Sala Stampa

www.vatican.va

Sala Stampa Back Top Print Pdf
Sala Stampa


Videomessaggio del Santo Padre in occasione dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura, 23.11.2021


Videomessaggio del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua spagnola

Pubblichiamo di seguito il testo del Videomessaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura sul tema “Verso un umanesimo necessario”:

Videomessaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di rivolgervi il mio cordiale saluto in occasione della vostra Assemblea Plenaria, rimandata a causa della pandemia e finalmente convocata, seppure in modalità virtuale. È questo anche un segno dei tempi che stiamo vivendo: nell’universo digitale tutto diventa incredibilmente vicino, ma senza il calore della presenza.

La pandemia, inoltre, ha messo in crisi tante certezze su cui si basa il nostro modello sociale ed economico, rivelandone le fragilità: i rapporti personali, le modalità del lavoro, la vita sociale, e persino la pratica religiosa e la partecipazione ai sacramenti. Ma anche e soprattutto ha riproposto con forza gli interrogativi fondamentali dell’esistenza: la domanda su Dio e sull’essere umano.

Per questo mi ha colpito il tema della vostra Plenaria: l’umanesimo necessario. In effetti, in questo frangente della storia, abbiamo bisogno non solo di nuovi programmi economici o di nuove ricette contro il virus, ma soprattutto di una nuova prospettiva umanistica, basata sulla Rivelazione biblica, arricchita dall’eredità della tradizione classica, come pure dalle riflessioni sulla persona umana presenti nelle diverse culture.

Il termine “umanesimo” mi ha fatto pensare al memorabile discorso pronunciato da San Paolo VI al termine del Concilio Vaticano II, il 7 dicembre del 1965. Egli evocava l’umanesimo laico profano di allora, che sfidava la visione cristiana, e diceva: «La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio». E anziché condannarlo ed esecrarlo, il Papa ricorreva al modello del buon samaritano che aveva guidato i pensieri del Concilio, ossia quell’immensa simpatia nei confronti dell’essere umano e delle sue conquiste, delle sue gioie e speranze, dei suoi dubbi, delle sue tristezze e angosce. E così, Paolo VI invitava quell’umanità chiusa alla trascendenza a riconoscere il nostro nuovo umanesimo, perché – diceva – «anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

Sono passati da allora quasi sessant’anni. Quell’umanesimo laico profano – un’espressione che alludeva anche all’ideologia totalitaria allora imperante in molti regimi – è oggi un ricordo del passato. Nella nostra epoca segnata dalla fine delle ideologie, esso sembra ormai dimenticato, sembra sepolto davanti ai nuovi cambiamenti portati dalla rivoluzione informatica e dagli incredibili sviluppi nell’ambito delle scienze, che ci costringono a ripensare ancora che cosa sia l’essere umano. La domanda sull’umanesimo nasce da questa domanda: cos’è l’uomo, l’essere umano?

Ai tempi del Concilio si confrontavano un umanesimo secolare, immanentista, materialista, e quello cristiano, aperto alla trascendenza. Entrambi, però, potevano condividere una base comune, una convergenza fondamentale su alcune questioni radicali legate alla natura umana. Ora questo è venuto meno a causa della fluidità della visione culturale contemporanea. È l’epoca della liquidità o del gassoso. Tuttavia, la Costituzione conciliare Gaudium et spes rimane, al riguardo, ancora attuale. Ci ricorda, infatti, che la Chiesa ha ancora molto da dare al mondo, e ci impone di riconoscere e valutare, con fiducia e coraggio, le conquiste intellettuali, spirituali e materiali emerse da allora in vari settori del conoscere umano.

Oggi, è in atto una rivoluzione – sì, una rivoluzione - che sta toccando i nodi essenziali dell’esistenza umana e richiede uno sforzo creativo di pensiero e di azione. Ambedue. Stanno mutando strutturalmente le modalità di intendere il generare, il nascere e il morire. È messa in discussione la specificità dell’essere umano nell’insieme del creato, la sua unicità nei confronti degli altri animali, e persino la sua relazione con le macchine. Ma non possiamo limitarci sempre e solo alla negazione e alla critica. Ci è chiesto piuttosto di ripensare alla presenza dell’essere umano nel mondo alla luce della tradizione umanistica: come servitore della vita e non suo padrone, come costruttore del bene comune con i valori di solidarietà e di compassione.

Per questo avete posto al centro della vostra riflessione alcune questioni essenziali. Accanto alla domanda su Dio – che rimane fondamentale per la stessa esistenza umana, come ricordava spesso Benedetto XVI – oggi si pone in modo decisivo la domanda sullo stesso essere umano e la sua identità. Cosa significa oggi essere uomo e donna come persone complementari e chiamate alla relazione? Che senso hanno le parole “paternità” e “maternità”? E poi ancora, qual è la condizione specifica dell’essere umano, che lo rende unico e irripetibile nei confronti delle macchine e anche delle altre specie animali? Qual è la sua vocazione trascendente? Da dove deriva la sua chiamata a costruire rapporti sociali con gli altri?

La Sacra Scrittura ci offre le coordinate essenziali per delineare un’antropologia dell’essere umano nella sua relazione con Dio, nella complessità dei rapporti tra uomo e donna, e nel nesso con il tempo e lo spazio in cui vive. L’umanesimo di matrice biblica, in dialogo fecondo con i valori del pensiero classico greco e latino, ha dato vita a una visione alta riguardo all’essere umano, alla sua origine e al suo destino ultimo, al suo modo di vivere su questa terra. Questa fusione tra la sapienza antica e quella biblica rimane un paradigma ancora fecondo.

Tuttavia, l’umanesimo biblico e classico oggi deve aprirsi sapientemente per accogliere, in una nuova sintesi creativa, anche i contributi della tradizione umanistica contemporanea e di quella di altre culture. Penso, ad esempio, alla visione olistica delle culture asiatiche, per una ricerca dell’armonia interiore e con il creato. Oppure alla solidarietà propria delle culture africane, per superare l’eccessivo individualismo tipico della cultura occidentale. Importante è anche l’antropologia dei popoli latinoamericani, con il senso vivo della famiglia e della festa. Come pure le culture dei popoli indigeni in tutto il pianeta. Vi sono, in queste diverse culture, forme di un umanesimo che, integrato in quello europeo ereditato dalla civiltà greco-romana e trasformato dalla visione cristiana, diventa oggi il miglior strumento per far fronte alle inquietanti domande sul futuro dell’umanità. Infatti, «se l’essere umano non riscopre il suo vero posto, non comprende in maniera adeguata sé stesso e finisce per contraddire la propria realtà» (Enc. Laudato si’, 115).

Cari Membri e Consultori, cari partecipanti tutti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, vi confermo il mio sostegno: oggi più che mai il mondo ha bisogno di ritrovare il senso e il valore dell’umano in relazione alle sfide che si devono affrontare. Oggi ci vuol ripetere quei versi di un pagano: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”.

Vi benedico di cuore, e vi chiedo di continuare a pregare per me. Grazie tante!

[01630-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers frères et soeurs!

Je suis heureux de vous adresser mon salut cordial à l’occasion de votre Assemblée plénière, reportée en raison de la pandémie et finalement convoquée, bien qu’en modalité virtuelle. Et c’est aussi un signe des temps que nous sommes en train de vivre : dans l’univers numérique, tout devient incroyablement proche, mais sans la chaleur de la présence.

La pandémie, en outre, a mis en crise de nombreuses certitudes sur lesquelles se base notre modèle social et économique, en en révélant les fragilités : les relations personnelles, les modalités du travail, la vie sociale, et même la pratique religieuse et la participation aux sacrements. Mais aussi et surtout, elle a reproposé avec force les interrogations fondamentales de l’existence: la question sur Dieu et sur l’être humain.

C’est pour cela que le thème de votre plénière m’a frappé: l’humanisme nécessaire. En effet, dans ce moment charnière de l’Histoire, nous n’avons pas seulement besoin de nouveaux programmes économiques ou de nouvelles recettes contre le virus, mais surtout d’une nouvelle perspective humaniste, basée sur la Révélation biblique, enrichie par l’héritage d’une tradition classique, comme aussi par les réflexions sur la personne humaine présentes dans différentes cultures.

Le terme “humanisme” m’a fait penser au mémorable discours prononcé par saint Paul VI au terme du Concile Vatican II, le 7 décembre 1965. Il évoquait l’humanisme laïc profane d’alors, qui défiait la vision chrétienne, et disait: «La religion du Dieu qui s’est fait homme a rencontré la religion (parce qu’elle en est une) de l’homme qui se fait Dieu». Et au lieu de le condamner et de l’exécrer, le Pape recourait au modèle du Bon Samaritain qui avait guidé les pensées du Concile, c’est-à-dire cette immense sympathie vis-à-vis de l’être humain et de ses conquêtes, de ses joies et de ses espérances, de ses doutes, de ses tristesses et angoisses. Et ainsi, Paul VI invitait cette humanité fermée à la transcendance à reconnaître notre nouvel humanisme, parce qu’il disait «nous aussi, plus que tous, nous avons le culte de l’homme».

Près de 60 ans se sont écoulés depuis lors. Cet humanisme laïc profane - une expression qui faisait également allusion à l'idéologie totalitaire qui prévalait alors dans de nombreux régimes - appartient désormais au passé. Dans notre époque marquée par la fin des idéologies, il semble désormais oublié, il semble enterré devant les nouveaux changements apportés par la révolution informatique et les incroyables développements dans le domaine des sciences, qui nous obligent à repenser ce qu'est l'être humain. La question de l'humanisme découle de cette question : qu'est-ce que l'homme, l'être humain ?

Au moment du Concile, un humanisme séculier, immanentiste, matérialiste et un humanisme chrétien, ouvert à la transcendance, se faisaient face. Les deux pouvaient cependant partager une base commune, une convergence fondamentale sur certaines questions radicales liées à la nature humaine. Cela a aujourd'hui disparu en raison de la fluidité de la vision culturelle contemporaine. C'est l'âge de la liquidité ou du gazeux. Cependant, la Constitution conciliaire Gaudium et Spes reste pertinente à cet égard. Elle nous rappelle, en effet, que l'Église a encore beaucoup à donner au monde, et elle nous oblige à reconnaître et à évaluer, avec confiance et courage, les réalisations intellectuelles, spirituelles et matérielles qui ont vu le jour depuis lors dans les différents domaines de la connaissance humaine.

Aujourd'hui, une révolution est en cours - oui, une révolution - qui touche les nœuds essentiels de l'existence humaine et exige un effort créatif de pensée et d'action. Les deux. Il y a un changement structurel dans la façon dont nous comprenons la génération, la naissance et la mort. La spécificité de l'être humain dans l'ensemble de la création, son unicité vis-à-vis des autres animaux, et même sa relation avec les machines sont remises en question. Mais nous ne pouvons pas toujours nous limiter au déni et à la critique. Il nous est plutôt demandé de repenser la présence de l'être humain dans le monde à la lumière de la tradition humaniste : comme un serviteur de la vie et non comme son maître, comme un bâtisseur du bien commun avec les valeurs de solidarité et de compassion.

C'est pourquoi vous avez placé quelques questions essentielles au centre de votre réflexion. A côté de la question sur Dieu - qui reste fondamentale pour l'existence humaine elle-même, comme Benoît XVI l'a souvent rappelé - se pose aujourd'hui une question décisive sur l'être humain lui-même et son identité. Que signifie aujourd'hui être homme et femme en tant que personnes complémentaires appelées à la relation ? Que signifient les mots "paternité" et "maternité" ? Et encore, quelle est la condition spécifique de l'être humain, qui le rend unique et non reproductible par rapport aux machines et même aux autres espèces animales ? Quelle est sa vocation transcendante ? D'où vient son appel à construire des relations sociales avec les autres ?

L'Écriture Sainte nous offre les coordonnées essentielles pour esquisser une anthropologie de l'être humain dans sa relation avec Dieu, dans la complexité des rapports entre l'homme et la femme, et dans le lien avec le temps et l'espace dans lesquels il vit. L'humanisme biblique, en dialogue fructueux avec les valeurs de la pensée classique grecque et latine, a donné naissance à une vision élevée de l'être humain, de son origine et de sa destinée ultime, et de sa façon de vivre sur cette terre. Cette fusion de la sagesse antique et biblique reste un paradigme fertile.

Cependant, l'humanisme biblique et classique doit aujourd'hui s'ouvrir sagement pour recevoir, dans une nouvelle synthèse créative, également les apports de la tradition humaniste contemporaine et celle des autres cultures. Je pense, par exemple, à la vision holistique des cultures asiatiques, à la recherche d'une harmonie intérieure et d'une harmonie avec la création. Ou encore la solidarité des cultures africaines, pour surmonter l'individualisme excessif typique de la culture occidentale. L'anthropologie des peuples d'Amérique latine est également importante, avec son sens aigu de la famille et de la fête. Ainsi que les cultures des peuples indigènes de toute la planète. Dans ces différentes cultures, il existe des formes d'un humanisme qui, intégré à l'humanisme européen hérité de la civilisation gréco-romaine et transformé par la vision chrétienne, est aujourd'hui le meilleur moyen d'aborder les questions préoccupantes sur l'avenir de l'humanité. En effet, «si l'être humain ne redécouvre pas sa véritable place, il ne se comprend pas bien lui-même et finit par contredire sa propre réalité» (Laudato si', 115).

Chers membres et consulteurs, chers participants à l’Assemblée plénière du Conseil pontifical de la Culture, je vous confirme mon soutien: aujourd’hui, plus que jamais, le monde a besoin de retrouver le sens et la valeur de l’humain en relation aux défis que l’on doit affronter. Aujourd’hui il faut répéter ces vers d’un païen: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”.

Je vous bénis de tout cœur, et je vous demande de continuer à prier pour moi. Merci beaucoup!

[01630-FR.01] [Texte original: Italien - version de travail]

Traduzione in lingua inglese

Dear Brothers and Sisters,

 I am pleased to address my cordial greetings to you on the occasion of your Plenary Assembly, postponed because of the pandemic and now convoked, albeit in virtual mode. This is also a sign of the times we are living in: in the digital universe everything becomes incredibly close, but without the warmth of presence.

 Moreover, the pandemic has challenged many of the certainties our social and economic model is based on, revealing its fragilities: personal relationships, working methods, social life, and even religious practice and participation in the sacraments. Also, and above all, it has forcefully re-proposed the fundamental questions of existence: the question about God and the human person.

This is why I am struck by the theme of your Plenary: Rethinking Anthropology – A Necessary Humanism. Indeed, at this juncture in history, we need not only new economic programmes and new formulas against the virus, but above all a new humanistic perspective, based on Biblical Revelation, enriched by the legacy of the classical tradition, as well as by the reflections on the human person present in different cultures.

The term “humanism” reminds me of the memorable speech given by Saint Paul VI at the end of the Second Vatican Council on 7 December 1965. He evoked the secular humanism of the time, which challenged the Christian vision, and said: “The religion of the God who became man has met the religion (for such it is) of man who makes himself God”. Instead of condemning or vilifying this, the Pope resorted to the model of the Good Samaritan that had guided the Council's thinking, namely an immense sympathy for people and their achievements, joys and hopes, doubts, sadness and anguish. And so, Paul VI invited the humanity that was closed against transcendence to recognise our new humanism, because – he said – “we too, we more than anyone else, are the cultivators of man”.

Almost sixty years have passed since then. Secular humanism – an expression that also alluded to the totalitarian ideology then prevalent in many regimes – is now a thing of the past. In our era marked by the end of ideologies, it seems to have been forgotten, it seems to have been buried under the weight of the new changes brought about by the digital revolution and the incredible developments in the sciences, which force us to rethink what it is to be human. The question of humanism stems from this question: who is the human person?

At the time of the Council, a secular, immanentist, materialist humanism came face-to-face with a Christian one, open to transcendence. Both, however, could share a common basis, a fundamental convergence on some radical questions related to human nature. This has now disappeared because of the fluidity of the contemporary cultural vision. It is the age of liquidity. However, the conciliar Constitution Gaudium et Spes is still relevant in this respect. It reminds us, in fact, that the Church still has much to give to the world, and it obliges us to acknowledge and evaluate, with confidence and courage, the intellectual, spiritual and material achievements that have emerged since then in various fields of human knowledge.

Today, a revolution is underway – yes, a revolution – that is touching the essential nodes of human existence and requires a creative effort of thought and action. Both of them. There is a structural change in the way we understand generation, birth and death. The specificity of the human being in the whole of creation, our uniqueness vis-à-vis other animals, and even our relationship with machines are being questioned. But we cannot always confine ourselves to denial and criticism. Rather, we are asked to rethink our presence in the world in the light of the humanist tradition: as a servant of life and not its master, as a builder of the common good with the values of solidarity and compassion.

This is why you have placed some essential questions at the centre of your reflections. Alongside the question on God – which remains fundamental for our very human existence, as Benedict XVI often reminded us – today the question on the human being and the identity of the person is posed in a decisive manner. What does it mean today to be a man or a woman as complementary persons called to relate to one another? What do the words “fatherhood” and “motherhood” mean? And again, what is the specific condition of the human being, which makes us unique and unrepeatable compared to machines and even other animal species? What is our transcendent vocation? Where does our call to build social relationships with others come from?

The Sacred Scripture offers us the essential coordinates to outline an anthropology of the human person in relation to God, in the complexity of the relations between men and women, and in the nexus with the time and the space in which we live. Biblical humanism, in fruitful dialogue with the values of classical Greek and Latin thought, gave rise to a lofty vision of the human person, our origin and ultimate destiny, our way of living on this earth. This fusion of ancient and biblical wisdom remains a fertile paradigm.

However, biblical and classical humanism today must wisely open itself to receive, in a new creative synthesis, the contributions of the contemporary humanistic tradition and that of other cultures. I am thinking, for example, of the holistic vision of Asian cultures, in a search for inner harmony and harmony with creation. Or the solidarity of African cultures, to overcome the excessive individualism typical of Western culture. The anthropology of Latin American peoples is also important, with its lively sense of family and celebration; and also the cultures of indigenous peoples all over the planet. In these different cultures, there are forms of a humanism which, integrated into the European humanism inherited from Greco-Roman civilisation and transformed by the Christian vision, is today the best means of addressing the disturbing questions about the future of humanity. Indeed, “when human beings fail to find their true place in this world, they misunderstand themselves and end up acting against themselves” (Laudato Si', 115).

Dear Members and Consultors, dear participants in the Plenary Assembly of the Pontifical Council for Culture, I confirm my support for you: now more than ever the world needs to rediscover the meaning and value of the human being in relation to the challenges we face. Today we need to repeat those pagan verses: “Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangent”.

I bless you from my heart, and I ask you to continue to pray for me. Thank you very much!

[01630-EN.01] [Original text: Italian - working translation]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos y hermanas

Me complace dirigiros mi cordial saludo con motivo de vuestra Asamblea Plenaria, aplazada a causa de la pandemia y finalmente convocada, aunque de forma virtual. Esto también es un signo de los tiempos que vivimos: en el universo digital todo se vuelve increíblemente cercano, pero sin el calor de la presencia.

Además, la pandemia ha puesto en tela de juicio muchas de las certezas en las que se basa nuestro modelo social y económico, revelando sus fragilidades: las relaciones personales, los métodos de trabajo, la vida social e incluso la práctica religiosa y la participación en los sacramentos. Pero también, y sobre todo, ha replanteado con fuerza los interrogantes fundamentales de la existencia: la pregunta sobre Dios y el ser humano.

Por eso me ha llamado la atención el tema de vuestra Asamblea Plenaria: el humanismo necesario. En efecto, en esta coyuntura histórica, no sólo necesitamos nuevos programas económicos o nuevas recetas contra el virus, sino sobre todo una nueva perspectiva humanista, basada en la Revelación bíblica, enriquecida por la herencia de la tradición clásica, así como por las reflexiones sobre la persona humana presentes en las diferentes culturas.

El término "humanismo" me ha recordado el memorable discurso pronunciado por San Pablo VI al final del Concilio Vaticano II, el 7 de diciembre de 1965. Evocando el humanismo secular de la época, que desafiaba la visión cristiana, dijo: "La religión del Dios que se hizo hombre se ha encontrado con la religión (porque es tal) del hombre que se hace Dios". Y en lugar de condenarlo y execrarlo, el Papa recurría al modelo del buen samaritano que había guiado el pensamiento del Concilio, es decir, esa inmensa simpatía por el ser humano y sus logros, sus alegrías y esperanzas, sus dudas, sus tristezas y angustias. Y así, Pablo VI invitaba a esa humanidad cerrada a la trascendencia a reconocer nuestro nuevo humanismo, porque -decía- "también nosotros, nosotros más que nadie, somos los cultores del hombre".

Han pasado casi sesenta años desde entonces. Aquel humanismo laico profano -expresión que también aludía a la ideología totalitaria entonces imperante en muchos regímenes- es ya un recuerdo del pasado. En nuestra época, marcada por el fin de las ideologías, parece olvidado, parece sepultado frente a los nuevos cambios provocados por la revolución informática y el increíble desarrollo de las ciencias, que nos obligan a replantearnos todavía que es el ser humano. La cuestión del humanismo parte de esta pregunta: ¿qué es el hombre, el ser humano?

En la época del Concilio se confrontaban un humanismo secular, inmanente y materialista, y otro cristiano, abierto a la trascendencia. Sin embargo, ambos podrían compartir un terreno común, una convergencia fundamental sobre algunas cuestiones radicales relacionadas con la naturaleza humana. En la actualidad, esto ha desaparecido debido a la fluidez de la visión cultural contemporánea. Es la era de la liquidez o de lo gaseoso. Sin embargo, la Constitución conciliar Gaudium et spes sigue siendo actual a este respecto. Nos recuerda, en efecto, que la Iglesia tiene todavía mucho que dar al mundo, y nos obliga a reconocer y valorar, con confianza y valentía, los logros intelectuales, espirituales y materiales que han surgido desde entonces en diversos campos del saber humano.

Hoy está en marcha una revolución -sí, una revolución- que toca los nudos esenciales de la existencia humana y exige un esfuerzo creativo de pensamiento y acción. De ambos. Están cambiando estructuralmente las formas de entender la generación, el nacimiento y la muerte . Se cuestiona la especificidad del ser humano en el conjunto de la creación, su singularidad frente a otros animales e incluso su relación con las máquinas. Pero no podemos limitarnos siempre a la negación y la crítica. Más bien se nos pide que repensemos la presencia del ser humano en el mundo a la luz de la tradición humanista: como servidor de la vida y no como dueño suyo, como constructor del bien común con los valores de la solidaridad y la compasión.

Por eso habéis planteado algunas cuestiones esenciales en el centro de vuestra reflexión. Junto a la pregunta sobre Dios -que sigue siendo fundamental para la propia existencia humana, como recordaba a menudo Benedicto XVI- se plantea hoy una cuestión decisiva sobre el propio ser humano y su identidad. ¿Qué significa hoy ser hombre y mujer como personas complementarias llamadas a relacionarse? ¿Qué significan las palabras "paternidad" y "maternidad"? Y además, ¿cuál es la condición específica del ser humano, que lo hace único e irrepetible frente a las máquinas e incluso a otras especies animales? ¿Cuál es su vocación trascendente? ¿De dónde viene su llamada a construir relaciones sociales con los demás?

La Sagrada Escritura nos brinda las coordenadas esenciales para perfilar una antropología del ser humano en su relación con Dios, en la complejidad de las relaciones entre el hombre y la mujer, y en la conexión con el tiempo y el espacio en que vive. El humanismo de origen bíblico, en fecundo diálogo con los valores del pensamiento clásico griego y latino, ha dado lugar a una elevada visión del ser humano, de su origen y destino último, y de su forma de vivir en esta tierra. Esta fusión entre la sabiduría antigua y la bíblica sigue siendo un paradigma fecundo.

Sin embargo, el humanismo bíblico y clásico hoy debe abrirse sabiamente para acoger, en una nueva síntesis creativa, también las aportaciones de la tradición humanista contemporánea y de otras culturas. Pienso, por ejemplo, en la visión holística de las culturas asiáticas, en la búsqueda de la armonía interior y la armonía con la creación. O en la solidaridad de las culturas africanas, para superar el excesivo individualismo típico de la cultura occidental. También es importante la antropología de los pueblos latinoamericanos, con su vivo sentido de la familia y la fiesta. Así como las culturas de los pueblos indígenas de todo el planeta. En estas diferentes culturas existen formas de un humanismo que, integrado en el humanismo europeo heredado de la civilización grecorromana y transformado por la visión cristiana, es hoy el mejor medio para hacer frente a las inquietantes preguntas sobre el futuro de la humanidad. En efecto, "si el ser humano no redescubre su verdadero lugar, se entiende mal a sí mismo y termina contradiciendo su propia realidad" (Laudato si', 115).

Queridos miembros y consultores, queridos participantes en la Asamblea Plenaria del Consejo Pontificio de la Cultura, os confirmo mi apoyo: hoy más que nunca el mundo necesita redescubrir el sentido y el valor del ser humano en relación con los desafíos que afronta. Hoy quiere que repitamos aquellos versos de un pagano: "Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt".

Os bendigo de corazón y os pido que sigáis rezando por mí. ¡Muchas gracias!

[01630-ES.01] [Texto original: Italiano - Traducción no oficial]

[B0775-XX.02]