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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2003, 06.02.2003


CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2003

INTERVENTO DI S.E. MONS. PAUL JOSEF CORDES

INTERVENTO DI DON ORESTE BENZI

Alle 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2003, sul tema: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere" (At 20,35).

Prendono parte alla Conferenza Stampa: S.E. Mons. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum"; Mons. Karel Kasteel, Segretario del medesimo Pontificio Consiglio; Don Oreste Benzi, fondatore dell’Associazione "Papa Giovanni XXIII".

Pubblichiamo di seguito gli interventi di S.E. Mons. Paul Josef Cordes e di Don Oreste Benzi:

INTERVENTO DI S.E. MONS. PAUL JOSEF CORDES

Questo agraphon di Gesù, il cui annuncio troviamo negli Atti degli Apostoli, riportato da san Paolo, l’Apostolo delle genti, ha riscosso apparentemente un consenso universale. Perlomeno se ci si guarda intorno ai nostri tempi. Il mercato delle istituzioni benefiche è in piena fioritura. Tutte hanno scritto sulle proprie bandiere il dovere di donare al prossimo. Nessun comandamento della Sacra Scrittura ha oggi un tale riscontro da un punto di vista pedagogico come l’appello: "Non passare indifferente davanti al tuo fratello nel bisogno; abbi cura di tua sorella nella necessità. Da’ loro quanto chiedono".

Così le multinazionali investono nelle azioni caritative. Una compagnia aerea internazionale raccomanda nei viaggi intercontinentali la sua Help-Agency; sul monitor compaiono bambini poveri, si distribuiscono sacchetti per la colletta, e l’ hostess all’uscita raccoglie queste tiepide offerte. Il mecenatismo con nobili fini lo incontriamo dappertutto – per esempio nello stesso volo per l’Asia la fondazione "Orfani di AIDS in Tailandia". A Hochiminhville, la città principale del Sud di un Paese comunista come il Vietnam, ultimamente sono stato accolto all’aeroporto da un cartello che con il termine cristiano charity mi invitava a sostenere i poveri. La sponsorizzazione con l’utilizzo del proprio logo rientra ormai nella quotidianità delle strategie industriali. I ministeri per la cooperazione internazionale fanno orgogliosa mostra delle alte percentuali che l’aiuto allo sviluppo occupa nel budget dei governi. Tombole, gala di beneficenza di attori, sportivi e politici sono all’ordine del giorno.

Questa diffusa attuazione della buona azione è forse una prova che l’affermazione di Gesù ha trovato un riconoscimento globale e che perciò è superfluo sottolinearla oggi? Ad un esame più attento si riconosce che sia i riceventi che i donatori possono avere scopi ben diversi nelle loro attività per gli altri. La pletora di richiami all’aiuto umanitario potrebbe perciò annacquare aspetti decisivi dell’invito di Gesù. Per esempio se gli appelli nascondono a fatica l’intento di curare l’immagine della propria persona o della propria impresa.

In un mondo in cui il dare è diventato una moda, con le donazioni si possono ottenere gloria e grandezza – se solo si trascurano deliberatamente le parole di Gesù: "Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra" (Mt 6, 3). Il clima filantropico rende possibile addirittura fare della solidarietà un business; e poi, al di là dei buoni scopi, c’è sempre la possibilità per chi amministra di ritagliarsi una quota sostanziosa per i propri bisogni. Perciò lo stato democratico pone giustamente delle condizioni per concedere ad una agenzia la qualifica di istituzione umanitaria. In altre regioni si abusa in maniera sfrontata del proprio potere e ci si arricchisce con il denaro destinato ai poveri. Ne ho avuto notizia anche ultimamente. Una Caritas nazionale voleva realizzare un progetto da un milione di dollari in un paese socialista. Lo stato non si è vergognato di intascare 650.000 $ per "spese di personale e di amministrazione". Questi latrocini sono fortemente contrari al nostro senso della giustizia e ci confermano che dobbiamo soffermarci più a lungo sul significato della parola di Gesù.

Si deve ancora tener conto di come un romano, Julius Paulus, vissuto nel terzo secolo, intendesse il dare. Ha coniato la frase: "Do ut des – ti do, perché tu mi dia; o ti do, in modo che tu faccia". Julius Paulus era studioso di diritto; con questa frase intendeva attestare la reciprocità dei contratti. Ma l’atteggiamento del "Do, ut des" non tocca solo il diritto contrattuale. Esso si riscontra anche nel quotidiano – a volte in maniera più aperta, a volte in maniera più velata. Viene fomentato dai modelli economici oggi in voga, che hanno l’impronta del liberalismo economico di Adam Smith (+ 1790), secondo il quale l’interesse proprio dell’individuo è il motore principale dell’economia. Chi dà con questa attitudine, ha come obiettivo un ritorno e il vantaggio che gli vengono dall’aver dato. Questa aspettativa non è così lontana dall’analisi del dare e del donare che si trova nel filosofo francese Jean Paul Sartre. Nella sua opera "L’être et le néant" (1943 – "L’essere e il nulla") concepisce il dare come un incatenare. Secondo questo autore, il dono non ha la sua motivazione nell’amicizia, nell’amore, nella compassione e nella volontà di alleviare le sofferenze dell’altro. Non sarebbe espressione di generosità. Ma nei rapporti interumani verrebbe utilizzato appositamente per soggiogare chi ci sta di fronte. Per Sartre infatti il dono coinvolge chi lo riceve, lo obbliga, lo rende suddito: dare è una celata manovra del proprio interesse per imprigionare il prossimo.

La parola di Gesù che quest’anno ci viene proposta da Giovanni Paolo II per il suo Messaggio Quaresimale contiene dunque per il nostro tempo un invito e un orientamento necessario. "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere". Nonostante la popolarità del dare, questa frase formula una nuova esortazione, ma impone anche dei chiari limiti. Così ci conduce presto al di là di una sua comprensione superficiale. Non conferma solo la disponibilità ad aiutare, di per sé giusta e buona, ma dà proprio ai cristiani un preciso orientamento.

Certamente, il cristiano ha un cuore. È disposto a condividere con i bisognosi. Come il samaritano si lascia muovere dalla compassione e prende il denaro dal proprio portafoglio (cfr. Lc 10, 30 ss). Molto prima che lo stato e la società scoprissero il dovere dell’assistenza ai poveri, la Chiesa si è fatta carico dei sofferenti; il martirio di san Lorenzo ne è testimonianza eloquente, così come l’acre constatazione dell’imperatore Giuliano Apostata (+ 363), che dopo la sua abiura del cristianesimo esclamò pieno di ira: "I galilei atei nutrono, oltre ai loro poveri, anche i nostri". Ma il filosofo Hegel, nel cammino verso una piena comprensione del comando di Gesù, ci conduce oltre la benevolenza: "La vera essenza dell’amore consiste nell’abbandonare la coscienza di sé, dimenticare se stessi in un altro Sé, e tuttavia possedere se stessi proprio nel trascurarsi e nel dimenticarsi".

Su questo orizzonte si dischiudono le dimensioni della parola di Gesù. Il Santo Padre stesso enuncia proprio queste forme esistenziali del dare nel suo Messaggio: "Uomini e donne che, lasciando le loro sicurezze, non hanno esitato a porre in gioco la propria vita come missionari nelle diverse parti del mondo, … giovani che, animati dalla fede, hanno abbracciato la vocazione sacerdotale o religiosa, per porsi a servizio della "salvezza di Dio" (N. 5).

Nei miei interventi a nome di Giovanni Paolo II ho spesso incontrato questi pionieri: i ciellini che da anni operano in Uganda; i membri della comunità di Sant’Egidio, che nel Mozambico si mettono a servizio della pace; i focolarini, per es. in Tailandia o nella loro discreta missione in paesi asiatici non liberi; le famiglie in missione del Cammino Neocatecumenale, che negli slums delle grandi città offrono speranza e aiuto fraterno alle famiglie che si scompongono. In questa lista di testimoni non voglio dimenticare le migliaia di religiosi e religiose, che rischiano la loro vita in ogni dove a servizio del Vangelo.

Tutti questi uomini e donne non intervengono solo a parole in campo umanitario – per quanto importante esso sia. Organizzano e finanziano non solo l’aiuto materiale – un contributo irrinunciabile, questo, proprio di fronte alla povertà e alla miseria del loro mondo. Fanno invece di se stessi strumenti per l’altro – nel significato che dà a ciò l’odierno Messaggio Quaresimale, nel quale il Santo Padre descrive la forma più alta di disponibilità per il sofferente come il "dono disinteressato di sé agli altri".

Non sono solo persone oggi assenti che ci ricordano questo dono di sé. Abbiamo invitato un uomo che lo pratica da anni e ha conquistato molti alla sua sequela, don Oreste Benzi, il quale darà di seguito la sua testimonianza. Egli è il fondatore della Associazione "Papa Giovanni XXIII". Don Benzi ha iniziato già nel 1968 a raccogliere giovani e a occuparsi con loro, assieme ad altri confratelli sacerdoti, di persone povere materialmente e psichicamente. 186 sono i centri in tutto il mondo, da lui fondati, nei quali vivono famiglie cosiddette normali con prostitute, ex-drogati ed alcoolisti, così come handicappati fisici e mentali. Non si ritiene uno "specialista di un settore della carità". È un uomo semplice, che sta cambiando il mondo a 180 gradi. Il suo motto è: "I giovani non hanno bisogno di qualcosa, ma di qualcuno".

Il Messaggio Quaresimale è dunque più di uno stimolo alla raccolta di fondi; più di un appello morale a condividere. Ci squarcia nella sua interezza le molte possibilità del dare e mira anche a raccogliere frutti spirituali. Alla pianificazione che diamo alla nostra vita, così abbeverata dalle idee della società dell’Ego, mette davanti uno specchio critico. Ci richiama messaggi centrali del Vangelo. Ad essi andiamo incontro non solo con le nostre forze e con un accompagnamento pedagogico-psicologico, ma perché l’affermazione di Gesù è anche una promessa: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere". Proprio come le beatitudini del Vangelo, questa parola di Gesù dà orientamento, ma per grazia nello stesso tempo rende possibile la sua osservanza.

[00175-01.03] [Testo originale: Italiano]

INTERVENTO DI DON ORESTE BENZI

1. Il dono della grazia santificante ci rende figli di Dio e fratelli tra di noi. L'unione che c'è fra noi e Cristo e tra di noi è talmente totalizzante da essere paragonabile all'unione che vi è fra le membra di un corpo con il capo e fra di loro. Questa realtà ci spinge fortemente a vivere come popolo che opera per la salvezza di tutte le membra del mondo intero. La via operativa che traduce in atto questo mistero è la condivisione reale. Ogni individuo, ogni comunità parrocchiale, diocesana, aggregativa deve operare condividendo.

2. Se un bambino rimane senza famiglia gli devo dare la risposta di cui lui ha bisogno, gli devo dare cioè una famiglia. Se un anziano rimane solo, devo metterlo nelle condizioni in cui egli possa continuare a svolgere la sua missione, anche se malato gravissimo. Non posso difendermi da lui emarginandolo Devo farlo vivere in una famiglia. Chi è handicappato deve essere soggetto attivo costruttore di storia, di chiesa. In una parola ai poveri agli ultimi devo dare la risposta di cui essi hanno bisogno e non la risposta che fa comodo all'establishment di tutti coloro che stanno bene. La condivisione richiede l'appartenenza e non solo la prestazione. È necessario rimuovere le cause che creano l'ingiustizia e l'emarginazione. Non si possono solo assistere le vittime, bisogna impedire di farle, secondo il discorso di S. Agostino, secondo l'insegnamento dei padri e del magistero della Chiesa. La carità non può coprire i problemi ma li deve risolvere. Non ci si può limitare a versare lacrime sugli affamati; è necessario smascherare chi affama. Non ci si può solo muovere contro gli atti terroristici. Bisogna sconvolgere il sistema terroristico ecc.

3. Pace e giustizia si baceranno. Si può rimuovere l'ingiustizia distributiva tra i popoli. Con il gemellaggio tra nazioni fortemente sviluppate e quelle che non lo sono, non per inglobarle ma dando sapere e tecnologia. La Chiesa è in se stessa giustizia. Promovendo atti di giustizia, la Chiesa manifesta la sua vera identità e attrae tutti gli uomini. Il Papa è la prova di questo.

4. Nella condivisione, la persona umana cessa di essere strumento di cui ci si serve, occasione da cui si ritrae profitto, ingombro da far fuori. Nella condivisione scompaiono i delitti eretti a sistema, quali per esempio l'aborto, la schiavitù, la prostituzione... Nella condivisione vengono rivisitati certi principi detti morali mentre sono considerate letteralmente immorali da Gesù. Nella condivisione scompare la violenza. Si arriva così alla società del gratuito e si crea la civiltà dell'amore.

[00176-01.01] [Testo originale: Italiano]