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Santa Messa nella Festa della Presentazione del Signore e XXI Giornata della Vita Consacrata, 02.02.2017


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Alle ore 17.30 di oggi, Festa della Presentazione del Signore e XXI Giornata Mondiale della Vita Consacrata, il Santo Padre Francesco ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la celebrazione della Santa Messa con i membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica. Hanno concelebrato con il Santo Padre sacerdoti appartenenti a Ordini, Congregazioni e Istituti religiosi.

Nel corso del rito, che si è aperto con la benedizione delle candele e la processione ed è proseguito con la celebrazione eucaristica, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:

Omelia del Santo Padre

Quando i genitori di Gesù portarono il Bambino per adempiere le prescrizioni della legge, Simeone, «mosso dallo Spirito» (Lc 2,27), prende in braccio il Bambino e comincia un canto di benedizione e di lode: «Perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Lc 2,30-32). Simeone non solo ha potuto vedere, ma ha avuto anche il privilegio di abbracciare la speranza sospirata, e questo lo fa esultare di gioia. Il suo cuore gioisce perché Dio abita in mezzo al suo popolo; lo sente carne della sua carne.

La liturgia di oggi ci dice che con quel rito, quaranta giorni dopo la nascita, «il Signore si assoggettava alle prescrizioni della legge antica, ma in realtà veniva incontro al suo popolo che l’attendeva nella fede» (Messale Romano, 2 febbraio, Monizione alla processione di ingresso). L’incontro di Dio col suo popolo suscita la gioia e rinnova la speranza.

Il canto di Simeone è il canto dell’uomo credente che, alla fine dei suoi giorni, può affermare: è vero, la speranza in Dio non delude mai (cfr Rm 5,5), Egli non inganna. Simeone e Anna, nella vecchiaia, sono capaci di una nuova fecondità, e lo testimoniano cantando: la vita merita di essere vissuta con speranza perché il Signore mantiene la sua promessa; e in seguito sarà lo stesso Gesù a spiegare questa promessa nella sinagoga di Nazaret: i malati, i carcerati, quelli che sono soli, i poveri, gli anziani, i peccatori sono anch’essi invitati a intonare lo stesso canto di speranza. Gesù è con loro, è con noi (cfr Lc 4,18-19).

Questo canto di speranza lo abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri. Essi ci hanno introdotto in questa “dinamica”. Nei loro volti, nelle loro vite, nella loro dedizione quotidiana e costante abbiamo potuto vedere come questa lode si è fatta carne. Siamo eredi dei sogni dei nostri padri, eredi della speranza che non ha deluso le nostre madri e i nostri padri fondatori, i nostri fratelli maggiori. Siamo eredi dei nostri anziani che hanno avuto il coraggio di sognare; e, come loro, oggi vogliamo anche noi cantare: Dio non inganna, la speranza in Lui non delude. Dio viene incontro al suo popolo. E vogliamo cantare addentrandoci nella profezia di Gioele: «Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1).

Ci fa bene accogliere il sogno dei nostri padri per poter profetizzare oggi e ritrovare nuovamente ciò che un giorno ha infiammato il nostro cuore. Sogno e profezia insieme. Memoria di come sognarono i nostri anziani, i nostri padri e madri e coraggio per portare avanti, profeticamente, questo sogno.

Questo atteggiamento renderà fecondi noi consacrati, ma soprattutto ci preserverà da una tentazione che può rendere sterile la nostra vita consacrata: la tentazione della sopravvivenza. Un male che può installarsi a poco a poco dentro di noi, in seno alle nostre comunità. L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte. La psicologia della sopravvivenza toglie forza ai nostri carismi perché ci porta ad addomesticarli, a renderli “a portata di mano” ma privandoli di quella forza creativa che essi inaugurarono; fa sì che vogliamo proteggere spazi, edifici o strutture più che rendere possibili nuovi processi. La tentazione della sopravvivenza ci fa dimenticare la grazia, ci rende professionisti del sacro ma non padri, madri o fratelli della speranza che siamo stati chiamati a profetizzare. Questo clima di sopravvivenza inaridisce il cuore dei nostri anziani privandoli della capacità di sognare e, in tal modo, sterilizza la profezia che i più giovani sono chiamati ad annunciare e realizzare. In poche parole, la tentazione della sopravvivenza trasforma in pericolo, in minaccia, in tragedia ciò che il Signore ci presenta come un’opportunità per la missione. Questo atteggiamento non è proprio soltanto della vita consacrata, ma in modo particolare siamo invitati a guardarci dal cadere in essa.

Torniamo al brano evangelico e contempliamo nuovamente la scena. Ciò che ha suscitato il canto di lode in Simeone e Anna non è stato di certo il guardare sé stessi, l’analizzare e rivedere la propria situazione personale. Non è stato il rimanere chiusi per paura che potesse capitare loro qualcosa di male. A suscitare il canto è stata la speranza, quella speranza che li sosteneva nell’anzianità. Quella speranza si è vista realizzata nell’incontro con Gesù. Quando Maria mette in braccio a Simeone il Figlio della Promessa, l’anziano incomincia a cantare, fa una propria “liturgia”, canta i suoi sogni. Quando mette Gesù in mezzo al suo popolo, questo trova la gioia. Sì, solo questo potrà restituirci la gioia e la speranza, solo questo ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza. Solo questo renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore. Mettere Gesù là dove deve stare: in mezzo al suo popolo.

Tutti siamo consapevoli della trasformazione multiculturale che stiamo attraversando, nessuno lo mette in dubbio. Da qui l’importanza che il consacrato e la consacrata siano inseriti con Gesù nella vita, nel cuore di queste grandi trasformazioni. La missione – in conformità ad ogni carisma particolare – è quella che ci ricorda che siamo stati invitati ad essere lievito di questa massa concreta. Certamente potranno esserci “farine” migliori, ma il Signore ci ha invitato a lievitare qui e ora, con le sfide che ci si presentano. Non con atteggiamento difensivo, non mossi dalle nostre paure, ma con le mani all’aratro cercando di far crescere il grano tante volte seminato in mezzo alla zizzania. Mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa avere un cuore contemplativo, capace di riconoscere come Dio cammina per le strade delle nostre città, dei nostri paesi, dei nostri quartieri. Mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa farsi carico e voler aiutare a portare la croce dei nostri fratelli. E’ voler toccare le piaghe di Gesù nelle piaghe del mondo, che è ferito e brama e supplica di risuscitare.

Metterci con Gesù in mezzo al suo popolo! Non come attivisti della fede, ma come uomini e donne che sono continuamente perdonati, uomini e donne uniti nel battesimo per condividere questa unzione e la consolazione di Dio con gli altri.

Metterci con Gesù in mezzo al suo popolo, perché «sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che [con il Signore] può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. […] Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 87) non solo fa bene, ma trasforma la nostra vita e la nostra speranza in un canto di lode. Ma questo possiamo farlo solamente se facciamo nostri i sogni dei nostri anziani e li trasformiamo in profezia.

Accompagniamo Gesù ad incontrarsi con il suo popolo, ad essere in mezzo al suo popolo, non nel lamento o nell’ansietà di chi si è dimenticato di profetizzare perché non si fa carico dei sogni dei suoi padri, ma nella lode e nella serenità; non nell’agitazione ma nella pazienza di chi confida nello Spirito, Signore dei sogni e della profezia. E così condividiamo ciò che ci appartiene: il canto che nasce dalla speranza.

[00169-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Lorsque les parents de Jésus ont porté l’Enfant pour accomplir les prescriptions de la Loi, Syméon, «sous l’action de l’Esprit» (Lc 2, 27), prend l’Enfant dans ses bras et commence à louer. Un cantique de bénédiction et de louange: «Car mes yeux ont vu le salut que tu préparais à la face des peuples: lumière qui se révèle aux nations et donne gloire à ton peuple Israël» (Lc 2, 30-32). Non seulement Syméon a pu voir, mais il a eu aussi le privilège d’embrasser l’espérance attendue, et cela le fait exulter de joie. Son cœur se réjouit parce que Dieu habite au milieu de son peuple; il le sent chair de sa chair.

La liturgie d’aujourd’hui nous dit qu’avec ce rite (quarante jours après la naissance) «Jésus […] se conformait […] à la loi du Seigneur, mais [que], en vérité, il venait à la rencontre du peuple des croyants» (Missel Romain, 2 février, Monition de la procession d’entrée). La rencontre de Dieu avec son peuple suscite la joie et renouvelle l’espérance.

Le chant de Syméon est le chant de l’homme croyant qui, à la fin de ses jours, peut affirmer: c’est vrai, l’espérance en Dieu ne déçoit jamais (cf. Rm 5, 5), il ne trompe pas. Syméon et Anne, dans leur vieillesse, sont capables d’une nouvelle fécondité, et ils en témoignent en chantant: la vie mérite d’être vécue avec espérance parce que le Seigneur garde sa promesse; et Jésus lui-même expliquera cette promesse dans la synagogue de Nazareth: les malades, les prisonniers, ceux qui sont seuls, les pauvres, les personnes âgées, les pécheurs sont invités, eux aussi, à entonner le même chant d’espérance; Jésus est avec eux, il est avec nous (cf. Lc 4, 18-19).

Ce chant d’espérance, nous l’avons reçu en héritage de nos pères. Ils nous ont engagés dans cette ‘‘dynamique’’. Sur leurs visages, dans leurs vies, dans leur dévouement quotidien et constant, nous avons pu voir comment cette louange s’est faite chair. Nous sommes héritiers des rêves de nos pères, héritiers de l’espérance qui n’a pas déçu nos mères et nos pères fondateurs, nos aînés. Nous sommes héritiers de nos anciens qui ont eu le courage de rêver; et comme eux, aujourd’hui, nous voulons, nous aussi, chanter: Dieu ne trompe pas, l’espérance en lui ne déçoit pas. Dieu vient à la rencontre de son peuple. Et nous voulons chanter en nous introduisant dans la prophétie de Joël: « Je répandrai mon pouvoir sur tout esprit de chair, vos fils et vos filles prophétiseront, vos anciens seront instruits par des songes, et vos jeunes gens par des visions» (3, 1).

Cela nous fait du bien d’accueillir le rêve de nos pères pour pouvoir prophétiser aujourd’hui et retrouver ce qui un jour a enflammé notre cœur. Rêve et prophétie ensemble. Mémoire de la façon dont ont rêvé nos anciens, nos pères et mères et courage pour poursuivre, prophétiquement, ce rêve.

Cette attitude nous rendra féconds, nous, personnes consacrées, mais surtout elle nous préservera d’une tentation qui peut rendre stérile notre vie consacrée: la tentation de la survie. Un mal qui peut s’installer peu à peu en nous, dans nos communautés. L’attitude de survie nous fait devenir réactionnaires, peureux; elle nous enferme lentement et silencieusement dans nos maisons et dans nos schémas. Elle nous projette en arrière, vers les exploits glorieux – mais passés – qui, au lieu de susciter la créativité prophétique issue des rêves de nos fondateurs, cherchent des raccourcis pour fuir les défis qui aujourd’hui frappent à nos portes. La psychologie de la survie ôte la force à nos charismes parce qu’elle nous conduit à les ‘‘domestiquer’’, à les ramener ‘‘à portée de main’’ mais en les privant de cette force créatrice qu’ils ont inaugurée; elle fait en sorte que nous voulons davantage protéger des espaces, des édifices ou des structures que rendre possibles de nouveaux processus. La tentation de la survie nous fait oublier la grâce, elle fait de nous des professionnels du sacré mais non des pères, des mères ou des frères de l’espérance que nous avons été appelés à prophétiser. Ce climat de survie endurcit le cœur de nos aînés en les privant de la capacité de rêver et, ainsi, stérilise la prophétie que les plus jeunes sont appelés à annoncer et à réaliser. En peu de mots, la tentation de la survie transforme en danger, en menace, en tragédie ce que le Seigneur nous présente comme une opportunité pour la mission. Cette attitude n’est pas propre uniquement à la vie consacrée, mais à titre particulier nous sommes invités à nous garder d’y succomber.

Retournons au passage de l’évangile et contemplons de nouveau la scène. Ce qu’a suscité le chant de louange en Syméon et Anne, cela n’a pas été, bien sûr, de se regarder eux-mêmes, d’analyser et de revoir leur situation personnelle. Cela n’a pas été de s’enfermer de peur que quelque malheur ne puisse leur arriver. Ce qu’a suscité le chant a été l’espérance, cette espérance qui les soutenait dans la vieillesse. Cette espérance s’est vue récompensée dans la rencontre avec Jésus. Lorsque Marie dépose dans les bras de Syméon le Fils de la Promesse, le vieillard commencer à chanter, il fait une“liturgie”, il chante ses rêves. Lorsqu’elle met Jésus au milieu de son peuple, celui-ci trouve la joie. Oui, il n’y a que cela pour pouvoir nous redonner la joie et l’espérance, seulement cela nous préservera de vivre dans une attitude de survie. Uniquement cela fécondera notre vie et maintiendra vivant notre cœur. Mettre Jésus là où il doit être: au milieu de son peuple.

Nous sommes tous conscients de la transformation multiculturelle que nous traversons; personne n’en doute. D’où l’importance que la personne consacrée soit insérée avec Jésus dans la vie, dans le cœur de ces grandes transformations. La mission – en conformité avec chaque charisme spécifique – est de nous rappeler que nous avons été invités à être levain de cette masse concrète. Certes, il peut y avoir des ‘‘farines’’ meilleures, mais le Seigneur nous a invités à faire lever la pâte ici et maintenant, avec les défis qui se présentent à nous. Non par une attitude défensive, non poussés par nos peurs, mais les mains à la charrue, en cherchant à faire croître le grain souvent semé au milieu de l’ivraie. Mettre Jésus au milieu de son peuple signifie avoir un cœur contemplatif, capable de discerner comment Dieu marche dans les rues de nos villes, de nos villages, de nos quartiers. Mettre Jésus au milieu de son peuple signifie prendre en charge et vouloir aider à porter la croix de nos frères. C’est vouloir toucher les plaies de Jésus dans les plaies du monde, qui est blessé et désire et demande à ressusciter.

Nous mettre avec Jésus au milieu de son peuple! Non comme des activistes de la foi, mais comme des hommes et des femmes qui sont continuellement pardonnés, des hommes et des femmes unis dans le baptême pour partager cette onction et la consolation de Dieu avec les autres.

Nous mettre avec Jésus au milieu de son peuple, car «nous ressentons la nécessité de découvrir et de transmettre la “mystique” de vivre ensemble, de se mélanger, de se rencontrer, de se prendre dans les bras, de se soutenir, de participer à cette marée un peu chaotique qui [avec le Seigneur] peut se transformer en une véritable expérience de fraternité, en une caravane solidaire, en un saint pèlerinage… […] Si nous pouvions suivre ce chemin, ce serait une très bonne chose, très régénératrice, très libératrice, très génératrice d’espérance ! Sortir de soi-même pour s’unir aux autres» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 87) non seulement fait du bien, mais aussi transforme notre vie et notre espérance en un chant de louange. Mais cela, nous ne pouvons le réaliser que si nous faisons nôtres les rêves de nos pères et les transformons en prophétie.

Accompagnons Jésus pour qu’il rencontre son peuple, pour qu’il soit au milieu de son peuple, non pas dans la lamentation ou dans l’anxiété de celui qui a oublié de prophétiser parce qu’il ne prend pas en charge les rêves de ses pères, mais dans la louange et dans la sérénité; non pas dans l’agitation mais dans la patience de celui qui se fie à l’Esprit, Seigneur des rêves et de la prophétie. Et ainsi, nous partageons ce qui nous appartient: le chant qui naît de l’espérance.

[00169-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

When the parents of Jesus brought the Child in fulfilment of the prescriptions of the law, Simeon, “guided by the Spirit” (Lk 2:27), took the Child in his arms and broke out in a hymn of blessing and praise. “My eyes”, he said, “have seen your salvation, which you have prepared in the presence of all peoples, a light for revelation to the Gentiles, and for glory to your people Israel” (Lk 2:30-32). Simeon not only saw, but was privileged to hold in his arms the long-awaited hope, which filled him with exultation. His heart rejoiced because God had come to dwell among his people; he felt his presence in the flesh.

Today’s liturgy tells us that in that rite, the Lord, forty days after his birth, “outwardly was fulfilling the Law, but in reality he was coming to meet his believing people” (Roman Missal, 2 February, Introduction to the Entrance Procession). This encounter of God with his people brings joy and renews hope.

Simeon’s canticle is the hymn of the believer, who at the end of his days can exclaim: “It is true, hope in God never disappoints” (cf. Rm 5:5). God never deceives us. Simeon and Anna, in their old age, were capable of a new fruitfulness, and they testify to this in song. Life is worth living in hope, because the Lord keeps his promise. Jesus himself will later explain this promise in the synagogue of Nazareth: the sick, prisoners, those who are alone, the poor, the elderly and sinners, all are invited to take up this same hymn of hope. Jesus is with them, Jesus is with us (cf. Lk 4:18-19).

We have inherited this hymn of hope from our elders. They made us part of this process. In their faces, in their lives, in their daily sacrifice we were able to see how this praise was embodied. We are heirs to the dreams of our elders, heirs to the hope that did not disappoint our founding mothers and fathers, our older brothers and sisters. We are heirs to those who have gone before us and had the courage to dream. Like them, we too want to sing, “God does not deceive; hope in him does not disappoint”. God comes to meet his people. And we want to sing by taking up the prophecy of Joel and making it our own: “I will pour out my spirit on all flesh; your sons and your daughters shall prophesy, your old men shall dream dreams, and your young men shall see visions” (2:28).

We do well to take up the dreams of our elders, so that we can prophesy in our day and once more encounter what originally set our hearts afire. Dreams and prophecies together. The remembrance of how our elders, our fathers and mothers, dreamed, and the courage prophetically to carry on those dreams.

This attitude will make our consecrated life more fruitful. Most importantly, it will protect us from a temptation that can make our consecrated life barren: the temptation of survival. An evil that can gradually take root within us and within our communities. The mentality of survival makes us reactionaries, fearful, slowly and silently shutting ourselves up in our houses and in our own preconceived notions. It makes us look back, to the glory days – days that are past – and rather than rekindling the prophetic creativity born of our founders’ dreams, it looks for shortcuts in order to evade the challenges knocking on our doors today. A survival mentality robs our charisms of power, because it leads us to “domesticate” them, to make them “user-friendly”, robbing them of their original creative force. It makes us want to protect spaces, buildings and structures, rather than to encourage new initiatives. The temptation of survival makes us forget grace; it turns us into professionals of the sacred but not fathers and mothers, brothers and sisters of that hope to which we are called to bear prophetic witness. An environment of survival withers the hearts of our elderly, taking away their ability to dream. In this way, it cripples the prophecy that our young are called to proclaim and work to achieve. In a word, the temptation of survival turns what the Lord presents as an opportunity for mission into something dangerous, threatening, potentially disastrous. This attitude is not limited to the consecrated life, but we in particular are urged not to fall into it.

Let us go back to the Gospel passage and once more contemplate that scene. Surely, the song of Simeon and Anna was not the fruit of self-absorption or an analysis and review of their personal situation. It did not ring out because they were caught up in themselves and were worried that something bad might happen to them. Their song was born of hope, the hope that sustained them in their old age. That hope was rewarded when they encountered Jesus. When Mary let Simeon take the Son of the Promise into his arms, the old man began to sing – celebrating a true “liturgy” – he sings his dreams. Whenever she puts Jesus in the midst of his people, they encounter joy. For this alone will bring back our joy and hope, this alone will save us from living in a survival mentality. Only this will make our lives fruitful and keep our hearts alive: putting Jesus where he belongs, in the midst of his people.

All of us are aware of the multicultural transformation we are experiencing; no one doubts this. Hence, it is all the more important for consecrated men and women to be one with Jesus, in their lives and in the midst of these great changes. Our mission – in accordance with each particular charism – reminds us that we are called to be a leaven in this dough. Perhaps there are better brands of flour, but the Lord has called us to be leaven here and now, with the challenges we face. Not on the defensive or motivated by fear, but with our hands on the plough, helping the wheat to grow, even though it has frequently been sown among weeds. Putting Jesus in the midst of his people means having a contemplative heart, one capable of discerning how God is walking through the streets of our cities, our towns and our neighbourhoods. Putting Jesus in the midst of his people means taking up and carrying the crosses of our brothers and sisters. It means wanting to touch the wounds of Jesus in the wounds of a world in pain, which longs and cries out for healing.

To put ourselves with Jesus in the midst of his people! Not as religious “activists”, but as men and women who are constantly forgiven, men and women anointed in baptism and sent to share that anointing and the consolation of God with everyone.

To put ourselves with Jesus in the midst of his people. For this reason, “we sense the challenge of finding and sharing a ‘mystique’ of living together, of mingling and encounter, of embracing and supporting one another, of stepping into this flood tide which, while chaotic, can [with the Lord] become a genuine experience of fraternity, a caravan of solidarity, a sacred pilgrimage… If we were able to take this route, it would be so good, so soothing, so liberating and hope-filled! To go out of ourselves and to join others” (Evangelii Gaudium, 87) is not only good for us; it also turns our lives and hopes into a hymn of praise. But we will only be able to do this if we take up the dreams of our elders and turn them into prophecy.

Let us accompany Jesus as he goes forth to meet his people, to be in the midst of his people. Let us go forth, not with the complaining or anxiety of those who have forgotten how to prophesy because they failed to take up the dreams of their elders, but with serenity and songs of praise. Not with apprehension but with the patience of those who trust in the Spirit, the Lord of dreams and prophecy. In this way, let us share what is truly our own: the hymn that is born of hope.

[00169-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Als die Eltern Jesu den Knaben brachten, um die Vorschriften des Gesetzes zu erfüllen, nahm Simeon, »vom Geist … geführt« (Lk 2,27), das Kind in seine Arme und begann einen dankerfüllten Lobgesang: »Denn meine Augen haben das Heil gesehen, das du vor allen Völkern bereitet hast, ein Licht, das die Heiden erleuchtet, und Herrlichkeit für dein Volk Israel« (Lk 2,30-32). Simeon hat die ersehnte Hoffnung nicht nur sehen können, sondern er hatte das Privileg, sie zu umarmen, und das lässt ihn vor Freude jubeln. Sein Herz freut sich, weil Gott inmitten seines Volkes wohnt; er empfindet ihn als Fleisch von seinem Fleisch.

Die heutige Liturgie sagt uns, dass mit jenem Ritus (vierzig Tage nach der Geburt) »nicht nur das Gesetz erfüllt [wurde], sondern Christus begegnete zum ersten Mal seinem Volk, das ihn im Glauben erwartete« (Römisches Messbuch, 2. Februar, Einführung in die Liturgie). Die Begegnung Gottes mit seinem Volk weckt die Freude und erneuert die Hoffnung.

Der Lobgesang Simeons ist der Gesang des gläubigen Mannes, der am Ende seiner Tage sagen kann: Es ist wahr, die Hoffnung auf Gott lässt nie zugrunde gehen (vgl. Röm 5,5), er enttäuscht niemals. Simeon und Hanna sind in ihrem Alter zu einer neuen Fruchtbarkeit fähig, und sie bezeugen es singend: Das Leben verdient, voll Hoffnung gelebt zu werden, denn der Herr hält sein Versprechen. Und Jesus selbst sollte später dieses Versprechen in der Synagoge von Nazareth erklären: Auch die Kranken, die Gefangenen, die Einsamen, die Armen, die Alten, die Sünder sind eingeladen, denselben Gesang der Hoffnung anzustimmen – Jesus ist bei ihnen, er ist bei uns (vgl. Lk 4,18-19).

Dieses Lied der Hoffnung haben wir als Erbe von unseren Vorfahren erhalten. Sie haben uns in diese „Dynamik“ eingeführt. In ihren Gesichtern, in ihrem Leben, in ihrer täglichen und gleichbleibenden Hingabe konnten wir sehen, wie dieser Lobpreis sich „inkarnierte“. Wir sind Erben der Träume unserer Vorfahren, Erben der Hoffnung, die unsere Gründerinnen und Gründer und unsere Brüder und Schwestern vor uns nicht enttäuscht hat. Wir sind Erben unserer alten Menschen, die den Mut zum Träumen hatten. Und wie sie, so wollen auch wir heute singen: Gott enttäuscht nicht, die Hoffnung auf ihn trügt nicht. Gott kommt seinem Volk entgegen. Und wir wollen singen, indem wir uns in die Weissagung des Propheten Joel hineinversetzen: Es wird geschehen, »dass ich meinen Geist ausgieße über alles Fleisch. Eure Söhne und Töchter werden Propheten sein, eure Alten werden Träume haben und eure jungen Männer haben Visionen« (3,1).

Es tut uns gut, den Traum unserer Vorfahren aufzugreifen, um heute prophetisch reden zu können und wieder auf das zu stoßen, was einst unser Herz entflammt hat. Traum und Prophetie zusammen. Erinnerung daran, wie unsere Alten, unsere Väter und Mütter träumten, und Mut, um diesen Traum prophetisch voranzubringen.

Diese Haltung wird uns Gottgeweihte fruchtbar machen, vor allem aber wird sie uns vor einer Versuchung bewahren, die unser geweihtes Leben steril machen kann: vor der Versuchung des Überlebens. Ein Übel, das sich nach und nach in uns, im Innern unserer Gemeinschaften einnisten kann. Die Haltung des Überlebens lässt uns reaktionär und ängstlich werden, sie führt uns dazu, dass wir uns langsam und lautlos in unseren Häusern und unseren Voreingenommenheiten verbarrikadieren. Sie wirft uns zurück auf die ruhmreichen – aber vergangenen – Taten. Das jedoch erweckt durchaus nicht die aus den Träumen unserer Gründer geborene prophetische Kreativität, sondern sucht auf Nebenwegen den Herausforderungen auszuweichen, die heute an unsere Türen klopfen. Die Psychologie des Überlebens nimmt unseren Charismen die Kraft, denn sie führt uns dazu, sie zu „zähmen“ und „leicht zugänglich“ zu machen, beraubt sie damit aber jener kreativen Kraft, die sie freisetzten. Sie bewirkt, dass wir lieber Räume, Bauwerke oder Strukturen bewahren wollen, als neue Prozesse ermöglichen. Die Versuchung des Überlebens lässt uns die Gnade vergessen, sie macht uns zu Fachleuten des Sakralen, nicht aber zu Vätern, Müttern oder Brüdern und Schwestern der Hoffnung, die zu weissagen wir berufen sind. Dieses Klima des Überlebens verhärtet die Herzen unserer Alten. Sie nimmt ihnen die Fähigkeit zum Träumen und macht auf diese Weise die Prophetie unfruchtbar, die zu verkünden und zu verwirklichen die Jüngeren berufen sind. Kurzum, die Versuchung des Überlebens verwandelt in Gefahr, in Bedrohung und in Tragödie, was der Herr als eine Gelegenheit zur Mission vor uns hinstellt. Diese Haltung ist nicht auf das geweihte Leben beschränkt, doch wir sind in besonderer Weise aufgefordert, uns davor zu hüten, in sie zu verfallen.

Kehren wir zum Evangelium zurück und betrachten noch einmal die Szene. Was bei Simeon und Hanna den Lobgesang ausgelöst hat, war sicher nicht das Schauen auf sich selber, das Analysieren und Überprüfen der eigenen persönlichen Situation. Es war kein Verschlossen-Bleiben aus Angst, es könne ihnen etwas Schlimmes zustoßen. Was den Gesang auslöste, war die Hoffnung – jene Hoffnung, die sie in ihrem Alter aufrechterhielt. Und diese Hoffnung sah sich verwirklicht in der Begegnung mit Jesus. Als Maria dem Simeon den Sohn der Verheißung in die Arme legt, beginnt der alte Mann zu singen, feiert eine eigene „Liturgie“, besingt seine Träume. Als sie Jesus mitten in sein Volk stellt, erfährt dieses die Freude. Ja, nur das kann uns die Freude und die Hoffnung wiedergeben, nur das wird uns davor bewahren, in einer Haltung des Überlebens zu verharren. Nur das wird unser Leben fruchtbar machen und unser Herz lebendig erhalten. Jesus dorthin stellen, wo er stehen muss: mitten in seinem Volk.

Alle sind wir uns der multikulturellen Verwandlung bewusst, die wir durchmachen, niemand bezweifelt das. Daher ist es so wichtig, dass der bzw. die Gottgeweihte mit Jesus ins Leben, ins Herz dieser großen Verwandlungen eingefügt ist. Die Mission – in Übereinstimmung mit jedem besonderen Charisma – ist es, die uns daran erinnert, dass wir aufgefordert wurden, „Sauerteig“ in dieser konkreten Masse zu sein. Sicherlich kann es bessere „Mehle“ geben, aber der Herr hat uns aufgefordert, hier und jetzt zu „durchsäuern“, mit den Herausforderungen, die uns gestellt werden. Nicht in einer defensiven Haltung, nicht bewegt von unseren Ängsten, sondern mit den Händen am Pflug in dem Bemühen, das Korn, das so viele Male mitten unter das Unkraut gesät wurde, wachsen zu lassen. Jesus mitten in sein Volk stellen bedeutet, ein kontemplatives Herz haben, das fähig ist zu erkennen, wie Gott durch die Straßen unserer Städte, unserer Dörfer und unserer Wohnviertel geht. Jesus mitten in sein Volk stellen bedeutet, das Kreuz unserer Brüder und Schwestern auf sich nehmen und gewillt sein, ihnen zu helfen es zu tragen. Es bedeutet, die Wunden Jesu berühren wollen in den Wunden der Welt, die verletzt ist und sich flehentlich danach sehnt, zu neuem Leben zu erwachen.

Uns mit Jesus mitten in sein Volk stellen! Nicht als Aktivisten des Glaubens, sondern als Männer und Frauen, die ständig Vergebung erfahren, Männer und Frauen, die in der Taufe vereint sind, um diese Salbung und den Trost Gottes mit den anderen zu teilen.

Uns mit Jesus mitten in sein Volk stellen, denn wir »spüren […] die Herausforderung, die „Mystik“ zu entdecken und weiterzugeben, die darin liegt, zusammen zu leben, uns unter die anderen zu mischen, einander zu begegnen, uns in den Armen zu halten, uns anzulehnen, teilzuhaben an dieser etwas chaotischen Menge, die sich [mit dem Herrn] in eine wahre Erfahrung von Brüderlichkeit verwandeln kann, in eine solidarische Karawane, in eine heilige Pilgerschaft […] Wenn wir diesen Weg verfolgen könnten, wäre das etwas sehr Gutes, sehr Heilsames, sehr Befreiendes, eine große Quelle der Hoffnung! Aus sich selbst herausgehen, um sich mit den anderen zusammenzuschließen« (Apost. Schreiben Evangelii gaudium, 87), tut nicht nur gut, sondern es verwandelt unser Leben und unsere Hoffnung in einen Lobgesang. Doch das können wir nur tun, wenn wir uns die Träume unserer Alten zu Eigen machen und sie in Prophetie verwandeln.

Begleiten wir Jesus bei seiner Begegnung mit seinem Volk, bei seinem Stehen inmitten seines Volkes, nicht mit der Klage oder in der Angst dessen, der verlernt hat, prophetisch zu reden, weil er die Träume seiner Vorfahren nicht auf sich genommen hat, sondern mit Lob und in Gelassenheit; nicht in der Hektik, sondern in der Geduld dessen, der auf den Geist vertraut, den Herrn der Träume und der Prophetie. Und so teilen wir mit den anderen, was uns gehört: den Gesang, der aus der Hoffnung geboren wird.

[00169-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Cuando los padres de Jesús llevaron al Niño para cumplir las prescripciones de la ley, Simeón «conducido por el Espíritu» (Lc 2,27) toma al Niño en brazos y comienza un canto de bendición y alabanza: «Porque mis ojos han visto a tu Salvador, a quien has presentado ante todos los pueblos; luz para alumbrar a las naciones, y gloria de tu pueblo Israel» (Lc2,30-32). Simeón no sólo pudo ver, también tuvo el privilegio de abrazar la esperanza anhelada, y eso lo hace exultar de alegría. Su corazón se alegra porque Dios habita en medio de su pueblo; lo siente carne de su carne.

La liturgia de hoy nos dice que con ese rito, a los 40 días de nacer, el Señor «fue presentado en el templo para cumplir la ley, pero sobre todo para encontrarse con el pueblo creyente» (Misal Romano, 2 de febrero, Monición a la procesión de entrada). El encuentro de Dios con su pueblo despierta la alegría y renueva la esperanza.

El canto de Simeón es el canto del hombre creyente que, al final de sus días, es capaz de afirmar: Es cierto, la esperanza en Dios nunca decepciona (cf. Rm 5,5), Él no defrauda. Simeón y Ana, en la vejez, son capaces de una nueva fecundidad, y lo testimonian cantando: la vida vale la pena vivirla con esperanza porque el Señor mantiene su promesa; y será, más tarde, el mismo Jesús quien explicará esta promesa en la Sinagoga de Nazaret: los enfermos, los detenidos, los que están solos, los pobres, los ancianos, los pecadores también son invitados a entonar el mismo canto de esperanza. Jesús está con ellos, él está con nosotros (cf. Lc4,18-19).

Este canto de esperanza lo hemos heredado de nuestros mayores. Ellos nos han introducido en esta «dinámica». En sus rostros, en sus vidas, en su entrega cotidiana y constante pudimos ver como esta alabanza se hizo carne. Somos herederos de los sueños de nuestros mayores, herederos de la esperanza que no desilusionó a nuestras madres y padres fundadores, a nuestros hermanos mayores. Somos herederos de nuestros ancianos que se animaron a soñar; y, al igual que ellos, hoy queremos nosotros también cantar: Dios no defrauda, la esperanza en él no desilusiona. Dios viene al encuentro de su Pueblo. Y queremos cantar adentrándonos en la profecía de Joel: «Derramaré mi espíritu sobre toda carne, vuestros hijos e hijas profetizarán, vuestros ancianos tendrán sueños y visiones» (3,1).

Nos hace bien recibir el sueño de nuestros mayores para poder profetizar hoy y volver a encontrarnos con lo que un día encendió nuestro corazón. Sueño y profecía juntos. Memoria de cómo soñaron nuestros ancianos, nuestros padres y madres y coraje para llevar adelante, proféticamente, ese sueño.

Esta actitud nos hará fecundos a los consagrados, pero sobre todo nos protegerá de una tentación que puede hacer estéril nuestra vida consagrada: la tentación de la supervivencia. Un mal que puede instalarse poco a poco en nuestro interior, en el seno de nuestras comunidades. La actitud de supervivencia nos vuelve reaccionarios, miedosos, nos va encerrando lenta y silenciosamente en nuestras casas y en nuestros esquemas. Nos proyecta hacia atrás, hacia las gestas gloriosas —pero pasadas— que, lejos de despertar la creatividad profética nacida de los sueños de nuestros fundadores, busca atajos para evadir los desafíos que hoy golpean nuestras puertas. La psicología de la supervivencia le roba fuerza a nuestros carismas porque nos lleva a domesticarlos, hacerlos «accesibles a la mano» pero privándolos de aquella fuerza creativa que inauguraron; nos hace querer proteger espacios, edificios o estructuras más que posibilitar nuevos procesos. La tentación de supervivencia nos hace olvidar la gracia, nos convierte en profesionales de lo sagrado pero no padres, madres o hermanos de la esperanza que hemos sido llamados a profetizar. Ese ambiente de supervivencia seca el corazón de nuestros ancianos privándolos de la capacidad de soñar y, de esta manera, esteriliza la profecía que los más jóvenes están llamados a anunciar y realizar. En pocas palabras, la tentación de la supervivencia transforma en peligro, en amenaza, en tragedia, lo que el Señor nos presenta como una oportunidad para la misión. Esta actitud no es exclusiva de la vida consagrada, pero de forma particular somos invitados a cuidar de no caer en ella.

Volvamos al pasaje evangélico y contemplemos nuevamente la escena. Lo que despertó el canto en Simeón y Ana no fue ciertamente mirarse a sí mismos, analizar y rever su situación personal. No fue el quedarse encerrados por miedo a que les sucediese algo malo. Lo que despertó el canto fue la esperanza, esa esperanza que los sostenía en la ancianidad. Esa esperanza se vio recompensada en el encuentro con Jesús. Cuando María pone en brazos de Simeón al Hijo de la Promesa, el anciano empieza a cantar, hace una verdadera “liturgia”, canta sus sueños. Cuando pone a Jesús en medio de su pueblo, este encuentra la alegría. Y sí, sólo eso podrá devolvernos la alegría y la esperanza, sólo eso nos salvará de vivir en una actitud de supervivencia. Sólo eso hará fecunda nuestra vida y mantendrá vivo nuestro corazón. Poniendo a Jesús en donde tiene que estar: en medio de su pueblo.

Todos somos conscientes de la transformación multicultural por la que atravesamos, ninguno lo pone en duda. De ahí la importancia de que el consagrado y la consagrada estén insertos con Jesús, en la vida, en el corazón de estas grandes transformaciones. La misión —de acuerdo a cada carisma particular— es la que nos recuerda que fuimos invitados a ser levadura de esta masa concreta. Es cierto podrán existir «harinas» mejores, pero el Señor nos invitó a leudar aquí y ahora, con los desafíos que se nos presentan. No desde la defensiva, no desde nuestros miedos sino con las manos en el arado ayudando a hacer crecer el trigo tantas veces sembrado en medio de la cizaña. Poner a Jesús en medio de su pueblo es tener un corazón contemplativo capaz de discernir como Dios va caminando por las calles de nuestras ciudades, de nuestros pueblos, en nuestros barrios. Poner a Jesús en medio de su pueblo, es asumir y querer ayudar a cargar la cruz de nuestros hermanos. Es querer tocar las llagas de Jesús en las llagas del mundo, que está herido y anhela, y pide resucitar.

¡Ponernos con Jesús en medio de su pueblo! No como voluntaristas de la fe, sino como hombres y mujeres que somos continuamente perdonados, hombres y mujeres ungidos en el bautismo para compartir esa unción y el consuelo de Dios con los demás.

Nos ponemos con Jesús en medio de su pueblo porque «sentimos el desafío de descubrir y transmitir la mística de vivir juntos, de mezclarnos, de encontrarnos, de tomarnos de los brazos, de apoyarnos, de participar de esa marea algo caótica que [con el Señor], puede convertirse en una verdadera experiencia de fraternidad, en una caravana solidaria, en una santa peregrinación. […] Si pudiéramos seguir ese camino, ¡sería algo tan bueno, tan sanador, tan liberador, tan esperanzador! Salir de sí mismo para unirse a otros» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 87) no sólo hace bien, sino que transforma nuestra vida y esperanza en un canto de alabanza. Pero esto sólo lo podemos hacer si asumimos los sueños de nuestros ancianos y los transformamos en profecía.

Acompañemos a Jesús en el encuentro con su pueblo, a estar en medio de su pueblo, no en el lamento o en la ansiedad de quien se olvidó de profetizar porque no se hace cargo de los sueños de sus mayores, sino en la alabanza y la serenidad; no en la agitación sino en la paciencia de quien confía en el Espíritu, Señor de los sueños y de la profecía. Y así compartamos lo que no nos pertenece: el canto que nace de la esperanza.

[00169-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Quando os pais de Jesus levaram o Menino ao Templo para cumprir as prescrições da lei, Simeão, «impelido pelo Espírito» (Lc 2, 27), toma nos seus braços o Menino e começa a louvar a Deus. Um cântico de bênção e de louvor: «Porque meus olhos viram a Salvação que ofereceste a todos os povos, Luz para se revelar às nações e glória de Israel, teu povo» (Lc 2, 30-32). Simeão não só pôde ver, mas teve também o privilégio de abraçar a esperança por que aspirava, e isto fá-lo exultar de alegria. O seu coração rejubila porque Deus habita no meio do seu povo; sente-O carne da sua carne.

A liturgia de hoje diz-nos que, com aquele rito (quarenta dias depois do nascimento), o Senhor «exteriormente cumpria as prescrições da lei, mas na realidade vinha ao encontro do seu povo fiel» (Missal Romano, 2 de fevereiro, Monição à procissão de entrada). O encontro de Deus com o seu povo desperta a alegria e renova a esperança.

O cântico de Simeão é o cântico do homem crente que, na reta final dos seus dias, pode afirmar: É verdade! A esperança em Deus nunca dececiona (cf. Rm 5, 5); Ele não engana. Na sua velhice, Simeão e Ana são capazes duma nova fecundidade e dão testemunho disso mesmo cantando: a vida merece ser vivida com esperança, porque o Senhor mantém a sua promessa; e será o próprio Jesus que explicará, mais tarde, esta promessa na sinagoga de Nazaré: os doentes, os presos, os abandonados, os pobres, os anciãos, os pecadores… também eles são convidados a entoar o mesmo cântico de esperança, ou seja, que Jesus está com eles, está connosco (cf. Lc 4, 18-19).

Este cântico de esperança recebemo-lo em herança dos nossos pais. Eles introduziram-nos nesta «dinâmica». Nos seus rostos, nas suas vidas, na sua dedicação diária e constante, pudemos ver como este louvor se fez carne. Somos herdeiros dos sonhos dos nossos pais, herdeiros da esperança que não dececionou as nossas mães e os nossos pais fundadores, os nossos irmãos mais velhos. Somos herdeiros dos nossos anciãos que tiveram a coragem de sonhar; e, como eles, também nós hoje queremos cantar: Deus não engana, a esperança n'Ele não dececiona. Deus vem ao encontro do seu povo. E queremos cantar embrenhando-nos na profecia de Joel: «Derramarei o meu Espírito sobre toda a humanidade. Os vossos filhos e as vossas filhas profetizarão, os vossos anciãos terão sonhos e os vossos jovens terão visões» (3, 1).

Faz-nos bem acolher o sonho dos nossos pais, para podermos profetizar hoje e encontrar novamente aquilo que um dia inflamou o nosso coração. Sonho e profecia juntos. Memória de como sonharam os nossos anciãos, os nossos pais e mães, e coragem para levar por diante, profeticamente, este sonho.

A nós consagrados, esta atitude tornar-nos-á fecundos, mas sobretudo preservar-nos-á duma tentação que pode tornar estéril a nossa vida consagrada: a tentação da sobrevivência. Um mal que pode instalar-se pouco a pouco dentro de nós, no seio das nossas comunidades. A atitude de sobrevivência faz-nos tornar reacionários, temerosos, faz-nos fechar lenta e silenciosamente nas nossas casas e nos nossos esquemas. Faz-nos olhar para trás, para os feitos gloriosos mas passados, o que, em vez de despertar a criatividade profética nascida dos sonhos dos nossos fundadores, procura atalhos para escapar aos desafios que hoje batem às nossas portas. A psicologia da sobrevivência tira força aos nossos carismas, porque leva-nos a «domesticá-los», a pô-los «ao nosso alcance» mas privando-os da força criativa que eles inauguraram; faz com que queiramos mais proteger espaços, edifícios ou estruturas do que tornar possíveis novos processos. A tentação da sobrevivência faz-nos esquecer a graça, transforma-nos em profissionais do sagrado, mas não pais, mães ou irmãos da esperança, que fomos chamados a profetizar. Este clima de sobrevivência torna árido o coração dos nossos anciãos privando-os da capacidade de sonhar e, assim, torna estéril a profecia que os mais jovens são chamados a anunciar e realizar. Em resumo, a tentação da sobrevivência transforma em perigo, em ameaça, em tragédia aquilo que o Senhor nos dá como uma oportunidade para a missão. Esta atitude não é própria apenas da vida consagrada, mas nós em particular somos convidados a precaver-nos de cair nela.

Voltemos ao Evangelho e contemplemos de novo a cena. O que suscitou o cântico de louvor em Simeão e Ana não foi, por certo, o olhar para si mesmos, o analisar e rever a própria situação pessoal. Não foi o permanecer fechados com medo de algo ruim que lhes pudesse acontecer. O que suscitou o cântico foi a esperança, aquela esperança que os sustentava na velhice. Aquela esperança viu-se recompensada no encontro com Jesus. Quando Maria coloca nos braços de Simeão o Filho da Promessa, o ancião começa a cantar – faz uma “liturgia” própria – canta os seus sonhos. Quando coloca Jesus no meio do seu povo, este encontra a alegria. Sim, só isto nos poderá restituir a alegria e a esperança, só isto nos salvará de viver numa atitude de sobrevivência, só isto tornará fecunda a nossa vida, e manterá vivo o nosso coração: colocar Jesus precisamente onde Ele deve estar, ou seja, no meio do seu povo.

Todos estamos conscientes da transformação multicultural que atravessamos, ninguém o põe em dúvida. Daqui a importância de o consagrado e a consagrada estarem inseridos com Jesus na vida, no coração destas grandes transformações. A missão – em conformidade com cada carisma particular – é aquela que nos lembra que fomos convidados a ser fermento desta massa concreta. Poderão certamente haver «farinhas» melhores, mas o Senhor convidou-nos a levedar aqui e agora, com os desafios que nos aparecem. E não com atitude defensiva, nem movidos pelos nossos medos, mas com as mãos no arado procurando fazer crescer o trigo muitas vezes semeado no meio do joio. Colocar Jesus no meio do seu povo significa ter um coração contemplativo, capaz de discernir como é que Deus caminha pelas ruas das nossas cidades, das nossas terras, dos nossos bairros. Colocar Jesus no meio do seu povo significa ocupar-se e querer ajudar a levar a cruz dos nossos irmãos. É querer tocar as chagas de Jesus nas chagas do mundo, que está ferido e anela e pede para ressuscitar.

Colocarmo-nos com Jesus no meio do seu povo! Não como ativistas da fé, mas como homens e mulheres que são continuamente perdoados, homens e mulheres ungidos no Batismo para partilhar esta unção e a consolação de Deus com os outros.

Colocarmo-nos com Jesus no meio do seu povo, porque «sentimos o desafio de descobrir e transmitir a “mística” de viver juntos, misturar-nos, encontrar-nos, dar o braço, apoiar-nos, participar nesta maré um pouco caótica que [com o Senhor] pode transformar-se numa verdadeira experiência de fraternidade, numa caravana solidária, numa peregrinação sagrada. (…) Como seria bom, salutar, libertador, esperançoso, se pudéssemos trilhar este caminho! Sair de si mesmo para se unir aos outros» (Exort. ap. Evangelium gaudium, 87) não só faz bem, mas transforma a nossa vida e a nossa esperança num cântico de louvor. Mas isto só o poderemos fazer, se assumirmos os sonhos dos nossos anciãos e os transformarmos em profecia.

Acompanhemos Jesus que vem encontrar-Se com o seu povo, estar no meio do seu povo, não no lamento ou na ansiedade de quem se esqueceu de profetizar, porque não se ocupa dos sonhos dos seus pais, mas no louvor e na serenidade; não na agitação, mas na paciência de quem confia no Espírito, Senhor dos sonhos e da profecia. E, assim, compartilhamos o que nos pertence: o cântico que nasce da esperança.

[00169-PO.02] [Texto original: Italiano]

[B0072-XX.02]