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Viaggio Apostolico del Santo Padre Francesco in Egitto (28-29 aprile 2017) - Santa Messa nell’ “Air Defense Stadium” del Cairo, 29.04.2017


Santa Messa nell’ “Air Defense Stadium” del Cairo

Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Questa mattina, dopo essersi congedato dalla Nunziatura Apostolica, salutato, tra gli altri, da un gruppo di bambini della Scuola Comboniana del Cairo, il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto all’ “Air Defense Stadium”.

Al Suo arrivo ha compiuto un giro in papamobile tra i fedeli riuniti. Quindi, alle ore 10.00, ha presieduto la Celebrazione Eucaristica.

A conclusione della Santa Messa, il Patriarca di Alessandria dei Copti, Sua Beatitudine Ibrahim Isaac Sedrak, ha salutato il Santo Padre Francesco a nome di tutte le denominazioni cattoliche dell’Egitto. Dopo la benedizione finale, il Papa è rientrato in auto alla Nunziatura Apostolica dove ha pranzato con i Vescovi egiziani e con i Membri del Seguito Papale.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Al Salamò Alaikum / la pace sia con voi!

Oggi il vangelo, nella III Domenica di Pasqua, ci parla dell’itinerario dei due discepoli di Emmaus che lasciarono Gerusalemme. Un vangelo che si può riassumere in tre parole: morte, risurrezione e vita.

Morte. I due discepoli tornano alla loro vita quotidiana, carichi di delusione e disperazione: il Maestro è morto e quindi è inutile sperare. Erano disorientati, illusi e delusi. Il loro cammino è un tornare indietro; è un allontanarsi dalla dolorosa esperienza del Crocifisso. La crisi della Croce, anzi lo “scandalo” e la “stoltezza” della Croce (cfr 1 Cor 1,18; 2,2), sembra aver seppellito ogni loro speranza. Colui sul quale hanno costruito la loro esistenza è morto, sconfitto, portando con sé nella tomba ogni loro aspirazione.

Non potevano credere che il Maestro e il Salvatore che aveva risuscitato i morti e guarito gli ammalati potesse finire appeso alla croce della vergogna. Non potevano capire perché Dio Onnipotente non l’avesse salvato da una morte così ignobile. La croce di Cristo era la croce delle loro idee su Dio; la morte di Cristo era una morte di ciò che immaginavano fosse Dio. Erano loro, infatti, i morti nel sepolcro della limitatezza della loro comprensione.

Quante volte l’uomo si auto-paralizza, rifiutando di superare la propria idea di Dio, di un dio creato a immagine e somiglianza dell’uomo! Quante volte si dispera, rifiutando di credere che l’onnipotenza di Dio non è onnipotenza di forza, di autorità, ma è soltanto onnipotenza di amore, di perdono e di vita!

I discepoli riconobbero Gesù “nello spezzare il pane”, nell’Eucaristia. Se noi non ci lasciamo spezzare il velo che offusca i nostri occhi, se non ci lasciamo spezzare l’indurimento del nostro cuore e dei nostri pregiudizi, non potremo mai riconoscere il volto di Dio.

Risurrezione. Nell’oscurità della notte più buia, nella disperazione più sconvolgente, Gesù si avvicina a loro e cammina sulla loro via perché possano scoprire che Lui è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Gesù trasforma la loro disperazione in vita, perché quando svanisce la speranza umana incomincia a brillare quella divina: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» (Lc 18,27; cfr 1,37). Quando l’uomo tocca il fondo del fallimento e dell’incapacità, quando si spoglia dell’illusione di essere il migliore, di essere autosufficiente, di essere il centro del mondo, allora Dio gli tende la mano per trasformare la sua notte in alba, la sua afflizione in gioia, la sua morte in risurrezione, il suo cammino all’indietro in ritorno a Gerusalemme, cioè in ritorno alla vita e alla vittoria della Croce (cfr Eb 11,34).

I due discepoli, difatti, dopo aver incontrato il Risorto, ritornano pieni di gioia, di fiducia e di entusiasmo, pronti alla testimonianza. Il Risorto li ha fatti risorgere dalla tomba della loro incredulità e afflizione. Incontrando il Crocifisso-Risorto hanno trovato la spiegazione e il compimento di tutta la Scrittura, della Legge e dei Profeti; hanno trovato il senso dell’apparente sconfitta della Croce.

Chi non passa attraverso l’esperienza della Croce fino alla Verità della Risurrezione si autocondanna alla disperazione. Infatti, noi non possiamo incontrare Dio senza crocifiggere prima le nostre idee limitate di un dio che rispecchia la nostra comprensione dell’onnipotenza e del potere.

Vita. L’incontro con Gesù risorto ha trasformato la vita di quei due discepoli, perché incontrare il Risorto trasforma ogni vita e rende feconda qualsiasi sterilità.1 Infatti, la Risurrezione non è una fede nata nella Chiesa, ma la Chiesa è nata dalla fede nella Risurrezione. Dice San Paolo: «Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede» (1 Cor 15,14).

Il Risorto sparisce dai loro occhi, per insegnarci che non possiamo trattenere Gesù nella sua visibilità storica: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29; cfr 20,17). La Chiesa deve sapere e credere che Egli è vivo con lei e la vivifica nell’Eucaristia, nelle Scritture e nei Sacramenti. I discepoli di Emmaus capirono questo e tornarono a Gerusalemme per condividere con gli altri la loro esperienza: “Abbiamo visto il Signore … Sì, è davvero risorto!” (cfr Lc 24,32).

L’esperienza dei discepoli di Emmaus ci insegna che non serve riempire i luoghi di culto se i nostri cuori sono svuotati del timore di Dio e della Sua presenza; non serve pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello; non serve tanta religiosità se non è animata da tanta fede e da tanta carità; non serve curare l’apparenza, perché Dio guarda l’anima e il cuore (cfr 1 Sam 16,7) e detesta l’ipocrisia (cfr Lc 11,37-54; At 5,3-4).2 Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!

La fede vera è quella che ci rende più caritatevoli, più misericordiosi, più onesti e più umani; è quella che anima i cuori per portarli ad amare tutti gratuitamente, senza distinzione e senza preferenze; è quella che ci porta a vedere nell’altro non un nemico da sconfiggere, ma un fratello da amare, da servire e da aiutare; è quella che ci porta a diffondere, a difendere e a vivere la cultura dell’incontro, del dialogo, del rispetto e della fratellanza; ci porta al coraggio di perdonare chi ci offende, di dare una mano a chi è caduto; a vestire chi è nudo, a sfamare l’affamato, a visitare il carcerato, ad aiutare l’orfano, a dar da bere all’assetato, a soccorrere l’anziano e il bisognoso (cfr Mt 25,31-45). La vera fede è quella che ci porta a proteggere i diritti degli altri, con la stessa forza e con lo stesso entusiasmo con cui difendiamo i nostri. In realtà, più si cresce nella fede e nella conoscenza, più si cresce nell’umiltà e nella consapevolezza di essere piccoli.

Cari fratelli e sorelle,

Dio gradisce solo la fede professata con la vita, perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a Lui!

Ora, come i discepoli di Emmaus, tornate alla vostra Gerusalemme, cioè alla vostra vita quotidiana, alle vostre famiglie, al vostro lavoro e alla vostra cara patria pieni di gioia, di coraggio e di fede. Non abbiate paura di aprire il vostro cuore alla luce del Risorto e lasciate che Lui trasformi la vostra incertezza in forza positiva per voi e per gli altri. Non abbiate paura di amare tutti, amici e nemici, perché nell’amore vissuto sta la forza e il tesoro del credente!

La Vergine Maria e la Sacra Famiglia, che vissero su questa terra benedetta, illuminino i nostri cuori e benedicano voi e il caro Egitto che, all’alba del cristianesimo, accolse l’evangelizzazione di San Marco e diede lungo la storia numerosi martiri e una grande schiera di santi e di sante!

Al Massih Kam / Bilhakika kam! – Cristo è Risorto / È veramente Risorto!

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1 Cfr Benedetto XVI, Catechesi, Udienza generale di mercoledì 11 aprile 2007.
2
Esclama S. Efrem: «Ma strappate la maschera che copre l'ipocrita e voi non vi vedrete che marciume» (Serm.). «Guai a chi è doppio di cuore!» - dice l'Ecclesiastico (2,14 Volg.).

[00621-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Al Salamò Alaikum: la paix soit avec vous!

Aujourd’hui, l’évangile du troisième dimanche de Pâques nous parle de l’itinéraire des deux disciples d’Emmaüs qui ont quitté Jérusalem. Un Évangile qu’on peut résumer en trois mots: mort, résurrection et vie.

Mort: les deux disciples retournent à leur vie quotidienne, chargés de déception etde désespoir : le Maître est mort et il est donc inutile d’espérer. Ils étaient désorientés, sans illusions et déçus. Leur chemin est un retour en arrière; c’est un éloignement de la douloureuse expérience du Crucifié. La crise de la Croix, voire le ‘‘scandale’’ et la ‘‘folie’’ de la Croix (cf. 1 Co 1, 18; 2, 2), semble avoir enterré toute leur espérance. Celui sur lequel ils ont construit leur existence est mort, vaincu, emportant avec lui dans la tombe toutes leurs aspirations.

Ils ne pouvaient pas croire que le Maître et le Sauveur qui avait ressuscité les morts et guéri les malades puisse finir pendu à la croix de la honte. Ils ne pouvaient pas comprendre pourquoi Dieu Tout-Puissant ne l’avait pas sauvé d’une mort si ignoble. La croix du Christ était la croix de leurs idées sur Dieu; la mort du Christ était une mort de ce qu’ils imaginaient que Dieu était. C’étaient eux qui étaient, en effet, les morts dans la tombe de la limitation de leur compréhension.

Que de fois l’homme s’auto paralyse, en refusant de surmonter son idée de Dieu, d’un dieu créé à l’image et à la ressemblance de l’homme; que de fois il désespère, en refusant de croire que la toute-puissance de Dieu n’est pas la toute-puissance de la force, de l’autorité mais qu’elle n’est que la toute-puissance de l’amour, du pardon et de la vie!

Les disciples ont reconnu Jésus à la ‘‘fraction du pain’’, dans l’Eucharistie. Si nous ne laissons pas rompre le voile qui obscurcit nos yeux, si nous ne rompons pas l’endurcissement de notre cœur et de nos préjugés, nous ne pourrons jamais reconnaître le visage de Dieu.

Résurrection: dans l’obscurité de la nuit la plus sombre, dans le désespoir le plus bouleversant, Jésus s’approche des deux disciples et emprunte leur chemin pour qu’ils puissent découvrir qu’il est «le Chemin, la Véritéet la Vie » (Jn 14, 6). Jésus transforme leur désespoir en vie, car lorsque disparaît l’espérance humaine, commence à briller l’espérance divine: «ce qui est impossible à l’homme est possible à Dieu» (Lc 18, 27; cf. 1, 37). Quand l’homme touche le fond de l’échec et de l’incapacité, quand il se défait de l’illusion d’être le meilleur, d’être autosuffisant, d’être le centre du monde, alors Dieu lui tend la main pour transformer sa nuit en aube, son affliction en joie, sa mort en résurrection, sa marche en un retour vers Jérusalem, c’est-à-dire vers la vie et vers la victoire de la Croix (cf. He 11, 34).

Les deux disciples, en effet, après avoir rencontré le Ressuscité, reviennent pleins de joie, de confiance et d’enthousiasme, prêts pour le témoignage. Le Ressuscité les a fait resurgir de la tombe de leur incrédulité et de leur affliction. En rencontrant le Crucifié-Ressuscité, ils ont trouvé l’explication et l’accomplissement de toute l’Écriture, de la Loi et des Prophètes; ils ont trouvé le sens de l’échec apparent de la Croix.

Celui qui ne traverse pas l’expérience de la Croix jusqu’à la Vérité de la Résurrection s’auto condamne au désespoir. En effet, nous, nous ne pouvons pas rencontrer Dieu sans crucifier d’abord nos idées limitées d’un dieu qui reflète notre compréhension de la toute-puissance et du pouvoir.

Vie: la rencontre avec Jésus ressuscité a transformé la vie de ces deux disciples, parce que rencontrer le Ressuscité transforme toute vie et rend féconde toute stérilité (cf. Benoît XVI, Audience générale, mercredi, 11 avril 2007). En effet, la Résurrection n’est pas une foi née dans l’Église, mais l’Église est née de la foi en la Résurrection. Saint Paul dit: «si le Christ n’est pas ressuscité, notre proclamation est sans contenu, votre foi aussi est sans contenu» (1 Co 15, 14).

Le Ressuscité disparaît de leurs yeux, pour nous enseigner que nous ne pouvons pas retenir Jésus dans son caractère visible historique: «heureux ceux qui croient sans avoir vu» (Jn 21, 29; cf. 20, 17). L’Église doit savoir et croire qu’il est vivant avec elle et la vivifie dans l’Eucharistie, dans les Écritures et dans les Sacrements. Les disciples d’Emmaüs ont compris cela et sont retournés à Jérusalem pour partager avec les autres leur expérience: ‘‘Nous avons vu le Seigneur… Oui, il est vraiment ressuscité’’ (cf. Lc 24, 32).

L’expérience des disciples d’Emmaüs nous enseigne qu’il ne vaut pas la peine de remplir les lieux de culte, si nos cœurs sont vidés de la crainte de Dieu et de sa présence; il ne vaut pas la peine de prier, si notre prière adressée à Dieu ne se transforme pas en amour du frère; beaucoup de dévotion ne vaut pas la peine, si elle n’est pas animée par beaucoup de foi et par beaucoup de charité; il ne vaut pas la peine de soigner l’apparence, car Dieu regarde l’âme et le cœur (cf. 1 Sam 16, 7) et déteste l’hypocrisie (cf. Lc 11, 37-54; Ac 5, 3-4) 1. Pour Dieu il vaut mieux ne pas croire que d’être un faux croyant, un hypocrite!

La vraie foi est celle qui nous rend plus charitables, plus miséricordieux, plus honnêtes et plus humains; c’est celle qui anime les cœurs pour les porter à aimer tout le monde gratuitement, sans distinction et sans préférences; c’est celle qui nous conduit à voir dans l’autre non pas un ennemi à vaincre, mais un frère à aimer, à servir et à aider; c’est celle qui nous conduit à diffuser, à défendre et à vivre la culture de la rencontre, du dialogue, du respect et de la fraternité; qui nous conduit au courage de pardonner à celui qui nous offense; de tendre la main à celui qui est tombé; à vêtir celui qui est nu; à donner à manger à celui qui a faim; à visiter le détenu; à aider l’orphelin; à donner à boire à celui qui a soif; à aller au secours de la personne âgée et de celui qui est dans le besoin (cf. Mt 25, 31-45). La vraie foi est celle qui nous conduit à protéger les droits des autres, avec la même force et avec le même enthousiasme avec lesquels nous défendons les nôtres. En réalité, plus on grandit dans la foi et dans la connaissance, plus on grandit dans l’humilité et dans la conscience d’être petit.

Chers frères et soeurs,

Dieu n’apprécie que la foi professée par la vie, parce que l’unique extrémisme admis pour les croyants est celui de la charité! Toute autre forme d’extrémisme ne vient pas de Dieu et ne lui plaît pas!

A présent, comme les disciples d’Emmaüs, retournez à votre Jérusalem, c’est-à-dire à votre vie quotidienne, à vos familles, à votre travail et à votre chère patrie, pleins de joie, de courage et de foi. N’ayez pas peur d’ouvrir votre cœur à la lumière du Ressuscité et laissez-le transformer votre incertitude en force positive pour vous et pour les autres. N’ayez pas peur d’aimer tout le monde, amis et ennemis, car c’est dans l’amour vécu que résident la force et le trésor du croyant!

Que la Vierge Marie et la Sainte Famille, qui ont vécu sur cette terre bénie, illuminent nos cœurs et vous bénissent ainsi que la chère Égypte qui, à l’aube du christianisme, a accueilli l’évangélisation de saint Marc et a donné tout au long de l’histoire de nombreux martyrs et un grand cortège de saints et de saintes!

Al Massih Kam/ Bilhakika kam – Le Christ est ressuscité/ Il est vraiment ressuscité!

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1 Saint Ephrem s’exclame: «mais déchirez le masque qui couvre l’hypocrite et vous, vous n’y verrez que pourriture» (Serm.). «Malheur à celui qui a le cœur double» dit l’Ecclésiastique (2, 14, Vulg.).

[00621-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

As-salamu alaykum! Peace be with you!

Today’s Gospel of the third Sunday of Easter speaks to us of the journey to Emmaus of the two disciples who set out from Jerusalem. It can be summed up in three words: death, resurrection and life.

Death. The two disciples are returning, full of despair and disappointment, to life as usual. The Master is dead and thus it is pointless to hope. They feel disappointment and despair. Theirs is a journey of return, as they leave behind the painful experience of Jesus’ crucifixion. The crisis of the cross, indeed the “scandal” and “foolishness” of the cross (cf. 1 Cor 1:18, 2:2), seems to have buried any hope they had. The one on whom they had built their lives is dead; in his defeat, he brought all their aspirations with him to the tomb.

They could not believe that their Master and Saviour, who had raised others from the dead and healed the sick, would end up hanging on the cross of shame. They could not understand why Almighty God had not saved him from such a disgraceful death. The cross of Christ was the cross of their own ideas about God; the death of Christ was the death of what they thought God to be. But in fact, it was they who were dead, buried in the tomb of their limited understanding.

How often do we paralyze ourselves by refusing to transcend our own ideas of God, a god created in the image and likeness of man! How often do we despair by refusing to believe that God’s omnipotence is not one of power and authority, but rather of love, forgiveness and life!

The disciples recognized Jesus in the “breaking of the bread”, in the Eucharist. Unless we tear apart the veil clouding our vision and shatter the hardness of our hearts and our prejudices, we will never be able to recognize the face of God.

Resurrection. In the gloom of their darkest night, at the moment of their greatest despair, Jesus approaches the two disciples and walks at their side, to make them see that he is “the Way, and the Truth and the Life” (Jn 14:6). Jesus turns their despair into life, for when human hope vanishes, divine hope begins to shine in its place. “What is impossible with men is possible with God” (Lk 18:27; cf. 1:37). When we reach the depths of failure and helplessness, when we rid ourselves of the illusion that we are the best, sufficient unto ourselves and the centre of our world, then God reaches out to us to turn our night into dawn, our affliction into joy, our death into resurrection. He turns our steps back to Jerusalem, back to life and to the victory of the Cross (cf. Heb 11:34).

After meeting the Risen Lord, the two disciples returned filled with joy, confidence and enthusiasm, ready to bear witness. The Risen One made them rise from the tomb of their unbelief and their sorrow. Encountering the Lord, crucified and risen, they discovered the meaning and fulfilment of the whole of Scripture, the Law and the Prophets. They discovered the meaning of the apparent defeat of the cross.

Those who do not pass from the experience of the cross to the truth of the resurrection condemn themselves to despair! For we cannot encounter God without first crucifying our narrow notions of a god who reflects only our own understanding of omnipotence and power.

Life. The encounter with the Risen Jesus transformed the lives of those two disciples because meeting the Risen One transforms every life, and makes fruitful what is barren (cf. BENEDICT XVI, General Audience, 11 April 2007). Faith in the resurrection is not a product of the Church, but the Church herself is born of faith in the resurrection. As Saint Paul says: “If Christ has not been raised, then our preaching is in vain and your faith is in vain” (1 Cor 15:14).

The Risen Lord vanished from the sight of the disciples in order to teach us that we cannot hold on to Jesus as he appeared in history: “Blessed are those who believe and yet have not seen” (Jn 21:29; cf. 20:17). The Church needs to know and believe that Jesus lives within her and gives her life in the Eucharist, the scriptures and the sacraments. The disciples on the way to Emmaus realized this, and returned to Jerusalem in order to share their experience with the others: “We have seen the Risen One… Yes, he is truly risen!” (cf. Lk 24:32).

The experience of the disciples on the way to Emmaus teaches us that it is of no use to fill our places of worship if our hearts are empty of the fear of God and of his presence. It is of no use to pray if our prayer to God does not turn into love for our brothers and sisters. All our religiosity means nothing unless it is inspired by deep faith and charity. It is of no use to be concerned about our image, since God looks at the soul and the heart (cf. 1 Sam 16:7) and he detests hypocrisy (cf. Lk 11:37-54; Acts 5:3, 4)1. For God, it is better not to believe than to be a false believer, a hypocrite!

True faith is one that makes us more charitable, more merciful, more honest and more humane. It moves our hearts to love everyone without counting the cost, without distinction and without preference. It makes us see the other not as an enemy to be overcome, but a brother or sister to be loved, served and helped. It spurs us on to spread, defend and live out the culture of encounter, dialogue, respect and fraternity. It gives us the courage to forgive those who have wronged us, to extend a hand to the fallen, to clothe the naked, to feed the hungry, to visit the imprisoned, to help orphans, to give drink to those who thirst, and to come to the aid of the elderly and those in need (cf. Mt 25). True faith leads us to protect the rights of others with the same zeal and enthusiasm with which we defend our own. Indeed, the more we grow in faith and knowledge, the more we grow in humility and in the awareness of our littleness.

Dear brothers and sisters,

God is pleased only by a faith that is proclaimed by our lives, for the only fanaticism believers can have is that of charity! Any other fanaticism does not come from God and is not pleasing to him!

So now, like the disciples of Emmaus, filled with joy, courage and faith, return to your own Jerusalem, that is, to your daily lives, your families, your work and your beloved country. Do not be afraid to open your hearts to the light of the Risen Lord, and let him transform your uncertainty into a positive force for yourselves and for others. Do not be afraid to love everyone, friends and enemies alike, because the strength and treasure of the believer lies in a life of love!

May Our Lady and the Holy Family, who dwelt in this venerable land of yours, enlighten our hearts and bless you and this beloved country of Egypt, which at the dawn of Christianity welcomed the preaching of Saint Mark, and throughout its history has brought forth so many martyrs and a great multitude of holy men and women.

Al Masih qam! Bi-l-haqiqa qam!

Christ is risen! He is truly risen!

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1 Saint Ephraim exclaims: “Just tear off the mask that covers the hypocrite and you will see only corruption” (Sermon). “Woe to them that are of a double heart”, says Ecclesiasticus (2:14, Vulg).

[00621-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Al Salamò Alaikum. / Der Friede sei mit euch!

Das heutige Evangelium des dritten Sonntags der Osterzeit berichtet uns vom Weg der beiden Emmausjünger, die Jerusalem verließen. Ein Evangelium, das sich in drei Worten zusammenfassen lässt: Tod, Auferstehung und Leben.

Tod: Die beiden Jünger kehren enttäuscht und hoffnungslos in ihren Alltag zurück. Der Meister ist tot, daher ist es sinnlos zu hoffen. Sie waren orientierungslos, ernüchtert und enttäuscht. Ihr Weg ist ein Davonlaufen; ein Sich-Entfernen von der schmerzlichen Erfahrung des Gekreuzigten. Die Krise des Kreuzes, ja das »Ärgernis« und die »Torheit« des Kreuzes (vgl. 1 Kor 1,18.23), scheint all ihre Hoffnung begraben zu haben. Er, auf den sie ihre Existenz aufgebaut hatten, ist gestorben, er ist besiegt und hat alle ihre Erwartungen mit sich ins Grab genommen.

Sie konnten es nicht glauben, dass der Meister und Heiland, der Toten auferweckt und Kranke geheilt hatte, am Schandkreuz enden könnte. Sie konnten nicht begreifen, warum der allmächtige Gott ihn nicht vor einem solch schändlichen Tod gerettet hatte. Das Kreuz Christi war das Kreuz für ihre Vorstellungen über Gott; mit dem Tod Christi war das gestorben, wovon sie dachten, dass es Gott wäre. Denn sie waren die Toten im Grab ihres begrenzten Verstehens.

Wie oft lähmt sich der Mensch selbst, wenn er sich weigert, seine Vorstellung von Gott – nämlich eines Gottes, der nach dem Bild des Menschen und ihm ähnlich geschaffen ist – zu überwinden. Wie oft verzweifelt er, wenn er sich weigert zu glauben, dass die Allmacht Gottes nicht Allmacht der Gewalt, der Autorität bedeutet, sondern allein Allmacht der Liebe, der Vergebung und des Lebens!

Die Jünger erkannten Jesus, »als er das Brot brach«, an der Eucharistie. Wenn wir uns den Schleier nicht abreißen lassen, der unsere Augen verdunkelt, wenn wir uns die Verhärtung unserer Herzen und unserer Vorurteile nicht aufbrechen lassen, werden wir nie das Antlitz Gottes erkennen.

Auferstehung: Im Dunkel der finstersten Nacht, in der zutiefst erschütternden Verzweiflung nähert sich Jesus den beiden Jüngern und geht auf ihrem Weg mit, damit sie entdecken können, dass er »der Weg und die Wahrheit und das Leben« ist (Joh 14,6). Jesus verwandelt ihre Verzweiflung in Leben, denn wenn die menschliche Hoffnung schwindet, beginnt die göttliche Hoffnung zu strahlen: »Was für Menschen unmöglich ist, ist für Gott möglich« (Lk 18,27; vgl. 1,37). Wenn der Mensch ganz am Boden des Scheiterns und des Unvermögens angelangt ist, wenn er seine Illusion ablegt, der beste, unabhängig und der Mittelpunkt der Welt zu sein, dann reicht Gott ihm die Hand, um seine Nacht in einen Morgen zu verwandeln, seine Niedergeschlagenheit in Freude, seinen Tod in Auferstehung, seinen Rückzug in eine Rückkehr nach Jerusalem, das heißt in eine Rückkehr zum Leben und zum Sieg des Kreuzes (vgl. Hebr 10,34).

Nachdem die beiden Jünger dem Auferstandenen begegnet sind, kehren sie nämlich voller Freude, Vertrauen und Begeisterung zurück, bereit, Zeugnis zu geben. Der Auferstandene ließ sie vom Grab ihres Unglaubens und ihrer Niedergeschlagenheit auferstehen. Durch die Begegnung mit dem gekreuzigten und auferstandenen Herrn haben sie die Erklärung und Erfüllung der ganzen Schrift, des Gesetzes und der Propheten gefunden; sie haben den Sinn der scheinbaren Niederlage des Kreuzes gefunden.

Wer nicht über die Erfahrung des Kreuzes zur Wahrheit der Auferstehung geht, verurteilt sich selbst zur Verzweiflung! Denn wir können Gott nicht begegnen, ohne vorher nicht unsere begrenzten Vorstellungen eines Gottes, der unser Verständnis von Macht und Allmacht widerspiegelt, zu kreuzigen.

Leben: Die Begegnung mit dem auferstandenen Jesus hat das Leben dieser beiden Jünger verändert. Denn dem Auferstandenen zu begegnen verändert jedes Leben und macht jegliche Sterilität fruchtbar.[1] Die Auferstehung ist nämlich nicht ein Glaube, der in der Kirche entstanden ist, sondern die Kirche ist aus dem Glauben an die Auferstehung entstanden. So sagt der heilige Paulus: »Ist aber Christus nicht auferweckt worden, dann ist unsere Verkündigung leer, leer auch euer Glaube« (1 Kor 15,14).

Der Auferstandene entschwindet ihren Blicken, um uns zu lehren, dass wir Jesus in seiner geschichtlichen Sichtbarkeit nicht festhalten können: »Selig sind, die nicht sehen und doch glauben« (Joh 20,29 und vgl. Joh 20,17). Die Kirche muss wissen und glauben, dass er mit ihr lebt und sie in der Eucharistie, in der Schrift und in den Sakramenten lebendig macht. Die Emmausjünger haben dies verstanden und kehrten nach Jerusalem zurück, um mit den anderen diese Erfahrung zu teilen: »Wir haben den Herrn gesehen … Ja, er ist wirklich auferstanden!« (vgl. Lk 24,33f).

Die Erfahrung der Emmausjünger lehrt uns, dass es nichts nützt, die Gotteshäuser zu füllen, wenn unsere Herzen leer sind ohne Gottesfurcht und Ehrfurcht vor seiner Gegenwart; es nützt nichts, zu beten, wenn unser Gebet zu Gott nicht zur Liebe zum Mitmenschen wird; es nützt nichts, sehr religiös zu sein, wenn die Frömmigkeit nicht von großem Glauben und großer Nächstenliebe beseelt wird; es nützt nichts, den äußeren Schein zu pflegen, denn Gott sieht die Seele und das Herz (vgl. 1 Sam 16,7) und verabscheut die Heuchelei (vgl. Lk 11,37-54; Apg 5,3-4)[2]. Bei Gott ist es besser, nicht zu glauben, als ein falscher Gläubiger, ein Heuchler zu sein!

Der echte Glaube macht uns mildtätiger, barmherziger, ehrlicher und menschlicher; er beseelt die Herzen, um sie dazu zu bringen, alle bedingungslos zu lieben, ohne Unterschied und Bevorzugungen; er bringt uns dazu, im anderen nicht einen Feind zu sehen, der besiegt werden muss, sondern einen Freund, den man lieben, dem man dienen und helfen soll; er bringt uns dazu, die Kultur der Begegnung, des Dialogs, des Respekts und der Solidarität zu verbreiten, zu verteidigen und im Leben zu verwirklichen; er verleiht uns den Mut, dem zu verzeihen, der uns beleidigt; dem zur Hand zu gehen, der gefallenen ist; dem Nackten Kleidung zu geben; dem Hungrigen zu essen zu geben; den Gefangenen zu besuchen; dem Waisen zu helfen; dem Durstigen zu trinken zu geben; dem Alten und dem Notleidenden zu Hilfe kommen (vgl. Mt 25,31-45). Der echte Glaube lässt uns die Rechte der anderen mit der gleichen Kraft und Begeisterung beschützen, mit denen wir unsere eigenen verteidigen. Tatsächlich, je mehr man im Glauben und in der Kenntnis wächst, desto größer wird die Demut und das Bewusstsein, klein zu sein.

Liebe Brüder und Schwestern,

Gott nimmt nur den Glauben, der mit dem Leben bekannt wird, gerne an, denn der einzige Extremismus, der für die Gläubigen zulässig ist, besteht in der Nächstenliebe! Jeglicher andere Extremismus kommt nicht von Gott und gefällt ihm nicht!

Ihr kehrt nun wie die Emmausjünger voll Freude, Mut und Glauben in euer Jerusalem zurück, das heißt in euer tägliches Leben, zu euren Familien, zu eurer Arbeit und in eure geliebte Heimat. Habt keine Angst, euer Herz dem Licht des Auferstandenen zu öffnen, und lasst zu, dass er eure Unsicherheit in eine positive Kraft für euch und die anderen umwandelt. Habt keine Angst, alle zu lieben, Freunde und Feinde, denn in der gelebten Liebe liegt die Kraft und der Reichtum des Gläubigen!

Die Jungfrau Maria und die Heilige Familie, die in diesem gesegneten Land gelebt haben, mögen eure Herzen erleuchten sowie euch und das geschätzte Ägypten segnen. In den Anfängen des Christentums hat es die Verkündigung des Evangeliums durch den heiligen Markus angenommen und hat im Laufe der Geschichte viele Märtyrer und eine große Schar von Heiligen hervorgebracht!

Al Massih Kam / Bilhakika kam! – Christus ist auferstanden! / Er ist wahrhaft auferstanden!

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[1] Vgl. Benedikt XVI., Generalaudienz, Mittwoch, 11. April 2007.
[2] Der heilige Ephräm ruft aus: »Reißt die Maske herunter, die den Heuchler verhüllt, und ihr werdet nur Fäulnis sehen« (Sermo). »Weh dem, der ein doppelzüngiges Herz hat«, sagt Kohelet (2,14 Vg.)

[00621-DE.00] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Al Salamò Alaikum / La paz sea con vosotros.

Hoy, III domingo de Pascua, el Evangelio nos habla del camino que hicieron los dos discípulos de Emaús tras salir de Jerusalén. Un Evangelio que se puede resumir en tres palabras: muerte, resurrección y vida.

 

Muerte: los dos discípulos regresan a sus quehaceres cotidianos, llenos de desilusión y desesperación. El Maestro ha muerto y por tanto es inútil esperar. Estaban desorientados, confundidos y desilusionados. Su camino es un volver atrás; es alejarse de la dolorosa experiencia del Crucificado. La crisis de la Cruz, más bien el «escándalo» y la «necedad» de la Cruz (cf. 1 Co 1,18; 2,2), ha terminado por sepultar toda esperanza. Aquel sobre el que habían construido su existencia ha muerto y, derrotado, se ha llevado consigo a la tumba todas sus aspiraciones.

No podían creer que el Maestro y el Salvador que había resucitado a los muertos y curado a los enfermos pudiera terminar clavado en la cruz de la vergüenza. No podían comprender por qué Dios Omnipotente no lo salvó de una muerte tan infame. La cruz de Cristo era la cruz de sus ideas sobre Dios; la muerte de Cristo era la muerte de todo lo que ellos pensaban que era Dios. De hecho, los muertos en el sepulcro de la estrechez de su entendimiento.

Cuantas veces el hombre se auto paraliza, negándose a superar su idea de Dios, de un dios creado a imagen y semejanza del hombre; cuantas veces se desespera, negándose a creer que la omnipotencia de Dios no es la omnipotencia de la fuerza o de la autoridad, sino solamente la omnipotencia del amor, del perdón y de la vida.

Los discípulos reconocieron a Jesús «al partir el pan», en la Eucarística. Si nosotros no quitamos el velo que oscurece nuestros ojos, si no rompemos la dureza de nuestro corazón y de nuestros prejuicios nunca podremos reconocer el rostro de Dios.

 

Resurrección: en la oscuridad de la noche más negra, en la desesperación más angustiosa, Jesús se acerca a los dos discípulos y los acompaña en su camino para que descubran que él es «el camino, la verdad y la vida» (Jn 14,6). Jesús trasforma su desesperación en vida, porque cuando se desvanece la esperanza humana comienza a brillar la divina: «Lo que es imposible para los hombres es posible para Dios» (Lc 18,27; cf. 1,37). Cuando el hombre toca fondo en su experiencia de fracaso y de incapacidad, cuando se despoja de la ilusión de ser el mejor, de ser autosuficiente, de ser el centro del mundo, Dios le tiende la mano para transformar su noche en amanecer, su aflicción en alegría, su muerte en resurrección, su camino de regreso en retorno a Jerusalén, es decir en retorno a la vida y a la victoria de la Cruz (cf. Hb 11,34).

Los dos discípulos, de hecho, luego de haber encontrado al Resucitado, regresan llenos de alegría, confianza y entusiasmo, listos para dar testimonio. El Resucitado los ha hecho resurgir de la tumba de su incredulidad y aflicción. Encontrando al Crucificado-Resucitado han hallado la explicación y el cumplimiento de las Escrituras, de la Ley y de los Profetas; han encontrado el sentido de la aparente derrota de la Cruz.

Quien no pasa a través de la experiencia de la cruz, hasta llegar a la Verdad de la resurrección, se condena a sí mismo a la desesperación. De hecho, no podemos encontrar a Dios sin crucificar primero nuestra pobre concepción de un dios que sólo refleja nuestro modo de comprender la omnipotencia y el poder.

 

Vida: el encuentro con Jesús resucitado ha transformado la vida de los dos discípulos, porque el encuentro con el Resucitado transforma la vida entera y hace fecunda cualquier esterilidad (cf. Benedicto XVI, Audiencia General, 11 abril 2007). En efecto, la Resurrección no es una fe que nace de la Iglesia, sino que es la Iglesia la que nace de la fe en la Resurrección. Dice san Pablo: «Si Cristo no ha resucitado, vana es nuestra predicación y vana también vuestra fe» (1 Co 15,14).

El Resucitado desaparece de su vista, para enseñarnos que no podemos retener a Jesús en su visibilidad histórica: «Bienaventurados los que crean sin haber visto» (Jn 20,29 y cf. 20,17). La Iglesia debe saber y creer que él está vivo en ella y que la vivifica con la Eucaristía, con la Escritura y con los Sacramentos. Los discípulos de Emaús comprendieron esto y regresaron a Jerusalén para compartir con los otros su experiencia. «Hemos visto al Señor […]. Sí, en verdad ha resucitado» (cf. Lc 24,32).

La experiencia de los discípulos de Emaús nos enseña que de nada sirve llenar de gente los lugares de culto si nuestros corazones están vacíos del temor de Dios y de su presencia; de nada sirve rezar si nuestra oración que se dirige a Dios no se transforma en amor hacia el hermano; de nada sirve tanta religiosidad si no está animada al menos por igual fe y caridad; de nada sirve cuidar las apariencias, porque Dios mira el alma y el corazón (cf. 1 S 16,7) y detesta la hipocresía (cf. Lc 11,37-54; Hch 5,3-4).[1] Para Dios, es mejor no creer que ser un falso creyente, un hipócrita.

La verdadera fe es la que nos hace más caritativos, más misericordiosos, más honestos y más humanos; es la que anima los corazones para llevarlos a amar a todos gratuitamente, sin distinción y sin preferencias, es la que nos hace ver al otro no como a un enemigo para derrotar, sino como a un hermano para amar, servir y ayudar; es la que nos lleva a difundir, a defender y a vivir la cultura del encuentro, del diálogo, del respeto y de la fraternidad; nos da la valentía de perdonar a quien nos ha ofendido, de ayudar a quien ha caído; a vestir al desnudo; a dar de comer al que tiene hambre, a visitar al encarcelado; a ayudar a los huérfanos; a dar de beber al sediento; a socorrer a los ancianos y a los necesitados (cf. Mt 25,31-45). La verdadera fe es la que nos lleva a proteger los derechos de los demás, con la misma fuerza y con el mismo entusiasmo con el que defendemos los nuestros. En realidad, cuanto más se crece en la fe y más se conoce, más se crece en la humildad y en la conciencia de ser pequeño.

Queridos hermanos y hermanas:

A Dios sólo le agrada la fe profesada con la vida, porque el único extremismo que se permite a los creyentes es el de la caridad. Cualquier otro extremismo no viene de Dios y no le agrada.

Ahora, como los discípulos de Emaús, regresad a vuestra Jerusalén, es decir, a vuestra vida cotidiana, a vuestras familias, a vuestro trabajo y a vuestra patria llenos de alegría, de valentía y de fe. No tengáis miedo a abrir vuestro corazón a la luz del Resucitado y dejad que él transforme vuestras incertidumbres en fuerza positiva para vosotros y para los demás. No tengáis miedo a amar a todos, amigos y enemigos, porque el amor es la fuerza y el tesoro del creyente.

La Virgen María y la Sagrada Familia, que vivieron en esta bendita tierra, iluminen nuestros corazones y os bendigan a vosotros y al amado Egipto que, en los albores del cristianismo, acogió la evangelización de san Marcos y ha dado a lo largo de la historia numerosos mártires y una gran multitud de santos y santas.

Al Massih Kam / Bilhakika kam! – Cristo ha Resucitado. / Verdaderamente ha Resucitado.

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1 Dice san Efrén: «Quitad la máscara que cubre al hipócrita y vosotros no veréis más que podredumbre» (Serm.). «Ay de los que habéis perdido la esperanza», afirma el Eclesiástico (2,14 Vulg.).

[00621-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Al Salamò Alaikum (A paz esteja convosco)!

Hoje, o Evangelho do terceiro domingo de Páscoa fala-nos do itinerário dos dois discípulos de Emaús que deixaram Jerusalém. Um Evangelho que se pode resumir em três palavras: morte, ressurreição e vida.

Morte. Os dois discípulos voltam à sua vida quotidiana, repletos de desânimo e desilusão: o Mestre morreu e, por conseguinte, é inútil esperar. Sentiam-se desorientados, enganados e desiludidos. O seu caminho é um voltar atrás; é um afastar-se da experiência dolorosa do Crucificado. A crise da Cruz – antes, o «escândalo» e a «loucura» da Cruz (cf. 1 Cor 1, 18, 2, 2) – parece ter sepultado todas as suas esperanças. Aquele sobre quem construíram a sua existência morreu, derrotado, levando consigo para o túmulo todas as suas aspirações.

Não podiam acreditar que o Mestre e Salvador, que ressuscitara os mortos e curara os doentes, pudesse acabar pregado na cruz da vergonha. Não podiam entender por que razão Deus Todo-Poderoso não O tivesse salvo duma morte tão ignominiosa. A cruz de Cristo era a cruz das suas ideias sobre Deus; a morte de Cristo era uma morte daquilo que imaginavam ser Deus. Na realidade, eram eles os mortos no sepulcro da sua limitada compreensão.

Quantas vezes o homem se autoparalisa, recusando-se a superar a sua ideia de Deus, um deus criado à imagem e semelhança do homem! Quantas vezes se desespera, recusando-se a crer que a omnipotência de Deus não é omnipotência de força, de autoridade, mas é apenas omnipotência de amor, de perdão e de vida!

Os discípulos reconheceram Jesus no ato de «partir o pão» (Lc 24, 35), na Eucaristia. Se não deixarmos romper o véu que ofusca os nossos olhos, se não deixarmos romper o endurecimento do nosso coração e dos nossos preconceitos, nunca poderemos reconhecer o rosto de Deus.

Ressurreição. Na obscuridade da noite mais escura, no desespero mais desconcertante, Jesus aproxima-Se dos dois discípulos e caminha pela sua estrada, para que possam descobrir que Ele é «o caminho, a verdade e a vida» (Jo 14, 6). Jesus transforma o seu desespero em vida, porque, quando desaparece a esperança humana, começa a brilhar a divina: «O que é impossível aos homens é possível a Deus» (Lc 18, 27; cf. 1, 37). Quando o homem toca o fundo do fracasso e da incapacidade, quando se despoja da ilusão de ser o melhor, ser o autossuficiente, ser o centro do mundo, então Deus estende-lhe a mão para transformar a sua noite em alvorada, a sua tristeza em alegria, a sua morte em ressurreição, o seu voltar atrás em regresso a Jerusalém, isto é, regresso à vida e à vitória da Cruz (cf. Heb 11, 34).

Com efeito, depois de ter encontrado o Ressuscitado, os dois discípulos retornam cheios de alegria, confiança e entusiasmo, prontos a dar testemunho. O Ressuscitado fê-los ressurgir do túmulo da sua incredulidade e tristeza. Encontrando o Crucificado-Ressuscitado, acharam a explicação e o cumprimento de toda a Escritura, da Lei e dos Profetas; acharam o sentido da aparente derrota da Cruz.

Quem não faz a travessia desde a experiência da Cruz até à verdade da Ressurreição, autocondena-se ao desespero. Com efeito, não podemos encontrar Deus, sem crucificar primeiro as nossas ideias limitadas dum deus que reflete a nossa compreensão da omnipotência e do poder.

Vida. O encontro com Jesus ressuscitado transformou a vida daqueles dois discípulos, porque encontrar o Ressuscitado transforma toda a vida e torna fecunda qualquer esterilidade.1 De facto, a Ressurreição não é uma fé nascida na Igreja, mas foi a Igreja que nasceu da fé na Ressurreição. Diz São Paulo: «Se Cristo não ressuscitou, é vã a nossa pregação, e vã é também a nossa fé» (1 Cor 15, 14).

O Ressuscitado desaparece da vista deles, para nos ensinar que não podemos reter Jesus na sua visibilidade histórica: «Felizes os que creem sem terem visto!» (Jo 21, 29; cf. 20, 17). A Igreja deve saber e acreditar que Ele está vivo com ela e vivifica-a na Eucaristia, na Sagrada Escritura e nos Sacramentos. Os discípulos de Emaús compreenderam isto e voltaram a Jerusalém para partilhar com os outros a sua experiência: «Vimos o Senhor... Sim, verdadeiramente ressuscitou!» (cf. Lc 24, 32).

A experiência dos discípulos de Emaús ensina-nos que não vale a pena encher os lugares de culto, se os nossos corações estiverem vazios do temor de Deus e da sua presença; não vale a pena rezar, se a nossa oração dirigida a Deus não se transformar em amor dirigido ao irmão; não vale a pena ter muita religiosidade, se não for animada por muita fé e muita caridade; não vale a pena cuidar da aparência, porque Deus vê a alma e o coração (cf. 1 Sam 16, 7) e detesta a hipocrisia (cf. Lc 11, 37-54; At 5, 3.4).2 Para Deus, é melhor não acreditar do que ser um falso crente, um hipócrita!

A fé verdadeira é a que nos torna mais caridosos, mais misericordiosos, mais honestos e mais humanos; é a que anima os corações levando-os a amar a todos gratuitamente, sem distinção nem preferências; é a que nos leva a ver no outro, não um inimigo a vencer, mas um irmão a amar, servir e ajudar; é a que nos leva a espalhar, defender e viver a cultura do encontro, do diálogo, do respeito e da fraternidade; é a que nos leva a ter a coragem de perdoar a quem nos ofende, a dar uma mão a quem caiu, a vestir o nu, a alimentar o faminto, a visitar o preso, a ajudar o órfão, a dar de beber ao sedento, a socorrer o idoso e o necessitado (cf. Mt 25, 31-45). A verdadeira fé é a que nos leva a proteger os direitos dos outros, com a mesma força e o mesmo entusiasmo com que defendemos os nossos. Na realidade, quanto mais se cresce na fé e no seu conhecimento, tanto mais se cresce na humildade e na consciência de ser pequeno.

Queridos irmãos e irmãs, Deus só aprecia a fé professada com a vida, porque o único extremismo permitido aos crentes é o da caridade. Qualquer outro extremismo não provém de Deus nem Lhe agrada.

Agora, como os discípulos de Emaús, voltai à vossa Jerusalém, isto é, à vossa vida diária, às vossas famílias, ao vosso trabalho e à vossa amada pátria, cheios de alegria, coragem e fé. Não tenhais medo de abrir o vosso coração à luz do Ressuscitado e deixai que Ele transforme a vossa incerteza em força positiva para vós e para os outros. Não tenhais medo de amar a todos, amigos e inimigos, porque, no amor vivido, está a força e o tesouro do crente.

A Virgem Maria e a Sagrada Família, que viveram nesta terra abençoada, iluminem os nossos corações e vos abençoem a vós e ao amado Egito que, ao alvorecer do cristianismo, recebeu a evangelização de São Marcos e, ao longo da história, deu muitos mártires e uma longa série de Santos e Santas!

Al Massih kam; bilhakika kam (Cristo ressuscitou; ressuscitou verdadeiramente)!

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1 Cf. Bento XVI, Audiência-Geral de Quarta-feira, 11 de abril de 2007.
2
Santo Efrém exclama: «Arrancai a máscara que cobre o hipócrita e não vereis nele senão podridão» (Serm.). «Ai do coração débil (…) que segue dois caminhos»: diz o Eclesiástico (2, 12; cf. 2, 14 Vulg.).

[00621-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Al Salamò Alaikum / Pokój niech będzie z wami!

Dziś Ewangelia trzeciej niedzieli wielkanocnej mówi nam o drodze dwóch uczniów z Emaus, którzy opuścili Jerozolimę. Ewangelię tę można podsumować w trzech słowach: śmierć, zmartwychwstanie i życie:

 

Śmierć: dwaj uczniowie powracają do swojego codziennego życia, pełni rozczarowania i rozpaczy: Nauczyciel nie żyje, a zatem daremna jest nadzieja. Byli zdezorientowani, oszukani i rozczarowani. Ich droga jest cofnięciem się do przeszłości, jest oddaleniem się od bolesnego doświadczenia Ukrzyżowanego. Wydaje się, że kryzys krzyża, czy raczej „skandal” i „głupstwo” krzyża (por. 1 Kor 1, 18; 2, 2), pogrzebał wszelkie ich nadzieje. Ten, na którym zbudowali całe swe życie umarł, został pokonany, zabierając ze sobą do grobu wszelkie ich aspiracje.

Nie mogli uwierzyć, że Pan i Zbawiciel, który wskrzeszał i uzdrawiał chorych, może dokonać życia powieszony na krzyżu hańby. Nie mogli zrozumieć, dlaczego Bóg Wszechmogący nie uratował Go od tak haniebnej śmierci. Krzyż Chrystusa był krzyżem ich wyobrażeń o Bogu; śmierć Chrystusa była śmiercią ich wyobrażeń o Bogu. To w istocie oni byli martwi w grobie ograniczoności swego pojmowania.

Jakże często człowiek paraliżuje samego siebie, nie chcąc przezwyciężyć swojej idei Boga, boga, stworzonego na obraz i podobieństwo człowieka; ileż razy popadamy w rozpacz, nie chcąc uwierzyć, że wszechmoc Boga nie jest wszechmocą potęgi i władzy, ale tylko wszechmocą miłości, przebaczenia i życia!

Uczniowie rozpoznali Jezusa w „łamaniu chleba”, w Eucharystii. Jeśli nie pozwolimy sobie zerwać zasłony, która zaciemnia nasze oczy, jeśli nie pozwolimy przełamać skostnienia naszych serc i naszych uprzedzeń, to nigdy nie będziemy mogli rozpoznać oblicza Boga.

Zmartwychwstanie: w ciemności najciemniejszej nocy, w najbardziej przerażającej rozpaczy Jezus podchodzi do dwóch uczniów i podąża ich drogą, aby mogli odkryć, że On jest „Drogą, Prawdą i Życiem” (J 14, 6). Jezus przemienia ich rozpacz w życie, bo kiedy zanika ludzka nadzieja, zaczyna jaśnieć ta boska: „Co niemożliwe jest u ludzi, możliwe jest u Boga” (Łk 18, 27; por. 1, 37). Kiedy człowiek dotyka dna klęski i niezdatności, kiedy ogałaca się z iluzji bycia najlepszym, samowystarczalnym, bycia centrum świata, wówczas Bóg wyciąga do niego rękę, aby przemienić jego noc w jutrzenkę, jego udrękę w radość, jego śmierć w zmartwychwstanie, jego drogę wstecz - w powrót do Jerozolimy, czyli powrót do życia i do zwycięstwa krzyża (por. Hbr 11, 34).

Rzeczywiście dwaj uczniowie po spotkaniu ze Zmartwychwstałym, powracają pełni radości, ufności i entuzjazmu, gotowi do dawania świadectwa. Zmartwychwstały sprawił, że zostali wskrzeszeni z grobu swego niedowiarstwa i udręki. Spotykając Ukrzyżowanego-Zmartwychwstałego znaleźli wyjaśnienie i wypełnienie całego Pisma, Prawa i Proroków; odnaleźli sens pozornej klęski krzyża.

Kto nie przechodzi przez doświadczenie krzyża aż do Prawdy Zmartwychwstania skazuje siebie na rozpacz. To prawda, nie możemy spotkać Boga, nie ukrzyżowawszy wcześniej naszych ograniczonych idei boga, odzwierciedlających nasze rozumienie wszechmocy i władzy.

Życie: spotkanie ze zmartwychwstałym Jezusem zmieniło życie tych dwóch uczniów, ponieważ spotkanie ze zmartwychwstałym Chrystusem przemienia każde życie i czyni owocną wszelką bezpłodność1. Rzeczywiście, zmartwychwstanie nie jest wiarą zrodzoną w Kościele, ale Kościół zrodził się z wiary w zmartwychwstanie. Paweł mówi: „Jeśli Chrystus nie zmartwychwstał, daremne jest nasze nauczanie, próżna jest także wasza wiara” (1 Kor 15, 14).

Zmartwychwstały znika z ich oczu, aby nas nauczyć, że nie możemy zatrzymywać Jezusa w Jego widzialności historycznej: „Błogosławieni, którzy nie widzieli, a uwierzyli” (J 2, 29 i por. 20, 17). Kościół musi wiedzieć i wierzyć, że jest On żywy wraz z nim i ożywia go w Eucharystii, w Piśmie św. i w sakramentach. Uczniowie z Emaus zrozumieli to i powrócili do Jerozolimy, aby podzielić się z innymi swoim doświadczeniem: „Widzieliśmy Pana... rzeczywiście zmartwychwstał!” (por. Łk 24, 32).

Doświadczenie uczniów z Emaus uczy nas, że na nic się zda wypełnianie ludźmi miejsc kultu, jeśli nasze serca są ogołocone z bojaźni Bożej i obecności Boga; na nic się zda modlenie się, jeśli nasza modlitwa skierowana do Boga nie przemienia się w miłość skierowaną do brata; na nic się zda wielka religijność, jeśli nie jest ożywiana wielką wiarą i wielką miłością; na nic się zda dbałość o pozory, ponieważ Bóg patrzy na serce i duszę (por. 1 Sm 16, 7) i nie lubi obłudy (por. Łk 11, 37-54; Dz 5, 3- 4)2. Dla Boga, lepiej być niewierzącym, niż być fałszywym wierzącym, obłudnikiem!

Prawdziwa wiara czyni nas bardziej współczującymi, bardziej miłosiernymi, uczciwszymi i bardziej ludzkimi. Jest to ta wiara, która ożywia serca, aby je doprowadzić do miłowania wszystkich bezinteresownie, nie czyniąc różnic i preferencji. Jest to ta wiara, która prowadzi nas do tego, byśmy w drugiej osobie nie widzieli wroga, którego trzeba pokonać, ale brata, którego należy pokochać, któremu trzeba służyć i pomagać. Jest to taka wiara, która prowadzi nas do upowszechniania, bronienia i życia kulturą spotkania, dialogu, szacunku i braterstwa. Ta wiara prowadzi nas do męstwa, by przebaczyć tym, którzy nas obrażają, podania ręki tym, którzy upadli, przyodziania nagich, nakarmienia głodnych, odwiedzenia więźniów, dopomożenia sierocie, napojenia spragnionych, spieszenia z pomocą osobie w podeszłym wieku i potrzebującemu (por. Mt 25, 31-45). Prawdziwa wiara to ta, która prowadzi nas do bronienia praw innych osób, z taką samą siłą i tym samym entuzjazmem, z jakimi bronimy naszych praw. W istocie bowiem, im bardziej wzrastamy w wierze i poznaniu, tym bardziej wzrastamy w pokorze i świadomości bycia maluczkimi.

Drodzy bracia i siostry,

Bogu podoba się jedynie wiara wyznawana życiem, bo jedynym ekstremizmem dopuszczalnym dla wierzących jest radykalizm miłości! Wszelkie inne ekstremizmy nie pochodzą od Boga i Jemu się nie podobają!

Teraz, jak uczniowie z Emaus, powracajcie do waszej Jerozolimy, to znaczy do waszego codziennego życia, do waszych rodzin, pracy, do waszej ukochanej ojczyzny, pełni radości, męstwa i wiary. Nie lękajcie się otworzyć waszych serc na światło zmartwychwstałego Pana i pozwólcie, aby przemienił On waszą niepewność w siłę pozytywną dla was i dla innych. Nie lękajcie się kochać wszystkich, przyjaciół i wrogów, ponieważ w miłości przeżywanej tkwi siła i skarb człowieka wierzącego!

Niech Najświętsza Dziewica Maryja i Święta Rodzina, która mieszkała na tej błogosławionej ziemi, oświeci nasze serca i niech błogosławią was i umiłowany Egipt, który u zarania chrześcijaństwa przyjął ewangelizację od świętego Marka, a na przestrzeni dziejów wydał wielu męczenników i wielką rzeszę świętych!

Al Massih Kam / Bilhakika kam! - Chrystus Zmartwychwstał / prawdziwie zmartwychwstał!

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1 Por. BENEDYKT XVI, Audiencja ogólna, środa 11 kwietnia 2007, L’Osservatore Romano, wyd. pl. 5(293)/2007, s. 29.
2
Woła św. Efrem: „zerwijcie maskę, która zakrywa hipokrytę a zobaczycie tam jedynie zgniliznę” (Kazanie), „Væ duplici corde, et labiis scelestis” (Wulgata) – powiada Eklezjastes (2,14).

[00621-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

السلام عليكم!

يكلّمنا اليوم إنجيل الأحد الثالث من زمن القيامة عن مسيرة تلميذيّ عمّاوس اللذين غادرا أورشليم. إنه إنجيل يمكن تلخيصه في ثلاث كلمات: موت وقيامة وحياة.

موت: يرجع التلميذان إلى حياتهما اليومية، مثقلين بالإحباط وبخيبة الأمل: لقد مات المُعلّم ولم يعد هناك رجاء. كانا في حالة من الضياع وخيبة الأمل. كانت مسيرتهما عودة للوراء؛ كانت ابتعادا عن خبرة المصلوب المؤلمة. فأزمة الصليب، بل "عثرة" الصليب و"حماقة" الصليب (را. 1 قور 1، 18؛ 2، 2)، تبدو وكأنها قد دفنت كلّ رجاء لديهما. ويسوع الذي قد بنيا عليه وجودهما قد مات مهزومًا، حاملًا معه إلى القبر كلّ تطلّعاتهما.

لم يكن بمقدورهما أن يؤمنا بأن المُعلّم والمخلّص الذي أقام الموتى وشفى المرضى يمكنه أن ينتهي معلّقا على صليب العار. لم يستطعا أن يفهما لماذا لم ينقذه الله القدير من موت كهذا مشين. إن صليب المسيح كان صليب الأفكار التي بنوها حول الله؛ إن موت المسيح كان موتًا لما كانا يتصوران أنه الله. لقد كانا هما بالحقيقة المائتين في قبر محدودية فهمهما.

وكم مِن مرّة يشلّ الإنسانُ نفسه حين يرفض أن يتخطّى فكرته عن الله، عن إله مخلوق على صورة الإنسان ومثاله؛ كم من مرّة ييأس الانسان حين يرفض الإيمان بأن قدرة الله ليست قدرة الجبروت والسلطان، بل أنها فقط قدرة المحبّة والمغفرة والحياة!

لقد تعرّف التلميذان على يسوع عند "كسر الخبز"، في القربان المقدس. ونحن إن لم نَكسر الحجاب الذي يغطي أعيننا، وإن لم نَكسر تحجّر قلبنا وأحكامنا المسبقة، لن نتمكّن أبدًا من رؤية وجه الله.

قيامة: في ظلمة تلك الليلة الحالكة، وفي خضمّ اليأس الأمرّ، يقترب يسوع من التلميذين ويمشي على دربهما كي يتمكنا من اكتشاف أنه هو "الطريق والحقّ والحياة" (يو 14، 6). يقلب يسوع يأسهما إلى حياة، لأنّه عندما يموت الرجاء البشري، يبزغ نور الرجاء الإلهي: لأن "ما يُعجِزُ النَّاسَ فإِنَّ اللهَ عَليهِ قَدير" (لو 18، 27؛ 1، 37). فعندما يبلغ الإنسان قعر الفشل، وعدم قدرته، عندما يتجرّد من وهم أنه الأفضل، وأنه يكتفي بذاته، وأنه محور العالم، حينئذ يمدّ الله له يده ليحوّل ظلام ليلته إلى فجر، وحزنه إلى فرح، وموته إلى قيامة، وسيره للوراء إلى عودةٍ لأورشليم، أي إلى عودةٍ للحياة، وانتصار الصليب (را. عب 11، 34).

إن تلميذيّ عمّاوس، في الحقيقة، بعد أن التقيا بالقائم من بين الأموات، رجعا ممتلئين بالغبطة وبالحماس مستعدين للشهادة. فقد أقامهما القائم من بين الأموات من قبر عدم إيمانهما وكربهما. ووجدا، حين التقيا بالمصلوب/القائم من بين الأموات، تفسيرا وتحقيقا لكلّ الكُتب المقدّسة، والشريعة والأنبياء؛ وجدا المعنى لهزيمة الصليب الظاهرية.

مَنْ لا يمرّ من خبرة الصليب إلى حقيقة القيامة، يحكمُ على نفسه باليأس! ولا يمكننا في الواقع أن نلتقي بالله ما لم نَصلُب أوّلًا أفكارنا المحدودة عن إله يعكس مفهومنا البشري للجبروت وللسُلطة.

حياة: لقد حوّل اللقاءُ بيسوع القائم من الأموات حياةَ هذين التلميذين، لأن اللقاء بالقائم من الموت يحوّل كلّ حياة ويقلب أيّ عقم إلى خصوبة[1]. في الواقع، إن القيامة ليست إيمانًا وُلِد في الكنيسة، بل إن الكنيسة وُلِدَت من الإيمان بالقيامة. يقول القدّيس بولس: "إِنْ لَمْ يَكُنِ الْمَسِيحُ قَدْ قَامَ فَبَاطِلَةٌ كِرَازَتُنَا وَبَاطِلٌ أَيْضًا إِيمَانُكُمْ" (1 كور 15، 14).

غير أن يسوع القائم من بين الأموات يحتجب عن عيونهما، ليعلّمنا أننا لا نستطيع أن نتمسّك بظهوره التاريخي: "طُوبَى لِلَّذِينَ آمَنُوا وَلَمْ يَرَوْا" (يو 20، 29، ورا. 20، 17). فعلى الكنيسة أن تعرف وتؤمن بأن يسوع حيّ معها ويحييها في القربان المقدّس، في الكتب المقدّسة وفي الأسرار المقدّسة. لقد فهم تلميذا عمّاوس ذلك وعادا إلى أورشليم ليتقاسما مع الآخرين خبرتهما: "لقد رأينا الربّ ... أجل، لقد قام حقًا!" (را. لو 24، 32).

إن خبرة تلميذيّ عمّاوس تعلّمنا أنّه لا جدوى من أن نملأ دور العبادة إن كانت قلوبنا خاوية من مخافة الله ومن حضوره؛ تعلّمنا أنه لا جدوى من الصلاة إن لم تتحوّل صلاتنا الموجّهة لله إلى محبّة موجّهة للإخوة؛ لا قيمة للكثير من التديّن الخارجيّ إن لم يكن قائمًا على الكثير من الإيمان والمحبّة؛ ولا فائدة من الاهتمام بالمظهر، لأنّ الله يرى الباطن والقلب (را. 1 مز 16، 7)، إن الله يبغض النفاق[2] (را. لو 11، 37-54؛ أع 5، 3-4). فالله يفضّل عدم الإيمان على أن يكون الشخص مؤمنا مزيّفا، ومنافقا!

الإيمان الحقيقيّ هو ذاك الإيمان الذي يجعلنا أكثر محبّة، وأكثر رحمة، وأكثر صدقًا وأكثر إنسانية؛ الإيمان الحقيقي هو ذاك الذي ينعش القلوب ويدفعها إلى محبّة الجميع مجانًّا، دون تمييز ولا تفضيل؛ هذا ما يقودنا إلى أن نرى في القريب، لا عدوّا علينا أن نهزمه، بل أخًا علينا أن نحبّه ونخدمه ونساعده؛ إن الإيمان الحقيقيّ هو ذاك الذي يحثّنا على أن ننشر ثقافة اللقاء والحوار والاحترام والأخوّة، وندافع عنها ونحياها؛ هو الذي يقودنا إلى شجاعة المغفرة لمَن يسيء إلينا، وشجاعة مساعدة من يسقط، وإكساء العريان، وإطعام الجائع، وزيارة المسجون، ومساعدة اليتيم، وإرواء العطشان، وتقديم العون للمسنّ وللمحتاج (را. متى 25، 31- 45). إن الإيمان الحقيقيّ هو ذاك الذي يحملنا على حماية حقوق الآخرين، بنفس القوّة والحماس اللذين ندافع بهما عن حقوقنا. في الحقيقة، كلّما ازداد الإنسان إيمانًا ومعرفة، كلّما ازداد تواضعًا وإدراكًا لكونه صغيرًا.

أيّها الأخوات والإخوة الأحبّاء،

إن الله لا يرضى إلّا عن إيمان يُعبَّر عنه بالحياة، لأن التطرّف الوحيد الذي يجوز للمؤمنين إنما هو تطرّف المحبّة! وأيّ تطرّف آخر، لا يأتي من الله، ولا يرضيه!

والآن، رجعا تلميذي عمّاوس إلى أورشليم، عودوا أنتم إلى أورشليمكم الخاصة، أي إلى حياتكم اليوميّة، عودوا إلى أُسركم وإلى أعمالكم وإلى وطنكم الحبيب ممتلئين بالفرح والشجاعة والإيمان. لا تخافوا من أن تفتحوا أبواب قلوبكم لنور القائم من بين الأموات، ومن أن تتركوه هو يحوّل أيّ تشكّك إلى قوّة إيجابية لكم وللآخرين. لا تخافوا من أن تحبّوا الجميع، الأصدقاء منهم والأعداء، لأن في المحبّة المعاشة تكمن القوّة وفيها كنز المؤمن.

لتنِر السيدة العذراء والعائلة المقدّسة، التي عاشت في هذه الأرض المباركة، قلوبنا، وليباركوكم ويباركوا مصر الحبيبة التي قبلت، منذ فجر المسيحيّة، تبشير الإنجيلي مرقس، وقدّمت على مدى تاريخها العديدَ من الشهداء، وحشدًا غفيرًا من القدّيسين والقدّيسات!

المسيح قام / حقًّا قام!

 

 

[1] را. بندكتوس السادس عشر، اللقاء العام، الأربعاء 11 أبريل / نيسان 2007.

 

 

[2] يهتف القديس افرام: "أزيلوا القناع الذي يغطّي المنافق ولن تروا فيه إلّا العفن". (عظات). "ويل... للَّذي يَمْشي في طَريقَين!" – يقول بن سيراخ (2، 14).

 

 

[1] را. بندكتوس السادس عشر، اللقاء العام، الأربعاء 11 أبريل / نيسان 2007.

 

 

[2] يهتف القديس افرام: "أزيلوا القناع الذي يغطّي المنافق ولن تروا فيه إلّا العفن". (عظات). "ويل... للَّذي يَمْشي في طَريقَين!" – يقول بن سيراخ (2، 14).

[00621-AR.01] [Testo originale: Italiano]

[B0280-XX.02]