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Lettera Apostolica "Admirabile signum" del Santo Padre Francesco sul significato e il valore del Presepe, 01.12.2019


Lettera Apostolica del Santo Padre

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Lettera Apostolica del Santo Padre

LETTERA APOSTOLICA
Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze... È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

___________________

[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.
[2]
Cf. ibid., 85: FF, n. 469.
[3]
Ibid., 86: FF, n. 470.

[01938-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

 

LETTRE APOSTOLIQUE

Admirabile signum

DU SOUVERAIN PONTIFE

FRANÇOIS

SUR LA SIGNIFICATION ET LA VALEUR DE LA CRÈCHE

 

1.         Le merveilleux signe de la crèche, si chère au peuple chrétien, suscite toujours stupeur et émerveillement. Représenter l'événement de la naissance de Jésus, équivaut à annoncer le mystère de l'Incarnation du Fils de Dieu avec simplicité et joie. La crèche, en effet, est comme un Évangile vivant, qui découle des pages de la Sainte Écriture. En contemplant la scène de Noël, nous sommes invités à nous mettre spirituellement en chemin, attirés par l'humilité de Celui qui s'est fait homme pour rencontrer chaque homme. Et nous découvrons qu'Il nous aime jusqu’au point de s’unir à nous, pour que nous aussi nous puissions nous unir à Lui.

Par cette lettre je voudrais soutenir la belle tradition de nos familles qui, dans les jours qui précèdent Noël, préparent la crèche. Tout comme la coutume de l'installer sur les lieux de travail, dans les écoles, les hôpitaux, les prisons, sur les places publiques... C'est vraiment un exercice d'imagination créative, qui utilise les matériaux les plus variés pour créer de petits chefs-d'œuvre de beauté. On l’apprend dès notre enfance : quand papa et maman, ensemble avec les grands-parents, transmettent cette habitude joyeuse qui possède en soi une riche spiritualité populaire. Je souhaite que cette pratique ne se perde pas ; mais au contraire, j'espère que là où elle est tombée en désuétude, elle puisse être redécouverte et revitalisée.

 

2.         L'origine de la crèche se trouve surtout dans certains détails évangéliques de la naissance de Jésus à Bethléem. L'évangéliste Luc dit simplement que Marie « mit au monde son fils premier-né ; elle l’emmaillota et le coucha dans une mangeoire, car il n’y avait pas de place pour eux dans la salle commune » (2, 7). Jésus est couché dans une mangeoire, appelée en latin praesepium, d'où la crèche.

En entrant dans ce monde, le Fils de Dieu est déposé à l’endroit où les animaux vont manger. La paille devient le premier berceau pour Celui qui se révèle comme « le pain descendu du ciel » (Jn 6, 41). C’est une symbolique que déjà saint Augustin, avec d'autres Pères, avait saisie lorsqu'il écrivait : « Allongé dans une mangeoire, il est devenu notre nourriture » (Serm. 189, 4). En réalité, la crèche contient plusieurs mystères de la vie de Jésus de telle sorte qu’elle nous les rend plus proches de notre vie quotidienne.

Mais venons-en à l'origine de la crèche telle que nous la comprenons. Retrouvons-nous en pensée à Greccio, dans la vallée de Rieti, où saint François s'arrêta, revenant probablement de Rome, le 29 novembre 1223, lorsqu’il avait reçu du Pape Honorius III la confirmation de sa Règle. Après son voyage en Terre Sainte, ces grottes lui rappelaient d'une manière particulière le paysage de Bethléem. Et il est possible que le Poverello ait été influencé, à Rome, par les mosaïques de la Basilique de Sainte Marie Majeure, représentant la naissance de Jésus, juste à côté de l'endroit où étaient conservés, selon une tradition ancienne, les fragments de la mangeoire.

Les Sources franciscaines racontent en détail ce qui s'est passé à Greccio. Quinze jours avant Noël, François appela un homme du lieu, nommé Jean, et le supplia de l'aider à réaliser un vœu : « Je voudrais représenter l'Enfant né à Bethléem, et voir avec les yeux du corps, les souffrances dans lesquelles il s’est trouvé par manque du nécessaire pour un nouveau-né, lorsqu'il était couché dans un berceau sur la paille entre le bœuf et l'âne »[1]. Dès qu'il l'eut écouté, l'ami fidèle alla immédiatement préparer, à l'endroit indiqué, tout le nécessaire selon la volonté du saint. Le 25 décembre, de nombreux frères de divers endroits vinrent à Greccio accompagnés d’hommes et de femmes provenant des fermes de la région, apportant fleurs et torches pour illuminer cette sainte nuit. Quand François arriva, il trouva la mangeoire avec la paille, le bœuf et l'âne. Les gens qui étaient accourus manifestèrent une joie indicible jamais éprouvée auparavant devant la scène de Noël. Puis le prêtre, sur la mangeoire, célébra solennellement l'Eucharistie, montrant le lien entre l'Incarnation du Fils de Dieu et l'Eucharistie. À cette occasion, à Greccio, il n'y a pas eu de santons : la crèche a été réalisée et vécue par les personnes présentes[2].

C'est ainsi qu'est née notre tradition : tous autour de la grotte et pleins de joie, sans aucune distance entre l'événement qui se déroule et ceux qui participent au mystère.

Le premier biographe de saint François, Thomas de Celano, rappelle que s'ajouta, cette nuit-là, le don d'une vision merveilleuse à la scène touchante et simple : une des personnes présentes vit, couché dans la mangeoire, l'Enfant Jésus lui-même. De cette crèche de Noël 1223, « chacun s’en retourna chez lui plein d'une joie ineffable »[3].

 

3.         Saint François, par la simplicité de ce signe, a réalisé une grande œuvre d'évangélisation. Son enseignement a pénétré le cœur des chrétiens et reste jusqu'à nos jours une manière authentique de proposer de nouveau la beauté de notre foi avec simplicité. Par ailleurs, l'endroit même où la première crèche a été réalisée exprime et suscite ces sentiments. Greccio est donc devenu un refuge pour l'âme qui se cache dans le rocher pour se laisser envelopper dans le silence.

Pourquoi la crèche suscite-t-elle tant d'émerveillement et nous émeut-elle ? Tout d'abord parce qu'elle manifeste la tendresse de Dieu. Lui, le Créateur de l'univers, s'abaisse à notre petitesse. Le don de la vie, déjà mystérieux à chaque fois pour nous, fascine encore plus quand nous voyons que Celui qui est né de Marie est la source et le soutien de toute vie. En Jésus, le Père nous a donné un frère qui vient nous chercher quand nous sommes désorientés et que nous perdons notre direction ; un ami fidèle qui est toujours près de nous. Il nous a donné son Fils qui nous pardonne et nous relève du péché.

Faire une crèche dans nos maisons nous aide à revivre l'histoire vécue à Bethléem. Bien sûr, les Évangiles restent toujours la source qui nous permet de connaître et de méditer sur cet Événement, cependant la représentation de ce dernier par la crèche nous aide à imaginer les scènes, stimule notre affection et nous invite à nous sentir impliqués dans l'histoire du salut, contemporains de l'événement qui est vivant et actuel dans les contextes historiques et culturels les plus variés.

D'une manière particulière, depuis ses origines franciscaines, la crèche est une invitation à "sentir" et à "toucher" la pauvreté que le Fils de Dieu a choisie pour lui-même dans son incarnation. Elle est donc, implicitement, un appel à le suivre sur le chemin de l'humilité, de la pauvreté, du dépouillement, qui, de la mangeoire de Bethléem conduit à la croix. C'est un appel à le rencontrer et à le servir avec miséricorde dans les frères et sœurs les plus nécessiteux (cf. Mt 25, 31-46).

 

4.         J'aimerais maintenant passer en revue les différents signes de la crèche pour en saisir le sens qu'ils portent en eux. En premier lieu, représentons-nous le contexte du ciel étoilé dans l'obscurité et dans le silence de la nuit. Ce n'est pas seulement par fidélité au récit évangélique que nous faisons ainsi, mais aussi pour la signification qu’il possède. Pensons seulement aux nombreuses fois où la nuit obscurcit notre vie. Eh bien, même dans ces moments-là, Dieu ne nous laisse pas seuls, mais il se rend présent pour répondre aux questions décisives concernant le sens de notre existence : Qui suis-je ? D'où est-ce que je viens ? Pourquoi suis-je né à cette époque ? Pourquoi est-ce que j'aime ? Pourquoi est-ce que je souffre ? Pourquoi vais-je mourir ? Pour répondre à ces questions, Dieu s'est fait homme. Sa proximité apporte la lumière là où il y a les ténèbres et illumine ceux qui traversent l’obscurité profonde de la souffrance (cf. Lc 1, 79).

Les paysages qui font partie de la crèche méritent, eux aussi, quelques mots, car ils représentent souvent les ruines d'anciennes maisons et de palais qui, dans certains cas, remplacent la grotte de Bethléem et deviennent la demeure de la Sainte Famille. Ces ruines semblent s'inspirer de la Légende dorée du dominicain Jacques de Voragine (XIIIème siècle), où nous pouvons lire une croyance païenne selon laquelle le temple de la Paix à Rome se serait effondré quand une Vierge aurait donné naissance. Ces ruines sont avant tout le signe visible de l'humanité déchue, de tout ce qui va en ruine, de ce qui est corrompu et triste. Ce scénario montre que Jésus est la nouveauté au milieu de ce vieux monde, et qu'il est venu guérir et reconstruire pour ramener nos vies et le monde à leur splendeur originelle.

 

5.         Quelle émotion devrions-nous ressentir lorsque nous ajoutons dans la crèche des montagnes, des ruisseaux, des moutons et des bergers ! Nous nous souvenons ainsi, comme les prophètes l'avaient annoncé, que toute la création participe à la fête de la venue du Messie. Les anges et l'étoile de Bethléem sont le signe que nous sommes, nous aussi, appelés à nous mettre en route pour atteindre la grotte et adorer le Seigneur.

« Allons jusqu’à Bethléem pour voir ce qui est arrivé, l’événement que le Seigneur nous a fait connaître » (Lc 2, 15) : voilà ce que disent les bergers après l'annonce faite par les anges. C'est un très bel enseignement qui nous est donné dans la simplicité de sa description. Contrairement à tant de personnes occupées à faire mille choses, les bergers deviennent les premiers témoins de l’essentiel, c’est-à-dire du salut qui est donné. Ce sont les plus humbles et les plus pauvres qui savent accueillir l'événement de l'Incarnation. À Dieu qui vient à notre rencontre dans l'Enfant Jésus, les bergers répondent en se mettant en route vers Lui, pour une rencontre d'amour et d'étonnement reconnaissant. C'est précisément cette rencontre entre Dieu et ses enfants, grâce à Jésus, qui donne vie à notre religion, qui constitue sa beauté unique et qui transparaît de manière particulière à la crèche.

 

6.         Dans nos crèches, nous avons l'habitude de mettre de nombreuses santons symboliques. Tout d'abord, ceux des mendiants et des personnes qui ne connaissent pas d'autre abondance que celle du cœur. Eux aussi sont proches de l'Enfant Jésus à part entière, sans que personne ne puisse les expulser ou les éloigner du berceau improvisé, car ces pauvres qui l'entourent ne détonnent pas au décor. Les pauvres, en effet, sont les privilégiés de ce mystère et, souvent, les plus aptes à reconnaître la présence de Dieu parmi nous.

Les pauvres et les simples dans la crèche rappellent que Dieu se fait homme pour ceux qui ressentent le plus le besoin de son amour et demandent sa proximité. Jésus, « doux et humble de cœur » (Mt 11, 29), est né pauvre, il a mené une vie simple pour nous apprendre à saisir l'essentiel et à en vivre. De la crèche, émerge clairement le message que nous ne pouvons pas nous laisser tromper par la richesse et par tant de propositions éphémères de bonheur. Le palais d'Hérode est en quelque sorte fermé et sourd à l'annonce de la joie. En naissant dans la crèche, Dieu lui-même commence la seule véritable révolution qui donne espoir et dignité aux non désirés, aux marginalisés : la révolution de l'amour, la révolution de la tendresse. De la crèche, Jésus a proclamé, avec une douce puissance, l'appel à partager avec les plus petits ce chemin vers un monde plus humain et plus fraternel, où personne n'est exclu ni marginalisé.

Souvent les enfants - mais aussi les adultes ! - aiment ajouter à la crèche d'autres figurines qui semblent n'avoir aucun rapport avec les récits évangéliques. Cette imagination entend exprimer que, dans ce monde nouveau inauguré par Jésus, il y a de la place pour tout ce qui est humain et pour toute créature. Du berger au forgeron, du boulanger au musicien, de la femme qui porte une cruche d’eau aux enfants qui jouent... : tout cela représente la sainteté au quotidien, la joie d’accomplir les choses de la vie courante d'une manière extraordinaire, lorsque Jésus partage sa vie divine avec nous.

 

7.         Peu à peu, la crèche nous conduit à la grotte, où nous trouvons les santons de Marie et de Joseph. Marie est une mère qui contemple son enfant et le montre à ceux qui viennent le voir. Ce santon nous fait penser au grand mystère qui a impliqué cette jeune fille quand Dieu a frappé à la porte de son cœur immaculé. À l'annonce de l'ange qui lui demandait de devenir la mère de Dieu, Marie répondit avec une obéissance pleine et entière. Ses paroles : « Voici la servante du Seigneur ; que tout m’advienne selon ta parole » (Lc 1, 38), sont pour nous tous le témoignage de la façon de s’abandonner dans la foi à la volonté de Dieu. Avec ce "oui" Marie est devenue la mère du Fils de Dieu, sans perdre mais en consacrant, grâce à lui, sa virginité. Nous voyons en elle la Mère de Dieu qui ne garde pas son Fils seulement pour elle-même, mais demande à chacun d'obéir à sa parole et de la mettre en pratique (cf. Jn 2, 5).

À côté de Marie, dans une attitude de protection de l'Enfant et de sa mère, se trouve saint Joseph. Il est généralement représenté avec un bâton à la main, et parfois même tenant une lampe. Saint Joseph joue un rôle très important dans la vie de Jésus et de Marie. Il est le gardien qui ne se lasse jamais de protéger sa famille. Quand Dieu l'avertira de la menace d'Hérode, il n'hésitera pas à voyager pour émigrer en Égypte (cf. Mt 2, 13-15). Et ce n’est qu’une fois le danger passé, qu’il ramènera la famille à Nazareth, où il sera le premier éducateur de Jésus enfant et adolescent. Joseph portait dans son cœur le grand mystère qui enveloppait Jésus et Marie son épouse, et, en homme juste, il s’est toujours confié à la volonté de Dieu et l’a mise en pratique.

 

8.         Le cœur de la crèche commence à battre quand, à Noël, nous y déposons le santon de l'Enfant Jésus. Dieu se présente ainsi, dans un enfant, pour être accueilli dans nos bras. Dans la faiblesse et la fragilité, se cache son pouvoir qui crée et transforme tout. Cela semble impossible, mais c'est pourtant ainsi : en Jésus, Dieu a été un enfant et c’est dans cette condition qu’il a voulu révéler la grandeur de son amour qui se manifeste dans un sourire et dans l'extension de ses mains tendues vers tous.

 

La naissance d'un enfant suscite joie et émerveillement, car elle nous place devant le grand mystère de la vie. En voyant briller les yeux des jeunes mariés devant leur enfant nouveau-né, nous comprenons les sentiments de Marie et de Joseph qui, regardant l'Enfant Jésus, ont perçu la présence de Dieu dans leur vie.

« La vie s'est manifestée » (1Jn 1, 2) : c'est ainsi que l'Apôtre Jean résume le mystère de l'Incarnation. La crèche nous fait voir, nous fait toucher cet événement unique et extraordinaire qui a changé le cours de l'histoire et à partir duquel la numérotation des années, avant et après la naissance du Christ, est également ordonnée.

La manière d'agir de Dieu est presque étourdissante, car il semble impossible qu’il renonce à sa gloire pour devenir un homme comme nous. Quelle surprise de voir Dieu adopter nos propres comportements : il dort, il tète le lait de sa mère, il pleure et joue comme tous les enfants ! Comme toujours, Dieu déconcerte, il est imprévisible et continuellement hors de nos plans. Ainsi la crèche, tout en nous montrant comment Dieu est entré dans le monde, nous pousse à réfléchir sur notre vie insérée dans celle de Dieu ; elle nous invite à devenir ses disciples si nous voulons atteindre le sens ultime de la vie.

 

9.         Lorsque s’approche la fête de l'Épiphanie, nous ajoutons dans la crèche les trois santons des Rois Mages. Observant l'étoile, ces sages et riches seigneurs de l'Orient, s'étaient mis en route vers Bethléem pour connaître Jésus et lui offrir comme présent de l'or, de l'encens et de la myrrhe. Ces dons ont aussi une signification allégorique : l'or veut honorer la royauté de Jésus ; l'encens sa divinité ; la myrrhe sa sainte humanité qui connaîtra la mort et la sépulture.

En regardant la scène de la crèche, nous sommes appelés à réfléchir sur la responsabilité de tout chrétien à être évangélisateur. Chacun de nous devient porteur de la Bonne Nouvelle pour ceux qu'il rencontre, témoignant, par des actions concrètes de miséricorde, de la joie d'avoir rencontré Jésus et son amour.

Les Mages nous enseignent qu'on peut partir de très loin pour rejoindre le Christ. Ce sont des hommes riches, des étrangers sages, assoiffés d'infinis, qui entreprennent un long et dangereux voyage qui les a conduits jusqu’à Bethléem (cf. Mt 2, 1-12). Une grande joie les envahit devant l'Enfant Roi. Ils ne se laissent pas scandaliser par la pauvreté de l'environnement ; ils n'hésitent pas à se mettre à genoux et à l'adorer. Devant lui, ils comprennent que, tout comme Dieu règle avec une souveraine sagesse le mouvement des astres, ainsi guide-t-il le cours de l'histoire, abaissant les puissants et élevant les humbles. Et certainement que, de retour dans leur pays, ils auront partagé cette rencontre surprenante avec le Messie, inaugurant le voyage de l'Évangile parmi les nations.

 

10.       Devant la crèche, notre esprit se rappelle volontiers notre enfance, quand nous attendions avec impatience le moment de pouvoir commencer à la mettre en place. Ces souvenirs nous poussent à prendre de plus en plus conscience du grand don qui nous a été fait par la transmission de la foi ; et en même temps, ils nous font sentir le devoir et la joie de faire participer nos enfants et nos petits-enfants à cette même expérience. La façon d’installer la mangeoire n'est pas importante, elle peut toujours être la même ou être différente chaque année ; ce qui compte c'est que cela soit signifiant pour notre vie. Partout, et sous différentes formes, la crèche parle de l'amour de Dieu, le Dieu qui s’est fait enfant pour nous dire combien il est proche de chaque être humain, quelle que soit sa condition.

Chers frères et sœurs, la crèche fait partie du processus doux et exigeant de la transmission de la foi. Dès l'enfance et ensuite à chaque âge de la vie, elle nous apprend à contempler Jésus, à ressentir l'amour de Dieu pour nous, à vivre et à croire que Dieu est avec nous et que nous sommes avec lui, tous fils et frères grâce à cet Enfant qui est Fils de Dieu et de la Vierge Marie ; et à éprouver en cela le bonheur. À l'école de saint François, ouvrons notre cœur à cette grâce simple et laissons surgir de l'émerveillement une humble prière : notre "merci" à Dieu qui a voulu tout partager avec nous afin de ne jamais nous laisser seuls.

 

Donné à Greccio, au Sanctuaire de la crèche, le 1er décembre 2019, la septième année de mon Pontificat.

 

FRANÇOIS

 

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[1] Thomas de Celano, Vita Prima, n. 84: Sources franciscaines (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., n. 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., n. 86: FF, n. 470.

 

[01938-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

APOSTOLIC LETTER
Admirabile signum

OF THE HOLY FATHER
FRANCIS
ON THE MEANING AND IMPORTANCE OF THE NATIVITY SCENE

1. The enchanting image of the Christmas crèche, so dear to the Christian people, never ceases to arouse amazement and wonder. The depiction of Jesus’ birth is itself a simple and joyful proclamation of the mystery of the Incarnation of the Son of God. The nativity scene is like a living Gospel rising up from the pages of sacred Scripture. As we contemplate the Christmas story, we are invited to set out on a spiritual journey, drawn by the humility of the God who became man in order to encounter every man and woman. We come to realize that so great is his love for us that he became one of us, so that we in turn might become one with him.

With this Letter, I wish to encourage the beautiful family tradition of preparing the nativity scene in the days before Christmas, but also the custom of setting it up in the workplace, in schools, hospitals, prisons and town squares. Great imagination and creativity is always shown in employing the most diverse materials to create small masterpieces of beauty. As children, we learn from our parents and grandparents to carry on this joyful tradition, which encapsulates a wealth of popular piety. It is my hope that this custom will never be lost and that, wherever it has fallen into disuse, it can be rediscovered and revived.

2. The origin of the Christmas crèche is found above all in certain details of Jesus’ birth in Bethlehem, as related in the Gospels. The evangelist Luke says simply that Mary “gave birth to her firstborn son and wrapped him in swaddling cloths, and laid him in a manger, because there was no place for them in the inn” (2:7). Because Jesus was laid in a manger, the nativity scene is known in Italian as a presepe, from the Latin word praesepium, meaning “manger”.

Coming into this world, the Son of God was laid in the place where animals feed. Hay became the first bed of the One who would reveal himself as “the bread come down from heaven” (Jn 6:41). Saint Augustine, with other Church Fathers, was impressed by this symbolism: “Laid in a manger, he became our food” (Sermon 189, 4). Indeed, the nativity scene evokes a number of the mysteries of Jesus’ life and brings them close to our own daily lives.

But let us go back to the origins of the Christmas crèche so familiar to us. We need to imagine ourselves in the little Italian town of Greccio, near Rieti. Saint Francis stopped there, most likely on his way back from Rome where on 29 November 1223 he had received the confirmation of his Rule from Pope Honorius III. Francis had earlier visited the Holy Land, and the caves in Greccio reminded him of the countryside of Bethlehem. It may also be that the “Poor Man of Assisi” had been struck by the mosaics in the Roman Basilica of Saint Mary Major depicting the birth of Jesus, close to the place where, according to an ancient tradition, the wooden panels of the manger are preserved.

The Franciscan Sources describe in detail what then took place in Greccio. Fifteen days before Christmas, Francis asked a local man named John to help him realize his desire “to bring to life the memory of that babe born in Bethlehem, to see as much as possible with my own bodily eyes the discomfort of his infant needs, how he lay in a manger, and how, with an ox and an ass standing by, he was laid upon a bed of hay”.[1] At this, his faithful friend went immediately to prepare all that the Saint had asked. On 25December, friars came to Greccio from various parts, together with people from the farmsteads in the area, who brought flowers and torches to light up that holy night. When Francis arrived, he found a manger full of hay, an ox and a donkey. All those present experienced a new and indescribable joy in the presence of the Christmas scene. The priest then solemnly celebrated the Eucharist over the manger, showing the bond between the Incarnation of the Son of God and the Eucharist. At Greccio there were no statues; the nativity scene was enacted and experienced by all who were present.[2]

This is how our tradition began: with everyone gathered in joy around the cave, with no distance between the original event and those sharing in its mystery.

Thomas of Celano, the first biographer of Saint Francis, notes that this simple and moving scene was accompanied by the gift of a marvellous vision: one of those present saw the Baby Jesus himself lying in the manger. From the nativity scene of that Christmas in 1223, “everyone went home with joy”.[3]

3. With the simplicity of that sign, Saint Francis carried out a great work of evangelization. His teaching touched the hearts of Christians and continues today to offer a simple yet authentic means of portraying the beauty of our faith. Indeed, the place where this first nativity scene was enacted expresses and evokes these sentiments. Greccio has become a refuge for the soul, a mountain fastness wrapped in silence.

Why does the Christmas crèche arouse such wonder and move us so deeply? First, because it shows God’s tender love: the Creator of the universe lowered himself to take up our littleness. The gift of life, in all its mystery, becomes all the more wondrous as we realize that the Son of Mary is the source and sustenance of all life. In Jesus, the Father has given us a brother who comes to seek us out whenever we are confused or lost, a loyal friend ever at our side. He gave us his Son who forgives us and frees us from our sins.

Setting up the Christmas crèche in our homes helps us to relive the history of what took place in Bethlehem. Naturally, the Gospels remain our source for understanding and reflecting on that event. At the same time, its portrayal in the crèche helps us to imagine the scene. It touches our hearts and makes us enter into salvation history as contemporaries of an event that is living and real in a broad gamut of historical and cultural contexts.

In a particular way, from the time of its Franciscan origins, the nativity scene has invited us to “feel” and “touch” the poverty that God’s Son took upon himself in the Incarnation. Implicitly, it summons us to follow him along the path of humility, poverty and self-denial that leads from the manger of Bethlehem to the cross. It asks us to meet him and serve him by showing mercy to those of our brothers and sisters in greatest need (cf. Mt 25:31-46).

4. I would like now to reflect on the various elements of the nativity scene in order to appreciate their deeper meaning. First, there is the background of a starry sky wrapped in the darkness and silence of night. We represent this not only out of fidelity to the Gospel accounts, but also for its symbolic value. We can think of all those times in our lives when we have experienced the darkness of night. Yet even then, God does not abandon us, but is there to answer our crucial questions about the meaning of life. Who am I? Where do I come from? Why was I born at this time in history? Why do I love? Why do I suffer? Why will I die? It was to answer these questions that God became man. His closeness brings light where there is darkness and shows the way to those dwelling in the shadow of suffering (cf. Lk 1:79).

The landscapes that are part of the nativity scene also deserve some mention. Frequently they include the ruins of ancient houses or buildings, which in some instances replace the cave of Bethlehem and become a home for the Holy Family. These ruins appear to be inspired by the thirteenth-century Golden Legend of the Dominican Jacobus de Varagine, which relates a pagan belief that the Temple of Peace in Rome would collapse when a Virgin gave birth. More than anything, the ruins are the visible sign of fallen humanity, of everything that inevitably falls into ruin, decays and disappoints. This scenic setting tells us that Jesus is newness in the midst of an aging world, that he has come to heal and rebuild, to restore the world and our lives to their original splendour.

5. With what emotion should we arrange the mountains, streams, sheep and shepherds in the nativity scene! As we do so, we are reminded that, as the prophets had foretold, all creation rejoices in the coming of the Messiah. The angels and the guiding star are a sign that we too are called to set out for the cave and to worship the Lord.

“Let us go over to Bethlehem and see this thing that has happened, which the Lord has made known to us” (Lk 2:15). So the shepherds tell one another after the proclamation of the angels. A beautiful lesson emerges from these simple words. Unlike so many other people, busy about many things, the shepherds become the first to see the most essential thing of all: the gift of salvation. It is the humble and the poor who greet the event of the Incarnation. The shepherds respond to God who comes to meet us in the Infant Jesus by setting out to meet him with love, gratitude and awe. Thanks to Jesus, this encounter between God and his children gives birth to our religion and accounts for its unique beauty, so wonderfully evident in the nativity scene.

6. It is customary to add many symbolic figures to our nativity scenes. First, there are the beggars and the others who know only the wealth of the heart. They too have every right to draw near to the Infant Jesus; no one can evict them or send them away from a crib so makeshift that the poor seem entirely at home. Indeed, the poor are a privileged part of this mystery; often they are the first to recognize God’s presence in our midst.

The presence of the poor and the lowly in the nativity scene remind us that God became man for the sake of those who feel most in need of his love and who ask him to draw near to them. Jesus, “gentle and humble in heart” (Mt 11:29), was born in poverty and led a simple life in order to teach us to recognize what is essential and to act accordingly. The nativity scene clearly teaches that we cannot let ourselves be fooled by wealth and fleeting promises of happiness. We see Herod’s palace in the background, closed and deaf to the tidings of joy. By being born in a manger, God himself launches the only true revolution that can give hope and dignity to the disinherited and the outcast: the revolution of love, the revolution of tenderness. From the manger, Jesus proclaims, in a meek yet powerful way, the need for sharing with the poor as the path to a more human and fraternal world in which no one is excluded or marginalized.

Children – but adults too! – often love to add to the nativity scene other figures that have no apparent connection with the Gospel accounts. Yet, each in its own way, these fanciful additions show that in the new world inaugurated by Jesus there is room for whatever is truly human and for all God’s creatures. From the shepherd to the blacksmith, from the baker to the musicians, from the women carrying jugs of water to the children at play: all this speaks of the everyday holiness, the joy of doing ordinary things in an extraordinary way, born whenever Jesus shares his divine life with us.

7. Gradually, we come to the cave, where we find the figures of Mary and Joseph. Mary is a mother who contemplates her child and shows him to every visitor. The figure of Mary makes us reflect on the great mystery that surrounded this young woman when God knocked on the door of her immaculate heart. Mary responded in complete obedience to the message of the angel who asked her to become the Mother of God. Her words, “Behold I am the handmaid of the Lord; let it be to me according to your word” (Lk 1:38), show all of us how to abandon ourselves in faith to God’s will. By her “fiat”, Mary became the mother of God’s Son, not losing but, thanks to him, consecrating her virginity. In her, we see the Mother of God who does not keep her Son only to herself, but invites everyone to obey his word and to put it into practice (cf. Jn 2:5).

At Mary’s side, shown protecting the Child and his Mother, stands Saint Joseph. He is usually depicted with staff in hand, or holding up a lamp. Saint Joseph plays an important role in the life of Jesus and Mary. He is the guardian who tirelessly protects his family. When God warned him of Herod’s threat, he did not hesitate to set out and flee to Egypt (cf. Mt 2:13-15). And once the danger had passed, he brought the family back to Nazareth, where he was to be the first teacher of Jesus as a boy and then as a young man. Joseph treasured in his heart the great mystery surrounding Jesus and Mary his spouse; as a just man, he entrusted himself always to God’s will, and put it into practice.

8. When, at Christmas, we place the statue of the Infant Jesus in the manger, the nativity scene suddenly comes alive. God appears as a child, for us to take into our arms. Beneath weakness and frailty, he conceals his power that creates and transforms all things. It seems impossible, yet it is true: in Jesus, God was a child, and in this way he wished to reveal the greatness of his love: by smiling and opening his arms to all.

The birth of a child awakens joy and wonder; it sets before us the great mystery of life. Seeing the bright eyes of a young couple gazing at their newborn child, we can understand the feelings of Mary and Joseph who, as they looked at the Infant Jesus, sensed God’s presence in their lives.

“Life was made manifest” (1 Jn 1:2). In these words, the Apostle John sums up the mystery of the Incarnation. The crèche allows us to see and touch this unique and unparalleled event that changed the course of history, so that time would thereafter be reckoned either before or after the birth of Christ.

God’s ways are astonishing, for it seems impossible that he should forsake his glory to become a man like us. To our astonishment, we see God acting exactly as we do: he sleeps, takes milk from his mother, cries and plays like every other child! As always, God baffles us. He is unpredictable, constantly doing what we least expect. The nativity scene shows God as he came into our world, but it also makes us reflect on how our life is part of God’s own life. It invites us to become his disciples if we want to attain ultimate meaning in life.

9. As the feast of Epiphany approaches, we place the statues of the Three Kings in the Christmas crèche. Observing the star, those wise men from the East set out for Bethlehem, in order to find Jesus and to offer him their gifts of gold, frankincense and myrrh. These costly gifts have an allegorical meaning: gold honours Jesus’ kingship, incense his divinity, myrrh his sacred humanity that was to experience death and burial.

As we contemplate this aspect of the nativity scene, we are called to reflect on the responsibility of every Christian to spread the Gospel. Each of us is called to bear glad tidings to all, testifying by our practical works of mercy to the joy of knowing Jesus and his love.

The Magi teach us that people can come to Christ by a very long route. Men of wealth, sages from afar, athirst for the infinite, they set out on the long and perilous journey that would lead them to Bethlehem (cf. Mt 2:1-12). Great joy comes over them in the presence of the Infant King. They are not scandalized by the poor surroundings, but immediately fall to their knees to worship him. Kneeling before him, they understand that the God who with sovereign wisdom guides the course of the stars also guides the course of history, casting down the mighty and raising up the lowly. Upon their return home, they would certainly have told others of this amazing encounter with the Messiah, thus initiating the spread of the Gospel among the nations.

10. Standing before the Christmas crèche, we are reminded of the time when we were children, eagerly waiting to set it up. These memories make us all the more conscious of the precious gift received from those who passed on the faith to us. At the same time, they remind us of our duty to share this same experience with our children and our grandchildren. It does not matter how the nativity scene is arranged: it can always be the same or it can change from year to year. What matters is that it speaks to our lives. Wherever it is, and whatever form it takes, the Christmas crèche speaks to us of the love of God, the God who became a child in order to make us know how close he is to every man, woman and child, regardless of their condition.

Dear brothers and sisters, the Christmas crèche is part of the precious yet demanding process of passing on the faith. Beginning in childhood, and at every stage of our lives, it teaches us to contemplate Jesus, to experience God’s love for us, to feel and believe that God is with us and that we are with him, his children, brothers and sisters all, thanks to that Child who is the Son of God and the Son of the Virgin Mary. And to realize that in that knowledge we find true happiness. Like Saint Francis, may we open our hearts to this simple grace, so that from our wonderment a humble prayer may arise: a prayer of thanksgiving to God, who wished to share with us his all, and thus never to leave us alone.

Given in Greccio, at the Shrine of the Nativity, on 1 December in the year 2019, the seventh of my Pontificate.

FRANCIS

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[1] Cf. Thomas of Celano, First Life, 84; Franciscan Sources, 469.
[2]
Ibid., 85; Franciscan Sources, 469.
[3]
Ibid., 86: Franciscan Sources, 470.

[01938-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

APOSTOLISCHES SCHREIBEN
Admirabile signum

DES HEILIGEN VATERS
PAPST FRANZISKUS
ÜBER DIE BEDEUTUNG UND DEN WERT
DER WEIHNACHTSKRIPPE

1. Das wunderbare Zeichen der Krippe, die dem christlichen Volk so sehr am Herzen liegt, weckt immer wieder neu Staunen und Verwunderung. Das Ereignis der Geburt Jesu darzustellen bedeutet, das Geheimnis der Menschwerdung des Sohnes Gottes mit Einfachheit und Freude zu verkünden. Die Krippe ist in der Tat wie ein lebendiges Evangelium, das aus den Seiten der Heiligen Schrift hervortritt. Wenn wir über die Weihnachtsszene nachdenken, sind wir eingeladen, uns geistlich auf den Weg zu machen, uns anziehen zu lassen von der Demut des Einen, der Mensch wurde, um jedem Menschen zu begegnen. Und wir entdecken, dass er uns so sehr liebt, dass er sich mit uns vereint, damit auch wir uns mit ihm vereinen können.

Mit diesem Schreiben möchte ich die schöne Tradition in unseren Familien stützen, in den Tagen vor Weihnachten eine Krippe aufzubauen, als auch den guten Brauch, sie am Arbeitsplatz, in Schulen, Krankenhäusern, Gefängnissen, auf öffentlichen Plätzen usw. aufzustellen. In wirklich kreativem Einfallsreichtum entstehen aus den unterschiedlichsten Materialien kleine Meisterwerke, die sehr schön anzusehen sind. Schon als Kind wächst man da hinein, wenn Vater und Mutter zusammen mit den Großeltern diesen freudigen Brauch weitervermitteln, der aus einer reichen Volksfrömmigkeit schöpft. Ich hoffe, dass dieses Brauchtum nie vergeht; im Gegenteil, ich hoffe, dass es dort, wo es nicht mehr gepflegt wird, wiederentdeckt und neu belebt werden kann.

2. Die Krippe geht in ihrem Ursprung vor allem auf einige in den Evangelien beschriebene Details der Geburt Jesu in Betlehem zurück. Beim Evangelisten Lukas heißt es einfach: Maria »gebar ihren Sohn, den Erstgeborenen. Sie wickelte ihn in Windeln und legte ihn in eine Krippe, weil in der Herberge kein Platz für sie war« (2,7). Jesus wird in eine Futterkrippe gelegt (lateinisch praesepium), die der Weihnachtskrippe den Namen gibt.

Bei seinem Kommen in diese Welt findet der Sohn Gottes Platz, wo die Tiere ihr Futter fressen. Das Heu wird zur ersten Liegestatt für den, der sich als »das Brot, das vom Himmel herabgekommen ist« (Joh 6,41), offenbaren wird. Auf diese Symbolik bezog sich der heilige Augustinus, wie andere Kirchenväter auch, wenn er schrieb: »Er lag in einer Krippe und wurde zu unserer Speise« (Sermo 189,4). Tatsächlich enthält die Krippe mehrere Geheimnisse des Lebens Jesu und bringt sie unserem Alltagsleben näher.

Aber kommen wir sogleich zum Ursprung der Krippe, wie wir sie kennen. Wir begeben uns im Geist nach Greccio im Rieti-Tal; der heilige Franziskus hielt sich dort auf, als er wohl von Rom kam, wo er am 29. November 1223 von Papst Honorius III. die Bestätigung seiner Ordensregel erhalten hatte. Nach seiner Reise ins Heilige Land erinnerten ihn die dortigen Höhlen auf besondere Weise an die Landschaft von Betlehem. Und es ist möglich, dass den Poverello von Assisi in Rom die Mosaiken der Basilika Santa Maria Maggiore mit der Darstellung der Geburt Jesu beeindruckt hatten, die sich in direkter Nähe zu dem Ort befinden, wo nach alter Überlieferung Teile der Krippe Jesu aufbewahrt werden.

Die Franziskus-Quellen berichten ausführlich, was in Greccio geschehen ist. Fünfzehn Tage vor Weihnachten rief Franziskus einen Einheimischen namens Johannes zu sich und bat ihn um seine Mithilfe bei der Verwirklichung eines Wunsches: »Ich möchte nämlich das Gedächtnis an jenes Kind begehen, das in Betlehem geboren wurde, und ich möchte die bittere Not, die es schon als kleines Kind zu leiden hatte, wie es in eine Krippe gelegt, an der Ochs und Esel standen, und wie es auf Heu gebettet wurde, so greifbar als möglich mit leiblichen Augen schauen.«[1] Gleich nachdem er dieses Anliegen vernommen hatte, ging der treue Freund los, um am vorgesehenen Ort alles Notwendige entsprechend dem Wunsch des Heiligen vorzubereiten. Am 25. Dezember kamen viele Brüder aus verschiedenen Gegenden nach Greccio, und es kamen auch Männer und Frauen von den umliegenden Höfen mit Blumen und Fackeln, um diese heilige Nacht zu erleuchten. Als Franziskus ankam, fand er die Krippe mit dem Heu, dem Ochsen und dem Esel. Der Anblick der Weihnachtsszene erfüllte die herbeigeeilten Menschen mit unsagbarer, nie zuvor erlebter Freude. Dann feierte der Priester über der Krippe feierlich die Eucharistie und machte so die Verbindung zwischen der Menschwerdung des Sohnes Gottes und der Eucharistie sichtbar. Bei dieser Gelegenheit kamen in Greccio keine Figuren zum Einsatz: Die Anwesenden selbst stellten die Krippenszene dar und erlebten sie.[2]

So entstand unsere Tradition, als alle um die Grotte versammelt waren, von Freude erfüllt und ohne Distanz zwischen dem stattfindenden Geschehen und denen, die zu Teilnehmern an diesem Geheimnis wurden.

Der erste Biograph des heiligen Franziskus, Thomas von Celano, erinnert daran, dass zu der einfachen und berührenden Szene in jener Nacht noch das Geschenk einer wunderbaren Vision hinzukam: Einer der Anwesenden sah das Jesuskind selbst in der Krippe liegen. An diesem Weihnachtsfest im Jahr 1223 kehrte ein jeder »in seliger Freude nach Hause zurück«.[3]

3. Der heilige Franziskus hat mit der Schlichtheit dieses Zeichens ein großes Werk der Evangelisierung vollbracht. Seine Lehre ist in das Herz der Christen eingedrungen und bleibt bis in unsere Tage ein authentischer Weg, um die Schönheit unseres Glaubens auf schlichte Weise neu darzulegen. Im Übrigen bringt auch der Ort der ersten Krippendarstellung selbst diese Gefühle zum Ausdruck und ruft sie hervor. Greccio wird zu einem Zufluchtsort für die Seele, die sich auf dem Felsen verbirgt, um sich von der Stille umhüllen zu lassen.

Warum bewegt uns die Krippe und bringt uns derart zum Staunen? Vor allem weil sie Gottes Zärtlichkeit offenbart. Er, der Schöpfer des Alls, begibt sich zu uns hernieder. Das Geschenk des Lebens, an sich schon ein Geheimnis für uns, fasziniert uns umso mehr, wenn wir sehen, dass er, der aus Maria geboren wurde, die Quelle und der Halt allen Lebens ist. In Jesus hat uns der Vater einen Bruder geschenkt, der kommt, um uns zu suchen, wenn wir orientierungslos sind und die Richtung verlieren; einen treuen Freund, der uns immer nahe ist; er hat uns seinen Sohn geschenkt, der uns vergibt und aus aller Sünde erlöst.

Das Aufbauen der Krippe in unseren Häusern hilft uns dabei, die Geschichte, die sich in Betlehem zugetragen hat, neu zu erleben. Natürlich bleiben die Evangelien immer die Quelle, die uns ermöglicht, mit diesem Ereignis vertraut zu werden und es zu betrachten. Und doch sind die Krippendarstellungen eine Hilfe, sich die Szenen vorzustellen; sie wecken unsere Zuneigung und laden uns ein, uns in die Heilsgeschichte einbezogen zu fühlen und dieses Ereignis mitzuerleben, das in den verschiedensten historischen und kulturellen Kontexten lebendig und aktuell ist.

Von ihren franziskanischen Ursprüngen her ist die Krippe in besonderer Weise eine Einladung, die Armut zu „fühlen“ und zu „berühren“, die der Sohn Gottes bei seiner Menschwerdung für sich gewählt hat. Und so ist sie implizit ein Appell, ihm auf dem Weg der Demut, Armut und Entäußerung zu folgen, der von der Futterkrippe in Betlehem zum Kreuz führt. Sie ist ein Aufruf, ihm in den bedürftigsten Brüdern und Schwestern zu begegnen und in Barmherzigkeit zu dienen (vgl. Mt 25,31-46).

4. Ich möchte nun die verschiedenen Zeichen der Krippe durchgehen, um die in ihnen enthaltene Bedeutung herauszustellen. Beim Aufbauen beginnen wir zunächst mit dem Hintergrund des Sternenhimmels in der Dunkelheit und Stille der Nacht. Wir tun das nicht nur aus Treue zu den Evangelienberichten, sondern auch aufgrund der dieser Umgebung innewohnenden Bedeutung. Denken wir daran, wie oft Nacht unser Leben umgibt. Nun, selbst in solchen Momenten lässt Gott uns nicht allein, sondern kommt zu uns, um den entscheidenden Fragen nach dem Sinn unserer Existenz eine Antwort zu geben: Wer bin ich? Woher komme ich? Warum wurde ich in diese Zeit hineingeboren? Warum liebe ich? Warum leide ich? Warum werde ich sterben? Um auf diese Fragen eine Antwort zu geben, wurde Gott Mensch. Seine Nähe bringt Licht in die Finsternis und erleuchtet alle, die durch das Dunkel des Leidens gehen (vgl. Lk 1,79).

Beachtung verdienen auch die weiteren Aufbauten, die Teil der Krippe sind und oft die Ruinen alter Häuser und Paläste darstellen, die in einigen Fällen an die Stelle der Grotte von Betlehem treten und zur Wohnstatt der Heiligen Familie werden. Diese Ruinen scheinen auf die Legenda aurea des Dominikaners Jacobus de Voragine (13. Jahrhundert) zurückzugehen. Diese berichtet von einer heidnischen Legende, wonach der Friedenstempel in Rom einstürzen würde, wenn eine Jungfrau ein Kind zur Welt brächte. Diese Ruinen sind vor allem das sichtbare Zeichen für die gefallene Menschheit, für alles, was zugrunde geht, was verdorben und verwelkt ist. Diese Szenerie besagt also, dass Jesus die Neuheit inmitten einer alten Welt ist und dass er gekommen ist, um zu heilen und wiederaufzubauen, um unser Leben und die Welt wieder in ihren ursprünglichen Glanz zu versetzen.

5. Welch eine Freude sollte uns erfüllen, wenn wir die Krippe mit Bergen, Bächen, Schafen und Hirten versehen! Auf diese Weise erinnern wir uns, dass – wie die Propheten verheißen hatten – die ganze Schöpfung am Fest des Kommens des Messias teilnimmt. Die Engel und der Stern sind Zeichen dafür, dass auch wir aufgerufen sind, uns auf den Weg zur Grotte zu machen und den Herrn anzubeten.

»Lasst uns nach Betlehem gehen, um das Ereignis zu sehen, das uns der Herr kundgetan hat« (Lk 2,15), sagen die Hirten nach der Verkündigung der Engel. In ihrer Einfachheit enthält diese Schilderung eine sehr schöne Botschaft und Lehre für uns. Im Unterschied zu so vielen Menschen, die tausend andere Dinge vorhaben, werden die Hirten zu den ersten Zeugen des Wesentlichen, nämlich des Geschenks der Erlösung. Die Demütigsten und Ärmsten sind in der Lage, das Ereignis der Menschwerdung aufzunehmen. Die Hirten antworten Gott, der im Jesuskind auf sie zugeht, indem sie sich ihrerseits auf den Weg zu ihm machen, sodass es zu einer Begegnung der Liebe und dankbaren Staunens kommt. Gerade diese sich in Jesus ereignende Begegnung zwischen Gott und seinen Kindern verleiht unserer Religion Leben und macht ihre einzigartige Schönheit aus, die in besonderer Weise in der Krippe aufleuchtet.

6. Gewöhnlich stellen wir auch viele symbolische Krippenfiguren auf, vor allem Bettler und Menschen, die keinen anderen Reichtum kennen als den des Herzens. Auch sie stehen mit vollem Recht beim Jesuskind, ohne dass sie ausgesondert oder von der Wiege weggesetzt würden. Sie ist nämlich von solcher Art, dass die Armen um sie herum überhaupt nicht stören. Im Gegenteil, gerade die Armen stehen diesem Geheimnis besonders nahe und sind oft diejenigen, die am besten in der Lage sind, die Gegenwart Gottes in unserer Mitte zu erkennen.

Die Armen und Einfachen in der Krippe erinnern daran, dass Gott Mensch wird für die, die am meisten spüren, dass sie seiner Liebe bedürfen, und um seine Nähe bitten. Jesus, »gütig und von Herzen demütig« (Mt 11,29), wurde arm geboren und führte ein einfaches Leben, um uns beizubringen, das Wesentliche zu erfassen und dementsprechend zu leben. Von der Krippe ergeht die klare Botschaft, dass wir uns nicht vom Reichtum und von so vielen flüchtigen Glücksangeboten täuschen lassen dürfen. Der Palast des Herodes steht im Hintergrund, verschlossen und taub für die frohe Kunde. Durch die Geburt in der Krippe beginnt Gott selbst die einzige wahre Revolution, die den Enterbten und Ausgeschlossenen Hoffnung und Würde verleiht: die Revolution der Liebe, die Revolution der Zärtlichkeit. Von der Krippe aus verkündet Jesus mit sanfter Macht den Aufruf zum Teilen mit den Geringsten als dem Weg zu einer menschlicheren und solidarischeren Welt, in der niemand ausgeschlossen und an den Rand gedrängt wird.

Oft lieben es die Kinder, aber auch die Erwachsenen, der Krippe weitere Figuren hinzuzufügen, die scheinbar nichts mit den Berichten des Evangeliums zu tun haben. Doch solcher Einfallsreichtum will zum Ausdruck bringen, dass in dieser von Jesus erneuerten Welt Platz ist für alles Menschliche und für jedes Geschöpf. Vom Hirten bis zum Schmied, vom Bäcker bis zu den Musikern, von den Wasserkrüge tragenden Frauen bis zu den spielenden Kindern – all das steht für die Heiligkeit des Alltags, für die Freude, alltägliche Dinge auf außergewöhnliche Weise zu tun, wenn Jesus sein göttliches Leben mit uns teilt.

7. Nach und nach führt uns die Krippenlandschaft zur Grotte hin, wo wir die Figuren von Maria und Josef finden. Maria ist eine Mutter, die ihr Kind betrachtet und es denen zeigt, die es besuchen kommen. Ihre Figur lässt uns an das große Geheimnis denken, in das diese junge Frau miteinbezogen wurde, als Gott an die Tür ihres unbefleckten Herzens klopfte. Auf die Botschaft des Engels mit der Bitte, die Mutter Gottes zu werden, antwortete Maria in vollem und bedingungslosem Gehorsam. Ihre Worte: »Siehe, ich bin die Magd des Herrn; mir geschehe, wie du es gesagt hast« (Lk 1,38), sind für uns alle ein Zeugnis dafür, wie wir uns im Glauben dem Willen Gottes überlassen können. Durch dieses „Ja“ wurde Maria zur Mutter des Sohnes Gottes. Ihre Jungfräulichkeit ging nicht verloren, sondern wurde dank des Sohnes geheiligt. Wir sehen in ihr die Mutter Gottes, die ihren Sohn nicht allein für sich behält, sondern alle auffordert, seinem Wort zu folgen und es in die Tat umzusetzen (vgl. Joh 2,5).

Neben Maria steht der heilige Josef, der das Kind und seine Mutter beschützt. Meist wird er mit einem Stock in der Hand dargestellt, manchmal hält er auch eine Laterne. Der heilige Josef spielt eine sehr wichtige Rolle im Leben von Jesus und Maria. Er ist der Beschützer, der nie müde wird, seine Familie zu behüten. Als Gott ihn vor der Bedrohung durch Herodes warnt, zögert er nicht, aufzubrechen und nach Ägypten auszuwandern (vgl. Mt 2,13-15). Und als dann die Gefahr vorüber ist, bringt er die Familie nach Nazaret zurück, wo er der erste Erzieher des Kindes bzw. des heranwachsenden Jesus sein wird. Josef trug in seinem Herzen das große Geheimnis, das Jesus und Maria, seine Verlobte, umgab, und als gerechter Mann vertraute er sich immer dem Willen Gottes an und setzte ihn in die Tat um.

8. Wenn wir zu Weihnachten die Figur des Jesuskindes hineinlegen, beginnt gleichsam das Herz der Krippe zu schlagen. Gott zeigt sich so, in einem Kind, um sich von uns in die Arme schließen zu lassen. In der Schwachheit und Zerbrechlichkeit verbirgt er seine alles erschaffende und verwandelnde Kraft. Es scheint unmöglich, doch so ist es: In Jesus war Gott ein Kind und in dieser Gestalt wollte er die Größe seiner Liebe offenbaren, die sich im Lächeln des Kindes zeigt und wenn es jedem seine Hände entgegengestreckt.

Die Geburt eines Kindes weckt Freude und Staunen, denn sie konfrontiert mit dem großen Geheimnis des Lebens. Wenn wir sehen, wie die Augen eines jungen Ehepaars beim Anblick ihres neugeborenen Kindes leuchten, verstehen wir das Empfinden von Maria und Josef, die beim Schauen auf das Jesuskind die Gegenwart Gottes in ihrem Leben wahrnahmen.

»Das Leben ist erschienen« (1 Joh 1,2): So fasst der Apostel Johannes das Geheimnis der Menschwerdung zusammen. Die Krippe lässt uns dieses einzigartige und außergewöhnliche Ereignis sehen und berühren, das den Lauf der Geschichte verändert hat und auch zum Ausgangspunkt für unsere Zeitrechnung der Jahre vor und nach Christi Geburt wurde.

Gottes Handlungsweise verwirrt gewissermaßen, denn es scheint unmöglich, dass er auf seine Herrlichkeit verzichtet, um ein Mensch zu werden wie wir. Welch eine Überraschung zu sehen, wie Gott unser Verhalten annimmt: Er schläft, trinkt die Milch der Mutter, weint und spielt wie alle Kinder! Gott ist wie immer verblüffend, er ist unberechenbar und übersteigt ständig unsere Kategorien. Die Krippe zeigt uns also Gott so, wie er in die Welt kam, und fordert uns damit heraus, über unser Leben nachzudenken, das hineingenommen ist in das Leben Gottes; sie lädt uns ein, seine Jünger zu werden, wenn wir zum tiefsten Sinn des Lebens vordringen wollen.

9. Wenn sich das Fest der Erscheinung des Herrn nähert, werden die Figuren der Heiligen Drei Könige bei der Krippe aufgestellt. Als diese weisen und reichen Herren aus dem Osten den Stern aufgehen sahen, machten sie sich auf den Weg nach Betlehem, um Jesus kennenzulernen und ihm Gold, Weihrauch und Myrrhe als Gaben darzubringen. Diese Geschenke haben auch eine allegorische Bedeutung: mit dem Gold ehren sie das Königtum Jesu; mit dem Weihrauch seine Göttlichkeit; mit der Myrrhe sein heiliges Menschsein, dem Tod und Begräbnis beschieden sein sollte.

Wenn wir diesen Ausschnitt der Krippe betrachten, sind wir aufgerufen, über die Verantwortung nachzudenken, die jeder Christ für die Ausbreitung des Evangeliums hat. Jeder von uns wird zum Überbringer der Guten Nachricht für alle, denen er begegnet, wenn er die Freude über seine Begegnung mit Jesus und dessen Liebe durch konkrete Taten der Barmherzigkeit bezeugt.

Die Heiligen Drei Könige lehren, dass man von weither kommen kann, um zu Christus zu gelangen. Sie sind reiche Männer, weise, nach Unendlichkeit dürstende Fremde, die sich auf eine lange und gefährliche Reise begeben, die sie bis nach Betlehem führt (vgl. Mt 2,1-12). Eine große Freude erfüllt sie angesichts des königlichen Kindes. Sie stoßen sich nicht an der ärmlichen Umgebung; sie zögern nicht, die Knie zu beugen und es anzubeten. Als sie vor ihm stehen, begreifen sie, dass Gott, der in souveräner Weisheit den Lauf der Gestirne ordnet, ebenso den Lauf der Geschichte lenkt, indem er die Mächtigen erniedrigt und die Niedrigen erhöht. Und sicherlich werden sie nach der Rückkehr in ihr Land diese überraschende Begegnung mit dem Messias weitererzählt haben. So hat die Reise des Evangeliums zu den Heidenvölkern ihren Anfang genommen.

10. Vor der Krippe kehrt man im Geist gern in die Kindheit zurück, als man ungeduldig den Zeitpunkt für den Krippenaufbau erwartete. Diese Erinnerungen machen uns immer wieder neu das große Geschenk bewusst, das uns durch die Weitergabe des Glaubens zuteilwurde. Zugleich erinnern sie uns an die freudige Pflicht, unsere Kinder und Enkelkinder auch an eben dieser Erfahrung teilhaben zu lassen. Es ist nicht wichtig, wie man die Krippe aufstellt; es kann immer gleich sein oder jedes Jahr anders – was zählt, ist, dass sie zu unserem Leben spricht. Wo und in welcher Form auch immer erzählt die Krippe von der Liebe Gottes, des Gottes, der ein Kind geworden ist, um uns zu sagen, wie nahe er einem jedem Menschen ist, egal in welcher Situation er sich befindet.

Liebe Brüder und Schwestern, die Krippe ist ein Teil des schönen und anspruchsvollen Prozesses der Glaubensweitergabe. Von Kindheit an erzieht sie uns in jedem Alter dazu, Jesus zu betrachten, die Liebe Gottes zu uns zu spüren; zu fühlen und zu glauben, dass Gott bei uns ist und wir bei ihm und dass wir alle dank dieses Kindes, des Sohnes Gottes und der Jungfrau Maria, Kinder und Geschwister sind. Und zu spüren, dass darin das Glück liegt. In der Schule des heiligen Franziskus wollen wir unsere Herzen dieser einfachen Gnade öffnen; lassen wir zu, dass aus dem Staunen ein demütiges Gebet erwächst: unser „Danke“ an Gott, der alles mit uns teilen wollte, um uns nie allein zu lassen.

Gegeben zu Greccio, im Heiligtum der Weihnachtskrippe, am 1. Dezember 2019

FRANZISKUS

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[1] Thomas von Celano, Erste Lebensbeschreibung, 84: Franziskus-Quellen (FQ), 250.
[2]
Vgl. ebd., 85: FQ, 250.
[3]
Ebd., 86: FQ, 251.

[01938-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

CARTA APOSTÓLICA
Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCISCO
SOBRE EL SIGNIFICADO Y EL VALOR DEL BELÉN

1. El hermoso signo del pesebre, tan estimado por el pueblo cristiano, causa siempre asombro y admiración. La representación del acontecimiento del nacimiento de Jesús equivale a anunciar el misterio de la encarnación del Hijo de Dios con sencillez y alegría. El belén, en efecto, es como un Evangelio vivo, que surge de las páginas de la Sagrada Escritura. La contemplación de la escena de la Navidad, nos invita a ponernos espiritualmente en camino, atraídos por la humildad de Aquel que se ha hecho hombre para encontrar a cada hombre. Y descubrimos que Él nos ama hasta el punto de unirse a nosotros, para que también nosotros podamos unirnos a Él.

Con esta Carta quisiera alentar la hermosa tradición de nuestras familias que en los días previos a la Navidad preparan el belén, como también la costumbre de ponerlo en los lugares de trabajo, en las escuelas, en los hospitales, en las cárceles, en las plazas... Es realmente un ejercicio de fantasía creativa, que utiliza los materiales más dispares para crear pequeñas obras maestras llenas de belleza. Se aprende desde niños: cuando papá y mamá, junto a los abuelos, transmiten esta alegre tradición, que contiene en sí una rica espiritualidad popular. Espero que esta práctica nunca se debilite; es más, confío en que, allí donde hubiera caído en desuso, sea descubierta de nuevo y revitalizada.

2. El origen del pesebre encuentra confirmación ante todo en algunos detalles evangélicos del nacimiento de Jesús en Belén. El evangelista Lucas dice sencillamente que María «dio a luz a su hijo primogénito, lo envolvió en pañales y lo recostó en un pesebre, porque no había sitio para ellos en la posada» (2,7). Jesús fue colocado en un pesebre; palabra que procede del latín: praesepium.

El Hijo de Dios, viniendo a este mundo, encuentra sitio donde los animales van a comer. El heno se convierte en el primer lecho para Aquel que se revelará como «el pan bajado del cielo» (Jn 6,41). Un simbolismo que ya san Agustín, junto con otros Padres, había captado cuando escribía: «Puesto en el pesebre, se convirtió en alimento para nosotros» (Serm. 189,4). En realidad, el belén contiene diversos misterios de la vida de Jesús y nos los hace sentir cercanos a nuestra vida cotidiana.

Pero volvamos de nuevo al origen del belén tal como nosotros lo entendemos. Nos trasladamos con la mente a Greccio, en el valle Reatino; allí san Francisco se detuvo viniendo probablemente de Roma, donde el 29 de noviembre de 1223 había recibido del Papa Honorio III la confirmación de su Regla. Después de su viaje a Tierra Santa, aquellas grutas le recordaban de manera especial el paisaje de Belén. Y es posible que el Poverello quedase impresionado en Roma, por los mosaicos de la Basílica de Santa María la Mayor que representan el nacimiento de Jesús, justo al lado del lugar donde se conservaban, según una antigua tradición, las tablas del pesebre.

Las Fuentes Franciscanas narran en detalle lo que sucedió en Greccio. Quince días antes de la Navidad, Francisco llamó a un hombre del lugar, de nombre Juan, y le pidió que lo ayudara a cumplir un deseo: «Deseo celebrar la memoria del Niño que nació en Belén y quiero contemplar de alguna manera con mis ojos lo que sufrió en su invalidez de niño, cómo fue reclinado en el pesebre y cómo fue colocado sobre heno entre el buey y el asno»[1]. Tan pronto como lo escuchó, ese hombre bueno y fiel fue rápidamente y preparó en el lugar señalado lo que el santo le había indicado. El 25 de diciembre, llegaron a Greccio muchos frailes de distintos lugares, como también hombres y mujeres de las granjas de la comarca, trayendo flores y antorchas para iluminar aquella noche santa. Cuando llegó Francisco, encontró el pesebre con el heno, el buey y el asno. Las personas que llegaron mostraron frente a la escena de la Navidad una alegría indescriptible, como nunca antes habían experimentado. Después el sacerdote, ante el Nacimiento, celebró solemnemente la Eucaristía, mostrando el vínculo entre la encarnación del Hijo de Dios y la Eucaristía. En aquella ocasión, en Greccio, no había figuras: el belén fue realizado y vivido por todos los presentes[2].

Así nace nuestra tradición: todos alrededor de la gruta y llenos de alegría, sin distancia alguna entre el acontecimiento que se cumple y cuantos participan en el misterio.

El primer biógrafo de san Francisco, Tomás de Celano, recuerda que esa noche, se añadió a la escena simple y conmovedora el don de una visión maravillosa: uno de los presentes vio acostado en el pesebre al mismo Niño Jesús. De aquel belén de la Navidad de 1223, «todos regresaron a sus casas colmados de alegría»[3].

3. San Francisco realizó una gran obra de evangelización con la simplicidad de aquel signo. Su enseñanza ha penetrado en los corazones de los cristianos y permanece hasta nuestros días como un modo genuino de representar con sencillez la belleza de nuestra fe. Por otro lado, el mismo lugar donde se realizó el primer belén expresa y evoca estos sentimientos. Greccio se ha convertido en un refugio para el alma que se esconde en la roca para dejarse envolver en el silencio.

¿Por qué el belén suscita tanto asombro y nos conmueve? En primer lugar, porque manifiesta la ternura de Dios. Él, el Creador del universo, se abaja a nuestra pequeñez. El don de la vida, siempre misterioso para nosotros, nos cautiva aún más viendo que Aquel que nació de María es la fuente y protección de cada vida. En Jesús, el Padre nos ha dado un hermano que viene a buscarnos cuando estamos desorientados y perdemos el rumbo; un amigo fiel que siempre está cerca de nosotros; nos ha dado a su Hijo que nos perdona y nos levanta del pecado.

La preparación del pesebre en nuestras casas nos ayuda a revivir la historia que ocurrió en Belén. Naturalmente, los evangelios son siempre la fuente que permite conocer y meditar aquel acontecimiento; sin embargo, su representación en el belén nos ayuda a imaginar las escenas, estimula los afectos, invita a sentirnos implicados en la historia de la salvación, contemporáneos del acontecimiento que se hace vivo y actual en los más diversos contextos históricos y culturales.

De modo particular, el pesebre es desde su origen franciscano una invitación a “sentir”, a “tocar” la pobreza que el Hijo de Dios eligió para sí mismo en su encarnación. Y así, es implícitamente una llamada a seguirlo en el camino de la humildad, de la pobreza, del despojo, que desde la gruta de Belén conduce hasta la Cruz. Es una llamada a encontrarlo y servirlo con misericordia en los hermanos y hermanas más necesitados (cf. Mt 25,31-46).

4. Me gustaría ahora repasar los diversos signos del belén para comprender el significado que llevan consigo. En primer lugar, representamos el contexto del cielo estrellado en la oscuridad y el silencio de la noche. Lo hacemos así, no sólo por fidelidad a los relatos evangélicos, sino también por el significado que tiene. Pensemos en cuántas veces la noche envuelve nuestras vidas. Pues bien, incluso en esos instantes, Dios no nos deja solos, sino que se hace presente para responder a las preguntas decisivas sobre el sentido de nuestra existencia: ¿Quién soy yo? ¿De dónde vengo? ¿Por qué nací en este momento? ¿Por qué amo? ¿Por qué sufro? ¿Por qué moriré? Para responder a estas preguntas, Dios se hizo hombre. Su cercanía trae luz donde hay oscuridad e ilumina a cuantos atraviesan las tinieblas del sufrimiento (cf. Lc 1,79).

Merecen también alguna mención los paisajes que forman parte del belén y que a menudo representan las ruinas de casas y palacios antiguos, que en algunos casos sustituyen a la gruta de Belén y se convierten en la estancia de la Sagrada Familia. Estas ruinas parecen estar inspiradas en la Leyenda Áurea del dominico Jacopo da Varazze (siglo XIII), donde se narra una creencia pagana según la cual el templo de la Paz en Roma se derrumbaría cuando una Virgen diera a luz. Esas ruinas son sobre todo el signo visible de la humanidad caída, de todo lo que está en ruinas, que está corrompido y deprimido. Este escenario dice que Jesús es la novedad en medio de un mundo viejo, y que ha venido a sanar y reconstruir, a devolverle a nuestra vida y al mundo su esplendor original.

5. ¡Cuánta emoción debería acompañarnos mientras colocamos en el belén las montañas, los riachuelos, las ovejas y los pastores! De esta manera recordamos, como lo habían anunciado los profetas, que toda la creación participa en la fiesta de la venida del Mesías. Los ángeles y la estrella son la señal de que también nosotros estamos llamados a ponernos en camino para llegar a la gruta y adorar al Señor.

«Vayamos, pues, a Belén, y veamos lo que ha sucedido y que el Señor nos ha comunicado» (Lc 2,15), así dicen los pastores después del anuncio hecho por los ángeles. Es una enseñanza muy hermosa que se muestra en la sencillez de la descripción. A diferencia de tanta gente que pretende hacer otras mil cosas, los pastores se convierten en los primeros testigos de lo esencial, es decir, de la salvación que se les ofrece. Son los más humildes y los más pobres quienes saben acoger el acontecimiento de la encarnación. A Dios que viene a nuestro encuentro en el Niño Jesús, los pastores responden poniéndose en camino hacia Él, para un encuentro de amor y de agradable asombro. Este encuentro entre Dios y sus hijos, gracias a Jesús, es el que da vida precisamente a nuestra religión y constituye su singular belleza, y resplandece de una manera particular en el pesebre.

6. Tenemos la costumbre de poner en nuestros belenes muchas figuras simbólicas, sobre todo, las de mendigos y de gente que no conocen otra abundancia que la del corazón. Ellos también están cerca del Niño Jesús por derecho propio, sin que nadie pueda echarlos o alejarlos de una cuna tan improvisada que los pobres a su alrededor no desentonan en absoluto. De hecho, los pobres son los privilegiados de este misterio y, a menudo, aquellos que son más capaces de reconocer la presencia de Dios en medio de nosotros.

Los pobres y los sencillos en el Nacimiento recuerdan que Dios se hace hombre para aquellos que más sienten la necesidad de su amor y piden su cercanía. Jesús, «manso y humilde de corazón» (Mt 11,29), nació pobre, llevó una vida sencilla para enseñarnos a comprender lo esencial y a vivir de ello. Desde el belén emerge claramente el mensaje de que no podemos dejarnos engañar por la riqueza y por tantas propuestas efímeras de felicidad. El palacio de Herodes está al fondo, cerrado, sordo al anuncio de alegría. Al nacer en el pesebre, Dios mismo inicia la única revolución verdadera que da esperanza y dignidad a los desheredados, a los marginados: la revolución del amor, la revolución de la ternura. Desde el belén, Jesús proclama, con manso poder, la llamada a compartir con los últimos el camino hacia un mundo más humano y fraterno, donde nadie sea excluido ni marginado.

Con frecuencia a los niños —¡pero también a los adultos!— les encanta añadir otras figuras al belén que parecen no tener relación alguna con los relatos evangélicos. Y, sin embargo, esta imaginación pretende expresar que en este nuevo mundo inaugurado por Jesús hay espacio para todo lo que es humano y para toda criatura. Del pastor al herrero, del panadero a los músicos, de las mujeres que llevan jarras de agua a los niños que juegan..., todo esto representa la santidad cotidiana, la alegría de hacer de manera extraordinaria las cosas de todos los días, cuando Jesús comparte con nosotros su vida divina.

7. Poco a poco, el belén nos lleva a la gruta, donde encontramos las figuras de María y de José. María es una madre que contempla a su hijo y lo muestra a cuantos vienen a visitarlo. Su imagen hace pensar en el gran misterio que ha envuelto a esta joven cuando Dios ha llamado a la puerta de su corazón inmaculado. Ante el anuncio del ángel, que le pedía que fuera la madre de Dios, María respondió con obediencia plena y total. Sus palabras: «He aquí la esclava del Señor; hágase en mí según tu palabra» (Lc 1,38), son para todos nosotros el testimonio del abandono en la fe a la voluntad de Dios. Con aquel “sí”, María se convertía en la madre del Hijo de Dios sin perder su virginidad, antes bien consagrándola gracias a Él. Vemos en ella a la Madre de Dios que no tiene a su Hijo sólo para sí misma, sino que pide a todos que obedezcan a su palabra y la pongan en práctica (cf. Jn 2,5).

Junto a María, en una actitud de protección del Niño y de su madre, está san José. Por lo general, se representa con el bastón en la mano y, a veces, también sosteniendo una lámpara. San José juega un papel muy importante en la vida de Jesús y de María. Él es el custodio que nunca se cansa de proteger a su familia. Cuando Dios le advirtió de la amenaza de Herodes, no dudó en ponerse en camino y emigrar a Egipto (cf. Mt 2,13-15). Y una vez pasado el peligro, trajo a la familia de vuelta a Nazaret, donde fue el primer educador de Jesús niño y adolescente. José llevaba en su corazón el gran misterio que envolvía a Jesús y a María su esposa, y como hombre justo confió siempre en la voluntad de Dios y la puso en práctica.

8. El corazón del pesebre comienza a palpitar cuando, en Navidad, colocamos la imagen del Niño Jesús. Dios se presenta así, en un niño, para ser recibido en nuestros brazos. En la debilidad y en la fragilidad esconde su poder que todo lo crea y transforma. Parece imposible, pero es así: en Jesús, Dios ha sido un niño y en esta condición ha querido revelar la grandeza de su amor, que se manifiesta en la sonrisa y en el tender sus manos hacia todos.

El nacimiento de un niño suscita alegría y asombro, porque nos pone ante el gran misterio de la vida. Viendo brillar los ojos de los jóvenes esposos ante su hijo recién nacido, entendemos los sentimientos de María y José que, mirando al niño Jesús, percibían la presencia de Dios en sus vidas.

«La Vida se hizo visible» (1Jn 1,2); así el apóstol Juan resume el misterio de la encarnación. El belén nos hace ver, nos hace tocar este acontecimiento único y extraordinario que ha cambiado el curso de la historia, y a partir del cual también se ordena la numeración de los años, antes y después del nacimiento de Cristo.

El modo de actuar de Dios casi aturde, porque parece imposible que Él renuncie a su gloria para hacerse hombre como nosotros. Qué sorpresa ver a Dios que asume nuestros propios comportamientos: duerme, toma la leche de su madre, llora y juega como todos los niños. Como siempre, Dios desconcierta, es impredecible, continuamente va más allá de nuestros esquemas. Así, pues, el pesebre, mientras nos muestra a Dios tal y como ha venido al mundo, nos invita a pensar en nuestra vida injertada en la de Dios; nos invita a ser discípulos suyos si queremos alcanzar el sentido último de la vida.

9. Cuando se acerca la fiesta de la Epifanía, se colocan en el Nacimiento las tres figuras de los Reyes Magos. Observando la estrella, aquellos sabios y ricos señores de Oriente se habían puesto en camino hacia Belén para conocer a Jesús y ofrecerle dones: oro, incienso y mirra. También estos regalos tienen un significado alegórico: el oro honra la realeza de Jesús; el incienso su divinidad; la mirra su santa humanidad que conocerá la muerte y la sepultura.

Contemplando esta escena en el belén, estamos llamados a reflexionar sobre la responsabilidad que cada cristiano tiene de ser evangelizador. Cada uno de nosotros se hace portador de la Buena Noticia con los que encuentra, testimoniando con acciones concretas de misericordia la alegría de haber encontrado a Jesús y su amor.

Los Magos enseñan que se puede comenzar desde muy lejos para llegar a Cristo. Son hombres ricos, sabios extranjeros, sedientos de lo infinito, que parten para un largo y peligroso viaje que los lleva hasta Belén (cf. Mt 2,1-12). Una gran alegría los invade ante el Niño Rey. No se dejan escandalizar por la pobreza del ambiente; no dudan en ponerse de rodillas y adorarlo. Ante Él comprenden que Dios, igual que regula con soberana sabiduría el curso de las estrellas, guía el curso de la historia, abajando a los poderosos y exaltando a los humildes. Y ciertamente, llegados a su país, habrán contado este encuentro sorprendente con el Mesías, inaugurando el viaje del Evangelio entre las gentes.

10. Ante el belén, la mente va espontáneamente a cuando uno era niño y se esperaba con impaciencia el tiempo para empezar a construirlo. Estos recuerdos nos llevan a tomar nuevamente conciencia del gran don que se nos ha dado al transmitirnos la fe; y al mismo tiempo nos hacen sentir el deber y la alegría de transmitir a los hijos y a los nietos la misma experiencia. No es importante cómo se prepara el pesebre, puede ser siempre igual o modificarse cada año; lo que cuenta es que este hable a nuestra vida. En cualquier lugar y de cualquier manera, el belén habla del amor de Dios, el Dios que se ha hecho niño para decirnos lo cerca que está de todo ser humano, cualquiera que sea su condición.

Queridos hermanos y hermanas: El belén forma parte del dulce y exigente proceso de transmisión de la fe. Comenzando desde la infancia y luego en cada etapa de la vida, nos educa a contemplar a Jesús, a sentir el amor de Dios por nosotros, a sentir y creer que Dios está con nosotros y que nosotros estamos con Él, todos hijos y hermanos gracias a aquel Niño Hijo de Dios y de la Virgen María. Y a sentir que en esto está la felicidad. Que en la escuela de san Francisco abramos el corazón a esta gracia sencilla, dejemos que del asombro nazca una oración humilde: nuestro “gracias” a Dios, que ha querido compartir todo con nosotros para no dejarnos nunca solos.

Dado en Greccio, en el Santuario del Pesebre, 1 de diciembre de 2019.

 

FRANCISCO

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[1] Tomás de Celano, Vida Primera, 84: Fuentes franciscanas (FF), n. 468.
[2]
Cf. ibíd., 85: FF, n. 469.
[3]
Ibíd., 86: FF, n. 470.

[01938-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

CARTA APOSTÓLICA
Admirabile signum

DO SANTO PADRE
FRANCISCO
SOBRE O SIGNIFICADO E VALOR DO PRESÉPIO

1. O Sinal Admirável do Presépio, muito amado pelo povo cristão, não cessa de suscitar maravilha e enlevo. Representar o acontecimento da natividade de Jesus equivale a anunciar, com simplicidade e alegria, o mistério da encarnação do Filho de Deus. De facto, o Presépio é como um Evangelho vivo que transvaza das páginas da Sagrada Escritura. Ao mesmo tempo que contemplamos a representação do Natal, somos convidados a colocar-nos espiritualmente a caminho, atraídos pela humildade d’Aquele que Se fez homem a fim de Se encontrar com todo o homem, e a descobrir que nos ama tanto, que Se uniu a nós para podermos, também nós, unir-nos a Ele.

Com esta Carta, quero apoiar a tradição bonita das nossas famílias prepararem o Presépio, nos dias que antecedem o Natal, e também o costume de o armarem nos lugares de trabalho, nas escolas, nos hospitais, nos estabelecimentos prisionais, nas praças… Trata-se verdadeiramente dum exercício de imaginação criativa, que recorre aos mais variados materiais para produzir, em miniatura, obras-primas de beleza. Aprende-se em criança, quando o pai e a mãe, juntamente com os avós, transmitem este gracioso costume, que encerra uma rica espiritualidade popular. Almejo que esta prática nunca desapareça; mais, espero que a mesma, onde porventura tenha caído em desuso, se possa redescobrir e revitalizar.

2. A origem do Presépio fica-se a dever, antes de mais nada, a alguns pormenores do nascimento de Jesus em Belém, referidos no Evangelho. O evangelista Lucas limita-se a dizer que, tendo-se completado os dias de Maria dar à luz, «teve o seu filho primogénito, que envolveu em panos e recostou numa manjedoura, por não haver lugar para eles na hospedaria» (2, 7). Jesus é colocado numa manjedoura, que, em latim, se diz praesepium, donde vem a nossa palavra presépio.

Ao entrar neste mundo, o Filho de Deus encontra lugar onde os animais vão comer. A palha torna-se a primeira enxerga para Aquele que Se há de revelar como «o pão vivo, o que desceu do céu» (Jo 6, 51). Uma simbologia, que já Santo Agostinho, a par doutros Padres da Igreja, tinha entrevisto quando escreveu: «Deitado numa manjedoura, torna-Se nosso alimento».[1] Na realidade, o Presépio inclui vários mistérios da vida de Jesus, fazendo-os aparecer familiares à nossa vida diária.

Passemos agora à origem do Presépio, tal como nós o entendemos. A mente leva-nos a Gréccio, na Valada de Rieti; aqui se deteve São Francisco, provavelmente quando vinha de Roma onde recebera, do Papa Honório III, a aprovação da sua Regra em 29 de novembro de 1223. Aquelas grutas, depois da sua viagem à Terra Santa, faziam-lhe lembrar de modo particular a paisagem de Belém. E é possível que, em Roma, o «Poverello» de Assis tenha ficado encantado com os mosaicos, na Basílica de Santa Maria Maior, que representam a natividade de Jesus e se encontram perto do lugar onde, segundo uma antiga tradição, se conservam precisamente as tábuas da manjedoura.

As Fontes Franciscanas narram, de forma detalhada, o que aconteceu em Gréccio. Quinze dias antes do Natal, Francisco chamou João, um homem daquela terra, para lhe pedir que o ajudasse a concretizar um desejo: «Quero representar o Menino nascido em Belém, para de algum modo ver com os olhos do corpo os incómodos que Ele padeceu pela falta das coisas necessárias a um recém-nascido, tendo sido reclinado na palha duma manjedoura, entre o boi e o burro».[2] Mal acabara de o ouvir, o fiel amigo foi preparar, no lugar designado, tudo o que era necessário segundo o desejo do Santo. No dia 25 de dezembro, chegaram a Gréccio muitos frades, vindos de vários lados, e também homens e mulheres das casas da região, trazendo flores e tochas para iluminar aquela noite santa. Francisco, ao chegar, encontrou a manjedoura com palha, o boi e o burro. À vista da representação do Natal, as pessoas lá reunidas manifestaram uma alegria indescritível, como nunca tinham sentido antes. Depois o sacerdote celebrou solenemente a Eucaristia sobre a manjedoura, mostrando também deste modo a ligação que existe entre a Encarnação do Filho de Deus e a Eucaristia. Em Gréccio, naquela ocasião, não havia figuras; o Presépio foi formado e vivido pelos que estavam presentes.[3]

Assim nasce a nossa tradição: todos à volta da gruta e repletos de alegria, sem qualquer distância entre o acontecimento que se realiza e as pessoas que participam no mistério.

O primeiro biógrafo de São Francisco, Tomás de Celano, lembra que naquela noite, à simples e comovente representação se veio juntar o dom duma visão maravilhosa: um dos presentes viu que jazia na manjedoura o próprio Menino Jesus. Daquele Presépio do Natal de 1223, «todos voltaram para suas casas cheios de inefável alegria»[4].

3. Com a simplicidade daquele sinal, São Francisco realizou uma grande obra de evangelização. O seu ensinamento penetrou no coração dos cristãos, permanecendo até aos nossos dias como uma forma genuína de repropor, com simplicidade, a beleza da nossa fé. Aliás, o próprio lugar onde se realizou o primeiro Presépio sugere e suscita estes sentimentos. Gréccio torna-se um refúgio para a alma que se esconde na rocha, deixando-se envolver pelo silêncio.

Por que motivo suscita o Presépio tanto enlevo e nos comove? Antes de mais nada, porque manifesta a ternura de Deus. Ele, o Criador do universo, abaixa-Se até à nossa pequenez. O dom da vida, sempre misterioso para nós, fascina-nos ainda mais ao vermos que Aquele que nasceu de Maria é a fonte e o sustento de toda a vida. Em Jesus, o Pai deu-nos um irmão, que vem procurar-nos quando estamos desorientados e perdemos o rumo, e um amigo fiel, que está sempre ao nosso lado; deu-nos o seu Filho, que nos perdoa e levanta do pecado.

Armar o Presépio em nossas casas ajuda-nos a reviver a história sucedida em Belém. Naturalmente os Evangelhos continuam a ser a fonte, que nos permite conhecer e meditar aquele Acontecimento; mas, a sua representação no Presépio ajuda a imaginar as várias cenas, estimula os afetos, convida a sentir-nos envolvidos na história da salvação, contemporâneos daquele evento que se torna vivo e atual nos mais variados contextos históricos e culturais.

De modo particular, desde a sua origem franciscana, o Presépio é um convite a «sentir», a «tocar» a pobreza que escolheu, para Si mesmo, o Filho de Deus na sua encarnação, tornando-se assim, implicitamente, um apelo para O seguirmos pelo caminho da humildade, da pobreza, do despojamento, que parte da manjedoura de Belém e leva até à Cruz, e um apelo ainda a encontrá-Lo e servi-Lo, com misericórdia, nos irmãos e irmãs mais necessitados (cf. Mt 25, 31-46).

4. Gostava agora de repassar os vários sinais do Presépio para apreendermos o significado que encerram. Em primeiro lugar, representamos o céu estrelado na escuridão e no silêncio da noite. Fazemo-lo não apenas para ser fiéis às narrações do Evangelho, mas também pelo significado que possui. Pensemos nas vezes sem conta que a noite envolve a nossa vida. Pois bem, mesmo em tais momentos, Deus não nos deixa sozinhos, mas faz-Se presente para dar resposta às questões decisivas sobre o sentido da nossa existência: Quem sou eu? Donde venho? Por que nasci neste tempo? Por que amo? Por que sofro? Por que hei de morrer? Foi para dar uma resposta a estas questões que Deus Se fez homem. A sua proximidade traz luz onde há escuridão, e ilumina a quantos atravessam as trevas do sofrimento (cf. Lc 1, 79).

Merecem também uma referência as paisagens que fazem parte do Presépio; muitas vezes aparecem representadas as ruínas de casas e palácios antigos que, nalguns casos, substituem a gruta de Belém tornando-se a habitação da Sagrada Família. Parece que estas ruínas se inspiram na Legenda Áurea, do dominicano Jacopo de Varazze (século XIII), onde se refere a crença pagã segundo a qual o templo da Paz, em Roma, iria desabar quando desse à luz uma Virgem. Aquelas ruínas são sinal visível sobretudo da humanidade decaída, de tudo aquilo que cai em ruína, que se corrompe e definha. Este cenário diz que Jesus é a novidade no meio dum mundo velho, e veio para curar e reconstruir, para reconduzir a nossa vida e o mundo ao seu esplendor originário.

5. Uma grande emoção se deveria apoderar de nós, ao colocarmos no Presépio as montanhas, os riachos, as ovelhas e os pastores! Pois assim lembramos, como preanunciaram os profetas, que toda a criação participa na festa da vinda do Messias. Os anjos e a estrela-cometa são o sinal de que também nós somos chamados a pôr-nos a caminho para ir até à gruta adorar o Senhor.

«Vamos a Belém ver o que aconteceu e que o Senhor nos deu a conhecer» (Lc 2, 15): assim falam os pastores, depois do anúncio que os anjos lhes fizeram. É um ensinamento muito belo, que nos é dado na simplicidade da descrição. Ao contrário de tanta gente ocupada a fazer muitas outras coisas, os pastores tornam-se as primeiras testemunhas do essencial, isto é, da salvação que nos é oferecida. São os mais humildes e os mais pobres que sabem acolher o acontecimento da Encarnação. A Deus, que vem ao nosso encontro no Menino Jesus, os pastores respondem, pondo-se a caminho rumo a Ele, para um encontro de amor e de grata admiração. É precisamente este encontro entre Deus e os seus filhos, graças a Jesus, que dá vida à nossa religião e constitui a sua beleza singular, que transparece de modo particular no Presépio.

6. Nos nossos Presépios, costumamos colocar muitas figuras simbólicas. Em primeiro lugar, as de mendigos e pessoas que não conhecem outra abundância a não ser a do coração. Também estas figuras estão próximas do Menino Jesus de pleno direito, sem que ninguém possa expulsá-las ou afastá-las dum berço de tal modo improvisado que os pobres, ao seu redor, não destoam absolutamente. Antes, os pobres são os privilegiados deste mistério e, muitas vezes, aqueles que melhor conseguem reconhecer a presença de Deus no meio de nós.

No Presépio, os pobres e os simples lembram-nos que Deus Se faz homem para aqueles que mais sentem a necessidade do seu amor e pedem a sua proximidade. Jesus, «manso e humilde de coração» (Mt 11, 29), nasceu pobre, levou uma vida simples, para nos ensinar a identificar e a viver do essencial. Do Presépio surge, clara, a mensagem de que não podemos deixar-nos iludir pela riqueza e por tantas propostas efémeras de felicidade. Como pano de fundo, aparece o palácio de Herodes, fechado, surdo ao jubiloso anúncio. Nascendo no Presépio, o próprio Deus dá início à única verdadeira revolução que dá esperança e dignidade aos deserdados, aos marginalizados: a revolução do amor, a revolução da ternura. Do Presépio, com meiga força, Jesus proclama o apelo à partilha com os últimos como estrada para um mundo mais humano e fraterno, onde ninguém seja excluído e marginalizado.

Muitas vezes, as crianças (mas os adultos também!) gostam de acrescentar, no Presépio, outras figuras que parecem não ter qualquer relação com as narrações do Evangelho. Contudo esta imaginação pretende expressar que, neste mundo novo inaugurado por Jesus, há espaço para tudo o que é humano e para toda a criatura. Do pastor ao ferreiro, do padeiro aos músicos, das mulheres com a bilha de água ao ombro às crianças que brincam… tudo isso representa a santidade do dia a dia, a alegria de realizar de modo extraordinário as coisas de todos os dias, quando Jesus partilha connosco a sua vida divina.

7. A pouco e pouco, o Presépio leva-nos à gruta, onde encontramos as figuras de Maria e de José. Maria é uma mãe que contempla o seu Menino e O mostra a quantos vêm visitá-Lo. A sua figura faz pensar no grande mistério que envolveu esta jovem, quando Deus bateu à porta do seu coração imaculado. Ao anúncio do anjo que Lhe pedia para Se tornar a mãe de Deus, Maria responde com obediência plena e total. As suas palavras – «eis a serva do Senhor, faça-se em Mim segundo a tua palavra» (Lc 1, 38) – são, para todos nós, o testemunho do modo como abandonar-se, na fé, à vontade de Deus. Com aquele «sim», Maria tornava-Se mãe do Filho de Deus, sem perder – antes, graças a Ele, consagrando – a sua virgindade. N’Ela, vemos a Mãe de Deus que não guarda o seu Filho só para Si mesma, mas pede a todos que obedeçam à palavra d’Ele e a ponham em prática (cf. Jo 2, 5).

Ao lado de Maria, em atitude de quem protege o Menino e sua mãe, está São José. Geralmente, é representado com o bordão na mão e, por vezes, também segurando um lampião. São José desempenha um papel muito importante na vida de Jesus e Maria. É o guardião que nunca se cansa de proteger a sua família. Quando Deus o avisar da ameaça de Herodes, não hesitará a pôr-se em viagem emigrando para o Egito (cf. Mt 2, 13-15). E depois, passado o perigo, reconduzirá a família para Nazaré, onde será o primeiro educador de Jesus, na sua infância e adolescência. José trazia no coração o grande mistério que envolvia Maria, sua esposa, e Jesus; homem justo que era, sempre se entregou à vontade de Deus e pô-la em prática.

8. O coração do Presépio começa a palpitar, quando colocamos lá, no Natal, a figura do Menino Jesus. Assim Se nos apresenta Deus, num menino, para fazer-Se acolher nos nossos braços. Naquela fraqueza e fragilidade, esconde o seu poder que tudo cria e transforma. Parece impossível, mas é assim: em Jesus, Deus foi criança e, nesta condição, quis revelar a grandeza do seu amor, que se manifesta num sorriso e nas suas mãos estendidas para quem quer que seja.

O nascimento duma criança suscita alegria e encanto, porque nos coloca perante o grande mistério da vida. Quando vemos brilhar os olhos dos jovens esposos diante do seu filho recém-nascido, compreendemos os sentimentos de Maria e José que, olhando o Menino Jesus, entreviam a presença de Deus na sua vida.

«De facto, a vida manifestou-se» (1 Jo 1, 2): assim o apóstolo João resume o mistério da Encarnação. O Presépio faz-nos ver, faz-nos tocar este acontecimento único e extraordinário que mudou o curso da história e a partir do qual também se contam os anos, antes e depois do nascimento de Cristo.

O modo de agir de Deus quase cria vertigens, pois parece impossível que Ele renuncie à sua glória para Se fazer homem como nós. Que surpresa ver Deus adotar os nossos próprios comportamentos: dorme, mama ao peito da mãe, chora e brinca, como todas as crianças. Como sempre, Deus gera perplexidade, é imprevisível, aparece continuamente fora dos nossos esquemas. Assim o Presépio, ao mesmo tempo que nos mostra Deus tal como entrou no mundo, desafia-nos a imaginar a nossa vida inserida na de Deus; convida a tornar-nos seus discípulos, se quisermos alcançar o sentido último da vida.

9. Quando se aproxima a festa da Epifania, colocam-se no Presépio as três figuras dos Reis Magos. Tendo observado a estrela, aqueles sábios e ricos senhores do Oriente puseram-se a caminho rumo a Belém para conhecer Jesus e oferecer-Lhe de presente ouro, incenso e mirra. Estes presentes têm também um significado alegórico: o ouro honra a realeza de Jesus; o incenso, a sua divindade; a mirra, a sua humanidade sagrada que experimentará a morte e a sepultura.

Ao fixarmos esta cena no Presépio, somos chamados a refletir sobre a responsabilidade que cada cristão tem de ser evangelizador. Cada um de nós torna-se portador da Boa-Nova para as pessoas que encontra, testemunhando a alegria de ter conhecido Jesus e o seu amor; e fá-lo com ações concretas de misericórdia.

Os Magos ensinam que se pode partir de muito longe para chegar a Cristo: são homens ricos, estrangeiros sábios, sedentos de infinito, que saem para uma viagem longa e perigosa e que os leva até Belém (cf. Mt 2, 1-12). À vista do Menino Rei, invade-os uma grande alegria. Não se deixam escandalizar pela pobreza do ambiente; não hesitam em pôr-se de joelhos e adorá-Lo. Diante d’Ele compreendem que Deus, tal como regula com soberana sabedoria o curso dos astros, assim também guia o curso da história, derrubando os poderosos e exaltando os humildes. E de certeza, quando regressaram ao seu país, falaram deste encontro surpreendente com o Messias, inaugurando a viagem do Evangelho entre os gentios.

10. Diante do Presépio, a mente corre de bom grado aos tempos em que se era criança e se esperava, com impaciência, o tempo para começar a construí-lo. Estas recordações induzem-nos a tomar consciência sempre de novo do grande dom que nos foi feito, transmitindo-nos a fé; e ao mesmo tempo, fazem-nos sentir o dever e a alegria de comunicar a mesma experiência aos filhos e netos. Não é importante a forma como se arma o Presépio; pode ser sempre igual ou modificá-la cada ano. O que conta, é que fale à nossa vida. Por todo o lado e na forma que for, o Presépio narra o amor de Deus, o Deus que Se fez menino para nos dizer quão próximo está de cada ser humano, independentemente da condição em que este se encontre.

Queridos irmãos e irmãs, o Presépio faz parte do suave e exigente processo de transmissão da fé. A partir da infância e, depois, em cada idade da vida, educa-nos para contemplar Jesus, sentir o amor de Deus por nós, sentir e acreditar que Deus está connosco e nós estamos com Ele, todos filhos e irmãos graças àquele Menino Filho de Deus e da Virgem Maria. E educa para sentir que nisto está a felicidade. Na escola de São Francisco, abramos o coração a esta graça simples, deixemos que do encanto nasça uma prece humilde: o nosso «obrigado» a Deus, que tudo quis partilhar connosco para nunca nos deixar sozinhos.

Dado em Gréccio, no Santuário do Presépio, a 1 de dezembro de 2019, sétimo do meu pontificado.

FRANCISCO

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[1] Santo Agostinho, Sermão 189, 4.
[2]
Tomás de Celano, Vita Prima, 85: Fontes Franciscanas, 468.
[3]
Cf. ibid., 85: o. c., 469.
[4]
Ibid., 86: o. c., 470.

[01938-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

LIST APOSTOLSKI
Admirabile signum

OJCA ŚWIĘTEGO
FRANCISZKA
O ZNACZENIU I WARTOŚCI ŻŁÓBKA

1. Godny podziwu znak żłóbka, tak drogi chrześcijanom, zawsze budzi zadziwienie i zdumienie. Przedstawienie wydarzenia narodzin Jezusa oznacza zwiastowanie tajemnicy wcielenia Syna Bożego, z prostotą i radością. Żłóbek jest jakby żywą Ewangelią, która wypływa z kart Pisma Świętego. Kontemplując scenę Bożego Narodzenia, jesteśmy zaproszeni do duchowego wyruszenia w drogę, pociągnięci pokorą Tego, który stał się człowiekiem, aby spotkać każdego człowieka. I odkrywamy, że On nas miłuje tak bardzo, że jednoczy się z nami, abyśmy i my mogli się z Nim zjednoczyć.

Tym listem chciałbym wesprzeć piękną tradycję naszych rodzin, które w okresie poprzedzającym Boże Narodzenie przygotowują żłóbek, a także zwyczaj umieszczania go w miejscach pracy, szkołach, szpitalach, więzieniach, na placach... To naprawdę realizacja twórczej wyobraźni, która wykorzystuje najbardziej różnorodne materiały do tworzenia małych arcydzieł piękna. Uczymy się od dzieciństwa: kiedy tato i mama wraz z dziadkami przekazują ten radosny zwyczaj, który uosabia bogatą duchowość ludową. Chciałbym, aby ta praktyka nie ustała, a wręcz mam nadzieję, że tam, gdzie została zaniechana, zostanie odkryta na nowo i ożywiona.

2. Pochodzenie żłóbka jest zgodne przede wszystkim z niektórymi ewangelijnymi szczegółami narodzin Jezusa w Betlejem. Św. Łukasz Ewangelista mówi zwyczajnie, że Maryja „porodziła swego pierworodnego Syna, owinęła Go w pieluszki i położyła w żłobie, gdyż nie było dla nich miejsca w gospodzie” (2, 7). Jezus został złożony w żłobie, który po łacinie nazywa się praesepium, skąd bierze się włoskie słowo presepe, a od którego wywodzimy nasze określenie żłóbek.

Wchodząc w ten świat, Syn Boży znajduje miejsce tam, gdzie zwierzęta przychodzą jeść. Siano staje się pierwszym posłaniem dla Tego, który objawi się jako „chleb, który z nieba zstąpił” (J 6, 41). Symbolikę tę uchwycił już św. Augustyn wraz z innymi Ojcami, gdy napisał: „W żłobie położony stał się pokarmem naszym” (Mowa 189, 4, w: Wybór mów, ATK, Warszawa 1973, s. 38). Istotnie, żłóbek zawiera różne tajemnice życia Jezusa i sprawia, że odczuwamy je jako bliskie naszego codziennego życia.

Przejdźmy jednak od razu do pochodzenia żłóbka, tak jak go pojmujemy. Myślą udajemy się do Greccio, w Valle Reatina, gdzie św. Franciszek prawdopodobnie się zatrzymał, zapewne w drodze z Rzymu, gdzie 29 listopada 1223 r. otrzymał od papieża Honoriusza III zatwierdzenie swojej Reguły. Po jego podróży do Ziemi Świętej, groty te przypominały mu w szczególny sposób krajobraz Betlejem. I możliwe, że w Rzymie, w Bazylice Santa Maria Maggiore, Biedaczyna był pod wrażeniem mozaik przedstawiających narodziny Jezusa, tuż obok miejsca, w którym zgodnie ze starożytną tradycją zachowały się deski żłóbka.

Źródła franciszkańskie szczegółowo opisują to, co wydarzyło się w Greccio. Piętnaście dni przed Świętami Bożego Narodzenia, Franciszek wezwał pewnego miejscowego człowieka o imieniu Jan i poprosił go o pomoc w spełnieniu pragnienia: „Chcę bowiem dokonać pamiątki Dziecięcia, które narodziło się w Betlejem. Chcę naocznie pokazać Jego braki w niemowlęcych potrzebach, jak został położony w żłobie i jak złożony był na sianie w towarzystwie wołu i osła”[1] (FF, 468). Wierny przyjaciel, skoro tylko usłyszał, natychmiast poszedł, aby przygotować na wyznaczonym miejscu wszystko, co było potrzebne, zgodnie z życzeniem Świętego. 25 grudnia z różnych stron przybyło do Greccio wielu braci. Przybyli także mężczyźni i kobiety z okolicznych obejść, przynosząc kwiaty i pochodnie, aby rozświetlić tę świętą noc. Franciszek po przybyciu, znalazł żłób z sianem, wołu i osiołka. Ludzie, którzy się zbiegli, w obliczu sceny Bożego Narodzenia, okazali nigdy wcześniej niezaznaną, niewypowiedzianą radość. Następnie kapłan uroczyście odprawił na żłobie Eucharystię, ukazując związek między Wcieleniem Syna Bożego a Eucharystią. Przy tej okazji w Greccio nie było figurek: szopka została stworzona i zrealizowana przez tych, którzy byli obecni[2].

W ten sposób zrodziła się nasza tradycja: wszyscy wokół groty, pełni radości, bez żadnego już dystansu między wydarzeniem, które się dokonuje, a tymi, którzy stają się uczestnikami tajemnicy.

Pierwszy biograf św. Franciszka, Tomasz z Celano, przypomina, że tamtej nocy do prostej i wzruszającej sceny dołączył dar cudownego widzenia: jeden z obecnych widział Dzieciątko Jezus leżące w żłobie. Od tego żłóbka Bożego Narodzenia roku 1223, „każdy z radością powrócił do siebie”[3].

3. Święty Franciszek, z prostotą tego znaku, dokonał wielkiego dzieła ewangelizacji. Jego nauczanie przeniknęło do serc chrześcijan i pozostaje aż do naszych dni jako autentyczna forma zaproponowania na nowo piękna naszej wiary z prostotą. Z drugiej strony, samo miejsce, w którym zrealizowano pierwszy żłóbek, wyraża i pobudza te uczucia. Greccio staje się schronieniem dla duszy, ukrywającej się na skale, aby dać się ogarnąć w milczeniu.

Dlaczego żłóbek wzbudza tyle zadziwienia i nas wzrusza? Przede wszystkim dlatego, że ukazuje czułość Boga. On, Stwórca wszechświata, uniża się do naszej małości. Dar życia, sam już za każdym razem dla nas tajemniczy, fascynuje nas jeszcze bardziej, gdy widzimy, że Ten, który narodził się z Maryi, jest źródłem i wsparciem każdego życia. W Jezusie Ojciec dał nam brata, który wychodzi, by nas szukać, kiedy jesteśmy zdezorientowani i zatracamy kierunek; wiernego przyjaciela, który jest zawsze blisko nas; dał nam swego Syna, który nam przebacza i podnosi nas z grzechu.

Tworzenie żłóbka w naszych domach pomaga nam przeżyć na nowo historię, którą przeżywano w Betlejem. Oczywiście Ewangelie zawsze pozostają źródłem, które pozwala poznać i rozważać to wydarzenie. Jednak jego przedstawienie w żłóbku pomaga wyobrazić sobie sceny, pobudza uczucia, zachęca do poczucia się zaangażowanymi w historię zbawienia, współczesnymi wydarzeniu, które jest żywe i aktualne w najróżniejszych kontekstach historycznych i kulturowych.

W sposób szczególny, począwszy od swego franciszkańskiego pochodzenia, żłóbek jest zachętą do „odczuwania”, „dotknięcia” ubóstwa, które Syn Boży wybrał dla siebie w swoim wcieleniu. W ten sposób jest to pośrednio wezwanie do naśladowania Jego drogi pokory, ubóstwa, ogołocenia, która prowadzi od betlejemskiego żłóbka do krzyża. Jest to wezwanie, aby Go spotkać i miłosiernie Mu służyć w najbardziej potrzebujących braciach i siostrach (por. Mt 25, 31-46).

4. Chciałbym teraz dokonać przeglądu różnych znaków żłóbka, aby pojąć znaczenie, jakie w sobie niosą. Po pierwsze, opisujemy kontekst gwiaździstego nieba w ciemności i w ciszy nocy. Czynimy to nie tylko z powodu wierności opisom ewangelijnym, ale także ze względu na znaczenie, jakie posiada. Pomyślmy, ile razy nasze życie otacza noc. Otóż, nawet w tych chwilach Bóg nie zostawia nas samymi, ale staje się obecny, aby odpowiedzieć na decydujące pytania dotyczące sensu naszego istnienia: kim jestem? Skąd pochodzę? Dlaczego urodziłem się w tym czasie? Dlaczego kocham? Dlaczego cierpię? Dlaczego umrę? Aby odpowiedzieć na te pytania, Bóg stał się człowiekiem. Jego bliskość niesie światło tam, gdzie jest mrok i oświeca tych, którzy przechodzą przez ciemności cierpienia (por. Łk 1, 79).

Warto też zwrócić uwagę na krajobrazy, będące częścią żłóbka. Często przedstawiają one ruiny starożytnych domów i budynków, które w pewnych przypadkach zastępują Grotę Betlejemską i stają się domem Świętej Rodziny. Wydaje się, że ruiny te zostały zainspirowane Złotą Legendą dominikanina, Jakuba da Voragine (XIII wiek), gdzie czytamy o pewnym pogańskim przekonaniu, że Świątynia Pokoju w Rzymie upadnie, gdy porodzi Dziewica. Te ruiny są przede wszystkim widzialnym znakiem upadłej ludzkości, tego wszystkiego, co popada w ruinę, co jest zepsute i zasmucone. Ta sceneria mówi, że Jezus jest nowością pośród starego świata i przyszedł, aby uleczyć i odbudowywać, żeby przywrócić nasze życie i świat do pierwotnej wspaniałości.

5. Ileż wzruszenia powinno nam towarzyszyć, gdy umieszczamy w żłóbku góry, strumienie, owce i pasterzy! W ten sposób pamiętamy, że – jak zapowiadali prorocy – całe stworzenie uczestniczy w święcie przyjścia Mesjasza. Aniołowie i gwiazdy-komety są znakiem, że my również jesteśmy powołani, by wyruszyć, dotrzeć do groty i adorować Pana.

„Pójdźmy do Betlejem i zobaczmy, co się tam zdarzyło i o czym nam Pan oznajmił” (Łk 2, 15): tak mówią pasterze po tym, co zwiastowali aniołowie. To bardzo piękne nauczanie, które do nas dociera w prostocie opisu. W przeciwieństwie do wielu ludzi, którzy mają zamiar zrobić tysiące innych rzeczy, pasterze stają się pierwszymi świadkami tego, co istotne, to znaczy zbawienia, które jest dane. To najbardziej pokorni i najubożsi potrafią przyjąć wydarzenie Wcielenia. Bogu, który przychodzi spotkać się z nami w Dzieciątku Jezus, pasterze odpowiadają, wyruszając ku Niemu, na spotkanie miłości i wdzięcznego zdumienia. To właśnie spotkanie między Bogiem a Jego dziećmi, dzięki Jezusowi, rodzi naszą religię, stanowiąc jej wyjątkowe piękno, które w szczególny sposób jaśnieje w żłóbku.

6. W naszych żłóbkach zwykle umieszczamy wiele figurek symbolicznych. Przede wszystkim żebrzących i ludzi, którzy nie znają żadnej innej obfitości poza obfitością serca. Również one są pełnoprawnie bliskie Dzieciątku Jezus, i nikt nie może ich eksmitować ani odsunąć od kołyski, tak bardzo prowizorycznej, że otaczający ją ubodzy wcale nie są dysonansem. Ubodzy są wręcz uprzywilejowani w tej tajemnicy i często najbardziej potrafią rozpoznać obecność Boga wśród nas.

Ubodzy i ludzie prości w żłóbku przypominają, że Bóg staje się człowiekiem dla tych, którzy bardziej odczuwają potrzebę Jego miłości i proszą o Jego bliskość. Jezus, „cichy i pokorny sercem” (Mt 11, 29), urodził się ubogi, prowadził proste życie, aby nas nauczyć uchwycenia tego, co istotne i tym żyć. Ze żłóbka wyraźnie wyłania się przesłanie, że nie możemy dać się zwieść bogactwu i wielu ulotnym propozycjom szczęścia. Pałac Heroda jest w tle, zamknięty, głuchy na zwiastowanie radości. Rodząc się w żłobie, sam Bóg rozpoczyna jedyną prawdziwą rewolucję, która daje nadzieję i godność wydziedziczonym, usuniętym na margines: rewolucję miłości, rewolucję czułości. Ze żłóbka Jezus, z łagodną mocą wygłasza apel o dzielenie się z ostatnimi, jako drogę do bardziej ludzkiego i braterskiego świata, w którym nikt nie jest wykluczony i usuwany na margines.

Często dzieci - ale nawet dorośli! - lubią dodawać do żłóbka inne figurki, które zdają się nie mieć związku z opowieściami ewangelijnymi. A jednak ta wyobraźnia pragnie wyrazić, że w nowym świecie, zainaugurowanym przez Jezusa, jest miejsce dla wszystkiego, co ludzkie i dla każdego stworzenia. Od pasterza po kowala, od piekarza po muzyków, od kobiet niosących dzbany z wodą, po bawiące się dzieci...: wszystko to przedstawia codzienną świętość, radość z wykonywania w niezwykły sposób codziennych czynności, gdy Jezus dzieli z nami swoje Boskie życie.

7. Stopniowo żłóbek prowadzi nas do groty, w której znajdują się figurki Maryi i Józefa. Maryja jest mamą, która podziwia swoje dziecko i ukazuje je tym, którzy przychodzą, by je odwiedzić. Jej figurka przywodzi na myśl wielką tajemnicę, która dotyczyła tej Dziewczyny, gdy Bóg zapukał do drzwi Jej niepokalanego serca. Na zwiastowanie anioła, który prosił Ją, by została Matką Boga, Maryja odpowiedziała pełnym i całkowitym posłuszeństwem. Jej słowa: „Oto Ja służebnica Pańska, niech Mi się stanie według twego słowa!” (Łk 1, 38), są dla nas wszystkich świadectwem tego, jak w wierze oddać się woli Bożej. Dzięki temu „tak”, Maryja stała się matką Syna Bożego, nie tracąc swego dziewictwa, a wręcz uświęcając je dzięki Niemu. Widzimy w Niej Matkę Boga, która nie zachowuje swego Syna jedynie dla siebie, ale prosi wszystkich, aby byli posłuszni Jego słowu i wprowadzali je w życie (por. J 2, 5).

Obok Maryi, w postawie chronienia Dzieciątka i Jego Matki, jest święty Józef. Zwykle przedstawiany jest z kijem w dłoni, a czasem również trzymający lampę. Święty Józef odgrywa bardzo ważną rolę w życiu Jezusa i Maryi. Jest opiekunem, który niestrudzenie chroni swoją rodzinę. Kiedy Bóg przestrzega go przed zagrożeniem ze strony Heroda, nie waha się wyruszyć w drogę i wyemigrować do Egiptu (por. Mt 2, 13-15). A gdy niebezpieczeństwo minie, zabierze rodzinę z powrotem do Nazaretu, gdzie będzie pierwszym wychowawcą Jezusa - dziecka i nastolatka. Józef nosił w sercu wielką tajemnicę, która otaczała Jezusa i Maryję, jego oblubienicę, i jako człowiek sprawiedliwy zawsze ufał woli Bożej i ją realizował.

8. Serce żłóbka zaczyna bić, kiedy w Boże Narodzenie składamy w nim figurkę Dzieciątka Jezus. Bóg przedstawia się w ten sposób w dziecku, aby powierzyć się objęciu naszych ramion. W słabości i kruchości ukrywa swoją moc, która wszystko stwarza i przekształca. Wydaje się to niemożliwe, a jednak tak jest: w Jezusie Bóg był dzieckiem i jako takie chciał objawić wspaniałość swojej miłości, która przejawia się w uśmiechu i w wyciągnięciu rąk ku każdemu.

Narodziny dziecka budzą radość i zadziwienie, ponieważ stawiają przed wielką tajemnicą życia. Widząc jaśniejące oczy młodych małżonków, gdy stają przed ich nowo narodzonym synem, rozumiemy uczucia Maryi i Józefa, którzy obserwując Dzieciątko Jezus, dostrzegli obecność Boga w swoim życiu.

„Bo życie objawiło się” (1 J 1, 2): w ten sposób apostoł Jan podsumowuje tajemnicę Wcielenia. Żłóbek ukazuje nam, pozwala nam dotknąć tego wyjątkowego i niezwykłego wydarzenia, które zmieniło bieg historii, a od którego również liczymy lata przed i po narodzeniu Chrystusa.

Sposób działania Boga niemal oszałamia, ponieważ wydaje się niemożliwe, aby wyrzekł się swojej chwały, żeby stać się człowiekiem, takim jak my. Cóż za niespodzianka, że Bóg przyjmuje nasze własne zachowania: śpi, karmi się mlekiem matki, płacze i bawi się jak wszystkie dzieci! Jak zawsze, Bóg wprawia w zakłopotanie, jest nieprzewidywalny, nieustannie poza naszymi schematami. Zatem żłóbek ukazując nam Boga wkraczającego w świat, pobudza nas do myślenia o naszym życiu wpisanym w życie Boga; zachęca, abyśmy stali się Jego uczniami, jeśli chcemy osiągnąć ostateczny sens życia.

9. Kiedy zbliża się święto Objawienia Pańskiego umieszczane są w żłóbku trzy figurki Mędrców. Obserwując gwiazdę, ci mądrzy i bogaci władcy ze Wschodu udali się do Betlejem, aby poznać Jezusa i ofiarować mu dary w postaci złota, kadzidła i mirry. Również te dary mają znaczenie alegoryczne: złoto oddaje cześć królewskości Jezusa; kadzidło jego boskości; mirra, jego świętemu człowieczeństwu, które zazna śmierci i pochówku.

Patrząc na tę scenę w żłóbku, jesteśmy wezwani do refleksji na temat odpowiedzialności każdego chrześcijanina za bycie ewangelizatorem. Każdy z nas staje się przynoszącym Dobrą Nowinę tym, których spotykamy, dając świadectwo radości ze spotkania z Jezusem i umiłowaniem Go poprzez konkretne uczynki miłosierdzia.

Mędrcy nauczają, że można wychodzić z bardzo daleka, aby dotrzeć do Chrystusa. Są ludźmi bogatymi, mądrymi cudzoziemcami, spragnionymi nieskończoności, wyruszającymi w długą i niebezpieczną podróż, która wiedzie ich do Betlejem (por. Mt 2, 1-12). Gdy stają przed Królem-Dzieciątkiem przepełnia ich wielka radość. Nie dają się zgorszyć ubóstwem otoczenia. Nie wahają się paść na kolana i oddać Mu pokłon. Przed Nim rozumieją, że Bóg, podobnie jak z suwerenną mądrością kieruje gwiazdami, tak też kieruje biegiem historii, uniżając możnych i wywyższając pokornych. Z pewnością po powrocie do swego kraju opowiedzieli o tym zaskakującym spotkaniu z Mesjaszem, zapoczątkowując podróż Ewangelii pośród narodów.

10. Gdy stajemy przed żłóbkiem, myśl chętnie powraca do okresu dzieciństwa, kiedy niecierpliwie oczekiwaliśmy, aby zacząć go budować. Wspomnienia te prowadzą nas do ciągłego uświadamiania sobie wielkiego daru, który został nam dany wraz z przekazaną nam wiarą. Jednocześnie sprawiają, że odczuwamy obowiązek i radość umożliwienia naszym dzieciom i wnukom udziału w tym samym doświadczeniu. Nie ma znaczenia, w jaki sposób urządzony jest żłóbek. Może być zawsze taki sam, albo przerabiany co roku. Liczy się to, aby przemawiał do naszego życia. Wszędzie i w jakiejkolwiek formie, żłóbek mówi o miłości Boga – Boga, który stał się dzieckiem, aby nam powiedzieć, jak blisko jest każdego człowieka, niezależnie od stanu, w którym się on znajduje.

Drodzy bracia i siostry, żłóbek należy do miłego i wymagającego procesu przekazywania wiary. Począwszy od dzieciństwa, a następnie w każdym okresie życia, uczy nas kontemplować Jezusa, odczuwać miłość Boga do nas, odczuwać i wierzyć, że Bóg jest z nami, a my jesteśmy z Nim, wszyscy jako dzieci i bracia dzięki temu Dzieciątku, Synowi Boga i Dziewicy Maryi. I odczuwać, że na tym polega szczęście. W szkole świętego Franciszka otwórzmy serce na tę prostą łaskę, pozwólmy, aby z zadziwienia zrodziła się pokorna modlitwa: nasze „dziękuję” Bogu, który zechciał dzielić z nami wszystko, aby nas nigdy nie zostawić samymi.

W Greccio, w Sanktuarium Żłóbka, 1 grudnia 2019 r., w siódmym roku mego pontyfikatu.

FRANCISZEK

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[1] Tomasz z Celano, Żywot pierwszy świętego Franciszka, 84: Źródła franciszkańskie (FF), n. 468.
[2]
Por. tamże, 85: FF, n. 469.
[3]
Tamże, 86: FF, n. 470.

[01938-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة بابوية

للحبر الأعظم البابا فرنسيس

علامة رائعة

في معنى وقيمة المغارة

1. إن العلامة الرائعة لمغارة الميلاد هو مشهد عزيز على الشعب المسيحي، يبعث دائمًا على الاندهاش والإعجاب. هذه الصورة لحدث ميلاد يسوع إنما هي إعلان، ببساطة وفرح، لسر تجسد ابن الله. المذود، في الواقع، هو مِثل إنجيل حي، يتدفق من صفحات الكتاب المقدس. نحن مدعوون، حين نتأمل في مشهد عيد الميلاد، للانطلاق والسير بالروح، منجذبين من تواضع ذلك الذي أصبح إنسانًا للقاء كلّ انسان. فنكتشف أنه أحبنا كثيرًا حتى أراد أن يتحد بنا، لنتمكن نحن أيضًا من الاتحاد به.

مع هذه الرسالة، أود أن أدعم التقليد الجميل في عائلاتنا، الخاص بإعداد المغارة في الأيام التي تسبق عيد الميلاد. وقد جرت العادة أن تقام أيضًا في أماكن العمل والمدارس والمستشفيات والسجون والساحات... إنه حقًا تدريب للخيال الإبداعي، حيث تُستخدم المواد الأكثر تباينًا لإنشاء روائع صغيرة من الجمال. منذ الطفولة نتعلم: عندما يَنقل الأب والأم، والأجداد، هذه العادة البهيجة، التي تُجسد روحانية شعبية غنية. أتمنى ألا تغيب أهمية هذا التقليد، بل أتمنى أن تزداد ويعاد اكتشاف معناه وإحيائه أينما غاب.

2. نجد أصل مغارة الميلاد، أولاً وقبل كل شيء، في بعض التفاصيل الإنجيلية لميلاد يسوع في بيت لحم. يقول لوقا الإنجيلي ببساطة إن مريم "ولَدَتِ ابنَها البِكَر، فَقَمَّطَتهُ وأَضجَعَتهُ في مِذوَدٍ لأَنَّهُ لم يَكُنْ لَهُما مَوضِعٌ في الـمَضافة" (2، 7).

إن ابن الله، عند دخوله إلى هذا العالم، يجد له مكانًا في مغارة الحيوانات حيث تتناول طعامها. التبن أصبح أول مذود لمن سيقول عن نفسه إنه "الخُبزُ الَّذي نَزَلَ مِنَ السَّماء" (يو 6، 41). رأى هذا الرمز القديس أغسطينُوس، وكذلك آباء الكنيسة الآخرون، فكتب: "المُضجَع في المذود، أصبح طعامنا" (عظة 189، 4). في الواقع، يشير المذود إلى العديد من الأسرار في حياة يسوع، ويقربها من حياتنا اليومية.

لننظر في أصل مغارة الميلاد كما نفهمها. لنذهب بالروح إلى بلدة غريتشو (Greccio)، إلى وادي رياتينا (Reatina) حيث توقف القدّيس فرنسيس وهو عائد على الأرجح من روما، بعد أن حصل من البابا هونوريوس الثالث في 29 نوفمبر/تشرين الثاني 1223 على المصادقة على قانون الرهبنة. ثم، في رحلته إلى الأرض المقدسة، ذكرَّته المغاور الكثيرة التي شاهدها هناك بمغارة بيت لحم. ومن الممكن أن يكون هذا "الراهب الفقير" قد تأثر أيضًا بالفسيفساء التي تمثل ولادة يسوع، في روما، في بازيلكا القديسة مريم الكبرى، حيث يروي تقليد قديم، بالإضافة إلى ذلك، أن "خشب" المذود كان محفوظًا هناك.

تخبر مصادر الرهبنة الفرنسيسكانية بالتفصيل ما حدث في غريتشو. خمسة عشر يومًا قبل عيد الميلاد، اتصل فرنسيس برجل هناك يُدعى يوحنا، وطلب منه مساعدته في تحقيق أمنية: "أرغب في أن أمثل الطفل المولود في بيت لحم، لأرى بعينيَّ نوعًا ما المصاعب التي وُجد فيها بسبب عدم توفُّر الأشياء اللازمة لطفل مولود حديثًا، وكيف أضجع في المذود وكيف نام على التبن بين الثور والحمار"[1]. بمجرد أنه استمع إليه، ذهب صديقه المؤمن على الفور ليهيئ كل ما يحتاج إليه في المكان المحدد، حسب رغبة القديس فرنسيس. في 25 ديسمبر/كانون الأوّل، جاء الكثير من الرهبان إلى غريتشو من مختلف المناطق، كما وصل رجال ونساء من القرى المجاورة في المنطقة، وأحضروا معهم الورود والمشاعل لتضيء تلك الليلة المقدسة. عندما وصل فرنسيس، وجد المذود والتبن والثور والحمار. وفرح الناس القادمون إلى هناك فرحًا عظيما، لم يشعروا به من قبل. ثم احتفل الكاهن، على المذود، بسر الإفخارستيا، موضحًا الصلة بين تجسد ابن الله والإفخارستيا. في تلك المناسبة في غريتشو، لم يكن هناك تماثيل. كانت المغارة حيّة بأولئك الذين كانوا حاضرين[2].

هكذا ولدت تقاليدنا: تواجد الجميع حول المغارة المليئة بالفرح، دون وجود أي مسافة بين الحدث الذي تم والذين أصبحوا مشاركين فيه.

يذكر توماسو دا شيلانو، كاتب سيرة القديس فرنسيس، أنه في تلك الليلة، بالإضافة إلى المشهد البسيط والمؤثر، حدثت رؤية عجيبة: رأى أحد الحاضرين الطفل يسوع نفسه مضجعًا في المذود. من مغارة الميلاد عام 1223، "عاد الجميع إلى منازلهم ممتلئين بفرح لا يوصف"[3].

3. حقق القديس فرنسيس، مع بساطة هذا المشهد، بشارة عظيمة. لقد نفذ تعليمه في قلوب المسيحيين وبقي حتى أيامنا. كانت هذه طريقة عفوية لتقديم روعة إيماننا بصورة بسيطة. من ناحية أخرى، فإن المكان الذي صُنعت فيه المغارة الأولى يُعبِّر عن تلك المشاعر ويثيرها في النفس. أصبحت غريتشو ملجأ للنفس التي تختبئ على الصخرة ليغمرها الصمت.

لماذا تثير فينا هذه المغارة الدهشة وتحرك مشاعرنا؟ بدايةً لأنها تُظهر لنا حنان الله: خالق الكون نزل إلينا في ضَعتنا. هبة الحياة، التي هي سر دائم أمامنا، تزيد اندهاشنا عندما نرى أن المولود من مريم هو المصدر والعون لكل حياة. في يسوع، أعطانا الآب أخًا لنا أتى ليبحث عنا عندما نضيع ولا نعرف أين نتوجه. إنه صديق مخلص وقريب منا دائمًا. أعطانا الله ابنه ليغفر لنا ويقيمنا من الخطيئة.

إقامة مغارة الميلاد في بيوتنا يساعدنا على إحياء الحدث الذي حدث في بيت لحم. بطبيعة الحال، تبقى الأناجيل دائمًا المصدر الذي يسمح بمعرفة هذا الحدث والتأمل فيه، ومع ذلك، فإن تمثيل الحدث في مغارة الميلاد يساعد على تخيل المشاهد، ويحفِّز على التأثر بها، ويدعونا إلى الشعور بالاندماج في تاريخ الخلاص، وأن نكون معاصرين لهذا الحدث الذي يبقى حيًّا وحاضرًا في مختلف السياقات التاريخية والثقافية.

إن مغارة الميلاد، منذ هذه البداية الفرنسيسكانية، هي دعوة لكي "نشعر" و"نلمس" الفقر الذي اختاره ابن الله لنفسه في تجسده. إنها ضمنًا دعوة لاتباعه على طريق التواضع والفقر والتجرد التي تقودنا من مذود بيت لحم إلى الصليب. هي دعوة للقائه وخدمته بأعمال الرحمة للإخوة والأخوات، مَن هم أشدهم حاجة. (را. متى 25، 31- 46).

4. أوَدُّ الآن أن أستعرض الرموز المختلفة في مغارة الميلاد لفهم المعنى التي تتضمنه. أولاً، ننظر إلى السماء المرصعة بالنجوم في صمت الليل. نقوم بذلك، ليس فقط لنبقى أمناء للرواية الإنجيلية التي تقول ذلك، لكن أيضًا من أجل المعنى الذي توحي به. لنفكر في المرات الكثيرة التي فيها يحيط الليل بحياتنا. حتى في تلك اللحظات، لا يتركنا الله وحدنا. إنما هو حاضر للإجابة على الأسئلة الحاسمة المتعلقة بمعنى وجودنا: من أنا؟ من أين أتيت؟ لماذا ولدت في هذا الوقت؟ لماذا أُحِب؟ لماذا أعاني؟ لماذا سأموت؟ للإجابة على هذه الأسئلة، صار الله إنسانًا. إن قربه منا يجلب النور حيث يوجد الظلام وينيرنا كلما عبرنا بظلام المعاناة (را. لو 1، 79).

أتوقف أيضًا عند المناظر الطبيعية التي تشكل جزءًا من مغارة الميلاد، منها أنقاض المنازل والقصور القديمة، والتي تحل في بعض الحالات محل مغارة بيت لحم، وتصبح بالتالي منزل العائلة المقدسة. يبدو أن هذه الأنقاض مستوحاة من كتاب "الرواية الذهبية" (Legenda Aurea) للراهب الدومينيكاني يعقوب دا فاراتسي (القرن الثالث عشر)، حيث نقرأ فيها عن اعتقاد وثني بأن معبد السلام في روما سينهار عندما تنجب العذراء. هذه الأنقاض هي علامة مرئية للإنسانية المنهارة، ولكل شيء يذهب إلى الخراب، لكل ما هو فاسد وكئيب. هذا المشهد يقول إن يسوع هو الحداثة في وسط العالم القديم، وقد جاء ليشفي وليعيد البناء، وليرجع حياتنا والعالم إلى بهائه الأصلي.

5. كم من المشاعر ترافقنا بينما نضع في مغارة الميلاد الجبال والأنهار والأغنام والرعاة! بهذه الطريقة نتذكر، كما سبق وتنبأ الأنبياء، أن كل الخليقة تشارك في الاحتفال بمجيء المسيح. الملائكة والنجمة هم علامة على أننا مدعوون نحن أيضًا للانطلاق للوصول إلى المغارة والسجود للرب يسوع.

"هلُمَّ بِنا إِلى بَيتَ لَحم، فَنَرَى ما حَدَثَ، ذاكَ الَّذي أَخبَرَنا بِه الرَّبّ" (لو 2، 15): هذا ما قاله الرعاة بعد بشارة الملائكة. إنه تعليم جميل للغاية، يأتينا في وصف بسيط. على عكس الكثير من الناس الذين يريدون القيام بألف شيء وشيء، يصبح الرعاة أول شهود لِمَا هو أساسي، أي للخلاص الذي أعطي لهم. إنهم الأكثر تواضعًا والأكثر فقرًا والذين عرفوا كيف يستقبلون حدث التجسد. إلى الله الذي أتى للقائنا في الطفل يسوع، يستجيب الرعاة بالانطلاق نحوه، من أجل لقاء مفعم بالحب والامتنان. إن هذا اللقاء بالتحديد بين الله وأبنائه، بواسطة يسوع، هو الذي يعطي الحياة لديانتنا، ويصنع جمالها الفريد، الذي يتألق بطريقة خاصة في مغارة الميلاد.

6. نضع عادةً في مغارة الميلاد العديد من التماثيل الرمزية، منها تماثيل لأناس متسولين، فقراء، لا يعرفون أية وفرة غير وفرة القلب. هؤلاء أيضًا قريبون من الطفل يسوع وبحق كامل، ولا أحد يقدر أن يخرجهم أو يبعدهم من مهد في غاية الفقر، والفقراء من حوله هم المفضَّلون. في الواقع، الفقراء هم المتميزون في هذا السر، وهم غالبًا الأكثر قدرة على إدراك حضور الله بيننا.

يُذَكِّر الفقراء والبسطاء في مغارة الميلاد أن الله أصبح إنسانًا لأولئك الذين يشعرون بالحاجة إلى حبه ويسألون عن قربه. يسوع "وَديعٌ مُتواضِعُ القَلْب" (متى 11، 28)، ولد فقيرًا، وعاش حياة بسيطة ليعلمنا أن نجني ما هو أساسي وأن نحيا به. من مغارة الميلاد تظهر بوضوح الرسالة أننا لا نستطيع أن نترك أنفسنا نُخدع بالثروة وبمشاريع كثيرة سعادتها عابرة وتزول بسرعة. قصر هيرودس، في خلفية المشهد، مغلق، وأصم أمام البشرى السارة. الله نفسه، الذي وُلد في مغارة الميلاد، يبدأ الثورة الحقيقية الوحيدة التي تمنح الرجاء والكرامة للمحرومين والمهمشين: إنها ثورة الحب والحنان. يعلن يسوع، من مغارة الميلاد، بقوة لطيفة، الدعوة إلى التقاسم مع الأخيرين، طريقًا نحو عالم أكثر إنسانية وأخُوّة، حيث لا يتم إقصاء أحد ولا تهميشه.

في كثير من الأحيان يحب الأطفال - وحتى الكبار! - إضافة تماثيل أخرى إلى مغارة الميلاد التي تبدو أنها لا تمت بصلة إلى روايات الأناجيل. ومع ذلك، فإن هذا الخيال يهدف إلى التعبير أنه في هذا العالم الجديد الذي بدأه يسوع، هناك مساحة لكل ما هو إنساني ولكل مخلوق. من الراعي إلى الحدّاد، من الخباز إلى الموسيقيين، ومن النساء اللواتي يحملن جرار الماء، إلى الأطفال الذين يلعبون ...: كل هذا يمثل القداسة اليومية، والفرح بالقيام بالأمور العادية في حياتنا بطريقة غير عادية، عندما يشركنا يسوع في حياته الإلهية.

7. شيئًا فشيئًا تقودنا مغارة الميلاد إلى مكان الميلاد، حيث نجد تمثالين مريم ويوسف. مريم هي الأم التي تتأمل في طفلها وتقدمه لأولئك الذين يأتون لزيارته. تمثالها الصغير يجعلنا نفكر في السر العظيم الذي تحمله هذه الفتاة منذ أن طرق الله باب قلبها الطاهر. عندما بشرها الملاك الذي طلب منها أن تصبح والدة الله، أجابت مريم بطاعة كاملة وشاملة. إن كلماتها: "أَنا أَمَةُ الرَّبّ فَليَكُنْ لي بِحَسَبِ قَوْلِكَ" (لو 1، 38)، هي شهادة لنا جميعًا تعلمنا كيف نتخلى عن ذاتنا بإيمان لتتمة مشيئة الله. بكلمة "نعم" أصبحت مريم والدة ابن الله دون أن تفقد بتوليتها، بل ثبَّتت بتوليتها بتلك الإجابة. نرى فيها والدة الإله التي لا تحتفظ بابنها فقط لنفسها، بل تقدِّمه للجميع وتطلب من الجميع أن يطيعوا كلمته وأن يعيشوا بحسبها (را. يو 2، 5).

يقف القديس يوسف، إلى جانب مريم، من أجل حماية الطفل ووالدته. عادة ما يتم تصويره والعصا بيده، وأحيانًا يمسك بقنديل. يلعب القديس يوسف دورًا مهمًا في حياة يسوع ومريم. إنه الحارس الذي لا يتعب أبدًا من حماية عائلته. عندما حذره الله من تهديد هيرودس، انطلق من دون تردد وهاجر إلى مصر (را. متى 2، 13- 15). وبمجرد انتهاء الخطر، يعيد من جديد العائلة إلى الناصرة، حيث سيكون أول مربي ليسوع الصبي واليافع. حمل يوسف في قلبه السر الكبير الذي غمر يسوع وخطيبته مريم، وكرجل صادق كان يثق دائمًا بإرادة الله ويضعها موضع التنفيذ.

8. يبدأ قلب المغارة بالخفقان عندما نضع، في عيد الميلاد المجيد، تمثالَ الطفل يسوع. الله يقدم نفسه بصورة طفل نحمله بين أذرعنا. تحت مظاهر الضعف والهشاشة تختفي قوته، فهو خالق كل شيء ومبدِّل كل شيء. يبدو الأمر مستحيلًا، لكنه كذلك: في يسوع كان الله طفلًا، وفي هذه الحالة أراد أن يكشف عن عظمة حبه، الذي يظهر في ابتسامته وفي يديه التي يمدهما إلى كل واحد.

كل ولادة طفل تثير الفرح والاندهاش، لأنها تضعنا أمام سر الحياة الكبير. يمكن رؤية أعين الزوجين الشابين المضيئة فرحًا أمام ابنهما المولود حديثًا. كذلك نفهم مشاعر مريم ويوسف وهما ينظران إلى الطفل يسوع، وقد أدركا حضور الله في حياتهما.

"لأَنَّ الحَياةَ ظَهَرَت" (1 يو 1، 2): هكذا يلخص الرسول يوحنا سر التجسد. مغارة الميلاد تجعلنا نرى ونلمس هذا الحدث الفريد والاستثنائي الذي غيَّر مجرى التاريخ، وابتداءً منه أخذنا نحسب السنين، قبل وبعد ميلاد المسيح.

إن طريقة الله في أعماله تدهشنا وتفاجِئُنا. يبدو أنه كان من المستحيل أن يتخلى الله عن مجده ليصبح انسانًا مثلنا. يا لها من مفاجأة أن نرى الله يتصرف مثلنا: ينام، ويرضع الحليب من أمه، ويبكي ويلعب مثل كل الأطفال! هذه هي الحال دائما مع الله، إننا نصاب بالذهول أمام أعماله. لا يمكن أن نتوقعها، إنه دائما تفوق مخططاتنا. لذلك فإن مغارة الميلاد، بينما تُظهر لنا كيف دخل الله العالم، تحثنا على أن نفكر في حياتنا التي صارت متداخلة في حياة الله، وتدعونا لأن نصبح تلاميذ إن أردنا أن ندرك المعنى النهائي للحياة.

9. عندما يقترب عيد ظهور الرب، توضع في مغارة الميلاد تماثيل المجوس الثلاثة. هم راقبوا النجم، وانطلق هؤلاء الأسياد الحكماء والأغنياء من الشرق نحو بيت لحم للتعرف على يسوع، وليقدموا له هدايا من ذهب ولبان ومُر. هذه الهدايا لها أيضًا معنى رمزي: الذهب يرمز إلى ملوكية يسوع؛ والبخور إلى ألوهيته والمر إلى إنسانيته المقدسة التي عرفت الموت والدفن.

نحن مدعوون، فيما ننظر إلى هذا المشهد في المغاراة، إلى التفكير في مسؤولية كل مسيحي في حمل البشارة. فيصبح كل واحد منا حاملاً للبشرى السارة لكل من نلتقي به، ونشهد لفرح اللقاء مع يسوع وحبه، بأعمال ملموسة من الرحمة.

يُعلِّمنا المجوس أنه يمكن أن نبدأ من بعيد للوصول إلى المسيح. كانوا رجالًا أغنياء، وغرباء حكماء، ومتعطشين إلى السرمدي. انطلقوا في رحلة طويلة وخطرة حملتهم إلى بيت لحم (را. متى 2، 1- 12). أمام الطفل الملك شعروا بفرح عظيم. إنهم لا يخجلون من فقر البيئة المحيطة بهم؛ ولا يترددون في الركوع على الركبتين ليسجدوا له. أمامه يفهمون أن الله، كما ينظم بحكمة مجرى الكواكب، كذلك ينظِّم مجرى التاريخ، فيضع الأقوياء ويرفع المتواضعين. وبالتأكيد، بعد عودتهم إلى بلادهم، هم روَوْا هذا اللقاء المفاجئ مع المسيح المنتظر، وافتتحوا هكذا رحلة الإنجيل بين الشعوب.

10. أمام مغارة الميلاد، يذهب فكرنا إلى يوم كنا أطفالًا وكنا ننتظر بتلهف لحظة الشروع في بناء المغارة. تقودنا هذه الذكريات إلى أن نكون دائمًا واعين ومدركين للنعمة التي أعطيت لنا يوم سلَّمنا أهلُنا الإيمان. وفي الوقت نفسه تجعلنا نشعر بواجب وبفرح إشراك الأبناء والأحفاد في الخبرة نفسها. ليس من المهم كيفية إعداد مغارة الميلاد. يمكن أن تكون نفسها دائمًا أو يتم تعديلها في كل عام. ما يهم هو أنها تتحدث إلى حياتنا. مهما كان مكانها أو شكلها، تروي مغارة الميلاد محبةَ الله، الذي أصبح انسانًا ليخبرنا أنه قريب جدًا من كل انسان مهما كانت حالته.

أيها الإخوة والأخوات الأعزاء، إن مغارة الميلاد هي جزء من مسيرة بهيجة وعسيرة في الوقت نفسه، مسيرة تسليم الإيمان. ابتداء من الطفولة ثم في كل مرحلة من مراحل حياتنا، تعلمنا المغارة أن نتأمل في يسوع، وأن نشعر بحب الله لنا، وأن نشعر ونؤمن أن الله معنا، وأننا معه، جميعًا نحن والأبناء والإخوة، بفضل هذا الطفل ابن الله ومريم العذراء. وفي هذا تقوم سعادتنا. لنفتح قلوبنا، في مدرسة القديس فرنسيس، لهذه النعمة البسيطة، ولنحوِّل ذهولنا إلى صلاة متواضعة ولنعبر عن "شكرنا" لله الذي أراد أن يُشارِكنا في كل شيء، حتى لا يتركنا وحدنا.

أُعطِي في غريتشو، في مزار مغارة الميلاد، 1 ديسمبر/ كانون الأوّل 2019

فرنسيس

 

[1] را. توما دا شيلانو، أوّل سيرة حياة للقدّيس فرنسيس، 85: مصادر فرنسيسكانية، عدد 468.

[2] را. نفس المرجع، 85: مصادر فرنسيسكانية، عدد 469.

[3] نفس المرجع، 86: مصادر فرنسيسكانية، عدد 470.

[01938-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0953-XX.02]