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Celebrazione della Penitenza presieduta dal Santo Padre, 29.03.2019


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua araba

Alle ore 17 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto il Rito per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Penitenziale:

Omelia del Santo Padre

«Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia» (In Joh 33,5). Così sant’Agostino inquadra il finale del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Sono andati via quelli venuti per scagliare pietre contro la donna o per accusare Gesù nei riguardi della Legge. Sono andati via, non avevano altri interessi. Gesù invece rimane. Rimane perché è rimasto quel che è prezioso ai suoi occhi: quella donna, quella persona. Per Lui prima del peccato viene il peccatore. Io, tu, ciascuno di noi nel cuore di Dio veniamo prima: prima degli sbagli, delle regole, dei giudizi e delle nostre cadute. Chiediamo la grazia di uno sguardo simile a quello di Gesù, chiediamo di avere l’inquadratura cristiana della vita, dove prima del peccato vediamo con amore il peccatore, prima dell’errore l’errante, prima della sua storia la persona.

«Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia». Per Gesù quella donna sorpresa in adulterio non rappresenta un paragrafo della Legge, ma una situazione concreta nella quale coinvolgersi. Perciò rimane lì con la donna, stando quasi sempre in silenzio. E intanto compie per due volte un gesto misterioso: scrive col dito per terra (Gv 8,6.8). Non sappiamo che cosa abbia scritto e forse non è la cosa più importante: l’attenzione del Vangelo è posta infatti sul fatto che il Signore scrive. Viene alla mente l’episodio del Sinai, quando Dio aveva scritto le tavole della Legge col suo dito (cfr Es 31,18), proprio come fa Gesù ora. In seguito Dio, per mezzo dei profeti, aveva promesso di non scrivere più su tavole di pietra, ma direttamente sui cuori (cfr Ger 31,33), sulle tavole di carne dei nostri cuori (cfr 2 Cor 3,3). Con Gesù, misericordia di Dio incarnata, è giunto il momento di scrivere nel cuore dell’uomo, di dare una speranza certa alla miseria umana: di dare non tanto leggi esterne, che lasciano spesso distanti Dio e l’uomo, ma la legge dello Spirito, che entra nel cuore e lo libera. Così avviene per quella donna, che incontra Gesù e riprende a vivere. E va per non peccare più (cfr Gv 8,11). È Gesù che, con la forza dello Spirito Santo, ci libera dal male che abbiamo dentro, dal peccato che la Legge poteva ostacolare, ma non rimuovere.

Eppure il male è forte, ha un potere seducente: attira, ammalia. Per staccarcene non basta il nostro impegno, occorre un amore più grande. Senza Dio non si può vincere il male: solo il suo amore risolleva dentro, solo la sua tenerezza riversata nel cuore rende liberi. Se vogliamo la liberazione dal male va dato spazio al Signore, che perdona e guarisce. E lo fa soprattutto attraverso il Sacramento che stiamo per celebrare. La Confessione è il passaggio dalla miseria alla misericordia, è la scrittura di Dio sul cuore. Lì leggiamo ogni volta che siamo preziosi agli occhi di Dio, che Egli è Padre e ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi.

«Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia». Solo loro. Quante volte noi ci sentiamo soli e perdiamo il filo della vita. Quante volte non sappiamo più come ricominciare, oppressi dalla fatica di accettarci. Abbiamo bisogno di iniziare da capo, ma non sappiamo da dove. Il cristiano nasce col perdono che riceve nel Battesimo. E rinasce sempre da lì: dal perdono sorprendente di Dio, dalla sua misericordia che ci ristabilisce. Solo da perdonati possiamo ripartire rinfrancati, dopo aver provato la gioia di essere amati dal Padre fino in fondo. Solo attraverso il perdono di Dio accadono cose veramente nuove in noi. Riascoltiamo una frase che il Signore ci ha detto oggi attraverso il profeta Isaia: «Io faccio una cosa nuova» (Is 43,19). Il perdono ci dà un nuovo inizio, ci fa creature nuove, ci fa toccare con mano la vita nuova. Il perdono di Dio non è una fotocopia che si riproduce identica a ogni passaggio in confessionale. Ricevere tramite il sacerdote il perdono dei peccati è un’esperienza sempre nuova, originale e inimitabile. Ci fa passare dall’essere soli con le nostre miserie e i nostri accusatori, come la donna del Vangelo, all’essere risollevati e incoraggiati dal Signore, che ci fa ripartire.

«Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia». Che cosa fare per affezionarsi alla misericordia, per superare il timore della Confessione? Accogliamo ancora l’invito di Isaia: «Non ve ne accorgete?» (Is 43,19). Accorgersi del perdono di Dio. È importante. Sarebbe bello, dopo la Confessione, rimanere come quella donna, con lo sguardo fisso su Gesù che ci ha appena liberato: non più sulle nostre miserie, ma sulla sua misericordia. Guardare il Crocifisso e dire con stupore: “Ecco dove sono andati a finire i miei peccati. Tu li ha presi su di te. Non mi hai puntato il dito, mi hai aperto le braccia e mi hai perdonato ancora”. È importante fare memoria del perdono di Dio, ricordarne la tenerezza, rigustare la pace e la libertà che abbiamo sperimentato. Perché questo è il cuore della Confessione: non i peccati che diciamo, ma l’amore divino che riceviamo e di cui abbiamo sempre bisogno. Può venirci ancora un dubbio: “confessarsi non serve, faccio sempre i soliti peccati”. Ma il Signore ci conosce, sa che la lotta interiore è dura, che siamo deboli e inclini a cadere, spesso recidivi nel fare il male. E ci propone di cominciare a essere recidivi nel bene, nel chiedere misericordia. Sarà Lui a risollevarci e a fare di noi creature nuove. Ripartiamo allora dalla Confessione, restituiamo a questo sacramento il posto che merita nella vita e nella pastorale!

«Rimasero solo loro due: la misera e la misericordia». Anche noi oggi viviamo nella Confessione questo incontro di salvezza: noi, con le nostre miserie e il nostro peccato; il Signore, che ci conosce, ci ama e ci libera dal male. Entriamo in questo incontro, chiedendo la grazia di riscoprirlo.

[00526-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

«Il ne resta seulement qu’elles deux : la misère et la miséricorde » (In Joh33,5). C’est de cette manière que Saint Augustin resitue le final de l’Évangile que nous venons d’entendre. Ceux qui étaient venus pour jeter des pierres à la femme ou pour accuser Jésus vis-à-vis de la Loi sont partis. Ils sont partis, ils n’avaient pas d’autres intérêts. Jésus, au contraire, reste. Il reste parce qu’elle est précieuse à ses yeux: cette femme, cette personne. Pour lui, avant le péché, il y a le pécheur. Moi, toi, chacun de nous, nous venons en premierdans le cœur de Dieu : avant les erreurs, les règles, les jugements, et avant nos chutes. Demandons la grâce d’un regard semblable à celui de Jésus, demandons d’avoir l’image chrétienne de la vie, qui voit le pécheur avec amour avant le péché, celui qui a erré avant l’erreur, la personne avant son histoire.

«Il ne resta seulement qu’elles deux : la misère et la miséricorde ». Pour Jésus, cette femme surprise en adultère ne représente pas un paragraphe de la Loi, mais une situation concrète dans laquelle s’impliquer. C’est pourquoi il reste là avec la femme, restant le plus souvent en silence. Et en attendant il fait deux fois un geste mystérieux: il écrit parterre avec le doigt (Jn 8, 6.8). Nous ne savons pas ce qu’il a écrit, et peut-être ce n’est pas la chose la plus importante: l’attention de l’Évangile porte sur le fait que le Seigneur écrit. L’épisode du Sinaï vient à l’esprit, quand Dieu avait écrit les tables de la Loi avec son doigt (cf. Ex 31, 18), comme fait à présent Jésus. Par la suite, Dieu avait promis, par les prophètes, de ne plus écrire sur des tables de pierre, mais directement dans les cœurs (cf. Jr 31, 33), sur les tables de chair de nos cœurs (cf. 2 Co 3,3). Avec Jésus, miséricorde de Dieu incarnée, le moment d’écrire dans le cœur de l’homme est arrivé, de donner une espérance sûre à la misère humaine: de donner, non seulement des lois extérieures qui laissent souvent Dieu et l’homme distants, mais la loi de l’Esprit qui entre dans le cœur et le libère. C’est ce qui arrive pour la femme qui rencontre Jésus et qui se remet à vivre. Et elle part pour ne plus pécher (cf. Jn 8, 11). C’est Jésus qui, avec la force de l’Esprit Saint, nous libère du mal que nous avons à l’intérieur, du péché que la Loi pouvait entraver mais non pas enlever.

Et cependant le mal est fort, il a un pouvoir séduisant: il attire, il fascine. Pour s’en détacher, notre engagement ne suffit pas, il faut un amour plus grand. On ne peut pas vaincre le mal sans Dieu: seul son amour redresse à l’intérieur, seule sa tendresse déversée dans le cœur rend libre. Si nous voulons être libérés du mal, de la place doit être faite au Seigneur qui pardonne et qui guérit. Et il le fait surtout à travers le sacrement que nous sommes en train de célébrer. La Confession, c’est le passage de la misère à la miséricorde, c’est l’écriture de Dieu dans le cœur. A chaque fois, nous y lisons que nous sommes précieux aux yeux de Dieu, qu’il est Père et qu’il nous aime plus que nous nous aimons nous-mêmes.

«Il ne resta seulement qu’elles deux : la misère et la miséricorde ». Elles seules. Combien de fois nous nous sentons seuls et perdons le fil de la vie. Combien de fois nous ne savons plus comment recommencer, oppressés par la difficulté de nous accepter. Nous avons besoin de recommencer mais nous ne savons pas à partir d’où. Le chrétien naît du pardon qu’il reçoit au Baptême. Et il renaît toujours de là: du pardon surprenant de Dieu, de sa miséricorde qui restaure. C’est seulement en tant que pardonnés que nous pouvons repartir rassurés, après avoir éprouvé la joie d’être aimés du Père jusqu’au bout. Des choses vraiment nouvelles en nous se produisent seulement à travers le pardon de Dieu. Réécoutons une phrase que le Seigneur nous a dite aujourd’hui à travers le prophète Isaïe: «Je fais une chose nouvelle» (Is 43, 19). Le pardon nous donne un nouveau départ, il fait de nous une créature nouvelle, il nous fait toucher du doigt la vie nouvelle. Le pardon de Dieu n’est pas une photocopie qui se répète à l’identique à chaque passage au confessionnal. Recevoir, par l’intermédiaire du prêtre, le pardon des péchés est une expérience toujours nouvelle, originale et inimitable. Elle nous fait passer du fait d’être seuls avec nos misères et nos accusateurs, comme la femme de l’Evangile, au fait d’être relevés et encouragés par le Seigneur qui nous fait repartir.

«Il ne resta seulement qu’elles deux : la misère et la miséricorde ». Que faire pour s’attacher à la miséricorde, pour vaincre la peur de la confession? Accueillons encore l’invitation d’Isaïe: «Ne voyez-vous pas?» (Is 43, 19). Se rendre compte du pardon de Dieu. C’est important. Il serait beau, après la confession, de rester comme cette femme, le regard fixé sur Jésus qui vient de nous libérer: non plus sur nos misères, mais sur sa miséricorde. Regarder le Crucifix et dire avec étonnement: “Voilà où sont allés finir mes péchés. Tu les as pris sur toi. Tu ne m’as pas pointé du doigt, tu m’as ouvert les bras et tu m’as encore pardonné”. Il est important de faire mémoire du pardon de Dieu, de se rappeler sa tendresse, de savourer de nouveau la paix et la liberté dont nous avons fait l’expérience. Parce que c’est le cœur de la confession: non pas les péchés que nous disons, mais l’amour divin que nous recevons et dont nous avons toujours besoin. Il peut nous venir encore un doute: “se confesser ne sert à rien, je fais toujours les mêmes péchés”. Mais le Seigneur nous connaît, il sait que le combat intérieur est dur, que nous sommes faibles et prêts à tomber, souvent récidivistes dans le mal. Et il nous propose de recommencer à être des récidivistes dans le bien et à faire de nous des créatures nouvelles. Repartons alors de la Confession, redonnons à ce sacrement la place qu’il mérite dans la vie et dans la pastorale.

«Il ne resta seulement qu’elles deux : la misère et la miséricorde ». Nous aussi aujourd’hui nous vivons dans la Confession cette rencontre de salut: nous, avec nos misères et notre péché; le Seigneur, qui nous connaît, nous aime et nous libère du mal. Entrons dans cette rencontre, en demandant la grâce de la découvrir de nouveau.

[00526-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“The two of them alone remained: mercy with misery” (In Joh 33, 5). In this way Saint Augustine sums up the end of the Gospel we have just heard. Those who came to cast stones at the woman or to accuse Jesus with regard to the Law have gone away, having lost interest. Jesus, however, remains. He remains because what is of value in his eyes has remained: that woman, that person. For him, the sinner comes before the sin. I, you, each one of us come first in the heart of God: before mistakes, rules, judgements and our failures. Let us ask for the grace of a gaze like that of Jesus, let us ask to have the Christian perspective on life. Let us look with love upon the sinner before his or her sin; upon the one going astray before his or her error; upon the person before his or her history.

“The two of them alone remained: mercy with misery”. The woman caught in adultery does not represent for Jesus a paragraph of the Law, but instead a concrete situation in which he gets involved. Thus he remains there with the woman, for the most part standing in silence. Meanwhile, he twice performs a mysterious gesture: he writes with his finger on the ground (Jn 8:6, 8). We do not know what he wrote and perhaps that is not the most important element: the attention of the Gospel focuses on the fact that the Lord writes. We think of the episode at Sinai when God wrote the tablets of the Law with his finger (cf. Ex 31:18), just as Jesus does now. Later, God, through the prophets, promised that he would no longer write on tablets of stone, but directly on the heart (cf. Jer 31:33), on the tablets of the flesh of our hearts (cf. 2 Cor 3:3). With Jesus, the mercy of God incarnate, the time has come when God writes on the hearts of men and women, when he gives a sure hope to human misery: giving not so much external laws which often keep God and humanity at a distance, but rather the law of the Spirit which enters into the heart and sets it free. It happens this way for the woman, who encounters Jesus and resumes her life: she goes off to sin no more (cf. Jn 8:11). It is Jesus who, with the power of the Holy Spirit, frees us from the evil we have within us, from the sin which the Law could impede but not remove.

All the same, evil is strong, it has a seductive power: it attracts and fascinates. Our own efforts are not enough to detach ourselves from it: we need a greater love. Without God, we cannot overcome evil. Only his love raises us up from within, only his tender love poured out into our hearts makes us free. If we want to be free from evil, we have to make room for the Lord who forgives and heals. He accomplishes this above all through the sacrament we are about to celebrate. Confession is the passage from misery to mercy; it is God’s writing upon the heart. There – in our hearts – we constantly read that we are precious in the eyes of God, that he is our Father and that he loves us even more than we love ourselves.

“The two of them alone remained: mercy with misery”. Those two, alone. How many times do we feel alone, that we have lost our way in life. How many times do we no longer know how to begin again, overwhelmed by the effort to accept ourselves. We need to start over, but we don’t know where to begin. Christians are born from the forgiveness they receive in Baptism. They are always reborn from the same place: from the surprising forgiveness of God, from his mercy which restores us. Only by being forgiven can we set out again with fresh confidence, after having experienced the joy of being loved by the Father to the full. Only through God’s forgiveness do truly new things happen within us. Let us hear again words the Lord spoke through the prophet Isaiah: “Behold, I am doing a new thing” (Is 43:19). Forgiveness gives us a new beginning, makes us new creatures, helps us take hold of a new life. God’s forgiveness is not a photocopy which is identically reproduced in every passage through the confessional. Receiving pardon for our sins through a priest is always a new, distinctive and unique experience. We pass from being alone with our miseries and accusers, like the woman in the Gospel, to being raised up and encouraged by the Lord who grants us a new start.

“The two of them alone remained: mercy with misery”. What do we need to do to come to love mercy, to overcome the fear of Confession? Let us accept once more the invitation of Isaiah: “Do you not perceive it?” (Is 43:19). It is important to perceive God’s forgiveness. It would be beautiful, after Confession, to remain like that woman, our eyes fixed on Jesus who has just set us free: no longer looking at our miseries, but rather at his mercy. To look at the Crucified One and say with amazement: “That’s where my sins ended up. You took them upon yourself. You didn’t point your finger at me; instead, you opened your arms and forgave me once again”. It is important to be mindful of God’s forgiveness, to remember his tender love, and taste again and again the peace and freedom we have experienced. For this is the heart of Confession: not the sins we declare, but the divine love we receive, of which we are ever in need. We may still have a doubt: “Confessing is useless, I am always committing the same sins”. The Lord knows us, however; he knows that the interior struggle is difficult, that we are weak and inclined to fall, that we often relapse into doing what is wrong. So he proposes that we begin to relapse into goodness, into asking for mercy. He will raise us up and make us new creatures. Let us start over, then, from Confession, let us restore to this sacrament the place it deserves in life and pastoral ministry!

“The two of them alone remained: mercy with misery”. Today, in Confession, we too draw life from this saving encounter: we with our miseries and sins, and the Lord who knows us, loves us and frees us from evil. Let us enter into this encounter, asking for the grace to rediscover its saving power.

[00526-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

»Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und das Erbarmen« (In Joh 33,5). So umschreibt der heilige Augustinus das Ende des Evangeliums, das wir gerade gehört haben. Die gekommen waren, um Steine auf die Frau zu werfen oder um Jesus im Hinblick auf das Gesetz anzuklagen, sind weggegangen. Sie sind weggegangen, sie hatten keine anderen Interessen. Jesus hingegen bleibt. Er bleibt, weil das geblieben ist, was in seinen Augen kostbar ist: jene Frau, diese Person. Für ihn geht der Sünder der Sünde vor. Ich, du, jeder von uns geht im Herzen Gottes vor: wir gehen den Fehlern, Regeln, Urteilen und unserem Scheitern vor. Bitten wir um die Gnade eines Blickes, der dem Blick Jesu ähnlich ist; bitten wir darum, die christliche Bildeinstellung des Lebens zu haben, in der wir voll Liebe den Sünder vor der Sünde sehen, den Fehlenden vor dem Fehler, den Menschen vor seiner Geschichte.

»Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und das Erbarmen.« Für Jesus stellt die beim Ehebruch ertappte Frau nicht einen Gesetzesparagraphen dar, sondern eine konkrete Situation, in die man sich einbringen soll. Daher bleibt er dort mit der Frau und schweigt fast immer. Und unterdessen vollbringt er zwei Mal eine geheimnisvolle Geste: er schreibt mit dem Finger auf die Erde (Joh 8,6.8). Wir wissen nicht, was er geschrieben hat, und vielleicht ist es nicht das Wichtigste: die Aufmerksamkeit des Evangeliums ist nämlich auf die Tatsache gerichtet, dass der Herr schreibt. Es kommt einem die Episode vom Sinai in den Sinn, als Gott die Gesetzestafeln mit seinem Finger geschrieben hatte (vgl. Ex 31,18), gerade so, wie es Jesus jetzt tut. Durch die Propheten hatte Gott dann verheißen, nicht mehr auf Tafeln aus Stein zu schreiben, sondern unmittelbar auf die Herzen (vgl. Jer 31,33), auf die Tafeln von Fleisch unserer Herzen (vgl. 2Kor 3,3). Mit Jesus, dem fleischgewordenen Erbarmen, ist der Augenblick gekommen, in das Herz des Menschen zu schreiben, der menschlichen Erbärmlichkeit eine sichere Hoffnung zu geben: nicht so sehr äußere Gesetze zu erlassen, durch die Gott und Mensch oft einander fern bleiben, sondern das Gesetz des Geistes, das in das Herz eintritt und es befreit. So geschieht es für jene Frau, die Jesus begegnet und wieder zu leben beginnt. Und sie geht hin, um nicht mehr zu sündigen (vgl. Joh 8,11). Es ist Jesus, der uns mit der Kraft des Heiligen Geistes vom Bösen befreit, das wir in uns tragen, von der Sünde, welche das Gesetz behindern, aber nicht entfernen konnte.

Und doch ist das Böse stark, es hat eine verführerische Macht: es zieht an, es betört. Um uns davon zu lösen, genügt unser Bemühen nicht, es bedarf einer größeren Liebe. Ohne Gott kann man das Böse nicht besiegen: Nur seine Liebe richtet innerlich wieder auf, nur seine ins Herz ausgegossene Zärtlichkeit macht uns frei. Wenn wir die Befreiung vom Bösen wollen, müssen wir dem Herrn Raum geben, der verzeiht und heilt. Und er tut es vor allem durch das Sakrament, das wir gleich feiern werden. Die Beichte ist der Übergang von der Erbärmlichkeit zum Erbarmen, sie ist die Schrift Gottes auf dem Herzen. Dort lesen wir jedes Mal, dass wir in den Augen Gottes kostbar sind, dass er Vater ist und uns mehr liebt, als wir selbst uns lieben.

»Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und das Erbarmen«. Nur sie. Wie oft fühlen wir uns allein und verlieren den Faden des Lebens. Wie oft wissen wir nicht mehr, wie wir von neuem beginnen sollen, weil wir von der Anstrengung, uns selbst anzunehmen, erdrückt werden. Wir müssen von vorne beginnen, aber wir wissen nicht von wo aus. Der Christ wird mit der Vergebung geboren, die er in der Taufe empfängt. Und er wird immer von da aus wiedergeboren: von der überraschenden Vergebung Gottes, von seinem Erbarmen, das uns wiederherstellt. Nur als solche, die Vergebung empfangen haben, können wir neu gestärkt wieder aufbrechen, nachdem wir die Freude erfahren haben, vom Vater vollkommen geliebt zu sein. Nur durch die Vergebung Gottes geschehen wahrhaft neue Dinge in uns. Hören wir nochmals den Satz, den der Herr heute durch den Propheten Jesaja zu uns gesprochen hat: »Siehe, nun mache ich etwas Neues« (Jes 43,19). Die Vergebung schenkt uns einen neuen Anfang, sie macht uns zu neuen Geschöpfen, sie lässt uns das neue Leben mit Händen greifen. Die Vergebung Gottes ist nicht eine Fotokopie, die jedes Mal, wenn wir in den Beichtstuhl kommen, identisch vervielfältigt wird. Durch den Priester die Vergebung der Sünden zu erhalten ist eine stets neue, ursprüngliche und unnachahmliche Erfahrung. Sie führt uns, wie bei der Frau im Evangelium, vom Alleinsein mit unserer Erbärmlichkeit und unseren Anklägern dahin, dass wir vom Herrn wiederaufgerichtet und ermutigt werden, der uns neu beginnen lässt.

»Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und das Erbarmen.« Was soll man tun, um das Erbarmen ins Herz zu schließen, um die Angst vor der Beichte zu überwinden? Nehmen wir wiederum die Einladung Jesajas an: »Merkt ihr es nicht?« (Jes 43,19). Der Vergebung Gottes gewahr werden. Das ist wichtig. Es wäre schön, nach der Beichte wie jene Frau den Blick fest auf Jesus gerichtet zu halten, der uns gerade befreit hat: nicht mehr auf unsere Erbärmlichkeit, sondern auf sein Erbarmen. Auf den Gekreuzigten schauen und mit Erstaunen sagen: „Hier sind also meine Sünden gelandet. Du hast sie auf dich genommen. Du hast nicht mit dem Finger auf mich gezeigt, du hast die Arme ausgebreitet und mir wieder vergeben.“ Es ist wichtig, der Vergebung Gottes zu gedenken, sich an deren Zärtlichkeit zu erinnern, deren Frieden und Freiheit wieder zu kosten, die wir erfahren haben. Denn das ist der Kern der Beichte: nicht die Sünden, die wir sagen, sondern die göttliche Liebe, die wir empfangen und der wir stets bedürfen. Es kann uns noch ein Zweifel kommen: „Beichten nützt nichts, ich begehe immer die gleichen Sünden.“ Aber der Herr kennt uns, er weiß, dass der innere Kampf hart ist, dass wir schwach sind und dazu neigen zu fallen, oftmals rückfällig sind und Böses tun. Und er bietet uns an, damit zu beginnen, im Guten rückfällig zu sein, im Bitten um Erbarmen. Denn er wird uns wiederaufrichten und uns zu neuen Geschöpfen machen. Beginnen wir also wieder mit der Beichte, geben wir diesem Sakrament den Platz zurück, den es im Leben und in der Pastoral verdient!

»Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und das Erbarmen.« Auch wir erleben heute diese Heilsbegegnung in der Beichte: wir mit unserer Erbärmlichkeit und unserer Sünde; der Herr, der uns kennt, liebt und vom Bösen befreit. Treten wir in diese Begegnung ein mit der Bitte um die Gnade, sie wiederzuentdecken.

[00526-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

«Quedaron solo ellos dos: la miserable y la misericordia» (In Io. Ev. tract. 33,5). Así encuadra san Agustín el final del Evangelio que hemos escuchado recientemente. Se fueron los que habían venido para arrojar piedras contra la mujer o para acusar a Jesús siguiendo la Ley. Se fueron, no tenían otros intereses. En cambio, Jesús se queda. Se queda, porque se ha quedado lo que es precioso a sus ojos: esa mujer, esa persona. Para él, antes que el pecado está el pecador. Yo, tú, cada uno de nosotros estamos antes en el corazón de Dios: antes que los errores, que las reglas, que los juicios y que nuestras caídas. Pidamos la gracia de una mirada semejante a la de Jesús, pidamos tener el enfoque cristiano de la vida, donde antes que el pecado veamos con amor al pecador, antes que los errores a quien se equivoca, antes que la historia a la persona.

«Quedaron solo ellos dos: la miserable y la misericordia». Para Jesús, esa mujer sorprendida en adulterio no representa un parágrafo de la Ley, sino una situación concreta en la que implicarse. Por eso se queda allí, en silencio. Y mientras tanto realiza dos veces un gesto misterioso: «escribe con el dedo en el suelo» (Jn 8,6.8). No sabemos qué escribió, y quizás no es lo más importante: el Evangelio resalta el hecho de que el Señor escribe. Viene a la mente el episodio del Sinaí, cuando Dios había escrito las tablas de la Ley con su dedo (cf. Ex 31,18), tal como hace ahora Jesús. Más tarde Dios, por medio de los profetas, prometió que no escribiría más en tablas de piedra, sino directamente en los corazones (cf. Jr 31,33), en las tablas de carne de nuestros corazones (cf. 2 Co 3,3). Con Jesús, misericordia de Dios encarnada, ha llegado el momento de escribir en el corazón del hombre, de dar una esperanza cierta a la miseria humana: de dar no tanto leyes exteriores, que a menudo dejan distanciados a Dios y al hombre, sino la ley del Espíritu, que entra en el corazón y lo libera. Así sucede con esa mujer, que encuentra a Jesús y vuelve a vivir. Y se marcha para no pecar más (cf. Jn 8,11). Jesús es quien, con la fuerza del Espíritu Santo, nos libra del mal que tenemos dentro, del pecado que la Ley podía impedir, pero no eliminar.

Sin embargo, el mal es fuerte, tiene un poder seductor: atrae, cautiva. Para apartarse de él no basta nuestro esfuerzo, se necesita un amor más grande. Sin Dios no se puede vencer el mal: solo su amor nos conforta dentro, solo su ternura derramada en el corazón nos hace libres. Si queremos la liberación del mal hay que dejar actuar al Señor, que perdona y sana. Y lo hace sobre todo a través del sacramento que estamos por celebrar. La confesión es el paso de la miseria a la misericordia, es la escritura de Dios en el corazón. Allí leemos que somos preciosos a los ojos de Dios, que él es Padre y nos ama más que nosotros mismos.

«Quedaron solo ellos dos: la miserable y la misericordia». Solo ellos. Cuántas veces nos sentimos solos y perdemos el hilo de la vida. Cuántas veces no sabemos ya cómo recomenzar, oprimidos por el cansancio de aceptarnos. Necesitamos comenzar de nuevo, pero no sabemos desde dónde. El cristiano nace con el perdón que recibe en el Bautismo. Y renace siempre de allí: del perdón sorprendente de Dios, de su misericordia que nos restablece. Solo sintiéndonos perdonados podemos salir renovados, después de haber experimentado la alegría de ser amados plenamente por el Padre. Solo a través del perdón de Dios suceden cosas realmente nuevas en nosotros. Volvamos a escuchar una frase que el Señor nos ha dicho por medio del profeta Isaías: «Realizo algo nuevo» (Is 43,18). El perdón nos da un nuevo comienzo, nos hace criaturas nuevas, nos hace ser testigos de la vida nueva. El perdón no es una fotocopia que se reproduce idéntica cada vez que se pasa por el confesionario. Recibir el perdón de los pecados a través del sacerdote es una experiencia siempre nueva, original e inimitable. Nos hace pasar de estar solos con nuestras miserias y nuestros acusadores, como la mujer del Evangelio, a sentirnos liberados y animados por el Señor, que nos hace empezar de nuevo.

«Quedaron solo ellos dos: la miserable y la misericordia». ¿Qué hacer para dejarse cautivar por la misericordia, para superar el miedo a la confesión? Escuchemos de nuevo la invitación de Isaías: «¿No lo reconocéis?» (Is 43,18). Reconocer el perdón de Dios es importante. Sería hermoso, después de la confesión, quedarse como aquella mujer, con la mirada fija en Jesús que nos acaba de liberar: Ya no en nuestras miserias, sino en su misericordia. Mirar al Crucificado y decir con asombro: “Allí es donde han ido mis pecados. Tú los has cargado sobre ti. No me has apuntado con el dedo, me has abierto los brazos y me has perdonado otra vez”. Es importante recordar el perdón de Dios, recordar la ternura, volver a gustar la paz y la libertad que hemos experimentado. Porque este es el corazón de la confesión: no los pecados que decimos, sino el amor divino que recibimos y que siempre necesitamos. Sin embargo, nos puede asaltar una duda: “no sirve confesarse, siempre cometo los mismos pecados”. Pero el Señor nos conoce, sabe que la lucha interior es dura, que somos débiles y propensos a caer, a menudo reincidiendo en el mal. Y nos propone comenzar a reincidir en el bien, en pedir misericordia. Él será quien nos levantará y convertirá en criaturas nuevas. Entonces reemprendamos el camino desde la confesión, devolvamos a este sacramento el lugar que merece en nuestra vida y en la pastoral.

«Quedaron solo ellos dos: la miserable y la misericordia». También nosotros vivimos hoy en la confesión este encuentro de salvación: nosotros, con nuestras miserias y nuestro pecado; el Señor, que nos conoce, nos ama y nos libera del mal. Entremos en este encuentro, pidiendo la gracia de redescubrirlo.

[00526-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia» (Santo Agostinho, In Johannis 33, 5): assim interpreta Santo Agostinho o final do Evangelho que acabamos de ouvir. Foram-se embora aqueles que tinham vindo para atirar pedras contra a mulher ou para acusar Jesus a propósito da Lei. Foram-se embora; nada mais lhes interessava. Mas Jesus continua... E continua, porque lá ficou o que era precioso a seus olhos: aquela mulher, aquela pessoa. Para Ele, antes do pecado, vem o pecador. No coração de Deus, eu, tu cada um de nós vem em primeiro lugar; vem antes dos erros, das normas, dos juízos e das nossas quedas. Peçamos a graça dum olhar semelhante ao de Jesus; peçamos para ter o enquadramento cristão da vida: nele, antes do pecado, olhamos com amor o pecador; antes do erro, o transviado; antes do caso, a pessoa.

«Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia». Naquela mulher surpreendida em adultério, Jesus não vê uma alínea da Lei, mas uma situação concreta que O reclama. Por isso, fica ali com a mulher, mantendo-Se quase todo o tempo em silêncio; entretanto, por duas vezes, efetua um gesto misterioso: escreve com o dedo por terra (Jo 8, 8). Não sabemos o que terá escrito, e talvez não seja a coisa mais importante: a atenção do Evangelho centra-se no facto de o Senhor escrever. Vem à mente o episódio do Sinai, quando Deus escrevera as tábuas da Lei com o seu dedo (cf. Ex 31, 18), tal como faz agora Jesus. Depois, através dos profetas, Deus prometera que não mais escreveria em tábuas de pedra, mas diretamente nos corações (cf. Jr 31, 33), nas tábuas de carne dos nossos corações (cf. 2 Cor 3, 3). Com Jesus, misericórdia de Deus encarnada, chegou o momento de escrever no coração do homem, dando uma segura esperança à miséria humana: dar, não tanto leis externas que muitas vezes deixam Deus e o homem distantes, mas a lei do Espírito, que entra no coração e o liberta. Assim sucede com aquela mulher, que encontra Jesus e recomeça a viver. Segue a sua estrada, para não mais pecar (cf. Jo 8, 11). É Jesus, com a força do Espírito Santo, que nos liberta do mal que temos dentro, do pecado que a Lei podia obstaculizar, mas não remover.

E ainda assim o mal é forte, tem um poder sedutor: atrai, encandeia. Para desprender-se dele, não basta o nosso esforço, é preciso um amor maior. Sem Deus, não se pode vencer o mal: só o amor d’Ele eleva por dentro; só a sua ternura, derramada no coração, é que torna livre. Se queremos a libertação do mal, temos de dar espaço ao Senhor, que perdoa e cura; e fá-lo sobretudo através do Sacramento que estamos prestes a celebrar. A Confissão é a passagem da miséria à misericórdia, é a escrita de Deus no coração. Sempre que nos abeiramos dela, lemos que somos preciosos aos olhos de Deus, que Ele é Pai e ama-nos mais de quanto nos amamos a nós mesmos.

«Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia». Só eles… Quantas vezes nos sentimos sozinhos e perdemos o encadeamento da vida! Muitas vezes já não sabemos como recomeçar, cansados de nos aceitarmos. Temos necessidade de começar do princípio, mas não sabemos donde. O cristão nasce pelo perdão, que recebe no Batismo; e daqui é que sempre renasce: do perdão arrebatador de Deus, da sua misericórdia que nos restaura. Só como perdoados podemos recomeçar revigorados, depois de termos experimentado a alegria de ser amados até ao extremo pelo Pai. Só através do perdão de Deus é que acontecem em nós coisas verdadeiramente novas. Pensemos na frase que o Senhor nos disse hoje, através do profeta Isaías: «Vou realizar algo de novo» (43, 19). O perdão proporciona-nos um novo começo, torna-nos criaturas novas, faz-nos palpar a vida nova. O perdão de Deus não é uma fotocópia que se reproduz idêntica em cada passagem pelo confessionário. Receber o perdão dos pecados, através do sacerdote, é uma experiência sempre nova, original e inimitável. Da situação de estar sozinhos com as nossas misérias e os nossos acusadores, como a mulher do Evangelho, faz-nos passar ao estado de erguidos e encorajados pelo Senhor, que nos faz recomeçar.

«Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia». Que fazer para me afeiçoar à misericórdia, para superar o medo da Confissão? Acolhamos o sucessivo convite de Isaías: «Não o notais?» (43, 19). Notar, dar-se conta do perdão de Deus. É importante. Seria bom, depois da Confissão, permanecer – como aquela mulher – com o olhar fixo em Jesus, que acabou de nos libertar: fixo, não mais nas nossas misérias, mas na sua misericórdia. Fixar o Crucificado e exclamar maravilhados: «Eis aonde foram parar os meus pecados! Tomaste-los sobre Vós... Não me apontastes o dedo acusador, mas abristes-me os braços e mais uma vez me perdoastes». É importante recordar o perdão de Deus, lembrar a sua ternura, saborear de novo a paz e a liberdade que experimentamos. Com efeito, isto é o coração da Confissão: não os pecados que dizemos, mas o amor divino que recebemos e do qual sempre precisamos. Entretanto há ainda uma dúvida que nos pode vir: «Não vale a pena confessar-se! Volto sempre aos pecados habituais». Mas o Senhor conhece-nos, sabe que a luta interior é difícil, que somos fracos e propensos a cair muitas vezes reincidentes na prática do mal. Então propõe-nos começar a ser reincidentes no bem, no pedido de misericórdia. Será Ele a erguer-nos, fazendo de nós criaturas novas. Recomecemos, pois, da Confissão, devolvamos a este sacramento o lugar que merece na vida e na pastoral!

«Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia». Também hoje vivemos, na Confissão, este encontro de salvação: nós, com as nossas misérias e o nosso pecado; o Senhor, que nos conhece, ama e liberta do mal. Avancemos para este encontro, pedindo a graça de o redescobrir.

[00526-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua araba

عظة قداسة البابا فرنسيس

رتبة التوبة – "24 ساعة للربّ"

29 آذار 2019

"بقي الاثنان فقط: البائسة والرحمة". فإن المرأة التي أُخِذَت في زنى، بالنسبة إلى يسوع، لا تمثّل فقرة من الشريعة، إنما وضعًا ملموسًا يشارك فيه. ولذلك بقي هناك مع المرأة، وبصمت شبه دائم. وفي الوقت نفسه قام مرّتين بعمل غامض: كتب بإصبعه على الأرض (يو 8، 8). لا نعرف ما كتبه وربما ليس هو الشيء الأهمّ: فاهتمام الإنجيل اتّجه في الواقع نحو الربّ الذي يكتب. يتبادر هنا إلى الأذهان حدث سيناء، عندما كتب الله لوحات الشريعة بإصبعه (را. خر 31، 18)، تمامًا كما فعل يسوع الآن. وعد الله، في وقت لاحق، من خلال الأنبياء، بأنه لن يكتب بعد الآن على ألواح حجريّة، ولكن مباشرة على قلوبنا (را. إر 31، 33)، على لوحات لحم قلوبنا (را. 2 قور 3، 3). وقد حان الوقت مع يسوع، الذي يجسّد رحمة الله، ليكتب في قلب الإنسان، لإعطاء بعض الرجاء للبؤس البشري: لإعطاء، ليس الكثير من القوانين الخارجية، التي كثيرًا ما تجعل مسافة بين الله والإنسان، إنما شريعة الروح التي تدخل القلب وتحرّره. هذا ما حدث لتلك المرأة التي قابلت يسوع واستأنفت حياتها. وذهبت حتى لا تخطئ بعد الآن (را. يوا 8، 11). إن يسوع هو الذي يحرّرنا، بقوّة الروح القدس، من الشرّ الذي بداخلنا، ومن الخطيئة التي كانت الشريعة تعرقلها ولكن لم تكن قادرة على إزالتها.

ومع ذلك، فإن الشرّ قويّ، وله قدرة مغرية: إنه يجذب، يسحر. وكي ننفصل عنه لا يكفي التزامنا، إننا بحاجة إلى حبّ أكبر. بدون الله، لا يمكننا التغلّب على الشرّ: وحده حبّ الله يقيمنا من الداخل، وحده حنانه المسكوب في القلب يحرّرنا. إذا أردنا التحرّر من الشرّ، يجب إعطاء المجال للربّ، الذي يغفر ويشفي. وهو يفعل ذلك قبل كلّ شيء من خلال السرّ الذي نستعدّ للاحتفال به الآن. سرّ الاعتراف هو العبور من البؤس إلى الرحمة، إنه كتابة الله على القلب. فيه نقرأ كلّ مرّة أننا ثمينين في نظر الله، وأنه أب ويحبّنا أكثر مما نحبّ أنفسنا.

"بقي الاثنان فقط: البائسة والرحمة". هما فقط. كم من مرّة نشعر بالوحدة ونفقد مسار الحياة. كم من مرّة لا نعرف كيف نبدأ من جديد، يرهقنا تعب قبول أنفسنا. نحتاج لأن نبدأ من جديد، لكننا لا نعرف من أين. المسيحي يولد مع المغفرة التي ينالها في المعموديّة. ومنها يولد دومًا مجدّدا: من غفران الله المفاجئ، من رحمته التي تشفينا. من المغفرة وحدها يمكننا أن ننتعش مرّة أخرى، بعد أن نختبر فرح حبّ الآب لنا حتى النهاية. ولا تحدث فينا أشياء جديدة حقًّا إلّا من خلال مغفرة الله. لنستمع مجدّدًا إلى عبارة قالها لنا الربّ اليوم من خلال النبيّ أشعيا: "هاءَنَذا آتي بالجَديد" (أش 43، 19). فالغفران يمنحنا بداية جديدة، يجعلنا مخلوقات جديدة، يجعلنا نلمس الحياة الجديدة بأيدينا. إن مغفرة الله ليست نسخة تعيد نفسها كلّما مررنا بكرسي الاعتراف. فنيل مغفرة الخطايا عبر الكاهن إنما هي تجربة جديدة على الدوام، أصيلة ولا تُعاد. تجعلنا ننتقل من كوننا وحدنا مع بؤسنا ومتّهمينا، مثل المرأة في الإنجيل، إلى كوننا مُعزّين ومُشجّعين من قِبَلِ الربّ، الذي يجعلنا نبدأ من جديد.

"بقي الاثنان فقط: البائسة والرحمة". ما يجب أن نصنع كي نرتبط بالرحمة، كي نتغلّب على الخوف من الاعتراف؟ لنقبل مجدّدا دعوة أشعيا: "أَفلا تَعرِفونَه؟" (أش 43، 19). أن ندرك مغفرة الله. إنه أمر مهمّ. من الجميل أن نبقى، بعد الاعتراف، مثل تلك المرأة، وأعيننا تحدق بيسوع الذي حرّرنا للتوّ: لا على بؤسنا، بل على رحمته. نحدق بالصليب ونقول بذهول: "ها هو المكان حيث ذهبت خطاياي. أخذتها عليك. أنت لم توجّه إصبعك نحوي، لقد فتحت ذراعيك وغفرت لي مرّة أخرى". من المهمّ أن نتذكّر مغفرة الله، أن نتذكّر حنانه، لاستعادة السلام والحرّية اللذين مررنا بهما. لأن هذا هو محور الاعتراف: لا الخطايا التي نقولها، ولكن الحبّ الإلهي الذي نتلقّاه والذي نحتاجه دائمًا. ربما لا يزال هناك شكّ في أنه: "لا فائدة من الاعتراف، فأنا أعيد دومًا الخطايا نفسها". لكن الربّ يعرفنا، إنه يعلم أن النضال الداخليّ صعب، وأننا ضعفاء ونميل للسقوط، وغالبًا ما نعود إلى صنع الشرّ. ويقترح علينا أن نبدأ في العودة إلى عمل الخير، في طلب الرحمة. وسوف يعزّينا بنفسه، ويجعلنا مخلوقات جديدة. لننطلق مجدّدًا من الاعتراف، ونعيد إلى هذا السرّ المكانة التي يستحقّها في الحياة والأنشطة الرعوية!

"بقي الاثنان فقط: البائسة والرحمة". نعيش اليوم أيضًا هذا اللقاء الخلاصيّ في الاعتراف: نحن مع بؤسنا وخطايانا. والربّ، الذي يعرفنا، يحبّنا ويخلّصنا من الشرّ. لندخل في هذا اللقاء، ونطلب نعمة إعادة اكتشافه.

[00526-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0264-XX.02]