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[Testo consegnato - Non completo di eventuali aggiunte a braccio]

 

Congregazione Generale 12, 18 ottobre 2023

Partecipazione, compiti di responsabilità e autorità

quali processi, strutture e istituzioni in una Chiesa sinodale missionaria

Apporto Teologico

Rev. Dario VITALI,
Coordinatore degli Esperti teologi

1. «La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano» (LG 1). Riprendo questa citazione, come cornice per inquadrare la riflessione teologica sul punto B.3, che fissa la sua attenzione su «partecipazione, compiti di responsabilità e autorità». La prima partecipazione che il concilio Vaticano II sottolinea non è infatti quella dei singoli, ma della Chiesa tutta, Popolo di Dio in cammino verso il compimento del Regno. Mai come oggi – e per oggi intendo questi giorni drammatici, quando la pace sembra sospesa a un filo – l’umanità ha bisogno di una testimonianza forte e convinta di una Chiesa che sia segno e strumento di pace tra i popoli. «Una Chiesa sinodale – sono parole di papa Francesco – è come vessillo innalzato tra le nazioni (cfr Is 11,12) ... Come Chiesa che “cammina insieme” agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell'autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell'uomo per le generazioni che verranno dopo di noi». 

Una Chiesa che voglia essere ad extra, «sacramento universale di salvezza» per il mondo (LG 48), è sempre chiamata a essere e a pensarsi ad intra come «sacramento di questa unità salvifica» (LG 9). Ma può questa categoria, che certamente spiega la dimensione misterica della Chiesa essere applicata a temi come «partecipazione, responsabilità, autorità»? Già il capitolo I apre orizzonti significativi in questa direzione. Basti LG 7, che dice come «nell’edificazione del corpo di Cristo vige una diversità di membra e di funzioni».

2. Ma è nel capitolo II che i temi della partecipazione assumono una fisionomia precisa, a partire dalla descrizione della Chiesa come Popolo di Dio, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, il Popolo che Dio si è acquistato» (LG 9).

Sappiamo tutti che il capitolo de Populo Dei costituisce la “rivoluzione copernicana” dell’ecclesiologia conciliare. Il fatto di inserire il capitolo prima di quello sulla gerarchia produce un franamento della piramide ecclesiologica costruita lungo i secoli: prima delle funzioni viene la dignità dei battezzati; prima delle differenze, che stabiliscono gerarchie, sta l’uguaglianza dei figli di Dio. Il titolo più grande di appartenenza alla Chiesa non è essere papa, o vescovo, o prete, o consacrato/a, ma figlio di Dio. Tutti figli nel Figlio, congiunti da vincoli di parentela che sono dallo Spirito. Affermare la pari dignità di tutti non significa negare le differenze: la Chiesa è il corpo di Cristo, vivo e bello per la varietà dei doni, dei carismi, dei ministeri, delle vocazioni.

Il principio che regola questa ricchezza di doni, carismi e ministeri nel corpo ecclesiale è espresso dal concilio nella relazione tra «sacerdozio comune e il sacerdozio ministeriale o gerarchico» come forme distinte di partecipazione al sacerdozio di Cristo (LG 10). La novità di questo passaggio è dirompente per la scelta di rovesciare i due soggetti in gioco: mettere il sacerdozio comune prima del sacerdozio ministeriale significa rompere un rapporto asimmetrico di autorità-obbedienza che strutturava la Chiesa piramidale. Affermare poi due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo ordinate l’una all’altra significa riconoscerne la diversità complementare, che li rende irriducibili l’uno all’altro.

Dentro questa relazione si apre uno spazio amplissimo, che non può e non deve essere occupato dai ministri ordinati. Anzi, questi sono posti a servizio del Popolo santo di Dio, che torna finalmente ad essere soggetto attivo della vita ecclesiale. 

3. Ma dire Chiesa-Popolo di Dio non risolve l’intera questione, né garantisce una riforma indolore della Chiesa. Lo dimostra il dibattito infuocato nell’immediato post-concilio sull’ecclesiologia del Vaticano II, che ha contrapposto carisma e istituzione, «chiesa dal basso e chiesa dall’alto», Popolo di Dio e gerarchia.

Questo spiega da una parte l’enfasi sull’ecclesiologia di comunione, declinata soprattutto sul versante della communio hierarchica, che ha prodotto con l’andare del tempo una vera e propria «centralizzazione» della Chiesa; dall’altra la paura che la sinodalità, declinata come il «camminare insieme» del Popolo di Dio, costituisca un’alternativa al principio della communio. In realtà, la sinodalità altro non è che la communio stessa della Chiesa in quanto Popolo santo di Dio. Sinodalità e communio si identificano, a patto di comprendere la Chiesa come Popolo di Dio in cammino.

Dentro la Chiesa sinodale trovano cittadinanza tutte le dimensioni della communio: la communio trinitaria, la communio fidelium, la communio Ecclesiarum, la communio sanctorum. Al servizio di questa Chiesa stanno i Pastori, in una communio hierarchica regolata dal servizio dell’unità del Vescovo di Roma, il quale – sono parole di Papa Francesco – «non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell'apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese» (Discorso nel 50° del Sinodo).

4. Proprio il modulo B.3, con i suoi temi, permette di mostrare la via per avviare il rinnovamento dei processi, delle strutture e delle istituzioni in una Chiesa sinodale missionaria, in una progressiva recezione del quadro ecclesiologico disegnato dal concilio Vaticano II. La stretta relazione che intercorre tra il Popolo di Dio, il collegio dei Vescovi e il Vescovo di Roma, ciascuno con la sua funzione, fonda la Chiesa sinodale come «Chiesa dell’ascolto»: «Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)».

La volontà di garantire le rispettive funzioni di questi soggetti ha determinato la trasformazione del Sinodo da evento a processo. Questa scelta non nega, ma integra in una unità superiore l’organismo istituito da Paolo VI, con il quale il papa intendeva dare ai Vescovi «la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace alla Nostra sollecitudine per la Chiesa universale» (AS). Il passo ulteriore da compiere, in linea con tutta l’ecclesiologia conciliare è stato enunciato da Papa Francesco: come «il Sinodo dei Vescovi, rappresentando l’episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all’interno di una Chiesa tutta sinodale»? (Francesco, Discorso nel 50° del Sinodo). Questo è possibile solo riconoscendo tutti i soggetti in cui si articola il corpo ecclesiale.  Nel processo sinodale il Popolo di Dio, il Collegio dei Vescovi e il Vescovo di Roma esercitano le loro specifiche funzioni ecclesiali, componendo in unità dinamica la sinodalità, la collegialità e il primato.

5. Tale processo avviene attraverso un doppio dinamismo, complementare nel suo movimento: in uscita e in entrata.

In uscita: il processo sinodale si può attuare nella Chiesa, perché il Vescovo di Roma la chiama all’azione sinodale. Questo primo movimento corrisponde a una prerogativa del Vescovo di Roma, «visibile principio e fondamento di unità» di tutti i battezzati, di tutti i vescovi, di tutte le Chiese. È Lui che «presiede alla comunione universale della carità, garantisce le legittime diversità e insieme vigila perché il particolare non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva» (LG 13). In ragione del suo servizio di unità alla Chiesa, egli convoca, presiede e conferma il Sinodo, analogicamente a come convoca, presiede e conferma il concilio ecumenico cfr LG 22). A lui spetta stabilire il tema del Sinodo; a lui spetta aprire il processo sinodale; a lui spetta accompagnare il processo attraverso la Segreteria del Sinodo ed è a lui che spetterà concluderlo.

In forza di questa convocazione si avvia un processo in entrata, che coinvolge tutta la Chiesa e tutti nella Chiesa, a partire dalle Chiese particolari, secondo il principio ecclesiologico enunciato dal concilio Vaticano II, che la Chiesa è «il corpo delle Chiese», nelle quali e a partire dalle quali esiste l’una e unica Chiesa cattolica» (LG 23).

In forza di tale principio, ad ogni Vescovo, quale principio e fondamento visibile di unità della portio Populi Dei che gli è affidata (cfr LG 23), spetta la responsabilità di aprire il processo sinodale nella sua Chiesa. Proprio perché convocata dal Vescovo, la consultazione nelle Chiese particolari è vera consultazione del Popolo di Dio, soggetto del sensus fidei. Così è accaduto, nella prima fase del Sinodo, che l’ascolto di ogni portio Populi Dei è coinciso con l’ascolto della totalità del Popolo di Dio che vive e cammina nelle Chiese. 

Poiché non si dà consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese particolari se il suo Pastore non l’avvia, fin dall’inizio i Vescovi hanno realmente partecipato al processo sinodale e hanno svolto in esso un compito necessario e insostituibile. Perciò, è del tutto evidente che non si dà contraddizione tra dimensione sinodale e dimensione gerarchica della Chiesa: l’una garantisce l’altra e viceversa, essendo la Chiesa «“sacramento di unità”, Popolo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi» (SC 26).

6. Il processo sinodale è dunque un luogo privilegiato di esercizio tanto della sinodalità che della collegialità, in quanto garantisce l’esercizio effettivo sia del sensus fidei del Popolo di Dio, sia del discernimento dei Pastori. In forza dell’azione sinodale a cui il Vescovo di Roma ha chiamato tutta la Chiesa, i Vescovi sparsi per il mondo hanno esercitato congiuntamente la loro funzione di discernimento nelle istanze intermedie di sinodalità e collegialità. Il discernimento delle Conferenze episcopali e delle Assemblee sinodali, poiché si applica a una manifestazione del sensus fidei del Popolo di Dio, non si riduce a un atto meramente pastorale; è piuttosto «espressione della collegialità episcopale all’interno di una Chiesa tutta sinodale» (Francesco, Discorso nel 50° del Sinodo), in quanto i Vescovi esprimono realmente in quegli atti «la comunione tra di loro e con il Successore di Pietro» nell’esercizio della funzione di discernimento (LG 25). 

7. Si può dunque concludere ribadendo che il Sinodo è il “luogo” e lo “spazio” privilegiato di esercizio della sinodalità, che non enfatizza unilateralmente il ruolo del Popolo di Dio o quello dei Pastori, ma di tutti i soggetti – Popolo di Dio, Collegio dei Vescovi, Vescovo di Roma –, articolando in unità dinamica sinodalità, collegialità, primato. Per queste caratteristiche peculiari, il processo sinodale può essere compreso come l’esercizio più compiuto della sinodalità nella Chiesa Cattolica.

A partire da qui si può mettere mano a un ripensamento delle istituzioni ecclesiali. Lo dimostra la costituzione Praedicate Evangelium, che ripensa il servizio della Curia Romana alla Chiesa in chiave sinodale. E lo fa a partire dalla descrizione conciliare della Chiesa come «corpo delle Chiese», «nelle quali e a partire dalle quali esiste l’una e unica Chiesa Cattolica» (PE 6); il medesimo principio che regola l’intero processo sinodale. Più che indicare singole riforme, si dovranno indicare criteri per la riforma.

Il primo è di carattere teologico: ripensare la Chiesa in chiave sinodale, perché tutta la Chiesa e tutto nella Chiesa – la vita, i processi, le istituzioni – sia ripensato in termini di sinodalità. 

Il secondo è di carattere istituzionale: garantire alla Chiesa lo “spazio” per l’esercizio della sinodalità. Il che equivale, a parere di chi parla, a custodire  il Sinodo come organismo a servizio di una Chiesa costitutivamente sinodale. Senza Sinodo, l’esercizio della sinodalità finirebbe per dissolversi in mille rivoli e creare un vero e proprio pantano, rallentando se non impedendo il «camminare insieme» del Popolo di Dio. Si può riflettere sulla sua forma istituzionale, ma non bisogna dubitare che questa istituzione garantisca alla Chiesa un vero esercizio della sinodalità, come dimostra ampiamente il processo sinodale in atto.

Un vero esercizio della sinodalità permetterà di pensare – con pazienza e prudenza – alle necessarie riforme istituzionali, a processi decisionali che coinvolgano tutti, a un esercizio dell’autorità che sia davvero adatto a “far crescere” un Popolo di Dio maturo e partecipe.

In questo orizzonte, ripeto qui le parole del Vescovo che mi ha ordinato molti anni fa e alla cui scuola ho imparato la sinodalità. Nel messaggio rivolto alla sua Chiesa nel lontano 1990, in occasione dell’apertura del Sinodo diocesano, scrisse parole che suonano profetiche:

«Il Popolo di Dio, visibile segno dell’invisibile presenza del Regno, si pone in ascolto, in dialogo, a servizio del suo Signore, centro del cosmo e della storia. Accoglie l’invito a camminare insieme con Dio, l’umanità, la creazione. […] Il Sinodo è dichiarazione d’amore alla terra, a questa benedetta terra sulla quale camminiamo, a questo benedetto tempo affascinante e drammatico insieme. Il Sinodo è ancora più forte dichiarazione d’amore alla gente, tutta la gente. Con una preferenza ai più poveri sotto ogni profilo e ad ogni livello. […] Solo l’amore convince. Solo l’amore fa crescere le persone, crea novità. Convinciamoci: il Sinodo è stagione d’amore. Di Dio per noi, di noi per Lui, di tutti fra di noi»

(+ Dante Bernini).

Grazie.