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Celebrazione dei primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e “Te Deum” di ringraziamento per l’anno trascorso, 31.12.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua araba

Alle ore 17 di oggi, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto i primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, cui ha fatto seguito l’esposizione del Santissimo Sacramento, il canto del tradizionale inno Te Deum di ringraziamento a conclusione dell’anno civile, e la Benedizione Eucaristica.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della celebrazione dei Vespri:

Omelia del Santo Padre

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

Risuonano con forza queste parole di san Paolo. In modo breve e conciso ci introducono nel progetto che Dio ha per noi: che viviamo come figli. Tutta la storia della salvezza trova eco qui: colui che non era soggetto alla legge decise, per amore, di perdere ogni tipo di privilegio (privus legis) ed entrare attraverso il luogo meno atteso per liberare noi che, sì, eravamo sotto la legge. E la novità è che decise di farlo nella piccolezza e nella fragilità di un neonato; decise di avvicinarsi personalmente e nella sua carne abbracciare la nostra carne, nella sua debolezza abbracciare la nostra debolezza, nella sua piccolezza coprire la nostra. In Cristo Dio non si è mascherato da uomo, si è fatto uomo e ha condiviso in tutto la nostra condizione. Lungi dall’essere chiuso in uno stato di idea o di essenza astratta, ha voluto essere vicino a tutti quelli che si sentono perduti, mortificati, feriti, scoraggiati, sconsolati e intimiditi. Vicino a tutti quelli che nella loro carne portano il peso della lontananza e della solitudine, affinché il peccato, la vergogna, le ferite, lo sconforto, l’esclusione non abbiano l’ultima parola nella vita dei suoi figli.

Il presepe ci invita a fare nostra questa logica divina. Una logica non centrata sul privilegio, sulle concessioni, sui favoritismi; si tratta della logica dell’incontro, della vicinanza e della prossimità. Il presepe ci invita ad abbandonare la logica delle eccezioni per gli uni ed esclusioni per gli altri. Dio viene Egli stesso a rompere la catena del privilegio che genera sempre esclusione, per inaugurare la carezza della compassione che genera inclusione, che fa splendere in ogni persona la dignità per la quale è stata creata. Un bambino in fasce ci mostra la potenza di Dio che interpella come dono, come offerta, come fermento e opportunità per creare una cultura dell’incontro.

Non possiamo permetterci di essere ingenui. Sappiamo che da varie parti siamo tentati di vivere in questa logica del privilegio che ci separa-separando, che ci esclude-escludendo, che ci rinchiude-rinchiudendo i sogni e la vita di tanti nostri fratelli.

Oggi, davanti al bambino Gesù, vogliamo ammettere di avere bisogno che il Signore ci illumini, perché non sono poche le volte in cui sembriamo miopi o rimaniamo prigionieri di un atteggiamento marcatamente integrazionista di chi vuole per forza far entrare gli altri nei propri schemi. Abbiamo bisogno di questa luce, che ci faccia imparare dai nostri stessi errori e tentativi al fine di migliorarci e superarci; di questa luce che nasce dall’umile e coraggiosa consapevolezza di chi trova la forza, ogni volta, di rialzarsi e ricominciare.

Mentre un altro anno volge al termine, sostiamo davanti al presepe, per ringraziare di tutti i segni della generosità divina nella nostra vita e nella nostra storia, che si è manifestata in mille modi nella testimonianza di tanti volti che anonimamente hanno saputo rischiare. Ringraziamento che non vuole essere nostalgia sterile o vano ricordo del passato idealizzato e disincarnato, bensì memoria viva che aiuti a suscitare la creatività personale e comunitaria perché sappiamo che Dio è con noi. Dio è con noi!

Sostiamo davanti al presepe per contemplare come Dio si è fatto presente durante tutto questo anno e così ricordarci che ogni tempo, ogni momento è portatore di grazia e di benedizione. Il presepe ci sfida a non dare nulla e nessuno per perduto. Guardare il presepe significa trovare la forza di prendere il nostro posto nella storia senza lamentarci e amareggiarci, senza chiuderci o evadere, senza cercare scorciatoie che ci privilegino. Guardare il presepe implica sapere che il tempo che ci attende richiede iniziative piene di audacia e di speranza, come pure di rinunciare a vani protagonismi o a lotte interminabili per apparire.

Guardare il presepe è scoprire come Dio si coinvolge coinvolgendoci, rendendoci parte della sua opera, invitandoci ad accogliere con coraggio e decisione il futuro che ci sta davanti.

E guardando il presepe incontriamo i volti di Giuseppe e di Maria. Volti giovani carichi di speranze e di aspirazioni, carichi di domande. Volti giovani che guardano avanti con il compito non facile di aiutare il Dio-Bambino a crescere. Non si può parlare di futuro senza contemplare questi volti giovani e assumere la responsabilità che abbiamo verso i nostri giovani; più che responsabilità, la parola giusta è debito, sì, il debito che abbiamo con loro. Parlare di un anno che finisce è sentirci invitati a pensare a come ci stiamo interessando al posto che i giovani hanno nella nostra società.

Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna, ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società. Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro, ma li discriminiamo e li “condanniamo” a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse.

Siamo invitati a non essere come il locandiere di Betlemme che davanti alla giovane coppia diceva: qui non c’è posto. Non c’era posto per la vita, non c’era posto per il futuro. Ci è chiesto di prendere ciascuno il proprio impegno, per poco che possa sembrare, di aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1). Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale (cfr Discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, 6 maggio 2016).

Guardare il presepe ci sfida ad aiutare i nostri giovani perché non si lascino disilludere davanti alle nostre immaturità, e stimolarli affinché siano capaci di sognare e di lottare per i loro sogni. Capaci di crescere e diventare padri e madri del nostro popolo.

Davanti all’anno che finisce, come ci fa bene contemplare il Dio-Bambino! È un invito a tornare alle fonti e alle radici della nostra fede. In Gesù la fede si fa speranza, diventa fermento e benedizione: «Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 3).

[02092-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

« Lorsqu’est venue la plénitude des temps, Dieu a envoyé son Fils, né d’une femme et soumis à la loi de Moïse, afin de racheter ceux qui étaient soumis à la Loi et pour que nous soyons adoptés comme fils » (Ga 4, 4-5).

Ces paroles de saint Paul résonnent avec force. De manière brève et concise, elles nous introduisent dans le projet que Dieu a pour nous : que nous vivions comme fils. Toute l’histoire du salut trouve ici un écho : celui qui n’était pas sujet de la loi décida, par amour, de perdre tout type de privilège (privus legis) et d’entrer par le lieu le moins attendu pour nous libérer nous qui, oui, étions sous la loi. Et la nouveauté est qu’il décida de le faire dans la petitesse et dans la fragilité d’un nouveau-né ; il décida de s’approcher personnellement et, dans sa chair d’embrasser notre chair, dans sa faiblesse d’embrasser notre faiblesse, dans sa petitesse de couvrir la nôtre. Dans le Christ, Dieu ne s’est pas déguisé en homme, il s’est fait homme et a partagé en tout notre condition. Loin d’être enfermé dans un état d’idée ou d’essence abstraite, il a voulu être proche de tous ceux qui se sentent perdus, mortifiés, blessés, découragés, affligés et intimidés. Proche de tous ceux qui dans leur chair portent le poids de l’éloignement et de la solitude, afin que le péché, la honte, les blessures, le découragement, l’exclusion n’aient pas le dernier mot dans la vie de ses enfants.

La crèche nous invite à faire nôtre cette logique divine. Une logique qui n’est pas centrée sur le privilège, sur les concessions, sur les favoritismes ; il s’agit de la logique de la rencontre, du voisinage et de la proximité. La crèche nous invite à abandonner la logique des exceptions pour les uns et des exclusions pour les autres. Dieu vient lui-même rompre la chaîne du privilège qui produit toujours l’exclusion, pour inaugurer la caresse de la compassion qui produit l’inclusion, qui fait resplendir en toute personne la dignité pour laquelle elle a été créée. Un enfant dans les langes nous montre la puissance de Dieu qui interpelle comme don, comme offrande, comme ferment et opportunité pour créer une culture de la rencontre.

Nous ne pouvons pas nous permettre d’être naïfs. Nous savons que de différentes parts nous sommes tentés de vivre dans cette logique du privilège qui nous sépare-en séparant, qui nous exclue-en excluant, qui nous enferme-en enfermant les rêves et la vie de tant de nos frères.

Aujourd’hui, devant l’enfant Jésus, nous voulons admettre d’avoir besoin que le Seigneur nous éclaire, parce que souvent nous semblons myopes ou nous demeurons prisonniers de l’attitude intégrationniste bien marquée de celui qui veut par force faire entrer les autres dans ses propres schémas. Nous avons besoin de cette lumière, qui nous fait apprendre de nos propres erreurs et tentatives afin de nous améliorer et de nous dépasser ; de cette lumière qui naît de l’humble et courageuse conscience de celui qui trouve la force, chaque fois, de se relever et de recommencer.

Alors qu’une année de plus arrive à son terme, arrêtons-nous devant la crèche, pour remercier de tous les signes de la générosité divine dans notre vie et dans notre histoire, qui s’est manifestée de mille manières dans le témoignage de nombreux visages qui, anonymement, ont su risquer. Remerciement qui ne veut pas être nostalgie stérile ou vain souvenir du passé idéalisé et désincarné, mais bien mémoire vivante qui aide à susciter la créativité personnelle et communautaire parce que nous savons que Dieu est avec nous. Dieu est avec nous.

Arrêtons-nous devant la crèche pour contempler comment Dieu s’est fait présent durant toute cette année et nous rappeler ainsi que chaque époque, chaque moment est porteur de grâce et de bénédiction. La crèche nous provoque à ne donner rien ni personne pour perdu. Regarder la crèche signifie trouver la force de prendre notre place dans l’histoire sans nous plaindre et nous attrister, sans nous fermer ou nous évader, sans chercher de faux-fuyants qui nous privilégient. Regarder la crèche implique de savoir que le temps qui nous attend demande des initiatives pleines d’audace et d’espérance, ainsi que de renoncer à vouloir vainement être le premier ou à des luttes interminables pour paraître.

Regarder la crèche c’est découvrir comment Dieu s’implique en nous associant, en nous rendant partie prenante de son œuvre, en nous invitant à accueillir avec courage et décision l’avenir qui est devant nous.

Regardant la crèche nous rencontrons les visages de Joseph et de Marie. Visages jeunes chargés d’espérance et d’aspirations, chargés de questions. Visages jeunes qui regardent en avant avec la tâche difficile d’aider l’Enfant-Dieu à grandir. On ne peut parler d’avenir sans contempler ces visages jeunes et assumer la responsabilité que nous avons envers nos jeunes ; plus que responsabilité, la parole juste est dette, oui, la dette que nous avons envers eux. Parler d’une année qui finit c’est nous sentir invités à penser comment nous nous sommes intéressés à la place que les jeunes ont dans notre société.

Nous avons créé une culture qui, d’une part, idolâtre la jeunesse cherchant à la rendre éternelle ; mais, paradoxalement, nous avons condamné nos jeunes à ne pas avoir d’espace de réelle insertion, parce que nous les avons lentement marginalisés de la vie publique, les obligeant à émigrer ou à mendier des occupations qui n’existent pas ou qui ne leur permettent pas de se projeter dans un lendemain. Nous avons privilégié la spéculation au lieu de travaux dignes et honnêtes qui leur permettent d’être des protagonistes actifs dans la vie de notre société. Nous attendons d’eux et exigeons qu’ils soient ferment d’avenir, mais nous les discriminons et les « condamnons » à frapper à des portes qui de plus demeurent fermées.

Nous sommes invités à ne pas être comme l’aubergiste de Bethléem qui devant le jeune couple disait : ici il n’y a pas de place. Il n’y avait pas de place pour la vie, il n’y avait pas de place pour l’avenir. Il nous est demandé de prendre chacun notre engagement, même s’il semble peu de chose, d’aider nos jeunes à retrouver, ici sur leur terre, dans leur patrie, des horizons concrets d’un avenir à construire. Ne nous privons pas de la force de leurs mains, de leurs esprits, de leurs capacité de prophétiser les rêves de leurs anciens (cf. Jl 3, 1). Si nous voulons viser un avenir qui soit digne d’eux, nous ne pourrons l’atteindre qu’en pariant sur une vraie inclusion : celle qui donne le travail digne, libre, créatif, participatif et solidaire (cf. Discours à l’occasion de la remise du Prix Charlemagne, 6 mai 2016).

Regarder la crèche nous provoque à aider nos jeunes pour qu’ils ne se laissent pas décevoir devant nos immaturités, et les stimuler afin qu’ils soient capables de rêver et de lutter pour leurs rêves. Capables de grandir et de devenir pères et mères de notre peuple.

Devant l’année qui finit, comme cela fait du bien de contempler l’Enfant-Dieu ! C’est une invitation à revenir aux sources et aux racines de notre foi. En Jésus la foi se fait espérance, elle devient ferment et bénédiction : « Il nous permet de relever la tête et de recommencer, avec une tendresse qui ne nous déçoit jamais et qui peut toujours nous rendre la joie » (Exhot. Apost. Evangelii gaudium, n. 3).

[02092-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“When the time had fully come, God sent forth his Son, born of a woman, born under the law, to redeem those who were under the law, so that we might receive adoption as sons” (Gal 4:4-5).

These words of Saint Paul are powerful. In a brief and concise way, they introduce God’s plan for us: he wants us to live as his sons and daughters. The whole of salvation history echoes in these words. He who was not subject to the law chose, out of love, to set aside every privilege and to appear in the most unexpected place in order to free us who were under the law. What is so surprising is that God accomplishes this through the smallness and vulnerability of a newborn child. He decides personally to draw near to us and in his flesh to embrace our flesh, in his weakness to embrace our weakness, in his littleness to envelop our littleness. In Christ, God did not put on a human mask; instead he became man and shared completely in our human condition. Far from remaining an idea or an abstract essence, he wanted to be close to all those who felt lost, demeaned, hurt, discouraged, inconsolable and frightened. Close to all those who in their bodies carry the burden of separation and loneliness, so that sin, shame, hurt, despair and exclusion would not have the final word in the lives of his sons and daughters.      

The manger invites us to make this divine “logic” our own. It is not a logic centred on privilege, exemptions or favours but one of encounter and closeness. The manger invites us to break with the logic of exceptions for some and exclusion for others. God himself comes to shatter the chains of privilege that always cause exclusion, in order to introduce the caress of compassion that brings inclusion, that makes the dignity of each person shine forth, the dignity for which he or she was created. A child in swaddling clothes shows us the power of God who approaches us as a gift, an offering, a leaven and opportunity for creating a culture of encounter.       

We cannot allow ourselves to be naïve. We know that we are tempted in various ways to adopt the logic of privilege that separates, excludes and closes us off, while separating, excluding and closing off the dreams and lives of so many of our brothers and sisters.

Today, before the little Child Jesus, we should acknowledge that we need the Lord to enlighten us, because all too often we end up being narrow-minded or prisoners of all-or-nothing attitude that would force others to conform to our own ideas. We need this light, which helps us learn from our mistakes and failed attempts in order to improve and surpass ourselves; this light born of the humble and courageous awareness of those who find the strength, time and time again, to rise up and start anew.   

As another year draws to an end, let us pause before the manger and express our gratitude to God for all the signs of his generosity in our life and our history, seen in countless ways through the witness of those people who quietly took a risk. A gratitude that is no sterile nostalgia or empty recollection of an idealized and disembodied past, but a living memory, one that helps to generate personal and communal creativity because we know that God is with us. God is with us.   

Let us pause before the manger to contemplate how God has been present throughout this year and to remind ourselves that every age, every moment is the bearer of graces and blessings. The manger challenges us not to give up on anything or anyone. To look upon the manger means to find the strength to take our place in history without complaining or being resentful, without closing in on ourselves or seeking a means of escape, looking for shortcuts in our own interest. Looking at the manger means recognizing that the times ahead call for bold and hope-filled initiatives, as well as the renunciation of vain self-promotion and endless concern with appearances.         

Looking at the manger means seeing how God gets involved by involving us, making us part of his work, inviting us to welcome the future courageously and decisively.

Looking at the manger, we see Joseph and Mary, their young faces full of hopes and aspirations, full of questions. Young faces that look to the future conscious of the difficult task of helping the God-Child to grow. We cannot speak of the future without reflecting on these young faces and accepting the responsibility we have for our young; more than a responsibility, the right word would be debt, yes, the debt we owe them. To speak of a year’s end is to feel the need to reflect on how concerned we are about the place of young people in our society.

We have created a culture that idolizes youth and seeks to make it eternal. Yet at the same time, paradoxically, we have condemned our young people to have no place in society, because we have slowly pushed them to the margins of public life, forcing them to migrate or to beg for jobs that no longer exist or fail to promise them a future. We have preferred speculation over dignified and genuine work that can allow young people to take active part in the life of society. We expect and demand that they be a leaven for the future, but we discriminate against them and “condemn” them to knock on doors that for the most part remain closed.   

We are asked to be something other than the innkeeper in Bethlehem who told the young couple: there is no room here. There was no room for life, there was no room for the future. Each of us is asked to take some responsibility, however small, for helping our young people to find, here in their land, in their own country, real possibilities for building a future. Let us not be deprived of the strength of their hands, their minds, and their ability to prophesy the dreams of their ancestors (cf. Jl 2:28). If we wish to secure a future worthy of them, we should do so by staking it on true inclusion: one that provides work that is worthy, free, creative, participatory and solidary (cf. Address at the Conferral of the Charlemagne Prize, 6 May 2016).   

Looking at the manger challenges us to help our young people not to become disillusioned by our own immaturity, and to spur them on so that they can be capable of dreaming and fighting for their dreams, capable of growing and becoming fathers and mothers of our people.         

As we come to the end of this year, we do well to contemplate the God-Child! Doing so invites us to return to the sources and roots of our faith. In Jesus, faith becomes hope; it becomes a leaven and a blessing. “With a tenderness which never disappoints, but is always capable of restoring our joy, Christ makes it possible for us to lift up our heads and to start anew” (Evangelii Gaudium, 3).         

[02092-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

 » Als aber die Zeit erfüllt war, sandte Gott seinen Sohn, geboren von einer Frau und dem Gesetz unterstellt, damit er die freikaufe, die unter dem Gesetz stehen, und damit wir die Sohnschaft erlangen « (Gal 4,4-5).

Kraftvoll erklingen diese Worte des heiligen Paulus. Kurz und bündig führen sie uns in den Plan ein, den Gott für uns hat, dass wir nämlich als seine Kinder leben. Die gesamte Heilsgeschichte hallt hier nach: Er, der dem Gesetz nicht unterstellt war, entschied sich aus Liebe, jede Art von Privileg (privus legis) aufzugeben und dort einzutreten, wo er am wenigsten erwartet wurde, um uns, die wir unter dem Gesetz standen, zu befreien. Und das Neue besteht darin, dass er entschied, es in der Kleinheit und Zerbrechlichkeit eines Neugeborenen zu tun; dass er entschied, persönlich näher zu kommen und in seinem Fleisch unser Fleisch zu umfassen, in seiner Schwäche unsere Schwäche anzunehmen, in seiner Kleinheit die unsere zu überdecken. In Christus hat Gott sich nicht als Mensch „verkleidet“, sondern ist Mensch geworden und unsere Befindlichkeit in allem geteilt. Weit davon entfernt, im Zustand einer Idee oder eines abstrakten Seins eingeschlossen zu sein, wollte er all denen nahe sein, die sich verloren, gedemütigt, verletzt, entmutigt, trostlos und eingeschüchtert fühlen. Nahe all denen, die in ihrem Fleisch die Last der Ferne und der Einsamkeit tragen, damit die Sünde, die Scham, die Verletzungen, die Trostlosigkeit und die Ausschließung nicht das letzte Wort haben im Leben seiner Kinder.

Die Krippe lädt uns ein, uns diese göttliche Logik zu Eigen zu machen. Es ist ein Denken, das nicht auf Privilegien, Zugeständnisse und Begünstigungen ausgerichtet ist; es geht um die Logik der Begegnung, der Nähe, der unmittelbaren Nachbarschaft. Die Krippe lädt uns ein, die Logik der Ausnahmen für die einen und der Ausschließungen für die anderen hinter uns zu lassen. Gott kommt selbst, um die Kette des Privilegs, das immer Ausschließung erzeugt, zu sprengen und die Liebkosung des Mitgefühls einzuführen, welche Einbeziehung bewirkt, die in jedem Menschen die Würde aufleuchten lässt, für die er erschaffen worden ist. Ein Kind in Windeln zeigt uns die Macht Gottes, der uns auf den Plan ruft – als Geschenk, als Angebot, als Ferment und als Gelegenheit, eine Kultur der Begegnung zu schaffen.

Wir können es uns nicht leisten, blauäugig zu sein. Wir wissen, dass wir von verschiedenen Seiten aus versucht sind, in dieser Logik des Privilegs zu leben, die uns trennt, indem sie andere der Abtrennung preisgibt, die uns aussondert, indem sie andere der Aussonderung preisgibt, die uns einschließt, indem sie die Träume und das Leben vieler unserer Brüder und Schwestern dem Eingeschlossensein preisgibt.

Heute, vor dem Jesuskind, wollen wir zugeben, dass wir es nötig haben, vom Herrn erleuchtet zu werden. Denn nicht selten erscheinen wir kurzsichtig oder bleiben in dem ausgeprägten Mainstream-Verhalten dessen verhaftet, der die anderen mit Gewalt in die eigenen Schemen pressen will. Wir brauchen dieses Licht, damit es uns aus unseren eigenen Fehlern und Versuchen lernen lässt, um uns zu bessern und uns selbst zu überwinden – dieses Licht, das in dem demütigen und mutigen Bewusstsein dessen aufleuchtet, der jedes Mal die Kraft findet, wieder aufzustehen und von neuem zu beginnen.

Während ein weiteres Jahr zu Ende geht, halten wir vor der Krippe inne, um für all die Zeichen der göttlichen Großherzigkeit in unserem Leben und in unserer Geschichte zu danken. Für Gottes Großherzigkeit, die sich auf tausenderlei Weise in dem Zeugnis der vielen Unbekannten gezeigt hat, die aufs Ganze gegangen sind. Unser Dank will nicht fruchtlose Nostalgie oder leere Erinnerung einer idealisierten und fleischlosen Vergangenheit sein, sondern ein lebendiges Gedenken, das helfen soll, die persönliche und gemeinschaftliche Kreativität anzuregen, weil wir wissen, dass Gott mit uns ist. Gott ist mit uns.

Wir halten vor der Krippe inne, um uns darauf zu besinnen, wie Gott während dieses ganzen Jahres gegenwärtig wurde. So erinnern wir uns daran, dass jede Zeit und jeder Moment Gnade und Segen in sich birgt. Die Krippe fordert uns auf, nichts und niemanden für verloren zu halten. Auf die Krippe zu schauen bedeutet, die Kraft zu finden, unseren Platz in der Geschichte einzunehmen, ohne zu klagen und verbittert zu sein, ohne uns zu verschließen oder auszubrechen, ohne Abkürzungen zu suchen, die uns privilegieren. Auf die Krippe zu schauen bedeutet auch zu wissen, dass die Zeit, die uns erwartet, Initiativen voller Wagemut und Hoffnung verlangt sowie den Verzicht auf leere Geltungssucht oder auf endlose Kämpfe, um in Erscheinung zu treten.

Auf die Krippe zu schauen heißt entdecken, wie Gott sich einbringt, indem er uns einbezieht, uns an seinem Werk teilhaben lässt und uns einlädt, mutig und entschlossen die Zukunft anzunehmen, die vor uns liegt.

Und beim Betrachten der Krippe begegnen wir den Gesichtern von Josef und Maria – jungen Gesichtern voller Hoffnungen und Bestrebungen, voller Fragen; jungen Gesichtern, die nach vorne schauen mit der nicht leichten Aufgabe, dem Gotteskind bei seinem Heranwachsen hilfreich zu sein. Man kann nicht von Zukunft reden, ohne diese jungen Gesichter zu betrachten und die Verantwortung auf sich zu nehmen, die wir gegenüber unseren Jugendlichen haben – besser als von „Verantwortung“ sollte man von „moralischer Pflicht“ sprechen – ja, die moralische Pflicht, die wir ihnen gegenüber haben. Über ein zu Ende gehendes Jahr zu sprechen bedeutet, sich zum Nachdenken darüber aufgefordert zu fühlen, wie wir uns um die Stellung kümmern, die die jungen Menschen in unserer Gesellschaft haben.

Wir haben eine Kultur geschaffen, die einerseits die Jugend vergöttert und versucht, diese Phase ewig hinauszuziehen, paradoxerweise aber haben wir andererseits unsere Jugendlichen dazu verurteilt, keinen Platz für eine wirkliche Eingliederung zu finden. Denn wir haben sie allmählich aus dem öffentlichen Leben ausgegrenzt und sie zur Auswanderung gezwungen oder dazu, um Beschäftigungen zu betteln, die entweder nicht existieren oder ihnen nicht gestatten, an ein Morgen zu denken. Anstelle von würdigen, echten Arbeiten, die ihnen erlauben, aktive Hauptfiguren im Leben unserer Gesellschaft zu sein, haben wir der Spekulation den Vorrang gegeben. Wir erwarten und fordern von ihnen, dass sie ein zukunftsorientiertes gestaltendes Element sind, aber wir diskriminieren sie und „verurteilen“ sie dazu, an Türen zu klopfen, die meist verschlossen bleiben.

Wir sind aufgefordert, nicht zu sein wie der Herbergsvater von Bethlehem, der zu dem jungen Paar sagte: Hier ist kein Platz. Es gab keinen Platz für das Leben, keinen Platz für die Zukunft. Von uns wird verlangt, dass jeder sich persönlich engagiert, so wenig es auch scheinen mag, um den jungen Menschen zu helfen, hier in ihrem Land, in ihrer Heimat wieder konkrete Horizonte für eine Zukunft zu finden, die sie aufbauen können. Bringen wir uns nicht um die Kraft ihrer Hände und ihres Geistes und um ihre Fähigkeit, prophetisch zu verkünden, was ihre Alten sich erträumten (vgl. Joël 3,1). Wenn wir eine Zukunft anstreben wollen, die ihrer würdig ist, können wir das nur erreichen, indem wir auf eine wahre Inklusion setzen: auf die, welche die würdige, freie, kreative, beteiligte und solidarische Arbeit gibt (vgl. Ansprache anlässlich der Verleihung des Karlspreises, 6. Mai 2016).

Auf die Krippe zu schauen fordert uns auf, unseren Jugendlichen zu helfen, damit sie sich nicht von unserer Unreife enttäuschen lassen, und sie anzuregen, damit sie fähig sind zu träumen und für ihre Träume zu kämpfen. Fähig zu wachsen und Väter und Mütter unseres Volkes zu werden.

Wie gut tut es uns, angesichts des scheidenden Jahres das Gotteskind zu betrachten! Es ist eine Einladung, an die Quellen und an die Wurzeln unseres Glaubens zurückzukehren. In Jesus wird der Glaube zur Hoffnung, wird er zu einem verwandelnden Element und zum Segen: » Mit einem Feingefühl, das uns niemals enttäuscht und uns immer die Freude zurückgeben kann, erlaubt er [Jesus] uns, das Haupt zu erheben und neu zu beginnen « (Apost. Schreiben Evangelii gaudium, 3).

[02092-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

«Cuando se cumplió el tiempo establecido, Dios envió a su Hijo, nacido de una mujer y sujeto a la ley, para redimir a los que estaban sometidos a la ley y hacernos hijos adoptivos» (Ga 4,4-5).

Resuenan con fuerza estas palabras de san Pablo. De manera breve y concisa nos introducen en el proyecto que Dios tiene para con nosotros: que vivamos como hijos. Toda la historia de salvación encuentra eco aquí: el que no estaba sujeto a la ley, decidió por amor, perder todo tipo de privilegio (privus legis) y entrar por el lugar menos esperado para liberar a los que sí estábamos bajo la ley. Y, la novedad es que decidió hacerlo en la pequeñez y en la fragilidad de un recién nacido; decidió acercarse personalmente y en su carne abrazar nuestra carne, en su debilidad abrazar nuestra debilidad, en su pequeñez cubrir la nuestra. En Jesucristo, Dios no se disfrazó de hombre, se hizo hombre y compartió en todo nuestra condición. Lejos de estar encerrado en un estado de idea o de esencia abstracta, quiso estar cerca de todos aquellos que se sienten perdidos, avergonzados, heridos, desahuciados, desconsolados o acorralados. Cercano a todos aquellos que en su carne llevan el peso de la lejanía y de la soledad, para que el pecado, la vergüenza, las heridas, el desconsuelo, la exclusión, no tengan la última palabra en la vida de sus hijos.

El pesebre nos invita a asumir esta lógica divina. Una lógica que no se centra en el privilegio, en las concesiones ni en los amiguismos; se trata de la lógica del encuentro, de la cercanía y la proximidad. El pesebre nos invita a dejar la lógica de las excepciones para unos y las exclusiones para otros. Dios viene Él mismo a romper la cadena del privilegio que siempre genera exclusión, para inaugurar la caricia de la compasión que genera la inclusión, que hace brillar en cada persona la dignidad para la que fue creado. Un niño en pañales nos muestra el poder de Dios interpelante como don, como oferta, como fermento y oportunidad para crear una cultura del encuentro.

No podemos permitirnos ser ingenuos. Sabemos que desde varios lados somos tentados para vivir en esta lógica del privilegio que nos aparta-apartando, que nos excluye-excluyendo, que nos encierra-encerrando los sueños y la vida de tantos hermanos nuestros.

Hoy frente al niño Jesús queremos admitir la necesidad de que el Señor nos ilumine, porque no son pocas las veces que parecemos miopes o quedamos presos de una actitud altamente integracionista de quien quiere hacer entrar por la fuerza a otros en sus propios esquemas. Necesitamos de esa luz que nos haga aprender de nuestros propios errores e intentos a fin de mejorar y superarnos; de esa luz que nace de la humilde y valiente conciencia del que se anima, una y otra vez, a levantarse para volver a empezar.

Al terminar otra vez un año, nos detenemos frente al pesebre, para dar gracias por todos los signos de la generosidad divina en nuestra vida y en nuestra historia, que se ha manifestado de mil maneras en el testimonio de tantos rostros que anónimamente han sabido arriesgar. Acción de gracias que no quiere ser nostalgia estéril o recuerdo vacío del pasado idealizado y desencarnado, sino memoria viva que ayude a despertar la creatividad personal y comunitaria porque sabemos que Dios está con nosotros. Dios está con nosotros.

Nos detenemos frente al pesebre para contemplar como Dios se ha hecho presente durante todo este año y así recordarnos que cada tiempo, cada momento es portador de gracia y de bendición. El pesebre nos desafía a no dar nada ni a nadie por perdido. Mirar el pesebre es animarnos a asumir nuestro lugar en la historia sin lamentarnos ni amargarnos, sin encerrarnos o evadirnos, sin buscar atajos que nos privilegien. Mirar el pesebre entraña saber que el tiempo que nos espera requiere de iniciativas audaces y esperanzadoras, así como de renunciar a protagonismos vacíos o a luchas interminables por figurar.

Mirar el pesebre es descubrir como Dios se involucra involucrándonos, haciéndonos parte de Su obra, invitándonos a asumir el futuro que tenemos por delante con valentía y decisión.

Mirando el pesebre nos encontramos con los rostros de José y María. Rostros jóvenes cargados de esperanzas e inquietudes, cargados de preguntas. Rostros jóvenes que miran hacia delante con la no fácil tarea de ayudar al Niño-Dios a crecer. No se puede hablar de futuro sin contemplar estos rostros jóvenes y asumir la responsabilidad que tenemos para con nuestros jóvenes; más que responsabilidad, la palabra justa es deuda, sí, la deuda que tenemos con ellos. Hablar de un año que termina es sentirnos invitados a pensar como estamos encarando el lugar que los jóvenes tienen en nuestra sociedad.

Hemos creado una cultura que, por un lado, idolatra la juventud queriéndola hacer eterna pero, paradójicamente, hemos condenando a nuestros jóvenes a no tener un espacio de real inserción, ya que lentamente los hemos ido marginando de la vida pública obligándolos a emigrar o a mendigar por empleos que no existen o no les permiten proyectarse en un mañana. Hemos privilegiado la especulación en lugar de trabajos dignos y genuinos que les permitan ser protagonistas activos en la vida de nuestra sociedad. Esperamos y les exigimos que sean fermento de futuro, pero los discriminamos y «condenamos» a golpear puertas que en su gran mayoría están cerradas.

Somos invitados a no ser como el posadero de Belén que frente a la joven pareja decía: aquí no hay lugar. No había lugar para la vida, no había lugar para el futuro. Se nos pide asumir el compromiso que cada uno tiene, por poco que parezca, de ayudar a nuestros jóvenes a recuperar, aquí en su tierra, en su patria, horizontes concretos de un futuro a construir. No nos privemos de la fuerza de sus manos, de sus mentes, de su capacidad de profetizar los sueños de sus mayores (cf. Jl 3, 1). Si queremos apuntar a un futuro que sea digno para ellos, podremos lograrlo sólo apostando por una verdadera inclusión: esa que da el trabajo digno, libre, creativo, participativo y solidario (cf. Discurso en ocasión de la entrega del Premio Carlomagno, 6 de mayo de 2016).

Mirar el pesebre nos desafía a ayudar a nuestros jóvenes para que no se dejen desilusionar frente a nuestras inmadureces y estimularlos a que sean capaces de soñar y de luchar por sus sueños. Capaces de crecer y volverse padres de nuestro pueblo.

Frente al año que termina qué bien nos hace contemplar al Niño-Dios. Es una invitación a volver a las fuentes y raíces de nuestra fe. En Jesús la fe se hace esperanza, se vuelve fermento y bendición: «Él nos permite levantar la cabeza y volver a empezar, con una ternura que nunca nos desilusiona y que siempre puede devolvernos la alegría» (cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 3).

[02092-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Quando chegou a plenitude do tempo, Deus enviou seu Filho, nascido de uma mulher, nascido sob o domínio da Lei, para resgatar os que se encontravam sob o domínio da Lei, a fim de recebermos a adoção de filhos» (Gal 4, 4-5).

Hoje ressoam com uma força particular estas palavras de São Paulo, que, de forma breve e concisa, nos introduzem no plano que Deus tem para nós: quer que vivamos como filhos. Ecoa aqui toda a história da salvação: Aquele que não estava sujeito à Lei decidiu, por amor, deixar de lado qualquer tipo de privilégio (privus legis) e entrar pelo lugar menos esperado, a fim de nos libertar a nós que estávamos – nós, sim – sob a Lei. E a novidade é que decidiu fazê-lo na pequenez e fragilidade dum recém-nascido; decidiu aproximar-Se pessoalmente e, na sua carne, abraçar a nossa carne; na sua fraqueza, abraçar a nossa fraqueza; na sua pequenez, superar a nossa. Em Cristo, Deus não Se mascarou de homem, fez-Se homem e partilhou em tudo a nossa condição. Longe de se encerrar num estado de ideia ou essência abstrata, quis estar perto de todos aqueles que se sentem perdidos, mortificados, feridos, desanimados, abatidos e amedrontados; perto de todos aqueles que, na sua carne, carregam o peso do afastamento e da solidão, para que o pecado, a vergonha, as feridas, o desconforto, a exclusão não tenham a última palavra na vida dos seus filhos.

O presépio convida-nos a assumir esta lógica divina: não uma lógica centrada no privilégio, em favores, no compadrio; mas a lógica do encontro, da aproximação e da proximidade. O presépio convida-nos a abandonar a lógica feita de exceções para uns e exclusões para outros. O próprio Deus veio quebrar a cadeia do privilégio que gera sempre exclusão, para inaugurar a carícia da compaixão que gera a inclusão, que faz resplandecer em cada pessoa a dignidade para que foi criada. Um menino envolto em panos mostra-nos a força de Deus que interpela como dom, como oferta, como fermento e oportunidade para criar uma cultura do encontro.

Não podemos dar-nos ao luxo de ser ingénuos; sabemos que nos vem, de vários lados, a tentação de viver nesta lógica do privilégio que, ao separar, nos separa; ao excluir, nos exclui; ao confinar os sonhos e a vida de muitos dos nossos irmãos, nos confina.

Queremos hoje, diante do Menino Jesus, admitir a necessidade que temos que o Senhor nos ilumine, pois tantas vezes parecemos míopes ou ficamos prisioneiros da atitude decididamente egocentrista de quem quer forçar os outros a entrar nos próprios esquemas. Precisamos da luz que nos faça aprender com os nossos próprios erros e tentativas, a fim de melhorar e nos vencermos; aquela luz que nasce da consciência humilde e corajosa de quem, todas as vezes, encontra força para se erguer e recomeçar.

Quando chega ao fim mais um ano, paremos diante do presépio para agradecer todos os sinais da generosidade divina na nossa vida e na nossa história, que se manifestou de inúmeras maneiras no testemunho de tantos rostos que anonimamente souberam arriscar. Agradecimento esse, que não quer ser nostalgia estéril nem vã recordação do passado idealizado e desencarnado, mas memória viva que ajude a suscitar a criatividade pessoal e comunitária, pois sabemos que Deus está connosco. Deus está connosco!

Paremos diante do presépio a contemplar como Deus Se fez presente durante todo este ano, lembrando-nos assim de que cada tempo, cada momento é portador de graça e bênção. O presépio desafia-nos a não dar nada e ninguém como perdido. Ver o presépio significa encontrar a força de ocupar o nosso lugar na história, sem nos perdermos em lamentos nem azedumes, sem nos fecharmos nem evadirmos, sem procurar atalhos que nos privilegiem. Ver o presépio implica saber que o tempo que nos espera requer iniciativas cheias de audácia e esperança, bem como a renúncia a vãos protagonismos ou a lutas intermináveis para sobressair.

Ver o presépio é descobrir como Deus Se envolve envolvendo-nos, tornando-nos parte da sua obra, convidando-nos a acolher com coragem e decisão o futuro que temos à nossa frente.

E ao ver o presépio, deparamo-nos com os rostos de José e Maria: rostos jovens, cheios de esperanças e aspirações, cheios de incertezas; rostos jovens, que perscrutam o futuro com a tarefa não fácil de ajudar o Deus-Menino a crescer. Não se pode falar de futuro sem contemplar estes rostos jovens e assumir a responsabilidade que temos para com os nossos jovens; mais do que responsabilidade, a palavra justa é dívida: sim, a dívida que temos para com eles. Falar de um ano que termina, é sentirmo-nos convidados a pensar como estamos a interessar-nos com o lugar que os jovens têm na nossa sociedade.

Criamos uma cultura que por um lado idolatra a juventude procurando torná-la eterna, mas por outro, paradoxalmente, condenamos os nossos jovens a não possuir um espaço de real inserção, porque lentamente os fomos marginalizando da vida pública, obrigando-os a emigrar ou a mendigar ocupação que não existe ou que não lhes permite projetar o amanhã. Privilegiamos a especulação em vez de trabalhos dignos e genuínos que lhes permitam ser protagonistas ativos na vida da nossa sociedade. Esperamos deles e exigimos que sejam fermento de futuro, mas discriminamo-los e «condenamo-los» a bater a portas que, na maioria delas, permanecem fechadas.

Somos convidados a não ser como o estalajadeiro de Belém que, à vista do jovem casal, dizia: aqui não há lugar. Não havia lugar para a vida, não havia lugar para o futuro. A cada um de nós é pedido para assumir o compromisso próprio – por mais insignificante que possa parecer – de ajudar os nossos jovens a encontrar aqui na sua terra, na sua pátria, horizontes concretos de um futuro a construir. Não nos privemos da força das suas mãos, das suas inteligências, das suas capacidades de profetizar os sonhos dos seus idosos (cf. Jl 3, 1). Se queremos apontar para um futuro que seja digno deles, só o poderemos alcançar apostando numa verdadeira inclusão: a inclusão resultante do trabalho digno, livre, criativo, participativo e solidário (cf. Discurso na atribuição do Prémio Carlos Magno, 6 de maio de 2016).

Ver o presépio desafia-nos a ajudar os nossos jovens para não ficarem desiludidos à vista das nossas imaturidades, e a estimulá-los para que sejam capazes de sonhar e lutar pelos seus sonhos; capazes de crescer e tornar-se pais e mães do nosso povo.

Olhando o ano que acaba, como nos faz bem contemplar o Deus-Menino! É um convite a voltar às fontes e às raízes da nossa fé. Em Jesus, a fé faz-se esperança, torna-se fermento e bênção: «Ele permite-nos levantar a cabeça e recomeçar, com uma ternura que nunca nos defrauda e sempre nos pode restituir a alegria» (Exort. ap. Evangelii gaudium, 3).

[02092-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

„Gdy jednak nadeszła pełnia czasu, zesłał Bóg Syna swego, zrodzonego z niewiasty, zrodzonego pod Prawem, aby wykupił tych, którzy podlegali Prawu, abyśmy mogli otrzymać przybrane synostwo” (Ga 4,4-5).

Mocno rozbrzmiewają te słowa św. Pawła. Krótko i zwięźle wprowadzają nas w Boży plan wobec nas: abyśmy żyli jak dzieci Boże. Znajduje tutaj swoje echo cała historia zbawienia: ten, który nie podlegał Prawu postanowił z miłości utracić wszelkie przywileje (privus legis) i wejść przez miejsce najmniej oczekiwane, aby wyzwolić nas, którzy byliśmy pod prawem. A nowością jest to, że postanowił to uczynić w małości i kruchości noworodka; postanowił zbliżyć się osobiście i w swoim ciele przyjąć nasze ciało, w swojej  słabości przyjąć naszą słabość, w swojej małości ukryć naszą małość. W Chrystusie Bóg nie przebrał się za człowieka, stał się człowiekiem i we wszystkim dzielił naszą kondycję. Nie chciał być zamkniętym w jakimś stanie idei czy abstrakcyjnego bytu, ale być blisko tych wszystkich, którzy czują się zagubieni, smutni, poranieni, zniechęceni, przygnębieni i zastraszani. Blisko tych wszystkich, którzy w swoim ciele niosą ciężar odosobnienia i samotności, aby grzech, wstyd, poranienie, rozpacz, wykluczenie nie miały ostatniego słowa w życiu Jego dzieci.

Żłóbek zachęca nas, byśmy sobie przyswoili tę Bożą logikę. Nie jest ona skoncentrowana na przywileju, ustępstwach, protekcjach. Chodzi o logikę spotkania i bliskości. Żłóbek zachęca nas do porzucenia logiki wyjątków dla jednych i wykluczenia innych. Bóg przychodzi osobiście, aby zerwać łańcuch przywileju, który zawsze rodzi wykluczenie, aby zainaugurować czułość współczucia, która rodzi włączenie, która sprawia, że w każdej osobie jaśnieje godność, dla jakiej została stworzona. Dzieciątko w pieluszkach pokazuje nam moc Boga, który stanowi wyzwanie jako dar, jako ofiara, jako zaczyn i szansa, by tworzyć kulturę spotkania.

Nie możemy sobie pozwolić na naiwność. Wiemy, iż z różnych stron jesteśmy kuszeni, aby żyć w tej logice przywileju, która nas oddziela- rozdzielając, która nas wyklucza-wykluczając, która nas zamyka-zamykając marzenia i życie wielu naszych braci.

Dzisiaj, stając przed Dzieciątkiem Jezus, chcemy przyznać, że potrzebujemy, aby Pan otworzył nam oczy, ponieważ nierzadko zdaje się, że jesteśmy krótkowzroczni lub pozostajemy więźniami postawy wyraźnie  integrystycznej ludzi, którzy chcą koniecznie, aby inni mieścili się w ich schematach. Potrzebujemy tego światła, abyśmy nauczyli się z naszych błędów i prób, żeby być lepszymi i zwyciężać siebie; tego światła rodzącego się z pokornej i odważnej świadomości osób znajdujących siłę, by za każdym razem, powstawać i zaczynać od nowa.

Kiedy dobiega końca kolejny rok, zatrzymujemy się przed żłóbkiem, by podziękować za wszystkie oznaki Bożej wspaniałomyślności w naszym życiu i w naszej historii, która ukazała się na wiele sposobów, w świadectwie wielu twarzy, które potrafiły anonimowo podjąć ryzyko. To podziękowanie nie chce być bezowocną nostalgią czy pustym wspomnieniem wyidealizowanej i bezcielesnej przeszłości, ale żywą pamięcią, która mogłaby pomóc w pobudzeniu kreatywności osobistej i wspólnotowej, wiemy bowiem, że Bóg jest z nami. Bóg jest z nami!

Zatrzymajmy się przed żłóbkiem, by rozważać, jak Bóg stawał się obecny podczas całego tego roku i w ten sposób pamiętać, że każdy czas, każda chwila niesie łaskę i błogosławieństwo. Żłóbek stawia nam wyzwanie, byśmy nigdy niczego i nikogo nie uznawali za stracone. Spoglądanie na żłóbek oznacza znalezienie siły, by zająć nasze miejsce w historii, nie narzekając i nie ulegając zgorzknieniu, nie zamykając się ani też nie uciekając od rzeczywistości, nie szukając skrótów dających nam przywileje. Spoglądanie na żłóbek pociąga za sobą świadomość, że czas stojący przed nami wymaga inicjatyw pełnych śmiałości i nadziei, a także rezygnacji z pustych zaangażowań, czy niekończących się zmagań, aby się pokazać innym.

Spoglądanie na żłóbek to odkrycie, jak Bóg się angażuje, angażując nas, czyniąc nas częścią swego dzieła, zachęcając nas do mężnego i stanowczego przyjęcia stojącej przed nami przyszłości.

Spoglądając na żłóbek, spotykamy oblicza Józefa i Maryi. Młode twarze pełne nadziei i aspiracji, pełne pytań. Młode twarze patrzące w przyszłość z niełatwym zadaniem pomagania Bogu-Dzieciątku w rozwoju. Nie możemy mówić o przyszłości, nie kontemplując tych młodych twarzy i bez podjęcia naszej odpowiedzialności wobec naszych ludzi młodych; więcej niż odpowiedzialności – właściwym słowem jest tutaj dług, tak, dług, jaki mamy wobec nich. Mówienie o kończącym się roku oznacza, że powinniśmy poczuć się zachęceni do pomyślenia o tym, jak interesujemy się miejscem, jakie młodzi mają w naszym społeczeństwie.

Stworzyliśmy kulturę, która z jednej strony ubóstwia młodość starając się uczynić ją wieczną, a z drugiej paradoksalnie skazaliśmy naszych młodych na brak jakiejś przestrzeni prawdziwej integracji, ponieważ powoli usunęliśmy ich na margines życia publicznego, zmuszając do emigracji lub żebrania o zawody, które nie istnieją lub nie pozwalają im zaplanować przyszłości. Daliśmy pierwszeństwo spekulacji a nie pracy godnej i autentycznej, pozwalającej im być czynnymi protagonistami w życiu naszego społeczeństwa. Mamy wobec nich oczekiwania i wymagamy, aby byli zaczynem przyszłości, ale ich dyskryminujemy i  „skazujemy” na pukanie do drzwi, które przeważnie pozostają zamknięte.

Jesteśmy wezwani, by nie być jak właściciel gospody z Betlejem, który młodym małżonkom mówił, że nie ma dla nich miejsca. Nie było miejsca dla życia, nie było miejsca dla przyszłości. Jesteśmy wezwani, aby każdy podjął własne zaangażowanie, choćby zdawało się to niewiele, aby pomóc naszym młodym w odnalezieniu tutaj, na ich ziemi, w ich ojczyźnie konkretnych perspektyw przyszłości, którą trzeba zbudować. Nie pozbawiajmy się siły ich rąk, ich umysłów, ich zdolności prorokowania snów starszych (por. Jl 3, 1). Jeśli chcemy zmierzać do przyszłości, która byłaby ich godna, możemy to osiągnąć tylko jeśli postawimy na prawdziwą integrację: tę, którą daje praca godna, wolna, twórcza, partycypacyjna i solidarna (por. Przemówienie z okazji przyznania Nagrody Karola Wielkiego, 6 maja 2016 ).

Spoglądanie na żłóbek stawia przed nami wyzwanie, by pomóc naszym młodym, żeby nie ulegli rozczarowaniu w obliczu naszych niedojrzałości i pobudzić ich, aby byli zdolni do marzeń i walki o swoje marzenia. Zdolni do rozwoju i stawania się ojcami i matkami naszego ludu.

W obliczu kończącego się roku jakże dobrze jest kontemplować Boga-Dzieciątko! To zachęta, by powrócić do źródeł i korzeni naszej wiary. W Jezusie wiara staje się nadzieją, staje się zaczynem i błogosławieństwem: „On pozwala nam podnieść głowę i zacząć od nowa, z taką czułością, która nas nigdy nie zawiedzie i zawsze może przywrócić nam radość” (Adhort. ap. Evangelii gaudium, 3).

[02092-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

 

"لَمَّا تَمَّ الزَّمان، أَرسَلَ اللهُ ابنَه مَولودًا لامرَأَةٍ، مَولودًا في حُكْمِ الشَّريعةْ لِيَفتَدِيَ الَّذينَ هم في حُكْمِ الشَّريعة، فنَحْظى بِالتَّبَنِّي" (غل 4، 4- 5).

يرن بقوة صدى كلمات القديس بولس هذه. إنها تدخلنا باختصار وإيجاز في مشروع الله لنا: أن نعيش كأبناء. وهنا تجد قصة الخلاص بأسرها صدًا لها: فالذي لم يكن في حكم الشريعة قرّر، محبّة بنا، أن يخسر كلّ نوع من الامتياز (خارج عن حكم الشريعة) وأن يدخل عبر المكان غير المتوقع كي يحرّرنا، نحن الذين كنّا، بالفعل، في حكم الشريعة. والجديد هو أنه قرّر القيام بذلك من خلال صِغَرِ وهشاشة مولود جديد؛ قرّر أن يقترب شخصيّا، وأن يعانق بجسده جسدنا، وبضعفه ضعفنا، وأن يَستُر بصغره صغرنا. لم يلبس المسيح الله قناعًا بشريّا، بل صار بشرًا وشاركنا بطبيعتنا الإنسانية بالكامل. وبعيدًا عن أن يكون منغلقا في فكرةٍ ما أو في جوهرٍ مجرّد، أراد أن يكون قريبًا من جميع الذين يشعرون بأنهم تائهين، ذليلين، مجروحين؛ الذين يشعرون بالإحباط، والقنوط والترهيب. قريب من جميع الذين يحملون بجسدهم ثِقَلَ البعد والوحدة، كي لا تُعطى الكلمة النهائية، في حياة أبنائه، للخطيئة والخزي، والجرح، والإحباط، والاستبعاد.

يدعونا المذود إلى تبنّي هذا المنطق الإلهي. منطق لا يرتكز على الامتيازات، والتنازلات، والمحسوبيات؛ إنه منطق اللقاء، والتقارب والقرب. يدعونا المذود إلى التخلّي عن منطق استثناء البعض واستبعاد البعض الآخر. فالله يأتي ليزيل بنفسه سلسلة الامتيازات التي تولّد على الدوام الإقصاء، كي يفتتح عناق التضامن الذي يولّد الادماج، ويؤلّق في كلّ شخص الكرامة التي من أجلها قد خُلِق. مولودٌ في الأقمطة يبيّن لنا قوّة الله التي تستدعينا كهبة، كقربان، كخميرة وكفرصة للبحث عن ثقافة اللقاء.

لا نستطيع أن نكون سذّجا. نعلم أننّا، على مختلف المستويات، نميل إلى العيش في منطق الامتيازات هذا الذي يفصلنا إذ نفصل، ويستبعدنا إذ نستبعد، ويغلقنا إذ نغلق أحلام وحياة الكثيرين من إخوتنا.

نريد أن نعترف اليوم أمام طفل بيت لحم، بحاجتنا إلى أن ينيرنا الرب، لأنه ليس بنادر أن نبدو قصيري النظر أو أن نبقى أسرى لموقف "فرض الادماج" المرتبط بالذين يريدون إدخال الآخرين بالقوة في أنظمتهم. إننا بحاجة إلى هذا النور، الذي يجعلنا نتعلّم من أخطائنا ومحاولاتنا بهدف تخطّي أنفسنا وتحسينها؛ إلى هذا النور الذي يولد من الإدراك الوديع والشجاع الخاص بالذين يجدون القوّة، في كلّ مرة، ليقفوا مجدّدا ويبدأوا من جديد.

فيما يوشك عامٌ جديد أن ينتهي، دعونا نقف أمام المغارة، كي نرفع الشكر من أجل كلّ علامات الكَرَم الإلهيّ في حياتنا وفي تاريخنا، والذي ظهر بألف شكل عبر شهادات الكثير من الوجوه التي عرفت كيف تخاطر بشكل مجهول. لا يريد هذا الشكر أن يكون شوقا عقيما أو ذكرًا للماضي المثالي وغير الواقعي، بل ذكرى حيّة تحثّ على الإبداع الشخصي والجماعي لأننا نعلم أن الله معنا. الله معنا.

لنقف أمام المغارة ولنتأمل كيف أن الله قد كان حاضرًا طيلة هذا العام ولنتذكّر هكذا كيف أن كلّ وقت، وكلّ لحظة تحمل النعمة والبركة. فالمغارة تتحدّانا كي لا نعتبر أيّ شيء أو أيّ أحد مفقودًا. أن ننظر إلى المغارة يعني أن نجد القوة لأخذ مكاننا في التاريخ دون أن نتذمّر ونتمرمر، دون أن نتهرّب أو نفرّ، دون أن نبحث عن طرق مختصرة تميّزنا. أن ننظر إلى المغارة يعني أن ندرك أن الوقت الذي ينتظرنا يتطلّب مبادرات ملؤها الشجاعة والرجاء، وكذلك التخلّي عن دور الزعامة غير المُجدي أو عن صراعات لا نهاية لها هدفها المظاهر.

أن ننظر إلى المغارة يعني أن نكتشف كيف أن الله يجعل من نفسه شريكًا ويُشركنا نحن أيضًا، جاعلًا منّا جزًأ من عمله، داعيًا إيانا إلى قبول المستقبل الذي ينتظرنا بشجاعة وعزم.

وإذ ننظر إلى المغارة، فإننا نلتقي بوجهي يوسف ومريم. وجهين شابين مليئين بالرجاء وبالتطلّعات، ومليئين بالتساؤل. وجهان شابان ينظران إلى الأمام ومهمّتهما ليست بسهلة، مهمة مساعدة الله-الطفل على النمو. لا يمكننا التكلّم عن المستقبل دون التكلّم عن هذين الوجهين الشابّين، ودون تحمّل المسؤولية التي لدينا تجاه شبابنا؛ إنها أكثر من مسؤولية، الكلمة الصحيحة هي دَين، أجل، الدَين الذي لدينا تجاههم. أن نتكلّم عن عام ينتهي هو أن نشعر بأننا مدعوّون إلى التفكير في كيفيّة اهتمامنا بالمكان الذي يحتلّه الشباب في مجتمعنا.

فالمفارقة هي أننا قد خلقنا ثقافة تؤلّه الشباب من جهة، فتحاول تخليد ملامحه، ولكن وبشكل متناقض، قد حكمنا على شبابنا بعدم إيجاد فسحة اندماج حقيقية، لأننا قد استبعدناهم ببطء من الحياة العامة فأجبرناهم على الهجرة أو على استعطاء وظائف غير موجودة أو لا تسمح لهم بالتخطيط للغد. لقد فضّلنا المضاربات بدل الوظائف اللائقة التي تسمح لهم بأن يكونوا مشاركين ناشطين في حياة مجتمعنا. نتوقّع منهم وننتظر أن يكونوا خميرة المستقبل، ولكننا نمارس التفرقة تجاههم و"نلزمهم" بطرق الأبواب التي تبقى بمعظمها مغلقة.

إننا مدعوّون لأن نكون النقيض لصاحب فندق بيت لحم الذي قال للزوجين الشابّين: ما من مكان هنا. لم يكن هناك مكان للحياة، للمستقبل. مطلوب من كلّ منا أن يحمل مسؤولياته، مهما بدت صغيرة، بمساعدة الشباب كي يجدوا، هنا في أرضهم، في وطنهم، آفاقا ملموسة لمستقبل يجب بناؤه. لا نحرمنّ أنفسنا من قوّة سواعدهم، وذكائهم، وقدراتهم على تحقيق أحلام أجدادهم (را. يوء 3، 1). إن أردنا استهداف مستقبل يليق بهم، يمكننا التوصّل إليه فقط إن راهَنّا على إدماجٍ حقيقي لهم: إدماج يهب وظيفة كريمة، وحرّة وإبداعية، وتشاركيّة وتضامنيّة (را. كلمة قداسة البابا فرنسيس بمناسبة حصوله على جائزة شارلمان، 6 مايو/أيار 2016).

التأمُلُّ بالمغارة يتحدّانا بأن نساعد شبابنا كي لا يخيب ظنهم إزاء عدم نضجنا، ونحفّزهم بحيث يكونوا قادرين على أن يحلموا وأن يكافحوا من أجل تحقيق أحلامهم. قادرين أن ينموا ويصبحوا آباء وأمهات شعبنا.

أمام العام الذي ينتهي، كم يحسن بنا أن نتأمل بالله-الطفل! إنها دعوة للعودة إلى مصادر وجذور إيماننا. فالإيمان، يصبح بيسوع رجاء، وخميرة وبركة: "إنه يسمح لنا بأن نرفع رأسنا ونعاود الكرة، بحنان لا يخيبنا أبدا ويستطيع دائما أن يعيد إلينا الفرح" (الإرشاد الرسولي فرح الإنجيل، 3).

[02092-AR.01] [Testo originale: Italiano]

Al termine della Celebrazione dei Vespri in Basilica, il Santo Padre ha compiuto una breve visita al Presepio allestito all’obelisco in Piazza San Pietro.

[B0942-XX.02]