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[Testo consegnato - Non completo di eventuali aggiunte a braccio]

 

Congregazione Generale 4 - 9 ottobre 2023

Comunione: il banchetto di nozze dell’Agnello

Prof. Anna Rowlands
St Hilda Professor of Catholic Social Thought and Practice
Dept of Theology and Religion & Centre for Catholic Studies, Durham University, UK

 

Santo Padre, fratelli e sorelle,

Riusciamo a trovare il coraggio di guardare in faccia la realtà, così come è realmente? Era questa la bellissima e altrettanto impegnativa domanda che p. Timothy ci ha posto. Ha messo davanti ai nostri occhi il paradosso della nostra vocazione a essere simili a Cristo: ascoltare, vedere e sentire la condizione in cui si trova il nostro mondo, e al tempo stesso essere capaci di riconoscere, con una delicata onestà verso noi stessi, che non troviamo così facile sopportare la realtà. La Sezione B1 dell’Instrumentum laboris ci conduce nel cuore di questo paradosso fondamentale del cristianesimo: speranza e difficoltà, la bellezza e la libertà della chiamata di Dio e la sfida di crescere nella santità. L’Instrumentum laboris utilizza il linguaggio del n. 1 della Lumen gentium, invitandoci a riflettere sulla missione della Chiesa di essere in Cristo «il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». La vita di comunione ci è donata come modo di vivere insieme in Cristo nella grazia, imparando a “sopportare” la realtà, con delicatezza, generosità, amore e coraggio, per la pace e la salvezza del mondo intero.

La prima cosa da dire sulla comunione, dunque, è che è la realtà della vita stessa di Dio, l’essere di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. In questo senso, è la cosa più reale che ci sia: il fondamento della realtà e la fonte di ciò che la Chiesa è.

Di fronte a questa realtà la nostra prima azione è accoglierla con gioia, senza ansia né spirito di competizione. Partecipare alla vita di comunione è l’onore e la dignità della nostra vita. La comunione è il modo in cui comprendiamo il disegno ultimo di Dio per tutta l’umanità: attirare la creazione che il suo amore fa esistere nella sua stessa vita e nel suo abbraccio, in modo sempre più completo, e, così facendo, mandarci a rinnovare la faccia della terra. La chiamata a essere la Chiesa che si mette al servizio di questo Regno è descritta nel n. 9 della Lumen gentium: «perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica». La Chiesa mostra e dona la comunione con Dio, che è comunione per tutta la creazione. La comunione è quindi il nostro essere e il nostro fare.

Un amico mi ha raccontato che il biblista americano Raymond Brown amava insegnare ai suoi studenti che il lessico della koinonia appare per la prima volta nel Nuovo Testamento in relazione alla pratica del mettere in comune i beni, cioè per esprimere l’idea della cassa comune della Chiesa. La nostra ricchezza – la valuta della Chiesa non sono i soldi – anzi, la nostra cassa comune è l’abbondanza dei doni, dei carismi e delle grazie che Dio riversa nella Chiesa, che «distribuisce […] di sua propria autorità» (Bas., fid. 3) e che noi siamo chiamati a discernere. In quanto battezzati, tutti mettiamo le mani in questa cassa comune.

Pensiamo alla comunione come la prima e l’ultima parola di un processo sinodale: l’origine e l’orizzonte del nostro cammino. Con Cristo e il suo Spirito al centro, la comunione è la forza stessa di quest’aula.

Si sente spesso la battuta che Dio si è fatto carne e i teologi lo hanno ritrasformato in parole... Il tempo a mia disposizione è poco; perciò tra le molte dimensioni con cui pensare la comunione ne scelgo tre, su cui mi soffermerò molto brevemente.

In primo luogo, la comunione è la bellezza della diversità nell’unità. In un mondo moderno che tende al tempo stesso all’omogeneità e alla frammentazione, la comunione è un linguaggio di bellezza, un’armonia di unità e pluralità. Questa bellezza sta nella celebrazione della ricchezza e della diversità di una creazione che dà gloria a Dio, una pluralità che termina solo quando ogni cosa creata ha esaurito la propria creaturalità e tutto è nuovamente racchiuso in Dio attraverso Cristo nello Spirito.

San Bonaventura, il grande teologo francescano, ha usato parole meravigliose per esprimere come la pluralità della creazione permetta a tutti i diversi colori della luce divina di risplendere. La luce divina è percepita in una comunione che si irradia attraverso una gloriosa diversità: di persone, creature, culture, lingue, liturgie, doni e carismi. Henri de Lubac ha sottolineato che la Chiesa non è mai in competizione con la cultura. Nelle culture in cui abita, essa confessa e riceve Cristo. La comunione che irradia è una diversità non competitiva, autentica, che trova il solo punto di unità nel Dio trinitario.

Di fronte a una mondanità che spesso adora la forza competitiva e assertiva e la logica del possesso piuttosto che della relazione, Dio ci attira in una comunione di umiltà e di servizio. Jean-Marie Tillard ha scritto che, a differenza di qualsiasi altra entità del mondo, è nell’abbracciare la debolezza, nella sofferenza e nella povertà che la Chiesa “ha successo” nel diventare il segno della grazia di Dio. La nostra bellezza non è quella del mondo. La Sezione B1 ci invita a crescere nella comunione riflettendo con umiltà con coloro che sono vulnerabili, sofferenti o deboli e sulle vulnerabilità e debolezze della Chiesa. Nella Sezione B1 ci chiediamo con coraggio come farci più vicini ai più poveri, più capaci di accompagnare tutti i battezzati in una varietà di situazioni umane, più liberi dal falso potere, più vicini ai nostri fratelli e sorelle cristiani e più impegnati nel dialogo con le diverse culture in cui siamo inseriti.

La Chiesa è nata dentro la drammaticità della condizione umana: in un rifugio temporaneo, sulla Croce, a Pentecoste. La nostra cattolicità continua a essere vissuta nel mezzo della drammatica condizione dell’umanità. Parliamo di comunione, non a partire dalla tranquillità di una perfezione che si trova al di fuori della nostra portata, ma a partire dal bisogno di collocarci nella lotta di ogni cultura e di ogni situazione per la verità, la bellezza e la bontà. La Sezione B1 ci invita a riflettere positivamente sul senso che troviamo in quei luoghi di incontro e di lotta, a percepire gli echi e le differenze.

In secondo luogo, la comunione esiste in realtà concrete e tangibili. È la vita che offre pane agli affamati, guarigione ai sofferenti, riposo agli afflitti. Forse l’immagine più efficace e vivida della comunione è una festa, il banchetto di nozze dell'Agnello. Dio fa appello ai nostri sensi: gustate e vedete, prendete e mangiate.

È nell’Eucaristia che si incontrano le diverse dimensioni della comunione: è il luogo in cui si manifesta la comunione dei fedeli, dove riceviamo i doni di Dio per il suo popolo. Nutrendoci, l’ordine sacramentale ci insegna la comunione.

La descrizione biblica della festa è anche un’immagine che sovverte quello che è percepito come ordine naturale delle cose. Nel banchetto che viene allestito, coloro che non hanno potere, i disprezzati e i sofferenti saranno i primi. Questo è dovuto alla vicinanza di Dio a coloro che soffrono e alla vicinanza di molti di coloro che soffrono alla conoscenza e al mistero di Dio. Quando ha saputo che sarei venuta al Sinodo, un sopravvissuto agli abusi da parte di un prete mi ha scritto: «Non avere paura di insistere sul bisogno di guarigione. È un itinerario pasquale che dobbiamo compiere insieme. E di’ loro che l’Eucaristia salva la vita». Non tutti i sopravvissuti agli abusi la pensano così, ma condivido questa frase perché ha un carattere di profezia della comunione; invita al pentimento e proclama la verità centrale della nostra fede.

Le amicizie scandalose di Gesù che hanno riunito una comunità dei discepoli erano spesso amicizie conviviali. La convivialità, l’amicizia che nasce intorno alla tavola, è importante. Quando a Londra lavoravo in un centro di accoglienza legato alla Chiesa cattolica, ho chiesto ai rifugiati che lo frequentavano perché avessero scelto quel centro in particolare. Non dimenticherò mai la loro risposta: perché qui alla porta vengo accolto da qualcuno che mi chiama per nome, e le persone che lavorano al centro si siede a tavola e mangia con noi. Questo mi dà dignità, mi restituisce la mia umanità. Negli altri centri, il personale non mangia con noi. La Scheda di lavoro B 1.1 concentra il nostro scambio proprio sulla questione di una comunione nella dignità, attraverso cui la Chiesa incontra Cristo che è già seduto a tavola con i più poveri.

In terzo luogo, la comunione è una partecipazione che ci lega agli altri attraverso il tempo e lo spazio. Il lessico biblico della koininia è istruttivo; il suo significato implica: “condividere, avere parte, avere qualcosa in comune, agire insieme”; indica una partecipazione a una realtà condivisa da cui nessuno è, in linea di principio, escluso. È una realtà che diventa sempre più se stessa man mano che si effonde e si dilata verso tutti gli angoli del mondo, e man mano che la si condivide in modo più intimo e completo tra le Chiese. Accogliere la verità vuol dire che c’è sempre più verità da conoscere.

Agiamo sempre alla luce di ciò che è stato, agiamo ora e agiamo in vista di ciò che ci convoca: verso l’unità e il servizio del Regno. Ognuna di queste azioni, iniziate ma incomplete, ci lega alle realtà del passato – quelle piene di gioia, che devono essere sostenute; quelle che portano i segni del male, di cui pentirci e da cui essere guariti –; ci lega alla lode di Dio e all’invocazione del prossimo nel presente; ci lega al futuro in cui desideriamo essere accolti. Una parte cruciale del motivo per cui il lessico della comunione è un linguaggio pasquale, e quindi un linguaggio di speranza, è il fatto che lega passato, presente e futuro con un filo d’oro. In un’epoca spesso intenta a recidere questi legami, la nostra fede vi si tiene stretta. Questo fa parte della sua intelligenza capace di orientarci.

Una comunione che si irradia, misteriosa ma assolutamente concreta, già sotto ai nostri occhi e ancora lontanissima davanti a noi, offerta come pane per il mondo e come parole capaci di salvare la vita, che ha bisogno di essere espressa in ogni contesto, locale, regionale, globale, in cui la Chiesa vive: ecco l’orizzonte paradossale della speranza, la realtà al cui interno il Signore ci invita a prendere posto. Se ne abbiamo il coraggio.

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