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Santa Messa del Crisma nella Basilica Vaticana, 28.03.2024


Omelia del Santo Padre

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Alle ore 9.30 di questa mattina, ricorrenza del Giovedì Santo, il Santo Padre Francesco ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, Liturgia che si celebra in questo giorno in tutte le Chiese Cattedrali.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, i sacerdoti hanno rinnovato le promesse fatte al momento della Sacra Ordinazione; quindi ha avuto luogo la benedizione dell’olio degli infermi, dell’olio dei catecumeni e del crisma.

Pubblichiamo di seguito l’Omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4,20). Colpisce sempre questo passaggio del Vangelo, che porta a visualizzare la scena: a immaginare quel momento di silenzio in cui tutti gli sguardi erano concentrati su Gesù, in un misto di meraviglia e di diffidenza. Sappiamo tuttavia come andò a finire: dopo che Gesù ebbe smascherato le false aspettative dei suoi compaesani, essi «si riempirono di sdegno» (Lc 4,28), uscirono e lo cacciarono fuori della città. I loro occhi avevano fissato Gesù, ma i loro cuori non erano disposti a cambiare sulla sua parola. Così persero l’occasione della vita.

Ma nella sera di oggi, Giovedì santo, avviene un incrocio di sguardi alternativo. Protagonista è il primo Pastore della nostra Chiesa, Pietro. Pure lui all’inizio non prestò fiducia alla parola “smascherante” che il Signore gli aveva rivolto: «Tre volte mi rinnegherai» (Mc 14,30). Così “perse di vista” Gesù e lo rinnegò al canto del gallo. Ma poi, quando «il Signore si voltò e fissò lo sguardo» su di lui, questi «si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto […] E uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62). I suoi occhi furono inondati di lacrime che, sgorgate da un cuore ferito, lo liberarono da convinzioni e giustificazioni fasulle. Quel pianto amaro gli cambiò la vita.

Le parole e i gesti di Gesù per anni non avevano smosso Pietro dalle sue attese, simili a quelle della gente di Nazaret: anche lui aspettava un Messia politico e potente, forte e risolutore, e di fronte allo scandalo di un Gesù debole, arrestato senza opporre resistenza, dichiarò: «Non lo conosco!» (Lc 22,57). Ed è vero, non lo conosceva: cominciò a conoscerlo quando, nel buio del rinnegamento, fece spazio alle lacrime della vergogna, alle lacrime del pentimento. E lo conoscerà davvero quando, «addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”», si lascerà pienamente attraversare dallo sguardo di Gesù. Allora dal «non lo conosco» passerà a dire: «Signore, tu conosci tutto» (Gv 21,17).

Cari fratelli sacerdoti, la guarigione del cuore di Pietro, la guarigione dell’Apostolo, la guarigione del Pastore avvengono quando, feriti e pentiti, ci si lascia perdonare da Gesù: passano attraverso le lacrime, il pianto amaro, il dolore che consente di riscoprire l’amore. Per questo ho sentito di condividere con voi, qualche pensiero su un aspetto della vita spirituale piuttosto tralasciato, ma essenziale; lo ripropongo oggi con una parola forse desueta, ma che credo ci faccia bene riscoprire: la compunzione.

La parola evoca il pungere: la compunzione è “una puntura sul cuore”, una trafittura che lo ferisce, facendo sgorgare le lacrime del pentimento. Un episodio, che riguarda ancora San Pietro, ci aiuta. Egli, trafitto dallo sguardo e dalle parole di Gesù risorto, nel giorno di Pentecoste, purificato e infuocato dallo Spirito, proclamò agli abitanti di Gerusalemme: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (cfr At 2,36). Gli ascoltatori avvertirono insieme il male che avevano compiuto e la salvezza che il Signore elargiva loro, e «all’udire queste cose – dice il testo – si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37).

Ecco la compunzione: non un senso di colpa che butta a terra, non una scrupolosità che paralizza, ma è una puntura benefica che brucia dentro e guarisce, perché il cuore, quando vede il proprio male e si riconosce peccatore, si apre, accoglie l’azione dello Spirito Santo, acqua viva che lo smuove facendo scorrere le lacrime sul volto. Chi getta la maschera e si lascia guardare da Dio nel cuore riceve il dono di queste lacrime, le acque più sante dopo quelle del Battesimo[1]. Cari fratelli sacerdoti, oggi vi auguro questo.

Occorre però comprendere bene che cosa significhi piangere su noi stessi. Non significa piangerci addosso, come spesso siamo tentati di fare. Ciò avviene, ad esempio, quando siamo delusi o preoccupati per le nostre attese andate a vuoto, per la mancanza di comprensione da parte degli altri, magari dei confratelli e dei superiori. Oppure quando, per uno strano e insano piacere dell’animo, amiamo rimestare nei torti ricevuti per auto-commiserarci, pensando di non aver ricevuto ciò che meritavamo e immaginando che il futuro non potrà che riservarci continue sorprese negative. Questa – ci insegna San Paolo – è la tristezza secondo il mondo, opposta a quella tristezza secondo Dio[2].

Piangere su noi stessi, invece, è pentirci seriamente di aver rattristato Dio col peccato; è riconoscere di essere sempre in debito e mai in credito; è ammettere di aver smarrito la via della santità, non avendo tenuto fede all’amore di Colui che ha dato la vita per me[3]. È guardarmi dentro e dolermi della mia ingratitudine e della mia incostanza; è meditare con tristezza le mie doppiezze e falsità; è scendere nei meandri della mia ipocrisia, l’ipocrisia clericale, cari fratelli, quella ipocrisia nella quale scivoliamo tanto, tanto…State attenti alla ipocrisia clericale. Per poi, rialzare lo sguardo al Crocifisso e lasciarmi commuovere dal suo amore che sempre perdona e risolleva, che non lascia mai deluse le attese di chi confida in Lui. Così le lacrime continuano a scendere e purificano il cuore.

La compunzione, infatti, richiede fatica ma restituisce pace; non provoca angoscia, ma alleggerisce l’anima dai pesi, perché agisce nella ferita del peccato, disponendoci a ricevere proprio lì la carezza del Signore che trasforma il cuore quando è «contrito e affranto» (Sal 51,19), ammorbidito dalle lacrime. La compunzione è dunque l’antidoto alla sclerocardia, quella durezza del cuore tanto denunciata da Gesù (cfr Mc 3,5; 10,5). Il cuore, infatti, senza pentimento e pianto, si irrigidisce: dapprima diventa abitudinario, poi insofferente per i problemi e indifferente alle persone, quindi freddo e quasi impassibile, come avvolto da una scorza infrangibile, e infine cuore di pietra. Ma, come la goccia scava la pietra, così le lacrime lentamente scavano i cuori induriti. Si assiste così al miracolo della tristezza, della buona tristezza che conduce alla dolcezza.

Capiamo allora perché i maestri spirituali insistono sulla compunzione. San Benedetto invita ogni giorno a «confessare a Dio con lacrime e gemiti le proprie colpe passate»[4], e afferma che pregando «non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e per la compunzione che strappa le lacrime»[5]. E se per San Giovanni Crisostomo una sola lacrima spegne un braciere di colpe[6], l’Imitazione di Cristo raccomanda: «Abbandonati alla compunzione del cuore», in quanto «per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima»[7]. La compunzione è il rimedio, perché ci riporta alla verità di noi stessi, così che la profondità del nostro essere peccatori riveli la realtà infinitamente più grande del nostro essere perdonati, la gioia di essere perdonato. Non stupisce pertanto l’affermazione di Isacco di Ninive: «Colui che dimentica la misura dei propri peccati, dimentica la misura della grazia di Dio nei suoi confronti»[8].

È vero, cari fratelli e sorelle, ogni nostra rinascita interiore scaturisce sempre dall’incontro tra la nostra miseria e la sua misericordia - si incontrano la nostra miseria e la sua misericordia -, ogni rinascita interiore passa attraverso la nostra povertà di spirito che permette allo Spirito Santo di arricchirci. Si comprendono in questa luce le forti affermazioni di tanti maestri spirituali. Pensiamo a quelle, paradossali, ancora di Sant’Isacco: «Colui che conosce i propri peccati […] è più grande di colui che con la preghiera risuscita i morti. Colui che piange un’ora su se stesso è più grande di chi serve il mondo intero con la contemplazione […]. Colui al quale è dato di conoscere se stesso è più grande di colui a cui è dato di vedere gli angeli»[9].

Fratelli, veniamo a noi, sacerdoti, e chiediamoci quanto la compunzione e le lacrime siano presenti nel nostro esame di coscienza e nella nostra preghiera. Domandiamoci se, col passare degli anni, le lacrime aumentano. Sotto questo aspetto è bene che avvenga il contrario rispetto alla vita biologica, dove, quando si cresce, si piange meno di quando si è bambini. Nella vita spirituale, invece, dove conta diventare bambini (cfr Mt 18,3), chi non piange regredisce, invecchia dentro, mentre chi raggiunge una preghiera più semplice e intima, fatta di adorazione e commozione davanti a Dio, quello matura. Si lega sempre meno a sé stesso e più a Cristo, e diventa povero in spirito. In tal modo si sente più vicino ai poveri, i prediletti di Dio, che prima – come scrive San Francesco nel suo testamento – teneva lontani in quanto era nei peccati, ma la cui compagnia, poi, da amara diventa dolce[10]. E così chi si compunge nel cuore si sente sempre più fratello di tutti i peccatori del mondo, si sente più fratello, senza parvenza di superiorità o asprezza di giudizio, ma sempre con desiderio di amare e riparare.

E questa, fratelli cari, è un’altra caratteristica della compunzione: la solidarietà. Un cuore docile, affrancato dallo spirito delle Beatitudini, diventa naturalmente incline a fare compunzione per gli altri: anziché adirarsi e scandalizzarsi per il male compiuto dai fratelli, piange per i loro peccati. Non si scandalizza. Avviene una sorta di ribaltamento, dove la tendenza naturale a essere indulgenti con sé stessi e inflessibili con gli altri si capovolge e, per grazia di Dio, si diventa fermi con sé stessi e misericordiosi con gli altri. E il Signore cerca, specialmente tra chi è consacrato a Lui, chi pianga i peccati della Chiesa e del mondo, facendosi strumento di intercessione per tutti. Quanti testimoni eroici nella Chiesa ci indicano questa via! Pensiamo ai monaci del deserto, in Oriente e in Occidente; all’intercessione continua, fatta di gemiti e lacrime, di San Gregorio di Narek; all’offerta francescana per l’Amore non amato; a sacerdoti, come il Curato d’Ars, che vivevano di penitenza per la salvezza altrui. Cari fratelli, non è poesia questo, questo è sacerdozio!

Cari fratelli, a noi, suoi Pastori, il Signore non chiede giudizi sprezzanti su chi non crede, ma amore e lacrime per chi è lontano. Le situazioni difficili che vediamo e viviamo, la mancanza di fede, le sofferenze che tocchiamo, a contatto con un cuore compunto non suscitano la risolutezza nella polemica, ma la perseveranza nella misericordia. Quanto abbiamo bisogno di essere liberi da durezze e recriminazioni, da egoismi e ambizioni, da rigidità e insoddisfazioni, per affidarci e affidare a Dio, trovando in Lui una pace che salva da ogni tempesta! Adoriamo, intercediamo e piangiamo per gli altri: permetteremo al Signore di compiere meraviglie. E non temiamo: Lui ci sorprenderà!

Il nostro ministero ne gioverà. Oggi, in una società secolare, corriamo il rischio di essere molto attivi e al tempo stesso di sentirci impotenti, col risultato di perdere l’entusiasmo ed essere tentati di “tirare i remi in barca”, di chiuderci nella lamentela e far prevalere la grandezza dei problemi sulla grandezza di Dio. Se ciò avviene, diventiamo amari e pungenti sempre sparlando, sempre trovando qualche occasione per lamentarsi. Ma se invece l’amarezza e la compunzione si rivolgono, anziché al mondo, al proprio cuore, il Signore non manca di visitarci e rialzarci. Come esorta a fare l’Imitazione di Cristo: «Non portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care. Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare, rattristare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente sulla via del bene»[11].

Da ultimo, vorrei sottolineare un aspetto essenziale: la compunzione non è tanto frutto del nostro esercizio, ma è una grazia e come tale va chiesta nella preghiera. Il pentimento è dono di Dio, è frutto dell’azione dello Spirito Santo. Per facilitarne la crescita, condivido due piccoli consigli. Il primo è quello di non guardare la vita e la chiamata in una prospettiva di efficienza e di immediatezza, legata solo all’oggi e alle sue urgenze e aspettative, ma nell’insieme del passato e del futuro. Del passato, ricordando la fedeltà di Dio - Dio è fedele - , facendo memoria del suo perdono, ancorandoci al suo amore; e del futuro, pensando alla meta eterna a cui siamo chiamati, al fine ultimo della nostra esistenza. Allargare gli orizzonti, cari fratelli, allargare gli orizzonti aiuta a dilatare il cuore, stimola a rientrare in sé stessi con il Signore e a vivere la compunzione. Un secondo consiglio, che viene di conseguenza: riscopriamo la necessità di dedicarci a una preghiera che non sia dovuta e funzionale, ma gratuita, calma e prolungata. Fratello, com’è la tua preghiera? Torniamo all’adorazione - ti sei dimenticato di adorare? - e torniamo alla preghiera del cuore. Ripetiamo: Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore. Sentiamo la grandezza di Dio nella nostra bassezza di peccatori, per guardarci dentro e lasciarci attraversare dal suo sguardo. Riscopriremo la sapienza della Santa Madre Chiesa, che ci introduce alla preghiera sempre con l’invocazione del povero che grida: O Dio, vieni a salvarmi.

Carissimi, torniamo infine a San Pietro e alle sue lacrime. L’altare posto sopra la sua tomba non può che farci pensare a quante volte noi, che lì ogni giorno diciamo: «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi», quante volte deludiamo e rattristiamo Colui che ci ama al punto da fare delle nostre mani gli strumenti della sua presenza. È bene pertanto fare nostre quelle parole con cui ci prepariamo sottovoce: «Umili e pentiti accoglici, o Signore», e ancora: «Lavami, o Signore, dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro». In tutto, fratelli, ci consola la certezza consegnataci oggi dalla Parola: il Signore, consacrato con l’unzione (cfr Lc 4,18), è venuto «a fasciare le piaghe dei cuori spezzati» (Is 61,1). Dunque, se il cuore si spezza potrà essere fasciato e guarito da Gesù. Grazie, cari sacerdoti, grazie per il vostro cuore aperto e docile; grazie per le vostre fatiche e grazie per i vostri pianti; grazie perché portate la meraviglia della misericordia – perdonate sempre, siate misericordiosi – e portate questa misericordia, portate Dio ai fratelli e alle sorelle del nostro tempo. Cari sacerdoti, Il Signore vi consoli, vi confermi e vi ricompensi. Grazie.

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[1] «La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza» (S. Ambrogio, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] «La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte» (2 Cor 7,10).

[3] Cfr S. Giovanni Crisostomo, De compunctione, I, 10.

[4] Regola, IV,57.

[5] Ivi, XX,3.

[6] Cfr De paenitentia, VII,5.

[7] Cap. XXI.

[8] Discorsi ascetici (III Coll.), XII.

[9] Discorsi ascetici (I Coll.), XXXIV (vers. greca).

[10] Cfr FF 110.

[11] Cap. XXI.

[00547-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

«Tous, dans la synagogue, avaient les yeux fixés sur lui» (Lc 4, 20). Ce passage de l’Évangile est toujours frappant, il nous permet de visualiser la scène d’imaginer ce moment de silence où tous les regards étaient fixés sur Jésus, dans un mélange d’étonnement et de méfiance. Nous savons cependant comment cela s’est terminé : après que Jésus eut démasqué les fausses attentes de ses compatriotes, ceux-ci «devinrent furieux» (Lc 4, 28), sortirent et le chassèrent hors de la ville. Leurs yeux s’étaient fixés sur Jésus, mais leurs cœurs n’étaient pas disposés à changer sur sa parole. Ils ont ainsi perdu la chance de leur vie.

Mais ce soir, Jeudi saint, un autre croisement de regards a lieu. Le protagoniste est le premier pasteur de notre Église, Pierre. Au début, lui non plus ne s’est pas fié à la parole “démasquante” que le Seigneur lui a adressée: «Tu m’auras renié trois fois» (Mc 14, 30). Il a ainsi “perdu de vue” Jésus et l’a renié au chant du coq. Mais ensuite, quand «le Seigneur, se retournant, posa son regard sur» lui, celui-ci «se souvint de la parole que le Seigneur lui avait dite [...] Il sortit et, dehors, pleura amèrement» (Lc 22, 61-62). Ses yeux furent inondés de larmes qui jaillirent d’un cœur blessé, le libérant des fausses convictions et justifications. Ses larmes amères ont changé sa vie.

Les paroles et les gestes de Jésus, pendant des années, n’avaient pas fait dévier Pierre de ses attentes qui étaient semblables à celles des habitants de Nazareth. Lui aussi attendait un Messie politique et puissant, fort et décidé, et face au scandale d’un Jésus faible, arrêté sans opposer de résistance, il déclara : «Non, je ne le connais pas !» (Lc 22, 57). Et c’est vrai, il ne le connaissait pas. Il a commencé à le connaître quand, dans l’obscurité du reniement, il a fait place aux larmes de la honte, aux larmes du repentir. Et il le connaîtra vraiment quand, «peiné parce que, pour la troisième fois, Jésus lui demandait: “M’aimes-tu?”», il se laissera pleinement traverser par le regard de Jésus. Alors du «non, je ne le connais pas !», il passera au : «Seigneur, toi, tu sais tout » (Jn 21, 17).

Chers frères prêtres, la guérison du cœur de Pierre, la guérison de l’Apôtre, la guérison du pasteur a lieu lorsque, blessé et repentant, on se laisse pardonner par Jésus : elle passe par les larmes, les pleurs amers, la douleur qui nous permet de redécouvrir l’amour. C’est pourquoi je souhaite partager avec vous quelques réflexions sur un aspect plutôt négligé - mais essentiel - de la vie spirituelle. Je vous le propose aujourd’hui avec un mot peut-être désuet, mais qu’il est bon je crois de redécouvrir : la componction.

Le mot évoque la piqûre : la componction est une “piqûre au cœur”, une perforation qui le blesse, faisant couler les larmes du repentir. Un épisode concernant encore saint Pierre nous aide. Transpercé par le regard et par les paroles de Jésus ressuscité, le jour de la Pentecôte, purifié et embrasé par l’Esprit, il proclame aux habitants de Jérusalem : «Dieu l’a fait Seigneur et Christ, ce Jésus que vous avez crucifié. » (cf. Ac 2, 36). Les auditeurs ressentent à la fois le mal qu’ils ont fait et le salut que le Seigneur leur accorde, et «en entendant ces choses – dit le texte – ils furent touchés au cœur» (Ac 2, 37).

Voici la componction : elle n’est pas un sentiment de culpabilité qui abat, ni un scrupule qui paralyse, mais elle est une piqûre salutaire qui brûle à l’intérieur et guérit, parce que le cœur, lorsqu’il voit son mal et se reconnaît pécheur, s’ouvre, accueille l’action de l’Esprit Saint, eau vive qui l’émeut et fait couler des larmes sur son visage. Celui qui jette le masque et laisse Dieu regarder dans son cœur reçoit le don de ces larmes, les eaux les plus saintes après celles du baptême.[1] Chers frères prêtres, je vous souhaite cela aujourd’hui.

Il faut cependant bien comprendre ce que signifie pleurer sur nous-mêmes. Il ne s’agit pas de nous pleurer dessus, comme nous sommes souvent tentés de le faire. C’est le cas, par exemple, lorsque nous sommes déçus ou inquiets à cause de nos attentes qui ont échoué, du manque de compréhension des autres, peut-être des confrères et des supérieurs. Ou bien lorsque, par un étrange et malsain plaisir de l’âme, nous aimons ressasser les torts que nous avons reçus pour nous apitoyer sur notre sort, en pensant n’avoir pas reçu ce que nous méritions et en imaginant que l’avenir ne peut que nous réserver de continuelles surprises négatives. Cela – enseigne saint Paul – c’est la tristesse selon le monde, opposée à la tristesse selon Dieu.[2]

Pleurer sur nous-mêmes, au contraire, c’est nous repentir sérieusement d’avoir attristé Dieu avec le péché ; c’est reconnaître que nous sommes toujours en dette et jamais en crédit ; c’est admettre que nous avons perdu le chemin de la sainteté, n’ayant pas su garder la foi en l’amour de Celui qui a donné sa vie pour nous.[3] C’est regarder en moi-même et regretter mon ingratitude et mon inconstance ; c’est réfléchir avec tristesse sur ma duplicité et mes mensonges ; c’est descendre dans les méandres de mon hypocrisie, l’hypocrisie cléricale, chers frères, cette hypocrisie dans laquelle beaucoup, beaucoup tombent… Faites attention à l’hypocrisie cléricale. Pour ensuite, à partir de là, lever le regard vers le Crucifié et me laisser émouvoir par son amour qui pardonne toujours et relève, qui ne déçoit jamais les attentes de ceux qui se confient en Lui. Ainsi les larmes continuent à couler et purifient le cœur.

La componction, en effet, demande un effort mais redonne la paix ; elle ne provoque pas d’angoisse mais soulage l’âme de ses fardeaux parce qu’elle agit dans la blessure du péché, en nous disposant à y recevoir la caresse du Seigneur qui transforme le cœur quand il est «brisé et broyé» (Ps 51, 19), adouci par les larmes. La componction est donc l’antidote à la sclérocardie, cette dureté du cœur tant dénoncée par Jésus (cf. Mc 3, 5 ; 10, 5). Le cœur, en effet, sans repentir et sans pleurs, se raidit : il devient d’abord routinier, puis insouciant aux problèmes et indifférent aux personnes, puis froid et presque impassible, comme enveloppé d’une coque incassable, et finalement un cœur de pierre. Mais, comme la goutte creuse la pierre, les larmes creusent lentement les cœurs endurcis. On assiste ainsi au miracle de la tristesse, de la bonne tristesse qui conduit à la douceur.

Nous comprenons alors pourquoi les maîtres spirituels insistent sur la componction. Saint Benoît invite à «confesser chaque jour à Dieu dans la prière ses fautes passées avec larmes et gémissements»[4], et il affirme qu’en priant, «ce n’est pas dans un flot de paroles mais dans la pureté du cœur et les larmes de la componction que nous serons exaucés».[5] Et si, pour saint Jean Chrysostome, une seule larme éteint un brasier de fautes,[6] l’Imitation du Christ recommande : «Disposez votre coeur à la componction», car «à cause de la légèreté de notre coeur et de l’insouciance de nos défauts, souvent nous ne sentons pas les maux de notre âme ».[7] La componction est le remède parce qu’elle nous ramène à la vérité sur nous-mêmes, de sorte que la profondeur de notre être de pécheurs révèle la réalité infiniment plus grande de notre être de pardonnés, la joie d’être pardonné. L’affirmation d’Isaac de Ninive n’est donc pas surprenante : «Celui qui oublie la mesure de ses propres péchés, oublie la mesure de la grâce de Dieu à son égard».[8]

Certes, chers frères et sœurs, toute renaissance intérieure naît toujours de la rencontre entre notre misère et sa miséricorde – notre misère et sa miséricorde se rencontrent -, toute renaissance intérieure passe par notre pauvreté d’esprit qui permet à l’Esprit Saint de nous enrichir. On comprend dans cette lumière les affirmations fortes de nombre de maîtres spirituels. Pensons à celles, paradoxales, de saint Isaac : «Celui qui connaît ses propres péchés [...] est plus grand que celui qui, par la prière, ressuscite les morts. Celui qui pleure une heure sur lui-même est plus grand que celui qui sert le monde entier par la contemplation [...]. Celui à qui il est donné de se connaître lui-même est plus grand que celui à qui il est donné de voir les anges».[9]

Frères, venons-en à nous, prêtres, et demandons-nous combien la componction et les larmes sont présentes dans notre examen de conscience et dans notre prière. Demandons-nous si, avec les années, les larmes augmentent. À cet égard, il est bon que le contraire se produise par rapport à la vie biologique, où, quand on grandit, on pleure moins que lorsqu’on est enfant. Dans la vie spirituelle, en revanche, où il est important de devenir un enfant (cf. Mt 18, 3), celui qui ne pleure pas régresse, il vieillit intérieurement tandis que celui qui parvient à une prière plus simple et plus intime, faite d’adoration et d’émotion devant Dieu; celui-là mûrit. Il s’attache de moins en moins à lui-même et de plus en plus au Christ, et devient pauvre en esprit. Il se sent ainsi plus proche des pauvres, les bien-aimés de Dieu, qu’auparavant - comme l’écrit saint François dans son testament - il tenait à l’écart parce qu’il était dans le péché, mais dont la compagnie d’amère qu’elle était devient douce.[10] Ainsi, celui qui a de la componction dans le cœur se sent de plus en plus frère de tous les pécheurs du monde, il se sent davantage frère, sans aucun sentiment de supériorité ou de dureté de jugement, mais toujours avec le désir d’aimer et de réparer.

Et cela, chers frères est une autre caractéristique de la componction : la solidarité. Un cœur docile, animé de l’esprit des Béatitudes, devient naturellement enclin à la componction pour les autres : au lieu de se mettre en colère et de se scandaliser du mal fait par ses frères, il pleure leurs péchés. Il ne se scandalise pas. Il se produit une sorte de renversement. La tendance naturelle à être indulgent avec soi-même et inflexible avec les autres s’inverse et, par la grâce de Dieu, on devient ferme avec soi-même et miséricordieux avec les autres. Et le Seigneur recherche, surtout parmi ceux qui Lui sont consacrés, ceux qui pleurent les péchés de l’Église et du monde, en se faisant instrument d’intercession pour tous. Combien de témoins héroïques dans l’Église nous montrent cette voie ! Pensons aux moines du désert, en Orient et en Occident; à l’intercession continue, faite de gémissements et de larmes, de saint Grégoire de Narek ; à l’offrande franciscaine pour l’Amour non aimé ; aux prêtres, comme le Curé d’Ars, qui ont vécu de pénitence pour le salut des autres. Chers frères, ce n’est pas de la poésie, c’est le sacerdoce !

Chers frères, à nous, ses pasteurs, le Seigneur ne demande pas de jugements méprisants à l’endroit de ceux qui ne croient pas, mais de l’amour et des larmes pour ceux qui sont loin. Les situations difficiles que nous voyons et que nous vivons, le manque de foi, les souffrances que nous touchons qui, au contact d’un cœur en componction, ne suscitent pas la fermeté dans la polémique, mais la persévérance dans la miséricorde. Combien nous avons besoin d’être libérés de la dureté et des récriminations, des égoïsmes et des ambitions, des rigidités et des insatisfactions, pour nous abandonner à Dieu, se confier et trouver en Lui une paix qui sauve de toute tempête! Adorons, intercédons et pleurons pour les autres : nous permettrons au Seigneur de faire des merveilles. Et n’ayons pas peur : Il nous surprendra !

Notre ministère en bénéficiera. Aujourd’hui, dans une société sécularisée, nous courons le risque d’être très actifs et en même temps de nous sentir impuissants, avec le résultat de perdre l’enthousiasme avec la tentation de “baisser les bras”, de nous enfermer dans la plainte et de laisser la grandeur des problèmes l’emporter sur la grandeur de Dieu. Nous devenons alors amers et irritables, toujours à dire du mal, toujours à trouver une occasion pour nous plaindre. Mais si, au contraire, l’amertume et la componction portent sur notre propre cœur et non pas sur le monde, le Seigneur ne manquera pas de nous visiter et de nous relever. Comme nous y exhorte l’Imitation du Christ : «N’attire pas à toi les affaires des autres, et ne t’embarrasse pas dans celles des grands. Aie toujours l’œil sur toi d’abord, et reprends-toi particulièrement toi-même, de préférence à tes meilleurs amis. Si tu n’as pas la faveur des hommes, garde-toi de t’en attrister ; mais que ta peine soit de ne pas avoir dans ta vie cette sagesse, cette circonspection qui conviendrait à un serviteur de Dieu ».[11]

Enfin, je voudrais souligner un aspect essentiel : la componction n’est pas tant le fruit de notre exercice, mais elle est une grâce et, comme telle, elle doit être demandée dans la prière. La repentance est un don de Dieu, elle est le fruit de l’action de l’Esprit Saint. Pour faciliter sa croissance, je partage deux petits conseils. Le premier est de ne pas regarder la vie et l’appel dans une perspective d’efficacité et d’immédiateté, liée seulement à aujourd’hui et à ses urgences et attentes, mais dans l’ensemble du passé et de l’avenir. Du passé, en rappelant la fidélité de Dieu – Dieu est fidèle –, en se souvenant de son pardon, en s’ancrant dans son amour ; et de l’avenir, en pensant au but éternel auquel nous sommes appelés, à la fin dernière de notre existence. Élargir les horizons, chers frères, élargir les horizons aide à dilater le cœur, stimule à rentrer en soi avec le Seigneur et à vivre la componction. Un deuxième conseil qui en découle : redécouvrir la nécessité de nous consacrer à une prière qui ne soit pas due et fonctionnelle, mais gratuite, calme et prolongée. Frère comment est ta prière? Revenir à l’adoration – as-tu oublié d’adorer?-, revenir à la prière du cœur. Répétons: Jésus, Fils de Dieu, aie pitié de moi, pécheur. Ressentons la grandeur de Dieu dans notre petitesse de pécheurs, afin de regarder en nous-mêmes et de nous laisser traverser par son regard. Redécouvrons la sagesse de notre Sainte Mère l’Église qui nous introduit dans la prière avec toujours l’invocation du pauvre qui crie : Dieu viens à mon aide.

Bien aimés, revenons enfin à saint Pierre et à ses larmes. L’autel placé sur son tombeau ne peut que nous faire penser à combien de fois, nous qui disons chaque jour «Prenez et mangez-en tous : ceci est mon Corps livré pour vous», nous décevons et attristons Celui qui nous aime au point de faire de nos mains les instruments de sa présence. Il est donc bon de faire nôtres les paroles avec lesquelles nous nous préparons à voix basse : «Le cœur humble et contrit, nous te supplions, Seigneur, accueille-nous», et encore : «Lave-moi de mes fautes, Seigneur, et purifie-moi de mon péché». Frères, la certitude que nous a donnée aujourd’hui la Parole nous console en toutes choses: le Seigneur, consacré par l’onction (cf. Lc 4, 18), est venu «guérir ceux qui ont le cœur brisé» (Is 61, 1). Alors, si le cœur est brisé, il peut être pansé et guéri par Jésus. Merci, chers prêtres, merci pour vos cœurs ouverts et dociles ; merci pour vos peines et merci pour vos larmes ; merci parce que vous apportez la merveille de la miséricorde – pardonnez toujours, soyez miséricordieux -; et apportez cette miséricorde, apportez Dieu aux frères et aux sœurs de notre temps. Chers prêtres, que le Seigneur vous réconforte, vous confirme et vous récompense. Merci.

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[1] «L’Église a de l’eau et des larmes : l’eau du baptême, les larmes de la pénitence». (S. Ambroise, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] «Une tristesse vécue selon Dieu produit un repentir qui mène au salut, sans causer de regrets, tandis que la tristesse selon le monde produit la mort» (2 Cor 7, 10).

[3] Cf. S. Jean Chrisostome, De compunctione, I, 10.

[4] Règle, IV, 57.

[5] Ivi, XX, 3.

[6] Cf. De paenitentia. VII, 5.

[7] Chap. XXI

[8] Discours acétiques (III Coll.), XII.

[9] Discours acétiques (I Coll.), XXXV (vers. grecque).

[10] Cf. FF 110.

[11] Chap XXI.

[00547-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“The eyes of all in the synagogue were fixed on him” (Lk 4:20). This passage of the Gospel is striking. It always makes us imagine that moment of silence when every eye was on Jesus, in a mixture of wonder and hesitance. We know, however, what happened next. After Jesus had unmasked the false expectations of his townspeople, they were “filled with rage” (Lk 4:28), got up and drove him out of town. They had indeed looked upon Jesus, but their hearts were not prepared to change at his word. They lost the occasion of a lifetime.

Tonight, Holy Thursday, will offer us a very different exchange of looks. It involves Peter, the first Pastor of our Church. Peter too initially refused to accept the “unmasking” words that the Lord had spoken to him: “You will deny me three times” (Mk 14:30). As a result, he “lost sight” of Jesus and denied him at the cock’s crow. Then, however, “the Lord turned and looked at Peter” and he “remembered the word of the Lord… and went out and wept bitterly” (Lk 22:61-62). His eyes were flooded with tears that, rising up from a wounded heart, liberated him from his false notions and his self-assurance. Those bitter tears changed his life.

Jesus’ words and actions in the course of those years had not altered Peter’s expectations, so similar to those of the people of Nazareth. He too was expecting a political Messiah, powerful, forceful and decisive. Scandalized at the sight of Jesus, powerless and submitting passively to his arrest, he said, “I do not know him!” (Lk 22:57). How true that was: Peter did not know Jesus. He would only begin to know him when, at the dark moment of his denial, he yielded to tears of shame and tears of repentance. And he would know Jesus in truth when, “hurt because Jesus said to him a third time, ‘Do you love me?’”, he would let the Lord’s gaze penetrate his entire being. Then, from saying, “I do not know him”, he was able to say, “Lord, you know everything” (Jn 21:17).

Dear brother priests, the healing of the heart of Peter, the healing of the apostle, the healing of the pastor, came about when, grief-stricken and repentant, he allowed himself to be forgiven by Jesus. That healing took place amid tears, bitter weeping, and the sorrow that leads to renewed love. For this reason, I have felt the need to share with you a few thoughts on an aspect of the spiritual life that has been somewhat neglected, yet remains essential. Even the word I am going to use today is somewhat old-fashioned, yet well worthy of reflecting on. That word is compunction.

The origin of the term has to do with piercing. Compunction is “a piercing of the heart” that is painful and evokes tears of repentance. Here, another episode from the life of Saint Peter can help us. His heart having been pierced by Jesus’ gaze and his words, Peter, now purified and set afire by the Holy Spirit, proclaimed on the day of Pentecost to the inhabitants of Jerusalem: “God has made him both Lord and Messiah, this Jesus whom you crucified” (cf. Acts 2:36). His hearers, recognizing both the evil that they had done and the salvation that the Lord was offering them, were themselves “cut to the heart” (Acts 2:37).

That is what compunction is: not a sense of guilt that makes us discouraged or obsessed with our unworthiness, but a beneficial “piercing” that purifies and heals the heart. Once we recognize our sin, our hearts can be opened to the working of the Holy Spirit, the source of living water that wells up within us and brings tears to our eyes. Those who are willing to be “unmasked” and let God’s gaze pierce their heart receive the gift of those tears, the holiest waters after those of baptism.[1] This is my desire for you, dear brother priests.

Yet we need to understand clearly what it means to weep for ourselves. It does not mean weeping in self-pity, as we are so often tempted to do. As, for example, when we are disappointed or upset that our hopes are frustrated, when we feel misunderstood, perhaps even by our fellow priests and our superiors. Or when we take an odd and morbid pleasure in brooding over wrongs received, feeling sorry for ourselves, convinced that we were not treated as we deserved or fearing that the future will hold further unpleasant surprises. This, as Saint Paul teaches us, is “worldly grief”, as opposed to “Godly grief”.[2]

Weeping for ourselves, on the other hand, means seriously repenting for saddening God by our sins; recognizing that we always remain in God’s debt, admitting that we have strayed from the path of holiness and fidelity to the love of the One who gave his life for us.[3] It means looking within and repenting of our ingratitude and inconstancy, and acknowledging with sorrow our duplicity, dishonesty and hypocrisy. Clerical hypocrisy, dear brothers, is something we fall into all too often. We need to be attentive to this reality. And turning our gaze once more to the crucified Lord and letting ourselves be touched by his love, which always forgives and raises up, never disappointing the trust of those who hope in him. Tears thus well up and, in flowing down our cheeks, descend to purify our heart.

Compunction demands effort, but bestows peace. It is not a source of anxiety but of healing for the soul, since it acts as a balm upon the wounds of sin, preparing us to receive the caress of the Lord, who transforms the “broken, contrite heart” (Ps 51:19), once it has been softened by tears. Compunction is thus the antidote to “sclerocardia”, that hardness of heart so often condemned by Jesus (cf. Mk 3:5; 10:5). For without repentance and sorrow, the heart hardens: first, it becomes stiff, impatient with problems and indifferent to persons, and then cold, impassive and impenetrable, then finally turns to stone. Yet just as drops of water can wear down a stone, so tears can slowly soften stony hearts. In this way, a “good sorrow” miraculously leads to sweetness.

Here we can begin to see why the masters of the spiritual life insist on the importance of compunction. Saint Benedict says that, “in tears and groaning daily we should confess in prayer to God the sins of our past”,[4] and observes that in prayer, “it is not by many words that we are graciously heard, but by our purity of heart and tears of compunction”.[5] Saint John Chrysostom notes that a single tear can extinguish a blaze of sins,[6] while the Imitation of Christ tells us: “Give yourself to compunction of heart”, since “through levity of heart and neglect of our shortcomings, we do not feel the sorrows of our soul”.[7] Compunction is the remedy for this, since it brings us back to the truth about ourselves, so that the depths of our being sinners can reveal the infinitely greater reality of our being pardoned by grace – the joy of being pardoned. It is not surprising, then, that Isaac of Nineveh could say: “The one who forgets the greatness of his sins forgets the greatness of God’s mercy in his regard”.[8]

To be sure, dear brothers and sisters, all interior renewal is born of the encounter between our human misery and God’s mercy, and it develops through poverty of spirit, which allows the Holy Spirit to enrich us. Here too, we can think of the clear teaching of many spiritual masters, including, once again, Saint Isaac: “Those who acknowledge their sins… are greater than those who by their prayers raise the dead. Those who weep for an hour over their sins are greater than those who serve the whole world by contemplation… Those who are blessed with self-knowledge are greater than those blessed with the vision of angels”.[9]

Brother priests, let us look to ourselves and ask ourselves what part compunction and tears play in our examination of conscience and our prayers. Let us ask whether, with the years that pass, our tears increase. In nature, the older we become, the less we weep. In the life of the spirit, however, we are asked to become like children (cf. Mt 18:3): if we fail to weep, we regress and grow old within, whereas those whose prayer becomes simpler and deeper, grounded in adoration and wonder in the presence of God, grow and mature. They become less attached to themselves and more attached to Christ. Made poor in spirit, they draw closer to the poor, those who are most dear to God. As Saint Francis of Assisi wrote in his testament, those whom we used to keep at a distance now become our dear companions.[10] So it is that those who feel compunction of heart increasingly feel themselves brothers and sisters to all the sinners of the world, setting aside airs of superiority and harsh judgments, and filled with a burning desire to show love and make reparation.

Dear brothers, another aspect of compunction is solidarity. A heart that is docile, liberated by the spirit of the Beatitudes, becomes naturally prone to practice compunction towards others. Rather than feeling anger and scandal at the failings of our brothers and sisters, it weeps for their sins. There occurs a sort of reversal, where the natural tendency to be indulgent with ourselves and inflexible with others is overturned and, by God’s grace, we become strict with ourselves and merciful towards others. The Lord seeks, above all in those consecrated to him, men and women who bewail the sins of the Church and the world, and become intercessors on behalf of all. How many heroic witnesses in the Church have shown us this way! We think of the monks of the desert, in East and West; the constant intercession, in groaning and tears, of Saint Gregory of Narek; the Franciscan offering for unrequited Love; and those many priests who, like the Curé of Ars, lived lives of penance for the salvation of others. Dear brothers, this is not poetry, but priesthood!

Dear brother priests, from us, his shepherds, the Lord desires not harshness but love, and tears for those who have strayed. If our hearts feel compunction, the difficult situations, the sufferings and the lack of faith that we encounter daily will make us respond not with condemnation, but with perseverance and mercy. How greatly we need to be set free from harshness and recrimination, selfishness and ambition, rigidity and frustration, in order to entrust ourselves completely to God, and to find in him the calm that shields us from the storms raging all around us! Let us pray, intercede and shed tears for others; in this way, we will allow the Lord to work his miracles. And let us not fear, for he will surely surprise us!

Our ministry will help in this. Today, in our secular societies, we run the risk of being hyperactive and at the same time feeling inadequate, with the result that we lose enthusiasm and are tempted to “pull up the oars”, to take refuge in complaining and we forget that God is infinitely greater than all our problems. When that happens, we become bitter and prickly, always badmouthing and complaining about things. Whereas if bitterness and compunction are directed not to the world but to our own hearts, the Lord will not fail to visit us and raise us up. That is exactly what the Imitation of Christ tells us to do: “Busy yourself not about the affairs of others, and do not become entangled in the business of your superiors. Keep an eye primarily on yourself, and admonish yourself instead of your friends. If you do not enjoy the favour of men, do not let it sadden you; yet consider it a serious matter if you do not conduct yourself as well or as carefully as is becoming”.[11]

Lastly, let me emphasize another essential point: compunction is not so much our work but a grace, and, as such, it must be sought in prayer. Repentance is God’s gift and the work of the Holy Spirit. As an aid to cultivating a spirit of repentance, I would share two bits of advice. First, let us stop looking at our life and our vocation in terms of efficiency and immediate results, and being caught up in present needs and expectations; instead let us view things against the greater horizon of the past and the future. The past, by recalling God’s fidelity – God is faithful –, being mindful of his forgiveness and firmly anchored in his love. The future, by looking to the eternal goal to which we are called, the ultimate purpose of our lives. Broadening our horizons, dear brothers, helps to expand our hearts, to spend time with the Lord and to experience compunction. My second bit of advice follows from the first. Let us rediscover our need to cultivate prayer that is not obligatory and functional, but freely chosen, tranquil and prolonged. Brothers, how is your prayer life? Let us return to adoration. Have you been forgetting to adore the Lord? Let us return to the prayer of the heart. Let us repeat: Jesus, Son of God, have mercy on me, a sinner. Let us sense God’s grandeur even as we contemplate our own sinfulness, and open our hearts to the healing power of his gaze. Then we will rediscover the wisdom of Holy Mother Church in having our prayer always begin in the words of the poor man who cries: God, come to my assistance!

Dear brothers, allow me to conclude by returning to Saint Peter and his tears. The altar we see above his tomb makes us think of how often we priests – who daily say: “Take this, all of you, and eat of it, for this is my Body, which will be given up for you” – have disappointed and grieved the One who loved us so greatly as to make our hands the instruments of his presence. We do well, then, to repeat those prayers we say in silence: “With humble spirit and contrite heart may we be accepted by you, Lord”, and “Wash me, O Lord, from my iniquity and cleanse me from my sin”. Yet in every way, brothers, we are comforted by the certainty spoken of in today’s liturgy: the Lord, consecrated by his anointing (cf. Lk 4:18), came “to bind up the brokenhearted” (Is 61:1). If hearts are broken, surely they can be bound up and healed by Jesus. Thank you, dear priests, for your open and docile hearts. Thank you for all your hard work and your tears. Thank you for bringing the miracle of God’s mercy. Always forgive. Be merciful. Bring God’s mercy to our brothers and sisters in today’s world. Dear priests, may the Lord console you, strengthen you and reward you. Thank you!

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[1] “The Church possesses water and tears: the waters of Baptism and the tears of Penance (SAINT AMBROSE, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] “For godly grief produces a repentance that leads to salvation and brings now regret, but worldly grief produces death” (2 Cor 7:10).

[3] Cf. SAINT JOHN CHRYSOSTOM, De compunctione, I, 10.

[4] Rule, IV, 57.

[5] Ibid., XX, 3.

[6] Cf. De poenitentia, VII, 5.

[7] Ch. XXI.

[8] Ascetical Homilies (III Coll.), XII.

[9] Ascetical Homilies (I coll.), XXXIV (Greek).

[10] Cf. FF 110.

[11] Ch. XXI.

[00547-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

»Die Augen aller in der Synagoge waren auf ihn gerichtet» (Lk 4,20). Diese Evangelienstelle ist immer wieder beeindruckend und lädt dazu ein, sich die Szene bildlich vor Augen zu führen: sich den Moment der Stille vorzustellen, in dem alle Augen auf Jesus gerichtet waren, in einer Mischung aus Staunen und Misstrauen. Wir wissen jedoch, wie es endete: Nachdem Jesus die falschen Erwartungen seiner Landsleute entlarvt hatte, »gerieten sie alle in Wut« (Lk 4,28), sie gingen hinaus und trieben ihn aus der Stadt. Ihre Augen hatten sich auf Jesus gerichtet, aber ihre Herzen waren nicht bereit, sich auf sein Wort hin zu verwandeln. So verspielten sie die Chance ihres Lebens.

Doch am heutigen Abend, dem Gründonnerstag, begegnen sich die Blicke auf andere Weise. Der Protagonist ist Petrus, der erste Hirte unserer Kirche. Auch er glaubte anfangs nicht dem „entlarvenden“ Wort, das der Herr an ihn gerichtet hatte: „Du wirst mich dreimal verleugnen“ (vgl. Mk 14,30). So „verlor er Jesus aus den Augen“ und verleugnete ihn beim Hahnenschrei. Doch dann »wandte sich der Herr um und blickte ihn an«, und er »erinnerte sich an das Wort, das der Herr zu ihm gesagt hatte [...] Und er ging hinaus und weinte bitterlich« (Lk 22,61-62). Seine Augen waren voller Tränen, die aus einem verwundeten Herzen stammten und ihn von falschen Überzeugungen und Rechtfertigungen befreiten. Dieses bittere Weinen veränderte sein Leben.

Die Worte und das Handeln Jesu hatten Petrus über Jahre hinweg nicht von seinen Erwartungen abbringen können, die denen der Leute von Nazaret ähnelten: Auch er erwartete einen politischen und mächtigen Messias, stark und entschlossen, und angesichts des anstößig schwachen Jesus, der ohne Widerstand zu leisten verhaftet wird, erklärte er: »Ich kenne ihn nicht» (Lk 22,57). Und es stimmt, er kannte ihn nicht: Er begann ihn kennenzulernen, als er in der Dunkelheit der Verleugnung seinen Tränen der Scham, seinen Tränender Reue freien Lauf ließ. Und er sollte ihn wirklich kennenlernen, als er, »traurig, weil Jesus ihn zum dritten Mal gefragt hatte: Liebst du mich?«, sich ganz vom Blick Jesu durchdringen ließ. Dann wird er von den Worten »Ich kenne ihn nicht« zu den Worten übergehen: »Herr, du weißt alles« (Joh 21,17).

Liebe Mitbrüder im Priesteramt, die Heilung des Herzens Petri, die Heilung des Apostels, die Heilung des Hirten geschieht dann, wenn wir uns, verwundet und reumütig, von Jesus vergeben lassen. Es geschieht über Tränen, über bitteres Weinen und durch den Schmerz hindurch, der uns die Liebe wiederfinden lässt. Deshalb habe ich den Wunsch gehegt, mit euch einige Gedanken über einen eher vernachlässigten, aber wesentlichen Aspekt des geistlichen Lebens zu teilen; ich gebe ihn heute mit einem Wort wieder, das vielleicht veraltet ist, von dem ich aber glaube, dass es uns guttut, es wieder neu zu entdecken: die Reue (compunctio).

Das lateinische Wort compunctio meint ein Stechen: Die Reue ist „ein Stich im Herzen“, ein Stich, der das Herz verwundet und Tränen der Reue hervorruft. Eine Begebenheit, die wieder mit dem heiligen Petrus zu tun hat, hilft uns da weiter. Durchdrungen vom Blick und von den Worten des auferstandenen Jesus, verkündete er am Pfingsttag, geläutert und entflammt vom Heiligen Geist, den Bewohnern Jerusalems: »Gott hat ihn zum Herrn und Christus gemacht, diesen Jesus, den ihr gekreuzigt habt« (vgl. Apg 2,36). Die Zuhörer spürten gleichzeitig das Böse, das sie getan hatten, wie auch das Heil, das der Herr ihnen schenkte, und »als sie das hörten, traf es sie mitten ins Herz«, so sagt der Text (Apg 2,37).

Das also ist die Reue: Nicht ein niederschmetterndes Schuldgefühl, keine lähmende Skrupulosität, sondern sie ist ein heilsamer Stich, der im Innern brennt und heilt, weil sich das Herz – wenn es die eigene Boshaftigkeit sieht und sich als sündig erkennt – für das Wirken des Heiligen Geistes öffnet, des lebendigen Wassers, das das Herz berührt, und Tränen über das Gesicht fließen lässt. Wer die Maske abwirft und sich von Gott ins Herz schauen lässt, empfängt das Geschenk dieser Tränen, die nach dem Wasser der Taufe das heiligste Wasser sind[1]. Lieber Mitbrüder im Priesteramt, heute wünsche ich euch dies.

Wir müssen jedoch recht verstehen, was es bedeutet, über sich selbst zu weinen. Es bedeutet nicht, dass wir uns selbst bemitleiden, was eine häufige Versuchung ist. Das geschieht zum Beispiel, wenn wir enttäuscht oder besorgt sind wegen unserer unerfüllten Erwartungen, wegen des fehlenden Verständnisses anderer, etwa der Mitbrüder und Vorgesetzten. Oder wenn wir aus einer merkwürdigen und ungesunden seelischen Neigung heraus gern in dem uns zugefügten Unrecht herumrühren, um uns selbst zu bemitleiden, und dabei meinen, nicht das bekommen zu haben, was wir verdient hätten, und uns vorstellen, dass die Zukunft nur immer neue negative Überraschungen für uns bereithält. Dies ist – so lehrt uns der heilige Paulus – die weltliche Traurigkeit im Gegensatz zur gottgewollten Traurigkeit[2].

Über uns selbst zu weinen bedeutet hingegen, ernsthaft zu bereuen, dass wir Gott mit unserer Sünde betrübt haben; es bedeutet anzuerkennen, dass wir immer im Soll und nicht im Haben sind; es bedeutet zuzugeben, dass wir vom Weg zur Heiligkeit abgekommen sind, weil wir nicht der Liebe dessen treu geblieben sind, der sein Leben für mich hingab[3]. Es bedeutet, in mich hineinzuschauen und meine Undankbarkeit und Unbeständigkeit zu bedauern; es bedeutet, voll Trauer über meine Falschheit und Unaufrichtigkeit nachzudenken; es bedeutet, in die verschlungenen Wege meiner Heuchelei hinabzusteigen, in die klerikale Heuchelei, liebe Mitbrüder, jene Heuchelei, in die wir so sehr abrutschen … Hütet euch vor der klerikalen Heuchelei Und dann schaue ich wieder auf den Gekreuzigten und lasse mich von seiner Liebe bewegen, die immer verzeiht und aufrichtet, die die Hoffnungen derer niemals enttäuscht, die auf ihn vertrauen. So fließen die Tränen weiter und läutern das Herz.

Reue ist tatsächlich mühsam, aber sie verleiht auch wieder Frieden; sie verursacht keine Angst, sondern erleichtert die Seele von ihren Lasten, denn sie wirkt in der Wunde der Sünde und macht uns bereit, eben dort die liebevolle Zuwendung des Herrn zu erfahren, der das Herz verwandelt, wenn es „zerbrochen und zerschlagen“ (vgl. Ps 51,19) und von Tränen erweicht ist. Die Reue ist also das Gegenmittel gegen die Sklerokardie, jene von Jesus so sehr angeprangerte Hartherzigkeit (vgl. Mk 3,5; 10,5). Denn ohne Reue und Weinen verhärtet das Herz: Zuerst wird es routiniert, dann wird es ungeduldig gegenüber Problemen und gleichgültig gegenüber Menschen, dann kalt und fast teilnahmslos, wie in eine unzerbrechliche Schale gehüllt, und schließlich wird es ein Herz aus Stein. Aber so wie der Tropfen den Stein aushöhlt, so höhlen die Tränen langsam die verhärteten Herzen. So werden wir Zeugen des Wunders, dass Traurigkeit, die gute Traurigkeit, zur Sanftmut führt.

Wir verstehen also, warum die geistlichen Lehrer so auf die Reue bestehen. Der heilige Benedikt lädt uns ein, die »früheren Sünden unter Tränen und Seufzen täglich im Gebet Gott [zu] bekennen«[4]. Und er betont, dass wir im Gebet »nicht erhört werden, wenn wir viele Worte machen, sondern wenn wir in Lauterkeit des Herzens und mit Tränen der Reue beten«[5]. Und während für Johannes Chrysostomus wenige Tränen ein ganzes Feuer von Schuld auslöschen[6], empfiehlt die Nachfolge Christi: »Kehre dich lieber einwärts zur Reue«, denn »der Leichtsinn unseres Herzens und die Unachtsamkeit auf unsere Gebrechen sind so groß, dass wir das Elend unserer Seele nicht einmal empfinden.«[7]. Die Reue ist das Heilmittel, denn sie erinnert uns an die Wahrheit über uns selbst, so dass der Abgrund unserer Sündhaftigkeit die unendlich größere Tatsache offenbart, dass uns vergeben wird, die Freude darüber, Vergebung zu empfangen Die Aussage von Isaak von Ninive ist daher nicht überraschend: »Wer das Ausmaß der eigenen Sünden vergisst, der vergisst das Ausmaß der Gnade Gottes ihm gegenüber«[8].

Es ist wirklich so, Brüder und Schwestern, jede innere Wiedergeburt entspringt immer aus der Begegnung zwischen unserem Elend und seiner Barmherzigkeit – unsere Armseligkeit und seine Barmherzigkeit begegnen sich –; jede innere Wiedergeburt erfolgt durch unsere Armut im Geiste, die es dem Heiligen Geist ermöglicht, uns zu bereichern. In diesem Licht versteht man die starken Behauptungen so vieler geistlicher Lehrer. Denken wir an die paradoxen Aussagen des heiligen Isaak: »Derjenige, der die eigenen Sünden kennt [...], ist größer als derjenige, der durch das Gebet Tote auferweckt. Derjenige, der eine Stunde über sich selbst weint, ist größer als einer, der der ganzen Welt mit der Kontemplation dient [...]. Der, dem es gegeben ist, sich selbst zu kennen, ist größer als der, dem es gegeben ist, Engel zu sehen«[9].

Brüder, schauen wir nun auf uns selbst als Priester und fragen wir uns, wie sehr die Reue und die Tränen in unserer Gewissenserforschung und in unserem Gebet zu finden sind. Fragen wir uns, ob im Laufe der Jahre die Tränen zunehmen. In dieser Hinsicht ist es gut, dass es sich ganz anders verhält als im biologischen Leben, in dem man, wenn man heranwächst, weniger weint als noch als Kind. Im geistlichen Leben hingegen, in dem es darauf ankommt, ein Kind zu werden (vgl. Mt 18,3), entwickelt sich derjenige zurück, der nicht weint, er altert innerlich, während derjenige reift, der zu einem einfacheren und innigeren Gebet gelangt, das aus Anbetung und Ergriffenheit vor Gott besteht. Er klammert sich immer weniger an sich selbst und immer mehr an Christus, er wird arm im Geiste. Auf diese Weise fühlt er sich den Armen, den Geliebten Gottes, näher, die er zuvor – wie der heilige Franziskus in seinem Testament schreibt – ferngehalten hatte, weil er in der Sünde lebte, deren Gesellschaft ihm dann aber nicht mehr bitter, sondern angenehm ist[10]. Und so fühlt sich derjenige, der im Herzen Reue empfindet, mehr und mehr wie ein Bruder aller Sünder der Welt, er fühlt sich mehr Bruder, ohne den Anschein von Überlegenheit oder Härte des Urteils, sondern immer mit dem Wunsch zu lieben und wiedergutzumachen.

Das ist also, liebe Mitbrüder, ein weiteres Merkmal der Reue: die Solidarität. Ein fügsames Herz, das durch den Geist der Seligpreisungen frei geworden ist, neigt von Natur aus dazu, für andere Reue zu empfinden: Anstatt sich über das Böse, das die Brüder und Schwestern begangen haben, zu erzürnen und sich zu empören, weint es über ihre Sünden. Er nimmt keinen Anstoß. Es findet eine Art Umkehrung statt, bei dem sich die natürliche Neigung, mit sich selbst nachsichtig und mit den anderen hart zu sein, umkehrt und man durch die Gnade Gottes sich selbst gegenüber konsequent und den anderen gegenüber barmherzig wird. Und der Herr sucht vor allem unter den ihm geweihten Menschen solche, die über die Sünden der Kirche und der Welt weinen und die sich zu Werkzeugen der Fürsprache für alle machen. Wie viele heroische Zeugen in der Kirche zeigen uns diesen Weg! Denken wir an die Wüstenväter im Osten und im Westen; an die unablässige, aus Seufzen und Tränen bestehende Fürsprache des heiligen Gregor von Narek; an das franziskanische Opfer für die nicht erwiderte göttliche Liebe; an Priester wie den Pfarrer von Ars, die zum Heil ihrer Mitmenschen Buße taten. Liebe Mitbrüder, das ist keine Poesie, das ist Priestertum!

Liebe Brüder, von uns, seinen Hirten, verlangt der Herr keine abwertenden Urteile über diejenigen, die nicht glauben, sondern Liebe und Tränen für diejenigen, die weit weg sind. Die schwierigen Situationen, die wir sehen und erleben, der Mangel an Glauben, die Leiden, denen wir begegnen, wecken, wenn sie mit einem reuevollen Herzen in Berührung kommen, nicht unnachgiebige Polemik, sondern Beharrlichkeit in der Barmherzigkeit. Wie sehr müssen wir uns von Härte und Schuldzuweisungen, von Egoismus und Ehrgeiz, von Starrheit und Unzufriedenheit befreien, um uns Gott anzuvertrauen und um ihm die Menschen anzuvertrauen und in ihm einen Frieden zu finden, der uns in jedem Sturm rettet! Beten wir an, beten wir für andere und weinen wir für sie: Wir werden es dem Herrn ermöglichen, Wunder zu wirken. Und fürchten wir uns nicht: Er wird uns überraschen!

Das wird unserem Dienst guttun. Wir laufen heute in einer säkularen Gesellschaft Gefahr, sehr aktiv zu sein und uns gleichzeitig ohnmächtig zu fühlen, mit dem Ergebnis, dass wir den Enthusiasmus verlieren und versucht sind, „die Ruder einzuziehen“, uns in Gejammer einzuschließen und die Größe der Probleme für bedeutender zu halten als die Größe Gottes. Wenn dies geschieht, werden wir bitter und stechend, indem wir immer schlecht über die anderen reden und einen Anlass uns zu beklagen finden Wenn sich aber die Bitterkeit und die Reue nicht auf die Welt, sondern auf unser eigenes Herz richten, dann wird der Herr es nicht versäumen, uns zu besuchen und uns wiederaufzurichten. So mahnt uns die Nachfolge Christi: »Zieh fremde Dinge nicht zu nahe an dein Herz, und verwickle dich nicht in die Geschäfte der Großen. Wende deinen Blick zuerst immer nur auf dich, und unter allen deinen Freunden sei du immer der erste, dem du zu Herzen redest. Wenn dir die Menschen ihre Gunst entziehen, das soll dich nicht traurig machen. Aber das lass dir zu Herzen gehen, dich traurig machen, dass du nicht immer so gut und so vorsichtig wandelst«[11].

Abschließend möchte ich noch einen wesentlichen Aspekt hervorheben: Die Reue ist nicht so sehr das Ergebnis unserer Übung, sondern eine Gnade und als solche ist sie im Gebet zu erbitten. Die Reue ist ein Geschenk Gottes, sie ist die Frucht des Wirkens des Heiligen Geistes. Um ihr Wachstum zu begünstigen, gebe ich zwei kleine Ratschläge. Der erste besteht darin, das Leben und die Berufung nicht aus dem Blickwinkel der Effizienz und der Unmittelbarkeit zu betrachten, die nur mit dem Heute und seinen Dringlichkeiten und Erwartungen verbunden ist, sondern zusammen mit der Vergangenheit und Zukunft. Mit der Vergangenheit, indem wir uns an die Treue Gottes – Gott ist treu – und an seine Vergebung erinnern und uns in seiner Liebe verankern; und mit der Zukunft, indem wir an das ewige Ziel denken, zu dem wir berufen sind, an die letzte Bestimmung unseres Daseins. Eine solche Erweiterung des Horizonts, liebe Mitbrüder, die Horizonte erweitern, hilft uns, unser Herz zu weiten und ermutigt uns, zusammen mit dem Herrn zu uns selbst zurückzufinden und reumütig zu sein. Ein zweiter Ratschlag, der sich daraus ergibt: Entdecken wir erneut die Notwendigkeit, uns einem Gebet zu widmen, das nicht verpflichtend und nicht funktional, sondern zweckfrei, ruhig und ausgedehnt ist. Bruder, wie sieht dein Gebet aus? Kehren wir zur Anbetung zurück – hast du die Anbetung vergessen? – und kehren wir zum Herzensgebet zurück. Wiederholen wir: Jesus, Sohn Gottes, sei mir Sünder gnädig. Spüren wir als Sünder die Größe Gottes in unserer Armseligkeit, damit wir in unser Inneres schauen und uns von seinem Blick durchdringen lassen. So werden wir die Weisheit der heiligen Mutter Kirche wiederentdecken, die uns immer in das Gebet einführt mit der Anrufung des Armen, der ruft: O Gott, komm mir zu Hilfe.

Meine Lieben, kehren wir abschließend zum heiligen Petrus und zu seinen Tränen zurück. Der Altar, der über seinem Grab steht, lässt uns unwillkürlich daran denken, wie oft wir, die wir dort jeden Tag sagen: »Nehmet und esset alle davon: Das ist mein Leib, der für euch hingegeben wird«, denjenigen enttäuschen und betrüben, der uns so sehr liebt, dass er unsere Hände zu Werkzeugen seiner Gegenwart macht. Es ist daher gut, sich die Worte zu eigen zu machen, mit denen wir uns leise vorbereiten: »Wir kommen zu dir mit reumütigem Herzen und mit demütigem Sinn«, und weiter: »Wasche ab meine Schuld, von meinen Sünden mach mich rein«. Brüder, in allem tröstet uns die Gewissheit, die uns das Wort Gottes heute zusagt: Der Herr, der gesalbt ist (vgl. Lk 4,18), ist gekommen, »um die zu heilen, die gebrochenen Herzens sind« (Jes 61,1). Wenn das Herz also zerbricht, kann es von Jesus verbunden und geheilt werden. Danke, liebe Priester, danke für eure offenen und fügsamen Herzen; danke für eure Mühen und danke für eure Tränen; danke, dass ihr das Wunder der Barmherzigkeit bringt – vergebt immer, seid barmherzig –, und bringt diese Barmherzigkeit, bringt Gott zu den Brüdern und Schwestern unserer Zeit. Liebe Priester, der Herr tröste euch, er bestärke euch und belohne euch. Danke.

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[1] »Die Kirche hat das Wasser und die Tränen: Das Wasser der Taufe, die Tränen der Buße« (Ambrosius, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] »Die gottgewollte Traurigkeit verursacht nämlich Sinnesänderung zum Heil, die nicht bereut zu werden braucht; die weltliche Traurigkeit aber führt zum Tod« (2 Kor 7,10).

[3] Vgl. Johannes Chrysostomus, De compunctione, I, 10.

[4] Regel, IV, 57.

[5] Ebd., XX, 3.

[6] Vgl. De paenitentia, VII,5.

[7] Kap. XXI.

[8] Discorsi ascetici (III Coll.), XII.

[9] Discorsi ascetici (I Coll.), XXXIV (griech. Version).

[10] Vgl. FF 110.

[11] Kap. XXI.

[00547-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

«Todos en la sinagoga tenían los ojos fijos en él» (Lc 4,20). Llama la atención este pasaje del Evangelio, pues nos lleva a visualizar la escena, a imaginar ese momento de silencio en el que todas las miradas estaban concentradas en Jesús, en una mezcla de estupor y desconfianza. Sabemos sin embargo cómo terminaría: después de que Jesús hubo desenmascarado las falsas expectativas de sus compaisanos, estos «se enfurecieron» (Lc 4,28), salieron y lo echaron fuera de la ciudad. Sus ojos habían estado fijos en Jesús, pero sus corazones no estaban dispuestos a cambiar a causa de su palabra. De ese modo, perdieron la oportunidad de sus vidas.

Pero hoy, en esta tarde de Jueves Santo, se produce un cruce de miradas alternativo. El protagonista es el primer Pastor de nuestra Iglesia, Pedro. Al principio, tampoco él dio fe a la palabra “desenmascarante” que el Señor le había dirigido: «Me habrás negado tres veces» (Mc 14,30). Por eso, “perdió de vista” a Jesús y lo negó cuando cantó el gallo. Pero después, cuando “el Señor, dándose vuelta, lo miró, este recordó las palabras que él le había dicho. Y saliendo afuera, lloró amargamente” (cf. Lc 22,61-62). Sus ojos se llenaron de lágrimas que, nacidas de un corazón herido, lo liberaron de convicciones y justificaciones falsas. Aquel llanto amargo le cambió la vida.

Las palabras y los gestos de Jesús durante tantos años no habían logrado mover a Pedro de sus expectativas, parecidas a las de la gente de Nazaret. También él esperaba un Mesías político y poderoso, fuerte y resolutivo, y frente al escándalo de un Jesús débil, arrestado sin oponer resistencia, declaró: «No lo conozco» (Lc 22,57). Y es verdad, no lo conocía, comenzó a conocerlo cuando, en la oscuridad de la negación, dio cabida a lágrimas de vergüenza, a las lágrimas de arrepentimiento. Y lo conocerá de verdad cuando, entristecido «de que por tercera vez le preguntara si lo quería», se dejó atravesar sin reservas por la mirada de Jesús. Entonces, del «no lo conozco» pasará a decir: «Señor, tú lo sabes todo» (Jn 21,17).

Queridos hermanos sacerdotes, la curación del corazón de Pedro, la curación del Apóstol y la curación del Pastor son posibles cuando, heridos y arrepentidos, nos dejamos perdonar por Jesús; estas curaciones pasan a través de las lágrimas, del llanto amargo y del dolor que permite redescubrir el amor. Por eso, desde hace tiempo siento la necesidad de compartir con ustedes, algunos pensamientos sobre un aspecto de la vida espiritual bastante descuidado, pero esencial. Lo propongo hoy con una palabra tal vez pasada de moda, pero que creo que nos haga bien redescubrir: la compunción.

¿Qué es la compunción? La palabra evoca el punzar. La compunción es “una punción en el corazón”, un pinchazo que lo hiere, haciendo brotar lágrimas de arrepentimiento. Nos ayuda a explicarlo otro episodio relacionado también con san Pedro. Él, traspasado por la mirada y las palabras de Jesús resucitado el día de Pentecostés, purificado y lleno del fuego del Espíritu, proclamó a los habitantes de Jerusalén: «a ese Jesús que ustedes crucificaron, Dios lo ha hecho Señor y Mesías» (Hch 2,36). Los que escuchaban advirtieron a la vez el mal que habían hecho y la salvación que el Señor derramaba sobre ellos, y «al oír estas cosas —dice el texto—, todos se conmovieron profundamente» (Hch 2,37).

Esta es la compunción, no es un sentimiento de culpa que nos tumba por tierra, no es el escrúpulo que paraliza, sino que es un aguijón benéfico que quema por dentro y cura, porque el corazón, cuando ve el propio mal y se reconoce pecador, se abre, acoge la acción del Espíritu Santo, agua viva que lo sacude haciendo correr las lágrimas sobre el rostro. Quien se quita la máscara y deja que Dios mire su corazón recibe el don de estas lágrimas, que son las aguas más santas después de las del Bautismo[1]. Queridos hermanos sacerdotes, hoy les deseo esto.

Pero es necesario comprender bien qué significan las lágrimas de compunción. No se trata de sentir lástima de uno mismo, como frecuentemente nos vemos tentados a hacer. Esto sucede, por ejemplo, cuando estamos desilusionados o preocupados por nuestras expectativas frustradas, por la falta de comprensión por parte de los demás, tal vez hermanos de comunidad o superiores. También cuando, a causa de un extraño y malsano gusto de nuestro espíritu, nos regodeamos en los agravios recibidos para autocompadecernos, pensando que no nos han dado lo que merecíamos e imaginando que el futuro no nos depara otra cosa que continuas desilusiones. Esta —nos enseña san Pablo— es la tristeza según el mundo, opuesta a la tristeza que es según Dios[2].

Tener lágrimas de compunción, en cambio, es arrepentirse seriamente de haber entristecido a Dios con el pecado; es reconocer estar siempre en deuda y no ser nunca acreedores; es admitir haber perdido el camino de la santidad, no habiendo creído en el amor de Aquel que dio su vida por mí[3]. Es mirarme dentro y dolerme por mi ingratitud y mi inconstancia; es considerar con tristeza mi doblez y mis falsedades; es bajar a los recovecos de mi hipocresía. La hipocresía clerical, queridos hermanos, es aquella hipocresía en la que nos resbalamos tanto, tanto. Tengan cuidado con la hipocresía clerical. Para después, fijar la mirada en el Crucificado y dejarme conmover por su amor que siempre perdona y levanta, que nunca defrauda las esperanzas de quien confía en Él. Así las lágrimas siguen derramándose y purifican el corazón.

La compunción, claro está, requiere esfuerzo pero restituye la paz; no provoca angustia, sino que aligera el alma de las cargas, porque actúa en la herida del pecado, disponiéndonos a recibir precisamente allí la caricia del Señor, que trasforma el corazón cuando está «contrito y humillado» (Sal 51,19), suavizado por las lágrimas. La compunción es por tanto el antídoto contra la esclerosis del corazón, contra esa dureza del corazón que tanto denunció Jesús (cf. Mc 3,5; 10,5). El corazón sin arrepentimiento ni llanto se vuelve rígido. Primero se afianza en sus rutinas, después es intolerante con los problemas y las personas le son indiferentes, luego se torna frío y casi impasible, como envuelto en una coraza inquebrantable, y finalmente se vuelve un corazón de piedra. Pero, como una gota excava la piedra, así las lágrimas excavan lentamente los corazones endurecidos. Se asiste de esta manera al milagro de la tristeza, de la buena tristeza que lleva a la dulzura.

Comprendemos entonces por qué los maestros espirituales insisten sobre la compunción. San Benito invitaba cada día a «confesar diariamente a Dios en la oración, con lágrimas y gemidos, las culpas pasadas»[4], y afirmaba que al rezar no seríamos escuchados «por hablar mucho, sino por la pureza de corazón y compunción de lágrimas»[5]. Y si para san Juan Crisóstomo una sola lágrima es capaz de apagar un brasero de culpas[6], en la Imitación de Cristo se recomienda: «Date a la compunción del corazón», en cuanto «por la liviandad del corazón y por el descuido de nuestros defectos no sentimos los males de nuestra alma»[7]. La compunción es el remedio, porque nos muestra la verdad de nosotros mismos, de modo que la profundidad de nuestro ser pecadores revela la realidad infinitamente más grande de nuestro ser perdonados, la alegría de ser perdonados. Por eso no nos debe extrañar la afirmación de Isaac de Nínive: «El que olvida la medida de sus propios pecados, olvida la medida de la gracia de Dios hacia él»[8].

Es verdad, queridos hermanos y hermanas, cada uno de nuestros renacimientos interiores brotan siempre del encuentro entre nuestra miseria y la misericordia del Señor —se encuentran nuestra miseria y su misericordia—, cada renacimiento interior pasa a través de nuestra pobreza de espíritu, que permite que el Espíritu Santo nos enriquezca. Con esta luz se comprenden las fuertes afirmaciones de tantos maestros espirituales. Detengámonos otra vez en las afirmaciones paradójicas de san Isaac: «Aquel que conoce sus pecados […] es más grande de aquel que con la oración resucita muertos. Aquel que llora una hora sobre sí mismo es más grande que quien sirve el mundo entero con la contemplación […]. Aquel al que ha sido dado conocerse a sí mismo es más grande que aquel a quien le fue dado ver a los ángeles»[9].

Hermanos, volvamos a nosotros sacerdotes y preguntémonos cuán presentes están la compunción y las lágrimas en nuestro examen de conciencia y en nuestra oración. Interroguémonos si con el pasar de los años las lágrimas aumentan. Bajo este aspecto sería bueno que ocurriese al revés de como sucede en la vida biológica, en la que cuando crecemos lloramos menos que cuando éramos niños. Sin embargo, en la vida espiritual, en la que cuenta hacerse como niños (cf. Mt 18,3), quien no llora retrocede, envejece por dentro, mientras que quien alcanza una oración más sencilla e íntima, hecha de adoración y conmoción ante Dios, madura. Se liga menos a sí mismo y más a Cristo, y se hace pobre de espíritu. De ese modo se siente más cercano a los pobres, los predilectos de Dios, que —como escribe san Francisco en su testamento— antes, “como estaba en mis pecados”, los tenía lejos, pero cuya compañía, después, de amarga se convirtió en dulce[10]. Y, de ese modo, quien se compunge de corazón se siente más hermano de todos los pecadores del mundo, se siente más hermano sin un atisbo de superioridad o de aspereza de juicio, sino siempre con el deseo de amar y reparar.

Y esta, queridos hermanos, es otra característica de la compunción, la solidaridad. Un corazón dócil, liberado por el espíritu de las Bienaventuranzas, se inclina naturalmente a hacer compunción por los demás; en vez de enfadarse o escandalizarse por el mal que cometen los hermanos, llora por sus pecados. No se escandaliza. Se realiza entonces una especie de vuelco, donde la tendencia natural a ser indulgentes consigo mismo e inflexibles con los demás se invierte y, por gracia de Dios, uno se vuelve severo consigo mismo y misericordioso con los demás. Y el Señor busca, especialmente entre los consagrados a Él, a quienes lloren los pecados de la Iglesia y del mundo, haciéndose instrumento de intercesión por todos. Cuántos testigos heroicos en la Iglesia nos indican este camino. Pensemos en los monjes del desierto, en Oriente y en Occidente; en la intercesión continua, entre gemidos y lágrimas, de san Gregorio de Narek; en la ofrenda franciscana por el Amor no amado; en sacerdotes, como el cura de Ars, que vivían en penitencia por la salvación de los demás. Queridos hermanos, esto no se trata de poesía, esto es el sacerdocio.

Queridos hermanos, a nosotros, sus Pastores, el Señor no nos pide juicios despectivos sobre los que no creen, sino amor y lágrimas por los que están alejados. Las situaciones difíciles que vemos y vivimos, la falta de fe, los sufrimientos que tocamos, al entrar en contacto con un corazón compungido, no suscitan la determinación en la polémica, sino la perseverancia en la misericordia. Cuánto necesitamos liberarnos de resistencias y recriminaciones, de egoísmos y ambiciones, de rigorismos e insatisfacciones, para encomendarnos e interceder ante Dios, encontrando en Él una paz que salva de cualquier tempestad. Adoremos, intercedamos y lloremos por los demás. Permitamos al Señor que realice maravillas. No temamos, Él nos sorprenderá.

Nuestro ministerio lo agradecerá. Hoy, en una sociedad secularizada, corremos el riesgo de mostrarnos muy activos y al mismo tiempo de sentirnos impotentes, con el resultado de perder el entusiasmo y de caer en la tentación de “tirar los remos en la barca”, de encerrarnos en la queja y de hacer prevalecer la magnitud de los problemas sobre la inmensidad de Dios. Si esto sucede, nos volvemos amargos y sarcásticos, siempre chismorreando, siempre encontrando una ocasión para quejarse. Pero si, por el contrario, la amargura y la compunción, en vez de dirigirse hacia el mundo, se dirigen hacia el propio corazón, el Señor no dejará de visitarnos y de alzarnos de nuevo. Como nos exhorta la Imitación de Cristo: «No te ocupes en cosas ajenas ni te entremetas en las causas de los mayores. Mira siempre primero por ti, y amonéstate a ti mismo más especialmente que a todos cuantos quieres bien. Si no eres favorecido de los hombres, no te entristezcas por eso, sino aflígete de que no te portas con el cuidado y circunspección que convienen»[11].

Por último, quisiera señalar un aspecto esencial: la compunción no es el fruto de nuestro trabajo, sino que es una gracia y como tal ha de pedirse en la oración. El arrepentimiento es don de Dios, es fruto de la acción del Espíritu Santo. Para facilitar su crecimiento, comparto con ustedes dos pequeños consejos. El primero es el de no mirar la vida y la llamada en una perspectiva de eficacia y de inmediatez, ligada sólo al hoy y a sus urgencias y expectativas, sino en el conjunto del pasado y del futuro. Del pasado, recordando la fidelidad de Dios —Dios es fiel—, haciendo memoria de su perdón, anclándonos en su amor; y del futuro, pensando en el destino eterno al que estamos llamados, en el fin último de nuestra existencia. Ampliar los horizontes queridos hermanos, ampliar los horizontes ayuda a dilatar el corazón, estimula a entrar en uno mismo con el Señor y a experimentar la compunción. Un segundo consejo, que es consecuencia de esto: es redescubrir la necesidad de dedicarnos a una oración que no sea de compromiso y funcional, sino gratuita, serena y prolongada. Hermano, ¿cómo está tu oración? Volvamos a la adoración y volvamos a la oración del corazón. ¿Te has olvidado de adorar? Repitamos: Jesús, Hijo de Dios, ten piedad de mí, pecador. Sintamos la grandeza de Dios en nuestra bajeza de pecadores, para mirarnos dentro y dejarnos atravesar por su mirada. Redescubriremos la sabiduría de la Santa Madre Iglesia, que nos introduce siempre en la oración con la invocación del pobre que grita: Dios mío, ven en mi auxilio.

Queridos hermanos, volvamos ahora a san Pedro y a sus lágrimas. El altar puesto sobre su tumba nos debe hacer pensar cuántas veces nosotros, que allí decimos cada día: «Tomen y coman todos de él, porque esto es mi Cuerpo, que será entregado por ustedes», cuántas veces decepcionamos y entristecemos a Aquel que nos ama hasta el punto de hacer de nuestras manos los instrumentos de su presencia. Está bien por tanto hacer nuestras aquellas palabras con las que nos preparamos en voz baja: «Lava del todo mi delito, Señor, y limpia mi pecado» (cf. Sal 50). En todo, hermanos, nos consuela la certeza que hoy nos ha sido entregada en la Palabra: el Señor, consagrado con la unción (cf. Lc 4,18), ha venido «a vendar los corazones heridos» (Is 61,1). Por tanto, si el corazón se rompe podrá ser vendado y curado por Jesús. Gracias, queridos sacerdotes, gracias por sus corazones abiertos y dóciles; gracias por sus fatigas y gracias por sus lágrimas, gracias por llevar la maravilla de la misericordia. Perdonen siempre, sean misericordiosos y lleven esta misericordia, lleven a Dios a los hermanos y a las hermanas de nuestro tiempo. Queridos sacerdotes, que el Señor los consuele, los confirme y los recompense. Gracias.

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[1] «En la Iglesia, existen el agua y las lágrimas: el agua del Bautismo y las lágrimas de la Penitencia» (S. Ambrosio, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] «Esa tristeza produce un arrepentimiento que lleva a la salvación y no se debe lamentar; en cambio, la tristeza del mundo produce la muerte» (2 Co 7,10).

[3] Cf. S. Juan Crisóstomo, De compunctione, I, 10.

[4] Regla, IV, 57.

[5] Ibíd., XX, 3.

[6] Cf. De paenitentia, VII, 5.

[7] Cap. XXI, 2.

[8] Discursos espirituales (III Colección), XII.

[9] Discursos espirituales (I Colección), XXXIV (versión griega).

[10] Cf. Testamento, 1-3.

[11] Cap. XXI.

[00547-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Todos os que estavam na sinagoga, tinham os olhos fixos n’Ele» (Lc 4, 20). Não cessa de nos impressionar esta passagem do Evangelho, que nos leva a visualizar a cena, a imaginar aquele momento de silêncio com todos os olhares voltados para Jesus, num misto de maravilha e difidência. Entretanto, sabemos como tudo terminou: depois de Jesus ter desmascarado as falsas expetativas de seus conterrâneos, estes «encheram-se de furor» (Lc 4, 28), saíram da sinagoga e expulsaram-No da cidade. Os olhos estiveram fixos em Jesus, mas os seus corações não estavam dispostos a mudar, à sua palavra. Assim perderam a ocasião da sua vida.

Contudo na noite de hoje, Quinta-feira Santa, acontece uma troca de olhares diferente. Protagonista é o primeiro Pastor da nossa Igreja, Pedro. Inicialmente também ele não deu crédito à palavra do Senhor, que o desmascarava: «Tu negar-Me-ás três vezes» (Mc 14, 30). Assim «perdeu de vista» Jesus, e renegou-O ao cantar do galo. Mas depois, «voltando-Se, o Senhor fixou os olhos nele; e Pedro recordou-se da palavra do Senhor (…). E, vindo para fora, chorou amargamente» (Lc 22, 61-62). Os seus olhos acabaram inundados de lágrimas que, brotando dum coração ferido, o libertaram de falsas certezas e justificações. Aquele choro amargo mudou-lhe a vida.

Ano após ano, as palavras e os gestos de Jesus não conseguiram mudar as expetativas de Pedro, aliás semelhantes às do povo de Nazaré: também ele esperava um Messias político e poderoso, forte e resoluto, e confrontado com o escândalo dum Jesus frágil, preso sem opor resistência, declarou: «Não O conheço» (Lc 22, 57). E era verdade! Não O conhecia… Começou a conhecê-Lo quando, na noite do renegamento, deixou espaço às lágrimas da vergonha, às lágrimas do arrependimento. E vai conhecê-Lo verdadeiramente, quando, «triste por Jesus lhe ter perguntado, à terceira vez: “Tu és deveras meu amigo?”», se deixará penetrar plenamente pelo olhar de Jesus. Então, daquele «não O conheço», passará a dizer: «Senhor, tu sabes tudo» (Jo 21,17).

Queridos irmãos sacerdotes, verificam-se a cura do coração de Pedro, a cura do Apóstolo, a cura do Pastor, quando, feridos e arrependidos, se deixam perdoar por Jesus; passam através das lágrimas, daquele pranto amargo, do sofrimento que permite redescobrir o amor. Por isso senti o desejo de partilhar convosco qualquer pensamento sobre um aspeto, bastante negligenciado, mas essencial da vida espiritual; proponho-o hoje com uma palavra talvez insólita, mas creio que nos fará bem voltar a descobrir: a compunção.

A palavra evoca o picar: a compunção é «uma aguilhoada no coração», um trespassamento que o fere, fazendo brotar as lágrimas do arrependimento. Pode-nos ajudar aqui um episódio, que tem a ver ainda com São Pedro. Trespassado pelo olhar e as palavras de Jesus ressuscitado, purificado e inflamado pelo Espírito, no dia de Pentecostes proclamou aos habitantes de Jerusalém: «Deus estabeleceu como Senhor e Messias esse Jesus por vós crucificado» (At 2, 36). Os presentes, «quando ouviram estas coisas – diz o texto – sentiram o coração trespassado» (At 2, 37), dando-se conta do mal que tinham feito e, simultaneamente, da salvação que o Senhor lhes concedia.

Vemos aqui o que é a compunção: não um sentimento de culpa que te lança por terra, nem uma série de escrúpulos que paralisam, mas é uma picada benéfica que queima intimamente e cura, pois o coração, quando se dá conta do próprio mal e se reconhece pecador, abre-se, acolhe a ação do Espírito Santo, como água viva que o muda a ponto de lhe correrem as lágrimas pelo rosto. Quem retira a máscara e se deixa olhar por Deus no coração, recebe o dom de tais lágrimas, as águas mais santas depois das do Batismo.[1] Amados irmãos sacerdotes, são estes os votos que vos faço hoje.

Entretanto é preciso compreender bem o que significa chorar por nós próprios. Não significa sentir pena de nós, como muitas vezes somos tentados a fazer. Isso acontece, por exemplo, quando estamos dececionados ou preocupados com as nossas expetativas goradas, com a falta de compreensão por parte dos outros, talvez dos irmãos e dos superiores. Ou quando nos deleitamos, por um estranho e doentio prazer do espírito, a repassar as injustiças sofridas para sentirmos pena de nós mesmos, pensando que não nos deram o merecido e imaginando o futuro reservando-nos de contínuo apenas surpresas negativas. Como nos ensina São Paulo, esta é a tristeza segundo o mundo, oposta à tristeza segundo Deus.[2]

Diversamente chorar por nós próprios é arrepender-nos seriamente de ter entristecido a Deus com o pecado; reconhecer que diante d’Ele sempre estamos em débito, nunca em crédito; admitir que se perdeu o caminho da santidade, não tendo confiado no amor d’Aquele que deu a vida por mim.[3] É olhar para dentro de mim e sentir pesar pela minha ingratidão e inconstância; meditar com tristeza nos meus fingimentos e falsidades; descer aos meandros da minha hipocrisia, a hipocrisia clerical: amados irmãos, aquela hipocrisia na qual escorregamos tanto… tanto. Tende cuidado com a hipocrisia clerical! Para em seguida erguer o olhar para o Crucificado e deixar-me comover pelo seu amor que sempre perdoa e eleva, que nunca deixa frustradas as esperanças de quem n’Ele confia. Assim as lágrimas continuarão a cair, e purificam o coração.

De facto, a compunção requer esforço, mas restitui a paz; não provoca angústia, mas alivia a alma dos seus pesos, porque intervém na ferida deixada pelo pecado, preparando-nos para receber lá mesmo a carícia do Senhor, que transforma o coração quando está «contrito e arrependido» (Sal 51, 19), amolecido pelas lágrimas. Assim a compunção é o antídoto para a esclerocardia, aquela dureza do coração frequentemente denunciada por Jesus (Mc 3, 5; 10, 5). Na verdade, o coração sem arrependimento nem lágrimas, torna-se rígido: primeiro, torna-se rotineiro, em seguida intolerante com os problemas e indiferente às pessoas, depois frio e quase impassível, como se estivesse envolvido por uma concha inquebrável, e finalmente coração de pedra. Mas, assim como a água, gota a gota, escava a pedra, as lágrimas lentamente escavam os corações endurecidos. Deste modo assiste-se ao milagre da tristeza, da tristeza boa que leva à doçura.

Compreendemos então por que motivo insistem na compunção os Mestres espirituais. São Bento convida-nos todos os dias a «confessar a Deus com lágrimas e gemidos os nossos pecados passados»[4] e, quando rezamos – afirma ele –, «não seremos ouvidos pelas nossas palavras, mas pela pureza do coração e pela compunção que arranca as lágrimas».[5] E enquanto São João Crisóstomo defende que uma única lágrima apaga um braseiro de pecados,[6] a Imitação de Cristo recomenda: «Abandona-te à compunção do coração», pois muitas vezes, «pela leviandade do coração e pelo descuido dos nossos defeitos, não nos apercebemos dos males da nossa alma».[7] O remédio é a compunção, porque nos reconduz à verdade de nós mesmos, de tal modo que a profundidade do nosso ser pecador revele a realidade infinitamente maior do nosso ser perdoado, a alegria de ser perdoado. Por isso não surpreende a afirmação de Isaque de Nínive: «Quem esquece a medida dos próprios pecados, esquece a medida da graça de Deus para com ele».[8]

A verdade, amados irmãos e irmãs, é que cada um dos nossos renascimentos interiores brota sempre do encontro entre a nossa miséria e a sua misericórdia – encontram-se a nossa miséria e a sua misericórdia –, passa através da nossa pobreza de espírito que permite ao Espírito Santo enriquecer-nos. A esta luz, compreendem-se as afirmações fortes de muitos Mestres espirituais. Pensemos nestas palavras paradoxais do já referido Santo Isaac: «Aquele que conhece os seus próprios pecados (…) é maior do que aquele que, com a oração, ressuscita os mortos. Aquele que chora por si mesmo uma hora é maior do que quem serve o mundo inteiro com a contemplação (…). Aquele a quem é concedido conhecer-se a si mesmo é maior do que aquele a quem é dado ver os anjos».[9]

Irmãos, pensemos em nós, sacerdotes, e interroguemo-nos quão presente estejam a compunção e as lágrimas no nosso exame de consciência e na nossa oração. Perguntemo-nos se, com o passar dos anos, aumentam as lágrimas. Sob este aspeto, é bom suceder o contrário do que acontece na vida biológica: nesta, quando se cresce, chora-se menos do que em criança. Mas, na vida espiritual, onde o que conta é tornar-se criança (cf. Mt 18, 3), quem não chora retrocede, envelhece interiormente, ao passo que a pessoa que chega a uma oração mais simples e íntima, feita de adoração e comoção diante de Deus: isso amadurece-nos. Prende-se cada vez menos a si mesma e mais a Cristo, e torna-se pobre em espírito. Deste modo sente-se mais próxima dos pobres, os prediletos de Deus, que antes – como escreve São Francisco no seu testamento – mantinha afastados, porque estava no pecado, mas cuja companhia, depois, de amarga se torna doce».[10] E assim, quem está compungido no coração, sente-se cada vez mais irmão de todos os pecadores do mundo, sente-se mais irmão, sem qualquer aparência de superioridade nem dureza de juízo, mas sempre com desejo de amar e reparar.

E esta, amados irmãos é outra caraterística da compunção: a solidariedade. Um coração dócil, liberto pelo espírito das Bem-aventuranças, tende naturalmente a sentir compunção pelos outros: em vez de se irritar e escandalizar pelo mal feito pelos irmãos, chora pelos pecados deles. Não se escandaliza. Cumpre-se uma espécie de reviravolta: a tendência natural de ser indulgente consigo mesmo e inflexível com os outros inverte-se e, pela graça de Deus, a pessoa torna-se exigente consigo mesma e misericordiosa com os outros. E o Senhor procura, especialmente entre as pessoas que Lhe estão consagradas, quem chore os pecados da Igreja e do mundo, fazendo-se instrumento de intercessão por todos. Na Igreja, temos tantas testemunhas heroicas que nos mostram este caminho. Pensemos nos monges do deserto, no Oriente e no Ocidente; na intercessão contínua de São Gregório de Narek, feita de gemidos e lágrimas; no oferecimento de Francisco pelo Amor não amado; nos sacerdotes, como o Cura d'Ars, que viviam de penitência pela salvação dos outros. Amados irmãos, isto não é poesia; isto é sacerdócio!

Queridos irmãos, a nós – seus Pastores –, o Senhor não pede juízos de desprezo contra quem não crê, mas amor e lágrimas por quem vive afastado. Quando as situações difíceis que vemos e vivemos, a falta de fé, os sofrimentos que tocamos, entram em contacto com um coração compungido, decididamente não suscitam a polémica, mas a perseverança na misericórdia. Quanto precisamos de ser libertos de durezas e recriminações, de egoísmos e ambições, de rigidezes e insatisfações, para nos confiar e entregar a Deus, encontrando n’Ele uma paz que salva de toda a tempestade! Adoremos, intercedamos e choremos pelos outros: permitiremos assim que o Senhor realize maravilhas. E não temamos! Ele surpreende-nos sempre…

De tudo isso beneficiará o nosso ministério. Hoje, numa sociedade laica, corremos o risco de ser muito ativos e, ao mesmo tempo, sentir-nos impotentes, com o resultado de perdermos o entusiasmo e sermos tentados a «deixar de remar», fechar-nos em lamentos e fazer prevalecer a grandeza dos problemas sobre a grandeza de Deus. Se isto acontecer, tornamo-nos amargos e pungentes, sempre a criticar, encontrando sempre qualquer ponto para se lamentar. Se, pelo contrário, a amargura e a compunção se voltarem, não para o mundo, mas para o próprio coração, o Senhor não deixará de nos visitar e reerguer. Como nos exorta a Imitação de Cristo: «Não carregues dentro de ti os assuntos dos outros, nem te preocupes com o que fazem as pessoas mais importantes; em vez disso, vigia sempre em primeiro lugar sobre ti e dirige a tua advertência particularmente a ti mesmo, em vez de outras pessoas, mesmo queridas. Não fiques triste, se não recebes o favor dos homens; o que, ao invés, te deve pesar, entristecer é a constatação de não estar totalmente e com segurança no caminho do bem».[11]

Por último, quero sublinhar um aspeto essencial: a compunção, mais do que fruto do nosso exercício, é uma graça e como tal deve ser pedida na oração. O arrependimento é dom de Deus, é fruto da ação do Espírito Santo. Para facilitar o seu crescimento, partilho duas pequenas recomendações. A primeira é não olhar a vida e a vocação numa perspetiva de eficiência e imediatismo, ligada apenas ao dia de hoje e às suas urgências e expetativas, mas olhá-las no arco englobando passado e futuro como um todo: no passado, para recordar a fidelidade de Deus – Deus é fiel –, fazendo memória do seu perdão, ancorando-nos ao seu amor; e no futuro, para pensar na meta eterna a que somos chamados, no fim último da nossa existência. Alargar os horizontes, amados irmãos, alargar os horizontes ajuda a dilatar o coração, incentiva a reentrar em nós mesmos com o Senhor e viver a compunção. Uma segunda recomendação, que vem como consequência da anterior: descubramos a necessidade de nos dedicarmos a uma oração que não seja obrigatória e funcional, mas livre, calma e prolongada. Irmão, como é a tua oração? Voltemos à adoração – tens-te esquecido de adorar? – e voltemos e à oração do coração. Repitamos: Jesus, Filho de Deus, tende piedade de mim, pecador. Sintamos a grandeza de Deus na nossa baixeza de pecadores, para olharmos para dentro de nós mesmos e nos deixarmos trespassar pelo seu olhar. Descobriremos a sabedoria da Santa Mãe Igreja, que nos introduz na oração sempre com a invocação do pobre que clama: Senhor, apressai-Vos a socorrer-me.

Por fim, queridos irmãos, voltemos a São Pedro e às suas lágrimas. O altar colocado sobre o seu túmulo não pode deixar de nos fazer pensar nas inúmeras vezes que, apesar de ali dizermos cada dia «Tomai todos e comei: Isto é o meu Corpo oferecido em sacrifício por vós»; quantas vezes desiludimos e entristecemos Aquele que nos ama até ao ponto de fazer das nossas mãos os instrumentos da sua presença! Portanto, é bom fazer nossas estas palavras que recitamos em surdina durante a Santa Missa: «Em humildade e contrição, sejamos recebidos por Vós, Senhor…» e ainda: «Lavai-me, Senhor, da minha iniquidade, e purificai-me do meu pecado». Em tudo, irmãos, sirva-nos de consolação a certeza que nos é dada hoje pela Palavra: o Senhor, consagrado com a unção (cf. Lc 4, 18), veio «curar os quebrantados de coração» (Is 61, 1). Então, se o coração se despedaçar, pode ser faixado e curado por Jesus. Obrigado, queridos sacerdotes, obrigado pelo vosso coração aberto e dócil; obrigado pelas vossas fadigas e obrigado pelo vosso pranto; obrigado porque levais a maravilha da misericórdia – perdoai sempre, sede misericordiosos – e levai esta misericórdia, levai Deus aos irmãos e irmãs do nosso tempo. Que o Senhor vos console, confirme e recompense! Obrigado!

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[1] «Na Igreja, temos a água e as lágrimas: a água do Batismo, as lágrimas da Penitência» (Santo Ambrósio, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] «A tristeza, segundo Deus, produz um arrependimento que leva à salvação e não dá lugar ao remorso, enquanto a tristeza do mundo produz a morte» (2 Cor 7, 10).

[3] Cf. São João Crisóstomo, De compunctione, I, 10.

[4] Regola, IV,57.

[5] Ibid., XX, 3.

[6] Cf. De pænitentia, VII, 5.

[7] Cap. XXI.

[8] Discorsi ascetici (III Coll.), XII.

[9] Discorsi ascetici (I Coll.), XXXIV (versão grega).

[10] Cf. FF 110.

[11] Cap. XXI.

[00547-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

„Oczy wszystkich w synagodze były w Niego utkwione” (Łk 4, 20). Ten fragment Ewangelii jest zawsze uderzający, prowadząc do wizualizacji sceny: wyobrażenia sobie tej chwili milczenia, w której wszystkie oczy były skupione na Jezusie, w mieszaninie zdumienia i nieufności. Wiemy jednak, jak to się skończyło: po tym, jak Jezus zdemaskował fałszywe oczekiwania swoich rodaków, oni „unieśli się gniewem” (Łk 4, 28), wyszli i wypędzili Go z miasta. Ich oczy skupiły się na Jezusie, ale ich serca nie były skłonne do przemiany pod wpływem Jego słowa. W ten sposób stracili życiową szansę.

Ale dzisiejszego wieczoru, w Wielki Czwartek, ma miejsce alternatywne skrzyżowanie spojrzeń. Protagonistą jest pierwszy Pasterz naszego Kościoła, Piotr. Na początku on również nie ufał słowu „demaskującemu”, które Pan do niego skierował: „trzy razy się Mnie wyprzesz” (Mk 14, 30). W ten sposób „stracił z oczu” Jezusa i zaparł się Go, zanim kogut zapiał. Kiedy jednak „Pan obrócił się i spojrzał” na niego, ten „wspomniał na słowo Pana, jak mu powiedział: [...] wyszedł na zewnątrz i gorzko zapłakał” (Łk 22, 61-62). Jego oczy zalały się łzami, które płynąc ze zranionego serca, uwolniły go od fałszywych przekonań i usprawiedliwień. Ten gorzki płacz zmienił jego życie.

Słowa i gesty Jezusa przez lata nie wyrwały Piotra z jego oczekiwań, podobnych do oczekiwań mieszkańców Nazaretu: on również czekał na Mesjasza politycznego i potężnego, silnego i zdecydowanego, a w obliczu skandalu słabego Jezusa, aresztowanego bez oporu, oświadczył: „Nie znam Go!” (Łk 22, 57). I to prawda, nie znał Go: zaczął Go poznawać, gdy w mroku zaparcia się zrobił miejsce na łzy wstydu, na łzy serdecznego żalu. A naprawdę poznał Go, gdy zasmucony, „że mu po raz trzeci powiedział: «Czy kochasz Mnie?»”, pozwolił się w pełni przeniknąć spojrzeniu Jezusa. Wtedy z „nie znam Go” przejdzie do słów: „Panie, Ty wszystko wiesz” (J 21, 17).

Drodzy bracia kapłani, uzdrowienie serca Piotra, uzdrowienie Apostoła, uzdrowienie Pasterza dokonują się, gdy zranieni i skruszeni pozwalamy, by Jezus nam przebaczył: wiodą przez łzy, gorzki płacz, ból, który pozwala nam na nowo odkryć miłość. Dlatego miałem ochotę podzielić się z wami, kilkoma refleksjami na temat raczej zaniedbanego, ale istotnego aspektu życia duchowego; proponuję to ponownie dzisiaj za pomocą słowa, które jest być może przestarzałe, ale które, jak wierzę, warto odkryć na nowo: skrucha [łac. compunctio].

Słowo to przywołuje na myśl ukłucie [łac. punctio]: skrucha to „ukłucie w sercu”, przebicie, które je rani, wywołując łzy skruchy. Pomaga nam w tym pewien epizod dotyczący św. Piotra. Przeniknięty spojrzeniem i słowami zmartwychwstałego Jezusa, w dniu Pięćdziesiątnicy, oczyszczony i rozpalony przez Ducha, ogłosił mieszkańcom Jerozolimy: „tego Jezusa, którego wyście ukrzyżowali, uczynił Bóg i Panem, i Mesjaszem” (por. Dz 2, 36). Słuchacze od razu dostrzegli zło, jakie uczynili, i zbawienie, którym obdarzył ich Pan, a „gdy to usłyszeli” – jak mówi tekst – „przejęli się do głębi serca” (Dz 2, 37).

Oto skrucha: nie jest to poczucie winy, które obala na ziemię, nie jest to skrupulatność, która paraliżuje, lecz dobroczynne ukłucie, które pali wnętrze i uzdrawia, ponieważ serce, widząc swoje zło i uznając siebie za grzesznika, otwiera się, przyjmuje działanie Ducha Świętego, żywej wody, która porusza je, sprawiając, że łzy spływają po twarzy. Kto zrzuca maskę i pozwala, aby Bóg spojrzał na jego serce, otrzymuje dar tych łez, najświętszych wód po wodach chrzcielnych[1]. Drodzy bracia kapłani, życzę wam tego dzisiaj.

Trzeba jednak właściwie zrozumieć, co to znaczy płakać nad sobą. Nie oznacza to użalania się nad sobą, do czego często jesteśmy kuszeni. Dzieje się tak na przykład wtedy, gdy jesteśmy rozczarowani lub zmartwieni z powodu zawiedzionych oczekiwań, braku zrozumienia ze strony innych, być może współbraci i przełożonych. Albo kiedy, dla dziwnej i niezdrowej przyjemności duszy, uwielbiamy rozpamiętywać krzywdy, jakie nam wyrządzono, by użalać się nad sobą, myśląc, że nie otrzymaliśmy tego, na co zasłużyliśmy i wyobrażając sobie, że przyszłość może przynieść nam tylko ciągłe negatywne niespodzianki. Święty Paweł naucza nas, że jest to smutek według świata, w przeciwieństwie do smutku według Boga[2].

Natomiast płakać nad sobą, to poważnie żałować, że zasmuciliśmy Boga grzechem; to przyznać, że zawsze jesteśmy dłużnikami, a nigdy wierzycielami; to przyznać, że zagubiliśmy drogę do świętości, nie dochowując wiary w miłość Tego, który oddał za mnie życie[3]. Jest to spojrzenie w głąb siebie i ubolewanie nad swoją niewdzięcznością i niestałością; to rozważanie ze smutkiem swojej dwulicowości i fałszu; jest to zejście w głębię meandrów swojej hipokryzji, hipokryzji klerykalnej, drodzy bracia, tej hipokryzji, w którą tak często popadamy... Uważajcie na klerykalną hipokryzję. Aby potem, wznieść na nowo spojrzenie na Ukrzyżowanego i dać się poruszyć Jego miłości, która zawsze przebacza i podnosi, która nigdy nie zawodzi oczekiwań tych, którzy Mu ufają. W ten sposób łzy nadal płyną i oczyszczają serce.

Skrucha, istotnie, wymaga wysiłku, ale przywraca pokój; nie powoduje udręki, lecz uwalnia duszę od ciężaru, ponieważ oddziałuje na ranę grzechu, pozwalając nam przyjąć czułość Pana, który przemienia serce, gdy jest „pokorne i skruszone” (Ps 51, 19), złagodzone łzami. Skrucha jest zatem antidotum na sklerokardię, tę zatwardziałość serca, tak bardzo potępianą przez Jezusa (por. Mk 3, 5; 10, 5). Serce, bowiem, bez skruchy i płaczu staje się zatwardziałe: najpierw przyzwyczaja się do własnych nawyków, potem niecierpliwi się wobec problemów i staje się obojętne wobec ludzi, następnie zimne i niemal niewzruszone, jakby otoczone niezniszczalną skorupą, a w końcu staje się sercem z kamienia. Ale tak jak kropla drąży kamień, tak też i łzy powoli drążą zatwardziałe serca. W ten sposób jesteśmy świadkami cudu smutku, dobrego smutku, który prowadzi do łagodności.

Rozumiemy zatem, dlaczego duchowi nauczyciele nalegają na skruchę. Św. Benedykt zachęca nas każdego dnia: „Dawne swoje grzechy codziennie ze łzami i wzdychaniem na modlitwie wyznawać Bogu”[4], i stwierdza, że kiedy się modlimy, „nie wielomówstwo, lecz tylko czystość serca i łzy skruchy zasługują w oczach Boga na wysłuchanie”[5]. I jeśli dla św. Jana Chryzostoma pojedyncza łza gasi palenisko win[6], to dzieło O Naśladowaniu Chrystusa zaleca: „Zanurz się w skrusze serca”, ponieważ „przez lekkomyślność i pobłażliwość dla zła, które w nas tkwi, nie potrafimy odczuwać bólu duszy”[7]. Skrucha jest remedium, ponieważ przywraca nas do prawdy o nas samych, tak że głębia naszego bycia grzesznikami ujawnia nieskończenie większą rzeczywistość przebaczenia, które otrzymaliśmy, radość z otrzymania przebaczenia. Stwierdzenie Izaaka z Niniwy nie jest zatem zaskakujące: „Kto zapomina o mierze swoich grzechów, zapomina o mierze łaski Bożej względem niego”[8].

To prawda, drodzy bracia i siostry, wszelkie nasze odrodzenie wewnętrzne zawsze wypływa ze spotkania naszej nędzy z Jego miłosierdziem – nasza nędza i Jego miłosierdzie spotykają się – a każde wewnętrzne odrodzenie prowadzi przez nasze ubóstwo ducha, które pozwala Duchowi Świętemu nas ubogacić. W tym świetle rozumiemy mocne stwierdzenia wielu mistrzów duchowych. Pomyślmy o tych tezach, jakże paradoksalnych, cytując jeszcze św. Izaaka: „Ten, kto zna swoje grzechy [...], jest większy od tego, kto modlitwą wskrzesza umarłych. Ten, kto płacze godzinę nad sobą, jest większy niż ten, kto służy całemu światu kontemplacją [...]. Ten, komu dane jest poznać samego siebie, jest większy od tego, komu dane jest widzieć aniołów”[9].

Bracia, przejdźmy do nas, kapłanów, i zapytajmy samych siebie, ile skruchy i łez jest obecnych w naszym rachunku sumienia i w naszej modlitwie. Zapytajmy siebie samych, czy wraz z upływem lat przybywa łez. Pod tym względem dobrze jest, jeśli ma miejsce coś odwrotnego, niż w życiu biologicznym, gdzie, gdy człowiek dorasta, płacze mniej niż wówczas, gdy był dzieckiem. Natomiast w życiu duchowym, w którym ważne jest, aby stać się jak dziecko (por. Mt 18, 3), ci, którzy nie płaczą, cofają się, starzeją się wewnętrznie, podczas gdy ci, którzy urzeczywistniają modlitwę prostszą i bardziej zażyłą, nacechowaną adoracją i wzruszenia wobec Boga, ci dojrzewają. Wiążemy się coraz mniej z samymi sobą, a coraz bardziej z Chrystusem i stajemy się ubogimi w duchu. W ten sposób czujemy się bliżsi ubogich, szczególnie umiłowanych przez Boga, których wcześniej – jak pisze św. Franciszek w swoim testamencie – odpędzał, ponieważ trwał w grzechu, ale których towarzystwo, później, z gorzkiego stało się słodkie [10]. Tak więc ten, kto skruszy się w sercu, czuje się coraz bardziej bratem wszystkich grzeszników świata, czuje się bardziej bratem, bez fasady wyższości czy surowości osądu, lecz zawsze z pragnieniem miłowania i zadośćuczynienia.

A to, drodzy bracia, jest kolejna cecha charakterystyczna skruchy: solidarność. Serce posłuszne, wyzwolone przez ducha Błogosławieństw, w naturalny sposób staje się skłonne do czynienia skruchy za innych: zamiast złościć się i oburzać z powodu zła popełnionego przez braci, płacze z powodu ich grzechów. Nie gorszy się. Następuje pewnego rodzaju odwrócenie, w którym naturalna skłonność do bycia pobłażliwym dla siebie, a nieugiętym wobec innych zostaje odwrócona, i dzięki łasce Bożej człowiek staje się stanowczy wobec siebie, a miłosierny wobec innych. A Pan szuka, zwłaszcza wśród osób Jemu poświęconych, tych, którzy płakaliby nad grzechami Kościoła i świata, stając się narzędziami wstawiennictwa za wszystkich. Jakże wielu heroicznych świadków w Kościele wskazuje nam tę drogę! Pomyślmy o mnichach pustyni, na Wschodzie i na Zachodzie; o nieustannym wstawiennictwie, opierającym się na jękach i łzach, św. Grzegorza z Nareku; o franciszkańskiej ofierze za niekochaną Miłość; o kapłanach, takich jak Proboszcz z Ars, którzy żyli pokutą dla zbawienia innych. Drodzy bracia, to nie jest poezja, to jest kapłaństwo!

Drodzy bracia, od nas, swoich pasterzy, Pan nie wymaga pogardliwego osądzania tych, którzy nie wierzą, ale miłości i łez dla tych, którzy są daleko. Trudne sytuacje, które widzimy i których doświadczamy, brak wiary, cierpienia, których dotykamy, w kontakcie ze skruszonym sercem nie budzą stanowczości w polemice, ale wytrwałość w miłosierdziu. Jak bardzo musimy być wolni od surowości i oskarżeń, od egoizmu i ambicji, od rygoryzmu i niezadowolenia, aby powierzyć się i polegać na Bogu, znajdując w Nim pokój, który ratuje przed każdą burzą! Uwielbiajmy, wstawiajmy się i płaczmy za innych: pozwolimy Panu dokonywać cudów. I nie bójmy się: On nas zaskoczy!

Nasza posługa na tym skorzysta. Dzisiaj, w świeckim społeczeństwie grozi nam, że będziemy bardzo aktywni, a jednocześnie będziemy czuli się bezsilni, w wyniku czego stracimy entuzjazm i będziemy kuszeni, by „żeby się poddać”, zamknąć się w narzekaniu i sprawić, by wielkość problemów przeważyła nad wielkością Boga.

Jeśli tak się stanie, będziemy zgorzkniali i cierpcy, zawsze narzekający, zawsze znajdujący okazję do utyskiwania. . Ale jeśli jednak, gorycz i skrucha, zwracają się, zamiast do świata, do naszego własnego serca, to Pan nie omieszka nas nawiedzić i podnieść na duchu. Zachęca nas do tego dzieło: O naśladowaniu Chrystusa: „Nie wtrącaj się do cudzych spraw, nie wdawaj się w sprawy starszych. Zawsze miej przede wszystkim na oku siebie i sam siebie najpierw obwiniaj, nie tych, których kochasz. Jeśli nie masz powodzenia u ludzi, nie smuć się, martw się tylko tym, że jeszcze nie jesteś tak dobry i tak czujny, jak powinien być sługa Boga”[11].

Na koniec chciałbym podkreślić istotny aspekt: skrucha jest nie tyle owocem naszej sprawności, lecz łaską i jako taka musi być wyproszona na modlitwie. Żal jest darem Boga, owocem działania Ducha Świętego. Aby ułatwić mu wzrost, dzielę się dwiema małymi radami. Pierwszą z nich jest to, aby nie postrzegać życia i powołania w perspektywie skuteczności i doraźności, związanej tylko z dniem dzisiejszym i jego pilnymi potrzebami i oczekiwaniami, ale w perspektywie całej przeszłości i przyszłości. Przeszłości, przypominając wierność Boga – Bóg jest wierny – pamiętając o Jego przebaczeniu, zakotwiczając się w Jego miłości. I przyszłości, myśląc o wiecznym celu, do którego jesteśmy powołani, o ostatecznym celu naszej egzystencji. Poszerzenie naszych horyzontów, drodzy bracia, poszerzanie horyzontów pomaga poszerzyć nasze serca, pobudza nas do wejrzenia w siebie z Panem i do przeżycia skruchy. Druga rada, która jest następstwem pierwszej: odkryjmy na nowo potrzebę poświęcenia się modlitwie, która niech nie będzie obowiązkiem wynikającym tylko z funkcji, ale niech będzie bezinteresowna, spokojna i przedłużona. Bracie, jak wygląda twoja modlitwa? Powróćmy do adoracji – czy nie zapomniałeś o adoracji? I powróćmy modlitwy serca. Powtarzajmy: Jezu, Synu Boży, zmiłuj się nade mną, grzesznikiem. Poczujmy wielkość Boga w naszej małości grzeszników, abyśmy mogli spojrzeć w głąb siebie i pozwolić, by przeniknęło nas Jego spojrzenie. Odkryjmy na nowo mądrość Świętej Matki Kościoła, która wprowadza nas w modlitwę zawsze wezwaniem wołającego biedaka: Panie, pośpiesz ku ratunkowi memu.

Najmilsi, powróćmy na koniec do św. Piotra i jego łez. Ołtarz umieszczony nad jego grobem nie może nie skłaniać nas do refleksji nad tym, jak często my, którzy codziennie mówimy: „Bierzcie i jedzcie z tego wszyscy: To jest bowiem Ciało moje, które za was będzie wydane”, ileż razy rozczarowujemy i zasmucamy Tego, który kocha nas do tego stopnia, że uczynił nasze ręce narzędziami swojej obecności. Dlatego dobrze jest uczynić naszymi te słowa, za pomocą których przygotowujemy się po cichu: „Przyjmij nas, Panie […] w duchu pokory i z sercem skruszonym”, i ponownie: „Obmyj mnie, Panie, z mojej winy i oczyść mnie z grzechu mojego”. We wszystkim, bracia, pociesza nas pewność, jaką daje nam dzisiaj Słowo: Pan, konsekrowany przez namaszczenie (por. Łk 4, 18), przyszedł, „aby opatrywać rany serc złamanych” (Iz 61, 1). Tak więc, jeśli serce zostanie złamane, może być zabandażowane i uzdrowione przez Jezusa. Dziękuję wam, drodzy kapłani, dziękuję za wasze otwarte i posłuszne serca; dziękuję za wasz trud i dziękuje za wasze łzy; dziękuję za to, że niesiecie cud miłosierdzia – zawsze przebaczajcie, bądźcie miłosierni – i nieście to miłosierdzie, nieście Boga braciom i siostrom naszych czasów. Drodzy kapłani, niech Pan was pociesza, utwierdza i wam wynagradza. Dziękuję.

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[1] „Kościół ma wodę i łzy: wodę chrztu, łzy pokuty”, (Św. Ambroży, Epistula extra collectionem, I, 12).

[2] „Smutek, który jest z Boga, dokonuje nawrócenia ku zbawieniu, którego się [potem] nie żałuje, smutek zaś tego świata sprawia śmierć” (2 Kor 7, 10).

[3] Por. ŚW. JAN CHRYZOSTOM, De compunctione, I, 10.

[4] Reguła, IV,57.

[5] Tamże, XX, 3.

[6] Por. De paenitentia, VII,5.

[7] Księga I, Rozdział XXI.

[8] Mowy, Zbiór III, XII.

[9] Mowy, Zbiór I, XXXIV.

[10] Por. Fonti Francescane, 110.

[11] Księga I, Rozdział XXI.

[00547-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

عظة قداسة البابا فرنسيس

في قدّاس الميرون المقدّس

يوم خميس الأسرار 28 آذار/مارس 2024

بازيليكا القدّيس بطرس

"كانَت عُيونُ أَهلِ المَجمَعِ كُلِّهِم شاخِصَةً إِلَيه" (لوقا 4، 20). هذا المقطع من الإنجيل يُدهشنا دائمًا، ويقودنا إلى أن نتخيّل المشهد: إلى أن نتخيّل لحظة الصّمت التي فيها كانت الأنظار كلّها شاخصة إلى يسوع، في مزيج من الدّهشة والاتّهام. ونعلَم كيف انتهى الأمر: بعد أن أزال يسوع قناع التّوقعات الكاذبة لأهل بلده، "ثارَ ثائِرُ الجَميع" (لوقا 4، 28)، وخرجوا وطردوه خارج المدينة. كانت عيونهم شاخِصَة إلى يسوع، لكنّ قلوبهم لم تكن مُستعدّة لأن تتغيّر بكلمته. وهكذا أضاعوا فرصة الحياة.

وفي مساء هذا اليوم، الخميس المقدّس، حدثَ تبادل نظرات بين اثنين. الشّخصيّة الرّئيسيّة في هذا الحدث هو راعي كنيستنا الأوّل، بُطرُس. هو أيضًا لم يَثق في البداية بالكلمة التي وجّهها يسوع إليه والتي أزالت القناع عن وجهه: "ستُنكِرُني ثَلاثَ مَرَّات" (مرقس 14، 30). في لحظة ”لم يعد يرى“ يسوع وأنكره عند صياح الدّيك. لكن، عندما "التَفَتَ الرَّبُّ ونظَرَ إِلى بُطرُس، فتذَكَّرَ بُطرُسُ كَلامَ الرَّبِّ [...] فخَرَجَ مِنَ الدَّارِ وبَكى بُكاءً مُرًّا" (لوقا 22، 61–62). اغْرَوْرَقت عيناه بالدّموع التي تدفّقت من قلبه الجريح وحرّرته من معتقدات ومبرّرات باطلة. هذا البكاء المرّ غيَّر حياته.

لَم يؤثِّر كلام يسوع وأعماله في بطرس مدة سنوات كثيرة، ولم تغيِّر توقعاته، وهي مشابهة لتوقعات أهل النّاصرة: فهو أيضًا كان ينتظر مسيحًا سياسيًّا وذا سُلطان، وقويًّا وحلَّالًا للأمور، ولما اعتراه الشّكّ لدى رؤية يسوع الضّعيف، والذي تمّ اعتقاله دون أن يقاوم، أعلن قال: "إِنِّي لا أَعرِفُه!" (لوقا 22، 57). وهذا صحيح، لم يكن يعرفه: بدأ يعرفه عندما بدأت دموع الخجل والتّوبة تنهمر من عيونه، في ظلمة إنكاره له. وسيعرفه حقًّا عندما يخترق الألم نفسه بسبب سؤال يسوع له للمرّة الثّالثة: "أَتُحِبُّني حُبًّا شَديدًا؟"، سيسمح إذّاك لنظرة يسوع بأن تسيطر عليه. إذّاك، بدل القول: "إِنِّي لا أَعرِفُه"، سيقول: "يا رَبّ، أَنتَ تَعلَمُ كُلَّ شَيء" (يوحنّا 21، 17).

أيّها الإخوة الكهنة الأعزّاء، شفاء قلب بطرس، وشفاء الرّسول، وشفاء الرّاعي يحدث عندما يُجرَح فيتوب، ويَترُك يسوع يغفر له. وهذا الشّفاء يتمّ بالدّموع، والبُكاء المرّ، والألم الذي يساعد لاكتشاف المحبّة. لهذا السّبب، شعرت برغبة في أن أشارككم ببعض الأفكار حول جانب مُهمَلٍ من الحياة الرّوحيّة، ولكنّه أساسيّ. أعيد تقديمه لكم اليوم بكلمة ربّما عفا عليها الزّمن، لكن أعتقد أنّه حسنٌ لنا أن نكتشفها من جديد، وهي: النّدم.

ماذا تعني هذه الكلمة؟ الكلمة تُشير إلى النّخز: فالنّدم هو ”نَخزة في القلب“، وطَعنة تجرحه، فتجعل دموع التّوبة تفيض. تساعدنا على فهم ذلك حادثة أخرى مع القدّيس بطرس. بعد أن طعنته نظرة يسوع وكلماته بعد قيامته، وبعد أن طهَّره الرّوح وأضرمه في يوم العنصرة أعلن لسكّان أورشليم: "يَسوعَ هذا الَّذي صَلَبتُموه أَنتُم قد جَعَلَه اللهُ رَبًّا ومَسيحًا" (أعمال الرّسل 2، 36). فشعر المستمعون بالشّرّ الذي صنعوه وبالخلاص الذي أعطاهم إياه الرّبّ يسوع: "فلَمَّا سَمِعوا ذٰلكَ الكَلام، تَفَطَّرَت قُلوبُهم" (أعمال الرّسل 2، 37).

هذا هو النّدم: ليس شعورًا بالذّنب يلقي بنا أرضًا، ولا هو وسواس الخطيئة الذي يَشُلّنا، بل هو نَخزَة مفيدة في الدّاخل تحرق وتشفي، لأنّ قلبنا عندما يرى الشّرّ الذي اقترفه ويعترف بأنّه خاطئ، فإنّه ينفتح، ويقبل عمل الرّوح القدس، والماء الحيّ الذي يحرّكه، فيجعل الدّموع تنهمر على وجهه. الذي يزيل القناع عن وجهه ويترك نظرة الله تخترق قلبه، ينال عطيّة هذه الدّموع، وهي أقدس المياه بعد مياه المعموديّة[1]. أيّها الإخوة الكهنة الأعزّاء، هذا ما أتمنّاه لكم اليوم.

مع ذلك، علينا أن نفهم جيّدًا ماذا يعني أن نبكي على أنفسنا. لا يعني أن نبكي فنشكو أنفسنا، كما يحدث لنا مرارًا. هذا يحدث، مثلًا عندما نكون محبطين أو قلقين بسبب توقعاتنا التي بائت بالفشل، أو بسبب عدم فهم الآخرين لنا، وربّما إخوتنا ورؤسائنا. أو بسبب متعة غريبة ومريضة في النّفس، نحبّ أن نجترَّ طويلًا الإساءات الموجّهة إلينا، لكي نبكي حالنا، فنعتقد أنّنا لم نتلقّ ما نستحقه، ونتخيّل أنّ المستقبل لا يمكن إلّا أن يحفظ لنا باستمرار مفاجآت سلبيّة. هذا ما يعلّمنا إياه القدّيس بولس، وهو الحزن بحسب العالم، عكس الحزن بحسب الله[2].

البكاء على أنفسنا هو بالأحرى توبة جدّيّة لأنّنا أحزنّا الله بالخطيئة، فنعترف أنّنا مدينون دائمًا ولا استحقاق لنا مطلقًا، ونعترف بأنّنا أضعنا طريق القداسة، لأنّنا لم نحافظ على الأمانة لحبّ الذي بذل حياته من أجلي[3]. البكاء على نفسي هو أن أنظر إلى داخلي وأتألّم لنكراني الجميل وعدم ثباتي، وأن أتأمّل بحزن في ازدواجيّتي وزَيفِي، وأن أنزل إلى أعماق ريائي، رياء التسلّط الإكليريكيّ، أيّها الإخوة الأعزّاء، الذي فيه نقع كثيرًا كثيرًا. تنبّهوا من رياء التسلّط الإكليريكيّ. ومن هناك، أرفع نظري إلى المصلوب وأتأثّر بمحبّته التي تغفر لنا دائمًا وتنهضنا، ولا تخيِّب أبدًا الذين يثقون به. وهكذا، تستمرّ الدّموع وتنقّي قلبنا.

في الواقع، النّدم يتطلّب جُهدًا، لكنّه يمنح السّلام، ولا يسبّب الألم، بل يخفّف من أثقال النّفس، لأنّه يشفي جرح الخطيئة، ويهيّئنا لنلاقي ملاطفة الله، الذي يحوّل القلب "المُنكَسِر المُنسَحِق" (المزامير 51، 19) وقد ليّنته الدّموع. النّدم إذن هو التّرياق لتصلّب القلب، ولقساوة القلب التي ندَّد بها يسوع مرارًا (راجع مرقس 3، 5؛ 10، 5). لذلك، القلب الذي لا يتوب ولا يبكي يصير قاسيًا: في البداية يتعوَّد، ثمّ يصير لا يشعر بألم غيره ولا يكترث له، ثم يصير باردًا وعديم الإحساس، وكأنّه ملفوف بقِشرة لا تنكسر وأخيرًا يتحجَّر. لكن كما تحفر قطرة الماء الحجر، كذلك تحفر الدّموع القلوب القاسية ببطء. بهذه الطّريقة نشهد معجزة الحزن، الحزن الجيّد، الذي يؤدّي إلى اللطف.

نفهم إذًا لماذا يُصِرُّ المعلّمون الرّوحيّون على النّدم. القدّيس بنديكتس يدعونا كلّ يوم إلى "أن نعترف لله بخطايانا الماضية بالدّموع والأنين"[4]، ويؤكّد أنّه إن صلّينا "لن يُستجاب لنا من أجل كلامنا، بل من أجل نقاوة قلوبنا والندم الذي يفجِّر الدموع فينا"[5]. ويقول القدّيس يوحنّا الذّهبيّ الفَم إنّ دمعة واحدة تُطفئ حريقًا من الخطايا[6]، وكتاب الاقتداء بالمسيح يوصينا بما يلي: "اسلم نفسك لانسحاق القلب"، بقدر ما لا ننتبه للويلات في نفنسا بسب طيش قلبنا، وتوانينا عن إصلاح نقائصنا"[7]. النّدم هو العلاج، لأنّه يعيدنا إلى حقيقة أنفسنا، كما أنّ الخطيئة في عمق كياننا تكشف لنا عن الحقيقة الأكبر بما لا نهاية له أنّنا كائن مغفور له خطاياه. لذلك، لا يُدهشنا قول إسحق السّريانيّ القائل: "الذي ينسى مقدار خطاياه، ينسى مقدار نعمة الله له"[8].

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء، صحيح أنّ كلّ ولادة جديدة في داخلنا تنشأ دائمًا من اللقاء بين بؤسنا ورحمته، وتمرّ من خلال فقرنا الرّوحيّ الذي يسمح للرّوح القدس بأن يعطينا من غناه. على ضوء هذا الكلام، يمكننا أن نفهم التّأكيدات البليغة لكثير من المعلّمين الرّوحيّين. لنفكّر في تلك التّأكيدات، الغريبة، للقدّيس إسحق أيضًا: "الذي يعرف خطاياه [...] هو أكبر من الذي يُقيم الموتى بصلاته. والذي يبكي على نفسه ساعة، هو أكبر من الذي يخدم العالم كلّه وهو يتأمّل [...]. والذي أُعطي معرفة نفسه، هو أكبر من الذي أُعطي رؤية الملائكة"[9].

أيّها الإخوة، لننظر الآن إلى أنفسنا نحن الكهنة ولنسأل أنفسنا كَم يكون النّدم والدّموع حاضرَيْن في فحصنا لضميرنا وفي صلاتنا. لنسأل أنفسنا هل الدّموع تزداد مع مرور السّنين. من هذا المنظور، حسنٌ أن يحدث العكس مقارنة مع الحياة البيولوجيّة، حيث عندما ننمو ونكبر، نبكي أقلّ ممّا كنّا عليه ونحن أطفالًا. أمّا، في الحياة الرّوحيّة، وحيث من المهمّ أن نصير أطفالًا (راجع متّى 18، 3)، الذي لا يبكي يتراجع إلى الوراء، ويهرم في داخله، أمّا الذي تزداد صلاته بساطة وصدقًا أمام الله، وتقوم على السّجود والتأثّر، فهو يزداد نضوجًا. يتعلّق دائمًا أقلّ بنفسه، ويزداد تعلّقه بالمسيح، ويصير فقيرًا بالرّوح. بهذه الطّريقة يشعر بأنّه أقرب إلى الفقراء، أحباء الله، الذين كان يبتعد عنهم في البداية - كما كتب القدّيس فرنسيس في وصيّته - لأنّه كان في الخطيئة، لكن بعد ذلك، تحوّلت رفقتهم من المرّ إلى الحلو[10]. وهكذا، الذي يتفطّر قلبه يشعر دائمًا أكثر بأنّه أخٌ لجميع الخطأة في العالم، ودون أيّ مظهر من مظاهر التّفوّق أو الأحكام القاسية، بل تملأه دائمًا رغبة في الحبّ والإصلاح.

وهذه ميزة أخرى للنّدم أيّها الإخوة الأعزّاء: التّضامن. القلب المطيع، والمحرّر بروح التّطويبات، يصير بشكل طبيعيّ ميّالًا لأن يشعر بالنّدم تجاه الآخرين: فبدل أن يغضب ويتشكّك بسبب الشّرّ الذي يصنعه إخوته، يبكي على خطاياهم. لا يتشكّك. يحدث نوع من الانقلاب فيه، فينعكس الميل الطّبيعي فيه، فبدلًا من أن يكون متساهلًا مع نفسه ومتشدّدًا مع الآخرين، يصير وبنعمة الله، حازمًا مع نفسه ورحيمًا مع الآخرين. والرّبّ يسوع يبحث، وخاصّة بين المكرَّسين له، عن أشخاص يبكون على خطايا الكنيسة والعالم، ويجعلون أنفسهم شفعاء للجميع. كم من الشّهود الأبطال في الكنيسة يبيِّنون لنا هذا الطّريق! لنفكّر في رهبان الصّحراء، في الشّرق وفي الغرب، وفي الشّفاعة الدّائمة في الدّموع والنّحيب للقدّيس غريغوريوس من ناريك، وفي التّقدمة الفرنسيسكانيّة من أجل الحبّ غير المحبوب، وفي الكهنة، مثل كاهن آرس، الذين عاشوا بالتّوبة من أجل خلاص الآخرين. أيّها الإخوة الأعزّاء هذا ليس شِعرًا، هذا كهنوت!

أيّها الإخوة الأعزّاء، الرّبّ يسوع لا يطلب منّا، نحن رعاته، أن نحكم على الذين لا يؤمنون ونستخف بهم، بل أن نحبّ البعيدين ونبكي عليهم. الأوضاع الصّعبة التي نراها ونعيشها، وقلّة الإيمان، والآلام التي نلمسها، إذا وصلت إلى قلب منسحق، لا تثير تشدُّدًا في الجدال، بل مثابرة في الرّحمة. كم نحتاج أن نكون أحرارًا من القسوة والاتّهامات، ومن الأنانيّة والأطماع، ومن التّصلّب وعدم الرّضا، لكي نوكل أنفسنا وغيرنا إلى الله، فنجد فيه السّلام الذي يخلّصنا من كلّ عاصفة. لنسجد ولنشفع ولنبكِ من أجل الآخرين: فنسمح للرّبّ يسوع أن يصنع العجائب. ولا نَخَف: سوف يفاجئنا!

وستستفيد خدمتنا من كلّ هذا. اليوم، في مجتمع علمانيّ، نوشك أن نكون كثيري النّشاطات، وفي الوقت نفسه نشعر بالعجز. ويؤدّي ذلك إلى فقدان الحماس، وإلى إيقاف ”المجاديف في القارب“، فننغلق على أنفسنا في الشّكوى ونضخّم المشاكل فنراها أكبر من قوّة الله. إن حدث هذا الأمر، نمتلئ بالمرارة والحدّة تجاه الآخرين، ونتكلّم دائمًا بالسّوء على الآخرين، ونجد دائمًا فرصة ما لكي نتشكّى. أمّا إن انقلبت المرارة والنّدم، ليس في العالم، بل في قلبنا، سيزورنا الرّبّ يسوع وينهضنا. كما يحثّنا أن نعمل كتاب الاقتداء بالمسيح: "لا تحوّل إليك شؤون الآخرين، ولا تتدخّل في مھام الرّؤساء. لتكن عينك دائمًا على نفسك قبل كلّ شيء، وانصح أوّلًا نفسك، قبل أن تنصح أحدًا من أحبّائك. إن لم تنل حسن الجميل عند النّاس، فلا تحزن لذلك، بل ما يجب أن يرزح قلبك تحت الثِقل ويُحزنك، هو أنّك لا تسلك في الصّلاح والرّصانة"[11].

أخيرًا، أودّ أن أؤكّد على جانب أساسيّ: النّدم ليس ثمرة جهودنا، بل هو نعمة علينا أن نطلبها في الصّلاة. التّوبة هي عطيّة من الله، وهي ثمرة عمل الرّوح القدس. لكي نسهّل نموّها، أشارككم نصيحتَين صغيرتَين. الأولى هي ألّا ننظر إلى الحياة والدّعوة من منظور الفعّالية والإنتاج والتّحقيق السّريع، ولا نربطها فقط بهذا اليوم وبضروراته وتوقعاته، بل انظروا إلى الكلّ معًا، وإلى الماضي والمستقبل معًا. ومن الماضي، نتذكّر أمانة الله – الله أمين -، ومغفرته، ونتمسك بحبّه، ومن المستقبل، نفكّر في الهدف الأبديّ الذي نحن مدعوّون إليه، وفي الهدف النّهائي لحياتنا. توسيع الآفاق، أيّها الإخوة الأعزّاء، يساعد توسيع القلب، ويحفّزنا على أن نعود إلى أنفسنا مع الرّبّ يسوع وأن نعيش النّدم. النّصيحة الثّانية، وهي نتيجة للأولى: نكتشف ضرورة أن نعوِّد أنفسنا أن نصلّي صلاة ليست واجِبَة ولا هي رتبة نتمّمها، بل صلاة حرّة وهادئة وطويلة. أخي، كيف هي صلاتك؟ لنَعُد إلى السّجود – هل نسيت أن تسجد؟ - ولنَعُد إلى صلاة القلب. لنكرّر: يا يسوع ابن الله، ارحمني أنا الخاطئ. لنشعر بعظمة الله أمام ضَعَتِنا نحن الخطأة، ولننظر إلى داخلنا وندع نظره يجتازنا من الدّاخل. سنكتشف من جديد حكمة أمِّنا الكنيسة المقدّسة، التي تدعونا دائمًا إلى بدء صلاتنا بنداء الفقير الذي يصرخ: يا ربّ، أَسرِعْ إِلى إغاثتي.

أيّها الأعزّاء، لنَعُد أخيرًا إلى القدّيس بطرس وإلى دموعه. المذبح الموضوع فوق قبره لا يمكنه إلّا أن يجعلنا نفكّر كمّ مرّة، نحن الذين نقول هناك كلّ يوم: "خذوا فكلوا من هذا كلكم، هذا هو جسدي الذي يبذل من أجلكم"، كم مرّة نخيّب ظنّه، ونُحزنه هو الذي أحبّنا لدرجة أنّه جعل من أيدينا أدوات لحضوره. لذلك، حسنٌ أن نكرّر هذا الكلام الذي نجهّز به أنفسنا بصوتٍ مُنخفض: "اقبَلْنا، يا رَبُّ، لِتواضُعِ أرواحِنا وانسِحَاقِ نُفُوسِنا"، وأيضًا: "اغسِلْني، يا رَبُّ، مِن إِثمي، ومِن خَطيئَتي طَهِّرْني". في كلّ ذلك، أيّها الإخوة، يعزّينا يقيننا الذي تلقّيناه اليوم بهذه الكلمة: الرّبّ يسوع، المكرَّس بمسحة الزّيت (راجع لوقا 4، 18)، جاء "لِيَجبُرَ مُنكَسِري القُلوب" (أشعيا 61، 1). لذلك، إن انكسر القلب، يمكن أن يَجبُرَه يسوع ويشفيه. شكرًا، أيّها الكهنة الأعزّاء، شكرًا على قلبكم المنفتح والمُطيع، وشكرًا على تعبكم ودموعكم، وشكرًا لأنّكم تحملون رحمة الله العجيبة – اغفروا دائمًا وكونوا رُحماء – واحملوا هذه الرّحمة، واحملوا الله إلى الإخوة والأخوات في زمننا. أيّها الكهنة الأعزّاء، ليكن الرّبّ يسوع عزاءكم، وليثبّتكم وليُكافئكم. شكرًا.

[00547-AR.02] [Testo originale: Italiano]

 

[B0255-XX.02]

 

 

[1] "يوجد في الكنيسة ماء ودموع: ماء المعموديّة، ودموع التّوبة" (القدّيس امبروسيوس، Epistula extra collectionem، المجلّد الأوّل، 12).

 

 

[2] "لأَنَّ الحُزْنَ للهِ يُورِثُ تَوبَةً تُؤَدِّي إِلى الخَلاص ولا نَدَمَ عَلَيها، في حِينِ أَنَّ حُزْنَ الدُّنْيا يُورِثُ المَوت" (2 قورنتس 7، 10).

 

 

[3] راجع القدّيس يوحنّا الذّهبيّ الفمّ، De compunctione، المجلّد الأوّل، 10.

 

 

[4] القانون الرّهبانيّ، 4، 57.

 

 

[5] المرجع السّابق، 20، 3.

 

 

[6] راجع التّوبة، 7، 5.

 

 

[7] الفصل الحادي والعشرون.

 

 

[8] مقالات نُسكيَّة، 12.

 

 

[9] مقالات نُسكيَّة، 34.

 

 

[10] راجع مصادر فرنسيسكانيّة، 110.

 

 

[11] الفصل الحادي والعشرون.