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Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco “Misericordia et misera” a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, 21.11.2016


Lettera Apostolica

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Lettera Apostolica

FRANCESCO

a quanti leggeranno questa Lettera Apostolica

misericordia e pace

Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».1 Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro.

1. Questa pagina del Vangelo può a buon diritto essere assunta come icona di quanto abbiamo celebrato nell’Anno Santo, un tempo ricco di misericordia, la quale chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità. La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre.

Una donna e Gesù si sono incontrati. Lei, adultera e, secondo la Legge, giudicata passibile di lapidazione; Lui, che con la sua predicazione e il dono totale di sé, che lo porterà alla croce, ha riportato la legge mosaica al suo genuino intento originario. Al centro non c’è la legge e la giustizia legale, ma l’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona, per comprenderne il desiderio più nascosto, e che deve avere il primato su tutto. In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice. A chi voleva giudicarla e condannarla a morte, Gesù risponde con un lungo silenzio, che vuole lasciar emergere la voce di Dio nelle coscienze, sia della donna sia dei suoi accusatori. I quali lasciano cadere le pietre dalle mani e se ne vanno ad uno ad uno (cfr Gv 8,9). E dopo quel silenzio, Gesù dice: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (vv. 10-11). In questo modo la aiuta a guardare al futuro con speranza e ad essere pronta a rimettere in moto la sua vita; d’ora in avanti, se lo vorrà, potrà “camminare nella carità” (cfr Ef 5,2). Una volta che si è rivestiti della misericordia, anche se permane la condizione di debolezza per il peccato, essa è sovrastata dall’amore che permette di guardare oltre e vivere diversamente.

2. Gesù d’altronde lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice (cfr Lc 7,36-50). Lei aveva cosparso di profumo i piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli (cfr v. 37-38). Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (v. 47).

Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona.

La misericordia è questa azione concreta dell’amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita.

3. Quanta gioia è stata suscitata nel cuore di queste due donne, l’adultera e la peccatrice! Il perdono le ha fatte sentire finalmente libere e felici come mai prima. Le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata. La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza. All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia.

Come sono significative anche per noi le parole antiche che guidavano i primi cristiani: «Rivestiti di gioia che è sempre gradita a Dio e gli è accetta. In essa si diletta. Ogni uomo gioioso opera bene, pensa bene e disprezza la tristezza [...] Vivranno in Dio quanti allontanano la tristezza e si rivestono di ogni gioia».2 Fare esperienza della misericordia dona gioia. Non lasciamocela portar via dalle varie afflizioni e preoccupazioni. Possa rimanere ben radicata nel nostro cuore e farci guardare sempre con serenità alla vita quotidiana.

In una cultura spesso dominata dalla tecnica, sembrano moltiplicarsi le forme di tristezza e solitudine in cui cadono le persone, e anche tanti giovani. Il futuro infatti sembra essere ostaggio dell’incertezza che non consente di avere stabilità. È così che sorgono spesso sentimenti di malinconia, tristezza e noia, che lentamente possono portare alla disperazione. C’è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera, per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali. Il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. C’è tanto bisogno di riconoscere la gioia che si rivela nel cuore toccato dalla misericordia. Facciamo tesoro, pertanto, delle parole dell’Apostolo: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4; cfr 1 Ts 5,16).

4. Abbiamo celebrato un Anno intenso, durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia. Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero. E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita.

Sentiamo il bisogno, anzitutto, di ringraziare il Signore e dirgli: «Sei stato buono, Signore, con la tua terra […]. Hai perdonato la colpa del tuo popolo» (Sal 85,2-3). È proprio così: Dio ha calpestato le nostre colpe e gettato in fondo al mare i nostri peccati (cfr Mi 7,19); non li ricorda più, se li è buttati alle spalle (cfr Is 38,17); come è distante l’oriente dall’occidente così i nostri peccati sono distanti da lui (cfr Sal 103,12).

In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono. È stata realmente una nuova visita del Signore in mezzo a noi. Abbiamo percepito il suo soffio vitale riversarsi sulla Chiesa e, ancora una volta, le sue parole hanno indicato la missione: «Ricevete lo Spirito Santo: a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23).

5. Adesso, concluso questo Giubileo, è tempo di guardare avanti e di comprendere come continuare con fedeltà, gioia ed entusiasmo a sperimentare la ricchezza della misericordia divina. Le nostre comunità potranno rimanere vive e dinamiche nell’opera di nuova evangelizzazione nella misura in cui la “conversione pastorale” che siamo chiamati a vivere3 sarà plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia. Non limitiamo la sua azione; non rattristiamo lo Spirito che indica sempre nuovi sentieri da percorrere per portare a tutti il Vangelo che salva.

In primo luogo siamo chiamati a celebrare la misericordia. Quanta ricchezza è presente nella preghiera della Chiesa quando invoca Dio come Padre misericordioso! Nella liturgia, la misericordia non solo viene ripetutamente evocata, ma realmente ricevuta e vissuta. Dall’inizio alla fine della celebrazione eucaristica, la misericordia ritorna più volte nel dialogo tra l’assemblea orante e il cuore del Padre, che gioisce quando può effondere il suo amore misericordioso. Dopo la richiesta di perdono iniziale con l’invocazione «Signore pietà», veniamo subito rassicurati: «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». È con questa fiducia che la comunità si raduna alla presenza del Signore, particolarmente nel giorno santo della risurrezione. Molte orazioni “collette” intendono richiamare il grande dono della misericordia. Nel periodo della Quaresima, ad esempio, preghiamo dicendo: «Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia».4 Siamo poi immersi nella grande preghiera eucaristica con il prefazio che proclama: «Nella tua misericordia hai tanto amato gli uomini da mandare il tuo Figlio come Redentore a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana».5 La quarta preghiera eucaristica, inoltre, è un inno alla misericordia di Dio: «Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro, perché coloro che ti cercano ti possano trovare». «Di noi tutti abbi misericordia»,6 è la richiesta impellente che il sacerdote compie nella preghiera eucaristica per implorare la partecipazione alla vita eterna. Dopo il Padre Nostro, il sacerdote prolunga la preghiera invocando la pace e la liberazione dal peccato grazie all’«aiuto della tua misericordia». E prima del segno di pace, scambiato come espressione di fratellanza e di amore reciproco alla luce del perdono ricevuto, egli prega di nuovo: «Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa».7 Mediante queste parole, con umile fiducia chiediamo il dono dell’unità e della pace per la santa Madre Chiesa. La celebrazione della misericordia divina culmina nel Sacrificio eucaristico, memoriale del mistero pasquale di Cristo, da cui scaturisce la salvezza per ogni essere umano, per la storia e per il mondo intero. Insomma, ogni momento della celebrazione eucaristica fa riferimento alla misericordia di Dio.

In tutta la vita sacramentale la misericordia ci viene donata in abbondanza. Non è affatto senza significato che la Chiesa abbia voluto fare esplicitamente il richiamo alla misericordia nella formula dei due sacramenti chiamati “di guarigione”, cioè la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. La formula di assoluzione dice: «Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace»8 e quella dell’Unzione recita: «Per questa santa Unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo».9 Dunque, nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani. L’amore è il primo atto con il quale Dio si fa conoscere e ci viene incontro. Teniamo, pertanto, aperto il cuore alla fiducia di essere amati da Dio. Il suo amore ci precede sempre, ci accompagna e rimane accanto a noi nonostante il nostro peccato.

6. In tale contesto, assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio. Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale.10 Nella celebrazione eucaristica sembra di assistere a un vero dialogo tra Dio e il suo popolo. Nella proclamazione delle Letture bibliche, infatti, si ripercorre la storia della nostra salvezza attraverso l’incessante opera di misericordia che viene annunciata. Dio parla ancora oggi con noi come ad amici, si “intrattiene” con noi11 per donarci la sua compagnia e mostrarci il sentiero della vita. La sua Parola si fa interprete delle nostre richieste e preoccupazioni e risposta feconda perché possiamo sperimentare concretamente la sua vicinanza. Quanta importanza acquista l’omelia, dove «la verità si accompagna alla bellezza e al bene»,12 per far vibrare il cuore dei credenti dinanzi alla grandezza della misericordia! Raccomando molto la preparazione dell’omelia e la cura della predicazione. Essa sarà tanto più fruttuosa, quanto più il sacerdote avrà sperimentato su di sé la bontà misericordiosa del Signore. Comunicare la certezza che Dio ci ama non è un esercizio retorico, ma condizione di credibilità del proprio sacerdozio. Vivere, quindi, la misericordia è la via maestra per farla diventare un vero annuncio di consolazione e di conversione nella vita pastorale. L’omelia, come pure la catechesi, hanno bisogno di essere sempre sostenute da questo cuore pulsante della vita cristiana.

7. La Bibbia è il grande racconto che narra le meraviglie della misericordia di Dio. Ogni pagina è intrisa dell’amore del Padre che fin dalla creazione ha voluto imprimere nell’universo i segni del suo amore. Lo Spirito Santo, attraverso le parole dei profeti e gli scritti sapienziali, ha plasmato la storia di Israele nel riconoscimento della tenerezza e della vicinanza di Dio, nonostante l’infedeltà del popolo. La vita di Gesù e la sua predicazione segnano in modo determinante la storia della comunità cristiana, che ha compreso la propria missione sulla base del mandato di Cristo di essere strumento permanente della sua misericordia e del suo perdono (cfr Gv 20,23). Attraverso la Sacra Scrittura, mantenuta viva dalla fede della Chiesa, il Signore continua a parlare alla sua Sposa e le indica i sentieri da percorrere, perché il Vangelo della salvezza giunga a tutti. È mio vivo desiderio che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia. Lo ricorda chiaramente l’Apostolo: «Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia» (2 Tm 3,16).

Sarebbe opportuno che ogni comunità, in una domenica dell’Anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo. Non mancherà la creatività per arricchire questo momento con iniziative che stimolino i credenti ad essere strumenti vivi di trasmissione della Parola. Certamente, tra queste iniziative vi è la diffusione più ampia della lectio divina, affinché, attraverso la lettura orante del testo sacro, la vita spirituale trovi sostegno e crescita. La lectio divina sui temi della misericordia permetterà di toccare con mano quanta fecondità viene dal testo sacro, letto alla luce dell’intera tradizione spirituale della Chiesa, che sfocia necessariamente in gesti e opere concrete di carità.13

8. La celebrazione della misericordia avviene in modo del tutto particolare con il Sacramento della Riconciliazione. È questo il momento in cui sentiamo l’abbraccio del Padre che viene incontro per restituirci la grazia di essere di nuovo suoi figli. Noi siamo peccatori e portiamo con noi il peso della contraddizione tra ciò che vorremmo fare e quanto invece concretamente facciamo (cfr Rm 7,14-21); la grazia, tuttavia, ci precede sempre, e assume il volto della misericordia che si rende efficace nella riconciliazione e nel perdono. Dio fa comprendere il suo immenso amore proprio davanti al nostro essere peccatori. La grazia è più forte, e supera ogni possibile resistenza, perché l’amore tutto vince (cfr 1 Cor 13,7).

Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità. Lo ricorda anche l’apostolo Pietro quando scrive che «L’amore copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8). Solo Dio perdona i peccati, ma chiede anche a noi di essere pronti al perdono verso gli altri, così come Lui perdona i nostri: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia.

9. Un’esperienza di grazia che la Chiesa ha vissuto con tanta efficacia nell’Anno giubilare è stato certamente il servizio dei Missionari della Misericordia. La loro azione pastorale ha voluto rendere evidente che Dio non pone alcun confine per quanti lo cercano con cuore pentito, perché a tutti va incontro come un Padre. Ho ricevuto tante testimonianze di gioia per il rinnovato incontro con il Signore nel Sacramento della Confessione. Non perdiamo l’opportunità di vivere la fede anche come esperienza di riconciliazione. «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20) è l’invito che ancora ai nostri giorni l’Apostolo rivolge per far scoprire ad ogni credente la potenza dell’amore che rende una «creatura nuova» (2 Cor 5,17).

Esprimo la mia gratitudine ad ogni Missionario della Misericordia per questo prezioso servizio offerto per rendere efficace la grazia del perdono. Questo ministero straordinario, tuttavia, non si conclude con la chiusura della Porta Santa. Desidero, infatti, che permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace. Sarà cura del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione seguire in questo periodo i Missionari della Misericordia, come espressione diretta della mia sollecitudine e vicinanza e trovare le forme più coerenti per l’esercizio di questo prezioso ministero.

10. Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro servizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio. Come Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte, così anche il sacerdote nel confessionale sia magnanimo di cuore, sapendo che ogni penitente lo richiama alla sua stessa condizione personale: peccatore, ma ministro di misericordia.

11. Vorrei che tutti noi meditassimo le parole dell’Apostolo, scritte verso la fine della sua vita, quando a Timoteo confessa di essere stato il primo dei peccatori, «ma appunto per questo ho ottenuto misericordia» (1 Tm 1,16). Le sue parole hanno una forza prorompente per provocare anche noi a riflettere sulla nostra esistenza e per vedere all’opera la misericordia di Dio nel cambiare, convertire e trasformare il nostro cuore: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia» (1 Tm 1,12-13).

Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18). Noi per primi siamo stati perdonati in vista di questo ministero; resi testimoni in prima persona dell’universalità del perdono. Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. C’è un valore propedeutico nella legge (cfr Gal 3,24) che ha come fine la carità (cfr 1 Tm 1,5). Tuttavia, il cristiano è chiamato a vivere la novità del Vangelo, «la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù» (Rm 8,2). Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina.

Noi confessori abbiamo esperienza di tante conversioni che si manifestano sotto i nostri occhi. Sentiamo, quindi, la responsabilità di gesti e parole che possano giungere nel profondo del cuore del penitente, perché scopra la vicinanza e la tenerezza della Padre che perdona. Non vanifichiamo questi momenti con comportamenti che possano contraddire l’esperienza della misericordia che viene ricercata. Aiutiamo, piuttosto, a illuminare lo spazio della coscienza personale con l’amore infinito di Dio (cfr 1 Gv 3,20).

Il Sacramento della Riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.

Un’occasione propizia può essere la celebrazione dell’iniziativa 24 ore per il Signore in prossimità della IV domenica di Quaresima, che già trova molto consenso nelle Diocesi e che rimane un richiamo pastorale forte per vivere intensamente il Sacramento della Confessione.

12. In forza di questa esigenza, perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare14 viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione.

Nell’Anno del Giubileo avevo concesso ai fedeli che per diversi motivi frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati.15 Per il bene pastorale di questi fedeli, e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa Cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa.

13. La misericordia possiede anche il volto della consolazione. «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1) sono le parole accorate che il profeta fa sentire ancora oggi, perché possa giungere a quanti sono nella sofferenza e nel dolore una parola di speranza. Non lasciamoci mai rubare la speranza che proviene dalla fede nel Signore risorto. È vero, spesso siamo messi a dura prova, ma non deve mai venire meno la certezza che il Signore ci ama. La sua misericordia si esprime anche nella vicinanza, nell’affetto e nel sostegno che tanti fratelli e sorelle possono offrire quando sopraggiungono i giorni della tristezza e dell’afflizione. Asciugare le lacrime è un’azione concreta che spezza il cerchio di solitudine in cui spesso veniamo rinchiusi.

Tutti abbiamo bisogno di consolazione perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione. Quanto dolore può provocare una parola astiosa, frutto dell’invidia, della gelosia e della rabbia! Quanta sofferenza provoca l’esperienza del tradimento, della violenza e dell’abbandono; quanta amarezza dinanzi alla morte delle persone care! Eppure, mai Dio è lontano quando si vivono questi drammi. Una parola che rincuora, un abbraccio che ti fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte... sono tutte espressioni della vicinanza di Dio attraverso la consolazione offerta dai fratelli.

A volte, anche il silenzio potrà essere di grande aiuto; perché a volte non ci sono parole per dare risposta agli interrogativi di chi soffre. Alla mancanza della parola, tuttavia, può supplire la compassione di chi è presente, vicino, ama e tende la mano. Non è vero che il silenzio sia un atto di resa, al contrario, è un momento di forza e di amore. Anche il silenzio appartiene al nostro linguaggio di consolazione perché si trasforma in un’opera concreta di condivisione e partecipazione alla sofferenza del fratello.

14. In un momento particolare come il nostro, che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative: «La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa».16 Il sentiero della vita che porta un uomo e una donna a incontrarsi, amarsi, e davanti a Dio a promettersi fedeltà per sempre, è spesso interrotto da sofferenza, tradimento e solitudine. La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente.

La grazia del Sacramento del Matrimonio non solo fortifica la famiglia perché sia luogo privilegiato in cui vivere la misericordia, ma impegna la comunità cristiana, e tutta l’azione pastorale, a far emergere il grande valore propositivo della famiglia. Questo Anno giubilare, comunque, non può far perdere di vista la complessità dell’attuale realtà familiare. L’esperienza della misericordia ci rende capaci di guardare a tutte le difficoltà umane con l’atteggiamento dell’amore di Dio, che non si stanca di accogliere e di accompagnare.17

Non possiamo dimenticare che ognuno porta con sé la ricchezza e il peso della propria storia, che lo contraddistingue da ogni altra persona. La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio. Ciò richiede, soprattutto da parte del sacerdote, un discernimento spirituale attento, profondo e lungimirante perché chiunque, nessuno escluso, qualunque situazione viva, possa sentirsi concretamente accolto da Dio, partecipare attivamente alla vita della comunità ed essere inserito in quel Popolo di Dio che, instancabilmente, cammina verso la pienezza del regno di Dio, regno di giustizia, di amore, di perdono e di misericordia.

15. Particolare rilevanza riveste il momento della morte. La Chiesa ha sempre vissuto questo passaggio drammatico alla luce della risurrezione di Gesù Cristo, che ha aperto la strada per la certezza della vita futura. Abbiamo una grande sfida da accogliere, soprattutto nella cultura contemporanea che spesso tende a banalizzare la morte fino a farla diventare una semplice finzione, o a nasconderla. La morte invece va affrontata e preparata come passaggio doloroso e ineludibile ma carico di senso: quello dell’estremo atto di amore verso le persone che ci lasciano e verso Dio a cui si va incontro. In tutte le religioni il momento della morte, come quello della nascita, è accompagnato da una presenza religiosa. Noi viviamo l’esperienza delle esequie come preghiera carica di speranza per l’anima del defunto e per dare consolazione a quanti soffrono il distacco dalla persona amata.

Sono convinto che abbiamo bisogno, nell’azione pastorale animata da fede viva, di far toccare con mano quanto i segni liturgici e le nostre preghiere siano espressione della misericordia del Signore. È Lui stesso che offre parole di speranza, perché niente e nessuno potranno mai separare dal suo amore (cfr Rm 8,35). La condivisione di questo momento da parte del sacerdote è un accompagnamento importante, perché permette di vivere la vicinanza alla comunità cristiana nel momento di debolezza, solitudine, incertezza e pianto.

16. Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata. Abbiamo imparato che Dio si china su di noi (cfr Os 11,4) perché anche noi possiamo imitarlo nel chinarci sui fratelli. La nostalgia di tanti di ritornare alla casa del Padre, che attende la loro venuta, è suscitata anche da testimoni sinceri e generosi della tenerezza divina. La Porta Santa che abbiamo attraversato in questo Anno giubilare ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia. È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme.

Voler essere vicini a Cristo esige di farsi prossimo verso i fratelli, perché niente è più gradito al Padre se non un segno concreto di misericordia. Per sua stessa natura, la misericordia si rende visibile e tangibile in un’azione concreta e dinamica. Una volta che la si è sperimentata nella sua verità, non si torna più indietro: cresce continuamente e trasforma la vita. È un’autentica nuova creazione che realizza un cuore nuovo, capace di amare in modo pieno, e purifica gli occhi perché riconoscano le necessità più nascoste. Come sono vere le parole con cui la Chiesa prega nella Veglia Pasquale, dopo la lettura del racconto della creazione: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti».18

La misericordia rinnova e redime, perché è l’incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell’uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. Qui si percepisce di essere davvero una “nuova creatura” (cfr Gal 6,15): sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova; sono stato “misericordiato”, quindi divento strumento di misericordia.

17. Durante l’Anno Santo, specialmente nei “venerdì della misericordia”, ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. Ringraziamo il Signore per questi doni preziosi che invitano a scoprire la gioia del farsi prossimo davanti alla debolezza dell’umanità ferita. Con gratitudine penso ai tanti volontari che ogni giorno dedicano il loro tempo a manifestare la presenza e vicinanza di Dio con la loro dedizione. Il loro servizio è una genuina opera di misericordia, che aiuta tante persone ad avvicinarsi alla Chiesa.

18. È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30), affinché siano espressione eloquente della fecondità dell’amore di Cristo e della comunità che vive di Lui. Sono passati più di duemila anni, eppure le opere di misericordia continuano a rendere visibile la bontà di Dio.

Ancora oggi intere popolazioni soffrono la fame e la sete, e quanta preoccupazione suscitano le immagini di bambini che nulla hanno per cibarsi. Masse di persone continuano a migrare da un Paese all’altro in cerca di cibo, lavoro, casa e pace. La malattia, nelle sue varie forme, è un motivo permanente di sofferenza che richiede aiuto, consolazione e sostegno. Le carceri sono luoghi in cui spesso, alla pena restrittiva, si aggiungono disagi a volte gravi, dovuti a condizioni di vita disumane. L’analfabetismo è ancora molto diffuso e impedisce ai bambini e alle bambine di formarsi e li espone a nuove forme di schiavitù. La cultura dell’individualismo esasperato, soprattutto in occidente, porta a smarrire il senso di solidarietà e di responsabilità verso gli altri. Dio stesso rimane oggi uno sconosciuto per molti; ciò rappresenta la più grande povertà e il maggior ostacolo al riconoscimento della dignità inviolabile della vita umana.

Insomma, le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale. Essa infatti spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una «città affidabile».19

19. Tanti segni concreti di misericordia sono stati realizzati durante questo Anno Santo. Comunità, famiglie e singoli credenti hanno riscoperto la gioia della condivisione e la bellezza della solidarietà. Eppure non basta. Il mondo continua a generare nuove forme di povertà spirituale e materiale che attentano alla dignità delle persone. È per questo che la Chiesa dev’essere sempre vigile e pronta per individuare nuove opere di misericordia e attuarle con generosità ed entusiasmo.

Poniamo, dunque, ogni sforzo per dare forme concrete alla carità e al tempo stesso intelligenza alle opere di misericordia. Quest’ultima possiede un’azione inclusiva, per questo tende ad allargarsi a macchia d’olio e non conosce limiti. E in questo senso siamo chiamati a dare volto nuovo alle opere di misericordia che conosciamo da sempre. La misericordia, infatti, eccede; va sempre oltre, è feconda. È come il lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33) e come un granello di senape che diventa un albero (cfr Lc 13,19).

Pensiamo solo, a titolo esemplificativo, all’opera di misericordia corporale vestire chi è nudo (cfr Mt 25,36.38.43.44). Essa ci riporta ai primordi, al giardino dell’Eden, quando Adamo ed Eva scoprirono di essere nudi e, sentendo avvicinarsi il Signore, ebbero vergogna e si nascosero (cfr Gen 3,7-8). Sappiamo che il Signore li punì; tuttavia, Egli «fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3,21). La vergogna viene superata e la dignità restituita.

Fissiamo lo sguardo anche su Gesù al Golgota. Il Figlio di Dio sulla croce è nudo; la sua tunica è stata sorteggiata e presa dai soldati (cfr Gv 19,23-24); Lui non ha più nulla. Sulla croce si rivela all’estremo la condivisione di Gesù con quanti hanno perso dignità perché privati del necessario. Come la Chiesa è chiamata ad essere la “tunica di Cristo”20 per rivestire il suo Signore, così è impegnata a rendersi solidale con i nudi della terra perché riacquistino la dignità di cui sono stati spogliati. «(Ero) nudo e mi avete vestito» (Mt 25,36), pertanto, obbliga a non voltare lo sguardo davanti alle nuove forme di povertà e di emarginazione che impediscono alle persone di vivere dignitosamente.

Non avere il lavoro e non ricevere il giusto salario; non poter avere una casa o una terra dove abitare; essere discriminati per la fede, la razza, lo stato sociale...: queste e molte altre sono condizioni che attentano alla dignità della persona., di fronte alle quali l’azione misericordiosa dei cristiani risponde anzitutto con la vigilanza e la solidarietà. Quante sono oggi le situazioni in cui possiamo restituire dignità alle persone e consentire una vita umana! Pensiamo solo a tanti bambini e bambine che subiscono violenze di vario genere, che rubano loro la gioia della vita. I loro volti tristi e disorientati sono impressi nella mia mente; chiedono il nostro aiuto per essere liberati dalle schiavitù del mondo contemporaneo. Questi bambini sono i giovani di domani; come li stiamo preparando a vivere con dignità e responsabilità? Con quale speranza possono affrontare il loro presente e il loro futuro?

Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta. Lo Spirito Santo ci aiuti ad essere sempre pronti ad offrire in maniera fattiva e disinteressata il nostro apporto, perché la giustizia e una vita dignitosa non rimangano parole di circostanza, ma siano l’impegno concreto di chi intende testimoniare la presenza del Regno di Dio.

20. Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa.

Le opere di misericordia, infatti, toccano tutta la vita di una persona. E’ per questo che possiamo dar vita a una vera rivoluzione culturale proprio a partire dalla semplicità di gesti che sanno raggiungere il corpo e lo spirito, cioè la vita delle persone. È un impegno che la comunità cristiana può fare proprio, nella consapevolezza che la Parola del Signore sempre la chiama ad uscire dall’indifferenza e dall’individualismo in cui si è tentati di rinchiudersi per condurre un’esistenza comoda e senza problemi. «I poveri li avete sempre con voi» (Gv 12,8), dice Gesù ai suoi discepoli. Non ci sono alibi che possono giustificare un disimpegno quando sappiamo che Lui si è identificato con ognuno di loro.

La cultura della misericordia si forma nella preghiera assidua, nella docile apertura all’azione dello Spirito, nella familiarità con la vita dei santi e nella vicinanza concreta ai poveri. È un invito pressante a non fraintendere dove è determinante impegnarsi. La tentazione di fare la “teoria della misericordia” si supera nella misura in cui questa si fa vita quotidiana di partecipazione e condivisione. D’altronde, non dovremmo mai dimenticare le parole con cui l’apostolo Paolo, raccontando il suo incontro con Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo la conversione, mette in risalto un aspetto essenziale della sua missione e di tutta la vita cristiana: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10). Non possiamo dimenticarci dei poveri: è un invito più che mai attuale che si impone per la sua evidenza evangelica.

21. L’esperienza del Giubileo imprima in noi le parole dell’apostolo Pietro: «Un tempo eravate esclusi dalla misericordia; ora, invece, avete ottenuto misericordia» (1 Pt 2,10). Non teniamo gelosamente solo per noi quanto abbiamo ricevuto; sappiamo condividerlo con i fratelli sofferenti perché siano sostenuti dalla forza della misericordia del Padre. Le nostre comunità si aprano a raggiungere quanti vivono nel loro territorio perché a tutti giunga la carezza di Dio attraverso la testimonianza dei credenti.

Questo è il tempo della misericordia. Ogni giorno del nostro cammino è segnato dalla presenza di Dio che guida i nostri passi con la forza della grazia che lo Spirito infonde nel cuore per plasmarlo e renderlo capace di amare. È il tempo della misericordia per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé.

Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia (cfr Mt 25,31-46). Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr Lc 16,19-21), non potrà esserci giustizia né pace sociale. Questa Giornata costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione (cfr Mt 11,5), con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia.

22. Su di noi rimangono sempre rivolti gli occhi misericordiosi della Santa Madre di Dio. Lei è la prima che apre la strada e ci accompagna nella testimonianza dell’amore. La Madre della Misericordia raccoglie tutti sotto la protezione del suo manto, come spesso l’arte l’ha voluta rappresentare. Confidiamo nel suo materno aiuto e seguiamo la sua perenne indicazione a guardare a Gesù, volto raggiante della misericordia di Dio.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 novembre,

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo,

dell’Anno del Signore 2016, quarto di pontificato.

FRANCESCO

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1 In Joh 33,5.2

2 Il Pastore di Erma, XLII, 1-4.

3 Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 27.

4 Messale Romano, III Domenica di Quaresima.

5 Ibid., Prefazio delle domeniche del Tempo Ordinario VII.

6 Ibid., Preghiera eucaristica II.

7 Ibid., Riti di comunione.

8 Rito della Penitenza, n. 46.

9 Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi, n. 76.

10 Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 106.

11 Id., Cost. dogm. Dei Verbum, 2.

12 Esort. ap. Evangelii gaudium, 142.

13 Cfr Benedetto XVI, Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 86-87.

14 Cfr Lettera con la quale si concede l’indulgenza in occasione del Giubileo della Misericordia, 1 settembre 2015.

15 Cfr ibid.

16 Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 1.

17 Cfr ibid., 291-300.

18 Messale Romano, Veglia Pasquale, Orazione dopo la Prima Lettura.

19 Lett. enc. Lumen fidei, 50.

20 Cfr Cipriano, L’unità della Chiesa cattolica, 7.

[01867-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua francese

FRANÇOIS

à ceux qui liront cette Lettre Apostolique

miséricorde et paix

Misericordia et misera sont les deux termes qu’utilise Saint Augustin pour raconter la rencontre entre Jésus et la femme adultère (cf. Jn 8, 1-11). Il ne pouvait trouver expression plus belle et plus juste pour faire comprendre le mystère de l’amour de Dieu quand il vient à la rencontre du pécheur : « Il ne resta que la misérable pécheresse en face de la bonté miséricordieuse »1. Que de pitié et de justice divine dans ce récit ! Son enseignement éclaire la conclusion du Jubilé extraordinaire de la Miséricorde et nous indique la route que nous sommes appelés à suivre à l’avenir.

1. Cette page d’Évangile peut être considérée à bon droit comme une icône de ce que nous avons célébré durant l’Année Sainte, un temps riche de miséricorde, laquelle demande à être encore célébrée et vécue dans nos communautés. De fait, la miséricorde ne peut être une parenthèse dans la vie de l’Église, mais elle en constitue l’existence même, qui rend manifeste et tangible la vérité profonde de l’Évangile. Tout se révèle dans la miséricorde ; tout se résout dans l’amour miséricordieux du Père.

Une femme et Jésus se sont rencontrés. Elle, adultère, et, selon la Loi, passible de lapidation. Lui, par sa prédication et le don total de lui-même, qui le conduira jusqu’à la Croix, a replacé la loi mosaïque dans son intention originelle. Au centre, il n’y a pas la loi ni la justice de la loi, mais l’amour de Dieu qui sait lire dans le cœur de chacun, pour en saisir le désir le plus caché, et qui doit avoir le primat sur tout. Dans ce récit évangélique, cependant, on ne rencontre pas le péché et le jugement de manière abstraite, mais une pécheresse et le Sauveur. Jésus a regardé cette femme dans les yeux et il a lu dans son cœur : il y a trouvé le désir d’être comprise, pardonnée, et libérée. La misère du péché a été recouverte par la miséricorde de l’amour. Il n’y a chez Jésus aucun jugement qui ne soit marqué par la pitié et la compassion pour la condition de la pécheresse. À ceux qui voulaient la juger et la condamner à mort, Jésus répond par un long silence, pour laisser la voix de Dieu se faire entendre dans les consciences, tant celle de la femme que celles de ses accusateurs. Ceux-ci laissent les pierres tomber de leurs mains et s’en vont un par un (cf. Jn 8, 9). À la suite de ce silence, Jésus dit : « Femme, où sont-ils donc? Personne ne t’a condamnée?…Moi non plus, je ne te condamne pas. Va, et désormais ne pèche plus » (vv. 10-11). De cette manière, il l’aide à se tourner vers l’avenir avec espérance et à être prête à se remettre en route. Désormais, si elle le désire, elle pourra «vivre dans l’amour» (cf. Ep 5, 2). Revêtue de la miséricorde, même si la condition de faiblesse du péché demeure, elle sera comme recouverte par l’amour qui permet de regarder plus loin et de vivre autrement.

2. Jésus l’avait d’ailleurs déjà enseigné avec clarté, lorsqu’invité à partager le repas chez un pharisien, une femme connue de tous comme une pécheresse s’était approchée de lui (cf. Lc 7, 36-50). Elle avait répandu du parfum sur les pieds de Jésus, les avait arrosés de ses larmes et essuyés avec ses cheveux (cf. v. 37-38). À la réaction scandalisée du pharisien, Jésus répondit : « Ses péchés, ses nombreux péchés, sont pardonnés, puisqu’elle a montré beaucoup d’amour. Mais celui à qui on pardonne peu montre peu d’amour » (v. 47).

Le pardon est le signe le plus visible de l’amour du Père, que Jésus a voulu révéler dans toute sa vie. Il n’y a aucune page de l’Évangile où cet impératif de l’amour qui va jusqu’au pardon ne soit présent. Même au moment ultime de son existence terrestre, alors qu’il est cloué sur la croix, Jésus a des paroles de pardon : « Père, pardonne-leur: ils ne savent pas ce qu’ils font. » (Lc 23,34).

Rien de ce qu’un pécheur qui se repent place devant la miséricorde de Dieu ne peut demeurer sans l’étreinte de son pardon. C’est pourquoi aucun d’entre nous ne peut poser de conditions à la miséricorde. Elle demeure sans cesse un acte gratuit du Père céleste, un amour inconditionnel et immérité. Nous ne pouvons donc pas courir le risque de nous opposer à l’entière liberté de l’amour par lequel Dieu entre dans la vie de chacun.

La miséricorde est cette action concrète de l’amour qui, en pardonnant, transforme et change la vie. C’est ainsi que se manifeste son mystère divin. Dieu est miséricordieux (cf. Ex 34, 6) ; sa miséricorde demeure pour l’éternité (cf. Ps 136) ; de génération en génération, elle embrasse toute personne qui met en lui sa confiance, la transforme en lui donnant sa propre vie.

3. Que de joie a ainsi jailli du cœur de ces deux femmes, l’adultère et la pécheresse! Le pardon les a fait se sentir enfin libres et heureuses comme jamais auparavant. Les larmes de la honte et de la douleur se sont transformées en sourire de celle qui se sait aimée. La miséricorde suscite la joie, car le cœur s’ouvre à l’espérance d’une vie nouvelle. La joie du pardon est indicible, mais elle transparait en nous chaque fois que nous en faisons l’expérience. L’amour avec lequel Dieu vient à notre rencontre en est l’origine, brisant le cercle d’égoïsme qui nous entoure, pour faire de nous, à notre tour, des instruments de miséricorde.

Comme sont riches de sens également pour nous les paroles anciennes qui guidaient les premiers chrétiens : « Revêts-toi donc de la joie qui plaît toujours à Dieu et qu'il accueille favorablement : fais-en tes délices. Tout homme joyeux fait le bien, pense le bien et méprise la tristesse […] Ils vivront pour Dieu, ceux qui rejetteront loin d'eux la tristesse et se revêtiront de la seule joie »2. Faire l’expérience de la miséricorde donne de la joie. Ne laissons pas nos afflictions et nos préoccupations l’éloigner de nous. Qu’elle demeure bien enracinée dans notre cœur et nous fasse toujours considérer notre vie quotidienne avec sérénité.

Dans une culture souvent dominée par la technique, les formes de tristesse et de solitude où tombent tant de personnes et aussi tant de jeunes, semblent se multiplier. L’avenir semble être l’otage de l’incertitude qui ne permet pas la stabilité. C’est ainsi qu’apparaissent souvent des sentiments de mélancolie, de tristesse et d’ennui, qui peu à peu peuvent conduire au désespoir. Nous avons besoin de témoins d’espérance et de véritable joie, pour chasser les chimères qui promettent un bonheur facile fait de paradis artificiels. Le vide profond ressenti par beaucoup peut être comblé par l’espérance que nous portons dans le cœur et par la joie qui en découle. Nous avons tant besoin de reconnaître la joie qui se révèle dans un cœur touché par la miséricorde. Tirons donc profit de ces paroles de l’Apôtre : « Soyez toujours dans la joie du Seigneur» (Ph 4,4 ; cf. 1 Th 5,16).

4. Nous avons célébré une Année intense durant laquelle la grâce de la miséricorde nous a été donnée en abondance. Tel un vent impétueux et salutaire, la bonté et la miséricorde du Seigneur se sont répandues sur le monde entier. Et face à ce regard aimant de Dieu, qui s’est posé sur chacun de nous de façon prolongée, nous ne pouvons pas rester indifférents car il change la vie.

En premier lieu, nous ressentons le besoin de remercier le Seigneur et de lui dire : « Tu as aimé, Seigneur, cette terre […] tu as ôté le péché de ton peuple, tu as couvert toute sa faute » (Ps 84,2-3). C’est ainsi : Dieu a piétiné nos fautes et il a jeté nos péchés au fond de la mer (cf. Mi 7,19) ; il ne s’en souvient plus, il les a jetés derrière lui (cf. Is 38,17) ; aussi loin qu’est l’Orient de l’Occident, il met loin de lui nos péchés (cf. Ps 102,12).

Au cours de cette Année Sainte, l’Église a su se mettre à l’écoute, et elle a fait l’intense expérience de la présence et de la proximité du Père qui, par l’Esprit Saint, lui a rendu plus manifeste le don et la mission de Jésus Christ concernant le pardon. Le Seigneur nous a vraiment rendu visite une nouvelle fois. Nous avons senti son souffle de vie se répandre sur l’Église, et une fois encore, ses paroles ont indiqué la mission : « Recevez l’Esprit Saint. À qui vous remettrez ses péchés, ils seront remis; à qui vous maintiendrez ses péchés, ils seront maintenus.» (Jn 20,22-23).

5. À l’heure où s’achève ce Jubilé, il est temps de regarder en avant et de comprendre comment continuer avec fidélité, joie et enthousiasme, à faire l’expérience de la richesse de la miséricorde divine. Nos communautés pourront rester vivantes et dynamiques dans la mission de nouvelle évangélisation dans la mesure où la «conversion pastorale» que nous sommes appelés à vivre3 sera imprégnée chaque jour de la force rénovatrice de la miséricorde. Ne mettons pas de limites à son action; n’attristons pas l’Esprit qui indique toujours des chemins nouveaux pour annoncer à tous l’Évangile du salut.

Nous sommes d’abord appelés à célébrer la miséricorde. Que de richesses se dégagent de la prière de l’Église quand elle invoque Dieu comme Père miséricordieux ! Dans la liturgie, la miséricorde n’est pas seulement évoquée maintes fois : elle est réellement reçue et vécue. Du début à la fin de la célébration eucharistique, la miséricorde est évoquée plusieurs fois dans le dialogue entre l’assemblée priante et le cœur du Père qui se réjouit quand il peut répandre son amour miséricordieux. Après la demande de pardon initiale, par l’invocation «Seigneur, prends pitié», nous sommes immédiatement rassurés : «Que Dieu tout puissant nous fasse miséricorde, qu’il nous pardonne nos péchés et nous conduise à la vie éternelle». La communauté, dans cette confiance, se rassemble en présence du Seigneur, tout spécialement le saint jour de la résurrection. Beaucoup d’oraisons - collectes - rappellent le grand don de la miséricorde. Pendant le Carême par exemple, nous prions ainsi: « Tu es la source de toute bonté, Seigneur, et toute miséricorde vient de toi; tu nous as dit comment guérir du péché par le jeûne, la prière et le partage; écoute l’aveu de notre faiblesse: nous avons conscience de nos fautes, patiemment, relève-nous avec amour ».4 Nous entrons ensuite dans la grande prière eucharistique par la préface qui proclame : « Ton amour pour le monde est si grand que tu nous as envoyé un sauveur. Tu l’as voulu semblable aux hommes en toute chose à l’exception du péché, afin d’aimer en nous ce que tu aimais en lui ».5 La quatrième prière eucharistique, quant à elle, est une hymne à la miséricorde de Dieu: «Dans ta miséricorde, tu es venu en aide à tous les hommes pour qu’ils te cherchent et puissent te trouver ». « Sur nous tous nous implorons ta bonté »6, telle est la supplique du prêtre dans la prière eucharistique pour implorer la participation à la vie éternelle. Après le Notre Père, le prêtre prolonge la prière, invoquant la paix et la libération du péché «par ta miséricorde». Et avant le signe de paix, échangé comme expression de fraternité et d’amour réciproque à la lumière du pardon reçu, il prie de nouveau : « Ne regarde pas nos péchés mais la foi de ton Église ».7 Par ces paroles, nous demandons avec une humble confiance le don de l’unité et de la paix pour notre sainte Mère l’Église. La célébration de la miséricorde divine atteint son sommet dans le Sacrifice eucharistique, mémorial du mystère pascal du Christ, d’où vient le salut pour tout homme, pour l’histoire et le monde entier. En bref, chaque moment de la célébration eucharistique fait référence à la miséricorde de Dieu.

La miséricorde nous est offerte en abondance dans toute la vie sacramentelle. Il n’est pas anodin que l’Église ait voulu évoquer explicitement la miséricorde dans la formule des deux sacrements dits «de guérison», à savoir la Réconciliation et le Sacrement des malades. La formule d’absolution dit : «Que Dieu, notre Père, vous montre sa miséricorde. Par la mort et la résurrection de son Fils, il a réconcilié le monde avec lui, et il a envoyé l’Esprit Saint pour la rémission des péchés, par le ministère de l’Église, qu’il vous donne le pardon et la paix».8 Dans l’Onction des malades, on dit : «Par cette Onction sainte, que le Seigneur, en sa grande bonté, vous réconforte par la grâce de l’Esprit Saint».9 Dans la prière de l’Église, l’appel à la miséricorde n’est donc pas seulement parénétique, il est hautement performatif, ce qui signifie qu’elle nous est accordée lorsque nous l’invoquons avec foi ; quand nous la confessons comme vivante et réelle, elle nous transforme vraiment. C’est là un des contenus fondamentaux de notre foi que nous devons conserver dans toute son originalité : avant la révélation du péché, nous avons celle de l’amour par lequel Dieu a créé le monde et les êtres humains. L’amour est le premier acte par lequel Dieu se fait connaître et vient à notre rencontre. Tenons donc ouvert notre cœur à la confiance d’être aimés de Dieu. Son amour nous précède toujours, nous accompagne et demeure à nos côtés malgré notre péché.

6. Dans ce contexte, l’écoute de la Parole de Dieu a une importance particulière. Chaque dimanche, la Parole de Dieu est proclamée dans la communauté chrétienne pour que le Jour du Seigneur soit éclairé par la lumière qui émane du mystère pascal.10 Dans la célébration eucharistique, c’est comme si l’on assistait à un vrai dialogue entre Dieu et son peuple. De fait, dans la proclamation des lectures bibliques, on parcourt à nouveau l’histoire de notre salut à travers l’annonce qui est faite de l’incessante œuvre de miséricorde. Dieu nous parle encore aujourd’hui comme à des amis ; il s’« entretient» avec nous11 pour nous accompagner et nous montrer le chemin de la vie. Sa parole se fait interprète de nos demandes et de nos préoccupations et réponse féconde pour que nous fassions l’expérience concrète de sa proximité. L’homélie est d’une grande importance, là où «la vérité accompagne la beauté et le bien»,12 pour faire vibrer le cœur des croyants face à la grandeur de la miséricorde ! Je recommande beaucoup la préparation de l’homélie et le soin de la prédication. Elle sera d’autant plus féconde que le prêtre aura fait l’expérience en lui-même de la bonté miséricordieuse du Seigneur. Transmettre la certitude que Dieu nous aime n’est pas un exercice rhétorique, mais la condition de crédibilité de son sacerdoce. Vivre la miséricorde est donc la voie royale pour en faire une véritable annonce de consolation et de conversion dans la vie pastorale. L’homélie, tout comme la catéchèse, ont besoin d’être sans cesse irriguées par ce cœur battant de la vie chrétienne.

7. La Bible est le grand récit qui raconte les merveilles de la miséricorde de Dieu. Chaque page est baignée par l’amour du Père qui, depuis la création, a voulu imprimer dans l’univers les signes de son amour. L’Esprit Saint, à travers les paroles des prophètes et les écrits sapientiaux, a modelé l’histoire d’Israël pour y reconnaitre la tendresse et la proximité de Dieu, malgré l’infidélité du peuple. La vie de Jésus et sa prédication marquent de façon déterminante l’histoire de la communauté chrétienne qui a compris sa propre mission à partir du mandat donné par le Christ d’être l’instrument permanent de sa miséricorde et de son pardon (cf. Jn 20,23). À travers l’Écriture Sainte, maintenue vivante dans la foi de l’Église, le Seigneur continue de parler à son Épouse et lui montre les chemins à parcourir pour que l’Évangile du salut parvienne à tous. Je désire vivement que la Parole de Dieu soit toujours davantage célébrée, connue et diffusée, pour qu’à travers elle, le mystère d’amour qui jaillit de cette source de miséricorde soit toujours mieux compris. C’est ce que rappelle clairement l’Apôtre : « Toute l’Écriture est inspirée par Dieu; elle est utile pour enseigner, dénoncer le mal, redresser, éduquer dans la justice » (2 Tm 3,16).

Il serait bon qu’un dimanche de l’année liturgique chaque communauté puisse renouveler son engagement à diffuser, faire connaître et approfondir l’Écriture Sainte: un dimanche entièrement consacré à la Parole de Dieu pour comprendre l’inépuisable richesse qui provient du dialogue permanent entre Dieu et son peuple. La créativité ne manquera pas pour enrichir ce moment par des initiatives qui stimuleront les croyants à être de vivants instruments de transmission de la Parole. Parmi ces initiatives, il y a certainement la diffusion plus large de la lectio divina, afin que la vie spirituelle trouve un soutien et les moyens de sa croissance dans la lecture priante du texte sacré. La lectio divina, sur les thèmes de la miséricorde, permettra de toucher du doigt quelle fécondité jaillit du texte sacré lorsqu’il est lu à la lumière de toute la tradition spirituelle de l’Église, et qu’il débouche nécessairement sur des gestes et des œuvres concrètes de charité.13

8. La célébration de la miséricorde advient tout particulièrement dans le Sacrement de la Réconciliation. C’est le moment où nous nous sentons embrassés par le Père qui vient à notre rencontre pour nous redonner la grâce d’être de nouveau ses enfants. Nous sommes pécheurs et nous portons en nous le poids de la contradiction entre ce que nous voudrions faire, et ce qu’au contraire nous faisons concrètement (cf. Rm 7,14-21). Cependant, la grâce nous précède toujours et prend le visage de la miséricorde qui devient efficace dans la réconciliation et le pardon. Précisément, Dieu nous fait comprendre son immense amour face à notre être pécheur. La grâce est la plus forte et dépasse toute résistance possible, car l’amour est vainqueur de toute chose (cf. 1 Co 13,7).

Dans le sacrement du Pardon, Dieu montre le chemin pour revenir à lui et invite à faire de nouveau l’expérience de sa proximité. C’est un pardon que l’on peut obtenir, d’abord, en commençant à vivre la charité. C’est ce que rappelle aussi l’Apôtre Pierre quand il écrit que : «la charité couvre une multitude de péchés» (1 P 4,8). Dieu seul pardonne les péchés, mais il nous demande aussi d’être prêts à pardonner les autres comme lui-même nous pardonne : «Remets-nous nos dettes, comme nous-mêmes nous remettons leurs dettes à nos débiteurs » (Mt 6,12). Quelle tristesse quand nous restons enfermés en nous-mêmes et incapables de pardonner ! La rancœur, la colère, la vengeance prennent alors le dessus, nous rendant la vie malheureuse et vain l’engagement joyeux pour la miséricorde.

9. Le service accompli par les Missionnaires de la Miséricorde a certainement été une expérience de grâce que l’Église a vécue avec beaucoup d’efficacité au cours de l’Année jubilaire. Leur action pastorale a voulu rendre manifeste le fait que Dieu ne pose pas de limite à ceux qui le recherchent avec un cœur contrit, car il va à la rencontre de tous comme un Père. J’ai reçu beaucoup de témoignages joyeux d’une rencontre renouvelée avec le Seigneur dans le sacrement de la Confession. Ne laissons pas passer l’opportunité de vivre la foi aussi comme une expérience de réconciliation. «Laissez-vous réconcilier avec Dieu» (2 Co 5,20) : tel est l’appel lancé, encore aujourd’hui, par l’Apôtre pour faire découvrir à tout croyant la puissance de l’amour qui fait de nous une «créature nouvelle» (2 Co 5,17).

Je veux dire ma gratitude à tous les Missionnaires de la Miséricorde pour le précieux service rendu afin de rendre efficace la grâce du pardon. Cependant, ce ministère extraordinaire ne s’arrête pas avec la fermeture de la Porte Sainte. Je désire en effet qu’il demeure, jusqu’à plus ample informé, comme signe concret que la grâce du Jubilé est toujours vivante et efficace partout dans le monde. Le Conseil pontifical pour la Promotion de la nouvelle Évangélisation aura la charge d’accompagner les Missionnaires de la Miséricorde pendant cette période, comme expression directe de ma sollicitude et de ma proximité, et de trouver les formes les plus adaptées pour l’exercice de ce précieux ministère.

10. Je renouvelle aux prêtres l’invitation à se préparer avec grand soin au ministère de la Confession, qui est une vraie mission sacerdotale. Je vous exprime toute ma gratitude pour votre service, et je vous demande d’être accueillants envers tous, témoins de la tendresse paternelle malgré la gravité du péché, prompts à aider la réflexion sur le mal commis, clairs dans l’exposé des principes moraux, disponibles pour accompagner les fidèles dans leur chemin pénitentiel, au plus près de leur démarche avec patience, clairvoyants dans le discernement de chaque cas particulier, généreux en donnant le pardon de Dieu. Comme Jésus a choisi de rester en silence face à la femme adultère pour la sauver de la condamnation à mort, que le prêtre, dans le confessionnal, ait un cœur magnanime, conscient que tout pénitent le renvoie à sa propre condition personnelle : pécheur, mais ministre de la miséricorde.

11. Je voudrais que nous méditions tous les paroles de l’Apôtre, écrites vers la fin de sa vie, quand il confesse à Timothée avoir été le premier des pécheurs, mais «il m’a été fait miséricorde» (1 Tm 1,16). Ses mots ont une grande puissance pour nous provoquer à réfléchir, nous aussi, sur notre existence, et pour voir à l’œuvre la miséricorde de Dieu qui change, convertit, et transforme notre cœur: « Je suis plein de gratitude envers celui qui me donne la force, le Christ Jésus notre Seigneur, car il m’a estimé digne de confiance lorsqu’il m’a chargé du ministère, moi qui étais autrefois blasphémateur, persécuteur, violent. Mais il m’a été fait miséricorde» (1Tm 1,12-13).

Avec une passion pastorale toujours renouvelée, rappelons-nous donc les paroles de l’Apôtre : «Dieu nous a réconciliés avec lui par le Christ, et il nous a donné le ministère de la réconciliation» (2 Co 5,18). C’est en vue de ce ministère que nous avons été pardonnés en premier, faits témoins privilégiés de l’universalité du pardon. Aucune loi ni précepte ne peut empêcher Dieu d’embrasser de nouveau le fils qui revient vers lui reconnaissant s’être trompé mais décidé à recommencer au début. Ne s’arrêter qu’à la loi, c’est rendre vaines la foi et la miséricorde divine. Il y a une valeur propédeutique dans la loi (cf. Ga 3,24) qui a comme fin, la charité (cf. 1 Tm 1,5). Cependant, le chrétien est invité à vivre la nouveauté de l’Évangile, «la loi de l’Esprit qui donne la vie dans le Christ » (Rm 8,2). Même dans les cas les plus difficiles, où l’on est tenté de faire prévaloir une justice qui vient seulement des normes, on doit croire en la force qui jaillit de la grâce divine.

Nous autres confesseurs, nous avons l’expérience de nombreuses conversions qui se manifestent sous nos yeux. Ayons conscience de la responsabilité des gestes et des paroles afin qu’ils touchent le cœur du pénitent pour qu’il découvre la proximité et la tendresse du Père qui pardonne. Ne rendons pas vains ces moments par des comportements qui pourraient contredire l’expérience de la miséricorde recherchée. Aidons plutôt à éclairer l’espace de la conscience personnelle avec l’amour infini de Dieu (cf. 1 Jn 3,20).

Le sacrement de la Réconciliation doit retrouver sa place centrale dans la vie chrétienne. C’est pourquoi il exige des prêtres qu’ils mettent leur vie au service du «ministère de la réconciliation» (2 Co 5,18) de sorte qu’aucun pénitent sincère ne soit empêché d’accéder à l’amour du Père qui attend son retour, et que la possibilité de faire l’expérience de la force libératrice du pardon soit offerte à tous.

La célébration de l’initiative des 24 heures pour le Seigneur, en lien avec le IVème dimanche de Carême, peut être une occasion à saisir. Elle a déjà reçu un accueil favorable dans les diocèses et demeure un appel pastoral fort pour vivre intensément le sacrement de la Confession.

12. En fonction de cette exigence, et pour qu’aucun obstacle ne s’interpose entre la demande de réconciliation et le pardon de Dieu, je concède à tous les prêtres, à partir de maintenant, en vertu de leur ministère, la faculté d’absoudre le péché d’avortement. Ce que j’avais concédé pendant le temps limité du Jubilé14 est étendu désormais dans le temps, nonobstant toutes choses contraires. Je voudrais redire de toutes mes forces que l’avortement est un péché grave, parce qu’il met fin à une vie innocente. Cependant, je peux et je dois affirmer avec la même force qu’il n’existe aucun péché que ne puisse rejoindre et détruire la miséricorde de Dieu quand elle trouve un cœur contrit qui demande à être réconcilié avec le Père. Que chaque prêtre se fasse donc guide, soutien et réconfort dans l’accompagnement des pénitents sur ce chemin particulier de réconciliation.

Au cours de l’Année jubilaire, j’avais concédé aux fidèles qui, pour des raisons diverses, fréquentent les églises desservies par des prêtres de la Fraternité Saint PieX, la faculté de recevoir validement et licitement l’absolution sacramentelle de leurs péchés.15 Pour le bien pastoral de ces fidèles et comptant sur la bonne volonté de leurs prêtres afin que la pleine communion dans l’Église catholique puisse être recouvrée avec l’aide de Dieu, j’établis par ma propre décision d’étendre cette faculté au-delà de la période jubilaire, jusqu’à ce que soient prises de nouvelles dispositions, pour que le signe sacramentel de la réconciliation à travers le pardon de l’Église ne fasse jamais défaut à personne.

13. La miséricorde a aussi le visage de la consolation. « Consolez, consolez mon peuple» (Is 40,1) sont les paroles venant du fond du cœur que le prophète fait entendre encore aujourd’hui, afin qu’une parole d’espérance puisse parvenir à tous ceux qui sont dans la souffrance et la douleur. Ne nous laissons pas voler l’espérance qui vient de la foi dans le Seigneur ressuscité. Il est vrai que nous sommes souvent soumis à rude épreuve, mais la certitude que le Seigneur nous aime ne doit jamais nous quitter. Sa miséricorde s’exprime aussi à travers la proximité, l’affection et le soutien que tant de frères et sœurs manifestent lorsque surviennent les jours de tristesse et d’affliction. Essuyer les larmes est une action concrète qui brise le cercle de la solitude où nous sommes souvent enfermés.

Nous avons tous besoin de consolation, car personne d’entre nous n’est exempt de souffrance, de douleur ou d’incompréhension. Que de douleur peut provoquer une parole haineuse, fruit de l’envie, de la jalousie et de la colère ! Que de souffrance entraîne l’expérience de la trahison, de la violence et de l’abandon ! Que d’amertume devant la mort des personnes chères ! Cependant, Dieu n’est jamais loin lorsque de tels drames sont vécus. Une parole qui réchauffe le cœur, une accolade qui te manifeste la compréhension, une caresse qui fait percevoir l’amour, une prière qui permet d’être plus fort… expriment la proximité de Dieu à travers la consolation offerte par les frères.

Parfois, le silence aussi pourra être une grande aide. Car parfois il n’y a pas de parole qui réponde aux questions de celui qui souffre. Cependant la compassion de celui qui est présent, proche, qui aime et tend la main, peut suppléer l’absence de paroles. Il n’est pas vrai que le silence soit la marque de l’impuissance. Au contraire, il est un moment de force et d’amour. Le silence aussi fait partie de notre langage de consolation, parce qu’il se transforme en œuvre concrète de partage et de participation à la souffrance du frère.

14. Dans une période particulière comme la nôtre, marquée par tant de crises dont celle de la famille, il est important qu’une parole de force consolatrice soit adressée à nos familles. Le don du mariage est une grande vocation à laquelle correspond, avec la grâce du Christ, un amour généreux, fidèle et patient. La beauté de la famille demeure inchangée, malgré tant d’obscurités et de propositions alternatives : «La joie de l’amour qui est vécue dans les familles est aussi la joie de l’Église ».16 Le chemin de vie qui amène un homme et une femme à se rencontrer, s’aimer, et se promettre fidélité pour toujours devant Dieu, est souvent interrompu par la souffrance, la trahison ou la solitude. La joie du don des enfants n’est pas exempte des soucis des parents concernant leur croissance et leur formation, leur avenir digne d’être intensément vécu.

La grâce du sacrement de Mariage, non seulement fortifie la famille afin qu’elle soit un lieu privilégié pour vivre la miséricorde, mais elle engage aussi la communauté chrétienne et tout l’agir pastoral à promouvoir la grande valeur de proposition de la famille. Cette Année jubilaire ne peut cependant pas nous faire perdre de vue la complexité de la réalité familiale actuelle. L’expérience de la miséricorde nous rend capables de regarder toutes les difficultés humaines dans l’attitude de l’amour de Dieu qui ne se lasse jamais d’accueillir et d’accompagner.17

Nous ne pouvons pas oublier que chacun est porteur de la richesse et du poids de sa propre histoire qui le rendent absolument unique. Notre vie, avec ses joies et ses peines, est quelque chose d’unique et non reproductible, qui se déroule sous le regard miséricordieux de Dieu. Cela requiert, surtout de la part du prêtre, un discernement spirituel attentif, profond et clairvoyant, de sorte que nul ne soit exclu, quelle que soit la situation dans laquelle il vit, et qu’il puisse se sentir accueilli concrètement par Dieu, participer activement à la vie de la communauté, être inséré dans ce Peuple de Dieu qui avance infatigablement vers la plénitude du Règne de Dieu, règne de justice, d’amour, de pardon et de miséricorde.

15. Le moment de la mort est d’une importance toute particulière. L’Église a toujours vécu ce passage dramatique à la lumière de la Résurrection de Jésus Christ qui a ouvert la voie à la certitude de la vie future. C’est un grand défi que nous avons à relever, spécialement dans la culture contemporaine qui tend souvent à banaliser la mort jusqu’à la faire devenir une simple fiction ou à la cacher. Au contraire, la mort doit être affrontée et l’on doit s’y préparer, comme un passage douloureux et inévitable, mais riche de sens : celui de l’ultime acte d’amour envers les personnes qu’on laisse et envers Dieu vers lequel on va. Dans toutes les religions, le moment de la mort, comme celui de la naissance, est accompagné par une présence religieuse. Nous vivons l’expérience des obsèques comme une prière riche d’espérance pour l’âme du défunt, et pour consoler ceux qui souffrent du départ de la personne aimée.

Je suis convaincu que, dans la pastorale animée d’une foi vive, il nous faut faire toucher du doigt combien les signes liturgiques et nos prières sont des expressions de la miséricorde du Seigneur. C’est lui-même qui nous adresse des paroles d’espérance, pour que rien ni personne ne puisse nous séparer de son amour (cf. Rm 8,35). Le partage de ce moment par le prêtre est un accompagnement important, parce qu’il permet de vivre la proximité de la communauté chrétienne dans un moment de faiblesse, de solitude, d’incertitude et de pleurs.

16. Le Jubilé s’achève et la Porte Sainte se ferme. Mais la porte de la miséricorde de notre cœur demeure toujours grande ouverte. Nous avons appris que Dieu se penche sur nous (cf. Os 11,4) pour que nous puissions, nous aussi, l’imiter et nous pencher sur nos frères. La nostalgie de beaucoup du retour à la maison du Père, qui attend leur venue, est suscitée aussi par des témoins sincères et généreux de la tendresse divine. La Porte Sainte que nous avons franchie en cette Année jubilaire nous a placés sur le chemin de la charité que nous sommes appelés à parcourir chaque jour avec fidélité et dans la joie. C’est la route de la miséricorde qui permet de rencontrer de nombreux frères et sœurs qui tendent la main pour que quelqu’un puisse la saisir afin de cheminer ensemble.

Vouloir être proche du Christ exige de se faire proche des frères, car rien ne plait davantage au Père qu’un geste concret de miséricorde. Par sa nature même, la miséricorde se fait visible et tangible à travers une action concrète et dynamique. Une fois qu’on en a fait l’expérience en vérité, on ne peut plus retourner en arrière : elle grandit sans cesse et transforme la vie. C’est une authentique et nouvelle création qui crée un cœur nouveau, capable d’aimer pleinement, et qui purifie le regard afin qu’il reconnaisse les besoins les plus cachés. Combien sont-elles vraies les paroles avec lesquelles l’Église prie durant la Veillée Pascale, après la lecture du récit de la création : «Seigneur notre Dieu, toi qui as fait merveille en créant l’homme et plus grande merveille encore en le rachetant ». 18

La miséricorde renouvelle et libère car elle est la rencontre de deux cœurs : celui de Dieu qui vient à la rencontre de celui de l’homme. Celui-ci est réchauffé, et celui-là le guérit : le cœur de pierre est transformé en cœur de chair (cf. Ez 36,26), capable d’aimer malgré son péché. C’est ici que l’on prend conscience d’être vraiment une «créature nouvelle» (cf. Ga 6,15) : je suis aimé, donc j’existe ; je suis pardonné, donc je renais à une vie nouvelle ; il m’a été fait miséricorde, donc je deviens instrument de miséricorde.

17. Pendant l’Année Sainte, et spécialement les «vendredis de la miséricorde», j’ai pu toucher du doigt tout le bien présent dans le monde. Bien souvent, il n’est pas connu, car il est fait chaque jour de façon discrète et silencieuse. Même s’ils ne font pas les manchettes, il existe beaucoup de gestes concrets de bonté et de tendresse tournés vers les plus petits et les plus faibles, les plus seuls et abandonnés. Ils existent vraiment, ces protagonistes de la charité qui vivent la solidarité avec les pauvres et les malheureux. Rendons grâce au Seigneur pour ces dons précieux qui invitent à découvrir la joie de se faire proche face à la faiblesse de l’humanité blessée. Je pense avec gratitude à tant de volontaires qui, chaque jour, consacrent leur temps à manifester la présence et la proximité de Dieu à travers leur dévouement. Leur service est une authentique œuvre de miséricorde qui aide beaucoup de personnes à s’approcher de l’Église.

18. Le moment est venu de donner libre cours à l’imagination de la miséricorde pour faire naître de nombreuses œuvres nouvelles, fruits de la grâce. L’Église a besoin aujourd’hui de raconter ces «nombreux autres signes» que Jésus a accomplis et «qui ne sont pas écrits» (Jn 20,30), pour exprimer avec éloquence la fécondité de l’amour du Christ et de la communauté qui vit de lui. Plus de deux mille ans se sont écoulés, et pourtant les œuvres de miséricorde continuent à rendre visible la bonté de Dieu.

Aujourd’hui encore des populations entières souffrent de la faim et de la soif. Les images des enfants qui n’ont rien à manger suscitent de grandes préoccupations. Des personnes continuent à émigrer en masse d’un pays à l’autre, à la recherche de nourriture, de travail, d’une maison et de paix. La maladie, sous ses différentes formes, est un motif permanent de souffrance qui demande aide, consolation, et soutien. Les prisons sont des lieux où s’ajoutent souvent à la peine elle-même des désagréments parfois graves, dus aux conditions de vie inhumaines. L’analphabétisme est encore très présent ; il empêche les garçons et les filles d’être éduqués et les expose à de nouvelles formes d’esclavage. La culture de l’individualisme exacerbé, surtout en Occident, conduit à faire disparaître le sens de la solidarité et de la responsabilité envers les autres. Dieu lui-même aujourd’hui demeure, pour beaucoup, un inconnu ; cela représente la plus grande pauvreté et l’obstacle le plus grand à la reconnaissance de la dignité inviolable de la vie humaine.

En bref, les œuvres de miséricorde corporelles et spirituelles constituent jusqu’à aujourd’hui la confirmation de la grande et positive incidence de la miséricorde en tant que valeur sociale. Elle nous pousse en effet à retrousser nos manches pour redonner dignité à des millions de personnes qui sont nos frères et sœurs, appelés à construire avec nous une «cité fiable».19

19. De nombreux gestes concrets de miséricorde ont été posés pendant cette Année Sainte. Des communautés, des familles, des croyants, ont redécouvert la joie du partage et la beauté de la solidarité. Cependant, cela ne suffit pas. Le monde continue à produire de nouvelles formes de pauvreté spirituelle et matérielle qui attentent à la dignité des personnes. C’est pour cette raison que l’Église doit toujours être vigilante et prête à identifier de nouvelles œuvres de miséricorde et à les mettre en œuvre avec générosité et enthousiasme.

Efforçons-nous donc de donner des formes concrètes à la charité, et en même temps intelligence aux œuvres de miséricorde. Cette dernière possède une action inclusive, c’est pourquoi elle tend à s’élargir comme une tache d’huile et ne connait pas de limite. En ce sens, nous sommes appelés à donner un visage nouveau aux œuvres de miséricorde que nous connaissons depuis toujours. De fait, la miséricorde exagère; elle va toujours plus loin, elle est féconde. Elle est comme le levain qui fait fermenter la pâte (cf. Mt 13,33) et comme la graine de moutarde qui devient un arbre (cf. Lc 13,19).

Il nous suffit de penser, à titre d’exemple, à l’œuvre de miséricorde corporelle qui consiste à vêtir celui qui est nu (cf. Mt 25,36.38.43.44). Elle nous ramène au commencement, au jardin d’Eden, lorsqu’Adam et Eve découvrirent qu’ils étaient nus, et entendant le Seigneur s’approcher, eurent honte et se cachèrent (cf. Gn 3,7-8). Nous savons qu’ils furent punis par le Seigneur. Pourtant, il «fit à l’homme et à sa femme des tuniques de peau et les en revêtit » (Gn 3,21). La honte est dépassée et la dignité retrouvée.

Fixons le regard également sur Jésus au Golgotha. Sur la croix, le Fils de Dieu est nu. Sa tunique a été tirée au sort et prise par les soldats (cf. Jn 19,23-24). Il n’a plus rien. Sur la croix, se révèle jusqu’à l’extrême la solidarité de Jésus avec ceux qui ont perdu toute dignité en étant privé du nécessaire. De même que l’Église est appelée à être la «tunique du Christ»20 pour revêtir son Seigneur, de même elle est engagée à se rendre solidaire de tous les nus de la terre, afin qu’ils retrouvent la dignité dont ils ont été dépouillés. « J’étais nu, et vous m’avez habillé » (Mt 25,36) : cela oblige donc à ne pas détourner notre regard des nouvelles formes de pauvreté et de marginalisation, qui empêchent les personnes de vivre dignement.

Être sans travail et ne pas recevoir un juste salaire, ne pas avoir une maison ou une terre où habiter, subir des discriminations pour la foi, la race, le statut social… ces réalités, et d’autres encore, sont des conditions qui attentent à la dignité de la personne face auxquelles l’agir miséricordieux des chrétiens répond avant tout par la vigilance et la solidarité. Combien sont nombreuses les situations aujourd’hui où l’on peut rendre la dignité aux personnes et permettre une vie humaine! Qu’il suffise de penser à de nombreux jeunes enfants qui subissent des violences de toutes sortes qui leur volent la joie de vivre. Leur visages tristes et défaits sont imprimés dans mon esprit. Ils demandent notre aide pour être libérés de l’esclavage du monde contemporain. Ces enfants sont les jeunes de demain. Comment les préparons-nous à vivre de façon digne et responsable ? Avec quelle espérance peuvent-ils affronter leur présent et leur avenir ?

Le caractère social de la miséricorde exige de ne pas rester inertes et de chasser l’indifférence et l’hypocrisie, afin que les plans et les projets ne demeurent pas lettre morte. Que l’Esprit Saint nous aide à être toujours prêts à offrir notre participation de manière active et désintéressée, afin que la justice et une vie digne ne demeurent pas des paroles de circonstance, mais marquent l’engagement concret de celui qui veut témoigner de la présence du Royaume de Dieu.

20. Nous sommes appelés à faire grandir une culture de la miséricorde, fondée sur la redécouverte de la rencontre des autres : une culture dans laquelle personne ne regarde l’autre avec indifférence ni ne détourne le regard quand il voit la souffrance des frères. Les œuvres de miséricorde sont «artisanales» : aucune d’entre elles n’est semblable à une autre ; nos mains peuvent les modeler de mille manières et même si Dieu qui les inspire est unique, tout comme est unique la «matière» dont elles sont faites, à savoir la miséricorde elle-même, chacune acquiert une forme différente.

Les œuvres de miséricorde, en effet, concernent la vie entière d’une personne. C’est pour cela que nous pouvons donner naissance à une véritable révolution culturelle, précisément à partir de la simplicité des gestes qui savent rejoindre le corps et l’esprit, c’est-à-dire la vie des personnes. C’est un engagement que la communauté chrétienne peut faire sien, consciente que la Parole du Seigneur l’appelle sans cesse à sortir de l’indifférence et de l’individualisme dans lesquels on est tenté de s’enfermer pour mener une existence confortable et sans problèmes. «Des pauvres, vous en aurez toujours avec vous» (Jn 12,8), dit Jésus à ses disciples. Aucun alibi ne peut justifier un désengagement lorsque l’on sait qu’il s’est identifié à chacun d’eux.

La culture de la miséricorde s’élabore dans la prière assidue, dans l’ouverture docile à l’action de l’Esprit, dans la familiarité avec la vie des saints et dans la proximité concrète des pauvres. C’est un appel pressant à ne pas mal interpréter où il est déterminant de s’engager. La tentation de faire la «théorie de la miséricorde» est surmontée dans la mesure où celle-ci est notre vie quotidienne de participation et de partage. Nous ne devrons d’ailleurs jamais oublier les paroles de l’apôtre Paul racontant sa rencontre avec Pierre, Jacques et Jean, après sa conversion : il met en relief un aspect essentiel de sa mission et de toute la vie chrétienne : «Ils nous ont seulement demandé de nous souvenir des pauvres, ce que j’ai pris grand soin de faire» (Ga 2,10). Nous ne pouvons pas oublier les pauvres : c’est un appel plus que jamais d’actualité et qui s’impose dans son évidence évangélique.

21. Que l’expérience du Jubilé imprime en nous les paroles de l’Apôtre Pierre : «Autrefois vous n’aviez pas obtenu miséricorde, mais maintenant vous avez obtenu miséricorde» (1 P 2,10). Ne gardons pas jalousement seulement pour nous tout ce que nous avons reçu. Sachons le partager avec les frères souffrants pour qu’ils soient soutenus par la force de la miséricorde du Père. Que nos communautés s’ouvrent pour rejoindre ceux qui vivent sur leur territoire, pour qu’à travers le témoignage des croyants la caresse de Dieu parvienne à tous.

Voici venu le temps de la miséricorde. Chaque journée de notre route est marquée par la présence de Dieu qui guide nos pas avec la force de la grâce que l’Esprit répand dans le cœur pour le modeler et le rendre capable d’aimer. Voici venu le temps de la miséricorde pour tous et pour chacun, pour que personne ne puisse penser être étranger à la proximité de Dieu et à la puissance de sa tendresse. Voici venu le temps de la miséricorde pour que ceux qui sont faibles et sans défense, loin et seuls, puissent accueillir la présence de frères et sœurs qui les tireront du besoin. Voici venu le temps de la miséricorde pour que les pauvres sentent se poser sur eux le regard respectueux mais attentif de ceux qui, ayant vaincu l’indifférence, découvrent l’essentiel de la vie. Voici venu le temps de la miséricorde pour que tout pécheur ne se lasse jamais de demander pardon et sente la main du Père qui accueille toujours et serre contre lui.

À la lumière du «Jubilé des personnes socialementexclues», alors que dans toutes les cathédrales et dans les sanctuaires du monde les Portes de la Miséricorde se fermaient, j’ai eu l’intuition que, comme dernier signe concret de cette Année Sainte extraordinaire, on devait célébrer dans toute l’Église, le XXXIIIème Dimanche du Temps ordinaire, la Journée mondiale des pauvres. Ce sera la meilleure préparation pour vivre la solennité de Notre Seigneur Jésus Christ, Roi de l’Univers, qui s’est identifié aux petits et aux pauvres et qui nous jugera sur les œuvres de miséricorde (cf. Mt 25,31-46). Ce sera une journée qui aidera les communautés et chaque baptisé à réfléchir sur la manière dont la pauvreté est au cœur de l’Évangile et sur le fait que, tant que Lazare git à la porte de notre maison (cf. Lc 16,19-21), il ne pourra y avoir de justice ni de paix sociale. Cette Journée constituera aussi une authentique forme de nouvelle évangélisation (cf. Mt 11,5) par laquelle se renouvellera le visage de l’Église dans son action continuelle de conversion pastorale pour être témoin de la miséricorde.

22. Que demeurent tournés vers nous les yeux miséricordieux de la Sainte Mère de Dieu. Elle est la première qui nous ouvre le chemin et nous accompagne dans le témoignage de l’amour. Que la Mère de Miséricorde nous rassemble tous à l’abri de son manteau, comme l’art a souvent voulu la représenter. Confions-nous à son aide maternelle et suivons son indication constante à regarder Jésus, visage rayonnant de la miséricorde de Dieu.

Donné à Rome, près de Saint Pierre, le 20 novembre,

Solennité de Notre Seigneur Jésus Christ, Roi de l’Univers,

de l’An du Seigneur 2016, quatrième de mon pontificat.

FRANÇOIS

_________________

1 In Joh 33,5.

2 Le Pasteur d’Hermas, XLII, 1-4.

3 Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 27.

4 Missel Romain, IIIéme Dimanche de Carême.

5 Ibid., Préface des dimanches du Temps Ordinaire VII.

6 Ibid., Prière eucharistique II.

7 Ibid., Rite de communion.

8 Célébrer la Pénitence et la Réconciliation, n° 85.

9 Sacrement pour les malades, n° 112.

10 Cf. Conc. Œcum. Vat. II, Const. Sacrosanctum Concilium, n. 106.

11 Conc. Œcum. Vat. II, Const. dogm. Dei Verbum, n. 2.

12 Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 142.

13 Cf. Benoit XVI, Exhort. ap. post syn. Verbum Domini, nn. 86-87.

14 Cf. Lettre accordant l’indulgence à l’occasion du Jubilé extraordinaire de la Miséricorde, 1er septembre 2015.

15 Cf. ibid.

16 Exhort. ap. post syn. Amoris laetitia, n. 1.

17 Cf. ibid., nn. 291-300

18 Missel Romain, Veillée Pascale, Oraison après la 1ère lecture.

19 Lettre. enc. Lumen fidei, n. 50.

20 Cf. Cyprien, L’unité de l’Église catholique, 7.

[01867-FR.01] [Texte original: Français]

Testo in lingua inglese

FRANCIS

to all who read this Apostolic Letter

mercy and peace

Misericordia et misera is a phrase used by Saint Augustine in recounting the story of Jesus’ meeting with the woman taken in adultery (cf. Jn 8:1-11). It would be difficult to imagine a more beautiful or apt way of expressing the mystery of God’s love when it touches the sinner: “the two of them alone remained: mercy with misery”.1 What great mercy and divine justice shine forth in this narrative! Its teaching serves not only to throw light on the conclusion of the Extraordinary Jubilee of Mercy, but also to point out the path that we are called to follow in the future.

1. This page of the Gospel could easily serve as an icon of what we have celebrated during the Holy Year, a time rich in mercy, which must continue to be celebrated and lived out in our communities. Mercy cannot become a mere parenthesis in the life of the Church; it constitutes her very existence, through which the profound truths of the Gospel are made manifest and tangible. Everything is revealed in mercy; everything is resolved in the merciful love of the Father.

A woman and Jesus meet. She is an adulteress and, in the eyes of the Law, liable to be stoned. Jesus, through his preaching and the total gift of himself that would lead him to the Cross, returned the Mosaic Law to its true and original intent. Here what is central is not the law or legal justice, but the love of God, which is capable of looking into the heart of each person and seeing the deepest desire hidden there; God’s love must take primacy over all else. This Gospel account, however, is not an encounter of sin and judgement in the abstract, but of a sinner and her Saviour. Jesus looked that woman in the eye and read in her heart a desire to be understood, forgiven and set free. The misery of sin was clothed with the mercy of love. Jesus’ only judgement is one filled with mercy and compassion for the condition of this sinner. To those who wished to judge and condemn her to death, Jesus replies with a lengthy silence. His purpose was to let God’s voice be heard in the conscience not only of the woman, but also in those of her accusers, who drop their stones and one by one leave the scene (cf. Jn 8:9). Jesus then says: “Woman, where are they? Has no one condemned you?… Neither do I condemn you. Go your way and from now on do not sin again” (vv. 10-11). Jesus helps the woman to look to the future with hope and to make a new start in life. Henceforth, if she so desires, she can “walk in charity” (Eph 5:2). Once clothed in mercy, even if the inclination to sin remains, it is overcome by the love that makes it possible for her to look ahead and to live her life differently.

2. Jesus had taught this clearly on another occasion, when he had been invited to dine at the home of a Pharisee (cf. Lk 7:36-50) and a woman, known by everyone to be a sinner, approached him. She poured perfume over his feet, bathed them with her tears and dried them with her hair (cf. vv. 37-38). To the scandalized reaction of the Pharisee, Jesus replied: “Her sins, which are many, are forgiven, for she loved much; but he who is forgiven little, loves little” (v. 47).

Forgiveness is the most visible sign of the Father’s love, which Jesus sought to reveal by his entire life. Every page of the Gospel is marked by this imperative of a love that loves to the point of forgiveness. Even at the last moment of his earthly life, as he was being nailed to the cross, Jesus spoke words of forgiveness: “Father, forgive them; for they know not what they do” (Lk 23:34).

Nothing of what a repentant sinner places before God’s mercy can be excluded from the embrace of his forgiveness. For this reason, none of us has the right to make forgiveness conditional. Mercy is always a gratuitous act of our heavenly Father, an unconditional and unmerited act of love. Consequently, we cannot risk opposing the full freedom of the love with which God enters into the life of every person.

Mercy is this concrete action of love that, by forgiving, transforms and changes our lives. In this way, the divine mystery of mercy is made manifest. God is merciful (cf. Ex 34:6); his mercy lasts forever (cf. Ps 136). From generation to generation, it embraces all those who trust in him and it changes them, by bestowing a share in his very life.

3. What great joy welled up in the heart of these two women. Forgiveness made them feel free at last and happy as never before. Their tears of shame and pain turned into the smile of a person who knows that he or she is loved. Mercy gives rise to joy, because our hearts are opened to the hope of a new life. The joy of forgiveness is inexpressible, yet it radiates all around us whenever we experience forgiveness. Its source is in the love with which God comes to meet us, breaking through walls of selfishness that surround us, in order to make us in turn instruments of mercy.

How meaningful in this regard are the words of encouragement found in an early Christian text: “Clothe yourselves in joy, which always is agreeable and acceptable to God, and rejoice in it. For all who are joyful do what is good, think what is good, and despise sadness… All who put aside sadness and put on joy will live in God”.2 The experience of mercy brings joy. May we never allow this joy to be robbed from us by our troubles and concerns. May it remain rooted in our hearts and enable us to approach with serenity the events of our daily lives.

In a culture often dominated by technology, sadness and loneliness appear to be on the rise, not least among young people. The future seems prey to an uncertainty that does not make for stability. This often gives rise to depression, sadness and boredom, which can gradually lead to despair. We need witnesses to hope and true joy if we are to dispel the illusions that promise quick and easy happiness through artificial paradises. The profound sense of emptiness felt by so many people can be overcome by the hope we bear in our hearts and by the joy that it gives. We need to acknowledge the joy that rises up in a heart touched by mercy. Let us keep in mind, then, the words of the Apostle: “Rejoice in the Lord always” (Phil 4:4; cf. 1 Thess 5:16)

4. We have celebrated an intense Jubilee Year in which we have received the grace of mercy in abundance. Like a gusting but wholesome wind, the Lord’s goodness and mercy have swept through the entire world. Because each of us has experienced at length this loving gaze of God, we cannot remain unaffected, for it changes our lives.

We feel the need above all to thank the Lord and to tell him: “Lord, you have been favourable to your land… You have forgiven the iniquity of your people” (Ps 85:1-2). So it is. God has subdued our iniquities and cast all our sins into the depths of the sea (cf. Mic 7:19). He no longer remembers them, since he has cast them behind his back (cf. Is 38:17). As far as the east is from the west, so far has he removed our transgressions from us (cf. Ps 103:12).

In this Holy Year, the Church listened attentively and experienced intensely the presence and closeness of the Father, who with the Holy Spirit has enabled her to see with greater clarity the gift and mandate of Jesus Christ regarding forgiveness. It has truly been like a new visitation of the Lord among us. We have felt his life-giving breath poured out upon the Church and, once again, his words have pointed out our mission: “Receive the Holy Spirit: if you forgive the sins of any, they are forgiven; if you retain the sins of any, they are retained” (Jn 20:22-23).

5. Now, at the conclusion of this Jubilee, it is time to look to the future and to understand how best to continue, with joy, fidelity and enthusiasm, experiencing the richness of God’s mercy. Our communities can remain alive and active in the work of the new evangelization in the measure that the “pastoral conversion” to which we are called3 will be shaped daily by the renewing force of mercy. Let us not limit its action; let us not sadden the Spirit, who constantly points out new paths to take in bringing to everyone the Gospel of salvation.

First, we are called to celebrate mercy. What great richness is present in the Church’s prayer when she invokes God as the Father of mercies! In the liturgy, mercy is not only repeatedly implored, but is truly received and experienced. From the beginning to the end of the Eucharistic celebration, mercy constantly appears in the dialogue between the assembly at prayer and the heart of the Father, who rejoices to bestow his merciful love. After first pleading for forgiveness with the invocation “Lord have mercy”, we are immediately reassured: “May almighty God have mercy on us, forgive us our sins, and lead us to everlasting life”. With this confidence, the community gathers in the presence of the Lord, particularly on the holy day of the resurrection. Many of the “Collect” prayers are meant to remind us of the great gift of mercy. In Lent, for example, we pray: “O God, author of every mercy and of all goodness, who in fasting, prayer and almsgiving have shown us a remedy for sin, look graciously on this confession of our lowliness, that we, who are bowed down by our conscience, may always be lifted up by your mercy”.4 We are immersed in the great Eucharistic Prayer with the Preface that proclaims: “You so loved the world that in your mercy you sent us the Redeemer, to live like us in all things but sin”.5 The Fourth Eucharistic Prayer is a hymn to God’s mercy: “For you came in mercy to the aid of all, so that those who seek might find you”. “Have mercy on us all”6 is the insistent plea made by the priest in the Eucharistic Prayer to implore a share in eternal life. After the Our Father, the priest continues by invoking peace and liberation from sin by the “aid of your mercy”. And before the sign of peace, exchanged as an expression of fraternity and mutual love in the light of forgiveness received, the priest prays: “Look not upon on our sins but on the faith of your Church”.7 In these words, with humble trust we beseech the gift of unity and peace for Holy Mother Church. The celebration of divine mercy culminates in the Eucharistic Sacrifice, the memorial of Christ’s paschal mystery, the source of salvation for every human being, for history and for the whole world. In a word, each moment of the Eucharistic celebration refers to God’s mercy.

In the sacramental life, mercy is granted us in abundance. It is not without significance that the Church mentions mercy explicitly in the formulae of the two “sacraments of healing”, namely, the sacrament of Penance and Reconciliation and the sacrament of the Anointing of the Sick. In the first, the formula of absolution reads: “God, the Father of mercies, through the death and resurrection of his Son has reconciled the world to himself and sent the Holy Spirit among us for the forgiveness of sins; through the ministry of the Church may God give you pardon and peace”.8 In the second, the formula of anointing reads: “Through this holy anointing may the Lord in his love and mercy help you with the grace of the Holy Spirit”.9 In the Church’s prayer, then, references to mercy, far from being merely exhortative, are highly performative, which is to say that as we invoke mercy with faith, it is granted to us, and as we confess it to be vital and real, it transforms us. This is a fundamental element of our faith, and we must keep it constantly in mind. Even before the revelation of sin, there is the revelation of the love by which God created the world and human beings. Love is the first act whereby God reveals himself and turns towards us. So let us open our hearts and trust in God’s love for us. His love always precedes us, accompanies us and remains with us, despite our sin.

6. In this context, hearing the word of God takes on particular significance. Each Sunday, God’s word is proclaimed in the Christian community so that the Lord’s Day may be illuminated by the paschal mystery.10 In the Eucharistic celebration, we seem to witness a true dialogue between God and his people. In the biblical readings, we retrace the history of our salvation through the proclamation of God’s tireless work of mercy. The Lord continues to speak to us today as to friends; he dwells in our midst,11 in order to accompany us and show us the path of life. His word gives a voice to our inmost needs and worries, and offers a fruitful response, so that we can concretely experience his closeness to us. Hence the importance of the homily, in which “truth goes hand in hand with beauty and goodness”12 so that the hearts of believers may thrill before the grandeur of mercy! I strongly encourage that great care be given to preparing the homily and to preaching in general. A priest’s preaching will be fruitful to the extent that he himself has experienced the merciful goodness of the Lord. Communicating the certainty that God loves us is not an exercise in rhetoric, but a condition for the credibility of one’s priesthood. The personal experience of mercy is the best way to make it a true message of consolation and conversion in the pastoral ministry. Both homiletics and catechesis need to be sustained by this pulsing heart of the Christian life.

7. The Bible is the great story of the marvels of God’s mercy. Every one of its pages is steeped in the love of the Father who from the moment of creation wished to impress the signs of his love on the universe. Through the words of the prophets and the wisdom writings, the Holy Spirit shaped the history of Israel as a recognition of God’s closeness and love, despite the people’s infidelity. Jesus’ life and preaching decisively marked the history of the Christian community, which has viewed its mission in terms of Christ’s command to be a permanent instrument of his mercy and forgiveness (cf. Jn 20:23). Through Sacred Scripture, kept alive by the faith of the Church, the Lord continues to speak to his Bride, showing her the path she must take to enable the Gospel of salvation to reach all mankind. I greatly desire that God’s word be increasingly celebrated, known and disseminated, so that the mystery of love streaming from this font of mercy may be ever better understood. As the Apostle tells us clearly: “All Scripture is inspired by God and profitable for teaching, for reproof, for correction, and for training in righteousness” (2 Tim 3:16).

It would be beneficial if every Christian community, on one Sunday of the liturgical year, could renew its efforts to make the Sacred Scriptures better known and more widely diffused. It would be a Sunday given over entirely to the word of God, so as to appreciate the inexhaustible riches contained in that constant dialogue between the Lord and his people. Creative initiatives can help make this an opportunity for the faithful to become living vessels for the transmission of God’s word. Initiatives of this sort would certainly include the practice of lectio divina, so that the prayerful reading of the sacred text will help support and strengthen the spiritual life. Such a reading, centred on themes relating to mercy, will enable a personal experience of the great fruitfulness of the biblical text – read in the light of the Church’s spiritual tradition – and thus give rise to concrete gestures and works of charity.13

8. The celebration of mercy takes place in a very particular way in the Sacrament of Penance and Reconciliation. Here we feel the embrace of the Father, who comes forth to meet us and grant us the grace of being once more his sons and daughters. We are sinners and we bear the burden of contradiction between what we wish to do and what we do in fact (cf. Rom 7:14-21). Yet grace always precedes us and takes on the face of the mercy that effects our reconciliation and pardon. God makes us understand his great love for us precisely when we recognize that we are sinners. Grace is stronger than sin: it overcomes resistance, because love conquers all (cf. 1 Cor 13:7).

In the sacrament of Forgiveness God shows us the way to turn back to him and invites us to experience his closeness anew. This pardon can be obtained by beginning, first of all, to live in charity. The Apostle Peter tells us this when he writes that “love covers a multitude of sins” (1 Pet 4:8). Only God forgives sins, but he asks that we be ready to forgive others even as he has forgiven us: “Forgive us our trespasses, as we forgive those who trespass against us” (Mt 6:12). How sad it is when our hearts are closed and unable to forgive! Resentment, anger and revenge gain the upper hand, making our lives miserable and blocking a joyful commitment to mercy.

9. An experience of grace lived out by the Church with great effectiveness in the Jubilee Year has certainly been the service of the Missionaries of Mercy. Their pastoral activity sought to emphasize that God places no roadblocks in the way of those who seek him with a contrite heart, because he goes out to meet everyone like a father. I have received many testimonies of joy from those who encountered the Lord once more in the sacrament of Confession. Let us not miss the opportunity to live our faith also as an experience of reconciliation. Today too, the Apostle urges us: “Be reconciled to God” (2 Cor 5:20), so that all who believe can discover the power of love which makes us “a new creation” (2 Cor 5:17).

I thank every Missionary of Mercy for this valuable service aimed at rendering effective the grace of forgiveness. This extraordinary ministry does not end with the closing of the Holy Door. I wish it to continue until further notice as a concrete sign that the grace of the Jubilee remains alive and effective the world over. As a direct expression of my concern and proximity to the Missionaries of Mercy in this period, the Pontifical Council for the Promotion of the New Evangelization will supervise them and find the most suitable forms for the exercise of this valuable ministry.

10. I invite priests once more to prepare carefully for the ministry of confession, which is a true priestly mission. I thank all of you from the heart for your ministry, and I ask you to be welcoming to all, witnesses of fatherly love whatever the gravity of the sin involved, attentive in helping penitents to reflect on the evil they have done, clear in presenting moral principles, willing to walk patiently beside the faithful on their penitential journey, far-sighted in discerning individual cases and generous in dispensing God’s forgiveness. Just as Jesus chose to remain silent in order to save the woman caught in adultery from the sentence of death, so every priest in the confessional should be open-hearted, since every penitent is a reminder that he himself is a sinner, but also a minister of mercy.

11. I would like us all to meditate upon the words of the Apostle, written towards the end of his life, when he confesses to Timothy that he was the greatest of sinners, “but for this reason I received mercy” (1 Tim 1:16). Paul’s words, powerful as they are, make us reflect on our lives and see God’s mercy at work in changing, converting and reforming our hearts. “I thank him who has given me strength for this, Christ Jesus our Lord, because he judged me faithful by appointing me to his service, though I formerly blasphemed and persecuted and insulted him. But I received mercy” (1 Tim 1:12-13).

Let us recall with renewed pastoral zeal another saying of the Apostle: “God has reconciled us to himself through Christ and has entrusted to us the message of reconciliation” (2 Cor 5:18). We were the first to be forgiven in view of this ministry, made witnesses at first hand of the universality of God’s forgiveness. No law or precept can prevent God from once more embracing the son who returns to him, admitting that he has done wrong but intending to start his life anew. Remaining only at the level of the law is equivalent to thwarting faith and divine mercy. The law has a propaedeutic value (cf. Gal 3:24) with charity as its goal (cf. 1 Tim 1:5). Nonetheless, Christians are called to experience the newness of the Gospel, the “law of the Spirit of life in Christ Jesus” (Rom 8:2). Even in the most complex cases, where there is a temptation to apply a justice derived from rules alone, we must believe in the power flowing from divine grace.

We confessors have experienced many conversions that took place before our very eyes. We feel responsible, then, for actions and words that can touch the heart of penitents and enable them to discover the closeness and tenderness of the Father who forgives. Let us not lose such occasions by acting in a way that can contradict the experience of mercy that the penitent seeks. Rather, let us help light up the space of personal conscience with God’s infinite love (cf. 1 Jn 3:20).

The Sacrament of Reconciliation must regain its central place in the Christian life. This requires priests capable of putting their lives at the service of the “ministry of reconciliation” (2 Cor 5:18), in such a way that, while no sincerely repentant sinner is prevented from drawing near to the love of the Father who awaits his return, everyone is afforded the opportunity of experiencing the liberating power of forgiveness.

A favourable occasion for this could be the 24 Hours for the Lord, a celebration held in proximity to the Fourth Sunday of Lent. This initiative, already in place in many dioceses, has great pastoral value in encouraging a more fervent experience of the sacrament of Confession.

12. Given this need, lest any obstacle arise between the request for reconciliation and God’s forgiveness, I henceforth grant to all priests, in virtue of their ministry, the faculty to absolve those who have committed the sin of procured abortion. The provision I had made in this regard, limited to the duration of the Extraordinary Holy Year,14 is hereby extended, notwithstanding anything to the contrary. I wish to restate as firmly as I can that abortion is a grave sin, since it puts an end to an innocent life. In the same way, however, I can and must state that there is no sin that God’s mercy cannot reach and wipe away when it finds a repentant heart seeking to be reconciled with the Father. May every priest, therefore, be a guide, support and comfort to penitents on this journey of special reconciliation.

For the Jubilee Year I had also granted that those faithful who, for various reasons, attend churches officiated by the priests of the Priestly Fraternity of Saint Pius X, can validly and licitly receive the sacramental absolution of their sins.15 For the pastoral benefit of these faithful, and trusting in the good will of their priests to strive with God’s help for the recovery of full communion in the Catholic Church, I have personally decided to extend this faculty beyond the Jubilee Year, until further provisions are made, lest anyone ever be deprived of the sacramental sign of reconciliation through the Church’s pardon.

13. Another face of mercy is consolation. “Comfort, comfort my people” (Is 40:1) is the heartfelt plea that the prophet continues to make today, so that a word of hope may come to all those who experience suffering and pain. Let us never allow ourselves to be robbed of the hope born of faith in the Risen Lord. True, we are often sorely tested, but we must never lose our certainty of the Lord’s love for us. His mercy finds expression also in the closeness, affection and support that many of our brothers and sisters can offer us at times of sadness and affliction. The drying of tears is one way to break the vicious circle of solitude in which we often find ourselves trapped.

All of us need consolation because no one is spared suffering, pain and misunderstanding. How much pain can be caused by a spiteful remark born of envy, jealousy or anger! What great suffering is caused by the experience of betrayal, violence and abandonment! How much sorrow in the face of the death of a loved one! And yet God is never far from us at these moments of sadness and trouble. A reassuring word, an embrace that makes us feel understood, a caress that makes us feel love, a prayer that makes us stronger… all these things express God’s closeness through the consolation offered by our brothers and sisters.

Sometimes too, silence can be helpful, especially when we cannot find words in response to the questions of those who suffer. A lack of words, however, can be made up for by the compassion of a person who stays at our side, who loves us and who holds out a hand. It is not true that silence is an act of surrender; on the contrary, it is a moment of strength and love. Silence also belongs to our language of consolation, because it becomes a concrete way of sharing in the suffering of a brother or sister.

14. At a time like our own, marked by many crises, including that of the family, it is important to offer a word of comfort and strength to our families. The gift of matrimony is a great calling to which spouses, with the grace of Christ, respond with a love that is generous, faithful and patient. The beauty of the family endures unchanged, despite so many problems and alternative proposals: “The joy of love experienced by families is also the joy of the Church”.16 The journey of life that leads a man and a woman to meet one other, to love one another and to promise mutual fidelity before God, is often interrupted by suffering, betrayal and loneliness. Joy at the gift of children is accompanied by concern about their growth and education, and their prospects for happiness and fulfilment in life.

The grace of the sacrament of Marriage not only strengthens the family to be a privileged place for practising mercy, but also commits the Christian community and all its pastoral activity to uphold the great positive value of the family. This Jubilee Year cannot overlook the complexity of the current realities of family life. The experience of mercy enables us to regard all human problems from the standpoint of God’s love, which never tires of welcoming and accompanying.17

We have to remember each of us carries the richness and the burdens of our personal history; this is what makes us different from everyone else. Our life, with its joys and sorrows, is something unique and unrepeatable that takes place under the merciful gaze of God. This demands, especially of priests, a careful, profound and far-sighted spiritual discernment, so that everyone, none excluded, can feel accepted by God, participate actively in the life of the community and be part of that People of God which journeys tirelessly towards the fullness of his kingdom of justice, love, forgiveness and mercy.

15. Here too, we see the particular importance of the moment of death. The Church has always experienced this dramatic passage in the light of Christ’s resurrection, which opened the way to the certainty of the life to come. We have a great challenge to face, especially in contemporary culture, which often tends to trivialize death to the point of treating it as an illusion or hiding it from sight. Yet death must be faced and prepared for as a painful and inescapable passage, yet one charged with immense meaning, for it is the ultimate act of love towards those we leave behind and towards God whom we go forth to meet. In all religions, the moment of death, like that of birth, is accompanied by a religious presence. As Christians, we celebrate the funeral liturgy as a hope-filled prayer for the soul of the deceased and for the consolation of those who suffer the loss of a loved one.

I am convinced that our faith-filled pastoral activity should lead to a direct experience of how the liturgical signs and our prayers are an expression of the Lord’s mercy. It is the Lord himself who offers words of hope, since nothing and no one can ever separate us from his love (cf. Rom 8:35). The priest’s sharing in this moment is an important form of pastoral care, for it represents the closeness of the Christian community at a moment of weakness, solitude, uncertainty and grief.

16. The Jubilee now ends and the Holy Door is closed. But the door of mercy of our heart continues to remain wide open. We have learned that God bends down to us (cf. Hos 11:4) so that we may imitate him in bending down to our brothers and sisters. The yearning of so many people to turn back to the house of the Father, who awaits their return, has also been awakened by heartfelt and generous testimonies to God’s love. The Holy Door that we have crossed in this Jubilee Year has set us on the path of charity, which we are called to travel daily with fidelity and joy. It is the road of mercy, on which we meet so many of our brothers and sisters who reach out for someone to take their hand and become a companion on the way.

The desire for closeness to Christ requires us to draw near to our brothers and sisters, for nothing is more pleasing to the Father than a true sign of mercy. By its very nature, mercy becomes visible and tangible in specific acts. Once mercy has been truly experienced, it is impossible to turn back. It grows constantly and it changes our lives. It is an authentic new creation: it brings about a new heart, capable of loving to the full, and it purifies our eyes to perceive hidden needs. How true are the words of the Church’s prayer at the Easter Vigil, after the reading of the creation account: “O God, who wonderfully created human nature and still more wonderfully redeemed it”.18

Mercy renews and redeems because it is an encounter between two hearts: the heart of God who comes to meet us and a human heart. The latter is warmed and healed by the former. Our hearts of stone become hearts of flesh (cf. Ezek 36:26) capable of love despite our sinfulness. I come to realize that I am truly a “new creation” (Gal 6:15): I am loved, therefore I exist; I am forgiven, therefore I am reborn; I have been shown mercy, therefore I have become a vessel of mercy.

17. During the Holy Year, especially on the “Fridays of Mercy”, I was able to experience in a tangible way the goodness present in our world. Often it remains hidden, since it is daily expressed in discreet and quiet gestures. Even if rarely publicized, many concrete acts of goodness and tenderness are shown to the weak and the vulnerable, to those most lonely and abandoned. There are true champions of charity who show constant solidarity with the poor and the unhappy. Let us thank the Lord for these precious gifts that invite us to discover the joy of drawing near to human weakness and suffering. I also think with gratitude of the many volunteers who daily devote their time and efforts to showing God’s presence and closeness. Their service is a genuine work of mercy, one that helps many people draw closer to the Church.

18. Now is the time to unleash the creativity of mercy, to bring about new undertakings, the fruit of grace. The Church today needs to tell of those “many other signs” that Jesus worked, which “are not written” (Jn 20:30), so that they too may be an eloquent expression of the fruitfulness of the love of Christ and the community that draws its life from him. Two thousand years have passed, yet works of mercy continue to make God’s goodness visible.

In our own day, whole peoples suffer hunger and thirst, and we are haunted by pictures of children with nothing to eat. Throngs of people continue to migrate from one country to another in search of food, work, shelter and peace. Disease in its various forms is a constant cause of suffering that cries out for assistance, comfort and support. Prisons are often places where confinement is accompanied by serious hardships due to inhumane living conditions. Illiteracy remains widespread, preventing children from developing their potential and exposing them to new forms of slavery. The culture of extreme individualism, especially in the West, has led to a loss of a sense of solidarity with and responsibility for others. Today many people have no experience of God himself, and this represents the greatest poverty and the major obstacle to recognition of the inviolable dignity of human life.

To conclude, the corporal and spiritual works of mercy continue in our own day to be proof of mercy’s immense positive influence as a social value. Mercy impels us to roll up our sleeves and set about restoring dignity to millions of people; they are our brothers and sisters who, with us, are called to build a “city which is reliable”.19

19. Many concrete signs of mercy have been performed during this Holy Year. Communities, families and individuals have rediscovered the joy of sharing and the beauty of solidarity. But this is not enough. Our world continues to create new forms of spiritual and material poverty that assault human dignity. For this reason, the Church must always be vigilant and ready to identify new works of mercy and to practise them with generosity and enthusiasm.

Let us make every effort, then, to devise specific and responsible ways of practising charity and the works of mercy. Mercy is inclusive and tends to expand in a way that knows no limits. Hence we are called to give new expression to the traditional works of mercy. For mercy overflows, keeps moving forward, bears rich fruit. It is like the leaven that makes the dough rise (cf. Mt 13:33), or the mustard seed that grows into a tree (cf. Lk 13:19).

We need but think of one corporal work of mercy: “to clothe the naked” (cf. Mt 25:36,38,43,44). This brings us back to the beginning, in the Garden of Eden, when Adam and Eve realize that they are naked and, hearing the Lord approaching, feel shame and hide themselves (Gen 3:7-8). We know that God punished them, yet he also “made for Adam and for his wife garments of skins, and clothed them” (Gen 3:21). He covered their shame and restored their dignity.

Let us think too of Jesus on Golgotha. The Son of God hangs naked on the cross; the soldiers took his tunic and cast lots for it (cf. Jn 19:23-24). He has nothing left. The cross is the extreme revelation of Jesus’ sharing the lot of those who have lost their dignity for lack of the necessities of life. Just as the Church is called to be the “tunic of Christ”20 and to clothe her Lord once more, so She is committed to solidarity with the naked of the world, to help them recover the dignity of which they have been stripped. Jesus’ words: “I was naked and you clothed me” (Mt 25:36), oblige us not to turn our backs on the new forms of poverty and marginalization that prevent people from living a life of dignity.

Being unemployed or not receiving a sufficient salary; not being able to have a home or a land in which to live; experiencing discrimination on account of one’s faith, race or social status: these are just a few of the many examples of situations that attack the dignity of the person. In the face of such attacks, Christian mercy responds above all with vigilance and solidarity. How many situations exist today where we can restore dignity to individuals and make possible a truly humane life! Let us think only about the many children who suffer from forms of violence that rob them of the joy of life. I keep thinking of their sorrowful and bewildered faces. They are pleading for our help to be set free from the slavery of the contemporary world. These children are the young adults of tomorrow. How are we preparing them to live with dignity and responsibility? With what hope can they face their present or their future?

The social character of mercy demands that we not simply stand by and do nothing. It requires us to banish indifference and hypocrisy, lest our plans and projects remain a dead letter. May the Holy Spirit help us to contribute actively and selflessly to making justice and a dignified life not simply clichés but a concrete commitment of those who seek to bear witness to the presence of the Kingdom of God.

20. We are called to promote a culture of mercy based on the rediscovery of encounter with others, a culture in which no one looks at another with indifference or turns away from the suffering of our brothers and sisters. The works of mercy are “handcrafted”, in the sense that none of them is alike. Our hands can craft them in a thousand different ways, and even though the one God inspires them, and they are all fashioned from the same “material”, mercy itself, each one takes on a different form.

The works of mercy affect a person’s entire life. For this reason, we can set in motion a real cultural revolution, beginning with simple gestures capable of reaching body and spirit, people’s very lives. This is a commitment that the Christian community should take up, in the knowledge that God’s word constantly calls us to leave behind the temptation to hide behind indifference and individualism in order to lead a comfortable life free of problems. Jesus tells his disciples: “The poor will always be with you” (Jn 12:8). There is no alibi to justify not engaging with the poor when Jesus has identified himself with each of them.

The culture of mercy is shaped in assiduous prayer, in docility to the working of the Holy Spirit, in knowledge of the lives of the saints and in being close to the poor. It urges us not to overlook situations that call for our involvement. The temptation to theorize “about” mercy can be overcome to the extent that our daily life becomes one of participation and sharing. Nor should we ever forget what the Apostle tells us about his meeting with Peter, James and John after his conversion. His words highlight an essential aspect of his own mission and of the Christian life as a whole: “They asked only one thing, that we remember the poor, which was actually what I was eager to do” (Gal 2:10). We cannot forget the poor: this is an injunction as relevant today as ever, and one that compels by its evangelical warrant.

21. The Jubilee impresses upon us the words of the Apostle Peter: “Once you had not received mercy, but now you have received mercy” (1 Pet 2:10). Let us not hold on jealously to what we have received, but share it with our brothers and sisters in need, so that they can be sustained by the power of the Father’s mercy. May our communities reach out to all who live in their midst, so that God’s caress may reach everyone through the witness of believers.

This is the time of mercy. Each day of our journey is marked by God’s presence. He guides our steps with the power of the grace that the Spirit pours into our hearts to make them capable of loving. It is the time of mercy for each and all, since no one can think that he or she is cut off from God’s closeness and the power of his tender love. It is the time of mercy because those who are weak and vulnerable, distant and alone, ought to feel the presence of brothers and sisters who can help them in their need. It is the time of mercy because the poor should feel that they are regarded with respect and concern by others who have overcome indifference and discovered what is essential in life. It is the time of mercy because no sinner can ever tire of asking forgiveness and all can feel the welcoming embrace of the Father.

During the “Jubilee for Socially Excluded People”, as the Holy Doors of Mercy were being closed in all the cathedrals and shrines of the world, I had the idea that, as yet another tangible sign of this Extraordinary Holy Year, the entire Church might celebrate, on the Thirty-Third Sunday of Ordinary Time, the World Day of the Poor. This would be the worthiest way to prepare for the celebration of the Solemnity of our Lord Jesus Christ, King of the Universe, who identified with the little ones and the poor and who will judge us on our works of mercy (cf. Mt 25:31-46). It would be a day to help communities and each of the baptized to reflect on how poverty is at the very heart of the Gospel and that, as long as Lazarus lies at the door of our homes (cf. Lk 16:19-21), there can be no justice or social peace. This Day will also represent a genuine form of new evangelization (cf. Mt 11:5) which can renew the face of the Church as She perseveres in her perennial activity of pastoral conversion and witness to mercy.

22. The Holy Mother of God always looks upon us with her eyes of mercy. She is the first to show us the way and to accompany us in our witness of love. As she is often shown in works of art, the Mother of Mercy gathers us all under the protection of her mantle. Let us trust in her maternal assistance and follow her perennial counsel to look to Jesus, the radiant face of God’s mercy.

Given in Rome, at Saint Peter’s Basilica, on 20 November,

the Solemnity of our Lord Jesus Christ, King of the Universe,

in the year 2016, the fourth of my Pontificate.

FRANCIS

________________

1 On the Gospel of John, XXXIII, 5.

2 Shepherd of Hermas, XLII, 1-4.

3 Cf. Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 27.

4 Roman Missal, Opening Prayer for the Third Sunday of Lent.

5 Ibid., Preface for Sundays in Ordinary Time VII.

6 Ibid., Eucharistic Prayer II.

7 Ibid., Communion Rite.

8 Rite of Penance, No. 46.

9 Sacrament of Anointing and Pastoral Care of the Sick, No. 76.

10 Cf. SECOND VATICAN ECUMENICAL COUNCIL, Constitution on the Sacred Liturgy Sacrosanctum Concilium, 106.

11 ID., Dogmatic Constitution Dei Verbum, 2.

12 Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 142.

13 Cf. BENEDICT XVI, Post-Synodal Apostolic Exhortation Verbum Domini, 86-87.

14 Cf. Letter According to Which an Indulgence is Granted to the Faithful on the Occasion of the Extraordinary Jubilee of Mercy, 1 September 2015.

15 Cf. ibid.

16 Post-Synodal Apostolic Exhortation Amoris Laetitia, 1.

17 Cf. ibid., 291-300.

18 Roman Missal, Easter Vigil, Prayer after the First Reading.

19 Encyclical Letter Lumen Fidei, 50.

20 Cf. CYPRIAN, On the Unity of the Catholic Church, 7.

[01867-EN.01] [Original text: English]

 

Testo in lingua tedesca

FRANZISKUS

erbittet allen Lesern dieses Apostolischen Schreibens

Barmherzigkeit und Frieden

Misericordia et miseradie Barmherzigkeit und die Erbärmliche, das sind die beiden Worte, die der heilige Augustinus gebraucht, um die Begegnung zwischen Jesus und der Ehebrecherin zu beschreiben (vgl. Joh 8,1-11). Eine schönere und schlüssigere Formulierung als diese konnte er nicht finden, um das Geheimnis der Liebe Gottes verständlich zu machen, wenn diese dem Sünder begegnet: »Es blieben nur zwei: die Erbärmliche und die Barmherzigkeit.«1 Wie viel Erbarmen und göttliche Gerechtigkeit liegt in dieser Erzählung! Ihre Lehre wirft ein Licht auf den Abschluss des Außerordentlichen Jubiläums der Barmherzigkeit und zeigt zugleich den Weg auf, den wir in Zukunft gehen sollen.

1. Dieser Abschnitt aus dem Evangelium kann zu Recht als Bild dessen übernommen werden, was wir im Heiligen Jahr, einer Zeit reich an Erbarmen, gefeiert haben. Und dieses Erbarmen verlangt, weiter in unseren Gemeinschaften gefeiert und gelebt zu werden. Die Barmherzigkeit kann nämlich im Leben der Kirche nicht ein bloßer Einschub sein, sondern sie ist ihr eigentliches Leben, das die tiefe Wahrheit des Evangeliums deutlich und greifbar werden lässt. Alles wird in der Barmherzigkeit offenbart; alles wird in der barmherzigen Liebe des Vaters gelöst.

Eine Frau und Jesus begegnen einander. Sie, eine Ehebrecherin und nach dem Gesetz zur Steinigung verurteilt; er, der mit seiner Verkündigung und seiner Ganzhingabe, die ihn ans Kreuz bringen sollte, das Gesetz des Mose auf seine echte ursprüngliche Absicht zurückgeführt hat. Im Mittelpunkt stehen nicht das Gesetz und die legale Gerechtigkeit, sondern die Liebe Gottes. Sie versteht, im Herzen eines jeden Menschen zu lesen, um seine verborgenste Sehnsucht zu erfassen, und muss vor allem den Vorrang haben. In dieser Erzählung des Evangeliums begegnen sich jedoch nicht abstrakt Sünde und Urteil, sondern eine Sünderin und der Heiland. Jesus hat dieser Frau in die Augen geschaut und in ihrem Herzen gelesen: Dort hat er die Sehnsucht entdeckt, Verständnis, Vergebung und Befreiung zu erlangen. Die Erbärmlichkeit der Sünde ist von der Erbarmung der Liebe überkleidet worden. Kein Urteil von Seiten Jesu, das nicht von Erbarmen und Mitleid mit der Lage der Sünderin geprägt wäre. Denen, die sie richten und zum Tode verurteilen wollten, antwortet Jesus mit einem langen Schweigen, das die Stimme Gottes in den Herzen sowohl der Frau als auch ihrer Ankläger durchklingen lassen will. Letztere lassen die Steine fallen, die sie in Händen halten, und gehen einer nach dem anderen weg (vgl. Joh 8,9). Und nach jenem Schweigen sagt Jesus: »Frau, wo sind sie geblieben? Hat dich keiner verurteilt? […] Auch ich verurteile dich nicht. Geh und sündige von jetzt an nicht mehr!« (V.10-11). Auf diese Weise hilft er ihr, voll Hoffnung in die Zukunft zu schauen und bereit zu sein, ihr Leben neu zu beginnen; von jetzt an kann sie, wenn sie will, „in der Liebe wandeln“ (vgl. Eph 5,2). Wenn man erst einmal von der Barmherzigkeit überkleidet worden ist, dann ist der Zustand der Schwachheit aufgrund der Sünde, auch wenn er fortbesteht, übertroffen von der Liebe, die erlaubt, darüber hinauszusehen und anders zu leben.

2. Jesus hatte das im Übrigen in aller Deutlichkeit gelehrt, als er von einem Pharisäer zum Essen eingeladen war und eine Frau an ihn herantrat, die allen als Sünderin bekannt war (vgl. Lk 7,36-50). Sie hatte Jesu Füße mit wohlriechendem Öl gesalbt, sie mit ihren Tränen benetzt und mit ihrem Haar getrocknet (vgl. V. 37-38). Als der Pharisäer schockiert reagierte, antwortete Jesus: »Ihr sind ihre vielen Sünden vergeben, weil sie (mir) so viel Liebe gezeigt hat. Wem aber nur wenig vergeben wird, der zeigt auch nur wenig Liebe« (V. 47).

Die Vergebung ist das sichtbarste Zeichen der Liebe des Vaters, die Jesus in seinem ganzen Leben offenbaren wollte. Es gibt keine Stelle im Evangelium, die aus diesem Imperativ der Liebe, die bis zur Vergebung reicht, ausgeklammert werden könnte. Sogar im letzten Moment seines Erdenlebens, als er ans Kreuz geschlagen wird, hat Jesus noch Worte der Vergebung: »Vater, vergib ihnen, denn sie wissen nicht, was sie tun« (Lk 23,34).

Nichts, was ein reumütiger Sünder vor die Barmherzigkeit Gottes trägt, kann ohne die Umarmung seiner Vergebung bleiben. Das ist der Grund, warum niemand von uns der Barmherzigkeit Bedingungen stellen kann; sie bleibt immer ein Akt der Unentgeltlichkeit des himmlischen Vaters, eine bedingungslose und unverdiente Liebe. Wir dürfen daher nicht Gefahr laufen, uns der völligen Freiheit der Liebe entgegenzustellen, mit der Gott in das Leben jedes Menschen eintritt.

Die Erbarmung ist diese konkrete Handlung der Liebe, die das Leben verwandelt und ändert, indem sie verzeiht. Das ist die Weise, wie sich ihr göttliches Geheimnis zeigt. Gott ist barmherzig (vgl. Ex 34,6), sein Erbarmen währt ewig (vgl. Ps 136), von Generation zu Generation umarmt er jede Person, die auf ihn vertraut, und verwandelt sie, indem er ihr sein eigenes Leben schenkt.

3. Wie viel Freude ist im Herzen dieser beiden Frauen, der Ehebrecherin und der Sünderin, erweckt worden! Die Vergebung hat ihnen endlich das Gefühl vermittelt, frei und glücklich zu sein wie nie zuvor. Die Tränen der Scham und des Schmerzes haben sich in das Lächeln derer verwandelt, die wissen, dass sie geliebt werden. Die Barmherzigkeit erweckt Freude, weil sich das Herz der Hoffnung auf ein neues Leben öffnet. Die Freude über die Vergebung ist unbeschreiblich, leuchtet in uns aber jedes Mal auf, wenn wir Vergebung erfahren. Ihr Ursprung ist die Liebe, mit der Gott auf uns zukommt und den Kreis des Egoismus durchbricht, der uns umgibt, um uns unsererseits zu Werkzeugen der Barmherzigkeit zu machen.

Wie bedeutsam sind auch für uns die alten Worte, die die ersten Christen leiteten: »Ergib dich also der Fröhlichkeit, die allezeit Gnade findet bei Gott und ihm wohlgefällig ist, und lass dir’s in ihr wohl sein! Denn jeder fröhliche Mann tut Gutes, sinnt auf Gutes und verachtet die Traurigkeit […] Alle werden Leben haben bei Gott, die der Traurigkeit absagen und sich allein der Fröhlichkeit ergeben.« 2 Erbarmen zu erfahren, schenkt Freude. Lassen wir sie uns nicht nehmen durch die verschiedenen Betrübnisse und Sorgen. Möge sie fest in unserem Herzen verwurzelt bleiben und uns immer mit frohem Gleichmut auf das Alltagsleben blicken lassen.

In einer oft von der Technik beherrschten Kultur scheinen sich die Formen von Traurigkeit und Einsamkeit zu vervielfältigen, in die die Menschen – und sogar viele Jugendliche – fallen. Tatsächlich scheint die Zukunft eine Geisel der Unsicherheit zu sein, die keine Beständigkeit gewährt. Auf diese Weise kommen oft Gefühle von Schwermut, Traurigkeit und Verdruss auf, die allmählich in die Verzweiflung führen können. Es braucht Zeugen der Hoffnung und der echten Freude, um die Trugbilder zu verscheuchen, die ein müheloses Glück mit künstlichen Paradiesen versprechen. Die tiefe Leere so vieler kann durch die Hoffnung, die wir im Herzen tragen, und durch die Freude, die daraus hervorgeht, aufgefüllt werden. Es ist so notwendig, die Freude kennenzulernen, die sich in dem vom Erbarmen berührten Herzen offenbart. Beherzigen wir also die Worte des Apostels: »Freut euch im Herrn zu jeder Zeit!« (Phil 4,4; vgl. 1Thess 5,16).

4. Wir haben ein intensives Jahr begangen, in dem uns die Gnade der Barmherzigkeit reichlich geschenkt worden ist. Wie ein heftiger und heilsamer Wind wehten die Güte und das Erbarmen des Herrn über die ganze Erde hin. Und angesichts dieses liebevollen Blickes Gottes, der so anhaltend lange auf jeden von uns gerichtet war, kann man nicht gleichgültig bleiben, denn er verändert das Leben.

Wir haben vor allem das Bedürfnis, dem Herrn zu danken und ihm zu sagen: »Du hast, o Herr, dein Land begnadet […] hast deinem Volk die Schuld vergeben« (Ps 85,2-3). Genau das ist geschehen: Gott hat unsere Schuld zertreten und unsere Sünden in die Tiefe des Meeres hinabgeworfen (vgl. Mi 7,19); er erinnert sich nicht mehr an sie, er hat sie hinter seinen Rücken geworfen (vgl. Jes 38,17); so weit der Aufgang entfernt ist vom Untergang, so weit sind unsere Sünden von ihm entfernt (vgl. Ps 103,12).

In diesem Heiligen Jahr hat die Kirche verstanden zuzuhören, und sie hat ganz intensiv die Gegenwart und Nähe des Vaters erfahren, der ihr durch das Wirken des Heiligen Geistes das Geschenk und den Auftrag Jesu Christi in Bezug auf die Vergebung verdeutlicht hat. Es ist wirklich ein neuer Besuch des Herrn in unserer Mitte gewesen. Wir haben gespürt, wie sein Lebensatem die Kirche anhauchte und seine Worte noch einmal auf die Sendung hinwiesen: »Empfangt den Heiligen Geist! Wem ihr die Sünden vergebt, dem sind sie vergeben; wem ihr die Vergebung verweigert, dem ist sie verweigert« (Joh 20,22-23).

5. Jetzt, da dieses Jubiläum abgeschlossen ist, wird es Zeit, nach vorne zu schauen und zu begreifen, wie auch weiterhin in Treue, Freude und Begeisterung der Reichtum der göttlichen Barmherzigkeit zu erfahren ist. Unsere Gemeinschaften werden im Werk der Neuevangelisierung in dem Maß lebendig und dynamisch bleiben können, wie die „pastorale Umkehr“, die zu leben wir aufgerufen sind,3 täglich von der erneuernden Kraft der Barmherzigkeit geprägt sein wird. Schränken wir ihr Handeln nicht ein; betrüben wir nicht den Heiligen Geist, der immer neue Wege aufzeigt, die zu beschreiten sind, um allen das heilbringende Evangelium zu vermitteln.

An erster Stelle sind wir aufgerufen, die Barmherzigkeit zu feiern. Wie viel Reichtum ist im Gebet der Kirche enthalten, wenn sie Gott als barmherzigen Vater anruft! In der Liturgie wird das Erbarmen nicht nur wiederholt ins Gedächtnis gerufen, sondern wirklich empfangen und erlebt. Vom Anfang bis zum Ende der Eucharistiefeier kommt die Barmherzigkeit immer wieder vor im Dialog zwischen der betenden Gemeinde und dem Herzen des Vaters, der sich freut, wenn er seine erbarmungsvolle Liebe ausgießen kann. Nach der anfänglichen Vergebungsbitte mit dem Ruf »Herr, erbarme dich!« werden wir umgehend beruhigt: »Der allmächtige Gott erbarme sich unser, er lasse uns die Sünden nach und führe uns zum ewigen Leben.« Das ist die Zuversicht, in der sich die Gemeinde in der Gegenwart des Herrn versammelt, besonders am heiligen Tag der Auferstehung. Viele Tagesgebete haben den Sinn, an das große Geschenk der Barmherzigkeit zu erinnern. So beten wir zum Beispiel in der Fastenzeit: »Gott, unser Vater, du bist der Quell des Erbarmens und der Güte, wir stehen als Sünder vor dir und unser Gewissen klagt uns an. Sieh auf unsere Not und lass uns Vergebung finden durch Fasten, Gebet und Werke der Liebe.«4 Dann vertiefen wir uns in das große Eucharistische Hochgebet mit der Präfation, die sagt: »So sehr hast du [in deinem Erbarmen] die Welt geliebt, dass du deinen Sohn als Erlöser gesandt hast. Er ist uns Menschen gleich geworden in allem, außer der Sünde…«5 Das vierte Hochgebet ist zudem ein Hymnus auf die Barmherzigkeit Gottes: »Voll Erbarmen [hast du] allen geholfen, dich zu suchen und zu finden.« »Erbarme dich über uns alle«6, ist die dringliche Bitte, die der Priester im Hochgebet vorbringt, um die Teilhabe am ewigen Leben zu erflehen. Nach dem Vaterunser setzt er das Gebet mit der Bitte um Frieden und um Bewahrung vor der Sünde fort und fügt hinzu: »Komm uns zu Hilfe mit deinem Erbarmen.« Und vor dem Friedensgruß, der als Ausdruck der Geschwisterlichkeit und der gegenseitigen Liebe im Licht der empfangenen Vergebung ausgetauscht wird, betet der Priester von neuem: »Schau nicht auf unsere Sünden, sondern auf den Glauben deiner Kirche.«7 Mit diesen Worten erbitten wir in demütigem Vertrauen die Gabe der Einheit und des Friedens für die heilige Mutter Kirche. Die Feier der göttlichen Barmherzigkeit findet ihren Höhepunkt im eucharistischen Opfer, dem Gedächtnis des Ostergeheimnisses Christi, aus dem das Heil für jeden Menschen, für die Geschichte und für die ganze Welt hervorgeht. So nimmt also jeder Moment der Eucharistiefeier auf das Erbarmen Gottes Bezug.

Im gesamten sakramentalen Leben wird uns die Barmherzigkeit reichlich geschenkt. Es ist durchaus nicht bedeutungslos, dass die Kirche in der Formulierung der beiden Sakramente der „Heilung“, also der Versöhnung und der Krankensalbung, einen ausdrücklichen Verweis auf die Barmherzigkeit machen wollte. In der Absolutionsformel heißt es: »Gott, der barmherzige Vater, hat durch den Tod und die Auferstehung seines Sohnes die Welt mit sich versöhnt und den Heiligen Geist gesandt zur Vergebung der Sünden. Durch den Dienst der Kirche schenke er dir Verzeihung und Frieden«,8 und bei der Krankensalbung: »Durch diese heilige Salbung helfe dir der Herr in seinem reichen Erbarmen; er stehe dir bei mit der Kraft des Heiligen Geistes«.9 So ist also die Bezugnahme auf die Barmherzigkeit im Gebet der Kirche alles andere als nur paränetisch, sie ist höchst wirkungsvoll, das heißt, während wir sie im Glauben erflehen, wird sie uns gewährt; während wir sie als lebendig und real bekennen, verwandelt sie uns wirklich. Das ist ein grundlegender Inhalt unseres Glaubens, den wir in seiner ganzen Ursprünglichkeit bewahren müssen: Vor der Offenbarung der Sünde haben wir die Offenbarung der Liebe, mit der Gott die Welt und die Menschen erschaffen hat. Die Liebe ist der erste Akt, mit dem Gott sich zu erkennen gibt und uns entgegenkommt. Halten wir also unser Herz offen für das Vertrauen, von Gott geliebt zu sein. Seine Liebe kommt uns immer zuvor, begleitet uns und bleibt an unserer Seite trotz unserer Sünde.

6. In diesem Zusammenhang bekommt auch das Hören des Wortes Gottes eine besondere Bedeutung. An jedem Sonntag wird das Wort Gottes in der christlichen Gemeinde verkündet, damit der Tag des Herrn von dem Licht erhellt wird, das aus dem Ostergeheimnis hervorgeht.10 In der Eucharistiefeier scheint es, als erlebe man einen wirklichen Dialog zwischen Gott und seinem Volk. Bei der Verkündigung der biblischen Lesungen geht man nämlich noch einmal die Geschichte unseres Heiles nach auf dem Weg über das unablässige Wirken der Barmherzigkeit, von dem berichtet wird. Gott spricht heute immer noch zu uns wie zu Freunden, er »verkehrt« mit uns,11 um uns mit seiner Gesellschaft zu beschenken und uns den Weg zum Leben zu zeigen. Sein Wort bringt unsere Bitten und Sorgen zum Ausdruck und bietet zugleich eine fruchtbare Antwort, damit wir ganz konkret seine Nähe erfahren können. Welch eine Bedeutung kommt der Homilie zu, wo »die Wahrheit mit der Schönheit und dem Guten einher[geht] «,12 um das Herz der Gläubigen angesichts der Größe des Erbarmens ins Schwingen zu bringen! So ermahne ich dringend, die Homilie entsprechend vorzubereiten und die Verkündigung zu pflegen. Sie wird umso fruchtbarer sein, je mehr der Priester an sich selbst die barmherzige Güte des Herrn erfahren hat. Die Gewissheit zu vermitteln, dass Gott uns liebt, ist keine rhetorische Übung, sondern eine Bedingung für die Glaubhaftigkeit des eigenen Priestertums. Die Barmherzigkeit zu leben, ist daher der beste Weg, um sie im pastoralen Leben zu einer echten Verkündigung des Trostes und der Umkehr werden zu lassen. Die Homilie wie auch die Katechese müssen immer von diesem pulsierenden Herzen des christlichen Lebens unterstützt werden.

7. Die Bibel ist die große Erzählung, die von den Wundern der Barmherzigkeit Gottes berichtet. Jede Seite ist durchtränkt von der Liebe des Vaters, der seit der Schöpfung dem Universum die Zeichen seiner Liebe eingeprägt hat. Der Heilige Geist hat durch die Worte der Propheten und die Weisheitsbücher die Geschichte Israels in der Erkenntnis der Zärtlichkeit und Nähe Gottes geformt, trotz der Untreue des Volkes. Das Leben Jesu und seine Verkündigung prägen die Geschichte der christlichen Gemeinde auf entscheidende Weise; sie hat auf der Grundlage des Auftrags Christi ihre Sendung, ein ständiges Werkzeug seiner Barmherzigkeit und seiner Vergebung zu sein (vgl. Joh 20,23) verstanden. Auf dem Weg über die Heilige Schrift, die durch den Glauben der Kirche lebendig erhalten wird, spricht der Herr weiter zu seiner Braut und zeigt ihr die Wege, die sie gehen soll, damit das Evangelium des Heils zu allen gelangt. Es ist mein herzlicher Wunsch, dass das Wort Gottes immer mehr gefeiert, gekannt und verbreitet wird, damit dadurch das Geheimnis der Liebe, die aus jener Quelle des Erbarmens hervorströmt, besser verstanden werden kann. Daran erinnert uns der Apostel ganz deutlich: »Jede von Gott eingegebene Schrift ist auch nützlich zur Belehrung, zur Widerlegung, zur Besserung, zur Erziehung in der Gerechtigkeit« (2Tim 3,16).

Es wäre gut, wenn jede Gemeinschaft an einem Sonntag des Kirchenjahres ihr Engagement für die Verbreitung, die Kenntnis und die Vertiefung der Heiligen Schrift erneuern könnte: an einem Sonntag, der ganz und gar dem Wort Gottes gewidmet ist, um den unerschöpflichen Reichtum zu verstehen, der aus diesem ständigen Dialog Gottes mit seinem Volk hervorgeht. Es soll nicht an Kreativität fehlen, um diesen Moment durch Initiativen zu bereichern, die die Gläubigen anregen, lebendige Werkzeuge für die Vermittlung des Wortes Gottes zu sein. Selbstverständlich gehört zu diesen Initiativen die weitere Verbreitung der Lectio divina, damit das geistliche Leben durch das betende Lesen der Heiligen Schrift Unterstützung und Wachstum erfährt. Die Lectio divina über die Themen der Barmherzigkeit wird ermöglichen, gleichsam mit Händen zu greifen, wie viel Fruchtbarkeit aus der Heiligen Schrift entspringt, wenn sie im Licht der gesamten geistlichen Überlieferung der Kirche gelesen wird, was unweigerlich in Gesten und konkrete Werke der Liebe mündet.13

8. Die Feier der Barmherzigkeit geschieht in ganz besonderer Weise mit dem Sakrament der Versöhnung. Das ist der Moment, in dem wir die Umarmung des Vaters spüren, der uns entgegenkommt, um uns die Gnade zurückzugeben, wieder seine Kinder zu sein. Wir sind Sünder und tragen in uns die Last des Widerspruchs zwischen dem, was wir tun möchten, und dem, was wir konkret tun (vgl. Röm 7,14-21). Doch die Gnade kommt uns immer zuvor und nimmt das Gesicht der Barmherzigkeit an, die in der Versöhnung und in der Vergebung wirksam wird. Gott macht seine unermessliche Liebe gerade angesichts unserer Verfasstheit als Sünder verständlich. Die Gnade ist stärker und übertrifft jeden möglichen Widerstand, denn die Liebe überwindet alles (vgl. 1Kor 13,7).

Im Sakrament der Vergebung zeigt Gott den Weg der Umkehr zu ihm und lädt dazu ein, wieder seine Nähe zu erfahren. Es ist eine Vergebung, die dadurch empfangen werden kann, dass man vor allem die Liebe lebt. Daran erinnert auch der Apostel Petrus, wenn er schreibt: »die Liebe deckt viele Sünden zu« (1Petr 4,8). Allein Gott vergibt die Sünden, aber er verlangt auch von uns die Bereitschaft, den anderen zu verzeihen so, wie er uns vergibt: »Erlass uns unsere Schulden, wie auch wir sie unseren Schuldnern erlassen haben« (Mt 6,12). Wie viel Traurigkeit, wenn wir in uns selbst verschlossen bleiben und unfähig sind, zu verzeihen! Dann gewinnen Groll, Wut und Rache die Oberhand; sie machen das Leben unglücklich und vereiteln den frohen Einsatz für die Barmherzigkeit.

9. Eine Erfahrung der Gnade, die die Kirche im Jubiläumsjahr mit großer Wirksamkeit gemacht hat, ist sicherlich der Dienst der Missionare der Barmherzigkeit. Ihre pastorale Tätigkeit hat deutlich machen wollen, dass Gott keinerlei Grenze setzt für diejenigen, die ihn mit reuevollem Herzen suchen, denn allen kommt er entgegen wie ein Vater. Ich habe viele Zeugnisse der Freude über die erneuerte Begegnung mit dem Herrn im Sakrament der Beichte erhalten. Verpassen wir nicht die Gelegenheit, den Glauben auch als eine Erfahrung von Versöhnung zu erleben. »Lasst euch mit Gott versöhnen!« (2Kor 5,20) ist die Einladung, die der Apostel noch in unseren Tagen macht, um jeden Gläubigen die Macht der Liebe entdecken zu lassen, die ihn eine »neue Schöpfung« (2Kor 5,17) werden lässt.

Ich spreche jedem Missionar der Barmherzigkeit meinen Dank aus für diesen wertvollen Dienst, den er geleistet hat, um die Gnade der Vergebung wirksam werden zu lassen. Dieses außerordentliche Amt endet jedoch nicht mit der Schließung der Heiligen Pforte. Ich möchte nämlich, dass es bis auf weiteres noch fortdauert als konkretes Zeichen dafür, dass die Gnade des Jubiläums in den verschiedenen Teilen der Erde weiter lebendig und wirksam ist. Es wird Aufgabe des Päpstlichen Rates zur Förderung der Neuevangelisierung sein, die Missionare der Barmherzigkeit als einen unmittelbaren Ausdruck meiner Fürsorge und Nähe zu betreuen und die schlüssigsten Formen für die Ausübung dieses wertvollen Amtes zu finden.

10. Die Priester fordere ich erneut auf, sich mit großer Sorgfalt auf den Dienst der Beichte vorzubereiten, der eine wirklich priesterliche Aufgabe ist. Ich danke euch herzlich für euren Einsatz und bitte euch, für alle offen und aufnahmebereit zu sein; Zeugen der väterlichen Zärtlichkeit zu sein trotz der Schwere der Sünde; fürsorglich zu helfen, über das getane Böse nachzudenken; unmissverständlich die moralischen Prinzipien darzulegen; verfügbar zu sein, um die Gläubigen auf ihrem Weg der Buße zu begleiten und dabei geduldig ihr Tempo zu berücksichtigen; weitsichtig zu sein in der Unterscheidung jedes einzelnen Falles und großherzig in der Gewährung der Vergebung Gottes. Wie Jesus vor der Ehebrecherin die Wahl traf, im Schweigen zu verharren, um sie vor dem Todesurteil zu bewahren, so möge auch der Priester im Beichtstuhl weitherzig sein, in dem Bewusstsein, dass jeder Beichtende ihn an seine eigene persönliche Lage erinnert: Sünder, aber Diener der Barmherzigkeit.

11. Ich möchte, dass wir alle die Worte des Apostels meditieren, die er am Ende seines Lebens geschrieben hat, als er dem Timotheus gesteht, dass er der Erste der Sünder war, und hinzufügt: »Aber ich habe Erbarmen gefunden« (1Tim 1,16). Seine Worte haben eine durchschlagende Kraft, um auch uns herauszufordern, über unser Leben nachzudenken und zu sehen, wie das Erbarmen Gottes am Werk ist, um unser Herz zu verändern, zu bekehren und zu verwandeln: »Ich danke dem, der mir Kraft gegeben hat: Christus Jesus, unserem Herrn. Er hat mich für treu gehalten und in seinen Dienst genommen, obwohl ich ihn früher lästerte, verfolgte und verhöhnte. Aber ich habe Erbarmen gefunden« (1Tim 1,12-13).

Erinnern wir uns daher mit immer neuer pastoraler Leidenschaft an die Worte des Apostels: »Gott [hat] uns durch Christus mit sich versöhnt und uns den Dienst der Versöhnung aufgetragen« (2Kor 5,18). Wir haben als Erste Vergebung empfangen, im Hinblick auf diesen Dienst, und sind zu persönlichen Zeugen der Universalität der Vergebung gemacht worden. Es gibt weder ein Gesetz, noch eine Vorschrift, die Gott verbieten könnte, den Sohn wieder in die Arme zu schließen, der zu ihm zurückkehrt und gesteht, einen Fehler begangen zu haben, aber entschlossen ist, wieder von vorne anzufangen. Nur bei dem Gesetz stehen zu bleiben bedeutet, den Glauben und das göttliche Erbarmen zu vereiteln. Es gibt einen propädeutischen Wert im Gesetz (vgl. Gal 3,24), dessen Ziel die Liebe ist (vgl. 1Tim 1,5). Der Christ ist jedoch berufen, die Neuheit des Evangeliums zu leben, »das Gesetz des Geistes und des Lebens in Christus Jesus« (Röm 8,2). Selbst in den kompliziertesten Fällen, in denen man versucht ist, einer Gerechtigkeit den Vorrang zu geben, die allein aus den Normen hervorgeht, muss man an die Kraft glauben, die aus der göttlichen Gnade entspringt.

Wir Beichtväter besitzen die Erfahrung vieler Bekehrungen, die sich vor unseren Augen abspielen. Spüren wir also die Verantwortung von Gesten und Worten, die tief ins Herz des Büßers eindringen sollen, damit er die Nähe und die Zärtlichkeit des verzeihenden Vaters entdeckt. Vereiteln wir diese Momente nicht mit Verhaltensweisen, die im Widerspruch stehen können zu der Erfahrung der Barmherzigkeit, nach der gesucht wird. Helfen wir vielmehr, den Raum des persönlichen Gewissens mit der unendlichen Liebe Gottes zu erleuchten (vgl. 1Joh 3,20).

Das Sakrament der Versöhnung muss seinen zentralen Platz im christlichen Leben wiederfinden; darum verlangt es Priester, die ihr Leben in den »Dienst der Versöhnung« (2Kor 5,18) stellen. Auf diese Weise soll niemandem, der ernsthaft bereut, der Zugang zur Liebe des Vaters, der auf seine Rückkehr wartet, verwehrt werden und allen die Möglichkeit offen stehen, die befreiende Kraft der Vergebung zu erfahren.

Eine günstige Gelegenheit kann die Feier der Initiative „24 Stunden für den Herrn“ unmittelbar vor dem 4. Fastensonntag sein. Sie findet bereits eine breite Zustimmung in den Diözesen und bleibt ein starker pastoraler Aufruf, um das Sakrament der Beichte intensiv zu erleben.

12. Aufgrund dieser Notwendigkeit und damit dem Wunsch nach Versöhnung und der Vergebung Gottes nichts im Wege stehe, gewähre ich von nun an allen Priestern die Vollmacht, kraft ihres Amtes jene loszusprechen, welche die Sünde der Abtreibung begangen haben. Was ich auf den Zeitraum des Jubeljahres begrenzt gewährt habe14, wird nun zeitlich ausgedehnt, unbeachtet gegenteiliger Bestimmungen. Ich möchte nochmals mit all meiner Kraft betonen, dass Abtreibung eine schwere Sünde ist, da sie einem unschuldigen Leben ein Ende setzt. Mit gleicher Kraft kann und muss ich jedoch sagen, dass es keine Sünde gibt, die durch die Barmherzigkeit Gottes nicht erreicht und vernichtet werden kann, wenn diese ein reuevolles Herz findet, das um Versöhnung mit dem Vater bittet. Jeder Priester möge daher den Pönitenten bei der Begleitung auf diesem Weg der besonderen Versöhnung Führer, Halt und Trost sein.

Im Jubiläumsjahr hatte ich den Gläubigen, die aus verschiedenen Gründen die von den Priestern der Bruderschaft St. Pius X. betreuten Kirchen besuchen, gewährt, gültig und erlaubt die sakramentale Lossprechung ihrer Sünden zu empfangen.15 Für das pastorale Wohl dieser Gläubigen und im Vertrauen auf den guten Willen ihrer Priester, dass mit der Hilfe Gottes die volle Gemeinschaft in der Katholischen Kirche wiedererlangt werden kann, setze ich aus eigenem Entschluss fest, diese Vollmacht über den Zeitraum des Jubeljahres hinaus auszudehnen, bis diesbezüglich neue Verfügungen ergehen. So möge keinem das sakramentale Zeichen der Versöhnung durch die Vergebung der Kirche je fehlen.

13. Die Barmherzigkeit hat auch das Gesicht des Trostes. »Tröstet, Tröstet mein Volk« (Jes 40,1), sind die eindringlichen Worte, die der Prophet auch heute hören lässt, damit zu allen, die Leid und Schmerz tragen, ein Wort der Hoffnung gelange. Lassen wir uns nie die Hoffnung nehmen, die aus dem Glauben an den auferstandenen Herrn kommt. Es stimmt, oft werden wir auf eine harte Probe gestellt, doch nie dürfen wir die Gewissheit verlieren, dass der Herr uns liebt. Sein Erbarmen zeigt sich auch in der Nähe, Zuneigung und Hilfe vieler Brüder und Schwestern, wenn Tage der Traurigkeit und des Leids hereinbrechen. Tränen zu trocknen ist eine konkrete Handlung, die den Kreis der Einsamkeit, in dem wir oft eingeschlossen sind, durchbricht.

Wir alle brauchen Trost, denn niemand ist frei von Leid, Schmerz und Unverständnis. Wie viel Schmerz kann ein grollendes Wort, das eine Frucht von Neid, Eifersucht und Wut ist, hervorrufen! Wie viel Leid verursacht die Erfahrung der Untreue, der Gewalt und des Verlassenwerdens! Wie viel Bitterkeit entsteht angesichts des Todes geliebter Menschen! Und doch ist Gott nie fern, wenn man diese Dramen durchlebt. Ein aufmunterndes Wort, eine Umarmung, durch die du dich verstanden fühlst, eine Liebkosung, welche die Liebe spüren lässt, ein Gebet, das es möglich macht, stärker zu sein … dies alles sind Zeichen der Nähe Gottes durch den Trost seitens der Brüder und Schwestern.

Mitunter kann auch das Schweigen von großer Hilfe sein, denn manchmal gibt es keine Worte, um auf die Fragen eines leidenden Menschen Antwort zu geben. Das Fehlen von Worten kann jedoch durch das Mitleid dessen, der da und nahe ist, der liebt und die Hand hält, ausgeglichen werden. Es stimmt nicht, dass das Schweigen ein Akt der Kapitulation ist, vielmehr ist es ein Moment der Kraft und der Liebe. Auch das Schweigen gehört zu unserer Sprache des Trostes, da es zu einem konkreten Werk wird, das Leid des Mitmenschen zu teilen und daran Anteil zu nehmen.

14. In einer besonderen Zeit wie der unseren, die unter vielen Krisen auch die der Familie kennt, ist es wichtig, dass ein Wort tröstlicher Kraft an unsere Familien ergeht. Das Geschenk der Ehe ist eine große Berufung, auf die mit der Gnade Christi in großherziger, treuer und geduldiger Liebe zu antworten ist. Die Schönheit der Familie bleibt unverändert, trotz vieler Dunkelheit und alternativer Vorschläge: »Die Freude der Liebe, die in den Familien gelebt wird, ist auch die Freude der Kirche.«16 Der Weg des Lebens, der einen Mann und eine Frau sich begegnen, sich lieben und sich für immer die Treue vor Gott versprechen lässt, ist oft von Leid, Untreue und Einsamkeit unterbrochen. Die Freude über das Geschenk von Kindern ist nicht frei von den Sorgen der Eltern hinsichtlich ihres Heranwachsens und ihrer Bildung, hinsichtlich einer wirklich lebenswerten Zukunft.

Die Gnade des Ehesakraments stärkt nicht nur die Familie, damit sie ein bevorzugter Ort sei, wo Barmherzigkeit gelebt wird, sondern sie verpflichtet auch die christliche Gemeinde und die ganze Pastoral, den großen Wert der Familie als Lebensmodell hervortreten zu lassen. Dieses Jubiläumsjahr darf jedoch nicht dazu führen, dass man die Vielschichtigkeit der aktuellen familiären Realität aus den Augen verliert. Die Erfahrung der Barmherzigkeit macht uns fähig, auf alle menschlichen Schwierigkeiten mit der Haltung der Liebe Gottes zu schauen, der nicht müde wird, sie aufzunehmen und zu begleiten.17

Wir dürfen nicht vergessen, dass jeder den Reichtum und die Bürde der eigenen Geschichte mit sich trägt, die ihn von jeder anderen Person unterscheidet. Unser Leben mit seinen Freuden und Leiden ist etwas Einmaliges und Unwiederholbares, das unter dem barmherzigen Blick Gottes verläuft. Dies erfordert, vor allem seitens des Priesters, eine aufmerksame, tiefe und weitsichtige geistliche Unterscheidung, damit niemand ausgeschlossen wird, in welcher Situation er auch lebt, und jeder sich von Gott konkret angenommen fühlen, aktiv am Leben der Gemeinde teilhaben und in jenes Volk Gottes eingegliedert werden kann, das unermüdlich auf die Fülle des Reiches Gottes, des Reichs der Gerechtigkeit und Liebe, der Vergebung und Barmherzigkeit, hin unterwegs ist.

15. Von besonderer Bedeutung ist der Moment des Todes. Die Kirche hat diesen dramatischen Übergang stets im Licht der Auferstehung Jesu Christi gelebt, der den Weg für die Gewissheit des künftigen Lebens aufgetan hat. Wir haben hier eine große Herausforderung anzunehmen, vor allem in der zeitgenössischen Kultur, die häufig zu einer Banalisierung des Todes neigt und zwar so weit, dass sie ihn eine reine Fiktion werden lässt oder ihn verdrängt. Der Tod muss hingegen als schmerzlicher und unausweichlicher Übergang angegangen und vorbereitet werden, der dennoch voll Sinn ist: es ist der Sinn des äußersten Aktes der Liebe gegenüber den Menschen, die man zurücklässt, und gegenüber Gott, dem man entgegengeht. In allen Religionen wird der Moment des Todes wie jener der Geburt religiös begleitet. Wir erfahren die Exequien als hoffnungsvolles Gebet für die Seele des Verstorben und als Spendung von Trost für jene, die unter dem Abschied eines geliebten Menschen leiden.

Ich bin überzeugt, dass wir in der von lebendigem Glauben beseelten Pastoral mit Händen greifbar machen müssen, wie sehr die liturgischen Zeichen und unsere Gebete Ausdruck der Barmherzigkeit Gottes sind. Er selbst bietet uns Worte der Hoffnung, denn nichts und niemand kann uns je von seiner Liebe scheiden (vgl. Röm 8,35). Die Anteilnahme eines Priesters an diesem Moment ist eine wichtige Form der Begleitung, denn sie lässt im Augenblick der Schwäche, der Einsamkeit, der Unsicherheit und der Trauer die Nähe der christlichen Gemeinde erfahren.

16. Das Jubiläumsjahr endet und die Heilige Pforte wird geschlossen. Aber die Pforte der Barmherzigkeit unseres Herzens bleibt immer weit geöffnet. Wir haben gelernt, dass Gott sich uns zuneigt (vgl. Hos 11,4), damit auch wir ihn nachahmen können, wenn wir uns unseren Brüdern und Schwestern zuneigen. Die Sehnsucht vieler, zum Haus des Vaters zurückzukehren, der schon auf ihr Kommen wartet, wird auch durch aufrichtige und großherzige Zeugen der göttlichen Zärtlichkeit erweckt. Die Heilige Pforte, die wir in diesem Jubiläumsjahr durchschritten haben, hat uns auf den Weg der Nächstenliebe geführt, den wir jeden Tag in Treue und Freude beschreiten sollen. Die Straße der Barmherzigkeit nämlich macht es möglich, vielen Brüdern und Schwestern zu begegnen, die die Hand ausstrecken, damit sie jemand ergreifen kann, um miteinander zu gehen.

Wenn man Christus nahe sein möchte, muss man den Mitmenschen ein Nächster sein, denn nichts ist dem Vater wohlgefälliger, als ein konkretes Zeichen der Barmherzigkeit. Von ihrer Natur her macht sich die Barmherzigkeit in einer konkreten dynamischen Handlung sichtbar und greifbar. Wenn man sie einmal in ihrer Wahrheit erfahren hat, kehrt man nicht mehr hinter sie zurück: Sie wächst ständig und verändert das Leben. Sie ist eine echte neue Schöpfung, die ein neues Herz schafft, das fähig ist, vollkommen zu lieben, und die Augen reinigt, so dass sie die ganz verborgenen Nöte erkennen. Wie wahr sind die Worte, mit denen die Kirche in der Osternacht nach der Lesung des Schöpfungsberichts betet: Gott, du hast den Menschen nach deinem Bild wunderbar erschaffen und noch wunderbarer erneuert und erlöst. 18

Die Barmherzigkeit erneuert und erlöst, da sie die Begegnung zweier Herzen ist: des Herzens Gottes, das dem Herzen des Menschen entgegenkommt. Dieses erwärmt sich und ersteres heilt es: Das Herz von Stein wird in ein Herz von Fleisch verwandelt (vgl. Ez 36,26), das trotz seiner Sünde fähig ist zu lieben. Hier nimmt man wahr, wirklich „neue Schöpfung“ (vgl. Gal 6,15) zu sein: Ich bin geliebt, daher lebe ich; mir wird vergeben, daher werde ich zu neuem Leben geboren; mir wurde Barmherzigkeit zuteil, daher werde ich zum Werkzeug der Barmherzigkeit.

17. Während des Heiligen Jahres, besonders jeweils am „Freitag der Barmherzigkeit“, konnte ich mit Händen greifen, wie viel Gutes es in der Welt gibt. Oft wird es nicht erkannt, weil es sich täglich auf diskrete und stille Weise verwirklicht. Auch wenn sie kein Aufsehen erregen, gibt es doch viele konkrete Zeichen der Güte und der Zärtlichkeit gegenüber den Geringsten und Wehrlosesten, gegenüber den ganz Einsamen und Verlassenen. Es gibt wirklich Protagonisten der Nächstenliebe, die es den Ärmsten und Unglücklichsten nicht an Solidarität fehlen lassen. Danken wir dem Herrn für diese wertvollen Gaben, die dazu einladen, die Freude zu entdecken, angesichts der Schwachheit der verwundeten Menschheit ein Nächster zu werden. Dankbar denke ich an die vielen Freiwilligen, die jeden Tag ihre Zeit dafür aufwenden, die Gegenwart und Nähe Gottes mit ihrer Hingabe zu bezeugen. Ihr Dienst ist ein echtes Werk der Barmherzigkeit, das vielen Menschen hilft, sich der Kirche zu nähern.

18. Es ist die Zeit, dem Erfindungsreichtum der Barmherzigkeit Raum zu geben, um viele neue Werke, die Frucht der Gnade sind, ins Leben zu rufen. Die Kirche muss heute jene »viele[n] andere[n] Zeichen«, die Jesus getan hat und die »nicht aufgeschrieben sind« (Joh 20,30), erzählen, auf dass sie beredter Ausdruck der Fruchtbarkeit der Liebe Christi und der Gemeinschaft sind, die in ihm lebt. Mehr als zweitausend Jahre sind vergangen, und doch machen die Werke der Barmherzigkeit die Güte Gottes weiter sichtbar.

Noch heute leiden ganze Völker unter Hunger und Durst, und wieviel Sorge erregen die Bilder von Kindern, die nichts zu essen haben. Massen von Menschen wandern weiterhin von einem Land ins andere auf der Suche nach Nahrung, Arbeit, einem Zuhause und Frieden. Krankheiten in ihren verschiedenen Formen sind ein ständiger Grund für Leiden, die Hilfe, Trost und Unterstützung erfordern. Die Gefängnisse sind Orte, in denen oft zur Freiheitsstrafe mitunter schwere Entbehrungen aufgrund unmenschlicher Lebensbedingungen hinzukommen. Der Analphabetismus ist immer noch sehr verbreitet; er hindert Kinder an ihrer Bildung und setzt sie neuen Formen von Sklaverei aus. Die Kultur des extremen Individualismus, vor allem im Westen, führt dazu, den Sinn für Solidarität und Verantwortung gegenüber den anderen zu verlieren. Gott selbst bleibt heute für viele ein Unbekannter; dies stellt die größte Armut dar und das größte Hindernis, um die unveräußerliche Würde des menschlichen Lebens anzuerkennen.

Somit lässt sich bis heute an den Werken der leiblichen und der geistlichen Barmherzigkeit die große positive Auswirkung der Barmherzigkeit als sozialer Wert feststellen. In der Tat führt sie dazu, die Ärmel hochzukrempeln, um Millionen von Menschen, unseren Brüdern und Schwestern, die Würde zurückzugeben. Sie sind mit uns gerufen, eine »verlässliche Stadt« aufzubauen.19

19. Im Laufe dieses Heiligen Jahres wurden viele konkrete Zeichen von Barmherzigkeit verwirklicht. Gemeinschaften, Familien und einzelne Gläubige haben die Freude am Teilen und die Schönheit der Solidarität wieder entdeckt. Und doch ist es nicht genug. Die Welt bringt weiter neue Formen geistlicher und materieller Armut hervor, die die Würde der Menschen gefährden. Deswegen muss die Kirche immer wachsam und bereit sein, neue Werke der Barmherzigkeit auszumachen und sie großzügig und begeistert in die Tat umsetzen.

Unternehmen wir daher alle Anstrengungen, um der Nächstenliebe konkrete Gestalt zu verleihen und zugleich die Werke der Barmherzigkeit verständig zu verwirklichen. Letztere besitzt eine einschließende Wirkung, und deshalb weitet sie sich zusehends aus und kennt keine Grenzen. Und in diesem Sinn sind wir gerufen, den Werken der Barmherzigkeit, die wir seit jeher kennen, ein neues Gesicht zu verleihen. Denn die Barmherzigkeit kennt kein Maß; immer überbordet sie und ist fruchtbar. Sie ist wie der Sauerteig, der den Teig durchsäuert (vgl. Mt 13,33), und wie das Senfkorn, das zu einem Baum wird (vgl. Lk 13,19).

Denken wir zum Beispiel nur an das Werk der leiblichen Barmherzigkeit, Nackte zu bekleiden (vgl. Mt 25,36.38.43.44). Es führt uns an die Anfänge zurück, an den Garten Eden: Adam und Eva entdeckten, dass sie nackt waren, und als sie den Herrn kommen hörten, schämten und versteckten sie sich (vgl. Gen 3,7-8). Wir wissen, dass der Herr sie bestrafte; doch er »machte Adam und seiner Frau Röcke aus Fellen und bekleidete sie damit« (Gen 3,21). Die Scham wird überwunden und die Würde wiederhergestellt.

Richten wir unsern Blick auch auf Jesus auf Golgota. Der Sohn Gottes am Kreuz ist nackt; die Soldaten hatten sein Untergewand genommen und darum gelost (vgl. Joh 19,23-24); er hat nichts mehr. Am Kreuz offenbart sich bis zum Äußersten, dass Jesus das Los derer teilt, die ihre Würde verloren haben, weil ihnen das Nötigste genommen wurde. Wie die Kirche berufen ist, das „Gewand Christi“20 zu sein, um ihren Herrn zu bekleiden, so ist sie zur Solidarität mit den Nackten der Erde verpflichtet, damit sie die Würde, der sie beraubt wurden, wiedererlangen. Sein Wort »Ich war nackt, und ihr habt mir Kleidung gegeben« (Mt 25,36) verpflichtet uns daher, nicht den Blick von den neuen Formen von Armut und Ausgrenzung abzuwenden, die den Menschen ein Leben in Würde verwehren.

Keine Arbeit zu haben und nicht den gerechten Lohn zu erhalten; kein Zuhause zu haben oder kein Land zum Wohnen; wegen des Glaubens, der ethnischen Herkunft, des sozialen Status diskriminiert zu werden… dies und vieles andere sind Umstände, welche die Würde des Menschen gefährden und auf die das barmherzige Handeln der Christen vor allem mit Aufmerksamkeit und Solidarität antwortet. In wie vielen Situationen können wir heute den Menschen Würde zurückgeben und ihnen ein menschliches Leben ermöglichen! Denken wir nur an die vielen Kinder, die Gewalt verschiedener Art erleiden, durch die ihnen die Lebensfreude genommen wird. Ihre traurigen und orientierungslosen Gesichter haben sich in mein Gedächtnis eingeprägt; sie bitten um unsere Hilfe, um von den Formen der Sklaverei in der heutigen Welt befreit zu werden. Diese Kinder sind die Jugendlichen von morgen; wie bereiten wir sie darauf vor, in Würde und Verantwortung zu leben? Mit welcher Hoffnung können sie sich der Gegenwart und der Zukunft stellen?

Der soziale Charakter der Barmherzigkeit verlangt, nicht untätig zu bleiben und die Gleichgültigkeit und Heuchelei zu vertreiben, damit die Pläne und Projekte nicht toter Buchstabe bleiben. Der Heilige Geist helfe uns, stets bereit zu sein, tatkräftig und selbstlos unseren Beitrag zu leisten, damit Gerechtigkeit und ein menschenwürdiges Leben nicht Höflichkeitsfloskeln bleiben, sondern konkretes Engagement dessen sind, der die Gegenwart des Reiches Gottes bezeugen möchte.

20. Wir sind aufgerufen, eine Kultur der Barmherzigkeit wachsen zu lassen, die darauf gründet, die Begegnung mit den anderen wiederzuentdecken: eine Kultur, in der niemand mit Gleichgültigkeit auf den anderen schaut, noch den Blick abwendet, wenn er das Leid der Mitmenschen sieht. Die Werke der Barmherzigkeit sind „Handwerk“: Keines von ihnen gleicht dem anderen. Unsere Hände können sie auf tausenderlei Weise formen. Und auch wenn Gott, der sie anregt, einer ist und ebenso die „Materie“, aus der sie bestehen – nämlich die Barmherzigkeit –, eine ist, so nimmt doch jedes einzelne eine andere Form an.

Die Werke der Barmherzigkeit gehen tatsächlich das ganze Leben eines Menschen an. Deswegen können wir gerade von der Einfachheit der Gesten her, die Körper und Geist, das heißt das Leben der Menschen zu erreichen vermögen, eine wahre kulturelle Revolution ins Leben rufen. Dies ist eine Aufgabe, die sich die christliche Gemeinde zu Eigen machen kann in dem Bewusstsein, dass das Wort des Herrn sie stets ruft, aus der Gleichgültigkeit und dem Individualismus hinauszugehen. Man ist ja versucht, sich darin einzuschließen, um ein bequemes und problemloses Leben zu führen. »Die Armen habt ihr immer bei euch« (Joh 12,8), sagt Jesus zu seinen Jüngern. Es gibt keine Alibis, die mangelndes Engagement rechtfertigen können, wenn wir wissen, dass der Herr sich mit jedem von ihnen identifiziert hat.

Die Kultur der Barmherzigkeit bildet sich im beharrlichen Gebet, in der bereitwilligen Offenheit für das Wirken des Heiligen Geistes, in der Vertrautheit mit dem Leben der Heiligen und in der konkreten Nähe zu den Armen. Es ist eine eindringliche Aufforderung, recht zu verstehen, wo ein Einsatz von entscheidender Bedeutung ist. Die Versuchung, eine „Theorie der Barmherzigkeit“ zu betreiben, wird in dem Maß überwunden, wie man Barmherzigkeit im Alltag lebt und teilt. Im Übrigen dürfen wir nie die Worte vergessen, mit denen der Apostel Paulus im Bericht über sein Treffen mit Petrus, Johannes und Jakobus nach seiner Bekehrung einen wesentlichen Aspekt seiner Sendung und seines ganzen christlichen Lebens hervorhebt: »Nur sollten wir an ihre Armen denken; und das zu tun, habe ich mich eifrig bemüht« (Gal 2,10). Wir dürfen die Armen nicht vergessen: Es ist eine Aufforderung, die mehr denn je aktuell ist und sich ganz offenkundig aus dem Evangelium ergibt.

21. Die Erfahrung des Jubiläumsjahres möge uns die Worte des Apostels Petrus einprägen: »Einst gab es für euch kein Erbarmen, jetzt aber habt ihr Erbarmen gefunden« (1Petr 2,10). Behalten wir nicht eifersüchtig nur für uns, was wir empfangen haben; mögen wir fähig sein, es mit den leidenden Brüdern und Schwestern zu teilen, damit sie von der Kraft der Barmherzigkeit des Vaters unterstützt werden. Unsere Gemeinden mögen sich öffnen, um die zu erreichen, die auf ihrem Gebiet wohnen, damit durch das Zeugnis der Gläubigen die Zärtlichkeit Gottes zu allen gelange.

Dies ist die Zeit der Barmherzigkeit. Jeder Tag unseres Weges ist von der Gegenwart Gottes geprägt, der unsere Schritte mit der Kraft der Gnade führt, die der Heilige Geist in unser Herz eingießt, um es zu bilden und fähig zu machen zu lieben. Es ist die Zeit der Barmherzigkeit für alle und jeden, damit niemand denkt, der Nähe Gottes und der Macht seiner Zärtlichkeit fern zu sein. Es ist die Zeit der Barmherzigkeit, damit alle Schwachen und Wehrlosen, Fernen und Einsamen die Anwesenheit der Brüder und Schwestern wahrnehmen können, die sie in ihren Nöten unterstützen. Es ist die Zeit der Barmherzigkeit, damit die Armen den respektvollen und doch aufmerksamen Blick jener auf sich spüren, die nach Überwindung der Gleichgültigkeit das Wesentliche des Lebens entdecken. Es ist die Zeit der Barmherzigkeit, damit jeder Sünder nicht müde wird, um Vergebung zu bitten und die Hand des Vaters zu spüren, der uns immer aufnimmt und an sich drückt.

Vor dem Hintergrund des „Jubiläums für die von der Gesellschaft Ausgeschlossenen“ – während in allen Kathedralkirchen und Heiligtümern der Welt die Pforten der Barmherzigkeit geschlossen wurden – kam mir der Gedanke, dass als weiteres konkretes Zeichen dieses Außerordentlichen Heiligen Jahres am 33. Sonntag im Jahreskreis in der ganzen Kirche der Welttag der Armen begangen werden soll. Das wird die würdigste Vorbereitung für die Feier des Christkönigssonntags sein, denn Jesus Christus hat sich mit den Geringen und den Armen identifiziert und wird uns nach den Werken der Barmherzigkeit richten (vgl. Mt 25,31-46). Es wird ein Tag sein, der den Gemeinden und jedem Getauften hilft, darüber nachzudenken, wie die Armut ein Herzensanliegen des Evangeliums ist und dass es keine Gerechtigkeit noch sozialen Frieden geben kann, solange Lazarus vor der Tür unseres Hauses liegt (vgl. Lk 16,19-21). Dieser Tag wird auch eine echte Form der Neuevangelisierung darstellen (vgl. Mt 11,5), durch die das Antlitz der Kirche in ihrer ständigen pastoralen Umkehr erneuert wird, um Zeugin der Barmherzigkeit zu sein.

22. Stets bleiben die barmherzigen Augen der heiligen Mutter Gottes auf uns gerichtet. Sie ist die erste, die den Weg für das Zeugnis der Liebe eröffnet und uns dabei begleitet. Die Mutter der Barmherzigkeit sammelt alle unter dem Schutz ihres Mantels, wie es in der Kunst oft dargestellt wurde. Vertrauen wir auf ihre mütterliche Hilfe und folgen wir ihrem ständigen Hinweis, auf Jesus zu schauen, das leuchtende Antlitz der Barmherzigkeit Gottes.

Gegeben zu Rom, bei Sankt Peter, am 20. November,

Christkönigssonntag,

im Jahr des Herrn 2016, dem vierten Jahr meines Pontifikats.

FRANZISKUS

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1 In Ioh 33,5.

2 Hirt des Hermas, Mand. X, 42, 1-4.

3 Vgl. Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 27.

4 Römisches Messbuch, 3. Fastensonntag.

5 Ebd., Präfation VII für die Sonntage im Jahreskreis.

6 Ebd., Zweites Hochgebet.

7 Ebd., Riten zur Kommunion.

8 Ritus der Beichte.

9 Ritus der Krankensalbung.

10 Vgl. Zweites Vatikanisches Konzil, Konst. Sacrosanctum Concilium, 106.

11 Zweites Vatikanisches Konzil, Dogm. Konst. Dei Verbum, 2.

12 Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 142.

13  Vgl. Benedikt XVI., Nachsynodales Apostolisches Schreiben Verbum Domini, 86-87.

14 Vgl. Schreiben mit dem zum Außerordentlichen Jubiläum der Barmherzigkeit der Ablass gewährt wird, 1. September 2015.

15 Vgl. ebd.

16 Apostolisches Schreiben Amoris laetitia, 1.

17 Vgl. ebd., 291-300.

18 Vgl. Römisches Messbuch, Osternacht, Gebet nach der ersten Lesung.

19 Enzyklika Lumen fidei, 50.

20 Vgl. Cyprian, De catholicae ecclesiae unitate, 7.

[01867-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

Testo in lingua spagnola

FRANCISCO

a cuantos leerán esta Carta Apostólica

misericordia y paz

Misericordia et misera son las dos palabras que san Agustín usa para comentar el encuentro entre Jesús y la adúltera (cf. Jn 8,1-11). No podía encontrar una expresión más bella y coherente que esta para hacer comprender el misterio del amor de Dios cuando viene al encuentro del pecador: «Quedaron sólo ellos dos: la miseria y la misericordia».1 Cuánta piedad y justicia divina hay en este episodio. Su enseñanza viene a iluminar la conclusión del Jubileo Extraordinario de la Misericordia e indica, además, el camino que estamos llamados a seguir en el futuro.

1. Esta página del Evangelio puede ser asumida, con todo derecho, como imagen de lo que hemos celebrado en el Año Santo, un tiempo rico de misericordia, que pide ser siempre celebrada y vivida en nuestras comunidades. En efecto, la misericordia no puede ser un paréntesis en la vida de la Iglesia, sino que constituye su misma existencia, que manifiesta y hace tangible la verdad profunda del Evangelio. Todo se revela en la misericordia; todo se resuelve en el amor misericordioso del Padre.

Una mujer y Jesús se encuentran. Ella, adúltera y, según la Ley, juzgada merecedora de la lapidación; él, que con su predicación y el don total de sí mismo, que lo llevará hasta la cruz, ha devuelto la ley mosaica a su genuino propósito originario. En el centro no aparece la ley y la justicia legal, sino el amor de Dios que sabe leer el corazón de cada persona, para comprender su deseo más recóndito, y que debe tener el primado sobre todo. En este relato evangélico, sin embargo, no se encuentran el pecado y el juicio en abstracto, sino una pecadora y el Salvador. Jesús ha mirado a los ojos a aquella mujer y ha leído su corazón: allí ha reconocido el deseo de ser comprendida, perdonada y liberada. La miseria del pecado ha sido revestida por la misericordia del amor. Por parte de Jesús, ningún juicio que no esté marcado por la piedad y la compasión hacia la condición de la pecadora. A quien quería juzgarla y condenarla a muerte, Jesús responde con un silencio prolongado, que ayuda a que la voz de Dios resuene en las conciencias, tanto de la mujer como de sus acusadores. Estos dejan caer las piedras de sus manos y se van uno a uno (cf. Jn 8,9). Y después de ese silencio, Jesús dice: «Mujer, ¿dónde están tus acusadores? ¿Ninguno te ha condenado? […] Tampoco yo te condeno. Anda, y en adelante no peques más» (vv. 10-11). De este modo la ayuda a mirar el futuro con esperanza y a estar lista para encaminar nuevamente su vida; de ahora en adelante, si lo querrá, podrá «caminar en la caridad» (cf. Ef 5,2). Una vez que hemos sido revestidos de misericordia, aunque permanezca la condición de debilidad por el pecado, esta debilidad es superada por el amor que permite mirar más allá y vivir de otra manera.

2. Jesús lo había enseñado con claridad en otro momento cuando, invitado a comer por un fariseo, se le había acercado una mujer conocida por todos como pecadora (cf. Lc 7,36-50). Ella había ungido con perfume los pies de Jesús, los había bañado con sus lágrimas y secado con sus cabellos (cf. vv. 37-38). A la reacción escandalizada del fariseo, Jesús responde: «Sus muchos pecados han quedado perdonados, porque ha amado mucho, pero al que poco se le perdona, ama poco» (v. 47).

El perdón es el signo más visible del amor del Padre, que Jesús ha querido revelar a lo largo de toda su vida. No existe página del Evangelio que pueda ser sustraída a este imperativo del amor que llega hasta el perdón. Incluso en el último momento de su vida terrena, mientras estaba siendo crucificado, Jesús tiene palabras de perdón: «Padre, perdónalos porque no saben lo que hacen» (Lc 23,34).

Nada de cuanto un pecador arrepentido coloca delante de la misericordia de Dios queda sin el abrazo de su perdón. Por este motivo, ninguno de nosotros puede poner condiciones a la misericordia; ella será siempre un acto de gratuidad del Padre celeste, un amor incondicionado e inmerecido. No podemos correr el riesgo de oponernos a la plena libertad del amor con el cual Dios entra en la vida de cada persona.

La misericordia es esta acción concreta del amor que, perdonando, transforma y cambia la vida. Así se manifiesta su misterio divino. Dios es misericordioso (cf. Ex 34,6), su misericordia dura por siempre (cf. Sal 136), de generación en generación abraza a cada persona que se confía a él y la transforma, dándole su misma vida.

3. Cuánta alegría ha brotado en el corazón de estas dos mujeres, la adúltera y la pecadora. El perdón ha hecho que se sintieran al fin más libres y felices que nunca. Las lágrimas de vergüenza y de dolor se han transformado en la sonrisa de quien se sabe amado. La misericordia suscita alegría porque el corazón se abre a la esperanza de una vida nueva. La alegría del perdón es difícil de expresar, pero se trasparenta en nosotros cada vez que la experimentamos. En su origen está el amor con el cual Dios viene a nuestro encuentro, rompiendo el círculo del egoísmo que nos envuelve, para hacernos también a nosotros instrumentos de misericordia.

Qué significativas son, también para nosotros, las antiguas palabras que guiaban a los primeros cristianos: «Revístete de alegría, que encuentra siempre gracia delante de Dios y siempre le es agradable, y complácete en ella. Porque todo hombre alegre obra el bien, piensa el bien y desprecia la tristeza [...] Vivirán en Dios cuantos alejen de sí la tristeza y se revistan de toda alegría».2 Experimentar la misericordia produce alegría. No permitamos que las aflicciones y preocupaciones nos la quiten; que permanezca bien arraigada en nuestro corazón y nos ayude a mirar siempre con serenidad la vida cotidiana.

En una cultura frecuentemente dominada por la técnica, se multiplican las formas de tristeza y soledad en las que caen las personas, entre ellas muchos jóvenes. En efecto, el futuro parece estar en manos de la incertidumbre que impide tener estabilidad. De ahí surgen a menudo sentimientos de melancolía, tristeza y aburrimiento que lentamente pueden conducir a la desesperación. Se necesitan testigos de la esperanza y de la verdadera alegría para deshacer las quimeras que prometen una felicidad fácil con paraísos artificiales. El vacío profundo de muchos puede ser colmado por la esperanza que llevamos en el corazón y por la alegría que brota de ella. Hay mucha necesidad de reconocer la alegría que se revela en el corazón que ha sido tocado por la misericordia. Hagamos nuestras, por tanto, las palabras del Apóstol: «Estad siempre alegres en el Señor» (Flp 4,4; cf. 1 Ts 5,16).

4. Hemos celebrado un Año intenso, en el que la gracia de la misericordia se nos ha dado en abundancia. Como un viento impetuoso y saludable, la bondad y la misericordia se han esparcido por el mundo entero. Y delante de esta mirada amorosa de Dios, que de manera tan prolongada se ha posado sobre cada uno de nosotros, no podemos permanecer indiferentes, porque ella cambia la vida.

Sentimos la necesidad, ante todo, de dar gracias al Señor y decirle: «Has sido bueno, Señor, con tu tierra […]. Has perdonado la culpa de tu pueblo» (Sal 85,2-3). Así es: Dios ha destruido nuestras culpas y ha arrojado nuestros pecados a lo hondo del mar (cf. Mi 7,19); no los recuerda más, se los ha echado a la espalda (cf. Is 38,17); como dista el oriente del ocaso, así aparta de nosotros nuestros pecados (cf. Sal 103,12).

En este Año Santo la Iglesia ha sabido ponerse a la escucha y ha experimentado con gran intensidad la presencia y cercanía del Padre, que mediante la obra del Espíritu Santo le ha hecho más evidente el don y el mandato de Jesús sobre el perdón. Ha sido realmente una nueva visita del Señor en medio de nosotros. Hemos percibido cómo su soplo vital se difundía por la Iglesia y, una vez más, sus palabras han indicado la misión: «Recibid el Espíritu Santo, a quienes les perdonéis los pecados, les quedan perdonados; a quienes se los retengáis, les quedan retenidos» (Jn 20,22-23).

5. Ahora, concluido este Jubileo, es tiempo de mirar hacia adelante y de comprender cómo seguir viviendo con fidelidad, alegría y entusiasmo, la riqueza de la misericordia divina. Nuestras comunidades continuarán con vitalidad y dinamismo la obra de la nueva evangelización en la medida en que la «conversión pastoral», que estamos llamados a vivir,3 se plasme cada día, gracias a la fuerza renovadora de la misericordia. No limitemos su acción; no hagamos entristecer al Espíritu, que siempre indica nuevos senderos para recorrer y llevar a todos el Evangelio que salva.

En primer lugar estamos llamados a celebrar la misericordia. Cuánta riqueza contiene la oración de la Iglesia cuando invoca a Dios como Padre misericordioso. En la liturgia, la misericordia no sólo se evoca con frecuencia, sino que se recibe y se vive. Desde el inicio hasta el final de la celebración eucarística, la misericordia aparece varias veces en el diálogo entre la asamblea orante y el corazón del Padre, que se alegra cada vez que puede derramar su amor misericordioso. Después de la súplica de perdón inicial, con la invocación «Señor, ten piedad», somos inmediatamente confortados: «Dios omnipotente tenga misericordia de nosotros, perdone nuestros pecados y nos lleve a la vida eterna». Con esta confianza la comunidad se reúne en la presencia del Señor, especialmente en el día santo de la resurrección. Muchas oraciones «colectas» se refieren al gran don de la misericordia. En el periodo de Cuaresma, por ejemplo, oramos diciendo: «Señor, Padre de misericordia y origen de todo bien, que aceptas el ayuno, la oración y la limosna como remedio de nuestros pecados; mira con amor a tu pueblo penitente y restaura con tu misericordia a los que estamos hundidos bajo el peso de las culpas».4 Después nos sumergimos en la gran plegaria eucarística con el prefacio que proclama: «Porque tu amor al mundo fue tan misericordioso que no sólo nos enviaste como redentor a tu propio Hijo, sino que en todo lo quisiste semejante al hombre, menos en el pecado».5 Además, la plegaria eucarística cuarta es un himno a la misericordia de Dios: «Compadecido, tendiste la mano a todos, para que te encuentre el que te busca». «Ten misericordia de todos nosotros»,6 es la súplica apremiante que realiza el sacerdote, para implorar la participación en la vida eterna. Después del Padrenuestro, el sacerdote prolonga la plegaria invocando la paz y la liberación del pecado gracias a la «ayuda de su misericordia». Y antes del signo de la paz, que se da como expresión de fraternidad y de amor recíproco a la luz del perdón recibido, él ora de nuevo diciendo: «No tengas en cuenta nuestros pecados, sino la fe de tu Iglesia».7 Mediante estas palabras, pedimos con humilde confianza el don de la unidad y de la paz para la santa Madre Iglesia. La celebración de la misericordia divina culmina en el Sacrificio eucarístico, memorial del misterio pascual de Cristo, del que brota la salvación para cada ser humano, para la historia y para el mundo entero. En resumen, cada momento de la celebración eucarística está referido a la misericordia de Dios.

En toda la vida sacramental la misericordia se nos da en abundancia. Es muy irrelevante el hecho de que la Iglesia haya querido mencionar explícitamente la misericordia en la fórmula de los dos sacramentos llamados «de sanación», es decir, la Reconciliación y la Unción de los enfermos. La fórmula de la absolución dice: «Dios, Padre misericordioso, que reconcilió consigo al mundo por la muerte y la resurrección de su Hijo y derramó el Espíritu Santo para la remisión de los pecados, te conceda, por el ministerio de la Iglesia, el perdón y la paz»;8 y la de la Unción reza así: «Por esta santa Unción y por su bondadosa misericordia, te ayude el Señor con la gracia del Espíritu Santo».9

Así, en la oración de la Iglesia la referencia a la misericordia, lejos de ser solamente parenética, es altamente performativa, es decir que, mientras la invocamos con fe, nos viene concedida; mientras la confesamos viva y real, nos transforma verdaderamente. Este es un aspecto fundamental de nuestra fe, que debemos conservar en toda su originalidad: antes que el pecado, tenemos la revelación del amor con el que Dios ha creado el mundo y los seres humanos. El amor es el primer acto con el que Dios se da a conocer y viene a nuestro encuentro. Por tanto, abramos el corazón a la confianza de ser amados por Dios. Su amor nos precede siempre, nos acompaña y permanece junto a nosotros a pesar de nuestro pecado.

6. En este contexto, la escucha de la Palabra de Dios asume también un significado particular. Cada domingo, la Palabra de Dios es proclamada en la comunidad cristiana para que el día del Señor se ilumine con la luz que proviene del misterio pascual.10 En la celebración eucarística asistimos a un verdadero diálogo entre Dios y su pueblo. En la proclamación de las lecturas bíblicas, se recorre la historia de nuestra salvación como una incesante obra de misericordia que se nos anuncia. Dios sigue hablando hoy con nosotros como sus amigos, se «entretiene» con nosotros,11 para ofrecernos su compañía y mostrarnos el sendero de la vida. Su Palabra se hace intérprete de nuestras peticiones y preocupaciones, y es también respuesta fecunda para que podamos experimentar concretamente su cercanía. Qué importante es la homilía, en la que «la verdad va de la mano de la belleza y del bien»,12 para que el corazón de los creyentes vibre ante la grandeza de la misericordia. Recomiendo mucho la preparación de la homilía y el cuidado de la predicación. Ella será tanto más fructuosa, cuanto más haya experimentado el sacerdote en sí mismo la bondad misericordiosa del Señor. Comunicar la certeza de que Dios nos ama no es un ejercicio retórico, sino condición de credibilidad del propio sacerdocio. Vivir la misericordia es el camino seguro para que ella llegue a ser verdadero anuncio de consolación y de conversión en la vida pastoral. La homilía, como también la catequesis, ha de estar siempre sostenida por este corazón palpitante de la vida cristiana.

7. La Biblia es la gran historia que narra las maravillas de la misericordia de Dios. Cada una de sus páginas está impregnada del amor del Padre que desde la creación ha querido imprimir en el universo los signos de su amor. El Espíritu Santo, a través de las palabras de los profetas y de los escritos sapienciales, ha modelado la historia de Israel con el reconocimiento de la ternura y de la cercanía de Dios, a pesar de la infidelidad del pueblo. La vida de Jesús y su predicación marcan de manera decisiva la historia de la comunidad cristiana, que entiende la propia misión como respuesta al mandato de Cristo de ser instrumento permanente de su misericordia y de su perdón (cf. Jn 20,23). Por medio de la Sagrada Escritura, que se mantiene viva gracias a la fe de la Iglesia, el Señor continúa hablando a su Esposa y le indica los caminos a seguir, para que el Evangelio de la salvación llegue a todos. Deseo vivamente que la Palabra de Dios se celebre, se conozca y se difunda cada vez más, para que nos ayude a comprender mejor el misterio del amor que brota de esta fuente de misericordia. Lo recuerda claramente el Apóstol: «Toda Escritura es inspirada por Dios y además útil para enseñar, para argüir, para corregir, para educar en la justicia» (2 Tm 3,16).

Sería oportuno que cada comunidad, en un domingo del Año litúrgico, renovase su compromiso en favor de la difusión, conocimiento y profundización de la Sagrada Escritura: un domingo dedicado enteramente a la Palabra de Dios para comprender la inagotable riqueza que proviene de ese diálogo constante de Dios con su pueblo. Habría que enriquecer ese momento con iniciativas creativas, que animen a los creyentes a ser instrumentos vivos de la transmisión de la Palabra. Ciertamente, entre esas iniciativas tendrá que estar la difusión más amplia de la lectio divina, para que, a través de la lectura orante del texto sagrado, la vida espiritual se fortalezca y crezca. La lectio divina sobre los temas de la misericordia permitirá comprobar cuánta riqueza hay en el texto sagrado, que leído a la luz de la entera tradición espiritual de la Iglesia, desembocará necesariamente en gestos y obras concretas de caridad.13

8. La celebración de la misericordia tiene lugar de modo especial en el Sacramento de la Reconciliación. Es el momento en el que sentimos el abrazo del Padre que sale a nuestro encuentro para restituirnos de nuevo la gracia de ser sus hijos. Somos pecadores y cargamos con el peso de la contradicción entre lo que queremos hacer y lo que, en cambio, hacemos (cf. Rm 7,14-21); la gracia, sin embargo, nos precede siempre y adopta el rostro de la misericordia que se realiza eficazmente con la reconciliación y el perdón. Dios hace que comprendamos su inmenso amor justamente ante nuestra condición de pecadores. La gracia es más fuerte y supera cualquier posible resistencia, porque el amor todo lo puede (cf. 1 Co 13,7).

En el Sacramento del Perdón, Dios muestra la vía de la conversión hacia él, y nos invita a experimentar de nuevo su cercanía. Es un perdón que se obtiene, ante todo, empezando por vivir la caridad. Lo recuerda también el apóstol Pedro cuando escribe que «el amor cubre la multitud de los pecados» (1 Pe 4,8). Sólo Dios perdona los pecados, pero quiere que también nosotros estemos dispuestos a perdonar a los demás, como él perdona nuestras faltas: «Perdona nuestras ofensas, como también nosotros perdonamos a los que nos ofenden» (Mt 6,12). Qué tristeza cada vez que nos quedamos encerrados en nosotros mismos, incapaces de perdonar. Triunfa el rencor, la rabia, la venganza; la vida se vuelve infeliz y se anula el alegre compromiso por la misericordia.

9. Una experiencia de gracia que la Iglesia ha vivido con mucho fruto a lo largo del Año jubilar ha sido ciertamente el servicio de los Misioneros de la Misericordia. Su acción pastoral ha querido evidenciar que Dios no pone ningún límite a cuantos lo buscan con corazón contrito, porque sale al encuentro de todos, como un Padre. He recibido muchos testimonios de alegría por el renovado encuentro con el Señor en el Sacramento de la Confesión. No perdamos la oportunidad de vivir también la fe como una experiencia de reconciliación. «Reconciliaos con Dios» (2 Co 5,20), esta es la invitación que el Apóstol dirige también hoy a cada creyente, para que descubra la potencia del amor que transforma en una «criatura nueva» (2 Co 5,17).

Doy las gracias a cada Misionero de la Misericordia por este inestimable servicio de hacer fructificar la gracia del perdón. Este ministerio extraordinario, sin embargo, no cesará con la clausura de la Puerta Santa. Deseo que se prolongue todavía, hasta nueva disposición, como signo concreto de que la gracia del Jubileo siga siendo viva y eficaz, a lo largo y ancho del mundo. Será tarea del Pontificio Consejo para la Promoción de la Nueva Evangelización acompañar durante este periodo a los Misioneros de la Misericordia, como expresión directa de mi solicitud y cercanía, y encontrar las formas más coherentes para el ejercicio de este precioso ministerio.

10. A los sacerdotes renuevo la invitación a prepararse con mucho esmero para el ministerio de la Confesión, que es una verdadera misión sacerdotal. Os agradezco de corazón vuestro servicio y os pido que seáis acogedores con todos; testigos de la ternura paterna, a pesar de la gravedad del pecado; solícitos en ayudar a reflexionar sobre el mal cometido; claros a la hora de presentar los principios morales; disponibles para acompañar a los fieles en el camino penitencial, siguiendo el paso de cada uno con paciencia; prudentes en el discernimiento de cada caso concreto; generosos en el momento de dispensar el perdón de Dios. Así como Jesús ante la mujer adúltera optó por permanecer en silencio para salvarla de su condena a muerte, del mismo modo el sacerdote en el confesionario tenga también un corazón magnánimo, recordando que cada penitente lo remite a su propia condición personal: pecador, pero ministro de la misericordia.

11. Me gustaría que todos meditáramos las palabras del Apóstol, escritas hacia el final de su vida, en las que confiesa a Timoteo de haber sido el primero de los pecadores, «por esto precisamente se compadeció de mí» (1 Tm 1,16). Sus palabras tienen una fuerza arrebatadora para hacer que también nosotros reflexionemos sobre nuestra existencia y para que veamos cómo la misericordia de Dios actúa para cambiar, convertir y transformar nuestro corazón: «Doy gracias a Cristo Jesús, Señor nuestro, que me hizo capaz, se fio de mí y me confió este ministerio, a mí, que antes era un blasfemo, un perseguidor y un insolente. Pero Dios tuvo compasión de mí» (1 Tm 1,12-13).

Por tanto, recordemos siempre con renovada pasión pastoral las palabras del Apóstol: «Dios nos reconcilió consigo por medio de Cristo y nos encargó el ministerio de la reconciliación» (2 Co 5,18). Con vistas a este ministerio, nosotros hemos sido los primeros en ser perdonados; hemos sido testigos en primera persona de la universalidad del perdón. No existe ley ni precepto que pueda impedir a Dios volver a abrazar al hijo que regresa a él reconociendo que se ha equivocado, pero decidido a recomenzar desde el principio. Quedarse solamente en la ley equivale a banalizar la fe y la misericordia divina. Hay un valor propedéutico en la ley (cf. Ga 3,24), cuyo fin es la caridad (cf. 1 Tm 1,5). El cristiano está llamado a vivir la novedad del Evangelio, «la ley del Espíritu que da la vida en Cristo Jesús» (Rm 8,2). Incluso en los casos más complejos, en los que se siente la tentación de hacer prevalecer una justicia que deriva sólo de las normas, se debe creer en la fuerza que brota de la gracia divina.

Nosotros, confesores, somos testigos de tantas conversiones que suceden delante de nuestros ojos. Sentimos la responsabilidad de gestos y palabras que toquen lo más profundo del corazón del penitente, para que descubra la cercanía y ternura del Padre que perdona. No arruinemos esas ocasiones con comportamientos que contradigan la experiencia de la misericordia que se busca. Ayudemos, más bien, a iluminar el ámbito de la conciencia personal con el amor infinito de Dios (cf. 1 Jn 3,20).

El Sacramento de la Reconciliación necesita volver a encontrar su puesto central en la vida cristiana; por esto se requieren sacerdotes que pongan su vida al servicio del «ministerio de la reconciliación» (2 Co 5,18), para que a nadie que se haya arrepentido sinceramente se le impida acceder al amor del Padre, que espera su retorno, y a todos se les ofrezca la posibilidad de experimentar la fuerza liberadora del perdón.

Una ocasión propicia puede ser la celebración de la iniciativa 24 horas para el Señor en la proximidad del IV Domingo de Cuaresma, que ha encontrado un buen consenso en las diócesis y sigue siendo como una fuerte llamada pastoral para vivir intensamente el Sacramento de la Confesión.

12. En virtud de esta exigencia, para que ningún obstáculo se interponga entre la petición de reconciliación y el perdón de Dios, de ahora en adelante concedo a todos los sacerdotes, en razón de su ministerio, la facultad de absolver a quienes hayan procurado el pecado de aborto. Cuanto había concedido de modo limitado para el período jubilar,14 lo extiendo ahora en el tiempo, no obstante cualquier cosa en contrario. Quiero enfatizar con todas mis fuerzas que el aborto es un pecado grave, porque pone fin a una vida humana inocente. Con la misma fuerza, sin embargo, puedo y debo afirmar que no existe ningún pecado que la misericordia de Dios no pueda alcanzar y destruir, allí donde encuentra un corazón arrepentido que pide reconciliarse con el Padre. Por tanto, que cada sacerdote sea guía, apoyo y alivio a la hora de acompañar a los penitentes en este camino de reconciliación especial.

En el Año del Jubileo había concedido a los fieles, que por diversos motivos frecuentan las iglesias donde celebran los sacerdotes de la Fraternidad San Pío X, la posibilidad de recibir válida y lícitamente la absolución sacramental de sus pecados.15 Por el bien pastoral de estos fieles, y confiando en la buena voluntad de sus sacerdotes, para que se pueda recuperar con la ayuda de Dios, la plena comunión con la Iglesia Católica, establezco por decisión personal que esta facultad se extienda más allá del período jubilar, hasta nueva disposición, de modo que a nadie le falte el signo sacramental de la reconciliación a través del perdón de la Iglesia.

13. La misericordia tiene también el rostro de la consolación. «Consolad, consolad a mi pueblo» (Is 40,1), son las sentidas palabras que el profeta pronuncia también hoy, para que llegue una palabra de esperanza a cuantos sufren y padecen. No nos dejemos robar nunca la esperanza que proviene de la fe en el Señor resucitado. Es cierto, a menudo pasamos por duras pruebas, pero jamás debe decaer la certeza de que el Señor nos ama. Su misericordia se expresa también en la cercanía, en el afecto y en el apoyo que muchos hermanos y hermanas nos ofrecen cuando sobrevienen los días de tristeza y aflicción. Enjugar las lágrimas es una acción concreta que rompe el círculo de la soledad en el que con frecuencia terminamos encerrados.

Todos tenemos necesidad de consuelo, porque ninguno es inmune al sufrimiento, al dolor y a la incomprensión. Cuánto dolor puede causar una palabra rencorosa, fruto de la envidia, de los celos y de la rabia. Cuánto sufrimiento provoca la experiencia de la traición, de la violencia y del abandono; cuánta amargura ante la muerte de los seres queridos. Sin embargo, Dios nunca permanece distante cuando se viven estos dramas. Una palabra que da ánimo, un abrazo que te hace sentir comprendido, una caricia que hace percibir el amor, una oración que permite ser más fuerte…, son todas expresiones de la cercanía de Dios a través del consuelo ofrecido por los hermanos.

A veces también el silencio es de gran ayuda; porque en algunos momentos no existen palabras para responder a los interrogantes del que sufre. La falta de palabras, sin embargo, se puede suplir por la compasión del que está presente y cercano, del que ama y tiende la mano. No es cierto que el silencio sea un acto de rendición, al contrario, es un momento de fuerza y de amor. El silencio también pertenece al lenguaje de la consolación, porque se transforma en una obra concreta de solidaridad y unión con el sufrimiento del hermano.

14. En un momento particular como el nuestro, caracterizado por la crisis de la familia, entre otras, es importante que llegue una palabra de gran consuelo a nuestras familias. El don del matrimonio es una gran vocación a la que, con la gracia de Cristo, hay que corresponder con al amor generoso, fiel y paciente. La belleza de la familia permanece inmutable, a pesar de numerosas sombras y propuestas alternativas: «El gozo del amor que se vive en las familias es también el júbilo de la Iglesia».16 El sendero de la vida lleva a que un hombre y una mujer se encuentren, se amen y se prometan, fidelidad por siempre delante de Dios, a menudo se interrumpe por el sufrimiento, la traición y la soledad. La alegría de los padres por el don de los hijos no es inmune a las preocupaciones con respecto a su crecimiento y formación, y para que tengan un futuro digno de ser vivido con intensidad.

La gracia del Sacramento del Matrimonio no sólo fortalece a la familia para que sea un lugar privilegiado en el que se viva la misericordia, sino que compromete a la comunidad cristiana, y con ella a toda la acción pastoral, para que se resalte el gran valor propositivo de la familia. De todas formas, este Año jubilar nos ha de ayudar a reconocer la complejidad de la realidad familiar actual. La experiencia de la misericordia nos hace capaces de mirar todas las dificultades humanas con la actitud del amor de Dios, que no se cansa de acoger y acompañar.17

No podemos olvidar que cada uno lleva consigo el peso de la propia historia que lo distingue de cualquier otra persona. Nuestra vida, con sus alegrías y dolores, es algo único e irrepetible, que se desenvuelve bajo la mirada misericordiosa de Dios. Esto exige, sobre todo de parte del sacerdote, un discernimiento espiritual atento, profundo y prudente para que cada uno, sin excluir a nadie, sin importar la situación que viva, pueda sentirse acogido concretamente por Dios, participar activamente en la vida de la comunidad y ser admitido en ese Pueblo de Dios que, sin descanso, camina hacia la plenitud del reino de Dios, reino de justicia, de amor, de perdón y de misericordia.

15. El momento de la muerte reviste una importancia particular. La Iglesia siempre ha vivido este dramático tránsito a la luz de la resurrección de Jesucristo, que ha abierto el camino de la certeza en la vida futura. Tenemos un gran reto que afrontar, sobre todo en la cultura contemporánea que, a menudo, tiende a banalizar la muerte hasta el punto de esconderla o considerarla una simple ficción. La muerte en cambio se ha de afrontar y preparar como un paso doloroso e ineludible, pero lleno de sentido: como el acto de amor extremo hacia las personas que dejamos y hacia Dios, a cuyo encuentro nos dirigimos. En todas las religiones el momento de la muerte, así como el del nacimiento, está acompañado de una presencia religiosa. Nosotros vivimos la experiencia de las exequias como una plegaria llena de esperanza por el alma del difunto y como una ocasión para ofrecer consuelo a cuantos sufren por la ausencia de la persona amada.

Estoy convencido de la necesidad de que, en la acción pastoral animada por la fe viva, los signos litúrgicos y nuestras oraciones sean expresión de la misericordia del Señor. Es él mismo quien nos da palabras de esperanza, porque nada ni nadie podrán jamás separarnos de su amor (cf. Rm 8,35). La participación del sacerdote en este momento significa un acompañamiento importante, porque ayuda a sentir la cercanía de la comunidad cristiana en los momentos de debilidad, soledad, incertidumbre y llanto.

16. Termina el Jubileo y se cierra la Puerta Santa. Pero la puerta de la misericordia de nuestro corazón permanece siempre abierta, de par en par. Hemos aprendido que Dios se inclina hacia nosotros (cf. Os 11,4) para que también nosotros podamos imitarlo inclinándonos hacia los hermanos. La nostalgia que muchos sienten de volver a la casa del Padre, que está esperando su regreso, está provocada también por el testimonio sincero y generoso que algunos dan de la ternura divina. La Puerta Santa que hemos atravesado en este Año jubilar nos ha situado en la vía de la caridad, que estamos llamados a recorrer cada día con fidelidad y alegría. El camino de la misericordia es el que nos hace encontrar a tantos hermanos y hermanas que tienden la mano esperando que alguien la aferre y poder así caminar juntos.

Querer acercarse a Jesús implica hacerse prójimo de los hermanos, porque nada es más agradable al Padre que un signo concreto de misericordia. Por su misma naturaleza, la misericordia se hace visible y tangible en una acción concreta y dinámica. Una vez que se la ha experimentado en su verdad, no se puede volver atrás: crece continuamente y transforma la vida. Es verdaderamente una nueva creación que obra un corazón nuevo, capaz de amar en plenitud, y purifica los ojos para que sepan ver las necesidades más ocultas. Qué verdaderas son las palabras con las que la Iglesia ora en la Vigilia Pascual, después de la lectura que narra la creación: «Oh Dios, que con acción maravillosa creaste al hombre y con mayor maravilla lo redimiste».18

La misericordia renueva y redime, porque es el encuentro de dos corazones: el de Dios, que sale al encuentro, y el del hombre. Mientras este se va encendiendo, aquel lo va sanando: el corazón de piedra es transformado en corazón de carne (cf. Ez 36,26), capaz de amar a pesar de su pecado. Es aquí donde se descubre que es realmente una «nueva creatura» (cf. Ga 6,15): soy amado, luego existo; he sido perdonado, entonces renazco a una vida nueva; he sido «misericordiado», entonces me convierto en instrumento de misericordia.

17. Durante el Año Santo, especialmente en los «viernes de la misericordia», he podido darme cuenta de cuánto bien hay en el mundo. Con frecuencia no es conocido porque se realiza cotidianamente de manera discreta y silenciosa. Aunque no llega a ser noticia, existen sin embargo tantos signos concretos de bondad y ternura dirigidos a los más pequeños e indefensos, a los que están más solos y abandonados. Existen personas que encarnan realmente la caridad y que llevan continuamente la solidaridad a los más pobres e infelices. Agradezcamos al Señor el don valioso de estas personas que, ante la debilidad de la humanidad herida, son como una invitación para descubrir la alegría de hacerse prójimo. Con gratitud pienso en los numerosos voluntarios que con su entrega de cada día dedican su tiempo a mostrar la presencia y cercanía de Dios. Su servicio es una genuina obra de misericordia y hace que muchas personas se acerquen a la Iglesia.

18. Es el momento de dejar paso a la fantasía de la misericordia para dar vida a tantas iniciativas nuevas, fruto de la gracia. La Iglesia necesita anunciar hoy esos «muchos otros signos» que Jesús realizó y que «no están escritos» (Jn 20,30), de modo que sean expresión elocuente de la fecundidad del amor de Cristo y de la comunidad que vive de él. Han pasado más de dos mil años y, sin embargo, las obras de misericordia siguen haciendo visible la bondad de Dios.

Todavía hay poblaciones enteras que sufren hoy el hambre y la sed, y despiertan una gran preocupación las imágenes de niños que no tienen nada para comer. Grandes masas de personas siguen emigrando de un país a otro en busca de alimento, trabajo, casa y paz. La enfermedad, en sus múltiples formas, es una causa permanente de sufrimiento que reclama socorro, ayuda y consuelo. Las cárceles son lugares en los que, con frecuencia, las condiciones de vida inhumana causan sufrimientos, en ocasiones graves, que se añaden a las penas restrictivas. El analfabetismo está todavía muy extendido, impidiendo que niños y niñas se formen, exponiéndolos a nuevas formas de esclavitud. La cultura del individualismo exasperado, sobre todo en Occidente, hace que se pierda el sentido de la solidaridad y la responsabilidad hacia los demás. Dios mismo sigue siendo hoy un desconocido para muchos; esto representa la más grande de las pobrezas y el mayor obstáculo para el reconocimiento de la dignidad inviolable de la vida humana.

Con todo, las obras de misericordia corporales y espirituales constituyen hasta nuestros días una prueba de la incidencia importante y positiva de la misericordia como valor social. Ella nos impulsa a ponernos manos a la obra para restituir la dignidad a millones de personas que son nuestros hermanos y hermanas, llamados a construir con nosotros una «ciudad fiable».19

19. En este Año Santo se han realizado muchos signos concretos de misericordia. Comunidades, familias y personas creyentes han vuelto a descubrir la alegría de compartir y la belleza de la solidaridad. Y aun así, no basta. El mundo sigue generando nuevas formas de pobreza espiritual y material que atentan contra la dignidad de las personas. Por este motivo, la Iglesia debe estar siempre atenta y dispuesta a descubrir nuevas obras de misericordia y realizarlas con generosidad y entusiasmo.

Esforcémonos entonces en concretar la caridad y, al mismo tiempo, en iluminar con inteligencia la práctica de las obras de misericordia. Esta posee un dinamismo inclusivo mediante el cual se extiende en todas las direcciones, sin límites. En este sentido, estamos llamados a darle un rostro nuevo a las obras de misericordia que conocemos de siempre. En efecto, la misericordia se excede; siempre va más allá, es fecunda. Es como la levadura que hace fermentar la masa (cf. Mt 13,33) y como un granito de mostaza que se convierte en un árbol (cf. Lc 13,19).

Pensemos solamente, a modo de ejemplo, en la obra de misericordia corporal de vestir al desnudo (cf. Mt 25,36.38.43.44). Ella nos transporta a los orígenes, al jardín del Edén, cuando Adán y Eva se dieron cuenta de que estaban desnudos y, sintiendo que el Señor se acercaba, les dio vergüenza y se escondieron (cf. Gn 3,7-8). Sabemos que el Señor los castigó; sin embargo, él «hizo túnicas de piel para Adán y su mujer, y los vistió» (Gn 3,21). La vergüenza quedó superada y la dignidad fue restablecida.

Miremos fijamente también a Jesús en el Gólgota. El Hijo de Dios está desnudo en la cruz; su túnica ha sido echada a suerte por los soldados y está en sus manos (cf. Jn 19,23-24); él ya no tiene nada. En la cruz se revela de manera extrema la solidaridad de Jesús con todos los que han perdido la dignidad porque no cuentan con lo necesario. Si la Iglesia está llamada a ser la «túnica de Cristo»20 para revestir a su Señor, del mismo modo ha de empeñarse en ser solidaria con aquellos que han sido despojados, para que recobren la dignidad que les han sido despojada. «Estuve desnudo y me vestisteis» (Mt 25,36) implica, por tanto, no mirar para otro lado ante las nuevas formas de pobreza y marginación que impiden a las personas vivir dignamente.

No tener trabajo y no recibir un salario justo; no tener una casa o una tierra donde habitar; ser discriminados por la fe, la raza, la condición social…: estas, y muchas otras, son situaciones que atentan contra la dignidad de la persona, frente a las cuales la acción misericordiosa de los cristianos responde ante todo con la vigilancia y la solidaridad. Cuántas son las situaciones en las que podemos restituir la dignidad a las personas para que tengan una vida más humana. Pensemos solamente en los niños y niñas que sufren violencias de todo tipo, violencias que les roban la alegría de la vida. Sus rostros tristes y desorientados están impresos en mi mente; piden que les ayudemos a liberarse de las esclavitudes del mundo contemporáneo. Estos niños son los jóvenes del mañana; ¿cómo los estamos preparando para vivir con dignidad y responsabilidad? ¿Con qué esperanza pueden afrontar su presente y su futuro?

El carácter social de la misericordia obliga a no quedarse inmóviles y a desterrar la indiferencia y la hipocresía, de modo que los planes y proyectos no queden sólo en letra muerta. Que el Espíritu Santo nos ayude a estar siempre dispuestos a contribuir de manera concreta y desinteresada, para que la justicia y una vida digna no sean sólo palabras bonitas, sino que constituyan el compromiso concreto de todo el que quiere testimoniar la presencia del reino de Dios.

20. Estamos llamados a hacer que crezca una cultura de la misericordia, basada en el redescubrimiento del encuentro con los demás: una cultura en la que ninguno mire al otro con indiferencia ni aparte la mirada cuando vea el sufrimiento de los hermanos. Las obras de misericordia son «artesanales»: ninguna de ellas es igual a otra; nuestras manos las pueden modelar de mil modos, y aunque sea único el Dios que las inspira y única la «materia» de la que están hechas, es decir la misericordia misma, cada una adquiere una forma diversa.

Las obras de misericordia tocan todos los aspectos de la vida de una persona. Podemos llevar a cabo una verdadera revolución cultural a partir de la simplicidad de esos gestos que saben tocar el cuerpo y el espíritu, es decir la vida de las personas. Es una tarea que la comunidad cristiana puede hacer suya, consciente de que la Palabra del Señor la llama siempre a salir de la indiferencia y del individualismo, en el que se corre el riesgo de caer para llevar una existencia cómoda y sin problemas. «A los pobres los tenéis siempre con vosotros» (Jn 12,8), dice Jesús a sus discípulos. No hay excusas que puedan justificar una falta de compromiso cuando sabemos que él se ha identificado con cada uno de ellos.

La cultura de la misericordia se va plasmando con la oración asidua, con la dócil apertura a la acción del Espíritu Santo, la familiaridad con la vida de los santos y la cercanía concreta a los pobres. Es una invitación apremiante a tener claro dónde tenemos que comprometernos necesariamente. La tentación de quedarse en la «teoría sobre la misericordia» se supera en la medida que esta se convierte en vida cotidiana de participación y colaboración. Por otra parte, no deberíamos olvidar las palabras con las que el apóstol Pablo, narrando su encuentro con Pedro, Santiago y Juan, después de su conversión, se refiere a un aspecto esencial de su misión y de toda la vida cristiana: «Nos pidieron que nos acordáramos de los pobres, lo cual he procurado cumplir» (Ga 2,10). No podemos olvidarnos de los pobres: es una invitación hoy más que nunca actual, que se impone en razón de su evidencia evangélica.

21. Que la experiencia del Jubileo grabe en nosotros las palabras del apóstol Pedro: «Los que antes erais no compadecidos, ahora sois objeto de compasión» (1 P 2,10). No guardemos sólo para nosotros cuanto hemos recibido; sepamos compartirlo con los hermanos que sufren, para que sean sostenidos por la fuerza de la misericordia del Padre. Que nuestras comunidades se abran hasta llegar a todos los que viven en su territorio, para que llegue a todos, a través del testimonio de los creyentes, la caricia de Dios.

Este es el tiempo de la misericordia. Cada día de nuestra vida está marcado por la presencia de Dios, que guía nuestros pasos con el poder de la gracia que el Espíritu infunde en el corazón para plasmarlo y hacerlo capaz de amar. Es el tiempo de la misericordia para todos y cada uno, para que nadie piense que está fuera de la cercanía de Dios y de la potencia de su ternura. Es el tiempo de la misericordia, para que los débiles e indefensos, los que están lejos y solos sientan la presencia de hermanos y hermanas que los sostienen en sus necesidades. Es el tiempo de la misericordia, para que los pobres sientan la mirada de respeto y atención de aquellos que, venciendo la indiferencia, han descubierto lo que es fundamental en la vida. Es el tiempo de la misericordia, para que cada pecador no deje de pedir perdón y de sentir la mano del Padre que acoge y abraza siempre.

A la luz del «Jubileo de las personas socialmente excluidas», mientras en todas las catedrales y santuarios del mundo se cerraban las Puertas de la Misericordia, intuí que, como otro signo concreto de este Año Santo extraordinario, se debe celebrar en toda la Iglesia, en el XXXIII Domingo del Tiempo Ordinario, la Jornada mundial de los pobres. Será la preparación más adecuada para vivir la solemnidad de Jesucristo, Rey del Universo, el cual se ha identificado con los pequeños y los pobres, y nos juzgará a partir de las obras de misericordia (cf. Mt 25,31-46). Será una Jornada que ayudará a las comunidades y a cada bautizado a reflexionar cómo la pobreza está en el corazón del Evangelio y sobre el hecho que, mientras Lázaro esté echado a la puerta de nuestra casa (cf. Lc 16,19-21), no podrá haber justicia ni paz social. Esta Jornada constituirá también una genuina forma de nueva evangelización (cf. Mt 11,5), con la que se renueve el rostro de la Iglesia en su acción perenne de conversión pastoral, para ser testimonio de la misericordia.

22. Que los ojos misericordiosos de la Santa Madre de Dios estén siempre vueltos hacia nosotros. Ella es la primera en abrir camino y nos acompaña cuando damos testimonio del amor. La Madre de Misericordia acoge a todos bajo la protección de su manto, tal y como el arte la ha representado a menudo. Confiemos en su ayuda materna y sigamos su constante indicación de volver los ojos a Jesús, rostro radiante de la misericordia de Dios.

Dado en Roma, junto a San Pedro, el 20 de noviembre,

Solemnidad de Jesucristo, Rey del Universo,

del Año del Señor 2016, cuarto de pontificado.

FRANCISCO

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1In Io. Ev. tract. 33,5.

2 Pastor de Hermas, 42, 1-4.

3 Cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 24 noviembre 2013, 27: AAS 105 (2013), 1031.

4 Misal Romano, III Domingo de Cuaresma.

5 Ibíd., Prefacio VII dominical del Tiempo Ordinario.

6 Ibíd., Plegaria eucarística II.

7 Ibíd., Rito de la comunión.

8 Ritual de la Penitencia, n. 102.

9 Ritual de la Unción y de la pastoral de enfermos, n. 143.

10 Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. Sacrosanctum Concilium, 106.

11 Cf. Id. Const. dogm. Dei Verbum, 2.

12 Exhort. ap. Evangelii gaudium, 24 noviembre 2013, 142: AAS 105 (2013), 1079.

13 Cf. Benedicto XVI, Exhort. ap. postsin. Verbum Domini, 30 septiembre 2010, 86-87: AAS 102 (2010), 757-760.

14 Cf. Carta con la que se concede la indulgencia con ocasión del Jubileo Extraordinario de la Misericordia, 1 septiembre 2015: L’Osservatore Romano ed. Española, 4 de septiembre de 2015, 3-4.

15 Cf. ibíd.

16 Exhort. ap. postsin. Amoris laetitia, 19 marzo 2016, 1.

17 Cf. ibíd., 291-300.

18 Misal Romano, Vigilia Pascual, Oración después de la Primera Lectura.

19 Carta. enc. Lumen fidei, 29 junio 2013, 50: AAS 105 (2013), 589.

20 Cf. Cipriano, La unidad de la Iglesia católica, 7.

[01867-ES.01] [Texto original: Español]

Testo in lingua portoghese

FRANCISCO

a quantos lerem esta Carta Apostólica

misericórdia e paz!

Misericórdia e mísera (Misericordia et misera) são as duas palavras que Santo Agostinho utiliza para descrever o encontro de Jesus com a adúltera (cf. Jo 8, 1-11). Não podia encontrar expressão mais bela e coerente do que esta, para fazer compreender o mistério do amor de Deus quando vem ao encontro do pecador: «Ficaram apenas eles dois: a mísera e a misericórdia».1 Quanta piedade e justiça divina nesta narração! O seu ensinamento, ao mesmo tempo que ilumina a conclusão do Jubileu Extraordinário da Misericórdia, indica o caminho que somos chamados a percorrer no futuro.

1. Esta página do Evangelho pode, com justa razão, ser considerada como ícone de tudo o que celebramos no Ano Santo, um tempo rico em misericórdia, a qual pede para continuar a ser celebrada e vivida nas nossas comunidades. Com efeito, a misericórdia não se pode reduzir a um parêntese na vida da Igreja, mas constitui a sua própria existência, que torna visível e palpável a verdade profunda do Evangelho. Tudo se revela na misericórdia; tudo se compendia no amor misericordioso do Pai.

Encontraram-se uma mulher e Jesus: ela, adúltera e – segundo a Lei – julgada passível de lapidação; Ele que, com a sua pregação e o dom total de Si mesmo que O levará até à cruz, reconduziu a lei mosaica ao seu intento originário genuíno. No centro, não temos a lei e a justiça legal, mas o amor de Deus, que sabe ler no coração de cada pessoa incluindo o seu desejo mais oculto e que deve ter a primazia sobre tudo. Entretanto, nesta narração evangélica, não se encontram o pecado e o juízo em abstrato, mas uma pecadora e o Salvador. Jesus fixou nos olhos aquela mulher e leu no seu coração: lá encontrou o desejo de ser compreendida, perdoada e libertada. A miséria do pecado foi revestida pela misericórdia do amor. Da parte de Jesus, nenhum juízo que não estivesse repassado de piedade e compaixão pela condição da pecadora. A quem pretendia julgá-la e condená-la à morte, Jesus responde com um longo silêncio, cujo intuito é deixar emergir a voz de Deus tanto na consciência da mulher como nas dos seus acusadores. Estes deixam cair as pedras das mãos e vão-se embora um a um (cf. Jo 8, 9). E, depois daquele silêncio, Jesus diz: «Mulher, onde estão eles? Ninguém te condenou? (...) Também Eu não te condeno. Vai e de agora em diante não tornes a pecar» (8, 10.11). Desta forma, ajuda-a a olhar para o futuro com esperança, pronta a recomeçar a sua vida; a partir de agora, se quiser, poderá «proceder no amor» (Ef 5, 2). Depois que se revestiu da misericórdia, embora permaneça a condição de fraqueza por causa do pecado, tal condição é dominada pelo amor que consente de olhar mais além e viver de maneira diferente.

2. Aliás Jesus ensinara-o claramente quando, em casa dum fariseu que O convidara para almoçar, se aproximou d’Ele uma mulher conhecida por todos como pecadora (cf. Lc 7, 36-50). Esta ungira com perfume os pés de Jesus, banhara-os com as suas lágrimas e enxugara-os com os seus cabelos (cf. 7, 37-38). À reação escandalizada do fariseu, Jesus retorquiu: «São perdoados os seus muitos pecados, porque muito amou; mas àquele a quem pouco se perdoa, pouco ama» (7, 47).

O perdão é o sinal mais visível do amor do Pai, que Jesus quis revelar em toda a sua vida. Não há página do Evangelho que possa ser subtraída a este imperativo do amor que chega até ao perdão. Até nos últimos momentos da sua existência terrena, ao ser pregado na cruz, Jesus tem palavras de perdão: «Perdoa-lhes, Pai, porque não sabem o que fazem» (Lc 23, 34).

Nada que um pecador arrependido coloque diante da misericórdia de Deus pode ficar sem o abraço do seu perdão. É por este motivo que nenhum de nós pode pôr condições à misericórdia; esta permanece sempre um ato de gratuidade do Pai celeste, um amor incondicional e não merecido. Por isso, não podemos correr o risco de nos opor à plena liberdade do amor com que Deus entra na vida de cada pessoa.

A misericórdia é esta ação concreta do amor que, perdoando, transforma e muda a vida. É assim que se manifesta o seu mistério divino. Deus é misericordioso (cf. Ex 34, 6), a sua misericórdia é eterna (cf. Sal 136/135), de geração em geração abraça cada pessoa que confia n’Ele e transforma-a, dando-lhe a sua própria vida.

3. Quanta alegria brotou no coração destas duas mulheres: a adúltera e a pecadora! O perdão fê-las sentirem-se, finalmente, livres e felizes como nunca antes. As lágrimas da vergonha e do sofrimento transformaram-se no sorriso de quem sabe que é amado. A misericórdia suscita alegria, porque o coração se abre à esperança duma vida nova. A alegria do perdão é indescritível, mas transparece em nós sempre que a experimentamos. Na sua origem, está o amor com que Deus vem ao nosso encontro, rompendo o círculo de egoísmo que nos envolve, para fazer também de nós instrumentos de misericórdia.

Como são significativas, também para nós, estas palavras antigas que guiavam os primeiros cristãos: «Reveste-te de alegria, que é sempre agradável a Deus e por Ele bem acolhida. Todo o homem alegre trabalha bem, pensa bem e despreza a tristeza. (...) Viverão em Deus todas as pessoas que afastam a tristeza e se revestem de toda a alegria».2 Experimentar a misericórdia dá alegria; não no-la deixemos roubar pelas várias aflições e preocupações. Que ela permaneça bem enraizada no nosso coração e sempre nos faça olhar com serenidade a vida do dia-a-dia.

Numa cultura frequentemente dominada pela tecnologia, parecem multiplicar-se as formas de tristeza e solidão em que caem as pessoas, incluindo muitos jovens. Com efeito, o futuro parece estar refém da incerteza, que não permite ter estabilidade. É assim que muitas vezes surgem sentimentos de melancolia, tristeza e tédio, que podem, pouco a pouco, levar ao desespero. Há necessidade de testemunhas de esperança e de alegria verdadeira, para expulsar as quimeras que prometem uma felicidade fácil com paraísos artificiais. O vazio profundo de tanta gente pode ser preenchido pela esperança que trazemos no coração e pela alegria que brota dela. Há tanta necessidade de reconhecer a alegria que se revela no coração tocado pela misericórdia! Por isso guardemos como um tesouro estas palavras do Apóstolo: «Alegrai-vos sempre no Senhor!» (Flp 4, 4; cf. 1 Ts 5, 16).

4. Celebramos um Ano intenso, durante o qual nos foi concedida, em abundância, a graça da misericórdia. Como um vento impetuoso e salutar, a bondade e a misericórdia do Senhor derramaram-se sobre o mundo inteiro. E perante este olhar amoroso de Deus, que se fixou de maneira tão prolongada sobre cada um de nós, não se pode ficar indiferente, porque muda a vida.

Antes de mais nada, sentimos necessidade de agradecer ao Senhor, dizendo-Lhe: «Vós abençoastes a vossa terra (…). Perdoastes as culpas do vosso povo» (Sal 85/84, 2.3). Foi mesmo assim: Deus esmagou as nossas culpas e lançou ao fundo do mar os nossos pecados (cf. Miq 7, 19); já não Se lembra deles, lançou-os para trás de Si (cf. Is 38, 17); como o Oriente está afastado do Ocidente, assim os nossos pecados estão longe d’Ele (cf. Sal 103/102, 12).

Neste Ano Santo, a Igreja pôde colocar-se à escuta e experimentou com grande intensidade a presença e proximidade do Pai, que, por obra do Espírito Santo, lhe tornou mais evidente o dom e o mandato de Jesus Cristo relativo ao perdão. Foi realmente uma nova visita do Senhor ao meio de nós. Sentimos o seu sopro vital efundir-se sobre a Igreja, enquanto, mais uma vez, as suas palavras indicavam a missão: «Recebei o Espírito Santo. Àqueles a quem perdoardes os pecados, ficarão perdoados; àqueles a quem os retiverdes, ficarão retidos» (Jo 20, 22-23).

5. Agora, concluído este Jubileu, é tempo de olhar para diante e compreender como se pode continuar, com fidelidade, alegria e entusiasmo, a experimentar a riqueza da misericórdia divina. As nossas comunidades serão capazes de permanecer vivas e dinâmicas na obra da nova evangelização na medida em que a «conversão pastoral», que estamos chamados a viver,3 for plasmada dia após dia pela força renovadora da misericórdia. Não limitemos a sua ação; não entristeçamos o Espírito que indica sempre novas sendas a percorrer para levar a todos o Evangelho da salvação.

Em primeiro lugar, somos chamados a celebrar a misericórdia. Quanta riqueza está presente na oração da Igreja, quando invoca a Deus como Pai misericordioso! Na liturgia, não só se evoca repetidamente a misericórdia, mas é realmente recebida e vivida. Desde o início até ao fim da Celebração Eucarística, a misericórdia reaparece várias vezes no diálogo entre a assembleia orante e o coração do Pai, que rejubila quando pode derramar o seu amor misericordioso. Logo na altura do pedido inicial de perdão com a invocação «Senhor, tende piedade de nós», somos tranquilizados: «Deus todo-poderoso tenha compaixão de nós, perdoe os nossos pecados e nos conduza à vida eterna». É com esta confiança que a comunidade se reúne na presença do Senhor, especialmente no dia semanal que recorda a ressurreição. Muitas orações ditas «coletas» procuram recordar-nos o grande dom da misericórdia. No tempo da Quaresma, por exemplo, rezamos com estas palavras: «Deus, Pai de misericórdia e fonte de toda a bondade, que nos fizestes encontrar no jejum, na oração e no amor fraterno os remédios do pecado, olhai benigno para a confissão da nossa humildade, de modo que, abatidos pela consciência da culpa, sejamos confortados pela vossa misericórdia».4 Mais adiante, somos introduzidos na Oração Eucarística pelo Prefácio que proclama: «Na vossa infinita misericórdia, de tal modo amastes o mundo que nos enviastes Jesus Cristo, nosso Salvador, em tudo semelhante ao homem, menos no pecado».5 Aliás a própria Oração Eucarística IV é um hino à misericórdia de Deus: «Na vossa misericórdia, a todos socorrestes, para que todos aqueles que Vos procuram Vos encontrem». «E tende6 misericórdia de nós, Senhor»:7 é a súplica premente que o sacerdote faz na Oração Eucarística para implorar a participação na vida eterna. Depois do Pai-Nosso, o sacerdote prolonga a oração invocando a paz e a libertação do pecado, «ajudados pela vossa misericórdia» e, antes da saudação da paz que os participantes trocam entre si como expressão de fraternidade e amor mútuo à luz do perdão recebido, o celebrante reza de novo: «Não olheis aos nossos pecados, mas à fé da vossa Igreja».8 Através destas palavras, pedimos com humilde confiança o dom da unidade e da paz para a Santa Mãe Igreja. Assim a celebração da misericórdia divina culmina no Sacrifício Eucarístico, memorial do mistério pascal de Cristo, do qual brota a salvação para todo o ser humano, a história e o mundo inteiro. Em suma, cada momento da Celebração Eucarística faz referimento à misericórdia de Deus.

Mas, em toda a vida sacramental, é-nos dada com abundância a misericórdia. Realmente é significativo que a Igreja tenha querido fazer explicitamente apelo à misericórdia na fórmula dos dois sacramentos chamados «de cura»: a Reconciliação e a Unção dos Enfermos. Assim reza a fórmula da absolvição: «Deus, Pai de misericórdia, que, pela morte e ressurreição de seu Filho, reconciliou o mundo consigo e infundiu o Espírito para a remissão dos pecados, te conceda, pelo ministério da Igreja, o perdão e a paz»;9 e ao ungir a pessoa doente: «Por esta santa Unção e pela sua piíssima misericórdia, o Senhor venha em teu auxílio com a graça do Espírito Santo».10 Deste modo, a referência à misericórdia na oração da Igreja, longe de ser apenas parenética, é altamente realizadora, ou seja, enquanto a invocamos com fé, é-nos concedida; enquanto a confessamos viva e real, efetivamente transforma-nos. Este é um conteúdo fundamental da nossa fé, que devemos conservar em toda a sua originalidade: ainda antes e acima da revelação do pecado, temos a revelação do amor com que Deus criou o mundo e os seres humanos. O amor é o primeiro ato com que Deus Se deu a conhecer e vem ao nosso encontro. Por isso mantenhamos o coração aberto à confiança de ser amados por Deus. O seu amor sempre nos precede, acompanha e permanece connosco, não obstante o nosso pecado.

6. Neste contexto, assume significado particular também a escuta da Palavra de Deus. Cada domingo, a Palavra de Deus é proclamada na comunidade cristã, para que o Dia do Senhor seja iluminado pela luz que dimana do mistério pascal.11 Na Celebração Eucarística, é como se assistíssemos a um verdadeiro diálogo entre Deus e o seu povo. Com efeito, na proclamação das Leituras bíblicas, repassa-se a história da nossa salvação através da obra incessante de misericórdia que é anunciada. Deus fala-nos ainda hoje como a amigos, «convive» connosco12 oferecendo-nos a sua companhia e mostrando-nos a senda da vida. A sua Palavra faz-se intérprete dos nossos pedidos e preocupações e, simultaneamente, resposta fecunda para podermos experimentar concretamente a sua proximidade. Quão grande importância adquire a homilia, onde «a verdade anda de mãos dadas com a beleza e o bem»,13 para fazer vibrar o coração dos crentes perante a grandeza da misericórdia! Recomendo vivamente a preparação da homilia e o cuidado na sua proclamação. Será tanto mais frutuosa quanto mais o sacerdote tiver experimentado em si mesmo a bondade misericordiosa do Senhor. Comunicar a certeza de que Deus nos ama não é um exercício de retórica, mas condição de credibilidade do próprio sacerdócio. Por conseguinte, viver a misericórdia é a via mestra para fazê-la tornar-se um verdadeiro anúncio de consolação e conversão na vida pastoral. A homilia, como também a catequese, precisam de ser sempre sustentadas por este coração pulsante da vida cristã.

7. A Bíblia é a grande narração que relata as maravilhas da misericórdia de Deus. Nela, cada página está imbuída do amor do Pai, que, desde a criação, quis imprimir no universo os sinais de seu amor. O Espírito Santo, através das palavras dos profetas e dos escritos sapienciais, moldou a história de Israel no reconhecimento da ternura e proximidade de Deus, não obstante a infidelidade do povo. A vida de Jesus e a sua pregação marcam, de forma determinante, a história da comunidade cristã, que compreendeu a sua missão com base no mandato que Cristo lhe confiou de ser instrumento permanente da sua misericórdia e do seu perdão (cf. Jo 20, 23). Através da Sagrada Escritura, mantida viva pela fé da Igreja, o Senhor continua a falar à sua Esposa, indicando-lhe as sendas a percorrer para que o Evangelho da salvação chegue a todos. É meu vivo desejo que a Palavra de Deus seja cada vez mais celebrada, conhecida e difundida, para que se possa, através dela, compreender melhor o mistério de amor que dimana daquela fonte de misericórdia. Claramente no-lo recorda o Apóstolo: «Toda a Escritura é inspirada por Deus e adequada para ensinar, refutar, corrigir e educar na justiça» (2 Tm 3, 16).

Seria conveniente que cada comunidade pudesse, num domingo do Ano Litúrgico, renovar o compromisso em prol da difusão, conhecimento e aprofundamento da Sagrada Escritura: um domingo dedicado inteiramente à Palavra de Deus, para compreender a riqueza inesgotável que provém daquele diálogo constante de Deus com o seu povo. Não há de faltar a criatividade para enriquecer o momento com iniciativas que estimulem os crentes a ser instrumentos vivos de transmissão da Palavra. Entre tais iniciativas, conta-se certamente uma difusão mais ampla da lectio divina, para que, através da leitura orante do texto sagrado, a vida espiritual encontre apoio e crescimento. A lectio divina sobre os temas da misericórdia consentirá verificar a grande fecundidade que deriva do texto sagrado, lido à luz de toda a tradição espiritual da Igreja, que leva necessariamente a gestos e obras concretas de caridade.14

8. A celebração da misericórdia tem lugar, duma forma muito particular, no sacramento da Reconciliação. Este é o momento em que sentimos o abraço do Pai, que vem ao nosso encontro para nos restituir a graça de voltarmos a ser seus filhos. Nós somos pecadores e carregamos connosco o peso da contradição entre o que quereríamos fazer e aquilo que, ao invés, acabamos concretamente por fazer (cf. Rm 7, 14-21); mas a graça sempre nos precede e assume o rosto da misericórdia que se torna eficaz na reconciliação e no perdão. Deus faz-nos compreender o seu amor imenso precisamente à vista da nossa realidade de pecadores. A graça é mais forte, e supera qualquer possível resistência, porque o amor tudo vence (cf. 1 Cor 13, 7).

No sacramento do Perdão, Deus mostra o caminho da conversão a Ele e convida a experimentar de novo a sua proximidade. É um perdão que pode ser obtido, começando antes de mais nada por viver a caridade. Assim no-lo recorda o apóstolo Pedro, quando escreve que «o amor cobre a multidão dos pecados» (1 Ped 4, 8). Só Deus perdoa os pecados, mas também nos pede que estejamos prontos a perdoar aos outros, como Ele perdoa a nós: «Perdoai-nos as nossas ofensas, assim como nós perdoamos a quem nos tem ofendido» (Mt 6, 12). Como é triste quando ficamos fechados em nós mesmos, incapazes de perdoar! Prevalecem o ressentimento, a ira, a vingança, tornando a vida infeliz e frustrando o jubiloso compromisso pela misericórdia.

9. Uma experiência de graça que a Igreja viveu, com tanta eficácia, no Ano Jubilar foi, certamente, o serviço dos Missionários da Misericórdia. A sua ação pastoral pretendeu tornar evidente que Deus não põe qualquer barreira a quantos O procuram de coração arrependido, mas vai ao encontro de todos como um Pai. Recebi muitos testemunhos de alegria pelo renovado encontro com o Senhor no sacramento da Confissão. Não percamos a oportunidade de viver a fé, inclusive como experiência da reconciliação. «Reconciliai-vos com Deus» (2 Cor 5, 20): é o convite que ainda hoje dirige o Apóstolo a cada crente para lhe fazer descobrir a força do amor que o torna uma «nova criação» (2 Cor 5, 17).

Quero expressar a minha gratidão a todos os Missionários da Misericórdia pelo valioso serviço oferecido para tornar eficaz a graça do perdão. Mas este ministério extraordinário não termina com o encerramento da Porta Santa. De facto desejo que permaneça ainda, até novas ordens, como sinal concreto de que a graça do Jubileu continua a ser viva e eficaz nas várias partes do mundo. Será responsabilidade do Conselho Pontifício para a Promoção da Nova Evangelização seguir, neste período, os Missionários da Misericórdia, como expressão direta da minha solicitude e proximidade e encontrar as formas mais coerentes para o exercício deste precioso ministério.

10. Aos sacerdotes, renovo o convite para se prepararem com grande cuidado para o ministério da Confissão, que é uma verdadeira missão sacerdotal. Agradeço-vos vivamente pelo vosso serviço e peço-vos para serdes acolhedores com todos, testemunhas da ternura paterna não obstante a gravidade do pecado, solícitos em ajudar a refletir sobre o mal cometido, claros ao apresentar os princípios morais, disponíveis para acompanhar os fiéis no caminho penitencial respeitando com paciência o seu passo, clarividentes no discernimento de cada um dos casos, generosos na concessão do perdão de Deus. Como Jesus, perante a adúltera, optou por permanecer em silêncio para a salvar da condenação à morte, assim também o sacerdote no confessionário seja magnânimo de coração, ciente de que cada penitente lhe recorda a sua própria condição pessoal: pecador mas ministro da misericórdia.

11. Gostaria que todos nós meditássemos as palavras do Apóstolo, escritas no final da sua vida, quando confessa a Timóteo ser o primeiro dos pecadores, mas «justamente por isso alcancei misericórdia» (1 Tm 1, 16). As suas palavras têm uma força que irrompe também em nós levando-nos a refletir sobre a nossa existência vendo em ação a misericórdia de Deus na mudança, conversão e transformação do nosso coração: «Dou graças Àquele que me conforta, Cristo Jesus Nosso Senhor, por me ter considerado digno de confiança, pondo-me ao seu serviço, a mim que antes fora blasfemo, perseguidor e violento. Mas alcancei misericórdia» (1 Tm 1, 12-13).

Por isso lembremos, com paixão pastoral sempre renovada, as palavras do Apóstolo: «Tudo isto vem de Deus, que nos reconciliou consigo por meio de Cristo e nos confiou o ministério da reconciliação» (2 Cor 5, 18). Nós, primeiro, fomos perdoados, tendo em vista este ministério; tornamo-nos testemunhas em primeira mão da universalidade do perdão. Não há lei nem preceito que possa impedir a Deus de reabraçar o filho que regressa a Ele reconhecendo que errou, mas decidido a começar de novo. Deter-se apenas na lei equivale a invalidar a fé e a misericórdia divina. Há um valor preparatório na lei (cf. Gal 3, 24), cujo fim é o amor (cf. 1 Tm 1, 5). Mas o cristão é chamado a viver a novidade do Evangelho, «a lei do Espírito que dá vida em Cristo Jesus» (Rm 8, 2). Mesmo nos casos mais complexos, onde se é tentado a fazer prevalecer uma justiça que deriva apenas das normas, deve-se crer na força que brota da graça divina.

Nós, confessores, temos experiência de muitas conversões que ocorrem diante dos nossos olhos. Sintamos, portanto, a responsabilidade de gestos e palavras que possam chegar ao fundo do coração do penitente, para que descubra a proximidade e a ternura do Pai que perdoa. Não invalidemos estes momentos com comportamentos que possam contradizer a experiência da misericórdia que se procura; mas, antes, ajudemos a iluminar o espaço da consciência pessoal com o amor infinito de Deus (cf. 1 Jo 3, 20).

O sacramento da Reconciliação precisa de voltar a ter o seu lugar central na vida cristã; para isso requerem-se sacerdotes que ponham a sua vida ao serviço do «ministério da reconciliação» (2 Cor 5, 18), de tal modo que a ninguém sinceramente arrependido seja impedido de aceder ao amor do Pai que espera o seu regresso e, ao mesmo tempo, a todos seja oferecida a possibilidade de experimentar a força libertadora do perdão.

Uma ocasião propícia pode ser a celebração da iniciativa 24 horas para o Senhor nas proximidades do IV domingo da Quaresma, que goza já de amplo consenso nas dioceses e continua a ser um forte apelo pastoral para viver intensamente o sacramento da Confissão.

12. Em virtude desta exigência, para que nenhum obstáculo exista entre o pedido de reconciliação e o perdão de Deus, concedo a partir de agora a todos os sacerdotes, em virtude do seu ministério, a faculdade de absolver a todas as pessoas que incorreram no pecado do aborto. Aquilo que eu concedera de forma limitada ao período jubilar15 fica agora alargado no tempo, não obstante qualquer disposição em contrário. Quero reiterar com todas as minhas forças que o aborto é um grave pecado, porque põe fim a uma vida inocente; mas, com igual força, posso e devo afirmar que não existe algum pecado que a misericórdia de Deus não possa alcançar e destruir, quando encontra um coração arrependido que pede para se reconciliar com o Pai. Portanto, cada sacerdote faça-se guia, apoio e conforto no acompanhamento dos penitentes neste caminho de especial reconciliação.

No Ano do Jubileu, aos fiéis que por variados motivos frequentam as igrejas oficiadas pelos sacerdotes da Fraternidade de São Pio X, tinha-lhes concedido receber válida e licitamente a absolvição sacramental dos seus pecados.16 Para o bem pastoral destes fiéis e confiando na boa vontade dos seus sacerdotes para que se possa recuperar, com a ajuda de Deus, a plena comunhão na Igreja Católica, estabeleço por minha própria decisão de estender esta faculdade para além do período jubilar, até novas disposições sobre o assunto, a fim de que a ninguém falte jamais o sinal sacramental da reconciliação através do perdão da Igreja.

13. A misericórdia possui também o rosto da consolação. «Consolai, consolai o meu povo» (Is 40, 1): são as palavras sinceras que o profeta faz ouvir ainda hoje, para que possa chegar uma palavra de esperança a quantos estão no sofrimento e na aflição. Nunca deixemos que nos roubem a esperança que provém da fé no Senhor ressuscitado. É verdade que muitas vezes somos sujeitos a dura prova, mas não deve jamais esmorecer a certeza de que o Senhor nos ama. A sua misericórdia expressa-se também na proximidade, no carinho e no apoio que muitos irmãos e irmãs podem oferecer quando sobrevêm os dias da tristeza e da aflição. Enxugar as lágrimas é uma ação concreta que rompe o círculo de solidão onde muitas vezes se fica encerrado.

Todos precisamos de consolação, porque ninguém está imune do sofrimento, da tribulação e da incompreensão. Quanta dor pode causar uma palavra maldosa, fruto da inveja, do ciúme e da ira! Quanto sofrimento provoca a experiência da traição, da violência e do abandono! Quanta amargura perante a morte das pessoas queridas! E, todavia, Deus nunca está longe quando se vivem estes dramas. Uma palavra que anima, um abraço que te faz sentir compreendido, uma carícia que deixa perceber o amor, uma oração que permite ser mais forte... são todas expressões da proximidade de Deus através da consolação oferecida pelos irmãos.

Às vezes, poderá ser de grande ajuda também o silêncio; porque em certas ocasiões não há palavras para responder às perguntas de quem sofre. Mas, à falta da palavra, pode suprir a compaixão de quem está presente, próximo, ama e estende a mão. Não é verdade que o silêncio seja um ato de rendição; pelo contrário, é um momento de força e de amor. O próprio silêncio pertence à nossa linguagem de consolação, porque se transforma num gesto concreto de partilha e participação no sofrimento do irmão.

14. Num momento particular como o nosso que, entre muitas crises, regista também a da família, é importante fazer chegar uma palavra de força consoladora às nossas famílias. O dom do matrimónio é uma grande vocação, que se há de viver, com a graça de Cristo, no amor generoso, fiel e paciente. A beleza da família permanece inalterada, apesar de tantas sombras e propostas alternativas: «a alegria do amor que se vive nas famílias é também o júbilo da Igreja».17 A senda da vida que leva um homem e uma mulher a encontrarem-se, amarem-se e prometerem reciprocamente, diante de Deus, uma fidelidade para sempre, é muitas vezes interrompida pelo sofrimento, a traição e a solidão. A alegria pelo dom dos filhos não está imune das preocupações sentidas pelos pais com o seu crescimento e formação, com um futuro digno de ser vivido intensamente.

A graça do sacramento do Matrimónio não só fortalece a família, para que seja o lugar privilegiado onde se vive a misericórdia, mas também compromete a comunidade cristã e toda a atividade pastoral para pôr em realce o grande valor propositivo da família. Por isso, este Ano Jubilar não pode perder de vista a complexidade da realidade familiar atual. A experiência da misericórdia torna-nos capazes de encarar todas as dificuldades humanas com a atitude do amor de Deus, que não Se cansa de acolher e acompanhar.18

Não podemos esquecer que cada um traz consigo a riqueza e o peso da sua própria história, que nos distingue de qualquer outra pessoa. A nossa vida, com as suas alegrias e os seus sofrimentos, é algo único e irrepetível que se desenrola sob o olhar misericordioso de Deus. Isto requer, sobretudo por parte do sacerdote, um discernimento espiritual atento, profundo e clarividente, para que toda a pessoa sem exceção, em qualquer situação que viva, possa sentir-se concretamente acolhida por Deus, participar ativamente na vida da comunidade e estar inserida naquele Povo de Deus que incansavelmente caminha para a plenitude do reino de Deus, reino de justiça, de amor, de perdão e de misericórdia.

15. Reveste-se de particular importância o momento da morte. A Igreja viveu sempre esta dramática passagem à luz da ressurreição de Jesus Cristo, que abriu a estrada para a certeza da vida futura. Temos aqui um grande desafio a abraçar, sobretudo na cultura contemporânea que, muitas vezes, tende a banalizar a morte até reduzi-la a simples ficção ou a ocultá-la. Ao contrário, a morte há de ser enfrentada e preparada como uma passagem que, embora dolorosa e inevitável, é cheia de sentido: o ato extremo de amor para com as pessoas que se deixam e para com Deus a cujo encontro se vai. Em todas as religiões, o momento da morte – como aliás o do nascimento – é acompanhado por uma presença religiosa. Nós vivemos a experiência das exéquias como uma oração cheia de esperança para a alma da pessoa falecida e para dar consolação àqueles que sofrem a separação da pessoa amada.

Estou convencido de que há necessidade, na pastoral animada por uma fé viva, de tornar palpável como os sinais litúrgicos e as nossas orações são expressão da misericórdia do Senhor. É Ele próprio que oferece palavras de esperança, porque nada nem ninguém poderá separar-nos jamais do seu amor (cf. Rm 8, 35.38-39). A partilha deste momento pelo sacerdote é um acompanhamento importante, porque lhe permite viver a proximidade à comunidade cristã no momento de fraqueza, solidão, incerteza e pranto.

16. Termina o Jubileu e fecha-se a Porta Santa. Mas a porta da misericórdia do nosso coração permanece sempre aberta de par em par. Aprendemos que Deus Se inclina sobre nós (cf. Os 11, 4), para que também nós possamos imitá-Lo inclinando-nos sobre os irmãos. A saudade que muitos sentem de regressar à casa do Pai, que aguarda a sua chegada, é suscitada também por testemunhas sinceras e generosas da ternura divina. A Porta Santa, que cruzamos neste Ano Jubilar, introduziu-nos no caminho da caridade, que somos chamados a percorrer todos os dias com fidelidade e alegria. É a estrada da misericórdia que torna possível encontrar tantos irmãos e irmãs que estendem a mão para que alguém a possa agarrar a fim de caminharem juntos.

Querer estar perto de Cristo exige fazer-se próximo dos irmãos, porque nada é mais agradável ao Pai do que um sinal concreto de misericórdia. Por sua própria natureza, a misericórdia torna-se visível e palpável numa ação concreta e dinâmica. Uma vez que se experimentou a misericórdia em toda a sua verdade, nunca mais se volta atrás: cresce continuamente e transforma a vida. É, na verdade, uma nova criação que faz um coração novo, capaz de amar plenamente, e purifica os olhos para reconhecerem as necessidades mais ocultas. Como são verdadeiras as palavras com que a Igreja reza na Vigília Pascal, depois da leitura da narração da criação: «Senhor nosso Deus, que de modo admirável criastes o homem e de modo mais admirável o redimistes…»!19

A misericórdia renova e redime, porque é o encontro de dois corações: o de Deus que vem ao encontro do coração do homem. Este inflama-se e o primeiro cura-o: o coração de pedra fica transformado em coração de carne (cf. Ez 36, 26), capaz de amar, não obstante o seu pecado. Nisto se nota que somos verdadeiramente uma «nova criação» (Gal 6, 15): sou amado, logo existo; estou perdoado, por conseguinte renasço para uma vida nova; fui «misericordiado» e, consequentemente, feito instrumento da misericórdia.

17. Durante o Ano Santo, especialmente nas «sextas-feiras da misericórdia», pude verificar concretamente a grande quantidade de bem que existe no mundo. Com frequência, não é conhecido porque se realiza diariamente de forma discreta e silenciosa. Embora não façam notícia, existem muitos sinais concretos de bondade e ternura para com os mais humildes e indefesos, os que vivem mais sozinhos e abandonados. Há verdadeiros protagonistas da caridade, que não deixam faltar a solidariedade aos mais pobres e infelizes. Agradecemos ao Senhor por estes dons preciosos, que convidam a descobrir a alegria de aproximar-se da humanidade ferida. Com gratidão, penso nos inúmeros voluntários que diariamente dedicam o seu tempo a manifestar a presença e proximidade de Deus com a sua entrega. O seu serviço é uma genuína obra de misericórdia, que ajuda muitas pessoas a aproximar-se da Igreja.

18. É a hora de dar espaço à imaginação a propósito da misericórdia para dar vida a muitas obras novas, fruto da graça. A Igreja precisa de narrar hoje aqueles «muitos outros sinais» que Jesus realizou e que «não estão escritos» (Jo 20, 30), de modo que sejam expressão eloquente da fecundidade do amor de Cristo e da comunidade que vive d’Ele. Já se passaram mais de dois mil anos, e todavia as obras de misericórdia continuam a tornar visível a bondade de Deus.

Ainda hoje populações inteiras padecem a fome e a sede, sendo grande a preocupação suscitada pelas imagens de crianças que não têm nada para se alimentar. Multidões de pessoas continuam a emigrar dum país para outro à procura de alimento, trabalho, casa e paz. A doença, nas suas várias formas, é um motivo permanente de aflição que requer ajuda, consolação e apoio. Os estabelecimentos prisionais são lugares onde muitas vezes, à pena restritiva da liberdade, se juntam transtornos por vezes graves devido às condições desumanas de vida. O analfabetismo ainda é muito difuso, impedindo aos meninos e meninas de se formarem, expondo-os a novas formas de escravidão. A cultura do individualismo exacerbado, sobretudo no Ocidente, leva a perder o sentido de solidariedade e responsabilidade para com os outros. O próprio Deus continua a ser hoje um desconhecido para muitos; isto constitui a maior pobreza e o maior obstáculo para o reconhecimento da dignidade inviolável da vida humana.

Em suma, as obras de misericórdia corporal e espiritual constituem até aos nossos dias a verificação da grande e positiva incidência da misericórdia como valor social. Com efeito, esta impele a arregaçar as mangas para restituir dignidade a milhões de pessoas que são nossos irmãos e irmãs, chamados connosco a construir uma «cidade fiável».20

19. Muitos sinais concretos de misericórdia foram realizados durante este Ano Santo. Comunidades, famílias e indivíduos crentes redescobriram a alegria da partilha e a beleza da solidariedade. Mas não basta. O mundo continua a gerar novas formas de pobreza espiritual e material, que comprometem a dignidade das pessoas. É por isso que a Igreja deve permanecer vigilante e pronta para individuar novas obras de misericórdia e implementá-las com generosidade e entusiasmo.

Assim, ponhamos todo o esforço em dar formas concretas à caridade e, ao mesmo tempo, entender melhor as obras de misericórdia. Com efeito, esta possui um efeito inclusivo pelo que tende a difundir-se como uma nódoa de azeite e não conhece limites. E, neste sentido, somos chamados a dar um novo rosto às obras de misericórdia que conhecemos desde sempre. De facto a misericórdia extravasa; vai sempre mais além, é fecunda. É como o fermento que faz levedar a massa (cf. Mt 13, 33), e como o grão de mostarda que se transforma numa árvore (cf. Lc 13, 19).

A título de exemplo, basta pensar na obra de misericórdia corporal vestir quem está nu (cf. Mt 25, 36.38.43.44). A mesma nos reconduz aos primórdios, ao jardim do Éden, quando Adão e Eva descobriram que estavam nus e, ouvindo aproximar-Se o Senhor, tiveram vergonha e esconderam-se (cf. Gn 3, 7-8). Sabemos que o Senhor castigou-os; no entanto, Ele «fez a Adão e à sua mulher túnicas de peles e vestiu-os» (Gn 3, 21). A vergonha é superada e a dignidade restituída.

Fixemos o olhar também em Jesus no Gólgota. Na cruz, o Filho de Deus está nu; a sua túnica foi sorteada e levada pelos soldados (cf. Jo 19, 23-24); Ele não tem mais nada. Na cruz, manifesta-se ao máximo a partilha de Jesus com as pessoas que perderam a dignidade, por terem sido privadas do necessário. Assim como a Igreja é chamada a ser a «túnica de Cristo»21 para revestir o seu Senhor, assim também ela se comprometeu a tornar-se solidária com os nus da terra a fim de recuperarem a dignidade de que foram despojados. Assim as palavras de Jesus – «estava nu e destes-me que vestir» (Mt 25, 36) – obrigam-nos a não desviar o olhar das novas formas de pobreza e marginalização que impedem às pessoas de viverem com dignidade.

Não ter trabalho nem receber um salário justo, não poder ter uma casa ou uma terra onde habitar, ser discriminados pela fé, a raça, a posição social... estas e muitas outras são condições que atentam contra a dignidade da pessoa; frente a elas, a ação misericordiosa dos cristãos responde, antes de mais nada, com a vigilância e a solidariedade. Hoje são tantas as situações em que podemos restituir dignidade às pessoas, consentindo-lhes uma vida humana. Basta pensar em tantos meninos e meninas que sofrem violências de vários tipos, que lhes roubam a alegria da vida. Os seus rostos tristes e desorientados permanecem impressos na minha mente; pedem a nossa ajuda para serem libertados da escravidão do mundo contemporâneo. Estas crianças são os jovens de amanhã; como estamos a prepará-las para viverem com dignidade e responsabilidade? Com que esperança podem elas enfrentar o seu presente e o seu futuro?

O caráter social da misericórdia exige que não permaneçamos inertes mas afugentemos a indiferença e a hipocrisia para que os planos e os projetos não fiquem letra morta. Que o Espírito Santo nos ajude a estar sempre prontos a prestar de forma efetiva e desinteressada a nossa contribuição, para que a justiça e uma vida digna não permaneçam meras palavras de circunstância, mas sejam o compromisso concreto de quem pretende testemunhar a presença do Reino de Deus.

20. Somos chamados a fazer crescer uma cultura de misericórdia, com base na redescoberta do encontro com os outros: uma cultura na qual ninguém olhe para o outro com indiferença, nem vire a cara quando vê o sofrimento dos irmãos. As obras de misericórdia são «artesanais»: nenhuma delas é cópia da outra; as nossas mãos podem moldá-las de mil modos e, embora seja único o Deus que as inspira e única a «matéria» de que são feitas, ou seja, a própria misericórdia, cada uma adquire uma forma distinta.

Com efeito, as obras de misericórdia, tocam toda a vida duma pessoa. Por isso, temos possibilidade de criar uma verdadeira revolução cultural precisamente a partir da simplicidade de gestos que podem alcançar o corpo e o espírito, isto é, a vida das pessoas. É um compromisso que a comunidade cristã pode assumir, na certeza de que a Palavra do Senhor não cessa de a chamar para sair da indiferença e do individualismo em que somos tentados a fechar-nos levando uma existência cómoda e sem problemas. «Os pobres, sempre os tendes convosco» (Jo 12, 8): disse Jesus aos seus discípulos. Não há desculpa que possa justificar a incúria, quando sabemos que Ele Se identificou com cada um deles.

A cultura da misericórdia forma-se na oração assídua, na abertura dócil à ação do Espírito, na familiaridade com a vida dos Santos e na solidariedade concreta para com os pobres. É um convite premente para não se equivocar onde é determinante comprometer-se. A tentação de se limitar a fazer a «teoria da misericórdia» é superada na medida em que esta se faz vida diária de participação e partilha. Aliás, nunca devemos esquecer as palavras com que o apóstolo Paulo – ao contar o encontro depois da sua conversão com Pedro, Tiago e João – põe em realce um aspeto essencial da sua missão e de toda a vida cristã: «Só nos disseram que nos devíamos lembrar dos pobres – o que procurei fazer com o maior empenho» (Gal 2, 10). Não podemos esquecer-nos dos pobres: trata-se dum convite hoje mais atual do que nunca, que se impõe pela sua evidência evangélica.

21. Que a experiência do Jubileu imprima em nós estas palavras do apóstolo Pedro: outrora «não tínheis alcançado misericórdia e agora alcançastes misericórdia» (1 Ped 2, 10). Não guardemos ciosamente só para nós tudo o que recebemos; saibamos partilhá-lo com os irmãos atribulados, para que sejam sustentados pela força da misericórdia do Pai. As nossas comunidades abram-se para alcançar a todas as pessoas que vivem no seu território, para que chegue a todas a carícia de Deus através do testemunho dos crentes.

Este é o tempo da misericórdia. Cada dia da nossa caminhada é marcado pela presença de Deus, que guia os nossos passos com a força da graça que o Espírito infunde no coração para o plasmar e torná-lo capaz de amar. É o tempo da misericórdia para todos e cada um, para que ninguém possa pensar que é alheio à proximidade de Deus e à força da sua ternura. É o tempo da misericórdia para que quantos se sentem fracos e indefesos, afastados e sozinhos possam individuar a presença de irmãos e irmãs que os sustentam nas suas necessidades. É o tempo da misericórdia para que os pobres sintam pousado sobre si o olhar respeitoso mas atento daqueles que, vencida a indiferença, descobrem o essencial da vida. É o tempo da misericórdia para que cada pecador não se canse de pedir perdão e sentir a mão do Pai, que sempre acolhe e abraça.

À luz do «Jubileu das Pessoas Excluídas Socialmente», celebrado quando já se iam fechando as Portas da Misericórdia em todas as catedrais e santuários do mundo, intuí que, como mais um sinal concreto deste Ano Santo extraordinário, se deve celebrar em toda a Igreja, na ocorrência do XXXIII Domingo do Tempo Comum, o Dia Mundial dos Pobres. Será a mais digna preparação para bem viver a solenidade de Nosso Senhor Jesus Cristo Rei do Universo, que Se identificou com os mais pequenos e os pobres e nos há de julgar sobre as obras de misericórdia (cf. Mt 25, 31-46). Será um Dia que vai ajudar as comunidades e cada batizado a refletir como a pobreza está no âmago do Evangelho e tomar consciência de que não poderá haver justiça nem paz social enquanto Lázaro jazer à porta da nossa casa (cf. Lc 16, 19-21). Além disso este Dia constituirá uma forma genuína de nova evangelização (cf. Mt 11, 5), procurando renovar o rosto da Igreja na sua perene ação de conversão pastoral para ser testemunha da misericórdia.

22. Sobre nós permanecem pousados os olhos misericordiosos da Santa Mãe de Deus. Ela é a primeira que abre a procissão e nos acompanha no testemunho do amor. A Mãe da Misericórdia reúne a todos sob a proteção do seu manto, como A quis frequentemente representar a arte. Confiemos na sua ajuda materna e sigamos a indicação perene que nos dá de olhar para Jesus, rosto radiante da misericórdia de Deus.

Dado em Roma, junto de São Pedro, em 20 de novembro - Solenidade de Nosso Senhor Jesus Cristo Rei do Universo - do Ano do Senhor de 2016, quarto do meu pontificado.

FRANCISCO

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1 In Johannis 33, 5.

2 HERMAS, O Pastor, 42, 1-4.

3 Cf. Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 27.

4 Missal Romano, III Domingo da Quaresma.

5 Ibid., Prefácio VII dos Domingos do Tempo Comum.

6 Ibid., Oração Eucarística IV.

7 Ibid., Oração Eucarística II.

8 Ibid., Ritos da Comunhão.

9 Ritual da Penitência, n. 46.

10 Ritual da Unção dos Enfermos, n. 76.

11 Cf. Concílio Ecuménico Vaticano II, Const. Sacrosanctum Concilium, 106.

12 Idem, Const. dogm. Dei Verbum, 2.

13 Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 142.

14 Cf. Bento XVI, Exort. ap. pós-sinodal Verbum Domini, 86-87.

15 Cf. Carta pela qual se concede a indulgência por ocasião do Jubileu da Misericórdia, 1 de setembro de 2015.

16 Cf. ibidem.

17 Francisco, Exort. ap. pós-sinodal Amoris laetitia, 1.

18 Cf. ibid., 291-300.

19 Missal Romano, Vigília Pascal, Oração depois da Primeira Leitura.

20  Bento XVI, Carta enc. Lumen fidei, 50.

21 Cipriano, A unidade da Igreja Católica, 7.

[01867-PO.01] [Texto original: Português]

Testo in lingua polacca

FRANCISZEK

Tym, którzy będą czytać ten List Apostolski -

miłosierdzie i pokój

Miłosierdzie i nieszczęśliwa to dwa słowa, których używa św. Augustyn, aby opisać spotkanie Jezusa z cudzołożnicą (por. J 8,1-11). Nie mógł znaleźć piękniejszych i bardziej zgodnych ze sobą słów, by uzmysłowić tajemnicę miłości Boga, wychodzącego na spotkanie grzesznika: „Dwoje pozostało: nieszczęśliwa i miłosierdzie” (In Joh 33,5). Ileż w tym opisie Bożego współczucia i sprawiedliwości! Płynąca z niego nauka rzuca światło na zakończenie Nadzwyczajnego Jubileuszu Miłosierdzia, wskazując jednocześnie drogę, którą mamy podążać w przyszłości.

1. Ta karta Ewangelii słusznie może być traktowana jako ikona tego wszystkiego, co celebrowaliśmy w Roku Świętym, będącym czasem bogatym w miłosierdzie, które nadal chce być celebrowane i przeżywane w naszych wspólnotach. Miłosierdzie nie może być bowiem jakąś dygresją w życiu Kościoła, ale stanowi samo jego życie, czyniąc widoczną i namacalną głęboką prawdę Ewangelii. Wszystko objawia się w miłosierdziu; wszystko się rozstrzyga w miłosiernej miłości Ojca.

Spotkali się kobieta i Jezus. Ona cudzołożnica i zgodnie z Prawem podlegająca karze ukamienowania; On, który poprzez swoje nauczanie i całkowity dar z siebie, które zaprowadzą Go na krzyż, przywrócił Prawu Mojżeszowemu jego prawdziwy, pierwotny cel. W centrum znajduje się nie prawo i oparta na nim sprawiedliwość, ale miłość Boga, która umie czytać w sercu każdego człowieka, aby zrozumieć jego najbardziej ukryte pragnienia i która musi mieć pierwszeństwo nad wszystkim. W tej ewangelicznej opowieści nie spotykają się jednak grzech i osąd w sposób abstrakcyjny, ale grzesznica i Zbawiciel. Jezus spojrzał tej kobiecie w oczy i czytał w jej sercu: znalazł tam pragnienie zrozumienia, uzyskania przebaczenia i wyzwolenia. Nędza grzechu została okryta miłosierdziem miłości. Ze strony Jezusa nie ma żadnego osądu, który nie byłby naznaczony litością i współczuciem dla stanu grzesznicy. Ludziom, którzy chcieli ją osądzić i skazać na śmierć, Jezus odpowiada długim milczeniem, które pozwala głosowi Boga ujawnić się w sumieniach, zarówno w sumieniu kobiety jak i jej oskarżycieli, którzy porzucili kamienie i wszyscy jeden po drugim zaczęli odchodzić (por. J 8,9). A po tym milczeniu Jezus mówi: „Kobieto, gdzież oni są? Nikt cię nie potępił?… I Ja ciebie nie potępiam. - Idź, a od tej chwili już nie grzesz!” (w. 10-11). W ten sposób pomaga jej z nadzieją patrzeć w przyszłość i być gotową do rozpoczęcia swojego życia na nowo. Od tej pory, jeśli zechce, będzie mogła „postępować drogą miłości” (por. Ef 5,2). Kiedy zostaniemy okryci miłosierdziem, to od nadal istniejącego stanu słabości i grzechu większa staje się miłość, która pozwala patrzeć dalej i żyć inaczej.

2. Jezus zresztą jasno tego nauczał. Kiedy był zaproszony na posiłek przez faryzeusza, podeszła do Niego pewna kobieta, znana wszystkim jako grzesznica (por. Łk 7,36-50). Namaściła olejkiem stopy Jezusa, obmyła je swoimi łzami i osuszyła swoimi włosami (por. w. 37-38). Zgorszonemu tym faryzeuszowi Jezus odpowiedział: „Odpuszczone są jej liczne grzechy, ponieważ bardzo umiłowała. A ten, komu mało się odpuszcza, mało miłuje” (w. 47).

Przebaczenie jest najbardziej widocznym znakiem miłości Ojca, którą Jezus chciał objawiać całym swoim życiem. Nie ma karty Ewangelii, która byłaby pozbawiona tego nakazu miłości, prowadzącego aż do przebaczenia. Nawet w ostatniej chwili swego ziemskiego życia, gdy był przybity do krzyża, Jezus wypowiada słowa przebaczenia: „Ojcze, przebacz im, bo nie wiedzą, co czynią” (Łk 23,34).

Nic z tego, co skruszony grzesznik przedstawia miłosierdziu Boga, nie może pozostać bez objęcia Jego przebaczeniem. Z tego względu nikt z nas nie może obwarować miłosierdzia warunkami. Jest ono zawsze aktem bezinteresowności Ojca niebieskiego, miłości bezwarunkowej i niezasłużonej. Nie możemy więc pozwolić sobie na przeciwstawianie się pełnej wolności miłości, z jaką Bóg wkracza w życie każdego człowieka.

Miłosierdzie jest tym konkretnym działaniem miłości, które przebaczając, przekształca i zmienia życie. W ten sposób objawia się Jego boska tajemnica. Bóg jest miłosierny (por. Wj 34,6), Jego miłosierdzie trwa na wieki (por. Ps 136), z pokolenia na pokolenie obejmuje każdą osobę, która Mu ufa i przekształca ją, obdarzając swoim własnym życiem.

3. Jakże wielka radość wzbudziła się w sercach tych dwóch kobiet, cudzołożnicy i grzesznicy! Przebaczenie sprawiło, że wreszcie poczuły się wolne i szczęśliwe, jak nigdy przedtem. Łzy wstydu i bólu przemieniły się w uśmiech kogoś, kto wie, że jest kochany. Miłosierdzie budzi radość, bo serce otwiera się na nadzieję nowego życia. Radość przebaczenia jest niewypowiedziana, ale ujawnia się w nas za każdym razem, kiedy jej doświadczamy. U jej początków jest miłość, z którą Bóg wychodzi nam na spotkanie, przerywając otaczający nas krąg egoizmu, abyśmy i my stali się narzędziami miłosierdzia.

Jakże znaczące są także dla nas starodawne słowa, którymi kierowali się pierwsi chrześcijanie: „Przyoblecz się w radość, która zawsze znajduje łaskę u Boga i zawsze mu jest miła. I w niej się rozpływaj, albowiem każdy człowiek wesoły pełni dobre uczynki i dobre żywi myśli…Wszyscy żyć będą dla Boga, którzy odrzucą od siebie smutek, i tylko w radość się przyobleką” (Pasterz Hermasa, XLII, 1-4). Doświadczenie miłosierdzia daje radość. Nie pozwólmy, aby nam ją odebrały różne smutki i zmartwienia. Niech będzie głęboko zakorzeniona w naszych sercach i sprawia, abyśmy zawsze ze spokojem patrzyli na codzienne życie.

W kulturze często zdominowanej przez technikę jest jakby coraz więcej różnych form smutku i samotności, w które popadają ludzie, także wielu młodych. Przyszłość rzeczywiście zdaje się być zakładnikiem niepewności, która nie pozwala na osiągnięcie stabilizacji. W ten sposób często rodzą się uczucia melancholii, smutku i nudy, które mogą powoli doprowadzić do rozpaczy. Potrzebni są świadkowie nadziei i prawdziwej radości, aby odpędzić iluzje, które obiecują łatwe szczęście ze sztucznymi rajami. Głęboka pustka wielu osób może być wypełniona przez nadzieję, jaką nosimy w sercach, z wypływającą z niej radością. Istnieje wielka potrzeba poznania radości, która objawia się w sercu dotkniętym przez miłosierdzie. Doceńmy zatem słowa Apostoła: „Radujcie się zawsze w Panu” (Flp 4,4; por. 1 Tes 5,16).

4. Przeżyliśmy intensywny rok, podczas którego zostaliśmy obficie obdarowani łaską miłosierdzia. Dobroć i miłosierdzie Pana rozlały się na cały świat, niczym silny i ozdrowieńczy wiatr. I wobec tego kochającego spojrzenia Pana, który tak długo zwracał się ku każdemu z nas, nie możemy pozostać obojętnymi, ponieważ przemienia ono życie.

Odczuwamy potrzebę, by przede wszystkim podziękować Panu i powiedzieć: „Łaskawym się okazałeś, Panie, dla Twej ziemi [...] odpuściłeś winę Twojemu ludowi” (Ps 85,2-3). Tak właśnie jest: Bóg starł nasze nieprawości i wrzucił w głębokości morskie nasze grzechy (por. Mi 7,19); już o nich nie pamięta, rzucił je poza siebie (por. Iz 38,17); jak daleki jest wschód od zachodu, tak daleko odsunął od nas nasze występki (por. Ps 103,12).

W tym Roku Świętym Kościół potrafił słuchać i bardzo intensywnie doświadczył obecności i bliskości Ojca, który za sprawą Ducha Świętego bardziej wyraźnie ukazał mu dar i nakaz Jezusa Chrystusa dotyczący przebaczenia. Naprawdę było to nowe nawiedzenie Pana pośród nas. Dostrzegliśmy Jego życiodajne tchnienie wlewające się do Kościoła i, po raz kolejny, Jego słowa wskazały misję: „Weźmijcie Ducha Świętego! Którym odpuścicie grzechy, są im odpuszczone, a którym zatrzymacie, są im zatrzymane” (J 20,22-23).

5. Obecnie, po zakończeniu tego jubileuszu, nadszedł czas spojrzenia w przyszłość i zrozumienia, w jaki sposób iść dalej wiernie, z radością i entuzjazmem, aby doświadczyć bogactwa miłosierdzia Bożego. Nasze wspólnoty będą nadal mogły być żywe i dynamiczne w dziele nowej ewangelizacji, na tyle, na ile „nawrócenie duszpasterskie”, do którego przeżywania jesteśmy wezwani (por. Adhort. ap. Evangelii gaudium, 27), będzie codziennie kształtowane przez odnawiającą moc miłosierdzia. Nie ograniczajmy jej działania. Nie zasmucajmy Ducha, który zawsze wskazuje nowe drogi do przejścia, aby zanieść wszystkim zbawczą Ewangelię.

Po pierwsze jesteśmy wezwani, aby celebrować miłosierdzie. Ileż bogactwa jest obecne w modlitwie Kościoła, kiedy przyzywa Boga jako miłosiernego Ojca! W liturgii miłosierdzie jest nie tylko wielokrotnie przywoływane, ale jest rzeczywiście przyjmowane i przeżywane. Od początku do końca celebracji eucharystycznej miłosierdzie powraca wiele razy w dialogu między modlitewnym zgromadzeniem a sercem Ojca, które raduje się, gdy może rozlewać swoją miłość miłosierną. Po początkowej prośbie o przebaczenie przez wezwanie: „Panie, zmiłuj się”, natychmiast otrzymujemy zapewnienie: „Niech się zmiłuje nad nami Bóg wszechmogący i odpuściwszy nam grzechy doprowadzi nas do życia wiecznego”. Właśnie z tą ufnością wspólnota gromadzi się w obecności Pana, zwłaszcza w święty dzień Zmartwychwstania. Wiele modlitw „kolekty” pragnie przypomnieć wielki dar miłosierdzia. Na przykład w okresie Wielkiego Postu modlimy się, mówiąc: „Boże, źródło wszelkiego miłosierdzia i dobroci, Ty nam wskazałeś jako lekarstwo na grzechy post, modlitwę i jałmużnę, przyjmij nasze pokorne przyznanie się do przewinień, które obciążają nasze sumienia, i podźwignij nas w swoim miłosierdziu” (Mszał Rzymski, III Niedziela Wielkiego Postu). Następnie jesteśmy zanurzeni w wielkiej modlitwie eucharystycznej z prefacją, która głosi: „W swoim miłosierdziu tak świat umiłowałeś, że zesłałeś nam jako Odkupiciela Twojego Syna. On stał się podobny do nas we wszystkim oprócz grzechu” (tamże, VII Niedziela Okresu Zwykłego). Czwarta Modlitwa eucharystyczna jest także hymnem na cześć miłosierdzia Bożego: „W miłosierdziu swoim pospieszyłeś z pomocą wszystkim ludziom, by Ciebie szukali i znaleźli”. „Prosimy Cię, zmiłuj się nad nami wszystkimi” (tamże, II Modlitwa Eucharystyczna), to nagląca prośba, jaką wypowiada kapłan w modlitwie eucharystycznej, aby błagać o uczestnictwo w życiu wiecznym. Po Modlitwie Pańskiej kapłan kontynuuje modlitwę: „wspomóż nas w swoim miłosierdziu”, prosząc o pokój i wyzwolenie od grzechu. A przed znakiem pokoju, wymienianym jako wyraz braterstwa i wzajemnej miłości w świetle otrzymanego przebaczenia, modli się znowu: „nie zważaj na grzechy nasze, lecz na wiarę swojego Kościoła”(tamże, obrzędy Komunii). Poprzez te słowa, z pokorną ufnością prosimy o dar jedności i pokoju dla Świętej Matki Kościoła. Celebracja miłosierdzia osiąga swój szczyt w Ofierze Eucharystycznej, pamiątce paschalnego misterium Chrystusa, z którego wypływa zbawienie dla każdego człowieka, dla historii i dla całego świata. Krótko mówiąc, każdy moment celebracji eucharystycznej odwołuje się do Bożego miłosierdzia.

W całym życiu sakramentalnym otrzymujemy miłosierdzie w obfitości. Nie bez znaczenia jest fakt, że Kościół chciał wyraźne odwołać się do miłosierdzia w formule dwóch sakramentów, nazywanych sakramentami „uzdrowienia”, to znaczy: pojednania i namaszczenia chorych. Formuła rozgrzeszenia mówi: „Bóg, Ojciec miłosierdzia, który pojednał świat ze sobą przez śmierć i zmartwychwstanie swojego Syna i zesłał Ducha Świętego na odpuszczenie grzechów, niech ci udzieli przebaczenia i pokoju przez posługę Kościoła” (Obrzędy pokuty, n. 46), zaś w formule namaszczenia mówi się: „Przez to święte namaszczenie niech Pan w swoim nieskończonym miłosierdziu wspomoże ciebie łaską Ducha Świętego”(Sakramenty chorych, obrzędy i duszpasterstwo, n. 99). Zatem w modlitwie Kościoła odniesienie do miłosierdzia nie jest jedynie pouczeniem, ale jest wysoce performatywne/sprawcze/skuteczne, to znaczy, że gdy wypowiadamy je z wiarą, jest nam ono udzielane. Kiedy je wyznajemy jako żywe i realne, rzeczywiście nas przemienia. Jest to zasadnicza treść naszej wiary, którą musimy zachować w całej swej oryginalności: przed objawieniem o grzechu mamy objawienie miłości, z jaką Bóg stworzył świat i ludzi. Miłość jest pierwszym aktem, poprzez który Bóg daje siebie poznać i wychodzi nam na spotkanie. Niech zatem nasze serce będzie otwarte na ufność, że jesteśmy miłowani przez Boga. Jego miłość zawsze nas uprzedza, towarzyszy nam i pozostaje przy nas, pomimo naszego grzechu.

6. W tym kontekście nabiera szczególnego znaczenia również słuchanie Słowa Bożego. W każdą niedzielę Słowo Boże jest głoszone we wspólnocie chrześcijańskiej, aby dzień Pański był rozjaśniony światłem, które promieniuje z tajemnicy paschalnej (por. SOBÓR WATYKAŃSKI II, Konstytucja Sacrosanctum Concilium, 106). W celebracji eucharystycznej możemy być świadkami prawdziwego dialogu między Bogiem a Jego ludem. W proklamacji czytań biblijnych ponownie bowiem przebywamy historię naszego zbawienia poprzez nieustanne dzieło miłosierdzia, które zostało ogłoszone. Bóg także dziś z nami rozmawia jak z przyjaciółmi, „przestaje z nami” (SOBÓR WATYKAŃSKI II, Konstytucja dogmatyczna, Dei verbum, 2), aby nam towarzyszyć i ukazać nam drogę życia. Jego Słowo staje się wyrazicielem naszych potrzeb i trosk oraz owocną odpowiedzią, abyśmy mogli konkretnie doświadczyć Jego bliskości. Jak ważna staje się homilia, w której „prawda idzie w parze z pięknem i dobrem” (Adhort. ap. Evangelii gaudium, 142), wywołując drżenie serca wierzących w obliczu wspaniałości miłosierdzia! Bardzo polecam przygotowywanie homilii i troskę o kaznodziejstwo. Będzie ono tym bardziej owocne, im bardziej kapłan doświadczy na sobie miłosiernej dobroci Pana. Przekazywanie pewności, że Bóg nas kocha, nie jest ćwiczeniem retorycznym, ale warunkiem wiarygodności samego kapłaństwa. Życie miłosierdziem jest zatem najlepszą drogą, by stało się ono prawdziwym głoszeniem pocieszenia i nawrócenia w życiu duszpasterskim. Homilia, podobnie jak katecheza, muszą być zawsze wspierane tym pulsującym sercem życia chrześcijańskiego.

7. Biblia jest wspaniałą relacją opowiadającą o cudach miłosierdzia Bożego. Każda karta przepojona jest miłością Ojca, który od stworzenia chciał odcisnąć we wszechświecie znaki swojej miłości. Duch Święty, przez słowa proroków i pisma mądrościowe, ukształtował historię Izraela we wdzięczności za czułość i bliskość Boga, pomimo niewierności ludu. Życie Jezusa i Jego nauczanie w decydujący sposób naznaczyły historię wspólnoty chrześcijańskiej, która zrozumiała, że na podstawie nakazu Chrystusa, jej misją jest być stałym narzędziem Jego miłosierdzia i przebaczenia (J 20,23). Poprzez Pismo Święte, ożywiane wiarą Kościoła, Pan nadal mówi do swojej Oblubienicy i wskazuje jej drogi do przebycia, aby Ewangelia zbawienia dotarła do wszystkich. Jest moim gorącym pragnieniem, aby Słowo Boże było coraz bardziej czczone, znane i upowszechnione, aby poprzez nie można było lepiej zrozumieć tajemnicę miłości, która wypływa z tego źródła miłosierdzia. Przypomina o tym wyraźnie Apostoł: „Wszelkie Pismo od Boga natchnione [jest] i pożyteczne do nauczania, do przekonywania, do poprawiania, do kształcenia w sprawiedliwości” (2 Tm 3,16).

Byłoby właściwe, aby każda wspólnota w jedną niedzielę roku liturgicznego mogła ponowić zaangażowanie w rozpowszechnianie, poznanie i pogłębioną znajomość Pisma Świętego: jedna niedziela w całości poświęcona Słowu Bożemu, aby zrozumieć niewyczerpalne bogactwo pochodzące z tego nieustannego dialogu między Bogiem a jego ludem. Niech nie zabraknie kreatywności, aby wzbogacić to wydarzenie inicjatywami, które zachęcają wierzących, by byli żywymi narzędziami rozpowszechniania Słowa. Z pewnością wśród tych inicjatyw znajduje się szersze upowszechnienie lectio divina, aby w modlitewnej lekturze świętego tekstu życie duchowe znalazło wsparcie i rozwój. Lectio divina na tematy miłosierdzia pozwoli namacalnie przekonać się, jak bardzo płodny jest święty tekst, czytany w świetle całej tradycji duchowej Kościoła, co musi skutkować konkretnymi czynami i dziełami miłosierdzia (por. BENEDYKT XVI, Adhort. ap. Verbum Domini, 86-87).

8. Celebracja miłosierdzia odbywa się w sposób zupełnie szczególny w Sakramencie Pojednania. Odczuwamy wtedy uścisk Ojca, który wychodzi nam na spotkanie, aby przywrócić nam łaskę bycia na nowo Jego dziećmi. Jesteśmy grzesznikami i niesiemy ze sobą ciężar sprzeczności między tym, co chcielibyśmy uczynić, a tym, co rzeczywiście czynimy (por. Rz 7,14-21). Jednakże łaska zawsze nas poprzedza i przybiera oblicze miłosierdzia, które staje się skuteczne w pojednaniu i przebaczeniu. Bóg sprawia, że rozumiemy Jego ogromną miłość właśnie w obliczu naszej grzeszności. Łaska jest silniejsza i przewyższa wszelkie możliwe opory, bo miłość wszystko zwycięża (por. 1 Kor 13,7).

W Sakramencie Przebaczenia Bóg ukazuje drogę nawrócenia do Niego i zachęca do ponownego doświadczenia Jego bliskości. Jest to przebaczenie, które można zyskać przede wszystkim zaczynając żyć miłością. Przypomina o tym także apostoł Piotr, gdy pisze, że „miłość zakrywa wiele grzechów” (1 P 4,8). Tylko Bóg przebacza grzechy, ale żąda również od nas, byśmy byli gotowi do przebaczenia ich innym, tak jak On przebacza je nam: „Przebacz nam nasze winy, jak i my przebaczamy tym, którzy przeciw nam zawinili” (Mt 6,12). Jakie to smutne, gdy pozostajemy zamknięci w sobie i nie jesteśmy zdolni do wybaczenia! Przeważa uraza, złość, zemsta, czyniąc życie nieszczęśliwym i niwecząc radosne zaangażowanie na rzecz miłosierdzia.

9. Doświadczeniem łaski, jakie przeżył Kościół z taką skutecznością w Roku Jubileuszowym, była z pewnością posługa misjonarzy miłosierdzia. Ich praca duszpasterska miała na celu jasne ukazanie, że Bóg nie stawia żadnej granicy tym, którzy szukają Go ze skruszonym sercem, bo wychodzi wszystkim na spotkanie jako Ojciec. Otrzymałem wiele świadectw radości z powodu ponownego spotkania z Panem w sakramencie spowiedzi. Nie traćmy szansy przeżywania wiary także jako doświadczenia pojednania. „Pojednajcie się z Bogiem” (2 Kor 5,20), to zachęta, jaką także dziś Apostoł kieruje do każdego wierzącego, aby odkrył potęgę miłości, która czyni „nowym stworzeniem” (2 Kor 5,17).

Wyrażam moją wdzięczność każdemu misjonarzowi miłosierdzia za tę cenną posługę ofiarowaną po to, aby uczynić skuteczną łaskę przebaczenia. Jednakże ta nadzwyczajna posługa nie kończy się wraz z zamknięciem Drzwi Świętych. Pragnę bowiem, aby jeszcze trwała, aż do odwołania, jako konkretny znak, że łaska Jubileuszu nadal w różnych częściach świata jest żywa i skuteczna. Opiekę nad misjonarzami miłosierdzia w tym okresie sprawować będzie Papieska Rada ds. Krzewienia Nowej Ewangelizacji jako znak bezpośredniego wyrazu mojej troski i bliskości oraz znalezienie najbardziej odpowiednich form wypełniania tej cennej posługi.

10. Ponawiam zachętę do kapłanów, aby z wielką starannością przygotowywali się do posługi spowiedzi, która jest prawdziwą misją kapłańską. Szczerze wam dziękuję za waszą służbę i proszę, byście byli otwartymi na wszystkich; świadkami ojcowskiej czułości, mimo powagi grzechu; gorliwymi w pomaganiu w refleksji nad popełnionym złem; jasnymi w przedstawianiu zasad moralnych; gotowymi do towarzyszenia wiernym w procesie pokutnym, cierpliwie dotrzymując im kroku; dalekowzrocznymi w rozeznawaniu każdego poszczególnego przypadku; szczodrymi w udzielaniu Bożego przebaczenia. Podobnie jak Jezus w obliczu kobiety cudzołożnej postanowił milczeć, aby ocalić ją od kary śmierci, tak i kapłan w konfesjonale niech będzie wielkoduszny sercem, wiedząc, że każdy penitent przypomina mu o jego osobistej kondycji: grzesznika, ale szafarza miłosierdzia.

11. Chciałbym, abyśmy wszyscy rozważyli słowa Apostoła, napisane pod koniec jego życia, kiedy wyznawał Tymoteuszowi, że jest pierwszym z grzeszników, dostąpił jednak miłosierdzia (por. 1 Tm 1,16). Jego słowa mają nieodpartą siłę, prowokującą także i nas do zastanowienia się nad naszym życiem i dostrzegania działania miłosierdzia Bożego w zmienianiu, nawracaniu i przekształcaniu naszego serca: „Dzięki składam Temu, który mię przyoblekł mocą, Chrystusowi Jezusowi, naszemu Panu, że uznał mnie za godnego wiary, skoro przeznaczył do posługi mnie, ongiś bluźniercę, prześladowcę i oszczercę. Dostąpiłem jednak miłosierdzia” (1 Tm 1,12-13).

Przywołujmy zatem z nieustannie nową pasją duszpasterską słowa Apostoła: „Bóg pojednał nas z sobą przez Chrystusa i zlecił nam posługę jednania” (2 Kor 5,18). My sami jako pierwsi otrzymaliśmy przebaczenie z myślą o tej posłudze; staliśmy się osobiście świadkami powszechności przebaczenia. Nie ma takiego prawa czy przykazania, które mogłoby przeszkodzić Bogu we wzięciu ponownie w ramiona syna, który powraca do Niego, uznając swój błąd, ale i postanawiając, że zaczyna od nowa. Zatrzymanie się jedynie na prawie byłoby równoznaczne ze zniweczeniem wiary i Bożego miłosierdzia. Prawo, którego celem jest miłość (por. 1 Tm 1,5), ma wartość propedeutyczną (por. Gal 3,24). Jednakże chrześcijanin jest powołany do życia nowością Ewangelii, prawem „Ducha, który daje życie w Chrystusie Jezusie” (Rz 8,2). W najbardziej nawet skomplikowanych przypadkach, gdy mamy pokusę, by dać pierwszeństwo sprawiedliwości, wywodzącej się jedynie z norm, trzeba wierzyć w moc, która wypływa z łaski Bożej.

My spowiednicy mamy doświadczenie wielu nawróceń, które dokonują się na naszych oczach. Odczuwajmy zatem odpowiedzialność za gesty i słowa, które mogą dotrzeć do głębi serca penitenta, aby odkrył bliskość i czułość przebaczającego Ojca. Nie niweczmy tych chwil zachowaniami, które mogłyby być sprzeczne z doświadczeniem upragnionego miłosierdzia. Pomagajmy raczej w rozjaśnieniu przestrzeni osobistego sumienia nieskończoną miłością Boga (1 J 3,20).

Sakrament Pojednania musi ponownie odnaleźć swoje centralne miejsce w życiu chrześcijańskim. Dlatego potrzebni są kapłani, którzy poświęcają swoje życie „posłudze jednania” (2 Kor 5,18), tak aby wszyscy mieli możliwość doświadczenia wyzwalającej mocy przebaczenia, jako że nikomu szczerze skruszonemu nie zabrania się dostępu do miłości Ojca, który czeka jego powrotu.

Sprzyjającą okazją może być przeprowadzanie inicjatywy „24 godziny dla Pana” przed czwartą niedzielą Wielkiego Postu, która jest już dobrze przyjmowana w diecezjach i jest przekonującym zaproszeniem duszpasterskim do głębokiego przeżycia sakramentu spowiedzi.

12. Z powodu tego wymagania, aby żadna przeszkoda nie stała pomiędzy prośbą o pojednanie a Bożym przebaczeniem, udzielam od tej pory wszystkim kapłanom, na mocy ich posługi, władzy rozgrzeszania osób, które popełniły grzech aborcji. To, czego udzieliłem w sposób ograniczony na okres jubileuszu (por. List, na mocy którego udziela się odpustu z okazji Jubileuszu Miłosierdzia, 1 września 2015) zostaje obecnie przedłużone w czasie, niezależnie od jakichkolwiek przeciwnych rozporządzeń. Chciałbym podkreślić z całą mocą, że aborcja jest grzechem ciężkim, ponieważ kładzie kres niewinnemu życiu. Jednakże z równą siłą mogę i muszę stwierdzić, że nie ma żadnego grzechu, którego nie mogłoby objąć i zniszczyć Boże miłosierdzie, gdy znajduje serce skruszone, które prosi o pojednanie się z Ojcem. Niech więc każdy kapłan stanie się przewodnikiem, wsparciem i pociechą, towarzysząc penitentom na tej drodze specjalnego pojednania.

W Roku Jubileuszu zgodziłem się, aby wierni z różnych powodów uczęszczający do kościołów, w których odprawiają kapłani Bractwa Świętego Piusa X, mogli ważnie i zgodnie z prawem otrzymać sakramentalne odpuszczenie grzechów (por. tamże). Dla duszpasterskiego dobra tych wiernych i ufając w dobrą wolę ich kapłanów, aby można było odzyskać, z Bożą pomocą, pełną jedność w Kościele katolickim, mocą mojej własnej decyzji postanawiam przedłużyć tę możliwość poza okres jubileuszowy, aż do wydania nowych postanowień w tej sprawie, aby nikomu nigdy nie zabrakło sakramentalnego znaku pojednania poprzez przebaczenie Kościoła.

13. Miłosierdzie ma również oblicze pocieszenia. „Pocieszcie, pocieszcie mój lud!” (Iz 40,1), to serdeczne słowa, jakie prorok pozwala usłyszeć także dzisiaj, aby do tych, którzy cierpią i są pogrążeni w bólu mogły dotrzeć słowa nadziei. Nigdy nie pozwólmy się okraść z nadziei płynącej z wiary w zmartwychwstałego Pana. To prawda, że często jesteśmy wystawieni na ciężką próbę, ale nigdy nie może zabraknąć pewności, że Pan nas kocha. Jego miłosierdzie wyraża się także w bliskości, czułości i wsparciu, które wielu braci i sióstr może zaoferować, kiedy przychodzą dni smutku i nieszczęścia. Ocieranie łez to konkretne działania, przełamujące krąg samotności, w którym często jesteśmy zamknięci.

Wszyscy potrzebujemy pocieszenia, ponieważ nikt nie jest wolny od cierpienia, bólu i niezrozumienia. Ile bólu może spowodować gorzkie słowo będące owocem wrogości, zazdrości i złości! Ile cierpienia wywołuje doświadczenie zdrady, przemocy i opuszczenia; ileż goryczy w obliczu śmierci osób bliskich! Jednak Bóg nigdy nie jest daleko, gdy przeżywamy te tragedie. Słowo dodające otuchy, uścisk sprawiający, że czujesz się zrozumiany, czułość pozwalająca dostrzec miłość, modlitwa, pozwalająca być silniejszym... - wszystko to jest wyrazem bliskości Boga poprzez pocieszenie ze strony braci.

Czasami także wielką pomocą może być milczenie; bo nieraz brakuje słów, aby odpowiedzieć na pytania osób cierpiących. Jednakże brak słowa można zastąpić współczuciem kogoś, kto jest obecny, bliski, kocha i wyciąga rękę. To nieprawda, że milczenie jest aktem poddania się, wręcz przeciwnie, jest to chwila siły i miłości. Również milczenie należy do naszego języka pocieszenia, ponieważ zamienia się w praktyczne dzieło dzielenia się i uczestnictwa w cierpieniu brata.

14. W szczególnym czasie, takim jak nasz, który pośród wielu kryzysów jest również świadkiem kryzysu rodziny, jest ważne, by do naszych rodzin dotarło słowo pocieszającej siły. Dar małżeństwa jest wielkim powołaniem, na które trzeba, dzięki łasce Chrystusa, odpowiedzieć miłością wielkoduszną, wierną i cierpliwą. Piękno rodziny trwa niezmiennie, pomimo wielu ciemności i propozycji alternatywnych: „Radość miłości przeżywana w rodzinach jest także radością Kościoła” (Adhort. ap. Amoris laetitia, 1). Droga życia, która prowadzi mężczyznę i kobietę do spotkania, zakochania się i przyrzeczenia sobie przed Bogiem wierności na zawsze, jest często przerywana cierpieniem, zdradą i samotnością. Radość z powodu daru dzieci nie jest wolna od obaw rodziców o ich rozwój i edukację, o przyszłość godną tego, by ją aktywnie przeżyć.

Łaska sakramentu małżeństwa nie tylko wzmacnia rodzinę, aby była uprzywilejowanym miejscem, w którym można żyć miłosierdziem, lecz zobowiązuje wspólnotę chrześcijańską i całą działalność duszpasterską do tego, by wyraźniej ukazywały wielką wartość konstruktywną rodziny. Jednakże ten Rok Jubileuszowy nie może sprawić, że stracimy z pola widzenia złożoność obecnej sytuacji rodzin. Doświadczenie miłosierdzia czyni nas zdolnymi do spoglądania na wszystkie ludzkie trudności w postawie miłości Boga, który niestrudzenie akceptuje i towarzyszy (por. tamże, 291-300).

Nie możemy zapominać, że każdy niesie ze sobą bogactwo i ciężar własnej historii, która odróżnia go od innej osoby. Nasze życie, z jego radościami i smutkami, jest czymś wyjątkowym i niepowtarzalnym, upływającym pod miłosiernym spojrzeniem Boga. Wymaga to przede wszystkim ze strony kapłana, uważnego, głębokiego i dalekowzrocznego rozeznania duchowego, aby każdy – nikogo nie wykluczając, w każdej sytuacji życiowej – mógł się poczuć konkretnie przyjęty przez Boga, mógł aktywnie uczestniczyć w życiu wspólnoty i być włączonym do tego Ludu Bożego, który niestrudzenie podąża ku pełni królestwa Bożego, królestwa sprawiedliwości, miłości, przebaczenia i miłosierdzia.

15. Szczególne znaczenie ma chwila śmierci. Kościół zawsze przeżywał to dramatyczne przejście w świetle zmartwychwstania Jezusa Chrystusa, który otworzył drogę dla pewności przyszłego życia. Musimy podjąć wielkie wyzwanie, zwłaszcza we współczesnej kulturze, która często ma skłonność do banalizowania śmierci do tego stopnia, że staje się ona zwykłą fikcją, lub do ukrywania jej. Ze śmiercią trzeba się natomiast zmierzyć i przygotować do niej jako do przejścia bolesnego i nieuniknionego, ale pełnego sensu: tego ostatecznego aktu miłości wobec osób, które opuszczamy oraz wobec Boga, na którego spotkanie idziemy. We wszystkich religiach chwili śmierci, podobnie jak narodzinom, towarzyszy obecność religijna. Przeżywamy doświadczenie pogrzebu jako pełną nadziei modlitwę za duszę zmarłego i dawanie pocieszenia tym, którzy cierpią z powodu rozłąki z ukochaną osobą.

Jestem przekonany, że w działaniu duszpasterskim ożywianym żywą wiarą musimy pozwolić namacalnie odczuć, jak bardzo znaki liturgiczne i nasze modlitwy są wyrazem miłosierdzia Pana. To On sam daje słowa nadziei, bo nic i nikt nie może nas oddzielić od Jego miłości (por. Rz 8,35). Dzielenie tego momentu przez kapłana jest ważnym towarzyszeniem, ponieważ pozwala przeżywać bliskość wspólnoty chrześcijańskiej w chwili słabości, samotności, niepewności i płaczu.

16. Jubileusz dobiega końca i zamykają się Drzwi Święte. Jednak drzwi miłosierdzia naszego serca są zawsze szeroko otwarte. Dowiedzieliśmy się, że Bóg pochyla się nad nami (por. Oz 11,4), abyśmy i my mogli naśladować Go, pochylając się nad braćmi. Tęsknota wielu, aby powrócić do domu Ojca, który czeka na ich przybycie, jest pobudzana również przez szczerych i szczodrych świadków czułości Boga. Drzwi Święte, które przeszliśmy w tym Roku Jubileuszowym, wprowadziły nas na drogę miłości, do której wiernego i radosnego przebywania jesteśmy wezwani każdego dnia. Jest to droga miłosierdzia, która pozwala spotkać wielu braci i sióstr wyciągających rękę, aby ktoś mógł ją pochwycić, żeby iść razem.

Pragnienie bycia blisko Chrystusa wymaga, by stać się bliźnim wobec braci, gdyż nic nie jest bardziej miłe Ojcu od konkretnego znaku miłosierdzia. Miłosierdzie z samej swej natury staje się widzialne i namacalne w konkretnym i dynamicznym działaniu. Gdy ktoś raz go doświadczy w jego prawdzie, to już się nie cofa: stale wzrasta ono i przemienia życie. Jest to prawdziwe nowe stworzenie, które tworzy nowe serce, zdolne do miłości w sposób pełny i oczyszcza oczy, aby rozpoznały najbardziej ukryte potrzeby. Jakże prawdziwe są słowa, którymi modli się Kościół w Wigilię Paschalną po przeczytaniu opisu stworzenia: „Boże, Ty w przedziwny sposób stworzyłeś człowieka i w jeszcze cudowniejszy sposób go odkupiłeś” (Mszał Rzymski, Wigilia Paschalna, modlitwa po pierwszym czytaniu).

Miłosierdzie odnawia i dokonuje odkupienia, ponieważ jest to spotkanie dwóch serc: serca Bożego, które wychodzi na spotkanie serca człowieka. To drugie się rozpala, a to pierwsze je uzdrawia: serce z kamienia przekształca się w serce z ciała (por. Ez 36,26), zdolne do kochania pomimo swego grzechu. Tutaj człowiek dostrzega, że jest naprawdę „nowym stworzeniem” (por. Ga 6,15): jestem kochany, więc jestem; otrzymałem przebaczenie, a więc odradzam się do nowego życia; doświadczyłem miłosierdzia, a zatem staję się narzędziem miłosierdzia.

17. W czasie Roku Świętego, szczególnie w „piątki miłosierdzia”, mogłem namacalnie przekonać się, jak wiele jest w świecie dobra. Często nie jest ono znane, ponieważ dokonuje się codziennie w sposób dyskretny i cichy. Nawet jeśli się o nich nie informuje, to jednak istnieje wiele konkretnych znaków dobroci i czułości wobec najmniejszych i najbardziej bezbronnych, najbardziej samotnych i opuszczonych. Naprawdę istnieją bohaterowie miłości, którzy sprawiają, że ubogim i nieszczęśliwym nie brakuje solidarności. Dziękujemy Panu za te cenne dary, które zachęcają do odkrywania radości stawania się bliźnim w obliczu słabości zranionego rodzaju ludzkiego. Myślę z wdzięcznością o wielu wolontariuszach, którzy codziennie oddają swój czas, aby swoim poświęceniem ukazać obecność i bliskość Boga. Ich służba jest prawdziwym dziełem miłosierdzia, które pomaga wielu ludziom zbliżyć się do Kościoła.

18. Nadszedł czas, aby zrobić miejsce wyobraźni miłosierdzia, aby stworzyć wiele nowych dzieł będących owocem łaski. Kościół potrzebuje dziś opowiedzenia tych „wielu innych znaków”, które Jezus uczynił, a których „nie zapisano” (J 20,30), aby były wymownym wyrazem owocności miłości Chrystusa i wspólnoty, która Nim żyje. Minęło już ponad dwa tysiące lat, ale dzieła miłosierdzia nadal uwidaczniają dobroć Boga.

Także dzisiaj całe populacje cierpią z powodu głodu i pragnienia, a ile niepokoju budzą obrazy dzieci, które nie mają nic do jedzenia. Rzesze ludzi nadal migrują z jednego kraju do drugiego w poszukiwaniu pożywienia, pracy, domu i pokoju. Choroba, w różnych formach, jest nieustannym powodem cierpienia, wymagającym pomocy, pocieszenia i wsparcia. Więzienia są miejscami, w których często do kary ograniczenia wolności dochodzą nieraz poważne niedogodności z powodu nieludzkich warunków życia. Nadal bardzo rozpowszechniony jest analfabetyzm, który uniemożliwia dzieciom kształcenie się, narażając je na nowe formy niewolnictwa. Kultura skrajnego indywidualizmu, zwłaszcza na Zachodzie, prowadzi do utraty poczucia solidarności i odpowiedzialności za innych. Sam Bóg pozostaje dla wielu obcy, a to stanowi największą biedę i największą przeszkodę w uznaniu nienaruszalnej godności ludzkiego życia.

Reasumując, uczynki miłosierdzia względem ciała i względem duszy stanowią po dziś dzień sprawdzian wielkiego i pozytywnego wpływu miłosierdzia jako wartości społecznej. Pobudza ono bowiem do zakasania rękawów, aby przywrócić godność milionom ludzi, którzy są naszymi braćmi i siostrami powołanymi wraz z nami, by budować „miasto godne zaufania” (Enc. Lumen fidei, 50).

19. W trakcie tego Roku Świętego uczyniono wiele konkretnych znaków miłosierdzia. Wspólnoty, rodziny i poszczególni wierni odkryli na nowo radość dzielenia się i piękno solidarności. To jednak nie wystarczy. Świat nadal rodzi nowe formy ubóstwa duchowego i materialnego, które podważają godność osoby. Dlatego właśnie Kościół musi być zawsze czujny i gotowy do odkrywania nowych uczynków miłosierdzia i wypełniania ich z wielkodusznością i entuzjazmem.

Dołóżmy zatem wszelkich starań, aby nadać konkretną postać miłości a jednocześnie pomysłowość dziełom miłosierdzia. Posiada ono działanie integrujące, dlatego ma tendencję do rozprzestrzeniania się lotem błyskawicy i nie zna granic. Właśnie w tym sensie jesteśmy wezwani do nadania nowego oblicza uczynkom miłosierdzia, które znamy od zawsze. Miłosierdzie bowiem jest nadmiarem; zawsze idzie dalej, jest twórcze. Jest jak zaczyn, który zakwasza ciasto (por. Mt 13,33), jak ziarnko gorczycy, które staje się drzewem (por. Łk 13,19).

Wystarczy pomyśleć na przykład o uczynku miłosierdzia wobec ciała: nagich przyodziać (Mt 25,36.38.43.44). Prowadzi nas ono do początków, do ogrodu Eden, kiedy Adam i Ewa odkryli, że są nadzy i, czując że zbliża się Pan, byli zawstydzeni i ukryli się (por. Rdz 3,7-8). Wiemy, że Pan ich ukarał; a jednak „sporządził dla mężczyzny i dla jego żony odzienie ze skór i przyodział ich” (Rdz 3,21). Wstyd został przezwyciężony a godność przywrócona.

Skierujmy nasz wzrok także na Jezusa na Golgocie. Syn Boży na krzyżu jest nagi; o Jego tunikę rzucono los i została zabrana przez żołnierzy (J 19,23-24); On nie ma już nic. Na krzyżu w sposób skrajny ujawnia się dzielenie się Jezusa z tymi, którzy utracili godność, gdyż zostali pozbawieni tego, co konieczne. Tak, jak Kościół jest powołany, aby być „tuniką Chrystusa” (por. św. CYPRIAN, O jedności Kościoła, 7), żeby przyodziać swojego Pana, tak też jest zobowiązany do solidarności z nagimi ziemi, aby odzyskali godność, z której zostali ogołoceni. Dlatego słowa: „Byłem nagi, a przyodzialiście Mnie” (Mt 25,36) zobowiązują do nieodwracania wzroku od nowych form ubóstwa i marginalizacji, które uniemożliwiają ludziom godne życie.

Brak pracy i nieotrzymywanie godziwej pensji; niemożliwość posiadania mieszkania czy ziemi, na której można by zamieszkać; doznawanie dyskryminacji z powodu swojej wiary, rasy, statusu społecznego... - te i wiele innych sytuacji wymierzonych jest w godność osoby, na które miłosierne działania chrześcijan odpowiadają przede wszystkim przez czujność i solidarność. Jakże wiele jest dziś sytuacji, w których możemy przywrócić ludziom godność i pozwolić im na ludzkie życie! Wystarczy pomyśleć o tak wielu dzieciach, które doznają różnego rodzaju przemocy ograbiającej ich z radości życia. Ich smutne i zagubione twarze są trwale obecne w moich myślach. Domagają się naszej pomocy w wyzwoleniu z niewoli współczesnego świata. Te dzieci są jutrzejszą młodzieżą. Jak je przygotowujemy do godnego i odpowiedzialnego życia? Z jaką nadzieją mogą stawić czoło swojej teraźniejszości i przyszłości?

Społeczny charakter miłosierdzia wymaga, aby nie pozostawać biernymi i odpędzić obojętność i hipokryzję, aby plany i projekty nie pozostały martwą literą. Duch Święty pomoże nam być zawsze gotowymi do skutecznego i bezinteresownego wniesienia naszego wkładu, aby sprawiedliwość i godne życie nie pozostawały okolicznościowymi słowami, ale były konkretnym zaangażowaniem osób, które chcą być świadkami obecności królestwa Bożego.

20. Jesteśmy powołani, aby rozwijać kulturę miłosierdzia w oparciu o odkrycie spotkania z innymi: kulturę, w której nikt nie patrzy na innych obojętnie lub odwraca wzrok, gdy widzi cierpienie innych. Uczynki miłosierdzia są „rękodziełem”: żaden z nich nie jest taki sam jak inny; nasze ręce mogą je kształtować na tysiąc sposobów i chociaż inspiruje je jeden Bóg i jest jedna „materia”, z której są wykonane, czyli samo miłosierdzie, to każdy nabywa odrębną formę.

Uczynki miłosierdzia dotyczą w istocie całego życia człowieka. Dlatego możemy stworzyć prawdziwą rewolucję kulturalną, rozpoczynając właśnie od prostoty czynów, które mogą ogarnąć ciało i ducha, czyli życie ludzi. Jest to zaangażowanie, które wspólnota chrześcijańska może uczynić własnym, będąc świadomą, że Słowo Pana zawsze wzywa ją do porzucenia obojętności i indywidualizmu, w których chcielibyśmy się zamknąć, by prowadzić życie wygodne i bezproblemowe. „Ubogich zawsze macie u siebie” (J 12,8), mówi Jezus do swoich uczniów. Nie ma usprawiedliwienia, które mogłoby usprawiedliwić wykręcanie się, kiedy wiemy, że On utożsamia się z każdym z nich.

Kultura miłosierdzia kształtuje się w wytrwałej modlitwie, w posłusznej otwartości na działanie Ducha Świętego, w znajomości życia świętych i konkretnej bliskości z ubogimi. Jest to naglące wezwanie, aby nie było nieporozumień co do tego, że trzeba koniecznie się zaangażować. Pokusę uprawiania „teorii miłosierdzia” przezwycięża się o tyle, o ile staje się ono codziennym przeżywaniem współuczestnictwa i dzielenia się. Z drugiej strony, nigdy nie powinniśmy zapominać słów, jakimi apostoł Paweł po swym nawróceniu, opowiadając o swoim spotkaniu z Piotrem, Jakubem i Janem, podkreśla istotny aspekt swojej misji i całego życia chrześcijańskiego: „byleśmy pamiętali o ubogich, co też gorliwie starałem się czynić” (Ga 2,10). Nie możemy zapominać o ubogich: jest to zachęta bardziej niż kiedykolwiek aktualna, która narzuca się swoją ewangeliczną oczywistością.

21. Doświadczenie Jubileuszu odciska w nas słowa apostoła Piotra: „wy, którzyście kiedyś nie dostąpili miłosierdzia, [...] teraz doznaliście owego miłosierdzia” (1 P 2,10). Nie zachowujemy zazdrośnie dla siebie tego, co otrzymaliśmy; potrafimy się tym dzielić z cierpiącymi braćmi, aby podtrzymywała ich moc miłosierdzia Ojca. Niech nasze wspólnoty otwierają się na docieranie do osób mieszkających na ich terenie, aby do wszystkich trafiła czułość Boga poprzez świadectwo wierzących.

Jest to czas miłosierdzia. Każdy dzień naszej pielgrzymki naznaczony jest obecnością Boga, który prowadzi nasze kroki mocą łaski, którą Duch Święty wzbudza w sercu, aby je ukształtować i uczynić zdolnym do kochania. Jest to czas miłosierdzia dla wszystkich i dla każdego, aby nikt nie mógł myśleć, że nie dla niego jest bliskość Boga i moc Jego czułości. Jest to czas miłosierdzia dla osób słabych i bezbronnych, oddalonych i samotnych, aby mogły natrafić na obecność braci i sióstr, którzy wesprą ich w potrzebie. Jest to czas miłosierdzia dla ubogich, aby odczuli na sobie pełne szacunku i uważne spojrzenie osób, które przezwyciężywszy obojętność, odkrywają to, co w życiu istotne. Jest to czas miłosierdzia dla każdego grzesznika, aby niestrudzenie prosił o przebaczenie i poczuł rękę Ojca, który zawsze wita i przytula do siebie.

W świetle „Jubileuszu osób wykluczonych społecznie”, kiedy we wszystkich katedrach i sanktuariach na świecie zamykane były Drzwi Miłosierdzia, zdałem sobie sprawę, że jako dalszy konkretny znak tego Nadzwyczajnego Roku Świętego powinniśmy obchodzić w całym Kościele, z okazji XXXIII Niedzieli Zwykłej, Światowy Dzień Ubogich. Będzie to najbardziej godne przygotowanie do przeżycia uroczystości naszego Pana Jezusa Chrystusa, Króla Wszechświata, który utożsamiał się z maluczkimi i ubogimi, a osądzi nas z uczynków miłosierdzia (por. Mt 25,31-46). Będzie to dzień, który pomoże wspólnotom i każdemu ochrzczonemu w refleksji nad tym, że ubóstwo znajduje się w samym centrum Ewangelii oraz nad faktem, że dopóki Łazarz leży u drzwi naszego domu (por. Łk 16,19-21), nie może być sprawiedliwości ani też pokoju społecznego. Ten dzień będzie również autentyczną formą nowej ewangelizacji (por. Mt 11,5), przy pomocy której trzeba odnowić oblicze Kościoła w jego odwiecznym dziele nawrócenia duszpasterskiego, aby być świadkiem miłosierdzia.

22. Spoglądają na nas zawsze miłosierne oczy Najświętszej Matki Boga. Ona jest pierwszą, która toruje drogę i towarzyszy nam w dawaniu świadectwa miłości. Matka Miłosierdzia gromadzi wszystkich pod osłoną swego płaszcza, jak często przedstawiała Ją sztuka. Ufamy Jej macierzyńskiej pomocy i idziemy za Jej odwieczną wskazówką, by patrzeć na Jezusa, który jest promiennym obliczem Bożego miłosierdzia.

W Rzymie, u Świętego Piotra, dnia 20 listopada, w Uroczystość Chrystusa Króla Wszechświata, w Roku Pańskim 2016, czwartym pontyfikatu.

FRANCISZEK

[01867-PL.01] [Testo originale: Polacco]

Testo in arabo

فرنسيس

إلى الذين سيقرؤون هذه الرسالة الرسوليّة

رحمة وسلام

رحمة وبؤس هما الكلمتان التي يستعملهما القديس أوغسطينوس ليروي اللقاء بين يسوع والزانية (را. يو 8، 1- 11). لم يكن بإمكانه أن يجد عبارة أكثر جمالاً وصدقًا منها ليجعلنا نفهم سرّ محبّة الله عندما يأتي للقاء الخاطئ: "بقيا وحدهما فقط: البائسة والرحمة"[1]. كم من الشفقة والعدالة الإلهيّة نجد في هذه الرواية! ويأتي تعليمه لينير اختتام اليوبيل الاستثنائي للرحمة فيما يشير إلى المسيرة التي دعينا لسيرها في المستقبل.

١. يمكن لهذه الصفحة من الإنجيل أن تُعتبر حقًّا أيقونة لما احتفلنا به خلال السنة المقدّسة، زمن غني بالرحمة، التي لا تزال تحتاج لأن يُحتفل بها وتُعاش في جماعاتنا. لا يمكن للرحمة، في الواقع، أن تكون وقفة في حياة الكنيسة ولكنها تكوّن حياتها التي تجعل حقيقة الإنجيل العميقة ظاهرة وملموسة. كلُّ شيء يظهر في الرحمة؛ وكل شيء يجد حلاً في محبة الآب الرحيمة.

لقد تم لقاءٌ بين امرأة ويسوع. هي زانية وتستحقّ الرجم حسب الشريعة؛ وهو، الذي من خلال بشارته وبذل ذاته بالكامل الذي سيقوده حتى الصليب، قد أعاد شريعة موسى إلى هدفها الأول والأصيل. ليست الشريعة والعدالة القانونيّة التي هي في المحور، وإنما محبّة الله الذي يعرف أن يقرأ في قلب كلّ شخص ليفهم رغبته الخفيّة، والذي ينبغي أن تكون له الأولوية على كل شيء. مع ذلك، ففي هذه الرواية الإنجيليّة، لا تلتقي الخطيئةُ بالحكم المجرّد، وإنما تلتقي خاطئةٌ بالمخلِّص. لقد نظر يسوع في عيني تلك المرأة وقرأ في قلبها: فوجد الرغبة في أن تُفهَم ويُغفَر لها وتُحَرَّر. لقد لبس بؤسُ الخطيئة رحمةَ المحبّة. ما من حكم من قِبَل يسوع لم تطبعه الشفقة والرأفة لحالة الخاطئة. والأشخاص الذين أرادوا أن يدينوها ويحكموا عليها بالموت، أجابهم يسوع بصمت طويل يريد أن يُظهر صوت الله في الضمائر؛ ضمير المرأة وضمائر مُتَّهميها، الذين تركوا الحجارة من أيديهم وانصَرَفوا واحِداً تلو الآخر (را. يو 8، 9). وبعد ذلك الصمت قال يسوع: "أَينَ هُم، أَيَّتُها المَرأَة؟ أَلَم يَحكُمْ عَليكِ أحَد؟... وأَنا لا أَحكُمُ علَيكِ. اِذهَبي ولا تَعودي بَعدَ الآنَ إِلى الخَطيئة" (آيات 10- 11). وقد ساعدها هكذا كي تنظر إلى المستقبل برجاء وتكون مستعدّة للانطلاق مجدّدًا في حياتها؛ فبإمكانها من الآن وصاعدًا، إن أرادت، أن "تسير في المحبّة" (را. أف 5، 2). فبعد أن نلبس الرحمة، حتى وإن بقيَت حالة الضعف بسبب الخطيئة، تبقى المحبّة هي المُسيطرة وتسمح لنا بأن ننظر أبعد ونعيش بشكل مختلف.

۲. لقد علّم يسوع من جهته هذا الأمر بوضوح عندما دعاه فرّيسيّ على الغداء واقتربت منه امرأة كان الجميع يعرف أنها خاطئة (را. لو 7، 36- 50). كانت قد دهنت رجلي يسوع بالطيب وغسلتهما بدموعها ومسحتهما بشعرها (را. آيات 37- 38). وأمام ردّة فعل الفرّيسيّ المُستهجنة، أجاب يسوع: "إِنَّ خَطاياها الكَثيرَةَ غُفِرَت لَها، لأَنَّها أَظهَرَت حُبّاً كثيراً. وأَمَّا الَّذي يُغفَرُ له القَليل، فإِنَّه يُظهِرُ حُبّاً قَليلاً" (آية 47).

المغفرة هي العلامة المرئيّة لمحبّة الآب التي أراد يسوع أن يظهرها في حياته كلِّها. ولا يمكن لأي صفحة من الإنجيل أن تُعفى من ضرورة المحبّة التي تتوصّل إلى المغفرة. وكان ليسوع، حتى في اللحظة الأخيرة من حياته الأرضيّة، وفيما كان مُسمَّرًا على الصليب، كلمات مغفرة: "يا أَبَتِ اغفِرْ لَهم، لأنَّهُم لا يَعلَمونَ ما يَفعَلون" (لو 23، 34).

لا شيء مما يضعه خاطئ تائب أمام رحمة الله يبقى بدون عناق مغفرته. لهذا السبب لا يمكن لأحد منا أن يضع شروطًا للرحمة؛ فهي تبقى دائمًا فعل مجانيّة الآب السماوي، محبّة غير مشروطة وغير مستَحَقَّة. وبالتالي لا يمكننا أن نخاطر فنعارض ملء حريّة المحبّة التي من خلالها يدخل الله في حياة كل شخص.

إن الرحمة هي العمل الملموس للرحمة التي، وإذ تغفر، تحوِّل الحياة وتغيّرها. هكذا يظهر سرّها الإلهي. الله رحوم (را. خر 34، 6)، ورحمته تدوم إلى الأبد (را. مز 136)، من جيل إلى جيل يعانق كل شخص يثق به ويحوِّله ويعطيه حياته عينها.

۳. ما أكبر الفرح الذي ولد في قلب هاتين المرأتين الزانية والخاطئة! لقد جعلتهما المغفرة تشعران بأنهما حُرّتان وسعيدتان أكثر من أي وقت مضى. لقد تحوّلت دموع الخجل والألم إلى ابتسامة من تعرف بأنها محبوبة. إنَّ الرحمة تولِّد الفرح لأن القلب ينفتح على رجاء حياة جديدة. لا يمكننا أن نصف فرح المغفرة ولكنَّه يظهر فينا في كلِّ مرّة نختبرها. في أساسها نجد المحبّة التي من خلالها يأتي الرب للقائنا ويكسر حلقة الأنانيّة التي تحيط بنا ليجعلنا بدورنا أدوات رحمة.

كم هي مهّمة أيضًا بالنسبة لنا الكلمات القديمة التي كانت تقود المسيحيين الأوائل: "مُتَّشحين الفرح الذي يقبله الله على الدوام ويرضيه. فبه يُسرّ. كلُّ إنسان فرِح يعمل جيِّدًا ويفكّر جيدًا ويزدري الحزن... يحيون بالله الذين يُبعدون الحزن ويتَّشحون بالفرح"[2] (راعي هرمس، الفصل 42، 1- 4). إن خبرة الرحمة تعطي الفرح. لا نسمح بأن تنتزعه منا المصائب والاضطرابات المتعددة. ليبقى متجذّرًا في قلوبنا وليجعلنا ننظر على الدوام بطمأنينة إلى الحياة اليوميّة.

يبدو أن الأشكال العديدة للحزن والوحدة التي يقع فيها الأشخاص وخاصة الشباب تتكاثر في ثقافة غالبًا ما تسيطر عليها التكنولوجيا. والمستقبل في الواقع يبدو رهينة للشك الذي لا يسمح بالثبات. وهكذا تولد غالبًا مشاعر الكآبة والحزن والضجر التي يمكنها أن تحمل ببطء إلى اليأس. نحن بحاجة لشهود رجاء وفرح حقيقي لنطرد الأوهام التي تعِدُ بسعادة سهلة وفردوسًا اصطناعيًّا. إن الفراغ العميق لدى الكثيرين يمكن ملؤه بالرجاء الذي نحمله في قلوبنا ومن الفرح الناتج عنه. نحن بحاجة لأن نعترف بالفرح الذي يظهر في القلب الذي لمسته الرحمة. لنغتنِ إذًا بكلمات الرسول: "افرَحوا في الرَّبِّ دائِمًا" (فيل 4، 4؛ را. 1 تس 5، 16).

٤. لقد احتفلنا بسَنَة مُفعمة بالزخم، أُعطيت لنا خلالها بوفرة نعمة الرحمة، وكريح قويّة وفعّالة أُفيض صلاح الرب ورحمته على العالم أجمع. وأمام هذه النظرة المحبّة لله الذي وبشكل مستمرّ توجّه إلى كل واحد منا، لا يمكننا أن نقف غير مبالين لأن هذا الأمر يغيّر الحياة.

نشعر بالحاجة أولاً لأن نشكر الرب ونقول له: "رَضيتَ يا ربُّ عن أرضِكَ... رَفَعْتَ عَنْ شعبِكَ آثامَهُم" (مز 85، 2- 3). وهكذا يَستُرُ لنا الله ذُنوبَنا، وفي أعماقِ البحرِ يَطرحُ جميعَ خطايانا (را. مي 7، 19)؛ فهو لا يذكرها وقد رماها وراء ظهره (را. أش 38، 17)؛ وكبُعدِ المشرِقِ مِنَ المغربِ يُبعِدُ عنَّا معاصيَنا (را. مز 103، 12).

لقد عرفت الكنيسة كيف تُصغي، خلال هذه السنة المقدّسة، واختبرت بقوّة كبيرة حضور وقرب الآب الذي، وبعمل الروح القدس، أوضح عطيّة يسوع المسيح ووصيّته فيما يتعلّق بالمغفرة. لقد افتقدَنا الرب مرّة أخرى حقيقةً. وشعرنا بنَفَسِه الحيِّ يفيض على الكنيسة ودلتنا كلماتُه مرّة جديدة على الرسالة: "خُذوا الرُّوحَ القُدُس. مَن غَفَرتُم لَهم خَطاياهم تُغفَرُ لَهم، ومَن أَمسَكتُم عليهمِ الغُفْران يُمسَكُ علَيهم" (يو 20، 22- 23).

٥. والآن وإذ اختُتمَ هذا اليوبيل حان الوقت لننظر إلى الأمام ونفهم كيف نتابع بأمانة وفرح وحماس في اختبار غنى الرحمة الإلهيّة. يمكن لجماعاتنا أن تبقى حيّة وديناميكيّة في عمل البشارة الجديدة بقدر ما يُطبع يوميًّا بقوّة الرحمة المُجدِّدة "الارتدادُ الراعوي" الذي دُعينا لعيشه[3]. لا نحُدَّنَّ من عمله ولا نُحزنَنَّ الروح الذي يدلُّنا على الدوام على دروب جديدة نسيرها لنحمل للجميع الإنجيل الذي يخلّص.

نحن مدعوّون أوّلًا للاحتفال بالرحمة. كم هي غنيّة صلاة الكنيسة عندما تتضرع إلى الله كأب رحوم! إننا لا نطلب الرحمةَ في الليتورجيّة مرارًا وتكرارًا وحسب، وإنما ننالها حقًّا ونعيشها. منذ بداية الاحتفال الافخارستي وحتى نهايته تظهر الرحمة مرات عديدة في الحوار بين الجماعة المصلّية وقلب الآب الذي يفرح عندما يمكنه أن يفيض محبّته الرحيمة. بعد طلب المغفرة في البداية من خلال الدعاء "يا رب ارحم"، تتمّ تعزيتنا فورًا: "ليرحمنا الله القدير ويغفر لنا زلاّتنا- ويبلَّغنا الحياة الأبديّة". بهذه الثقة تجتمع الجماعة في حضور الرب لاسيما في يوم القيامة المقدّس. "صلوات جماعيّة" عديدة تهدف للتذكير بعطيّة الرحمة الكبيرة. خلال زمن الصوم على سبيل المثال نصلّي قائلين: "يا ينبوع الرحمة والجودة، يا من جعلت لنا في الصلاة والصوم والصدقة دواء شافيًا لخطايانا، أرمقنا بعين العطف وقد مثلنا بين يديك في ضعفنا وبؤسنا، وإذ يرهقنا وخز الضمير، أنهضنا أنت بيَدٍ قديرة"[4]. ومن ثمَّ نغوص في الصلاة الافخارستية الكبيرة عبر المقدمة التي تعلن: "من فرطِ حبِّك العجيب لهذا العالم، أرسلت إلينا فاديًا سكن بيننا، شبيهًا بنا في كلِّ شيء ما عدا الخطيئة"[5]؛ أما الصلاة الافخارستية الرابعة فهي نشيد لرحمة الله: " لقد بادَرْتَ بني البشر برحمتِك، وجعلتَهم يَبحثونَ عنك ويَجدونك". "وإياك نسأل، أن تسبغ مراحمك علينا أجمعين"[6]، إنه الطلب المُلِحّ الذي يقوم به الكاهن في الصلاة الافخارستية ليلتمس المشاركة في الحياة الأبديّة. بعد صلاة الأبانا يتابع الكاهن الصلاة سائلاً السلام والتحرُّر من الخطيئة قائلاً "أعضدنا برحمتِك". وقبل علامة السلام الذي يتمُّ تبادله كتعبير عن الأخوّة والمحبّة المتبادلة في ضوء المغفرة التي نلناها يُصلّي مجدّدًا "لا تنظر إلى خطايانا، بل إلى إيمان كنيستك"[7]. من خلال هذه الكلمات وبثقة متواضعة نطلب عطيّة الوحدة والسلام للكنيسة الأم المقدّسة. يبلغ الاحتفال بالرحمة الإلهيّة ذروته في الذبيحة الافخارستية، تذكار سرّ المسيح الفصحيّ الذي ينبثق منه الخلاص لكل كائن بشريّ وللتاريخ وللعالم بأسره. وبالتالي فكل لحظة من الاحتفال الافخارستي تشير إلى رحمة الله.

في الحياة الأسراريّة بكاملها تُمنح الرحمة لنا بوفرة. ولم تشأ الكنيسة عبثًا أن تذكّر بوضوح بالرحمة من خلال صيغة سرّين يُعرفان بـ "سرّا الشفاء" أي المصالحة ومسحة المرضى. وتقول صيغة الحلّ: "الله، إله المراحم الذي صالح العالم مع نفسه بموت وقيامة ابنه، ووهب الروح القدس لأجل غفران الخطايا، يمنحك من خلال خدمة الكنيسة، الغفران والسلام"[8]، أما صيغة المسحة فتقول: "بهذهِ المسحةِ المقدَّسة، وبرحمتهِ الواسعة، الربُّ الإلهُ يُشدِّدُك ويعضدُكَ بنعمةِ الروح القدُّس"[9]. إن الإشارة إلى الرحمة في صلاة الكنيسة إذًا، هي عمل فاعل وليست مجرّد صلاة ابتهال وتضرُّع؛ أي فيما نطلبها بإيمان، تُمنَح لنا، وفيما نعترف بأنّها حيّة وحقيقيّة، تحوِّلنا بالفعل. هذا محتوى أساسي لإيماننا ينبغي علينا المحافظة عليه بأصالته كلها: قبل أن تُكشف لنا الخطيئة، كُشِفَت لنا المحبّة التي من خلالها خلق الله العالم والكائنات البشريّة. المحبّة هي أول فعل يكشف فيه الله عن ذاته ويأتي إلى لقائنا. لنحافظ إذًا على قلبنا مفتوحًا على الثقة بأننا محبوبون من الله. إن محبّته تسبقنا على الدوام وترافقنا وتبقى بالقرب منا بالرغم من خطيئتنا.

٦. في هذا الإطار، يأخذ معنى مميّزًا أيضًا الإصغاء إلى كلمة الله. في كل أحد تُعلن كلمة الله في الجماعة المسيحيّة لكي يستنير يوم الرب من النور الذي ينبثق من السرّ الفصحي[10]. في الاحتفال الافخارستي يبدو لنا أننا نشاهد حوارًا حقيقيًّا بين الله وشعبه. خلال إعلان القراءات البيبليّة نستعيد تاريخ خلاصنا من خلال عمل الرحمة المستمرّ الذي يتمُّ إعلانه. إن الله يكلّمنا اليوم أيضًا كأصدقاء و"يتحاور" معنا[11] ليهبنا رفقتَه ويُظهر لنا درب الحياة. إن كلمته تترجم طلباتنا وقلقنا وجوابنا السخي لكي نختبر قربه بشكل ملموس. ما أكبر الأهميّة التي تكتسبها العظة حيث "ترافق الحقيقةُ الخيرَ والجمال"[12]، لتجعل قلوب المؤمنين تخفق أمام عظمة الرحمة! أوصي جدًّا بتحضير العظة والاهتمام بها، لأنها ستكون مثمرة أكثر عندما يكون الكاهن قد اختبر بنفسه صلاح الرب الرحيم. إن نقل اليقين بأن الله يحبّنا ليس ممارسة لفنِّ البلاغة وإنما شرط لمصداقيّة كهنوتنا. وبالتالي فعيش الرحمة هو الدرب الأساسيّ لجعلها إعلانًا حقيقيًّا للعزاء والارتداد في الحياة الراعويّة، وبالتالي ينبغي أن يعضد هذا القلب النابض للحياة المسيحية العظة والتعليم المسيحي.

۷. الكتاب المقدس هو الرواية العظيمة التي تتحدث عن روائع رحمة الله. إن كل صفحة مشبعة بمحبة الآب الذي شاء، منذ الخلق، أن يترك بصمات محبته في الكون. إن الروح القدس، ومن خلال كلمات الأنبياء وأسفار الحكمة، صقل تاريخ إسرائيل عبر الإقرار بحنان الله وقربه، على الرغم من عدم أمانة شعبه. إن حياة يسوع وعظاته طبعت بشكل حاسم تاريخ الجماعة المسيحية التي فهمت رسالتها الخاصة استنادا إلى دعوة المسيح لها لأن تكون أداة دائمة لرحمته ومغفرته (را. يو 20، 23). من خلال الكتاب المقدس، الذي يُبقيه إيمان الكنيسة حيًا، يتابع الرب كلامه مع عروسه ويدلها على السُبُل التي ينبغي أن تسلكها، كي يصل إنجيل الخلاص إلى الجميع. أتمنى أن يتم الاحتفال بكلمة الله والتعرف عليها ونشرها كي نتمكن من خلالها أن نفهم بصورة أفضل سر المحبة المنبعثة من ينبوع الرحمة. وهذا ما يذكّر به بوضوح الرسول "فكُلُّ ما كُتِبَ هو مِن وَحيِ الله، يُفيدُ في التَّعْليمِ والتَّفنْيدِ والتَّقْويمِ والتَّأديبِ في البِرّ" (2 طيم 3، 16).

من الأهمية بمكان أن تتمكن كل جماعة، في يوم أحد من السنة الليتورجية، من تجديد التزامها في نشر الكتاب المقدس ومعرفته والتعمق فيه: تخصيص يوم أحد بالكامل لكلمة الله، كي نفهم الغنى الذي لا ينضب والمتأتي من هذا الحوار المتواصل الذي يقيمه الله مع شعبه. ولن ينقص الإبداع الكفيل بإغناء هذه اللحظات من خلال مبادرات تحفّز المؤمنين على أن يكونوا أدوات حية لنقل الكلمة. ومن بين هذه المبادرات، هناك بالطبع الانتشار الواسع للقراءة الإلهية lectio divina، كي تجد الحياة الروحية سندًا ونموًا بواسطة القراءة المصلية للنصوص المقدسة. إن القراءة الإلهية lectio divina حول مواضيع الرحمة ستسمح بأن نلمس لمس اليد مدى الخصوبة النابعة من النص المقدس الذي يُقرأ في ضوء التقليد المسيحي الكامل للكنسية، ويُفضي بالضرورة إلى بوادر وأعمال رحمة محبة ملموسة. [13]

۸. إن الاحتفال بالرحمة يتم بشكل مميّز من خلال سر المصالحة. إن هذه هي اللحظة التي نشعر فيها بمعانقة الآب الذي يلاقينا ليعيد إلينا نعمة أن نكون أبناءه من جديد. إننا خطأة ونحمل معنا ثقل التناقض بين ما نريد أن نفعل وما نفعله في الواقع (را. روم 7، 14-21)؛ لكن النعمة تسبقنا دائما، وتلبس وجه الرحمة الذي يصير فاعلا في المصالحة والمغفرة. إن الله يجعلنا نفهم محبته العظيمة أمام كوننا خطأة. النعمة أقوى، وتتغلب على كل ما يقاومها لأن المحبة تنتصر على كل شيء (را. 1 قور 13، 7).

يدل الله في سر الغفران على درب التوبة والرجوع إليه، ويدعو إلى اختبار قربه من جديد. ويمكن الحصول على هذه المغفرة بدءا من عيش المحبة. وهذا ما يذكّر به أيضا بطرس الرسول عندما يكتب "المَحبَّةُ تَستُرُ كَثيرًا مِنَ الخَطايا" (1 بط 4، 8). الله وحده يغفر الخطايا لكنه يطلب منا نحن أيضا أن نكون جاهزين لنغفر للآخرين كما يغفر لنا: "وأَعْفِنا مِمَّا علَينا فَقَد أَعْفَينا نَحْنُ أَيْضاً مَن لنا عَلَيه" (متى 6، 12). يا للحزن عندما نبقى منغلقين على ذواتنا وعاجزين عن المغفرة! هكذا يتغلب الحقد، والغضب، والثأر، مما يجعل الحياة حزينة ويقضي على الالتزام الفرح لصالح الرحمة.

۹. لقد شكلت خدمة مرسلي الرحمة خبرة نعمة عاشتها الكنيسة بفعالية خلال السنة اليوبيلية. إن عملهم الرعوي أظهر أن الله لا يضع حدودا أمام من يبحثون عنه بقلب تائب، لأنه يلاقي الجميع كأب. لقد استمعت إلى شهادات كثيرة من الفرح بسبب اللقاء المتجدد مع الرب من خلال سر الاعتراف. دعونا لا نضيّع فرصة عيش الإيمان كخبرة مصالحة. "دَعوا اللّهَ يُصالِحُكُم" (2 قور 5، 20) هذه هي الدعوة التي يوجهها الرسول في يومنا هذا كي يكتشف كل مؤمن قوة المحبة التي تجعل منه "خَلْقاً جَديدًا" (2 قور 5، 17).

أُعبِّر عن امتناني لكل واحد من مرسلي المحبة على هذه الخدمة الثمينة التي قدموها ليجعلوا نعمة المغفرة فاعلة. لكن هذه الخدمة الاستثنائية لا تنتهي مع إغلاق الباب المقدس. أود في الواقع أن يبقى حتى إشعار آخر كعلامة ملموسة لنعمة اليوبيل التي تبقى حية وفاعلة في مختلف أنحاء العالم. سيقوم المجلس البابوي لتعزيز الكرازة الجديدة بالإنجيل بمرافقة مرسلي الرحمة في هذه الفترة، كتعبير مباشر عن اهتمامي وقربي، وبإيجاد الأشكال الأكثر ملاءمة من أجل ممارسة هذه الخدمة الثمينة.

١۰. أجدد دعوتي للكهنة كي يستعدوا جيدا لخدمة الاعتراف، والتي هي رسالة كهنوتية واقعية. أشكركم بحرارة على خدمتكم وأطلب منكم أن تكونوا مضيافين مع الجميع؛ شهودًا للحنان الأبوي على الرغم من فداحة الخطيئة؛ مستعدين للمساعدة على التأمل بالشر المرتكب؛ واضحين في شرحكم للمبادئ الخلقية؛ جاهزين لمرافقة المؤمنين في مسيرة التوبة، مواكبين خطاهم بصبر؛ بعيدي النظر في تفحّص كل حالة على انفراد؛ أسخياء في منح مغفرة الله. كما قرر يسوع أمام المرأة الزانية أن يلزم الصمت لينقذها من عقوبة الموت، فليكن الكاهن في كرسي الاعتراف رحب الصدر مدركًا أن كل تائب يذكّره بحالته الشخصية: خاطئ لكنه خادم للرحمة.

١١. أود أن نتأمل جميعا بكلمات الرسول، التي دوّنها في آخر مراحل حياته، عندما اعترف لطيموتاوس بأنه أول الخطأة ولذا "فإِنِّي نِلْتُ الرّحمَةَ" (را. 1 طيم 1، 16). لكلماته قوة كبيرة تحملنا نحن أيضا على التفكير بوجودنا كي نرى رحمة الله تعمل في تغيير قلبنا وارتداده وتبديله "وأَشكُرُ المَسيحَ يَسوعَ ربَّنا الذي قَوَّاني، إِذْ إِنَّهُ عَدَّني أَمينًا فَنَصَبَني لخدمتِهِ، أَنا الذي كانَ مِن قَبلُ مُجدِّفًا ومُضطهِدًا وشاتِمًا. غَيرَ أَنّي رُحِمْتُ" (1 طيم 1، 12-13).

لذا لنتذكر بشغف رعوي متجدد كلمات الرسول "الله الذي صالَحَنا مَعَ نَفْسِه بالمسيحِ، وائْتمنَنا على خِدْمَةِ المُصالَحة" (2 قور 5، 18). نحن أول من غُفر لنا من أجل القيام بهذه الخدمة؛ وأصبحنا شهودًا لشمولية الغفران. لا يوجد أي حكم أو شريعة يمنعان الله من معانقة ابنه العائد إليه مقرًّا بأنه أخطأ، لكنه عازم على البدء من جديد. إن التوقف عند الشريعة يعني جعل الإيمان والرحمة الإلهية بلا جدوى. ثمة قيمة تمهيدية في الشريعة (را. غل 3، 24) وغايتها المحبة (را. 1 طيم 1، 5). مع ذلك إن المسيحي مدعو لعيش حداثة الإنجيل "شَريعة الرُّوحِ الَّذي يَهَبُ الحَياةَ في يسوعَ المسيح" (روم 8، 2). حتى في الحالات الأكثر تعقيدا، حيث جرت محاولة إعطاء الأولوية لعدالة تتأتى فقط من القواعد، لا بد من الإيمان بالقوة النابعة من الرحمة الإلهية.

نحن المُعرِّفين لدينا خبرة في العديد من حالات الارتداد التي تحصل أمام أعيننا. ونشعر بالتالي بمسؤولية الأفعال والكلمات التي يمكن أن تصل إلى عمق أعماق قلب التائب كي يكتشف قرب وحنان الآب الذي يغفر. لا نقومَنَّ بإفساد هذه اللحظات من خلال تصرفات يمكن أن تناقض خبرة الرحمة المطلوبة. دعونا نساعد في إنارة فسحة الضمير الشخصي بواسطة محبة الله اللامتناهية (را. 1 يو 3، 20).

لا بد أن يجد سر المصالحة من جديد مكانته المركزية في حياة المسيحية؛ لذا فهو يتطلّب كهنة يضعون حياتهم في "خِدْمَةِ المُصالَحة" (2 قور 5، 18) بشكل تُقدَّم فيه للجميع فرصة اكتشاف قوة الغفران المحرِّرة، دون أن يُحرم أي شخص تائب فعلا من الوصول إلى محبة الآب الذي ينتظر رجوعه.

ويمكن أن يشكل مناسبة ملائمة الاحتفالُ بمبادرة 24 ساعة من أجل الرب في فترة قريبة من الأحد الرابع من زمن الصوم، والتي وجدت تأييدا كبيرا في العديد من الأبرشيات وما تزال تشكل دعوة رعوية قوية لعيش سر الاعتراف بزخم.

١۲. استنادا إلى هذه الحاجة، وكي لا يقف أي عائق بين طلب المصالحة ومغفرة الله، أمنح الآن جميع الكهنة، وبقوة خدمتهم، سلطان منح الحلة لمن ارتكبوا خطيئة الإجهاض. إن ما منحتُه لفترة محددة تقتصر على زمن اليوبيل[14] سيُمدد الآن في الزمان على الرغم من أي شيء مخالف لذلك. أود أن أؤكد بكل قواي أن الإجهاض خطيئة فادحة، لأنه يقتل حياة بريئة. ولكن بالقوة نفسها، أستطيع ويجب أن أؤكد أنه لا توجد أي خطيئة لا يمكن أن تبلغها وتقضي عليها رحمة الله عندما تجد قلبا تائبا يريد أن يتصالح مع الآب. فليكن بالتالي كل كاهن قدوة وعضدا وعزاء خلال مرافقة التائبين في مسيرة المصالحة الخاصة هذه.

خلال سنة اليوبيل منحت المؤمنين، الذين، ولأسباب مختلفة، يترددون إلى كنائس يشرف عليها كهنة أخوية القديس بيوس العاشر، إمكانية الحصول على الحلة الأسرارية المشروعة لخطاياهم[15]. من أجل المصلحة الرعوية لهؤلاء المؤمنين، وإذ أثق بالإرادة الطيبة لكهنتهم بغية استعادة الشركة التامة مع الكنيسة الكاثوليكية بعون الله، أمدد بقرار مني هذه السلطة إلى ما بعد الزمن اليوبيلي، وحتى إشعار آخر بهذا الشأن، كي لا يفتقد أحد إلى العلامة الأسرارية للمصالحة من خلال مغفرة الكنيسة.

١۳. إن الرحمة تحمل أيضا وجه العزاء. "عَزُّوا عَزُّوا شَعبي" (أش 40، 1) إنها الكلمات النابعة من القلب التي يُسمعها النبيُ اليوم، كي تصل كلمة الرجاء إلى ضحايا المعاناة والألم. دعونا لا نترك أحدا يسلب منا الرجاء المتأتي من الإيمان بالرب القائم من الموت. صحيح أننا غالبا ما نُمتحن لكن لا بد من الحفاظ على الثقة بأن الرب يحبنا. ورحمته تُعبِّر عن ذاتها أيضا من خلال قرب وعاطفة وعضد الكثير من الأخوة والأخوات عندما يأتي يوم الأحزان والمصائب. مسح الدموع هو عمل ملموس يكسر حلقة الوحدة التي غالبا ما ننغلق فيها.

جميعنا نحتاج إلى العزاء لأن لا أحد مستثنى من المعاناة والألم وسوء الفهم. كم من الألم يمكن أن تسببه كلمة بغيضة، ثمرة الحسد، والغيرة والغضب! كم من المعاناة تولدها خبرة الخيانة والعنف والهجر؛ كم من المرارة نشعر بها أمام موت الأحباء! مع ذلك إن الله لا يكون بعيدا أبدا عندما تقع هذه المآسي. كلمة مشجعة، عناق يُشعرك بأنك مفهوم، لمسة تجعلنا نستشعر بالحب، صلاة تزيدنا قوة... كل هذه الأمور هي تعبير عن قرب الله من خلال العزاء الذي يقدمه الإخوة.

يمكن للصمت في بعض الأحيان أن يساعدنا؛ لأنه لا توجد الكلمات المناسبة أحيانا لتقديم أجوبة على تساؤلات من يتألم. ويمكن أن تعوّض عن غياب الكلمة، رأفةُ الشخص الحاضر والقريب، الذي يحب ويمد يده. وغير صحيح أن الصمت هو علامة الاستسلام، بل على العكس، إنه لحظة قوة ومحبة. حتى الصمت هو جزء من لغة العزاء لأنه يتحول إلى عمل ملموس من مقاسمة ومشاركة آلام الأخ.

١٤. في مرحلة دقيقة مثل هذه، حيث توجد أزمات كثيرة من بينها أزمة العائلة، من الأهمية بمكان أن تصل كلمة مفعمة بالقوة المعزية إلى عائلاتنا. إن عطية الزواج لهي دعوة عظيمة تتماشى مع الحب السخي والأمين والصبور، بنعمة المسيح. إن جمال العائلة لا يتغيّر، على الرغم من النواحي المظلمة والمقترحات البديلة: "إن فرح الحب الذي يُعاش في العائلة هو أيضا فرح الكنيسة"[16]. ودرب الحياة الذي يحمل بالرجل والمرأة نحو التلاقي والحب ويعدان أمام الله بعيش الأمانة إلى الأبد، غالبًا ما ينقطع بسبب المعاناة والخيانة والوحدة. والفرح الناجم عن عطية الأبناء ليس محصَّنًا من قلق الوالدين بشأن نموهم وتنشئتهم، وبشأن مستقبل يستأهل أن يُعاش بزخم.

إن نعمة سر الزواج لا تقوي العائلة فحسب لتصير فسحة مميزة تُعاش فيها الرحمة، بل تُلزِم الجماعة المسيحية وكل العمل الرعوي بإبراز القيمة العظيمة التي تقترحها العائلة. ينبغي ألا تُبعد هذه السنة اليوبيلية أنظارنا عن تعقيد الوضع العائلي الحالي. فخبرة الرحمة تجعلنا قادرين على النظر إلى كل الصعوبات البشرية من وجهة نظر محبة الله التي لا تكلّ من قبول الأشخاص ومرافقتهم[17].

لا يسعنا أن ننسى أن كل شخص يحمل بداخله غنى وثقل تاريخه الخاص، الذي يميزه عن أي شخص آخر. فحياتنا، مع أفراحها وأتراحها، هي شيء فريد من نوعه لا يتكرر، يمرّ أمام نظرة الله الرحومة. وهذا يتطلب قبل كل شيء من قبل الكاهن تمييزًا روحيًا يقظًا، عميقا وبعيد النظر كي يشعر كل شخص، بدون أي استثناء وبغضِّ النظر عن الأوضاع التي يعيش فيها، بأنه مقبول من الله ويتمكن من المشاركة بشكل فاعل في حياة الجماعة ويصير جزءا من شعب الله الذي يسير بلا كلل نحو ملء ملكوت الله، ملكوت العدالة والمحبة والغفران والرحمة.

١٥. تكتسب لحظة الموت أهمية خاصة. لقد عاشت الكنيسة دائمًا هذا العبور المأساوي في ضوء قيامة يسوع المسيح التي فتحت الطريق ليقين الحياة الآتية. أمامنا تحدّ كبير علينا أن نقبله، لاسيما في الثقافة المعاصرة التي غالبًا ما تميل إلى ابتذال الموت إلى حدّ تجاهله أو إخفائه. ينبغي بالأحرى مواجهة الموت والاستعداد له كعبور أليم ومحتّم لكنه مليء بالمعنى: أقصى فعل محبة تجاه الأشخاص الذين يفارقون وتجاه الله الذي يتم الذهاب للقائه. يرافق لحظةَ الموت، في جميع الديانات، وكلحظة الولادة، حضورٌ ديني. إننا نعيش اختبار الجنازة كصلاة مفعمة بالرجاء من أجل نفس الميت ولتعزية المتألمين لفراق الشخص العزيز.

كلي ثقة أننا نحتاج في العمل الرعوي الذي يحرّكه إيمان حيّ، إلى أن يُلمس لمس اليد كم أن العلامات الليتورجية وصلواتنا هي تعبير عن رحمة الرب. فهو نفسه من يقدّم كلمات الرجاء، لأنه لا يمكن أبدًا لشيء أو لأحد أن يفصلنا عن محبته (را. روم 8، 35). إن مشاركة هذه اللحظة من قبل الكاهن لهي مرافقة هامة لكونها تسمح بعيش القرب من الجماعة المسيحية في لحظة الضعف والوحدة، الارتياب والبكاء.

١٦. يُختتم اليوبيل ويُغلق الباب المقدس، لكن باب رحمة قلبنا يبقى دائمًا مشرّعًا. لقد تعلّمنا أن الله ينحني علينا (را. هو 11، 4) كي نتمكّن نحن أيضا من أن نتشبّه به في انحنائنا على الإخوة. وحنين كثيرين للعودة إلى بيت الآب الذي ينتظر قدومهم، يحّركه أيضا شهود صادقون وأسخياء للحنان الإلهي. وقد وضعنا البابُ المقدس الذي عبرناه في هذه السنة اليوبيلية على درب المحبة التي نحن مدعوون للسير عليها يوميًّا بأمانة وفرح. إنها درب الرحمة التي تسمح بلقاء إخوة وأخوات كثيرين يمدّون اليد كي يتمكّن أحد من إمساكها للسير معًا.

إن الرغبة في أن نكون قريبين من المسيح تتطلّب أن نكون قريبين من الإخوة، لأن ما من شيء يرضي الآب أكثر من علامة رحمة ملموسة. والرحمة، وبطبيعتها، تصبح مرئية وملموسة في عمل محسوس وديناميكي. وعند اختبارها في حقيقتها، فلا عودة أبدًا إلى الوراء: فهي تنمو باستمرار وتبدّل الحياة. إنها خليقة جديدة حقيقية تصنع قلبًا جديدًا قادرًا على أن يحب بشكل كامل، وتنقّي العيون كي ترى الاحتياجات الخفيّة. كم هي حقيقية الكلمات التي تصلّي بها الكنيسة في العشية الفصحية بعد قراءة رواية الخلق: "اللهمَّ يا من خلقتَ الإنسانَ على صورتِك ومثالِك خلقًا عجيبًا، وبطريقةٍ أعجبَ فديَتَهُ"[18].

الرحمة تجدّد وتخلّص، لأنها لقاء قلبين: قلب الله الذي يأتي للقاء قلب الإنسان، فيشعر الأخير بالدفء فيما قلب الله يشفيه: يتحوّل قلب الحجر إلى قلب من لحم (را. حز 36، 26)، قادر على أن يحبّ بالرغم من خطيئته، فيدرك أنه حقًّا "خلق جديد" (را. غل 6، 15): أنا محبوب إذًا أنا موجود؛ لقد غُفر لي، وبالتالي أولد ثانية لحياة جديدة؛ لقد رُحمت، وبالتالي أُصبح أداة رحمة.

١۷. خلال السنة المقدسة، لاسيما في "جمعة الرحمة"، تمكّنت من أن ألمس لمس اليد كم من الخير موجود في العالم. وغالبًا ما يكون مجهولاً لأنه يتحقق يوميًا بشكل متواضع وصامت. وحتى إن لم يتناقلها الإعلام، هناك الكثير من العلامات الملموسة للصلاح والحنان الموجّهة إلى الأكثر صغرًا وضعفًا، إلى الوحيدين والمتروكين. هناك حقًا رواد المحبة الذين لا يبخلون بالتضامن على الأكثر فقرًا وتعاسة. نشكر الرب على هذه العطايا الثمينة التي تدعو إلى اكتشاف فرح أن نكون قريبين إزاء ضعف البشرية المجروحة. وبامتنان، أفكر في العديد من المتطوعين الذين يكرّسون كل يوم وقتهم لإظهار حضور الله وقربه من خلال تفانيهم. إن خدمتهم هي عمل رحمة صادق يساعد أشخاصًا كثيرين على الاقتراب من الكنيسة.

١۸. حان الوقت لإفساح المجال أمام إبداع الرحمة من أجل إطلاق أعمال جديدة كثيرة، ثمرة النعمة. تحتاج الكنيسة إلى أن تُخبر اليوم عن تلك "الآيات الأخرى الكثيرة" التي صنعها يسوع "ولم تُكتب" (يو 20، 30)، كي تكون تعبيرًا بليغًا عن خصوبة محبة المسيح والجماعة التي تحيا منه. لقد مرّ أكثر من ألفي عام، ومع ذلك، تستمرّ أعمال الرحمة في جعل صلاح الله مرئيًا.

لا تزال شعوب برمّتها تعاني حتى اليوم من الجوع والعطش، وكم من القلق تسبّبه صور أطفال ليس لديهم ما يأكلونه. جموع من الأشخاص تواصل الهجرة من بلد إلى آخر بحثًا عن الطعام والعمل والمسكن والسلام. إن المرض، وبأنواعه المختلفة، هو سبب دائم للألم الذي يستلزم المساعدة والعزاء والدعم. والسجون هي أماكن غالبًا ما تُضاف فيها، إلى العقوبة المقيّدة، مصاعب تكون خطيرة في بعض الأحيان، ناتجة عن أوضاع حياة غير إنسانية. ولا تزال الأمّية منتشرة جدًا وتحرم الأطفال من أن يتعلّموا وتعرّضهم لأشكال جديدة من العبودية. إن ثقافة الفردانية المنتشرة لاسيما في الغرب، تؤدي إلى فقدان معنى التضامن والمسؤولية إزاء الآخرين. إن الله نفسه يظل مجهولاً اليوم بالنسبة لكثيرين؛ وذلك يمثّل الفقر الأكبر والعائق الأعظم أمام الاعتراف بكرامة الحياة البشرية غير القابلة للانتهاك.

بكلمة، تشكل أعمال الرحمة الجسدية والروحية حتى يومنا هذا التأكيد على التأثير الكبير والإيجابي للرحمة كقيمة اجتماعية. إنها تدفع في الواقع إلى أن نشمّر عن سواعدنا من أجل إعادة الكرامة لملايين الأشخاص الذين هم إخوتنا وأخواتنا المدعوون معنا لبناء "مدينة موثوق بها"[19].

١۹. كثيرة هي علامات الرحمة الملموسة التي تحققت خلال هذه السنة المقدسة. جماعات، عائلات ومؤمنون أفراد قد اكتشفوا مجددًا فرح المشاركة وجمال التضامن. لكن هذا غير كاف. يستمر العالم في خلق أشكال جديدة من الفقر الروحي والمادي تسيء إلى كرامة الأشخاص. ولهذا، ينبغي على الكنيسة أن تكون دائمًا يقظة وجاهزة لتحديد أعمال رحمة جديدة وتحقيقها بسخاء وحماس.

لنبذل إذا كل جهد من أجل إعطاء أشكال ملموسة للمحبة، وبصيرة، في الوقت نفسه، لأعمال الرحمة. لهذه الأخيرة عمل شامل، ولذا تميل إلى الاتساع كبقعة زيت ولا تعرف حدودًا. وعلى هذا النحو، فنحن مدعوون لإعطاء وجه جديد لأعمال الرحمة التي عرفناها دائمًا. إن الرحمة في الواقع تتقدّم؛ تذهب دائمًا إلى ما هو أبعد، هي مثمرة. إنها كالخميرة التي تخمّر العجين (را. متى 13، 33) وكحبة الخردل التي تصبح شجرة (را. لو 13، 19).

يكفي التفكير، على سبيل المثال، بعمل الرحمة الجسدية إكساء العريان (را. متى 25، 36. 38. 43. 44). إنه يعيدنا إلى البدء، إلى جنّة عدن، حين اكتشف آدم وحوّاء أنهما عريانان، وإذ شعرا باقتراب الرب، أحسّا بالخجل واختبآ (را. تك 3، 7 ـ 8). نعلم أن الرب عاقبهما، ولكنه "صنع لآدم وامرأته أقمصةً من جلدٍ وألبسهما" (تك 3، 21). لقد تمّ تخطي الخجل واستُعيدت الكرامة.

لنثبّت النظر أيضًا على يسوع في الجلجلة. إن ابن الله عريان على الصليب؛ أخذ الجنود قميصه واقترعوا عليه (را. يو 19، 23 ـ 24)؛ لم يعد لديه شيء. وعلى الصليب، تظهر إلى أقصى حد مشاركة يسوع مع من فقدوا الكرامة لأنهم محرومون من الضروري. وكما أن الكنيسة مدعوة لتكون "قميص المسيح"[20] لتكسو ربّها، فهكذا هي ملتزمة بالتضامن مع عراة الأرض كي يستعيدوا الكرامة التي جُرّدوا منها. "(كنتُ) عريانًا فكسوتموني" (متى 25، 36)، تُلزم بالتالي بعدم تحويل النظر عن الأشكال الجديدة من الفقر والتهميش التي تمنع الأشخاص من العيش بكرامة.

إن غياب العمل وعدم الحصول على أجر ملائم؛ وعدم التمكّن من الحصول على مسكن أو على أرض للسكن؛ التعرّض للتمييز بسبب الإيمان، العرق، الحالة الاجتماعية...: إن هذه وأخرى كثيرة هي أوضاع تسيء إلى كرامة الإنسان، وإزاءها، يجيب العمل الرحوم للمسيحيين، وقبل كل شيء، باليقظة والتضامن. كم من الأوضاع نستطيع فيها اليوم إعادة الكرامة للأشخاص وتوفير حياة إنسانية! يكفي التفكير بأطفال كثيرين يتعرّضون لأشكال مختلفة من العنف تسلبهم فرح الحياة. إن وجوههم الحزينة والتائهة مطبوعة في ذهني؛ يسألوننا المساعدة كي يتحرّروا من عبوديات العالم المعاصر. هؤلاء الأطفال هم شباب الغد؛ كيف نقوم بإعدادهم للعيش بكرامة ومسؤولية؟ بأي رجاء يستطيعون مواجهة حاضرهم ومستقبلهم؟

يقتضي الطابع الاجتماعي للرحمة عدم البقاء مكتوفي الأيدي وإبعاد اللامبالاة والرياء، كي لا تبقى الخطط والمشاريع حبرًا على ورق. ليساعدنا الروح القدس كي نكون مستعدين دائمًا لتقديم إسهامنا بطريقة فعالة ومتجرّدة، لئلا تبقى العدالة والحياة الكريمة مجرّد كلمات شكلية، بل تكونان الالتزام الملموس لمن يريد الشهادة لحضور ملكوت الله.

۲۰. إننا مدعوون لتنمية ثقافة الرحمة، المرتكزة إلى إعادة اكتشاف اللقاء مع الآخرين: ثقافة لا ينظر فيها أحد إلى الآخر بلامبالاة ولا يحوّل نظره حين يرى معاناة الإخوة. إن أعمال الرحمة "يدوية": لا تشبه أي منها الأخرى؛ تستطيع أيادينا أن تشكّلها بألف طريقة، ومع أن الله الذي يلهمها هو واحد، وواحدة هي "المادة" المصنوعة منها، أي الرحمة نفسها، تتّخذ كل واحدة شكلاً مختلفًا.

في الواقع، إن أعمال الرحمة تلمس حياة الإنسان بكاملها. ولهذا، يمكننا إعطاء حياة لثورة ثقافية حقيقية انطلاقًا من بساطة أعمال قادرة على أن تبلغ الجسد والروح، أي حياة الأشخاص. إنه التزام تستطيع الجماعة المسيحية أن تتبنّاه يقينًا أن كلمة الرب تدعوها دائمًا للخروج من اللامبالاة والفردانية اللتين قد تنغلق فيهما من أجل عيش حياة مريحة خالية من المشاكل. "إن الفقراءَ هم عندكم دائمًا أبدًا" (يو 12، 8)، يقول يسوع لتلاميذه. لا توجد أعذار يمكنها أن تبرّر التقاعس، ونحن نعلم أنه تماهى مع كل واحد منهم.

إن ثقافة الرحمة تتكوّن في الصلاة المثابرة والانفتاح بطواعية على عمل الروح القدس، وفي الالفة مع حياة القديسين والقرب الملموس من الفقراء. إنها دعوة ملحّة لعدم إساءة فهم أين يجب أن نلتزم. إن تجربة ممارسة "نظرية الرحمة" يتم تخطيها بمقدار ما تصبح حياةً يوميةً من المشاركة والمقاسمة. ومن جهة أخرى، لا ينبغي أن ننسى أبدًا كلمات بولس الرسول، متحدثًا عن لقائه مع بطرس، يعقوب ويوحنا، بعد الارتداد، والتي من خلالها يُبرز ناحية جوهرية لرسالته وللحياة المسيحية كلها :" أن نتذكَّرَ الفقراءَ، وهذا ما اجتَهَدتُ أن أقومَ به" (غل 2، 10). لا يمكننا أن ننسى الفقراء: إنها دعوة آنية أكثر من أي وقت مضى تفرض نفسها لوضوحها الإنجيلي.

۲١. إن خبرة اليوبيل تطبع فينا كلمات بطرس الرسول: "كنتم لا تنالونَ الرحمة، وأمَّا الآنَ فقد نلتُمُ الرحمة" (1 بط 2، 10). لا نحتفظنَّ لأنفسنا فقط، وبغيرة، ما نلناه؛ لنتعلّم أن نتقاسمه مع الإخوة المتألمين كي تؤازرهم قوة رحمة الآب. لتنفتح جماعاتنا على بلوغ الذين يعيشون في أراضيها كي تصل إلى الجميع لمسة حنان الله من خلال شهادة المؤمنين.

إنه زمن الرحمة. إن كل يوم في مسيرتنا مطبوع بحضور الله الذي يقود خطانا بقوة النعمة التي يفيضها الروح القدس في القلب ليشكّله ويجعله قادرًا على أن يحب. إنه زمن الرحمة للجميع ولكل واحد، كي لا يشعر أحد بأنه بعيد عن قرب الله وقوة حنانه. إنه زمن الرحمة كي يتمكّن الضعفاء والعزّل والبعيدون والوحيدون من الشعور بحضور الإخوة والأخوات الذين يعضدونهم في الاحتياجات. إنه زمن الرحمة كي يشعر الفقراء أنهم موضع نظرة احترام وانتباه الذين يكتشفون ما هو أساسي في الحياة، من خلال التغلّب على اللامبالاة. إنه زمن الرحمة كي لا يتعب أي خاطئ من طلب المغفرة ومن الشعور بيد الآب الذي يستقبل دائمًا ويعانق.

على ضوء "يوبيل الأشخاص المُهَمّشة اجتماعيا"، وفيما كان يتم إغلاق أبواب الرحمة في جميع كاتدرائيات ومعابد العالم، أدركت أنه يجب، كعلامة ملموسة إضافية لهذه السنة المقدسة غير الاعتيادية، الاحتفالَ في الكنيسة جمعاء باليوم العالمي للفقراء. ويكون هذا أجدر تحضير لعيش عيد ربنا يسوع المسيح ملك الكون، الذي صار شبيها بالصغار وبالفقراء وسوف يقودنا إلى أعمال الرحمة (را. متى 25، 31- 46). إن هذا اليوم سيساعد الجماعات وكلّ معمّد على التفكير حول كيف أن الفقر هو في قلب الإنجيل وحول أنه طالما يبقى لعازار ملقى عند باب بيتنا (را. لو 16، 19- 21)، لن يكون هناك عدل ولا سلام اجتماعي. وسيشكّل هذا اليوم أيضًا نوعًا حقيقيا من التبشير الجديد (را. متى 11، 5)، يُجَدَّد به وجه الكنيسة في عملها، عمل التوبة الرعوية المستمر كي تكون شاهدة للرحمة.

۲۲. لتُكن النظرة الرحيمة لأمّ الله القديسة موجَّهة دائما نحونا. إنها أول من يفتح الطريق ويرافقنا في شهادة المحبة. تجمع أمّ الرحمة الكل تحت ذيل حمايتها، مثلما أراد الفنّ غالبًا أن يصوّرها. لنتّكل على معونتها الوالدية ولنتبع إرشادها الدائم للنظر إلى يسوع، الوجه المشع لرحمة الله.

أُعطي في روما، قرب القديس بطرس، 20 نوفمبر/تشرين الثاني، عيد ربّنا يسوع المسيح ملك الكون، سنة 2016، الرابعة من حبريتي.

فرنسيس

[01867-AR.01] [Testo originale: Arabo]

[B0839-XX.02]

[1] يوحنا 33، 5.

[2] راعي هرماس، XLII،1- 4.

[3] را. الإرشاد الرسولي فرح الإنجيل، 27.

[4] كتاب القداس بحسب الطقس اللاتيني، الأحد الثالث من الزمن الأربعيني.

[5] نفس المرجع، مقدِّمة آحاد زمن السنة ۷.

[6] نفس المرجع، الصلاة الافخارستية الثانية.

[7] نفس المرجع، رتبة التناول.

[8] رتبة التوبة، عدد 46.

[9] سرّ مسحة المرضى والعناية الراعويّة بالمرضى، عدد 76.

[10] را. المجمع الفاتيكاني الثاني، الدستور في الليتورجيا المقدّسة، عدد 106.

[11] المجمع الفاتيكاني الثاني، الدستور العقائدي كلمة الله، عدد 2.

[12] الإرشاد الرسولي، فرح الإنجيل، عدد 142.

[13] را. بندكتس السادس عشر، الإرشاد الرسولي ما بعد السينودس كلمة الرب، 86-87.

[14] را. الرسالة التي يُمنح بموجبها الغفران الكامل لمناسبة يوبيل الرحمة، 1 سبتمبر/أيلول 2015.

[15] را. نفس المرجع.

[16] الإرشاد الرسولي ما بعد السينودس فرح الحب، 1.

[17] را. نفس المرجع، 291 – 300.

[18] كتاب القداس بحسب الطقس اللاتيني، العشية الفصحية، الصلاة بعد القراءة الأولى.

[19] الرسالة العامة. نور الإيمان، 50.

[20] را. قبريانوس، وحدة الكنيسة الكاثوليكية، 7.