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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Georgia e Azerbaijan (30 settembre – 2 ottobre 2016) – Santa Messa a Tbilisi, 01.10.2016


 

Santa Messa presso lo Stadio M. Meskhi di Tbilisi

Saluto del Papa al termine della Santa Messa

 

Santa Messa presso lo Stadio M. Meskhi di Tbilisi

Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Alle ore 9.30, il Santo Padre Francesco si è trasferito dalla Nunziatura Apostolica allo Stadio Mikheil Meskhi di Tbilisi per la celebrazione della Santa Messa. Al suo arrivo, il Papa ha compiuto un giro su una vetturetta elettrica lungo lo spazio erboso antistante il palco.

Alle ore 10.00, Papa Francesco ha dato inizio alla celebrazione della Santa Messa votiva in memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino. Al termine del rito, S.E. Mons. Giuseppe Pasotto, Amministratore Apostolico del Caucaso dei Latini, ha rivolto al Santo Padre un indirizzo di saluto.

Di seguito, riportiamo il testo dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Tra i tanti tesori di questo splendido Paese risalta il grande valore delle donne. Esse – scriveva Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui facciamo oggi memoria – «amano Dio in numero ben più grande degli uomini» (Scritti autobiografici, Manoscritto A, VI). Qui in Georgia ci sono tante nonne e madri che continuano a custodire e tramandare la fede, seminata in questa terra da Santa Nino, e portano l’acqua fresca della consolazione di Dio in tante situazioni di deserto e conflitto.

Questo ci aiuta a comprendere la bellezza di quanto il Signore dice oggi nella prima lettura :«Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66,13). Come una madre prende su di sé i pesi e le fatiche dei suoi figli, così Dio ama farsi carico dei nostri peccati e delle nostre inquietudini; Egli, che ci conosce e ci ama infinitamente, è sensibile alla nostra preghiera e sa asciugare le nostre lacrime. Guardandoci, ogni volta si commuove e si intenerisce, con un amore viscerale, perché, al di là del male di cui siamo capaci, siamo sempre i suoi figli; desidera prenderci in braccio, proteggerci, liberarci dai pericoli e dal male. Lasciamo risuonare nel nostro cuore queste parole che oggi ci rivolge: “Come una madre, io vi consolerò”.

La consolazione di cui abbiamo bisogno, in mezzo alle vicende turbolente della vita, è proprio la presenza di Dio nel cuore. Perché la sua presenza in noi è la fonte della vera consolazione, che rimane, che libera dal male, porta la pace e fa crescere la gioia. Per questo, se vogliamo vivere da consolati, occorre far posto al Signore nella vita. E perché il Signore abiti stabilmente in noi, bisogna aprirgli la porta e non tenerlo fuori. Ci sono delle porte della consolazione da tenere sempre aperte, perché Gesù ama entrare da lì: il Vangelo letto ogni giorno e portato sempre con noi, la preghiera silenziosa e adorante, la Confessione, l’Eucaristia. Attraverso queste porte il Signore entra e dà un sapore nuovo alle cose. Ma quando la porta del cuore si chiude, la sua luce non arriva e si resta al buio. Allora ci abituiamo al pessimismo, alle cose che non vanno, alle realtà che mai cambieranno. E finiamo per rinchiuderci nella tristezza, nei sotterranei dell’angoscia, soli dentro di noi. Se invece spalanchiamo le porte della consolazione, entra la luce del Signore!

Ma Dio non ci consola solo nel cuore; tramite il profeta Isaia infatti aggiunge: «A Gerusalemme sarete consolati» (66,13). A Gerusalemme, cioè nella città di Dio, nella comunità: quando siamo uniti, quando c’è comunione tra noi agisce la consolazione di Dio. Nella Chiesa si trova consolazione, è la casa della consolazione: qui Dio desidera consolare. Possiamo chiederci: io, che sto nella Chiesa, sono portatore della consolazione di Dio? So accogliere l’altro come ospite e consolare chi vedo stanco e deluso? Pur quando subisce afflizioni e chiusure, il cristiano è sempre chiamato a infondere speranza a chi è rassegnato, a rianimare chi è sfiduciato, a portare la luce di Gesù, il calore della sua presenza, il ristoro del suo perdono. Tanti soffrono, sperimentano prove e ingiustizie, vivono nell’inquietudine. C’è bisogno dell’unzione del cuore, di questa consolazione del Signore che non toglie i problemi, ma dona la forza dell’amore, che sa portare il dolore in pace. Ricevere e portare la consolazione di Dio: questa missione della Chiesa è urgente. Cari fratelli e sorelle, sentiamoci chiamati a questo: non a fossilizzarci in ciò che non va attorno a noi o a rattristarci per qualche disarmonia che vediamo tra di noi. Non fa bene abituarsi a un “microclima” ecclesiale chiuso; ci fa bene condividere orizzonti ampi, orizzonti aperti di speranza, vivendo il coraggio umile di aprire le porte e uscire da noi stessi.

C’è però una condizione di fondo per ricevere la consolazione di Dio, che la sua Parola oggi ci ricorda: diventare piccoli come bambini (cfr Mt 18,3-4), essere «come un bimbo in braccio a sua madre» (Sal 130,2). Per accogliere l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore: solo da piccoli, infatti, si può essere tenuti in braccio dalla mamma.

Chi si fa piccolo come un bambino – ci dice Gesù – «è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). La vera grandezza dell’uomo consiste nel farsi piccolo davanti a Dio. Perché Dio non si conosce con pensieri alti e tanto studio, ma con la piccolezza di un cuore umile e fiducioso. Per essere grandi davanti all’Altissimo non bisogna accumulare onori e prestigio, beni e successi terreni, ma svuotarsi di sé. Il bambino è proprio colui che non ha niente da dare e tutto da ricevere. È fragile, dipende dal papà e dalla mamma. Chi si fa piccolo come un bimbo diventa povero di sé, ma ricco di Dio.

I bambini, che non hanno problemi a capire Dio, hanno tanto da insegnarci: ci dicono che Egli compie grandi cose con chi non gli fa resistenza, con chi è semplice e sincero, privo di doppiezze. Ce lo mostra il Vangelo, dove si operano grandi meraviglie con piccole cose: con pochi pani e due pesci (cfr Mt 14,15-20), con un granello di senape (cfr Mc 4,30-32), con un chicco di grano che muore in terra (cfr Gv 12,24), con un solo bicchiere d’acqua donato (cfr Mt 10,42), con due monetine di una povera vedova (cfr Lc 21,1-4), con l’umiltà di Maria, la serva del Signore (cfr Lc 1,46-55).

Ecco la grandezza sorprendente di Dio, di un Dio pieno di sorprese e che ama le sorprese: non perdiamo mai il desiderio e la fiducia delle sorprese di Dio! E ci farà bene ricordare che siamo sempre e anzitutto figli suoi: non padroni della vita, ma figli del Padre; non adulti autonomi e autosufficienti, ma figli sempre bisognosi di essere presi in braccio, di ricevere amore e perdono. Beate le comunità cristiane che vivono questa genuina semplicità evangelica! Povere di mezzi, sono ricche di Dio. Beati i Pastori che non cavalcano la logica del successo mondano, ma seguono la legge dell’amore: l’accoglienza, l’ascolto, il servizio. Beata la Chiesa che non si affida ai criteri del funzionalismo e dell’efficienza organizzativa e non bada al ritorno di immagine. Piccolo amato gregge di Georgia, che tanto ti dedichi alla carità e alla formazione, accogli l’incoraggiamento del Buon Pastore, affidati a Lui che ti prende sulle spalle e ti consola!

Vorrei riassumere questi pensieri con alcune parole di Santa Teresa di Gesù Bambino, che oggi ricordiamo. Ella ci indica la sua “piccola via” verso Dio, «l’abbandono del piccolo bambino, che si addormenta senza timore tra le braccia di suo padre», perché «Gesù non domanda grandi gesti, ma solo l’abbandono e la riconoscenza» (Scritti autobiografici, Manoscritto B). Purtroppo, però – scriveva allora ma è vero anche oggi – Dio trova «pochi cuori che si abbandonino a lui senza riserve, che comprendano tutta la tenerezza del suo Amore infinito» (ibid.). La giovane santa e Dottore della Chiesa, invece, era esperta nella «scienza dell’Amore» (ibid.) e ci insegna che «la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, nel non sorprendersi delle loro debolezze, nell’essere edificati anche dai minimi atti di virtù che li si vede praticare»; ci ricorda anche che «la carità non può rimanere chiusa nel fondo del cuore» (Manoscritto C). Chiediamo oggi, tutti insieme, la grazia di un cuore semplice, che crede e vive nella forza mite dell’amore; chiediamo di vivere con la serena e totale fiducia nella misericordia di Dio.

[01523-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Parmi les nombreux trésors de ce splendide pays, ressort la grande valeur des femmes. Comme l’écrivait sainte Thérèse de l’Enfant-Jésus, dont nous faisons mémoire aujourd’hui – elles «aiment le Bon Dieu en bien plus grand nombre que les hommes» (Manuscrits autobiographiques, Manuscrit A, 66). Ici, en Géorgie, il y a beaucoup de grands-mères et de mères qui continuent à garder et à transmettre la foi, semée sur cette terre par sainte Nino, et apportent l’eau fraîche de la consolation de Dieu dans de nombreuses situations de désert et de conflit.

Cela nous aide à comprendre la beauté de tout ce que le Seigneur dit aujourd’hui dans la première lecture: «Comme un enfant que sa mère console, ainsi, je vous consolerai» (Is 66, 13). Comme une mère prend sur elle les fardeaux et les fatigues de ses enfants, ainsi Dieu aime se charger de nos péchés et de nos inquiétudes; Lui, il nous connaît et il nous aime infiniment, il est sensible à notre prière et il sait essuyer nos larmes. En nous regardant, chaque fois il s’émeut et s’attendrit, avec un amour viscéral, parce que, au-delà du mal dont nous sommes capables, nous sommes toujours ses enfants; il désire nous prendre dans les bras, nous protéger, nous libérer des dangers et du mal. Laissons résonner dans notre cœur ces paroles qu’aujourd’hui il nous adresse: “Comme une mère, je vous consolerai”.

La consolation dont nous avons besoin, au milieu des événements tumultueux de la vie, est vraiment la présence de Dieu dans notre cœur. Parce que sa présence en nous est la source de la véritable consolation, qui demeure, qui libère du mal, porte la paix et fait croître la joie. Pour cela, si nous voulons vivre comme des personnes consolées, il faut faire une place au Seigneur dans notre vie. Et pour que le Seigneur habite d’une façon stable en nous, il faut lui ouvrir la porte et ne pas le laisser dehors. Il y a des portes de la consolation à tenir toujours ouvertes, parce que Jésus aime entrer par-là: l’Évangile lu chaque jour et porté toujours avec nous, la prière silencieuse et adorante, la Confession, l’Eucharistie. À travers ces portes le Seigneur entre et donne une saveur nouvelle aux choses. Mais quand la porte du cœur se ferme, sa lumière n’arrive pas et on reste dans l’obscurité. Alors nous nous habituons au pessimisme, aux choses qui ne vont pas, aux réalités qui ne changeront jamais. Et nous finissons par nous renfermer dans la tristesse, dans les souterrains de l’angoisse, seuls à l’intérieur de nous-même. Si au contraire, nous ouvrons tout grand les portes de la consolation, la lumière du Seigneur entre!

Mais Dieu ne nous console pas seulement dans le cœur; avec le prophète Isaïe, il ajoute en effet «dans Jérusalem, vous serez consolés» (66, 13). À Jérusalem, c’est-à-dire dans la cité de Dieu, dans la communauté: quand nous sommes unis, quand il y a la communion entre nous la consolation de Dieu agit. Dans l’Église on trouve la consolation, elle est la maison de la consolation: là Dieu désire consoler. Nous pouvons nous demander: moi, qui suis dans l’Église, suis-je porteur de la consolation de Dieu? Est-ce que je sais accueillir l’autre comme un hôte et consoler celui que je vois fatigué et déçu? Même lorsqu’il subit des malheurs et des fermetures, le chrétien est toujours appelé à répandre l’espérance en celui qui est résigné, à redonner courage à celui qui est découragé, à porter la lumière de Jésus, la chaleur de sa présence, le réconfort de son pardon. Nombreux sont ceux qui souffrent, qui font l’expérience des épreuves et des injustices, qui vivent dans l’inquiétude. Il y a besoin de l’onction du cœur, de cette consolation du Seigneur qui n’enlève pas les problèmes, mais donne la force de l’amour, qui sait porter la douleur dans la paix. Recevoir et porter la consolation de Dieu: cette mission de l’Église est urgente. Chers frères et sœurs, sentons-nous appelés à cela: non pour nous figer dans ce qui ne va pas autour de nous ou pour nous attrister pour des manques d’harmonies que nous voyons parmi nous. Cela ne fait pas de bien de s’habituer à un “microclimat” ecclésial fermé; cela nous fait du bien de partager des horizons larges, des horizons ouverts d’espérance, en vivant le courage humble d’ouvrir les portes et de sortir de nous-mêmes.

Mais il y a une condition de fond pour recevoir la consolation de Dieu, que sa Parole nous rappelle aujourd’hui: devenir petits comme des enfants (cf. Mt 18, 4), être: «comme un petit enfant contre sa mère» (Ps 130, 2). Pour accueillir l’amour de Dieu cette petitesse de cœur est nécessaire: seuls des petits, en effet, peuvent être tenus dans les bras de la maman.

Celui qui se fait petit comme un enfant – nous dit Jésus – «est le plus grand dans le royaume des Cieux» (Mt 18, 4). La véritable grandeur de l’homme consiste dans le fait de se faire petit devant Dieu. Parce que Dieu ne se connaît pas par des pensées élevées et beaucoup d’étude, mais par la petitesse d’un cœur humble et confiant. Pour être grands devant le Très-Haut, il ne faut pas accumuler honneurs et prestiges, biens et succès terrestres, mais [il faut] se vider de soi-même. L’enfant est vraiment celui qui n’a rien à donner et tout à recevoir. Il est fragile, dépendant du papa et de la maman. Celui qui se fait petit comme un enfant devient pauvre de lui-même, mais riche de Dieu.

Les enfants, qui n’ont pas de problèmes pour comprendre Dieu, ont beaucoup à nous enseigner: ils nous disent que Lui, il accomplit de grandes choses avec celui qui ne lui oppose pas de résistance, avec celui qui est simple et sincère, sans duplicité. Cela, l’Évangile nous le montre, où de grandes merveilles s’accomplissent avec de petites chose: avec peu de pains et deux poissons (cf. Mt 14, 15-20), avec un grain de moutarde (cf. Mc 4, 30-32), avec un grain de blé qui meurt en terre (cf. Jn 12, 24), avec un seul verre d’eau donné (cf. Mt 10, 42), avec deux piécettes d’une pauvre veuve (cf. Lc 21, 1-4), avec l’humilité de Marie, la servante du Seigneur (cf. Lc 1, 46-55).

Voilà la grandeur surprenante de Dieu, d’un Dieu plein de surprises et qui aime les surprises: ne perdons jamais le désir et la confiance des surprises de Dieu! Et cela nous fera du bien de nous rappeler que nous sommes toujours et surtout ses enfants: non des propriétaires de la vie, mais des enfants du Père; non des adultes autonomes et autosuffisants, mais des enfants qui ont toujours besoin d’être pris dans les bras, de recevoir amour et pardon. Bienheureuses les communautés chrétiennes qui vivent cette authentique simplicité évangélique! Pauvres de moyens, elles sont riches de Dieu. Bienheureux les Pasteurs qui ne courent pas après la logique du succès mondain, mais suivent la loi de l’amour: l‘accueil, l’écoute, le service. Bienheureuse l’Église qui ne se fie pas aux critères du fonctionnalisme et de l’efficacité dans l’organisation et ne s’occupe pas du retour d’image. Petit troupeau aimé de Géorgie, qui te dévoue tant à la charité et à la formation, accueille l’encouragement du Bon pasteur, confie-toi à Lui qui te prend sur ses épaules et te console!

Je voudrais résumer ces pensées avec quelques paroles de sainte Thérèse de l’Enfant-Jésus, dont nous faisons mémoire aujourd’hui. Elle nous indique sa “petite voie” vers Dieu, «l’abandon du petit enfant qui s’endort sans crainte dans les bras de son Père», parce que «Jésus ne demande pas de grandes actions, mais seulement l’abandon et la reconnaissance» (Manuscrits autobiographiques, Manuscrit B, 1). Malheureusement, cependant – écrivait-elle alors, mais c’est aussi vrai aujourd’hui –, Dieu trouve «peu de cœurs qui se livrent à lui sans réserve, qui comprennent toute la tendresse de son Amour infini» (ibid.). La jeune sainte et Docteur de l’Église, au contraire, était experte dans la «science de l’Amour» (ibid.) et elle nous enseigne que «la charité parfaite consiste à supporter les défauts des autres, à ne point s’étonner de leurs faiblesses, à s’édifier des plus petits actes de vertu qu’on leur voit pratiquer»; elle nous rappelle aussi que «la charité ne doit point rester enfermée dans le fond du cœur» (Manuscrit C, 12). Demandons aujourd’hui, tous ensemble, la grâce d’un cœur simple, qui croit et vit dans la force humble de l’amour; demandons de vivre avec une confiance sereine et totale en la miséricorde de Dieu.

[01523-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Among the many treasures of this magnificent country, one that stands out is the importance of women. As Saint Therese of the Child Jesus, whom we commemorate today, wrote: “they love God in much larger numbers than men do” (Autobiography, Manuscript A, VI). Here in Georgia there are a great number of grandmothers and mothers who unceasingly defend and pass on the faith that was sown in this land of Saint Nino; and they bring the fresh water of God’s consolation to countless situations of barrenness and conflict.

This enables us to appreciate the beauty of God’s message in the first reading: “As one whom his mother comforts, so I will comfort you” (Is 66:13). As a mother takes upon herself the burdens and weariness of her children, so too does God take upon himself our sins and troubles. He who knows us and loves us infinitely, is mindful of our prayers and wipes away our tears. As he looks at us, he is always moved and becomes tender-hearted, with a love from the depths of his being, for beyond any evil we are capable of, we always remain his children; he wants to take us in his arms, protect us, and free us from harm and evil. Let us allow these words of the Lord to resound in our hearts: “As a mother comforts, so will I comfort you”.

The consolation we need, amid the turmoil we experience in life, is precisely the presence of God in our hearts. God’s presence in us is the source of true consolation, which dwells in us, liberates us from evil, brings peace and increases our joy. For this reason, if we want to experience his consolation, we must give way to the Lord in our lives. And in order for the Lord to abide continually in us, we must open the doors of our hearts to him and not keep him outside. There are doors of consolation which must always be open, because Jesus especially loves to enter through them: the Gospel we read every day and carry around with us, our silent prayer in adoration, confession, the Eucharist. It is through these doors that the Lord enters and gives new flavour to reality. When the door of our heart is closed, however, his light cannot enter in and everything remains dark. We then get accustomed to pessimism, to things which aren’t right, to realities that never change. We end up absorbed in our own sadness, in the depths of anguish, isolated. If, on the other hand, we open wide the doors of consolation, the light of the Lord enters in!

Yet God does not console us only in our hearts; through the prophet Isaiah he adds: “You shall be comforted in Jerusalem” (66:13). In Jerusalem, that is, in the city of God, in the community: it is when we are united, in communion, that God’s consolation works in us. In the Church we find consolation, it is the house of consolation: here God wishes to console us. We may ask ourselves: I who am in the Church, do I bring the consolation of God? Do I know how to welcome others as guests and console those whom I see tired and disillusioned? Even when enduring affliction and rejection, a Christian is always called to bring hope to the hearts of those who have given up, to encourage the downhearted, to bring the light of Jesus, the warmth of his presence and his forgiveness which restores us. Countless people suffer trials and injustice, and live in anxiety. Our hearts need anointing with God’s consolation, which does not take away our problems, but gives us the power to love, to peacefully bear pain. Receiving and bringing God’s consolation: this mission of the Church is urgent. Dear brothers and sisters, let us take up this call: to not bury ourselves in what is going wrong around us or be saddened by the lack of harmony between us. It is not good for us to become accustomed to a closed ecclesial “micro-environment”; it is good for us to share wide horizons, horizons open to hope, having the courage to humbly open our doors and go beyond ourselves.

There is, however, an underlying condition to receiving God’s consolation, and his word today reminds us of this: to become little like children (cf. Mt 18:3-4), to be “like a child quieted at its mother’s breast” (Ps 130:2). To receive God’s love we need this littleness of heart: only little ones can be held in their mothers arms.

Whoever becomes like a little child, Jesus tells us, “is the greatest in the kingdom of heaven” (Mt 18:4). The true greatness of man consists in making himself small before God. For God is not known through grand ideas and extensive study, but rather through the littleness of a humble and trusting heart. To be great before the Most High does not require the accumulation of honour and prestige or earthly goods and success, but rather a complete self-emptying. A child has nothing to give and everything to receive. A child is vulnerable, and depends on his or her father and mother. The one who becomes like a little child is poor in self but rich in God.

Children, who have no problem in understanding God, have much to teach us: they tell us that he accomplishes great things in those who put up no resistance to him, who are simple and sincere, without duplicity. The Gospel shows us how great wonders are accomplished with small things: with a few loaves and two fishes (cf. Mt 14:15-20), with a tiny mustard seed (cf. Mk 4:30-32), with a grain of wheat that dies in the earth (cf. Jn 12:24), with the gift of just a single glass of water (cf. Mt 10:42), with the two coins of a poor widow (cf. Lk 21:1-4), with the humility of Mary, the servant of the Lord (cf. Lk 1:46-55).

This is the surprising greatness of God, of a God who is full of surprises and who loves surprises: let us always keep alive the desire for and trust in God’s surprises! It will help us to remember that we are constantly and primarily his children: not masters of our lives, but children of the Father; not autonomous and self-sufficient adults, but children who always need to be lifted up and embraced, who need love and forgiveness. Blessed are those Christian communities who live this authentic gospel simplicity! Poor in means, they are rich in God. Blessed are the Shepherds who do not ride the logic of worldly success, but follow the law of love: welcoming, listening, serving. Blessed is the Church who does not entrust herself to the criteria of functionalism and organizational efficiency, nor worries about her image. Little and beloved flock of Georgia, who are so committed to works of charity and education, receive the encouragement of the Good Shepherd, you who are entrusted to him who takes you on his shoulders and consoles you.

I would like to summarize these thoughts with some words from Saint Therese of the Child Jesus, whom we commemorate today. She shows her “little way” to God, “the trust of a little child who falls asleep without fear in his Father’s arms”, because “Jesus does not demand great actions from us, but simply surrender and gratitude” (Autobiography, Manuscript B). Unfortunately, however, as she wrote then, and which still holds true today, God finds “few hearts who surrender to him without reservations, who understand the real tenderness of his infinite Love” (ibid). The young saint and Doctor of the Church, rather, was an expert in the “science of love” (ibid), and teaches us that “perfect charity consists in bearing with the faults of others, in not being surprised at their weakness, in being edified by the smallest acts of virtue we see them practice”; she reminds also that “charity cannot remain hidden in the depths our hearts” (Autobiography, Manuscript C). Together let us all implore today the grace of a simple heart, of a heart that believes and lives in the gentle strength of love; let us ask to live in peaceful and complete trust in God’s mercy.

[01523-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Unter den vielen Schätzen dieses wunderschönen Landes fällt die große Bedeutung der Frauen auf. Sie – so schrieb die heilige Theresia vom Kinde Jesu, deren Gedenktag wir heute feiern – „lieben den Lieben Gott in viel größerer Zahl als die Männer“ (Selbstbiographie, Handschrift A: Einsiedeln 198410, S. 144). Hier in Georgien gibt es viele Großmütter und Mütter, die beständig den Glauben, der von der heiligen Nino in diesem Land ausgesät wurde, hüten und weitergeben und das frische Wasser der Tröstung Gottes in viele Situationen der Wüste und des Konflikts hineintragen.

Dies hilft uns, die Schönheit dessen zu begreifen, was der Herr heute in der ersten Lesung sagt: »Wie eine Mutter ihren Sohn tröstet, so tröste ich euch« (Jes 66,13). Wie eine Mutter die Lasten und Mühen ihrer Kinder auf sich nimmt, so bürdet Gott sich gerne unsere Sünden und unsere Sorgen auf. Er, der uns kennt und uns unendlich liebt, ist empfänglich für unser Gebet und versteht unsere Tränen zu trocknen. Wenn er uns anschaut, ist er jedes Mal von leidenschaftlicher Liebe bewegt und lässt sich erweichen, weil wir jenseits des Bösen, zu dem wir fähig sind, immer seine Kinder sind. Er möchte uns in den Arm nehmen, uns beschützen, uns von den Gefahren und dem Bösen befreien. Lassen wir in unserem Herzen diese Worte widerhallen, die er heute an uns richtet: „Wie eine Mutter, so tröste ich euch“.

Der Trost, den wir inmitten der stürmischen Ereignisse des Lebens brauchen, ist genau die Gegenwart Gottes im Herzen. Denn seine Gegenwart in uns ist die Quelle des wahren Trostes, der bleibt, der vom Bösen befreit, der den Frieden bringt und die Freude wachsen lässt. Wenn wir daher als Getröstete leben wollen, müssen wir dem Herrn in unserem Leben Raum geben. Und damit der Herr beständig in uns wohne, müssen wir ihm die Tür öffnen und dürfen ihn nicht ausschließen. Es gibt Türen des Trostes, die wir immer offenhalten müssen, weil es Jesus gefällt, durch sie einzutreten: das Evangelium, das wir täglich lesen und immer bei uns tragen, das Gebet der Stille und der Anbetung, die Beichte und die Eucharistie. Durch diese Türen tritt der Herr ein und gibt den Dingen einen neuen Geschmack. Wenn sich aber die Tür des Herzens schließt, kommt sein Licht nicht an und man bleibt im Dunkel. Dann gewöhnen wir uns an den Pessimismus, an die Dinge, die nicht in Ordnung sind, an die Gegebenheiten, die sich nie ändern werden. Und am Ende verschließen wir uns in der Traurigkeit, in den Katakomben der Angst, allein in uns selbst. Wenn wir hingegen die Türen des Trostes aufreißen, tritt das Licht des Herrn ein!

Gott tröstet uns aber nicht nur im Herzen; durch den Propheten Jesaja fügt er nämlich hinzu: »In Jerusalem findet ihr Trost« (66,13). In Jerusalem, das heißt in der Stadt Gottes, in der Gemeinschaft: Wenn wir verbunden sind, wenn Gemeinschaft unter uns herrscht, dann wirkt der Trost Gottes. In der Kirche findet man Trost, sie ist das Haus des Trostes: Hier möchte Gott trösten. Wir können uns fragen: Ich bin in der Kirche, bin ich auch Überbringer des Trostes Gottes? Verstehe ich es, den anderen als Gast aufzunehmen und den zu trösten, den ich müde und enttäuscht sehe? Auch wenn er Betrübnis erleidet und auf Verschlossenheit stößt, ist der Christ immer aufgerufen, dem, der sich aufgegeben hat, Hoffnung zuzusprechen, den Entmutigten aufzurichten, das Licht Jesu zu bringen, die Wärme seiner Gegenwart, die Stärkung seiner Vergebung.

Viele leiden, erfahren Prüfungen und Ungerechtigkeiten, leben in Besorgnis. Da ist die Salbung des Herzens nötig, dieser Trost des Herrn, der die Probleme nicht nimmt, aber die Kraft der Liebe schenkt, die den Schmerz in Frieden tragen kann. Den Trost Gottes empfangen und bringen: dieser Auftrag der Kirche ist dringend. Liebe Brüder und Schwestern, fühlen wir uns dazu aufgerufen, nicht in dem zu erstarren, was in unserer Umgebung nicht in Ordnung ist, oder in Traurigkeit zu verfallen, wenn wir unter uns irgendeine Unstimmigkeit wahrnehmen. Es tut nicht gut, sich an ein in sich geschlossenes kirchliches „Mikroklima“ zu gewöhnen; es tut uns gut, weite Horizonte, offene Horizonte der Hoffnung miteinander zu teilen, indem wir in unserem Leben den demütigen Mut aufbringen, die Türen zu öffnen und aus uns selbst hinauszugehen.

Es gibt aber eine Grundbedingung für den Empfang des Trostes Gottes, an die uns sein Wort heute erinnert: klein werden wie die Kinder (vgl. Mt 18,3-4), »wie ein kleines Kind bei der Mutter« sein (Ps 131,2). Um die Liebe Gottes zu empfangen, braucht es dieses Kleinsein des Herzens: Nur als kleines Kind kann man von der Mutter im Arm gehalten werden. Wer so klein sein kann wie ein Kind, sagt uns Jesus, »der ist im Himmelreich der Größte« (Mt 18,4). Die wahre Größe des Menschen besteht darin, sich vor Gott klein zu machen. Denn Gott erkennt man nicht mit hehren Gedanken und viel Studium, sondern mit der Kleinheit eines demütigen und vertrauensvollen Herzens. Um vor dem Höchsten groß zu sein, braucht man nicht Ehren und Anerkennung, irdische Güter und Erfolge anzusammeln, sondern man muss sich von sich selbst frei machen. Gerade das Kind hat nichts zu geben und alles zu empfangen. Es ist zerbrechlich, abhängig von Vater und Mutter. Wer sich klein macht wie ein Kind, wird arm an sich selbst, aber reich an Gott.

Die Kinder, die keine Probleme haben, Gott zu verstehen, können uns vieles lehren: Sie sagen uns, dass er große Dinge mit dem vollbringt, der ihm keinen Widerstand leistet, der einfach und ehrlich ist und ohne Falschheit. Das zeigt uns das Evangelium, wo große Wunder mit kleinen Dingen gewirkt werden: mit wenigen Broten und zwei Fischen (vgl. Mt 14,15-20), mit einem Senfkorn (vgl. Mk 4,30-32), mit einem Weizenkorn, das in der Erde stirbt (vgl. Joh 12,24), mit der Gabe eines einzigen Bechers Wasser (vgl. Mt 10,42), mit zwei kleinen Münzen einer armen Witwe (vgl. Lk 21,1-4), mit der Demut Marias, der Magd des Herrn (vgl. Lk 1,46-55).

Das ist die überraschende Größe Gottes, eines Gottes, der voller Überraschungen ist und Überraschungen liebt: Verlieren wir nie den Wunsch nach den Überraschungen Gottes und das Vertrauen auf sie. Und es wird uns gut tun, daran zu denken, dass wir immer und vor allem seine Kinder sind: nicht Herren des Lebens, sondern Kinder des Vaters; nicht selbständige und selbstgenügsame Erwachsene, sondern Kinder, die es immer wieder nötig haben, in den Arm genommen zu werden und Liebe und Vergebung zu empfangen. Selig die christlichen Gemeinschaften, die diese unverfälschte Einfachheit des Evangeliums leben! Arm an Besitz, sind sie reich an Gott. Selig die Hirten, die sich nicht auf das hohe Ross der Logik des weltlichen Erfolgs setzen, sondern dem Gesetz der Liebe folgen: durch Aufnahme, Zuhören und Dienen. Selig die Kirche, die sich nicht auf die Kriterien des Funktionalismus und der Organisationseffizienz verlässt und sich nicht um Imagepflege kümmert. Kleine, geliebte Herde von Georgien, die du dich so der Nächstenliebe und der Bildung widmest, nimm die Ermutigung des Guten Hirten an, vertrau dich ihm an, der dich auf die Schultern nimmt und dich tröstet!

Ich möchte diese Gedanken mit einigen Worten der heiligen Theresia vom Kinde Jesu, deren Gedenken wir heute begehen, zusammenfassen. Sie zeigt uns ihren „kleinen Weg“ zu Gott, „die Hingabe des kleinen Kindes, das angstlos in den Armen seines Vaters einschläft“ (Selbstbiographie, Handschrift B: Einsiedeln 198410, S. 192), denn „Jesus fordert keine großen Taten, sondern nur Hingabe und Dankbarkeit“ (ebd., S. 193). Aber leider – so schrieb sie damals, aber es ist auch heute wahr – findet Gott „so wenig Herzen, die sich ihm ohne Rückhalt hingeben, die die ganze Zärtlichkeit seiner unendlichen Liebe verstehen“ (ebd.). Die junge Heilige und Kirchenlehrerin war hingegen eine Expertin in der „Wissenschaft der Liebe“ (ebd., S. 192) und sie lehrt uns, dass „die vollkommene Liebe darin besteht, die Fehler der anderen zu ertragen, sich nicht über ihre Schwächen zu wundern, sich an den kleinsten Tugendakten zu erbauen, die man sie vollbringen sieht“. Sie erinnert uns auch daran, dass „die Liebe nicht in der Tiefe des Herzens verschlossen bleiben darf“ (Selbstbiographie, Handschrift C, S. 232). Erbitten wir heute alle zusammen die Gnade eines einfachen Herzens, das in der sanften Kraft der Liebe glaubt und lebt. Bitten wir darum, mit dem unbeschwerten und umfassenden Vertrauen auf die Barmherzigkeit Gottes zu leben.

[01523-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Entre los muchos tesoros de este espléndido país destaca el gran valor que representan las mujeres. Ellas —escribía santa Teresa del Niño Jesús, cuya memoria celebramos hoy— «aman a Dios en número mucho mayor que los hombres» (Manuscritos autobiográficos, Manuscrito A, VI). Aquí en Georgia, hay muchas abuelas y madres que siguen conservando y transmitiendo la fe, sembrada en esta tierra por santa Nino, y llevan el agua fresca del consuelo de Dios a muchas situaciones de desierto y conflicto.

Esto nos ayuda a comprender la belleza de lo que el Señor dice en la primera lectura de hoy: «Como a un niño a quien su madre consuela, así os consolaré yo» (Is 66,13). Como una madre toma sobre sí el peso y el cansancio de sus hijos, así quiere Dios cargar con nuestros pecados e inquietudes; él, que nos conoce y ama infinitamente, es sensible a nuestra oración y sabe enjugar nuestras lágrimas. Cada vez que nos mira se conmueve y se enternece con un amor entrañable, porque, más allá del mal que podemos hacer, somos siempre sus hijos; desea tomarnos en brazos, protegernos, librarnos de los peligros y del mal. Dejemos que resuenen en nuestro corazón las palabras que hoy nos dirige: «Como una madre consuela, así os consolaré yo».

El consuelo que necesitamos, en medio de las vicisitudes turbulentas de la vida, es la presencia de Dios en el corazón. Porque su presencia en nosotros es la fuente del verdadero consuelo, que permanece, que libera del mal, que trae la paz y acrecienta la alegría. Por lo tanto, si queremos ser consolados, tenemos que dejar que el Señor entre en nuestra vida. Y para que el Señor habite establemente en nosotros, es necesario abrirle la puerta y no dejarlo fuera. Hay que tener siempre abiertas las puertas del consuelo porque Jesús quiere entrar por ahí: por el Evangelio leído cada día y llevado siempre con nosotros, la oración silenciosa y de adoración, la Confesión y la Eucaristía. A través de estas puertas el Señor entra y hace que las cosas tengan un sabor nuevo. Pero cuando la puerta del corazón se cierra, su luz no llega y se queda a oscuras. Entonces nos acostumbramos al pesimismo, a lo que no funciona bien, a las realidades que nunca cambiarán. Y terminamos por encerrarnos dentro de nosotros mismos en la tristeza, en los sótanos de la angustia, solos. Si, por el contrario, abrimos de par en par las puertas del consuelo, entrará la luz del Señor.

Pero Dios no nos consuela sólo en el corazón; por medio del profeta Isaías, añade: «En Jerusalén seréis consolados» (66,13). En Jerusalén, en la comunidad, es decir en la ciudad de Dios: cuando estamos unidos, cuando hay comunión entre nosotros obra el consuelo de Dios. En la Iglesia se encuentra consuelo, es la casa del consuelo: aquí Dios desea consolar. Podemos preguntarnos: Yo, que estoy en la Iglesia, ¿soy portador del consuelo de Dios? ¿Sé acoger al otro como huésped y consolar a quien veo cansado y desilusionado? El cristiano, incluso cuando padece aflicción y acoso, está siempre llamado a infundir esperanza a quien está resignado, a alentar a quien está desanimado, a llevar la luz de Jesús, el calor de su presencia y el alivio de su perdón. Muchos sufren, experimentan pruebas e injusticias, viven preocupados. Es necesaria la unción del corazón, el consuelo del Señor que no elimina los problemas, pero da la fuerza del amor, que ayuda a llevar con paz el dolor. Recibir y llevar el consuelo de Dios: esta misión de la Iglesia es urgente. Queridos hermanos y hermanas, sintámonos llamados a esto; no a fosilizarnos en lo que no funciona a nuestro alrededor o a entristecernos cuando vemos algún desacuerdo entre nosotros. No está bien que nos acostumbremos a un «microclima» eclesial cerrado, es bueno que compartamos horizontes de esperanza amplios y abiertos, viviendo el entusiasmo humilde de abrir las puertas y salir de nosotros mismos.

Pero hay una condición fundamental para recibir el consuelo de Dios, y que hoy nos recuerda su Palabra: hacerse pequeños como niños (cf. Mt 18,3-4), ser «como un niño en brazos de su madre» (Sal 130,2). Para acoger el amor de Dios es necesaria esta pequeñez del corazón: en efecto, sólo los pequeños pueden estar en brazos de su madre.

Quien se hace pequeño como un niño —nos dice Jesús— «es el más grande en el reino de los cielos» (Mt 18,4). La verdadera grandeza del hombre consiste en hacerse pequeño ante Dios. Porque a Dios no se le conoce con elevados pensamientos y muchos estudios, sino con la pequeñez de un corazón humilde y confiado. Para ser grande ante el Altísimo no es necesario acumular honores y prestigios, bienes y éxitos terrenales, sino vaciarse de sí mismo. El niño es precisamente aquel que no tiene nada que dar y todo que recibir. Es frágil, depende del papá y de la mamá. Quien se hace pequeño como un niño se hace pobre de sí mismo, pero rico de Dios.

Los niños, que no tienen problemas para comprender a Dios, tienen mucho que enseñarnos: nos dicen que él realiza cosas grandes en quien no le ofrece resistencia, en quien es simple y sincero, sin dobleces. Nos lo muestra el Evangelio, donde se realizan grandes maravillas con pequeñas cosas: con unos pocos panes y dos peces (cf. Mt 14,15-20), con un grano de mostaza (cf. Mc 4,30-32), con un grano de trigo que cae en tierra y muere (cf. Jn 12,24), con un solo vaso de agua ofrecido (cf. Mt 10,42), con dos pequeñas monedas de una viuda pobre (cf. Lc 21, 1-4), con la humildad de María, la esclava del Señor (cf. Lc 1,46-55).

He aquí la sorprendente grandeza de Dios, un Dios lleno de sorpresas y que ama las sorpresas: nunca perdamos el deseo y la confianza en las sorpresas de Dios. Nos hará bien recordar que somos, siempre y ante todo, hijos suyos: no dueños de la vida, sino hijos del Padre; no adultos autónomos y autosuficientes, sino niños que necesitan ser siempre llevados en brazos, recibir amor y perdón. Dichosa las comunidades cristianas que viven esta genuina sencillez evangélica. Pobres de recursos, pero ricas de Dios. Dichosos los pastores que no se apuntan a la lógica del éxito mundano, sino que siguen la ley del amor: la acogida, la escucha y el servicio. Dichosa la Iglesia que no cede a los criterios del funcionalismo y de la eficiencia organizativa y no presta atención a su imagen. Pequeño y amado rebaño de Georgia, que tanto te dedicas a la caridad y a la formación, acoge el aliento que te infunde el Buen Pastor, confíate a Aquel que te lleva sobre sus hombros y te consuela.

Quisiera resumir estas ideas con algunas palabras de santa Teresa del Niño Jesús, a quien recordamos hoy. Ella nos señala su «pequeño camino» hacia Dios, «el abandono del niñito que se duerme sin miedo en brazos de su padre», porque «Jesús no pide grandes hazañas, sino únicamente abandono y gratitud» (Manuscritos autobiográficos, Manuscrito B). Lamentablemente –como escribía entonces, y ocurre también hoy–, Dios encuentra «pocos corazones que se entreguen a él sin reservas, que comprendan toda la ternura de su amor infinito» (ibíd.). La joven santa y Doctora de la Iglesia, por el contrario, era experta en la «ciencia del Amor» (ibíd.), y nos enseña que «la caridad perfecta consiste en soportar los defectos de los demás, en no extrañarse de sus debilidades, en edificarse de los más pequeños actos de virtud que les veamos practicar»; nos recuerda también que «la caridad no debe quedarse encerrada en el fondo del corazón» (Manuscrito C). Pidamos hoy, todos juntos, la gracia de un corazón sencillo, que cree y vive en la fuerza bondadosa del amor, pidamos vivir con la serena y total confianza en la misericordia de Dios.

[01523-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

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[01523-PO.01] [Texto original: Italiano]

Saluto del Papa al termine della Santa Messa

Saluto del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Saluto del Santo Padre

Sono grato a Mons. Pasotto per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome delle Comunità latina, armena e assiro-caldea. Saluto il Patriarca Sako e i Vescovi Caldei, Mons. Minassian e quanti sono giunti dalla vicina Armenia, e voi tutti, cari fedeli provenienti da diverse regioni della Georgia. Ringrazio il Signor Presidente, le autorità, i cari amici della Chiesa Apostolica Armena e delle confessioni cristiane qui convenute, e in modo particolare i fedeli della Chiesa Ortodossa Georgiana presenti. Mentre vi chiedo per favore di pregare per me, assicuro il mio ricordo per tutti voi e rinnovo il mio grazie. Didi madloba! [molte grazie!]

[01524-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Je remercie Monseigneur Pasotto pour les aimables paroles qu’il m’a adressées au nom des Communautés latine, arménienne et syro- chaldéenne. Je salue le Patriarche Sako et les Evêques chaldéens, Monseigneur Minassian et tous ceux qui sont venus de la proche Arménie, ainsi que vous tous, chers fidèles des diverses régions de la Géorgie. Je remercie Monsieur le Président, les Autorités, les chers amis de l’Eglise Apostolique Arménienne et des confessions chrétiennes ici réunies, et en particulier les fidèles de l’Eglise Orthodoxe Georgienne présents. Alors que je vous demande, s’il vous plaît, de prier pour moi, je vous assure de mon souvenir pour chacun de vous et vous renouvelle mes remerciements. Didi madloba! [merci beaucoup!]

[01524-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

I am grateful to Monsignor Pasotto for his kind words offered on behalf of the Latin, Armenian and Syro-Chaldean communities. I greet Patriarch Sako and the Chaldean Bishops, Monsignor Minassian and also those from neighbouring Armenia, and all of you, the beloved faithful from the various regions of Georgia. I thank the President, the Authorities, the beloved friends of the Armenian Apostolic Church and of the Christian communities gathered here, and in a particular way I thank the faithful of the Georgian Orthodox Church who are present. In asking you to please pray for me, I assure you of my own prayerful remembrance and to all of you I renew my gratitude: Didi madloba! [many thanks!]

[01524-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Ich danke Bischof Pasotto für die freundlichen Worte, die er im Namen der lateinischen, der armenischen und der assyrisch-chaldäischen Gemeinschaft an mich gerichtet hat. Ich grüße Patriarch Sako und die chaldäischen Bischöfe, Erzbischof Minassian und alle, die aus dem benachbarten Armenien gekommen sind, sowie euch alle, liebe Brüder und Schwestern aus verschiedenen Regionen Georgiens. Ich danke dem Herrn Präsidenten, den Verantwortungsträgern aus der Politik, den lieben Freunden aus der armenisch-apostolischen Kirche und den anderen christlichen Konfessionen, die hier zusammengekommen sind, und in besonderer Weise den hier anwesenden Gläubigen der georgischen orthodoxen Kirche. Während ich euch herzlich bitte, für mich zu beten, versichere ich meinerseits euch allen mein Gedenken und erneuere meinen Dank: Didi madloba! [vielen Dank!]

[01524-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Agradezco a Mons. Pasotto las amables palabras que me ha dirigido en nombre de las Comunidades latina, armenia y asirio-caldea. Saludo al Patriarca Sako y a los Obispos caldeos, a Mons. Minassian y a los que han venido de la vecina Armenia, y a todos vosotros, queridos fieles de las diversas regiones de Georgia. Doy las gracias al Señor Presidente, a las autoridades, a los amigos queridos de la Iglesia Apostólica Armenia y de las confesiones cristianas que han venido, y en especial a los fieles de la Iglesia Ortodoxa de Georgia aquí presentes. Os Pido, por favor, que recéis por mí, al mismo tiempo que os aseguro mi recuerdo y os renuevo mi agradecimiento: Didi madloba [Muchas gracias].

[01524-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

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[01524-PO.01] [Texto original: Italiano]

[B0689-XX.02]