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Santa Messa del Crisma nella Basilica Vaticana, 18.04.2019


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua araba

Alle ore 9.20 di questa mattina, ricorrenza del Giovedì Santo, il Santo Padre Francesco ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale, Liturgia che si celebra in questo giorno in tutte le Chiese Cattedrali.

La Messa del Crisma è stata concelebrata dal Santo Padre con i Cardinali, i Vescovi e i Presbiteri (diocesani e religiosi) presenti a Roma.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, i sacerdoti hanno rinnovato le promesse fatte al momento della Sacra ordinazione; quindi ha avuto luogo la benedizione dell’olio degli infermi, dell’olio dei catecumeni e del crisma.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Il Vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato ci fa rivivere l’emozione di quel momento in cui il Signore fa sua la profezia di Isaia, leggendola solennemente in mezzo alla sua gente. La sinagoga di Nazaret era piena di parenti, vicini, conoscenti, amici... e non troppo amici. E tutti tenevano gli occhi fissi su di Lui. La Chiesa tiene sempre gli occhi fissi su Gesù, l’Unto che lo Spirito invia per ungere il popolo di Dio.

I Vangeli ci presentano spesso questa immagine del Signore in mezzo alle folle, circondato e pressato dalla gente che gli porta i malati, lo prega che scacci gli spiriti maligni, ascolta i suoi insegnamenti e cammina con Lui. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27-28).

Il Signore non ha mai perso questo contatto diretto con la gente, ha sempre mantenuto la grazia della vicinanza, con il popolo nel suo insieme e con ciascuna persona in mezzo a quelle moltitudini. Lo vediamo nella sua vita pubblica, ed è stato così dall’inizio: lo splendore del Bambino attrasse docilmente pastori, re e anziani sognatori come Simeone ed Anna. Fu così anche sulla Croce: il suo Cuore attira tutti a sé (cfr Gv 12,32): Veroniche, cirenei, ladroni, centurioni...

Non è dispregiativo il termine “folla”. Forse all’orecchio di qualcuno, folla potrebbe suonare come una massa anonima, indifferenziata... Ma nel Vangelo vediamo che quando interagiscono con il Signore – che si pone in esse come un pastore nel gregge – le folle si trasformano. Nell’animo della gente si risveglia il desiderio di seguire Gesù, germoglia l’ammirazione, prende forma il discernimento.

Vorrei riflettere con voi circa queste tre grazie che caratterizzano la relazione tra Gesù e le folle.

La grazia della sequela

Dice Luca che le folle «lo cercavano» (Lc 4,42) e «lo seguivano» (Lc 14,25), lo “stringevano”, lo “circondavano” (cfr Lc 8,42-45) e «venivano numerose per ascoltarlo» (Lc 5,15). Questo seguire della gente va aldilà di qualsiasi calcolo, è un seguire senza condizioni, pieno di affetto. Contrasta con la meschinità dei discepoli il cui atteggiamento verso la gente rasenta la crudeltà quando suggeriscono al Signore di congedarli, perché si cerchino qualcosa da mangiare. Qui – io credo – iniziò il clericalismo: in questo volersi assicurare il cibo e la propria comodità disinteressandosi della gente. Il Signore stroncò questa tentazione. «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), fu la risposta di Gesù: “fatevi carico della gente!”.

 

La grazia dell’ammirazione

La seconda grazia che riceve la folla quando segue Gesù è quella di una ammirazione colma di gioia. La gente si meravigliava di Gesù (cfr Lc 11,14), dei suoi miracoli, ma soprattutto della sua stessa Persona. Alla gente piaceva tanto salutarlo per la strada, farsi benedire da Lui e benedirlo, come quella donna che in mezzo alla folla benedisse sua Madre. E il Signore, da parte sua, era ammirato della fede della gente, se ne rallegrava e non perdeva occasione per farlo notare.

La grazia del discernimento

La terza grazia che riceve la gente è quella del discernimento. «Le folle vennero a sapere [dove era andato Gesù] e lo seguirono» (Lc 9,11). «Erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità» (Mt 7,28-29; cfr Lc 5,26). Cristo, la Parola di Dio venuta nella carne, suscita nella gente questo carisma del discernimento; non certamente un discernimento di specialisti in questioni disputate. Quando i farisei e i dottori della legge discutevano con Lui, quello che la gente riconosceva era l’Autorità di Gesù: la forza della sua dottrina capace di entrare nei cuori e il fatto che gli spiriti maligni gli obbedivano; e che inoltre, per un momento, lasciasse senza parole quelli che mettevano in atto dialoghi insidiosi: la gente godeva di questo. Sapeva distinguere e godeva.

Approfondiamo un po’ questa visione evangelica della folla. Luca indica quattro grandi gruppi che sono destinatari preferenziali dell’unzione del Signore: i poveri, i prigionieri di guerra, i ciechi, gli oppressi. Li nomina in generale, ma poi vediamo con gioia che, nel corso della vita del Signore, questi unti andranno acquistando volto e nome propri. Come l’unzione con l’olio si applica su una parte e la sua azione benefica si espande in tutto il corpo, così il Signore, riprendendo la profezia di Isaia, nomina diverse “folle” alle quali lo Spirito lo invia, seguendo la dinamica di quella che possiamo chiamare una “preferenzialità inclusiva”: la grazia e il carisma che si dona a una persona o a un gruppo in particolare ridonda, come ogni azione dello Spirito, a beneficio di tutti.

I poveri (ptochoi) sono quelli che stanno piegati, come i mendicanti che si chinano per chiedere. Ma è povera (ptochè) anche la vedova, che unge con le sue dita le due monetine che erano tutto quello che aveva quel giorno per vivere. L’unzione di quella vedova per fare l’elemosina passa inosservata agli occhi di tutti, salvo a quelli di Gesù, che guarda con bontà la sua piccolezza. Con lei il Signore può compiere in pienezza la sua missione di annunciare il Vangelo ai poveri. Paradossalmente, la buona notizia che esistono persone così, la ascoltano i discepoli. Lei, la donna generosa, non si rese neppure conto del fatto di “essere apparsa nel Vangelo”, (ossia che il suo gesto sarebbe stato menzionato nel Vangelo): il lieto annuncio che le sue azioni “pesano” nel Regno e contano più di tutte le ricchezze del mondo, lei lo vive dentro di sé, come tanti santi e sante “della porta accanto”.

I ciechi sono rappresentati da uno dei volti più simpatici del Vangelo: quello di Bartimeo (Mc 10,46-52), il mendicante cieco che recuperò la vista e, a partire da quel momento, ebbe occhi solo per seguire Gesù lungo la strada. L’unzione dello sguardo! Il nostro sguardo, al quale gli occhi di Gesù possono restituire quella brillantezza che solo l’amore gratuito può dare, quella brillantezza che quotidianamente ci viene rubata dalle immagini interessate o banali con cui ci sommerge il mondo.

Per nominare gli oppressi (tethrausmenous), Luca usa un’espressione che contiene la parola “trauma”. Questa è sufficiente per evocare la parabola, forse la preferita di Luca, quella del Buon Samaritano che unge con olio e fascia le ferite (traumata: Lc 10,34) dell’uomo che era stato picchiato a morte e giaceva sul bordo della strada. L’unzione della carne ferita di Cristo! In quell’unzione sta il rimedio per tutti i traumi che lasciano persone, famiglie e popoli interi fuori gioco, come esclusi e superflui, ai bordi della storia.

I prigionieri sono i prigionieri di guerra (aichmalotos), quelli che erano condotti a punta di lancia (aichmé). Gesù userà l’espressione riferendosi alla prigionia e alla deportazione di Gerusalemme, sua città amata (Lc 21,24). Oggi le città si imprigionano non tanto a punta di lancia, ma con i mezzi più sottili di colonizzazione ideologica. Solo l’unzione della nostra cultura propria, forgiata dal lavoro e dall’arte dei nostri antenati, può liberare le nostre città da queste nuove schiavitù.

Venendo a noi, cari fratelli sacerdoti, non dobbiamo dimenticare che i nostri modelli evangelici sono questa “gente”, questa folla con questi volti concreti, che l’unzione del Signore rialza e vivifica. Essi sono coloro che completano e rendono reale l’unzione dello Spirito in noi, che siamo stati unti per ungere. Siamo stati presi in mezzo a loro e senza timore ci possiamo identificare con questa gente semplice. Ognuno di noi ha la propria storia. Un po’ di memoria ci farà tanto bene. Essi sono immagine della nostra anima e immagine della Chiesa. Ciascuno incarna il cuore unico del nostro popolo.

Noi sacerdoti siamo il povero, e vorremmo avere il cuore della vedova povera quando facciamo l’elemosina e tocchiamo la mano al mendicante e lo guardiamo negli occhi. Noi sacerdoti siamo Bartimeo, e ogni mattina ci alziamo a pregare chiedendo: «Signore, che io veda di nuovo!» (Lc 18,41). Noi sacerdoti siamo, in qualche punto del nostro peccato, il ferito picchiato a morte dai ladri. E vogliamo stare, noi per primi, tra le mani compassionevoli del Buon Samaritano, per potere poi con le nostre mani avere compassione degli altri.

Vi confesso che quando confermo e ordino mi piace spandere bene il Crisma sulla fronte e sulle mani di quanti vengono unti. Ungendo bene si sperimenta che lì si rinnova la propria unzione. Questo voglio dire: non siamo distributori di olio in bottiglia. Siamo unti per ungere. Ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore. Mentre ungiamo siamo nuovamente unti dalla fede e dall’affetto del nostro popolo. Ungiamo sporcandoci le mani toccando le ferite, i peccati, le angustie della gente; ungiamo profumandoci le mani toccando la loro fede, le loro speranze, la loro fedeltà e la generosità senza riserve del loro donarsi che tante persone illustri qualificano come superstizione.

Colui che impara a ungere e a benedire si sana dalla meschinità, dall’abuso e dalla crudeltà.

Preghiamo fratelli carissimi, mettendoci con Gesù in mezzo alla nostra gente, è il posto più bello. Il Padre rinnovi in noi l’effusione del suo Spirito di santità e faccia sì che ci uniamo per implorare la sua misericordia per il popolo a noi affidato e per il mondo intero. Così le folle delle genti, riunite in Cristo, possano diventare l’unico Popolo fedele di Dio, che avrà la sua pienezza nel Regno (cfr Preghiera consacratoria dei Presbiteri).

[00664-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

L’Evangile de Luc que nous venons d’entendre nous fait revivre l’émotion de ce moment où le Seigneur fait sienne la prophétie d’Isaïe, lorsqu’il la lit solennellement au milieu des siens. La synagogue de Nazareth était pleine de parents, de voisins, de connaissances, d’amis… et de personnes moins amies. Et tous avaient les yeux fixés sur lui. L’Eglise a toujours les yeux fixés sur Jésus, l’oint que l’Esprit envoie pour oindre le peuple de Dieu.

Les Evangiles nous présentent souvent cette image du Seigneur au milieu de la foule, entouré et pressé par les gens qui lui amènent les malades, qui le prient de chasser les esprits malins, qui écoutent ses enseignements et marchent avec lui: «Mes brebis écoutent ma voix; moi, je les connais, et elles me suivent » (Jn 10, 27).

Le Seigneur n’a jamais perdu ce contact direct avec les gens, il a toujours maintenu la grâce de la proximité avec le peuple dans son ensemble, et avec chaque personne au milieu de ces multitudes. Nous voyons cela dans sa vie publique, et il en a été ainsi dès le début: la splendeur de l’Enfant a attiré docilement bergers, rois et vieux rêveurs comme Siméon et Anne. Il en a été ainsi également sur la croix: son cœur attire tout le monde à lui (cf. Jn 12, 32): les Véroniques, Cyrénéens, larrons, centurions…

La mot “foule” n’est pas péjoratif. Peut-être à l’oreille de certains, la foule peut sembler une masse anonyme, indifférenciée… Mais nous voyons dans l’Evangile que lorsqu’elles communiquent avec le Seigneur – qui se place au milieu d’elles comme un pasteur dans le troupeau – les foules se transforment. Dans l’esprit des gens, le désir de suivre Jésus se réveille, l’admiration germe, le discernement prend forme.

Je voudrais réfléchir avec vous autour de ces trois grâces qui caractérisent la relation de Jésus avec les foules.

La grâce de la sequela

Luc dit que les foules «le cherchaient » (Lc 4, 42) et «faisaient route avec lui » (Lc 14, 25), le « pressaient» (Lc 8, 42), l’écrasaient (cf. Lc 8, 45) et « accouraient pour l’entendre» (Lc 5, 15). Cette sequela des gens va au-delà de tout calcul, elle est une sequela sans conditions, pleine d’affection. Elle tranche avec la mesquinerie des disciples dont l’attitude envers les gens frôle la cruauté lorsqu’ils suggèrent au Seigneur de les congédier pour qu’ils cherchent quelque chose à manger. Ici – je crois – commence le cléricalisme: en voulant s’assurer la nourriture et son propre confort, en se désintéressant des gens. Le Seigneur a mis fin à cette tentation. «Donnez-leur vous-mêmes à manger » (Mc 6, 37), a été la réponse de Jésus: “prenez en charge les gens!”.

La grâce de l’admiration

La seconde grâce que reçoit la foule lorsqu’elle suit Jésus est celle d’une admiration pleine de joie. Les gens s’étonnaient de Jésus (cf. Lc 11, 14), de ses miracles, mais surtout de sa Personne même. Les gens aimaient beaucoup le saluer sur la route, recevoir sa bénédiction et le bénir, comme cette femme qui, au milieu de la foule, a béni sa Mère. Et le Seigneur, de son côté, était admiratif de la foi des gens, il s’en réjouissait et ne perdait pas une occasion pour le faire remarquer.

La grâce du discernement

La troisième grâce que reçoivent les gens est celle du discernement: «Les foules s’aperçurent [où se trouvait Jésus] et le suivirent» (Lc 9, 11). «Elles étaient frappées de son enseignement, car il les enseignait en homme qui a autorité » (Mt 7, 28-29; cf. Lc 5, 26). Le Christ, Parole de Dieu venue dans la chair, suscite chez les gens ce charisme du discernement; non pas sans doute un discernement de spécialiste sur des questions disputées. Quand les pharisiens et les docteurs de la Loi discutaient avec lui, ce que les gens reconnaissaient, c’était l’Autorité de Jésus: la force de sa doctrine capable d’entrer dans les cœurs, et le fait que les esprits malins lui obéissent; et aussi que, pendant un instant, il laisse sans voix ceux qui ont des discutions insidieuses: les gens se réjouissent de cela. Ils savent faire la différence, et ils se réjouissent.

Approfondissons un peu cette vision évangélique de la foule. Luc indique quatre grands groupes qui sont destinataires privilégiés de l’onction du Seigneur: les pauvres, les prisonniers de guerre, les aveugles, les opprimés. Il les nomme de manière générale, mais nous voyons ensuite avec joie que, au cours de la vie du Seigneur, ces personnes ointes prendront un visage et des noms propres. De même que l’onction avec l’huile s’applique sur une partie et que son action bénéfique s’étend à tout le corps, de même le Seigneur, reprenant la prophétie d’Isaïe, nomme diverses “foules” auxquelles l’Esprit l’envoie, suivant la dynamique de ce que nous pouvons appeler une “préférence inclusive”: la grâce et le charisme qui sont donnés à une personne ou à un groupe en particulier, surabonde, comme toute action de l’Esprit, au bénéfice de tous.

Les pauvres (ptochoi) sont ceux qui sont courbés, comme les mendiants qui se courbent pour demander. Mais est pauvre (ptochè) également la veuve qui oint de ses doigts les deux pièces de monnaie qui étaient tout ce qu’elle avait ce jour-là pour vivre. L’onction de cette veuve pour faire l’aumône passe inaperçue aux yeux de tous, sauf à ceux de Jésus qui regarde avec bonté sa petitesse. Avec elle, le Seigneur peut accomplir en plénitude sa mission d’annoncer l’Evangile aux pauvres. Paradoxalement, la bonne nouvelle que de telles personnes existent, les disciples l’entendent. Elle, la femme généreuse, ne se rend pas non plus compte du fait qu’elle est “apparue dans l’Evangile” (c’est-à-dire que son geste serait mentionné dans l’Evangile): la joyeuse annonce que ses actions“ont du poids” dans le Royaume et comptent plus que toutes les richesses du monde, elle le vit en elle comme tant de saints et de saintes “de la porte d’à côté”.

Les aveugles sont représentés par l’un des visages les plus sympathiques de l’Evangile: celui de Bartimée (cf. Mc 10, 46-52), le mendiant aveugle qui a retrouvé la vue et qui, à partir de ce moment, n’a eu des yeux que pour suivre Jésus sur la route. L’onction du regard! Notre regard, auquel les yeux de Jésus peuvent restituer cet éclat que seul l’amour gratuit peut donner, cet éclat qui nous est volé tous les jours par les images intéressées ou banales dont le monde nous submerge.

Pour nommer les opprimés (tethrausmenous), Luc utilise une expression qui contient le mot “trauma”. Celui-ci suffit pour évoquer la parabole, peut-être la préférée de Luc, celle du Bon Samaritain qui oint avec de l’huile et bande les blessures (trauma: Lc 10, 34) de l’homme qui avait été frappé à mort et qui gisait sur le bord de la route. L’onction de la chair blessée du Christ! Dans cette onction se trouve le remède pour tous les traumatismes qui laissent personnes, familles et peuples entiers hors-jeu, comme exclus et inutiles, au bord de l’histoire.

Les prisonniers sont les prisonniers de guerre (aichmalotos), ceux qui étaient conduits à la pointe de la lance (aichmé). Jésus utilisera l’expression en faisant référence à la prison et à la déportation de Jérusalem, sa ville bien aimée (Lc 21, 24). Aujourd’hui les villes sont emprisonnées non seulement avec des pointes de lances, mais avec les moyens plus subtils de colonisations idéologiques. Seule l’onction de notre propre culture, forgée par le travail et par l’art de nos ancêtres, peut libérer nos villes de ces nouveaux esclavages.

Venons-en à nous, chers frères prêtres, nous ne devons pas oublier que nos modèles évangéliques sont ces “gens”, cette foule avec ces visages concrets que l’onction du Seigneur relève et vivifie. Ils sont ceux qui complètent et rendent réelle l’onction de l’Esprit en nous, qui avons été oints pour oindre. Nous avons été pris au milieu d’eux et sans crainte nous pouvons nous identifier à ces gens simples. Chacun de nous a sa propre histoire. Un peu de mémoire nous fera beaucoup de bien. Ils sont l’image de notre âme et l’image de l’Eglise. Chacun incarne le cœur unique de notre peuple.

Nous, prêtres, nous sommes le pauvre, et nous voudrions avoir le cœur de la pauvre veuve lorsque nous faisons l’aumône et lorsque nous touchons la main du mendiant et le regardons dans les yeux. Nous, prêtres, nous sommes Bartimée, et chaque matin nous nous levons pour prier en demandant: “Seigneur, que je voie!” Nous prêtres, nous sommes, en quelque point de notre péché, nous sommes le blessé frappé à mort par les voleurs. Et nous voulons, nous d’abord, être entre les mains compatissantes du Bon Samaritain, pour pouvoir ensuite, avec nos mains, avoir compassion des autres.

Je vous confesse que lorsque je confirme ou que j’ordonne, j’aime répandre le Chrême convenablement sur le front et sur les mains de ceux qui sont oints. En faisant convenablement l’onction, on fait l’expérience que là, sa propre onction est renouvelée. Cela veut dire: nous ne sommes pas des distributeurs d’huile en bouteille. Nous sommes oints pour oindre. Nous faisons l’onction en nous donnant nous-mêmes, en donnant notre vocation et notre cœur. En faisant l’onction, nous sommes de nouveau oints par la foi et par l’affection de notre peuple. Nous faisons l’onction en nous salissant les mains en touchant les blessures, les péchés, les angoisses des gens. Nous faisons l’onction en nous parfumant les mains en touchant leur foi, leurs espérances, leur fidélité et la générosité sans réserve de leur don d’eux-mêmes que beaucoup de personnes éminentes prennent pour de la superstition.

Celui qui apprend à oindre et à bénir se guérit de la mesquinerie, de l’abus et de la cruauté.

Prions, très chers frères, en nous mettant avec Jésus au milieu de nos gens, c’est la place la plus belle. Que le Père renouvelle en nous l’effusion de son Esprit de sainteté et fasse en sorte que nous nous unissions pour implorer sa miséricorde pour le peuple qui nous est confié et pour le monde entier. Ainsi, les foules réunies dans le Christ pourront devenir l’unique Peuple fidèle de Dieu qui atteindra sa plénitude dans le Royaume (cf. Prière de consécration des Prêtres).

[00664-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The Gospel of Luke, which we just heard, makes us relive the excitement of that moment when the Lord made his own the prophecy of Isaiah, as he read it solemnly in the midst of his people. The synagogue in Nazareth was filled with his relatives, neighbours, acquaintances, friends… and not only. All had their eyes fixed on him. The Church always has her eyes fixed on Jesus Christ, the Anointed One, whom the Spirit sends to anoint God’s people.

The Gospels frequently present us with this image of the Lord in the midst of a crowd, surrounded and pressed by people who approach him with their sick ones, who ask him to cast out evil spirits, who hear his teachings and accompany him on the way. “My sheep hear my voice. I know them and they follow me” (Jn 10:27-28).

The Lord never lost that direct contact with people. Amid those crowds, he always kept the grace of closeness with the people as a whole, and with each individual. We see this throughout his public life, and so it was from the beginning: the radiance of the Child gently attracted shepherds, kings and elderly dreamers like Simeon and Anna. So it was on the cross: his Heart draws all people to himself (Jn 12:32): Veronicas, Cyreneans, thieves, centurions…

The term “crowd” is not disparaging. Perhaps to some people’s ears, it can evoke a faceless, nameless throng… But in the Gospel we see that when the crowd interacts with the Lord – who stands in their midst like a shepherd among his flock – something happens. Deep within, people feel the desire to follow Jesus, amazement wells up, discernment grows apace.

I would like to reflect with you on these three graces that characterize the relationship between Jesus and the crowd.

The grace of following

Saint Luke says that the crowds “looked for Jesus” (4:42) and “travelled with him” (14:25). They “pressed in on him” and “surrounded him” (8:42-45); they “gathered to hear him” (5:15). Their “following” is something completely unexpected, unconditional and full of affection. It contrasts with the small-mindedness of the disciples, whose attitude towards people verges on cruelty when they suggest to the Lord that he send them away, so that they can get something to eat. Here, I believe, was the beginning of clericalism: in this desire to be assured of a meal and personal comfort without any concern for the people. The Lord cut short that temptation: “You, give them something to eat!” was Jesus’ response. “Take care of the people!”

The grace of amazement

The second grace that the crowd receives when it follows Jesus is that of joy-filled amazement. People were amazed by Jesus (Lk 11:14), by his miracles, but above all by his very person. People loved to meet him along the way, to receive his blessing and to bless him, like the woman in the midst of the crowd who blessed his Mother. The Lord himself was amazed by people’s faith; he rejoiced and he lost no opportunity to speak about it.

The grace of discernment

The third grace that people receive is that of discernment. “The crowds found out [where Jesus had gone], and followed him” (Lk 9:11). They “were astounded by his teaching, for he taught them as one having authority” (Mt 7:28-29; cf. Lk 5:26). Christ, the Word of God come in the flesh, awakens in people this charism of discernment, which is certainly not the discernment of those who specialize in disputed questions. When the Pharisees and the teachers of the law debated with him, what people discerned was Jesus’ authority, the power of his teaching to touch their hearts, and the fact that evil spirits obeyed him (leaving momentarily speechless those who tried to trap him by their questions; the people liked that; they were able to distinguish this and they liked it).

Let us take a closer look at the way the Gospel views the crowd. Luke points out four large groups who are the preferred beneficiaries of the Lord’s anointing: the poor, the blind, the oppressed and captives. He speaks of them in general terms, but then we are glad to see that, in the course of the Lord’s life, these anointed ones gradually take on real names and faces. When oil is applied to one part of the body, its beneficial effect is felt throughout the entire body. So too, the Lord, taking up the prophecy of Isaiah, names various “crowds” to whom the Spirit sends him, according to what we may call an “inclusive preferentiality”: the grace and the charism given to one individual person or a particular group then redounds, like every action of the Spirit, to the good of all.

The poor (in Greek, ptochoi) are those who are bent over, like beggars who bow down and ask for alms. But poor too (ptochè) was that widow who anointed with her fingers the two small coins which were all she had to live on that day. The anointing by the widow to give alms went unnoticed by the eyes of all except Jesus, who looks kindly on her lowliness. Through her, the Lord can accomplish fully his mission of proclaiming the Gospel to the poor. Paradoxically, the disciples heard the good news that people like her exist. She – the generous woman – could not imagine that she would “make it to the Gospel”, that her simple gesture would be recorded in the Gospel. Like all those men and women who are the “saints next door”, she lives interiorly the joyful fact that her actions “carry weight” in the Kingdom, and are worth more than all the riches of the world.

The blind are represented by one of the most likable figures in the Gospel: Bartimaeus (cf. Mt 10:46-52), the blind beggar who regained his sight and, from that moment on, only had eyes to follow Jesus on his journey. The anointing of the gaze! Our gaze, to which the eyes of Jesus can restore the brightness which only gratuitous love can give, the brightness daily stolen from us by the manipulative and banal images with which the world overwhelms us.

To refer to the oppressed (in Greek, tethrausmenoi), Luke uses a word that contains the idea of “trauma”. It is enough to evoke the parable – perhaps Luke’s favourite – of the Good Samaritan, who anoints with oil and binds the wounds (traumata: Lk 10:34) of the man who had been beaten by robbers and left lying at the side of the road. The anointing of the wounded flesh of Christ! In that anointing we find the remedy for all those traumas that leave individuals, families and entire peoples ignored, excluded and unwanted, on the sidelines of history.

The captives are prisoners of war (in Greek, aichmalotoi), those who had been led at the point of a spear (aichmé). Jesus would use the same word in speaking of the taking of Jerusalem, his beloved city, and the deportation of its people (Lk 21:24). Our cities today are taken prisoner not so much at spear point, but by more subtle means of ideological colonization.

Only the anointing of culture, built up by the labour and the art of our forebears, can free our cities from these new forms of slavery.

As for us, dear brother priests, we must not forget that our evangelical models are those “people”, the “crowd” with its real faces, which the anointing of the Lord raises up and revives. They are the ones who complete and make real the anointing of the Spirit in ourselves; they are the ones whom we have been anointed to anoint. We have been taken from their midst, and we can fearlessly identify with these ordinary people. Each of us has our own story. A little bit of memory will do us much good. They are an image of our soul and an image of the Church. Each of them incarnates the one heart of our people.

We priests are the poor man and we would like to have the heart of the poor widow whenever we give alms, touching the hand of the beggar and looking him or her in the eye. We priests are Bartimaeus, and each morning we get up and pray: “Lord, that I may see”. We priests are, in some point of our sinfulness, the man beaten by the robbers. And we want first to be in the compassionate hands of the good Samaritan, in order then to be able to show compassion to others with our own hands.

I confess to you that whenever I confirm and ordain, I like to smear with chrism the foreheads and the hands of those I anoint. In that generous anointing, we can sense that our own anointing is being renewed. I would say this: We are not distributors of bottled oil. We have been anointed to anoint. We anoint by distributing ourselves, distributing our vocation and our heart. When we anoint others, we ourselves are anointed anew by the faith and the affection of our people. We anoint by dirtying our hands in touching the wounds, the sins and the worries of the people. We anoint by perfuming our hands in touching their faith, their hopes, their fidelity and the unconditional generosity of their self-giving, which many significant figures describe as superstition.

The one who learns how to anoint and to bless is thus healed of meanness, abuse and cruelty.

Let us pray, dear brothers; being with Jesus in the midst of our people is the most beautiful place to be. May the Father renew deep within us the Spirit of holiness; may he grant that we be one in imploring his mercy for the people entrusted to our care and for all the world. In this way, the multitude of the peoples, gathered in Christ, may become the one faithful people of God, which will attain its fullness in the Kingdom (cf. Prayer of Priestly Ordination).

[00664-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der soeben gehörte Abschnitt aus dem Lukasevangelium lässt uns die Emotion jenes Moments miterleben, in dem der Herr sich die Weissagung des Propheten Jesaja zu eigen macht, als er sie feierlich inmitten seiner Leute vorliest. Die Synagoge war voll von Angehörigen, Nachbarn, Bekannten, Freunden … und nicht so Befreundeten. Und alle richteten ihre Blicke auf ihn. Die Kirche richtet immer ihre Blicke auf Jesus, den Gesalbten, den der Geist sendet, um das Volk Gottes zu salben.

Die Evangelien zeigen uns oft dieses Bild des Herrn inmitten der Menge, umgeben und bedrängt von den Leuten, die ihm die Kranken bringen, die ihn bitten, die bösen Geister auszutreiben, die seine Lehren hören und mit ihm gehen. »Meine Schafe hören auf meine Stimme; ich kenne sie und sie folgen mir« (Joh 10,27).

Der Herr hat niemals den direkten Kontakt mit den Leuten verloren; er hat die Gnade der Nähe zum Volk in seiner Gesamtheit und zu jedem Menschen in jenen Volksmengen bewahrt. Das erleben wir in seinem öffentlichen Leben, und so war es auch am Anfang: Der Glanz des Kindes zog sanft Hirten, Könige und so alte Träumer wie Simeon und Hanna an. Und so war es auch am Kreuz: Sein Herz zog alle zu sich (vgl. Joh 12,32) – die Veronikas, die Simons von Kyrene, Verbrecher, Hauptleute …

Der Begriff „Menge“ ist nicht abwertend. Vielleicht mag es sich für manches Ohr nach anonymer, undifferenzierter Masse anhören … Doch im Evangelium sehen wir, dass sich die Menge verwandelt, wenn sie mit dem Herrn – der sich in ihr wie ein Hirte in der Herde verhält – in wechselseitige Beziehung tritt. Im Gemüt der Leute erwacht das Verlangen, Jesus zu folgen; es kommt Bewunderung auf und die Unterscheidung (discernimento) nimmt Gestalt an.

Ich möchte mit euch über diese drei Gnaden nachdenken, welche die Beziehung zwischen Jesus und der Menge kennzeichnen.

Die Gnade der Nachfolge

Lukas spricht davon, dass viele Menschen ihn suchten (vgl. Lk 4,42), ihn begleiteten (vgl. Lk 14,25), sich um ihn drängten, ihn einzwängten (vgl. Lk 8,42-45) und große Volksmengen zusammenkamen, um ihn zu hören (vgl. Lk 5,15). Dieses Nachfolgen der Menschen geht über jedes Kalkül hinaus; es ist ein bedingungsloses Nachfolgen, voller Zuneigung. Es steht im Kontrast zur Kleinlichkeit der Jünger, deren Haltung gegenüber den Menschen fast an Grausamkeit grenzt, als sie dem Herrn vorschlagen, die Leute wegzuschicken, damit sie sich etwas zu essen suchen. Hier – so glaube ich – begann der Klerikalismus: in diesem Willen, sich die Speise zu sichern, es sich selbst bequem zu machen und sich dabei um die Leute nicht zu kümmern. Der Herr zerschlägt diese Versuchung. »Gebt ihr ihnen zu essen!« (Mk 6,37) war die Antwort Jesu: „Kümmert euch um die Leute!“

Die Gnade der Bewunderung

Die zweite Gnade, welche die Menge empfängt, wenn sie Jesus folgt, besteht in einer Bewunderung voll von Freude. Die Leute staunen über Jesus (vgl. Lk 11,14), über seine Wunder, doch vor allem über seine Person. Den Menschen gefällt es so sehr, ihn auf der Straße zu begrüßen, sich von ihm segnen zu lassen und ihn selig zu preisen, so wie jene Frau aus der Menge, die seine Mutter selig nannte (vgl. Lk 11, 27). Und der Herr bewunderte seinerseits den Glauben der Menschen, er freute sich darüber und ließ keine Gelegenheit aus, darauf hinzuweisen.

Die Gnade der Unterscheidung

Die dritte Gnade, welche die Leute empfangen, ist die der Unterscheidung. »Aber die Leute erfuhren davon [wohin Jesus gegangen war] und folgten ihm« (Lk 9,11). Es »war die Menge voll Staunen über seine Lehre; denn er lehrte sie wie einer, der Vollmacht hat« (Mt 7,28-29; vgl. Lk 5,26). Christus, das fleischgewordene Wort Gottes, erweckt im Volk dieses Charisma der Unterscheidung. Es handelt sich sicherlich nicht um ein Unterscheidungsvermögen von Spezialisten in Diskussionen. Wenn die Pharisäer und die Schriftgelehrten mit Jesus diskutierten, wurde den Menschen seine Vollmacht deutlich: die Kraft seiner Lehre, die zu den Herzen vorzudringen vermochte, und die Tatsache, dass die bösen Geister ihm gehorchten; und dass er ferner für einen Augenblick die sprachlos zurückließ, die verfängliche Gespräche anfingen – das Volk genoss dies. Es wusste zu unterscheiden und freute sich.

Vertiefen wir ein wenig diese Sicht des Evangeliums bezüglich der Volksmenge. Lukas zeigt vier große Gruppen, welche vorzugsweise die Empfänger der Salbung des Herrn sind: die Armen, die Kriegsgefangenen, die Blinden und die Zerschlagenen. Er nennt sie im Allgemeinen. Doch dann sehen wir mit Freude, dass im Laufe des Lebens des Herrn diese Gesalbten ein Gesicht und eigene Namen bekommen. Wie die Salbung mit Öl auf einem Körperteil aufgetragen wird und die wohltuende Wirkung sich über den gesamten Körper erstreckt, so greift der Herr die Verheißung des Propheten Jesaja auf und benennt verschiedene „Mengen“, zu denen der Geist ihn sendet. Er folgt dabei der Dynamik einer – wir könnten es so bezeichnen – „inklusiven Präferenz“: die Gnade und das Charisma, die einem Menschen oder einer Gruppe im Besonderen gegeben werden, kommen wie jedes Handeln des Geistes allen zugute.

Die Armen (ptochoi) sind jene Gebeugten wie die Bettler, die sich bücken, um etwas zu erbitten. Aber arm (ptoché) ist auch die Witwe, die mit ihren Fingern die zwei kleine Münzen „salbt“, die alles waren, was sie an jenem Tag zum Leben besaß. Die Salbung jener Witwe, um das Almosen zu geben, entgeht der Aufmerksamkeit aller; nur Jesus bleibt sie nicht verborgen, der voll Güte auf das Kleine sieht. Mit ihr kann der Herr seine Sendung in Fülle verwirklichen, das Evangelium den Armen zu verkünden. Es sind paradoxerweise die Jünger, die diese gute Nachricht hören, dass es solche Menschen gibt. Sie, die großherzige Frau, nimmt nicht einmal wahr, dass „sie im Evangelium auftaucht“ (das heißt, dass ihre Geste im Evangelium erwähnt wird): die frohe Botschaft, dass ihre Handlungen im Reich Gottes „Gewicht haben“ und mehr als alle Reichtümer der Welt zählen, erlebt sie in ihrem Inneren wie viele Heilige „von nebenan“.

Die Blinden werden durch eine der sympathischsten Gestalten des Evangeliums repräsentiert, durch Bartimäus (vgl. Mk 10,46-52), den blinden Bettler, der seine Sehkraft wiedererlangte und von da an nur noch Augen dafür hatte, Jesus entlang des Weges zu folgen. Die Salbung des Blicks! Unser Blick, dem die Augen Jesu jene Strahlkraft wiedergeben können, die allein seine unentgeltliche Liebe geben kann, jene Strahlkraft, die uns tagtäglich durch die eigennützigen oder banalen Bilder geraubt wird, welche die Welt überschwemmen.

Lukas bezeichnet die Zerschlagenen (tethrausmenous) mit einem Ausdruck, der mit dem Wort „Trauma“ zusammenhängt. Das ruft sofort das Gleichnis in Erinnerung, das vielleicht das beliebteste des Evangelisten Lukas ist, nämlich das Gleichnis des Barmherzigen Samariters. Der Samariter salbt die Wunden (traumata: Lk 10,34) mit Öl und verbindet sie. Es sind die Wunden des Mannes, der halbtot geschlagen wurde und am Straßenrand lag. Die Salbung des verwundeten Fleisches Christi! In dieser Salbung liegt das Heilmittel für alle Traumata, die Menschen, Familien und ganze Völker wie Ausgeschlossene und Überflüssige am Rand der Geschichte unbeteiligt lassen.

Die Gefangenen sind die Kriegsgefangenen (aichmalotos), jene, die mit der Lanzenspitze (aichmé) abgeführt wurden. Jesus benutzt dann diesen Ausdruck, als er sich auf die Gefangenschaft und die Verschleppung aus Jerusalem, seiner geliebten Stadt, bezieht (Lk 21,24). Heute werden die Städte nicht so sehr von Lanzenspitzen eingeschlossen, sondern mit viel subtileren Mitteln der ideologischen Kolonisierung. Nur die Salbung der eigenen Kultur, die durch das Werk und die Kunst unserer Vorfahren geschmiedet wurde, kann unsere Städte von diesen neuen Sklavereien befreien.

Was uns betrifft, liebe Mitbrüder im priesterlichen Dienst, dürfen wir nicht vergessen, dass unsere Vorbilder im Evangelium diese „Leute“ sind, diese Menge mit den konkreten Gesichtern, die durch die Salbung des Herrn wiederaufgerichtet und belebt werden. Es sind jene Menschen, die die Salbung des Geistes an uns vervollständigen und wirklich werden lassen; an uns, die wir gesalbt wurden, um zu salben. Mitten unter ihnen wurden wir genommen, und ohne Furcht können wir uns mit diesen einfachen Leuten identifizieren. Jeder von uns hat seine eigene Geschichte. Wenn wir uns ein wenig daran erinnern, wird uns das sehr gut tun. Sie sind das Bild unserer Seele und das Bild der Kirche. Jeder verkörpert das eine Herz unseres Volkes.

Wir Priester sind der Arme. Und wir möchten das Herz jener armen Witwe haben, wenn wir Almosen geben und die Hand des Bettlers berühren und ihm in die Augen schauen. Wir Priester sind Bartimäus, und jeden Morgen beten wir beim Aufstehen: „Herr, ich möchte sehen können!“ Wir Priester sind, in manchem Aspekt unserer Sünde, der Verwundete, der von den Räubern halbtot geschlagen wurde. Und wir, wir als Erste, möchten uns den mitfühlenden Händen des Barmherzigen Samariters übergeben, um dann mit unseren Händen Mitgefühl mit den anderen zu haben.

Ich bekenne euch, dass ich bei Firmungen und Weihen gerne reichlich Chrisam auf die Stirn und die Hände derer, die gesalbt werden, auftrage. Wenn man reichlich salbt, macht man die Erfahrung, dass sich dort auch die eigene Salbung erneuert. Das will ich sagen: Wir sind nicht Automaten für die Ausgabe von Öl in Flaschen. Wir sind gesalbt, um zu salben. Wir salben, wenn wir uns selbst ausspenden, indem wir unsere Berufung und unser Herz verschenken. Während wir salben, werden wir erneut durch den Glauben und durch die Zuneigung unseres Volkes gesalbt. Wir salben und machen uns dabei die Hände schmutzig, wenn wir die Wunden berühren, die Sünden, die Bedrängnisse der Menschen. Wir salben und versehen dabei unsere Hände mit Duft, wenn wir ihren Glauben, ihre Hoffnungen und die vorbehaltlose Großherzigkeit ihrer Hingabe berühren, die von vielen illustren Personen als Aberglaube abgetan wird.

Wer zu salben und zu segnen lernt, wird von der Kleinlichkeit, vom Missbrauch und von der Grausamkeit geheilt.

Beten wir darum, liebe Mitbrüder, denn wenn wir uns mit Jesus in die Mitte unserer Gemeinden begeben, dann ist das der schönste Platz. Der Vater erneuere in uns den Geist der Heiligkeit und gewähre uns, dass wir uns vereinen, um sein Erbarmen für die uns anvertrauten Gemeinden und für alle Menschen auf Erden zu erflehen. So werden die vielen Völker in Christus vereint; sie wachsen zusammen zu einem einzigen Volk und werden vollendet in seinem ewigen Reiche (vgl. Weihegebet bei der Priesterweihe).

[00664-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

El Evangelio de Lucas que acabamos de escuchar nos hace revivir la emoción de aquel momento en el que el Señor hace suya la profecía de Isaías, leyéndola solemnemente en medio de su gente. La sinagoga de Nazaret estaba llena de parientes, vecinos, conocidos, amigos... y no tanto. Y todos tenían los ojos fijos en Él. La Iglesia siempre tiene los ojos fijos en Jesucristo, el Ungido a quien el Espíritu envía para ungir al Pueblo de Dios.

Los evangelios nos presentan a menudo esta imagen del Señor en medio de la multitud, rodeado y apretujado por la gente que le acerca sus enfermos, le ruega que expulse los malos espíritus, escucha sus enseñanzas y camina con Él. «Mis ovejas oyen mi voz. Yo las conozco y ellas me siguen» (Jn 10,27-28).

El Señor nunca perdió este contacto directo con la gente, siempre mantuvo la gracia de la cercanía, con el pueblo en su conjunto y con cada persona en medio de esas multitudes. Lo vemos en su vida pública, y fue así desde el comienzo: el resplandor del Niño atrajo mansamente a pastores, a reyes y a ancianos soñadores como Simeón y Ana. También fue así en la Cruz; su Corazón atrae a todos hacia sí (cf. Jn 12,32): Verónicas, cireneos, ladrones, centuriones...

No es despreciativo el término “multitud”. Quizás en el oído de alguno, multitud pueda sonar a masa anónima, indiferenciada... Pero en el Evangelio vemos que cuando interactúan con el Señor —que se mete en ellas como un pastor en su rebaño— las multitudes se transforman. En el interior de la gente se despierta el deseo de seguir a Jesús, brota la admiración, se cohesiona el discernimiento.

Quisiera reflexionar con ustedes acerca de estas tres gracias que caracterizan la relación entre Jesús y la multitud.

La gracia del seguimiento

Dice Lucas que las multitudes «lo buscaban» (Lc 4,42) y «lo seguían» (Lc 14,25), “lo apretujaban”, “lo rodeaban” (cf. Lc 8,42-45) y «se juntaban para escucharlo» (Lc 5,15). El seguimiento de la gente va más allá de todo cálculo, es un seguimiento incondicional, lleno de cariño. Contrasta con la mezquindad de los discípulos cuya actitud con la gente raya en crueldad cuando le sugieren al Señor que los despida, para que se busquen algo para comer. Aquí, creo yo, empezó el clericalismo: en este querer asegurarse la comida y la propia comodidad desentendiéndose de la gente. El Señor cortó en seco esta tentación. «¡Denles ustedes de comer!» (Mc 6,37), fue la respuesta de Jesús; «¡háganse cargo de la gente!».

La gracia de la admiración

La segunda gracia que recibe la multitud cuando sigue a Jesús es la de una admiración llena de alegría. La gente se maravillaba con Jesús (cf. Lc 11,14), con sus milagros, pero sobre todo con su misma Persona. A la gente le encantaba saludarlo por el camino, hacerse bendecir y bendecirlo, como aquella mujer que en medio de la multitud le bendijo a su Madre. Y el Señor, por su parte, se admiraba de la fe de la gente, se alegraba y no perdía oportunidad para hacerlo notar.

La gracia del discernimiento

La tercera gracia que recibe la gente es la del discernimiento. «La multitud se daba cuenta (a dónde se había ido Jesús) y lo seguía» (Lc 9,11). «Se admiraban de su doctrina, porque enseñaba con autoridad» (Mt 7,28-29; cf. Lc 5,26). Cristo, la Palabra de Dios hecha carne, suscita en la gente este carisma del discernimiento; no ciertamente un discernimiento de especialistas en cuestiones disputadas. Cuando los fariseos y los doctores de la ley discutían con Él, lo que discernía la gente era la autoridad de Jesús: la fuerza de su doctrina para entrar en los corazones y el hecho de que los malos espíritus le obedecieran; y que además, por un momento, dejara sin palabras a los que implementaban diálogos tramposos. La gente gozaba con esto. Sabía distinguir y gozaba.

Ahondemos un poco más en esta visión evangélica de la multitud. Lucas señala cuatro grandes grupos que son destinatarios preferenciales de la unción del Señor: los pobres, los prisioneros de guerra, los ciegos, los oprimidos. Los nombra en general, pero vemos después con alegría que, a lo largo de la vida del Señor, estos ungidos irán adquiriendo rostro y nombre propios. Así como la unción con el aceite se aplica en una parte y su acción benéfica se expande por todo el cuerpo, así el Señor, tomando la profecía de Isaías, nombra diversas “multitudes” a las que el Espíritu lo envía, siguiendo la dinámica de lo que podemos llamar una “preferencialidad inclusiva”: la gracia y el carisma que se da a una persona o a un grupo en particular redunda, como toda acción del Espíritu, en beneficio de todos.

Los pobres (ptochoi) son los que están doblados, como los mendigos que se inclinan para pedir. Pero también es pobre (ptochè) la viuda, que unge con sus dedos las dos moneditas que eran todo lo que tenía ese día para vivir. La unción de esa viuda para dar limosna pasa desapercibida a los ojos de todos, salvo a los de Jesús, que mira con bondad su pequeñez. Con ella el Señor puede cumplir en plenitud su misión de anunciar el evangelio a los pobres. Paradójicamente, la buena noticia de que existe gente así, la escuchan los discípulos. Ella, la mujer generosa, ni se enteró de que “había salido en el Evangelio” —es decir, que su gesto sería publicado en el Evangelio—: el alegre anuncio de que sus acciones “pesan” en el Reino y valen más que todas las riquezas del mundo, ella lo vive desde adentro, como tantas santas y santos “de la puerta de al lado”.

Los ciegos están representados por uno de los rostros más simpáticos del evangelio: el de Bartimeo (cf. Mc 10,46-52), el mendigo ciego que recuperó la vista y, a partir de ahí, solo tuvo ojos para seguir a Jesús por el camino. ¡La unción de la mirada! Nuestra mirada, a la que los ojos de Jesús pueden devolver ese brillo que solo el amor gratuito puede dar, ese brillo que a diario nos lo roban las imágenes interesadas o banales con que nos atiborra el mundo.

Para nombrar a los oprimidos (tethrausmenous), Lucas usa una expresión que contiene la palabra “trauma”. Ella basta para evocar la Parábola, quizás la preferida de Lucas, la del Buen Samaritano que unge con aceite y venda las heridas (traumata: Lc 10,34) del hombre que había sido molido a palos y estaba tirado al costado del camino. ¡La unción de la carne herida de Cristo! En esa unción está el remedio para todos los traumas que dejan a personas, a familias y a pueblos enteros fuera de juego, como excluidos y sobrantes, al costado de la historia.

Los cautivos son los prisioneros de guerra (aichmalotos), los que eran llevados a punta de lanza (aichmé). Jesús usará la expresión al referirse a la cautividad y deportación de Jerusalén, su ciudad amada (Lc 21,24). Hoy las ciudades se cautivan no tanto a punta de lanza sino con los medios más sutiles de colonización ideológica. Solo la unción de la propia cultura, amasada con el trabajo y el arte de nuestros mayores, puede liberar a nuestras ciudades de estas nuevas esclavitudes.

Viniendo a nosotros, queridos hermanos sacerdotes, no tenemos que olvidar que nuestros modelos evangélicos son esta “gente”, esta multitud con estos rostros concretos, a los que la unción del Señor realza y vivifica. Ellos son los que completan y vuelven real la unción del Espíritu en nosotros, que hemos sido ungidos para ungir. Hemos sido tomados de en medio de ellos y sin temor nos podemos identificar con esta gente sencilla. Cada uno de nosotros tiene su propia historia. Un poco de memoria nos hará mucho bien. Ellos son imagen de nuestra alma e imagen de la Iglesia. Cada uno encarna el corazón único de nuestro pueblo.

Nosotros, sacerdotes, somos el pobre y quisiéramos tener el corazón de la viuda pobre cuando damos limosna y le tocamos la mano al mendigo y lo miramos a los ojos. Nosotros, sacerdotes, somos Bartimeo y cada mañana nos levantamos a rezar rogando: «Señor, que pueda ver» (Lc 18,41). Nosotros, sacerdotes somos, en algún punto de nuestro pecado, el herido molido a palos por los ladrones. Y queremos estar, los primeros, en las manos compasivas del Buen Samaritano, para poder luego compadecer con las nuestras a los demás.

Les confieso que cuando confirmo y ordeno me gusta esparcir bien el crisma en la frente y en las manos de los ungidos. Al ungir bien uno experimenta que allí se renueva la propia unción. Esto quiero decir: no somos repartidores de aceite en botella. Somos ungidos para ungir. Ungimos repartiéndonos a nosotros mismos, repartiendo nuestra vocación y nuestro corazón. Al ungir somos reungidos por la fe y el cariño de nuestro pueblo. Ungimos ensuciándonos las manos al tocar las heridas, los pecados y las angustias de la gente; ungimos perfumándonos las manos al tocar su fe, sus esperanzas, su fidelidad y la generosidad incondicional de su entrega que muchas personas ilustradas consideran como una superstición.

El que aprende a ungir y a bendecir se sana de la mezquindad, del abuso y de la crueldad.

Recemos, queridísimos hermanos, metiéndonos con Jesús en medio de nuestra gente, es el puesto más hermoso. El Padre renueve en nosotros la efusión de su Espíritu de santidad y haga que nos unamos para implorar su misericordia para el pueblo que nos fue confiado y para el mundo entero. Así la multitud de las gentes, reunidas en Cristo, puedan llegar a ser el único Pueblo fiel de Dios, que tendrá su plenitud en el Reino (cf. Plegaria de ordenación de presbíteros).

[00664-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

 

O Evangelho de Lucas, que acabamos de ouvir, faz-nos reviver a emoção do momento em que o Senhor Se assume a profecia de Isaías, lendo-a solenemente no meio do seu povo. A sinagoga de Nazaré estava cheia de parentes, vizinhos, conhecidos, amigos... e outros não muito amigos. E todos tinham os olhos fixos n’Ele. A Igreja tem sempre os olhos fixos em Jesus, o Ungido que o Espírito envia para ungir o povo de Deus.

Com frequência, os Evangelhos apresentam-nos esta imagem do Senhor no meio das multidões, cercado e comprimido pelas pessoas que Lhe trazem os doentes, pedem-Lhe que expulse os espíritos malignos, escutam os seus ensinamentos e caminham com Ele. «As minhas ovelhas escutam a minha voz: Eu conheço-as e elas seguem-Me» (Jo 10, 27).

O Senhor nunca perdeu este contacto direto com o povo, sempre manteve a graça da proximidade, com o povo no seu conjunto e com cada pessoa no meio daquelas multidões. Vemo-lo na sua vida pública, mas o mesmo aconteceu desde o princípio: o esplendor do Menino atraiu docilmente pastores, reis e idosos sonhadores como Simeão e Ana. E foi assim também na Cruz: o seu Coração atrai todos a si (cf. Jo 12, 32): verónicas, cireneus, ladrões, centuriões...

Aqui, o termo «multidões» não é depreciativo. Aos ouvidos de alguém, poderia talvez soar como uma massa anónima, indiferenciada; mas no Evangelho, quando as multidões interagem com o Senhor, que Se coloca no meio delas como um pastor no rebanho, vemos que aquelas se transformam: no espírito do povo, desperta o desejo de seguir Jesus, brota a admiração, toma forma o discernimento.

Gostaria de refletir convosco sobre estas três graças que caraterizam o relacionamento entre Jesus e as multidões.

A graça do seguimento

Lucas diz que as multidões «procuravam-No» (Lc 4, 42) e «seguiam com Ele» (Lc 14, 25), «apertavam-No» e «empurravam-No» (cf. Lc 8, 42-45) «juntando-se grandes multidões para O ouvirem» (Lc 5, 15). Este seguimento do povo não é calculista, é um seguimento sem condições, cheio de carinho. Contrasta com a mesquinhez dos discípulos, cujo comportamento face ao povo se revela quase cruel quando sugerem ao Senhor que o mande embora para irem procurar algo de comer. Creio que o clericalismo começou aqui: nesta atitude de querer assegurar-se o próprio alimento e comodidade, desinteressando-se das pessoas. O Senhor cortou pela raiz esta tentação. «Dai-lhes vós mesmos de comer» (Mc 6,37), foi a resposta de Jesus: «Ocupai-vos do povo!».

A graça da admiração

A segunda graça, que a multidão recebe ao seguir Jesus, é a duma admiração cheia de alegria. O povo fica admirado com Jesus (cf. Lc 11, 14), com os seus milagres, mas sobretudo com a sua própria Pessoa. O povo gostava muito de saudá-Lo ao longo da estrada, ser abençoado por Ele e bendizê-Lo, como aquela mulher que do meio da multidão bendisse a sua Mãe. E o Senhor, por sua vez, ficava admirado com a fé do povo, regozijava-Se e não perdia ocasião de o fazer notar.

A graça do discernimento

A terceira graça, que recebe o povo, é a do discernimento. «As multidões, que souberam [para onde fora Jesus], seguiram-No» (Lc 9, 11). «A multidão ficou vivamente impressionada com os seus ensinamentos, porque Ele ensinava-os como quem possui autoridade» (Mt 7, 28-29; cf. Lc 5, 26). Cristo, a Palavra de Deus feita carne, suscita nas pessoas este carisma do discernimento; certamente, não um discernimento de especialistas em assuntos controversos. Quando os fariseus e os doutores da lei discutiam com Ele, aquilo que o povo reconhecia era a Autoridade de Jesus: a força da sua doutrina, capaz de penetrar nos corações, e o facto de os espíritos malignos Lhe obedecerem; e ainda deixar sem palavra aqueles que urdiam diálogos insidiosos. O povo alegrava-se com isso. Sabia distinguir e regozijava-se.

Aprofundemos um pouco esta visão evangélica da multidão. Lucas indica quatro grandes grupos que são destinatários preferenciais da unção do Senhor: os pobres, os prisioneiros de guerra, os cegos, os oprimidos. Nomeia-os em geral, mas depois, no decorrer da vida do Senhor, vemos com alegria que estes ungidos adquirem rosto e nome próprios. Assim como a unção com o azeite se aplica num ponto e a sua ação benéfica se expande por todo o corpo, também o Senhor, assumindo a profecia de Isaías, nomeia várias «multidões» às quais O envia o Espírito, obedecendo a uma dinâmica que poderíamos chamar de «preferência inclusiva»: a graça e o carisma que se dá a uma pessoa ou a um grupo em particular redunda, como toda a ação do Espírito, em benefício de todos.

Os pobres (ptochoi) são aqueles que estão curvados, como os mendigos que se inclinam para pedir. Mas é pobre (ptochè) também a viúva, que unge com os seus dedos as duas moedinhas que constituíam tudo o que tinha naquele dia para viver. A unção daquela viúva para dar a esmola passa despercebida aos olhos de todos, exceto aos de Jesus, que vê com bondade a sua pequenez. Com ela, o Senhor pode cumprir plenamente a sua missão de anunciar o Evangelho aos pobres. Paradoxalmente, são os discípulos que ouvem a boa nova de que existem tais pessoas. Ela, a mulher generosa, nem se deu conta de «ter aparecido no Evangelho» (ou seja, que o seu gesto haveria de ser mencionado no Evangelho): o feliz anúncio de que as suas ações «têm peso» no Reino e contam mais do que todas as riquezas do mundo, ela vive-o dentro de si, como tantos santos e santas de «ao pé da porta».

Os cegos são representados por um dos rostos mais simpáticos do Evangelho: Bartimeu (cf. Mc 10, 46-52), o mendigo cego que recuperou a vista e, a partir daquele momento, só teve olhos para seguir Jesus pela estrada. A unção do olhar! O nosso olhar, ao qual os olhos de Jesus podem devolver aquele brilho que só o amor gratuito pode dar, aquele brilho que nos é roubado diariamente pelas imagens interessadas ou banais com que nos submerge o mundo.

Para designar os oprimidos (tethrausmenous), Lucas usa um termo que contém a palavra «trauma». Isto é suficiente para evocar a parábola (talvez a preferida de Lucas) do Bom Samaritano, que unge com azeite e enfaixa as feridas (traumata: Lc 10, 34) do homem que fora espancado deixando-o meio morto na beira da estrada. A unção da carne ferida de Cristo! Naquela unção, está o remédio para todos os traumas que deixam pessoas, famílias e populações inteiras fora de jogo, como excluídas e supérfluas, à margem da história.

Os prisioneiros são os cativos de guerra (aichmalotos), aqueles que eram conduzidos a ponta de lança (aichmé). Jesus usará o termo para Se referir à prisão e deportação de Jerusalém, sua amada cidade (Lc 21, 24). Hoje as cidades são feitas prisioneiras não tanto a ponta de lança, como sobretudo com os meios mais subtis de colonização ideológica. Só a unção da nossa cultura própria, forjada pelo trabalho e a arte dos nossos antepassados, é que pode libertar as nossas cidades destas novas escravidões.

Concretizando para nós, queridos irmãos sacerdotes, não devemos esquecer que os nossos modelos evangélicos são este «povo», esta multidão com estes rostos concretos, que a unção do Senhor levanta e vivifica. São aqueles que completam e tornam real a unção do Espírito em nós, que fomos ungidos para ungir. Fomos tomados dentre eles e podemos, sem medo, identificar-nos com esta gente simples. Cada um de nós tem a sua história. Um pouco de memória far-nos-á muito bem. Eles são imagem da nossa alma e imagem da Igreja. Cada um encarna o coração único do nosso povo.

Nós, sacerdotes, somos o pobre e queremos ter o coração da viúva pobre quando damos esmola e tocamos a mão do mendigo fixando-o nos olhos. Nós, sacerdotes, somos Bartimeu, e levantamo-nos cada manhã para rezar: «Senhor, que eu veja!» (cf. Mc 10, 51). Nós, sacerdotes, somos, nos vários momentos do nosso pecado, o ferido espancado deixado meio morto pelos ladrões. E queremos ser os primeiros a estar entre as mãos compassivas do Bom Samaritano, para depois podermos com as mãos ter compaixão dos outros.

Confesso-vos que, quando crismo e ordeno, gosto de espalhar bem o Crisma na testa e nas mãos de quantos são ungidos. Ungindo bem, experimenta-se que ali se renova a nossa própria unção. Uma coisa quero dizer: Não somos distribuidores de azeite em garrafa. Somos ungidos, para ungir. Ungimos, distribuindo-nos a nós mesmos, distribuindo a nossa vocação e o nosso coração. Enquanto ungimos, somos de novo ungidos pela fé e pela afeição do nosso povo. Ungimos, sujando as nossas mãos ao tocar as feridas, os pecados, as amarguras do povo; ungimos perfumando as nossas mãos ao tocar a sua fé, as suas esperanças, a sua fidelidade e a generosidade sem reservas da sua doação, que muitas pessoas eruditas designam como superstição.

Aquele que aprende a ungir e a abençoar fica curado da mesquinhez, do abuso e da crueldade.

Rezemos, irmãos caríssimos, colocando-nos com Jesus no meio do nosso povo, é o lugar melhor. O Pai renove em nós a efusão do seu Espírito de santidade e faça com que nos unamos para implorar a sua misericórdia para o povo que nos está confiado e pelo mundo inteiro. Assim, as multidões dos povos, reunidos em Cristo, podem tornar-se o único Povo fiel de Deus, que terá a sua plenitude no Reino (cf. Oração Consecratória dos Presbíteros).

[00664-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua araba

عظة قداسة البابا فرنسيس

خلال قدّاس الميرون المقدّس

الخميس، 18 أبريل/ نيسان 2019

بازليك القدّيس بطرس

إن إنجيل لوقا الذي سمعناه للتوّ يجعلنا نسترجع المشاعر القوية لتلك اللحظة التي تبنّى فيها الربُّ نبوءةَ أشعيا، وقرأها بشكل احتفالي وسط شعبه. كان مجمع الناصرة مكتظًا بالأقارب والجيران والمعارف والأصدقاء ... لم يكن الأصدقاء كثيرين. وكانَت عُيونُ الجميع شاخِصَةً إِلَيه. وعيون الكنيسة هي شاخصة دائمًا إلى يسوع، الممسوح الذي يرسله الروح لمسح شعب الله.

غالبًا ما تقدّم لنا الأناجيل صورةَ الربِّ هذه وسط الجموع، يحيط به الناس الذين يزحمونه ويأتونه بالمرضى، ويطلبون منه طرد الأرواح الشريرة، ويصغون إلى تعاليمه ويسيرون معه. "إِنَّ خِرافي تُصْغي إِلى صَوتي وأَنا أَعرِفُها وهي تَتبَعُني" (يو 10، 27).

لم يفقد الربّ أبدًا هذا العلاقة المباشرة مع الناس، فقد حافظ دومًا على نعمة القرب، مع الشعب ككلّ ومع كلّ شخص وسط تلك الجموع. نرى ذلك في حياته العامّة، وكان الأمر كذلك منذ البداية: فجذَبَ بهاءُ الطفل، بكلّ وداعة، والرعاةَ والملوكَ والحالمين الشيوخ مثل سمعان وحنّة. وكان الحالُ كذلك على الصليب: فقد جذَبَ إليه قلبُه الجميعَ (يو 12، 32): أمثال فيرونيكا، والقيرواني، واللص، وقائد المئة...

إن مصطلح "الجموع" ليس استخفافًا. فقد تبدو الجموعُ ربما في سمعِ البعض، كتجمّع مجهول وغير متمايز... ولكننا نرى في الإنجيل أن الجموع تتغيّر عندما تتفاعل مع الربّ -الذي يأتيها كراعٍ وسط قطيعه. فتستيقظ داخل الناس، الرغبةُ في اتّباع يسوع، وينبع الإعجاب، ويتبلور التمييز.

أودّ أن أتأمّل معكم حول هذه النِعَم الثلاث التي تميّز علاقةَ يسوع بالجموع.

نعمة الاتباع

يقول لوقا أن الجموع "سعت إليه" (لو 4، 42) و "تسير معه" (لو 14، 25)، و " تَزحَمُه" و"تحيط به" (را. لو 8، 42- 45) و "تَتوافدُ عليهِ جُموعٌ كَثيرةٌ لِتَسمَعَه" (لو 5، 15). إن اتّباع الناس له يتجاوز كلّ الحسابات، فهو اتّباع غير مشروط، ومليء بالمودّة؛ ويتناقض مع سخافة التلاميذ الذين قاربَ موقفُهم تجاه الناس القسوةَ عندما اقترحوا على الربّ أن يصرفهم كي يجدوا لهم طعامًا. هنا، أعتقد، بدأت الإكليروسية: عند هذه الرغبة في ضمان الغذاء والراحة للذات عبر تجاهل الناس. أمّا الربّ فقد وضع حدًّا لهذا الميل: "أَعطوهُم أَنتُم ما يَأكُلون!" (مر 6، 37)، هذه كانت إجابة يسوع: احملوا مسؤولية الناس!

نعمة الإعجاب

النعمة الثانية التي تتلقّاها الجموع عندما تتّبع يسوع هي نعمة الإعجاب المملوء فرحًا. كانت الجموع تُعجَب بيسوع (لو 11، 14)، بمعجزاته، ولكن قبل كلّ شيء، بشخصه. كانت الجموع تحبّ إلقاء التحيّة عليه في الطريق، أن تطلب بركته وأن تباركه، مثل تلك المرأة التي باركت والدته وسط الجموع. وكان الربّ، من ناحية أخرى، يُعجَب بإيمان الناس، وكان يفرح ولا يفوّت أية فرصة لإظهاره.

نعمة التمييز

النعمة الثالثة التي ينالها الناس هي نعمة التمييز. "لكِنَّ الجُموعَ عَلِموا بِالأَمْرِ [أين ذهب يسوع] فتَبِعوه" (لو 9، 11). "أُعجِبَتِ الجُموعُ بتَعليمِه، لأَنَّه كانَ يُعَلِّمُهم كَمَن لَه سُلطان" (متى 7، 28- 29، را. لو 5، 26). فالمسيح، كلمة الله الآتية في الجسد، يولّد في الناس موهبة التمييز؛ ليس بالتأكيد تمييز المتخصّصين في الأسئلة المتنازع عليها. ما ميّزه الناس، عندما جادل الفريسيون وعلماء الشريعة يسوع، إنما هو سلطته: قوّة تعليمه القادر على أن يدخل القلوب، وحقيقة أن الأرواح الشرّيرة كانت تطيعه. وأنه أيضًا، للحظة، أسكت أولئك الذين يطلقون حوارات خادعة. وهذا يسرّ الناس.

لنتعمّق قليلًا في هذه الرؤية الإنجيلية للجموع. يشير لوقا إلى أربع مجموعات رئيسيّة لها أفضلية المسحة لدى الربّ: الفقراء، أسرى الحرب، الضريرين والمظلومين. يذكرهم بشكل عام، لكننا نرى بفرح أن هؤلاء الممسوحين سينالون وجهًا واسمًا خاصًّا طوال حياة الربّ. فكما يُمسحُ الزيت في جزء واحد، ويمتدّ مفعوله المفيد في جميع أنحاء الجسم، هكذا الربّ، مسترجعًا نبوءة أشعيا، يذكر "جموعًا" متنوّعة يرسله الروح إليها، متّبعًا ديناميكية يمكننا أن نسمّيها "التفضيل المشتمل": النعمة والموهبة التي تُمنح لشخص ما أو لمجموعة معيّنة تعود بالمنفعة، مثل كلّ أعمال الروح، لصالح الجميع.

الفقراء (ptochoi في اللغة اليونانية) هم أولئك المنحنون: مثل المتسولين الذين ينحنون كي يتوسّلوا. لكن الأرملة التي "تمسح" بأصابعها الفلسين اللذين كانا جَميعَ ما تملك لمعيشتها في ذلك اليوم، هي أيضًا فقيرة (ptochè). إن مسحة تلك الأرملة عند تصدّقها لا يلاحظها أحد، باستثناء يسوع الذي ينظر بصلاحٍ إلى صِغَرِها. ومعها يستطيع الربّ أن يتمّم بالكامل رسالة البشارة بالإنجيل للفقراء. ومن المفارقات أن البشارة التي تفيد بوجود مثل هؤلاء الناس، يسمعها التلاميذ. أمّا المرأة السخيّة فلم تعرف حتى أنها "ظهرت في الإنجيل"، أن عملها سوف يُذكر في الإنجيل: فالبشارة، بشارة أن لأفعالها قيمة كبيرة في الملكوت وأنها أهمّ من جميع ثروات العالم، هي تعيشها في داخلها، مثل الكثير من القدّيسين والقدّيسات الذين يعيشون بجوارنا.

يمثّل العميانَ أحدُ الأوجه الأكثر جاذبيّة في الإنجيل: وجه بَرطيماوُس (را. مر 10، 46- 52)، المتسوّل الأعمى الذي استعاد بصره ولم يعد ينظر منذ تلك اللحظة، إلّا إلى اتّباع يسوع على طول الطريق. مسحة النظر! نظرتنا، التي يمكن أن تعيد إليها عيونُ يسوع ذاك اللمعانَ الذي وحده الحبّ المجاني يستطيع أن يمنحه، ذاك اللمعان الذي تسرقه منّا يوميًا الصورُ الانتفاعيّة أو السخيفة التي يغرقنا بها العالم.

يستخدم لوقا تعبيرًا لتسمية المظلومين (tethrausmenous) يحتوي على كلمة صدمة (trauma). وهو يكفي لاستحضار مثل السامري الصالح، وربما المفضّل لدى لوقا، الذي يمسح جروح الصدمة بالزيت ويضمّدها (لو 10، 34)، جروح الرجل الذي تعرّض للضرب حتى الموت وألقيَ على جانب الطريق. مسحة جسد المسيح المجروح! يكمن في هذه المسحة علاجُ جميع الصدمات التي تضع الناس، والأسر، وشعوب بأكملها على الهامش، كمستبعدين وغير ضروريين، بمعزل من التاريخ.

الأسرى هم أسرى الحرب (aichmalotos)، أولئك الذين اقتيدوا بالحربة (aichmé). سوف يستخدم يسوع التعبير مشيرا إلى أَسْرِ القُدسِ وترحيلها، مدينته الحبيبة (لو 21، 24). إن المدن اليوم لا تؤسَر بالحربة بل عبر استخدام وسائل الاستعمار الأيديولوجي الأكثر دقّة. وحدها مسحة ثقافتنا الخاصة، الممزوجة بعمل شيوخنا وفنّهم، يمكنها أن تحرّر مدننا من هذه العبودية الجديدة.

أمّا نحن، أيها الكهنة الأعزاء، فلا يجب أن ننسى أن نماذجنا الإنجيلية هي "هؤلاء الناس"، تلك الجموع مع هذه الوجوه الملموسة، التي تقيمها مسحةُ الربّ وتحييها. هم الذين يكمّلون مسحة الروح فينا ويحقّقونها، نحن الذين مُسِحنا كي نَمسَح. لقد أُخِذنا من بينهم ويمكننا أن نشعر، دون خوف، بانتمائنا إلى هؤلاء الناس البسطاء. لكل منا قصته الخاصة. وبعض الذاكرة تفيدنا للغاية. إنهم صورة روحنا وصورة الكنيسة. وكلّ واحد يجسّد قلب شعبنا الفريد.

الفقراء، هم نحن الكهنة، ونودّ أن يكون لدينا قلب الأرملة الفقيرة عندما نتصدّق ونلمس يد المتسوّل وننظر في عينيه. إننا نحن الكهنة بَرطيماوُس، ونقوم في كلّ صباح لنصلّي قائلين: "يا رب، أن أبصر" (لو 18، 41). إننا نحن الكهنة، في مرحلة ما من خطايانا، الجرحى، الذين يُضربون حتى الموت من قِبلِ اللصوص. ونريد أن نكون، الأوائل، بين يدي السامري الصالح الرؤوفة، كيما نستطيع من ثمّ التعاطف، بأيدينا، مع الآخرين.

أقرّ لكم أنه،

عندما أمنح سرّ التثبيت أو أترأس سيامة ما، أحبّ أن أبسط الميرون جيّدًا على الجبهة وعلى أيدي الأشخاص الممسوحين. فحين نمسحُ بطريقة جيّدة، نختبر أن هذا يجدّد المسحة الشخصيّة. هذا يعني: أننا لسنا موزّعين للزيت المعبّأ. لقد مُسحنا كي نمسح. إننا نمسح موزّعين أنفسنا، موزّعين دعوتنا وقلبنا. عن طريق المسحة نُمسَحُ مجدّدًا بإيمان شعبنا ومحبّته. نَمسَح ونحن "ندنّس أيدينا" عبر لمس جروح الناس وآثامهم وشدائدهم؛ نَمسَح ونحن "نعطّر أيدينا" عبر لمس إيمانهم ورجائهم وأمانتهم وسخائهم غير المشروط في بذل ذاتهم، والذي يصفه الكثيرون بالخرافة.

أمّا الذي يتعلّم أن يَمسَح ويبارك، فيشفي ذاته من السخفِ ومن الاعتداء ومن القسوة.

لنطلب من الآب، أيها الإخوة الأعزاء، ونحن نضع أنفسنا مع يسوع وسط شعبنا –وهذا المكان الأجمل-، أن يجدّد فينا حلول روح قداسته ويجعلنا نتوحّد في طلب رحمته للشعب الموكل إلينا وللعالم بأسره. وهكذا يمكن للجموع، المجتمعة في المسيح، أن تصبح شعب الله الأمين الوحيد، الذي سينال الملء في الملكوت (را. صيغة السيامة الكهنوتية).

 

[00664-EN.02] [Original text: Italian]

[B0326-XX.02]