Il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire. E a proposito del nesso tra la fede e le opere, voglio ringraziare le organizzazioni internazionali, penso in particolare a Caritas Internationalis e a Kirche in Not, per il sostegno alle attività caritative della Chiesa e soprattutto per l’aiuto alle vittime del terremoto del 2023.
La seconda sfida riguarda l’urgenza di riscoprire in Cristo il volto di Dio Padre. Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità. Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un “arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso.
Infine, una terza sfida: la mediazione della fede e lo sviluppo della dottrina. In un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali. Impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina. Ricordiamo che il neo-dottore della Chiesa, San John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede.
Carissimi, prima di salutarvi, vorrei ricordare la figura a voi tanto cara di San Giovanni XXIII, che ha amato e servito questo popolo, affermando: «Mi piace ripetere ciò che sento nel cuore: io amo questo Paese e i suoi abitanti». E osservando dalla finestra della casa dei Gesuiti i pescatori del Bosforo, indaffarati attorno alle barche e alle reti, egli scrisse: «Lo spettacolo mi commuove. L’altra notte verso l’una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi, nella loro rude fatica. […] Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e notte con le fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola barca, all’ordine dei capi spirituali: ecco il nostro grave e sacro dovere» .
Vi auguro di essere animati da questa passione, di conservare la gioia della fede, di lavorare come pescatori intrepidi nella barca del Signore. Maria Santissima, la Theotokos, interceda per voi e vi custodisca. Grazie!