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Santa Messa di chiusura dell’Anno Santo della Misericordia, 20.11.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Alle ore 10 di questa mattina, nella Solennità di Cristo Re dell’Universo, sul sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa di chiusura dell’Anno Santo della Misericordia, con i nuovi Cardinali, con il Collegio cardinalizio, con gli Arcivescovi, con i Vescovi e i Presbiteri.

All’inizio della Santa Messa il Santo Padre ha proceduto al Rito di chiusura della Porta Santa della Basilica Vaticana.

Riportiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo corona l’anno liturgico e questo Anno santo della misericordia. Il Vangelo presenta infatti la regalità di Gesù al culmine della sua opera di salvezza, e lo fa in un modo sorprendente. «Il Cristo di Dio, l’eletto, il Re» (Lc 23,35.37) appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano; non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete.

Davvero il regno di Gesù non è di questo mondo (cfr Gv 18,36); ma proprio in esso, ci dice l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, troviamo la redenzione e il perdono (cfr Col 1,13-14). Perché la grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa. Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente. Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,7). Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura.

Oggi, cari fratelli e sorelle, proclamiamo questa singolare vittoria, con la quale Gesù è divenuto il Re dei secoli, il Signore della storia: con la sola onnipotenza dell’amore, che è la natura di Dio, la sua stessa vita, e che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,8). Con gioia condividiamo la bellezza di avere come nostro re Gesù: la sua signoria di amore trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia.

Sarebbe però poca cosa credere che Gesù è Re dell’universo e centro della storia, senza farlo diventare Signore della nostra vita: tutto ciò è vano se non lo accogliamo personalmente e se non accogliamo anche il suo modo di regnare. Ci aiutano in questo i personaggi che il Vangelo odierno presenta. Oltre a Gesù, compaiono tre figure: il popolo che guarda, il gruppo che sta nei pressi della croce e un malfattore crocifisso accanto a Gesù.

Anzitutto, il popolo: il Vangelo dice che «stava a vedere» (Lc 23,35): nessuno dice una parola, nessuno si avvicina. Il popolo sta lontano, a guardare che cosa succede. È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù, di non accettare fino in fondo lo scandalo del suo amore umile, che inquieta il nostro io, che scomoda. Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi. Ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto; a domandarsi, ciascuno ogni giorno: “che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?”

C’è un secondo gruppo, che comprende diversi personaggi: i capi del popolo, i soldati e un malfattore. Tutti costoro deridono Gesù. Gli rivolgono la stessa provocazione: «Salvi se stesso!» (cfr Lc 23,35.37.39) È una tentazione peggiore di quella del popolo. Qui tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo (cfr Lc 4,1-13), perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici! Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore: «salva te stesso» (vv. 37.39); non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo. È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo. Ma di fronte a questo attacco al proprio modo di essere, Gesù non parla, non reagisce. Non si difende, non prova a convincere, non fa un’apologetica della sua regalità. Continua piuttosto ad amare, perdona, vive il momento della prova secondo la volontà del Padre, certo che l’amore porterà frutto.

Per accogliere la regalità di Gesù, siamo chiamati a lottare contro questa tentazione, a fissare lo sguardo sul Crocifisso, per diventargli sempre più fedeli. Quante volte invece, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce. La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio. Quest’Anno della misericordia ci ha invitato a riscoprire il centro, a ritornare all’essenziale. Questo tempo di misericordia ci chiama a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua, e a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria. La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio; a trovare il nostro orientamento solo nella perenne e umile regalità di Gesù, non nell’adeguamento alle precarie regalità e ai mutevoli poteri di ogni epoca.

Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù. Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi. Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati. E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi.

Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva. Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza. Come Dio crede in noi stessi, infinitamente al di là dei nostri meriti, così anche noi siamo chiamati a infondere speranza e a dare opportunità agli altri. Perché, anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza.

Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore. Ringraziamo per questo e ricordiamoci che siamo stati investiti di misericordia per rivestirci di sentimenti di misericordia, per diventare noi pure strumenti di misericordia. Proseguiamo questo nostro cammino, insieme. Ci accompagni la Madonna, anche lei era vicino alla croce, lei ci ha partorito lì come tenera Madre della Chiesa che tutti desidera raccogliere sotto il suo manto. Ella sotto la croce ha visto il buon ladrone ricevere il perdono e ha preso il discepolo di Gesù come suo figlio. È la Madre di misericordia, a cui ci affidiamo: ogni nostra situazione, ogni nostra preghiera, rivolta ai suoi occhi misericordiosi, non resterà senza risposta.

[01866-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

La solennité de Notre Seigneur Jésus-Christ Roi de l’Univers couronne l’année liturgique ainsi que cette Année sainte de la miséricorde. L’Évangile présente, en effet, la royauté de Jésus au sommet de son œuvre de salut, et il le fait de manière surprenante. «Le Messie de Dieu, l’Élu, le Roi» (Lc 23,35.37) apparaît sans pouvoir et sans gloire: il est sur la croix où il semble être plus vaincu que victorieux. Sa royauté est paradoxale: son trône c’est la croix; sa couronne est d’épines, il n’a pas de sceptre mais un roseau lui est mis dans la main; il ne porte pas d’habits somptueux mais il est privé de sa tunique; il n’a pas d’anneaux étincelants aux doigts mais ses mains sont transpercées par les clous; il n’a pas de trésor mais il est vendu pour trente pièces.

Vraiment le royaume de Jésus n’est pas de ce monde (cf. Jn 18,36); mais en lui, nous dit l’Apôtre Paul dans la seconde lecture, nous trouvons la rédemption et le pardon (cf. Col 1,13-14). Car la grandeur de son règne n’est pas la puissance selon le monde mais l’amour de Dieu, un amour capable de rejoindre et de guérir toute chose. Par cet amour, le Christ s’est abaissé jusqu’à nous, il a habité notre misère humaine, il a éprouvé notre condition la plus misérable: l’injustice, la trahison, l’abandon; il a fait l’expérience de la mort, du tombeau, des enfers. De cette manière, notre Roi est allé jusqu’aux limites de l’univers pour embrasser et sauver tout être vivant. Il ne nous a pas condamnés, il ne nous a même pas conquis, il n’a jamais violé notre liberté mais il s’est fait chemin avec l’humble amour qui excuse tout, qui espère tout, qui supporte tout, (cf. 1Co 13,7). Seul cet amour a vaincu et continue à vaincre nos grands adversaires: le péché, la mort, la peur.

Aujourd’hui, chers frères et sœurs, nous proclamons cette singulière victoire par laquelle Jésus est devenu Roi des siècles, le Seigneur de l’histoire: par la seule toute puissance de l’amour qui est la nature de Dieu, sa vie même, et qui n’aura jamais de fin (cf. 1Co13,8). Avec joie nous partageons la beauté d’avoir Jésus comme notre Roi: sa seigneurie d’amour transforme le péché en grâce, la mort en résurrection, la peur en confiance.

Mais ce serait peu de choses de croire que Jésus est Roi de l’univers et centre de l’histoire sans le faire devenir Seigneur de notre vie: tout ceci est vain si nous ne l’accueillons pas personnellement et si nous n’accueillons pas non plus sa manière de régner. Les personnages que l’Évangile de ce jour nous présente nous y aident. En plus de Jésus, trois figures l’accompagnent: le peuple qui regarde, le groupe qui se trouve près de la croix et un malfaiteur crucifié près de Jésus.

D’abord le Peuple: l’Évangile dit qu’il «restait là à observer» (Lc 23,35): personne ne dit un mot, personne ne s’approche. Le peuple est loin, il regarde ce qui se passe. C’est le même peuple qui, en raison de ses besoins, se pressait autour de Jésus, et qui maintenant garde ses distances. Face aux circonstances de la vie ou devant nos attentes non réalisées, nous pouvons nous aussi avoir la tentation de prendre de la distance vis-à-vis de la royauté de Jésus, de ne pas accepter complètement le scandale de son humble amour, qui inquiète notre moi, qui dérange. On préfère rester à la fenêtre, se tenir à part plutôt que s’approcher et se faire proche. Mais le peuple saint, qui a Jésus comme Roi, est appelé à suivre sa voie d’amour concret; à se demander, chacun, tous les jours: «Que me demande l’amour, où me pousse-t-il? Quelle réponse je donne à Jésus par ma vie?»

Il y a un second groupe qui comprend plusieurs personnes: les chefs du peuple, les soldats et un malfaiteur. Tous ceux-là se moquent de Jésus. Ils lui adressent la même provocation: «Qu’il se sauve lui-même!» (cf. Lc 23,35.37.39). C’est une tentation pire que celle du peuple. Ici, ils tentent Jésus comme a fait le diable au début de l’Évangile (cf. Lc 4,1-13), pour qu’il renonce à régner à la manière de Dieu mais qu’il le fasse selon la logique du monde: qu’il descende de la croix et batte ses ennemis! S’il est Dieu, qu’il montre sa puissance et sa supériorité! Cette tentation est une attaque directe contre l’amour: «Sauve-toi toi-même» (vv 37.39); non pas les autres, mais toi-même. Que prévale le moi, avec sa force, avec sa gloire, avec son succès. C’est la tentation la plus terrible, la première et la dernière de l’Évangile. Mais face à cette attaque contre sa manière d’être, Jésus ne parle pas, ne réagit pas. Il ne se défend pas, il ne cherche pas à convaincre, il ne fait pas une apologétique de sa royauté. Il continue plutôt à aimer, il pardonne, il vit le moment de l’épreuve selon la volonté du Père, certain que l’amour portera du fruit.

Pour accueillir la royauté de Jésus nous sommes appelés à lutter contre cette tentation, à fixer le regard sur le Crucifié, pour lui devenir toujours plus fidèles. Que de fois, aussi parmi nous, les sécurités tranquillisantes offertes par le monde sont recherchées. Que de fois n’avons-nous pas été tentés de descendre de la croix. La force d’attraction du pouvoir et du succès a semblé être une voie facile et rapide pour répandre l’Évangile, oubliant trop vite comment opère le règne de Dieu. Cette Année de la miséricorde nous a invités à redécouvrir le centre, à revenir à l’essentiel. Ce temps de miséricorde nous appelle à regarder le vrai visage de notre Roi, celui qui resplendit à Pâques, et à redécouvrir le visage jeune et beau de l’Église qui resplendit quand elle est accueillante, libre, fidèle, pauvre en moyens et riche en amour, missionnaire. La miséricorde, en nous portant au cœur de l’Évangile, nous exhorte aussi à renoncer aux habitudes et aux coutumes qui peuvent faire obstacle au service du règne de Dieu, à trouver notre orientation seulement dans l’éternelle et humble royauté de Jésus, et non dans l’adaptation aux royautés précaires et aux pouvoirs changeants de chaque époque.

Un autre personnage apparaît dans l’Evangile, plus proche de Jésus, le malfaiteur qui le prie en disant: «Jésus, souviens-toi de moi quand tu viendras dans ton royaume» (v. 42). Cette personne, simplement en regardant Jésus, a cru en son règne. Il ne s’est pas fermé sur lui-même, mais, avec ses erreurs, ses péchés et ses ennuis il s’est adressé à Jésus. Il lui a demandé de se souvenir de lui et a éprouvé la miséricorde de Dieu: «Aujourd’hui, avec moi, tu seras dans le Paradis» (v. 43). Dieu se souvient de nous dès que nous lui en donnons la possibilité. Il est prêt à effacer complètement et pour toujours le péché, parce que sa mémoire n’enregistre pas le mal commis et ne tiens pas pour toujours compte des torts subis, à la différence de la nôtre. Dieu n’a pas la mémoire du péché, mais de nous, de chacun de nous, ses enfants bien aimés. Et il croit qu’il est toujours possible de recommencer, de se relever.

Nous aussi, demandons le don de cette mémoire ouverte et vivante. Demandons la grâce de ne jamais fermer les portes de la réconciliation et du pardon, mais de savoir dépasser le mal et les divergences, ouvrant toute voie d’espérance possible. De même que Dieu croit en nous-mêmes, infiniment au-delà de nos mérites, nous aussi sommes appelés à infuser l’espérance et donner leurs chances aux autres. Parce que, même si la Porte Sainte se ferme, la vraie porte de la miséricorde reste pour nous toujours grande ouverte, le Cœur du Christ. Du côté percé du Ressuscité jaillissent jusqu’à la fin des temps la miséricorde, la consolation et l’espérance.

Beaucoup de pèlerins ont passé les Portes saintes et, loin du bruit des commentaires, ont goûté la grande bonté du Seigneur. Remercions pour cela et rappelons-nous que nous avons été investis de miséricorde pour nous revêtir de sentiments miséricorde, pour devenir aussi des instruments de miséricorde. Continuons notre chemin ensemble. Que la Vierge nous accompagne, elle aussi était près de la croix, elle nous a enfantés là comme tendre Mère de l’Église qui désire nous recueillir tous sous son manteau. Sous la croix elle a vu le bon larron recevoir le pardon et elle a pris le disciple de Jésus comme son fils. Elle est la Mère de miséricorde à qui nous nous confions: toute situation, toute prière, présentée à ses yeux miséricordieux ne restera pas sans réponse.

[01866-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The Solemnity of Our Lord Jesus Christ, King of the Universe, is the crown of the liturgical year and this Holy Year of Mercy. The Gospel in fact presents the kingship of Jesus as the culmination of his saving work, and it does so in a surprising way. “The Christ of God, the Chosen One, the King” (Lk 23:35,37) appears without power or glory: he is on the cross, where he seems more to be conquered than conqueror. His kingship is paradoxical: his throne is the cross; his crown is made of thorns; he has no sceptre, but a reed is put into his hand; he does not have luxurious clothing, but is stripped of his tunic; he wears no shiny rings on his fingers, but his hands are pierced with nails; he has no treasure, but is sold for thirty pieces of silver.

Jesus’ reign is truly not of this world (cf. Jn 18:36); but for this reason, Saint Paul tells us in the Second Reading, we find redemption and forgiveness (cf. Col 1:13-14). For the grandeur of his kingdom is not power as defined by this world, but the love of God, a love capable of encountering and healing all things. Christ lowered himself to us out of this love, he lived our human misery, he suffered the lowest point of our human condition: injustice, betrayal, abandonment; he experienced death, the tomb, hell. And so our King went to the ends of the universe in order to embrace and save every living being. He did not condemn us, nor did he conquer us, and he never disregarded our freedom, but he paved the way with a humble love that forgives all things, hopes all things, sustains all things (cf. 1 Cor 13:7). This love alone overcame and continues to overcome our worst enemies: sin, death, fear.

Dear brothers and sisters, today we proclaim this singular victory, by which Jesus became the King of every age, the Lord of history: with the sole power of love, which is the nature of God, his very life, and which has no end (cf. 1 Cor 13:8). We joyfully share the splendour of having Jesus as our King: his rule of love transforms sin into grace, death into resurrection, fear into trust.

It would mean very little, however, if we believed Jesus was King of the universe, but did not make him Lord of our lives: all this is empty if we do not personally accept Jesus and if we do not also accept his way of being King. The people presented to us in today’s Gospel, however, help us. In addition to Jesus, three figures appear: the people who are looking on, those near the cross, and the criminal crucified next to Jesus.

First, the people: the Gospel says that “the people stood by, watching” (Lk 23:35): no one says a word, no one draws any closer. The people keep their distance, just to see what is happening. They are the same people who were pressing in on Jesus when they needed something, and who now keep their distance. Given the circumstances of our lives and our unfulfilled expectations, we too can be tempted to keep our distance from Jesus’ kingship, to not accept completely the scandal of his humble love, which unsettles and disturbs us. We prefer to remain at the window, to stand apart, rather than draw near and be with him. A people who are holy, however, who have Jesus as their King, are called to follow his way of tangible love; they are called to ask themselves, each one each day: “What does love ask of me, where is it urging me to go? What answer am I giving Jesus with my life?”

There is a second group, which includes various individuals: the leaders of the people, the soldiers and a criminal. They all mock Jesus. They provoke him in the same way: “Save yourself!” (Lk 23:35,37,39). This temptation is worse than that of the people. They tempt Jesus, just as the devil did at the beginning of the Gospel (cf. Lk 4:1-13), to give up reigning as God wills, and instead to reign according to the world’s ways: to come down from the cross and destroy his enemies! If he is God, let him show his power and superiority! This temptation is a direct attack on love: “save yourself” (vv. 37,39); not others, but yourself. Claim triumph for yourself with your power, with your glory, with your victory. It is the most terrible temptation, the first and the last of the Gospel. When confronted with this attack on his very way of being, Jesus does not speak, he does not react. He does not defend himself, he does not try to convince them, he does not mount a defence of his kingship. He continues rather to love; he forgives, he lives this moment of trial according to the Father’s will, certain that love will bear fruit.

In order to receive the kingship of Jesus, we are called to struggle against this temptation, called to fix our gaze on the Crucified One, to become ever more faithful to him. How many times, even among ourselves, do we seek out the comforts and certainties offered by the world. How many times are we tempted to come down from the Cross. The lure of power and success seem an easy, quick way to spread the Gospel; we soon forget how the Kingdom of God works. This Year of Mercy invites us to rediscover the core, to return to what is essential. This time of mercy calls us to look to the true face of our King, the one that shines out at Easter, and to rediscover the youthful, beautiful face of the Church, the face that is radiant when it is welcoming, free, faithful, poor in means but rich in love, on mission. Mercy, which takes us to the heart of the Gospel, urges us to give up habits and practices which may be obstacles to serving the Kingdom of God; mercy urges us to orient ourselves only in the perennial and humble kingship of Jesus, not in submission to the precarious regalities and changing powers of every age.

In the Gospel another person appears, closer to Jesus, the thief who begs him: “Jesus, remember me when you come into your kingdom” (v. 42). This person, simply looking at Jesus, believed in his kingdom. He was not closed in on himself, but rather – with his errors, his sins and his troubles – he turned to Jesus. He asked to be remembered, and he experienced God’s mercy: “Today you will be with me in paradise” (v.43). As soon as we give God the chance, he remembers us. He is ready to completely and forever cancel our sin, because his memory – unlike our own – does not record evil that has been done or keep score of injustices experienced. God has no memory of sin, but only of us, of each of us, we who are his beloved children. And he believes that it is always possible to start anew, to raise ourselves up.

Let us also ask for the gift of this open and living memory. Let us ask for the grace of never closing the doors of reconciliation and pardon, but rather of knowing how to go beyond evil and differences, opening every possible pathway of hope. As God believes in us, infinitely beyond any merits we have, so too we are called to instil hope and provide opportunities to others. Because even if the Holy Door closes, the true door of mercy which is the heart of Christ always remains open wide for us. From the lacerated side of the Risen One until the very end of time flow mercy, consolation and hope.

So many pilgrims have crossed the threshold of the Holy Doors, and far away from the clamour of the daily news they have tasted the great goodness of the Lord. We give thanks for this, as we recall how we have received mercy in order to be merciful, in order that we too may become instruments of mercy. Let us go forward on this road together. May our Blessed Lady accompany us, she who was also close to the Cross, she who gave birth to us there as the tender Mother of the Church, who desires to gather all under her mantle. Beneath the Cross, she saw the good thief receive pardon, and she took Jesus’ disciple as her son. She is Mother of Mercy, to whom we entrust ourselves: every situation we are in, every prayer we make, when lifted up to his merciful eyes, will find an answer.

[01866-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Der Christkönigssonntag krönt das Kirchenjahr und dieses Heilige Jahr der Barmherzigkeit. Das Evangelium stellt das Königtum Christi nämlich auf dem Höhepunkt seines Erlösungswerkes dar, und zwar auf erstaunliche Weise. »Der erwählte Messias Gottes«, »der König« (Lk 23,35.37) erscheint ohne Macht und Ruhm: Er hängt am Kreuz und scheint eher Besiegter als Sieger zu sein. Sein Königtum ist paradox: Sein Thron ist das Kreuz, seine Krone ist aus Dornen; er hat kein Zepter, sondern ein Rohr wird ihm in die Hand gedrückt; er trägt keine prunkvollen Gewänder, sondern wird seiner Kleider beraubt; er trägt keine funkelnden Ringe am Finger, sondern seine Hände sind von Nägeln durchbohrt; er besitzt keine Schätze, sondern wird für dreißig Silberstücke verkauft.

Sein Reich ist wirklich nicht von dieser Welt (vgl. Joh 18,36), aber genau in ihm, wie uns der Apostel Paulus in der zweiten Lesung sagt, finden wir Erlösung und Vergebung (vgl. Kol 1,13-14). Denn die Größe seines Reiches besteht nicht in der Macht nach Maßstäben der Welt, sondern gemäß der Liebe Gottes, einer Liebe, die alles erreichen und heilen kann. Aufgrund dieser Liebe hat sich Christus bis zu uns herab erniedrigt, hat in unserem menschlichen Elend Wohnung genommen, hat unser widrigstes Menschsein erfahren: Ungerechtigkeit, Verrat, Verlassenheit; er hat Tod, Grab und Hölle erfahren. Auf diese Weise ging unser König bis an die Grenzen des Universums, um alles Leben zu umarmen und zu retten. Er hat uns nicht verdammt, er hat uns auch nicht bezwungen, er hat nie unsere Freiheit verletzt, sondern er hat sich einen Weg gebahnt durch die demütige Liebe, die alles erträgt, die allem standhält, die alles hofft (vgl. 1Kor 13,7). Nur diese Liebe hat unsere großen Widersacher Sünde, Tod und Angst besiegt und besiegt sie weiter.

Heute, liebe Brüder und Schwestern, verkünden wir diesen einzigartigen Sieg, durch den Jesus König der Zeiten, der Herr der Geschichte geworden ist: mit der bloßen Allmacht der Liebe, welche das Wesen Gottes, sein Leben selbst ist und die niemals aufhört (vgl. 1Kor 13,8). Freudig teilen wir die Schönheit, Jesus zum König zu haben. Seine Herrschaft verwandelt Sünde in Gnade, Tod in Auferstehung, Angst in Vertrauen.

Es wäre aber wenig, nur an Jesus als König des Universums und Mitte der Geschichte zu glauben, ohne ihn zum Herrn unseres Lebens werden zu lassen: All das ist umsonst, wenn wir ihn nicht persönlich aufnehmen und wenn wir nicht auch seine Art zu herrschen aufnehmen. Dabei helfen uns die Personen, die das heutige Evangelium vorstellt. Neben Jesus treten drei Figuren auf: das schaulustige Volk, die Gruppe der Menschen beim Kreuz und der Verbrecher neben Christus am Kreuz.

Zunächst die Leute: Das Evangelium sagt, sie »standen dabei und schauten zu« (Lk 23,35). Keiner sagt ein Wort, keiner geht näher heran. Die Leute stehen weit entfernt, um zu schauen, was passiert. Es sind die gleichen Leute, die sich für die eigenen Bedürfnisse um Jesus gedrängt haben und jetzt Distanz halten. Angesichts der Lebensumstände oder unserer nicht verwirklichten Erwartungen können auch wir versucht sein, auf Distanz zum Königtum Jesu zu gehen, nicht bis zum Äußersten das Ärgernis seiner demütigen Liebe anzunehmen, die unser Ich erregt und stört. Man bevorzugt, am Fenster zu bleiben, eher abseits zu stehen, als sich zu nähern und sich zum Mitmenschen zu machen. Das heilige Volk Gottes aber, das Jesus zum König hat, ist gerufen, seinem Weg der konkreten Liebe zu folgen, sich zu fragen – ein jeder, täglich: „Was verlangt die Liebe von mir, wohin drängt sie mich? Welche Antwort gebe ich Jesus mit meinem Leben?“

Es gibt eine zweite Gruppe, die sich aus verschiedenen Personen zusammensetzt: die führenden Männer des Volkes, die Soldaten und ein Verbrecher. Sie alle verspotten Jesus. Sie richten an ihn die gleiche Provokation: »Er soll sich selbst helfen« (vgl. Lk 23,35.37.39). Das ist eine schlimmere Versuchung als die der Leute. Hier versuchen sie Jesus, so wie es der Teufel zu Beginn des Evangeliums tat (vgl. Lk 4,1-13), damit er darauf verzichte, auf die Weise Gottes zu herrschen, und stattdessen nach der Logik der Welt: Steig vom Kreuz herab und besiege die Feinde! Wenn du Gott bist, zeig Macht und Überlegenheit! Diese Versuchung ist ein direkter Angriff gegen die Liebe: »Hilf dir selbst!« (Vv. 37.39), nicht den anderen, sondern dir selbst. Das Ich möge siegen mit seiner Kraft, mit seinem Ruhm, mit seinem Erfolg. Das ist die furchtbarste Versuchung, die erste und die letzte des Evangeliums. Doch angesichts dieses Angriffs auf das ureigene Wesen seiner Person sagt Jesus nichts, er reagiert nicht. Er verteidigt sich nicht, er versucht nicht zu überzeugen, er gibt keine Rechtfertigung seines Königtums. Er liebt vielmehr weiter, vergibt, lebt den Augenblick der Prüfung im Einklang mit dem Willen des Vaters und in der Gewissheit, dass die Liebe Frucht bringen wird.

Um das Königtum Christi aufzunehmen, sind wir gerufen, gegen diese Versuchung zu kämpfen und den Blick auf den Gekreuzigten zu richten und ihm so immer treuer zu werden. Wie oft werden hingegen auch unter uns die befriedigenden Sicherheiten gesucht, welche die Welt bietet. Wie oft sind wir versucht, vom Kreuz herabzusteigen. Die Anziehungskraft der Macht und des Erfolgs scheinen ein leichter und schneller Weg für die Verbreitung des Evangeliums zu sein und rasch wird dabei vergessen, wie das Reich Gottes wirkt. Dieses Jahr der Barmherzigkeit hat uns eingeladen, die Mitte wiederzuentdecken, zum Wesentlichen zurückzukehren. Diese Zeit der Barmherzigkeit ruft uns dazu auf, auf das wahre Antlitz unseres Königs zu schauen, das zu Ostern aufleuchtet, und das junge und schöne Antlitz der Kirche wiederzuentdecken, das aufstrahlt, wenn sie gastfreundlich, frei, treu, arm an Gütern, doch reich an Liebe und missionarisch ist. Wenn die Barmherzigkeit uns ins Herz des Evangeliums führt, dann fordert sie uns auch auf, auf die Gewohnheiten und Gebräuche zu verzichten, die den Dienst am Reich Gottes behindern können; sie mahnt uns, uns nur am bleibenden demütigen Königtum Jesu zu orientieren und uns nicht an die unsicheren Königtümer und unbeständigen Mächte einer jeden Zeit anzupassen.

Im Evangelium tritt noch eine weitere Gestalt auf, die näher bei Jesus ist. Es ist der Verbrecher, der ihn bittet: »Jesus, denk an mich, wenn du in dein Reich kommst« (V. 42). Dieser Mensch hat einfach auf Jesus geschaut und dadurch an sein Reich geglaubt. Er hat sich nicht in sich verschlossen, sondern hat sich mit seinen Fehlern, seinen Sünden und Schwierigkeiten an Jesus gewandt. Er hat darum gebeten, an ihn zu denken, und er hat die Barmherzigkeit Gottes erfahren: »Heute noch wirst du mit mir im Paradies sein« (V. 43). Sobald wir ihm die Möglichkeit dazu geben, denkt Gott an uns. Er ist bereit, die Sünde vollständig und für immer zu tilgen, denn sein Gedächtnis zeichnet nicht das getane Böse auf und stellt nicht immer das erlittene Unrecht in Rechnung, wie es das unsere tut. Gott denkt nicht an die Sünde, er denkt an uns, an einen jeden von uns, seine geliebten Kinder. Und er glaubt, dass es immer möglich ist, neu zu beginnen und wiederaufzustehen.

Bitten auch wir und die Gabe dieses offenen und lebendigen Gedächtnisses. Bitten wir um die Gnade, nie die Türen der Versöhnung und der Vergebung zu verschließen, sondern stets über das Böse und die Divergenzen hinauszugehen und so jeden möglichen Weg der Hoffnung zu eröffnen. So wie Gott ungeachtet unserer Verdienste grenzenlos an uns selbst glaubt, sind auch wir gerufen, den anderen Hoffnung zuzusprechen und Chancen zu geben. Denn auch wenn die Heilige Pforte geschlossen wird, steht uns die wahre Pforte der Barmherzigkeit, das Herz Christi, immer weit offen. Aus der geöffneten Seite des Auferstandenen strömen bis zum Ende der Zeiten Barmherzigkeit, Trost und Hoffnung.

Viele Pilger haben die Heiligen Pforten durchschritten und jenseits lauter Berichterstattungen die große Güte des Herrn erfahren. Wir wollen dafür danken und uns daran erinnern, dass uns Barmherzigkeit zuteilwurde, damit wir die Gesinnung der Barmherzigkeit anlegen und auch wir zu Werkzeugen der Barmherzigkeit werden. Gehen wir diesen Weg weiter – gemeinsam. Dabei begleite uns die Gottesmutter Maria. Auch sie war nahe beim Kreuz und hat uns dort als liebevolle Mutter der Kirche geboren, die alle unter ihrem Mantel sammeln will. Unter dem Kreuz hat sie gesehen, wie der gute Schächer Vergebung erlangt hat, und hat den Jünger Jesu als ihren Sohn angenommen. Sie ist die Mutter der Barmherzigkeit und wir vertrauen uns ihr an: Keine Begebenheit, kein Gebet, mit denen wir vor ihre barmherzigen Augen kommen, wird ohne Antwort bleiben.

[01866-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

La solemnidad de Jesucristo, Rey del Universo corona el año litúrgico y este Año santo de la misericordia. El Evangelio presenta la realeza de Jesús al culmen de su obra de salvación, y lo hace de una manera sorprendente. «El Mesías de Dios, el Elegido, el Rey» (Lc 23,35.37) se presenta sin poder y sin gloria: está en la cruz, donde parece más un vencido que un vencedor. Su realeza es paradójica: su trono es la cruz; su corona es de espinas; no tiene cetro, pero le ponen una caña en la mano; no viste suntuosamente, pero es privado de la túnica; no tiene anillos deslumbrantes en los dedos, sino sus manos están traspasadas por los clavos; no posee un tesoro, pero es vendido por treinta monedas.

Verdaderamente el reino de Jesús no es de este mundo (cf. Jn 18,36); pero justamente es aquí —nos dice el Apóstol Pablo en la segunda lectura—, donde encontramos la redención y el perdón (cf. Col 1,13-14). Porque la grandeza de su reino no es el poder según el mundo, sino el amor de Dios, un amor capaz de alcanzar y restaurar todas las cosas. Por este amor, Cristo se abajó hasta nosotros, vivió nuestra miseria humana, probó nuestra condición más ínfima: la injusticia, la traición, el abandono; experimentó la muerte, el sepulcro, los infiernos. De esta forma nuestro Rey fue incluso hasta los confines del Universo para abrazar y salvar a todo viviente. No nos ha condenado, ni siquiera conquistado, nunca ha violado nuestra libertad, sino que se ha abierto paso por medio del amor humilde que todo excusa, todo espera, todo soporta (cf. 1 Co 13,7). Sólo este amor ha vencido y sigue venciendo a nuestros grandes adversarios: el pecado, la muerte y el miedo.

Hoy queridos hermanos y hermanas, proclamamos está singular victoria, con la que Jesús se ha hecho el Rey de los siglos, el Señor de la historia: con la sola omnipotencia del amor, que es la naturaleza de Dios, su misma vida, y que no pasará nunca (cf. 1 Co 13,8). Compartimos con alegría la belleza de tener a Jesús como nuestro rey; su señorío de amor transforma el pecado en gracia, la muerte en resurrección, el miedo en confianza.

Pero sería poco creer que Jesús es Rey del universo y centro de la historia, sin que se convierta en el Señor de nuestra vida: todo es vano si no lo acogemos personalmente y si no lo acogemos incluso en su modo de reinar. En esto nos ayudan los personajes que el Evangelio de hoy presenta. Además de Jesús, aparecen tres figuras: el pueblo que mira, el grupo que se encuentra cerca de la cruz y un malhechor crucificado junto a Jesús.

En primer lugar, el pueblo: el Evangelio dice que «estaba mirando» (Lc 23,35): ninguno dice una palabra, ninguno se acerca. El pueblo esta lejos, observando qué sucede. Es el mismo pueblo que por sus propias necesidades se agolpaba entorno a Jesús, y ahora mantiene su distancia. Frente a las circunstancias de la vida o ante nuestras expectativas no cumplidas, también podemos tener la tentación de tomar distancia de la realeza de Jesús, de no aceptar totalmente el escándalo de su amor humilde, que inquieta nuestro «yo», que incomoda. Se prefiere permanecer en la ventana, estar a distancia, más bien que acercarse y hacerse próximo. Pero el pueblo santo, que tiene a Jesús como Rey, está llamado a seguir su camino de amor concreto; a preguntarse cada uno todos los días: «¿Qué me pide el amor? ¿A dónde me conduce? ¿Qué respuesta doy a Jesús con mi vida?».

Hay un segundo grupo, que incluye diversos personajes: los jefes del pueblo, los soldados y un malhechor. Todos ellos se burlaban de Jesús. Le dirigen la misma provocación: «Sálvate a ti mismo» (cf. Lc 23,35.37.39). Es una tentación peor que la del pueblo. Aquí tientan a Jesús, como lo hizo el diablo al comienzo del Evangelio (cf. Lc 4,1-13), para que renuncie a reinar a la manera de Dios, pero que lo haga según la lógica del mundo: baje de la cruz y derrote a los enemigos. Si es Dios, que demuestre poder y superioridad. Esta tentación es un ataque directo al amor: «Sálvate a ti mismo» (vv. 37. 39); no a los otros, sino a ti mismo. Prevalga el yo con su fuerza, con su gloria, con su éxito. Es la tentación más terrible, la primera y la última del Evangelio. Pero ante este ataque al propio modo de ser, Jesús no habla, no reacciona. No se defiende, no trata de convencer, no hace una apología de su realeza. Más bien sigue amando, perdona, vive el momento de la prueba según la voluntad del Padre, consciente de que el amor dará su fruto.

Para acoger la realeza de Jesús, estamos llamados a luchar contra esta tentación, a fijar la mirada en el Crucificado, para ser cada vez más fieles. Cuántas veces en cambio, incluso entre nosotros, se buscan las seguridades gratificantes que ofrece el mundo. Cuántas veces hemos sido tentados a bajar de la cruz. La fuerza de atracción del poder y del éxito se presenta como un camino fácil y rápido para difundir el Evangelio, olvidando rápidamente el reino de Dios como obra. Este Año de la misericordia nos ha invitado a redescubrir el centro, a volver a lo esencial. Este tiempo de misericordia nos llama a mirar al verdadero rostro de nuestro Rey, el que resplandece en la Pascua, y a redescubrir el rostro joven y hermoso de la Iglesia, que resplandece cuando es acogedora, libre, fiel, pobre en los medios y rica en el amor, misionera. La misericordia, al llevarnos al corazón del Evangelio, nos exhorta también a que renunciemos a los hábitos y costumbres que pueden obstaculizar el servicio al reino de Dios; a que nos dirijamos sólo a la perenne y humilde realeza de Jesús, no adecuándonos a las realezas precarias y poderes cambiantes de cada época.

En el Evangelio aparece otro personaje, más cercano a Jesús, el malhechor que le ruega diciendo: «Jesús, acuérdate de mí cuando llegues a tu reino» (v. 42). Esta persona, mirando simplemente a Jesús, creyó en su reino. Y no se encerró en sí mismo, sino que con sus errores, sus pecados y sus dificultades se dirigió a Jesús. Pidió ser recordado y experimentó la misericordia de Dios: «hoy estarás conmigo en el paraíso» (v. 43). Dios, a penas le damos la oportunidad, se acuerda de nosotros. Él está dispuesto a borrar por completo y para siempre el pecado, porque su memoria, no como la nuestra, olvida el mal realizado y no lleva cuenta de las ofensas sufridas. Dios no tiene memoria del pecado, sino de nosotros, de cada uno de nosotros, sus hijos amados. Y cree que es siempre posible volver a comenzar, levantarse de nuevo.

Pidamos también nosotros el don de esta memoria abierta y viva. Pidamos la gracia de no cerrar nunca la puerta de la reconciliación y del perdón, sino de saber ir más allá del mal y de las divergencias, abriendo cualquier posible vía de esperanza. Como Dios cree en nosotros, infinitamente más allá de nuestros méritos, también nosotros estamos llamados a infundir esperanza y a dar oportunidad a los demás. Porque, aunque se cierra la Puerta santa, permanece siempre abierta de par en par para nosotros la verdadera puerta de la misericordia, que es el Corazón de Cristo. Del costado traspasado del Resucitado brota hasta el fin de los tiempos la misericordia, la consolación y la esperanza.

Muchos peregrinos han cruzado la Puerta santa y lejos del ruido de las noticias has gustado la gran bondad del Señor. Damos gracias por esto y recordamos que hemos sido investidos de misericordia para revestirnos de sentimientos de misericordia, para ser también instrumentos de misericordia. Continuemos nuestro camino juntos. Nos acompaña la Virgen María, también ella estaba junto a la cruz, allí ella nos ha dado a luz como tierna Madre de la Iglesia que desea acoger a todos bajo su manto. Ella, junto a la cruz, vio al buen ladrón recibir el perdón y acogió al discípulo de Jesús como hijo suyo. Es la Madre de misericordia, a la que encomendamos: todas nuestras situaciones, todas nuestras súplicas, dirigidas a sus ojos misericordiosos, que no quedarán sin respuesta.

[01866-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

A solenidade de Nosso Senhor Jesus Cristo Rei do Universo coroa o ano litúrgico e este Ano Santo da Misericórdia. Na verdade, o Evangelho apresenta a realeza de Jesus no auge da sua obra salvadora e fá-lo duma maneira surpreendente. «O Messias de Deus, o Eleito, (…) o Rei» (Lc 23, 35.37) aparece sem poder nem glória: está na cruz, onde parece mais um vencido do que um vencedor. A sua realeza é paradoxal: o seu trono é a cruz; a sua coroa é de espinhos; não tem um cetro, mas põem-Lhe uma cana na mão; não usa vestidos sumptuosos, mas é privado da própria túnica; não tem anéis brilhantes nos dedos, mas as mãos trespassadas pelos pregos; não possui um tesouro, mas é vendido por trinta moedas.

Verdadeiramente não é deste mundo o reino de Jesus (cf. Jo 18, 36); mas precisamente nele – diz-nos o apóstolo Paulo na segunda leitura – é que encontramos a redenção e o perdão (cf. Col 1, 13-14). Porque a grandeza do seu reino não está na força segundo o mundo, mas no amor de Deus, um amor capaz de alcançar e restaurar todas as coisas. Por este amor, Cristo abaixou-Se até nós, viveu a nossa miséria humana, provou a nossa condição mais ignóbil: a injustiça, a traição, o abandono; experimentou a morte, o sepulcro, a morada dos mortos. Assim Se aventurou o nosso Rei até aos confins do universo, para abraçar e salvar todo o vivente. Não nos condenou, nem sequer nos conquistou, nunca violou a nossa liberdade, mas abriu caminho com o amor humilde, que tudo desculpa, tudo espera, tudo suporta (cf. 1 Cor 13, 7). Unicamente este amor venceu e continua a vencer os nossos grandes adversários: o pecado, a morte, o medo.

Hoje, amados irmãos e irmãs, proclamamos esta vitória singular, pela qual Jesus Se tornou o Rei dos séculos, o Senhor da história: apenas com a omnipotência do amor, que é a natureza de Deus, a sua própria vida, e que nunca terá fim (cf. 1 Cor 13, 8). Jubilosamente compartilhamos a beleza de ter Jesus como nosso Rei: o seu domínio de amor transforma o pecado em graça, a morte em ressurreição, o medo em confiança.

Mas seria demasiado pouco crer que Jesus é Rei do universo e centro da história, sem fazê-Lo tornar-Se Senhor da nossa vida: tudo aquilo será vão, se não O acolhermos pessoalmente e se não acolhermos também o seu modo de reinar. Nisto, ajudam-nos os personagens presentes no Evangelho de hoje. Além de Jesus, aparecem três tipos de figuras: o povo que olha, o grupo que está aos pés da cruz e um malfeitor crucificado ao lado de Jesus.

Começamos pelo povo. O Evangelho diz que «permanecia ali, a observar» (Lc 23, 35): ninguém se pronuncia, ninguém se aproxima. O povo permanece longe, a ver o que sucedia. É o mesmo povo que, levado pelas próprias necessidades, se aglomerava à volta de Jesus e, agora, se mantém à distância. Vendo certas circunstâncias da vida ou as nossas expectativas por realizar, podemos também nós ser tentados a manter a distância da realeza de Jesus, não aceitando completamente o escândalo do seu amor humilde, que interpela o nosso eu e o desassossega. Prefere-se ficar à janela, alhear-se, em vez de se avizinhar e fazer-se próximo. Mas o povo santo, que tem Jesus como Rei, é chamado a seguir o seu caminho de amor concreto; a interrogar-se, diariamente, cada um para si: «Que me pede o amor, para onde me impele? Que resposta dou a Jesus com a minha vida?»

Temos depois um segundo grupo, que engloba vários personagens: os chefes do povo, os soldados e um dos malfeitores. Todos eles escarnecem de Jesus, dirigindo-Lhe a mesma provocação: «Salve-Se a Si mesmo» (cf. Lc 23, 35.37.39). É uma tentação pior do que a do povo. Aqui tentam Jesus, como fez o diabo ao início do Evangelho (cf. Lc 4, 1-13), para que renuncie a reinar à maneira de Deus e o faça segundo a lógica do mundo: desça da cruz e derrote os inimigos! Se é Deus, demonstre força e superioridade! Esta tentação é um ataque contra o amor: «Salva-te a ti mesmo» (Lc 23, 37.39); não os outros, mas a ti mesmo. Prevaleça o eu com a sua força, a sua glória, o seu sucesso. É a tentação mais terrível; a primeira e a última do Evangelho. Entretanto Jesus, face a este ataque ao seu próprio modo de ser, não fala, não reage. Não Se defende, não tenta convencer, não há uma apologética da sua realeza. Mas antes continua a amar, perdoa, vive o momento da prova segundo a vontade do Pai, seguro de que o amor dará fruto.

Para acolher a realeza de Jesus, somos chamados a lutar contra esta tentação, a fixar o olhar no Crucificado, para Lhe sermos fiéis cada vez mais. Mas, em vez disso, quantas vezes se procuraram – mesmo entre nós – as seguranças gratificantes oferecidas pelo mundo! Quantas vezes nos sentimos tentados a descer da cruz! A força de atração que tem o poder e o sucesso pareceu um caminho mais fácil e rápido para difundir o Evangelho, esquecendo depressa como atua o reino de Deus. Este Ano da Misericórdia convidou-nos a descobrir novamente o centro, a regressar ao essencial. Este tempo de misericórdia chama-nos a contemplar o verdadeiro rosto do nosso Rei, aquele que brilha na Páscoa, e a descobrir novamente o rosto jovem e belo da Igreja, que brilha quando é acolhedora, livre, fiel, pobre de meios e rica no amor, missionária. A misericórdia, levando-nos ao coração do Evangelho, anima-nos também a renunciar a hábitos e costumes que possam obstaculizar o serviço ao reino de Deus, a encontrar a nossa orientação apenas na realeza perene e humilde de Jesus, e não na acomodação às realezas precárias e aos poderes mutáveis de cada época.

No Evangelho, aparece outro personagem, mais perto de Jesus, o malfeitor que O invoca dizendo: «Jesus, lembra-Te de mim, quando estiveres no teu Reino» (Lc 23, 42). Com a simples contemplação de Jesus, ele acreditou no seu Reino. E não se fechou em si mesmo, mas, com os seus erros, os seus pecados e os seus problemas, dirigiu-se a Jesus. Pediu para ser lembrado, e saboreou a misericórdia de Deus: «Hoje estarás comigo no Paraíso» (Lc 23, 43). Deus, logo que Lhe damos tal possibilidade, lembra-Se de nós. Está pronto a apagar completamente e para sempre o pecado, porque a sua memória não é como a nossa: não regista o mal feito, nem continua a ter em conta as ofensas sofridas. Deus não tem memória do pecado, mas de nós, de cada um de nós, seus filhos amados. E crê que é sempre possível recomeçar, levantar-se.

Peçamos, também nós, o dom desta memória aberta e viva. Peçamos a graça de não fechar jamais as portas da reconciliação e do perdão, mas saber ultrapassar o mal e as divergências, abrindo todas as vias possíveis de esperança. Assim como Deus acredita em nós próprios, infinitamente para além dos nossos méritos, assim também nós somos chamados a infundir esperança e a dar uma oportunidade aos outros. Com efeito, embora se feche a Porta Santa, continua sempre escancarada para nós a verdadeira porta da misericórdia que é o Coração de Cristo. Do lado trespassado do Ressuscitado jorram até ao fim dos tempos a misericórdia, a consolação e a esperança.

Muitos peregrinos atravessaram as Portas Santas e, longe do fragor dos noticiários, saborearam a grande bondade do Senhor. Agradeçamos ao Senhor por isso e recordemo-nos de que fomos investidos em misericórdia para nos revestir de sentimentos de misericórdia, para nos tornarmos, nós também, instrumentos de misericórdia. Prossigamos, juntos, este nosso caminho. Acompanhe-nos Nossa Senhora! Também Ela estava junto da cruz; lá nos deu à luz enquanto terna Mãe da Igreja, que a todos deseja abrigar sob o seu manto. Ao pé da cruz, Ela viu o bom ladrão receber o perdão e tomou o discípulo de Jesus como seu filho. É a Mãe de misericórdia, a quem nos consagramos: cada situação nossa, cada oração nossa, dirigida aos seus olhos misericordiosos, não ficará sem resposta.

[01866-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Uroczystość Jezusa Chrystusa Króla Wszechświata stanowi ukoronowanie roku liturgicznego i obecnego Roku Świętego Miłosierdzia. Ewangelia rzeczywiście przedstawia królewskość Jezusa u zwieńczenia Jego dzieła zbawczego, i czyni to w sposób zaskakujący. „Mesjasz, Wybraniec Boży, Król” (Łk 23,35.37) pojawia się bez żadnej władzy ani chwały: jest przybity do krzyża, gdzie wygląda bardziej na pokonanego niż na zwycięzcę. Jego królewskość jest paradoksalna: Jego tronem jest krzyż; Jego korona zrobiona jest z cierni; nie ma berła, ale dano Mu w rękę trzcinę; nie nosi zbytkownych szat, ale został odarty z tuniki; nie ma błyszczących pierścieni na palcach, ale ręce przebite gwoździami; nie ma skarbu, ale zostaje sprzedany za trzydzieści srebrników.

Naprawdę Królestwo Jezusa nie jest z tego świata (por. J 18,36); ale właśnie w Nim, jak mówi Apostoł Paweł w drugim czytaniu, znajdujemy odkupienie i przebaczenie (por. Kol 1,13-14). Wspaniałość Jego królestwa nie jest bowiem władzą według kryteriów świata, lecz Bożą miłością, miłością zdolną by dotrzeć i uzdrowić wszystko. Ze względu na tę miłość Chrystus zniżył się do nas, przeżywał naszą ludzką niedolę, doświadczał naszej najgorszej kondycji: niesprawiedliwości, zdrady, opuszczenia; doświadczył śmierci, grobu, otchłani. W ten sposób nasz król wyszedł do granic wszechświata, aby ogarnąć i zbawić wszystko, co żyje. Nie potępił nas, nawet nas nie pokonał, nigdy nie naruszył naszej wolności, ale stał się drogą z pokorną miłością, która wszystko usprawiedliwia, we wszystkim pokłada nadzieję, wszystko znosi (por. 1 Kor 13,7). Tylko ta miłość pokonała i nadal pokonuje naszych wielkich nieprzyjaciół: grzech, śmierć, lęk.

Dzisiaj, drodzy bracia i siostry, głosimy to szczególne zwycięstwo, poprzez które Jezus stał się Królem wieków, Panem dziejów: jedynie z wszechmocą miłości, która jest naturą Boga, Jego własnym życiem, które nigdy się nie skończy (por. 1 Kor 13,8). Z radością dzielimy się pięknem posiadania Jezusa jako naszego Króla: Jego panowanie miłości przemienia grzech w łaskę, śmierć w zmartwychwstanie, lęk w ufność.

Byłoby to jednak za mało, gdybyśmy wierzyli, że Jezus jest Królem wszechświata i centrum historii, nie czyniąc Go Panem naszego życia: wszystko to jest próżne, jeśli Go nie przyjmiemy osobiście i jeśli nie przyjmiemy także Jego sposobu panowania. Pomagają nam w tym osoby, które przedstawia dzisiejsza Ewangelia. Oprócz Jezusa, pojawiają się trzy figury: ludzie patrzący, grupa osób stojących w pobliżu krzyża i złoczyńca ukrzyżowany obok Jezusa.

Przede wszystkim, lud: Ewangelia mówi, że „stał i patrzył” (Łk 23,35): nikt nie mówi ani słowa, nikt się nie zbliża. Lud stoi z dala, obserwując, co się dzieje. Jest to ten sam lud, który ze względu na swoje potrzeby cisnął się wokół Jezusa, a teraz trzyma się na dystans. W obliczu okoliczności życia i naszych niespełnionych oczekiwań także i my możemy być kuszeni, by nabrać dystansu do królowania Jezusa, by nie akceptować do końca zgorszenia Jego pokornej miłości, która niepokoi nasze ego, która przeszkadza. Wolimy pozostać raczej przy oknie, pozostać na uboczu, niż zbliżyć się i stać się bliźnimi. Jednak lud święty, który ma Jezusa za Króla, jest powołany, aby iść Jego drogą konkretnej miłości; by każdy zastanawiał się codziennie: „Czego żąda ode mnie miłość, gdzie mnie popycha? Jaką odpowiedź dam Jezusowi moim życiem?”.

Jest też druga grupa, do której należą różne osoby: zwierzchnicy ludu, żołnierze i złoczyńca. Wszyscy oni wyśmiewają Jezusa. Kierują do Niego tę samą zaczepkę „wybaw sam siebie” (Łk 23,35.37.39). Jest to gorsza pokusa, niż ​​pokusa ludu. Tutaj kuszą Jezusa, tak jak to czynił diabeł na początku Ewangelii (por. Łk 4,1-13), aby zrezygnował z panowania na sposób Boży, lecz czynił to zgodnie z logiką tego świata: by zszedł z krzyża i pokonał nieprzyjaciół! Jeśli jesteś Bogiem ukaż moc i wyższość! Ta pokusa jest bezpośrednim atakiem na miłość: „wybaw sam siebie” (ww. 37.39.); nie innych, ale siebie. Niech zwycięży ego z jego mocą, z jego chwałą, z jego sukcesem. To najstraszniejsza pokusa, pierwsza i ostatnia pokusa Ewangelii. Ale wobec tego ataku na swój sposób bycia, Jezus nic nie mówi, nie reaguje. Nie broni się, nie stara się przekonać, nie broni swego królowania. Nie przestaje kochać, przebaczać, przeżywa chwile próby zgodnie z wolą Ojca, pewien, że miłość przyniesie owoc.

Aby zaakceptować królowanie Jezusa, musimy walczyć z tą pokusą, utkwić spojrzenie w Ukrzyżowanym, by stawać się coraz bardziej Jemu wierni. Ileż natomiast razy, także my poszukiwaliśmy zadowalających zabezpieczeń, jakie daje świat. Ileż razy byliśmy kuszeni, aby zejść z krzyża. Siła atrakcyjności władzy i sukcesu wydawała się łatwą i szybką drogą upowszechniania Ewangelii, i zapominaliśmy w pośpiechu jak działa królestwo Boże. Obecny Rok Miłosierdzia zachęcił nas do odkrycia na nowo centrum, do powrotu do tego, co istotne. Ten czas miłosierdzia wzywa nas do spojrzenia na prawdziwe oblicze naszego Króla, które jaśnieje w Zmartwychwstaniu oraz do okrycia na nowo młodego i pięknego oblicza Kościoła, które jaśnieje, kiedy jest on gościnny, wolny, wierny, ubogi w środki i bogaty w miłość, misyjny. Miłosierdzie, prowadząc nas do serca Ewangelii, zachęca nas także do porzucenia nawyków i zwyczajów, które mogłyby stanowić przeszkodę w służbie dla królestwa Bożego; do odnalezienia naszej orientacji jedynie w odwiecznym i pokornym królowaniu Jezusa, nie dostosowując się do niepewnego panowania i zmiennych mocarstw każdej epoki.

W Ewangelii pojawia się inna osoba, bliższa Jezusowi, złoczyńca, który prosi Go słowami: „Jezu, wspomnij na mnie, gdy przyjdziesz do swego królestwa” (w. 42). Ten człowiek, patrząc po prostu na Jezusa, uwierzył w Jego królestwo. I nie zamknął się w sobie, ale ze swoimi błędami, grzechami i biedami zwrócił się do Jezusa. Poprosił, aby o nim pamiętał, i doświadczył miłosierdzia Bożego: „Dziś ze Mną będziesz w raju” (w . 43). Bóg, skoro Mu to tylko umożliwimy, pamięta o nas. Jest gotów całkowicie i na zawsze usunąć grzech, ponieważ Jego pamięć nie zapisuje dokonanego zła i nie rozważa doznanych krzywd, tak jak nasza. Bóg nie pamięta o grzechu, ale o nas, o każdym z nas, swoich ukochanych dzieciach. I jest przekonany, że zawsze jest możliwe zacząć od nowa, podnieść się.

Prośmy i my o dar tej pamięci otwartej i żywej. Prośmy o łaskę, byśmy nigdy nie zamykali drzwi pojednania i przebaczenia, ale abyśmy umieli przekraczać zło i rozbieżności, otwierając każdą możliwą drogę nadziei. Tak jak Bóg w nas wierzy, nieskończenie i niezależnie od naszych zasług, podobnie i my jesteśmy powołani do budzenia nadziei i dawania szansy innym. Bo, choć zamykają się Drzwi Święte, pozostaje otwarta dla nas na oścież prawdziwa brama miłosierdzia, którą jest serce Chrystusa. Z przebitego boku Zmartwychwstałego aż do końca czasów wypływa miłosierdzie, pocieszenie i nadzieja.

Wielu pielgrzymów przekroczyło Drzwi Święte i z dala od szumu prasowych relacji zakosztowało wielkiej dobroci Pana. Dziękujmy za to i pamiętajmy, że doświadczyliśmy miłosierdzia, aby przyodziać się w uczucia miłosierdzia, abyśmy i my również stali się narzędziami miłosierdzia. Razem kontynuujmy naszą drogę. Niech nam towarzyszy Matka Boża, która również była pod krzyżem. Tam nas zrodziła jako czuła matka Kościoła, która pragnie ​​wszystkich zebrać pod swoim płaszczem. Ona pod krzyżem widziała jak dobry łotr otrzymywał przebaczenie i wzięła Jezusowego ucznia za syna. Ona jest Matką Miłosierdzia, której się powierzamy: każda nasza sytuacja, każda nasza modlitwa, skierowana przed Jej miłosierne oczy, nie pozostanie bez odpowiedzi.

[01866-PL.01] [Testo originale: Italiano]

[B0837-XX.02]