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Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, 02.01.2017


 

Lettera del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha scritto ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre 2016:

Lettera del Santo Padre

Caro fratello,

Oggi, giorno dei Santi Innocenti, mentre continuano a risuonare nei nostri cuori le parole dell’angelo ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,10-11), sento il bisogno di scriverti. Ci fa bene ascoltare una volta ancora questo annuncio; ascoltare nuovamente che Dio è in mezzo al nostro popolo. Questa certezza che rinnoviamo anno per anno è fonte della nostra gioia e della nostra speranza.

In questi giorni possiamo sperimentare come la liturgia ci prende per mano e ci conduce al cuore del Natale, ci introduce nel Mistero e ci porta a poco a poco alla sorgente della gioia cristiana.

Come pastori siamo stati chiamati per aiutare a far crescere questa gioia in mezzo al nostro popolo. Ci è chiesto di prenderci cura di questa gioia. Desidero rinnovare con te l’invito a non lasciarci rubare questa gioia, dal momento che molte volte delusi – e non senza ragione – della realtà, della Chiesa, o anche delusi di noi stessi, sentiamo la tentazione di affezionarci a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce dei cuori (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83).

Il Natale, nostro malgrado, viene accompagnato anche dal pianto. Gli evangelisti non si permisero di mascherare la realtà per renderla più credibile o appetibile. Non si permisero di realizzare un discorso “bello” ma irreale. Per loro il Natale non un era rifugio immaginario in cui nascondersi di fronte alle sfide e alle ingiustizie del loro tempo. Al contrario, ci annunciano la nascita del Figlio di Dio avvolta anch’ess in una tragedia di dolore. Citando il profeta Geremia, l’evangelista Matteo lo presenta con grande crudezza: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli» (2,18). È il gemito di dolore delle madri che piangono la morte dei loro figli innocenti di fronte alla tirannia e alla sfrenata brama di potere di Erode.

Un gemito che anche oggi possiamo continuare ad ascoltare, che ci tocca l’anima e che non possiamo e non vogliamo ignorare né far tacere. Oggi tra la nostra gente, purtroppo – e lo scrivo con profondo dolore –, si continua ad ascoltare il lamento e il pianto di tante madri, di tante famiglie, per la morte dei loro figli, dei loro figli innocenti.

Contemplare il presepe è anche contemplare questo pianto, è anche imparare ad ascoltare ciò che accade intorno e avere un cuore sensibile e aperto al dolore del prossimo, specialmente quando si tratta di bambini, ed è anche essere capaci di riconoscere che ancora oggi si sta scrivendo questo triste capitolo della storia. Contemplare il presepio isolandolo dalla vita che lo circonda, sarebbe fare della Natività una bella favola che susciterebbe in noi buoni sentimenti ma ci priverebbe della forza creatrice della Buona Notizia che il Verbo Incarnato ci vuole donare. E la tentazione esiste.

È possibile vivere la gioia cristiana voltando le spalle a queste realtà? È possibile realizzare la gioia cristiana ignorando il gemito del fratello, dei bambini?

San Giuseppe è stato chiamato per primo a custodire la gioia della Salvezza. Davanti ai crimini atroci che stavano accadendo, san Giuseppe – esempio dell’uomo obbediente e fedele – fu capace di ascoltare la voce di Dio e la missione che il Padre gli affidava. E poiché seppe ascoltare la voce di Dio e si lasciò guidare dalla sua volontà, divenne più sensibile a ciò che lo circondava e seppe leggere gli avvenimenti con realismo.

Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto lo stesso, di essere uomini capaci di ascoltare e non essere sordi alla voce del Padre, e così poter essere più sensibili alla realtà che ci circonda. Oggi, tenendo come modello san Giuseppe, siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia. Siamo invitati a difenderla dagli Erode dei nostri giorni. E come san Giuseppe, abbiamo bisogno di coraggio per accettare questa realtà, per alzarci e prenderla tra le mani (cfr Mt 2,20). Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini. Un’innocenza spezzata sotto il peso del lavoro clandestino e schiavo, sotto il peso della prostituzione e dello sfruttamento. Innocenza distrutta dalle guerre e dall’emigrazione forzata con la perdita di tutto ciò che questo comporta. Migliaia di nostri bambini sono caduti nelle mani di banditi, di mafie, di mercanti di morte che l’unica cosa che fanno è fagocitare e sfruttare i loro bisogni.

A titolo di esempio, oggi 75 milioni di bambini – a causa delle emergenze e delle crisi prolungate – hanno dovuto interrompere la loro istruzione. Nel 2015, il 68% di tutte le persone oggetto di traffico sessuale nel mondo erano bambini. D’altra parte, un terzo dei bambini che hanno dovuto vivere fuori dei loro paesi lo ha fatto per spostamento forzato. Viviamo in un mondo dove quasi la metà dei bambini che muoiono sotto i 5 anni muore per malnutrizione. Nell’anno 2016 si calcola che 150 milioni di bambini hanno compiuto un lavoro minorile, molti di loro vivendo in condizioni di schiavitù. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’UNICEF, se la situazione mondiale non muta, nel 2030 saranno 167 milioni i bambini che vivranno in estrema povertà, 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno tra il 2016 e il 2030 e 60 milioni di bambini non frequenteranno la scuola primaria di base.

Ascoltiamo il pianto e il lamento di questi bambini; ascoltiamo anche il pianto e il lamento della nostra madre Chiesa, che piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare. Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e, al tempo stesso, piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere. Anche la Chiesa piange con amarezza questo peccato dei suoi figli e chiede perdono. Oggi, ricordando il giorno dei Santi Innocenti, voglio che rinnoviamo tutto il nostro impegno affinché queste atrocità non accadano più tra di noi. Troviamo il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna “tolleranza zero” in questo ambito.

La gioia cristiana non è una gioia che si costruisce ai margini della realtà, ignorandola o facendo come se non esistesse. La gioia cristiana nasce da una chiamata – la stessa che ricevette san Giuseppe – a “prendere” e proteggere la vita, specialmente quella dei santi innocenti di oggi. Il Natale è un tempo che ci interpella a custodire la vita e aiutarla a nascere e crescere; a rinnovarci come pastori coraggiosi. Questo coraggio che genera dinamiche capaci di prendere coscienza della realtà che molti dei nostri bambini oggi stanno vivendo e lavorare per garantire loro le condizioni necessarie perché la loro dignità di figli di Dio sia non solo rispettata, ma soprattutto difesa.

Non lasciamo che rubino loro la gioia. Non ci lasciamo rubare la gioia, custodiamola e aiutiamola a crescere.

Facciamo questo con la stessa fedeltà paterna di san Giuseppe e tenuti per mano da Maria, la Madre della tenerezza, perché non si indurisca il nostro cuore.

Con fraterno affetto,

FRANCESCO

Dal Vaticano, 28 dicembre 2016
Festa dei Santi Innocenti, Martiri

[00008-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Cher frère,

Aujourd’hui, jour des Saints Innocents, alors que continuent à résonner dans nos cœurs les paroles de l’ange aux bergers: «Je vous annonce une grande joie qui sera celle de tout le peuple: aujourd’hui vous est né un Sauveur, dans la ville de David» (Lc 2, 10-11), je sens le besoin de t’écrire. Cela nous fait du bien d’entendre une fois encore cette annonce; entendre de nouveau que Dieu est au milieu de notre peuple. Cette certitude que nous renouvelons d’année en année est source de notre joie et de notre espérance.

Nous pouvons, ces jours-ci, faire l’expérience de la manière dont la liturgie nous prend par la main et nous conduit au cœur de Noël, nous introduit dans le Mystère et nous conduit peu à peu à la source de la joie chrétienne.

Comme pasteurs, nous avons été appelés pour aider à faire grandir cette joie au milieu de notre peuple. Il nous est demandé de prendre soin de cette joie. Je souhaite renouveler avec toi l’invitation à ne pas nous laisser voler cette joie, souvent quand nous sommes déçus – et non sans raison – par la réalité, par l’Eglise, et déçus aussi de nous-mêmes, nous sommes tentés de nous en tenir à une tristesse douceâtre, sans espérance, qui s’empare de nos cœurs (cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 83).

Noël, malgré nous, est accompagné aussi de pleurs. Les évangélistes ne se sont pas permis de travestir la réalité pour la rendre plus crédible ou plus désirable. Ils ne se sont pas permis de faire un discours «beau» mais irréel. Pour eux, Noël n’était pas un refuge imaginaire où se cacher face aux défis et aux injustices de leur époque. Au contraire, ils nous annoncent aussi la naissance du Fils de Dieu enveloppée d’une tragédie de douleurs. Citant le prophète Jérémie, l’évangéliste Matthieu la présente avec une grande rudesse: «A Rama une voix se fait entendre, une plainte amère; c’est Rachel qui pleure ses fils» (Jr 31,15). C’est le gémissement de douleur des mères qui pleurent la mort de leurs enfants innocents en raison de la tyrannie et de la soif effrénée de pouvoir d’Hérode.

Un gémissement que nous pouvons entendre encore aujourd’hui, qui nous touche l’âme et que nous ne pouvons et ne voulons ni ignorer ni faire taire. Aujourd’hui, malheureusement – et je l’écris avec une douleur profonde -, on entend encore parmi nos gens le gémissement et les pleurs de beaucoup de mères, de beaucoup de familles, en raison de la mort de leurs enfants, de leurs enfants innocents.

Contempler la crèche c’est aussi contempler ces pleurs, c’est aussi apprendre à écouter ce qui arrive autour de nous et avoir un cœur sensible et ouvert à la souffrance du prochain, spécialement quand il s’agit d’enfants; et c’est aussi être capables de reconnaître que ce triste chapitre de l’histoire est encore en train de s’écrire aujourd’hui. Contempler la crèche en l’isolant de la vie qui l’environne, ce serait faire de la Nativité une belle fable qui susciterait en nous de bons sentiments mais qui nous priverait de la force créatrice de la Bonne Nouvelle que le Verbe Incarné veut nous donner. Et la tentation existe.

Est-il possible de vivre la joie chrétienne en tournant le dos à ces réalités? Est-il possible de faire advenir la joie chrétienne en ignorant les gémissements du frère, des enfants?

Saint Joseph a été le premier appelé à garder la joie du Salut. Devant les crimes atroces qui étaient en train de se produire, saint Joseph – modèle de l’homme obéissant et fidèle – a été capable d’écouter la voix de Dieu et la mission que le Père lui confiait. Et comme il a su écouter la voix de Dieu et se laisser guider par sa volonté, il est devenu plus sensible à ce qui l’entourait et il a su lire les événements avec réalisme.

Encore aujourd’hui, il nous est demandé la même chose, à nous pasteurs, d’être des hommes capables d’écouter la voix du Père, de ne pas y être sourds, et de pouvoir ainsi être plus sensibles à la réalité qui nous entoure. Aujourd’hui, avec saint Joseph pour modèle, nous sommes invités à ne pas nous laisser voler la joie. Nous sommes invités à la défendre des Hérode de notre époque. Et, comme saint Joseph, nous avons besoin de courage pour accepter cette réalité, pour nous lever et la pendre dans nos mains (cf. Mt 2, 20). Le courage de la protéger des nouveaux Hérode de notre époque qui détruisent l’innocence de nos enfants. Une innocence brisée sous le poids du travail clandestin et de l’esclavage, sous le poids de la prostitution et de l’exploitation. Une innocence détruite par les guerres et par l’émigration forcée, avec la perte de tout ce que cela comporte. Des milliers de nos enfants sont tombés entre les mains de bandits, de mafias, de marchands de mort qui ne font que détruire et exploiter leurs besoins.

Á titre d’exemple, aujourd’hui, 75 millions d’enfants – en raison des situations d’urgence et des crises prolongées – ont dû interrompre leur instruction. En 2015, 68% des personnes faisant l’objet de trafic sexuel dans le monde étaient des enfants. Par ailleurs, un tiers des enfants qui ont dû vivre en dehors de leurs pays l’on fait par déplacement forcé. Nous vivons dans un monde où presque la moitié des enfants qui meurent en dessous de 5 ans, meurent de malnutrition. En 2016, on calcule que 150 millions d’enfants mineurs ont travaillé, pour beaucoup dans des conditions d’esclavage. Selon le dernier rapport de l’UNICEF, si la situation mondiale ne change pas, en 2030, 167 millions d’enfants vivront dans une extrême pauvreté, 69 millions d’enfants en dessous de 5 ans mourront entre 2016 et 2030, et 60 millions d’enfants n’iront pas à l’école primaire.

Ecoutons les pleurs et les lamentations de ces enfants; écoutons aussi les pleurs et les lamentations de notre mère l’Eglise, qui pleure non seulement devant la souffrance causée à ses enfants les plus petits, mais aussi parce qu’elle connaît le péchéde certains de ses membres: la souffrance, l’histoire et la douleur des mineurs qui ont été abusés sexuellement par des prêtres. Péché qui nous fait honte. Des personnes qui avaient la responsabilité de prendre soin de ces enfants ont détruit leur dignité. Nous déplorons cela profondément, et nous demandons pardon. Nous nous unissons à la souffrance des victimes et, à notre tour, nous pleurons le péché. Le péché de tout ce qui est arrivé, le péché d’avoir omis de porter assistance, le péché de taire et de nier, le péché d’abus de pouvoir. L’Eglise aussi pleure avec amertume ce péché de ses fils, et elle demande pardon. Aujourd’hui, faisant mémoire des Saints Innocents, je veux que nous renouvelions tout notre engagement pour que ces atrocités ne se produisent plus parmi nous. Trouvons le courage indispensable pour promouvoir tous les moyens nécessaires et protéger, en toute chose, la vie de nos enfants pour que de tels crimes ne se répètent plus. Faisons nôtre, clairement et loyalement, la consigne «tolérance zéro» dans ce domaine.

La joie chrétienne n’est pas une joie qui se construit en marge de la réalité, en l’ignorant ou en faisant comme si elle n’existait pas. La joie chrétienne naît d’un appel – le même qu’a reçu saint Joseph – à “prendre” et protéger la vie, spécialement celle des saints innocents d’aujourd’hui. Noël est un temps qui nous provoque à garder la vie et à l’aider à naître et à grandir; à nous renouveler comme pasteurs courageux. Ce courage qui génère des dynamiques capables de prendre conscience de la réalité que beaucoup de nos enfants vivent aujourd'hui, et de travailler pour leur garantir les conditions nécessaires afin que leur dignité de fils de Dieu soit non seulement respectée mais surtout défendue.

Ne laissons pas voler leur joie. Ne nous laissons pas voler la joie, gardons-la, aidons-la à grandir.

Faisons cela avec la même fidélité paternelle de saint Joseph, et tenus par la main de Marie, la Mère de la tendresse, pour que notre cœur ne s’endurcisse pas.

Avec une fraternelle affection,

FRANÇOIS

Cité du Vatican, 28 décembre 2016
Fête des Saint Innocents, Martyrs

[00008-FR.01] [Texte original: Italien - version de travail]

Traduzione in lingua inglese

Dear Brother,

Today, on the feast of the Holy Innocents, as the words of the angel to the shepherds still resound in our hearts – “I bring you good news of a great joy which will come to all the people; for to you is born this day in the city of David a Saviour” (Lk 2: 10-11) – I feel the need to write to you. We do well to listen to that proclamation again and again; to hear over and over again that God is present in the midst of our people. This certainty, which we renew each year, is the source of our joy and hope.

In these days we experience how the liturgy leads us to the heart of Christmas, into the Mystery which gradually draws us to the source of Christian joy.

As pastors, we are called to help foster this joy among the faithful. We are charged with protecting this joy. I ask you once again that we not let ourselves be robbed of this joy, for we can be disillusioned at times, not unreasonably, with the world around us, with the Church, or even with ourselves, and feel tempted to indulge in a certain melancholy, lacking in hope, which can lay hold of our hearts (cf. Evangelii Gaudium 83).

Christmas is also accompanied, whether we like it or not, by tears. The Evangelists did not disguise reality to make it more credible or attractive. They did not indulge in words that were comforting but unrelated to reality. For them, Christmas was not a flight to fantasy, a way of hiding from the challenges and injustices of their day. On the contrary, they relate the birth of the Son of God as an event fraught with tragedy and grief. Quoting the prophet Jeremiah, Matthew presents it in the bluntest of terms: “A voice is heard in Ramah, wailing and loud lamentation, Rachel weeping for her children” (2:18). It is the sobbing of mothers bewailing the death of their children in the face of Herod’s tyranny and unbridled thirst for power.

Today too, we hear this heart-rending cry of pain, which we neither desire nor are able to ignore or to silence. In our world – I write this with a heavy heart – we continue to hear the lamentation of so many mothers, of so many families, for the death of their children, their innocent children.

To contemplate the manger also means to contemplate this cry of pain, to open our eyes and ears to what is going on around us, and to let our hearts be attentive and open to the pain of our neighbours, especially where children are involved. It also means realizing that that sad chapter in history is still being written today. To contemplate the manger in isolation from the world around us would make Christmas into a lovely story that inspires warm feelings but robs us of the creative power of the Good News that the Incarnate Word wants to give us. The temptation is real.

Can we truly experience Christian joy if we turn our backs on these realities? Can Christian joy even exist if we ignore the cry of our brothers and sisters, the cry of the children?

Saint Joseph was the first to be charged with protecting the joy of salvation. Faced with the atrocious crimes that were taking place, Saint Joseph – the model of an obedient and loyal man – was capable of recognizing God’s voice and the mission entrusted to him by the Father. Because he was able to hear God’s voice, and was docile to his will, Joseph became more conscious of what was going on around him and was able to interpret these events realistically.

The same thing is asked of us pastors today: to be men attentive, and not deaf, to the voice of God, and hence more sensitive to what is happening all around us. Today, with Saint Joseph as our model, we are asked not to let ourselves be robbed of joy. We are asked to protect this joy from the Herods of our own time. Like Joseph, we need the courage to respond to this reality, to arise and take it firmly in hand (cf. Mt 2:20). The courage to guard this joy from the new Herods of our time, who devour the innocence of our children. An innocence robbed from them by the oppression of illegal slave labour, prostitution and exploitation. An innocence shattered by wars and forced immigration, with the great loss that this entails. Thousands of our children have fallen into the hands of gangs, criminal organizations and merchants of death, who only devour and exploit their neediness.

To illustrate this point, there are at present 75 million children who, due to prolonged situations of emergency and crisis, have had to interrupt their education. In 2015, 68% of all persons who were victims of sexual exploitation were children. At the same time, a third of all children who have to live outside their homelands do so because forcibly displaced. We live in a world where almost half of the children who die under the age of five do so because of malnutrition. It is estimated that in 2016 there were 150 million child labourers, many of whom live in conditions of slavery. According to the most recent report presented by UNICEF, unless the world situation changes, in 2030 there will be 167 million children living in extreme poverty, 69 million children under the age of five will die between 2016 and 2030, and 16 million children will not receive basic schooling.

We hear these children and their cries of pain; we also hear the cry of the Church our Mother, who weeps not only for the pain caused to her youngest sons and daughters, but also because she recognizes the sins of some of her members: the sufferings, the experiences and the pain of minors who were abused sexually by priests. It is a sin that shames us. Persons responsible for the protection of those children destroyed their dignity. We regret this deeply and we beg forgiveness. We join in the pain of the victims and weep for this sin. The sin of what happened, the sin of failing to help, the sin of covering up and denial, the sin of the abuse of power. The Church also weeps bitterly over this sin of her sons and she asks forgiveness. Today, as we commemorate the feast of the Holy Innocents, I would like us to renew our complete commitment to ensuring that these atrocities will no longer take place in our midst. Let us find the courage needed to take all necessary measures and to protect in every way the lives of our children, so that such crimes may never be repeated. In this area, let us adhere, clearly and faithfully, to “zero tolerance”.

Christian joy does not arise on the fringes of reality, by ignoring it or acting as if it did not exist. Christian joy is born from a call – the same call that Saint Joseph received – to embrace and protect human life, especially that of the holy innocents of our own day. Christmas is a time that challenges us to protect life, to help it be born and grow. It is a time that challenges us as bishops to find new courage. The courage that generates processes capable of acknowledging the reality that many of our children are experiencing today, and working to ensure them the bare minimum needed so that their dignity as God’s children will not only be respected but, above all, defended.

Let us not allow them to be robbed of joy. Let us not allow ourselves to be robbed of joy, but guard it and nourish its growth.

May we do this with the paternal fidelity of Saint Joseph and guided by Mary, Mother of tender love, so that our own hearts may never grow hard.

With fraternal affection,

FRANCIS

From the Vatican, 28 December 2016
Feast of the Holy Innocents, Martyrs

[00008-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Lieber Bruder,

heute, am Tag der Unschuldigen Kinder, während in unseren Herzen noch die Worte des Engels an die Hirten nachklingen: »Ich verkünde euch eine große Freude, die dem ganzen Volk zuteilwerden soll: Heute ist euch in der Stadt Davids der Retter geboren« (Lk 2,10-11), ist es mir ein Bedürfnis, Dir zu schreiben. Es tut uns gut, noch einmal diese Botschaft zu hören; wieder zu hören, dass Gott in der Mitte unseres Volkes ist. Diese Gewissheit, die wir uns Jahr für Jahr neu vergegenwärtigen, ist Quelle unsere Freude und Hoffnung.

In diesen Tagen können wir erfahren, wie die Liturgie uns an die Hand nimmt und zum Herzen von Weihnachten führt, uns in sein Geheimnis einführt und allmählich zur Quelle der christlichen Freude gelangen lässt.

Wie die Hirten sind auch wir gerufen, diese Freude inmitten unseres Volkes wachsen zu lassen. Wir werden gebeten, uns um diese Freude zu kümmern. Ich möchte mit Dir die Einladung erneuern, uns diese Freude nicht nehmen zu lassen. Denn während wir oft – und nicht ohne Grund – von der Wirklichkeit, der Kirche oder auch von uns selbst enttäuscht sind, verspüren wir die Versuchung, uns an eine hoffnungslose, süßliche Traurigkeit zu klammern, die sich der Herzen bemächtigt (vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 83).

Gegen unseren Willen wird Weihnachten auch vom Weinen begleitet. Die Evangelisten nahmen es sich nicht heraus, die Wirklichkeit zu verschleiern, um sie glaubwürdiger oder anregender werden zu lassen. Sie nahmen es sich nicht heraus, einen „schönen“, aber irrealen Text zu verfassen. Weihnachten war für sie nicht ein imaginärer Zufluchtsort, wo man sich angesichts der Herausforderungen und Ungerechtigkeiten ihrer Zeit verstecken konnte. Vielmehr verkünden sie uns auch die Geburt des Sohnes Gottes in eine leidvolle Tragödie eingebettet. Mit einem Zitat des Propheten Jeremia stellt dies der Evangelist Matthäus mit großer Härte dar: »Ein Geschrei war in Rama zu hören, lautes Weinen und Klagen: Rahel weinte um ihre Kinder« (2,18). Es ist das Wehklagen der Mütter, die angesichts der Tyrannei und der ungehemmten Herrschsucht des Herodes den Tod ihrer unschuldigen Kinder beweinen.

Es ist ein Wehklagen, das wir auch heute weiter hören können. Es bewegt uns in unserer Seele, und wir können und wollen es weder ignorieren noch zum Schweigen bringen. Unter den Menschen heute hört man leider – und ich schreibe dies tief bedrückt – das Wehklagen und Weinen vieler Mütter, vieler Familien um den Tod ihrer Kinder, ihrer unschuldigen Kinder.

Die Krippe zu betrachten heißt auch, dieses Weinen zu betrachten. Es bedeutet auch, zu hören lernen, was rundherum geschieht, und ein Herz zu haben, das empfindsam und offen ist gegenüber dem Schmerz des Nächsten, insbesondere wenn es sich um Kinder handelt. Es heißt ebenso erkennen zu können, dass noch heute dieses traurige Kapitel der Geschichte eben geschrieben wird. Die Krippe zu betrachten und sie dabei vom Leben, das sie umgibt, zu isolieren würde heißen, aus dem Weihnachtsgeschehen ein schönes Märchen zu machen, das in uns gute Gefühle hervorzurufen zwar imstande wäre, uns aber der schöpferischen Kraft der Frohbotschaft berauben würde, die uns das menschgewordene Wort schenken will. Und diese Versuchung gibt es.

Ist es möglich, die christliche Freude zu leben, während man diesen Wirklichkeiten den Rücken kehrt? Ist es möglich, die christliche Freude zu verwirklichen, während man das Wehklagen des Mitmenschen, der Kinder überhört?

Der heilige Josef war als erster gerufen, die Freude des Heils zu behüten. Angesichts der grausamen Verbrechen, die gerade geschahen, war der heilige Josef – Beispiel des gehorsamen und treuen Menschen – fähig, auf die Stimme Gottes und die ihm vom Vater anvertraute Sendung zu hören. Und weil er auf die Stimme Gottes zu hören wusste und sich von Gottes Willen leiten ließ, nahm er besser wahr, was ihn umgab, und konnte die Geschehnisse mit Realismus verstehen.

Heute wird auch von uns Hirten dasselbe gefordert, nämlich Männer zu sein, die zuhören können und nicht taub sind gegenüber der Stimme Gottes und so die Wirklichkeit besser wahrnehmen, die uns umgibt. Heute, mit dem heiligen Josef als Vorbild, sind wir aufgefordert, nicht zuzulassen, dass man uns die Freude nimmt. Wir sind aufgefordert, sie vor den Gestalten eines Herodes unserer Tage zu verteidigen. Und wie der heilige Josef brauchen wir Mut, um diese Wirklichkeit anzunehmen, um aufzustehen und sie in die Hände zu nehmen (vgl. Mt 2,20). Wir brauchen den Mut, sie vor den neuen Gestalten eines Herodes unserer Zeit zu verteidigen, welche die Unschuld unserer Kinder missbrauchen. Unschuld gebrochen unter der Last der Schwarz- und Sklavenarbeit, unter der Last der Prostitution und Ausbeutung. Unschuld zerstört von Kriegen und gezwungener Auswanderung zusammen mit dem Verlust von allem, was dies mit sich bringt. Tausende unserer Kinder sind in die Hände von Banditen, von Mafiaorganisationen, von Todeshändlern geraten, die nichts anderes machen, als ihre Bedürfnisse zu missbrauchen und auszubeuten.

Beispielsweise mussten gegenwärtig 75 Millionen Kinder – aufgrund von Notsituationen und anhaltender Krisen – ihre Ausbildung abbrechen. Im Jahr 2015 waren 68% aller vom Sexualhandel betroffenen Menschen Kinder. Andererseits war ein Drittel der Kinder, die außerhalb ihrer Heimatländer leben mussten, zum Weggehen gezwungen. Wir leben in einer Welt, in der fast die Hälfte aller Kinder, die unter fünf Jahren sterben, wegen Unterernährung stirbt. Im Jahr 2016 haben 150 Millionen Kinder, so die Berechnungen, Kinderarbeit verrichtet; viele von ihnen leben unter Bedingungen der Sklaverei. Nach dem jüngsten UNICEF-Bericht werden, wenn sich die weltweite Lage nicht ändert, im Jahr 2030 167 Millionen Kinder in äußerster Armut leben, 69 Millionen Kinder unter fünf Jahren zwischen 2016 und 2030 sterben und 60 Millionen Kinder keine Grundschule besuchen.

Hören wir das Weinen und die Wehklage dieser Kinder; hören wir auch das Weinen und die Wehklage unserer Mutter Kirche, die nicht nur über den Schmerz, der ihren kleinsten Kindern zugefügt wurde, weint, sondern auch weil sie die Sünde einiger ihrer Glieder kennt: das Leid, die Geschichte und den Schmerz von Minderjährigen, die von Priestern sexuell missbraucht wurden. Eine Sünde, die beschämt. Menschen, die verantwortlich waren, für diese Kinder zu sorgen, haben ihre Würde zerstört. Wir beklagen dies zutiefst und bitten um Vergebung. Wir vereinen uns mit dem Schmerz der Opfer und beweinen unsererseits die Sünde. Die Sünde für das, was geschehen ist; die Sünde der unterlassenen Unterstützung; die Sünde des Vertuschens und Leugnens; die Sünde des Machtmissbrauchs. Auch die Kirche beweint bitterlich diese Sünde ihrer Glieder und bittet um Vergebung. Wenn wir heute der Unschuldigen Kinder gedenken, möchte ich all unseren Einsatz bekräftigen, damit diese Gräueltaten unter uns nicht mehr vorkommen. Finden wir den nötigen Mut, um alle notwendigen Mittel zu fördern und um in allem das Leben unserer Kinder zu schützen, damit sich solche Verbrechen nicht mehr wiederholen. Machen wir uns den Auftrag zu „null Toleranz“ in diesem Bereich klar und aufrichtig zu Eigen.

Die christliche Freude ist nicht eine Freude, die am Rande der Wirklichkeit geschaffen wird, indem man sie ignoriert oder so tut, als würde es sie nicht geben. Die christliche Freude entsteht aus einer Berufung – aus der gleichen, die der heilige Josef erhielt –, das Leben, insbesondere das der heiligen Unschuldigen von heute, zu „nehmen“ und zu schützen. Weihnachten ist eine Zeit, die uns dazu auffordert, das Leben zu behüten und ihm zu helfen, dass es geboren wird und wächst; die uns dazu auffordert, uns zu erneuern als mutige Hirten. Dieser Mut bringt Dynamiken hervor, die uns die Wirklichkeit, die viele Kinder heutzutage erleben, bewusst macht und uns arbeiten lässt, um ihnen die notwendigen Bedingungen zu gewährleisten, damit ihre Würde als Kinder Gottes nicht nur geachtet, sondern vor allem tatkräftig verteidigt wird.

Lassen wir nicht zu, dass man ihnen die Freude nimmt. Lassen wir uns die Freude nicht nehmen, behüten wir sie und helfen wir ihr zu wachsen.

Tun wir dies mit der gleichen väterlichen Treue des heiligen Josef und an der Hand Marias, der Mutter der Zärtlichkeit, damit sich unser Herz nicht verhärte.

In brüderlicher Verbundenheit,

FRANZISKUS

Aus dem Vatikan, am 28. Dezember 2016
Fest der Unschuldigen Kinder

[00008-DE.01] [Originalsprache: Italienisch - Arbeitsübersetzung]

Traduzione in lingua spagnola

Querido hermano:

Hoy, día de los Santos Inocentes, mientras continúan resonando en nuestros corazones las palabras del ángel a los pastores: «Os traigo una buena noticia, una gran alegría para todo el pueblo: Hoy, en la ciudad de David, os ha nacido un Salvador» (Lc 2,10-11), siento la necesidad de escribirte. Nos hace bien escuchar una y otra vez este anuncio; volver a escuchar que Dios está en medio de nuestro pueblo. Esta certeza que renovamos año a año es fuente de nuestra alegría y esperanza.

Durante estos días podemos experimentar cómo la liturgia nos toma de la mano y nos conduce al corazón de la Navidad, nos introduce en el Misterio y nos lleva paulatinamente a la fuente de la alegría cristiana.

Como pastores hemos sido llamados para ayudar a hacer crecer esta alegría en medio de nuestro pueblo. Se nos pide cuidar esta alegría. Quiero renovar contigo la invitación a no dejarnos robar esta alegría, ya que muchas veces desilusionados –y no sin razones– con la realidad, con la Iglesia, o inclusive desilusionados de nosotros mismos, sentimos la tentación de apegarnos a una tristeza dulzona, sin esperanza, que se apodera de los corazones (cf. Exhorta. Ap. Evangelii gaudium, 83).

La Navidad, mal que nos pese, viene acompañada también del llanto. Los evangelistas no se permitieron disfrazar la realidad para hacerla más creíble o apetecible. No se permitieron realizar un discurso «bonito» pero irreal. Para ellos la Navidad no era refugio fantasioso en el que esconderse frente a los desafíos e injusticias de su tiempo. Al contrario, nos anuncian el nacimiento del Hijo de Dios también envuelto en una tragedia de dolor. Citando al profeta Jeremías, el evangelista Mateo lo presenta con gran crudeza: «En Ramá se oyó una voz, hubo lágrimas y gemidos: es Raquel, que llora a sus hijos» (2,18). Es el gemido de dolor de las madres que lloran las muertes de sus hijos inocentes frente a la tiranía y ansia de poder desenfrenada de Herodes.

Un gemido que hoy también podemos seguir escuchando, que nos llega al alma y que no podemos ni queremos ignorar ni callar. Hoy en nuestros pueblos, lamentablemente –y lo escribo con profundo dolor–, se sigue escuchando el gemido y el llanto de tantas madres, de tantas familias, por la muerte de sus hijos, de sus hijos inocentes.

Contemplar el pesebre es también contemplar este llanto, es también aprender a escuchar lo que acontece a su alrededor y tener un corazón sensible y abierto al dolor del prójimo, más especialmente cuando se trata de niños, y también es tener la capacidad de asumir que hoy se sigue escribiendo ese triste capítulo de la historia. Contemplar el pesebre aislándolo de la vida que lo circunda sería hacer de la Navidad una linda fabula que nos generaría buenos sentimientos pero nos privaría de la fuerza creadora de la Buena Noticia que el Verbo Encarnado nos quiere regalar. Y la tentación existe.

¿Será que la alegría cristiana se puede vivir de espaldas a estas realidades? ¿Será que la alegría cristiana puede realizarse ignorando el gemido del hermano, de los niños?

San José fue el primer invitado a custodiar la alegría de la Salvación. Frente a los crímenes atroces que estaban sucediendo, san José –testimonio del hombre obediente y fiel– fue capaz de escuchar la voz de Dios y la misión que el Padre le encomendaba. Y porque supo escuchar la voz de Dios y se dejó guiar por su voluntad, se volvió más sensible a lo que le rodeaba y supo leer los acontecimientos con realismo.

Hoy también a nosotros, Pastores, se nos pide lo mismo, que seamos hombres capaces de escuchar y no ser sordos a la voz del Padre, y así poder ser más sensibles a la realidad que nos rodea. Hoy, teniendo como modelo a san José, estamos invitados a no dejar que nos roben la alegría. Estamos invitados a custodiarla de los Herodes de nuestros días. Y al igual que san José, necesitamos coraje para asumir esta realidad, para levantarnos y tomarla entre las manos (cf. Mt 2,20). El coraje de protegerla de los nuevos Herodes de nuestros días, que fagocitan la inocencia de nuestros niños. Una inocencia desgarrada bajo el peso del trabajo clandestino y esclavo, bajo el peso de la prostitución y la explotación. Inocencia destruida por las guerras y la emigración forzada, con la pérdida de todo lo que esto conlleva. Miles de nuestros niños han caído en manos de pandilleros, de mafias, de mercaderes de la muerte que lo único que hacen es fagocitar y explotar su necesidad.

A modo de ejemplo, hoy en día 75 millones de niños –debido a las emergencias y crisis prolongadas– han tenido que interrumpir su educación. En 2015, el 68 por ciento de todas las personas objeto de trata sexual en el mundo eran niños. Por otro lado, un tercio de los niños que han tenido que vivir fuera de sus países ha sido por desplazamientos forzosos. Vivimos en un mundo donde casi la mitad de los niños menores de 5 años que mueren ha sido a causa de malnutrición. En el año 2016, se calcula que 150 millones de niños han realizado trabajo infantil viviendo muchos de ellos en condición de esclavitud. De acuerdo al último informe elaborado por UNICEF, si la situación mundial no se revierte, en 2030 serán 167 millones los niños que vivirán en la extrema pobreza, 69 millones de niños menores de 5 años morirán entre 2016 y 2030, y 60 millones de niños no asistirán a la escuela básica primaria.

Escuchemos el llanto y el gemir de estos niños; escuchemos el llanto y el gemir también de nuestra madre Iglesia, que llora no sólo frente al dolor causado en sus hijos más pequeños, sino también porque conoce el pecado de algunos de sus miembros: el sufrimiento, la historia y el dolor de los menores que fueron abusados sexualmente por sacerdotes. Pecado que nos avergüenza. Personas que tenían a su cargo el cuidado de esos pequeños han destrozado su dignidad. Esto lo lamentamos profundamente y pedimos perdón. Nos unimos al dolor de las víctimas y a su vez lloramos el pecado. El pecado por lo sucedido, el pecado de omisión de asistencia, el pecado de ocultar y negar, el pecado del abuso de poder. La Iglesia también llora con amargura este pecado de sus hijos y pide perdón. Hoy, recordando el día de los Santos Inocentes, quiero que renovemos todo nuestro empeño para que estas atrocidades no vuelvan a suceder entre nosotros. Tomemos el coraje necesario para implementar todas las medidas necesarias y proteger en todo la vida de nuestros niños, para que tales crímenes no se repitan más. Asumamos clara y lealmente la consigna «tolerancia cero» en este asunto.

La alegría cristiana no es una alegría que se construye al margen de la realidad, ignorándola o haciendo como si no existiese. La alegría cristiana nace de una llamada –la misma que tuvo san José– a tomar y cuidar la vida, especialmente la de los santos inocentes de hoy. La Navidad es un tiempo que nos interpela a custodiar la vida y ayudarla a nacer y crecer; a renovarnos como pastores de coraje. Ese coraje que genera dinámicas capaces de tomar conciencia de la realidad que muchos de nuestros niños hoy están viviendo y trabajar para garantizarles los mínimos necesarios para que su dignidad como hijos de Dios sea no sólo respetada sino, sobre todo, defendida.

No dejemos que les roben la alegría. No nos dejemos robar la alegría, cuidémosla y ayudémosla a crecer.

Hagámoslo esto con la misma fidelidad paternal de san José y de la mano de María, la Madre de la ternura, para que no se nos endurezca el corazón.

Con fraternal afecto,

FRANCISCO

Vaticano, 28 de diciembre de 2016
Fiesta de los Santos Inocentes, Mártires

[00008-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Querido irmão!

Hoje, dia dos Santos Inocentes, enquanto continuam a ressoar nos nossos corações as palavras do anjo aos pastores «anuncio-vos uma grande alegria, que o será para todo o povo: Hoje, na cidade de David, nasceu-vos um Salvador» (Lc 2, 10-11), senti necessidade de te escrever. Faz-nos bem ouvir uma vez mais este anúncio; ouvir dizer de novo que Deus está no meio do nosso povo. Esta certeza, que renovamos de ano para ano, é fonte da nossa alegria e da nossa esperança.

Nestes dias, podemos experimentar como a liturgia nos toma pela mão e conduz ao coração do Natal, introduzindo-nos no Mistério e levando-nos pouco a pouco à fonte da alegria cristã.

Como pastores, fomos chamados para ajudar a fazer crescer esta alegria no meio do nosso povo. É-nos pedido que cuidemos desta alegria. Desejo, contigo, renovar o convite a que não nos deixemos roubar esta alegria, pois muitas vezes desiludidos – não sem razão – com a realidade, com a Igreja, ou mesmo desiludidos com nós próprios, sentimos a tentação de nos apegar a uma tristeza melosa, sem esperança, que se apodera dos corações (cf. Exort. ap. Evangelii gaudium, 83).

A nosso malgrado, o Natal é acompanhado também pelo pranto. Os evangelistas não se permitiram mascarar a realidade para a tornar mais credível ou atraente; não se permitiram criar um fraseado «bonito», mas irreal; para eles, o Natal não era um refúgio imaginário onde esconder-se perante os desafios e injustiças do seu tempo. Ao contrário, anunciam-nos o nascimento do Filho de Deus envolvido também numa tragédia de dor. No-lo apresenta com grande crueza o evangelista Mateus, citando o profeta Jeremias: «Ouviu-se uma voz em Ramá, uma lamentação e um grande pranto; é Raquel que chora os seus filhos» (2, 18). É o gemido de dor das mães que choram a morte de seus filhos inocentes, causada pela tirania e desenfreada sede de poder de Herodes.

Um gemido que podemos continuar a ouvir também hoje, que nos toca a alma e que não podemos nem queremos ignorar ou silenciar. Hoje, entre o nosso povo, infelizmente – escrevo-o com profundo pesar –, ouve-se ainda a lamentação e o pranto de tantas mães, de tantas famílias, pela morte dos seus filhos, dos seus filhos inocentes.

Contemplar o presépio é também contemplar este pranto, é também aprender a escutar o que acontece em redor e ter um coração sensível e aberto à dor do próximo, especialmente quando se trata de crianças, e é também ser capaz de reconhecer que ainda hoje se está a escrever este triste capítulo da história. Contemplar o presépio, isolando-o da vida que o circunda, seria fazer do Natal uma linda fábula que despertaria em nós bons sentimentos, mas privar-nos-ia da força criadora da Boa Nova que o Verbo Encarnado nos quer dar. E a tentação existe...

Pode-se viver a alegria cristã, voltando as costas a estas realidades? Pode-se realizar a alegria cristã, ignorando o gemido do irmão, das crianças?

O primeiro chamado a guardar a alegria da Salvação foi São José. Perante os crimes atrozes que estavam a acontecer, São José – exemplo de homem obediente e fiel – foi capaz de ouvir a voz de Deus e a missão que o Pai lhe confiava. E porque soube ouvir a voz de Deus e se deixou guiar pela sua vontade, tornou-se mais sensível àquilo que o rodeava e soube ler, com realismo, os acontecimentos.

Hoje é pedido o mesmo também a nós, pastores: ser homens capazes de ouvir sem ser surdos à voz do Pai e, deste modo, poder ser mais sensíveis à realidade que nos rodeia. Hoje, tendo por modelo São José, somos convidados a não deixar que nos roubem a alegria; somos convidados a defendê-la dos Herodes dos nossos dias. E precisamos de coragem, como São José, para aceitar esta realidade, levantar-nos e meter-lhe mãos (cf. Mt 2, 20). A coragem para a proteger dos novos Herodes dos nossos dias, que malbaratam a inocência das nossas crianças. Uma inocência dilacerada sob o peso do trabalho ilegal e escravo, sob o peso da prostituição e da exploração. Inocência destruída pelas guerras e pela emigração forçada com a perda de tudo o que isso implica. Milhares de crianças nossas caíram nas mãos de bandidos, de máfias, de mercadores de morte cuja única coisa que fazem é malbaratar e explorar as suas necessidades.

Hoje, apenas como exemplo, 75 milhões de crianças – por causa das emergências e das crises prolongadas – tiveram de interromper a sua instrução. Em 2015, 68% da totalidade das pessoas objeto de tráfico sexual no mundo eram crianças. Por outro lado, um terço das crianças que tiveram de viver fora do seu país, fê-lo por deslocamento forçado. Vivemos num mundo onde quase metade das crianças que morrem com menos de 5 anos é por desnutrição. Calcula-se que, no ano de 2016, 150 milhões de crianças realizaram um trabalho infantil, muitas delas vivendo em condições de escravidão. Segundo o último relatório elaborado pela UNICEF, se a situação mundial não mudar, em 2030 serão 167 milhões as crianças que viverão em pobreza extrema, 69 milhões de crianças com menos de 5 anos morrerão entre 2016 e 2030, e 60 milhões de crianças não frequentarão a escolaridade básica.

Ouçamos o pranto e a lamentação destas crianças; ouçamos também o pranto e a lamentação da nossa mãe Igreja, que chora não apenas pela dor provocada aos seus filhos mais pequeninos, mas também porque conhece o pecado de alguns dos seus membros: o sofrimento, a história e a dor dos menores que foram abusados sexualmente por sacerdotes. Pecado que nos cobre de vergonha. Pessoas que tinham à sua responsabilidade o cuidado destas crianças, destruíram a sua dignidade. Deploramos isso profundamente e pedimos perdão. Solidarizamo-nos com a dor das vítimas e, por nossa vez, choramos o pecado: o pecado que aconteceu, o pecado de omissão de assistência, o pecado de esconder e negar, o pecado de abuso de poder. Também a Igreja chora amargamente este pecado dos seus filhos e pede perdão. Hoje, recordando o dia dos Santos Inocentes, quero que renovemos o nosso empenho total para que tais atrocidades não voltem a acontecer entre nós. Revistamo-nos da coragem necessária para promover todos os meios necessários e proteger em tudo a vida das nossas crianças, para que tais crimes nunca mais se repitam. Assumamos, clara e lealmente, a determinação «tolerância zero» neste campo.

A alegria cristã não é uma alegria que se constrói à margem da realidade, ignorando-a ou fazendo de conta que não existe. A alegria cristã nasce duma chamada – a mesma que recebeu São José – para «tomar» e proteger a vida, especialmente a dos santos inocentes de hoje. O Natal é um tempo que nos desafia a guardar a vida e ajudá-la a nascer e crescer; a renovar-nos como pastores corajosos. Esta coragem que gera dinâmicas capazes de tomar consciência da realidade que estão a viver hoje muitas das nossas crianças e de trabalhar por lhes garantir as condições necessárias para que a sua dignidade de filhos de Deus seja não só respeitada, mas também e sobretudo defendida.

Não deixemos que lhes roubem a alegria. Não nos deixemos roubar a alegria, guardemo-la e ajudemo-la a crescer.

Façamos isto com a mesma fidelidade paterna de São José e deixando-nos guiar pela mão de Maria, a Mãe da ternura, para que não se endureça o nosso coração.

Com fraterna estima,

FRANCISCO

Vaticano, 28 de dezembro de 2016
Festa dos Santos Inocentes, Mártires

[00008-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drogi Bracie,

Dziś, w dniu świętych Młodzianków, gdy nadal rozbrzmiewają w naszych sercach słowa anioła skierowane do pasterzy: „Oto zwiastuję wam radość wielką, która będzie udziałem całego narodu: dziś w mieście Dawida narodził się wam Zbawiciel, którym jest Mesjasz, Pan” (Łk 2,10-11), czuję potrzebę, aby do Ciebie napisać. Dobrze byśmy usłyszeli po raz kolejny tę zapowiedź; posłyszeli raz jeszcze, że Bóg jest pośród naszego ludu. Ta pewność, którą ponawiamy co roku jest źródłem naszej radości i nadziei.

W tych dniach możemy doświadczyć, jak liturgia bierze nas za rękę i prowadzi do serca Bożego Narodzenia, wprowadza nas w tajemnicę i stopniowo prowadzi nas do źródła chrześcijańskiej radości.

Jako pasterze jesteśmy powołani, aby pomóc w rozwijaniu tej radości pośród naszego ludu. Jesteśmy wezwani do troski o tę radość. Pragnę ponowić wraz z Tobą zachętę, abyśmy nie pozwoli sobie ukraść tej radości, ponieważ wiele razy jesteśmy rozczarowani – i to nie bez powodu – rzeczywistością, Kościołem, a nawet, rozczarowani samymi sobą, przeżywamy pokusę przywiązania do słodkawego smutku bez nadziei, który opanowuje serce (por. Adhort. apost. Evangelii gaudium, 83).

Bożemu Narodzeniu, mimo naszych wysiłków, towarzyszą niestety również łzy. Ewangeliści nie pozwalali sobie na ukrywanie rzeczywistości, aby czynić ją bardziej wiarygodną lub atrakcyjną. Nie pozwolili sobie na mowę „piękną”, lecz nierealną. Dla nich Boże Narodzenie nie było wymyślonym schronieniem, w którym można by się ukryć w obliczu wyzwań i niesprawiedliwości ich czasu. Wręcz przeciwnie, głoszą nam również narodziny Syna Bożego otoczone tragedią cierpienia. Cytując proroka Jeremiasza, Ewangelista Mateusz przedstawia je z wielkim okrucieństwem: „Krzyk usłyszano w Rama, płacz i jęk wielki. Rachel opłakuje swe dzieci i nie chce utulić się w żalu, bo ich już nie ma” (2,18). Jest to krzyk bólu matek, które opłakują śmierć swoich niewinnych dzieci w obliczu tyranii i nieokiełznanej żądzy władzy Heroda.

Jest to jęk, który możemy nadal słyszeć także dzisiaj, który porusza naszą duszę i którego nie chcemy pomijać lub uciszać. Dziś niestety pośród naszego ludu – a piszę to z głębokim smutkiem – nadal słychać krzyki i łzy wielu matek, wielu rodzin, z powodu śmierci swoich dzieci, swoich niewinnych dzieci.

Kontemplowanie żłóbka jest również kontemplowaniem tego płaczu, a także uczeniem się słuchania tego, co dzieje się wokół oraz posiadaniem serca wrażliwego i otwartego na cierpienie bliźniego, zwłaszcza, gdy chodzi o dzieci. Jest to również zdolność uznania, że także dzisiaj pisany jest ten smutny rozdział historii. Kontemplowanie żłóbka w oddzieleniu od otaczającego go życia byłoby czynieniem z Bożego Narodzenia pięknej bajki, która wzbudzałaby w nas dobre uczucia, ale pozbawiałaby nas twórczej mocy Dobrej Nowiny, jaką pragnie nas obdarzyć Słowo Wcielone. A pokusa istnieje.

Czy można żyć radością chrześcijańską odwracając się plecami do tych realiów? Czy można osiągnąć chrześcijańską radość pomijając jęk brata, jęk dzieci?

Święty Józef był pierwszym powołanym do strzeżenia radości zbawienia. W obliczu zachodzących okrutnych zbrodni święty Józef – wzór człowieka posłusznego i wiernego – potrafił usłyszeć głos Boga i przyjąć misję, którą powierzył mu Ojciec. A ponieważ potrafił słuchać głosu Boga i pozwolił się prowadzić Jego woli, stał się bardziej wrażliwy na to, co go otaczało i umiał realistycznie odczytywać wydarzenia.

Dzisiaj także od nas, pasterzy wymaga się tego samego – abyśmy byli ludźmi zdolnymi do słuchania i nie byli głusi na głos Ojca, abyśmy mogli w ten sposób być bardziej wrażliwymi na otaczającą nas rzeczywistość. Dziś, biorąc za wzór świętego Józefa, jesteśmy zachęcani, byśmy nie pozwolili, żeby nam ukradziono radość. Jesteśmy zachęceni, aby jej bronić przed współczesnymi Herodami. I podobnie jak św. Józef potrzebujemy odwagi, aby zaakceptować tę rzeczywistość, aby powstać i wziąć ją w ręce (por. Mt 2,20). Odwagi, aby ją bronić przed nowymi Herodami naszych dni, którzy pożerają niewinność naszych dzieci. Niewinność złamaną pod ciężarem nielegalnej i niewolniczej pracy, pod ciężarem prostytucji i wyzysku. Niewinność zniszczoną przez wojny i przymusową emigrację wraz z utratą wszystkiego, co za tym idzie. Tysiące naszych dzieci wpadły w ręce bandytów, mafii, handlarzy śmierci, którzy jedynie pożerają i wyzyskują ich potrzeby.

Tytułem przykładu obecnie 75 milionów dzieci musiało przerwać naukę z powodu katastrof i przewlekłych kryzysów. W roku 2015 dzieci stanowiły na całym świecie 68 proc. wszystkich ofiar handlu ludźmi dla celów seksualnych. Z drugiej strony, jedna trzecia dzieci, które musiały żyć poza swoją ojczyzną, padła ofiarą przymusowych wysiedleń. Żyjemy w świecie, gdzie przyczyną śmierci niemal połowy dzieci umierających w wieku poniżej 5 lat jest niedożywienie. Szacuje się, że w 2016 roku 150 milionów dzieci było zmuszonych do pracy, wiele z nich żyjąc w warunkach niewoli. Według najnowszego raportu przygotowanego przez UNICEF, jeśli sytuacja na świecie się nie zmieni, to w 2030 roku 167 milionów dzieci, będzie żyło w skrajnym ubóstwie, 69 mln dzieci poniżej 5 lat umrze między rokiem 2016 a 2030 i 60 milionów dzieci nie będzie uczestniczyć w edukacji podstawowej.

Wysłuchajmy płaczu i jęku tych dzieci; posłuchajmy także płaczu i zawodzenia Matki Kościoła, która opłakuje nie tylko cierpienie zadane jego najmniejszym dzieciom, ale także dlatego, że zna grzech niektórych swoich członków: cierpienie, historie i ból nieletnich, którzy byli wyzyskiwani seksualnie przez księży. Grzech, który nas ​​zawstydza. Ludzie, którzy ponosili odpowiedzialność za opiekę nad tymi dziećmi, zniszczyli ich godność. Wyrażamy głębokie ubolewanie z tego powodu i prosimy o przebaczenie. Łączymy się w żalu z ofiarami i ze swej strony opłakujemy grzech. Grzech z powodu tego, co się stało, grzech zaniechania pomocy, grzech ukrywania i zaprzeczania, grzech nadużycia władzy. Również Kościół gorzko opłakuje ten grzech swoich dzieci i prosi o przebaczenie. Dziś, wspominając dzień Świętych Młodzianków, chcę, abyśmy ponowili całe nasze zaangażowanie, aby takie przestępstwa nigdy więcej między nami nie miały miejsca. Odnajdźmy niezbędną odwagę, aby promować wszystkie niezbędne środki i w pełni chronić życie naszych dzieci, aby takie przestępstwa nigdy więcej się nie powtórzyły. Utożsamiajmy się wyraźnie i lojalnie z nakazem „zero tolerancji” w tej dziedzinie.

Radość chrześcijańska nie jest radością, którą buduje się na skraju rzeczywistości, pomijając ją lub udając, że nie istnieje. Radość chrześcijańska rodzi się z powołania – tego samego, które otrzymał św. Józef – aby „wziąć” i chronić życie, zwłaszcza życie świętych młodzianków dnia dzisiejszego. Boże Narodzenie to czas, który wzywa nas, by strzec życia i pomagać się jemu urodzić i rozwijać; udoskonalać się jako odważni pasterze. Tą odwagą, która rodzi dynamiki zdolne do uświadomienia sobie rzeczywistości, w jakiej żyje wiele naszych dzieci, aby działać na rzecz zapewnienia im niezbędnych warunków, żeby ich godność dzieci Bożych była nie tylko respektowana, ale przede wszystkim broniona.

Nie pozwólmy aby je okradziono z radości. Nie dajmy sobie ukraść radości, strzeżmy jej i pomagajmy się jej rozwijać.

Czyńmy to z ojcowską wiernością świętego Józefa, trzymani za rękę przez Maryję, Matkę czułości, aby nasze serce nie stało się zatwardziałe.

Z braterską miłością,

FRANCISZEK

Watykan, 28 grudnia 2016
Święto Świętych Młodzianków, Męczenników

[00008-PL.01] [Testo originale: Italiano]

[B0004-XX.02]