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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan (Pellegrinaggio Ecumenico di Pace in Sud Sudan) (31 gennaio - 5 febbraio 2023) - Incontro con i Vescovi presso la sede della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), 03.02.2023


Incontro con i Vescovi presso la sede della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO)

Discorso del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato, il Santo Padre Francesco si è congedato dal personale e dai benefattori della Nunziatura Apostolica di Kinshasa e si è recato presso la sede della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), che riunisce i Vescovi delle 48 circoscrizioni ecclesiastiche del Paese e che è Membro del Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar, per l’incontro con i Vescovi.

Alle ore 8.30, introdotto dalle parole di benvenuto del Presidente della Conferenza Episcopale, l’Arcivescovo Metropolita di Kisangani, S.E. Mons. Marcel Utembi Tapa, il Papa ha pronunciato il Suo discorso. Al termine dell’incontro, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione, il Santo Padre ha posato per una foto di gruppo con i Vescovi.

Quindi il Papa si è trasferito in auto all’Aeroporto Internazionale N’djili di Kinshasa per il congedo dalla Repubblica Democratica del Congo.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha pronunciato nel corso dell’incontro con i Vescovi della CENCO:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli Vescovi, buongiorno!

Sono contento di incontrarvi e vi ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza. Grazie a Mons. Utembi Tapa per il saluto che mi ha rivolto e per avervi dato voce con le sue parole: vi sono grato per come annunciate con coraggio la consolazione del Signore, camminando in mezzo al popolo, condividendone le fatiche e le speranze.

È stato bello per me trascorrere questi giorni nella vostra terra, che con la sua grande foresta rappresenta il “cuore verde” dell’Africa, un polmone per il mondo intero. L’importanza di questo patrimonio ecologico ci ricorda che siamo chiamati a custodire la bellezza del creato e a difenderla dalle ferite causate dall’egoismo rapace. Ma questa immensa distesa verde che è la vostra foresta è anche un’immagine che parla alla nostra vita cristiana: come Chiesa abbiamo bisogno di respirare l’aria pura del Vangelo, di scacciare l’aria inquinata della mondanità, di custodire il cuore giovane della fede. Così immagino la Chiesa africana e così vedo questa Chiesa congolese: una Chiesa giovane, dinamica, gioiosa, animata dall’anelito missionario, dall’annuncio che Dio ci ama e che Gesù è il Signore. La vostra è una Chiesa presente nella storia concreta di questo popolo, radicata in modo capillare nella realtà, protagonista di carità; una comunità capace di attrarre e contagiare con il suo entusiasmo e perciò, proprio come le vostre foreste, con tanto “ossigeno”: grazie, perché siete un polmone che dà respiro alla Chiesa universale!

È brutto incominciare un paragrafo con la parola “purtroppo”, ma devo farlo! Purtroppo, so bene che la comunità cristiana di questa terra ha anche un’altra fisionomia. Il vostro volto giovane, luminoso e bello è infatti solcato dal dolore e dalla fatica, segnato a volte dalla paura e dallo scoraggiamento. È il volto di una Chiesa che soffre per il suo popolo, è un cuore in cui palpita trepidante la vita della gente con le sue gioie e le sue tribolazioni. È una Chiesa segno visibile del Cristo che, ancora oggi, viene rifiutato, condannato e disprezzato nei tanti crocifissi del mondo, e piange le nostre stesse lacrime. È una Chiesa che, come Gesù, vuole anche asciugare le lacrime del popolo, impegnandosi a prendere su di sé le ferite materiali e spirituali della gente, e facendo scorrere su di essa l’acqua viva e risanante del costato di Cristo.

Con voi, fratelli, vedo Gesù sofferente nella storia di questo popolo, popolo crocifisso popolo oppresso, sconvolto da una violenza che non risparmia, segnato dal dolore innocente, costretto a convivere con le acque torbide della corruzione e dell’ingiustizia che inquinano la società, e a patire in tanti suoi figli la povertà. Ma vedo allo stesso tempo un popolo che non ha perso la speranza, che abbraccia con entusiasmo la fede e guarda ai suoi Pastori, che sa ritornare al Signore e affidarsi alle sue mani, perché la pace a cui anela, soffocata dallo sfruttamento, da egoismi di parte, dai veleni dei conflitti e delle verità manipolate, possa finalmente giungere come un dono dall’alto.

Viene da chiedersi: come esercitare il ministero in questa situazione? Pensando a voi, Pastori del Popolo santo di Dio, mi è venuta in mente la storia di Geremia, un profeta chiamato a vivere la sua missione in un momento drammatico della storia di Israele, tra ingiustizie, abomini e sofferenze. Egli ha speso la vita per annunciare che Dio non abbandona mai il suo popolo e porta avanti progetti di pace anche nelle situazioni che sembrano perdute e irrecuperabili. Ma questo annuncio consolante di fede, Geremia lo ha vissuto anzitutto nella sua persona, lui per primo ha sperimentato la vicinanza di Dio. Solo così ha potuto portare agli altri una coraggiosa profezia di speranza. Anche il vostro ministero episcopale vive tra queste due dimensioni, di cui vorrei parlarvi, la vicinanza di Dio e la profezia per il popolo.

Anzitutto vorrei dirvi: lasciatevi toccare e consolare dalla vicinanza di Dio. Lui è vicino a noi. La prima parola che il Signore rivolge a Geremia è questa: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). È una dichiarazione d’amore che Dio scolpisce nel cuore di ciascuno di noi, che nessuno può cancellare e che, in mezzo alle tempeste della vita, diventa sorgente di conforto. Per noi, che abbiamo ricevuto la chiamata a essere Pastori del Popolo di Dio, è importante fondarci su questa vicinanza del Signore, “strutturarci nella preghiera”, stando ore davanti a Lui. Solo così si avvicina al Buon Pastore il popolo che ci è affidato e solo così si diventa veramente Pastori, perché noi, senza di Lui, non possiamo fare nulla (cfr Gv 15,5). Saremmo imprenditori, “maestri”, ma non dietro la vocazione del Signore. Senza di Lui non possiamo fare nulla. Che non succeda di pensarci autosufficienti, tanto meno di vedere nell’episcopato la possibilità di scalare posizioni sociali e di esercitare il potere. Quel brutto spirito del “carrierismo”. E soprattutto: che non entri lo spirito della mondanità, che ci fa interpretare il ministero secondo i criteri dei propri utili tornaconti, che rende freddi e distaccati nell’amministrare quanto ci è affidato, che porta a servirci del ruolo anziché servire gli altri, e a non curare più la relazione indispensabile, quella umile e quotidiana della preghiera. Non dimentichiamo che la mondanità è il peggio che può accadere alla Chiesa, è il peggio. A me ha toccato sempre quel finale del libro del cardinale De Lubac sulla Chiesa, le ultime tre, quattro pagine, dove dice così: la mondanità spirituale è il peggio che può accedere, peggio ancora che l’epoca dei Papi mondani e concubinari. È peggio. E la mondanità è sempre in agguato. Stiamo attenti!

Cari fratelli Vescovi, curiamo la vicinanza con il Signore per essere suoi testimoni credibili e portavoce del suo amore presso il popolo. È attraverso di noi che Lui vuole ungerlo con l’olio della consolazione e della speranza! Siete voi la voce con cui Dio vuole dire ai Congolesi: «Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio» (Dt 7,6). L’annuncio del Vangelo, l’animazione della vita pastorale, la guida del popolo non possono risolversi in principi distanti dalla realtà della vita quotidiana, ma devono toccare le ferite e comunicare la vicinanza divina, perché le persone scoprano la loro dignità di figli di Dio e imparino a camminare a testa alta, senza mai abbassare il capo dinanzi alle umiliazioni e alle oppressioni. Attraverso di voi questo popolo ha la grazia di sentire rivolte a sé parole simili a quelle che il Signore consegnò a Geremia: “Sei un popolo benedetto, prima di formarti nel grembo materno ti ho pensato, conosciuto, amato”. Se coltiviamo la vicinanza con Dio, ci sentiamo spinti verso il popolo e sentiremo sempre compassione per quanti ci sono affidati. Quell’atteggiamento della compassione, che non è un sentimento, è un patire con. Rincuorati e rafforzati dal Signore, diventiamo a nostra volta strumenti di consolazione e di riconciliazione per gli altri, per sanare le piaghe di chi soffre, lenire il dolore di chi piange, risollevare i poveri, liberare le persone da tante forme di schiavitù e di oppressione. La vicinanza a Dio, cioè, rende profeti per il popolo, capaci di seminare la Parola che salva nella storia ferita della propria terra.

E per addentrarci in questo secondo punto, la profezia per il popolo, guardiamo ancora all’esperienza di Geremia. Dopo aver ricevuto la Parola amorevole e consolante di Dio, egli viene chiamato a essere «profeta delle nazioni» (cfr Ger 1,5), inviato a portare luce nell’oscurità, a testimoniare in un contesto di violenza e corruzione. E Geremia, che divora la Parola del Signore, in quanto è per lui gioia e letizia del cuore (cfr Ger 15,10), confessa che questa stessa Parola semina in lui un’inquietudine insopprimibile e lo porta a raggiungere gli altri perché siano toccati dalla presenza di Dio. «Nel mio cuore – scrive – c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9). Non possiamo trattenere solo per noi la Parola di Dio, non possiamo contenerne la potenza: essa è un fuoco che brucia la nostra apatia e accende in noi il desiderio di illuminare chi è nel buio. La Parola di Dio è un fuoco che brucia dentro e ci spinge a uscire fuori! Ecco la nostra identità episcopale: bruciati dalla Parola di Dio, in uscita verso il Popolo di Dio, con zelo apostolico!

Ma – possiamo chiederci – in che cosa consiste questo annuncio profetico della Parola, questo ardore? Al profeta Geremia il Signore dice: «Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1,9-10). Sono verbi forti: dapprima sradicare e demolire, per poter infine edificare e piantare. Si tratta di collaborare a una storia nuova che Dio desidera costruire in mezzo a un mondo di perversione e di ingiustizia. Anche voi, allora, siete chiamati a continuare a far sentire la vostra voce profetica, perché le coscienze si sentano interpellate e ciascuno possa diventare protagonista e responsabile di un futuro diverso. Bisogna, dunque, sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza; demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione; edificare una convivenza fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace; e, infine, piantare semi di rinascita, perché il Congo di domani sia davvero quello che il Signore sogna: una terra benedetta e felice, mai più violentata, oppressa e insanguinata.

Facciamo però attenzione: non si tratta di un’azione politica. La profezia cristiana si incarna in tante azioni politiche e sociali, ma il compito dei Vescovi e dei Pastori in generale non è questo. È quello dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza. “Consola, consola il mio popolo”: quel motto che torna, torna, è un invito del Signore: consolare il popolo. “Consola, consola il mio popolo”. È un annuncio fatto non solo di parole, ma di vicinanza e testimonianza: vicinanza, anzitutto, ai preti – i preti sono i primi prossimi di un vescovo –, ascolto degli operatori pastorali, incoraggiamento allo spirito sinodale per lavorare insieme. E testimonianza, perché i Pastori devono essere credibili per primi e in tutto, e in particolare nel coltivare la comunione, nella vita morale e nell’amministrazione dei beni. È essenziale, in questo senso, saper costruire armonia, senza ergersi su piedistalli, senza asprezze, ma dando il buon esempio nel sostegno e nel perdono vicendevoli, lavorando insieme, come modelli di fraternità, di pace e di semplicità evangelica. Non accada mai che, mentre il popolo soffre la fame, di voi si possa dire: “quelli non se ne curano e vanno chi al proprio campo, chi ai propri affari” (cfr Mt 22,5). No, gli affari, per favore, lasciamoli fuori dalla vigna del Signore! Un pastore non può essere un affarista, non può! Siamo Pastori e servi del popolo di Dio, non amministratori di cose, non affaristi, pastori! L’amministrazione del vescovo dev’essere quella del pastore: davanti al gregge, in mezzo al gregge, dietro al gregge. Davanti al gregge per indicare la strada; in mezzo al gregge per sentire l’odore del gregge, non perderlo; dietro al gregge per aiutare coloro che vanno più lentamente, e anche per lasciare un po’ il gregge da solo e vedere dove trova dei pascoli. Il pastore deve muoversi in queste tre direzioni.

Cari fratelli Vescovi, ho condiviso con voi quello che sentivo nel cuore: coltivare la vicinanza con il Signore per essere segni profetici della sua compassione per il popolo. Vi prego di non trascurare il dialogo con Dio e di non lasciare che il fuoco della profezia sia spento da calcoli o ambiguità con il potere, e nemmeno dal quieto vivere e dall’abitudinarietà. Dinanzi al popolo che soffre e all’ingiustizia, il Vangelo chiede di alzare la voce. Quando secondo Dio alziamo la voce, rischiamo. Lo ha fatto un vostro fratello, il servo di Dio Mons. Christophe Munzihirwa, pastore coraggioso e voce profetica, che ha custodito il suo popolo offrendo la vita. Il giorno prima di morire lanciò a tutti un messaggio dicendo: «In questi giorni che cosa possiamo ancora fare?Restiamosaldi nella fede. Abbiamo fiducia che Dio non ci abbandonerà e che da qualche parte sorgerà per noi un piccolo bagliore di speranza. Dio non ci abbandonerà se noi ci impegniamo a rispettare la vita dei nostri vicini, a qualsiasi etnia essi appartengano». Il giorno dopo venne ucciso in una piazza della città, ma il suo seme, piantato in questa terra, insieme a quello di tanti altri, porterà frutto. È bene fare memoria, con gratitudine, dei grandi Pastori che hanno segnato la storia del vostro Paese e della vostra Chiesa, di chi vi ha evangelizzato e preceduto nella fede. Fratelli, sono le vostre radici, che vi irrobustiscono nell’ardore evangelico. Penso al bene che ho ricevuto conoscendo il Cardinale Laurent Monsengwo Pasinya.

Carissimi, non abbiate timore di essere profeti di speranza per il popolo, voci concordi della consolazione del Signore, testimoni e annunciatori gioiosi del Vangelo, apostoli di giustizia, samaritani di solidarietà: testimoni di misericordia e di riconciliazione in mezzo a violenze scatenate non solo dallo sfruttamento delle risorse e da conflitti etnici e tribali, ma anche e soprattutto dalla forza oscura del maligno, nemico di Dio e dell’uomo. Però, non scoraggiatevi mai: il Crocifisso è risorto, Gesù vince, anzi ha già vinto il mondo (cfr Gv 16,33) e desidera risplendere in voi, nella vostra opera preziosa, nel vostro fecondo seme di pace! Fratelli, voglio ringraziarvi, per il vostro servizio, per il vostro zelo pastorale, per la vostra testimonianza.

E, giunto ormai al termine di questo viaggio, vorrei esprimere tutta la mia riconoscenza a voi e a quanti qui lo hanno preparato. Avete avuto la pazienza di aspettare un anno, siete bravi! Grazie di questo! Avete dovuto lavorare due volte, perché la prima volta la visita è stata annullata, ma so che siete misericordiosi con il Papa! Grazie davvero! Nel prossimo giugno celebrerete a Lubumbashi il Congresso eucaristico nazionale: Gesù è realmente presente e operante nell’Eucaristia; lì rappacifica e risana, consola e unisce, illumina e trasforma; lì ispira, sostiene e rende efficace il vostro ministero. La presenza di Gesù, Pastore mite e umile di cuore, vincitore del male e della morte, trasformi questo grande Paese e sia sempre la vostra gioia e la vostra speranza! Vi benedico di cuore.

Vorrei aggiungere una sola cosa: ho detto “siate misericordiosi”. La misericordia. Perdonare sempre. Quando un fedele viene a confessarsi viene a chiedere il perdono, viene a chiedere la carezza del Padre. E noi, col dito accusatore: “Quante volte? E come lo hai fatto?...”. No, questo no. Perdonare. Sempre. “Ma non so…, perché il codice mi dice…”. Il codice dobbiamo osservarlo, perché è importante, ma il cuore del pastore va oltre! Rischiate. Per il perdono rischiate. Sempre. Perdonate sempre, nel Sacramento della Riconciliazione. E così seminerete perdono per tutta la società.

Vi benedico di cuore. E, per favore, continuate a pregare per me, perché questo ufficio è un po’ difficile! Ma confido in voi. Grazie.

[00167-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères Évêques, bonjour !

Je suis heureux de vous rencontrer et je vous remercie de tout cœur pour votre accueil chaleureux. Merci à Mgr Utembi Tapa pour les salutations qu’il m’a adressées et de vous avoir donné la parole à travers les siennes. Je vous suis reconnaissant de la manière dont vous annoncez courageusement la consolation du Seigneur, en marchant au milieu du peuple, en partageant leurs peines et leurs espérances.

Il m'a été agréable de passer ces jours-ci dans votre pays, qui, avec sa grande forêt, est le "cœur vert" de l'Afrique, un poumon pour le monde entier. L'importance de ce patrimoine écologique nous rappelle que nous sommes appelés à protéger la beauté de la création et à la défendre contre les blessures causées par l'égoïsme prédateur. Mais cette immense étendue de verdure qu'est votre forêt est aussi une image qui parle à notre vie chrétienne : en tant qu'Église, nous avons besoin de respirer l'air pur de l'Évangile, chasser l'air pollué de la mondanité, garder le cœur juvénile de la foi. C'est ainsi que j'imagine l'Église africaine et c'est ainsi que je vois cette Église congolaise : une Église jeune, dynamique, joyeuse, animée par la soif missionnaire, par l'annonce que Dieu nous aime et que Jésus est le Seigneur. Votre Église est présente dans l'histoire concrète de ce peuple, enracinée en profondeur dans la réalité, actrice dans la charité ; une communauté capable d'attirer et de contaminer par son enthousiasme et, comme le font vos forêts, avec beaucoup d'"oxygène". Merci, d’être un poumon qui donne du souffle à l'Église universelle !

C'est laid de commencer un paragraphe par le mot "malheureusement", mais je dois le faire ! Malheureusement, je suis bien conscient que la communauté chrétienne de ce pays présente également une autre physionomie. Votre visage jeune, lumineux et beau est en effet marqué par la douleur et la fatigue, parfois par la peur et le découragement. C'est le visage d'une Église qui souffre pour son peuple, c'est un cœur qui bat au rythme de la vie du peuple avec ses joies et ses tribulations. C'est une Église signe visible du Christ qui, aujourd'hui encore, est rejeté, condamné et méprisé dans les nombreux crucifiés du monde, et qui pleure nos propres larmes. C'est une Église qui, comme Jésus, veut aussi sécher les larmes du peuple, en s’évertuant à prendre sur elle les blessures matérielles et spirituelles des gens, et en faisant couler sur elles l'eau vive qui guérit du côté du Christ.

Avec vous, frères, je vois Jésus souffrant dans l'histoire de ce peuple, peuple crucifié, peuple opprimé, frappé par une violence qui n'épargne pas, marqué par la souffrance des innocents; un peuple contraint de vivre dans les eaux troubles de la corruption et de l'injustice qui polluent la société, et qui souffre de la pauvreté en tant de ses enfants. Mais je vois en même temps un peuple qui n'a pas perdu l’espérance, qui embrasse avec enthousiasme la foi et se tourne vers ses pasteurs, qui sait revenir au Seigneur et se remettre entre ses mains afin que la paix à laquelle il aspire, étouffée par l'exploitation, l'égoïsme partisan, par les poisons des conflits et des vérités manipulées, puisse enfin advenir comme un don d'en haut.

On en vient à se demander : comment exercer le ministère dans cette situation ? En pensant à vous, pasteurs du Peuple saint de Dieu, l'histoire de Jérémie m'est venue à l'esprit, un prophète appelé à vivre sa mission à un moment dramatique de l'histoire d'Israël, au milieu des injustices, des abominations et des souffrances. Il a dépensé sa vie à proclamer que Dieu n'abandonne jamais son peuple et fait émerger des projets de paix, même dans les situations qui semblent perdues et irrécupérables. Mais cette annonce consolante de la foi, Jérémie l’a vécue d'abord dans sa personne, il a le premier fait l'expérience de la proximité de Dieu. Ce n'est que de cette manière qu'il a pu apporter aux autres une courageuse prophétie d'espérance. Votre ministère épiscopal vit aussi entre ces deux dimensions dont je voudrais vous parler : la proximité de Dieu et la prophétie pour le peuple.

Avant tout, je voudrais vous dire : laissez-vous toucher et réconforter par la proximité de Dieu. Il est proche de nous. La première parole que le Seigneur adresse à Jérémie est celle-ci : «Avant même de te façonner dans le sein de ta mère, je te connaissais» (Jr 1, 5). C'est une déclaration d'amour que Dieu grave dans le cœur de chacun d'entre nous, que personne ne peut effacer et qui, au milieu des tempêtes de la vie, devient une source de réconfort. Pour nous, qui avons reçu l'appel à être les pasteurs du Peuple de Dieu, il est important de nous appuyer sur cette proximité du Seigneur, en nous "structurant dans la prière", en nous tenant pendant des heures devant Lui. Ce n'est qu'ainsi que le peuple qui nous est confié se rapproche du Bon Pasteur, et ce n'est qu'ainsi que nous devenons vraiment des pasteurs, car sans Lui nous ne pouvons rien faire (cf. Jn 15, 5). Nous serions des entrepreneurs, des "maîtres", mais nous ne suivrions pas l'appel du Seigneur. Sans Lui, nous ne pouvons rien faire. Qu'il ne nous arrive pas de nous considérer comme autosuffisants, et encore moins de voir dans l'épiscopat la possibilité d'accéder à une position sociale et d'exercer un pouvoir. Cet horrible esprit de " carriérisme ". Et surtout : que n'entre pas l'esprit mondain qui nous fait interpréter le ministère selon les critères de nos intérêts lucratifs personnels, qui nous rend froids et détachés dans l'administration de ce qui nous est confié, qui nous pousse à nous servir de la fonctionau lieu de servir les autres, et à ne plus nous soucier de la relation indispensable, humble et quotidienne, de la prière. N'oublions pas que la mondanité est le pire qui puisse arriver à l'Église, c'est le pire. J'ai toujours été touché par la fin du livre du cardinal de Lubac sur l'Église, les trois ou quatre dernières pages, où il dit : la mondanité spirituelle est le pire qui puisse arriver, pire encore que l'époque des papes mondains et concubins. C'est pire. Et la mondanité est toujours à l'affût. Soyons attentifs !

Chers frères évêques, soignons notre proximité avec le Seigneur afin d'être ses témoins crédibles et les porte-paroles de son amour auprès du peuple. C'est à travers nous qu'il veut l’oindre de l'huile de la consolation et de l'espérance ! Vous êtes la voix avec laquelle Dieu veut dire aux Congolais : «Tu es un peuple consacré au Seigneur ton Dieu » (Dt 7, 6). L'annonce de l'Évangile, l'animation de la vie pastorale, la conduite du peuple ne peuvent se réduire à des principes éloignés de la réalité de la vie quotidienne, mais doivent toucher les blessures et communiquer la proximité divine, afin que les personnes découvrent leur dignité de fils de Dieu et apprennent à marcher la tête haute, sans jamais s’incliner devant les humiliations et les oppressions. Par vous, ce peuple a la grâce de s'entendre dire des paroles semblables à celles que le Seigneur adressa à Jérémie : "Tu es un peuple béni, avant de te former dans le ventre de ta mère, j'ai pensé à toi, je t'ai connu, je t'ai aimé". Si nous cultivons la proximité avec Dieu, nous serons poussés vers le peuple et nous éprouverons toujours de la compassion pour ceux qui nous sont confiés. Cette attitude de compassion, qui n'est pas un sentiment, c'est un souffrir avec. Réconfortés et fortifiés par le Seigneur, nous devenons à notre tour des instruments de consolation et de réconciliation pour les autres, pour guérir les blessures de ceux qui souffrent, apaiser la peine de ceux qui pleurent, relever les pauvres, libérer les personnes de nombreuses formes d'esclavage et d'oppression. C'est dire que la proximité de Dieu fait de nous des prophètes pour le peuple, capables de semer la Parole qui sauve dans l'histoire blessée de cette terre.

Et pour approfondir ce deuxième point, la prophétie pour le peuple, regardons à nouveau l'expérience de Jérémie. Après avoir reçu la Parole aimante et consolante de Dieu, il est appelé à être «prophète pour les nations» (Jr 1, 5), envoyé pour apporter la lumière dans les ténèbres, pour témoigner dans un contexte de violence et de corruption. Et Jérémie, qui dévore la Parole du Seigneur, car elle est pour lui joie et allégresse du cœur (cf. Jr 15, 10), confesse que cette même Parole sème en lui une inquiétude irrépressible et le pousse à aller vers les autres pour qu'ils soient touchés par la présence de Dieu. Il écrit: «Elle était comme un feu brûlant dans mon cœur, elle était enfermée dans mes os. Je m’épuisais à la maîtriser, sans y réussir» (Jr 20, 9). Nous ne pouvons pas garder la Parole de Dieu pour nous seuls, nous ne pouvons pas contenir sa puissance : elle est un feu qui brûle notre apathie et allume en nous le désir d'éclairer ceux qui sont dans les ténèbres. La Parole de Dieu est un feu qui brûle à l'intérieur et qui nous pousse à sortir ! Voilà notre identité épiscopale: brûlés par la Parole de Dieu, en sortie vers le peuple de Dieu, avec zèle apostolique !

Mais - nous pouvons nous demander - en quoi consiste cette annonce prophétique de la Parole, cette ardeur? Le Seigneur dit au prophète Jérémie : «Voici, je mets dans ta bouche mes paroles! Vois: aujourd’hui, je te donne autorité sur les nations et les royaumes, pour arracher et renverser, pour détruire et démolir, pour bâtir et planter» (Jr 1, 9-10). Ce sont des verbes forts : d'abord arracher et renverser, pour finalement bâtir et planter. Il s'agit de collaborer à une histoire nouvelle que Dieu veut construire dans un monde de perversion et d'injustice. Vous aussi, donc, vous êtes appelés à continuer à faire entendre votre voix prophétique pour que les consciences se sentent interpellées et que chacun devienne acteur et responsable d'un avenir différent. Il faut donc arracher les plantes vénéneuses de la haine et de l'égoïsme, de la rancœur et de la violence ; renverser les autels consacrés à l'argent et à la corruption ; bâtir une coexistence basée sur la justice, la vérité et la paix ; et, enfin, planter les graines de la renaissance pour que le Congo de demain soit vraiment ce dont le Seigneur rêve : une terre bénie et heureuse, plus jamais violentée, opprimée ni ensanglantée.

Mais attention, il ne s'agit pas d'une action politique. La prophétie chrétienne s'incarne dans de multiples actions politiques et sociales, mais telle n'est pas la tâche des évêques et des pasteurs en général. Elle est d’annoncer la Parole pour éveiller les consciences, pour dénoncer le mal, pour réconforter ceux qui sont affligés et sans espérance. " Consolez, consolez mon peuple " : cette devise qui revient, revient, est une invitation du Seigneur : consolez le peuple. "Consolez, consolez mon peuple". Il s'agit d'une annonce faite non seulement de mots mais aussi de proximité et de témoignage : proximité, tout d'abord, avec les prêtres - les prêtres sont ceux qui sont les plus proches d'un évêque -, écoute des agents pastoraux, encouragement de l'esprit synodal pour travailler ensemble. Et le témoignage, parce que les pasteurs doivent être crédibles, avant tout, en toutes choses, et en particulier dans le fait de cultiver la communion, dans la vie morale et dans l'administration des biens. Il est essentiel, en ce sens, de savoir construire l'harmonie sans se mettre sur des piédestaux, sans rudesses, mais en donnant le bon exemple du soutien et du pardon mutuel, en travaillant ensemble comme des modèles de fraternité, de paix et de simplicité évangéliques. Qu'il n'arrive jamais, alors que le peuple souffre de la faim, que l’on puisse dire de vous : « Ils n’en tinrent aucun compte et s’en allèrent, l’un à son champ, l’autre à son commerce» (Mt 22, 5). Non, le commerce, s'il vous plaît, laissons-le en dehors de la vigne du Seigneur ! Un pasteur ne peut pas être un homme d'affaires, il ne peut pas ! Nous sommes pasteurs et serviteurs du peuple de Dieu, pas des administrateurs de biens, pas des hommes d'affaires, des pasteurs ! L'administration de l'évêque doit être celle du berger : devant le troupeau, au milieu du troupeau, derrière le troupeau. Devant le troupeau pour montrer le chemin ; au milieu du troupeau pour sentir le troupeau, pour ne pas le perdre ; derrière le troupeau pour aider ceux qui vont plus lentement, et aussi pour laisser le troupeau seul pendant un moment et voir où il trouve des pâturages. Le berger doit se déplacer dans ces trois directions.

Chers frères évêques, j'ai partagé avec vous ce que je portais dans mon cœur : cultiver la proximité avec le Seigneur afin d'être des signes prophétiques de sa compassion pour le peuple. Je vous prie de ne pas négliger le dialogue avec Dieu et de ne pas laisser le feu de la prophétie s'éteindre, à cause de calculs ou de compromis avec le pouvoir, ni à cause d’une vie tranquille et routinière. Face au peuple qui souffre et face à l'injustice, l'Évangile exige que nous élevions la voix. Quand nous élevons notre voix selon Dieu, nous risquons. C'est ce qu'a fait l’un de vos frères, le serviteur de Dieu Mgr Christophe Munzihirwa, un pasteur courageux et une voix prophétique, qui a gardé son peuple en offrant sa vie. La veille de sa mort, il avait envoyé un message à tous en disant : «En ces jours, que pouvons-nous encore faire ? Restons fermes dans la foi. Ayons confiance que Dieu ne nous abandonnera pas et que, de quelque part, une petite lueur d`espérance naîtra pour nous. Dieu ne nous abandonnera pas si nous nous engageons à respecter la vie de nos voisins, quel que soit le groupe ethnique auquel ils appartiennent». Le lendemain, il a été tué sur la place de la ville, mais sa graine, plantée dans cette terre, avec celle de beaucoup d'autres, portera du fruit. Il est bon de se souvenir, avec gratitude, des grands pasteurs qui ont marqué l'histoire de votre pays et de votre Église, de ceux qui vous ont évangélisés et précédés dans la foi. Frères, ils sont vos racines qui vous fortifient dans l'ardeur évangélique. Je pense à tout le bien que reçu par le fait d’avoir connu le Cardinal Laurent Monsengwo Pasinya.

Bien-aimés, n'ayez pas peur d'être des prophètes d'espérance pour le peuple, des voix concordantes de la consolation du Seigneur, des témoins et des messagers joyeux de l'Évangile, des apôtres de la justice, des Samaritains de la solidarité, des témoins de la miséricorde et de la réconciliation au milieu des violences déclenchées, non seulement par l'exploitation des ressources et les conflits ethniques et tribaux, mais aussi et surtout par la puissance obscure du malin, l'ennemi de Dieu et de l'homme. Mais ne vous découragez jamais : le Crucifié est ressuscité, Jésus est victorieux, bien plus, il a déjà vaincu le monde (cf. Jn 16, 33) et il veut briller en vous, dans votre précieux travail, dans votre ensemencement fécond de paix ! Frères, je veux vous remercier pour votre service, pour votre zèle pastoral, pour votre témoignage.

Et, maintenant que je suis arrivé au terme de ce voyage, je tiens à vous exprimer toute ma gratitude, ainsi qu'à ceux qui l'ont préparé ici. Vous avez eu la patience d'attendre un an, vous êtes bons ! Merci pour cela ! Vous avez dû travailler deux fois, car la première fois la visite a été annulée, mais je sais que vous êtes miséricordieux envers le Pape! Merci beaucoup! En juin prochain, vous célébrerez le Congrès eucharistique national à Lubumbashi. Jésus est vraiment présent et à l'œuvre dans l'Eucharistie ; là, il restaure et guérit, console et unit, illumine et transforme ; là, il inspire, soutient et rend votre ministère efficace. Que la présence de Jésus, le pasteur doux et humble, vainqueur du mal et de la mort, transforme ce grand pays et soit toujours votre joie et votre espérance ! Je vous bénis de tout cœur.

Je voudrais ajouter une seule chose : j'ai dit " soyez miséricordieux ". La miséricorde. Pardonnez toujours. Quand un croyant vient se confesser, il vient demander le pardon, il vient demander la caresse du Père. Et nous, d'un doigt accusateur : "Combien de fois ? Et comment l'avez-vous fait ?...". Non, pas ça. Pardonnez. Toujours. "Mais je ne sais pas..., parce que le code me dit...". Le code nous devons l'observer, car il est important, mais le cœur du pasteur va au-delà ! Prenez le risque. Pour le pardon, prenez des risques. Toujours. Pardonnez toujours dans le Sacrement de la Réconciliation. Et ainsi vous sèmerez le pardon pour l'ensemble de la société.

Je vous bénis de tout mon cœur. Et s’il vous plait, continuez à prier pour moi, car cette charge est un peu difficile ! Mais je me confie à vous. Merci.

[00167-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear brother Bishops, good morning!

I am pleased to meet with you and I offer you my heartfelt gratitude for your warm welcome. I thank Archbishop Utembi Tapa for his kind words of greeting in your name. I am grateful for the way in which you courageously proclaim the consolation of the Lord, walking in the midst of your people and sharing their hardships and their hopes.

It has been a joy for me to spend these days in your country which, with its large forest, represents the “green heart” of Africa, a lung for the whole world. The importance of this natural heritage reminds us that we are called to protect the beauty of creation and to defend it from the wounds inflicted by greed and selfishness. This immense verdant expanse that is your forest is also an image that speaks to our Christian life. As a Church we need to breathe the pure air of the Gospel, to dispel the tainted air of worldliness, to safeguard the young heart of faith. That is how I imagine the African Church and that is how I see this Congolese Church: a young, dynamic and joyful Church, motivated by missionary zeal, by the good news that God loves us and that Jesus is Lord. Yours is a Church present in the lived history of this people, deeply rooted in its daily life, and in the forefront of charity. It is a community capable of attracting others, filled with infectious enthusiasm and therefore, like your forests, with plenty of “oxygen”. Thank you, because you are a lung that helps the universal Church breathe!

It is not good to start a paragraph with the word “sadly”, but I have to do it! Sadly, I know that the Christian community of this land also has another face. Indeed, your young, shining and noble face also shows pain and weariness, and at times fear and discouragement. It is the face of a Church that suffers for its people, a heart in which the life of the people, with its joys and trials, beats anxiously. A Church that is a visible sign of Christ, who even today is rejected, condemned and reviled in the many crucified people of our world; a Church that weeps with their tears, and, like Jesus, also wants to dry those tears. A Church concerned to embrace people’s material and spiritual wounds and make the living and healing water from the side of Christ flow over them.

With you, dear brothers, I see Jesus suffering in the history of this people, a people crucified and oppressed, devastated by ruthless violence, marred by innocent suffering, forced to live with the tainted waters of corruption and injustice that pollute society, and to suffer poverty in so many of its children. Yet at the same time, I see a people that has not lost hope, but embraces the faith with enthusiasm and looks to its pastors. I see a people able to turn to the Lord and entrust themselves into his hands, so that the peace for which they long, although stifled by exploitation, partisan selfishness, the venom of conflict and the manipulation of truth, can finally come as a gift from on high.

This raises the question: how do we carry out our ministry in this situation? As I thought of you, the shepherds of God’s holy People, the story of Jeremiah came to mind. Jeremiah was a prophet called to carry out his own mission at a dramatic time in the history of Israel, amid injustices, detestable practices and sufferings. He spent his life proclaiming that God never abandons his people and pursues plans of peace even in situations that seem lost and irredeemable. Yet above all, Jeremiah experienced this consoling proclamation of faith personally; he was the first to experience God’s closeness. Only in this way was he able to bring to others a courageous prophecy of hope. Your episcopal ministry is also carried out between these two realities, about which I would now like to speak: the closeness of God and prophecy for the people.

The first thing I would say is, let yourselves be touched and consoled by the closeness of God. He is close to us. The first thing that the Lord told Jeremiah was this: “Before I formed you in the womb I knew you” (Jer 1:5). This is a declaration of love that God writes upon the heart of each of us, one that no one can erase and that, amid the storms of life, proves a source of comfort. It is important for us, who have been called to be shepherds of God’s People, to rely on this closeness of the Lord, “to form ourselves in prayer”, and to spend a good deal of time in his presence. Only in this way do the people entrusted to us draw closer to the Good Shepherd and only in this way do we ourselves become shepherds, for without him we can do nothing (cf. Jn 15:5). Otherwise we would be entrepreneurs, “masters”, but not following the Lord’s call. Without Him we can do nothing. May we never think of ourselves as self-sufficient, much less see in the episcopate an opportunity to advance in society and to exercise power. That is the ugly spirit of “careerism”. Above all else, may we never open the door to the spirit of worldliness, for this makes us interpret ministry according to the criteria of our own advantage. It makes us become cold and detached in administering what is entrusted to us. It leads us to use our role to serve ourselves instead of serving others, and to neglect the one relationship that matters, that of humble and daily prayer. Let us remember that worldliness is the worst thing that can happen to the Church, the worst. I have always been moved by the end of Cardinal De Lubac’s book on the Church, the last three or four pages, where he puts it like this: spiritual worldliness is the worst thing that can happen, even worse than the time of Popes who were worldly and had concubines. It is the worst thing. And worldliness is always lurking. So let us be careful!

Dear brother Bishops, let us cherish our closeness to the Lord, in order to be credible and eloquent witnesses to him and his love in the midst of our people. It is through us that he wants to anoint them with the oil of consolation and of hope! You are the voice with which God wants to say to the Congolese people: “You are a people holy to the Lord your God” (Deut 7:6). Proclaiming the Gospel, enlivening pastoral life and exercising leadership cannot become ideas having little to do with the reality of daily life. Instead, they must touch wounds and communicate God’s closeness, so that people can realize their dignity as his beloved children and learn to walk with their heads held high, never lowering them in the face of humiliation and oppression. Through you, this people has the grace of hearing, now addressed to them, the same words that the Lord spoke to Jeremiah: “You are a blessed people: before I formed you in the womb, I thought of you, knew you and loved you”. When we cherish our closeness to God, we feel drawn towards our people and will always feel compassion for those entrusted to our care. The attitude of compassion is not an emotion; it is suffering with them. Encouraged and strengthened by the Lord, let us become in turn channels of consolation and reconciliation for others, to heal the wounds of those who suffer, to ease the pain of those who weep, to lift up the poor and to set individuals free from manifold forms of slavery and oppression. In a word, our closeness to God makes us prophets for the people, sowers of his saving word in the wounded history of their country.

To consider the second point, prophecy for the people, let us look once again at the experience of Jeremiah. After receiving God’s loving and consoling word, he was called to become a “prophet to the nations” (cf. Jer 1:5), sent to bring light into the darkness, to bear witness in an environment of violence and corruption. Jeremiah, who devoured the word of the Lord, which became the joy and the delight of his heart (cf. Jer 15:16), tells us that the same word awakened within him an unbridled restlessness and led him to reach out to others so that they too would be touched by God’s presence. He writes: “There is in my heart as it were a burning fire shut up in my bones, and I am weary with holding it in, and I cannot” (Jer 20:9). We cannot keep God’s word to ourselves, we cannot restrict its power: it is a fire that burns away our apathy and kindles in us the desire to enlighten those in darkness. The word of God is a fire that burns within and impels us to go forth! This, then, is what we are as bishops: men set afire by the word of God, sent forth with apostolic zeal towards the People of God!

Yet – we can ask ourselves – what does this prophetic proclamation of the word, this fiery passion, entail? The Lord said to the prophet Jeremiah: “Behold, I have put my words in your mouth. See, I have set you this day over nations and over kingdoms, to pluck up and to break down, to destroy and to overthrow, to build and to plant” (Jer 1:9-10). Those are powerful verbs: to pluck up and to break down, and then to build and to plant. They have to do with cooperating in a new chapter of history that God desires to bring about in the midst of a world of perversity and injustice. You are called to keep making your prophetic voice heard, so that consciences can feel challenged and each person can take an active and responsible role in building a different future. We are called, then, to pluck up the poisonous plants of hatred and selfishness, anger, resentment and violence; to break down the altars erected to money and corruption; to build a coexistence based on justice, truth and peace; and finally, to plant the seeds of rebirth, so that tomorrow’s Congo will truly be what the Lord dreams of: a blessed and happy land, no longer exploited, oppressed and drenched in blood.

At the same time, let us be careful: we are not talking about political activity. Christian prophecy becomes incarnate in a wide variety of political and social activities, yet that is not generally the task of Bishops and pastors, which is to proclaim the word, awakening consciences, denouncing evil and encouraging those who are broken-hearted and lacking hope. “Comfort, comfort my people: this theme that appears again and again is an invitation from the Lord: Comfort the people. “Comfort, comfort my people”. It is a proclamation made not only in words but also through closeness and personal witness. Closeness, above all, to priests, for priests are those closest to the Bishop, concern for pastoral workers and encouragement to work together in a synodal spirit. And witness, since the Church’s pastors must first and foremost be credible, particularly in their work of fostering communion, in their moral life and in their administration of goods. In this regard, it is essential to create harmony, without standing on a pedestal or showing harshness, but by setting a good example in mutual support and forgiveness, and working together as models of fraternity, peace and evangelical simplicity. May it never be the case that, while others are suffering from hunger, it could be said of you: “they didn’t care; some went to their fields, and some about their own business” (cf. Mt 22:5). No, please, let us leave business affairs out of the Lord’s vineyard! A shepherd cannot be an entrepreneur, he cannot! Let us be shepherds and servants of the people of God, not administrators of things, not entrepreneurs but pastors! The governance of the Bishop must be that of a pastor; in front of the flock, in the midst of the flock, and behind the flock. In front of the flock to point out the way; in the midst of the flock to have the smell of the sheep and not to lose it; behind the flock to help those who are going more slowly, and also to leave the flock alone for a bit to see where it finds good pasture. The shepherd must move in these three directions.

Dear brother Bishops, I have shared with you what I felt in my heart. Foster your own closeness to the Lord so that you can be prophetic signs of his compassion for your people. I urge you not to neglect dialogue with God or to let the flame of prophecy be extinguished by an ambiguous relationship to the powers that be, or by a complacent and routine life. In situations of injustice and suffering, the Gospel demands that we raise our voices. We take a risk when we raise our voices in response to what God asks of us. One of your brothers did so, the Servant of God Archbishop Christophe Munzihirwa, a courageous shepherd and prophetic voice, who defended his people by offering his life. The day before he died, he released a radio message to everyone, saying: “What can we still do these days? Let us remain firm in faith. We trust that God will not abandon us and that a small ray of hope will arise for us somewhere. God will not abandon us if we are committed to respecting the life of our neighbours, whatever their ethnicity”. The next day he was killed in a city square, yet the seeds he planted in this land, along with many others, will bear fruit. It is good to remember with gratitude the great pastors who marked the history of your country and your Church, those who preached the Gospel to you and went before you in faith. Dear brothers, they are the solid roots that strengthen you in evangelical zeal. Here I think of the benefit I personally derived from knowing Cardinal Laurent Monsengwo Pasinya.

Dear brothers, do not be afraid to be prophets of hope for the people, concordant voices of the Lord’s consolation, witnesses and joyful heralds of the Gospel, apostles of justice, Samaritans of solidarity. Be witnesses of mercy and reconciliation amid the violence unleashed not only by the exploitation of resources and by ethnic and tribal conflicts, but also and above all by the dark power of the evil one, the enemy of God and humanity. At the same time, never grow discouraged: the crucified Lord is risen, Jesus has triumphed and has already overcome the world (cf. Jn 16:33). He now wants to shine forth in you, in your precious work, in your fruitful sowing of peace! Dear brothers, I want to thank you for your ministry, your pastoral zeal and your witness.

And now, at the end of my journey, I wish to express my deepest gratitude to you and to all those who worked to prepare for it. You have had the patience to wait for a new year, you are good! Thank you for this! You had to work twice as hard, because the first visit was cancelled, but I know that you will forgive the Pope! Thank you for everything! Next June, you will celebrate the National Eucharistic Congress at Lubumbashi. Jesus is truly present and active in the Eucharist; there he reconciles and heals, consoles and unites, enlightens and transforms; there he inspires and sustains your ministry and makes it fruitful. May the presence of Jesus, the Shepherd who is meek and humble of heart, the victor over evil and death, transform this great country and always be your joy and your hope! I bless you with all my heart.

I want to add one more thing: I said “be merciful”. Mercy. Always forgive. When a member of the faithful comes for confession, he or she comes to seek forgiveness, to seek the Father’s caress. And we, pointing an accusatory finger, say: “How many times? And how did you do it?...”. No, not this. Forgive. Always. “But I don’t know…, because the code tells me…”. We have to observe the code, because it is important, yet the heart of the shepherd goes beyond! Take a risk. Take a risk on the side of forgiveness. Always. Always forgive in the Sacrament of Reconciliation. In this way, you will sow forgiveness for society as a whole.

I bless you with all my heart. And I ask you, please, to continue to pray for me, because this job is a bit difficult! But I entrust myself to your prayers. Thank you.

[00167-EN.02] [Original text: Italian]

 

Traduzione in lingua tedesca

Liebe Mitbrüder im Bischofsamt, guten Morgen!

Es freut mich, euch zu treffen, und ich danke euch von Herzen für den freundlichen Empfang. Ich danke Erzbischof Utembi Tapa für die Begrüßung, die er an mich gerichtet hat, und dafür, dass er euch mit seinen Worten eine Stimme verliehen hat: Ich bin euch dankbar dafür, dass ihr mutig den Trost des Herrn verkündet, indem ihr mitten unter die Menschen geht und ihre Nöte und Hoffnungen teilt.

Es war schön für mich, diese Tage in eurem Land zu verbringen, das mit seinen großen Wäldern das „grüne Herz“ Afrikas darstellt, eine Lunge für die ganze Welt. Die Bedeutung dieses ökologischen Erbes erinnert uns daran, dass wir aufgerufen sind, die Schönheit der Schöpfung zu bewahren und sie vor den Wunden zu schützen, die durch räuberischen Egoismus verursacht werden. Aber diese riesige grüne Fläche eures Waldes ist auch ein Bild, das zu unserem christlichen Leben spricht: Als Kirche müssen wir die reine Luft des Evangeliums einatmen, die verschmutzte Luft der Weltlichkeit vertreiben und das junge Herz des Glaubens bewahren. So stelle ich mir die afrikanische Kirche vor, und so sehe ich diese Kirche im Kongo: eine junge, dynamische, freudige Kirche, beseelt von missionarischer Sehnsucht, von der Verkündigung, dass Gott uns liebt und dass Jesus der Herr ist. Ihr seid eine Kirche, die in der konkreten Geschichte dieses Volkes präsent ist, die tief in der Realität verwurzelt und Hauptakteurin der Nächstenliebe ist; eine Gemeinschaft, die in der Lage ist, mit ihrem Enthusiasmus anzuziehen und anzustecken, und daher genau wie eure Wälder viel „Sauerstoff“ hat: Danke, denn ihr seid eine Lunge, die der Weltkirche Atem verleiht!

Es ist unschön, einen Absatz mit dem Wort „leider“ zu beginnen, aber ich muss es tun! Leider weiß ich, dass die christliche Gemeinschaft in diesem Land leider auch ein anderes Gesicht hat. Ihr junges, strahlendes und schönes Angesicht ist in der Tat von Schmerz und Müdigkeit zerfurcht, zuweilen von Angst und Entmutigung gezeichnet. Es ist das Gesicht einer Kirche, die für ihr Volk leidet, es ist ein Herz, in dem das bebende Leben des Volkes mit seinen Freuden und Nöten schlägt. Es ist eine Kirche, die ein sichtbares Zeichen für Christus ist, der auch heute noch in Gestalt der vielen Gekreuzigten in der Welt abgelehnt, verurteilt und verachtet wird, und der unsere Tränen weint. Es ist eine Kirche, die wie Jesus auch die Tränen der Menschen trocknen will, indem sie sich dafür einsetzt, die materiellen und geistigen Wunden der Menschen auf sich zu nehmen und das lebendige und heilende Wasser aus der Seite Christi zu ihnen fließen zu lassen.

Mit euch, Brüder, sehe ich Jesus in der Geschichte dieses Volkes, dieses gekreuzigten Volkes, dieses unterdrückten Volkes leiden. Es wird von einer gnadenlosen Gewalt erschüttert, es ist von unschuldigem Schmerz gezeichnet und gezwungen, mit den trüben Wassern der Korruption und Ungerechtigkeit zu leben, die die Gesellschaft verschmutzen, und in vielen seiner Kinder unter der Armut zu leiden. Aber gleichzeitig sehe ich auch ein Volk, das die Hoffnung nicht verloren hat, das mit Begeisterung den Glauben annimmt und auf seine Hirten schaut, das es versteht, zum Herrn zurückzukehren und sich seinen Händen anzuvertrauen, damit der Friede, nach dem es sich sehnt und der durch Ausbeutung, parteiischen Egoismus, das Gift der Konflikte und manipulierte Wahrheiten erstickt wird, es endlich als Geschenk des Himmels erreichen wird.

Es kommt die Frage auf: Wie soll man in dieser Situation seinen Dienst ausüben? Wenn ich an euch, die Hirten des heiligen Volkes Gottes denke, kommt mir die Geschichte von Jeremia in den Sinn, einem Propheten, der dazu berufen wurde, seine Sendung in einer dramatischen Zeit in der Geschichte Israels zu leben, inmitten von Ungerechtigkeit, Gräueln und Leid. Er verbrachte sein Leben damit, zu verkünden, dass Gott sein Volk niemals im Stich lässt und selbst in Situationen, die verloren und unwiederbringlich zu sein scheinen, Pläne für den Frieden schmiedet. Aber diese tröstliche Glaubensverkündigung hat Jeremia zuerst an seiner Person erfahren, er hat als Erster Gottes Nähe erlebt. Nur so war er in der Lage, anderen eine mutige Prophetie der Hoffnung zu bringen. Auch euer bischöflicher Dienst lebt zwischen diesen beiden Dimensionen, über die ich zu euch sprechen möchte: die Nähe Gottes und die Prophetie für das Volk.

Vor allem möchte ich euch sagen: Lasst euch von der Nähe Gottes berühren und trösten. Er ist euch nahe. Das erste Wort, das der Herr an Jeremia richtet, lautet: »Noch ehe ich dich im Mutterleib formte, habe ich dich ausersehen« (Jer 1,5). Es ist eine Liebeserklärung, die Gott in das Herz eines jeden von uns einschreibt, die niemand auslöschen kann und die inmitten der Stürme des Lebens zu einer Quelle des Trostes wird. Für uns, die wir den Ruf erhalten haben, Hirten des Volkes Gottes zu sein, ist es wichtig, auf diese Nähe des Herrn zu bauen, uns „im Gebet eine Struktur zu geben“, indem wir stundenlang vor ihm verweilen. Nur so bringen wir die uns anvertrauten Menschen dem Guten Hirten näher und nur so werden wir wirklich zu Hirten, denn ohne ihn können wir nichts vollbringen (vgl. Joh 15,5). Dann sind wir vielleicht Unternehmer, „Lehrmeister“, aber nicht gemäß unserer Berufung durch den Herrn. Ohne ihn können wir nichts tun. Möge es nicht dazu kommen, dass wir meinen, uns selbst zu genügen, geschweige denn, dass wir im Bischofsamt die Möglichkeit sehen, die soziale Leiter hinaufzusteigen und Macht auszuüben. Dieser hässliche Geist des „Karrierismus“. Und vor allem: dass nicht der Geist der Weltlichkeit Einzug halten möge, der uns den Dienst nach den Kriterien unserer eigenen Profitinteressen interpretieren lässt, der uns kalt und distanziert werden lässt, wenn es darum geht, das uns Anvertraute zu verwalten, der uns dazu führt, sich der Rolle zu bedienen, anstatt den anderen zu dienen, und uns nicht mehr um die unverzichtbare Beziehung zu kümmern, nämlich die des demütigen und täglichen Gebets. Vergessen wir nicht, dass Weltlichkeit das Schlimmste ist, was der Kirche passieren kann, das Schlimmste. Mich hat immer der Schluss von Kardinal De Lubacs Buch über die Kirche berührt, die letzten drei, vier Seiten, wo er sagt: Geistliche Weltlichkeit ist das Schlimmste, was passieren kann, noch schlimmer als das Zeitalter der verweltlichten und im Konkubinat lebenden Päpste. Es ist schlimmer. Und die Weltlichkeit ist immer eine Gefahr. Seien wir auf der Hut!

Liebe Brüder im Bischofsamt, lasst uns unsere Nähe zum Herrn pflegen, damit wir seine glaubwürdigen Zeugen und Botschafter seiner Liebe zu den Menschen sind. Durch uns will er sie mit dem Öl des Trostes und der Hoffnung salben! Ihr seid die Stimme, mit der Gott den Kongolesen sagen will: »Du bist ein Volk, das dem Herrn, deinem Gott, heilig ist« (Dtn 7,6). Die Verkündigung des Evangeliums, die Gestaltung des pastoralen Lebens, die Führung des Volkes können sich nicht in Prinzipien erschöpfen, die von der Realität des Alltags weit entfernt sind, sondern müssen die Wunden berühren und göttliche Nähe vermitteln, damit die Menschen ihre Würde als Kinder Gottes entdecken und lernen, hoch erhobenen Hauptes zu gehen und angesichts von Erniedrigung und Unterdrückung niemals den Kopf zu senken. Durch euch hat dieses Volk die Gnade, Worte auf sich beziehen zu dürfen, die denen ähneln, die der Herr zu Jeremia gesprochen hat: „Du bist ein gesegnetes Volk, bevor ich dich im Mutterleib geformt habe, habe ich an dich gedacht, dich auserwählt, dich geliebt“. Wenn wir die Nähe zu Gott pflegen, werden wir dazu angetrieben, uns den Menschen zuzuwenden, und wir werden immer Mitgefühl für die uns Anvertrauten empfinden. Diese Haltung des Mitleids, die nicht ein Gefühl ist, sondern ein Mit-leiden. Vom Herrn ermuntert und gestärkt, werden wir unsererseits zu Werkzeugen des Trostes und der Versöhnung für andere, um die Wunden der Leidenden zu heilen, den Schmerz der Trauernden zu lindern, die Armen aufzurichten und die Menschen aus so vielen Formen der Sklaverei und Unterdrückung zu befreien. Die Nähe zu Gott macht also zu Propheten für das Volk, die in der Lage sind, das rettende Wort in die verwundete Geschichte ihrer Heimat zu säen.

Und um diesen zweiten Punkt, die Prophetie für das Volk, zu vertiefen, blicken wir nochmals auf die Erfahrung von Jeremia. Nachdem er Gottes liebevolles und tröstendes Wort empfangen hat, wird er zum „Propheten für die Völker“ (vgl. Jer 1,5) berufen, gesandt, um Licht in die Finsternis zu bringen und in einem Umfeld von Gewalt und Korruption Zeugnis abzulegen. Und Jeremia, der das Wort des Herrn verschlingt, weil es für ihn Glück und Freude seines Herzens ist (vgl. Jer 15,10), bekennt, dass dieses Wort in ihm eine unbändige Unruhe auslöst und ihn auf die anderen zugehen lässt, damit sie von der Gegenwart Gottes berührt werden. Er schreibt: »So brannte in meinem Herzen ein Feuer, eingeschlossen in meinen Gebeinen. Ich mühte mich, es auszuhalten, vermochte es aber nicht« (Jer 20,9). Wir können das Wort Gottes nicht nur für uns behalten, wir können seine Macht nicht eindämmen: Es ist ein Feuer, das unsere Apathie verbrennt und in uns den Wunsch entfacht, diejenigen zu erleuchten, die in der Dunkelheit sind. Das Wort Gottes ist ein Feuer, das in uns brennt und uns antreibt, hinauszugehen! Das ist unsere bischöfliche Identität: vom Wort Gottes entzündet, mit apostolischem Eifer zum Volk Gottes hinauszugehen!

Aber – so können wir uns fragen – worin besteht diese prophetische Verkündigung des Wortes, dieser Eifer? Zum Propheten Jeremia sagt der Herr: »Hiermit lege ich meine Worte in deinen Mund. Sieh her! Am heutigen Tag setze ich dich über Völker und Reiche; du sollst ausreißen und niederreißen, vernichten und zerstören, aufbauen und einpflanzen« (Jer 1,9-10). Das sind starke Worte: erst ausreißen und niederreißen, um schließlich aufzubauen und einzupflanzen. Es geht um die Mitgestaltung einer neuen Geschichte, die Gott inmitten einer Welt der Verderbnis und Ungerechtigkeit aufbauen will. Auch ihr seid also aufgerufen, eurer prophetischen Stimme weiterhin Gehör zu verschaffen, damit die Gewissen sich angesprochen fühlen und jeder Einzelne zum Hauptakteur und Verantwortlichen für eine andere Zukunft werden kann. Deshalb müssen wir die giftigen Pflanzen des Hasses und des Egoismus, des Grolls und der Gewalt ausreißen; die dem Geld und der Korruption geweihten Altäre niederreißen, ein Zusammenleben auf der Grundlage von Gerechtigkeit, Wahrheit und Frieden aufbauen; und schließlich die Samen des Neubeginns einpflanzen, damit der Kongo von morgen wirklich der ist, von dem der Herr träumt: ein gesegnetes und glückliches Land, das nie wieder geschändet, unterdrückt und blutbefleckt ist.

Aber geben wir acht: Es geht nicht um eine politische Aktion. Die christliche Prophetie nimmt in vielen politischen und sozialen Aktionen Gestalt an, aber im Allgemeinen ist dies nicht die Aufgabe der Bischöfe und Hirten. Ihre Aufgabe ist die Verkündigung des Wortes, um das Gewissen wachzurütteln, das Böse anzuprangern und den Bedrängten und Hoffnungslosen Mut zu machen. „Tröste, tröste mein Volk“: Dieses Motto, das immer wiederkehrt, ist eine Aufforderung des Herrn: das Volk zu trösten. „Tröste, tröste mein Volk“. Es ist eine Verkündigung, die nicht nur aus Worten besteht, sondern aus Nähe und Zeugnis: Nähe vor allem zu den Priestern – die Priester sind die ersten Nächsten eines Bischofs –, den pastoralen Mitarbeitern zuhören, Ermutigung zum synodalen Geist, um gemeinsam wirken zu können. Und das Zeugnis, denn die Hirten müssen als erste in allem glaubwürdig sein, vor allem in der Pflege der Gemeinschaft, im Bereich der Moral und in der Verwaltung der Güter. In diesem Sinne ist es wichtig zu wissen, wie man Harmonie schafft, ohne sich auf ein Podest zu stellen, ohne Härte, sondern mit gutem Beispiel vorangehend, indem man sich gegenseitig unterstützt und verzeiht, indem man im gemeinsamen Wirken ein Vorbild ist für Geschwisterlichkeit, Frieden und eine dem Evangelium entsprechende Einfachheit. Niemals möge es geschehen, dass, während das Volk Hunger leidet, von euch gesagt werden kann: »Sie aber kümmerten sich nicht darum, sondern der eine ging auf seinen Acker, der andere in seinen Laden« (vgl. Mt 22,5). Nein, die Geschäfte, bitte, lassen wir diese außerhalb des Weinbergs des Herrn! Ein Hirte darf kein Geschäftemacher sein, er darf es nicht! Wir sind Hirten und Diener des Volkes, keine Verwalter von Dingen, keine Geschäftsleute, sondern Hirten! Die Verwaltung des Bischofs muss die eines Hirten sein: vor der Herde, inmitten der Herde, hinter der Herde. Vor der Herde, um den Weg zu zeigen; inmitten der Herde, um den Geruch der Herde wahrzunehmen, verlieren wir ihn nicht; hinter der Herde, um denen zu helfen, die langsamer gehen, und auch, um die Herde ein wenig allein zu lassen und zu sehen, wo sie Weide findet. Der Hirte muss sich in diese drei Richtungen bewegen.

Liebe Brüder im Bischofsamt, ich habe euch mitgeteilt, was ich in meinem Herzen verspürt habe: die Nähe zum Herrn zu pflegen, um prophetische Zeichen seines Erbarmens für die Menschen zu sein. Ich bitte euch, den Dialog mit Gott nicht zu vernachlässigen und nicht zuzulassen, dass das Feuer der Prophetie durch Berechnungen oder Ambivalenzen mit der Macht oder durch ein ruhiges Leben und die Routine ausgelöscht wird. Angesichts der leidenden Menschen und der Ungerechtigkeit fordert das Evangelium, dass wir unsere Stimme erheben. Wenn wir im Sinne Gottes die Stimme erheben, riskieren wir etwas. Dies hat einer eurer Brüder, der Diener Gottes Erzbischof Christophe Munzihirwa, als mutiger Hirte und Prophet getan, er hat sein Volk unter Einsatz seines Lebens beschützt. Am Tag vor seinem Tod richtete er eine Botschaft an alle: »Was können wir in diesen Tagen noch tun? Lasst uns in unserem Glauben standhaft bleiben. Vertrauen wir darauf, dass Gott uns nicht verlässt und dass irgendwo ein kleiner Hoffnungsschimmer für uns entsteht. Gott wird uns nicht verlassen, wenn wir die Verpflichtung eingehen, das Leben unserer Nachbarn zu achten, welcher ethnischen Gruppe auch immer sie angehören«. Am darauffolgenden Tag wurde er auf einem Platz in der Stadt ermordet, aber seine Saat, die er in diesem Land eingepflanzt hat, wird zusammen mit der von so vielen anderen Früchte tragen. Es ist gut, sich in Dankbarkeit an die großen Hirten zu erinnern, die die Geschichte eures Landes und eurer Kirche geprägt haben, die euch das Evangelium verkündet haben und euch im Glauben vorausgegangen sind. Brüder, sie sind eure Wurzeln, die euch im Eifer für das Evangelium stärken. Ich denke an das Gute, das ich durch die Bekanntschaft mit Kardinal Laurent Monsengwo Pasinya empfangen habe.

Meine Lieben, fürchtet euch nicht, Propheten der Hoffnung für die Menschen, einträchtige Stimmen des Trostes des Herrn, freudige Zeugen und Verkünder des Evangeliums, Apostel der Gerechtigkeit, Samariter der Solidarität zu sein: Zeugen der Barmherzigkeit und der Versöhnung inmitten der Gewalt, die nicht nur durch die Ausbeutung der Ressourcen und die Konflikte der Ethnien und Stämme ausgelöst wird, sondern auch und vor allem durch die dunkle Macht des Bösen, des Feindes Gottes und der Menschen. Aber lasst euch nicht entmutigen: Der Gekreuzigte ist auferstanden, Jesus siegt, ja, er hat die Welt bereits besiegt (vgl. Joh 16,33) und möchte in euch, in eurer wertvollen Tätigkeit, in eurer fruchtbaren Aussaat des Friedens leuchten! Brüder, ich möchte euch für euren Dienst, für euren pastoralen Eifer und für euer Zeugnis danken.

Und da ich nun am Ende dieser Reise angelangt bin, möchte ich euch und denen, die sie vorbereitet haben, meine ganze Anerkennung aussprechen. Ihr hattet die Geduld ein Jahr lang zu warten, ihr seid gut! Danke dafür! Ihr musstet zweimal arbeiten, denn beim ersten Mal wurde der Besuch abgesagt, aber ich weiß, dass ihr dem Papst gegenüber nachsichtig seid! Herzlichen Dank! Im kommenden Juni werdet ihr den Nationalen Eucharistischen Kongress in Lubumbashi feiern: Jesus ist in der Eucharistie wahrhaftig gegenwärtig und am Werk; dort versöhnt und heilt er, dort tröstet, eint, erleuchtet und verwandelt er; dort inspiriert und stützt er euren Dienst und macht ihn wirksam. Möge die Gegenwart Jesu, des Hirten, der sanft und demütig von Herzen ist, der der Sieger über das Böse und den Tod ist, dieses große Land verwandeln und immer eure Freude und eure Hoffnung sein! Ich segne euch von Herzen.

Ich möchte nur eines noch anfügen: Ich sagte „seid barmherzig“. Barmherzigkeit. Immer vergeben. Wenn ein Gläubiger zur Beichte kommt, kommt er, um Vergebung zu erbitten, er kommt, um die Zuneigung des Vaters zu erbitten. Und wir, mit anklagendem Finger: „Wie oft? Und wie hast du das angestellt? ...“. Nein, das nicht. Vergeben. Immer. „Aber ich weiß nicht..., denn der Codex sagt mir...“. Den Codex müssen wir befolgen, weil er wichtig ist, aber das Herz des Hirten geht darüber hinaus! Riskiert etwas. Riskiert etwas für die Vergebung. Immer. Vergebt immer im Sakrament der Versöhnung. Und so werdet ihr Vergebung für die ganze Gesellschaft säen.

Ich segne euch von Herzen. Und bitte betet weiterhin für mich, denn dieses Amt in ein bisschen schwierig! Aber ich vertraue auf euch. Danke.

[00167-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos obispos, ¡buenos días!

Me alegra encontrarme con ustedes y les agradezco de corazón la calurosa acogida. Gracias a Mons. Utembi Tapa por el saludo que me ha dirigido y por haberles dado voz con sus palabras: les agradezco cómo anuncian con valentía el consuelo del Señor, caminando en medio del pueblo, compartiendo sus fatigas y sus esperanzas.

Ha sido hermoso para mí pasar estos días en vuestra tierra, que con su gran selva representa el “corazón verde” de África, un pulmón para el mundo entero. La importancia de este patrimonio ecológico nos recuerda que estamos llamados a conservar la belleza de la creación y a defenderla de las heridas causadas por el egoísmo rapaz. Pero esta inmensa extensión verde que es vuestra selva, es también una imagen que habla a nuestra vida cristiana. Como Iglesia necesitamos respirar el aire puro del Evangelio, expulsar el aire contaminado de la mundanidad y custodiar el corazón joven de la fe. Así imagino a la Iglesia africana y así veo a esta Iglesia congoleña, una Iglesia joven, dinámica, alegre, animada por el anhelo misionero, por el anuncio de que Dios nos ama y de que Jesús es el Señor. Vuestra Iglesia está presente en la historia concreta de este pueblo, enraizada de modo capilar en la realidad, protagonista de la caridad; una comunidad capaz de atraer y contagiar con su entusiasmo y, por tanto, al igual que vuestras selvas, con mucho “oxígeno”. ¡Gracias por ser un pulmón que da aliento a la Iglesia universal!

Es desagradable comenzar un párrafo con la palabra “lamentablemente”, pero debo hacerlo. Lamentablemente, sé bien que la comunidad cristiana de esta tierra tiene también otra fisonomía. En efecto, vuestro rostro joven, luminoso y hermoso está surcado por el dolor y la fatiga, marcado a veces por el miedo y el desaliento. Es el rostro de una Iglesia que sufre por su pueblo, es un corazón en el que palpita intensamente la vida de la gente con sus alegrías y tribulaciones. Es una Iglesia signo visible de Cristo que, aún hoy, es rechazado, condenado y despreciado en tantos crucificados del mundo, y llora nuestras mismas lágrimas. Es una Iglesia que, como Jesús, quiere también secar las lágrimas del pueblo, comprometiéndose a asumir las heridas materiales y espirituales de la gente, y derramando sobre ella el agua viva y sanadora del costado de Cristo.

Con ustedes, hermanos, veo a Jesús que sufre en la historia de este pueblo, pueblo crucificado, pueblo oprimido, devastado por una violencia que no perdona, marcado por el dolor inocente, obligado a convivir con las aguas turbias de la corrupción y la injusticia que contaminan la sociedad; y que sufre la pobreza en tantos de sus hijos. Pero veo al mismo tiempo a un pueblo que no ha perdido la esperanza, que abraza con entusiasmo la fe y mira a sus Pastores, que sabe volver al Señor y confiar en sus manos, porque la paz que anhela, sofocada por la explotación, por egoísmos de grupos, por el veneno de los conflictos y las verdades manipuladas, pueda finalmente llegar como un don de lo alto.

Cabe preguntarse, ¿cómo ejercer el ministerio en esta situación? Pensando en ustedes, pastores del Pueblo santo de Dios, me vino a la mente la historia de Jeremías, un profeta llamado a vivir su misión en un momento dramático de la historia de Israel, en medio de injusticias, abominaciones y sufrimientos. Él gastó su vida para anunciar que Dios nunca abandona a su pueblo y lleva adelante proyectos de paz incluso en las situaciones que parecen perdidas e irrecuperables. Pero este anuncio consolador de fe, Jeremías lo vivió ante todo en su persona, él fue el primero en experimentar la cercanía de Dios. Sólo así pudo llevar a los demás una valiente profecía de esperanza. También vuestro ministerio episcopal vive entre estas dos dimensiones, de las que quisiera hablarles: la cercanía de Dios y la profecía para el pueblo.

Ante todo, quisiera invitarlos a que se dejen abrazar y consolar por la cercanía de Dios. Él está cerca nuestro. La primera palabra que el Señor dirige a Jeremías es esta: «Antes de formarte en el vientre materno, yo te conocía» (Jr 1,5). Es una declaración de amor que Dios esculpe en el corazón de cada uno de nosotros, que nadie puede borrar y que, en medio de las tormentas de la vida, es una fuente de consuelo. Para nosotros, que hemos recibido la llamada a ser pastores del Pueblo de Dios, es importante estar cimentados en esta cercanía del Señor, “estructurarnos en la oración”, estando horas delante de Él. Sólo así se acerca al Buen Pastor el pueblo que nos ha encomendado y sólo así nos convertiremos verdaderamente en pastores, pues nosotros, sin Él, no podemos hacer nada (cf. Jn 15,5). Seríamos empresarios, “maestros”, pero no seguiríamos la vocación del Señor. Sin Él no podemos hacer nada. Que no vaya a suceder que nos creamos autosuficientes, mucho menos que se vea en el episcopado la posibilidad de escalar posiciones sociales y de ejercitar el poder. Ese feo espíritu del “carrerismo”. Y, sobre todo, que no entre el espíritu de la mundanidad, que nos hace interpretar el ministerio según criterios de beneficio personal, que nos vuelven fríos y alejados de la administración de cuanto nos ha sido confiado, que nos lleva a servirnos del rol antes que a servir a los demás, y a no cuidar más esa relación indispensable, la de la oración humilde y cotidiana. No olvidemos que la mundanidad es lo peor que le puede suceder a la Iglesia, es lo peor. Siempre me ha impactado ese final del libro del cardenal De Lubac sobre la Iglesia, las últimas tres, cuatro páginas, donde dice que la mundanidad espiritual es lo peor que puede suceder, peor aún que la época de los Papas mundanos y concubinarios. Es peor. Y la mundanidad está siempre al acecho. ¡Estemos atentos!

Queridos hermanos obispos, cuidemos la cercanía con el Señor para ser sus testigos creíbles y portavoces de su amor ante el pueblo. Él quiere ungirlo a través de nosotros con el aceite de la consolación y de la esperanza. Son ustedes la voz con la que Dios quiere decir a los congoleses: «Tú eres un pueblo consagrado al Señor, tu Dios» (Dt 7,6). El anuncio del Evangelio, la animación de la vida pastoral y la guía del pueblo no pueden resolverse con principios distantes de la realidad de la vida cotidiana, sino que deben tocar las heridas y comunicar la cercanía divina, para que las personas descubran su dignidad de hijos de Dios y aprendan a caminar con la frente en alto, sin agachar la cabeza ante las humillaciones y las opresiones. Por medio de ustedes este pueblo tiene la gracia de sentir dirigidas a él palabras similares a las que el Señor dijo a Jeremías: «Eres un pueblo bendito, antes de formarte yo ya te había pensado, conocido, amado». Si cultivamos la cercanía con Dios, nos sentimos impulsados hacia el pueblo y sentiremos siempre compasión por aquellos que nos son confiados. Esa actitud de la compasión, que no es un sentimiento; es un sufrir con. Animados y fortalecidos por el Señor, nos hacemos, a su vez, instrumentos de consuelo y de reconciliación para los demás, para sanar las llagas de los que sufren, mitigar el dolor de los que lloran, alzar a los pobres, liberar a las personas de tantas formas de esclavitud y de opresión. De manera que la cercanía con Dios da profetas para el pueblo, capaces de sembrar la Palabra que salva en la historia herida de la propia tierra.

Y para adentrarnos en este segundo punto, la profecía para el pueblo, miremos de nuevo la experiencia de Jeremías. Después de haber recibido la Palabra amorosa y consoladora de Dios, está llamado a ser «profeta para las naciones» (Jr 1,5), enviado para llevar luz en la oscuridad, para dar testimonio en un contexto de violencia y corrupción. Y Jeremías, que devora la Palabra del Señor, pues es para él gozo y alegría del corazón (cf. Jr 15,16), confiesa que esa misma Palabra siembra en él una inquietud imposible de suprimir, y lo conduce a encontrarse con otros para que sean abrazados por la presencia de Dios. «Pero había en mi corazón —escribe— como un fuego abrasador, encerrado en mis huesos: me esforzaba por contenerlo, pero no podía» (Jr 20,9). No podemos retener sólo para nosotros la Palabra de Dios, no podemos contener su fuerza; es un fuego que quema nuestra apatía y enciende en nosotros el deseo de iluminar a quien está en la oscuridad. La Palabra de Dios es un fuego que quema por dentro y que nos empuja a salir. Esta es nuestra identidad episcopal: encendidos por el fuego de la Palabra de Dios, en salida hacia el Pueblo de Dios, con celo apostólico.

Pero —podríamos preguntarnos—, ¿en qué consiste este anuncio profético de la Palabra, este ardor? Al profeta Jeremías el Señor le dice: «Yo pongo mis palabras en tu boca. Yo te establezco en este día sobre las naciones y sobre los reinos, para arrancar y derribar, para perder y demoler, para edificar y plantar» (Jr 1,9-10). Son verbos fuertes: primero arrancar y derribar, para luego poder edificar y plantar. Se trata de colaborar en favor de una historia nueva que Dios desea construir en un mundo de perversión e injusticia. Así que también ustedes están llamados a seguir alzando su voz profética, para que las conciencias se sientan interpeladas y cada uno pueda ser protagonista y responsable de un futuro diferente. Por tanto, es necesario arrancar las plantas venenosas del odio y el egoísmo, del rencor y la violencia; derribar los altares consagrados al dinero y a la corrupción; edificar una convivencia fundada en la justicia, la verdad y la paz; y finalmente, plantar semillas de renovación, para que el Congo del mañana sea verdaderamente el que el Señor sueña, una tierra bendecida y feliz, ya no más maltratada, oprimida ni ensangrentada.

Pero tengamos cuidado, pues no se trata de una acción política. La profecía cristiana se encarna en muchas acciones políticas y sociales, pero la tarea de los obispos y de los pastores en general no es esta. Es más bien la del anuncio de la Palabra para despertar las conciencias, para denunciar el mal, para alentar a los que están abatidos y sin esperanza. “Consuela, consuela a mi pueblo”, esa frase que resuena es una invitación del Señor: consolar al pueblo. “Consuela, consuela a mi pueblo”. Es un anuncio hecho no sólo con palabras, sino con cercanía y testimonio: cercanía, ante todo, con los sacerdotes —los sacerdotes son los más próximos a un obispo—, escucha de los agentes pastorales, apoyo al espíritu sinodal para trabajar juntos. Y testimonio, porque los pastores, primero y en todo, deben ser creíbles, y en particular al cultivar la comunión, en la vida moral y en la administración de los bienes. En este sentido, es esencial saber construir armonía, sin subirse a pedestales, sin asperezas, sino dando buen ejemplo con el sostén y perdón mutuos, trabajando juntos, como modelos de fraternidad, de paz y de sencillez evangélica. Que nunca suceda que, mientras el pueblo sufre de hambre, se diga de ustedes: “a aquellos no les importa y se va uno a su campo, otro a su negocio” (cf. Mt 22,5). No, por favor, los negocios dejémoslos fuera de la viña del Señor. Un pastor no puede ser un hombre de negocios, ¡no puede! Seamos pastores y servidores del pueblo de Dios, no administradores de cosas, no hombres de negocios, ¡pastores! La administración del obispo debe ser la del pastor: delante del rebaño, en medio del rebaño, detrás del rebaño. Delante del rebaño para indicar el camino; en medio del rebaño para sentir su olor y no perderlo; detrás del rebaño para ayudar a los que van más despacio, y también para dejar al rebaño un poco solo y ver dónde encuentra pastos. El pastor tiene que moverse en estas tres direcciones.

Queridos hermanos obispos, he compartido con ustedes lo que sentía en mi corazón, es decir, cultivar la cercanía con el Señor para ser signos proféticos de su compasión por el pueblo. Les ruego que no descuiden el diálogo con Dios y no dejen que el fuego de la profecía se extinga por cálculos o ambigüedades con el poder, ni tampoco por la vida tranquila o por la rutina. Ante el pueblo que sufre y ante la injusticia, el Evangelio nos pide alzar la voz. Cuando alzamos la voz, según Dios, nos arriesgamos. Un hermano de ustedes lo hizo, el siervo de Dios Mons. Christophe Munzihirwa, pastor valiente y voz profética, que protegió a su pueblo ofreciendo su vida. El día antes de morir envió un mensaje a todos, diciendo: “En estos días, ¿qué más podemos hacer? Permanezcamos firmes en la fe. Confiemos en que Dios no nos abandonará y que de alguna parte surgirá para nosotros un pequeño destello de esperanza. Dios no nos abandonará si nos comprometemos a respetar la vida de nuestros vecinos, sea cual sea la etnia a la que pertenecen”. El día después fue asesinado en una plaza de la ciudad, pero su semilla, plantada en esta tierra, junto a la de muchos otros, dará fruto. Es bueno recordar, con gratitud, a los grandes pastores que marcaron la historia de vuestro país y de vuestra Iglesia; que los evangelizaron y precedieron en la fe. Hermanos, ellos son vuestras raíces, que los robustecen en el ardor evangélico. Pienso en el bien que me ha hecho conocer al cardenal Laurent Monsengwo Pasinya.

Estimados hermanos, no tengan miedo de ser profetas de esperanza para el pueblo, voces armónicas de la consolación del Señor, testigos y anunciadores gozosos del Evangelio, apóstoles de la justicia, samaritanos de la solidaridad; testigos de misericordia y reconciliación en medio de la violencia desencadenada no sólo por la explotación de los recursos y por los conflictos étnicos y tribales, sino también y sobre todo, por la fuerza oscura del maligno, enemigo de Dios y del hombre. Pero no se desanimen nunca, el Crucificado ha resucitado, Jesús vence, es más, ya ha vencido al mundo (cf. Jn 16,33) y desea resplandecer en ustedes, en vuestra valiosa labor, en vuestra semilla fecunda de paz. Hermanos, quiero agradecerlesvuestro servicio, vuestro celo pastoral y vuestro testimonio.

Llegando ya al final de este viaje, quisiera expresarles mi agradecimiento a todos ustedes y a cuantos lo han preparado. Tuvieron la paciencia de esperar un año, ¡qué buenos son! Gracias por esto. Tuvieron que trabajar el doble, porque la primera vez la visita fue cancelada, pero yo sé que son misericordiosos con el Papa. De verdad, gracias. El próximo mes de junio van a celebrar en Lubumbashi el Congreso Eucarístico Nacional. Jesús está verdaderamente presente y operante en la Eucaristía; ahí da paz y restaura, consuela y une, ilumina y transforma; ahí inspira, sostiene y hace eficaz su ministerio. Que la presencia de Jesús, pastor manso y humilde de corazón, vencedor del mal y de la muerte, transforme este gran país y sea siempre vuestra alegría y vuestra esperanza. Los bendigo de corazón.

Quisiera agregar una sola cosa: dije “sean misericordiosos”. La misericordia. Perdonar siempre. Cuando un fiel viene a confesarse, viene a pedir perdón, viene a pedir la caricia del Padre. Y nosotros, con el dedo acusador: “¿Cuántas veces? ¿Y cómo lo has hecho?”. No, esto no. Perdonar. Siempre. “Pero no sé… es que el código me dice…”. El código lo tenemos que observar, porque es importante, pero el corazón del pastor va más allá. Arriesguen. Por el perdón, arriesguen. Siempre. Perdonen siempre, en el Sacramento de la Reconciliación. Y así sembrarán perdón en toda la sociedad.

Los bendigo de corazón. Y, por favor, sigan rezando por mí, porque esta tarea es un poco difícil. Pero confío en ustedes. Gracias.

[00167-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Amados irmãos Bispos, bom dia!

Estou feliz por poder encontrar-vos e, de coração, agradeço a calorosa receção. Obrigado a D. Utembi Tapa pela saudação que me dirigiu e por vos ter dado voz com as suas palavras: agradeço-vos a coragem com que anunciais a consolação do Senhor, caminhando no meio do povo, partilhando as suas canseiras e esperanças.

Foi bom para mim passar estes dias na vossa terra, que representa, com a sua grande floresta, o «coração verde» da África, um pulmão para o mundo inteiro. A importância deste património ecológico recorda-nos que somos chamados a salvaguardar a beleza da criação e a defendê-la das feridas causadas pelo egoísmo rapace. Mas esta imensa extensão verde que é a vossa floresta constitui também uma imagem que fala à nossa vida cristã: como Igreja, temos necessidade de respirar o ar puro do Evangelho, expulsar o ar poluído da mundanidade, guardar o coração jovem da fé. É assim que imagino a Igreja africana e vejo esta Igreja congolesa: uma Igreja jovem, dinâmica, alegre, animada pelo anseio missionário, pelo anúncio de que Deus nos ama e que Jesus é o Senhor. A vossa é uma Igreja presente na história concreta deste povo, radicada de forma capilar na realidade, protagonista de caridade; uma comunidade capaz de atrair e contagiar com o seu entusiasmo e por isso, à semelhança das vossas florestas, com tanto «oxigénio»: Obrigado por serdes um pulmão que dá fôlego à Igreja universal!

Não é bonito começar um parágrafo com a palavra «purtroppo (infelizmente)», mas aqui tenho de o fazer. Infelizmente, a comunidade cristã desta terra – bem o sei – apresenta também outra face. De facto, o vosso rosto jovem, luminoso e belo aparece sulcado pela tristeza e o cansaço, marcado às vezes pelo medo e o desânimo. É o rosto duma Igreja que sofre pelo seu povo, é um coração no qual palpita, com trepidação, a vida das pessoas com as suas alegrias e tribulações. É uma Igreja sinal visível de Cristo que ainda hoje é rejeitado, condenado e desprezado nos inúmeros crucificados do mundo, e chora as nossas próprias lágrimas. É uma Igreja que, como Jesus, também quer enxugar as lágrimas do povo, empenhando-se em assumir as feridas materiais e espirituais das pessoas e fazendo correr sobre elas a água viva e salutar do lado de Cristo.

Convosco, irmãos, vejo Jesus sofredor na história deste povo, povo crucificado, povo oprimido, transtornado por uma violência que não poupa ninguém, marcado pela dor inocente, constrangido a conviver com as águas turvas da corrupção e da injustiça, que poluem a sociedade, e a padecer em tantos dos seus filhos a pobreza. Ao mesmo tempo, porém, vejo um povo que não perdeu a esperança, que abraça com entusiasmo a fé e imita os seus Pastores, que sabe voltar para o Senhor e entregar-se nas suas mãos, para que a ansiada paz, sufocada pela exploração, por egoísmos de parte, pelos venenos dos conflitos e das verdades manipuladas, possa finalmente chegar como uma dádiva do Alto.

E surge a pergunta: Como exercer o ministério nesta situação? Quando pensava em vós, Pastores do Povo santo de Deus, veio-me à mente a história de Jeremias, um profeta chamado a viver a sua missão num momento dramático da história de Israel, por entre injustiças, abominações e sofrimentos. Passou a vida a anunciar que Deus nunca abandona o seu povo e dá continuidade aos seus desígnios de paz mesmo em situações que parecem perdidas e irrecuperáveis. Mas, este anúncio consolador de fé, viveu-o Jeremias pessoalmente: foi ele o primeiro a experimentar a proximidade de Deus. Só assim pôde levar aos outros uma corajosa profecia de esperança. Também o vosso ministério episcopal vive entre estas duas dimensões, de que vos quero falar: a proximidade de Deus e a profecia para o povo.

Antes de mais nada gostava de vos dizer: Deixai-vos tocar e consolar pela proximidade de Deus. Ele está próximo de nós. A primeira palavra que o Senhor dirige a Jeremias é esta: «Antes de te haver formado no ventre materno, Eu já te conhecia» (Jer 1, 5). É uma declaração de amor, que Deus grava no coração de cada um de nós e ninguém a pode apagar, tornando-se fonte de conforto no meio das tempestades da vida. Para nós, que recebemos a vocação de ser Pastores do Povo de Deus, é importante basear-nos nesta proximidade do Senhor, «estruturar-nos na oração», passando horas diante d’Ele. Só assim se aproxima do Bom Pastor o povo que nos está confiado e só assim nos tornamos verdadeiramente Pastores, porque nós, sem Ele, nada podemos fazer (cf. Jo 15, 5). Poderemos até ser empresários, «professores», mas não seguimos a vocação do Senhor. Sem Ele nada podemos fazer. Oxalá não suceda imaginar-nos autossuficientes e, muito menos, ver no episcopado a possibilidade de escalar posições sociais e exercer o poder (como é feio este espírito de «carreirismo»)! E sobretudo que não entre o espírito da mundanidade, que nos faz ver o ministério segundo os critérios remuneradores da própria conta bancária, que nos torna frios e distantes na gestão daquilo que nos está confiado, que leva servir-se da função em vez de servir os outros, e a deixar de cuidar da relação indispensável que é a relação humilde e quotidiana da oração. Não esqueçamos que o pior que pode acontecer à Igreja é a mundanidade; é o pior. Sempre me impressionou aquele final do livro do cardeal Henry de Lubac sobre a Igreja, concretamente as últimas três, quatro páginas, onde ele diz o seguinte: a mundanidade espiritual é o pior que pode acontecer, pior ainda que o período dos Papas mundanos e vivendo em concubinato. É pior. E a mundanidade está sempre à espreita. Estejamos atentos!

Amados irmãos Bispos, cultivemos a proximidade com o Senhor para ser suas testemunhas credíveis e porta-vozes do seu amor junto do povo. É por nosso intermédio que Ele quer ungi-lo com o óleo da consolação e da esperança! Sois a voz com que Deus quer dizer aos congoleses: sois «um povo consagrado ao Senhor, vosso Deus» (Dt 7, 6). O anúncio do Evangelho, a animação da vida pastoral, a liderança do povo não se podem resolver com princípios alheios à realidade da vida diária, mas devem tocar as feridas e comunicar a proximidade divina, para que as pessoas descubram a sua dignidade de filhos de Deus e aprendam a caminhar de cabeça erguida, sem nunca a abaixar perante as humilhações e a opressão. Por vosso intermédio, este povo tem a graça de ouvir, dirigidas a si, palavras semelhantes às que o Senhor deu a Jeremias: És um povo abençoado; pensei em ti, conheci-te, amei-te, já antes de te formar no ventre materno! Se cultivarmos a proximidade com Deus, sentir-nos-emos impelidos para o povo e nunca deixaremos de sentir compaixão por quantos nos estão confiados. Esta atitude de compaixão não é mero sentimento, mas um sofrer com (patire cum). Animados e fortalecidos pelo Senhor, tornamo-nos, por nossa vez, instrumentos de consolação e reconciliação para os outros, para tratar as chagas de quem sofre, aliviar o sofrimento de quem chora, exaltar os pobres, libertar as pessoas de tantas formas de escravidão e opressão. Por outras palavras, a proximidade a Deus torna-nos profetas para o povo, capazes de semear a Palavra que salva na história ferida da própria terra.

E para penetrar neste segundo ponto – a profecia para o povo –, fixemos novamente a experiência de Jeremias. Depois de ter recebido a Palavra amorosa e consoladora de Deus, ele é chamado a ser «profeta das nações» (cf. Jer 1, 5), enviado a levar a luz onde há escuridão, a dar testemunho num contexto de violência e corrupção. E Jeremias, que come a Palavra do Senhor, tornando-se para ele gozo e alegria do coração (cf. 15, 16), confessa que esta mesma Palavra gera nele uma inquietação irreprimível e leva-o a encontrar os outros para serem tocados pela presença de Deus. «No meu coração – escreve ele –, a sua palavra era um fogo devorador, encerrado nos meus ossos. Esforçava-me por contê-lo, mas não podia» (20, 9). Não podemos guardar só para nós a Palavra de Deus, não podemos conter a sua força: ela é um fogo que queima a nossa apatia e acende em nós o desejo de iluminar quem está na escuridão. A Palavra de Deus é um fogo que abrasa dentro e nos impele a sair para fora! Eis a nossa identidade episcopal: abrasados pela Palavra de Deus, em saída para o Povo de Deus, com zelo apostólico!

Mas – podemos perguntar-nos – em que consiste este anúncio profético da Palavra, este ardor? Ao profeta Jeremias, o Senhor diz: «Eis que ponho as minhas palavras na tua boca; a partir de hoje, dou-te poder sobre os povos e sobre os reinos, para arrancares e demolires, para arruinares e destruíres, para edificares e plantares» (1, 9-10). São verbos fortes: primeiro, arrancar e demolir para poder, enfim, edificar e plantar. Trata-se de colaborar para uma história nova, que Deus deseja construir no meio dum mundo de perversão e injustiça. De igual modo também vós sois chamados a fazer ouvir a vossa voz profética, para que as consciências se sintam interpeladas e possa cada qual tornar-se protagonista e responsável por um futuro diferente. É necessário, pois, arrancar as plantas venenosas do ódio e do egoísmo, do rancor e da violência; demolir os altares consagrados aos ídolos do dinheiro e da corrupção; edificar uma convivência baseada na justiça, na verdade e na paz; e, finalmente, plantar sementes de renascimento, para que o Congo de amanhã seja verdadeiramente aquele que o Senhor sonha: uma terra abençoada e feliz, nunca mais violentada, oprimida nem ensanguentada.

Mas atenção! Não se trata duma ação política. A profecia cristã encarna-se em tantas ações políticas e sociais, mas a tarefa dos Bispos, e dos pastores em geral, não é esta. É a do anúncio da Palavra para acordar as consciências, para denunciar o mal, para alentar os angustiados e desesperados. «Consolai, consolai o meu povo»: esta frase aparece uma vez e outra; é um convite do Senhor para se consolar o povo: «consolai, consolai o meu povo». É um anúncio feito não só de palavras, mas também de proximidade e testemunho: proximidade em primeiro lugar aos presbíteros (os padres são o primeiro próximo dum bispo), escuta dos agentes pastorais, encorajamento no espírito sinodal para se trabalhar juntos. E testemunho, porque os Pastores devem ser os mais credíveis em tudo, em particular no cultivar a comunhão, na vida moral e na administração dos bens. Neste sentido, é essencial saber construir harmonia, sem se erguer num pedestal, sem asperezas, mas dando bom exemplo no apoio e perdão recíprocos, trabalhando juntos como modelos de fraternidade, paz e simplicidade evangélica. Oxalá nunca suceda que, enquanto o povo padece a fome, se possa dizer de vós: «eles sem se importarem, foram um para o seu campo, outro para o seu negócio» (cf. Mt 22, 5). Os negócios, por favor, deixemo-los fora da vinha do Senhor! Um pastor não pode ser um homem de negócios; não pode! Sejamos Pastores e servos do povo de Deus, não administradores de coisas nem homens de negócios, mas pastores! A administração do bispo deve ser a do pastor: à frente do rebanho, no meio do rebanho, atrás do rebanho. À frente do rebanho, para indicar o caminho; no meio do rebanho, para sentir o odor do rebanho e não o perder; atrás do rebanho, para ajudar aqueles que andam mais devagar, e também para deixar por um pouco sozinho o rebanho e ir ver onde encontra pastagens. O pastor deve mover-se nestas três posições.

Amados irmãos Bispos, partilhei convosco o que sentia no coração: cultivar a proximidade com o Senhor para ser sinais proféticos da sua compaixão pelo povo. Peço-vos para não transcurardes o diálogo com Deus e não deixardes que o fogo da profecia se apague por cálculos ou posições ambíguas com o poder, nem por uma vida cómoda e rotineira. À vista do povo que sofre e da injustiça, o Evangelho pede que levantemos a voz. Quando levantamos a voz segundo Deus, arriscamos. Fê-lo um vosso irmão, o servo de Deus D. Christophe Munzihirwa, pastor corajoso e voz profética, que protegeu o seu povo com a oferta da própria vida. No dia antes de morrer, enviou uma mensagem a todos dizendo: «Nestes dias, que mais podemos ainda fazer? Permaneçamos firmes na fé. Tenhamos confiança que Deus não nos abandonará e que de qualquer lado há de surgir para nós uma pequena luz de esperança. Deus não nos abandonará, se nos empenharmos por respeitar a vida dos nossos vizinhos, independentemente da etnia a que pertençam». No dia seguinte, foi morto numa praça da cidade, mas a sua semente, plantada nesta terra, juntamente com a de muitos outros, dará fruto. É bom recordar, com gratidão, grandes Pastores que marcaram a história do vosso país e da vossa Igreja, de quem vos evangelizou e precedeu na fé. Irmãos, são as vossas raízes, que vos robustecem no ardor evangélico. Penso no bem que recebi conhecendo o Cardeal Laurent Monsengwo Pasinya.

Queridos amigos, não tenhais medo de ser profetas de esperança para o povo, vozes unânimes da consolação do Senhor, testemunhas e arautos jubilosos do Evangelho, apóstolos de justiça, samaritanos de solidariedade: testemunhas de misericórdia e de reconciliação no meio de violências desencadeadas não só pela exploração dos recursos e dos conflitos étnicos e tribais, mas também e sobretudo pela força obscura do maligno, inimigo de Deus e do homem. Mas nunca desanimeis! O Crucificado ressuscitou, Jesus vence, aliás já venceu o mundo (cf. Jo 16, 33) e deseja brilhar em vós, na vossa obra preciosa, na vossa fecunda semente de paz. Irmãos, quero agradecer-vos pelo vosso serviço, o vosso zelo pastoral, o vosso testemunho.

E, chegados ao fim desta viagem, quero exprimir-vos todo o meu reconhecimento a vós e a quantos aqui a prepararam. Tivestes a paciência de esperar um ano, sois estupendos! Obrigado por isso. Precisastes de trabalhar duas vezes, porque, na primeira vez, a visita foi anulada, mas sei que sois misericordiosos com o Papa. Sinceramente, obrigado! No próximo mês de junho, celebrareis o Congresso Eucarístico Nacional em Lubumbashi: Jesus está realmente presente e operante na Eucaristia; lá reconcilia e cura, consola e une, ilumina e transforma; lá inspira, apoia e torna eficaz o vosso ministério. Que a presença de Jesus, Pastor manso e humilde de coração, vencedor do mal e da morte, transforme este grande país e seja sempre a vossa alegria e a vossa esperança. De coração vos abençoo.

Quero acrescentar apenas uma coisa! Disse-vos: «sede misericordiosos». A misericórdia. Perdoar sempre. Quando um fiel vem confessar-se, vem pedir perdão, vem pedir uma carícia ao Pai. Entretanto encontra-nos a nós, com dedo acusador: «Quantas vezes? E como o fizeste?…». Assim não. Perdoar. Sempre. «Sim, mas não sei… porque o Código diz…». O Código, devemos observá-lo, porque é importante; mas o coração do pastor vai mais além! Arriscai; pelo perdão, arriscai. Sempre. Perdoai sempre, no Sacramento da Reconciliação. E assim semeareis perdão para toda a sociedade.

De coração vos abençoo. E, por favor, continuai a rezar por mim, porque é um pouco difícil este serviço! Mas confio em vós. Obrigado.

[00167-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy bracia biskupi, dzień dobry!

Cieszę się, że mogę się z wami spotkać i serdecznie dziękuję za gorące przyjęcie. Dziękuję arcybiskupowi Utembi Tapa za słowa skierowane do mnie i za to, że wypowiedział się w waszym imieniu. Jestem wam wdzięczny za sposób, w jaki odważnie głosicie pocieszenie Pana, idąc pośród ludu, dzieląc ich trudy i nadzieje.

Miło mi było spędzić te dni na waszej ziemi, która ze swym wielkim lasem stanowi „zielone serce” Afryki, płuco dla całego świata. Znaczenie tego dziedzictwa ekologicznego przypomina nam, że jesteśmy powołani do strzeżenia piękna stworzenia i do bronienia przed ranami powodowanymi przez zachłanny egoizm. Ale ta niezmierzona przestrzeń zielona, którą jest wasz las to także obraz, który zwraca się do naszego życia chrześcijańskiego: jako Kościół musimy oddychać czystym powietrzem Ewangelii, przeganiać skażone powietrze światowości, strzec młodego serca wiary. Tak wyobrażam sobie Kościół afrykański i tak postrzegam ten Kościół kongijski: Kościół młody, dynamiczny, radosny, ożywiony pragnieniem misyjnym, głoszeniem, że Bóg nas miłuje i że Jezus jest Panem. Wasz Kościół jest obecny w konkretnej historii tego ludu, głęboko zakorzeniony w sposób rozbudowany, w rzeczywistości, czynnie zaangażowany w miłosierdzie; jest wspólnotą zdolną przyciągać i zarażać swoim entuzjazmem i dlatego, podobnie jak wasze lasy, wielką ilością „tlenu”. Dziękuję, że jesteście płucami, które dają oddech Kościołowi powszechnemu!

Źle jest zaczynać akapit od słowa „niestety”, ale muszę to zrobić! Niestety, wiem dobrze, że wspólnota chrześcijańska tej ziemi ma także inne oblicze. Wasze młode, jasne i piękne oblicze jest bowiem wyżłobione cierpieniem i trudem, naznaczone niekiedy strachem i zniechęceniem. Jest to oblicze Kościoła, który cierpi za swój lud, jest to serce, w którym pulsuje drżące życie ludu, z jego radościami i udrękami. Jest to Kościół, który jest widzialnym znakiem Chrystusa, który jeszcze dzisiaj jest odrzucany, skazywany i wzgardzany w wielu ukrzyżowanych osobach na świecie, i który płacze naszymi łzami. Jest to Kościół, który tak jak Jezus chce również ocierać łzy ludu, biorąc na siebie materialne i duchowe rany ludzi i sprawiając, że spływa na nie żywa i uzdrawiająca woda z boku Chrystusa.

Wraz z wami, bracia, widzę Jezusa cierpiącego w dziejach tego ludu, ludu ukrzyżowanego, ludu uciskanego, wstrząsanego przemocą, która nie oszczędza, naznaczonego niewinnym cierpieniem, zmuszonego do współistnienia z mętnymi wodami korupcji i niesprawiedliwości, zanieczyszczającymi społeczeństwo, i doznającego ubóstwa w tak wielu swoich dzieciach. Ale widzę jednocześnie lud, który nie stracił nadziei, który z entuzjazmem przyjmuje wiarę i patrzy na swoich Pasterzy, który umie powrócić do Pana i powierzyć się w Jego ręce, aby pokój, za którym tęskni, zduszony przez wyzysk, egoizmy stron, trucizny konfliktów i zmanipulowanych prawd, mógł wreszcie nadejść jako dar z wysoka.

Nasuwa się pytanie: jak w tej sytuacji sprawować posługę? Myśląc o was, Pasterze świętego Ludu Bożego, przyszła mi na myśl historia Jeremiasza, proroka powołanego do przeżywania swojej misji w dramatycznym momencie historii Izraela, pośród niesprawiedliwości, obrzydliwości i cierpień. Spędził swoje życie głosząc, że Bóg nigdy nie opuszcza swojego ludu i realizuje plany pokoju nawet w sytuacjach, które wydają się stracone i nieodwracalne. Ale tę pocieszającą proklamację wiary Jeremiasz przeżył przede wszystkim we własnej osobie, jako pierwszy doświadczył bliskości Boga. Tylko w ten sposób mógł nieść innym odważne proroctwo nadziei. Także wasza posługa biskupia przeżywana jest pomiędzy tymi dwoma wymiarami, o których chciałbym wam powiedzieć: bliskość Boga i proroctwo dla ludu.

Przede wszystkim chciałbym wam powiedzieć: pozwólcie się dotknąć i pocieszyć bliskością Boga. On jest blisko nas. Pierwsze słowo, które Pan kieruje do Jeremiasza brzmi następująco: „Zanim ukształtowałem cię w łonie matki, znałem cię” (Jr 1, 5). Jest to deklaracja miłości, wyryta przez Boga w sercu każdego z nas, której nikt nie może wymazać, i która staje się źródłem pocieszenia pośród życiowych burz. Dla nas, którzy zostaliśmy powołani, by być Pasterzami Ludu Bożego, ważne jest, byśmy opierali się na tej bliskości Pana, „kształtując się na modlitwie”, spędzając przed Nim godziny. Tylko w ten sposób przybliżamy powierzony nam lud do Dobrego Pasterza i tylko w ten sposób stajemy się naprawdę Pasterzami, ponieważ my, bez Niego, nic nie możemy uczynić (por. J 15, 5). Bylibyśmy przedsiębiorcami, „mistrzami”, ale nie według otrzymanego powołania od Pana. Bez Niego, nic nie możemy uczynić. Obyśmy nie myśleli, że jesteśmy samowystarczalni, a tym bardziej, byśmy nie widzieli w biskupstwie możliwości awansu społecznego i sprawowania władzy. To okropny duch „karierowiczostwa”. A przede wszystkim: oby nie wkroczył duch światowości, który każe nam postrzegać posługę według kryteriów własnych zysków i korzyści, który czyni nas oziębłymi i obojętnymi w administrowaniu tym, co zostało nam powierzone, który prowadzi do tego, że zamiast służyć innym, wykorzystujemy swoją rolę i nie dbamy już więcej o tę niezbędną relację, jaką jest pokorna i codzienna modlitwa. Nie zapominajmy, że światowość jest najgorszym, co może spotkać Kościół, jest najgorsza. Zawsze wzruszało mnie to zakończenie książki kardynała De Lubaca o Kościele, ostatnie trzy, cztery strony, gdzie mówi tak: duchowa światowość jest czymś najgorszym, co może się zdarzyć, gorszym nawet niż epoka papieży światowych i konkubinariuszy. Jest czymś gorszym. A światowość zawsze się czai. Strzeżmy się!

Drodzy bracia biskupi, pielęgnujmy bliskość z Panem, aby być Jego wiarygodnymi świadkami i rzecznikami Jego miłości wobec ludzi. To poprzez nas chce On ich namaścić olejem pocieszenia i nadziei! Jesteście głosem, którym Bóg chce powiedzieć Kongijczykom: „Jesteś narodem poświęconym Panu, Bogu twojemu” (Pwt 7, 6). Głoszenie Ewangelii, animacja życia duszpasterskiego, prowadzenie ludu – nie mogą ograniczać się do zasad odległych od rzeczywistości życia codziennego, ale muszą dotykać ran i przekazywać boską bliskość, aby osoby odkryły swoją godność dzieci Bożych i nauczyły się chodzić z podniesioną głową, nigdy ją nie pochylając w obliczu upokorzeń i ucisku. Przez was ten lud ma łaskę słyszeć słowa podobne do tych, które Pan przekazał Jeremiaszowi: „Jesteście ludem błogosławionym, zanim ukształtowałem cię w łonie matki, myślałem o tobie, znałem, kochałem”. Jeśli pielęgnujemy bliskość z Bogiem, czujemy się wezwani do kontaktu z ludem i zawsze będziemy odczuwali współczucie względem tych, którzy zostali nam powierzeni. Ta postawa współczucia, która nie jest uczuciem, jest cierpieniem z. Podniesieni na duchu i umocnieni przez Pana, stajemy się z kolei narzędziami pocieszenia i pojednania dla innych, aby leczyć rany tych, którzy cierpią, koić ból tych, którzy płaczą, podnosić ubogich, wyzwalać ludzi z jakże wielu form niewoli i ucisku. Bliskość z Bogiem czyni prorokami dla ludu, zdolnymi do siania zbawczego Słowa, które zbawia pośród poranionej historii tej ziemi.

I aby zagłębić się w ten drugi punkt, proroctwo dla ludu, spójrzmy jeszcze raz na doświadczenie Jeremiasza. Po otrzymaniu pełnego miłości i pocieszającego słowa Bożego, zostaje on powołany, by być „prorokiem dla narodów” (por. Jr 1, 5), posłanym, by wnosić światło w ciemności, by dać świadectwo w sytuacji przemocy i zepsucia. A Jeremiasz, który pożera słowo Pana, gdyż jest ono dla niego radością i pociechą serca (por. Jr 15, 16), wyznaje, że to samo słowo zasiewa w nim nieposkromiony niepokój i skłania go aby pójść do innych, żeby ich dotknęła Boża obecność. „Zaczął trawić moje serce jakby ogień – pisze – żarzący się w moim ciele. Czyniłem wysiłki, by go stłumić, lecz nie potrafiłem” (Jr 20, 9). Nie możemy zatrzymać słowa Bożego tylko dla siebie, nie możemy powstrzymać jego mocy: jest ono ogniem, który wypala naszą apatię i rozpala w nas pragnienie oświecenia tych, którzy są w ciemności. Słowo Boże jest ogniem, który pali wewnątrz i pobudza nas do wyjścia na zewnątrz! Oto nasza tożsamość biskupia: płonący słowem Bożym, wychodzący ku Ludowi Bożemu, z apostolską gorliwością!

Ale – możemy się zapytać – na czym polega to prorocze głoszenie słowa, ta żarliwość? Do proroka Jeremiasza Pan mówi: „Oto kładę moje słowa w twoje usta. Spójrz, daję ci dzisiaj władzę nad narodami i nad królestwami, byś wyrywał i obalał, byś niszczył i burzył, byś budował i sadził” (Jr 1, 9-10).

Są to mocne czasowniki: najpierw wyrywać i obalać, by móc w końcu budować i sadzić. Chodzi o współpracę w tworzeniu nowej historii, którą Bóg chce budować pośród świata pełnego przewrotności i niesprawiedliwości. Także wy jesteście zatem wezwani, by nadal był słyszany wasz proroczy głos, aby sumienia stawiały sobie pytania i każdy mógł się stać protagonistą i odpowiedzialnym za inną przyszłość. Trzeba zatem wyrwać trujące rośliny nienawiści i egoizmu, niechęci i przemocy; obalać ołtarze poświęcone pieniądzom i korupcji; budować współistnienie oparte na sprawiedliwości, prawdzie i pokoju; i wreszcie zasiewać ziarna odrodzenia, aby jutrzejsze Kongo było rzeczywiście tym, o czym marzy Pan: ziemią błogosławioną i szczęśliwą, nigdy więcej nie naznaczoną przemocą, uciskaną i skrwawioną.

Uważajmy jednak: nie chodzi tu o działania polityczne. Proroctwo chrześcijańskie ucieleśnia się w wielu działaniach politycznych i społecznych, ale nie to jest zasadniczo zadaniem Biskupów i Pasterzy. Jest nim głoszenie słowa, aby obudzić sumienia, potępić zło, dodać otuchy tym, którzy są utrudzeni i pozbawieni nadziei. „Pocieszcie, pocieszcie mój lud”: to hasło, które powraca, powraca, jest zachętą Pana: pocieszać lud. "Pocieszcie, pocieszcie mój lud”. Jest to głoszenie nie tylko słowami, lecz także bliskością i świadectwem. Bliskością przede wszystkim wobec kapłanów – kapłani są pierwszymi bliźnimi biskupa – słuchaniem pomocników duszpasterskich, dodawaniem odwagi do pracowania razem w duchu synodalnym. I świadectwo, bo Pasterze jako pierwsi muszą być wiarygodni i to we wszystkim, zwłaszcza w pielęgnowaniu komunii, w życiu moralnym i w zarządzaniu dobrami. Pod tym względem istotne jest, aby umieć budować zgodę, nie wynosząc się na piedestały, bez surowości, ale dając dobry przykład we wzajemnym wsparciu i przebaczeniu, pracując razem jako wzorce braterstwa, pokoju i pośród życiowych burz ewangelicznej prostoty. Niech nigdy nie zdarza się, że podczas gdy lud cierpi głód, o was można by powiedzieć: „o nich się nie troszczą i idą jeden na swoje pole, drugi do swego kupiectwa” (por. Mt 22, 5). Nie, proszę, zostawmy interesy poza winnicą Pana! Pasterz nie może być biznesmenem, nie może! Jesteśmy Pasterzami i sługami Ludu Bożego, nie administratorami rzeczy, nie ludźmi interesu! Administracja biskupa musi być administracją pasterza: przed stadem, pośród stada, za stadem. Przed stadem, aby wskazać drogę; w środku stada, aby czuć zapach stada, aby go nie zgubić; za stadem, aby pomóc tym, którzy idą wolniej, a także, aby zostawić stado na chwilę samo i zobaczyć, gdzie znajdzie pastwiska. Pasterz musi poruszać się w tych trzech kierunkach.

Drodzy bracia Biskupi, podzieliłem się z Wami tym, co czułem w sercu: pielęgnować bliskość z Panem, aby być znakami proroczymi Jego współczucia dla ludu. Proszę was, abyście nie zaniedbywali dialogu z Bogiem i nie pozwalali, aby ogień proroctwa został zgaszony przez kalkulacje lub dwuznaczności z władzą, ani przez „wygodne życie” i przyzwyczajenie. W obliczu ludu który cierpi i w obliczu niesprawiedliwości, Ewangelia domaga się od nas podniesienia głosu. Kiedy podnosimy głos po myśli Boga, ryzykujemy. Uczynił to jeden z waszych braci, sługa Boży arcybiskup Christophe Munzihirwa, odważny pasterz i głos proroczy, który strzegł swojego ludu, ofiarowując swoje życie. Dzień przed śmiercią wystosował do wszystkich przesłanie: „W tych dniach, co moglibyśmy jeszcze uczynić? Pozostańmy niezłomni w naszej wierze. Ufajmy, że Bóg nas nie opuści, i że gdzieś pojawi się dla nas mały promyk nadziei. Bóg nas nie opuści, jeśli zobowiążemy się do poszanowania życia naszych sąsiadów, niezależnie od tego, do jakiej grupy etnicznej należą”. Następnego dnia został zabity na miejskim placu, ale ziarno, zasadzone przez niego w tej ziemi, wraz z ziarnem tak wielu innych, przyniesie owoce. Dobrze jest z wdzięcznością wspominać wielkich pasterzy, którzy naznaczyli historię waszego kraju i waszego Kościoła, tych, którzy was ewangelizowali i poprzedzili w wierze. Bracia, to są wasze korzenie, które was umacniają w ewangelicznym zapale. Myślę o dobru, jakiego doznałem znając kardynała Laurenta Monsengwo Pasinya.

Najmilsi, nie lękajcie się być prorokami nadziei dla ludu, zgodnymi głosami pociechy od Pana, radosnymi świadkami i głosicielami Ewangelii, apostołami sprawiedliwości, Samarytanami solidarności. Bądźcie świadkami miłosierdzia i pojednania pośród przemocy, rozpętanej nie tylko przez eksploatację zasobów oraz konflikty etniczne i plemienne, ale także i przede wszystkim przez mroczną siłę złego, nieprzyjaciela Boga i człowieka. Nigdy się jednak nie zniechęcajcie: Ukrzyżowany zmartwychwstał, Jezus zwycięża, co więcej: już zwyciężył świat (por. J 16, 33) i pragnie zajaśnieć w was, w waszym cennym dziele, w waszym wydającym plon ziarnie pokoju! Bracia, chcę wam podziękować za waszą posługę, za waszą gorliwość duszpasterską, za wasze świadectwo.

I kończąc tę podróż chciałbym wyrazić całą moją wdzięczność wam i tym, którzy ją tutaj przygotowali. Mieliście cierpliwość, żeby czekać rok, jesteście dzielni! Dziękuję za to! Musieliście pracować dwukrotnie, bo za pierwszym razem wizyta została odwołana, ale wiem, że jesteście miłosierni dla Papieża! Bardzo dziękuję! W czerwcu, w Lubumbashi, odbędzie się Krajowy Kongres Eucharystyczny: Jezus jest naprawdę obecny i działa w Eucharystii. W niej pojednuje i uzdrawia, pociesza i jednoczy, oświeca i przemienia; w niej inspiruje, wspiera i czyni skuteczną waszą posługę. Niech obecność Jezusa, Pasterza o cichym i pokornym sercu, zwycięzcy nad złem i śmiercią, przemienia ten wspaniały kraj i niech zawsze będzie waszą radością i nadzieją! Z serca wam błogosławię.

Chciałbym dodać tylko jedną rzecz: powiedziałem „2bądźcie miłosierni”. Miłosierdzie. Zawsze wybaczać. Kiedy wierny przychodzi wyspowiadać się prosząc o przebaczenie, przychodzi prosić o pieszczotę Ojca. A my, z palcem oskarżyciela: „Ile razy? I jak to zrobiłeś?...”. Nie, to nie. Wybaczać. Zawsze. „Ale nie wiem..., bo kodeks mówi mi...”. Kodeks musimy przestrzegać, bo jest ważny, ale serce pasterza idzie dalej! Zaryzykujcie. Dla przebaczenia ryzykujcie. Zawsze. Zawsze przebaczajcie, w sakramencie pojednania. I w ten sposób zasiejecie przebaczenie dla całego społeczeństwa.

Z serca wam błogosławię. I, proszę, nadal módlcie się za mnie, ponieważ ten urząd jest trochę trudny! Ale ufam wam. Dziękuję.

[00167-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

الزيارة الرسوليّة إلى جمهوريّة الكونغو الديمقراطيّة

كلمة قداسة البابا فرنسيس

في اللقاء مع الأساقفة

في مقر مجلس أساقفة الكونغو الوطنيّ (CENCO) في كينشاسا

الجمعة 3 شباط/فبراير 2023

أيّها الإخوة الأساقفة الأعزّاء، صباح الخير!

أنا سعيد بلقائكم وأشكركم من كلّ قلبي على ترحيبكم الحّار. شكرًا لسيادة المطران أوتيمبي تابا (Mons. Utembi Tapa) على التّحية التي وجّهتها إليّ، ولأنّه كان بكلماته صوتًا لكم: أشكركم على الطّريقة التي تبشّرون بها بشجاعة بتعزيّة الرّبّ يسوع، وأنتم تسيرون وسط شعبه، وتشاركونهم أتعابهم وآمالهم.

كان جميلًا أن أقضي هذه الأيام في أرضكم، التي تمثّل بغاباتها الكبيرة ”قلب أفريقيا الأخضر“، وهي رئة للعالم بأسره. أهمية هذا التّراث البيئي تذكّرنا بأنّنا مدعوون إلى أن نحرس جمال الخليقة وأن ندافع عنها من الجراح التي تسبّبها لها الأنانية الجشعة. لكن هذه المساحة الخضراء الشّاسعة التي هي غابتكم هي أيضًا صورة تتكلّم على حياتنا المسيحيّة: بكوننا كنيسة، نحن بحاجة إلى أن نتنفّس هواء الإنجيل النّقي، ونبعد هواء العالم الملوَّث، ونحرس قلب الإيمان الشّاب. هكذا أتخيّل الكنيسة الأفريقيّة، وهكذا أرى هذه الكنيسة الكونغوليّة: كنيسة شابة مليئة بالحياة والفرح، يدفعها التّوق إلى الرّسالة، والإعلان أنّ الله يحبّنا وأنّ يسوع هو الرّبّ. كنيستكم هي كنيسة حاضرة في التّاريخ الواقعيّ لهذا الشّعب، متجذّرةً في كلّ ثنايا الواقع، وصانعةً للمحبّة. إنّها جماعة قادرة على أن تجتذب بحماسها المُعدِيّ، وبالكثير من ”الأكسجين“، تمامًا مثل غاباتكم: شكرًا، لأنّكم رئة تعطي نفسًا للكنيسة الجامعة!

من السّيء أن نبدأ فقرة بكلمة ”للأسف“، لكن لا بد لي أن أقوم بذلك! للأسف، أعلَم جيّدًا أنّ الجماعة المسيحيّة في هذه الأرض لديها أيضًا وجهٌ آخر. وجهُكم الشّاب والمنير والجميل خطَّطه الألَم والتّعب، وأثَّر فيه أحيانًا الخوف واليأس. إنّه وجه كنيسة تتألّم من أجل شعبها، وهو قلب تخفق فيه بخوف حياة الناس بأفراحها وضِيقاتها. إنّها كنيسةٌ علامةٌ مرئية للمسيح الذي يُرفَضُ اليوم أيضًا، ويُحكَم عليه وُيزدَرى، في صلبان العالم العديدة، وما زال يبكي بمثل دموعنا نفسها. إنّها كنيسةٌ، تريد مثل يسوع، أن تجفّف دموع الشّعب، وأن تلتزم بتحمّل جراحه، الماديّة والرّوحيّة، وأن تصُبَّ عليها ماء جنب المسيح الحيّ والشّافي.

معكم، أيّها الإخوة، أرى يسوع يتألّم في تاريخ هذا الشّعب المصلوب والمقهور، الذي دمّره العنف الذي لا يستثني أحدًا، والذي يتسم بألم البريء، وهو مُجبَرٌ على أن يعيش في مياه الفساد والظّلم العكرة التي تلوّث المجتمع، وعلى أن يعاني أبناؤه الكثيرون الفقر. لكن في الوقت نفسه أرى شعبًا لم يفقد الرّجاء، ويعانق الإيمان بحماس وينظر إلى رعاته، ويعرف كيف يعود إلى الله ويوكل نفسه إليه، حتّى يحلّ أخيرًا السّلام الذي يتوق إليه، نعمةً من العُلَى، هذا السّلام الذي يخنقه الاستغلال، والأنانيّات المنحازة، وسموم الصّراعات والحقائق المشوَّهة.

قد نتساءل: كيف نمارس خدمتنا في هذه الحالة؟ بالتّفكير فيكم، أنتم رعاة شعب الله المقدّس، تبادرت إلى ذهني قصة إرميا، النبيّ الذي دُعي إلى أن يعيش رسالته في فترة مأساويّة في تاريخ إسرائيل، وسط المظالم والرجاسات والآلام. أَمضَى حياته ليبشّر أنّ الله لا يتخلّى عن شعبه أبدًا، لكنّه يأتي بمشاريع سلام حتّى في الحالات التي تبدو يائسة ولا أمل فيها. وعاش إرميا يحمل بشارة الإيمان المعزيّة، أوّلًا في شخصه، فقد كان أوّل من اختبر قرب الله منه. وهكذا فقط تمكّن مِن أن يحمل إلى الآخرين نبوءةَ شجاعةٍ ورجاء. وأنتم أيضًا تعيشون خدمتكم الأسقفيّة بين هذين البعدَين اللذَين أودّ أن أكلّمكم عليهما: قرب الله والنّبوءة من أجل الشّعب.

أوّلًا، أودّ أن أقول لكم: اسمحوا لأنفسكم بأن يلمسكم قرب الله ويعزيكم. فهو قريب منّا. الكلمة الأولى التي وجّهها الله إلى إرميا هي: "قَبلَ أَن أُصَوِّرَكَ في البَطنِ عَرَفتُكَ" (إرميا 1، 5). إنّه تأكيد حُبٍّ ينقشه الله في قلب كلّ واحد منّا، ولا يمكن لأحد أن يمحوه، وفي وسط عواصف الحياة، يصير ينبوع عزّاء. بالنسبة لنا، نحن الذين قبلنا الدعوة إلى أن نكون رعاة لشعب الله، من المهمّ أن نؤسّس أنفسنا على قرب الله هذا منّا، ”ونرسِّخ أنفسنا في الصّلاة“، ونقف أمامه ساعات. بهذه الطّريقة فقط، الناس الموكولون إلينا يقتربون من الرّاعي الصّالح، وهكذا نصير رعاةً حقًّا، لأنّنا، بدونه لا نقدر أن نعمل شيئًا (راجع يوحنّا ​​15، 5). سنكون متعهدي أعمال، ”معلّمين“، لكننا لن نسير وراء دعوة الرّبّ يسوع لنا. بدونه لا نقدر أن نعمل شيئًا. يجب ألّا يحدُثَ أن نفكّر أنّنا نكفي أنفسنا بأنفسنا، ولا أن نرى في الأسقفيّة إمكانيّة ”تسلُّق“ المناصب الاجتماعيّة، وممارسة السّلطة. وفوق كلّ شيء: ألّا تدخل فينا روح الدنيا، التي تجعلنا نفسّر الخدمة وفقًا لمعايير ما يعود علينا بالفائدة، هذا يجعلنا باردين وغير مهتمّين لإدارة ما هو موكول إلينا، ويدفعنا إلى أن نخدم أنفسنا بدلًا من أن نخدم الآخرين، وألّا نهتمّ بالعلاقة التي لا غنى عنها، وهي الصّلاة اليوميّة والمتواضعة. لا ننس أنّ روح الدنيا هي أسوأ ما يمكن أن يحدث للكنيسة، إنّها الأسوأ. لقد مسّني دائمًا نهاية كتاب الكاردينال دي لوباك عن الكنيسة، الصّفحات الثلاث الأخيرة أو الأربع، حيث يقول فيها: روح الدنيا الرّوحيّة هي أسوأ ما يمكن أن يحدث، وهي أسوأ من حقبة الباباوات الدنيويّة والسّريّة. إنّها الأسوأ. وروح الدنيا هي دائما كامنة. لنتنبّه!

أيّها الإخوة الأساقفة الأعزّاء، لنهتمّ بأن نكون قريبين من الرّبّ يسوع حتّى نكون شهوده الصّادقين وحاملين صوت حبّه إلى الشّعب. وهو يريد من خلالنا أن يمسح الشّعب بزيت العزّاء والرّجاء! أنتم الصّوت الذي به يريد الله أن يقول للكونغوليّين: "أَنَّكَ شَعبٌ مُقَدَّسٌ لِلرَّبِّ إِلٰهِكَ" (تثنية الاشتراع 7، 6). البشارة بالإنجيل، وتنشيط الحياة الرعويّة، وقيادة الشّعب، لا يمكن تحويلها إلى مبادئ بعيدة عن واقع الحياة اليوميّة، بل عليها أن تلمس الجراح وتُوصل قُرب الله إليهم، حتّى يكتشف الأشخاص كرامتهم كرامة أبناء لله، وحتّى يتعلّموا أن يسيروا ورؤوسهم مرفوعة، ودون أن يحنوا رؤوسهم أبدًا أمام الإذلال والقمع. من خلالكم ينعم هذا الشّعب بنعمة سماع كلمات تُوجَّه إليه، مثل الكلمات التي قالها الله لإرميا ليبلِّغها: ”إنَّكَ شَعبٌ مُقَدَّسٌ، قَبلَ أَن أُصَوِّرَكَ في البَطنِ فكَّرتُ بِكَ، وعَرَفتُكَ، وأَحبَبتُكَ“. إن نَمَّيْنا قُربنا من الله، سنشعر بأنفسنا مندفعين نحو الشّعب وسنشعر دائمًا بالشّفقة من أجل الذين أُوكِلُوا إلينا. موقف الشّفقة هذا، ليس شعورًا وإحساسًا، بل هو أن نتألّم مع الآخر. وإن شَجَّعَنَا الرّبّ يسوع وقوّانا، سنصير بدورنا أدوات تعزية ومصالحة للآخرين، لكي نشفي جراح المتألّمين، ونخفّف آلام الباكين، ونُسنِد الفقراء، ونحرّر الأشخاص من أشكال العبوديّة والقمع الكثيرة. القُرب من الله، يجعلنا أنبياء للشّعب، وقادرين على أن نزرع الكلمة التي تمنح الخلاص في تاريخ أرضنا المجروح.

ولكي نخوض في النّقطة الثّانية، وهي نبوءة من أجل الشّعب، لننظر مرّة أخرى إلى خبرة إرميا. بعد أن تلقّى كلمة الله المليئة بالحبّ والتّعزية، دعاه ليكون "نَبِيًّا لِلأُمَم" (راجع إرميا 1، 5)، وأرسَله ليحمل النّور في الظّلمة، وليَشهد في بيئة عنف وفساد. وإرميا، الذي التَهَمَ كلمة الرّبّ، التي كانت له فرحًا وسرورًا في القلب (راجع إرميا 15، 16)، اعترف أنّ هذه الكلمة نفسها زرعت فيه قلقًا لا يُمكن كَبتُهُ، وقادته لأن يذهب إلى الآخرين حتّى يَمَسَّهم حضور الله. كتب إرميا: "كانَ في قَلْبي كنارٍ محرِقَة، قد حُبِسَت في عِظامي، فأَجهَدَني احتِمالُها، ولَم أَقْوَ على ذلك" (إرميا 20، 9). لا يمكننا أن نحتفظ بكلمة الله لأنفسنا فقط، ولا يمكننا أن نحصر قوّتها: إنّها نارٌ تُحرق لامبالاتنا وتُشعل فينا الرّغبة في أن نُنِيرَ من هم في الظّلام. كلمة الله نارٌ تشتعل في داخلنا وتدفعنا لأن نخرج خارجًا! هذه هي هويّتنا الأسقفيّة: تحرقنا كلمة الله، ونخرج نحو شعب الله، بغَيْرة رسوليّة!

لكن - يمكننا أن نسأل أنفسنا - بِمَ يقوم هذا الإعلان النّبوي للكلمة؟ قال الله لإرميا النّبي: "هاءَنَذا قد جَعَلتُ كَلامي في فَمِكَ. أُنظُرْ، إِنِّي أَقَمتُكَ اليَومَ على الأُمَمِ، وعلى المَمالِك، لِتَقلَعَ وتَهدِم، وتُهلِكَ وتَنقُض، وتَبنِيَ وتَغرِس" (إرميا 1، 9-10). إنّها أفعالٌ قويّة: أوّلًا لتقَلَعَ وتهَدِمَ، حتّى يستطيع في النّهاية أن يَبنِي ويَغرِس. إنّه تعاون في تاريخ جديد يريد الله أن يبنيه في وسط عالم من الفساد والظّلم. أنتم أيضًا، إذن، مدعوّون إلى أن تواصلوا في إسماع صوتكم النّبويّ، حتّى تشعر الضّمائر أنّها مدعوّة ويمكن لكلّ واحدٍ أن يُصبح عاملًا أساسيًّا ومسؤولًا في بناء مستقبل مختلف. لذلك، علينا أن نَقلَعَ الأعشاب السّامّة، الكراهية والأنانيّة، والحقد والعنف، ونهدم المذابح المكرّسة للمال والفساد، ونبني العيش معًا على أسس العدل، والحقيقة والسّلام، وأخيرًا، نغرس بِذَار الولادة الجديدة، حتّى يكون كونغو الغد حقًّا، البلد الذي يحلم به الرّبّ يسوع: أرضًا مباركة وسعيدة، لا عنفَ فيها، ولا قمع ولا دماء.

ولكن، لنتنبّه: لا نتكلّم عن عمل سياسيّ. تتجسّد النّبوءة المسيحيّة في أعمالٍ سياسيّة واجتماعيّة كثيرة، لكن، مهمّة الأساقفة والرّعاة بشكل عام ليست هذه. مهمّتهم هي إعلان الكلمة لإيقاظ الضّمائر من جديد، للتنديد بالشّرّ، وتشجيع المُحبطين وفاقدي الرّجاء. إنّه إعلان ليس بالكلام فحسب، بل بالقُرب والشّهادة: القُرب، أوّلًا، من الكهنة – فهم الأقرب إلى الأسقف -، والاستماع إلى العاملين الرّعويّين، والتّشجيع على الرّوح السّينوديّة للعمل معًا. وشهادة، لأنّ الرّعاة عليهم أن يكونوا صادقين أوّلًا وفي كلّ شيء، ولا سيّما في تنمية الشّركة والوَحدة، وفي الحياة الأخلاقيّة وفي إدارة الخيرات. بهذا المعنى، إنّه أمرٌ أساسيّ أن نعرف كيف نبني الانسجام، دون أن نقِيم لأنفسنا عروشًا، ودون قسوة، بل أن نُعطي المثال الصّالح، فندعم ونغفر، المغفرة المتبادلة، ونعمل معًا، ونكون نماذج للأخوّة، والسّلام والبساطة الإنجيليّة. يجب ألّا يحدث أبدًا أنّه، بينما يعاني الشّعب من الجوع، يمكن أن يُقال عنكم: هؤلاء لا يبالون "فمِنهُم مَن ذَهَبَ إِلى حَقلِه، ومِنهُم مَن ذَهبَ إِلى تِجارتِه" (راجع متّى 22، 5). لا، من فضلكم، لندع التّجارة خارج كَرمِ الرّبّ يسوع! الرّاعي لا يمكنه أن يكون تاجرًا، لا يمكنه ذلك. نحن رُعاة وخُدّام لشّعب الله، ولسنا تُجّارًا، بل رعاة! يجب أن تكون إدارة الأسقف مثل الرّاعي: أن يكون أمام القطيع، وفي وسط القطيع، وخلف القطيع. أمام القطيع ليشير إلى الطّريق، وفي وسط القطيع ليشعر برائحة القطيع ولا يضيعه، وخلف القطيع ليساعد الذين يسيرون ببطء، وكذلك ليترك القطيع وحده لفترة من الوقت ويرى أين يجد المرعى. الراعي يجب أن يتحرّك في هذه الاتجاهات الثلاثة.

أيّها الإخوة الأساقفة الأعزّاء، شاركتكم ما شعرتُ به في قلبي: أن نُنَمِّيَ القُرب من الرّبّ يسوع لنكون علامات نبويّة على شفقته من أجل الشّعب. من فضلكم، لا تُهملوا الحوار مع الله، ولا تدعوا نار النّبوءة تنطفئ بسبب الحسابات أو الالتباسات حول السّلطة، ولا حتّى بسبب العيش الهادئ والرّوتين. أمام الشّعب المتألّم وأمام الظُّلم، يطلب منّا الإنجيل أن نرفع صوتنا. وقد فعل ذلك واحدٌ من إخوتكم، خادم الله المطران كريستوف مونزيهيروا، الرّاعي الشّجاع وصاحب الصّوت النّبويّ، الذي حَمَى شعبه بِبَذْلِهِ حياته. قبل وفاته بيوم واحد، أرسل رسالة إلى الجميع قال فيها: "ماذا يمكننا أن نفعل أيضًا في هذه الأيام؟ لنبقَ ثابتين في الإيمان. نحن واثقون أنّ الله لن يتخلّى عنّا، وأنّ بصيص رجاء صغير سيظهر لنا في مكان ما. الله لن يتخلّى عنّا إن التزمنا باحترام حياة جيراننا، مهما كانت المجموعة العرقيّة التي ينتمون إليها". في اليوم التّالي، قُتل في ساحة المدينة، لكن البذرة، التي زرعها في هذه الأرض، مع بِذارِ آخرين كثيرين، ستؤتي ثمرها. حسنٌ لنا، مع الشُّكر، أن نحيي ذكرى الرّعاة الكبار، الذين ميّزوا تاريخ بلدكم وكنيستكم، والذين بشّروكم بالإنجيل وسبقوكم بالإيمان. أيّها الإخوة، إنّهم جذوركم التي تقوّيكم في الاندفاع الإنجيليّ. أفكّر في الخير الذي عرّفني به الكاردينال لوران مونسينغو باسينيا.

أيّها الأعزّاء، لا تخافوا من أن تكونوا أنبياءَ رجاءٍ للشّعب، وأصواتًا متفقة لتعزية الرّبّ يسوع، وشهودًا ومبشّرين فرحين بالإنجيل، ورُسُلَ عدلٍ، وسامريّين صالحين للتّضامن: شهودَ رحمةٍ ومصالحة في خِضَمِّ العنف المُنطلِق، ليس فقط بسبب استغلال الموارد والنِّزَاعات الإثنية والقبليّة، بل أيضًا وأوّلًا بقوّة الشّرّير الظّلامية، عدوّ الله والإنسان. مع ذلك، لا تَهبِط عزيمتكم أبدًا: المصلوب قام من بين الأموات، ويسوع انتصر، لا بل غَلَب العالَم (راجع يوحنّا 16، 33) ويرغب أن يتألّق فيكم، وفي عملكم الثّمين، وفي بذرة السّلام الخصبة! أيّها الإخوة، أريد أن أشكركم على خدمتكم، وعلى غِيرتكم الرّعويّة، وعلى شهادتكم.

وبعد أن وصلت إلى ختام هذه الزّيارة، أودّ أن أعبّر عن شكري وتقديري لكم ولكلّ الذين أعدّوا لهذه الزّيارة. كان لديكم الصّبر لتنتظروا سنة، أنتم رائعون! شكرًا على هذا! كان عليكم أن تعملوا مرّتين، لأنّ الزّيارة أُلغِيَت في المرّة الأولى، لكنّني أعلم أنّكم رحماء مع البابا! شكرًا جزيلًا! في شهر حزيران/يونيو القادم ستحتفلون بالمؤتمر الإفخارستيّ الوطنيّ في لوبومباشي: يسوع حاضر وعامل بشكل حقيقيّ في القربان المقدّس، هناك يُصالِح ويُداوي، ويعزّي ويوحّد، ويُنير ويبدِّل، وهناك يُلهم، ويَسند ويجعل خدمتكم فعّالة. حضور يسوع، الرّاعي ذي القلب الوديع والمتواضع، والمنتصر على الشّرّ والموت، ليغيّر هذا البلد الكبير وليكن دائمًا فرحكم ورجاءكم! أبارككم من كلّ قلبي.

أودّ أن أضيف شيئًا واحدًا: لقد قلت: ”كونوا رحماء“. الرّحمة. اغفروا دائمًا. عندما يأتي المؤمن ليعترف بخطاياه، يأتي ليطلب المغفرة، ويأتي ليطلب لطف الأب له. ونحن بإصبع الاتهام، نسأله: ”كم مرّة أخطأت؟ وكيف عملت ذلك؟...“. لا، هذا لا. اغفروا. دائمًا. قد يقول قائلٌ: ”لكني لا أعرف... لأنّ القانون يقول لي...“. يجب أن نراعي القانون، لأنّه مهمّ، لكن قلب الرّاعي يتجاوز ذلك! خاطروا. من أجل المغفرة خاطروا. دائمًا. اغفروا دائمًا في سرّ المصالحة. وهكذا تنشرون المغفرة لكل المجتمع.

أبارككم من كلّ قلبي. ومن فضلكم، استمرّوا في الصّلاة من أجلي، لأنّ هذه المهمّة صعبة بعض الشّيء! لكن أنا أثق بكم. شكرًا.

[00167-AR.02] [Testo originale: Italiano]

 

[B0100-XX.02]