www.vatican.va

Back Top Print Pdf


Santa Messa in occasione del Giubileo Mariano, 09.10.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Alle ore 10.30 di oggi, XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, sul Sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco presiede la Santa Messa in occasione del Giubileo Mariano, indetto nei giorni 7-9 ottobre nel contesto delle celebrazioni del Giubileo della Misericordia.

Di seguito, riportiamo l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato dopo la proclamazione del Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Il Vangelo di questa domenica (cfr Lc 17,11-19) ci invita a riconoscere con stupore e gratitudine i doni di Dio. Sulla strada che lo conduce alla morte e alla risurrezione, Gesù incontra dieci lebbrosi, che gli vanno incontro, si fermano a distanza e gridano la propria sventura a quell’uomo in cui la loro fede ha intuito un possibile salvatore: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» (v. 13). Sono malati, e cercano qualcuno che li guarisca. Gesù, rispondendo, dice loro di andare a presentarsi ai sacerdoti, che, secondo la Legge, avevano l’incarico di constatare una eventuale guarigione. In questo modo egli non si limita a fare una promessa, ma mette alla prova la loro fede. In quel momento, infatti, i dieci non sono ancora guariti. Riacquistano la salute mentre sono in cammino, dopo aver obbedito alla parola di Gesù. Allora, tutti pieni di gioia, si presentano ai sacerdoti, e poi se ne andranno per la loro strada, dimenticando però il Donatore, cioè il Padre che li ha guariti mediante Gesù, il suo Figlio fatto uomo.

Uno soltanto fa eccezione: un samaritano, uno straniero che vive ai margini del popolo eletto, quasi un pagano! Quest’uomo non si accontenta di aver ottenuto la guarigione attraverso la propria fede, ma fa sì che tale guarigione raggiunga la sua pienezza tornando indietro ad esprimere la propria gratitudine per il dono ricevuto, riconoscendo in Gesù il vero Sacerdote che, dopo averlo rialzato e salvato, può metterlo in cammino e accoglierlo tra i suoi discepoli.

Saper ringraziare, saper lodare per quanto il Signore fa per noi, quanto è importante! E allora possiamo domandarci: siamo capaci di dire grazie? Quante volte ci diciamo grazie in famiglia, in comunità, nella Chiesa? Quante volte diciamo grazie a chi ci aiuta, a chi ci è vicino, a chi ci accompagna nella vita? Spesso diamo tutto per scontato! E questo avviene anche con Dio. È facile andare dal Signore a chiedere qualcosa, ma tornare a ringraziarlo… Per questo, Gesù sottolinea con forza la mancanza dei nove lebbrosi ingrati: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?» (Lc 17,17-18).

In questa giornata giubilare ci viene proposto un modello, anzi, il modello a cui guardare: Maria, la nostra Madre. Lei, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’Angelo, lasciò sgorgare dal suo cuore un cantico di lode e di ringraziamento a Dio: «L’anima mia magnifica il Signore…». Chiediamo alla Madonna di aiutarci a comprendere che tutto è dono di Dio, e a saper ringraziare: allora, vi assicuro, la nostra gioia sarà piena. Solo colui che sa ringraziare, sperimenta la pienezza della gioia.

Per saper ringraziare, occorre anche l’umiltà. Nella prima Lettura abbiamo ascoltato la vicenda singolare di Naaman, comandante dell’esercito del re di Aram (cfr 2 Re 5,14-17). Ammalato di lebbra, per guarire accetta il suggerimento di una povera schiava e si affida alle cure del profeta Eliseo, che per lui è un nemico. Naaman è disposto però ad umiliarsi. Ed Eliseo non pretende niente da lui, gli ordina solo di immergersi nell’acqua del fiume Giordano. Tale richiesta lascia Naaman perplesso, addirittura contrariato: ma può essere veramente un Dio quello che chiede cose così banali? Vorrebbe tornarsene indietro, ma poi accetta di immergersi nel Giordano e subito guarisce.

Il cuore di Maria, più di ogni altro, è un cuore umile e capace di accogliere i doni di Dio. E Dio, per farsi uomo, ha scelto proprio lei, una semplice ragazza di Nazaret, che non viveva nei palazzi del potere e della ricchezza, che non ha compiuto imprese straordinarie. Chiediamoci – ci farà bene - se siamo disposti a ricevere i doni di Dio, o se preferiamo piuttosto chiuderci nelle sicurezze materiali, nelle sicurezze intellettuali, nelle sicurezze dei nostri progetti.

È significativo che Naaman e il samaritano siano due stranieri. Quanti stranieri, anche persone di altre religioni, ci danno esempio di valori che noi talvolta dimentichiamo o tralasciamo. Chi vive accanto a noi, forse disprezzato ed emarginato perché straniero, può insegnarci invece come camminare sulla via che il Signore vuole. Anche la Madre di Dio, insieme col suo sposo Giuseppe, ha sperimentato la lontananza dalla sua terra. Per lungo tempo anche Lei è stata straniera in Egitto, lontano dai parenti e dagli amici. La sua fede, tuttavia, ha saputo vincere le difficoltà. Teniamo stretta a noi questa fede semplice della Santa Madre di Dio; chiediamo a Lei di saper ritornare sempre a Gesù e dirgli il nostro grazie per i tanti benefici della sua misericordia.

[01607-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

L’Évangile de ce dimanche nous invite à reconnaître avec étonnement et gratitude les dons de Dieu. Sur la route qui le conduit vers la mort et vers la résurrection, Jésus rencontre dix lépreux, qui vont à sa rencontre, s’arrêtent à distance et crient leur malheur à l’adresse de cet homme chez qui leur foi a perçu un éventuel  sauveur : « Jésus, maître, prends pitié de nous » (v. 13). Ils sont malades et cherchent quelqu’un pour les guérir. Jésus, en répondant, leur dit d’aller se présenter aux prêtres qui, selon la loi, étaient chargés de certifier une guérison éventuelle. Ainsi, il ne se limite pas à faire une promesse, mais met leur foi à l’épreuve. À ce moment-là, en effet, les dix ne sont pas encore guéris. Ils recouvrent la santé, tandis qu’ils sont en chemin, après avoir obéi à la parole de Jésus. Alors, eux tous, remplis de joie, se sont présentés aux prêtres, et ensuite ils s’en sont allés chacun son chemin, oubliant cependant le Donateur, c’est-à-dire le Père qui les a guéris par l’intermédiaire de Jésus, son Fils fait homme.

Un seul fait exception : un samaritain, un étranger qui vit en marge du peuple élu, presqu’un païen ! Cet homme ne se contente d’avoir obtenu la guérison à travers sa propre foi, mais il fait en sorte que cette guérison atteigne sa plénitude en revenant exprimer sa gratitude personnelle pour le don reçu, reconnaissant en Jésus le vrai Prêtre qui, après l’avoir relevé et sauvé, peut le mettre en chemin et l’accueillir parmi ses disciples.

Savoir remercier, savoir louer pour ce que le Seigneur fait pour nous, combien c’est important ! Et alors, nous pouvons nous demander : sommes-nous capables de dire merci ? Combien de fois nous disons-nous merci en famille, en communauté, dans l’Église ? Combien de fois disons-nous merci à celui qui nous aide et qui nous est proche, à celui qui nous accompagne dans la vie ? Souvent, nous tenons tout pour acquis ! Et cela se produit également vis-à-vis de Dieu. Il est facile d’aller vers le Seigneur demander quelque chose, mais revenir pour remercier…. C’est pourquoi, Jésus souligne avec force le manquement des neuf lépreux ingrats : «  Tous les dix n’ont-ils pas été purifiés ? Il ne s’est trouvé parmi eux que cet étranger pour revenir sur ses pas et rendre gloire à Dieu ! » (Lc 17, 17-18).

En cette journée jubilaire, un modèle, mieux, le modèle à regarder, nous est présenté : Marie, notre Mère. Après avoir reçu l’annonce de l’Ange, elle a laissé jaillir de son cœur un chant de louange et de gratitude à Dieu : « Mon âme exalte le Seigneur… ». Demandons à la Vierge de nous aider à comprendre que tout est don de Dieu, et à savoir remercier : alors, je vous l’assure, notre joie sera pleine. Seul celui qui sait remercier, fait l’expérience de la plénitude de la joie.

Pour savoir remercier, il faut aussi de l’humilité. Dans la première lecture, nous avons écouté l’histoire singulière de Naaman, commandant de l’armée du roi d’Aram (cf. 2 R 5, 14-17). Atteint de lèpre, pour obtenir la guérison, il accepte la suggestion d’une pauvre esclave et se fie au traitement du prophète Élisée, qui pour lui est un ennemi. Cependant, Naaman est disposé à s’humilier. Et Élisée ne lui demande rien, il lui ordonne de se baigner dans les eaux du fleuve Jourdain. Cette requête laisse Naaman perplexe, voire contrarié : mais peut-il être vraiment un Dieu, celui qui demande des choses aussi banales ? Il voudrait faire demi-tour, mais finalement il accepte de se baigner dans le Jourdain et il est immédiatement guéri.

Le cœur de Marie, plus que n’importe quel autre, est un cœur humble et capable d’accueillir les dons de Dieu. Et Dieu, pour se faire homme, l’a choisie, précisément elle,  une fille simple de Nazareth, qui ne vivait pas dans les palais du pouvoir et de la richesse, qui n’a pas accompli des œuvres extraordinaires. Demandons-nous – cela nous fera du bien -  si nous sommes disposés à recevoir les dons de Dieu, ou si nous préférons plutôt nous enfermer dans les sécurités matérielles, dans les sécurités intellectuelles, dans les sécurités de nos projets.

Il est significatif que Naaman et le samaritain soient deux étrangers. Que d’étrangers, y compris des personnes d’autres religions, nous donnent l’exemple de valeurs que nous oublions parfois ou négligeons ! Celui qui vit à côté de nous, peut-être méprisé et marginalisé parce qu’il est un étranger, peut nous enseigner cependant comment marcher sur la voie que le Seigneur veut. La Mère de Dieu, elle aussi, avec son époux Joseph, a fait l’expérience de l’éloignement de sa terre. Pendant longtemps, elle aussi a été une étrangère en Égypte, loin de ses parents et de ses amis. Mais sa foi a su vaincre les difficultés. Accrochons-nous fermement à cette foi simple de la Sainte Mère de Dieu ; demandons-lui de savoir revenir toujours vers Jésus et de lui exprimer notre gratitude pour les nombreux bienfaits de sa miséricorde.

Traduzione in lingua inglese

This Sunday’s Gospel (cf. Lk 17:11-19) invites us to acknowledge God’s gifts with wonder and gratitude. On the way to his death and resurrection, Jesus meets ten lepers, who approach him, keep their distance and tell their troubles to the one whom their faith perceived as a possible saviour: “Jesus, Master, have mercy on us!” (v. 13). They are sick and they are looking someone to heal them. Jesus responds by telling them to go and present themselves to the priests, who according to the Law were charged with certifying presumed healings. In this way, Jesus does not simply make them a promise; he tests their faith. At that moment, in fact, the ten were not yet healed. They were restored to health after they set out in obedience to Jesus’ command. Then, rejoicing, they showed themselves to the priests and continued on their way. They forgot the Giver, the Father, who cured them through Jesus, his Son made man.

All but one: a Samaritan, a foreigner living on the fringes of the chosen people, practically a pagan! This man was not content with being healed by his faith, but brought that healing to completion by returning to express his gratitude for the gift received. He recognized in Jesus the true Priest, who raised him up and saved him, who can now set him on his way and accept him as one of his disciples.

To be able to offer thanks, to be able to praise the Lord for what he has done for us: this is important! So we can ask ourselves: Are we capable of saying “Thank you”? How many times do we say “Thank you” in our family, our community, and in the Church? How many times do we say “Thank you” to those who help us, to those close to us, to those who accompany us through life? Often we take everything for granted! This also happens with God. It is easy to approach the Lord to ask for something, but to return and give thanks... That is why Jesus so emphasizes the failure of the nine ungrateful lepers: “Were not ten made clean? But the other nine, where are they? Was no one found to return and give praise to God except this foreigner?” (Lk 17:17-18).

On this Jubilee day, we are given a model, indeed the model, to whom we can look: Mary, our Mother. After hearing the message of the Angel, she lifted up her heart in a song of praise and thanksgiving to God: “My soul magnifies the Lord…” Let us ask our Lady to help us recognize that everything is God’s gift, and to be able to say “Thank you”. Then, I assure you, our joy will be complete. Only those who know how to say “Thank you”, will experience the fullness of joy.

It also takes humility to be able to give thanks. In the first reading we heard the singular story of Naaman, the commander of the army of the King of Aram (cf. 2 Kg 5:14-17). In order to be cured of his leprosy, he accepts the suggestion of a poor slave and entrusts himself to the prophet Elisha, whom he considered an enemy. Naaman was nonetheless ready to humble himself. Elisha asks nothing of him, but simply orders him to bathe in the waters of the River Jordan. This request leaves Naaman perplexed, even annoyed. Can a God who demands such banal things truly be God? He would like to turn back, but then he agrees to be immersed in the Jordan and immediately he is cured.

The heart of Mary, more than any other, is a humble heart, capable of accepting God’s gifts. In order to become man, God chose precisely her, a simple young woman of Nazareth, who did not dwell in the palaces of power and wealth, who did not do extraordinary things. Let us ask ourselves – it will do us good – if we are prepared to accept God’s gifts, or prefer instead to shut ourselves up within our forms of material security, intellectual security, the security of our plans.

Significantly, Naaman and the Samaritans were two foreigners. How many foreigners, including persons of other religions, give us an example of values that we sometimes forget or set aside! Those living beside us, who may be scorned and sidelined because they are foreigners, can instead teach us how to walk on the path that the Lord wishes. The Mother of God, together with Joseph her spouse, knew what it was to live far from home. She too was long a foreigner in Egypt, far from her relatives and friends. Yet her faith was able to overcome the difficulties. Let us cling to this simple faith of the Holy Mother of God; let us ask her that we may always come back to Jesus and express our thanks for the many benefits we have received from his mercy.

[01607-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Das Evangelium dieses Sonntags (Lk 17,11-19) lädt uns ein, mit Staunen und Dankbarkeit die Gaben Gottes anzuerkennen. Auf dem Weg, der ihn zum Tod und zur Auferstehung führt, trifft Jesus zehn Aussätzige, die ihm entgegenkommen. Sie bleiben in der Ferne stehen und schreien ihr Übel vor jenem Mann heraus, den ihr Glaube als möglichen Retter erahnt: »Jesus, Meister, hab Erbarmen mit uns!« (V. 13). Sie sind krank. Sie suchen jemand, der sie heilt. Jesus antwortet und sagt ihnen, zu den Priestern zu gehen und sich ihnen zu zeigen. Nach dem Gesetz des Mose hatten die Priester nämlich die Aufgabe, eine eventuelle Heilung festzustellen. Auf diese Weise beschränkt Jesus sich nicht darauf, ein Versprechen zu geben, sondern stellt ihren Glauben auf die Probe. Zu diesem Zeitpunkt sind die Zehn nämlich noch nicht geheilt. Sie erlangen die Gesundheit erst auf dem Weg zurück, nachdem sie dem Wort Jesu gehorcht haben. Alle zeigen sich voller Freude den Priestern und gehen dann ihre Wege, wobei sie aber den Geber vergessen, also den Vater, der sie durch seinen Mensch gewordenen Sohn Jesus geheilt hat.

Nur einer macht eine Ausnahme: ein Mann aus Samarien, ein Fremder, der an den Rändern des auserwählten Volkes lebt, fast ein Heide! Dieser Mann gibt sich nicht damit zufrieden, die Heilung mittels des eigenen Glaubens erhalten zu haben, sondern sorgt dafür, dass jene Heilung auch zu ihrer Vollendung kommt. Er kehrt zurück, um seinen Dank für die empfangene Gabe zu bekunden. So erkennt er Jesus als den wahren Priester an, der ihn – nachdem er ihn aufgerichtet und geheilt hat – auf den Weg bringt und in seine Jüngerschaft ruft.

Dank sagen und Lob darbringen können für das, was der Herr für uns tut – wie ist das wichtig! Und dabei mögen wir uns fragen: Sind wir fähig, danke zu sagen? Wie oft sagen wir in der Familie danke, in der Gemeinschaft oder in der Kirche? Wie oft sagen wir jemandem danke, der uns hilft, der uns nahe ist oder der uns im Leben begleitet? Oft nehmen wir alles als selbstverständlich hin. Und das geschieht auch mit Gott. Es ist leicht zu Gott zu gehen, um etwas zu erbitten. Aber zurückzukehren, um sich zu bedanken …? Deshalb unterstreicht Jesus mit Nachdruck das Ausbleiben der neun undankbaren Aussätzigen: »Es sind doch alle zehn rein geworden. Wo sind die übrigen neun? Ist denn keiner umgekehrt, um Gott zu ehren, außer diesem Fremden?« (Lk 17,17-18).

An diesem Tag des Jubiläums wird uns ein Vorbild empfohlen, ja geradezu das Vorbild, auf das wir schauen sollen: Maria, unsere Mutter. Nachdem sie die Botschaft des Engels erhalten hatte, ließ sie aus ihrem Herzen einen Gesang des Lobes und des Dankes an Gott kommen: »Meine Seele preist die Größe des Herrn …«. Bitten wir die Gottesmutter, uns zu helfen, damit wir verstehen, dass alles Gabe Gottes ist, und damit wir danke zu sagen vermögen. Dann – das versichere ich euch – wird unsere Freude vollkommen sein! Nur wer danke zu sagen vermag, erfährt Freude in Fülle.

Um danke sagen zu können bedarf es auch der Demut. In der ersten Lesung haben wir die eigenartige Geschichte von Naaman, dem Feldherrn des Königs von Aram gehört (vgl. 2 Kön 5,14-17). An Aussatz erkrankt, nimmt er, um geheilt zu werden, den Vorschlag einer armen Sklavin an und unterzieht sich den Behandlungen des Propheten Elischa, der für ihn ein Feind ist. Naaman ist jedoch bereit, sich zu demütigen. Und Elischa verlangt nichts von ihm, sondern trägt ihm nur auf, ins Wasser des Jordan einzutauchen. Diese Aufforderung verblüfft Naaman, ja macht ihn verärgert: Kann es denn wirklich ein Gott sein, der solche Banalitäten verlangt? Er möchte kehrtmachen, aber dann akzeptiert er es, in den Jordan einzutauchen, und wird augenblicklich geheilt.

Das Herz Marias ist mehr als alle anderen demütig und fähig, die Gaben Gottes zu empfangen. Für seine Menschwerdung hat Gott gerade sie erwählt, ein einfaches Mädchen aus Nazaret, die nicht in den Palästen der Macht und des Reichtums wohnte und die keine außerordentlichen Heldentaten vollbracht hatte. Fragen wir uns – es wird uns gut tun –, ob wir bereit sind, die Gaben Gottes zu empfangen, oder ob wir es lieber vorziehen, uns auf unsere materiellen Sicherheiten, auf unsere intellektuellen Gewissheiten oder auf die Gewähr unserer Planungen zurückzuziehen.

Es ist bedeutsam, dass Naaman und der Mann aus Samaria zwei Fremde sind. Wie viele Fremde, auch Menschen anderer Religionen, geben uns ein Beispiel für die Werte, die wir manchmal vergessen oder vernachlässigen. So mancher, der neben uns lebt und vielleicht gering geschätzt oder ausgegrenzt wird, weil er ein Fremder ist, kann uns jedoch beibringen, wie wir auf dem Weg gehen sollen, den der Herr will. Auch die Muttergottes hat mit ihrem Bräutigam Josef die Ferne von ihrer Heimat erfahren. Für lange Zeit ist sie eine Fremde in Ägypten gewesen, weit weg von ihren Verwandten und Freunden. Ihr Glaube hat jedoch die Schwierigkeiten zu meistern gewusst. Machen wir uns den einfachen Glauben der heiligen Muttergottes zu eigen; bitten wir sie, dass wir lernen, immer zu Jesus zurückzukommen, um ihm danke zu sagen für so viele Wohltaten seiner Barmherzigkeit.

[01607-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

El Evangelio de este domingo nos invita a reconocer con admiración y gratitud los dones de Dios. En el camino que lo lleva a la muerte y a la resurrección, Jesús encuentra a diez leprosos que salen a su encuentro, se paran a lo lejos y expresan a gritos su desgracia ante aquel hombre, en el que su fe ha intuido un posible salvador: «Jesús, maestro, ten compasión de nosotros» (Lc 17,13). Están enfermos y buscan a alguien que los cure. Jesús les responde y les indica que vayan a presentarse a los sacerdotes que, según la Ley, tenían la misión de constatar una eventual curación. De este modo, no se limita a hacerles una promesa, sino que pone a prueba su fe. De hecho, en ese momento ninguno de los diez ha sido curado todavía. Recobran la salud mientras van de camino, después de haber obedecido a la palabra de Jesús. Entonces, llenos de alegría, se presentan a los sacerdotes, y luego cada uno se irá por su propio camino, olvidándose del Donador, es decir del Padre, que los ha curado a través de Jesús, su Hijo hecho hombre.

Sólo uno es la excepción: un samaritano, un extranjero que vive en las fronteras del pueblo elegido, casi un pagano. Este hombre no se conforma con haber obtenido la salud a través de su propia fe, sino que hace que su curación sea plena, regresando para manifestar su gratitud por el don recibido, reconociendo que Jesús es el verdadero Sacerdote que, después de haberlo levantado y salvado, puede ponerlo en camino y recibirlo entre sus discípulos.

Qué importante es saber agradecer al Señor, saber alabarlo por todo lo que hace por nosotros. Y así, nos podemos preguntar: ¿Somos capaces de saber decir gracias? ¿Cuántas veces nos decimos gracias en familia, en la comunidad, en la Iglesia? ¿Cuántas veces damos gracias a quien nos ayuda, a quien está cerca de nosotros, a quien nos acompaña en la vida? Con frecuencia damos todo por descontado. Y lo mismo hacemos también con Dios. Es fácil ir al Señor para pedirle algo, pero regresar a darle las gracias… Por eso Jesús remarca con fuerza la negligencia de los nueve leprosos desagradecidos: «¿No han quedado limpios los diez? Los otros nueve, ¿dónde están? ¿No ha vuelto más que este extranjero para dar gloria a Dios?» (Lc 17,17-18).

En esta jornada jubilar se nos propone un modelo, más aún, el modelo que debemos contemplar: María, nuestra Madre. Ella, después de haber recibido el anuncio del Ángel, dejó que brotara de su corazón un himno de alabanza y acción de gracias a Dios: «Proclama mi alma la grandeza del Señor…». Pidamos a la Virgen que nos ayude a comprender que todo es don de Dios, y a saber agradecer: entonces, os lo aseguro, nuestra alegría será plena. Sólo quien sabe agradecer experimenta una plena alegría.

Para saber agradecer se necesita también la humildad. En la primera lectura hemos escuchado el episodio singular de Naamán, comandante del ejército del rey de Aram (cf. 2 R 5,14-17). Enfermo de lepra, acepta la sugerencia de una pobre esclava y se encomienda a los cuidados del profeta Eliseo, que para él es un enemigo. Sin embargo, Naamán está dispuesto a humillarse. Y Eliseo no pretende nada de él, sólo le ordena que se sumerja en las aguas del río Jordán. Esa indicación desconcierta a Naamán, más aún, lo decepciona: ¿Pero puede ser realmente Dios uno que pide cosas tan insignificantes? Quisiera irse, pero después acepta bañarse en el Jordán, e inmediatamente se curó.

El corazón de María, más que ningún otro, es un corazón humilde y capaz de acoger los dones de Dios. Y Dios, para hacerse hombre, la eligió precisamente a ella, a una simple joven de Nazaret, que no vivía en los palacios del poder y de la riqueza, que no había hecho obras extraordinarias. Preguntémonos ―nos hará bien― si estamos dispuestos a recibir los dones de Dios o si, por el contrario, preferimos encerrarnos en las seguridades materiales, en las seguridades intelectuales, en las seguridades de nuestros proyectos.

Es significativo que Naamán y el samaritano sean dos extranjeros. Cuántos extranjeros, e incluso personas de otras religiones, nos dan ejemplo de valores que nosotros a veces olvidamos o descuidamos. El que vive a nuestro lado, tal vez despreciado y discriminado por ser extranjero, puede en cambio enseñarnos cómo avanzar por el camino que el Señor quiere. También la Madre de Dios, con su esposo José, experimentó el estar lejos de su tierra. También ella fue extranjera en Egipto durante un largo tiempo, lejos de parientes y amigos. Su fe, sin embargo, fue capaz de superar las dificultades. Aferrémonos fuertemente a esta fe sencilla de la Santa Madre de Dios; pidámosle que nos enseñe a regresar siempre a Jesús y a darle gracias por los innumerables beneficios de su misericordia.

[01607-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

O Evangelho deste domingo convida-nos a reconhecer, com maravilha e gratidão, os dons de Deus. Ao longo da estrada que O leva à morte e à ressurreição, Jesus encontra dez leprosos, que vêm ao seu encontro, param à distância e gritam o seu infortúnio àquele homem em quem a fé deles intuiu um possível salvador: «Jesus, Mestre, tem misericórdia de nós!» (Lc 17, 13). Estão doentes, e procuram alguém que os cure. Em resposta, Jesus disse-lhes que fossem apresentar-se aos sacerdotes, que, segundo a Lei, estavam encarregados de constatar uma eventual cura. Desta forma, não Se limita a fazer uma promessa, mas põe à prova a sua fé. Pois, naquele momento, os dez ainda não estão curados; recuperam a saúde enquanto vão a caminho, depois de ter obedecido à palavra de Jesus. Então todos, cheios de alegria, se apresentam aos sacerdotes e seguem depois pela sua estrada, mas esquecendo o Doador, ou seja, o Pai que os curou por meio de Jesus, seu Filho feito homem.

Apenas uma exceção: um samaritano, um estrangeiro que vive marginalizado do povo eleito, quase um pagão. Este homem não se contenta com ter obtido a cura através da sua própria fé, mas faz com que uma tal cura atinja a sua plenitude voltando atrás para expressar a sua gratidão pelo dom recebido, reconhecendo em Jesus o verdadeiro Sacerdote que, depois de o ter erguido e salvado, pode fazê-lo caminhar acolhendo-o entre os seus discípulos.

Como é importante saber agradecer, saber louvar por tudo aquilo que o Senhor faz por nós! Assim podemos perguntar-nos: somos capazes de dizer obrigado? Quantas vezes dizemos obrigado em família, na comunidade, na Igreja? Quantas vezes dizemos obrigado a quem nos ajuda, a quem está ao nosso lado, a quem nos acompanha na vida? Muitas vezes consideramos tudo como se nos fosse devido! E isto acontece também com Deus. É fácil ir ter com o Senhor para Lhe pedir qualquer coisa, mas voltar para Lhe agradecer... Por isso Jesus sublinha fortemente a falta dos nove leprosos ingratos: «Não foram dez os que ficaram purificados? Onde estão os outros nove? Não houve quem voltasse para dar glória a Deus, senão este estrangeiro?» (Lc 17, 17-18).

Nesta Jornada Jubilar, é-nos proposto um modelo – antes, o modelo – a contemplar: Maria, a nossa Mãe. Depois de ter recebido o anúncio do Anjo, Ela deixou brotar do seu coração um cântico de louvor e agradecimento a Deus: «A minha alma glorifica o Senhor....» Peçamos a Nossa Senhora que nos ajude a entender que tudo é dom de Deus e a saber agradecer: então – garanto-vos eu – a nossa alegria será completa. Só aquele que sabe agradecer, experimenta a plenitude da alegria.

Para saber agradecer, é preciso também a humildade. Na primeira Leitura, ouvimos o caso singular de Naaman, comandante do exército do rei da Síria (cf. 2 Re 5, 14-17). Está leproso; para se curar, aceita a sugestão duma pobre escrava e confia-se aos cuidados do profeta Eliseu, que para ele é um inimigo. Naaman, porém, está disposto a humilhar-se. E, dele, Eliseu não pretende nada; manda-o apenas mergulhar na água do rio Jordão. Esta exigência deixa Naaman perplexo, até mesmo contrariado: poderá porventura ser verdadeiramente um Deus, Aquele que pede coisas tão banais? E estava para voltar a casa, mas depois aceita mergulhar no Jordão e, imediatamente, fica curado.

O coração de Maria, mais do que qualquer outro, é um coração humilde e capaz de acolher os dons de Deus. E, para Se fazer homem, Deus escolheu-A precisamente a Ela, uma jovem simples de Nazaré, que não vivia nos palácios do poder e da riqueza, que não realizou feitos extraordinários. Interroguemo-nos – far-nos-á bem – se estamos dispostos a receber os dons de Deus ou preferimos antes fechar-nos nas seguranças materiais, nas seguranças intelectuais, nas seguranças dos nossos projetos.

É significativo que Naaman e o samaritano sejam dois estrangeiros. Quantos estrangeiros, incluindo pessoas doutras religiões, nos dão exemplo de valores que nós, às vezes, esquecemos ou negligenciamos! É verdade; quem vive a nosso lado, talvez desprezado e marginalizado porque estrangeiro, pode-nos ensinar como trilhar o caminho que o Senhor quer. Também a Mãe de Deus, juntamente com o esposo José, experimentou a separação da sua terra. Por muito tempo, também Ela foi estrangeira no Egito, vivendo longe de parentes e amigos. Mas a sua fé soube vencer as dificuldades. Conservemos intimamente esta fé simples da Santíssima Mãe de Deus; peçamos-Lhe a graça de saber voltar sempre a Jesus e dizer-Lhe o nosso obrigado pelos inúmeros benefícios da sua misericórdia.

[01607-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Ewangelia dzisiejszej niedzieli zachęca nas do rozpoznania ze zdumieniem i wdzięcznością darów Bożych. Jezus na drodze prowadzącej Go do śmierci i zmartwychwstania napotkał dziesięciu trędowatych, wychodzących Mu naprzeciw. Zatrzymali się z daleka i wobec tego człowieka, w którym ich wiara wyczuwała Zbawiciela, głośno wyrazili swoją niedolę: „Jezusie, Mistrzu, ulituj się nad nami” (w. 13). Byli chorzy i szukali kogoś, kto by ich uleczył. Jezus odpowiadając kazał im, by poszli i pokazali się kapłanom, którzy zgodnie z Prawem, mieli za zadanie stwierdzenie ewentualnego uleczenia. W ten sposób nie ogranicza się On jedynie do złożenia obietnicy, ale wystawia ich wiarę na próbę. W tym momencie dziesięciu nie jest bowiem jeszcze uleczonych. Odzyskali zdrowie będąc w drodze, kiedy posłuchali słowa Jezusa. Wówczas wszyscy pełni radości pokazali się kapłanom, a potem poszli swoją drogą, zapominając jednak o Dobroczyńcy, to znaczy Ojcu, który ich wyleczył przez Jezusa, swego Syna, który stał się człowiekiem.

Tylko jeden zachowuje się inaczej: Samarytanin, cudzoziemiec mieszkający na obrzeżach narodu wybranego, niemal poganin! Temu człowiekowi nie wystarcza, że został uzdrowiony za pośrednictwem swej wiary, ale sprawia, iż ​​to uleczenie osiąga swoją pełnię. Zawraca, aby wyrazić swoją wdzięczność za otrzymany dar, uznając w Jezusie prawdziwego kapłana, który, podniósłszy go i zbawiwszy, może sprawić, by wyruszył w drogę i przyjąć go do grona swoich uczniów.

Jakże ważna jest umiejętność dziękczynienia, uwielbiania Pana za wszystko, co dla nas czyni! Możemy zatem zadać sobie pytanie: czy umiemy powiedzieć dziękuję? Jak często mówimy dziękuję w rodzinie, we wspólnocie, w Kościele? Ile razy dziękujemy tym, którzy nam pomagają, którzy są blisko nas, którzy towarzyszą nam w życiu? Często wszystko bierzemy za oczywiste! Dzieje się tak również w relacji z Bogiem. Łatwo jest pójść do Pana z prośbą o coś, ale wrócić by Mu podziękować... Dlatego Jezus mocno podkreśla brak dziewięciu niewdzięcznych trędowatych: „Czy nie dziesięciu zostało oczyszczonych? Gdzie jest dziewięciu? Żaden się nie znalazł, który by wrócił i oddał chwałę Bogu, tylko ten cudzoziemiec?”(Łk 17,17-18).

W tym dniu jubileuszowym proponowany jest nam pewien wzór, a wręcz Wzór w pełnym tego słowa znaczeniu, na który należy spoglądać: Maryja, nasza Matka. Przyjąwszy zwiastowanie anielskie zezwoliła, by z Jej serca wypłynął kantyk uwielbienia i dziękczynienia Bogu: „Wielbi dusza moja Pana...”. Prośmy Matkę Bożą, aby nam pomogła zrozumieć, że wszystko jest darem Boga i abyśmy umieli dziękować: wówczas, zapewniam was, nasza radość będzie pełna. Tylko ten, kto potrafi dziękować, doświadcza pełni radości.

Aby umieć dziękować potrzebna jest także pokora. W pierwszym czytaniu słyszeliśmy niezwykłą historię wodza wojsk króla syryjskiego, Naamana (por. 2 Krl 5,14-17). Chory na trąd, by zostać wyleczonym, godzi się na sugestię biednej niewolnicy i powierza się pieczy proroka Elizeusza, który był dla niego wrogiem. Ale Naaman był gotów się upokorzyć. A Elizeusz nie żąda od niego nic, każąc mu jedynie zanurzyć się w wodach rzeki Jordan. Żądanie to wprowadza Naamana w konsternację, a wręcz poirytowanie: czy naprawdę może być Bogiem ten, który wymaga tak banalnych rzeczy? Chciałby się wycofać, ale w końcu zgadza się zanurzyć się w Jordanie i natychmiast zostaje uleczony.

Serce Maryi, bardziej niż jakiekolwiek inne, jest sercem pokornym i zdolnym przyjąć dary Boga. A Bóg, aby stać się człowiekiem, wybrał właśnie ją, prostą dziewczynę z Nazaretu, która nie mieszkała w pałacach władzy i bogactwa, która nie dokonała niezwykłych czynów. Zadajmy sobie pytanie, czy jesteśmy gotowi, aby otrzymać dary Boże, czy też wolimy zamknąć się raczej w zabezpieczeniach materialnych, intelektualnych, w bezpieczeństwie naszych planów.

Znamienne, że Naaman i Samarytanin byli dwoma cudzoziemcami. Jak wielu obcokrajowców, a także wyznawców innych religii daje nam przykład wartości, o których sami czasami zapominamy lub które lekceważymy. Ludzie żyjący obok nas, być może pogardzani i usunięci na margines jako cudzoziemcy, mogą nas natomiast nauczyć jak podążać drogą, której pragnie Pan. Także Matka Boża, wraz ze swoim oblubieńcem Józefem, doświadczyła oddalenia od swojej ziemi. Przez długi czas również Ona była obcą w Egipcie, z dala od rodziny i przyjaciół. Jednakże Jej wiara umiała przezwyciężyć trudności. Miejmy więc przed oczyma tę prostą wiarę Świętej Bożej Rodzicielki. Prośmy Ją, abyśmy umieli zawsze powracać do Jezusa i dziękować Mu za wiele dobrodziejstw Jego miłosierdzia.

[01607-PL.02] [Testo originale: Italiano]

[B0721-XX.02]