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Esercizi proposti dal Santo Padre Francesco in occasione del Giubileo dei sacerdoti e dei seminaristi – Prima meditazione (Basilica di San Giovanni in Laterano), 02.06.2016


Introduzione e Meditazione del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

 

In occasione del Giubileo dei sacerdoti e dei seminaristi (1-3 giugno), il Santo Padre Francesco ha predicato oggi il ritiro per i sacerdoti raccolti nelle Basiliche Papali di Roma.
Il Papa ha tenuto le sue meditazioni a turno rispettivamente nella Basilica di San Giovanni in Laterano (alle ore 10), di Santa Maria Maggiore (alle ore 12) e di San Paolo Fuori le Mura (alle ore 16). I sacerdoti e seminaristi raccolti nelle altre Basiliche seguivano il Papa grazie al collegamento operato dal Centro Televisivo Vaticano.

Di seguito riportiamo il testo dell’introduzione e della prima meditazione che Papa Francesco ha tenuto questa mattina alle ore 10 nella Basilica di San Giovanni in Laterano:

Introduzione e Meditazione del Santo Padre

Esercizi per i sacerdoti 2016

Buongiorno cari sacerdoti!

Cominciamo questa giornata di ritiro spirituale. Credo che ci farà bene pregare gli uni per gli altri, in comunione. Un ritiro, ma in comunione, tutti.

Ho scelto il tema della misericordia. Prima una piccola introduzione, per tutto il ritiro.

La misericordia, nel suo aspetto più femminile, è il viscerale amore materno, che si commuove di fronte alla fragilità della sua creatura appena nata e la abbraccia, fornendo tutto quello che le manca perché possa vivere e crescere (rahamim); e, nel suo aspetto propriamente maschile, è la fedeltà forte del Padre che sempre sostiene, perdona e torna a rimettere in cammino i suoi figli. La misericordia è tanto il frutto di una “alleanza” - per questo si dice che Dio si ricorda del suo (patto di) misericordia (hesed) -, quanto un “atto” gratuito di benevolenza e bontà che sorge dalla nostra più profonda psicologia e si traduce in un’opera esterna (eleos, che diventa elemosina). Questa inclusività permette che sia sempre alla portata di tutti agire con misericordia, provare compassione per chi soffre, commuoversi per chi ha bisogno, indignarsi, il rivoltarsi delle viscere di fronte ad una patente ingiustizia e porsi immediatamente a fare qualcosa di concreto, con rispetto e tenerezza, per porre rimedio alla situazione. E, partendo da questo sentimento viscerale, è alla portata di tutti guardare a Dio dalla prospettiva di questo primo e ultimo attributo con il quale Gesù ha voluto rivelarlo per noi: il nome di Dio è Misericordia.

Quando meditiamo sulla misericordia accade qualcosa di speciale. La dinamica degli Esercizi Spirituali si potenzia dall’interno. La misericordia fa vedere che le vie oggettive della mistica classica – purgativa, illuminativa e unitiva – non sono mai fasi successive, che si possano lasciare alle spalle. Abbiamo sempre bisogno di nuova conversione, di maggiore contemplazione e di un rinnovato amore. Queste tre fasi si intrecciano e ritornano. Niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia – e questa non è una esagerazione: niente unisce maggiormente con Dio che un atto di misericordia – sia che si tratti della misericordia con la quale il Signore ci perdona i nostri peccati, sia che si tratti della grazia che ci dà per praticare le opere di misericordia in suo nome. Niente illumina di più la fede che il purgare i nostri peccati, e niente vi è di più chiaro che Matteo 25 e quel «Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia» (Mt 5,7) per comprendere qual è la volontà di Dio, la missione alla quale ci invia. Alla misericordia si può applicare quell’insegnamento di Gesù: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Mt 7,2). Permettetemi, ma io penso qui a quei confessori impazienti, che “bastonano” i penitenti, che li rimproverano. Ma così li tratterà Dio! Almeno per questo, non fate queste cose. La misericordia ci permette di passare dal sentirci oggetto di misericordia al desiderio di offrire misericordia. Possono convivere, in una sana tensione, il sentimento di vergogna per i propri peccati con il sentimento della dignità alla quale il Signore ci eleva. Possiamo passare senza preamboli dalla distanza alla festa, come nella parabola del figlio prodigo, e utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato. Ripeto questo, che è la chiave della seconda mediazione: utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato. La misericordia ci spinge a passare dal personale al comunitario. Quando agiamo con misericordia, come nei miracoli della moltiplicazione dei pani, che nascono dalla compassione di Gesù per il suo popolo e per gli stranieri, i pani si moltiplicano nella misura in cui vengono condivisi.

Tre suggerimenti

Tre suggerimenti per questa giornata di ritiro. La gioiosa e libera familiarità che si stabilisce a tutti i livelli tra coloro che si relazionano tra loro con il vincolo della misericordia – familiarità del Regno di Dio, così come Gesù lo descrive nelle sue parabole – mi porta a suggerirvi tre cose per la vostra preghiera personale di questo giorno.

La prima ha a che vedere con due consigli pratici che dà sant’Ignazio - mi scuso per la pubblicità “di famiglia” - il quale dice: «Non è il molto sapere che riempie e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose di Dio interiormente» (Esercizi Spirituali, 2). Sant’Ignazio aggiunge che lì dove uno trova quello che desidera e prova gusto, lì si fermi in preghiera «senza avere l’ansia di passare ad altro, finché mi soddisfi» (ibid., 76). Così che, in queste meditazioni sulla misericordia, uno può iniziare da dove più gli piace e lì soffermarsi, dal momento che sicuramente un’opera di misericordia vi condurrà alle altre. Se iniziamo ringraziando il Signore, che in modo stupendo ci ha creati e in modo ancor più stupendo ci ha redenti, sicuramente questo ci condurrà a provare pena per i nostri peccati. Se cominciamo col provare compassione per i più poveri e lontani, sicuramente sentiremo anche noi la necessità di ricevere misericordia.

Il secondo suggerimento per pregare ha a che vedere con un nuovo modo di usare la parola misericordia. Come vi sarete resi conto, nel parlare di misericordia a me piace usare la forma verbale: bisogna dare misericordia (misericordiar in spagnolo, “misericordiare”, dobbiamo forzare la lingua) per ricevere misericordia, per essere “misericordiati” (ser misericordiados). “Ma Padre, questo non è italiano!” – “Si, ma è la forma che io trovo per andare dentro: “misericordiare” per “essere misericordiato”. Il fatto che la misericordia mette in contatto una miseria umana con il cuore di Dio, fa in modo che l’azione nasca immediatamente. Non si può meditare sulla misericordia senza che tutto si metta in azione. Pertanto, nella preghiera, non fa bene intellettualizzare. Rapidamente, con l’aiuto della Grazia, il nostro dialogo con il Signore deve concretizzarsi su quale mio peccato richieda che si posi in me la Tua misericordia, Signore, dove sento più vergogna e più desidero riparare; e rapidamente dobbiamo parlare di quello che più ci commuove, di quei volti che ci portano a desiderare intensamente di darci da fare per rimediare alla loro fame e sete di Dio, di giustizia e di tenerezza. La misericordia la si contempla nell’azione. Ma un tipo di azione che è onninclusiva: la misericordia include tutto il nostro essere – viscere e spirito – e tutti gli esseri.

L’ultimo suggerimento per la giornata di oggi riguarda il frutto degli esercizi, vale a dire, la grazia che occorre chiedere e che è, direttamente, quella di diventare sacerdoti sempre più capaci di ricevere e dare misericordia. Una delle cose più belle, che mi commuovono, è la confessione di un sacerdote: è una cosa grande, bella, perché quest’uomo che si avvicina per confessare i propri peccati è lo stesso che poi offre l’orecchio al cuore di un’altra persona che viene a confessare i suoi. Possiamo centrarci sulla misericordia perché è la realtà essenziale, definitiva. Attraverso gli scalini della misericordia (cfr Enc. Laudato si’, 77) possiamo scendere fino al punto più basso della condizione umana – fragilità e peccato inclusi – e ascendere fino al punto più alto della perfezione divina: «Siate misericordiosi (perfetti) come è misericordioso il Padre vostro». Però sempre per “raccogliere” solamente più misericordia. Da qui devono provenire frutti di conversione della nostra mentalità istituzionale: se le nostre strutture non si vivono e non si utilizzano per meglio ricevere la misericordia di Dio e per essere più misericordiosi con gli altri, possono trasformarsi in qualcosa di molto diverso e controproducente. Di questo in alcuni documenti della Chiesa e in alcuni discorsi dei Papi si parla spesso: cioè della conversione istituzionale, la conversione pastorale.

Questo ritiro spirituale, pertanto, si incamminerà per il sentiero di questa “semplicità evangelica” che comprende e compie tutte le cose in chiave di misericordia. E di una misericordia dinamica, non come un sostantivo cosificato e definito, né come aggettivo che decora un po’ la vita, ma come verbo – operare misericordia e ricevere misericordia, “misericordiare” ed “essere misericordiato”. E questo ci proietta verso l’azione nel cuore del mondo. E inoltre, come misericordia «sempre più grande», come una misericordia che cresce e aumenta, avanzando di bene in meglio e passando dal meno al più, poiché l’immagine che Gesù ci offre è quella del Padre sempre più grande – Deus semper maior e la cui misericordia infinita “cresce” - se si può dire così - e non ha né cima né fondo, perché proviene dalla sua sovrana libertà.

Prima meditazione: dalla distanza alla festa

E adesso passiamo alla prima meditazione. Ho messo come titolo “Dalla distanza alla festa”. Se la misericordia del Vangelo è, come abbiamo detto, un eccesso di Dio, un inaudito straripamento, la prima cosa da fare è guardare dove il mondo di oggi, e ciascuna persona, ha più bisogno di un eccesso di amore così. Prima di tutto domandarci qual è il ricettacolo per una tale misericordia, qual è il terreno deserto e secco per un tale straripamento di acqua viva; quali sono le ferite per questo olio balsamico; quale è la condizione di orfano che necessita un tale prodigarsi in affetto e attenzioni; quale la distanza per una sete così grande di abbraccio e di incontro…

La parabola che vi propongo per questa meditazione è quella del Padre misericordioso (cfr Lc 15,11-31). Ci poniamo nell’ambito del mistero del Padre. E mi viene dal cuore incominciare da quel momento in cui il figlio prodigo si trova in mezzo al porcile, in quell’inferno dell’egoismo che ha fatto tutto quello che voleva e, dove, invece di essere libero, si ritrova schiavo. Osserva i maiali che mangiano ghiande..., prova invidia e gli viene nostalgia. Nostalgia: parola chiave. Nostalgia del pane appena sfornato che i domestici a casa, a casa di suo padre, mangiano per colazione. La nostalgia è un sentimento potente. Ha a che fare con la misericordia perché ci allarga l’anima. Ci fa ricordare il bene primario – la patria da cui proveniamo – e risveglia in noi la speranza di ritornare. Il nostos algos. In questo ampio orizzonte della nostalgia, questo giovane – dice il Vangelo – rientrò in sé stesso e si sentì miserabile. E ognuno di noi può cercare o lasciarsi portare a quel punto dove si sente più miserabile. Ognuno di noi ha il suo segreto di miseria dentro… Bisogna chiedere la grazia di trovarlo.

Senza soffermarci ora a descrivere la miseria del suo stato, passiamo a quell’altro momento in cui, dopo che suo Padre lo ha abbracciato e baciato con trasporto, egli si ritrova sporco, ma vestito a festa. Perché il padre non gli dice: “Va’, fatti la doccia e poi torna”. No. Sporco e vestito a festa. Si pone l’anello al dito al pari di suo padre. Ha sandali nuovi ai piedi. Sta in mezzo alla festa, tra la gente. Qualcosa di simile a quando noi, se qualche volta ci è capitato, ci siamo confessati prima della Messa e immediatamente ci siamo trovati “rivestiti” e nel mezzo di una cerimonia. E’ uno stato di vergognata dignità.

Vergognata dignità

Soffermiamoci su quella “vergognata dignità” di questo figlio prodigo e prediletto. Se ci sforziamo, serenamente, di mantenere il cuore tra questi due estremi – la dignità e la vergogna – senza tralasciare nessuno di essi, forse possiamo percepire come batte il cuore di nostro Padre. Era un cuore che batteva di ansia, quando tutti i giorni saliva sul terrazzo a guardare. Cosa guardava? Se il figlio tornasse… Ma in questo punto, in questo posto dove ci sono dignità e vergogna, possiamo percepire come batte il cuore di nostro Padre. Possiamo immaginare che la misericordia ne sgorga come sangue. Che Egli esce a cercarci – noi peccatori –, che ci attira a sé, ci purifica e ci lancia nuovamente, rinnovati, verso tutte le periferie, a portare misericordia a tutti. Il suo sangue è il Sangue di Cristo, sangue della Nuova ed Eterna Alleanza di misericordia, versato per noi e per tutti in remissione dei peccati. Questo sangue lo contempliamo mentre entra ed esce dal suo Cuore, e dal cuore del Padre. E’ l’unico nostro tesoro, l’unica cosa che abbiamo da offrire al mondo: il sangue che purifica e pacifica tutto e tutti. Il sangue del Signore che perdona i peccati. Il sangue che è vera bevanda, che risuscita e dà vita a ciò che è morto a causa del peccato.

Nella nostra preghiera, serena, che va dalla vergogna alla dignità e dalla dignità alla vergogna – tutte e due insieme – chiediamo la grazia di sentire tale misericordia come costitutiva di tutta la nostra vita; la grazia di sentire come quel battito del cuore del Padre si unisca con il battito del nostro. Non basta sentire la misericordia di Dio come un gesto che, occasionalmente, Egli fa perdonandoci qualche grosso peccato, e per il resto ci aggiustiamo da soli, autonomamente. Non basta.

Sant’Ignazio propone un’immagine cavalleresca propria della sua epoca, ma poiché la lealtà tra amici è un valore perenne, può aiutarci. Egli afferma che, per sentire «confusione e vergogna» per i nostri peccati (e non smettere di sentire la misericordia) possiamo far uso di un esempio: immaginiamo «un cavaliere che vada davanti al suo re e a tutta la sua corte, pieno di vergogna e confuso per averlo molto offeso, dal momento che da parte del re aveva in precedenza ricevuto molti doni e molte grazie» (Esercizi Spirituali, 74). Immaginiamo quella scena. Tuttavia, seguendo la dinamica del figlio prodigo nella festa, immaginiamo questo cavaliere come uno che, invece di essere svergognato davanti a tutti, il re, al contrario, lo prenda inaspettatamente per la mano e gli restituisca la sua dignità. E vediamo che non solo lo invita a seguirlo nella sua battaglia, ma che lo pone alla testa dei suoi compagni. Con quale umiltà e lealtà lo servirà questo cavaliere d’ora in avanti! Questo mi fa pensare all’ultima parte del capitolo 16 di Ezechiele, l’ultima parte.

Sia che si senta come il figlio prodigo festeggiato, sia come il cavaliere sleale trasformato in superiore, l’importante è che ciascuno si ponga nella tensione feconda in cui la misericordia del Signore ci colloca: non solamente di peccatori perdonati, ma di peccatori a cui è conferita dignità. Il Signore non solamente ci pulisce, ma ci incorona, ci dà dignità.

Simon Pietro ci offre l’immagine ministeriale di questa sana tensione. Il Signore lo educa e lo forma progressivamente e lo esercita a mantenersi così: Simone e Pietro. L’uomo comune, con le sue contraddizioni e debolezze, e quello che è pietra, quello che possiede le chiavi, quello che guida gli altri. Quando Andrea lo conduce a Cristo, così com’è, vestito da pescatore, il Signore gli dà il nome di Pietra. Appena finisce di lodarlo per la professione di fede che proviene dal Padre, già gli rimprovera duramente la tentazione di ascoltare la voce dello spirito maligno che gli dice di star lontano dalla croce. Lo inviterà a camminare sulle acque e lascerà che incominci ad affondare nella sua stessa paura, per poi subito tendergli la mano; non appena si confessi peccatore gli darà la missione di essere pescatore di uomini; lo interrogherà ripetutamente sul suo amore, facendogli sentire dolore e vergogna per la sua slealtà e codardia, ma per tre volte pure gli affiderà il compito di pascere le sue pecore. Sempre questi due poli.

Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta. Cosa sentiamo quando la gente ci bacia la mano e guardiamo la nostra miseria più intima e siamo onorati dal Popolo di Dio? Lì c’è un’altra situazione per capire questo. Sempre il contrasto. Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta. Lo stesso spazio. Sporchi, impuri, meschini, vanitosi – è peccato di preti, la vanità – egoisti e, nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati. Solo la misericordia rende sopportabile quella posizione. Senza di essa o ci crediamo giusti come i farisei o ci allontaniamo come quelli che non si sentono degni. In entrambi i casi ci si indurisce il cuore. O quando ci sentiamo giusti come i farisei, o quando ci allontaniamo come quelli che non si sentono degni. Io non mi sento degno, ma non devo allontanarmi: lì devo essere, nella vergogna con la dignità, tutt’e due insieme.

Approfondiamo un po’ di più. Ci domandiamo: Perché è così feconda questa tensione fra miseria e dignità, fra distanza e festa? Direi che è feconda perché mantenerla nasce da una decisione libera. E il Signore agisce principalmente sulla nostra libertà, benché ci aiuti in ogni cosa. La misericordia è questione di libertà. Il sentimento sgorga spontaneo e quando affermiamo che è viscerale sembrerebbe che sia sinonimo di “animale”. Ma in realtà gli animali non conoscono la misericordia “morale”, anche se alcuni possono sperimentare qualcosa di tale compassione, come un cane fedele che rimane al fianco del suo padrone malato. La misericordia è una commozione che tocca le viscere, e tuttavia può scaturire anche da un’acuta percezione intellettuale – diretta come un raggio ma non per questo meno complessa –: si intuiscono molte cose quando si prova misericordia. Si comprende, per esempio, che l’altro si trova in una situazione disperata, al limite; che gli succede qualcosa che supera i suoi peccati o le sue colpe; si comprende anche che l’altro è uno come me, che ci si potrebbe trovare al suo posto; e che il male è tanto grande e devastante che non si risolve solo per mezzo della giustizia… In fondo, ci si convince che c’è bisogno di una misericordia infinita come quella del cuore di Cristo per rimediare a tanto male e tanta sofferenza, come vediamo che c’è nella vita degli esseri umani… Se la misericordia va al di sotto di quel livello, non serve. Tante cose comprende la nostra mente solo vedendo qualcuno gettato per la strada, scalzo, in una mattina fredda, o vedendo il Signore inchiodato alla croce per me!

Inoltre, la misericordia si accetta e si coltiva, o si rifiuta liberamente. Se uno si lascia prendere, un gesto tira l’altro. Se uno passa oltre, il cuore si raffredda. La misericordia ci fa sperimentare la nostra libertà ed è lì dove possiamo sperimentare la libertà di Dio, che è misericordioso con chi è misericordioso (cfr Dt 5,10), come disse a Mosè. Nella sua misericordia il Signore esprime la sua libertà. E noi la nostra.

Possiamo vivere molto tempo “senza” la misericordia del Signore. Vale a dire, possiamo vivere senza averne coscienza e senza chiederla esplicitamente, finché uno si rende conto che “tutto è misericordia”, e piange con amarezza di non averne approfittato prima, dal momento che ne aveva tanto bisogno!

La miseria di cui parliamo è la miseria morale, non trasferibile, quella per cui uno prende coscienza di sé stesso come persona che, in un momento decisivo della sua vita, ha agito di propria iniziativa: ha fatto una scelta e ha scelto male. Questo è il fondo che bisogna toccare per sentire dolore per i peccati e pentirsi veramente. Perché in altri ambiti uno non si sente così libero, né sente che il peccato influisce negativamente su tutta la sua vita e pertanto non sperimenta la propria miseria, e in questo modo si perde la misericordia, che agisce solo a tale condizione. Uno non va in farmacia e dice: “Per misericordia, mi dia un’aspirina”. Per misericordia chiede che gli diano della morfina per una persona in preda ai dolori atroci di una malattia terminale. O tutto o niente. Si va in fondo o non si capisce nulla.

Il cuore che Dio unisce a questa nostra miseria morale è il Cuore di Cristo, suo Figlio amato, che batte come un solo cuore con quello del Padre e dello Spirito. Ricordo quando Pio XII ha fatto l’Enciclica sul Sacro Cuore, ricordo che qualcuno diceva: “Perché un’Enciclica su questo? Sono cose da suore…”. E’ il centro, il Cuore di Cristo, è il centro della misericordia. Forse le suore capiscono meglio di noi, perché sono madri nella Chiesa, sono icone della Chiesa, della Madonna. Ma il centro è il cuore di Cristo. Ci farà bene questa settimana o domani leggere Haurietis aquas “Ma è preconciliare!” – Sì, ma fa bene! Si può leggere, ci farà molto bene! Il cuore che Dio unisce a questa nostra miseria morale è il cuore di Cristo, suo Figlio amato, che batte come un solo cuore con quello del Padre e dello Spirito. È un cuore che sceglie la strada più vicina e che lo impegna. Questo è proprio della misericordia, che si sporca le mani, tocca, si mette in gioco, vuole coinvolgersi con l’altro, si rivolge a ciò che è personale con ciò che è più personale, non “si occupa di un caso” ma si impegna con una persona, con la sua ferita. Guardiamo al nostro linguaggio. Quante volte, senza accorgerci, ci viene da dire: “Ho un caso…”. Fermati! Di’ piuttosto: “Ho una persona che…”. Questo è molto clericale: “Ho un caso…”, “ho trovato un caso…”. Anche a me viene spesso. C’è un po’ di clericalismo: ridurre la concretezza dell’amore di Dio, di quello che ci dà Dio, della persona, a un “caso”. E così mi distacco e non mi tocca. E così non mi sporco le mani; e così faccio una pastorale pulita, elegante, dove non rischio niente. E pure dove – non scandalizzatevi! – non ho la possibilità di un peccato vergognoso. La misericordia va oltre la giustizia e lo fa sapere e lo fa sentire; si resta coinvolti l’uno con l’altro. Conferendo dignità – e questo è decisivo, da non dimenticare: la misericordia dà dignità – la misericordia eleva colui verso il quale ci si abbassa e li rende entrambi pari, il misericordioso e colui che ha ottenuto misericordia. Come la peccatrice del Vangelo (Lc 7,36-50), alla quale è stato perdonato molto, perché ha amato molto, e aveva peccato molto.

Per questo il Padre ha bisogno di fare festa, affinché venga restaurato tutto in una sola volta, restituendo a suo figlio la dignità perduta. Questo permette di guardare al futuro in un modo nuovo. Non che la misericordia non consideri l’oggettività del danno provocato dal male. Però le toglie potere sul futuro, - e questo è il potere della misericordia - le toglie potere sulla vita che scorre in avanti. La misericordia è il vero atteggiamento di vita che si oppone alla morte, che è l’amaro frutto del peccato. In questo è lucida, non è per nulla ingenua la misericordia. Non è che non veda il male, ma guarda a quanto è breve la vita e a tutto il bene che rimane da fare. Per questo bisogna perdonare totalmente, perché l’altro guardi in avanti e non perda tempo nel colpevolizzarsi e nel compatire sé stesso e rimpiangere ciò che ha perduto. Mentre ci si avvia a curare gli altri, si farà anche il proprio esame di coscienza e, nella misura in cui si aiutano gli altri, si riparerà al male commesso. La misericordia è fondamentalmente speranzosa. E’ madre di speranza.

Lasciarsi attrarre e inviare dal movimento del cuore del Padre significa mantenersi in quella sana tensione di dignità vergognata. Lasciarsi attrarre dal centro del suo cuore, come sangue che si è sporcato e andando a dare vita alle membra più lontane, perché il Signore ci purifichi e ci lavi i piedi; lasciarsi inviare ricolmi dell’ossigeno dello Spirito per portare vita a tutte le membra, specialmente a quelle più lontane, fragili e ferite.

Un prete raccontava - questo è storico – di una persona che viveva per la strada, e che alla fine andò a vivere in un ostello. Era uno rinchiuso nella sua amarezza, che non interagiva con gli altri. Persona colta, si resero conto più tardi. Qualche tempo dopo, quest’uomo venne ricoverato in ospedale a causa di una malattia terminale e raccontava al sacerdote che, mentre era lì, preso dal suo nulla e dalla sua delusione per la vita, quello che si trovava nel letto accanto al suo gli chiese di passargli la sputacchiera e che poi la svuotasse. E raccontò che quella richiesta che veniva da qualcuno che ne aveva veramente bisogno e che stava peggio di lui, gli aprì gli occhi e il cuore a un sentimento potentissimo di umanità e a un desiderio di aiutare l’altro e di lasciarsi aiutare da Dio. E si è confessato. Così, un semplice atto di misericordia lo collegò con la misericordia infinita, ebbe il coraggio di aiutare l’altro e poi si lasciò aiutare: morì confessato e in pace. Questo è il mistero della misericordia.

Così, vi lascio con la parabola del padre misericordioso, una volta che ci siamo “situati” in quel momento in cui il figlio si sente sporco e rivestito, peccatore al quale è stata resa dignità, vergognoso di sé e orgoglioso di suo padre. Il segno per sapere se uno è ben situato è il desiderio di essere, d’ora innanzi, misericordioso con tutti. Qui sta il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra, quel fuoco che accende altri fuochi. Se non si accende la fiamma, vuol dire che uno dei poli non permette il contatto. O l’eccessiva vergogna che non pela i fili e, invece di confessare apertamente “ho fatto questo e questo”, si copre; o l’eccessiva dignità, che tocca le cose con i guanti.

Gli eccessi della misericordia

Una parolina per finire sugli eccessi della misericordia.

L’unico eccesso davanti alla eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri. Il Vangelo ci mostra tanti begli esempi di persone che esagerano pur di riceverla: il paralitico, che gli amici fanno entrare dal tetto in mezzo al luogo dove il Signore stava predicando – esagerano -; il lebbroso, che lascia i suoi nove compagni e ritorna glorificando e ringraziando Dio a gran voce e si inginocchia ai piedi del Signore; il cieco Bartimeo, che riesce a fermare Gesù con le sue grida - e riesce anche a vincere la “dogana dei preti” per andare dal Signore; la donna emorroissa che, nella sua timidezza, si ingegna per ottenere una vicinanza intima con il Signore e che, come dice il Vangelo, quando toccò il mantello il Signore avvertì che usciva da lui una dynamis. Sono tutti esempi di quel contatto che accende un fuoco e sprigiona la dinamica: sprigiona la forza positiva della misericordia. C’è anche la peccatrice, le cui eccessive manifestazioni d’amore verso il Signore col lavargli i piedi con le sue lacrime e asciugarglieli coi suoi capelli, sono per il Signore segno del fatto che ha ricevuto molta misericordia e perciò la esprime in quel modo esagerato. Ma sempre la misericordia esagera, è eccessiva! Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati…, sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall’esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa. E questo non si comprende se non è in chiave di speranza, in chiave apostolica e in chiave di chi ha ricevuto misericordia per dare a sua volta misericordia.

Possiamo concludere pregando con il magnificat della misericordia, il Salmo 50 del Re Davide, che recitiamo alle lodi tutti i venerdì. È il magnificat di «un cuore contrito e umiliato» che, nel suo peccato, ha la grandezza di confessare il Dio fedele, che è più grande del peccato. Dio è più grande del peccato! Situati nel momento in cui il figlio prodigo si aspettava di essere trattato con freddezza e, invece, il Padre lo mette nel bel mezzo di una festa, possiamo immaginarlo mentre prega il Salmo 50. E pregarlo a due cori con lui, noi e il figlio prodigo. Possiamo ascoltarlo che dice: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità…». E noi dire: «Sì, le mie iniquità (anch’io) le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi». E ad una voce dire: «Contro di te, (Padre,) contro te solo ho peccato».

E preghiamo a partire da quell’intima tensione che accende la misericordia, quella tensione tra la vergogna che afferma: «Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe»; e quella fiducia che dice: «Aspergimi con rami d’issopo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve». Fiducia che diventa apostolica: «Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno».

[00918-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Retraite pour les prêtres 2016

Bonjour chers prêtres!

Nous commençons cette journée de retraite spirituelle. Je crois que cela nous fera du bien de prier les uns pour les autres, en communion. Une retraite, mais en communion, tous.

J’ai choisi le thème de la miséricorde. D’abord une petite introduction, pour toute la retraite.

La miséricorde, sous sa forme la plus féminine, est l’amour maternel viscéral, qui s’émeut face à la fragilité de son nouveau-né et l’embrasse en suppléant à tout ce qui lui manque pour qu’il puisse vivre et grandir (rahamim); et sous sa forme authentiquement masculine, elle est la ferme fidélité du Père qui soutient toujours, pardonne et remet ses enfants sur le chemin. La miséricorde est aussi bien le fruit d’une ‘‘alliance’’ – voilà pourquoi on dit que Dieu se souvient de sa (de son pacte de) miséricorde (hesed) – qu’un ‘‘acte’’ gratuit de bienveillance et de bonté qui jaillit de notre plus profonde psychologie et se traduit par une œuvre extérieure (eleos, qui devient aumône). Ce caractère inclusif fait qu’il est toujours à la portée de tous de ‘‘faire miséricorde’’, de compatir avec celui qui souffre, de s’émouvoir face à celui qui est dans le besoin, de s’indigner, de se laisser toucher jusqu’aux entrailles face à une injustice patente et de se mettre immédiatement à faire quelque chose de concret, avec respect et tendresse, pour remédier à la situation. Et, en partant de ce sentiment viscéral, il est à la portée de tout le monde de regarder Dieu à partir de la perspective de ce premier et dernier attribut, avec lequel Jésus a voulu nous le révéler : le nom de Dieu est Miséricorde.

Lorsque nous méditons sur la miséricorde, il se passe quelque chose de spécial. La dynamique des exercices spirituels se renforce de l’intérieur. La miséricorde fait voir que les voies objectives de la mystique classique - purgative, illuminative et unitive – ne sont jamais des étapes successives, que l’on peut laisser derrière soi. Nous avons toujours besoin d’une nouvelle conversion, de plus de contemplation et d’un amour renouvelé. Ces trois phases s’entrecroisent et reviennent. Rien n’unit davantage à Dieu qu’un acte de miséricorde – et ce n’est pas une exagération: rien n’unit davantage à Dieu qu’un acte de miséricorde - qu’il s’agisse de la miséricorde avec laquelle le Seigneur nous pardonne nos péchés, ou qu’il s’agisse de la grâce qu’il nous accorde pour pratiquer les œuvres de miséricorde en son nom. Rien n’éclaire plus la foi que d’expier nos péchés et il n’y a rien de plus clair que Matthieu 25 et ce «Heureux les miséricordieux, car ils obtiendront miséricorde» (Mt 5, 7), pour comprendre quelle est la volonté de Dieu, la mission pour laquelle il nous envoie. On peut appliquer à la miséricorde cet enseignement de Jésus: « De la mesure dont vous mesurez, on vous mesurera» (Mt 7, 2). Permettez-moi, mais je pense ici à ces confesseurs impatients , qui «malmènent», les pénitents, qui les réprimandent. Mais c’est ainsi que Dieu les traitera! Au moins pour cela, ne faites pas ces choses. La miséricorde nous permet de passer du fait de nous sentir objet de miséricorde au désir de faire miséricorde. Le sentiment de honte pour les péchés personnels et le sentiment de la dignité à laquelle le Seigneur nous élève peuvent cohabiter, dans une saine tension. Nous pouvons passer, sans préliminaires, de l’éloignement à la fête, comme dans la parabole de l’enfant prodigue, et utiliser notre propre péché comme réceptacle de la miséricorde. Je le répète, c’est la clé de la première méditation: utiliser notre propre péché comme réceptacle de la miséricorde. La miséricorde nous pousse à passer de ce qui est personnel à ce qui est communautaire. Lorsque nous agissons avec miséricorde, comme lors des miracles de la multiplication des pains, qui naissent de la compassion de Jésus pour son peuple et pour les étrangers, les pains se multiplient au fur et à mesure qu’ils sont partagés.

Trois suggestions

Trois suggestions pour cette journée de retraite. La joyeuse et libre familiarité qui s’établit à tous les niveaux entre ceux qui sont unis par le lien de la miséricorde – familiarité du Royaume de Dieu, tel que Jésus le décrit dans ses paraboles – m’amène à vous suggérer trois choses pour votre prière personnelle de ce jour.

La première concerne deux conseils pratiques que donne saint Ignace – je m’excuse pour la publicité “de famille” – celui-ci dit: « Ce n’est pas le fait de savoir beaucoup qui remplit et satisfait l’âme, mais le fait de sentir et de savourer les choses de Dieu intérieurement» (Exercices spirituels, n. 2). Saint Ignace ajouteque là où on trouve ce qu’on veut et où on est à l’aise, qu’on y reste à prier «sans hâte d’aller de l’avant, jusqu’à ce que je sois satisfait» (ibid, n. 76). Donc, dans ces méditations sur la miséricorde, on peut commencer par ce qui nous plaît le plus et s’y attarder, car sûrement une œuvre de miséricorde vous conduira au reste. Si nous commençons en rendant grâce au Seigneur, qui nous a merveilleusement créés et plus merveilleusement encore nous a sauvés, sûrement cela nous amènera à éprouver de la peine pour nos péchés. Si nous commençons par avoir de la compassion pour les plus pauvres et pour les personnes les plus éloignées, sûrement nous sentirons le besoin de recevoir, nous aussi, miséricorde.

La deuxième suggestion pour prier concerne une manière d’utiliser le mot miséricorde. Comme vous l’aurez remarqué, en parlant de miséricorde, j’aime utiliser la forme verbale: «Il faut faire miséricorde (misericordiar en espagnol, “misericordiare”, nous devons forcer la langue) pour recevoir miséricorde, pour être “miséricordisés”(ser misericordiados)». «Mais Père, cela n’est pas [français] italien!» - «Oui, mais c’est la forme que je trouve pour aller à l’intérieur: “miséricordiser” pour “être miséricordisé”». Le fait que la miséricorde met en contact une misère humaine avec le cœur de Dieu suscite immédiatement l’action. On ne peut pas méditer sur la miséricorde sans que tout ne mène à l’action. Par conséquent, dans la prière, il ne convient pas d’intellectualiser. Rapidement, avec l’aide de la Grâce, notre dialogue avec le Seigneur doit se concrétiser dans mon péché qui demande que ta miséricorde repose sur moi, Seigneur, là où je sens le plus de honte et où je désire le plus réparer; et rapidement, nous devons parler de ce qui nous émeut le plus, de ces visages qui nous conduisent à vouloir vivement nous engager pour remédier à leur faim et à leur soif de Dieu, de justice, de tendresse. La miséricorde, on la contemple dans l’action. Mais un genre d’action qui inclut tout: la miséricorde inclut tout notre être – entrailles et esprit – et tous les êtres.

La dernière suggestion pour la journée d’aujourd’hui concerne le fruit des exercices, c’est-à-dire la grâce que nous devons demander et qui est, directement, celle de devenir des prêtres toujours plus capables de recevoir la miséricorde et de l’offrir. Une des choses les plus belles, qui m’émeuvent, c’est la confession d’un prêtre: c’est une grande et belle chose, parce que cet homme qui s’approche pour confesser ses propres péchés est le même qui ensuite offre son oreille au cœur d’une autre personne qui vient confesser les siens. Nous pouvons nous focaliser sur la miséricorde, car elle est la réalité essentielle, définitive. Sur l’échelle de la miséricorde (cf. Laudato si’, n. 77), nous pouvons descendre jusqu’au plus bas de la condition humaine – fragilité et péché inclus – et monter jusqu’au plus haut niveau de la perfection divine: «Soyez miséricordieux (parfaits) comme votre Père est miséricordieux». Mais rien que pour ‘‘récolter’’ toujours plus de miséricorde. D’ici doivent venir les fruits de conversion de notre mentalité institutionnelle: si nos structures ne se vivent pas et ne s’utilisent pas pour mieux recevoir la miséricorde de Dieu et pour qu’on soit plus miséricordieux envers les autres, elles peuvent devenir quelque chose de très étrange et de contreproductif. Dans certains documents de l’Église et dans certains discours des Papes on parle souvent de cela: c’est-à-dire de la conversion institutionnelle, la conversion pastorale.

Cette retraite spirituelle, par conséquent, empruntera la voie de cette ‘‘simplicité évangélique’’ qui entend et pratique tout sous le sceau de la miséricorde. Et d’une miséricorde dynamique, non pas comme un substantif chosifié et défini, ni comme un adjectif qui décore un peu la vie, mais comme un verbe – faire miséricorde et recevoir miséricorde, “miséricordiser” et “être miséricordisé”. Et cela nous lance dans l’action au milieu du monde. Et de plus, comme une miséricorde ‘‘toujours plus grande’’, comme une miséricorde qui grandit et augmente, en progressant du bon au meilleur et en allant de moins à plus, puisque l’image que Jésus nous montre est celle du Père toujours plus grand – Deus semper maior – et dont la miséricorde infinie ‘‘grandit’’, si l’on peut ainsi dire, et n’a ni plafond ni plancher, car elle provient de sa liberté souveraine.

Première méditation: De l’éloignement à la fête

Et maintenant passons à la première méditation. J’ai mis comme titre “De l’éloignement à la fête”. Si la miséricorde de l’Évangile est, comme nous l’avons dit, un excès de la part de Dieu, un débordement inédit, la première chose à faire, c’est de regarder où le monde d’aujourd’hui et chaque personne ont le plus besoin d’un tel excès d’amour. Avant tout, il faut nous demander quel est le réceptacle d’une telle miséricorde; quel est le terrain désert et sec pour un tel débordement d’eau vive; quelles sont les blessures pour cette huile balsamique; quels orphelins ont besoin de cette prodigalité en tendresse et en sollicitude; quel est l’éloignement par rapport à une si grande soif d’accolade et de rencontre….

La parabole que je vous propose pour cette méditation est celle du Père miséricordieux (cf. Lc 15, 11-31). Nous sommes dans le domaine du mystère du Père. Et il me vient à l’esprit de commencer par ce moment où le fils prodigue se trouve dans la porcherie, dans cet enfer de l’égoïsme, ce fils qui a fait tout ce qu’il voulait et qui, au lieu d’être libre, se retrouve asservi. Il regarde les porcs qui mangent les gousses…, il en a envie et il est gagné par la nostalgie. Nostalgie: mot-clé. La nostalgie du pain fraîchement sorti du four que les employés de sa maison, la maison de son père, mangent au petit déjeuner. La nostalgie est un sentiment puissant. Il a rapport avec la miséricorde, parce qu’il élargit notre âme. Il nous amène à nous rappeler le bien primordial – la patrie d’où vous venons – et nous éveille à l’espérance d’y retourner. Le nostos algos. Dans ce large horizon de la nostalgie, ce jeune – dit l’Évangile – est entré en lui-même et s’est senti misérable. Et chacun de nous peut chercher ou se laisser porter à ce point où il se sent plus misérable. Chacun de nous a son secret de misère au-dedans… Il faut demander la grâce de le trouver.

Sans nous arrêter maintenant à décrire la misère de son état, passons à cet autre moment où, après que son Père l’a embrassé et lui a donné un baiser avec effusion, il se trouve sale mais vêtu pour la fête. Parce que le Père ne lui dit pas: «Va! fais la douche et reviens». Non. Sale et vêtu pour la fête. Il a au doigt l’anneau, signe de son égalité avec son père. Il a des sandales neuves aux pieds. Il est au centre de la fête, parmi les gens. Quelque chose comme quand, si jamais cela nous est arrivé, nous nous sommes confessés avant la messe et là, tout d’un coup, nous nous retrouvons ‘‘revêtus’’ et au milieu d’une cérémonie. C’est un état de honteuse dignité.

Honteuse dignité

Arrêtons-nous sur la “honteuse dignité” de ce fils prodigue et bien-aimé. Si nous nous efforçons, sereinement, de maintenir notre cœur entre ces deux extrêmes – la dignité et la honte –, sans en lâcher aucun, peut-être pourrons-nous sentir comment bat le cœur de notre Père. C’était un cœur qui battait d’inquiétude, quand tous les jours il montait sur la terrasse pour regarder. Qu’est-ce qu’il regardait? Si son fils revenait… Mais à ce point, à cette place où il y a dignité et honte, nous pouvons percevoir comment bat le cœur de notre Père. Nous pouvons imaginer que la miséricorde en jaillit comme du sang. Qu’il sort nous chercher – nous pécheurs –, qu’il nous attire à lui, nous purifie et nous relance, renouvelés, vers toutes les périphéries, pour faire miséricorde à tous. Son sang est le Sang du Christ, sang de la Nouvelle et Eternelle Alliance de miséricorde, versé pour nous et pour tous, en rémission des péchés. Ce sang, nous le contemplons, tandis qu’il entre et sort de son Cœur comme du cœur du Père. C’est notre unique trésor, l’unique chose que nous ayons à offrir au monde: le sang qui purifie et pacifie tout ainsi que tous. Le sang du Seigneur qui pardonne les péchés. Le sang qui est vraie boisson, qui ressuscite et donne la vie à ce qui est mort à cause du péché.

Dans notre prière, sereine, qui va de la honte à la dignité et de la dignité à la honte – toutes les deux ensemble – nous demandons la grâce de sentir cette miséricorde comme constitutive de notre vie entière; la grâce de sentir comment ce battement du cœur du Père s’unit au battement du nôtre. Il ne suffit pas de sentir la miséricorde de Dieu comme un geste qu’il accomplit occasionnellement en nous pardonnant quelque grand péché et pour le reste nous nous arrangeons seuls, de manière autonome. Cela ne suffit pas.

Saint Ignace propose une image chevaleresque propre à son époque, mais comme la loyauté entre amis est une valeur pérenne, elle peut nous aider. Il dit que, afin de sentir «confusion et honte» pour nos péchés (et ne pas nous lasser de sentir la miséricorde), nous pouvons prendre un exemple: imaginons «un chevalier qui se présente devant son roi et toute sa cour, honteux et confus de l’avoir beaucoup offensé, étant donné qu’en premier il avait reçu du roi beaucoup de cadeaux et beaucoup de faveurs» (Exercices spirituels, n. 74). Imaginons cette scène. Mais, suivant la dynamique du fils prodigue lors de la fête, imaginons ce chevalier comme quelqu’un que le roi, au lieu d’avoir honte devant tout le monde, au contraire, prend par la main soudainement et à qui il rend sa dignité. Et nous voyons que non seulement il l’invite à le suivre dans son combat, mais qu’il le place à la tête de ses compagnons. Avec quelle humilité et quelle loyauté ce chevalier le servira désormais! Cela me fait penser à la dernière partie du chapitre 16 d’Ezéchiel, la dernière partie.

Qu’on se sente comme le fils prodigue fêté ou comme le chevalier déloyal devenu supérieur, ce qui est important, c’est que chacun se situe dans cette tension féconde dans laquelle la miséricorde du Seigneur nous met: non seulement des pécheurs pardonnés mais des pécheurs auxquels la dignité est rendue. Non seulement le Seigneur nous nettoie, mais il nous couronne, nous donne dignité.

Simon Pierre nous offre l’image ministérielle de cette saine tension. Le Seigneur l’éduque, le forme progressivement et le prépare à se maintenir ainsi: Simon et Pierre. L’homme ordinaire, avec ses contradictions et ses faiblesses, et l’homme qui est Pierre, celui qui a les clefs, celui qui guide les autres. Lorsqu’André le conduit au Christ, tel qu’il est, vêtu comme pêcheur, le Seigneur lui donne le nom de Pierre. À peine l’a-t-il félicité pour la profession de foi, qui vient du Père, que déjà il le reprend durement pour la tentation d’écouter la voix de l’esprit mauvais qui lui dit de se tenir loin de la croix. Il l’invitera à marcher sur les eaux et le laissera commencer à s’enfoncer dans sa propre peur, pour lui tendre ensuite la main; à peine s’est-il reconnu pécheur qu’il l’envoie en mission pour être pêcheur d’homme; il l’interrogera avec insistance sur son amour, en lui faisant sentir douleur et honte pour son manque de loyauté et pour sa lâcheté, mais, par trois fois même, il lui confiera la charge de paître ses brebis. Toujours ces deux pôles.

C’est ici que nous devons nous situer, dans cet espace où cohabitent notre plus honteuse misère et notre plus haute dignité. Que ressentons-nous quand les gens nous embrassent la main et que nous regardons notre misère la plus intime et que nous sommes honorés par le Peuple de Dieu? Là il y a une autre situation pour comprendre cela. Toujours le contraste. Nous devons nous situer ici, dans cet espace où coexistent notre misère la plus honteuse et notre dignité la plus haute. Le même espace. Sales, impurs, mesquins, vaniteux – c’est le péché des prêtres, la vanité –, égoïstes et, en même temps, ayant les pieds lavés, appelés et élus, partageant les pains multipliés, bénis par nos gens, aimés et entourés de soins. Seule la miséricorde rend supportable cette position. Sans elle, soit nous nous croyons justes comme les pharisiens, soit nous nous éloignons comme ceux qui ne se sentent pas dignes. Dans les deux cas, notre cœur s’endurcit. Ou bien quand nous nous sentons justes comme les pharisiens, ou bien quand nous nous éloignons comme ceux qui ne se sentent pas dignes. Je ne me sens pas digne, mais je ne dois pas m’éloigner: je dois être là, dans la honte avec la dignité, les deux ensemble.

Approfondissons un peu plus. Nous nous demandons: Pourquoi cette tension entre misère et dignité, entre éloignement et fête, est-elle si féconde? Je dirais qu’elle est féconde parce que la maintenir naît d’une libre décision. Et le Seigneur agit principalement sur notre liberté, même s’il nous aide en tout. La miséricorde est une question de liberté. Le sentiment jaillit, spontané, et lorsque nous disons qu’il est viscéral, il paraîtrait que c’est synonyme d’‘‘animal’’. Mais en réalité les animaux ignorent la miséricorde ‘‘morale’’, bien que certains puissent expérimenter quelque chose de cette compassion, comme un chien fidèle qui reste aux côtés de son maître malade. La miséricorde est une compassion qui touche les entrailles, néanmoins elle peut jaillir également d’une perception intellectuelle aiguë – directe comme un rayon, bien que simple pas pour autant moins complexe –: on saisit par intuition beaucoup de choses quand on éprouve la miséricorde. On comprend, par exemple, que l’autre est dans une situation désespérée, limite; qu’il lui arrive quelque chose qui dépasse ses péchés ou ses fautes; de même on comprend que l’autre est un semblable, qu’on pourrait se trouver à sa place; et que le mal est si grand et si dévastateur qu’il ne se répare pas uniquement par la justice… Au fond, on se convainc qu’il faut une miséricorde infinie comme celle du cœur du Christ pour remédier à tant de mal et de souffrance comme nous voyons qu’il y en a dans la vie des êtres humains… Si la miséricorde va au-dessous de ce niveau, elle ne sert pas. Notre cœur comprend tant de choses seulement en voyant quelqu’un couché dans la rue, pieds nus, par un matin froid, ou bien en voyant le Seigneur cloué sur la croix pour moi!

De plus, la miséricorde s’accepte et se cultive, ou se rejette librement. Si l’on se laisse conduire, un geste attire l’autre. Si on passe au large, le cœur se refroidit. La miséricorde nous fait expérimenter notre liberté et c’est là que nous pouvons expérimenter la liberté de Dieu, qui est miséricordieux avec celui qui est miséricordieux (cf. Dt 5, 10), comme il l’a dit à Moïse. Dans sa miséricorde, le Seigneur exprime sa liberté. Et nous, la nôtre.

Nous pouvons vivre longtemps ‘‘sans’’ la miséricorde du Seigneur. C’est-à-dire que nous pouvons vivre sans en avoir conscience et sans la demander explicitement, jusqu’à ce qu’on s’aperçoive que ‘‘tout est miséricorde’’; et on pleure amèrement pour n’en avoir pas profité auparavant, étant donné qu’on en avait tant besoin!

La misère dont nous parlons est la misère morale, intransférable, celle dans laquelle on prend conscience de soi-même comme une personne qui, à une étape décisive de sa vie, a agi de sa propre initiative: elle a fait un choix et a mal choisi. C’est le fond qu’il faut toucher pour sentir la douleur des péchés et pour se repentir vraiment. En effet, dans d’autres domaines on ne se sent pas si libre et on ne sent pas que le péché affecte toute sa vie, et par conséquent on n’expérimente pas sa propre misère; et ainsi on perd la miséricorde, qui n’agit qu’à cette condition. On va à la pharmacie et on dit: ‘‘Par miséricorde, donne-moi une aspirine’’. Par miséricorde, on demande de donner de la morphine à une personne en proie à des douleurs atroces d’une maladie en phase terminale. Ou tout ou rien. On va au fond ou on ne comprend rien.

Le cœur que Dieu unit à notre misère morale est le Cœur du Christ, son Fils bien-aimé, qui bat comme un seul cœur avec celui du Père et celui de l’Esprit. Je me souviens quand Pie XII a fait l’Encyclique sur le Sacré-Cœur, je me souviens que quelqu’un disait: «Pourquoi une Encyclique sur cela? Ce sont des affaires de sœurs…» Il est le centre, le Cœur du Christ, il est le centre de la miséricorde. Peut-être que les sœurs comprennent mieux que nous, parce qu’elles sont des mères dans l’Église, elles sont des icônes de l’Église, de la Vierge. Mais le centre c’est le Cœur du Christ. Cela nous fera du bien cette semaine ou demain de lire Haurietis aquas… “Mais c’est préconciliaire!” – Oui, mais ça fait du bien! On peut lire, cela nous fera beaucoup de bien! Le cœur du Christ est un cœur qui choisit le chemin qui est le plus court et qui l’engage. C’est le propre de la miséricorde, qui se salit les mains, touche, se met en jeu, veut se compromettre avec l’autre, s’adresse à ce qui est personnel avec ce qui est le plus personnel, ne ‘‘s’occupe pas d’un cas’’ mais s’engage avec une personne, avec sa blessure. Regardons notre langage. Que de fois, sans nous en apercevoir, il nous vient à dire:“J’ai un cas…” Arrête-toi! Dis plutôt: “J’ai une personne qui…”. Cela est très clérical: “J’ai un cas…”, “j’ai trouvé un cas…”. A moi aussi cela arrive souvent. Il y a un peu de cléricalisme: réduire le concret de l’amour de Dieu, de ce que Dieu nous donne, de la personne, à un “cas”. Et ainsi je me détache et cela ne me touche pas. Et ainsi je ne me salis pas les mains; et ainsi je fais une pastorale propre, élégante, où je ne risque rien. Et donc où – ne vous scandalisez pas! – je n’ai pas la possibilité d’un péché honteux. La miséricorde dépasse la justice et le fait savoir et le fait sentir; l’on demeure engagé l’un envers l’autre. En rendant la dignité, – et cela est décisif, à ne pas oublier: la miséricorde donne de la dignité – la miséricorde élève celui vers lequel on s’abaisse et rend les deux égaux, le miséricordieux et celui qui reçoit miséricorde. Comme la pécheresse de l’Évangile (Lc 7, 36-50), à laquelle il a été beaucoup pardonné, parce qu’elle a beaucoup aimé, et avait beaucoup péché.

Voilà pourquoi, le Père a besoin de faire la fête, pour que, en rendant à son fils la dignité perdue, tout soit restauré en une seule fois. Cela permet de regarder l’avenir d’une manière neuve. Ce n’est pas que la miséricorde ne prenne pas en compte l’objectivité du dommage provoqué par le mal. Mais elle lui enlève le pouvoir sur l’avenir, – et cela est le pouvoir de la miséricorde – elle lui enlève le pouvoir sur la vie qui va de l’avant. La miséricorde est la vraie attitude de vie qui s’oppose à la mort, qui est le fruit amer du péché. En cela, la miséricorde est lucide, elle n’est pas du tout ingénue. Ce n’est pas qu’elle ne voie pas le mal, mais elle regarde combien brève est la vie et tout le bien qu’il reste à faire. C’est pourquoi il faut pardonner totalement, pour que l’autre regarde en avant et ne perde pas du temps à se culpabiliser et à se plaindre lui-même et à regretter ce qu’il a perdu. En commençant à soigner les autres, on fera son propre examen de conscience et, dans la mesure où on aide d’autres, on réparera le mal qu’on a fait. La miséricorde est fondamentalement pleine d’espérance. Elle est mère d’espérance.

Se laisser attirer et envoyer par le mouvement du cœur du Père, c’est se maintenir dans cette saine tension de dignité honteuse. Se laisser attirer par le centre du cœur du Père, comme le sang qui s’est sali en allant donner la vie aux membres les plus éloignés, pour que le Seigneur nous purifie et nous lave les pieds; se laisser envoyer pleins de l’oxygène de l’Esprit pour apporter la vie à tous les membres, surtout aux personnes les plus éloignées, à ceux qui sont fragiles et à ceux qui sont blessés.

Un prêtre racontait – cela est historique – l’histoire d’une personne échouée dans la rue qui a fini par vivre dans une maison d’accueil. C’était une personne enfermée dans sa propre amertume, qui n’entrait pas en contact avec les autres. Une personne cultivée; on l’a su plus tard. Quelque temps après, cet homme a été hospitalisé à cause d’une maladie en phase terminale et racontait au prêtre que, en étant là, réduit à rien et déçu de la vie, celui qui était dans le lit d’à côté lui a demandé de lui passer le pot de chambre et ensuite de le vider. Et il a raconté que cette demande, de la part de quelqu’un qui était vraiment dans le besoin et qui était dans un état pire que le sien, a ouvert ses yeux et son cœur à un très puissant sentiment d’humanité ainsi qu’à un désir d’aider l’autre et de se laisser aider par Dieu. Et il s’est confessé. Ainsi, un simple geste de miséricorde l’a connecté à la miséricorde infinie; il s’est résolu à aider l’autre et ensuite il s’est fait aider: il est mort, après s’être confessé, et en paix. C’est cela le mystère de la miséricorde.

Ainsi, je vous laisse avec la parabole du père miséricordieux, après nous être ‘‘situés’’ en ce moment où le fils se sent sale et revêtu, pécheur à qui la dignité a été rendue, honteux de lui-même et orgueilleux de son père. Le signe pour savoir si on est bien situé est l’envie d’être désormais miséricordieux envers tout le monde. Voilà le feu que Jésus est venu apporter sur la terre, celui qui allume d’autres feux. Si la flamme ne prend pas, c’est que l’un des pôles ne permet pas le contact; ou bien la honte excessive ne dénude pas les câbles et, au lieu de confesser ouvertement ‘‘j’ai fait ça et ça’’, elle se couvre; ou la dignité excessive touche les choses avec des gants.

Les excès de la miséricorde

Un petit mot pour finir sur les excès de la miséricorde.

L’unique excès face à la miséricorde excessive de Dieu est d’excéder en la recevant et en voulant la communiquer aux autres. L’Évangile nous montre de nombreux beaux exemples de ceux qui commettent des excès pour la recevoir: le paralytique, que ses amis font entrer par le toit au milieu de l’endroit où Jésus était en train de prêcher – ils exagèrent –; le lépreux qui abandonne ses neuf compagnons et retourne en glorifiant et en rendant grâce à Dieu à haute voix et se met à genoux aux pieds du Seigneur; l’aveugle Bartimée, qui parvient à arrêter Jésus par ses cris – et réussit aussi à vaincre la «douane des prêtres pour aller chez le Seigneur; la femme hémorroïsse, qui, dans sa timidité, s’ingénie à atteindre une proximité intime avec le Seigneur et qui [fait que], comme le dit l’Évangile, lorsqu’elle a touché son manteau, le Seigneur a senti que ‘‘sortait’’ de lui une dynamis…; ce sont tous des exemples de ce contact qui allume un feu et déclenche la dynamique: il libère la force positive de la miséricorde. Il y a aussi la pécheresse, dont les manifestations excessives d’amour envers le Seigneur, en lui lavant les pieds de ses larmes et en les essuyant de ses cheveux, sont pour le Seigneur un signe qu’elle a reçu beaucoup de miséricorde et qu’elle l’exprime par conséquent de cette façon exagérée. Mais la miséricorde exagère toujours, elle est excessive! Les gens les plus simples, les pécheurs, les malades, les possédés… sont immédiatement exaltés par le Seigneur, qui les fait passer de l’exclusion à la pleine inclusion, de l’éloignement à la fête. Et cela ne se comprend pas si ce n’est en terme d’espérance, en terme apostolique, en terme de celui qui a reçu miséricorde pour faire miséricorde à son tour.

Nous pouvons conclure en priant avec le Magnificat de la Miséricorde, le Psaume 50 du Roi David, que nous prions aux laudes tous les vendredis. C’est le Magnificat d’«un cœur contrit et humilié» qui, dans son péché, a la grandeur de confesser le Dieu fidèle, qui est plus grand que le péché. Dieu est plus grand que le péché! En nous reportant au moment où le fils prodigue s’attendait à un traitement froid et où le Père, au contraire, l’introduit pleinement dans une fête, nous pouvons l’imaginer priant le Psaume 50. Et le prier à deux chœurs avec lui, nous et le fils prodigue. Nous pouvons l’écouter dire: ‘‘Miséricorde, mon Dieu, par ta bonté; par ton immense compassion efface ma faute…’’. Et nous [pouvons] dire: ‘‘Et moi (aussi) je reconnais ma faute, j’ai toujours mon péché devant moi’’. Et d’une seule une voix dire: ‘‘Contre toi, Père, seulement contre toi j’ai péché’’.

Et prions à partir de cette tension intime qui allume la miséricorde, cette tension entre la honte qui dit: ‘‘Détourne ta face de mon péché, enlève toute ma faute’’; et cette confiance qui dit: ‘‘Purifie-moi avec l’hysope et je serai purifié, lave-moi: je serai plus blanc que la neige’’. Confiance qui devient apostolique: ‘‘Rends-moi la joie d’être sauvé, que l’esprit généreux me soutienne et aux pécheurs j’enseignerai tes chemins, vers toi reviendront les égarés’’.

[00918-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Retreat for priests 2016

Good morning dear priests,

Let us begin this day of spiritual retreat. I think it will benefit us to pray for one another, in communion. A retreat, but all of us in communion!

I have chosen the theme of mercy. First, a short introduction for the entire retreat.

Mercy, seen in feminine terms, is the tender love of a mother who, touched by the frailty of her newborn baby, takes the child into her arms and provides everything it needs to live and grow (rahamim). In masculine terms, mercy is the steadfast fidelity of a father who constantly supports, forgives and encourages his children to grow. Mercy is the fruit of a covenant; that is why God is said to remember his covenant of mercy (hesed). At the same time, it is an utterly free act of kindness and goodness (eleos) rising up from the depths of our being and finding outward expression in charity. This all-embracing character means that everyone can appreciate what it means to be merciful, to feel compassion for those who suffer, sympathy for those in need, visceral indignation in the face of patent injustice and a desire to respond with loving respect by attempting to set things right. If we reflect on this natural feeling of mercy, we begin to see how God himself can be understood in terms of this defining attribute by which Jesus wished to reveal him to us. God’s name is mercy.

When we meditate on mercy, something special happens. The dynamic of the Spiritual Exercises takes on new power. Mercy helps us to see that the three ways of classical mysticism – the purgative, the illuminative and the unitive – are not successive stages that, once experienced, can then be put behind us. We never cease to be in need of renewed conversion, deeper contemplation and greater love. These three phases intertwine e recur. Nothing unites us to God more than an act of mercy – and this is not an exaggeration: nothing unites us to God more than an act of mercy – for it is by mercy that the Lord forgives our sins and gives us the grace to practise acts of mercy in his name. Nothing strengthens our faith more than being cleansed of our sins. Nothing can be clearer than the teaching of Matthew 25 and the Beatitude, “Blessed are the merciful, for they will receive mercy” (Mt 5:7), for our understanding of God’s will and the mission he has entrusted to us. We can apply to mercy the Lord’s statement that “the measure you give will be the measure you receive” (Mt 7:2). If you will allow me, I am thinking of all those impatient confessors who “beat down” penitents, scolding them. But this is how God will treat them! If only for this reason, please don’t act in such a way. Mercy makes us pass from the recognition that we have received mercy to a desire to show mercy to others. We can feel within us a healthy tension between sorrow for our sins and the dignity that the Lord has bestowed on us. Without further ado, we can pass from estrangement to embrace, as in the parable of the prodigal son, and see how God uses our own sinfulness as the vessel of his mercy. I want to repeat this, which is the key to the first meditation: using our sinfulness itself as the vessel of his mercy. Mercy impels us to pass from personal to the communal. We see this in the miracle of the multiplication of the loaves, a miracle born of Jesus’ compassion for his people and for others. Something similar happens when we act mercifully: the bread of mercy multiplies as it is shared.

Three suggestions

I have three suggestions for this day of retreat. The free and joyful familiarity that comes about at every level between those who treat one another with mercy – the familiarity of the Kingdom of God as Jesus describes it in his parables – leads me to offer three suggestions for your personal prayer today.

The first has to do with two practical counsels that Saint Ignatius gives and I apologise for the “in house” advertising. He tells us that “it is not great knowledge that fills and satisfies the soul, but the ability to feel and savour the things of God interiorly” (Spiritual Exercises, 2). Saint Ignatius adds that whenever we encounter and savour something we desire, we should pray in peace, “without being anxious to move forward as long as I am satisfied” (ibid., 76). So too, in these meditations on mercy we can begin with what we savour most and linger there, for surely one work of mercy will lead us to others. If we start by thanking the Lord for having wondrously created us and for even more wondrously redeemed us, surely this will lead us to a sense of sorrow for our sins. If we start by feeling compassion for the poor and the outcast, surely we will come to realize that we ourselves stand in need of mercy.

My second suggestion for your prayer has to do with the way we speak about mercy. By now you have realized that in Spanish I like to use “mercy” as a verb: We have to ‘show mercy’ [misericordiar in Spanish – to mercify: we have to stretch the language a little] in order to ‘receive mercy’ [ser misericordiados to be mercified]”. “But Father, this is not a real word!” – “True, but it is the form I have found useful to grasp this reality: to show mercy, misericordiar and receive mercy, ser misericordiados”. Mercy joins a human need to the heart of God, and this leads to immediate action. We cannot meditate on mercy without it turning into action. In prayer, it doesn’t help to intellectualize things. With the help of grace, our dialogue with the Lord has to focus straightaway on that sin for which I most need the Lord’s mercy, the one of which I am most ashamed, the one for which I most desire to make reparation. From the outset, too, we have to speak of what most moves us, of all those faces that make us want to do something to satisfy their hunger and thirst for God, for justice, for tenderness. Mercy is contemplated in action, but in a kind of action that is all-inclusive. Mercy engages our whole being – our feelings and our spirit – and all other beings as well.

My last suggestion for today’s retreat has to do with the fruit of these Exercises, namely the grace that we ask to receive. It is, in a word, the grace to become priests ever more ready to “receive mercy” (misericordiados) and to “show mercy” (misericordiosos). One of the most beautiful things, and which moves me, is a priest’s confession: it is something great, beautiful, because this man who comes to confess his own sins is the same who will listen to the heart of other penitents who come to confess their sins. We can concentrate on mercy because it is what is most essential and definitive. By the stairway of mercy (cf. Laudato Si’, 77), we can descend to the depths of our human condition – including our frailty and sin – and ascend to the heights of divine perfection: “Be merciful (perfect) as your Father is merciful”. But always for the sake of “reaping” even greater mercy. This fruit should also be seen in a conversion of our institutional mindset: unless our structures are vibrant and aimed at making us more open to God’s mercy and more merciful to others, they can turn into something very bizarre and eventually counterproductive. This area is dealt with often in some documents of the Church and addresses of various Popes: institutional conversion, pastoral conversion.

This retreat, then, will follow the path of that “evangelical simplicity” which sees and does all things in the key of mercy. That mercy is dynamic, not so much a noun with a fixed and definite meaning, or a descriptive adjective, but rather a verb – “to show mercy” and “to receive mercy” [misericordiar and ser misericordiados]. This spurs us to action in this world. Even more, it is a mercy that is “ever greater” (magis), a mercy that grows and expands, passing from good to better and from less to more. For the model that Jesus sets before us is that of the Father, who is ever greater – Deus semper maior – and whose infinite mercy in some sense constantly “grows”. His mercy has no roof or walls, because it is born of his sovereign freedom.

First meditation: from estrangement to celebration

Now we turn to the first meditation. I have entitled it “From estrangement to celebration”. If, as we said, the Gospel presents mercy as an excess of God’s love, the first thing we have to do is to see where today’s world, and every person in it, most needs this kind of overflow of love. We have to ask ourselves how such mercy is to be received. On what barren and parched land must this flood of living water surge? What are the wounds that need this precious balm? What is the sense of abandonment that cries out for loving attention? What is the sense of estrangement that so thirsts for embrace and encounter?

The parable which I would now propose for your meditation is that of the merciful Father (cf. Lk 15:11-31). We find ourselves before the mystery of the Father. I think we should begin with the moment when the prodigal son stands in the middle of the pigsty, in that inferno of selfishness where, having done everything he wanted to do, now, instead of being free, he feels enslaved. He looks at the pigs as they eat their husks… and he envies them. He feels homesick. Homesick: a crucial word. He longs for the fresh baked bread that the servants in his house, his father’s house, eat for breakfast. Homesickness, nostalgia is a powerful emotion. Like mercy, it expands the soul. It makes us think back to our first experience of goodness – the homeland from which we went forth – and it awakens in us the hope of returning there. It is the nostos algos. Against this vast horizon of nostalgia, the young man – as the Gospel tells us – came to his senses and realized that he was miserable. Each one of us can come to, or be led to, the point of feeling greater misery. Each one of us has his or her hidden misery… we need to beg for the grace to find it.

Without dwelling on that misery of his, let us move on to the other moment, once his Father had embraced him and kissed him. He finds himself still dirty, yet dressed for a banquet. For his father does not say: “Go and have a shower and then come here”. No. He is dirty and dressed for a banquet. He fingers the ring he has been given, which is just like his father’s. He has new sandals on his feet. He is in the middle of a party, in the midst of a crowd of people. A bit like ourselves, if ever we have gone to confession before Mass and then all of a sudden found ourselves vested and in the middle of a ceremony. It is a state of embarrassed dignity.

An embarrassed dignity

Let us think for a moment about the “embarrassed dignity” of this prodigal yet beloved son. If we can serenely keep our heart balanced between those two extremes – dignity and embarrassment – without letting go of either of them, perhaps we can feel how the heart of our Father beats with love for us. It was a heart beating with worry, as he went up onto the roof to look out. What was he looking at? The possible return of his son… In that moment, in that place where dignity and embarrassment exist side by side, we can perceive how our Father’s heart beats. We can imagine that mercy wells up in it like blood. He goes out to seek us sinners. He draws us to himself, purifies us and sends us forth, new and renewed, to every periphery, to bring mercy to all. That blood is the blood of Christ, the blood of the new and eternal covenant of mercy, poured out for us and for all, for the forgiveness of sins. We contemplate that blood by going in and out of his heart and the heart of the Father. That is our sole treasure, the only thing we have to give to the world: the blood that purifies and brings peace to every reality and all people. The blood of the Lord that forgives sins. The blood that is true drink, for it reawakens and revives what was dead from sin.

In our serene prayer, which wavers between embarrassment and dignity, dignity and embarrassment, both together, let us ask for the grace to sense that mercy as giving meaning to our entire life, the grace to feel how the heart of the Father beats as one with our own. It is not enough to think of that grace as something God offers us from time to time, whenever he forgives some big sin of ours, so that then we can go off to do the rest by ourselves, alone. It is not enough.

Saint Ignatius offers us an image drawn from the courtly culture of his time, but since loyalty among friends is a perennial value, it can also help us. He says that, in order to feel “embarrassment and shame” for our sins (but without forgetting God’s mercy), we can use the example of “a knight who finds himself before his king and his entire court, ashamed and embarrassed for having gravely wronged him, after having received from him many gifts and many favours” (Spiritual Exercises, 74). We can imagine this scene. But like the prodigal son who finds himself in the middle of a banquet, this knight, who ought to feel ashamed before everyone, suddenly sees the King take him by the hand and restore his dignity. Indeed, not only does the King ask him to follow him into battle, but he puts him at the head of his peers. With what humility and loyalty this knight will serve him henceforth! This makes me think of the last part of Chapter 16 of the Book of Ezekiel.

Whether we see ourselves as the prodigal son in the midst of the banquet, or the disloyal knight restored and promoted, the important thing is that each of us feel that fruitful tension born of the Lord’s mercy: we are at one and the same time sinners pardoned and sinners restored to dignity. The Lord not only cleanses us, but crowns us, giving us dignity.

Simon Peter represents the ministerial aspect of this healthy tension. At every step along the way, the Lord trains him to be both Simon and Peter. Simon, the ordinary man with all his faults and inconsistencies, and Peter, the bearer of the keys who leads the others. When Andrew brings Simon, fresh from his nets, to Christ, the Lord gives him the name Peter, “Rock”. Yet immediately after praising Peter’s confession of faith, which comes from the Father, Jesus sternly reproves him for being tempted to heed the evil spirit telling him to flee the cross. Jesus will go on to invite Peter to walk on the water; he will let him sink into his own fear, only then to stretch out his hand and raise him up. No sooner does Peter confess that he is a sinner than the Lord makes him a fisher of men. He will question Peter at length about his love, instilling in him sorrow and shame for his disloyalty and cowardice, but he will also thrice entrust to him the care of his sheep. These two opposites always go together.

That is how we have to see ourselves: poised between our utter shame and our sublime dignity. What do we feel when people kiss our hands, when we are honoured by the People of God, as we look at our own depths of misery? There is another circumstance which helps us understand. Contrast is always present. We must place ourselves into that context, that place wherein our most shameful misery and highest dignity exist side by side. In that same place. Dirty, impure, mean, vain – the sin of priests, vanity – and selfish yet at the same time, with feet washed, called and chosen to distribute the Lord’s multiplied loaves, blessed by our people, loved and cared for. Only mercy makes this situation bearable. Without it, either we believe in our own righteousness like the Pharisees, or we shrink back like those who feel unworthy. In either case, our hearts grow hardened: when we feel righteous like the Pharisees or when we distance ourselves like those who feel unworthy. I do not feel worthy, but I must not distance myself: I must have an embarrassed dignity, both go together.

Let us look a little more closely at this, and ask why this tension is so fruitful between misery and dignity, between estrangement and celebration? The reason, I would say, is that it is the result of a free decision. The Lord acts mainly through our freedom, even though his help never fails us. Mercy is a matter of freedom. As a feeling, it wells up spontaneously. When we say that it is visceral, it might seem that it is synonymous with “animal”. But animals do not experience “moral” mercy, even though some of them may experience something akin to compassion, like the faithful dog keeping watch at the side of his ailing master. Mercy is a visceral emotion but it can also be the fruit of an acute intellectual insight – startling as a bolt of lightning but no less complex for its simplicity. We intuit many things when we feel mercy. We understand, for example that another person is in a desperate state, a limit situation; something is going on that is greater than his or her sins and failings. We also realize that the other person is our peer, that we could well be standing in his or her shoes. Or that evil is such an immense and devastating thing that it can’t simply be fixed by justice… Deep down, we realize that what is needed is an infinite mercy, like that of the heart of Christ, to remedy all the evil and suffering we see in the lives of human beings… If mercy is anything less than this, it is not enough. We can understand so many things simply by seeing someone barefoot in the street on a cold morning, or by contemplating the Lord nailed to the cross – for me!

Moreover, mercy can be freely accepted and nurtured, or freely rejected. If we accept it, one thing leads to another. If we choose to ignore it, our heart grows cold. Mercy makes us experience our freedom and, as a result, the freedom of God himself, who, as he said to Moses, is “merciful with whom he is merciful” (cf. Dt 5:10). By his mercy the Lord expresses his freedom. And we, our own.

We can “do without” the Lord’s mercy for a long time. In other words, we can go through life without thinking about it consciously or explicitly asking for it. Then one day we realize that “all is mercy” and we weep bitterly for not having known it earlier, when we needed it most!

This feeling is a kind of moral misery. It is the entirely personal realization that at a certain point in my life I decided to go it alone: I made my choice and I chose badly. Such are the depths we have to reach in order to feel sorrow for our sins and true repentance. Otherwise, we lack the freedom to see that sin affects our entire life. We don’t recognize our misery, and thus we miss out on mercy, which only acts on that condition. People don’t go to a pharmacy and ask for an aspirin out of mercy. Out of mercy we ask for morphine, to administer to a person who is terminally ill and racked with pain. All or nothing. If we do not go into this deeply, we will fail to understand.

The heart that God joins to this moral misery of ours is the heart of Christ, his beloved Son, which beats as one with that of the Father and the Spirit. I remember when Pius XII completed his Encyclical on the Sacred Heart, someone commented: “Why an Encyclical on this? This is for religious sisters…”. The heart of Jesus is the centre, the very centre of mercy. Perhaps sisters understand this better than we do, because they are mothers in the Church, icons of the Church, of the Blessed Mother. But the centre is the heart of Jesus. We would do well to read this week or tomorrow Haurietis aquas… “But it is preconciliar!” – true, but it helps me! Reading it can help us! The heart of Jesus is a heart that chooses the fastest route and takes it. Mercy gets its hands dirty. It touches, it gets involved, it gets caught up with others, it gets personal. It does not approach “cases” but persons and their pain. Let us examine our use of words. How many times, without realizing it, do we say: “I have this case…”. Stop right there! Say, instead: “I have this person who…”. This is very clerical: “I have this case…”, “I’ve come across a case…”. It happens to me often. There is some clericalism: to reduce the concreteness of God’s love, that love which God gives us and that of persons, to a “case”. In this way I distance myself and am not affected. In this way I don’t dirty my hands; I am able to carry out a pastoral work that is clean, elegant, and in which I risk nothing. And in which – don’t be scandalized – I am not able to sin shamefully. Mercy exceeds justice; it brings knowledge and compassion; it leads to involvement. By the dignity it brings – and this is crucial, not to be forgotten: mercy brings dignity – mercy raises up the one over whom another has stooped to bring help. The one who shows mercy and the one to whom mercy is shown become equals. Like the sinful woman in the Gospel (Lk 7:36-50), who was forgiven much, because she loved much and had sinned much.

That is why the Father needed to celebrate, so that everything could be restored at once, and his son could regain his lost dignity. This realization makes it possible to look to the future in a different way. It is not that mercy overlooks the objective harm brought about by evil. Rather, it takes away evil’s power over the future, and this is the power of mercy: it takes away the power of evil over life, which then goes on. Mercy is the genuine expression of life that counters death, the bitter fruit of sin. As such, it is completely lucid and in no way naïve. It is not that it is blind to evil; rather, it sees how short life is and all the good still to be done. That is why it is so important to forgive completely, so that others can look to the future without wasting time on self-recrimination and self-pity over their past mistakes. In starting to care for others, we will examine our own consciences, and to the extent that we help others, we will make reparation for the wrong we ourselves have done. Mercy is always tinged with hope. Mercy is the mother of hope.

To let ourselves to be drawn to and sent by the beating heart of the Father is to remain in this healthy tension of embarrassed dignity. Letting ourselves be drawn into his heart, like blood which has been sullied on its way to give life to the extremities, so that the Lord can purify us and wash our feet. Letting ourselves be sent, full of the oxygen of the Spirit, to revive the whole body, especially those members who are most distant, frail and hurting.

A priest, and this really happened, once told me about a street person who ended up living in a hospice. He was consumed by bitterness and did not interact with others. He was an educated person, as they later found out. Sometime thereafter, this man was hospitalized for a terminal illness. He told the priest that while he was there, feeling empty and disillusioned, the man in the next bed asked him to remove his bed pan and empty it. That request from someone truly in need, someone worse off than he was, opened his eyes and his heart to a powerful sense of humanity, a desire to help another person and to let himself be helped by God. He confessed his sins. A simple act of mercy put him in touch with infinite mercy. It led him to help someone else and, in doing so, to be helped himself. He died after making a good confession, and at peace. This is the mystery of mercy.

So I leave you with the parable of the merciful Father, now that we have we have entered into the situation of the son who feels dirty and dressed up, a dignified sinner, ashamed of himself yet proud of his father. The sign that we have entered into it is that we ourselves now desire be merciful to all. This is the fire Jesus came to bring to the earth, a fire that lights other fires. If the spark does not take, it is because one of the poles cannot make contact. Either excessive shame, which fails to strip the wires and, instead of freely confessing “I did this or that”, stays covered; or excessive dignity, which touches things with gloves.

An excess of mercy

A few words to conclude on the excesses of mercy. The only way for us to be “excessive” in responding to God’s excessive mercy is to be completely open to receiving it and to sharing it with others. The Gospel gives us many touching examples of people who went to excess in order to receive his mercy. There is the paralytic whose friends let him down from the roof into the place where the Lord was preaching – they exaggerate somewhat. Or the leper who left his nine companions to come back, glorifying and thanking God in a loud voice, to kneel at the Lord’s feet. Or the blind Bartimaeus whose outcry made Jesus halt before him – and even gets through the “priests’ custom controls” to reach the Lord. Or the woman suffering from a haemorrhage who timidly approached the Lord and touched his robe; as the Gospel tells us, Jesus felt power – dynamis – “go forth” from him… All these are examples of that contact that lights a fire and unleashes the positive force of mercy. Then too, we can think of the sinful woman, who washed the Lord’s feet with her tears and dried them with her hair; Jesus saw her excessive display of love as a sign of her having received great mercy. Mercy is always excessive! Ordinary people – sinners, the infirm and those possessed by demons – are immediately raised up by the Lord. He makes them pass from exclusion to full inclusion, from estrangement to celebration. And it can only be understood in the key of hope, in an apostolic key, in the key of knowing mercy and then showing mercy.

Let us conclude by praying the Magnificat of mercy, Psalm 50 by King David, which we pray each Friday at Morning Prayer. It is the Magnificat of “a humble and contrite heart” capable of confessing its sin before the God who, in his fidelity, is greater than any of our sins. God is greater than our sins! If we put ourselves in the place of the prodigal son, at the moment when, expecting his Father’s reproof, he discovers instead that his Father has thrown a party, we can imagine him praying Psalm 50. We can pray it antiphonally with him, we and the prodigal son together. We can hear him saying: “Have mercy on me, O God, in your kindness; in your compassion blot out my offence” … And ourselves continuing: “My offences, truly I (too) know them; my sin is always before me”. And together: “Against you, Father, against you, you alone, have I sinned”.

May our prayer rise up from that interior tension which kindles mercy, that tension between the shame that says: “From my sins turn away your face, and blot out all my guilt”, and the confidence that says, “O purify me, then I shall be clean; O wash me, I shall be whiter than snow”. A confidence that becomes apostolic: “Give me again the joy of your help; with the spirit of fervour sustain me, that I may teach transgressors your ways, and sinners may return to you”.

[00918-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Exerzitien für Priester 2016

Guten Tag, liebe Priester!

Beginnen wir diesen Einkehrtag. Ich glaube, es wird uns gut tun, füreinander zu beten, in Gemeinschaft. Ein Einkehrtag, aber alle in Gemeinsamkeit.

Ich habe das Thema der Barmherzigkeit gewählt. Zunächst eine kleine Einführung für den ganzen Einkehrtag:

Die Barmherzigkeit ist in ihrem mehr weiblichen Aspekt die innige Mutterliebe, die angesichts der Gebrechlichkeit ihres Neugeborenen gerührt ist, es in ihre Arme schließt und für alles aufkommt, was ihm fehlt, damit es leben und wachsen kann (rachamim); und in ihrem speziell männlichen Aspekt ist sie die starke Treue des Vaters, der seine Kinder immer unterstützt, ihnen verzeiht und sie wieder auf den Weg bringt. Die Barmherzigkeit ist sowohl die Frucht eines „Bundes“ – darum heißt es, dass Gott an seinen Bund der Barmherzigkeit (hesed) denkt – als auch eine ungeschuldete „Handlung“ des Wohlwollens und der Güte, die aus unserer tiefsten Seelenverfassung hervorgeht und in einem äußeren Werk zum Ausdruck kommt (eleos, von dem das Wort Almosen herrührt). Dieses umfassende Spektrum der Barmherzigkeit führt dazu, dass es immer allen möglich ist, sich zu „erbarmen“, Mitgefühl zu haben mit dem Leidenden, Rührung zu empfinden angesichts des Bedürftigen; dass man sich empört, dass einem eine offensichtliche Ungerechtigkeit auf den Magen schlägt und man unverzüglich beginnt, etwas Konkretes zu tun – respektvoll und einfühlsam –, um der Situation abzuhelfen. Und von diesem inneren Empfinden her ist es allen möglich, Gott unter dem Gesichtspunkt dieser ersten und letzten Eigenschaft zu betrachten, mit der Jesus ihn uns offenbart hat: Der Name Gottes ist Barmherzigkeit.

Wenn wir über die Barmherzigkeit nachsinnen, geschieht etwas Besonderes. Die Dynamik der Exerzitien wird von innen her gesteigert. Die Barmherzigkeit lässt erkennen, dass die objektiven Wege der klassischen Mystik – Reinigung, Erleuchtung und Vereinigung – niemals aufeinander folgende Etappen sind, die man hinter sich lassen kann. Immer bedürfen wir einer neuen Umkehr, einer tieferen Betrachtung und einer erneuerten Liebe. Diese drei Phasen sind miteinander verflochten und kehren immer wieder. Nichts vereint mehr mit Gott als eine Tat der Barmherzigkeit – und das ist keine Übertreibung: Nichts vereint mehr mit Gott als eine Tat der Barmherzigkeit – ob es sich nun um die Barmherzigkeit handelt, mit der der Herr uns unsere Sünden vergibt, oder um die Gnade, die er uns schenkt, damit wir die Werke der Barmherzigkeit in seinem Namen vollbringen. Nichts erleuchtet den Glauben mehr als die Reinigung von unseren Sünden und nichts ist eindeutiger als Matthäus 25 und jenes » Selig die Barmherzigen; denn sie werden Erbarmen finden « (Mt 5,7), um zu verstehen, was der Wille Gottes ist, die Mission, zu der er uns sendet. Auf die Barmherzigkeit kann man jene Lehre Jesu anwenden: » Nach dem Maß, mit dem ihr messt und zuteilt, wird euch zugeteilt werden « (Mt 7,2). Gestattet mir, aber ich denke hier an jene ungeduldigen Beichtväter, die auf die Beichtenden „einschlagen“, ihnen Vorwürfe machen. So aber wird Gott dann sie behandeln! Wenigstens aus diesem Grund tut so etwas nicht! Die Barmherzigkeit erlaubt uns, von dem Gefühl, Empfänger des Erbarmens zu sein, zu dem Wunsch überzugehen, Erbarmen zu erweisen. In einer heilsamen Spannung können das Gefühl der Beschämung wegen der eigenen Sünden und das Gefühl für die Würde, zu der der Herr uns erhebt, nebeneinander existieren. Ohne Umschweife können wir von der Ferne übergehen zum Fest – wie in dem Gleichnis vom verlorenen Sohn – und als Sammelbecken für die Barmherzigkeit unsere eigene Sünde benutzen. Ich wiederhole das; es ist der Schlüssel der ersten Meditation: als Sammelbecken für die Barmherzigkeit unsere eigene Sünde benutzen. Die Barmherzigkeit veranlasst uns, vom Persönlichen zum Gemeinschaftlichen überzugehen. Wenn wir barmherzig handeln wie bei den Wundern der Brotvermehrung, die aus dem Mitleid Jesu mit seinem Volk und mit den Fremden geboren werden, vervielfältigt sich das Brot in dem Maß, wie es ausgeteilt wird.

Drei Anregungen

Drei Anregungen für diesen Einkehrtag. Die frohe und freie Vertrautheit, die sich auf allen Ebenen unter denen einstellt, die durch das Band der Barmherzigkeit Kontakte miteinander knüpfen – eine Vertrautheit des Gottesreiches, so wie Jesus es in seinen Gleichnissen beschreibt – veranlasst mich, euch für euer persönliches Gebet an diesem Tag drei Dinge vorzuschlagen.

Das erste hat mit zwei praktischen Ratschlägen zu tun, die der heilige Ignatius gibt – ich entschuldige mich für die Schleichwerbung für die „Familie“. Er sagt: » Nicht das viele Wissen sättigt und befriedigt die Seele, sondern das innerliche Verspüren und Schmecken der Dinge « (Geistliche Übungen, Anmerkung 2). Und er fügt hinzu, dass jemand dort, wo er das findet, was er will, und wo es ihm gefällt, ruhig im Gebet verweilen soll, bis er befriedigt ist, » ohne ängstliche Sorge zu haben weiterzugehen « (ebd., 76). Man kann also bei diesen Meditationen über die Barmherzigkeit beginnen, wo es einem am meisten gefällt, und dort verweilen, denn sicher wird ein Werk der Barmherzigkeit euch zu den anderen führen. Wenn wir damit beginnen, dem Herrn zu danken, der uns wunderbar erschaffen und noch wunderbarer erlöst hat, wird uns das sicher dazu führen, uns über unsere Sünden zu grämen. Wenn wir damit beginnen, Mitleid zu empfinden mit den Ärmsten und Fernsten, werden sicher auch wir selbst die Notwendigkeit spüren, Erbarmen zu empfangen.

Die zweite Anregung für das Beten hängt mit einer neuen Weise zusammen, das Wort Barmherzigkeit zu gebrauchen. Wie ihr sicher festgestellt habt, gebrauche ich beim Reden über die Barmherzigkeit gerne die Verbform: „Man muss sich erbarmen (spanisch: misericordiar), um Erbarmen zu empfangen, um „erbarmt zu werden“ (spanisch: ser misericordiado) – hier muss man die Sprache ein wenig vergewaltigen. „Aber Pater, das ist doch kein Deutsch!“ – „Ja, aber es ist die Form, die ich finde, um ins Eigentliche vorzudringen: „sich erbarmen“, um „erbarmt zu werden“. Die Barmherzigkeit bringt eine menschliche Erbärmlichkeit mit dem Herzen Gottes in Kontakt und das bewirkt, dass es unmittelbar zur Handlung kommt. Man kann nicht über Barmherzigkeit meditieren, ohne dass sich alles in die Tat umsetzt. Darum tut es beim Gebet nicht gut, zu intellektualisieren. Mit Hilfe der Gnade muss unser Gespräch mit dem Herrn ganz schnell konkret werden in der Frage: Welche meiner Sünden verlangt, dass deine Barmherzigkeit in mich eindringt; wo, Herr, empfinde ich am meisten Scham und den stärksten Wunsch zur Wiedergutmachung? Und sehr bald müssen wir von dem sprechen, was uns am meisten innerlich erschüttert, von jenen Gesichtern, die in uns das große Verlangen wecken, aktiv zu werden, um ihren Hunger und Durst nach Gott, nach Gerechtigkeit und liebevoller Zuneigung zu stillen. Die Barmherzigkeit betrachtet man im Tun, doch in einer Art des Tuns, die alles einschließt: Die Barmherzigkeit bezieht unser ganzes Sein ein – Herz und Geist – und alles Seiende.

Die letzte Anregung für den heutigen Tag betrifft die Frucht der Exerzitien, das heißt die Gnade, die wir erbitten müssen und die ganz konkret die Gnade ist, uns in Priester zu verwandeln, die immer fähiger werden, Barmherzigkeit zu empfangen und zu gewähren. Etwas vom Schönsten, das mich innerlich rührt, ist die Beichte eines Priesters: Es ist etwas Großes, Schönes, denn dieser Mann, der da kommt, um seine Sünden zu beichten, ist derselbe, der dann ganz Ohr ist für einen anderen Menschen, der kommt, um die seinen zu beichten. Wir können uns ganz auf die Barmherzigkeit ausrichten, weil sie das Wesentliche, das Endgültige ist. Über die Stufen der Barmherzigkeit (vgl. Enzyklika Laudato si’, 77) können wir absteigen bis in die tiefsten Tiefen des Menschseins – Hinfälligkeit und Sünde eingeschlossen – und aufsteigen bis zu den höchsten Höhen der göttlichen Vollkommenheit: » Seid barmherzig, wie es auch euer Vater ist! « (Lk 6,36); »ihr sollt also vollkommen sein, wie es auch euer himmlischer Vater ist« (Mt 5,48). Immer aber, um nur noch mehr Barmherzigkeit zu „ernten“. Daraus müssen Früchte der Umkehr unserer institutionellen Mentalität hervorgehen: Wenn unsere Strukturen nicht gelebt und genutzt werden, um die Barmherzigkeit Gottes besser zu empfangen und um barmherziger gegenüber den anderen zu sein, können sie sich in etwas sehr Befremdliches und Kontraproduktives verwandeln. Davon ist in einigen Dokumenten der Kirche und in einigen Ansprachen der Päpste häufig die Rede: von der institutionellen Umkehr, der pastoralen Umkehr.

Dieser Einkehrtag wird also den Weg dieser „Einfachheit des Evangeliums“ einschlagen, die alles unter dem Gesichtspunkt der Barmherzigkeit versteht und vollbringt. Und zwar einer dynamischen Barmherzigkeit, die weder als ein dingfestes, genau definiertes Substantiv gesehen wird, noch als ein Adjektiv, welches das Leben ein wenig ausschmückt, sondern als ein Verb – sich erbarmen und Erbarmen empfangen, „erbarmt werden“ – und das treibt uns zum Handeln mitten in der Welt. Und zudem als eine „immer noch größere“ Barmherzigkeit, als eine Barmherzigkeit, die wächst und zunimmt, indem sie vom Guten zum Besseren voranschreitet, von weniger zu mehr geht. Denn das Bild, das Jesus uns vorstellt, ist das des stets größeren Vaters – Deus semper maior –, dessen unendliche Barmherzigkeit „wächst“ – wenn man das so sagen kann – und die weder in der Höhe noch in der Tiefe Grenzen kennt, weil sie seiner souveränen Freiheit entspringt.

Erste Meditation: Aus der Ferne zum Fest

Und nun kommen wir zur ersten Meditation. Als Titel habe ich „Aus der Ferne zum Fest“ gewählt. Wenn die Barmherzigkeit des Evangeliums, wie wir sagten, ein Übermaß Gottes ist, ein unglaubliches Überborden, dann muss man als Erstes schauen, wo die Welt von heute und jeder Mensch ein solches Übermaß an Liebe am meisten braucht. Das Erste ist, uns zu fragen, welches das Sammelbecken für eine solche Barmherzigkeit ist; welches das öde, ausgetrocknete Erdreich ist für dieses Überfließen lebendigen Wassers; welches die Wunden sind für dieses Balsamöl; welches die Waisenschaft ist, die ein solches Sich-Aufopfern in Liebe und Zuwendung braucht; welches die Ferne ist, die so sehr nach Umarmung und Begegnung dürstet…

Das Gleichnis, das ich euch für diese Meditation vorschlage, ist das des barmherzigen Vaters (vgl. Lk 15,11-31). Wir versetzen uns in den Bereich des Geheimnisses des Vaters. Und ich möchte ganz spontan mit jenem Moment beginnen, in dem der verlorene Sohn mitten im Schweinestall ist, in dieser Hölle des Egoismus, wo er alles getan hat, was er wollte, und anstatt frei zu sein, sich als Sklave wiederfindet. Er schaut auf die Schweine, die Futterschoten essen…, er empfindet Neid und es steigt Heimweh in ihm auf. Heimweh: ein Schlüsselwort. Heimweh nach dem frisch gebackenen Brot, das die Diener in seinem Hause, im Haus seines Vaters, zum Frühstück essen. Das Heimweh ist ein machtvolles Gefühl. Es hat etwas mit der Barmherzigkeit zu tun, denn es weitet unsere Seele aus. Es lässt uns an das erste Gut denken – die Heimat, aus der wir kommen – und erweckt in uns die Hoffnung zurückzukehren (nóstos álgos – Heimweh). In diesem weiten Sinn des Heimwehs ging der junge Mann in sich – sagt das Evangelium – und fühlte sich erbärmlich. Und jeder von uns kann diesen Punkt suchen oder sich zu ihm bringen lassen, wo er sich am erbärmlichsten fühlt. Jeder von uns trägt sein Geheimnis der Erbärmlichkeit in sich… Man muss die Gnade erbitten, ihn zu finden.

Ohne uns jetzt dabei aufzuhalten, das Elend seines Zustands zu beschreiben, gehen wir zu jenem anderen Moment über, in dem er, nachdem sein Vater ihn herzlich umarmt und geküsst hat, sich schmutzig fühlt, aber festlich gekleidet ist. Denn der Vater sagt ihm nicht: „Geh dich duschen und dann komm!“ Nein. Schmutzig und festlich gekleidet. Am Finger trägt er den Ring wie sein Vater, an den Füßen neue Sandalen. Er steht mitten im Fest, unter den Leuten. Ungefähr wie wir, wenn es uns einmal passiert ist, dass wir vor der Messe gebeichtet hatten und uns gleich darauf mit den Paramenten bekleidet mitten in einer Zeremonie wiederfanden. Das ist ein Zustand beschämter Würde.

Beschämte Würde

Verweilen wir bei jener „beschämten Würde“ dieses verlorenen und bevorzugten Sohnes. Wenn wir uns mit innerer Gelassenheit darum bemühen, unser Herz zwischen diesen beiden Extremen – der Würde und der Beschämung – zu halten, ohne eines von ihnen zu vernachlässigen, können wir vielleicht spüren, wie das Herz unseres himmlischen Vaters schlägt. Es war ein Herz, das voll angstvoller Unruhe schlug, wenn er jeden Tag auf die Dachterrasse stieg, um Ausschau zu halten. Wonach schaute er aus? Ob der Sohn zurückkehrte… Doch an diesem Punkt, an diesem Ort, wo es Würde und Beschämung gibt, können wir wahrnehmen, wie das Herz unseres himmlischen Vaters schlägt. Wir können uns vorstellen, dass die Barmherzigkeit daraus hervorströmt wie Blut. Dass er aufbricht, uns zu suchen – uns Sünder –, dass er uns an sich zieht, uns reinigt und uns erneuert wieder aussendet an alle Peripherien, damit wir allen Barmherzigkeit erweisen. Sein Blut ist das Blut Christi, das Blut des neuen und ewigen Bundes der Barmherzigkeit, das für uns und für alle vergossen wurde zur Vergebung der Sünden. Dieses Blut betrachten wir, wie es in sein und des Vaters Herz hineinfließt und aus ihm hervorströmt. Es ist unser einziger Schatz, der einzige, den wir besitzen, um ihn der Welt zu geben: das Blut, das alles und alle reinigt und versöhnt. Das Blut des Herrn, der die Sünden vergibt. Das Blut, das wirklich ein Trank ist und das, was aufgrund der Sünde tot ist, auferweckt und ihm Leben gibt.

In unserem ruhigen Beten, das von der Beschämung zur Würde und von der Würde zur Beschämung geht – beides zusammen –, erbitten wir die Gnade, diese Barmherzigkeit als grundlegend für unser ganzes Leben zu empfinden; die Gnade, zu spüren, wie der Herzschlag des Vaters sich mit dem unsrigen verbindet. Es genügt nicht, die Barmherzigkeit Gottes wie eine Geste zu empfinden, die er hin und wieder tut, indem er uns irgendeine große Sünde vergibt, und im Übrigen bügeln wir die Dinge allein und selbständig wieder aus. Das genügt nicht.

Der heilige Ignatius schlägt ein für seine Zeit typisches Bild aus der Welt des Rittertums vor; da aber die Loyalität unter Freunden ein immerwährender Wert ist, kann es uns hilfreich sein. Er sagt, dass wir, um »Verwirrung« und Beschämung wegen unserer Sünden zu empfinden (ohne das Gefühl für die Barmherzigkeit zu verlieren), uns eines Beispiels bedienen können: Stellen wir uns vor, dass »ein Ritter vor seinen König und dessen ganzen Hof tritt, beschämt und verwirrt, weil er ihn, von dem er zuvor viele Gaben und viele Gunsterweise empfangen hat,sehr beleidigt hat« (Geistliche Übungen, 74). Stellen wir uns diese Szene vor. Wenn wir aber der Dynamik des verlorenen Sohns auf dem Fest folgen, stellen wir uns diesen Ritter vor wie einen, der nicht etwa vor allen beschämt wird, sondern dem der König stattdessen überraschenderweise die Hand reicht und ihm seine Würde zurückgibt. Und wir sehen, dass er ihn nicht nur einlädt, ihm in seinem Kampf zu folgen, sondern dass er ihn an die Spitze seiner Kameraden setzt. Mit welcher Demut und welcher Treue wird dieser Ritter ihm von nun an folgen! Das lässt mich an den letzten Teil des 16. Kapitels des Propheten Ezechiel denken, an den letzten Teil.

Ob man sich nun wie der gefeierte verlorene Sohn fühlt oder wie der untreue Ritter, der zum Vorgesetzten ernannt wurde – das Wichtige ist, dass jeder sich in die fruchtbare Spannung begibt, in die die Barmherzigkeit des Herrn uns stellt: nicht nur als Sünder, die Vergebung erlangt haben, sondern als Sünder, denen Würde verliehen wurde. Der Herr reinigt uns nicht nur, sondern er krönt uns, er verleiht uns Würde.

Simon Petrus bietet uns das hilfreiche Bild dieser heilsamen Spannung. Der Herr erzieht und formt ihn schrittweise und „trainiert“ ihn, Simon und Petrus zugleich zu bleiben: der gewöhnliche Mensch mit seinen Widersprüchen und Schwächen und derjenige, der ein Fels ist, der die Schlüssel besitzt und die anderen leitet. Als Andreas ihn so, wie er ist, in der Kleidung des Fischers zu Christus führt, gibt der Herr ihm den Namen „Fels“. Kaum hat er ihn gelobt für das Bekenntnis des Glaubens, das vom himmlischen Vater kam, tadelt er ihn schon hart für die Versuchung, auf die Stimme des bösen Geistes zu hören, die ihm nahelegt, sich vom Kreuz fernzuhalten. Er lädt ihn ein, über das Wasser zu gehen, und lässt zu, dass er beginnt, in seiner eigenen Angst zu versinken – um ihm dann sofort die Hand zu reichen. Sobald Petrus sich als Sünder bekennt, überträgt Jesus ihm die Aufgabe, Menschenfischer zu sein. Er befragt ihn wiederholt über seine Liebe und lässt ihn Schmerz und Scham empfinden wegen seiner Untreue und Feigheit, doch vertraut er ihm auch dreimal die Aufgabe an, seine Schafe zu weiden. Immer diese beiden Pole.

Hier müssen wir uns ansiedeln, in dem Raum, in dem unsere schändlichste Erbärmlichkeit und unsere höchste Würde nebeneinander existieren. Was empfinden wir, wenn die Leute uns die Hand küssen und wir unsere innerste Erbärmlichkeit betrachten und doch vom Gottesvolk geehrt werden? Da ist eine weitere Situation, um das zu begreifen. Immer dieser Kontrast. Wir müssen uns hier ansiedeln, in dem Raum, in dem unsere schändlichste Erbärmlichkeit und unsere höchste Würde zusammen existieren. In ein und demselben Raum. Schmutzig, unrein, kleinlich, selbstgefällig – das ist eine Sünde von Priestern, die Eitelkeit –, egoistisch und zugleich mit gewaschenen Füßen, berufen und erwählt und damit beschäftigt, die vermehrten Brote auszuteilen; gepriesen, geliebt und umsorgt von unseren Leuten. Allein die Barmherzigkeit macht diese Lage erträglich. Ohne sie halten wir uns entweder für gerecht wie die Pharisäer oder wir entfernen uns wie jene, die sich nicht würdig fühlen. In beiden Fällen verhärtet sich unser Herz. Sowohl wenn wir uns gerecht fühlen wie die Pharisäer als auch wenn wir uns entfernen wie die, welche sich unwürdig fühlen. Ich fühle mich nicht würdig, aber ich darf mich nicht davonschleichen: Ich muss dort sein, in der Beschämtheit und der Würde, beides zusammen.

Vertiefen wir das noch ein wenig mehr. Wir fragen uns: Warum ist diese Spannung zwischen Erbärmlichkeit und Würde, zwischen Ferne und Fest so fruchtbar? Ich würde sagen, sie ist fruchtbar, weil es aus einer freien Entscheidung hervorgeht, wenn man sie beibehält. Und der Herr handelt hauptsächlich aufgrund unserer Freiheit, auch wenn er uns in allem hilft. Die Barmherzigkeit ist eine Frage der Freiheit. Das Gefühl kommt spontan auf, und wenn wir sagen, dass es irrational ist, könnte es scheinen, als sei dies ein Synonym für „tierisch“. In Wirklichkeit aber kennen die Tiere die „moralische“ Barmherzigkeit nicht, auch wenn einige etwas von diesem Mitgefühl empfinden können, wie ein treuer Hund, der an der Seite seines kranken Herrn bleibt. Die Barmherzigkeit ist eine Ergriffenheit, die das Herz berührt, und dennoch kann sie auch aus einer scharfsinnigen intellektuellen Wahrnehmung entspringen – direkt wie ein Strahl, einfach, deswegen aber nicht weniger komplex –: Vieles nimmt man intuitiv wahr, wenn man Barmherzigkeit empfindet. Man begreift zum Beispiel, dass der andere sich in einer verzweifelten Grenzsituation befindet; dass ihm etwas widerfährt, was über seine Sünden oder seine Schuld hinausgeht; man begreift auch, dass der andere ein Mensch ist wie man selbst und dass man sich an seiner Stelle befinden könnte; und dass das Übel so groß und verheerend ist, dass man es nicht allein durch die Gerechtigkeit lösen kann… Im Grunde kommt man zu der Einsicht, dass es einer unendlichen Barmherzigkeit bedarf wie jener des Herzens Christi, um so viel Übel und so viel Leiden, wie wir es im Leben der Menschen feststellen, wieder gutzumachen… Wenn die Barmherzigkeit unter diesen Pegel absinkt, ist sie zu nichts nütze. Vieles begreift unser Verstand erst, wenn er jemanden sieht, der an einem kalten Morgen mit bloßen Füßen auf die Straße hinausgeworfen ist, oder wenn er den Herrn sieht, ans Kreuz genagelt für mich!

Außerdem geschieht es aus freiem Entschluss, dass man die Barmherzigkeit annimmt und pflegt oder sie zurückweist. Wenn einer sich ergreifen lässt, zieht eine Geste die andere nach sich. Wenn einer vorbeigeht, wird das Herz kalt. Die Barmherzigkeit lässt uns unsere Freiheit erleben und in ihr ist es, dass wir die Freiheit Gottes erleben können, der barmherzig ist mit den Barmherzigen (vgl. Dtn 5,10), wie er zu Mose sagte. In seiner Barmherzigkeit drückt der Herr seine Freiheit aus. Und wir die unsere.

Wir können lange Zeit „ohne“ die Barmherzigkeit des Herrn leben. Das heißt, wir können leben, ohne uns ihrer bewusst zu sein und ohne sie ausdrücklich zu erbitten – bis man entdeckt, dass „alles Barmherzigkeit ist“, und bitterlich weint, dass man sie nicht vorher genutzt hat, da man ihrer so sehr bedurfte!

Die Erbärmlichkeit, von der wir sprechen, ist die moralische, nicht übertragbare Erbärmlichkeit, derentwegen man sich seiner selbst als einer Person bewusst wird, die in einem entscheidenden Moment des eigenen Lebens aus eigener Initiative gehandelt hat: Man hat eine Wahl getroffen und hat schlecht gewählt. Das ist der Tiefpunkt, den man erreichen muss, um Schmerz über seine Sünden zu empfinden und wirklich zu bereuen. Denn in anderen Bereichen fühlt man sich nicht so frei, noch spürt man, dass die Sünde das ganze eigene Leben negativ beeinflusst. Darum erfährt man nicht die eigene Erbärmlichkeit, und auf diese Weise entgeht einem die Barmherzigkeit, die eben nur unter dieser Voraussetzung wirkt. Man geht nicht in die Apotheke und sagt: „Haben Sie Erbarmen und geben mir Aspirin-Tabletten.“ Um der Barmherzigkeit willen erbittet man Morphium für einen Menschen, der von den furchtbaren Schmerzen einer tödlichen Krankheit geplagt wird. Alles oder nichts. Entweder geht man bis auf den Grund oder man begreift gart nichts

Das Herz, das Gott mit dieser unserer moralischen Erbärmlichkeit verbindet, ist das Herz Christi, seines geliebten Sohnes, das wie ein einziges Herz mit dem des Vaters und dem des Heiligen Geistes schlägt. Ich erinnere mich, als Pius XII. die Enzyklika über das Heiligste Herz Jesu schrieb, sagte jemand: „Wozu eine Enzyklika darüber? Das ist doch Zeug für Nonnen…“. Es ist das Zentrum, das Herz Christi, es ist das Zentrum der Barmherzigkeit. Vielleicht begreifen die Ordensschwestern das besser als wir, weil sie Mütter sind in der Kirche, Symbolfiguren der Kirche, Symbolfiguren der Gottesmutter. Aber das Zentrum ist das Herz Christi. Es wird uns gut tun, in dieser Woche oder auch morgen Haurietis aquas zu lesen… „Aber das ist doch vorkonziliar!“ – Ja, aber es tut gut! Man kann es lesen, es wird uns sehr gut tun. Dieses Herz Christi ist ein Herz, das den nächsten Weg wählt und sich ganz und gar in ihn hineinziehen lässt. Das ist typisch für die Barmherzigkeit, dass sie sich die Hände schmutzig macht, berührt, sich selbst ins Spiel bringt, sich auf den anderen einlassen will, dass sie sich an das Persönliche mit dem noch Persönlicheren wendet, dass sie nicht „einen Fall behandelt“, sondern sich mit einem Menschen beschäftigt, mit seiner Wunde. Beobachten wir unseren Sprachgebrauch. Wie oft sagen wir ganz spontan, ohne es zu bemerken: „Ich habe da einen Fall…“ Halt! Sag lieber: „Ich habe da einen Menschen, der…“ Das ist sehr klerikal: „Ich habe da einen Fall…“, „ich habe einen Fall vorgefunden…“ Auch mir passiert das oft. Da liegt ein bisschen Klerikalismus vor: die Konkretheit der Liebe Gottes, die Konkretheit dessen, was Gott uns schenkt, die Konkretheit einer Person auf „einen Fall“ zu reduzieren. Und so gehe ich auf Abstand und die Sache berührt mich nicht. Und auf diese Weise mache ich mir die Hände nicht schmutzig; praktiziere eine saubere, elegante Pastoral, bei der ich nichts riskiere. Und bei der ich auch – nehmt bitte keinen Anstoß! – keine Gelegenheit habe, eine beschämende Sünde zu begehen. Die Barmherzigkeit geht über die Gerechtigkeit hinaus, und sie gibt das zu verstehen und lässt es spüren; man bleibt auf Gegenseitigkeit in die Angelegenheit des anderen einbezogen. Indem sie Würde verleiht – und das ist entscheidend, nicht zu vergessen: die Barmherzigkeit verleiht Würde! – indem sie Würde verleiht, hebt die Barmherzigkeit den empor, zu dem man sich niederbeugt, und bringt beide auf die gleiche Höhe, den Barmherzigen und den, der Barmherzigkeit empfangen hat. Wie die Sünderin aus dem Evangelium (vgl. Lk 7,36-50), der viel vergeben wurde, weil sie viel geliebt hat und viel gesündigt hatte.

Darum muss der Vater ein Fest feiern, damit alles auf einmal wiederhergestellt wird, indem er seinem Sohn die verlorene Würde zurückgibt. Das gestattet, in neuer Weise auf die Zukunft zu schauen. Nicht, dass die Barmherzigkeit die Objektivität des vom Bösen verursachten Schadens nicht in Betracht zöge. Doch sie nimmt ihr die Macht über die Zukunft, – das ist die Macht der Barmherzigkeit! – sie nimmt ihr die Macht über das Leben, das weitergeht. Die Barmherzigkeit ist die wahre Lebenshaltung, die sich dem Tod, der bitteren Frucht der Sünde, widersetzt. Darin ist sie von klarem Verstand geleitet; die Barmherzigkeit ist keineswegs naiv. Nicht, dass sie die Sünde nicht sähe, aber sie achtet darauf, wie kurz das Leben ist, und auf all das Gute, das noch zu tun bleibt. Deshalb muss man vollkommen verzeihen, damit der andere voranschaut und keine Zeit mit Schuldgefühlen und Selbstmitleid verliert und damit, dem Verlorenen nachzutrauern. Auf dem Weg zu den anderen, um sie zu heilen, wird man auch sein eigenes Gewissen erforschen, und in dem Maß, in dem man den anderen hilft, wird man das Schlechte, das man getan hat, wiedergutmachen. Die Barmherzigkeit ist grundsätzlich hoffnungsvoll. Sie ist die Mutter der Hoffnung.

Sich von der Bewegung des Herzens des himmlischen Vaters anziehen und aussenden zu lassen bedeutet, sich in dieser heilsamen Spannung der beschämten Würde zu halten. Es bedeutet, sich von der Mitte seines Herzens anziehen zu lassen wie Blut, das sich auf dem Weg, um den entferntesten Gliedern Leben zu geben, beschmutzt hat – sich anziehen zu lassen, damit der Herr uns reinigt und uns die Füße wäscht. Und es bedeutet, sich aussenden zu lassen, angefüllt mit dem Sauerstoff des Heiligen Geistes, um allen Gliedern, besonders den entferntesten, anfälligsten und am meisten verwundeten Leben zu bringen.

Ein Priester erzählte von einem Menschen – und das ist eine wahre Geschichte –, der auf der Straße lebte und am Ende in einer Herberge unterkam. Es war einer, der in seiner Bitterkeit verschlossen war und in keinerlei Beziehung mit den anderen trat. Ein gebildeter Mensch, wie man später merkte. Nach einiger Zeit wurde dieser Mann wegen einer tödlichen Krankheit ins Krankenhaus eingeliefert. Da erzählte er dem Priester, dass sein Bettnachbar, als er selbst dort im Gefühl seiner Nichtigkeit und seiner Lebensenttäuschung versunken war, ihn bat, ihm den Spucknapf herüberzureichen und ihn dann auszuleeren. Und er sagte, dass diese Bitte, die von einem kam, der ihn wirklich brauchte und der schlechter daran war als er, ihm die Augen und das Herz öffneten für ein übermächtiges Gefühl der Menschlichkeit und für ein Verlangen, dem anderen zu helfen und sich selbst von Gott helfen zu lassen. Und er hat gebeichtet. So brachte eine einfache Tat der Barmherzigkeit ihn in Verbindung mit der unendlichen Barmherzigkeit; er fasste Mut, dem anderen zu helfen, und ließ sich dann selber helfen: Er starb, versöhnt durch die Beichte und in Frieden. Das ist das Geheimnis der Barmherzigkeit.

So lasse ich euch nun mit dem Gleichnis vom barmherzigen Vater, nachdem wir uns in dem Moment „niedergelassen“ haben, in dem der Sohn sich schmutzig und neu bekleidet fühlt – ein Sünder, dem die Würde zurückgegeben wurde, beschämt über sich selbst und stolz auf seinen Vater. Das Zeichen, um zu wissen, ob man richtig liegt, ist der Wunsch, von nun an allen gegenüber barmherzig zu sein. Darin liegt das Feuer, das auf die Erde zu bringen Jesus gekommen ist, jenes Feuer, das andere Feuer entzündet. Wenn der Funke nicht überspringt, bedeutet das, dass einer der beiden Pole den Kontakt nicht zulässt. Entweder die übertriebene Beschämung, die „die Kabel nicht freilegt“ und anstatt offen zu bekennen: „Das und das habe ich getan“, sich bedeckt; oder die übertriebene Würde, die die Dinge mit Handschuhen berührt.

Das „Masslosigkeiten“ der Barmherzigkeit

Zum Schluss ein kurzes Wort über die Maßlosigkeit der Barmherzigkeit. Die einzige Maßlosigkeit angesichts der maßlosen Barmherzigkeit Gottes besteht darin, im Empfangen dieser Barmherzigkeit und in dem Wunsch, sie an die anderen weiterzugeben, maßlos zu sein. Das Evangelium zeigt uns viele schöne Beispiele derer, die das Maß überschreiten, um sie zu empfangen: Da ist der Gelähmte, dessen Freunde ihn durch das Dach in die Mitte des Raumes hinunterlassen, in dem Jesus predigte; sie übertreiben; da ist der Aussätzige, der seine neun Gefährten verlässt und zurückkehrt, Gott mit lauter Stimme lobt und dankt und zu Füßen des Herrn niederkniet; da ist der blinde Bartimäus, dem es mit seinem Schreien gelingt, Jesus anzuhalten – und es gelingt ihm sogar, die „Zollschranke der Priester“ zu überwinden, um zum Herrn zu gelangen; da ist die Frau, die unter Blutungen leidet und die sich in ihrer Schüchternheit bemüht, dem Herrn so nahe wie möglich zu kommen, und – wie das Evangelium berichtet – als sie seinen Mantel berührte, spürte der Herr, dass eine dynamis von ihm ausging… Das sind alles Beispiele für jenen Kontakt, der ein Feuer entzündet und die Dynamik auslöst, die positive Kraft der Barmherzigkeit auslöst. Da ist auch die Sünderin, die dem Herrn in maßloser Weise ihre Liebe zeigt, indem sie seine Füße mit ihren Tränen wäscht und mit ihren Haaren trocknet: Darin sieht der Herr ein Zeichen dafür, dass sie viel Erbarmen empfangen hat und es deshalb auf diese übertriebene Art zum Ausdruck bringt. Aber die Barmherzigkeit übertreibt immer, sie ist maßlos! Die einfachsten Menschen – die Sünder, die Kranken, die Besessenen… – werden unverzüglich vom Herrn geehrt, der sie vom Ausgeschlossensein in die vollkommene Einbezogenheit übergehen lässt, von der Ferne zum Fest. Und das versteht man nur unter dem Gesichtspunkt der Hoffnung, in apostolischer Hinsicht und unter dem Gesichtspunkt dessen, der Erbarmen gefunden hat, um sich seinerseits zu erbarmen.

Wir können schließen, indem wir mit dem Magnificat der Barmherzigkeit, dem Psalm 51 [50] des Königs David beten, den wir jeden Freitag in den Laudes rezitieren. Es ist das Magnificat des zerbrochenen und zerschlagenen Herzens, das in seiner Sünde die Größe besitzt, den treuen Gott zu bekennen, der größer ist als die Sünde. Gott ist größer als die Sünde! Wenn wir uns in den Moment versetzen, in dem der verlorene Sohn erwartete, ganz kalt behandelt zu werden, und der Vater ihn stattdessen mitten in ein Fest stellt, können wir uns ihn vorstellen, wie er den Psalm 51 spricht, und ihn wechselseitig mit ihm beten – wir und der verlorene Sohn. Wir können hören, wie er sagt: »Gott, sei mir gnädig nach deiner Huld, tilge meine Frevel nach deinem reichen Erbarmen!« Und wir können sagen: Ja, auch ich, »ich erkenne meine bösen Taten, meine Sünde steht mir immer vor Augen.« Und einstimmig sprechen wir: Gegen dich, Vater, »gegen dich allein habe ich gesündigt.«

Und beten wir von dieser inneren Spannung aus, welche die Barmherzigkeit entzündet, aus jener Spannung zwischen der Beschämung, die bittet: »Verbirg dein Gesicht vor meinen Sünden, tilge all meine Frevel!« und jener Zuversicht, die sagt: »Entsündige mich mit Ysop, dann werde ich rein; wasche mich, dann werde ich weißer als Schnee.« Einer Zuversicht, die apostolisch wird: »Mach mich wieder froh mit deinem Heil, mit einem willigen Geist rüste mich aus! Dann lehre ich Abtrünnige deine Wege und die Sünder kehren um zu dir.«

[00918-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Ejercicios para sacerdotes 2016

Buenos días, queridos sacerdotes.

Comenzamos esta jornada de retiro espiritual. Creo que nos hará bien rezar unos por otros, en comunión. Un retiro, pero en comunión, todos.

He elegido el tema de la misericordia. Primero una pequeña introducción para todo el retiro.

La misericordia, en su aspecto más femenino, es el entrañable amor materno, que se conmueve ante la fragilidad de su creatura recién nacida y la abraza, supliendo todo lo que le falta para que pueda vivir y crecer (rahamim); y en su aspecto más masculino, es la fidelidad fuerte del Padre que sostiene siempre, perdona y vuelve a poner en camino a sus hijos. La misericordia es tanto el fruto de una «alianza» —por eso se dice que Dios se acuerda de su (pacto de) misericordia (hesed)— como un «acto» gratuito de benignidad y bondad que brota de nuestra psicología más profunda y se traduce en una obra externa (eleos, que se convierte en limosna). Esta inclusividad hace que esté siempre a la mano de todos el «misericordiar», el compadecerse del que sufre, conmoverse ante el necesitado, indignarse, que se revuelvan las tripas ante una injusticia patente y ponerse inmediatamente a hacer algo concreto, con respeto y ternura, para remediar la situación. Y, partiendo de este sentimiento visceral, está al alcance de todos mirar a Dios desde la perspectiva de este atributo primero y último con el que Jesús lo ha querido revelar para nosotros: el nombre de Dios es Misericordia.

Cuando meditamos sobre la Misericordia sucede algo especial. La dinámica de los Ejercicios Espirituales se potencia desde dentro. La misericordia hace ver que las vías objetivas de la mística clásica —purgativa, iluminativa y unitiva— nunca son etapas sucesivas, que se puedan dejar atrás. Siempre tenemos necesidad de una nueva conversión, de más contemplación y de un amor renovado. Estas tres fases se entrecruzan y vuelven a aparecer. Nada une más con Dios que un acto de misericordia —y esto no es una exageración: nada une más con Dios que un acto de misericordia—, ya sea que se trate de la misericordia con que el Señor nos perdona nuestros pecados, ya sea de la gracia que nos da para practicar las obras de misericordia en su nombre. Nada ilumina más la fe que el purgar nuestros pecados y nada más claro que Mateo 25, y aquello de «Dichosos los misericordiosos porque alcanzarán misericordia» (Mt 5,7), para comprender cuál es la voluntad de Dios, la misión a la que nos envía. A la misericordia se le puede aplicar aquella enseñanza de Jesús: «Con la medida que midan serán medidos» (Mt 7,2). Permítanme, pero pienso aquí a esos confesores que «apalean» a los penitentes, que los riñen. Pero, ¡así los tratará Dios a ellos! Aunque no sea más que por eso, no hagan estas cosas. La misericordia nos permite pasar de sentirnos misericordiados a desear misericordiar. Pueden convivir, en una sana tensión, el sentimiento de vergüenza por los propios pecados con el sentimiento de la dignidad a la que el Señor nos eleva. Podemos pasar sin preámbulos de la distancia a la fiesta, como en la parábola del Hijo Pródigo, y utilizar como receptáculo de la misericordia nuestro propio pecado. Repito esto, que es la clave de la primera meditación: utilizar como receptáculo de la misericordia nuestro propio pecado. La misericordia nos impulsa a pasar de lo personal a lo comunitario. Cuando actuamos con misericordia, como en los milagros de la multiplicación de los panes, que nacen de la compasión de Jesús por su pueblo y por los extranjeros, los panes se multiplican a medida que se reparten.

Tres sugerencias

Tres sugerencias para esta jornada de retiro. La alegre y libre familiaridad que se establece a todos los niveles entre los que se relacionan entre sí con el vínculo de la misericordia —familiaridad del Reino de Dios, tal como Jesús lo describe en sus parábolas— me lleva a sugerirles tres cosas para su oración personal de este día.

La primera tiene que ver con dos consejos prácticos que da san Ignacio —me excuso por la publicidad «de familia»— y que dice: «No el mucho saber llena y satisface el alma, sino el sentir y gustar las cosas de Dios interiormente» (Ejercicios Espirituales, 2). San Ignacio agrega que allí donde uno encuentra lo que quiere y siente gusto, allí se quede rezando «sin tener ansia de pasar adelante, hasta que me satisfaga» (ibíd., 76). Así que, en estas meditaciones sobre la misericordia, uno puede comenzar por donde más le guste y quedarse allí, pues seguramente una obra de misericordia le llevará a las demás. Si comenzamos dando gracias al Señor, que maravillosamente nos creó y más maravillosamente aún nos redimió, seguramente esto nos llevará a sentir pena por nuestros pecados. Si comenzamos por compadecernos de los más pobres y alejados, seguramente necesitaremos ser misericordiados también nosotros.

La segunda sugerencia para rezar tiene que ver con una forma de utilizar la palabra misericordia. Como se habrán dado cuenta, al hablar de la misericordia a mí me gusta usar la forma verbal: hay que hacer misericordia (misericordiar en español, «misericordiare», tenemos que forzar la lengua) para recibir misericordia, para ser «misericordiati» (ser misericordiados). «Pero Padre, esto no es italiano». «Sí, pero es la forma que yo encuentro para ir adentro: “Misericordiare” para ser “misercordiato”». El hecho de que la misericordia ponga en contacto una miseria humana con el corazón de Dios hace que la acción surja inmediatamente. No se puede meditar sobre la misericordia sin que todo se ponga en acción. Por tanto, en la oración, no hace bien intelectualizar. Con prontitud, y con la ayuda de la gracia, nuestro diálogo con el Señor tiene que concretarse en qué pecado tiene que tocar su misericordia en mí, dónde siento, Señor, más vergüenza y más deseo reparar; y rápidamente tenemos que hablar de aquello que más nos conmueve, de esos rostros que nos llevan a desear intensamente poner manos a la obra para remediar su hambre y sed de Dios, de justicia, de ternura. A la misericordia se la contempla en la acción. Pero un tipo de acción que es omniinclusiva: la misericordia incluye todo nuestro ser —entrañas y espíritu— y a todos los seres.

La última sugerencia para la jornada de hoy va por el lado del fruto de los ejercicios, es decir de la gracia que tenemos que pedir y que es, directamente, la de convertirnos en sacerdotes más misericordiados y más misericordiosos. Una de las cosas más más bellas, que me conmueven, es la confesión de un sacerdote: es algo grande, hermoso, porque este hombre que se acerca para confesar sus pecados es el mismo que después ofrece el oído al corazón de otra persona que viene a confesar los suyos. Nos podemos centrar en la misericordia porque ella es lo esencial, lo definitivo. Por los escalones de la misericordia (cf. Laudato si’, 77) podemos bajar hasta lo más bajo de la condición humana —fragilidad y pecado incluidos— y ascender hasta lo más alto de la perfección divina: «Sean misericordiosos (perfectos) como su Padre es misericordioso». Pero siempre para «cosechar» sólo más misericordia. De aquí deben venir los frutos de conversión de nuestra mentalidad institucional: si nuestras estructuras no se viven ni se utilizan para recibir mejor la misericordia de Dios y para ser más misericordiosos para con los demás, se pueden convertir en algo muy extraño y contraproducente. De esto se habla frecuentemente en algunos documentos de la Iglesia y en algunos discursos de los Papas, es decir, de la conversión institucional, la conversión pastoral.

Este retiro espiritual, por tanto, irá por el lado de esa «simplicidad evangélica» que entiende y practica todas las cosas en clave de misericordia. Y de una misericordia dinámica, no como un sustantivo cosificado y definido, ni como adjetivo que decora un poco la vida, sino como verbo —misericordiar y ser misericordiados—. Esto es lo que nos lanza a la acción en medio del mundo. Y, además, como misericordia «siempre más grande», como una misericordia que crece y aumenta, dando pasos de bien en mejor, y yendo de menos a más, ya que la imagen que Jesús nos pone es la del Padre siempre más grande —Deus semper maior— y cuya misericordia infinita «crece», si se puede decir así, y no tiene techo ni fondo, porque proviene de su soberana libertad.

Primera meditación: de la distancia a la fiesta

Y ahora pasemos a la primera meditación. He puesto como título «De la distancia a la fiesta». Si la misericordia del Evangelio es, como hemos dicho, un exceso de Dios, un desborde inaudito, lo primero es mirar dónde el mundo de hoy, y cada persona, necesita más un exceso de amor así. Lo primero es preguntarnos cuál es el receptáculo para tal misericordia; cuál es el terreno desierto y seco para tal desborde de agua viva; cuáles las heridas para ese aceite balsámico; cuál es la orfandad que necesita tal desvivirse en cariños y atenciones; cuál la distancia para tanta sed de abrazo y de encuentro…

La parábola que les propongo para esta meditación es la del padre misericordioso (cf. Lc 15,11-31). Nos situamos en el ámbito del misterio del Padre. Y me viene al corazón comenzar por ese momento en que el hijo pródigo está en medio del chiquero, en ese infierno del egoísmo, que hizo todo lo que quiso y, en vez de ser libre, se encuentra esclavo. Mira a los chanchos que comen bellotas…, siente envidia y le viene la nostalgia. Nostalgia: palabra clave. Nostalgia por el pan recién horneado que los empleados de su casa, la casa de su padre, comen para el desayuno. La nostalgia es un sentimiento poderoso. Tiene que ver con la misericordia porque nos ensancha el alma. Nos hace recordar el bien primero —la patria de donde salimos— y nos despierta la esperanza de volver. El nostos algos. En este horizonte amplio de la nostalgia, este joven —dice el Evangelio— entró en sí y se sintió miserable. Y cada uno de nosotros puede buscar o dejarse llevar a ese punto donde se siente más miserable. Cada uno de nosotros tiene su secreto de miseria dentro... Hace falta pedir la gracia de encontrarlo.

Sin detenernos ahora a describir lo mísero de su estado, pasemos a ese otro momento en que, después de que su Padre lo abrazó y lo besó efusivamente, él se encuentra sucio pero vestido de fiesta. Porque el padre no le dice: «Vete, dúchate y después vuelve». No, sucio y vestido de fiesta. Se pone en el dedo el anillo de par con su padre. Tiene sandalias nuevas en los pies. Está en medio de la fiesta, entre la gente. Algo así como nosotros, si alguna vez nos pasó, que nos confesamos antes de la misa y ahí nomás nos encontramos «revestidos» y en medio de una ceremonia. Es un estado de avergonzada dignidad.

Avergonzada dignidad

Detengámonos en esa «avergonzada dignidad» de este hijo pródigo y predilecto. Si nos animamos a mantener serenamente el corazón entre esos dos extremos —la dignidad y la vergüenza—, sin soltar ninguno de ellos, quizás podamos sentir cómo late el corazón de nuestro Padre. Era un corazón que palpitaba de ansia cuando todos los días subía a la terraza para mirar. ¿Qué miraba? Si acaso el hijo vuelve... Pero en este punto, en este puesto donde hay dignidad y vergüenza, podemos percibir cómo late el corazón de nuestro Padre. Podemos imaginar que la misericordia le brota como sangre. Que él sale a buscarnos —pecadores—, nos atrae a sí, nos purifica y nos lanza de nuevo, renovados, a todas las periferias a misericordiar a todos. Su sangre es la sangre de Cristo, sangre de la Nueva y Eterna Alianza de misericordia, derramada por nosotros y por todos los hombres para el perdón de los pecados. Esta sangre la contemplamos entrando y saliendo de su corazón, y del corazón del Padre. Esto es nuestro único tesoro, lo único que tenemos para dar al mundo: la sangre que purifica y pacifica todo y a todos. La sangre del Señor que perdona los pecados. La sangre que es verdadera bebida, que resucita y da la vida a lo que está muerto por el pecado.

En nuestra oración serena, que va de la vergüenza a la dignidad, de la dignidad a la vergüenza —las dos juntas—, pedimos la gracia de sentir esa misericordia como constitutiva de nuestra vida entera; la gracia de sentir cómo ese latido del corazón del Padre se aúna con el latir del nuestro. No basta sentirla como un gesto que Dios tiene de vez en cuando, perdonándonos algún pecado gordo, y luego nos las arreglamos solos, autónomamente. No basta.

San Ignacio propone una imagen caballeresca propia de su época, pero, como la lealtad entre amigos es un valor perenne, puede ayudarnos. Dice que, para sentir «confusión y vergüenza» por nuestros pecados (y no perdernos de sentir la misericordia), podemos usar un ejemplo: imaginemos que «un caballero se hallase delante de su rey y de toda su corte, avergonzado y confundido en haberle mucho ofendido, siendo que de él primero recibió muchos dones y muchas mercedes» (Ejercicios Espirituales, 74). Imaginemos esta escena. No obstante, siguiendo la dinámica del hijo pródigo en la fiesta, imaginemos a este caballero como alguien que, en vez de ser avergonzado delante de todos, el rey lo toma inesperadamente de la mano y le devuelve su dignidad. Y vemos que no sólo lo invita a seguirlo en su lucha, sino que lo pone al frente de sus compañeros. ¡Con qué humildad y lealtad lo servirá este caballero de ahora en adelante! Esto me hace pensar en la última parte del capítulo 16 de Ezequiel, la última parte.

Ya sea sintiéndonos como el hijo pródigo festejado o como el caballero desleal convertido en superior, lo importante es que cada uno se sitúe en esa tensión fecunda en la que la misericordia del Señor nos pone: no solamente de pecadores perdonados, sino de pecadores dignificados. El Señor no solamente nos limpia, sino que nos corona, nos da disgnidad.

Simón Pedro nos ofrece la imagen ministerial de esta sana tensión. El Señor lo educa y lo forma progresivamente y lo ejercita en mantenerse así: Simón y Pedro. El hombre común, con sus contradicciones y debilidades, y el que es Piedra, el que tiene las llaves, el que conduce a los demás. Cuando Andrés lo lleva a Cristo, así como está, vestido de pescador, el Señor le pone el nombre de Piedra. Apenas acaba de alabarle por la confesión de fe que viene del Padre, cuando ya le recrimina duramente por la tentación de escuchar la voz del mal espíritu al decirle que se aparte de la cruz. Lo invitará a caminar sobre las aguas y lo dejará hundirse en su propio miedo, para tenderle enseguida una mano; apenas se confiese pecador lo misionará a ser pescador de hombres; lo interrogará prolijamente sobre su amor, haciéndole sentir dolor y vergüenza por su deslealtad y cobardía, pero también por tres veces le confiará el pastoreo de sus ovejas. Siempre estos dos polos.

Ahí tenemos que situarnos, en ese hueco en el que conviven nuestra miseria más vergonzante y nuestra dignidad más alta. ¿Qué sentimos cuando la gente nos besa la mano y miramos nuestra miseria más íntima, mientras el Pueblo de Dios nos honra? He aquí otra situación para entender esto. Siempre el contraste. Debemos situarnos aquí, en el espacio en el que conviven nuestra miseria avergonzada y nuestra dignidad más alta. El mismo espacio. Sucios, impuros, mezquinos, vanidosos —la vanidad es el pecado de los curas—, egoístas y, a la vez, con los pies lavados, llamados y elegidos, repartiendo sus panes multiplicados, bendecidos por nuestra gente, queridos y cuidados. Sólo la misericordia hace soportable ese lugar. Sin ella, o nos creemos justos como los fariseos o nos alejamos como los que no se sienten dignos. En ambos casos, se nos endurece el corazón. O cuando nos sentimos justos como los fariseos, o cuando nos alejamos como aquellos que no se sienten dignos. Yo no me siento digno, pero no debo alejarme: debo estar ahí, en la vergüenza con la dignidad, las dos juntas.

Profundizamos un poco más. Nos preguntamos: Y, ¿por qué es tan fecunda esta tensión entre miseria y dignidad, entre distancia y fiesta? Diría que es fecunda porque mantenerla nace de una decisión libre. Y el Señor actúa principalmente sobre nuestra libertad, aunque nos ayude en todo. La misericordia es cuestión de libertad. El sentimiento brota espontáneo y cuando decimos que es visceral parecería que es sinónimo de «animal». Pero los animales desconocen la misericordia «moral», aunque algunos puedan experimentar algo de esa compasión, como un perro fiel que permanece al lado de su dueño enfermo. La misericordia es una conmoción que toca las entrañas, pero puede brotar también de una percepción intelectual aguda —directa como un rayo, pero no por simple menos compleja—: uno intuye muchas cosas cuando siente misericordia. Uno comprende, por ejemplo, que el otro está en una situación desesperada, límite; le pasa algo que excede sus pecados o sus culpas; también uno comprende que el otro es un par, que él mismo podría estar en su lugar; y que el mal es tan grande y devastador que no se arregla sólo con justicia… En el fondo, uno se convence de que hace falta una misericordia infinita, como la del corazón de Cristo, para remediar tanto mal y tanto sufrimiento como vemos que hay en la vida de los seres humanos… Si la misericordia está por debajo de eso, no alcanza. ¡Tantas cosas comprende nuestra mente con sólo ver a alguien tirado en la calle, descalzo, en una mañana fría, o al Señor clavado en la cruz por mí!

Además, la misericordia se acepta y se cultiva, o se rechaza libremente. Si uno se deja llevar, un gesto trae el otro. Si uno pasa de largo, el corazón se enfría. La misericordia nos hace experimentar nuestra libertad y es allí donde podemos experimentar la libertad de Dios, que es misericordioso con quien es misericordioso (cf. Dt 5,10), como le dijo a Moisés. En su misericordia el Señor expresa su libertad. Y nosotros, la nuestra.

Podemos vivir mucho tiempo «sin» la misericordia del Señor. Es decir: podemos vivir sin hacerla consciente y sin pedirla explícitamente. Hasta que uno cae en la cuenta de que «todo es misericordia» y llora con amargura no haberla aprovechado antes, siendo así que la necesitaba tanto.

La miseria de la que hablamos es la miseria moral, intransferible, esa donde uno toma conciencia de sí mismo como persona que, en un punto decisivo de su vida, actuó por su propia iniciativa: eligió algo y eligió mal. Este es el fondo que hay que tocar para sentir dolor de los pecados y para arrepentirse verdaderamente. Porque, en otros ámbitos, uno no se siente tan libre ni siente que el pecado afecte toda su vida y, por tanto, no experimenta su miseria, con lo cual se pierde la misericordia, que sólo actúa con esa condición. Uno no va a la farmacia y dice: «Por misericordia, le pido una aspirina». Por misericordia pide que le den morfina para una persona sumida en los dolores atroces de una enfermedad terminal. O todo o nada. O se va hasta el fondo o no se entiende nada.

El corazón que Dios une a esa miseria moral nuestra es el corazón de Cristo, su Hijo amado, que late como un solo corazón con el del Padre y el del Espíritu. Recuerdo cuando Pío XII escribió la Encíclica sobre el Sagrado Corazón; recuerdo que alguno decía: «¿Por qué una encíclica sobre esto? Son cosas de monjas...». Es el centro, el Corazón de Cristo, es el centro de la misericordia. Tal vez las monjas entienden más que nosotros, porque son madres en la Iglesia, son icono de la Iglesia, de la Virgen María. Pero el centro es el corazón de Cristo. Nos hará bien leer esta semana o mañana la Haurietes aquas... «Pero, ¡es preconciliar!». Sí, pero nos hará bien. Se puede leer, nos hará mucho bien.

Es un corazón que elige el camino más cercano y que lo compromete. Esto es propio de la misericordia, que se ensucia las manos, toca, se mete, quiere involucrarse con el otro, va a lo personal con lo más personal, no «se ocupa de un caso» sino que se compromete con una persona, con su herida. Fijémonos en nuestro lenguaje. Cuántas veces decimos, sin darnos cuenta: «Tengo un caso...». ¡Alto! Di más bien: «Tengo una persona que...». Esto muy clerical: «Tengo un caso...», «he encontrado un caso...». También a mí me sale a menudo. Hay un poco de clericalismo: reducir lo concreto del amor de Dios, de todo lo que Dios nos da, de la persona, a un «caso». Y así me distancio y no me toca. Así no me mancho las manos; así hago una pastoral limpia, elegante, en la que no arriesgo nada. Pero también —no se escandalicen— donde no tengo la posibilidad de un pecado vergonzoso. La misericordia excede la justicia y lo hace saber y lo hace sentir; queda implicado uno con el otro. Al dignificar —y esto es decisivo, no se debe olvidar: la misericordia da dignidad—, la misericordia eleva a aquel hacia el que uno se abaja y vuelve pares a los dos, al misericordioso y al misericordiado. Como la pecadora del Evangelio (cf. Lc 7,36-50), a la cual se la perdonó mucho, porque amó mucho y había pecado mucho.

De aquí la necesidad del Padre de hacer fiesta, para que se restaure todo de una sola vez, devolviendo a su hijo la dignidad perdida. Esto posibilita mirar al futuro de manera nueva. No es que la misericordia no tome en cuenta la objetividad del daño hecho por el mal. Pero le quita poder sobre el futuro —y este es el poder de la misericordia—, le quita poder sobre la vida que corre hacia delante. La misericordia es la verdadera actitud de vida que se opone a la muerte, que es el fruto amargo del pecado. En eso es lúcida, no es para nada ingenua la misericordia. No es que no vea el mal, sino que mira lo corta que es la vida y todo el bien que queda por hacer. Por eso hay que perdonar totalmente, para que el otro mire hacia adelante y no pierda tiempo en culparse y compadecerse de sí mismo y en lo que se perdió. En el camino de ir a curar a otros, uno irá haciendo su examen de conciencia y, en la medida en que ayuda a otros, reparará el mal que hizo. La misericordia es fundamentalmente esperanzada. Es madre de esperanza.

Dejarse atraer y enviar por el movimiento del corazón del Padre es mantenerse en esa sana tensión de avergonzada dignidad. Dejarse atraer por el centro de su corazón, como sangre que se ha ensuciado yendo a dar vida a los miembros más lejanos, para que el Señor nos purifique y nos lave los pies; dejarse enviar llenos del oxígeno del Espíritu para llevar vida a todos los miembros, especialmente a los más alejados, frágiles y heridos.

Un cura hablaba —esto es histórico— de una persona en situación de calle que terminó viviendo en una hospedería. Era alguien cerrado en su propia amargura que no interactuaba con los demás. Persona culta, se enteraron después. Pasado algún tiempo, este hombre fue a parar al hospital por una enfermedad terminal y le contaba al cura que, estando allí, sumido en su nada y en su decepción por la vida, el que estaba en la cama de al lado le pidió que le alcanzara la escupidera y que luego se la vaciara. Y ese pedido de alguien que verdaderamente lo necesitaba y estaba peor que él, le abrió los ojos y el corazón a un sentimiento poderosísimo de humanidad y a un deseo de ayudar al otro y de dejarse ayudar él por Dios. Y se confesó. De este modo, un sencillo acto de misericordia lo conectó con la misericordia infinita, se animó a ayudar al otro y luego se dejó ayudar él: murió confesado y en paz. Este es el misterio de la misericordia.

Así, los dejo con la parábola del padre misericordioso, una vez que nos hemos «situado» en ese momento en que el hijo se siente sucio y revestido, pecador dignificado, avergonzado de sí y orgulloso de su padre. El signo para saber si uno está bien situado son las ganas de ser misericordioso con todos en adelante. Ahí está el fuego que vino a traer Jesús a la tierra, ese que enciende otros fuegos. Si no se prende la llama, es que alguno de los polos no permite el contacto. O la excesiva vergüenza, que no «pela los cables» y, en vez de confesar abiertamente «hice esto y esto», se tapa; o la excesiva dignidad, que toca las cosas con guantes.

Los excesos de la misericordia

Para terminar, una palabrita sobre los excesos de la misericordia. El único exceso ante la excesiva misericordia de Dios es excederse en recibirla y en desear comunicarla a los demás. El Evangelio nos muestra muchos lindos ejemplos de los que se exceden para recibirla: el paralítico, cuyos amigos lo hacen entrar por el techo en medio del sitio donde estaba predicando el Señor —exageran—; el leproso, que deja a sus nueve compañeros y regresa glorificando y dando gracias a Dios a grandes voces y va a ponerse de rodillas a los pies del Señor; el ciego Bartimeo, que logra detener a Jesús con sus gritos y consigue superar incluso la «aduana de los sacerdotes» para ir hacia el Señor; la mujer hemorroisa, que en su timidez se las ingenia para lograr una estrecha cercanía con el Señor y que, como dice el Evangelio, cuando tocó el manto, el Señor sintió que salía de él una dynamis…; todos son ejemplos de ese contacto que enciende un fuego y desencadena la dinámica, la fuerza positiva de la misericordia. También está la pecadora, cuyas excesivas muestras de amor al Señor al lavarle los pies con sus lágrimas y secárselos con sus cabellos, son para el Señor signo de que ha recibido mucha misericordia, y por eso lo expresa de ese modo exagerado. Pero la misericordia siempre exagera, es excesiva. La gente más simple, los pecadores, los enfermos, los endemoniados…, son exaltados inmediatamente por el Señor, que los hace pasar de la exclusión a la inclusión plena, de la distancia a la fiesta. Y esto no se entiende si no es en clave de esperanza, en clave apostólica, en clave del que es misericordiado para misericordiar.

Podemos terminar rezando, con el Magnificat de la misericordia, el Salmo 50 del rey David, que recitamos en los laudes todos los viernes. Es el Magnificat de «un corazón contrito y humillado» que, en su pecado, tiene la grandeza de confesar al Dios fiel que es más grande que el pecado. Dios es más grande que el pecado. Situados en el momento en que el hijo pródigo esperaba un trato distante y, en cambio, el padre lo metió de lleno en una fiesta, podemos imaginarlo rezando el Salmo 50. Y rezarlo a dos coros con él, nosotros y el hijo pródigo. Podemos escucharlo cómo dice: «Misericordia, Dios mío, por tu bondad; por tu inmensa compasión borra mi culpa…». Y nosotros decir: «Pues yo (también) reconozco mi culpa, tengo siempre presente mi pecado». Y a una voz, decir: «Contra ti, Padre, contra ti solo pequé».

Y rezamos desde esa tensión íntima que enciende la misericordia, esa tensión entre la vergüenza que dice: «Aparta de mi pecado tu vista, borra en mí toda culpa»; y esa confianza que dice: «Rocíame con el hisopo y quedaré limpio, lávame; quedaré más blanco que la nieve». Confianza que se vuelve apostólica: «Devuélveme la alegría de la salvación, afiánzame con espíritu firme y enseñaré a los malvados tus caminos, los pecadores volverán a ti».

[00918-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Exercícios espirituais para os sacerdotes - 2016

Bom dia, queridos sacerdotes!

Começamos este dia de retiro espiritual. Creio que nos fará bem rezar uns pelos outros, em comunhão. Um retiro, mas em comunhão, todos.

Escolhi o tema da misericórdia. Começo por uma breve introdução a todo o retiro.

A misericórdia, no seu aspeto mais feminino, é o entranhável amor materno que se comove perante a fragilidade da sua criatura recém-nascida e a abraça, suprindo tudo o que lhe falta para poder viver e crescer (rahamim); e, no seu aspeto propriamente masculino, é a fidelidade forte do Pai que sempre sustenta, perdoa e reencaminha os seus filhos. A misericórdia é, simultaneamente, o fruto duma «aliança» – daí dizer-se que Deus Se lembra do seu (pacto de) misericórdia (hesed) – e um «ato» gratuito de benevolência e bondade, que brota da nossa psicologia mais profunda e se traduz numa obra exterior (eleos, transforma-se em esmola). Este caráter inclusivo permite que esteja sempre ao alcance de todos «misericordiar», compadecer-se de quem sofre, comover-se perante o necessitado, indignar-se porque sente o íntimo estremecer-lhe diante duma injustiça patente e trata imediatamente de fazer algo de concreto, com respeito e ternura, para remediar a situação. E, partindo deste sentimento visceral, está ao alcance de todos contemplar Deus a partir da perspetiva deste primeiro e último atributo com que Jesus no-Lo quis revelar: o nome de Deus é Misericórdia.

Quando meditamos sobre a misericórdia, algo de especial acontece. A dinâmica dos Exercícios Espirituais fortalece-se a partir de dentro. A misericórdia faz ver que as vias objetivas da mística clássica – purgativa, iluminativa e unitiva – não são jamais etapas sucessivas, que se vão superando; mas sempre temos necessidade de nova conversão, de maior contemplação e de renovado amor. Estas três fases entrelaçam-se e retornam. Nada une mais a Deus do que um ato de misericórdia – não é um exagero: nada nos une mais a Deus do que um ato de misericórdia –, quer se trate da misericórdia com que o Senhor nos perdoa os nossos pecados, quer se trate da graça que nos dá para praticarmos as obras de misericórdia em seu nome. Nada ilumina mais a fé do que purificar os nossos pecados, e não há nada de mais claro que Mateus 25 e a frase «felizes os misericordiosos, porque alcançarão misericórdia» (Mt 5, 7), para entender qual é a vontade de Deus, a missão que nos confia. À misericórdia pode-se aplicar este ensinamento de Jesus: «Com a medida com que medirdes, assim sereis medidos» (Mt 7, 2). Desculpai, mas eu penso aqui nos confessores impacientes, que «malham» nos penitentes, que os repreendem. Será assim que Deus os tratará a eles! Por esta razão ao menos, não façais estas coisas. A misericórdia permite a passagem de nos sentirmos «misericordiados» a desejar «misericordiar». Podem coexistir, numa tensão saudável, o sentimento de vergonha pelos próprios pecados com o sentimento da dignidade a que o Senhor nos eleva. Podemos passar, sem preâmbulos, do distanciamento à festa, como na parábola do filho pródigo, e usar como recetáculo da misericórdia o nosso próprio pecado. Repito isto, que é a chave desta primeira Meditação: usar como recetáculo da misericórdia o nosso próprio pecado. A misericórdia impele-nos a passar do pessoal ao comunitário. Quando agimos com misericórdia, como nos milagres da multiplicação dos pães, que nascem da compaixão de Jesus pelo seu povo e pelos forasteiros, os pães multiplicam-se à medida que são repartidos.

Três sugestões

Três sugestões para este dia de retiro. A familiaridade alegre e franca que se estabelece, a todos os níveis, entre aqueles que se relacionam mutuamente no vínculo da misericórdia – familiaridade do Reino de Deus, tal como Jesus o descreve nas suas parábolas – leva-me a sugerir três coisas para a vossa oração pessoal deste dia.

A primeira tem a ver com dois conselhos práticos que dá Santo Inácio – peço desculpa pela publicidade «de família» –, ao dizer: «Não é o muito saber que enche e satisfaz a alma, mas o sentir e saborear as coisas de Deus interiormente» (Exercícios Espirituais, 2). E Santo Inácio acrescenta que, onde uma pessoa encontrar o que deseja e sente gosto, aí se há-de deter a rezar «sem ânsia de passar adiante, até que me satisfaça» (ibid., 76). Assim, nestas meditações sobre a misericórdia, uma pessoa pode começar por onde mais gostar e parar aí, pois uma obra de misericórdia levá-la-á certamente às outras. Se começarmos por dar graças ao Senhor, que maravilhosamente nos criou e ainda mais maravilhosamente nos redimiu, isso levar-nos-á com certeza a sentir pesar pelos nossos pecados. Se começarmos por nos compadecer dos mais pobres e marginalizados, com certeza precisaremos também nós de ser «misericordiados».

A segunda sugestão para a oração tem a ver com uma forma nova de usar a palavra misericórdia. Como já se deram conta, quando falo da misericórdia, gosto – embora forçando a língua – de usar a forma verbal: «É preciso “misericordiar” (usar de misericórdia) para “ser misericordiado (receber misericórdia)». «Mas, Padre, isto não é português!» – «É verdade, mas é a forma que encontro para penetrar no mistério: «misericordiar» para «ser misericordiado». O facto de a misericórdia pôr em contato uma miséria humana com o coração de Deus, faz desencadear imediatamente a ação; não se pode meditar sobre a misericórdia, sem pôr tudo em ação. Por isso, na oração, não nos ajuda intelectualizar. Rapidamente, com a ajuda da graça, o nosso diálogo com o Senhor deve concretizar-se sobre o meu pecado que requer que a misericórdia do Senhor pouse sobre mim, o pecado de que sinto mais vergonha e maior desejo de reparar; e, rapidamente, devemos falar daquilo que mais nos comove, daqueles rostos que nos levam a desejar intensamente trabalhar para remediar a sua fome e sede de Deus, de justiça e ternura. A misericórdia contempla-se na ação; mas um género de ação que é omni-inclusiva: a misericórdia inclui todo o nosso ser – entranhas e espírito – e todos os seres.

A última sugestão para a jornada de hoje tem em vista o fruto dos Exercícios, isto é, a graça que temos de pedir e que é, diretamente, a graça de nos tornarmos sacerdotes mais «misericordiados» e mais misericordiosos. Uma das coisas mais belas, que me comovem, é a confissão dum sacerdote: é uma coisa grande, bela, porque este homem que se aproxima para confessar os seus pecados é o mesmo que depois presta ouvidos ao coração doutra pessoa que vem confessar os pecados dela. Podemo-nos concentrar na misericórdia, porque esta é a realidade essencial, definitiva. Pelos degraus da misericórdia (cf. Enc. Laudato si’, 77), podemos descer até ao fundo da condição humana – incluindo fragilidade e pecado – e subir até ao mais alto da perfeição divina: «Sede misericordiosos (perfeitos) como o vosso Pai é misericordioso». Mas sempre e só para «colher» mais misericórdia. Daqui devem derivar os frutos de conversão da nossa mentalidade institucional: se as nossas estruturas não vivem e não são utilizadas para receber melhor a misericórdia de Deus e para ser mais misericordiosos com os outros, podem transformar-se em qualquer coisa muito diversa e contraproducente. Nalguns documentos da Igreja e em muitos discursos dos Papas, fala-se disto: a conversão institucional, a conversão pastoral.

Portanto, este retiro espiritual encaminhar-se-á pela senda daquela «simplicidade evangélica» que compreende e realiza todas as coisas em chave de misericórdia; e de uma misericórdia dinâmica, não como um substantivo coisificado e definido nem como adjetivo que decora um pouco a vida, mas como verbo – «misericordiar» e ser «misericordiados». Isto impele-nos à ação no meio do mundo. E, além disso, como misericórdia «sempre maior», uma misericórdia que cresce e aumenta, indo de bem a melhor, de menos a mais, pois a imagem que Jesus nos oferece é a do Pai sempre maior – Deus sempre maior – e cuja infinita misericórdia «cresce», se assim podemos dizer, e não tem cimo nem fundo porque provem da sua liberdade soberana.

I Meditação do distanciamento à festa

E agora passemos à primeira meditação. Dei-lhe o título: «Do distanciamento à festa». Se a misericórdia do Evangelho é, como dissemos, um excesso de Deus, um transbordamento inaudito, a primeira coisa a fazer é ver onde o mundo de hoje, e cada pessoa, mais precisa de um excesso de amor assim. A primeira coisa é perguntarmo-nos qual é o recetáculo para tal misericórdia; qual é o terreno deserto e seco para tal transbordamento de água viva; quais são as feridas para esse óleo de bálsamo; qual é a orfandade que tem necessidade deste desfazer-se em carinhos e atenções; qual é o distanciamento para uma sede tão grande de abraço e de encontro...

A parábola que vos proponho para esta meditação é a do Pai misericordioso (cf. Lc 15, 11-31). Encontramo-nos no âmbito do mistério do Pai. E o coração diz-me para começar do momento em que o filho pródigo está no meio da pocilga, naquele inferno do egoísmo que fez tudo o que lhe apeteceu e, em vez de ser livre, se encontra escravo. Fixa os porcos que comem bolotas..., sente inveja e vem-lhe a saudade. Saudade: palavra-chave. Saudade do pão recém-cozido que os assalariados de sua casa, a casa de seu pai, comem ao pequeno-almoço. A saudade, a nostalgia é um sentimento poderoso. Tem a ver com a misericórdia, porque nos alarga a alma. Faz-nos lembrar o bem primeiro – a pátria donde saímos – e acorda em nós a esperança de voltar. A nostalgia, o nostos algos. Em tal horizonte amplo da saudade, este jovem – diz o Evangelho – caiu em si e sentiu-se miserável. E cada um de nós pode procurar ou deixar-se levar até àquele ponto em que se sente mais miserável. Cada um de nós tem o seu segredo de miséria dentro… É preciso pedir a graça de o encontrar.

Não nos detenhamos agora a descrever quão miserável era o seu estado, mas passemos ao outro momento em que, depois de seu Pai o abraçar e beijar efusivamente, ele se vê sujo mas vestido de festa. Porque o pai não lhe disse: «Vai! Toma um banho e depois volta». Não. Sujo e vestido de festa. Gira no dedo o anel que o coloca a par do seu pai. Tem sandálias novas nos pés. Está no meio da festa, entre as pessoas. Algo parecido com o que sentimos nós, se já alguma vez nos aconteceu confessar-nos antes da Missa e imediatamente nos encontramos «revestidos» e no meio duma cerimónia. É um estado de dignidade envergonhada.

Dignidade envergonhada

Detenhamo-nos naquela «dignidade envergonhada» do filho pródigo e predileto. Se nos esforçarmos, serenamente, por manter o coração entre estes dois extremos – a dignidade e a vergonha –, sem descuidar nenhum deles, talvez possamos sentir como bate o coração do nosso Pai. Era um coração que batia ansioso, quando todos os dias subia ao terraço a olhar. E olhava o quê? Se o filho tornava… Mas, neste ponto, neste lugar onde há dignidade e vergonha, podemos perceber como bate o coração do nosso Pai. Podemos imaginar que a misericórdia jorra n’Ele como sangue. Sai à nossa procura – nós, pecadores –, atrai-nos para Si, purifica-nos e reenvia-nos, renovados, a todas as periferias, para «misericordiar» a todos. O seu sangue é o Sangue de Cristo, sangue da Nova e Eterna Aliança de misericórdia, derramado por nós e por todos em remissão dos pecados. Contemplamos este sangue que entra e sai do seu Coração, e do coração do Pai. É o nosso único tesouro, a única coisa que temos para dar ao mundo: o sangue que purifica e pacifica tudo e todos. O sangue do Senhor que perdoa os pecados. O sangue que é verdadeira bebida, que ressuscita e dá vida ao que está morto por causa do pecado.

Na nossa oração, serena, que vai da vergonha à dignidade e da dignidade à vergonha – as duas juntas –, pedimos a graça de sentir esta misericórdia como constitutiva de toda a nossa vida; a graça de sentir como aquela pulsação do coração do Pai se une com o bater do nosso. Não basta sentir a misericórdia de Deus como um gesto que Ele realiza, ocasionalmente, ao perdoar-nos um pecado grande, para logo em seguida nos arranjarmos sozinhos, autonomamente. Isto não basta.

Santo Inácio propõe uma imagem que é própria da cavalaria do seu tempo, mas, sendo a lealdade entre amigos um valor perene, pode ajudar-nos. Diz ele que, para sentir «confusão e vergonha» pelos nossos pecados (sem deixar de sentir a misericórdia) podemos usar um exemplo: imaginemos que «um cavaleiro comparece diante do seu rei e de toda a sua corte, cheio de vergonha e confusão por tê-lo ofendido muito, depois de ter recebido dele inúmeros presentes e mercês» (Exercícios espirituais, 74). Imaginemos aquela cena. Entretanto, seguindo a dinâmica do filho pródigo na festa, podemos imaginar este cavaleiro como alguém que o rei, em vez de o envergonhar diante de todos, inesperadamente pega na mão dele e devolve-lhe a sua dignidade. E vemos que não só o convida para acompanhá-lo na sua batalha, mas coloca-o à frente dos seus companheiros. Com quanta humildade e lealdade o servirá este cavaleiro daqui em diante! Isto faz-me pensar na última parte do capítulo 16 de Ezequiel.

Quer nos sintamos como o filho pródigo festejado quer como o cavaleiro desleal transformado em superior, o importante é que cada um se situe nesta tensão fecunda em que nos coloca a misericórdia do Senhor: não só pecadores perdoados, mas pecadores dignificados. O Senhor não só nos limpa, mas coroa-nos, dá-nos dignidade.

Simão Pedro oferece-nos a imagem do ministério desta tensão salutar. O Senhor educa-o e, gradualmente, forma-o e exercita-o para permanecer assim: Simão e Pedro. O homem comum, com as suas contradições e fraquezas, e o homem que é Pedra, o que tem as chaves, o que guia os outros. Quando André o leva a Cristo assim como está, vestido de pescador, o Senhor dá-lhe o nome de Pedra. Acabara apenas de elogiar a sua confissão de fé, que vem do Pai, e já o repreende duramente porque tentado a escutar a voz do espírito maligno quando diz a Jesus para pôr de lado a cruz. Convidá-lo-á a caminhar sobre as águas e deixá-lo-á começar a afundar no seu próprio medo, para de imediato lhe estender a mão; logo que se confessa pecador, dar-lhe-á a missão de ser pescador de homens; interrogá-lo-á repetidamente sobre o seu amor, fazendo-lhe sentir pesar e vergonha pela sua deslealdade e covardia, mas também três vezes lhe confiará o pastoreio das suas ovelhas. Sempre estes dois polos…

Temos, portanto, de nos colocar neste espaço onde convivem a nossa miséria mais vergonhosa e a nossa dignidade mais alta. Que sentimos quando as pessoas nos beijam a mão e olhamos a nossa miséria mais íntima e somos honrados pelo Povo de Deus? Temos aqui outra situação para entender isto. Sempre o contraste. Devemos situar-nos aqui, no espaço onde convivem a nossa miséria mais vergonhosa e a nossa dignidade mais alta. O mesmo espaço. Sujos, impuros, mesquinhos, vaidosos – é um pecado de padres, a vaidade –, egoístas e, ao mesmo tempo, com os pés lavados, chamados e escolhidos, ocupados na distribuição dos seus pães multiplicados, abençoados pelo nosso povo, amados e cuidados. Só a misericórdia torna suportável esta posição. Sem ela, ou nos cremos justos como os fariseus ou nos afastamos como aqueles que não se sentem dignos. Em ambos os casos, endurece-se o nosso coração. Ou quando nos sentimos justos como os fariseus, ou quando nos afastamos como aqueles que não se sentem dignos. É verdade que não me sinto digno, mas não devo afastar-me, devo permanecer ali: na vergonha com a dignidade, as duas juntas.

Aprofundemos um pouco mais. Perguntemo-nos: Porque é tão fecunda esta tensão entre miséria e dignidade, entre distanciamento e festa? Diria que é fecunda, porque mantê-la nasce duma decisão livre. E o Senhor, embora nos ajude em tudo, atua principalmente sobre a nossa liberdade. A misericórdia é questão de liberdade. O sentimento brota espontâneo e, quando dizemos que é visceral, poderia parecer sinónimo de «animal». Mas não! Os animais não conhecem a misericórdia «moral», embora alguns possam experimentar algo dessa compaixão, como um cão fiel que permanece ao lado do seu dono enfermo. A misericórdia é uma comoção que toca as entranhas, mas pode brotar também duma perceção intelectual aguda – direta como um raio, simples mas nem por isso menos complexa –: uma pessoa intui muitas coisas quando sente misericórdia. Compreende, por exemplo, que o outro se encontra numa situação desesperada, numa situação-limite; verifica-se nele algo que excede os seus pecados ou as suas culpas; percebe também que o outro é igual a si, poderia estar no seu lugar; e que o mal é tão grande e devastador que não se resolve apenas com a justiça... No fundo, a pessoa convence-se de que é necessária uma misericórdia infinita como a do coração de Cristo, para remediar tanto mal e sofrimento que vemos na vida dos seres humanos... Menos do que ela, não basta. Quantas coisas intui a nossa mente simplesmente ao ver alguém deitado na rua, descalço, numa manhã fria ou ao ver o Senhor pregado na cruz por mim!

Além disso, a misericórdia ou se aceita e cultiva ou se rejeita livremente. Se uma pessoa se deixa levar, um gesto traz outro. Se uma pessoa passa ao largo, o coração resfria-se. A misericórdia faz-nos experimentar a nossa liberdade e, nisto, podemos experimentar a liberdade de Deus, que «usa de misericórdia com quem for misericordioso» (cf. Dt 5, 10), como disse a Moisés. Na sua misericórdia, o Senhor expressa a sua liberdade; e nós, a nossa.

Podemos viver muito tempo «sem» a misericórdia do Senhor. Isto é, pode-se viver sem estar consciente dela e sem a pedir explicitamente, até que a pessoa se apercebe de que «tudo é misericórdia» e então chora amargamente por não a ter aproveitado antes… e tanto precisava dela!

A miséria de que falamos é a miséria moral, não transferível; nela, toma-se consciência de si mesmo como pessoa que, num momento decisivo da sua vida, agiu por iniciativa própria: escolheu algo e escolheu errado. Aqui está o fundo que é preciso tocar para sentir dor pelos pecados e arrepender-se verdadeiramente. Com efeito, noutras áreas, a pessoa não se sente tão livre nem sente que o pecado afeta negativamente toda a sua vida e, consequentemente, não experimenta a sua miséria; e assim perde a misericórdia, que só atua sob aquela condição. Uma pessoa não vai à farmácia para dizer: por misericórdia, dê-me uma aspirina. Por misericórdia, pede que lhe deem morfina para alguém a braços com as dores atrozes duma doença terminal. Ou tudo ou nada. Ou se penetra profundamente, ou não se entende nada.

O coração que Deus une a esta nossa miséria moral é o Coração de Cristo, seu Filho amado, que pulsa como um só coração com o do Pai e o do Espírito. Quando Pio XII fez a Encíclica sobre o Sagrado Coração de Jesus, recordo que alguém dizia: «Porquê um Encíclica sobre isto? São coisas de freiras…» É o centro; o Coração de Cristo é o centro da misericórdia. Talvez as freiras entendam melhor do que nós, porque são mães na Igreja, são ícones da Igreja, de Nossa Senhora. Mas o centro é o Coração de Cristo. Far-nos-á bem ler esta semana ou amanhã Haurietis aquas… «Mas é pré-conciliar!» – Sim, mas faz bem! Pode-se ler, far-nos-á muito bem! O coração que Deus une a esta nossa miséria moral é o coração de Cristo, seu Filho amado, que bate como um só coração com o do Pai e do Espírito. É um coração que escolhe a estrada de fazer-se próximo e se compromete. Isto é próprio da misericórdia, que suja as mãos, toca, entra em jogo, quer envolver-se com o outro, atende a pessoa no que tem de mais pessoal, não «se ocupa de um caso» mas compromete-se com uma pessoa, com a sua ferida. Atenção à nossa linguagem. Muitas vezes, sem nos darmos conta, apetece-nos dizer: «Tenho um caso…». Alto lá! Diz antes: «Tenho uma pessoa que…» Isto é muito clerical: «Tenho um caso…», «encontrei um caso…». Sucede muitas vezes também a mim. Há aqui um pouco de clericalismo: reduzir a concretização do amor de Deus, daquilo que Deus nos dá, da pessoa, a um «caso». E assim mantenho-me separado, e não me toca. E assim não sujo as mãos; e assim faço uma pastoral limpa, elegante, onde não corro qualquer risco. E onde – não vos escandalizeis! – nem mesmo tenho a possibilidade de um pecado vergonhoso. A misericórdia ultrapassa a justiça, e fá-lo saber, fá-lo sentir; ficam implicados um com o outro. Conferindo dignidade – e isto é decisivo, não o esqueçamos: a misericórdia dá dignidade –, a misericórdia eleva aquele sobre quem a pessoa se abaixa e torna a ambos iguais, o misericordioso e o «misericordiado». Como a pecadora do Evangelho (Lc 7, 36-50), a quem muito foi perdoado, porque amou muito, e pecara muito.

Por isso, o Pai precisa de fazer festa, para que se restaure tudo duma vez só, devolvendo ao seu filho a dignidade perdida. Isto permite olhar o futuro duma maneira nova. Não é que a misericórdia não tenha em conta a objetividade do dano causado pelo mal; mas tira-lhe poder sobre o futuro – isto é o poder da misericórdia –, tira-lhe poder sobre a vida que continua. A misericórdia é a verdadeira atitude de vida que se opõe à morte, que é o fruto amargo do pecado. Nisto, é lúcida a misericórdia; não é ingénua de modo algum. Não é que não vê o mal, mas vê como a vida é curta e todo o bem que fica por fazer. Por isso, deve-se perdoar totalmente, para que o outro olhe para diante e não perca tempo a culpar-se e a lamentar-se de si mesmo e do que se perdeu. Enquanto caminha para ir curar os outros, a pessoa vai fazendo o seu exame de consciência e, na medida em que ajuda os outros, reparará o mal cometido. A misericórdia é, fundamentalmente, esperançosa. É mãe de esperança.

Deixar-se atrair e enviar pelo movimento do coração do Pai é manter-se naquela tensão salutar da dignidade envergonhada. Deixar-se atrair pelo centro do seu coração, como sangue que se inquinou quando foi dar vida aos membros mais distantes, para que o Senhor nos purifique e lave os pés; deixar-se enviar cheios do oxigênio do Espírito para levar vida a todos os membros, especialmente aos mais afastados, frágeis e feridos.

Narrava um padre – isto aconteceu mesmo – que uma pessoa sem-abrigo acabou vivendo num hospício. Aqui vivia fechado na sua própria amargura, não interagia com os outros. Pessoa culta – soube-se mais tarde. Passados tempos, este homem foi parar ao hospital por uma doença terminal e – contara ele ao padre – quando lá estava, perdido no seu nada e na sua deceção com a vida, o doente que estava na cama ao lado pediu que lhe passasse a escarradeira e se depois a esvaziava. E aquele pedido de alguém que verdadeiramente necessitava e estava pior do que ele, abriu-lhe os olhos e o coração a um sentimento fortíssimo de humanidade e a um desejo de ajudar o outro e de se deixar ele mesmo ajudar por Deus. E confessou-se. Assim, um simples ato de misericórdia ligou-o com a misericórdia infinita, teve a coragem de ajudar o outro e depois deixou-se ajudar a si mesmo: morreu confessado e em paz. Tal é o mistério da misericórdia.

Assim, deixo-vos com a parábola do pai misericordioso, depois de nos termos «situado» naquele momento em que o filho se sente sujo e revestido, pecador dignificado, envergonhado de si mesmo e orgulhoso de seu pai. O sinal para se saber se a pessoa está bem situada é o desejo de ser doravante misericordioso com todos. Aqui está o fogo que Jesus veio trazer à terra, aquele que acende outros fogos. Se a chama não se acende é porque algum dos polos não permite o contacto: ou a vergonha excessiva, que não «descobre os fios» e, em vez de confessar abertamente «fiz isto e aquilo», esconde; ou a dignidade excessiva, que toca as coisas com luvas de seda.

Os excessos da misericórdia

E, para terminar, uma palavra muito breve sobre os excessos da misericórdia. O único excesso possível face à excessiva misericórdia de Deus é exceder-se em recebê-la e no desejo de comunicá-la aos outros. O Evangelho mostra-nos muitos exemplos estupendos de pessoas que se excedem para a receber: o paralítico, que os amigos fazem entrar pelo teto no local onde o Senhor estava a pregar – exageram –; o leproso, que deixa os seus nove companheiros e regressa glorificando e agradecendo a Deus em voz alta e vai ajoelhar-se aos pés do Senhor; o cego Bartimeu, que consegue deter Jesus com os seus gritos – e consegue também superar a «alfândega dos padres» para ir ter com o Senhor; a mulher hemorroíssa que, na sua timidez, examina como conseguir uma proximidade íntima com o Senhor e que, como diz o Evangelho, quando tocou o manto, o Senhor sentiu que «saía» d’Ele uma dynamis, uma força…; todos são exemplo deste contacto que acende um fogo e desencadeia a dinâmica: desencadeia a força positiva da misericórdia. E temos também a pecadora, cujas excessivas demonstrações de amor para com o Senhor, lavando-Lhe os pés com as suas lágrimas e enxugando-os com os seus cabelos, são para Jesus sinal de que recebeu muita misericórdia e, por isso, a expressa daquela forma exagerada. Mas a misericórdia sempre exagera, é excessiva! As pessoas mais simples, os pecadores, os enfermos, os possessos... são imediatamente exaltados pelo Senhor, que os faz passar da exclusão à inclusão plena, do distanciamento à festa. Isto só se compreende em chave de esperança, em chave apostólica e em chave de quem é «misericordiado» para «misericordiar».

Podemos concluir com o magnificat da misericórdia, o Salmo 50 do Rei David, que rezamos nas Laudes de todas as sextas-feiras. É o magnificat de «um coração contrito e humilhado» que, no seu pecado, tem a grandeza de confessar o Deus fiel, que é maior do que o pecado. Deus é maior do que o pecado. Situados naquele momento em que o filho pródigo esperava um tratamento distante e, em vez disso, o Pai fê-lo entrar plenamente numa festa, podemos imaginá-lo a rezar o Salmo 50. E, com ele, recitá-lo em dois coros: nós e o filho pródigo. Podemos ouvi-lo dizer: «Tem compaixão de mim, ó Deus, pela tua bondade; pela tua grande misericórdia, apaga o meu pecado…». E nós dizemos: «Pois eu [também] reconheço as minhas culpas e tenho sempre diante de mim os meus pecados». E, em uníssono, dizemos: «Contra ti, Pai, pequei, só contra ti».

Rezemos a partir daquela tensão íntima que acende a misericórdia, aquela tensão entre a vergonha que diz: «Desvia o teu rosto dos meus pecados e apaga todas as minhas culpas»; e a confiança que diz: «Purifica-me com o hissope e ficarei puro, lava-me e ficarei mais branco do que a neve». Uma confiança que se torna apostólica: «Dá-me de novo a alegria da tua salvação e sustenta-me com um espírito generoso. Então ensinarei aos transviados os teus caminhos, e os pecadores hão-de voltar para ti».

[00918-PO.02] [Texto original: Italiano]

[B0394-XX.02]