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Messaggio del Santo Padre per la 56ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 09.03.2019


Messaggio del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Il 12 maggio 2019, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 56.ma Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema: Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato per l’occasione ai Vescovi, ai sacerdoti, ai consacrati ed ai fedeli di tutto il mondo:

Messaggio del Santo Padre

Il coraggio di rischiare per la promessa di Dio

Cari fratelli e sorelle,

dopo aver vissuto, nell’ottobre scorso, l’esperienza vivace e feconda del Sinodo dedicato ai giovani, abbiamo da poco celebrato a Panamá la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù. Due grandi appuntamenti, che hanno permesso alla Chiesa di porgere l’orecchio alla voce dello Spirito e anche alla vita dei giovani, ai loro interrogativi, alle stanchezze che li appesantiscono e alle speranze che li abitano.

Proprio riprendendo quanto ho avuto modo di condividere con i giovani a Panamá, in questa Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni vorrei riflettere su come la chiamata del Signore ci rende portatori di una promessa e, nello stesso tempo, ci chiede il coraggio di rischiare con Lui e per Lui. Vorrei soffermarmi brevemente su questi due aspetti – la promessa e il rischio – contemplando insieme a voi la scena evangelica della chiamata dei primi discepoli presso il lago di Galilea (Mc 1,16-20).

Due coppie di fratelli – Simone e Andrea insieme a Giacomo e Giovanni – stanno svolgendo il loro lavoro quotidiano di pescatori. In questo mestiere faticoso, essi hanno imparato le leggi della natura, e qualche volta hanno dovuto sfidarle quando i venti erano contrari e le onde agitavano le barche. In certe giornate, la pesca abbondante ripagava la dura fatica, ma, altre volte, l’impegno di tutta una notte non bastava a riempire le reti e si tornava a riva stanchi e delusi.

Sono queste le situazioni ordinarie della vita, nelle quali ciascuno di noi si misura con i desideri che porta nel cuore, si impegna in attività che spera possano essere fruttuose, procede nel “mare” di molte possibilità in cerca della rotta giusta che possa appagare la sua sete di felicità. Talvolta si gode di una buona pesca, altre volte, invece, bisogna armarsi di coraggio per governare una barca sballottata dalle onde, oppure fare i conti con la frustrazione di trovarsi con le reti vuote.

Come nella storia di ogni chiamata, anche in questo caso accade un incontro. Gesù cammina, vede quei pescatori e si avvicina… È successo così con la persona con cui abbiamo scelto di condividere la vita nel matrimonio, o quando abbiamo sentito il fascino della vita consacrata: abbiamo vissuto la sorpresa di un incontro e, in quel momento, abbiamo intravisto la promessa di una gioia capace di saziare la nostra vita. Così, quel giorno, presso il lago di Galilea, Gesù è andato incontro a quei pescatori, spezzando la «paralisi della normalità» (Omelia nella XXII Giornata Mondiale della Vita Consacrata, 2 febbraio 2018). E subito ha rivolto a loro una promessa: «Vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17).

La chiamata del Signore allora non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una “gabbia” o un peso che ci viene caricato addosso. Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante.

Il desiderio di Dio, infatti, è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio, non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato. Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare. Se qualche volta ci fa sperimentare una “pesca miracolosa”, è perché vuole farci scoprire che ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande, e che la vita non deve restare impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore. La vocazione, insomma, è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto.

Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta. I primi discepoli, sentendosi chiamati da Lui a prendere parte a un sogno più grande, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18). Ciò significa che per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva; ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita. In sostanza, quando siamo posti dinanzi al vasto mare della vocazione, non possiamo restare a riparare le nostre reti, sulla barca che ci dà sicurezza, ma dobbiamo fidarci della promessa del Signore.

Penso anzitutto alla chiamata alla vita cristiana, che tutti riceviamo con il Battesimo e che ci ricorda come la nostra vita non sia frutto del caso, ma il dono dell’essere figli amati dal Signore, radunati nella grande famiglia della Chiesa. Proprio nella comunità ecclesiale l’esistenza cristiana nasce e si sviluppa, soprattutto grazie alla Liturgia, che ci introduce all’ascolto della Parola di Dio e alla grazia dei Sacramenti; è qui che, fin dalla tenera età, siamo avviati all’arte della preghiera e alla condivisione fraterna. Proprio perché ci genera alla vita nuova e ci porta a Cristo, la Chiesa è nostra madre; perciò, dobbiamo amarla anche quando scorgiamo sul suo volto le rughe della fragilità e del peccato, e dobbiamo contribuire a renderla sempre più bella e luminosa, perché possa essere testimonianza dell’amore di Dio nel mondo.

La vita cristiana, poi, trova la sua espressione in quelle scelte che, mentre danno una direzione precisa alla nostra navigazione, contribuiscono anche alla crescita del Regno di Dio nella società. Penso alla scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia, così come alle altre vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni, all’impegno nel campo della carità e della solidarietà, alle responsabilità sociali e politiche, e così via. Si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio.

Nell’incontro con il Signore qualcuno può sentire il fascino di una chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio ordinato. Si tratta di una scoperta che entusiasma e al tempo stesso spaventa, sentendosi chiamati a diventare “pescatori di uomini” nella barca della Chiesa attraverso un’offerta totale di sé stessi e l’impegno di un servizio fedele al Vangelo e ai fratelli. Questa scelta comporta il rischio di lasciare tutto per seguire il Signore e di consacrarsi completamente a Lui, per diventare collaboratori della sua opera. Tante resistenze interiori possono ostacolare una decisione del genere, così come in certi contesti molto secolarizzati, in cui sembra non esserci più posto per Dio e per il Vangelo, ci si può scoraggiare e cadere nella «stanchezza della speranza» (Omelia nella Messa con sacerdoti, consacrati e movimenti laicali, Panamá, 26 gennaio 2019).

Eppure, non c’è gioia più grande che rischiare la vita per il Signore! In particolare a voi, giovani, vorrei dire: non siate sordi alla chiamata del Signore! Se Egli vi chiama per questa via, non tirate i remi in barca e fidatevi di Lui. Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino.

Carissimi, non è sempre facile discernere la propria vocazione e orientare la vita nel modo giusto. Per questo, c’è bisogno di un rinnovato impegno da parte di tutta la Chiesa – sacerdoti, religiosi, animatori pastorali, educatori – perché si offrano, soprattutto ai giovani, occasioni di ascolto e di discernimento. C’è bisogno di una pastorale giovanile e vocazionale che aiuti la scoperta del progetto di Dio, specialmente attraverso la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica e l’accompagnamento spirituale.

Come è emerso più volte durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Panamá, dobbiamo guardare a Maria. Anche nella storia di questa ragazza, la vocazione è stata nello stesso tempo una promessa e un rischio. La sua missione non è stata facile, eppure lei non ha permesso alla paura di prendere il sopravvento. Il suo «è stato il “sì” di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. E domando a ognuno di voi: vi sentite portatori di una promessa? Quale promessa porto nel cuore, da portare avanti? Maria, indubbiamente, avrebbe avuto una missione difficile, ma le difficoltà non erano un motivo per dire “no”. Certo che avrebbe avuto complicazioni, ma non sarebbero state le stesse complicazioni che si verificano quando la viltà ci paralizza per il fatto che non abbiamo tutto chiaro o assicurato in anticipo» (Veglia con i giovani, Panamá, 26 gennaio 2019).

In questa Giornata, ci uniamo in preghiera chiedendo al Signore di farci scoprire il suo progetto d’amore sulla nostra vita, e di donarci il coraggio di rischiare sulla strada che Egli da sempre ha pensato per noi.

Dal Vaticano, 31 gennaio 2019, Memoria di San Giovanni Bosco

FRANCESCO

[00408-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Le courage de risquer pour la promesse de Dieu

Chers frères et sœurs,

après avoir vécu, en octobre dernier, l’expérience dynamique et féconde du Synode dédié aux jeunes, nous avons récemment célébré à Panamá les 34èmes Journées mondiales de la Jeunesse. Deux grands rendez-vous, qui ont permis à l’Eglise de tendre l’oreille à la voix de l’Esprit et aussi à la vie des jeunes, à leurs interrogations, aux lassitudes qui les accablent et aux espérances qui les habitent.

En reprenant justement ce que j’ai eu l’occasion de partager avec les jeunes à Panamá, en cette Journée mondiale de prière pour les Vocations, je voudrais réfléchir sur la manière dont l’appel du Seigneur nous rend porteurs d’une promesse et, en même temps, nous demande le courage de risquer avec Lui et pour Lui. Je voudrais m’arrêter brièvement sur ces deux aspects – la promesse et le risque – en contemplant avec vous la scène évangélique de l’appel des premiers disciples près du lac de Galilée (Mc 1, 16-20).

Deux couples de frères – Simon et André avec Jacques et Jean – sont en train d’accomplir leur travail quotidien de pêcheurs. Dans ce dur métier, ils ont appris les lois de la nature, et quelquefois ils ont dû la défier quand les vents étaient contraires et que les vagues agitaient les barques. Certains jours, la pêche abondante récompensait la grande fatigue, mais d’autres fois, l’effort de toute une nuit ne suffisait pas à remplir les filets et on revenait sur le rivage fatigués et déçus.

Ce sont là les situations ordinaires de la vie, dans lesquelles chacun de nous se mesure avec les désirs qu’il porte dans le cœur, se consacre à des activités qu’il espère pouvoir être fructueuses, avance dans la “mer” de différentes manières à la recherche de la route juste qui puisse étancher sa soif de bonheur. Parfois il jouit d’une bonne pêche, d’autres fois, au contraire, il doit s’armer de courage pour tenir le gouvernail d’une barque ballottée par les vagues, ou faire face à la frustration de se retrouver avec les filets vides.

Comme dans l’histoire de chaque appel, même dans ce cas une rencontre survient. Jésus marche, il voit ces pêcheurs et s’approche… C’est arrivé avec la personne avec laquelle nous avons choisi de partager la vie dans le mariage, ou quand nous avons senti l’attrait pour la vie consacrée: nous avons vécu la surprise d’une rencontre et, à ce moment, nous avons entrevu la promesse d’une joie capable de combler notre vie. Ainsi, ce jour-là, près du lac de Galilée, Jésus est allé à la rencontre de ces pêcheurs, rompant la «paralysie de la normalité» (Homélie de la XXIIème Journée mondiale de la vie consacrée, 2 février 2018). Et tout de suite il leur adresse une promesse: «Je vous ferai devenir pêcheurs d’hommes» (Mc 1,17).

L’appel du Seigneur alors n’est pas une ingérence de Dieu dans notre liberté; ce n’est pas une “cage” ou un poids qui nous est mis sur le dos. C’est au contraire l’initiative amoureuse avec laquelle Dieu vient à notre rencontre et nous invite à entrer dans un grand projet dont il veut nous rendre participants, visant l’horizon d’une mer plus vaste et d’une pêche surabondante.

Le désir de Dieu, en effet, est que notre vie ne devienne pas prisonnière de l’évidence, ne soit pas entraînée par inertie dans les habitudes quotidiennes et ne reste pas inerte devant ces choix qui pourraient lui donner une signification. Le Seigneur ne veut pas que nous nous résignions à vivre au jour le jour en pensant que, au fond, il n’y a rien pour quoi il vaille la peine de s’engager avec passion et en éteignant l’inquiétude intérieure pour chercher de nouvelles routes à notre navigation. Si quelquefois il nous fait expérimenter une “pêche miraculeuse”, c’est parce qu’il veut nous faire découvrir que chacun de nous est appelé – de façons diverses – à quelque chose de grand, et que la vie ne doit pas rester empêtrée dans les filets du non-sens et de ce qui anesthésie le cœur. La vocation, en somme, est une invitation à ne pas nous arrêter sur le rivage avec les filets à la main, mais à suivre Jésus au long de la route qu’il a pensée pour nous, pour notre bonheur et pour le bien de ceux qui sont autour de nous.

Naturellement, embrasser cette promesse demande le courage de risquer un choix. Les premiers disciples, en se sentant appelés par lui à prendre part à un rêve plus grand, «aussitôt, laissant leurs filets, le suivirent» (Mc 1, 18). Cela signifie que pour accueillir l’appel du Seigneur il convient de se mettre en jeu avec tout soi-même et de courir le risque d’affronter un défi inédit; il faut laisser tout ce qui voudrait nous tenir attachés à notre petite barque, nous empêchant de faire un choix définitif; il nous est demandé cette audace qui nous pousse avec force à la découverte du projet que Dieu a sur notre vie. En substance, lorsque nous sommes placés face à la vaste mer de la vocation, nous ne pouvons pas rester à réparer nos filets sur la barque qui nous donne sécurité, mais nous devons nous fier à la promesse du Seigneur.

Je pense surtout à l’appel à la vie chrétienne, que tous nous recevons au Baptême et qui nous rappelle comment notre vie n’est pas le fruit d’un hasard, mais le don du fait d’être des enfants aimés du Seigneur, rassemblés dans la grande famille de l’Eglise. L’existence chrétienne naît et se développe justement dans la communauté ecclésiale, surtout grâce à la Liturgie, qui nous introduit à l’écoute de la Parole de Dieu et à la grâce des sacrements; c’est là que, depuis le plus jeune âge, nous sommes initiés à l’art de la prière et au partage fraternel. C’est justement parce qu’elle nous engendre à la vie nouvelle et nous conduit au Christ que l’Eglise est notre mère; c’est pourquoi nous devons l’aimer également lorsque nous découvrons sur son visage les rides de la fragilité et du péché, et nous devons contribuer à la rendre toujours plus belle et lumineuse, afin qu’elle puisse être témoin de l’amour de Dieu dans le monde.

La vie chrétienne, ensuite, trouve son expression dans ces choix qui, tandis qu’ils donnent une direction précise à notre navigation, contribuent aussi à la croissance du Royaume de Dieu dans la société. Je pense au choix de s’épouser dans le Christ et de former une famille, ainsi qu’aux autres vocations liées au monde du travail et des métiers, à l’engagement dans le domaine de la charité et de la solidarité, aux responsabilités sociales et politiques, et ainsi de suite. Il s’agit de vocations qui nous rendent porteurs d’une promesse de bien, d’amour et de justice non seulement pour nous-mêmes, mais aussi pour les contextes sociaux et culturels dans lesquels nous vivons, qui ont besoin de chrétiens courageux et d’authentiques témoins du Royaume de Dieu.

Dans la rencontre avec le Seigneur certains peuvent sentir l’attrait d’un appel à la vie consacrée ou au sacerdoce ordonné. Il s’agit d’une découverte qui enthousiasme et qui en même temps fait peur, se sentant appelés à devenir “pêcheurs d’hommes» dans la barque de l’Eglise à travers une offrande totale de soi-même et l’engagement d’un service fidèle à l’Evangile et aux frères. Ce choix comporte le risque de tout laisser pour suivre le Seigneur et de se consacrer complètement à lui pour devenir collaborateurs de son œuvre. De nombreuses résistances intérieures peuvent empêcher une décision de ce genre, comme aussi dans certains contextes très sécularisés, où il semble ne plus y avoir de place pour Dieu et pour l’Evangile, on peut se décourager et tomber dans la «lassitude de l’espérance» (Homélie de la messe avec les prêtres, consacrés et mouvements laïcs, Panamá, 26 janvier 2019).

Pourtant il n’y a pas de joie plus grande que de risquer sa vie pour le Seigneur! En particulier à vous, les jeunes,je voudrais dire : ne soyez pas sourds à l’appel du Seigneur! S’il vous appelle pour ce chemin, ne tirez pas votre épingle du jeu et faites-lui confiance. Ne vous laissez pas contaminer par la peur, qui nous paralyse devant les hauts sommets que le Seigneur nous propose. Rappelez-vous toujours que, à ceux qui laissent les filets et la barque pour le suivre, le Seigneur promet la joie d’une vie nouvelle, qui comble le cœur et anime le chemin.

Très chers, il n’est pas toujours facile de discerner sa vocation et d’orienter sa vie d’une façon juste. Pour cela, il faut un engagement renouvelé de la part de toute l’Eglise – prêtres, personnes consacrées, animateurs pastoraux, éducateurs – afin que s’offrent, surtout aux jeunes, des occasions d’écoute et de discernement. Il faut une pastorale pour les jeunes et les vocations qui aide à la découverte du projet de Dieu, spécialement à travers la prière, la méditation de la Parole de Dieu, l’adoration eucharistique et l’accompagnement spirituel.

Comme cela s’est présenté plusieurs fois durant les Journées mondiales de la Jeunesse de Panamá, nous devons regarder Marie. Dans l’histoire de cette jeune fille, la vocation a été aussi en même temps une promesse et un risque. Sa mission n’a pas été facile, pourtant elle n’a pas permis à la peur de prendre le dessus. Son “oui” a été«le “oui” de celle qui veut s’engager et risquer, de celle qui veut tout parier, sans autre sécurité que la certitude de savoir qu’elle était porteuse d’une promesse. Et je demande à chacun de vous: vous sentez-vous porteurs d’une promesse? Quelle promesse est-ce que je porte dans le cœur, à réaliser? Marie, sans aucun doute, aura eu une mission difficile, mais les difficultés n’étaient pas une raison pour dire “non”. Certes elle aura des difficultés, mais ce ne seront pas les mêmes difficultés qui apparaissent quand la lâcheté nous paralyse du fait que tout n’est pas clair ni assuré par avance» (Veillée pour les jeunes, Panama, 26 janvier 2019).

En cette Journée, unissons-nous dans la prière en demandant au Seigneur de nous faire découvrir son projet d’amour sur notre vie, et de nous donner le courage de risquer sur la route qu’il a depuis toujours pensée pour nous.

Du Vatican, le 31 janvier 2019, Mémoire de saint Jean Bosco.

FRANÇOIS

[00408-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The courage to take a risk for God’s promise

Dear Brothers and Sisters,

After the lively and fruitful experience of the Synod devoted to young people last October, we recently celebrated the Thirty-fourth World Youth Day in Panama City. These two great events allowed the Church to be attentive both to the voice of the Spirit and to the life of young men and women, their questions and concerns, their problems and their hopes.

Building on what I shared with the young people in Panama, I would like to reflect, on this World Day of Prayer for Vocations, on how the Lord’s call makes us bearers of a promise and, at the same time, asks of us the courage to take a risk, with him and for him. I will do this by reflecting briefly with you on these two aspects – promise and risk – as they appear in the Gospel account of the calling of the first disciples by the sea of Galilee (Mk 1:16-20).

Two pairs of brothers – Simon and Andrew, and James and John – are going about their daily tasks as fishermen. In this demanding work, they had learned the laws of nature, yet at times, when the winds were adverse and waves shook their boats, they had to defy the elements. On some days, the catch of fish amply repaid their efforts, but on others, an entire night’s work was not sufficient to fill their nets, and they had to return to shore weary and disappointed.

Much of life is like that. Each of us tries to realize his or her deepest desires; we engage in activities that we hope will prove enriching, and we put out on a “sea” of possibilities in the hope of steering the right course, one that will satisfy our thirst for happiness. Sometimes we enjoy a good catch, while at others, we need courage to keep our boat from being tossed by the waves, or we are frustrated at seeing our nets come up empty.

As with every call, the Gospel speaks of an encounter. Jesus walks by, sees those fishermen, and walks up to them... The same thing happened when we met the person we wanted to marry, or when we first felt the attraction of a life of consecration: we were surprised by an encounter, and at that moment we glimpsed the promise of a joy capable of bringing fulfilment to our lives. That day, by the sea of Galilee, Jesus drew near to those fishermen, breaking through the “paralysis of routine” (Homily for the XXII World Day for Consecrated Life, 2 February 2018). And he immediately made them a promise: “I will make you fishers of men” (Mk 1:17).

The Lord’s call is not an intrusion of God in our freedom; it is not a “cage” or a burden to be borne. On the contrary, it is the loving initiative whereby God encounters us and invites us to be part of a great undertaking. He opens before our eyes the horizon of a greater sea and an abundant catch.

God in fact desires that our lives not become banal and predictable, imprisoned by daily routine, or unresponsive before decisions that could give it meaning. The Lord does not want us to live from day to day, thinking that nothing is worth fighting for, slowly losing our desire to set out on new and exciting paths. If at times he makes us experience a “miraculous catch”, it is because he wants us to discover that each of us is called – in a variety of ways – to something grand, and that our lives should not grow entangled in the nets of an ennui that dulls the heart. Every vocation is a summons not to stand on the shore, nets in hand, but to follow Jesus on the path he has marked out for us, for our own happiness and for the good of those around us.

Embracing this promise naturally demands the courage to risk making a decision. The first disciples, called by Jesus to be part of something greater, “immediately left their nets and followed him” (Mk 1:18). Responding to the Lord’s call involves putting ourselves on the line and facing a great challenge. It means being ready to leave behind whatever would keep us tied to our little boat and prevent us from making a definitive choice. We are called to be bold and decisive in seeking God’s plan for our lives. Gazing out at the vast “ocean” of vocation, we cannot remain content to repair our nets on the boat that gives us security, but must trust instead in the Lord’s promise.

I think primarily of the call to the Christian life which all of us received at Baptism. It teaches us that our life is not a fluke but rather a gift: that of being God’s beloved children, gathered in the great family of the Church. It is precisely in the ecclesial community that the Christian life is born and develops, especially through the liturgy. The liturgy introduces us to God’s word and the grace of the sacraments; from an early age, we are taught the art of prayer and fraternal sharing. In the end, the Church is our mother because she brings us to new life and leads us to Christ. So we must love her, even when we see her face marred by human frailty and sin, and we must help to make her ever more beautiful and radiant, so that she can bear witness to God’s love in the world.

The Christian life thus finds expression in those decisions that, while giving a precise direction to our personal journey, also contribute to the growth of God’s kingdom in our world. I think of the decision to marry in Christ and to form a family, as well as all those other vocations associated with work and professional life, with the commitment to charity and solidarity, with social and political responsibilities, and so forth. These vocations make us bearers of a promise of goodness, love and justice, not only for ourselves but also for our societies and cultures, which need courageous Christians and authentic witnesses of the kingdom of God.

In encountering the Lord, some may feel the attraction of a call to the consecrated life or to the ordained priesthood. It is a discovery that can excite and at the same time frighten us, since we feel called to become “fishers of men” in the barque of the Church by giving totally of ourselves in commitment to faithful service of the Gospel and our brothers and sisters. Such a decision carries the risk of leaving everything behind to follow the Lord, to devote ourselves completely to him, and to share in his work. Many kinds of interior resistance can stand in the way of making this decision, especially in highly secularized contexts where there no longer seems to be a place for God and for the Gospel. Places where it is easy to grow discouraged and fall into the “weariness of hope” (Homily at Mass with Priests, Consecrated Persons and Lay Movements, Panama, 26 January 2019).

And yet, there can be no greater joy than to risk one’s life for the Lord! I would like to say this especially to you, the young. Do not be deaf to the Lord’s call. If he calls you to follow this path, do not pull your oars into the boat, but trust him. Do not yield to fear, which paralyzes us before the great heights to which the Lord points us. Always remember that to those who leave their nets and boat behind, and follow him, the Lord promises the joy of a new life that can fill our hearts and enliven our journey.

Dear friends, it is not always easy to discern our vocation and to steer our life in the right direction. For this reason, there needs to be a renewed commitment on the part of the whole Church – priests, religious, pastoral workers and educators – to provide young people in particular with opportunities for listening and discernment. There is a need for a youth ministry and a vocational promotion that can open the way to discovering God’s plan, above all through prayer, meditation on God’s word, eucharistic adoration and spiritual accompaniment.

As was made clear several times during the World Youth Day in Panama, we should always look to Mary. Also in the story of this young woman, vocation was both a promise and a risk. Her mission was not easy, yet she did not allow fear to prevail. “It was the ‘yes’ of someone prepared to be committed, someone willing to take a risk, ready to stake everything she had, with no more security than the certainty of knowing that she was the bearer of a promise. I ask each one of you: Do you see yourselves as bearers of a promise? What promise do I bear within my heart to take forward? Mary’s would undoubtedly be a difficult mission, but the challenges that lay ahead were no reason to say ‘no’. Things would get complicated, of course, but not in the same way as happens when cowardice paralyzes us because things are not clear or sure in advance” (Vigil with Young People, Panama, 26 January 2019).

On this World Day of Prayer for Vocations, let us join in prayer and ask the Lord to help us discover his plan of love for our lives, and to grant us the courage to walk in the path that, from the beginning, he has chosen for each of us.

From the Vatican, 31 January 2019, Memorial of Saint John Bosco

FRANCIS

[00408-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Mut zum Wagnis für die Verheißung Gottes

Liebe Brüder und Schwestern,

nach der lebendigen und fruchtbaren Erfahrung der Jugendsynode im vergangenen Oktober haben wir vor kurzem in Panama den 34. Weltjugendtag begangen. Es waren dies zwei große Treffen, die es der Kirche erlaubt haben, auf die Stimme des Heiligen Geistes zu hören wie auch dem Leben der jungen Menschen Gehör zu schenken, ihren Fragestellungen, der Müdigkeit, die sie bedrückt, und der Erwartungen, die sie haben.

Ich möchte genau das, was ich mit den Jugendlichen in Panama teilen konnte, an diesem Weltgebetstag für geistliche Berufungen wieder aufgreifen und darüber nachdenken, wie der Ruf des Herrn uns zu Trägern der Verheißung macht und zugleich den Mut zum Wagnis mit ihm und für ihn von uns verlangt. Ich möchte kurz bei diesen beiden Aspekten verweilen – die Verheißung und das Wagnis. Dazu möchte ich gemeinsam mit euch die Stelle des Evangeliums von der Berufung der ersten Jünger am See von Galiläa betrachten (Mk 1,16-20).

Zwei Brüderpaare – Simon und Andreas zusammen mit Jakobus und Johannes – sind gerade bei ihrer täglichen Arbeit als Fischer. In diesem anstrengenden Beruf haben sie die Gesetze der Natur erlernt und manchmal mussten sie ihnen trotzen, wenn die Winde ungünstig waren und die Wellen die Boote durchschüttelten. An manchen Tagen belohnte ein reicher Fischfang die harte Mühe, aber andere Male genügte der Einsatz einer ganzen Nacht nicht, um die Netze zu füllen, und man kehrte müde und enttäuscht ans Ufer zurück.

Dies sind die gewöhnlichen Lebenssituationen, in denen jeder von uns sich an den Wünschen misst, die er im Herzen trägt: Er setzt sich in Tätigkeiten ein, von denen er hofft, dass sie fruchtbar sein mögen, er geht im „Meer“ vieler Möglichkeiten auf der Suche nach der richtigen Route voran, die seinen Durst nach Glück stillen kann. Zuweilen freut man sich über einen guten Fischfang, andere Male jedoch muss man sich mit Mut wappnen, um ein von den Wellen hin und her geworfenes Schiff zu steuern, oder mit der Enttäuschung rechnen, mit leeren Netzen dazustehen.

Wie in jeder Berufungsgeschichte ereignet sich auch in diesem Fall eine Begegnung. Im Vorübergehen sieht Jesus diese Fischer und nähert sich … So ist es mit der Person geschehen, mit der wir uns entschieden haben, das Leben in der Ehe zu teilen, oder so war es, als wir die Anziehungskraft des geweihten Lebens verspürt haben: Wir haben die Überraschung einer Begegnung erlebt und in diesem Augenblick haben wir die Verheißung einer Freude erahnt, die imstande ist, unser Leben erfüllt zu machen. So ging Jesus an jenem Tag am See von Galiläa diesen Fischern entgegen und brach die »Lähmung durch die Normalität« (Predigt am 22. Welttag des geweihten Lebens, 2. Februar 2018) auf. Und sofort richtete er eine Verheißung an sie: »Ich werde euch zu Menschenfischern machen« (Mk 1,17)

Der Ruf des Herrn ist also nicht eine Einmischung Gottes in unsere Freiheit; er ist nicht ein „Käfig“ oder eine Last, die er uns aufgebürdet hat. Er ist vielmehr die liebevolle Initiative, mit der Gott uns entgegenkommt und uns einlädt, in ein großes Projekt einzusteigen, an dem er uns teilhaben lassen will. Er eröffnet uns dabei den Horizont eines viel weiteren Meeres und eines überreichen Fischfangs.

Es ist nämlich Gottes Wunsch, dass unser Leben nicht im Banalen gefangen bleibt, nicht träge in den Alltagsgewohnheiten dahintreibt und nicht Entscheidungen meidet, die ihm Bedeutung verleihen könnten. Der Herr will nicht, dass wir uns damit abfinden, in den Tag hineinzuleben, und denken, dass es im Grunde nichts gibt, wofür sich ein Einsatz voller Leidenschaft lohnen würde; er will nicht, dass wir so die innere Unruhe auslöschen, nach neuen Routen für unsere Fahrt zu suchen. Wenn er uns manchmal einen „wunderbaren Fischfang“ erleben lässt, so tut er dies, weil er uns entdecken lassen will, dass jeder von uns – auf verschiedene Weise – zu etwas Großem berufen ist und dass das Leben sich nicht in den Netzen des Sinnlosen und dessen, was das Herz betäubt, verfangen darf. Die Berufung ist somit eine Einladung, nicht am Ufer mit den Netzen in den Händen stehen zu bleiben, sondern Jesus auf dem Weg zu folgen, den er uns zugedacht hat, für unser Glück und für das Wohl der Menschen um uns.

Natürlich erfordert die Annahme dieser Verheißung den Mut zu einer Entscheidung. Als die ersten Jünger hörten, wie Jesus sie rief, an einer größeren Sendung teilzunehmen, »ließen sie sogleich ihre Netze liegen und folgten ihm nach« (vgl. Mk 1,18). Das bedeutet, dass wir, um dem Ruf des Herrn zu folgen, uns selbst ganz einbringen und das Wagnis eingehen müssen, uns einer völlig neuen Herausforderung zu stellen; wir müssen alles loslassen, was uns an unser kleines Boot binden möchte und uns daran hindert, eine endgültige Entscheidung zu treffen; von uns wird jene Kühnheit verlangt, die uns mit Nachdruck antreibt, den Plan zu entdecken, den Gott für unser Leben hat. Im Grunde genommen können wir uns, wenn wir vor dem weiten Meer der Berufung stehen, nicht länger damit begnügen, auf dem sicheren Boot unsere Netze zu flicken, sondern wir müssen der Verheißung des Herrn vertrauen.

Ich denke hier zunächst an die Berufung zum christlichen Leben, die wir alle in der Taufe empfangen und die uns daran erinnert, dass unser Leben nicht ein Produkt des Zufalls ist, sondern das Geschenk, vom Herrn geliebte Kinder zu sein, die in der großen Familie der Kirche versammelt sind. Gerade dort, in der kirchlichen Gemeinschaft, wird die christliche Existenz geboren und entwickelt sie sich, vor allem dank der Liturgie, die uns hineinführt in das Hören des Wortes Gottes und in die Gnade der Sakramente; hier werden wir von klein auf in die Kunst des Gebetes eingeführt und angeleitet, brüderlich alles miteinander zu teilen. Eben weil sie uns zum neuen Leben gebiert und uns zu Christus führt, ist die Kirche unsere Mutter; deshalb müssen wir sie auch dann lieben, wenn wir auf ihrem Gesicht die Falten der Schwäche und der Sünde sehen, und wir müssen dazu beitragen, sie immer schöner und leuchtender zu machen, damit sie ein Zeugnis der Liebe Gottes in der Welt sein kann.

Das christliche Leben findet dann seinen Ausdruck in jenen Entscheidungen, die nicht nur unserem eigenen Weg eine klare Richtung geben, sondern zugleich auch zum Wachstum des Reiches Gottes in der Gesellschaft beitragen. Ich denke an die Entscheidung, in Christus die Ehe zu schließen und eine Familie zu gründen, sowie an andere Berufungen in Bezug auf die Arbeits- und Berufswelt, auf das Engagement im Bereich der Nächstenliebe und Solidarität, auf die soziale und politische Verantwortung usw. Das sind Berufungen, die uns zu Trägern einer Verheißung von Güte, Liebe und Gerechtigkeit machen, nicht nur für uns selbst, sondern auch für unser soziales und kulturelles Umfeld, in dem wir leben und wo mutige Christen und authentische Zeugen des Reiches Gottes gefragt sind.

In der Begegnung mit dem Herrn wird der eine oder andere die Faszination einer Berufung zum geweihten Leben oder zum Priesteramt verspüren. Diese Entdeckung begeistert und erschreckt zugleich: Man fühlt sich berufen, „Menschenfischer“ im Boot der Kirche zu werden und zwar in der Ganzhingabe seiner selbst und in der Verpflichtung zum treuen Dienst am Evangelium und an den Brüdern und Schwestern. Diese Entscheidung beinhaltet das Wagnis, alles zurückzulassen, um dem Herrn zu folgen, und sich ganz ihm zu weihen, um an seinem Werk mitzuwirken. Viele innere Widerstände können eine solche Entscheidung behindern. Ebenso kann man auch in manchem sehr säkularisierten Umfeld, in dem es für Gott und das Evangelium keinen Raum mehr zu geben scheint, mutlos werden und in eine »Hoffnungsmüdigkeit« (Predigt in der Messe mit Priestern, Ordensleuten und Laienbewegungen, Panama, 26. Januar 2019) verfallen.

Und doch gibt es keine größere Freude, als sein Leben für den Herrn zu wagen! Besonders euch jungen Menschen möchte ich sagen: Seid nicht taub für den Ruf des Herrn! Wenn er euch auf diesen Weg ruft, dann zieht die Ruder nicht ins Boot zurück und vertraut euch ihm an. Lasst euch nicht von der Angst anstecken, die uns lähmt angesichts der hohen Gipfel, auf die der Herr uns einlädt. Denkt immer daran, dass der Herr denen, die ihre Netze und ihr Boot verlassen, um ihm zu folgen, die Freude eines neuen Lebens verheißt, die ihre Herzen erfüllt und ihren Weg beseelt.

Liebe Brüder und Schwestern, es ist nicht immer einfach, die eigene Berufung zu erkennen und sein Leben entsprechend auszurichten. Aus diesem Grund bedarf es eines immer neuen Engagements der ganzen Kirche – der Priester, Ordensleute, pastoralen Mitarbeiter und Erzieher –, damit insbesondere die Jugendlichen Gehör finden und einen Weg der Unterscheidung gehen können. Es bedarf einer Jugend- und Berufungspastoral, die vor allem durch das Gebet, die Betrachtung des Wortes Gottes, die eucharistische Anbetung und die geistliche Begleitung hilft, den Plan Gottes zu entdecken,

Wie wir während des Weltjugendtages in Panama immer wieder gesehen haben, müssen wir auf Maria schauen. Auch im Leben dieser jungen Frau war die Berufung zugleich eine Verheißung und ein Wagnis. Ihre Mission war nicht einfach, aber sie hat nicht zugelassen, dass die Angst die Oberhand gewinnt. Ihr „Ja“ »war das „Ja“ eines Menschen, der sich einbringen und Risiken eingehen will und alles auf eine Karte setzen will, mit keiner anderen Garantie als der Gewissheit, Trägerin einer Verheißung zu sein. Und ich frage einen jeden von euch: Fühlt ihr euch als Träger einer Verheißung? Welche Verheißung trage ich im Herzen, für die ich mich einsetzen muss? Maria würde zweifelsohne eine schwierige Mission haben, aber die Schwierigkeiten waren kein Grund, „Nein“ zu sagen. Es war klar, dass es Komplikationen geben würde, aber es wären nicht dieselben Komplikationen gewesen, die auftreten, wenn die Feigheit uns lähmt, weil nicht schon alles im Voraus geklärt oder abgesichert war« (Vigil mit den Jugendlichen, Panama, 26. Januar 2019).

An diesem Tag beten wir gemeinsam zum Herrn, dass er uns seinen Plan der Liebe für unser Leben entdecken lässt und uns den Mut gibt, den Weg zu wagen, den er uns von jeher zugedacht hat.

Aus dem Vatikan, am 31. Januar 2019, dem Gedenktag des heiligen Johannes Bosco

FRANZISKUS

[00408-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

 

La valentía de arriesgar por la promesa de Dios

Queridos hermanos y hermanas:

Después de haber vivido, el pasado octubre, la vivaz y fructífera experiencia del Sínodo dedicado a los jóvenes, hemos celebrado recientemente la 34ª Jornada Mundial de la Juventud en Panamá. Dos grandes eventos, que han ayudado a que la Iglesia prestase más atención a la voz del Espíritu y también a la vida de los jóvenes, a sus interrogantes, al cansancio que los sobrecarga y a las esperanzas que albergan.

Quisiera retomar lo que compartí con los jóvenes en Panamá, para reflexionar en esta Jornada Mundial de Oración por las Vocaciones sobre cómo la llamada del Señor nos hace portadores de una promesa y, al mismo tiempo, nos pide la valentía de arriesgarnos con él y por él. Me gustaría considerar brevemente estos dos aspectos, la promesa y el riesgo, contemplando con vosotros la escena evangélica de la llamada de los primeros discípulos en el lago de Galilea (Mc 1,16-20).

Dos parejas de hermanos –Simón y Andrés junto a Santiago y Juan–, están haciendo su trabajo diario como pescadores. En este trabajo arduo aprendieron las leyes de la naturaleza y, a veces, tuvieron que desafiarlas cuando los vientos eran contrarios y las olas sacudían las barcas. En ciertos días, la pesca abundante recompensaba el duro esfuerzo, pero otras veces, el trabajo de toda una noche no era suficiente para llenar las redes y regresaban a la orilla cansados y decepcionados.

Estas son las situaciones ordinarias de la vida, en las que cada uno de nosotros ha de confrontarse con los deseos que lleva en su corazón, se esfuerza en actividades que confía en que sean fructíferas, avanza en el “mar” de muchas posibilidades en busca de la ruta adecuada que pueda satisfacer su sed de felicidad. A veces se obtiene una buena pesca, otras veces, en cambio, hay que armarse de valor para pilotar una barca golpeada por las olas, o hay que lidiar con la frustración de verse con las redes vacías.

Como en la historia de toda llamada, también en este caso se produce un encuentro. Jesús camina, ve a esos pescadores y se acerca... Así sucedió con la persona con la que elegimos compartir la vida en el matrimonio, o cuando sentimos la fascinación de la vida consagrada: experimentamos la sorpresa de un encuentro y, en aquel momento, percibimos la promesa de una alegría capaz de llenar nuestras vidas. Así, aquel día, junto al lago de Galilea, Jesús fue al encuentro de aquellos pescadores, rompiendo la «parálisis de la normalidad» (Homilía en la 22ª Jornada Mundial de la Vida Consagrada, 2 febrero 2018). E inmediatamente les hizo una promesa: «Os haré pescadores de hombres» (Mc 1,17).

La llamada del Señor, por tanto, no es una intromisión de Dios en nuestra libertad; no es una “jaula” o un peso que se nos carga encima. Por el contrario, es la iniciativa amorosa con la que Dios viene a nuestro encuentro y nos invita a entrar en un gran proyecto, del que quiere que participemos, mostrándonos en el horizonte un mar más amplio y una pesca sobreabundante.

El deseo de Dios es que nuestra vida no acabe siendo prisionera de lo obvio, que no se vea arrastrada por la inercia de los hábitos diarios y no quede inerte frente a esas elecciones que podrían darle sentido. El Señor no quiere que nos resignemos a vivir la jornada pensando que, a fin de cuentas, no hay nada por lo que valga la pena comprometerse con pasión y extinguiendo la inquietud interna de buscar nuevas rutas para nuestra navegación. Si alguna vez nos hace experimentar una “pesca milagrosa”, es porque quiere que descubramos que cada uno de nosotros está llamado –de diferentes maneras–, a algo grande, y que la vida no debe quedar atrapada en las redes de lo absurdo y de lo que anestesia el corazón. En definitiva, la vocación es una invitación a no quedarnos en la orilla con las redes en la mano, sino a seguir a Jesús por el camino que ha pensado para nosotros, para nuestra felicidad y para el bien de los que nos rodean.

Por supuesto, abrazar esta promesa requiere el valor de arriesgarse a decidir. Los primeros discípulos, sintiéndose llamados por él a participar en un sueño más grande, «inmediatamente dejaron sus redes y lo siguieron» (Mc 1,18). Esto significa que para seguir la llamada del Señor debemos implicarnos con todo nuestro ser y correr el riesgo de enfrentarnos a un desafío desconocido; debemos dejar todo lo que nos puede mantener amarrados a nuestra pequeña barca, impidiéndonos tomar una decisión definitiva; se nos pide esa audacia que nos impulse con fuerza a descubrir el proyecto que Dios tiene para nuestra vida. En definitiva, cuando estamos ante el vasto mar de la vocación, no podemos quedarnos a reparar nuestras redes, en la barca que nos da seguridad, sino que debemos fiarnos de la promesa del Señor.

Me refiero sobre todo a la llamada a la vida cristiana, que todos recibimos con el bautismo y que nos recuerda que nuestra vida no es fruto del azar, sino el don de ser hijos amados por el Señor, reunidos en la gran familia de la Iglesia. Precisamente en la comunidad eclesial, la existencia cristiana nace y se desarrolla, sobre todo gracias a la liturgia, que nos introduce en la escucha de la Palabra de Dios y en la gracia de los sacramentos; aquí es donde desde la infancia somos iniciados en el arte de la oración y del compartir fraterno. La Iglesia es nuestra madre, precisamente porque nos engendra a una nueva vida y nos lleva a Cristo; por lo tanto, también debemos amarla cuando descubramos en su rostro las arrugas de la fragilidad y del pecado, y debemos contribuir a que sea siempre más hermosa y luminosa, para que pueda ser en el mundo testigo del amor de Dios.

La vida cristiana se expresa también en esas elecciones que, al mismo tiempo que dan una dirección precisa a nuestra navegación, contribuyen al crecimiento del Reino de Dios en la sociedad. Me refiero a la decisión de casarse en Cristo y formar una familia, así como a otras vocaciones vinculadas al mundo del trabajo y de las profesiones, al compromiso en el campo de la caridad y de la solidaridad, a las responsabilidades sociales y políticas, etc. Son vocaciones que nos hacen portadores de una promesa de bien, de amor y de justicia no solo para nosotros, sino también para los ambientes sociales y culturales en los que vivimos, y que necesitan cristianos valientes y testigos auténticos del Reino de Dios.

En el encuentro con el Señor, alguno puede sentir la fascinación de la llamada a la vida consagrada o al sacerdocio ordenado. Es un descubrimiento que entusiasma y al mismo tiempo asusta, cuando uno se siente llamado a convertirse en “pescador de hombres” en la barca de la Iglesia a través de la donación total de sí mismo y empeñándose en un servicio fiel al Evangelio y a los hermanos. Esta elección implica el riesgo de dejar todo para seguir al Señor y consagrarse completamente a él, para convertirse en colaboradores de su obra. Muchas resistencias interiores pueden obstaculizar una decisión semejante, así como en ciertos ambientes muy secularizados, en los que parece que ya no hay espacio para Dios y para el Evangelio, se puede caer en el desaliento y en el «cansancio de la esperanza» (Homilía en la Misa con sacerdotes, personas consagradas y movimientos laicos, Panamá, 26 enero 2019).

Y, sin embargo, no hay mayor gozo que arriesgar la vida por el Señor. En particular a vosotros, jóvenes, me gustaría deciros: No seáis sordos a la llamada del Señor. Si él os llama por este camino no recojáis los remos en la barca y confiad en él. No os dejéis contagiar por el miedo, que nos paraliza ante las altas cumbres que el Señor nos propone. Recordad siempre que, a los que dejan las redes y la barca para seguir al Señor, él les promete la alegría de una vida nueva, que llena el corazón y anima el camino.

Queridos amigos, no siempre es fácil discernir la propia vocación y orientar la vida de la manera correcta. Por este motivo, es necesario un compromiso renovado por parte de toda la Iglesia –sacerdotes, religiosos, animadores pastorales, educadores– para que se les ofrezcan, especialmente a los jóvenes, posibilidades de escucha y de discernimiento. Se necesita una pastoral juvenil y vocacional que ayude al descubrimiento del plan de Dios, especialmente a través de la oración, la meditación de la Palabra de Dios, la adoración eucarística y el acompañamiento espiritual.

Como se ha hablado varias veces durante la Jornada Mundial de la Juventud en Panamá, debemos mirar a María. Incluso en la historia de esta joven, la vocación fue al mismo tiempo una promesa y un riesgo. Su misión no fue fácil, sin embargo no permitió que el miedo se apoderara de ella. Su sí «fue el “sí” de quien quiere comprometerse y el que quiere arriesgar, de quien quiere apostarlo todo, sin más seguridad que la certeza de saber que era portadora de una promesa. Y yo les pregunto a cada uno de ustedes. ¿Se sienten portadores de una promesa? ¿Qué promesa tengo en el corazón para llevar adelante? María tendría, sin dudas, una misión difícil, pero las dificultades no eran una razón para decir “no”. Seguro que tendría complicaciones, pero no serían las mismas complicaciones que se producen cuando la cobardía nos paraliza por no tener todo claro o asegurado de antemano» (Vigilia con los jóvenes, Panamá, 26 enero 2019).

En esta Jornada, nos unimos en oración pidiéndole al Señor que nos descubra su proyecto de amor para nuestra vida y que nos dé el valor para arriesgarnos en el camino que él ha pensado para nosotros desde la eternidad.

Vaticano, 31 de enero de 2019, Memoria de san Juan Bosco.

FRANCISCO

[00408-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

A coragem de arriscar pela promessa de Deus

Queridos irmãos e irmãs!

Depois da experiência vivaz e fecunda, em outubro passado, do Sínodo dedicado aos jovens, celebramos recentemente no Panamá a XXXIV Jornada Mundial da Juventude. Dois grandes eventos que permitiram à Igreja prestar ouvidos à voz do Espírito e também à vida dos jovens, aos seus interrogativos, às canseiras que os sobrecarregam e às esperanças que neles vivem.

Neste Dia Mundial de Oração pelas Vocações, retomando precisamente aquilo que pude partilhar com os jovens no Panamá, desejo refletir sobre a chamada do Senhor enquanto nos torna portadores duma promessa e, ao mesmo tempo, nos pede a coragem de arriscar com Ele e por Ele. Quero deter-me brevemente sobre estes dois aspetos – a promessa e o risco –, contemplando juntamente convosco a cena evangélica da vocação dos primeiros discípulos junto do lago da Galileia (cf. Mc 1, 16-20).

Dois pares de irmãos – Simão e André, juntamente com Tiago e João – estão ocupados na sua faina diária de pescadores. Nesta cansativa profissão, aprenderam as leis da natureza, desafiando-as quando os ventos eram contrários e as ondas agitavam os barcos. Em certos dias, a pesca abundante recompensava da árdua fadiga, mas, outras vezes, o trabalho duma noite inteira não bastava para encher as redes e voltava-se para a margem cansados e desiludidos.

Estas são as situações comuns da vida, onde cada um de nós se confronta com os desejos que traz no coração, se empenha em atividades que – espera – possam ser frutuosas, se adentra num «mar» de possibilidades sem conta à procura da rota certa capaz de satisfazer a sua sede de felicidade. Às vezes goza-se duma pesca boa, enquanto noutras é preciso armar-se de coragem para governar um barco sacudido pelas ondas, ou lidar com a frustração de estar com as redes vazias.

Como na história de cada vocação, também neste caso acontece um encontro. Jesus vai pelo caminho, vê aqueles pescadores e aproxima-Se... Sucedeu assim com a pessoa que escolhemos para compartilhar a vida no matrimónio, ou quando sentimos o fascínio da vida consagrada: vivemos a surpresa dum encontro e, naquele momento, vislumbramos a promessa duma alegria capaz de saciar a nossa vida. De igual modo naquele dia, junto do lago da Galileia, Jesus foi ao encontro daqueles pescadores, quebrando a «paralisia da normalidade» (Homilia no XXII Dia Mundial da Vida Consagrada, 2/II/2018). E não tardou a fazer-lhes uma promessa: «Farei de vós pescadores de homens» (Mc 1, 17).

Sendo assim, a chamada do Senhor não é uma ingerência de Deus na nossa liberdade; não é uma «jaula» ou um peso que nos é colocado às costas. Pelo contrário, é a iniciativa amorosa com que Deus vem ao nosso encontro e nos convida a entrar num grande projeto, do qual nos quer tornar participantes, apresentando-nos o horizonte dum mar mais amplo e duma pesca superabundante.

Com efeito, o desejo de Deus é que a nossa vida não se torne prisioneira do banal, não se deixe arrastar por inércia nos hábitos de todos os dias, nem permaneça inerte perante aquelas opções que lhe poderiam dar significado. O Senhor não quer que nos resignemos a viver o dia a dia, pensando que afinal de contas não há nada por que valha a pena comprometer-se apaixonadamente e apagando a inquietação interior de procurar novas rotas para a nossa navegação. Se às vezes nos faz experimentar uma «pesca miraculosa», é porque nos quer fazer descobrir que cada um de nós é chamado – de diferentes modos – para algo de grande, e que a vida não deve ficar presa nas redes do sem-sentido e daquilo que anestesia o coração. Em suma, a vocação é um convite a não ficar parado na praia com as redes na mão, mas seguir Jesus pelo caminho que Ele pensou para nós, para a nossa felicidade e para o bem daqueles que nos rodeiam.

Naturalmente, abraçar esta promessa requer a coragem de arriscar uma escolha. Sentindo-se chamados por Ele a tomar parte num sonho maior, os primeiros discípulos, «deixando logo as redes, seguiram-No» (Mc 1, 18). Isto significa que, para aceitar a chamada do Senhor, é preciso deixar-se envolver totalmente e correr o risco de enfrentar um desafio inédito; é preciso deixar tudo o que nos poderia manter amarrados ao nosso pequeno barco, impedindo-nos de fazer uma escolha definitiva; é-nos pedida a audácia que nos impele com força a descobrir o projeto que Deus tem para a nossa vida. Substancialmente, quando estamos colocados perante o vasto mar da vocação, não podemos ficar a reparar as nossas redes no barco que nos dá segurança, mas devemos fiar-nos da promessa do Senhor.

Penso, antes de mais nada, na chamada à vida cristã, que todos recebemos com o Batismo e que nos lembra como a nossa vida não é fruto do acaso, mas uma dádiva a filhos amados pelo Senhor, reunidos na grande família da Igreja. É precisamente na comunidade eclesial que nasce e se desenvolve a existência cristã, sobretudo por meio da Liturgia que nos introduz na escuta da Palavra de Deus e na graça dos Sacramentos; é nela que somos, desde tenra idade, iniciados na arte da oração e na partilha fraterna. Precisamente porque nos gera para a vida nova e nos leva a Cristo, a Igreja é nossa mãe; por isso devemos amá-la, mesmo quando vislumbramos no seu rosto as rugas da fragilidade e do pecado, e devemos contribuir para a tornar cada vez mais bela e luminosa, para que possa ser um testemunho do amor de Deus no mundo.

Depois, a vida cristã encontra a sua expressão naquelas opções que, enquanto conferem uma direção concreta à nossa navegação, contribuem também para o crescimento do Reino de Deus na sociedade. Penso na opção de se casar em Cristo e formar uma família, bem como nas outras vocações ligadas ao mundo do trabalho e das profissões, no compromisso no campo da caridade e da solidariedade, nas responsabilidades sociais e políticas, etc. Trata-se de vocações que nos tornam portadores duma promessa de bem, amor e justiça, não só para nós mesmos, mas também para os contextos sociais e culturais onde vivemos, que precisam de cristãos corajosos e testemunhas autênticas do Reino de Deus.

No encontro com o Senhor, alguém pode sentir o fascínio duma chamada à vida consagrada ou ao sacerdócio ordenado. Trata-se duma descoberta que entusiasma e, ao mesmo tempo, assusta, sentindo-se chamado a tornar-se «pescador de homens» no barco da Igreja através duma oferta total de si mesmo e do compromisso dum serviço fiel ao Evangelho e aos irmãos. Esta escolha inclui o risco de deixar tudo para seguir o Senhor e de consagrar-se completamente a Ele para colaborar na sua obra. Muitas resistências interiores podem obstaculizar uma tal decisão, mas também, em certos contextos muito secularizados onde parece não haver lugar para Deus e o Evangelho, pode-se desanimar e cair no «cansaço da esperança» (Homilia na Missa com sacerdotes, pessoas consagradas e movimentos laicais, Panamá, 26/I/2019).

E, todavia, não há alegria maior do que arriscar a vida pelo Senhor! Particularmente a vós, jovens, gostaria de dizer: não sejais surdos à chamada do Senhor! Se Ele vos chamar por esta estrada, não vos oponhais e confiai n’Ele. Não vos deixeis contagiar pelo medo, que nos paralisa à vista dos altos cumes que o Senhor nos propõe. Lembrai-vos sempre que o Senhor, àqueles que deixam as redes e o barco para O seguir, promete a alegria duma vida nova, que enche o coração e anima o caminho.

Queridos amigos, nem sempre é fácil discernir a própria vocação e orientar justamente a vida. Por isso, há necessidade dum renovado esforço por parte de toda a Igreja – sacerdotes, religiosos, animadores pastorais, educadores – para que se proporcionem, sobretudo aos jovens, ocasiões de escuta e discernimento. Há necessidade duma pastoral juvenil e vocacional que ajude a descobrir o projeto de Deus, especialmente através da oração, meditação da Palavra de Deus, adoração eucarística e direção espiritual.

Como várias vezes se assinalou durante a Jornada Mundial da Juventude do Panamá, precisamos de olhar para Maria. Na história daquela jovem, a vocação também foi uma promessa e, simultaneamente, um risco. A sua missão não foi fácil, mas Ela não permitiu que o medo A vencesse. O d’Ela «foi o “sim” de quem quer comprometer-se e arriscar, de quem quer apostar tudo, sem ter outra garantia para além da certeza de saber que é portadora duma promessa. Pergunto a cada um de vós: sentes-te portador duma promessa? Que promessa trago no meu coração, devendo dar-lhe continuidade? Maria teria, sem dúvida, uma missão difícil, mas as dificuldades não eram motivo para dizer “não”. Com certeza teria complicações, mas não haveriam de ser idênticas às que se verificam quando a covardia nos paralisa por não vermos, antecipadamente, tudo claro ou garantido» (Vigília com os jovens, Panamá, 26/I/2019).

Neste Dia, unimo-nos em oração pedindo ao Senhor que nos faça descobrir o seu projeto de amor para a nossa vida, e que nos dê a coragem de arriscar no caminho que Ele, desde sempre, pensou para nós.

Vaticano, Memória de São João Bosco, 31 de janeiro de 2019.

FRANCISCO

[00408-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Odwaga podjęcia ryzyka ze względu na obietnicę Boga

Drodzy bracia i siostry,

Po przeżyciu w październiku ubiegłego roku intensywnego i owocnego doświadczenia Synodu poświęconego młodym, obchodziliśmy niedawno w Panamie 34. Światowy Dzień Młodzieży. Te dwa wielkie wydarzenia pozwoliły Kościołowi wsłuchać się w głos Ducha Świętego, a także w życie ludzi młodych, w ich pytania, obciążające ich znużenia oraz nadzieje, które są w nich.

Właśnie podejmując to, czym miałem okazję dzielić się z młodymi w Panamie, podczas tego Światowego Dnia Modlitw o Powołania pragnę zastanowić się, w jaki sposób powołanie Pana czyni nas niosącymi obietnicę, a jednocześnie wymaga od nas odwagi, by podjąć ryzyko z Nim i dla Niego. Chciałbym krótko dotknąć tych dwóch aspektów – obietnicy i ryzyka – rozważając wraz z wami ewangeliczną scenę o powołaniu pierwszych uczniów nad jeziorem Galilejskim (Mk 1,16-20).

Dwie pary braci – Szymon i Andrzej wraz z Jakubem i Janem wykonują swoją codzienną pracę jako rybacy. W tym trudnym fachu nauczyli się praw natury, a niekiedy musieli rzucać im wyzwanie, gdy wiatry były przeciwne, a fale miotały łodziami. W pewne dni obfite połowy trzeba było opłacić ciężkim znojem, ale innym razem, trud całej nocy nie wystarczył, aby napełnić sieci i utrudzeni i zawiedzeni wracali na brzeg.

Są to normalne warunki życia, w których każdy z nas mierzy się z pragnieniami niesionymi w sercu, angażuje się w działania, które, jak ufa, okażą się owocne, wyrusza na „morze” wielu możliwości, poszukując właściwego kursu, który mógłby spełnić jego pragnienie szczęścia. Czasami można nacieszyć się dobrym połowem ryb, innym razem trzeba jednak uzbroić się w odwagę, by zapanować nad łodzią miotaną falami lub zmierzyć się z frustracją, gdy okaże się, że sieci są puste.

Podobnie jak w dziejach każdego powołania, także w tym przypadku dochodzi do spotkania. Jezus idzie, widzi tych rybaków i podchodzi... Tak się stało się z osobą, którą wybraliśmy, aby dzielić życie w małżeństwie, albo kiedy poczuliśmy fascynację życiem konsekrowanym: doświadczyliśmy niespodzianki spotkania i w tej chwili dostrzegliśmy obietnicę radości, która może nasycić nasze życie. Zatem tego dnia, nad Jeziorem Galilejskim Jezus wyszedł na spotkanie z owymi rybakami, przełamując „paraliż normalności” (Homilia z okazji XXII Światowego Dnia Życia Konsekrowanego, 2 lutego 2018 r, w: L’Osservatore Romano, wyd. pl. n. 2/(400)2018, s. 36). I natychmiast skierował do nich obietnicę: „sprawię, że się staniecie rybakami ludzi” (Mk 1,17).

Zatem powołanie Pana nie jest ingerencją Boga w naszą wolność; nie jest to „więzienie” ani nałożony na nas ciężar. Wręcz przeciwnie, jest to inicjatywa pełna miłości, poprzez którą Bóg wychodzi nam na spotkanie i zaprasza do wejścia we wspaniały projekt, którego uczestnikami pragnie nas uczynić, ukazując nam perspektywę szerszego morza i niezwykle obfitego połowu.

Pragnieniem Boga jest bowiem, by nasze życie nie stało się więźniem tego, co oczywiste, by z powodu opieszałości nie było wciągnięte w codzienne nawyki i nie pozostawało bierne w obliczu tych decyzji, które mogłyby mu nadać znaczenie. Pan nie chce, abyśmy się poddawali, żyjąc chwilą i myśląc, że w gruncie rzeczy nie ma nic takiego, dla czego warto byłoby się angażować z pasją, gasząc wewnętrzny niepokój poszukiwania nowych dróg dla naszej żeglugi. Jeśli czasami pozwala nam doświadczyć „cudownego połowu”, to dlatego, że chce, abyśmy odkryli, iż każdy z nas jest powołany – na różne sposoby – do czegoś wspaniałego, i że życie nie powinno być uwikłane w sieci bezsensu i tego, co znieczula serce. Krótko mówiąc, powołanie jest zaproszeniem, aby nie zatrzymywać się na brzegu z sieciami w ręku, ale by iść za Jezusem drogą, którą dla nas przygotował, dla naszego szczęścia i dla dobra otaczających nas ludzi.

Oczywiście, przyjęcie tej obietnicy wymaga odwagi, by podjąć ryzyko wyboru. Pierwsi uczniowie, czując się powołanymi przez Niego do wzięcia udziału w większym marzeniu, „natychmiast zostawili sieci i poszli za Nim” (Mk 1, 18). Oznacza to, że aby przyjąć powołanie Pana, musimy zaangażować się całymi sobą i podjąć ryzyko zmierzenia się z bezprecedensowym wyzwaniem. Trzeba zostawić to wszystko, co chciałoby nas przywiązać do naszej małej łódki, uniemożliwiając nam dokonanie definitywnego wyboru. Musimy mieć tę śmiałość, która energicznie pobudza nas do odkrycia planu, jaki ma Bóg dla naszego życia. W gruncie rzeczy, kiedy stajemy przed rozległym morzem powołania, nie możemy sobie pozwolić, aby naprawiać nasze sieci w łodzi, która daje nam bezpieczeństwo, ale musimy zaufać obietnicy Pana.

Myślę przede wszystkim o powołaniu do życia chrześcijańskiego, jakie wszyscy otrzymujemy wraz ze chrztem i które przypomina nam, że nasze życie nie jest owocem przypadku, ale darem bycia dziećmi miłowanymi przez Pana, zgromadzonymi w wielkiej rodzinie Kościoła. Właśnie we wspólnocie kościelnej rodzi się i rozwija życie chrześcijańskie, zwłaszcza dzięki liturgii, która wprowadza nas w słuchanie Słowa Bożego i w łaskę sakramentów. To właśnie tutaj, od najmłodszych lat, jesteśmy wprowadzani w sztukę modlitwy i braterskiego dzielenia się. Kościół jest naszą Matką właśnie dlatego, że rodzi nas do nowego życia i prowadzi do Chrystusa. Dlatego musimy go kochać nawet wówczas, gdy widzimy na jego obliczu zmarszczki kruchości i grzechu oraz musimy wnieść swój wkład, aby czynić go coraz piękniejszym i jaśniejącym, żeby mógł być świadkiem miłości Boga w świecie.

Ponadto życie chrześcijańskie znajduje swój wyraz w tych decyzjach, które nadając naszej żegludze konkretny kierunek, przyczyniają się również do wzrostu królestwa Bożego w społeczeństwie. Myślę o decyzji zawarcia małżeństwa w Chrystusie i tworzenia rodziny, a także o innych powołaniach związanych z pracą i życiem zawodowym, zaangażowaniu w dziedzinie miłosierdzia i solidarności, o obowiązkach politycznych i społecznych i tak dalej. Chodzi o powołania, które czynią nas osobami niosącymi obietnicę dobra, miłości i sprawiedliwości nie tylko dla nas samych, ale także dla sytuacji społecznych i kulturowych, w których żyjemy, potrzebujących odważnych chrześcijan i autentycznych świadków królestwa Bożego.

W spotkaniu z Panem ktoś może odczuć fascynację powołaniem do życia konsekrowanego lub do kapłaństwa sakramentalnego. Jest to odkrycie, które ekscytuje, a jednocześnie przeraża, gdy czujemy się powołani do stania się „rybakami ludzi” w łodzi Kościoła poprzez całkowitą ofiarę z siebie i zaangażowanie w wiernej służbie Ewangelii oraz braciom. Decyzja ta pociąga za sobą ryzyko pozostawienie wszystkiego, by podążać za Panem i całkowicie się Jemu poświęcić, aby stać się współpracownikami Jego dzieła. Decyzję tego rodzaju może utrudnić wiele oporów wewnętrznych, jak też – w pewnych sytuacjach bardzo zsekularyzowanych, gdzie zdaje się, iż nie ma już miejsca dla Boga i dla Ewangelii – można się zniechęcić i popaść w „znużenie nadziei” (Homilia podczas Mszy z kapłanami, osobami konsekrowanymi i ruchami laikatu, Panama, 26 stycznia 2019 r.).

Jednak nie ma większej radości niż zaryzykowanie życia dla Pana! Zwłaszcza wam, ludziom młodym, chciałbym powiedzieć: nie bądźcie głusi na wezwanie Pana! Jeśli powołuje On was na tę drogę, nie ciągnijcie wioseł w łodzi i zaufajcie Mu. Nie dajcie się zarazić strachem, który paraliżuje nas w obliczu wysokich szczytów, jakie proponuje nam Pan. Zawsze pamiętajcie, że dla tych, którzy zostawiają sieci i łódź, aby podążać za Nim, Pan obiecuje radość nowego życia, która napełnia serce i ożywia pielgrzymowanie.

Drodzy przyjaciele, nie zawsze łatwo jest rozeznać swoje powołanie i ukierunkować swe życie we właściwy sposób. Dlatego potrzebujemy odnowionego zaangażowania ze strony całego Kościoła – kapłanów, zakonników, duszpasterzy, wychowawców – by zaoferowano, zwłaszcza młodym możliwości wysłuchania i rozeznania. Potrzebne jest duszpasterstwo młodzieży i powołań, które pomogłoby w odkryciu Bożego planu, zwłaszcza przez modlitwę, rozważanie Słowa Bożego, adorację eucharystyczną i towarzyszenie duchowe.

Jak to wiele razy podkreślono podczas Światowego Dnia Młodzieży w Panamie, musimy spoglądać na Maryję. Także w dziejach tej Dziewczyny powołanie było jednocześnie obietnicą i ryzykiem. Jej misja nie była łatwa, ale nie pozwoliła, by opanował Ją strach. Jej «tak» „było «tak» osób, które chcą się zaangażować i podjąć ryzyko, które chcą postawić wszystko na jedną szalę, bez innych gwarancji, niż pewność, że niosą obietnicę. I pytam każdego z was: czy czujecie się tymi, którzy niosą obietnicę? Jaką obietnicę niosę w sercu, aby ją nieść dalej? Maryja niewątpliwie miała trudną misję, ale trudności nie były powodem, by powiedzieć «nie». Z pewnością jawiły się komplikacje, ale nie były to te same komplikacje, które pojawiają się, gdy paraliżuje nas tchórzostwo z powodu braku wcześniej zapewnionej jasności i bezpieczeństwa” (Czuwanie z młodymi, Panama, 26 stycznia 2019).

W tym Dniu zjednoczmy się w modlitwie prosząc Pana, aby pozwolił nam odkryć swój plan miłości co do naszego życia i by dał nam odwagę, abyśmy podjęli ryzyko na drodze, którą On dla nas przygotował od zawsze.

Watykan, 31 stycznia 2019 r., Wspomnienie św. Jana Bosko

FRANCISZEK

[00408-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

رسالة البابا فرنسيس

بمناسبة اليوم العالمي السادس والخمسين

للصلاة من أجل الدعوات ٢٠١9

الجرأة على المخاطرة من أجل وعد الله

 

أيّها الإخوة والأخوات الأعزّاء،

لقد احتفلنا مؤخّرًا باليوم العالمي الرابع والثلاثين للشبيبة في مدينة بنما، بعد أن عشنا في شهر أكتوبر/تشرين الأوّل الماضي خبرةَ المجمع الخاص بالشبيبة. وهما حدثان عظيمان، أتاحا للكنيسة أن تصغي إلى صوت الروح، وإلى حياة الشبيبة أيضًا، وأسئلتهم، وإلى التعب الذي يرهقهم، والآمال التي تسكنهم.

أودّ أن أفكّر، في هذا اليوم العالمي للصلاة من أجل الدعوات، مستشهدًا بما شاركت به الشبيبة في بنما، في كيف أن دعوة الربّ تجعلنا حاملي وعد، وفي الوقت نفسه، تطلب منّا أن نتجرّأ على المخاطرة معه ومن أجله. أودّ أن أتوقّف بإيجاز عند هذين الجانبين -الوعد والمخاطرة- فأتأمّل معكم في مشهد إنجيل دعوة التلاميذ الأوائل قرب بحيرة الجليل (مر 1، 16- 20).

يقوم أخوان ومعهم أخوان آخران –سمعان وأندراوس مع يعقوب ويوحنا- بعملهم اليومي كصيّادي سمك. لقد تعلّموا في هذا العمل الشاقّ، قوانين الطبيعة، وكان عليهم أحيانًا أن يتحدّوها عندما كانت الرياح ضدّهم وكانت الأمواج تهزّ القوارب. وكان الصيد الكثيف يكافئ، في أيام معيّنة، العمل الشاقّ، لكن في أحيان أخرى، لم يكن عمل ليلة كاملة كافيًا ليملأ الشباك وكانوا يعودون متعبين وبخيبة أمل إلى الشاطئ.

هذه هي الحالات العاديّة في الحياة، حيث يقيس كلّ واحد منّا ذاته بقدر الرغبات التي يحملها في قلبه، ويلتزم في أنشطة يأمل أن تكون مثمرة، ويمضي في "بحر" العديد من الاحتمالات بحثًا عن المسار الصحيح الذي يمكن أن يروي عطشه إلى السعادة. فيفرح بصيد جيّد أحيانًا، وفي أحيان أخرى، عليه التسلح بالشجاعة لقيادة سفينة تقذف بها الأمواج، أو مواجهة الإحباط إزاء الشباك الفارغة.

في هذه الحالة أيضًا هناك لقاء، كما هو الحال في تاريخ كلّ دعوة. يسوع يسير، ويرى هؤلاء الصيّادين ويقترب منهم... وهو ما حدث أيضًا مع الشخص الذي اخترناه كي نشاركه حياتنا عبر الزواج، أو عندما شعرنا بجاذبية الحياة المكرّسة: لقد عشنا مفاجأة اللقاء، وفي تلك اللحظة، رأينا الوعد بفرح قادر على إشباع حياتنا. وهكذا، في ذلك اليوم، بالقرب من بحيرة الجليل، ذهب يسوع للقاء هؤلاء الصيّادين، وكسر "عجز الحياة الاعتياديّة" (عظة في اليوم العالمي الثاني والعشرين للحياة المكرسة، 2 فبراير / شباط 2018). وأعطاهم وعدًا على الفور: "أَجعَلْكما صَيّادي بَشَر" (مر 1، 17).

إن دعوة الربّ ليست بالتالي تدخّل من الله في حرّيتنا. ليست "قفصًا" أو عبئًا يوضع علينا. بل على العكس، إنها مبادرة الله الشغوفة التي يأتي بها لمقابلتنا ويدعونا للدخول في مشروع كبير، يريد أن يشاركنا به، ويعرض علينا أفقَ بحرٍ أوسع وصيدًا فائقًا.

إن رغبة الله، في الواقع، هي ألّا تصبح حياتنا سجينة الأمور العادية، وألّا يجرّها التكاسل في اليوميّات الاعتيادية ولا تبقى خاملة أمام تلك الخيارات التي يمكن أن تعطيّها معنى. لا يريدنا الربّ أن نستسلم لعيش يومنا وأن نفكّر أنه، بالنهاية، ما من شيء يستحقّ أن نعمل من أجله بشغف، وأن نبحث عن طرق جديدة لمسيرتنا مخمدين القلق الداخلي. وإذا كان يجعلنا في بعض الأحيان نختبر "صيدًا خارقًا"، فذلك لأنه يريدنا أن نكتشف أن كلّ واحد منّا هو مدعوّ -بطريقة مختلفة- إلى شيء عظيم، وأن الحياة لا ينبغي أن تبقى متشابكة في مصايد الهراء وفي ما يخدرّ القلب. الدعوة هي باختصار، دعوة إلى عدم التوقّف على الشاطئ مع الشباك في أيدينا، بل إلى اتّباع يسوع على طول الطريق الذي حضّره لنا، من أجل سعادتنا ومن أجل خير الذين من حولنا.

إن معانقة هذا الوعد يتطلّب، بالطبع، شجاعة المخاطرة عبر القيام بخيار. فالتلاميذ الأوائل، إذ شعروا بأنهم مدعوّون للمشاركة في حلم أكبر، "تركوا شباكهم على الفور وتبعوه" (را. مر 1، 18). هذا يعني أنه من أجل قبول دعوة الربّ، يجب المخاطرة بأنفسنا كلّيًا والتعرّض لمواجهة تحدّ غير مسبوق؛ علينا أن نتخلّى عن كلّ شيء من شأنه أن يبقينا مربوطين بقاربنا الصغير، ويمنعنا من اتّخاذ خيار نهائي؛ يُطلَب منّا التحلّي بتلك الجرأة التي تحثّنا بقوّة على اكتشاف مشروع الله لحياتنا. وبالأساس، عندما نوضع أمام بحر الدعوة الهائل، لا يمكننا مواصلة إصلاح شباكنا، على متن القارب الذي يمنحنا الأمان، إنما يجب أن نثق بوعد الربّ.

أفكّر قبل كلّ شيء في الدعوة إلى الحياة المسيحية، التي نتلقّاها جميعًا مع المعموديّة والتي تذكّرنا بأن حياتنا ليست ثمرة الصدفة، بل أنها هبة كوننا أبناء محبوبين من قبل الربّ، مدموجين في أسرة الكنيسة العظيمة. فالوجود المسيحي يولد في المجتمع الكنسي بالتحديد، ويتطوّر، قبل كلّ شيء، بفضل الليتورجيا التي تدخلنا في الاصغاء إلى كلمة الله وإلى نعمة الأسرار المقدّسة. ففيها، ومن سنّ مبكرة، بدأنا فنّ الصلاة والمشاركة الأخوية. الكنيسة هي أمّنا، لأنها تولدنا بالتحديد إلى حياة جديدة وتوصلنا إلى المسيح. لذا، يجب علينا أن نحبّها أيضًا عندما نرى على وجهها تجاعيد الهشاشة والخطيئة، ويجب أن نساهم في جعلها أكثر جمالًا وإشراقًا، كيما تكون شهادة لمحبّة الله في العالم.

تجد الحياة المسيحية، بالتالي، تعبيرها في تلك الخيارات التي، فيما تعطي توجيه دقيقًا لملاحتنا، تساهم أيضًا في نموّ ملكوت الله في المجتمع. أفكّر في خيار الزواج في المسيح وتكوين أسرة، كما وفي الدعوات الأخرى المرتبطة بعالم العمل والمهن، والالتزام في مجال الأعمال الخيرية والتضامن، وفي المسؤوليات الاجتماعية والسياسية، وما إلى ذلك. إنها دعوات تجعلنا "حاملي وعد" بالخير والمحبّة والعدالة، ليس فقط لأنفسنا، ولكن أيضًا للسياقات الاجتماعية والثقافية التي نعيش فيها، والتي تحتاج إلى مسيحيّين شجعان وشهود حقيقيّين لملكوت الله.

يمكن لأحد أن يشعر، في اللقاء مع الربّ، بجاذبية الدعوة إلى الحياة المكرّسة أو الكهنوتية. وهو اكتشاف يثير الحماس ويخيف في نفس الوقت، إذ نشعر بأننا مدعوّون لأن نصبح "صيّادي بشر" في قارب الكنيسة عبر هبة كلّية للذات والعمل في خدمة أمينة للإنجيل وللإخوة. ويتضمن هذا الاختيار على مخاطرة ترك كلّ شيء لاتّباع الربّ وتكريس الذات له بالتمام، كي نصبح معاونيه في عمله. وقد تشكّل الكثير من المقاومة الداخلية إعاقة لقرار من هذا النوع، كما ويمكننا في بعض السياقات المعلمنة للغاية، والتي يبدو أنه لا يوجد فيها مجال لله وللإنجيل، أن نفقد الشجاعة ونقع في "تعب الرجاء" (عظة البابا أثناء القداس الإلهي مع الكهنة والمكرسين والحركات العلمانية، بنما، 26 يناير/كانون الثاني 2019).

ومع ذلك، فما من فرح أعظم من المخاطرة بالحياة من أجل الربّ! وأودّ أن أقول لكم أنتم الشبيبة بوجه خاص: لا تصمّوا أذنكم عن سماع دعوة الربّ! إذا دعاكم في هذه الدرب، لا "ترفعوا المجاديف"، ثقوا به، ولا تصابوا بالخوف الذي يشلّنا إزاء القمم العالية التي يعرضها الربّ علينا. تذكّروا دائمًا أن الربّ يَعِد، أولئك الذين يتركون الشباك والقارب كي يتبعوه، بفرحِ حياةٍ جديدة، يغمر القلب ويحيي المسيرة.

أيّها الأعزّاء، ليس من السهل دومًا تمييز دعوتنا الشخصية وتوجيه حياتنا بالطريقة الصحيحة. ولهذا السبب، هناك حاجة إلى التزام متجدّد من قِبَلِ الكنيسة بأسرها -كهنة، ورهبان، ومسؤولين رعويين، ومعلّمين- كي يقدّموا، ولا سيما للشبيبة، فرص إصغاء وتمييز. هناك حاجة إلى خدمة رعوية وتمييزية للشبيبة، تساعدهم على اكتشاف تدبير الله، ولا سيما عبر الصلاة، والتأمّل في كلمة الله، والسجود للقربان المقدّس والمرافقة الروحيّة.

يجب علينا، كما تبيّن لنا تكرارًا خلال اليوم العالمي للشبيبة في بنما، أن ننظر إلى مريم. فقد كانت الدعوة، حتى في قصّة هذه الصبية، وعدًا ومخاطرة في نفس الوقت. لم تكن رسالتها سهلة، لكنّها لم تسمح للخوف بأن يسيطر عليها. وكانت إجابتها هي "نعم" أولئك الذين "يريدون المشاركة والمخاطرة، والذين يريدون أن يراهنوا على كلّ شيء، دون أيّ ضمانات أخرى سوى أنهم على يقين من أنهم حاملي الوعد. وأسال كلّ منكم: هل تشعرون أنكم حاملو الوعد؟ أيّ وعد أحمل في قلبي، وعد أتقدّم به؟ كانت مريم دون شكّ أمام مهمّة صعبة، لكن الصعوبات لم تكن سببًا لتقول "كلا". كان عليها بالطبع أن تواجه تعقيدات، لكن لم تكن نفس التعقيدات التي تحدث عندما يشلّنا الخوف لأن كلّ شيء ليس واضحًا بالنسبة لنا أو مضمونًا مسبقًا. لم تشترِ مريم تأمينا على حياتها! مريم خاطرت بحياتها، ولذا فهي قوية، ولذا هي "ذات تأثير"، هي "ذات تأثير" عند الله! لقد كان الـ "نعم" والرغبة في الخدمة أقوى من الشكوك والصعوبات" (كلمة قداسة البابا فرنسيس خلال السهرة مع الشبيبة، بنما، 26 يناير / كانون الثاني 2019).

لنتحّد بالصلاة في هذا اليوم العالمي للدعوات، طالبين من الربّ أن يجعلنا نكتشف تدبير محبّته لحياتنا، وأن يعطينا الشجاعة للمخاطرة على الطريق الذي طالما ابتغاه لنا.

من الفاتيكان، 31 يناير / كانون الثاني 2019، ذكرى القدّيس يوحنا بوسكو

فرنسيس

[00408-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0204-XX.02]