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Conferenza Stampa del Santo Padre nel volo di ritorno dal Viaggio in Colombia, 12.09.2017


Testo in lingua originale

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Durante il volo che da Cartagena de Indias lo riportava a Roma, al termine del Viaggio Apostolico in Colombia, il Santo Padre Francesco ha incontrato i giornalisti a bordo dell’aereo in una conferenza stampa, la cui trascrizione pubblichiamo di seguito:

Testo in lingua originale

Greg Burke:
Grazie, Santo Padre, per il tempo che ci dedica oggi, dopo un viaggio intenso, faticoso, molto faticoso per alcuni, però anche un viaggio fruttuoso. Diverse volte Lei ha ringraziato le persone per le cose che Le hanno insegnato; anche noi impariamo tante cose in queste culture di incontro e La ringraziamo per questo. La Colombia in particolare, con il suo passato recente – non solo recente – ci ha offerto alcune testimonianze molto forti, testimonianze commoventi di perdono e di riconciliazione. Però ci ha dato anche una lezione continua di allegria e di speranza, due parole che Lei ha usato molto in questo viaggio. Adesso forse Lei vuole dire qualcosa, e poi passiamo alle domande. Grazie.

Papa Francesco:
Buona sera, e grazie tante per il vostro lavoro.
Davvero sono rimasto commosso della gioia, della tenerezza, della gioventù, della nobiltà del popolo colombiano. Davvero, un popolo nobile, che non ha paura di esprimersi come sente, non ha paura di sentire e far vedere quello che sente. Così l’ho percepito io. Questa è la terza volta [che vado in Colombia], che io ricordi, ma un vescovo ha detto: “No, Lei c’è stato una quarta volta, ma soltanto per piccole riunioni”, una volta a La Ceja e le altre due, o tre, a Bogotá. Ma non conoscevo la Colombia profonda, quella che si vede per le strade. E io ringrazio per la testimonianza di gioia, di speranza, di pazienza nella sofferenza di questo popolo. Mi ha fatto tanto bene. Grazie.

Greg Burke:
Grazie, Santo Padre. La prima domanda è di César Moreno, di “Caracol Radio”:

César Moreno, “Caracol Radio”:
Gracias, Su Santidad, muy buenas noches. Primero que todo quisiera agradecerle por parte de todos los medios colombianos que nos acompañan aquí en este viaje, todos nuestros compañeros y amigos, por haber usted ido a nuestra Patria, por habernos dado tantos mensajes tan lindos, tan profundos, por tanto cariño, por tanta cercanía que Usted le demostró al pueblo colombiano. Su Santidad, muchas gracias. Mi pregunta es la siguiente: Usted llegó, Santo Padre, a un país dividido, por cuenta de un proceso de paz, entre los que aceptan y no aceptan ese proceso, ¿qué hacer concretamente, qué pasos dar para acercar a las partes divididas, para que dejen ese odio, para que dejen ese rencor? ¿Si Su Santidad pudiera volver a nuestro país en unos años, cómo cree, cómo le gustaría ver a Colombia?. Gracias.

Papa Francesco:
A mí me gustaría al menos que el lema “Demos el segundo paso”, al menos fuera ese. Fueron, yo pensaba que eran más, calculaba por los sesenta, pero me dijeron 54 años de guerrilla más o menos, y ahí se acumula mucho, mucho, mucho odio, mucho rencor, mucha alma enferma, y la enfermedad no es culpable, viene, te agarraste un sarampión y te agarra… Scusatemi, parlo italiano. L’anima malata… la malattia non è una cosa colpevole, viene. E con queste guerriglie che davvero hanno fatto – sia la guerriglia, sia i paramilitari, sia quelli di là, e anche la corruzione, tante volte, nel Paese – hanno fatto peccati brutti che hanno provocato questa malattia dell’odio… Ma ci sono passi avanti che danno speranza, passi nel negoziato, l’ultimo è il cessate-il-fuoco dell’ELN: li ringrazio tanto, ringrazio tanto per questo. Ma c’è qualcosa di più, che io ho percepito, che è la voglia di andare avanti in questo processo, che va oltre i negoziati che si stanno facendo e che si devono fare. E’ una voglia spontanea, e lì c’è la forza del popolo. Io ho speranza in questo. Il popolo vuole “respirare”, ma dobbiamo aiutarlo, aiutarlo con la vicinanza, la preghiera e soprattutto la comprensione di quanto dolore c’è dentro tanta gente.

Greg Burke:
Adesso, Santo Padre, José Mojica, de “El Tiempo”:

José Mojica, de “El Tiempo”:
Santo Padre, un honor estar aquí con Usted. Mi nombre es José Mujica, soy periodista de “El Tiempo”- casa editorial de Colombia - y Le saludo en nombre también de mis colegas colombianos y de todos los medios de comunicación de mi país. Colombia ha sufrido muchas décadas de violencia por cuenta de la guerra, por el conflicto armado y también por el narcotráfico; sin embargo, los estragos de la corrupción en la política han sido tan perjudiciales como la misma guerra, y aunque no es nueva la corrupción, siempre hemos sabido que existe, sabemos que siempre ha habido corrupción, ahora es más visible porque ya no tenemos las noticias de la guerra, del conflicto armado. ¿Qué hacer ante este flagelo, hasta dónde llevar a los corruptos, cómo castigarlos y, por último, habría que excomulgar a los corruptos?

Papa Francesco:
Vos haces una pregunta que yo me la planteé muchas veces, yo me lo planteé de esta manera: ¿el corrupto tiene perdón? Yo me la planteé así. Y me la planteé cuando hubo un acto, en la provincia de Catamarca, en la Argentina, un acto de maltrato, abuso, de violación de una chica, y había gente metida allí muy ligada a los poderes políticos y económicos de esa provincia. Mi ha colpito tanto un articolo di Frigerio pubblicato su “La Nacion”, in quel tempo [FRIGERIO, O. “Corrupción, un problema político”. La Nación, año 122, n° 42.863]; io ho scritto un piccolo libro che si chiama “Peccato e corruzione”. Sempre tutti siamo peccatori e noi sappiamo che il Signore è vicino a noi, che Lui non si stanca di perdonare. Ma la differenza è: Dio non si stanca mai di perdonare, ma il peccatore a volte trova il coraggio e chiede perdono. Il problema è che il corrotto si stanca di chiedere perdono e dimentica come si chiede perdono: questo è il problema grave. E’ uno stato di insensibilità davanti ai valori, davanti alla distruzione, allo sfruttamento delle persone. Non è capace di chiedere perdono. E’ come una condanna, per cui è molto difficile aiutare un corrotto, molto difficile. Ma Dio può farlo. Io prego per questo.

Greg Burke:
Santo Padre, adesso Hernan Reyes, di “Télam”.

Hernan Reyes, di “Télam”:
Santità, la domanda è dal gruppo dei giornalisti di lingua spagnola. Lei ha parlato di questo primo passo che ha fatto la Colombia. Oggi alla Messa ha detto che non è stato abbastanza un dialogo fra due parti, ma è stato necessario incorporare più attori. Lei pensa che sia possibile replicare questo modello colombiano in altri conflitti nel mondo?

Papa Francesco:
Integrare [coinvolgere] altre persone [altri soggetti]… Anche oggi, nell’omelia, ho parlato di questo prendendo spunto dal passo del Vangelo. Coinvolgere altri soggetti: non è la prima volta. In tanti conflitti sono stati coinvolti altri soggetti. E’ un modo di andare avanti, un modo sapienziale, politico... C’è la saggezza di chiedere aiuto. Credo che, come oggi ho voluto accennare nell’omelia – che era un messaggio più che un’omelia –, credo che queste risorse tecnico-politiche aiutino, esse richiedono a volte l’intervento delle Nazioni Unite per uscire dalla crisi. Ma un processo di pace andrà avanti soltanto quando lo prende in mano il popolo. Se il popolo non lo prende in mano, si potrà andare avanti un po’, si arriverà a un compromesso… E’ quello che ho cercato di far sentire in questa visita: o il protagonista della pacificazione è il popolo, o si arriverà solo fino a un certo punto. Ma quando un popolo prende in mano la cosa, è capace di farla bene. Quella è la strada superiore [privilegiata]. Grazie.

Greg Burke:
Adesso Elena Pinardi.

Elena Pinardi, di EBU-UER:
Buona sera, Santità. Innanzitutto, vorremmo chiederLe come sta. Abbiamo visto tutti che ha battuto la testa: come sta? Si è fatto male? Innanzitutto vogliamo chiedere come sta? Si è fatto male?

Papa Francesco:
Mi sono chinato un po’ per salutare dei bambini, non ho visto il vetro e…”pum”.

Elena Pinardi:
Allora, la domanda è questa. Mentre siamo in volo, passiamo vicino all’uragano Irma che ha causato decine di morti e danni enormi nelle Isole caraibiche e a Cuba, e si teme che ampie zone della Florida possano finire sott’acqua. Sei milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case. Dopo l’uragano Harvey, sono stati quasi in contemporanea tre uragani sull’area. Gli scienziati ritengono che il riscaldamento degli oceani sia un fattore che contribuisce a rendere le tempeste e gli uragani stagionali più intensi. Vi è una responsabilità morale dei leader politici che rifiutano di collaborare con le altre nazioni per controllare le emissioni dei gas ad effetto serra, perché negano che il cambiamento climatico sia anche opera dell’uomo?

Papa Francesco:
Grazie. Parto dall’ultima parte, per non dimenticarla: chi nega questo deve andare dagli scienziati e domandare loro. Loro parlano chiarissimo. Gli scienziati sono precisi. L’altro giorno, quando è uscita la notizia di quella nave russa – credo – che è andata dalla Norvegia al Giappone o a Taipei passando dal Polo Nord, senza il rompighiaccio, e le fotografie facevano vedere pezzi di ghiaccio… Attraverso il Polo Nord, adesso, si può passare. E’ molto chiaro, è molto chiaro. Quando è uscita quella notizia, da una università – non ricordo dove – ne è uscita un’altra che diceva: “Abbiamo soltanto tre anni per tornare indietro, altrimenti le conseguenze saranno terribili”. Io non so se è vero “tre anni” o no; ma che, se non torniamo indietro, andiamo “giù”, quello è vero. Del cambiamento climatico si vedono gli effetti, e gli scienziati dicono chiaramente la strada da seguire. E tutti noi abbiamo una responsabilità, tutti. Ognuno una piccolina, o più grande, una responsabilità morale: nell’accettare, dare l’opinione o prendere decisioni. E dobbiamo prenderlo sul serio. Credo che sia una cosa su cui non scherzare, è molto seria. Lei mi chiede: qual è la responsabilità morale? Ognuno ha la sua. Anche i politici hanno la loro. Ognuno ha la propria. Secondo la risposta che dà.

Elena Pinardi:
C’è chi percepisce che andiamo incontro all’apocalisse con tutti questi eventi atmosferici…

Papa Francesco:
Non so. Io dico: ognuno ha la propria responsabilità morale, primo. Secondo: se uno è un po’ dubbioso che questo non sia tanto vero, che domandi agli scienziati. Loro sono chiarissimi. Non sono opinioni campate per aria: sono chiarissimi. E poi decida. E la storia giudicherà le decisioni. Grazie.

Greg Burke:
C’è Enzo Romeo e poi Valentina.

Enzo Romeo, della RAI:
Buona sera, Santo Padre. Io mi ricollego alla domanda che ha fatto prima la collega, perché Lei molte volte nei discorsi che ha fatto in Colombia ha richiamato alla necessità di fare pace con il creato, rispettare l’ambiente come condizione necessaria perché si possa creare una pace sociale stabile. E vediamo gli effetti dei cambiamenti climatici anche in Italia: non so se è informato, ci sono stati molti morti a Livorno…

Papa Francesco:
…Sì, dopo tre mesi e mezzo di siccità…

Enzo Romeo:
…Esatto. Tanti danni a Roma… Quindi, siamo tutti coinvolti in questa situazione. Ma perché tarda una presa di coscienza? Soprattutto da parte dei governi, che invece sembrano così solleciti magari in altri settori – sempre il discorso degli armamenti: stiamo vedendo ad esempio la crisi della Corea. Anche su questo mi piacerebbe avere una sua opinione.

Papa Francesco:
Il perché? Mi viene in mente una frase dell’Antico Testamento: l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba sulla stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno. C’è la superbia, la presunzione di dire: “No, ma non sarà così…”. E poi c’è il dio Tasca, no? Non solo sul creato: tante cose, tante decisioni, tante contraddizioni e alcune di queste dipendono dai soldi. Oggi, a Cartagena: io ho incominciato da una parte, chiamiamola, povera, di Cartagena. Povera. L’altra parte, la parte turistica, lusso e lusso senza misure morali, diciamo. Ma quelli che vanno di là, non si accorgono di questo? O gli analisti sociopolitici, non si accorgono? L’uomo è uno stupido, diceva la Bibbia. E così, quando non si vuol vedere, non si vede. Si guarda soltanto da una parte. Non so, e della Corea del Nord, ti dico la verità, io non capisco, davvero. Perché davvero non capisco quel mondo della geopolitica, è molto forte [arduo] per me. Ma credo che, per quello che vedo, lì c’è una lotta di interessi che mi sfuggono, non posso spiegare davvero. Ma l’altro aspetto è importante: non si prende coscienza. Pensa a Cartagena, oggi. Ma questo è ingiusto, e si può prendere coscienza? Questo mi viene in mente. Grazie.

Greg Burke:
Valentina…

Papa Francesco:
…La “decana”…

Valentina Alazraki, di “Televisa”:
(gli chiede come sta)

Papa Francesco:
…pero no duele. Me pusieron un ojo en compota [ridono]

Valentina Alazraki:
Ci dispiace comunque. Anche se non le fa male, ci dispiace.

Santità, ogni volta che Lei incontra i giovani, in qualsiasi parte del mondo, dice sempre loro: “Non vi fate rubare la speranza, non fatevi rubare l’allegria e il futuro”. Purtroppo, negli Stati Uniti è stata abolita la legge dei “dreamers”, dei sognatori: stiamo parlando di 800 mila ragazzi, moltissimi messicani, colombiani, di tanti Paesi. Lei non crede che con questa legge, con questa abolizione, questi ragazzi perdano l’allegria, la speranza, il futuro? E poi, abusando della Sua gentilezza e di quella dei colleghi, se Lei potesse fare una piccola preghiera, un piccolo pensiero per tutte le vittime del terremoto in Messico e dell’uragano Irma. Grazie.

Papa Francesco:
Davvero, sì, Le domandavo a quale legge si riferisse. Io ho sentito di questa legge; non ho potuto leggere gli articoli e come si prende la decisione. Non la conosco bene, ma, primo, staccare i giovani dalla famiglia non è una cosa che dà un buon frutto, né per i giovani, né per la famiglia. Io penso che questa legge – che credo venga non dal Parlamento ma dall’Esecutivo – se è così, ma non sono sicuro, c’è speranza che la si ripensi un po’. Perché io ho sentito parlare il Presidente degli Stati Uniti: si presenta come un uomo pro-life, e se è un bravo pro-life capisce che la famiglia è la culla della vita e che se ne deve difendere l’unità. Per questo, io ho interesse a studiare bene quella legge. Ma, veramente – in generale, sia questo caso o altri casi – quando i giovani si sentono sfruttati, come in tanti casi, alla fine si sentono senza speranza. E chi la ruba? La droga, le altre dipendenze, il suicidio… Il suicidio giovanile è molto forte, e succede quando vengono staccati dalle radici. E’ molto importante il rapporto di un giovane con le sue radici. I giovani sradicati, oggi, chiedono aiuto: vogliono ritrovare le radici. Per questo io insisto tanto sul dialogo tra giovani e anziani, un po’ scavalcando i genitori. Che dialoghino con i genitori, ma gli anziani [sono importanti], perché lì ci sono le radici; e sono un po’ più lontane, per evitare i conflitti che possono avere con le radici più prossime, come quelle dei genitori. Ma i giovani, oggi, hanno bisogno di ritrovare le radici. Qualsiasi cosa che vada contro le radici, ruba loro la speranza. Non so se ho risposto…

Valentina Alazraki:
Possono essere deportati dagli Stati Uniti…

Papa Francesco:
Eh sì, sì, perdono una radice… Questo è un problema. Ma davvero su quella legge non voglio esprimermi perché non l’ho letta e non mi piace parlare di quello che non ho studiato prima. E poi, Valentina è messicana e il Messico ha sofferto tanto, e con questa ultima cosa io chiedo a tutti per solidarietà con la “decana” – c’è l’altro “decano” lì – una preghiera per la sua patria. Grazie.

Greg Burke.
Grazie, Santo Padre. Adesso Fausto Gasparroni dell’Ansa:

Fausto Gasparroni, dell’Ansa:
Santità, a nome del gruppo italiano voglio fare una domanda sulla questione migranti, in particolare sul fatto che recentemente la Chiesa italiana ha espresso – diciamo così – una sorta di comprensione verso la nuova politica del governo di restringere sulla questione delle partenze dalla Libia e quindi degli sbarchi. Si è scritto anche che su questo c’è stato un Suo incontro con il Presidente del Consiglio Gentiloni. Vorremmo sapere se effettivamente in questo incontro si è parlato di questo tema, se c’è stato questo incontro e sia stato trattato questo tema, e soprattutto cosa pensi Lei appunto di questa politica di chiusura delle partenze, considerando anche il fatto che poi i migranti che restano in Libia – come è stato anche documentato da inchieste – vivono in condizioni disumane, in condizioni molto, ma molto precarie. Grazie.

Papa Francesco:
Prima di tutto, l’incontro con il Primo Ministro Gentiloni è stato un incontro personale e non su questo argomento. E’ stato prima di questo problema, che è venuto fuori alcune settimane dopo, quasi un mese dopo. E’ stato prima del problema. Secondo: io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. Il problema dei migranti è, primo, cuore aperto, sempre. E’ anche un comandamento di Dio, di accoglierli, “perché tu sei stato schiavo, migrante in Egitto” (cfr Levitico 19,33-34): questo dice la Bibbia. Ma un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. Io ho visto esempi – qui, in Italia – di integrazione bellissimi. Quando sono andato all’Università Roma Tre, mi hanno fatto domande quattro studenti; una, l’ultima, che ha fatto la domanda, io la guardavo [e pensavo]: “Ma questa faccia la conosco…”. Era una che meno di un anno prima era venuta da Lesbo con me nell’aereo. Ha imparato la lingua, e siccome studiava biologia nella sua patria ha fatto l’equiparazione e ha continuato. Ha imparato la lingua. Questo si chiama integrare. In un altro volo – quando tornavamo dalla Svezia, credo – ho parlato della politica di integrazione della Svezia come un modello, ma anche la Svezia ha detto, con prudenza: “Il numero è questo; di più non posso”, perché c’è il pericolo della non-integrazione. Terzo: c’è un problema umanitario, quello che Lei diceva. L’umanità prende coscienza di questi lager, lì? Delle condizioni di cui Lei parlava, nel deserto? Ho visto delle fotografie… Ci sono gli sfruttatori… Lei parlava del governo italiano: mi dà l’impressione che stia facendo di tutto per lavori umanitari, per risolvere anche il problema che non può assumere...

Ma [riassumendo]: cuore sempre aperto, prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria.

E c’è un’ultima cosa che voglio dire, e vale soprattutto per l’Africa. C’è, nel nostro inconscio collettivo, un motto, un principio: “L’Africa va sfruttata”. Oggi a Cartagena abbiamo visto un esempio di sfruttamento, umano, in quel caso [quello degli schiavi]. E un capo di governo, su questo, ha detto una bella verità: “Quelli che fuggono dalla guerra, è un altro problema; ma per tanti che fuggono dalla fame, facciamo investimenti lì, perché crescano”. Ma nell’inconscio collettivo c’è che ogni volta che tanti Paesi sviluppati vanno in Africa, è per sfruttare. Dobbiamo capovolgere questo: l’Africa è amica e va aiutata a crescere. Poi, gli altri problemi, di guerre, vanno da un’altra parte. Non so se con questo ho chiarito…

Greg Burke:
Santità, dobbiamo andare. Però, se possiamo fare un’ultima domanda? Xavier Le Normand, I. Media.

Xavier Le Normand, I. Media:
Bonsoir, très Saint Père. Santità, oggi Lei ha parlato del Venezuela, dopo l’Angelus. Lei ha chiesto che si respinga ogni tipo di violenza nella vita politica. Giovedì, dopo la Messa a Bogotá, Lei ha salutato cinque Presuli venezuelani. Lo sappiamo tutti: la Santa Sede è stata ed è ancora molto impegnata per un dialogo in quel Paese. E’ ormai da mesi che Lei chiede la fine di tutte le violenze. Ma il presidente Maduro da un lato ha parole molto violente contro i Vescovi, dall’altro lato dice che è con Papa Francesco. Non sarebbe possibile avere parole più forti e forse più chiare? Grazie, Santità.

Papa Francesco:
Credo che la Santa Sede abbia parlato forte e chiaramente. Quello che dice il Presidente Maduro, che lo spieghi lui: io non so cosa ha nella sua mente. Ma la Santa Sede ha fatto tanto: ha inviato là, in quel gruppo di lavoro dei quattro ex-presidenti, ha inviato un Nunzio di primo livello; poi ha parlato, ha parlato con persone, ha parlato pubblicamente. Io, tante volte, all’Angelus ho parlato della situazione cercando sempre un’uscita, aiutando, offrendo aiuto per uscire. Non so… Ma sembra che la cosa sia molto difficile, e quello che è più doloroso è il problema umanitario: tanta gente che scappa o soffre… Un problema umanitario che dobbiamo aiutare a risolvere in ogni modo. Io credo che le Nazioni Unite debbano farsi sentire anche lì, per aiutare… Grazie.

Greg Burke:
Grazie, Santità. Credo che dobbiamo andare.

Papa Francesco:
Per le turbolenze?

Greg Burke:
Sì…

Papa Francesco:
Dicono che c’è qualche turbolenza, che dobbiamo andare. Ma vi ringrazio tanto, vi ringrazio tanto per il vostro lavoro. E una volta in più, vorrei ringraziare l’esempio del popolo colombiano. E vorrei finire con un’immagine, quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada, salutando… Quello che più mi ha colpito è che i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. Questo mi ha colpito. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, farli vedere così, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro. Grazie tante. Grazie.

Greg Burke:
Grazie, Santità. Buon riposo.

[01288-XX.01] [Testo originale: Plurilingue]

Traduzione in lingua francese

Greg Burke:
Merci, Saint-Père, pour le temps que vous nous consacrez aujourd’hui, après un voyage intense, fatiguant, très fatigant pour certains, mais aussi un voyage fructueux. Plusieurs fois vous avez remercié les personnes pour ce qu’elles vous ont enseigné; nous aussi nous apprenons beaucoup de choses dans ces cultures de la rencontre et nous vous remercions pour cela. La Colombie, en particulier, avec son passé récent – pas seulement récent – nous a donné des témoignages très forts, des témoignages émouvants de pardon et de réconciliation. Mais il nous a donné aussi une leçon continue de joie et d’espérance, deux mots que vous avez beaucoup utilisés dans ce voyage. Maintenant peut-être voudrez-vous dire quelque chose, et ensuite nous passerons aux questions Merci.

Pape François:
«Bonsoir et merci beaucoup pour votre travail. J’ai été véritablement ému par la joie, la tendresse, la jeunesse, la noblesse du peuple colombien. C’est véritablement un peuple noble, qui n’a pas peur d’exprimer ce qu’il ressent, il n’a pas peur de ressentir et de faire voir ce qu’il ressent. C’est ainsi que je l’ai perçu. C’est la troisième fois [que je vais en Colombie], pour autant que je me souvienne, mais un évêque a dit : “Non, vous êtes venu une quatrième fois, mais uniquement pour des petites réunions”, une fois à La Ceja et les deux ou trois autres fois à Bogota. Mais je ne connaissais pas la Colombie profonde, celle que l’on voit dans les rues. Et je remercie pour le témoignage de joie, d’espérance, de patience, dans la souffrance de ce peuple. Cela m’a fait beaucoup de bien. Merci».

Greg Burke:
Merci, Saint-Père. La première question est de César Moreno, de «Caracol Radio»:

César Moreno, «Caracol Radio»:
Merci Sainteté, Bonsoir! Je voudrais d’abord vous remercier de la part de tous les media colombiens qui nous accompagnent dans ce voyage, tous nos compagnons et amis, pour être venu dans notre patrie, pour nous avoir donné tant de messages si beaux, si profonds, pour tant d’affection, tant de proximité que vous avez montrée au peuple colombien. Sainteté, mille merci! Ma question est la suivante: Vous êtes venu dans un pays divisé, à cause d’un processus de paix, entre ceux qui acceptent et ceux qui n’acceptent pas ce processus. Que faire concrètement pour rapprocher les parties divisées, pour qu’elles abandonnent cette haine, cette rancœur? Si vous pouviez revenir dans notre pays dans quelques années, comment aimeriez-vous voir la Colombie ?

Pape François:
J’aimerais au moins que la devise soit «Faisons le deuxième pas!», au moins cela. Il y a eu, je pensais plus, j’avais compté soixante, mais on m’a dit 54 ans de guérilla plus ou moins, et il y a beaucoup, beaucoup, beaucoup de haine, beaucoup de rancœur, beaucoup d’âme malade qui s’accumule, et la maladie n’est pas une faute, elle arrive, tu as attrapé la rougeole, et tu l’as... Pardonnez-moi, je parle italien. L’âme malade... La maladie n’est pas une faute, elle arrive. Et avec ces guérillas, qui ont vraiment fait — tant la guérilla, tant les paramilitaires, que ceux de l’autre côté, et aussi la corruption, si souvent, dans le pays — ont commis des péchés terribles qui ont provoqué cette maladie de la haine... Mais il y a des pas en avant qui donnent de l’espérance, des pas dans la négociation, le dernier est le cessez-le-feu de l’ELN: je les remercie beaucoup, je remercie beaucoup pour cela. Mais il y a quelque chose de plus, que j’ai ressenti, qui est la volonté d’aller de l’avant dans ce processus, qui va au-delà des négociations qui se font et qui doivent se faire. C’est une volonté spontanée, et il y a là la force du peuple. J’ai espoir en cela. Le peuple veut «respirer», mais nous devons l’aider, l’aider par la proximité, la prière et surtout la compréhension de toute la douleur qu’il y a chez tant de personnes.

Greg Burke:
Maintenant, Saint-Père, José Mojica, d’ «El Tiempo»:

José Mojica, d’ «El Tiempo» :
Saint-Père, c’est un honneur d’être ici avec vous. Je m’appelle José Mojica, je suis journaliste d’«El Tiempo», maison d’édition colombienne – et je vous salue au nom de mes collègues colombiens et de tous les moyens de communication de mon pays. La Colombie a souffert pendant de nombreuses décennies de la violence due à la guerre, du conflit armé et aussi du narco-trafic; mais les dommages de la corruption dans la politique ont été aussi destructeurs que la guerre elle-même; et, bien que la corruption ne soit pas nouvelle, nous avons toujours su qu’elle existe, nous savons qu’il y a toujours eu de la corruption, elle est plus visible à présent parce qu’il n’y a plus les nouvelles de la guerre, du conflit armé. Que faire face à ce fléau, jusqu’à quel point faut-il supporter les corrompus, comment les punir ? Et enfin, faudrait-il excommunier les corrompus ?

Pape François:
Vous me posez une question que je me suis posée de nombreuses fois, je me la suis posée de cette façon : y a-t-il un pardon pour le corrompu ? Je me la suis posée ainsi. Et je me la suis posée lorsqu’est survenu un fait, dans la province de Catamarca, en Argentine, un cas de mauvais traitement, d’abus, de violence sur une jeune fille, et il y avait là des gens impliqués très liés aux pouvoirs politiques et économiques de cette province. J’ai été très frappé par un article de [Octavio] Frigerio publié sur «La Nación», à cette époque [Corrupción, un problema politico. La Nación, 122, n. 42.863] ; et j’ai écrit un petit livre qui s’appelle «Péché et corruption». Nous sommes toujours tous pécheurs et nous savons que le Seigneur est proche de nous, qu’Il ne se lasse pas de pardonner. Mais la différence est : Dieu ne se lasse jamais de pardonner, mais le pécheur trouve parfois le courage et demande pardon. Le problème est que le corrompu se lasse de demander pardon et oublie comment on demande pardon : voilà le problème grave. C’est un état d’insensibilité face aux valeurs, face à la destruction, à l’exploitation des personnes. Il n’est pas capable de demander pardon. C’est comme une condamnation, c’est pourquoi il est très difficile d’aider un corrompu, très difficile. Mais Dieu peut le faire. Je prie pour cela.

Greg Burke:
Saint-Père, maintenant Hernan Reyes, de «Télam»:

Hernan Reyes, de «Télam»
Sainteté, la question est du groupe de journalistes de langue espagnole. Vous avez parlé de ce premier pas qu’a fait la Colombie. Vous avez dit aujourd’hui à la messe qu’un dialogue entre les deux parties n’a pas suffi, mais qu’il a été nécessaire d’introduire d’autres acteurs. Pensez-vous qu’il soit possible d’appliquer ce modèle colombien à d’autres conflits du monde ?

Pape François:
Intégrer [impliquer] d’autres personnes [d’autres sujets]... Aujourd’hui aussi, dans l’homélie, j’ai parlé de cela en prenant comme point de départ le passage de l’Evangile. Impliquer d’autres sujets : ce n’est pas la première fois. Dans de nombreux conflits, d’autres sujets ont été impliqués. C’est une façon d’aller de l’avant, une façon sage, politique... Il y a la sagesse de demander de l’aide. Je crois que, comme j’ai voulu l’évoquer aujourd’hui dans l’homélie — qui était un message plus qu’une homélie — je crois que ces ressources techniques et politiques aident, elles exigent parfois l’intervention des Nations unies pour sortir de la crise. Mais un processus de paix n’ira de l’avant que lorsque le peuple le prendra en main. Si le peuple ne le prend pas en main, il pourra aller un peu de l’avant, on arrivera à un compromis... C’est ce que j’ai essayé de faire comprendre au cours de cette visite : ou bien le protagoniste de la pacification est le peuple, ou bien on arrivera uniquement jusqu’à un certain point. Mais quand un peuple prend en main la chose, il est capable de bien la faire. Voilà la voie supérieure [privilégiée]. Merci.

Greg Burke:
Maintenant, Elena Pinardi

Elena Pinardi, de «EBU-UER»:
Bonsoir, Sainteté. Avant tout, nous voudrions vous demander comment vous allez. Nous avons tous vu que vous vous êtes cogné à la tête. Comment allez-vous? Vous êtes-vous fait mal?

Pape François:
Je me suis penché un peu pour saluer des enfants, je n’ai pas vu la vitre, et... «paf».

Elena Pinardi :
Alors, la question est celle-ci. Pendant que nous volons, nous passons à proximité de l’ouragan Irma qui a causé des dizaines de morts et des dommages énormes sur les Caraïbes et à Cuba, et on craint que de grandes régions de la Floride finissent sous les eaux. Six millions de personnes ont dû laisser leur maison. Après l’Ouragan Harvey, il y a eu presque trois ouragans en même temps sur la zone. Les scientifiques disent que le réchauffement des océans est un facteur qui contribue à rendre les tempêtes et les ouragans saisonniers plus intenses. Y a-t-il une responsabilité morale des responsables politiques qui refusent de collaborer avec les autres pays pour contrôler les émissions de gaz à effet de serre, parce qu’ils nient que le changement climatique est également l’œuvre de l’homme ?

Pape François:
Merci. Je parle de la dernière partie, pour ne pas l’oublier : ceux qui nient cela doivent aller voir les scientifiques et leur demander. Ils parlent très clairement. Les scientifiques sont précis. L’autre jour, lorsqu’a paru la nouvelle de ce bateau russe — je crois — qui est allé de la Norvège au Japon ou à Taipei en passant par le pôle nord, sans brise-glace, et les photos montraient des morceaux de glace... On peut à présent traverser le Pôle nord. C’est très clair, c’est très clair. Quand cette nouvelle a été communiquée par une université — je ne me souviens pas où — une autre est paru qui disait : «Nous n’avons que trois ans pour revenir en arrière, sinon les conséquences seront terribles». Je ne sais pas si «trois ans», c’est vrai ou pas ; mais que, si nous ne revenons pas en arrière, nous allons «sombrer», cela est vrai. On voit les effets du changement climatique, et les scientifiques disent clairement quelle est la voie à suivre. Et nous avons tous une responsabilité, tous. Chacun en a une petite, ou une plus grande, une responsabilité morale : en acceptant, en donnant son opinion, ou en prenant des décisions. Et nous devons prendre cela au sérieux. Je crois que c’est quelque chose qu’il ne faut pas prendre à la légère, c’est très sérieux. Vous me demandez : quelle est la responsabilité morale ? Chacun a la sienne. Même les hommes politiques ont la leur. Chacun a la sienne. Selon les réponses que l’on apporte.

Elena Pinardi:
Certains pensent que nous nous dirigeons vers une apocalypse avec tous ces événements atmosphériques.

Pape François:
Je ne sais pas. Je dis : chacun a sa propre responsabilité morale, premièrement. Deuxièmement : si quelqu’un doute un peu que ce ne soit pas si vrai, qu’il demande aux scientifiques. Eux sont très clairs. Ce ne sont pas des opinions sans queue ni tête : ils sont très clairs. Puis, qu’il décide. Et l’histoire jugera les décisions. Merci.

Greg Burke:
Enzo Romeo et ensuite Valentina

Enzo Romeo, de la «Rai» :
Bonsoir Saint-Père. Je reprends la question qu’a posée la collègue, parce que, de nombreuses fois dans les discours que vous avez fait en Colombie, vous avez rappelé la nécessité de faire la paix avec la création, de respecter l’environnement comme condition nécessaire pour l’on puisse créer une paix sociale stable. Et nous voyons les effets des changements climatiques également en Italie : je ne sais pas si vous êtes au courant, il y a eu de nombreux morts à Livourne.

Pape François:
Oui, après trois mois et demi de sécheresse...

Enzo Romeo:
C’est vrai. Beaucoup de dégâts à Rome. Nous sommes tous impliqués dans cette situation. Mais pourquoi une prise de conscience tarde-t-elle? Surtout de la part des gouvernements, qui semblent en revanche très actifs dans d’autres secteurs — toujours la question des armements : nous voyons par exemple la crise de la Corée. Là-dessus également je souhaiterais avoir votre opinion.

Pape François:
La raison? Il me vient à l’esprit une phrase de l’Ancien Testament: l’homme est stupide, c’est un têtu qui ne voit pas. L’unique animal de la création qui met le pied deux fois dans le même trou est l’homme. Le cheval et les autres non, ils ne le font pas. Il y a l’orgueil, la présomption de dire : «Non, ce ne sera pas comme cela...». Puis, il y a le «dieu Poche» non? Pas seulement en ce qui concerne la création : tant d’autres choses, tant de décisions, tant de contradictions et certaines d’entre elles dépendent de l’argent. Aujourd’hui, à Carthagène, j’ai commencé par la partie, disons, pauvre, de Carthagène. Pauvre. L’autre partie, la partie touristique, le luxe, et le luxe sans aucune mesure morale, disons. Mais ceux qui y vont, ne se rendent pas compte de cela? Ou les analystes socio-politiques, ne s’en rendent-ils pas compte? L’homme est stupide, disait la Bible. Et ainsi, quand il ne veut pas voir, il ne voit pas. On regarde seulement d’un côté. Je ne sais pas, et en ce qui concerne la Corée du Nord, je te dis la vérité, je ne comprends pas, vraiment. Parce que je ne comprends vraiment pas ce monde de la géopolitique, il est très fort [difficile] pour moi. Mais je crois que, pour ce que j’en vois, il y a là une lutte d’intérêts qui m’échappe, je ne peux pas expliquer, vraiment. Mais l’autre aspect est important : on ne prend pas conscience. Pense à Carthagène, aujourd’hui. Mais cela est injuste, et peut-on prendre conscience? Voilà ce qui me vient à l’esprit. Merci.

Greg Burke:
Valentina…

Pape François:
…La «doyenne»…

Valentina Alazraki, de «Televisa»,
(elle demande au Pape comment il va)

Pape François:
...Mais cela ne fait pas mal. On m’a fait un œil au beurre noir... [rires].

Valentina Alazraki:
Je suis désolée. Même si vous n’avez pas mal, je suis désolée. Sainteté, chaque fois que vous rencontrez les jeunes, n’importe où dans le monde, vous leur dites toujours: «ne vous laissez pas voler l’espérance, ne vous laissez pas voler la joie et l’avenir». Malheureusement, aux Etats-Unis, a été abolie la loi des «dreamers» : il est question de huit cent mille jeunes, de très nombreux Mexicains, Colombiens, de beaucoup de pays. Ne pensez-vous pas qu’avec cette loi, avec cette abolition, ces jeunes perdront la joie, l’espérance, l’avenir? Et ensuite, abusant de votre gentillesse et de celle des collègues, pourriez-vous faire une prière, avoir une pensée pour toutes les victimes du tremblement de terre au Mexique et de l’ouragan Irma. Merci.

Pape François:
Oui, vraiment. Je vous demandais de quelle loi vous vouliez parler. J’ai entendu parler de cette loi ; je n’ai pas pu lire les articles et comment a été prise cette décision. Je ne la connais pas bien, mais tout d’abord, séparer les jeunes de leur famille n’est pas quelque chose qui donne un bon fruit, ni pour les jeunes, ni pour la famille. Je pense que cette loi — qui, je crois, n’émane pas du parlement, mais de l’exécutif — si c’est le cas, mais je ne suis pas certain, il y a l’espoir qu’on y repense un peu. Parce que j’ai entendu parler le Président des Etats-Unis : il se présente comme un homme pro-life, et si c’est un bon pro-life, il comprend que la famille est le berceau de la vie et qu’il faut défendre son unité. C’est pourquoi je tiens à bien étudier cette loi. Mais vraiment - en général, tant dans ce cas que dans d’autres cas - quand les jeunes se sentent exploités, comme dans tant de cas, à la fin, ils se sentent sans espérance. Et qui la leur vole ? La drogue, les autres dépendances, le suicide... Le suicide des jeunes est très important, et cela a lieu quand ils sont détachés de leurs racines. Le rapport d’un jeune avec ses racines est très important. Les jeunes déracinés, aujourd’hui, demandent de l’aide : ils veulent retrouver leurs racines. C’est pourquoi j’insiste tant sur le dialogue entre les jeunes et les personnes âgées, en contournant un peu les parents. Qu’ils dialoguent avec les parents, mais les personnes âgées [elles sont importantes], parce que c’est en elles que se trouvent les racines ; et elles sont un peu plus détachées, pour éviter les conflits qu’ils peuvent avoir avec les racines plus proches, comme celles des parents. Mais les jeunes, aujourd’hui, ont besoin de retrouver leurs racines. Tout ce qui va contre leurs racines leur vole l’espérance. Je ne sais pas si j’ai répondu...

Valentina Alazraki:
Ils peuvent être déportés des Etats-Unis…

Pape François:
Oui, oui, ils perdent une racine... C’est un problème. Mais vraiment, je ne veux pas m’exprimer sur cette loi parce que je ne l’ai pas lue et je n’aime pas parler de ce que je n’ai pas d’abord étudié. Puis, Valentina est mexicaine et le Mexique a tant souffert, et avec cette dernière chose, je demande à tous, par solidarité avec la «doyenne» — il y a l’autre «doyen» là — une prière pour sa patrie. Merci.

Greg Burke:
Merci Saint-Père. Maintenant Fausto Gasparroni, de l’Ansa:

Fausto Gasparroni, «Ansa» :
Sainteté, au nom du groupe italien je veux poser une question sur les migrants, en particulier sur le fait que, récemment, l’Eglise a exprimé – disons ainsi – une sorte de compréhension envers la nouvelle politique du Gouvernement de réduction des départs de la Lybie et donc des débarquements. Il a été écrit aussi que, sur ce sujet, vous avez eu une rencontre avec le Président du Conseil M. Paolo Gentiloni. Nous voudrions savoir si effectivement ce thème a été traité lors de la rencontre, et surtout ce que vous pensez de la politique de fermeture des départs, étant donné également que les migrants qui restent en Libye vivent dans des conditions inhumaines, dans des conditions vraiment, mais vraiment très précaires ?

Pape François:
Avant tout, la rencontre avec le premier ministre Gentiloni a été une rencontre personnelle, et non sur ce thème. Elle a eu lieu avant ce problème, qui est apparu quelques semaines plus tard, près d’un mois plus tard. Elle a eu lieu avant le problème. Deuxièmement : je sens un devoir de gratitude à l’égard de l’Italie et de la Grèce, car ces pays ont ouvert leur cœur aux migrants. Mais il ne suffit pas d’ouvrir le cœur. Le problème des migrants est, avant tout, un cœur ouvert, toujours. C’est également un commandement de Dieu, de les accueillir, «parce ce que tu as été esclave, migrant en Egypte» (cf. Lévitique 19, 33-34) : c’est ce que dit la Bible. Mais un gouvernement doit gérer ce problème avec la vertu propre au gouvernant, c’est-à-dire la prudence. Qu’est-ce que cela signifie ? Tout d’abord : combien ai-je de places ? Deuxièmement : pas seulement les recevoir, mais également les intégrer. Les intégrer. J’ai vu des exemples — ici en Italie — de très belles intégrations. Quand je suis allé à l’université Roma Tre, quatre étudiants m’ont posé des questions ; l’une, la dernière, qui a posé la question, je la regardais [et je pensais] : «Mais ce visage, je le connais...». C’était une jeune fille qui moins d’un an auparavant, était venue de Lesbos avec moi en avion. Elle a appris la langue et comme elle étudiait la biologie dans son pays, elle a fait une équivalence et elle a continué. Elle a appris la langue. Cela s’appelle intégrer. Sur un autre vol — quand nous revenions de Suède, je crois — j’ai parlé de la politique d’intégration de la Suède comme d’un modèle mais la Suède aussi a dit, avec prudence : «Le nombre est celui-ci ; je ne peux pas en recevoir plus», parce qu’il y a le danger de la non-intégration. Troisièmement, il y a un problème humanitaire, celui dont vous parliez. L’humanité prend-elle conscience de ces lager, là ? Des conditions dont vous parliez, dans le désert ? J’ai vu des photos... Il y a des gens qui exploitent... Vous parliez du gouvernement italien : il me donne l’impression de faire tout le possible en ce qui concerne l’action humanitaire, pour résoudre également le problème qu’il ne peut assumer...

Mais [en résumant] : un cœur toujours ouvert, prudence, intégration et proximité humanitaire.

Et il y a une dernière chose que je veux dire, et cela vaut surtout pour l’Afrique. Il y a, dans notre inconscient collectif, une devise, un principe : «L’Afrique doit être exploitée». Aujourd’hui, à Carthagène, nous avons vu un exemple d’exploitation humaine, dans ce cas [celui des esclaves]. Et un chef de gouvernement, à ce propos, a dit une belle vérité : «Ceux qui fuient la guerre, c’est un autre problème ; mais pour les très nombreux qui fuient la faim, faisons des investissements dans ce pays, afin qu’ils puissent se développer». Mais dans l’inconscient collectif, on pense que chaque fois que de nombreux pays développés vont en Afrique, c’est pour exploiter. Nous devons renverser cela : l’Afrique est une amie et il faut l’aider à croître. Puis, les autres problèmes, de guerres, sont à part. Je ne sais pas si avec cela, j’ai éclairci les choses...

Greg Burke:
Sainteté, nous devons finir. Mais pouvons-nous poser une dernière question? Xavier Le Normand, «I. Media»

Xavier Le Normand, «I. Media» :
Bonsoir Saint-Père. Sainteté, aujourd’hui vous avez parlé du Venezuela, après l’Angélus. Vous avez demandé que tout type de violence soit repoussé dans la vie politique. Jeudi, après la messe à Bogota, vous avez salué cinq prélats vénézuéliens. Nous le savons tous: le Saint-Siège a été et est encore très engagé en vue d’un dialogue dans ce pays. Voici des mois que vous demandez la fin de toutes les violences. Mais le président Maduro d’un côté a des paroles très violentes contre les évêques, et de l’autre, dit qu’il est du côté du Pape François. Serait-il possible d’avoir des paroles plus fortes, et peut-être plus claires ? Merci Sainteté.

Pape François:
Je crois que le Saint-Siège en a parlé de manière forte et claire. Ce que dit le président Maduro, qu’il l’explique lui-même : je ne sais pas ce qu’il a à l’esprit. Mais le Saint-Siège a fait beaucoup : il a envoyé dans ce pays, dans ce groupe de travail des quatre anciens présidents, il a envoyé un nonce de très haut niveau ; puis il a parlé, il a parlé avec des personnes, il a parlé publiquement. Moi-même, très souvent, à l’Angélus, j’ai parlé de la situation en cherchant toujours une voie d’issue, en aidant, en offrant une aide pour sortir. Je ne sais pas... Mais il semble que la chose soit très difficile, et ce qui est le plus douloureux est le problème humanitaire : tant de gens qui fuient et qui souffrent... Un problème humanitaire que nous devons aider à résoudre de toutes les façons possibles. Je crois que les Nations unies doivent élever leur voix là aussi, pour aider... Merci.

Greg Burke:
Merci Sainteté. Je crois que nous devons arrêter.

Pape François
A cause des turbulences

Greg Burke:
Oui…

Pape François:
On nous dit qu’il y a des turbulences, que nous devons nous arrêter. Mais je vous remercie beaucoup, je vous remercie beaucoup pour votre travail. Et une fois de plus, je voudrais remercier pour l’exemple du peuple colombien. Et je voudrais terminer par une image, celle qui m’a le plus frappé chez les Colombiens : dans les quatre villes il y avait la foule dans les rues, qui saluait... Ce qui m’a le plus frappé, c’est que les pères, les mères, tendaient leurs enfants pour les faire voir au Pape et pour que le Pape leur donne la bénédiction. Comme pour dire : «Voilà mon trésor, voilà mon espérance, voilà mon avenir. Moi j’y crois». Cela m’a frappé. La tendresse. Les yeux de ces pères et de ces mères. Magnifique, magnifique! C’est un symbole, un symbole d’espoir dans l’avenir. Un peuple qui est capable de faire des enfants et de les montrer, de les faire voir ainsi, comme pour dire : «Voilà mon trésor», est un peuple qui a de l’espérance et qui a un avenir. Merci beaucoup. Merci.

[01288-FR.01] [Texte original: Plurilingue]

Traduzione in lingua inglese

Pope Francis:
Good evening, and thank you so much for your work. I was quite moved by the joy, the affection, the youthfulness and the nobility of the Colombian people. They are truly a noble people, unafraid to express their feelings, unafraid to feel and to show what they are feeling. That was my impression. This is my third time [in Colombia], as I recall, but a bishop reminded me: “No, there was a fourth time, but only for small meetings”, once at La Ceja and another two or three in Bogotá. But I did not have a deep knowledge of Colombia, what you see on the streets. I am grateful for the testimony of joy, hope and patience amid the sufferings of this people. It was a blessing for me. Thank you.

César Moreno (“Caracol Radio”) [in Spanish]:
Thank you, Your Holiness, and good evening! Before all else, on the part of the Colombian media who are accompanying us here on this trip, all our companions and friends, I would like to thank you for having gone to our country, for having given us so many very beautiful, profound messages, for all the affection and closeness that you have shown to the Colombian people. Holiness, many thanks! My question is this. You came to a country divided by a peace process, divided between those who accept this peace process and those who do not accept it. What can be done concretely, what steps should be taken, to bring the divided sides closer together, so that they can abandon this hatred, this rancour? If Your Holiness could return to our country in a few years, as you think you might, what sort of a Colombia would you like to see? Thank you.

Pope Francis [starting in Spanish]:
At the least, I would like its motto to be: “Let’s Take a Second Step”, at least that! I thought that there had been more years of guerrilla warfare —around 60, but they tell it has been about 54… And much, much hatred has accumulated, much rancour, a great sickness of the soul. Sickness itself is not a crime; it happens— you come down with measles and you’ve got them.... (Sorry, I’ll speak in Italian…) A sickness of the soul, you just contract it. With this guerrilla warfare, really grave sins were committed that caused this disease of hatred, whether by guerrillas, paramilitaries or those on the other side, to say nothing of persistent corruption in the country. But there are steps forward that offer hope, steps forward in the negotiations. The latest is the ELN (National Liberation Army) cease-fire: I thank them very much for that. There is something else that I noticed – a desire to move beyond this process, beyond the negotiations that are underway and are necessary. It is a spontaneous desire, and expresses the strength of the people. I find hope in this. The people want to “breathe”, but we have to help them, to help them with our closeness, our prayers, and above all, with our understanding of how much pain is still there in so many people.

José Mojica (“El Tiempo”) [in Spanish]:
Holy Father, it is an honour to be here with you. My name is José Mojica. I am a journalist with “El Tiempo”, a Colombian publishing house – and I greet you also in the name of my Colombian colleagues and of all the communications media in my country. Colombia has endured many decades of violence on account of war, armed conflict and drug trafficking. But the harm done by political corruption has been just as devastating as the war itself, and even though corruption is not something new – we have always known it was there, it has always existed – now it is all more visible because we are no longer hearing news about the war, the armed conflict. What needs to be done in the face of this scourge? Up to what point should corrupt people be tolerated? How should they be punished? And finally, should the corrupt be excommunicated?

Pope Francis [starting in Spanish]:
You are asking a question that I have asked myself many times. This is how I put it: Can a corrupt person be forgiven? This is what I asked myself when, in the province of Catamarca, in Argentina, there was a case of mistreatment, abuse and violence involving a young girl. There were people implicated who were closely connected to the political and economic powers in that province. I was struck by an article by Frigerio published at the time in “La Nación”. I wrote a small book entitled “Sin and Corruption”. All of us are sinners. We know that the Lord is close to us and that he constantly forgives us. But there is a difference: God never tires of forgiving, and sinners find the courage to beg his forgiveness. The problem is that the corrupt person gets tired of begging forgiveness and even forgets how to. This is the grave problem; they are no longer sensitive to values, to the destruction and exploitation of people. They are not capable of begging forgiveness. It is as if they are already condemned. In this sense, it is very, very difficult to help a corrupt person. But God can do it. I pray for this.

Hernan Reyes (“Télam”):
Your Holiness, this question is from a group of Spanish-speaking journalists. You spoke of this first step that Colombia has taken. Today at the Mass, you said that dialogue between the two sides was not enough, that it was necessary to get others involved. Do you think that it is possible to replicate this Colombian model for other conflicts in the world?

Pope Francis:
Getting others involved.... I spoke about this today in my homily, based on a passage of the Gospel. Getting others involved: this is not the first time. Others have been involved in many conflicts. It is a way of going forward, a wise, political way, having the wisdom to ask for help. As I mentioned in the homily (which was more a message than a homily), I think such technical political resources can help. Sometimes they require intervention by the United Nations to overcome a crisis. Still, a peace process goes forward only when the people take it in hand. If the people do not take it in hand, it may progress slightly, a compromise can be achieved... This is what I wanted to state in this visit: unless the people are the protagonists of pacification, it will progress only to a certain point. But when the people take something in hand, they are capable of doing it well. That is best way. Thank you.

Elena Pinardi (EBU-UER):
Good evening, Holiness. First of all, we would like to ask you how you are. We all saw that you bumped your head. Did you hurt yourself?

Pope Francis:
I bent over to greet some children, I did not see the glass and ... “boom”!

Elena Pinardi:
My question is this. In our flight, we are passing near Hurricane Irma, which has caused dozens of deaths and enormous damage in the Caribbean Islands and Cuba; it is feared that large areas of Florida may end up under water. Six million people have had to leave their homes. After Hurricane Harvey, there have been three hurricanes in the area more or less at the same time. Scientists believe that the warming of the oceans is a factor that contributes to intensifying storms and seasonal hurricanes. Is there a moral responsibility on the part of political leaders who refuse to cooperate with other nations in controlling greenhouse gas emissions, because they deny that climate change is also man-made?

Pope Francis:
Thank you. I will start with the last part, so as not to forget it. Those who deny this have to go to the scientists and ask them. Scientists speak very clearly; they are precise. The other day, the news came out about the ship (I think it was Russian) that went from Norway to Japan or Taipei by crossing the North Pole, without an ice breaker, with photographs showing floating pieces of ice.... You can now pass through the North Pole! It is quite clear, quite clear. When this news came out, from a university – I don’t recall where – another story appeared, saying: “We have only three years to reverse the situation; otherwise the consequences will be frightening”. I do not know if the “three years” is true or not; but if we do not turn around, we will go under, that much is true. We can see the effects of climate change and the scientists clearly indicate the road to take. All of us have a responsibility, each one of us. Everyone has a moral responsibility, whether large or small, in accepting, offering opinions or making decisions. We have to take this seriously. I don’t think it is something we can joke about; it is quite serious. You asked me about moral responsibility. Each person has his or her own. The politicians have theirs too. Each has his or her own. According to the answer he or she gives.

Elena Pinardi:
There are those who feel that we are moving toward the cataclysm with all these atmospheric events....

Pope Francis:
That I don’t know. What I would say is this. First, everyone has a specific moral responsibility. Second, if people have any doubts about the matter, they should ask the scientists. They are extremely clear about this. They are not just venting opinions, they are extremely clear. Then let them decide for themselves. History will judge their decisions. Thank you.

Enzo Romeo (RAI):
Good evening, Holy Father. I would like to go back to the same question my colleague asked, because in your addresses in Colombia, you often called attention to the need to make peace with creation, to respect the environment, as a necessary condition for stability and peace in society. We see the effects of climate change in Italy, too: I don’t know if you are informed; there have been many deaths in Livorno....

Pope Francis:
Yes, and after three-and-a-half months of drought.

Enzo Romeo:
Precisely. Lots of damage in Rome, too... So we are all concerned about this situation. But why is it taking so long to act on it? Especially on the part of governments, which seem to be concerned about other areas… Then there is the issue of weapons. We are witnessing, for example, the crisis in Korea. I would like to have your opinion on this too.

Pope Francis:
The reason why? A phrase from the Old Testament comes to mind, “Man lacks understanding”, he is stubborn and does not see. The only animal in creation to put its foot back in the same hole is man; horses and the other animals do not. It is proud and presumptuous to say, “No, that isn’t so...” Then there is mammon, the god of the pocket… Not only the environment; many issues, many decisions, many conflicts, have to do with money. Today, in Cartagena, I started on one side, let’s call it the poor side, of the city. The other side, the tourist part, is opulent, an opulence without moral restraints, let us say. Do those who go there not notice this? Do the socio-political analysts not see this? “Man lacks understanding”, the Bible said. When we don’t want to see something, we don’t see it. We only look at one side. As for North Korea, to tell you the truth, I don’t really understand it, I don’t really understand that world of geopolitics, I find it very hard. For what little I do see, there is a conflict of interests that I find hard to explain. But the other thing is important. We fail to notice. Think of Cartagena, today. This is an unjust situation, but are we able to recognize this? These are my thoughts.

Valentina Alazraki (“Televisa”):
(begins by asking Pope Francis how he is)

Pope Francis [in Spanish]:
It doesn’t hurt. They gave me a black eye.... [laughter]

Valentina Alazraki:
We are sorry all the same. Even if you didn’t hurt yourself, we are sorry. Your Holiness, every time you meet young people, in whatever part of the world, you always tell them: “Do not let them rob you of hope; do not let them rob you of joy and of a future”. Unfortunately, in the United States the law for the “dreamers” has been overturned. We are talking about 800 thousand young people, many of them Mexicans and Colombians, from many countries. Don’t you think that this will cause these young people to lose their joy, their hope, their future? And then, if I may take advantage of your kindness and that of our colleagues, I would ask you to offer a little prayer, a small thought, for all the victims of the earthquake in Mexico and of Hurricane Irma. Thank you.

Pope Francis:
I asked you about what law you were referring to. I have heard about it, but I have not been able to read the articles and the details of the decision. I am not very familiar with it, but, first, separating young people from their families is not something that bears good fruit, for the young people or for the family. I believe the decision does not come from the Congress but from the executive branch. If that is the case, and I am not certain, there is a hope that it somehow can be re-thought. I have listened to the President of the United States: he considers himself “pro-life” and if he is a good pro-life person, he understands that the family is the cradle of life and that its unity needs to be defended. So I am interested in taking a closer look at the decision. But more generally, whether this case or other cases, whenever young people feel used, as often happens, in the end they feel desperate. What robs them of hope? Drugs, other addictions, suicide.... Youth suicide is extremely serious; it happens when young people are cut off from their roots. A young person’s relationship with his or her roots is very important. Today’s uprooted young people are asking for help: they want to rediscover their roots. That is why I talk so much about the need for dialogue between young people and the elderly, even bypassing parents somewhat. Young people should dialogue with their parents, but the elderly [are important], because that is where their roots are; in the case of the elderly, those roots are a little more distant and that can make it more easy to touch them, easier perhaps than talking to one’s parents. All the same, young people today do need to rediscover their roots. Anything that goes against their roots robs them of hope. I do not know if I have responded....

Valentina Alazraki:
Those young people can be deported from the United States....

Pope Francis:
True enough, they lose a root.... It is a problem. But really I don’t want to express an opinion on that case because I have not read about it, and I don’t like to speak about something I haven’t first studied. Besides, Valentina is Mexican, and Mexico has suffered a great deal. So, I ask everyone for solidarity with [her] and a prayer for her country. Thank you.

Fausto Gasparroni (ANSA):
Your Holiness, on behalf of the Italian group, I would like to ask you about the issue of migrants. Specifically, because the Italian Church recently expressed – let’s put it this way – a certain understanding with regard to the new government policies on restricting departures from Libya and consequently arrivals [on Italian territory]. It has also been reported that you had a meeting with Prime Minister Gentiloni on the matter. We would like to know whether the meeting did take place, whether that issue was discussed, and most of all, what you think about this policy of stopping departures, also in view of the fact that the migrants who remain in Libya – and this too has been documented – are living in inhuman conditions, in extremely precarious conditions. Thank you.

Pope Francis:
First, the meeting with Prime Minister Gentiloni was a personal meeting, and did not concern this issue. It took place before this problem arose; the problem came up a few weeks later, maybe a month later. So it was before the problem. Second, I feel much obliged to Italy and Greece, because they have opened their hearts to migrants. Yet opening our hearts is not enough. We do need to open our hearts, first and always; this is also one of God’s commandments, to welcome others; “You too were a slave, a migrant in Egypt” (cf. Lev 19:33-34), as the Bible tells us. All the same, governments have to manage this with the virtue proper to governance, which is prudence. Meaning what? First, how many places do we have available? Second, not just to accept, but to integrate. Here in Italy, I have seen marvellous examples of integration. When I went to the Roma III University, four students asked me questions. While the last one was asking her question, I kept looking at her and thinking: “I know that face...” Less than a year ago, she had travelled with me on the plane from Lesvos. She learned Italian and because she was studying biology in her country, she did her equivalency and continued her studies. She learned the language. This is what it means to integrate. On another flight – returning from Sweden, I think – I spoke of Sweden’s integration policy as a model, but Sweden too has prudently said: “This is the number; more than this we cannot handle”, because of the danger of non-integration. Third, there is the humanitarian issue that you mentioned. Is the world aware of these camps, of the conditions there, in the desert? I have seen photographs... Exploiters exist. You spoke of the Italian government. I think they are doing everything possible to provide humanitarian assistance, and to solve a problem that they cannot take on... But [to sum up]: always an open heart, prudence, integration and humanitarian assistance.

There is one last thing I would like to say, and it is mostly true for Africa. There is, in our collective unconscious a motto, a principle: “Africa is there to be exploited”. In Cartagena today we saw one example of human exploitation, in the case of the slaves. One head of state put it nicely: “People fleeing from war, that is one problem; but as for all those fleeing from hunger, we need to invest there, for their growth”. Still, in our collective unconscious there is the idea that whenever developed countries go to Africa, it is to exploit it. We have to turn this around: Africa is a friend and should be helped to grow. Then, the other problems, the wars, go elsewhere. I don’t know if I have made things clear....

Xavier Le Normand (I. Media):
Good evening, Holy Father. Today you spoke about Venezuela after the Angelus. You called for the rejection of every form of violence in political life. Thursday, after the Mass in Bogotá, you greeted five Venezuelan bishops. We all know that the Holy See has been very committed to promoting dialogue in that country. For months now, you have been calling for an end to all violence. But President Maduro lashes out against the bishops on the one hand, while on the other he says that he is with Pope Francis. Would it be possible to have more forceful and perhaps clearer words? Thank you, your Holiness.

Pope Francis:
I believe that the Holy See has spoken out forcefully and clearly. What President Maduro says, it is up to him to explain; I don’t know what his thoughts are. But the Holy See has done a lot. It sent a high-level Nuncio to the working group of the four ex-Presidents, and it has spoken with individuals and spoken out publicly. I myself have mentioned the situation frequently at the Angelus, always trying to find a solution and to offer help in finding a way out. I don’t know... But the whole matter appears quite difficult. The most painful part is the humanitarian problem: all those people who are fleeing or suffering... It is a humanitarian problem that somehow we have to help resolve. I think that the United Nations should make its voice heard there too, to help... Thank you.

Greg Burke:
Thank you, your Holiness, I think we have to go.

Pope Francis:
They are telling me that there is some turbulence and that we need to go. But I thank you all very much for your work. Once again, I would like to express my gratitude for the example given by the Colombian people. I would like to end with an image, one that struck me most about Colombians. In the four cities, there were crowds in the streets to greet me... What struck me most is that fathers and mothers were lifting their children up to show them to the Pope, so that the Pope could bless them. It was if they were saying: “Here is my treasure, here is my hope, here is my future, and I have faith in it”. This impressed me. Their affection. The eyes of those fathers and mothers. It was beautiful! It is a symbol, a symbol of hope for the future. A people capable of making children and showing them, showing them that way, as if to say, “this is my treasure”, is a people that has hope and has a future. Thank you very much.

[01288-EN.01] [Orignal text: Plurilingual]

Traduzione in lingua tedesca

Greg Burke:
Danke, Heiliger Vater, für die Zeit, die Sie uns heute widmen nach einer intensiven und anstrengenden Reise, für manche sehr anstrengend, doch auch eine ertragreiche Reise. Mehrmals haben Sie den Menschen für die Dinge gedankt, die Sie bei ihnen gelernt haben. Auch wir lernen viele Dinge in diesen Kulturen der Begegnung und wir danken Ihnen dafür. Besonders Kolumbien mit seiner jüngeren Vergangenheit – nicht nur der jüngeren – hat uns einige sehr starke Zeugnisse geliefert, bewegende Zeugnisse der Vergebung und der Versöhnung. Es hat uns aber auch eine anhaltende Lektion der Freude und der Hoffnung gegeben, zwei Worte, die Sie auf dieser Reise oft gebraucht haben. Vielleicht möchten Sie jetzt etwas sagen, und dann gehen wir anschließend zu den Fragen über. Danke.

Papst Franziskus:
Guten Abend und vielen Dank für Ihre Arbeit.
In der Tat war ich sehr bewegt von der Freude, von der Zärtlichkeit, von der Jugend, von der Noblesse des kolumbianischen Volkes. Es ist wirklich ein nobles Volk, das keine Furcht hat, sich zu äußern, wie es fühlt. Es fürchtet sich nicht, zu erfahren und sichtbar zu machen, was es empfindet. So habe ich es wahrgenommen. Dies ist das dritte Mal, [dass ich nach Kolumbien gekommen bin,] soweit ich mich erinnere, wenn auch ein Bischof gesagt hat: „Nein, Sie waren ein viertes Mal hier, doch nur für kleinere Besprechungen“. Einmal in La Ceja und bei zwei oder drei weiteren Gelegenheiten in Bogotá. Aber ich kannte das tiefe Kolumbien nicht, jenes, das man auf den Straßen sieht. Und ich danke für das Zeugnis der Freude, der Hoffnung, der Geduld im Leiden bei diesem Volk. Das hat mir sehr gut getan. Danke.

Greg Burke:
Danke, Heiliger Vater. Die erste Frage kommt von César Moreno von „Caracol Radio“.

César Moreno („Caracol Radio“):
[Auf Spanisch] Danke, Heiligkeit, und guten Abend. Zunächst möchte ich seitens aller kolumbianischen Medien, die uns hier auf dieser Reise begleitet haben, seitens aller unserer Kollegen und Freunde, danken, dass Sie in unsere Heimat gekommen sind und dass Sie uns so viele schöne und tiefe Botschaften geschenkt haben. Wir möchten Ihnen danken für Ihre so große Zuneigung und Ihre so große Nähe, die Sie dem kolumbianischen Volk bekundet haben. Eure Heiligkeit, vielen Dank. Meine Frage ist die folgende: Sie, Heiliger Vater, sind in ein gespaltenes Land gekommen um des Friedensprozesses willen, um zwischen denen, die ihn akzeptieren, und denen, die diesen Prozess nicht akzeptieren, zu vermitteln. Was ist konkret zu tun, welche Schritte sind zu machen, um die entzweiten Teile näher zu bringen, damit dieser Hass und dieser Groll aufhöre? Wenn Eure Heiligkeit in einigen Jahren in unser Land zurückkehren könnten, wie denken Sie, was würde Ihnen gefallen, in Kolumbien zu sehen? Danke.

Papst Franziskus:
[Auf Spanisch] Zumindest würde mir gefallen, wenn das Motto dann „Machen wir den zweiten Schritt!“ lautete. Es vergingen – ich dachte, es wären mehr gewesen, ich schätzte sechzig Jahre –, aber wie man mir sagte, 54 Jahre Guerilla-Krieg mehr oder weniger, und da sammelt sich sehr, sehr, sehr viel Hass, sehr viel Groll an, und es gibt sehr viele kranke Seelen. Und die Krankheit ist nicht schuldhaft. Sie kommt so. Du fasst einen an, der die Masern hat, und schon haben sie dich erfasst … [Auf Italienisch] Entschuldigung, ich spreche jetzt italienisch. Die kranke Seele … die Krankheit ist keine schuldhafte Angelegenheit; sie kommt so. Und diese Milizen – seien es die Guerillas, seien es die paramilitärischen Gruppen, seien es jene von dort, und auch die vielfache Korruption im Land – haben wirklich schlimme Sünden begangen und damit diese Krankheit des Hasses hervorgerufen … Es gibt jedoch Schritte, die Hoffnung machen, Schritte der Verhandlung, der letzte ist der Waffenstillstand mit der nationalen Befreiungsarmee ELN: Ich danke ihnen sehr, ich danke sehr dafür. Aber es gibt noch etwas mehr, das ich wahrgenommen habe; es ist die Lust, in diesem Prozess voranzugehen, und zwar über die Verhandlungen hinaus, die stattfinden und die man machen muss. Es ist eine spontane Lust, und dort gibt es die Kraft des Volkes. Darin liegt meine Hoffnung. Das Volk will „atmen“, aber wir müssen ihm dabei helfen, ihm helfen mit der Nähe, mit dem Gebet und vor allem mit dem Verständnis dafür, wie viel Schmerz in diesen Menschen steckt.

Greg Burke:
Nun, Heiliger Vater, kommt José Mojica von „El Tiempo“ an die Reihe.

José Mojica („El Tiempo“):
[Auf Spanisch] Heiliger Vater, es ist eine Ehre, hier bei Ihnen zu sein. Mein Name ist José Mojica; ich bin Journalist bei „El Tiempo“, einem kolumbianischen Zeitungsverlag, und ich grüße Sie auch im Namen meiner kolumbianischen Kollegen und aller Medien meines Landes. Kolumbien hat viele Jahrzehnte der Kriegsgewalt durchgemacht, im bewaffneten Konflikt und auch durch den Drogenhandel. Allerdings ist die Verwüstung durch die Korruption in der Politik so schädlich gewesen wie der Krieg selbst, und obwohl die Korruption nicht neu ist – immer wussten wir, dass sie existiert; wir wissen, dass es immer Korruption gab –, ist sie jetzt noch offensichtlicher, weil wir nicht mehr die Nachrichten vom Krieg, vom bewaffneten Konflikt erhalten. Was ist angesichts dieser Geißel zu tun? Wie sollen wir mit den Korrupten umgehen, wie kann man sie bestrafen, und schließlich, könnte man die Korrupten exkommunizieren?

Papst Franziskus:
[Auf Spanisch] Sie haben eine Frage gestellt, mit der ich mich oft beschäftigt habe. Ich habe es mir in dieser Weise überlegt: Erhält der Korrupte Vergebung? So habe ich mich gefragt. Und ich habe diese Erwägung gemacht, als ich von einem Fall in der Provinz Catamarca in Argentinien hörte, ein Fall von Misshandlung, Missbrauch, von Vergewaltigung eines Mädchens. Die darin verwickelten Personen waren mit den politisch und wirtschaftlich Mächtigen dieser Provinz sehr verbunden. [Fährt auf Italienisch fort] In dieser Zeit wurde ich auf einen Artikel von Frigerio in der Zeitung „La Nación“ aufmerksam [Frigerio, O. „Corrupción, un problema político“. La Nación, Jg. 122, Nr. 42.863]. Ich habe daraufhin ein kleines Buch geschrieben mit dem Titel „Korruption und Sünde“. Wir alle sündigen immer wieder, und wir wissen, dass der Herr uns nahe ist, dass Er nicht müde wird, uns zu verzeihen. Doch da liegt der Unterschied: Gott wird nie müde zu verzeihen, aber der Sünder rafft sich irgendwann auf und bittet um Vergebung. Das Problem ist, dass der Korrupte müde wird, um Vergebung zu bitten, und er dann vergisst, wie man um Vergebung bittet: Das ist das ernste Problem. Es ist ein Zustand der Abstumpfung gegenüber den Werten, gegenüber der Zerstörung und der Ausbeutung der Menschen. Er ist nicht fähig, um Vergebung zu bitten. Es ist wie eine Verdammung. Daher ist es sehr schwer, einem Korrupten zu helfen, sehr schwer. Aber Gott kann es machen. Dafür bete ich.

Greg Burke:
Heiliger Vater, jetzt kommt Hernan Reyes von „Télam“. Können bitte Elena und Valentina nach vorne kommen? Danke.

Hernan Reyes („Télam“):
Heiligkeit, die Frage ist von den Journalisten der spanischen Sprachgruppe. Sie haben von diesem ersten Schritt gesprochen, den Kolumbien gemacht hat. Heute haben Sie in der heiligen Messe gesagt, dass es nicht genügt habe, dass die beiden Parteien einen Dialog führten. Es wäre vielmehr nötig gewesen, mehr Akteure einzubeziehen. Sind Sie der Ansicht, dass es möglich sei, dieses kolumbianische Modell bei anderen Konflikten in der Welt zu wiederholen?

Papst Franziskus:
Andere Menschen einbeziehen … Auch heute habe ich in der Predigt davon gesprochen und habe mich dabei vom Abschnitt des Evangeliums anregen lassen. Andere Menschen einbeziehen: Das ist nicht das erste Mal. In vielen Konflikten sind andere Subjekte involviert worden. Es ist eine Weise voranzuschreiten, eine Frage der Weisheit, eine politische Methode … Es ist Weisheit, um Hilfe zu bitten. Doch ich glaube, heute wollte ich in der Predigt andeuten – sie war eher eine Botschaft als eine Predigt – ich glaube, dass diese technisch-politischen Mittel uns helfen; sie erfordern gelegentlich eine Intervention der Vereinten Nationen, um aus einer Krise herauszukommen. Doch ein Friedensprozess geht nur weiter, wenn ihn das Volk in die Hand nimmt. Wenn das Volk ihn nicht in die Hand nimmt, wird man ein wenig weitergehen können, wird man zu einem Kompromiss gelangen … Das wollte ich bei diesem Besuch deutlich machen: Der Hauptakteuer der Befriedung ist entweder das Volk oder man gelangt nur bis zu einem bestimmten Punkt. Wenn das Volk jedoch die Sache in die Hand nimmt, ist es fähig, sie gut zu machen. Ich möchte sagen, dies ist der bessere Weg. Danke.

Greg Burke:
Nun Elena Pinardi. Können Sie den Platz wechseln mit Valentina …

Elena Pinardi (EBU-UER):
Guten Abend, Heiligkeit. Zuallererst möchten wir Sie fragen, wie es Ihnen geht. Wir alle haben gesehen, dass Sie sich den Kopf angestoßen haben. Wie geht es Ihnen? Haben Sie sich wehgetan?

Papst Franziskus:
In dem Moment … Ich habe mich etwas vorgebeugt, um Kinder zu begrüßen. Dabei habe ich die Scheibe nicht gesehen und … bum!

Elena Pinardi:
Nun, die Frage ist die folgende: Während unseres Fluges kommen wir nahe am Hurrikan Irma vorbei, der zig Tote gefordert und enorme Schäden auf den Karibischen Inseln und auf Kuba verursacht hat. Man fürchtet, dass weite Gebiete Floridas überschwemmt werden könnten. Sechs Millionen Menschen haben ihre Häuser verlassen müssen. Nach dem Hurrikan Harvey befanden sich drei Hurrikane fast zu gleicher Zeit über dem Gebiet. Die Wissenschaftler nehmen an, dass die Erwärmung der Ozeane ein Faktor sei, der dazu beiträgt, die Stürme und die jahreszeitlich bedingten Hurrikane intensiver zu machen. Gibt es eine moralische Verantwortung der politischen Verantwortungsträger, die sich weigern, mit den anderen Ländern zusammenzuarbeiten, um die Emission von Treibhausgasen zu kontrollieren, weil sie bestreiten, dass der Klimawandel auch menschengemacht ist?

Papst Franziskus:
Danke. Ich beginne mit dem letzten Teil, um ihn nicht zu vergessen: Wer das bestreitet, muss zu den Wissenschaftlern gehen und sie fragen. Diese sprechen sehr deutlich. Die Wissenschaftler sind präzise. Vor ein paar Tagen, als die Nachricht verbreitet wurde von dem russischen Schiff – glaube ich –, das von Norwegen bis nach Japan oder nach Taipei ohne Eisbrecher durch das Nordpolarmeer gefahren ist; und die Fotografien zeigten Eisstücke … jetzt kann man schon das Polarmeer passieren. Es ist sehr klar, sehr klar. Als diese Nachricht herauskam, hat eine Universität – ich erinnere mich nicht mehr wo – eine andere verbreitet, die sagte: „Wir haben nur drei Jahre Zeit, um kehrtzumachen, sonst werden die Folgen fürchterlich sein“. Ich weiß nicht, ob es wahr ist, „drei Jahre“ oder nicht; aber dass es, wenn wir nicht kehrtmachen, mit uns bergab geht, das ist wahr. Der Klimawandel: Man sieht die Auswirkungen, und die Wissenschaftler benennen deutlich den Weg, dem zu folgen ist. Und wir alle haben eine Verantwortung, alle. Jeder eine ganz kleine, oder größere, eine moralische Verantwortung: Im Akzeptieren, in der Meinungsäußerung und in der Entscheidung. Und wir müssen das ernst nehmen. Ich denke, das ist eine Sache, über die man nicht scherzen sollte. Sie ist sehr ernst. Sie fragen mich: Welche ist die moralische Verantwortung? Jeder trägt eine Verantwortung. Auch die Politiker haben die ihre. Jeder hat seine eigene. Gemäß der Antwort, die er gibt.

Elena Pinardi:
Es gibt Leute, die den Eindruck haben, dass wir auf die Apokalypse zugehen mit all diesen atmosphärischen Ereignissen …

Papst Franziskus:
Ich weiß nicht. Ich sage: Jeder trägt seine eigene moralische Verantwortung; das ist das Erste. Zweitens: Wenn er etwas im Zweifel ist, ob das so ganz stimmt, frage er die Wissenschaftler. Sie sind ganz klar. Es sind keine aus der Luft gegriffene Behauptungen: Sie sind ganz eindeutig. Dann entscheide er. Und die Geschichte wird die Entscheidungen beurteilen. Danke.

Greg Burke:
Hier sind Enzo Romeo und Valentina. Zuerst Enzo, dann Valentina.

Enzo Romeo (RAI):
Guten Abend, Heiliger Vater. Ich knüpfe an die Frage an, die mein Kollege vorher gestellt hat. In Ihren Ansprachen in Kolumbien haben Sie nämlich mehrmals auf die Notwendigkeit, mit der Schöpfung Frieden zu schließen und die Umwelt zu achten, hingewiesen als eine erforderliche Voraussetzung, damit ein stabiler sozialer Frieden geschaffen werden kann. Wir sehen die Auswirkungen des Klimawandels auch in Italien. Ich weiß nicht, ob Sie es erfahren haben, es gab einige Tote in Livorno …

Papst Franziskus:
Ja, nach dreieinhalb Monaten Trockenheit.

Enzo Romeo:
Genau. Viele Schäden in Rom … Wir alle sind also von dieser Situation betroffen. Aber warum wird man sich dessen nur langsam bewusst? Vor allem seitens der Regierungen, die hingegen so schnell zu reagieren scheinen, in anderen Bereichen etwa – stets das Thema Waffen: Wir erleben zum Beispiel die Krise mit Korea. Auch dazu wüsste ich gerne Ihre Meinung.

Papst Franziskus:
Das Warum? Nun, es kommt mir ein Wort des Alten Testaments in den Sinn, ich denke aus den Psalmen: „Der Mensch ist ohne Einsicht, ein Tor, der es nicht erkennt“ [vgl. Ps 92,7]. Das einzige Lebewesen der Schöpfung, das zweimal in das gleiche Loch fällt, ist der Mensch. Das Pferd und die anderen Tiere, sie tun das nicht. Da ist der Stolz, die Überheblichkeit zu sagen: „Nein, es wird aber nicht so sein …“ Und dann gibt es den Götzen Brieftasche, nicht? Jedoch nicht nur bezüglich der Schöpfung: viele Dinge, viele Entscheidungen, viele Widersprüche – einige davon hängen vom Geld ab. Heute in Cartagena: Ich habe in einem Teil begonnen, sagen wir im armen Teil von Cartagena, arm. Der andere Teil, das Touristenviertel, Luxus über Luxus ohne jegliches moralisches Maß sozusagen. Aber die dorthin gehen, bemerken sie es nicht? Oder die sozialpolitischen Analytiker, bemerken sie nichts? „Der Mensch ist ohne Einsicht“, sagte die Bibel. Und so, wenn man nicht sehen will, sieht man nicht. Man sieht nur von einer Seite. Ich weiß es nicht. Bezüglich Nordkorea, ich sage es ehrlich, ich verstehe es nicht, wirklich. Denn ich verstehe wirklich nicht diese Welt der Geopolitik, sie ist sehr komplex für mich. Aber ich denke, soweit ich es sehe, es gibt einen Interessenkonflikt, der sich meiner Kenntnis entzieht, ich kann ihn wirklich nicht erklären. Aber der andere Aspekt ist wichtig: Man wird sich der Sache nicht bewusst. Ich denke an Cartagena heute. Aber das ist ungerecht, und kann man sich dessen bewusst werden? Dies kommt mir in den Sinn. Danke.

Greg Burke:
Valentina, und wenn die nächsten beiden nach vor kommen können …

Papst Franziskus:
Die „Dekanin“ …

Valentina Alazraki (Televisa):
(Sie fragt, wie es dem Heiligen Vater geht.)

Papst Franziskus:
Es tut aber nicht weh. Sie haben mir ein blaues Auge verpasst. [Sie lachen.]

Valentina Alazraki:
Es tut uns jedenfalls leid. Auch wenn es Ihnen nicht weh tut, tut es uns leid.
Heiligkeit, jedes Mal, wenn Sie die Jugendlichen treffen, in welchem Teil der Erde auch immer, sagen Sie stets: „Lasst euch die Hoffnung nicht rauben, lasst euch die Freude und die Zukunft nicht rauben.“ Leider ist in den Vereinigten Staaten das Gesetz bezüglich der „Dreamers“ aufgehoben worden: Wir sprechen hier von achthunderttausend Jugendlichen, sehr vielen Mexikanern, Kolumbianern, aus vielen Ländern. Glauben Sie nicht, dass diese Jugendlichen mit der Aufhebung dieses Gesetzes die Freude, die Hoffnung, die Zukunft verlieren? Und dann, wenn ich Ihre Liebenswürdigkeit und die der Kollegen noch weiter beanspruchen darf, könnten Sie ein kleines Gebet, einen kleinen Gedanken für alle Opfer des Erdbebens in Mexiko und des Hurrikans Irma sprechen? Danke.

Papst Franziskus:
Ja, wirklich; ich möchte Sie fragen, auf welches Gesetz Sie sich beziehen. Ich habe von diesem Gesetz gehört, doch konnte ich nicht die Artikel lesen und wie man die Entscheidung umsetzt. Ich kenne es nicht gut, aber es bringt weder gute Früchte für die Jugendlichen, noch für die Familie, wenn man die Jugendlichen von der Familie trennt. Ich denke, dass dieses Gesetz – es wurde, glaube ich, nicht vom Parlament, sondern von der Exekutive verabschiedet; wenn dem so ist, aber ich bin nicht sicher, dann gibt es Hoffnung, dass man ein bisschen darüber nachdenkt. Denn ich habe den Präsidenten der Vereinigten Staaten sprechen hören: Er stellt sich als ein Mann des Lebensschutzes vor und wenn er ein guter Pro-Life-Vertreter ist, versteht er, dass die Familie die Wiege des Lebens ist und man ihre Einheit verteidigen muss. Daher habe ich Interesse, dieses Gesetz gut zu studieren. Aber wirklich, im Allgemeinen, sei es dieser Fall oder andere Fälle – wenn sich die Jugendlichen wie in vielen Fällen ausgenutzt fühlen, sehen sie sich letztendlich ohne Hoffnung. Und wer raubt sie? Die Drogen, andere Abhängigkeiten, der Selbstmord … Der Selbstmord von Jugendlichen ist sehr schlimm, und es kommt dazu, wenn sie von ihren Wurzeln getrennt werden. Die Beziehung eines Jugendlichen zu seinen Wurzeln ist sehr bedeutungsvoll. Die entwurzelten Jugendlichen heute bitten um Hilfe: Sie wollen ihre Wurzeln wiederfinden. Deshalb dränge ich so sehr auf einen Dialog zwischen jungen und alten Menschen und übergehe dabei ein bisschen die Eltern. Sie sollen auch mit den Eltern den Dialog pflegen, aber die alten Menschen [sind wichtig], weil hier die Wurzeln sind; und sie sind ein bisschen weiter weg, um die Konflikte zu vermeiden, die sie mit den näherliegenden Wurzeln wie den Eltern haben können. Aber die Jugendlichen heute müssen ihre Wurzeln wiederfinden. Alles, was sich gegen die Wurzeln richtet, raubt ihnen die Hoffnung. Ich weiß nicht, ob ich die Frage beantwortet habe…

Valentina Alazraki:
Sie können aus den Vereinigten Staaten abgeschoben werden …

Papst Franziskus:
Nun ja, sie verlieren eine Wurzel … Das ist ein Problem. Doch ich will mich zu diesem Gesetz wirklich nicht äußern, weil ich es nicht gelesen habe, und ich mag nicht über Dinge sprechen, die ich nicht vorher studiert habe. Und dann, Valentina ist Mexikanerin und Mexiko hat viel gelitten, und in dieser letzten Angelegenheit bitte ich alle aus Solidarität mit der „Dekanin“ – es gibt den anderen „Dekan“ dort – um ein Gebet für ihr Vaterland. Danke.

Greg Burke:
Danke, Heiliger Vater. Nun Fausto Gasparroni von der Ansa.

Fausto Gasparroni (Ansa):
Heiligkeit, im Namen der italienischen Gruppe möchte ich eine Frage zum Thema Migranten stellen, insbesondere hinsichtlich der Tatsache, dass die italienische Kirche kürzlich – sagen wir es so – ein gewisses Verständnis für die neue Politik der Regierung zum Ausdruck gebracht hat, nämlich eine Beschränkung in Sachen Ausreisen aus Libyen und damit der Landungen [in Italien] durchzuführen. Es wurde auch geschrieben, dass es dazu ein Treffen zwischen Ihnen und dem Ministerpräsidenten Gentiloni gegeben hat. Wir würden gerne wissen, ob bei diesem Treffen tatsächlich über dieses Thema gesprochen wurde, ob es dieses Treffen gab und dieses Thema berührt wurde, und vor allem, was Sie über diese Politik der Unterbindung der Ausreisen denken angesichts der Tatsache, dass dann die Migranten, die in Libyen bleiben – wie es auch Untersuchungen dokumentiert haben – unter unmenschlichen Bedingungen leben, unter wirklich sehr prekären Bedingungen. Danke.

Papst Franziskus:
Zunächst: Das Treffen mit Ministerpräsident Gentiloni war ein persönliches Treffen und nicht zu diesem Thema. Es fand vor diesem Problem statt, das erst einige Wochen später auftrat, fast einen Monat später. Es fand vor dem Problem statt. Zweitens: Ich empfinde gegenüber Italien und Griechenland eine Verpflichtung zum Dank, denn sie haben ihr Herz den Migranten geöffnet. Aber es reicht nicht, das Herz zu öffnen. Die Frage der Migranten heißt zuerst, immer ein geöffnetes Herz zu haben. Es ist auch ein Gebot Gottes, sie aufzunehmen. „Denn du warst ein Sklave, ein Fremder in Ägypten“ (vgl. Lev 19,33-34), so sagt die Heilige Schrift. Aber eine Regierung muss dieses Problem mit der Tugend behandeln, die dem Regieren eigen ist, d.h. mit Klugheit. Was bedeutet das? Erstens: Wie viel Platz habe ich? Zweitens: Sie nicht nur aufnehmen, sondern integrieren. Sie integrieren. Hier in Italien habe ich wunderbare Beispiele an Integration gesehen. Als ich zur Universität Roma Tre gegangen bin, haben mir vier Studenten Fragen gestellt; eine Studentin – sie war die letzte, die eine Frage stellte –, habe ich angeschaut: „Aber dieses Gesicht kenne ich doch …“ Sie war vor weniger als einem Jahr mit mir im Flugzeug aus Lesbos gekommen: Sie hat die Sprache gelernt und, da sie Biologie in ihrer Heimat studierte, hat sie ihr Studium anrechnen lassen und weiterstudiert. Sie hat die Sprache gelernt. Das nennt man integrieren. Auf einem anderen Flug – als ich aus Schweden zurückkehrte, glaube ich – habe ich über die Integrationspolitik Schwedens als einem Modell gesprochen. Aber auch Schweden hat gesagt, mit Klugheit: „Die Anzahl ist diese, mehr schaffe ich nicht.“ Denn es gibt die Gefahr der Nicht-Integration. Drittens: Es gibt ein humanitäres Problem, was Sie eben angesprochen haben. Ist sich die Menschheit dieser Lager bewusst? Ist sie sich der Lebensbedingungen in der Wüste, von denen Sie sprachen, bewusst? Ich habe Fotos gesehen … Es gibt Ausbeuter … Sie haben von der italienischen Regierung gesprochen: Ich habe den Eindruck, dass sie gerade alles für humanitäre Arbeiten unternimmt, um auch das Problem zu lösen, nicht aufnehmen zu können …

Aber [zusammenfassend]: ein immer offenes Herz, Klugheit, Integration und humanitäre Nähe.

Da ist noch eine Sache, die ich sagen will. Das gilt vor allem für Afrika. In unserem kollektiven Unbewussten gibt es ein Motto, ein Prinzip: „Afrika muss ausgebeutet werden.“ Heute haben wir in Cartagena ein Beispiel der Ausbeutung von Menschen gesehen, in diesem Fall [der Sklaven]. Und ein Regierungschef hat darüber eine schöne Wahrheit gesagt: „Die vor dem Krieg fliehen, sind ein anderes Problem; aber für die vielen, die vor dem Hunger fliehen, wollen wir dort investieren, damit sie wachsen.“ Aber im kollektiven Unbewussten ist es vorhanden: Jedes Mal wenn entwickelte Länder nach Afrika gehen, dann um auszubeuten. Das müssen wir umkehren: Afrika ist ein Freund und es muss ihm geholfen zu wachsen. Die anderen Probleme, die Kriege, gehören wo anders hin. Ich weiß nicht, ob ich es damit klar gemacht habe …

Greg Burke:
Heiligkeit, wir müssen gehen. Wenn wir aber noch eine letzte Frage machen können? Xavier Le Normand von I. Media

Xavier Le Normand (I. Media):
Guten Abend, Heiliger Vater. Heiligkeit, heute haben Sie nach dem Angelus von Venezuela gesprochen. Sie haben darum gebeten, dass jede Art von Gewalt im politischen Leben zurückgewiesen wird. Am Donnerstag nach der Messe in Bogotá haben Sie fünf venezolanische Bischöfe begrüßt. Wir wissen alle: Der Heilige Stuhl war und ist immer noch sehr bemüht um den Dialog in diesem Land. Seit Monaten fordern Sie ein Ende aller Gewalt. Doch Präsident Maduro richtet einerseits sehr heftige Worte gegen die Bischöfe, andererseits sagt er, auf der Seite von Papst Franziskus zu stehen. Wäre es nicht möglich, entschiedenere und vielleicht klarere Worte zu sagen? Danke, Heiligkeit.

Papst Franziskus:
Ich glaube, dass der Heilige Stuhl entschieden und klar gesprochen hat. Das, was Präsident Maduro sagt, das möge er erklären: Ich weiß nicht, was er denkt. Aber der Heilige Stuhl hat viel getan: Er hat dort zur Arbeitsgruppe der vier Ex-Präsidenten einen Nuntius ersten Ranges entsandt; dann hat er mit Menschen gesprochen, hat öffentlich gesprochen. Ich habe viele Male beim Angelusgebet über die Situation gesprochen und dabei immer einen Ausweg gesucht und geholfen, meine Hilfe angeboten für einen Ausweg. Ich weiß nicht … Aber die Sache scheint sehr schwierig zu sein. Und was noch schmerzlicher ist, ist das humanitäre Problem: Viele Menschen fliehen oder leiden … Ein humanitäres Problem, bei dessen Lösung wir in jeder Form mithelfen müssen. Ich denke, dass sich die Vereinten Nationen auch da Gehör verschaffen müssen, um zu helfen … Danke.

Greg Burke:
Danke, Heiligkeit. Ich glaube, wir müssen gehen.

Papst Franziskus:
Wegen der Turbulenzen?

Greg Burke:
Ja …

Papst Franziskus:
Man sagt, dass es Turbulenzen gibt und wir gehen müssen. Aber ich danke euch vielmals, ich danke euch vielmals für eure Arbeit. Und einmal mehr möchte ich dem Beispiel des kolumbianischen Volkes danken. Und ich möchte mit einem Bild schließen, das mich seitens der Kolumbianer am meisten getroffen hat: In den vier Städten gab es große Menschenmengen an den Straßen, die gegrüßt haben … Mich hat am meisten berührt, dass die Väter und die Mütter ihre Kinder emporgehoben haben, um sie dem Papst zu zeigen und damit der Papst sie segne. Gleichsam um zu sagen: „Dies ist mein Schatz, dies ist meine Hoffnung, dies ist meine Zukunft. Das glaube ich.“ Das hat mich berührt – die Zärtlichkeit, die Augen dieser Väter und Mütter. Wunderschön! Dies ist ein Symbol, ein Symbol der Hoffnung und der Zukunft. Ein Volk, das Kinder bekommt und sie dann zeigt, sie so herzeigt, gleichsam um zu sagen: „Dies ist mein Schatz“, das ist ein Volk, das Hoffnung und Zukunft hat. Vielen Dank. Danke.

Papst Franziskus:
Danke, Heiligkeit. Angenehme Ruhe.

[01288-DE.01] [Originalsprache: Mehrsprachig]

Traduzione in lingua spagnola

Greg Burke:
Gracias, Santo Padre, por el tiempo que nos dedica hoy, después de un viaje intenso, cansado, muy cansado para algunos, pero también un viaje fructífero. En diversas ocasiones usted ha dado las gracias a las personas por las cosas que le han enseñado; también nosotros aprendemos tantas cosas en estas culturas de encuentro y le damos las gracias por esto. Colombia, en particular, con su pasado reciente —non solo reciente— nos ha ofrecido algunos testimonios muy fuertes, testimonios conmovedores de perdón y de reconciliación. Pero nos ha dado también una lección continua de alegría y de esperanza, dos palabras que usted ha usado mucho en este viaje. Ahora quizá usted quiere decir algo, y después pasamos a las preguntas. Gracias.

Papa Francisco:
Buenas tardes, y muchas gracias por vuestro trabajo.
Realmente me he quedado conmovido por la alegría, la ternura, la juventud, la nobleza del pueblo colombiano. De verdad, un pueblo noble, que no tiene miedo de expresar lo que siente, no tiene miedo de sentir y hacer ver lo que siente. Así lo he percibido yo. Esta es la tercera vez [que voy a Colombia], que yo recuerde, pero un obispo dijo: «No, usted estuvo una cuarta vez, pero solamente para pequeñas reuniones», una vez en La Ceja y las otras dos, o tres, en Bogotá. Pero no conocía la Colombia profunda, la que se ve por las calles. Y yo doy gracias por el testimonio de alegría, de esperanza, de paciencia en el sufrimiento de este pueblo. Me ha hecho mucho bien.

Greg Burke:
Gracias, Santo Padre. La primera pregunta es de César Moreno, de «Caracol Radio»:

César Moreno, «Caracol Radio»:
Gracias, Su Santidad, muy buenas noches. Antes de todo quisiera agradecerle por parte de todos los medios colombianos que nos acompañan aquí en este viaje, todos nuestros compañeros y amigos, por haber ido usted a nuestra Patria, por habernos dado mensajes tan lindos, tan profundos, por tanto cariño, por tanta cercanía que usted le demostró al pueblo colombiano. Su Santidad, muchas gracias. Mi pregunta es la siguiente: usted llegó, Santo Padre, a un país dividido, por cuenta de un proceso de paz, entre los que aceptan y no aceptan ese proceso, ¿qué hacer concretamente?, ¿qué pasos hay que dar para acercar a las partes divididas, para que dejen ese odio, para que dejen ese rencor? Si Su Santidad pudiera volver a nuestro país en unos años, ¿cómo cree, cómo le gustaría ver a Colombia? Gracias.

Papa Francisco:
A mí me gustaría al menos que el lema fuera «Demos el segundo paso», que al menos fuera ese. Han sido, yo pensaba que eran más, calculaba sobre sesenta, pero me han dicho que 54 años de guerrilla más o menos, y ahí se acumula mucho, mucho, mucho odio, mucho rencor, mucha alma enferma, y la enfermedad no es culpable, viene, te agarraste un sarampión y tienes —perdonadme, hablo italiano— el alma enferma. La enfermedad no es culpable, viene. Y con estas guerrillas que realmente han cometido pecados feos —tanto la guerrilla, como los paramilitares, tanto los de aquí como los de allí, y también la corrupción, muchas veces, en el país— y que han provocado esta enfermedad del odio. Pero hay pasos adelante que dan esperanza, pasos en la negociación, el último es el alto el fuego del ELN: Les doy las gracias, se lo agradezco mucho. Pero hay algo más, que yo he percibido, que son las ganas de ir adelante en este proceso, que va más allá de las negociaciones que se están haciendo y que se deben hacer. Es un deseo espontáneo, y allí está la fuerza del pueblo. Yo espero en esto. El pueblo quiere «respirar», pero debemos ayudarlo, ayudarlo con la cercanía, la oración y sobre todo la comprensión de cuánto dolor hay dentro de la gente.

Greg Burke:
Ahora, Santo Padre, José Mojica, de «El Tiempo»:

José Mojica, de «El Tiempo»:
Santo Padre, un honor estar aquí con usted. Mi nombre es José Mojica, soy periodista de «El Tiempo» —casa editorial de Colombia— y le saludo en nombre también de mis colegas colombianos y de todos los medios de comunicación de mi país. Colombia ha sufrido muchas décadas de violencia por cuenta de la guerra, por el conflicto armado y también por el narcotráfico; sin embargo, los estragos de la corrupción en la política han sido tan perjudiciales como la misma guerra, y aunque no es nueva la corrupción, siempre hemos sabido que existe, sabemos que siempre ha habido corrupción, ahora es más visible porque ya no tenemos las noticias de la guerra, del conflicto armado. ¿Qué hacer ante este flagelo, hasta dónde llevar a los corruptos, cómo castigarlos y, por último, habría que excomulgar a los corruptos?

Papa Francisco:
Usted hace una pregunta que yo me la planteé muchas veces, yo me lo planteé de esta manera: ¿el corrupto tiene perdón? Yo me la planteé así. Y me la planteé cuando hubo un acto, en la provincia de Catamarca, en Argentina, un acto de maltrato, abuso, de violación de una chica, y había gente metida allí muy ligada a los poderes políticos y económicos de esa provincia. Me impresionó mucho un artículo de Frigerio publicado en «La Nación», en esa época [O. Frigerio, «Corrupción, un problema político», La Nación, año 122, n° 42.863, p. 7]; yo escribí un pequeño libro que se llama «Pecado y corrupción». Todos somos pecadores siempre y nosotros sabemos que el Señor está cerca de nosotros, que Él no se cansa de perdonar. Pero la diferencia es: Dios no se cansa nunca de perdonar, pero el pecador a veces encuentra la valentía y pide perdón. El problema es que el corrupto se cansa de pedir perdón y olvida cómo se pide perdón: este es el problema grave. Es un estado de insensibilidad frente a los valores, frente a la destrucción, a la explotación de las personas. No es capaz de pedir perdón. Es como una condena, por la que es muy difícil ayudar a un corrupto, muy difícil. Pero Dios puede hacerlo. Yo rezo por esto.

Greg Burke:
Santo Padre, ahora Hernán Reyes, de «Télam».

Hernán Reyes, de «Télam»:
Santidad, la pregunta es del grupo de los periodistas de lengua española. Usted ha hablado de este primer paso que ha dado Colombia. Hoy en la Misa ha dicho que no ha sido suficiente un diálogo entre dos partes, sino que ha sido necesario incorporar a más actores. ¿Usted piensa que es posible aplicar este modelo colombiano a otros conflictos en el mundo?

Papa Francisco:
Integrar a otras personas… También hoy, en la homilía, he hablado de esto haciendo referencia al pasaje del Evangelio. Involucrar a otros sujetos: no es la primera vez. En muchos conflictos han sido involucrados otros sujetos. Es un modo de ir adelante, un modo sapiencial, político... Está la sabiduría de pedir ayuda. Creo que, como hoy he querido apuntar en la homilía —que era un mensaje más que una homilía—, creo que estos recursos técnico-políticos ayudan, estos requieren a veces la intervención de las Naciones Unidas para salir de la crisis. Pero un proceso de paz irá adelante solamente cuando lo toma de la mano el pueblo. Si el pueblo no lo toma de la mano, se podrá ir adelante un poco, se llegará a un compromiso... Es lo que he tratado de hacer sentir en esta visita: o el protagonista de la pacificación es el pueblo, o se llegará sólo hasta cierto punto. Pero cuando un pueblo toma de la mano esto, es capaz de hacerlo bien. Ese es el mejor camino. Gracias.

Greg Burke:
Ahora Elena Pinardi.

Elena Pinardi, de EBU-UER:
Buenas tardes, Santidad. En primer lugar quisiéramos preguntarle cómo está. Hemos visto todos que se ha golpeado la cabeza: ¿Cómo está? ¿Se ha hecho daño?

Papa Francisco:
Me incliné un poco para saludar a unos niños, no vi el cristal y... me di.

Elena Pinardi:
Entonces, la pregunta es esta. Mientras estamos en el vuelo, pasamos cerca del huracán Irma, que ha causado decenas de muertos y daños enormes en las Islas caribeñas y en Cuba, y se teme que amplias zonas de Florida puedan terminar bajo el agua. Seis millones de personas han tenido que dejar sus casas. Después del huracán Harvey, ha habido casi a la vez tres huracanes en la zona. Los científicos consideran que el calentamiento de los océanos es un factor que contribuye a que las tempestades y los huracanes de temporada sean más intensos. Hay una responsabilidad moral de los líderes políticos que rechazan colaborar con las otras naciones para controlar las emisiones de gas con efecto invernadero, ¿por qué niegan que el cambio climático sea también obra del hombre?

Papa Francisco:
Gracias. Empiezo por la última parte, para no olvidarla: quien niega esto debe dirigirse a los científicos y preguntarles a ellos. Ellos hablan clarísimo. Los científicos son precisos. El otro día, cuando salió la noticia de esa nave rusa —creo— que fue de Noruega a Japón o a Taipéi pasando por el Polo Norte, sin el rompehielos, y las fotografías mostraban trozos de hielo... A través del Polo Norte, ahora, se puede pasar. Es muy claro, es muy claro. Cuando salió esa noticia, de una universidad —no recuerdo dónde— salió otra que decía: «Tenemos solamente tres años para volver atrás, de lo contrario las consecuencias serán terribles». Yo no sé si es verdad «tres años» o no; pero que, si no volvemos atrás, nos hundimos, eso es verdad. Del cambio climático se ven los efectos, y los científicos indican claramente el camino a seguir. Y todos nosotros tenemos una responsabilidad, todos. Cada uno, más pequeña o más grande, una responsabilidad moral: en el aceptar, dar la opinión o tomar decisiones. Y debemos tomarlo en serio. Creo que es algo con lo que no hay que bromear, es muy serio. Usted me pregunta: ¿cuál es la responsabilidad moral? Cada uno tiene la suya. También los políticos tienen la suya. Cada uno tiene la propia. Según la respuesta que se da.

Elena Pinardi:
Hay quien percibe que vamos al encuentro del apocalipsis con todos estos eventos atmosféricos...

Papa Francisco:
No lo sé. Yo digo: cada uno tiene la propia responsabilidad moral, primero. Segundo: si uno tiene algunas dudas de que esto sea verdad, que pregunte a los científicos. Ellos son clarísimos. No son opiniones lanzadas al aire: son clarísimas. Y que después decida. Y la historia juzgará las decisiones. Gracias.

Greg Burke:
Ahora Enzo Romeo y después Valentina.

Enzo Romeo, de la RAI:
Buenas tardes, Santo Padre. Yo me uno a la pregunta hecha por la primera colega, porque usted muchas veces en los discursos que ha hecho en Colombia ha recordado la necesidad de hacer las paces con la creación, respetar el ambiente como condición necesaria para que se pueda crear una paz social estable. Y vemos los efectos de los cambios climáticos también en Italia: no sé si está informado, hay muchos muertos en Livorno...

Papa Francisco:
Sí, después de tres meses y medio de sequía.

Enzo Romeo:
Exacto. Muchos daños en Roma... Por tanto, estamos todos involucrados en esta situación. Pero, ¿por qué se tarda en tomar conciencia? Sobre todo por parte de los gobiernos, que sin embargo parecen tan atentos a otros sectores, quizá —hablando del discurso de las armas: estamos viendo por ejemplo la crisis de Corea—. También sobre esto me gustaría conocer su opinión.

Papa Francisco:
¿Por qué? Me viene a la mente una frase del Antiguo Testamento: el hombre es estúpido, es un testarudo que no ve (cf. Jr 5,21; Ez 12,1). El único animal de la creación que mete la pierna dos veces en el mismo hoyo es el hombre. El caballo y los otros no, no lo hacen. Es la soberbia, la presunción de decir: «No, pero no será así...». Y después está el dios bolsillo, ¿no? No solo en la creación: tantas cosas, tantas decisiones, tantas contradicciones y algunas de ellas dependen del dinero. Hoy, en Cartagena: yo comencé por una parte, llamémosla pobre, de Cartagena. Pobre. La otra parte, la parte turística, lujo y lujo sin medida moral, digamos. Pero los que van allí, ¿no se percatan de esto? O los analistas sociopolíticos, ¿no se percatan? El hombre es estúpido, decía la Biblia. Y así, cuando no se quiere ver, no se ve. Se mira solamente a un lado. No sé, y sobre Corea del Norte, te digo la verdad, yo realmente no entiendo. Porque realmente no entiendo el mundo de la geopolítica, es muy arduo para mí. Pero creo que, por lo que veo, allí hay una lucha de intereses que se me escapan, realmente no puedo explicarlo. Pero el otro aspecto es importante: no se toma conciencia. Piensa en Cartagena, hoy. Pero esto es injusto y ¿se puede tomar conciencia? Esto me viene en mente. Gracias.

Greg Burke:
Valentina…

Papa Francisco:
La «decana»…

Valentina Alazraki, de «Televisa»:
(Le pregunta cómo está)

Papa Francisco:
pero no duele. Me pusieron un ojo en compota.

Valentina Alazraki:
De todos modos, lo sentimos. Incluso si no le duele, lo sentimos.
Santidad, cada vez que usted ve a los jóvenes, en cualquier parte del mundo, siempre les dice: «No os dejéis robar la esperanza, no os dejéis robar la alegría ni el futuro». Por desgracia, en Estados Unidos se ha abolido la ley de los dreamers, de los soñadores: estamos hablando de ochocientos mil jóvenes, muchísimos mexicanos, colombianos, de tantos países. ¿Usted no cree que con esta ley, con esta abolición, estos chicos perderán la alegría, la esperanza, el futuro? Y después, abusando de su gentileza y de la de los colegas, si usted podría rezar una pequeña oración, un pequeño pensamiento para todas las víctimas del terremoto de México y del huracán Irma. Gracias.

Papa Francisco:
Realmente, sí. Le preguntaba a qué ley se refería. Yo he oído sobre esta ley; no he podido leer los artículos ni cómo se toma la decisión. No la conozco bien, pero, primero, separar a los jóvenes de la familia no es algo que dé buen fruto, ni para los jóvenes ni para la familia. Yo creo que esta ley —que creo que no venga del Parlamento sino del Ejecutivo— si es así, pero no estoy seguro, hay esperanza de que se vuelva a pensar un poco. Porque yo he oído hablar al presidente de Estados Unidos: se presenta como un hombre provida y, si es un buen provida, entiende que la familia es la cuna de la vida y que se debe defender su unidad. Por eso, yo tengo interés en estudiar bien esa ley. Pero, realmente —en general, tanto en este caso como en otros— cuando los jóvenes se sienten explotados, como en muchos casos, al final se sienten sin esperanza. Y, ¿quién la roba? La droga, otras dependencias, el suicidio... El suicidio juvenil es muy fuerte y sucede cuando son apartados de sus raíces. Es muy importante la relación de un joven con sus raíces. Los jóvenes desarraigados hoy piden ayuda: quieren reencontrar las raíces. Por esto yo insisto tanto en el diálogo entre jóvenes y ancianos, un poco saltando a los padres. Que hablen con los padres, pero los ancianos [son importantes], porque allí están las raíces; y están algo más alejadas, para evitar los conflictos que puede haber con las raíces más cercanas, como aquellas de los padres. Pero los jóvenes, hoy, tienen necesidad de reencontrar las raíces.

Cualquier cosa que vaya contra las raíces, les roba la esperanza. No sé si he respondido…

Valentina Alazraki:
Pueden ser deportados de Estados Unidos...

Papa Francisco:
Sí, sí, pierden una raíz... esto es un problema. Pero realmente sobre esa ley no quiero expresar nada, porque no la he leído y no me gusta hablar de aquello que no he estudiado antes. Y después, Valentina es mexicana y México ha sufrido tanto, y con esta última cosa pido a todos, por solidaridad con la «decana» —está el otro «decano» allí— una oración por su patria. Gracias.

Greg Burke:
Gracias, Santo Padre. Ahora, Fausto Gasparroni de la agencia Ansa:

Fausto Gasparroni, de Ansa:
Santidad, en nombre del grupo italiano quiero hacer una pregunta sobre la cuestión de los migrantes, en particular sobre el hecho de que recientemente la Iglesia italiana ha expresado —digámoslo así— una especie de comprensión hacia la nueva política del Gobierno de restringir las salidas de Libia y por tanto, los desembarcos. Se ha escrito también que sobre esto, se ha producido un encuentro entre usted y el primer ministro, Paolo Gentiloni. Quisiéramos saber si, efectivamente, en este encuentro se ha hablado de este tema, si se ha producido este encuentro y si se ha tratado este tema y sobre todo, qué piensa usted sobre esta política de cierre de las salidas, considerando también el hecho de que los migrantes que se quedan en Libia —como ha sido documentado por investigaciones— viven en condiciones inhumanas, en condiciones muy, pero muy precarias. Gracias.

Papa Francisco:
Primero de todo, el encuentro con el primer ministro Gentiloni fue un encuentro personal y no sobre este tema. Fue antes de este problema, que salió unas semanas más tarde, casi un mes después. Fue antes del problema. Segundo: yo siento el deber de gratitud hacia Italia y Grecia, porque han abierto el corazón a los migrantes. Pero no basta con abrir el corazón. El problema de los migrantes es, primero, corazón abierto, siempre. Es también un mandamiento de Dios, de acogerlos: «Emigrantes fuisteis en Egipto» (cf. Lv 19,33-34), esto dice la Biblia. Pero un gobierno debe gestionar este problema con la virtud propia del gobernante, es decir, la prudencia. ¿Qué significa? Primero: ¿cuántos sitios tengo? Segundo: no sólo recibirlos, sino integrarlos. Integrarlos. Yo he visto ejemplos —aquí en Italia— de integración bellísimos. Cuando fui a la universidad Roma Tre, me hicieron preguntas cuatro estudiantes; una, la última que ha hecho la pregunta, yo la miraba [y pensaba]: «Pero esta cara la conozco...». Era alguien que hace menos de un año vino de Lesbos conmigo en el avión. Ha aprendido la lengua y como estudiaba biología en su patria, hizo la convalidación y continuó. Aprendió el idioma. Esto se llama integrar. En otro vuelo —cuando volvía de Suecia, creo— hablé de la política de integración de Suecia como un modelo, pero incluso Suecia dijo con prudencia: «El número es este; más no puedo», porque existe el peligro de no integración. Tercero: hay un problema humanitario, lo que usted decía. ¿La humanidad toma conciencia de estos valores allí? ¿De las condiciones de las que usted hablaba, en el desierto? He visto fotografías... Hay explotadores... usted hablaba del gobierno italiano: me da la impresión de que esté haciendo de todo por trabajos humanitarios, para resolver también el problema que no puede asumir...

Pero [resumiendo]: corazón siempre abierto, prudencia, integración y cercanía humanitaria.

Y hay una última cosa que quiero decir, y vale sobre todo para África. Hay, en nuestro inconsciente colectivo, un lema, un principio: «África debe ser explotada». Hoy en Cartagena hemos visto un ejemplo de explotación, humano, en aquel caso [el de los esclavos]. Y un jefe de gobierno, sobre esto, ha dicho una bonita verdad: «aquellos que huyen de la guerra, es otro problema; pero para tantos que huyen del hambre, hacemos inversiones allí, para que crezcan».

Pero en el inconsciente colectivo está que cada vez que tantos países desarrollados van a África, es para explotar. Debemos dar la vuelta a esto: África es amiga y hay que ayudarla a crecer. Después, los otros problemas, de guerras, van en otra parte. No sé si con esto he aclarado...

Greg Burke:
Santidad, debemos irnos. Pero, ¿podemos hacer una última pregunta? Xavier Le Normand, I.Media.

Xavier Le Normand, I.Media:
Buenas tardes, Santo Padre, Santidad, hoy usted ha hablado de Venezuela, después del Ángelus. Usted ha pedido que se rechace cualquier tipo de violencia en la vida política. El jueves, después de la Misa en Bogotá, usted ha saludado a cinco obispos venezolanos. Lo sabemos todos: la Santa Sede ha estado y todavía está muy comprometida con un diálogo en aquel país. Y desde hace meses usted pide el fin de toda violencia. Pero el presidente Maduro, por un lado, tiene palabras muy violentas contra los obispos y, por el otro, dice que está con el Papa Francisco. ¿No sería posible tener palabras más fuertes y tal vez más claras? Gracias, Santidad.

Papa Francisco:
Creo que la Santa Sede ha hablado fuerte y claramente. Lo que dice el presidente Maduro, que lo explique él: yo no sé qué tiene en su mente. Pero la Santa Sede ha hecho mucho: ha enviado allí, al grupo de trabajo de los cuatro expresidentes, ha enviado a un Nuncio de primer nivel; después ha hablado, ha hablado con personas, ha hablado públicamente. Yo, tantas veces, en el Ángelus he hablado de la situación, buscando siempre una salida, ayudando, ofreciendo ayuda para salir. No sé... pero parece que la cosa es muy difícil y lo que es más doloroso es el problema humanitario: tanta gente que escapa o sufre... Un problema humanitario que debemos ayudar a resolver de cualquier modo. Yo creo que las Naciones Unidas deban hacerse oír allí también, para ayudar... Gracias.

Greg Burke:
Gracias, Santidad. Creo que tenemos que irnos.

Papa Francisco:
¿Por las turbulencias?

Greg Burke:
Sí…

Papa Francisco:
Dicen que hay turbulencias, que tenemos que sentarnos. Pero os agradezco tanto, os agradezco mucho vuestro trabajo. Y una vez más, quisiera agradecer el ejemplo del pueblo colombiano. Y quisiera terminar con una imagen, lo que me ha impresionado de los colombianos: en las cuatro ciudades la multitud estaba en la calle, saludando... lo que más me ha impresionado es que los padres, las madres levantaban a sus hijos para hacerles ver al Papa y para que el Papa les diera la bendición. Como diciendo: «este es mi tesoro, esta es mi esperanza, este es mi futuro. Yo tengo fe en él». Esto me ha impresionado. La ternura. Los ojos de esos padres y esas madres. Bellísimo, ¡bellísimo! Esto es un símbolo, símbolo de esperanza, de futuro. Un pueblo que es capaz de tener niños y después mostrarlos, enseñarlo así, como diciendo: «este es mi tesoro», es un pueblo que tiene esperanza y tiene futuro. Muchas gracias. Gracias.

Greg Burke:
Gracias, Santidad. Buen descanso.

[01288-ES.01] [Texto original: Plurilingüe]

Traduzione in lingua portoghese

Greg Burke:
Obrigado, Santo Padre, pelo tempo que nos dedica hoje, depois duma viagem intensa e cansativa, muito cansativa para alguns, mas uma viagem também frutuosa. Várias vezes o Santo Padre agradeceu às pessoas pelas coisas que lhe ensinaram; também nós aprendemos muitas coisas nestas culturas de encontro e lhe agradecemos por isso. A Colômbia em particular, com o seu passado recente – e não apenas recente – ofereceu-nos alguns testemunhos muito fortes, testemunhos comoventes de perdão e reconciliação. Mas deu-nos também uma contínua lição de alegria e esperança, duas palavras que o Santo Padre usou muito nesta viagem. Agora, talvez o Santo Padre nos queira dizer alguma coisa, e depois passamos às perguntas. Obrigado.

Papa Francisco:
Boa noite, e muito obrigado pelo vosso trabalho. Verdadeiramente fiquei emocionado com a alegria, a ternura, a juventude, a nobreza do povo colombiano. De verdade, um povo nobre, que não tem medo de se expressar como sente, não tem medo de sentir e de mostrar o que sente. Assim o percebi eu. Esta é a terceira vez [que vou à Colômbia], que me lembre, mas um bispo disse: «Não! Esteve uma quarta vez, mas apenas para pequenas reuniões», uma vez em La Ceja e as outras duas, ou três, em Bogotá. Mas não conhecia a Colômbia profunda, a Colômbia que se vê pelas estradas. E agradeço pelo testemunho de alegria, de esperança e de paciência no sofrimento deste povo. Fez-me tão bem. Obrigado.

Greg Burke:
Obrigado, Santo Padre. A primeira pergunta é de César Moreno, de «Caracol Radio».

César Moreno, «Caracol Radio»:
Obrigado, Santidade! Boa noite. Gostaria, em primeiro lugar, de agradecer em nome de todos os mass media colombianos que nos acompanham aqui nesta viagem, em nome de todos os nossos colegas e amigos, por ter ido à nossa pátria, por nos ter dado tantas mensagens tão bonitas, tão profundas, por tanto carinho, por tanta solidariedade que o Santo Padre demonstrou ao povo colombiano. Santidade, muito obrigado! A minha pergunta é esta: O Santo Padre veio a um país dividido, a propósito do processo de paz, entre aqueles que aceitam e aqueles que não aceitam este processo. Que fazer concretamente, quais os passos a dar para aproximar as partes divididas, para se deixar de lado este ódio, deixar de lado este rancor? Se Sua Santidade pudesse voltar ao nosso país daqui a uns anos, como pensa encontrar, como gostaria de ver a Colômbia? Obrigado.

Papa Francisco:
Gostaria pelo menos que o lema fosse «Demos o segundo passo»; pelo menos isto. Foram 54 anos de guerrilha... Pensava que tivessem sido mais, imaginava uns sessenta; mas, segundo me disseram, foram 54 anos mais ou menos. Neles acumula-se muito, muito, muito ódio, muito rancor, muita alma doente... E a doença, não se é culpado por a ter. Chega! Apanhaste o sarampo, apega-se a ti. Assim, a alma doente... A doença não é uma culpa; chega. E vieram estas guerrilhas que verdadeiramente fizeram – seja a guerrilha, seja os paramilitares, seja os de lá, seja tantas vezes a corrupção no país – fizeram pecados feios, que provocaram esta doença do ódio... Mas já se deram passos que permitem esperar, passos nas negociações; o último deles é o cessar-fogo do ELN: muito lhes agradeço, agradeço muito por isso. Mas há algo mais, de que me dei conta: é a vontade de avançar neste processo, que não se circunscreve às negociações que se estão a fazer e se devem fazer. É uma vontade espontânea, e aqui está a força do povo. Tenho esperança nisto. O povo quer «respirar», mas devemos ajudá-lo; ajudá-lo com a proximidade, a oração e sobretudo a compreensão pela dor tamanha que há dentro de tantas pessoas.

Greg Burke:
Agora, Santo Padre, José Mojica, de «El Tiempo».

José Mojica, de «El Tiempo»:
Santo Padre, é uma honra estar aqui consigo. O meu nome é José Mujica, sou jornalista de «El Tiempo» – casa editorial de Colômbia – e saúdo-o também em nome dos meus colegas colombianos e de todos os meios de comunicação do meu país. A Colômbia sofreu muitos decénios de violência por causa da guerra, do conflito armado e também do narcotráfico; mas os estragos da corrupção na política foram tão prejudiciais como a própria guerra e, embora não seja nova a presença da corrupção – sempre soubemos que existe, sabemos que sempre houve corrupção –, agora é mais visível, porque já não temos as notícias da guerra, do conflito armado. Que fazer perante este flagelo, onde denunciar os corruptos, como puni-los e, enfim, dever-se-ia excomungar os corruptos?

Papa Francisco:
Fazes uma pergunta que me coloquei muitas vezes; coloquei-a desta maneira: O corrupto tem perdão? – perguntava-me eu. E pus-me a questão, quando houve um caso, na província de Catamarca na Argentina, um caso de moléstia, abuso, violação duma menina; e implicadas nisso havia pessoas muito ligadas aos poderes políticos e económicos daquela província. Tocou-me muito um artigo de [Rogelio] Frigerio, publicado então em «La Nacion»; escrevi um pequeno livro que se chama Pecado e Corrupção. Todos somos pecadores... sempre; e sabemos que o Senhor está perto de nós, que não Se cansa de perdoar. A diferença está nisto: Deus nunca Se cansa de perdoar, mas o pecador às vezes enche-se de coragem e pede perdão. O problema é que o corrupto se cansa de pedir perdão e esquece como se pede perdão. Aqui está a gravidade do problema: é um estado de insensibilidade perante os valores, perante a destruição, a exploração das pessoas. Não é capaz de pedir perdão. É como uma condenação; por isso é muito difícil ajudar um corrupto, muito difícil. Mas Deus pode fazê-lo. Eu rezo por isso.

Greg Burke:
Santo Padre, agora Hernan Reyes, de «Télam». Podem aproximar-se Elena e Valentina. Obrigado.

Hernan Reyes, de «Télam»:
Santidade, a questão é do grupo dos jornalistas de língua espanhola. O Santo Padre falou deste primeiro passo que a Colômbia deu. Hoje, na Missa, disse que não bastou um diálogo entre duas partes, mas foi necessário incorporar mais atores. Acha que é possível aplicar este modelo colombiano noutros conflitos do mundo?

Papa Francisco:
Integrar [envolver] outras pessoas [outros sujeitos]... Ainda hoje, na homilia, falei disto, inspirando-me na passagem do Evangelho. Integrar outras pessoas: não é a primeira vez. Em muitos conflitos, foram envolvidos outros sujeitos. É uma forma de avançar, uma forma sapiencial, política... É a sabedoria de pedir ajuda. A isto quis aludir hoje, na homilia (mais do que homilia, era uma mensagem): creio que estes recursos técnico-políticos ajudem. Às vezes requer-se a intervenção da ONU para sair da crise; mas um processo de paz só avança quando o assume o povo. Se o povo não o assume, poder-se-á avançar um pouco, chegar-se-á a qualquer compromisso... Foi isto que procurei fazer sentir nesta visita: o protagonista da pacificação, ou é o povo ou então ficar-se-á pelo caminho. Mas, quando um povo faz seu o processo, é capaz de o fazer bem. Eu diria, esta é a estrada melhor. Obrigado.

Greg Burke:
Agora, Elena Pinardi. Pode trocar de lugar com Valentina?

Elena Pinardi, da EBU-UER:
Boa noite, Santidade. Antes de mais nada, gostaríamos de lhe perguntar como está. Todos vimos que bateu com a cabeça: como está? Feriu-se? Em primeiro lugar, queremos perguntar como está? Feriu-se?

Papa Francisco:
Naquele momento, inclinei-me um pouco para saudar algumas crianças, não vi o vidro e... «pum»!

Elena Pinardi:
Passando à questão... Enquanto estamos voando, passamos perto do furacão Irma, que causou dezenas de mortos e enormes danos nas Ilhas do Caribe e em Cuba, e teme-se que vastas áreas da Flórida possam acabar submersas. Seis milhões de pessoas tiveram que deixar as suas casas. Depois o furacão Harvey... Houve quase três furacões na área ao mesmo tempo. Os cientistas pensam que o aquecimento dos oceanos seja um fator que contribui para tornar as tempestades e os furacões sazonais mais intensos. Existe uma responsabilidade moral dos líderes políticos que se recusam a cooperar com as outras nações para controlar as emissões dos gases de efeito estufa, porque negam que a alteração climática se fique a dever também ao homem?

Papa Francisco:
Obrigado. Começo pela última parte, para não a esquecer: quem nega isto, deve ir ter com os cientistas e perguntar-lhes. Estes falam muito claramente. Os cientistas são terminantes. No outro dia, quando saiu a notícia daquele navio – russo, acho eu – que foi da Noruega até ao Japão ou Taipei passando pelo Pólo Norte, sem recorrer ao quebra-gelo (e as fotografias faziam ver pedaços de gelo...), ficou claro, bem claro que, agora, se pode passar através do Pólo Norte. Pois bem! Quando saiu aquela notícia, duma universidade – não me lembro donde – saiu outra que dizia: «Temos só três anos para voltar atrás, senão as consequências serão terríveis». Eu não sei se é verdade serem «três anos» ou não; mas que, se não voltarmos atrás, afundamos, isto é verdade. A alteração climática: veem-se os efeitos e os cientistas indicam claramente o caminho a seguir. E, responsabilidade nisso, todos nós a temos. Todos temos uma responsabilidade moral – pequenina uns; outros, maior –, ao aceitar, dar a opinião ou tomar decisões. E devemos tomá-la seriamente em consideração. Acho que é algo sobre o qual não se pode brincar, é muito sério. A senhora pergunta-me: Qual é a responsabilidade moral? Cada um tem a sua. Os próprios políticos têm a deles. Cada um tem a própria responsabilidade, segundo a resposta que dá.

Elena Pinardi:
Há quem pressinta que, com todos esses eventos atmosféricos, nos aproximamos do apocalipse...

Papa Francisco:
Não sei. O que digo é: Primeiro, cada um tem a sua própria responsabilidade moral. Segundo: se alguém está duvidoso acerca da verdade disto, pergunte aos cientistas. Estes são claríssimos. Não se trata de opiniões no ar; são claríssimos. E, depois, decida. E a história julgará as decisões. Obrigado.

Greg Burke:
Temos Enzo Romeo e Valentina. Enzo primeiro, depois Valentina.

Enzo Romeo, da RAI:
Boa noite, Santo Padre. Volto sobre a questão que pôs antes a colega, pois o Santo Padre muitas vezes, nos discursos que fez na Colômbia, lembrou a necessidade de fazer a paz com a criação, respeitar o meio ambiente como condição necessária para que se possa criar uma paz social estável. E vemos os efeitos das mudanças climáticas também na Itália: não sei se está informado, mas houve vários mortos em Livorno...

Papa Francisco:
É verdade! E depois de três meses e meio de seca...

Enzo Romeo:
Exatamente. Causou muitos danos em Roma... Portanto, estamos todos envolvidos nesta situação. Mas, por que motivo tarda tanto uma tomada de consciência? Sobretudo da parte dos Governos, que entretanto aparecem tão diligentes noutras áreas (mas sempre relacionadas com armamentos) como vemos, por exemplo, na crise da Coreia. Também sobre isto gostaria de ter a sua opinião.

Papa Francisco:
O motivo porquê? Lembro-me duma frase do Antigo Testamento (de um Salmo, creio eu): «O homem é um estúpido, é um teimoso que não vê». O único animal da criação que enfia a perna no mesmo buraco, é o homem. O cavalo e os outros, não! Não o fazem. É o orgulho, a presunção de dizer: «Mas não! Não será assim...» E depois há o deus Carteira, não é? E não apenas com a criação… tantas coisas, tantas decisões, tantas contradições e algumas delas dependem do dinheiro. Hoje, em Cartagena! Eu comecei por uma parte, digamos, pobre de Cartagena. Pobre. Existe a outra parte, a parte turística, luxo e luxo desmedido moralmente, digamos. Mas aqueles que lá vão… será que não se apercebem disto? Será que os analistas sociopolíticos não se dão conta? «O homem é um estúpido» – dizia a Bíblia. E assim, quando não se quer ver, não se vê. Olha-se apenas para um lado. Quanto à Coreia do Norte, não sei... Digo a verdade! Eu verdadeiramente não compreendo. De verdade, não compreendo aquele mundo da geopolítica; é demais para mim. Mas, por aquilo que vejo, creio que lá existe uma luta de interesses que me escapa; verdadeiramente, não consigo explicar... Entretanto o outro aspeto é importante: não se toma consciência. Pensa em Cartagena, hoje. Mas isto é injusto, e será possível tomar consciência? É tudo o que me vem à mente... Obrigado.

Greg Burke:
Valentina! E os próximos dois podem aproximar-se...

Papa Francisco:
A «decana»...

Valentina Alazraki, de «Televisa»
(Ela pergunta-lhe como está)

Papa Francisco:
Não dói. Puseram-me um olho em compota [riem].

Valentina Alazraki:
Ainda bem que não lhe dói; contudo lamento o sucedido.
Santidade, todas as vezes que encontra os jovens, em qualquer parte do mundo, sempre lhes diz: «Não deixeis que vos roubem a esperança, não deixeis que vos roubem a alegria e o futuro». Infelizmente, nos Estados Unidos, foi abolida a lei dos Dreamers, dos sonhadores: fala-se de 800.000 jovens, muitíssimos mexicanos, colombianos e de tantos outros países. O Santo Padre não acha que eles, com a abolição desta lei, perdem a alegria, a esperança, o futuro? E ainda, sem querer abusar da sua gentileza e da dos colegas, se o Santo Padre pudesse dedicar uma pequena oração, uns breves momentos a todas as vítimas do terremoto no México e do furacão Irma. Obrigado.

Papa Francisco:
Perdem certamente… Gostava de saber a que a lei se refere. Ouvi falar desta lei; não pude ler os artigos nem como se toma a decisão. Não a conheço bem, mas, antes de mais nada, separar os jovens da família não dá bom resultado para os jovens nem para a família. Penso que esta lei não vem do Parlamento, mas do executivo; se assim for, mas não tenho a certeza, há esperança que se repense um pouco sobre ela. Porque eu ouvi falar o Presidente dos Estados Unidos: apresenta-se como um homem pró-vida e, se ele é um bom pró-vida, compreende que a família é o berço da vida e deve-se defender a sua unidade. Por isso interessa-me estudar bem a lei em questão. Mas, verdadeiramente – em geral, seja este caso sejam outros casos – quando os jovens se sentem explorados, como em muitos casos, acabam por se sentir sem esperança. E quem a roubou? A droga, as outras dependências, o suicídio... O suicídio juvenil é muito elevado, e acontece quando são separados das raízes. É muito importante o relacionamento de um jovem com as suas raízes. Os jovens desenraizados, hoje, pedem ajuda: querem reencontrar as raízes. Por isso, insisto tanto no diálogo entre jovens e idosos, de certo modo passando por cima dos pais. Que dialoguem com os pais, mas os idosos [são importantes], porque neles estão as raízes; e encontram-se um pouco mais afastadas, para evitar os conflitos que podem ter com as raízes mais próximas, como as dos pais. Mas os jovens, hoje, precisam de reencontrar as raízes. Tudo o que for contra as raízes, rouba-lhes a esperança. Não sei se respondi…

Valentina Alazraki:
Podem ser deportados dos Estados Unidos...

Papa Francisco:
Sim, sim; perdem uma raiz... Isto é um problema. Mas, sobre tal lei, verdadeiramente não me quero pronunciar, porque não a li e não gosto de falar daquilo que não estudei antes. Mudando de tema, Valentina é mexicana e o México sofreu muito e, com esta última coisa, peço a todos, por solidariedade com a «decana» (temos o outro «decano» ali), uma oração pela sua pátria. Obrigado.

Greg Burke:
Obrigado, Santo Padre. Agora, Fausto Gasparroni, da Ansa.

Fausto Gasparroni, da Ansa:
Santidade, em nome do grupo italiano, quero fazer uma pergunta sobre a questão dos migrantes, mais concretamente sobre o facto de a Igreja italiana ter recentemente expresso – por assim dizer – uma espécie de compreensão pela nova política do governo que pretende restringir no caso das partidas da Líbia e, portanto, dos desembarques. Escreveu-se até que, sobre isto, houve um encontro de Sua Santidade com o Presidente do Conselho, Gentiloni. Gostaríamos de saber se realmente neste encontro se falou deste tema, ou seja, se houve este encontro e se nele foi tratado este tema, e sobretudo que pensa o Santo Padre concretamente desta política de restrição das partidas, tendo presente também o facto de que os migrantes que permanecem na Líbia – como foi documentado pelas investigações feitas – vivem em condições desumanas, em condições muito, mas muito precárias. Obrigado.

Papa Francisco:
Primeiro: o encontro com o ministro Gentiloni foi um encontro pessoal, e não sobre este assunto. Deu-se antes deste problema, que surgiu algumas semanas depois, quase um mês depois. O encontro foi antes do problema. Segundo: sinto o dever de gratidão para com a Itália e a Grécia, porque abriram o coração aos migrantes. Mas não basta abrir o coração. O problema dos migrantes é, antes de mais nada, coração aberto, sempre. É também um mandamento de Deus que ordenou recebê-los «porque também fostes escravo, migrante no Egito» (cf. Levítico 19, 33-34): isto é o que diz a Bíblia. Mas um governo deve gerir este problema com a virtude própria do governante, isto é, a prudência. Que significa isto? Primeiro: quantos lugares tenho? Segundo: não apenas recebê-los, mas integrá-los. Integrá-los. Eu vi exemplos belíssimos – aqui, na Itália - de integração. Quando fui à Universidade Roma III, houve quatro alunos que puseram questões; uma, a última que fez a pergunta, eu fixava-a dizendo para comigo: «Mas esta cara, eu conheço-a!» Era uma jovem que, menos de um ano antes, viera de Lesbo comigo no avião: ela aprendeu a língua e, dado que estudava Biologia na sua pátria, pediu a equiparação e continuou. Aprendeu a língua: isto chama-se integrar. Noutro voo (quando voltávamos da Suécia, creio eu), falei sobre a política de integração da Suécia como um modelo, mas prudentemente a Suécia também disse: «O número é este; mais não posso», porque existe o perigo da não-integração. Terceiro: há um problema humanitário; aquilo que o senhor dizia. A humanidade está ciente destes campos de concentração? Das condições de que o senhor falava, no deserto? Eu vi fotografias... Há os exploradores... O senhor falava do governo italiano: dá-me a impressão de que esteja a fazer tudo o possível em prol dos trabalhos humanitários, para resolver até o problema que não pode assumir...

Resumindo: coração sempre aberto, prudência, integração e proximidade humanitária.

Há, porém, uma última coisa que quero referir, e aplica-se sobretudo à África. No nosso inconsciente coletivo, há um lema, um princípio: «A África deve ser explorada». Hoje, em Cartagena, vimos um exemplo de exploração, humana, naquele caso [dos escravos]. E, sobre isto, um Chefe de governo disse uma estupenda verdade. «Quanto àqueles que fogem da guerra, é um problema aparte; mas, para muitos que fogem da fome, façamos investimentos lá, para que cresçam». Mas, no inconsciente coletivo, reina isto: muitos países desenvolvidos sempre que vão para a África, é para explorar. Devemos inverter isto: a África é amiga e deve ser ajudada a crescer. Passando a outros problemas, como as guerras, são um caso aparte. Não sei se, com isto, esclareci.

Greg Burke:
Santidade, temos de terminar. Mas, poderemos ainda fazer uma última pergunta? Xavier Le Normand, I.Media...

Xavier Le Normand, I. Media:
Boa noite, Santo Padre. Hoje, depois do Angelus, Vossa Santidade falou da Venezuela. Pediu que se rejeitasse qualquer tipo de violência na vida política. Na quinta-feira, depois da Missa em Bogotá, saudara cinco bispos venezuelanos. Todos sabemos que a Santa Sé esteve e ainda está muito empenhada em prol do diálogo naquele país. Já lá vão meses que o Santo Padre pede o fim de todas as violências. Mas o presidente Maduro, por um lado, tem palavras muito violentas contra os Bispos e por outro, diz que está com o Papa Francisco. Não seria possível ter palavras mais fortes e talvez mais claras? Obrigado, Santidade.

Papa Francisco:
Eu penso que a Santa Sé falou forte e claramente. Aquilo que diz o presidente Maduro, explique-o ele! Eu não sei o que ele tem na sua mente. Mas a Santa Sé fez tanto: naquele grupo de trabalho dos quatro ex-presidentes, enviou lá um Núncio de primeiro grau; depois falou: falou com pessoas, falou publicamente. Muitas vezes, no Angelus, falei da situação, procurando sempre uma saída e ajudando, oferecendo ajuda para sair do impasse. Não sei; mas parece que o caso é muito difícil. E o mais doloroso é o problema humanitário: tantas pessoas que fogem ou sofrem... Um problema humanitário que devemos ajudar a resolver em todos os sentidos. Acho que as Nações Unidas se devem fazer sentir também lá, para ajudar... Obrigado.

Greg Burke:
Obrigado, Santidade. Creio que temos de ir cada qual para o sue lugar.

Papa Francisco:
Pelas turbulências?

Greg Burke:
Sim!

Papa Francisco:
Dizem que há alguma turbulência, que devemos sentar-nos. Agradeço-vos imenso, agradeço-vos tanto pelo vosso trabalho. E, mais uma vez, quero agradecer o exemplo do povo colombiano. E gostaria de terminar com uma imagem, a que me impressionou mais nos colombianos: nas quatro cidades, havia a multidão na estrada, saudando... Aquilo que mais me impressionou foi ver os pais, as mães que erguiam os seus filhos para fazê-los ver ao Papa e para que o Papa lhes desse a bênção. Como que dizendo: «Este é o meu tesouro, esta a minha esperança, este é o meu futuro. Nisto eu acredito». Isto impressionou-me. A ternura. Os olhos daqueles pais e daquelas mães. Era belíssimo, belíssimo! Isto é um símbolo, símbolo de esperança e de futuro. Um povo que é capaz de fazer filhos e, depois, mostrá-los, fazê-los ver assim como que dizendo «este é o meu tesouro», é um povo que tem esperança e tem futuro. Obrigado! Muito obrigado!

Greg Burke:
Obrigado, Santidade. Bom descanso.

[01288-PO.01] [Texto original: Plurilingue]

[B0588-XX.02]