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Celebrazione dei Vespri per il 50° anniversario dell’incontro tra il Beato Paolo VI e l’Arcivescovo di Canterbury e dell’istituzione del Centro Anglicano di Roma, 05.10.2016


Omelia del Santo Padre

Dichiarazione comune

Alle ore 18.00 di oggi pomeriggio, mercoledì della XXVII settimana del Tempo Ordinario, presso la Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Monte Celio in Roma, il Santo Padre Francesco ha presieduto la celebrazione dei Vespri, con la partecipazione dell’Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia Justin Welby. Il rito si è tenuto in occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’incontro tra il Beato Paolo VI e l’Arcivescovo di Canterbury Michael Ramsey e dell’istituzione del Centro Anglicano di Roma. Prima della celebrazione, il Papa e Sua Grazia Justin Welby hanno firmato una Dichiarazione comune.

Riportiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre ha pronunciato durante la celebrazione e il testo della Dichiarazione comune:

Omelia del Santo Padre

Testo in lingua italiana

Traduzione in lingua inglese

Testo in lingua italiana

Il profeta Ezechiele, con un’immagine eloquente, descrive Dio come Pastore che raduna le sue pecore disperse. Esse si erano separate le une dalle altre «nei giorni nuvolosi e di caligine» (Ez 34,12). Il Signore sembra così rivolgerci stasera, tramite il profeta, un duplice messaggio. In primo luogo un messaggio di unità: Dio, in quanto Pastore, vuole l’unità nel suo popolo e desidera che soprattutto i Pastori si spendano per questo. In secondo luogo, ci viene detto il motivo delle divisioni del gregge: nei giorni di nuvole e di caligine, abbiamo perso di vista il fratello che ci stava accanto, siamo diventati incapaci di riconoscerci e di rallegrarci dei nostri rispettivi doni e della grazia ricevuta. Questo è accaduto perché si sono addensate, attorno a noi, la caligine dell’incomprensione e del sospetto e, sopra di noi, le nuvole scure dei dissensi e delle controversie, formatesi spesso per ragioni storiche e culturali e non solo per motivi teologici.

Ma abbiamo la solida certezza che Dio ama dimorare tra noi, suo gregge e tesoro prezioso. Egli è un Pastore instancabile, che continua ad agire (cfr Gv 5,17), esortandoci a camminare verso una maggiore unità, che può essere raggiunta soltanto con l’aiuto della sua grazia. Perciò rimaniamo fiduciosi, perché in noi, che pure siamo fragili vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), Dio ama riversare la sua grazia. Egli è convinto che possiamo passare dalla caligine alla luce, dalla dispersione all’unità, dalla mancanza alla pienezza. Questo cammino di comunione è il percorso di tutti i cristiani ed è la vostra particolare missione, in quanto Pastori della Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione.

È una grande chiamata quella ad operare come strumenti di comunione sempre e ovunque. Ciò significa promuovere al tempo stesso l’unità della famiglia cristiana e l’unità della famiglia umana. I due ambiti non solo non si oppongono, ma si arricchiscono a vicenda. Quando, come discepoli di Gesù, offriamo il nostro servizio in maniera congiunta, gli uni a fianco degli altri, quando promuoviamo l’apertura e l’incontro, vincendo la tentazione delle chiusure e degli isolamenti, operiamo contemporaneamente sia a favore dell’unità dei cristiani sia di quella della famiglia umana. Ci riconosciamo così come fratelli che appartengono a tradizioni diverse, ma sono spinti dallo stesso Vangelo a intraprendere la medesima missione nel mondo. Allora sarebbe sempre bene, prima di intraprendere qualche attività, che vi possiate porre queste domande: perché non facciamo questo insieme ai nostri fratelli anglicani?; possiamo testimoniare Gesù agendo insieme ai nostri fratelli cattolici?

È condividendo concretamente le difficoltà e le gioie del ministero che ci riavviciniamo gli uni agli altri. Che Dio vi conceda di essere promotori di un ecumenismo audace e reale, sempre in cammino nella ricerca di aprire nuovi sentieri, di cui beneficeranno in primo luogo i vostri confratelli nelle Province e nelle Conferenze Episcopali. Si tratta sempre e anzitutto di seguire l’esempio del Signore, la sua metodologia pastorale, che il profeta Ezechiele ci ricorda: andare in cerca della pecora perduta, ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita, curare quella malata (cfr v. 16). Solo così si raduna il popolo disgregato.

Vorrei riferirmi al nostro cammino comune alla sequela di Cristo Buon Pastore, prendendo spunto dal bastone pastorale di san Gregorio Magno, che potrebbe ben simboleggiare il grande significato ecumenico di questo nostro incontro. Papa Gregorio da questo luogo sorgivo di missione scelse e inviò Sant’Agostino di Canterbury e i suoi monaci alle genti anglosassoni, inaugurando una grande pagina di evangelizzazione, che è nostra storia comune e ci lega inscindibilmente. Perciò è giusto che questo pastorale sia un simbolo condiviso del nostro cammino di unità e missione.

Al centro della parte ricurva del pastorale è rappresentato l’Agnello Risorto. In tal modo, mentre ci ricorda la volontà del Signore di radunare il gregge e di andare in cerca della pecora smarrita, il pastorale sembra indicarci anche il contenuto centrale dell’annuncio: l’amore di Dio in Gesù Crocifisso e Risorto, Agnello immolato e vivente. È l’amore che ha penetrato l’oscurità della tomba sigillata e ha spalancato le porte alla luce della vita eterna. L’amore dell’Agnello vittorioso sul peccato e sulla morte è il vero messaggio innovativo da portare insieme agli smarriti di oggi e a quanti ancora non hanno la gioia di conoscere il volto compassionevole e l’abbraccio misericordioso del Buon Pastore. Il nostro ministero consiste nell’illuminare le tenebre con questa luce gentile, con la forza inerme dell’amore che vince il peccato e supera la morte. Abbiamo la gioia di riconoscere e celebrare insieme il cuore della fede. Ricentriamoci in esso, senza farci distrarre da quanto, invogliandoci a seguire lo spirito del mondo, vorrebbe distoglierci dalla freschezza originaria del Vangelo. Da lì scaturisce la nostra responsabilità comune, l’unica missione di servire il Signore e l’umanità.

È stato anche sottolineato da alcuni autori che i bastoni pastorali, all’altro estremo, hanno spesso una punta. Si può così pensare che il pastorale non ricorda solo la chiamata a condurre e radunare le pecore in nome del Crocifisso Risorto, ma anche a pungolare quelle che tendono a stare troppo vicine e chiuse, esortandole a uscire. La missione dei Pastori è quella di aiutare il gregge loro affidato, perché sia in uscita, in movimento nell’annunciare la gioia del Vangelo; non chiuso in circoli ristretti, in “microclimi” ecclesiali che ci riporterebbero ai giorni di nuvole e caligine. Insieme chiediamo a Dio la grazia di imitare lo spirito e l’esempio dei grandi missionari, attraverso i quali lo Spirito Santo ha rivitalizzato la Chiesa, che si rianima quando esce da sé per vivere e annunciare il Vangelo sulle strade del mondo. Pensiamo a quanto accadde a Edimburgo, alle origini del movimento ecumenico: fu proprio il fuoco della missione a permettere di iniziare a superare gli steccati e abbattere i recinti che ci isolavano e rendevano impensabile un cammino comune. Preghiamo insieme per questo: ci conceda il Signore che da qui sorga un rinnovato slancio di comunione e di missione.

[01590-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua inglese

The Prophet Ezekiel uses a striking image to describe God: he is a shepherd who gathers his sheep scattered “on a day of clouds and thick darkness” (Ezek 34:12). The Lord, through the prophet, seems to be telling us two things this evening. This first has to do with unity. As a shepherd, God wants his people to be one, and he desires above all that pastors be completely committed to this. The second is about the cause of divisions within the flock. Amid clouds and darkness, we lose sight of the brother or sister at our side; we become incapable of seeing one another and rejoicing in each other’s gifts and blessings. The darkness of misunderstanding and suspicion deepens, together with the clouds of disagreement and controversy, often for reasons that are historical and cultural, and not simply theological.

Yet we have the firm certainty that God loves to dwell among us, his flock and his priceless possession. He is a shepherd who never tires (cf. Jn 5:17) of urging us to press forward towards greater unity, a unity that can be attained only with the help of his grace. Hence we remain confident, for although we are fragile earthen vessels (cf. 2 Cor 4:7), God constantly pours out his grace upon us. He is convinced that we can pass from darkness to light, from dispersal to unity, from insufficiency to fullness. This path of communion is the way of all Christians and it is your own particular mission as bishops of the International Anglican-Roman Catholic Commission for Unity and Mission.

To work always and everywhere as instruments of communion is a great calling. It involves working for the unity of both the Christian family and the human family. These two goals are not only not opposed, but are mutually enriching. When, as disciples of Jesus, we serve together side by side, when we promote openness and encounter, and reject the temptation to narrow-mindedness and isolation, we are working both for the unity of Christians and for the unity of the human family. We acknowledge one another as brothers and sisters with different traditions but inspired by the same Gospel to undertake the same mission to the world. It would always be good, before beginning a particular activity to ask ourselves the following questions. Can we not do this together with our Anglican brothers and sisters? Can we not witness to Jesus by working together with our Catholic brothers and sisters?

By sharing tangibly in the difficulties and joys of the ministry, we again draw closer to one another. May God enable you to foster a courageous and authentic ecumenism, and to blaze new paths, above all for the benefit of your confreres in your provinces and episcopal conferences. We must always follow the example of the Lord himself, his pastoral method. As the Prophet Ezekiel has told us, this means going out in search of the lost sheep, bringing back the stray to the sheepfold, binding the wounds of those in pain, caring for the sick (cf. v. 16). Only in this way will those who are scattered be reunited.

In speaking of our common path as followers of Christ the Good Shepherd, I would like to start from the crozier or pastoral staff of Saint Gregory the Great. It can be a fine symbol of the profound ecumenical significance of this gathering. From this place, a wellspring of mission, Pope Gregory chose and sent forth Saint Augustine of Canterbury and his monks to the Anglo-Saxon peoples. He thus launched an important chapter of evangelization which is our common heritage and which binds us inseparably. It is fitting to see this pastoral staff as a shared symbol of our walking together towards unity and mission.

At the centre of its crook is an image of the Risen Lamb. While reminding us of the Lord’s desire to unite the flock and to seek out the lost sheep, the pastoral staff also evokes the heart of our proclamation: the love of God in the crucified and risen Christ, the Lamb who was sacrificed and now lives. This love penetrated the darkness of the sealed tomb and burst open its doors to admit the light of eternal life. The love of the Lamb who triumphed over sin and death is the truly good news that we must join in bringing to those who are lost or have not yet had the joy of knowing the compassionate face and merciful embrace of the Good Shepherd. Our ministry is that of dispelling the gloom with this kindly light, with the non-violent power of a Love that conquers sin and overcomes death. May we joyfully acknowledge and celebrate together the heart of our faith. May we focus on it ever anew, without letting ourselves be distracted from the eternal newness of the Gospel by forces that entice us to follow the spirit of the world. This is the source of our common responsibility, the one mission of serving the Lord and humanity.

Some writers have pointed out that the pastoral staff is typically pointed at its other end. This might lead us to conclude that it is not only a reminder of the call to guide and gather the flock in the name of the Crucified and Risen Lord, but also of the need to prod those sheep who huddle together too closely, and to urge them to move forward. The mission of shepherds is to help the sheep entrusted to them to go forth and actively proclaim the joy of the Gospel, not to remain huddled in closed circles, in ecclesial “micro-climates” which would bring us back to the days of clouds and thick darkness. Together let us ask God for the grace to imitate the spirit and example of the great missionaries, through whom the Holy Spirit revitalized the Church.

The Church is reinvigorated when she goes out of herself in order to practise and proclaim the Gospel on the byways of the world. We think of what happened in Edinburgh at the outset of the ecumenical movement. It was truly the fire of mission that made it possible to surmount barriers and tear down walls which kept us apart and made a common path unthinkable. Together let us pray for this intention.

May the Lord grant that from this place there may arise a renewed impetus towards communion and mission.

[01590-EN.01] [Original text: Italian]

 

Dichiarazione comune

Testo in lingua italiana

Testo in lingua inglese

Testo in lingua italiana

Dichiarazione comune

di Sua Santità Papa Francesco

e di Sua Grazia Justin Welby Arcivescovo di Canterbury

Cinquant’anni fa i nostri predecessori, Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Michael Ramsey, si incontrarono in questa città, resa sacra dal ministero e dal sangue degli Apostoli Pietro e Paolo. In seguito, Papa Giovanni Paolo II e gli Arcivescovi Robert Runcie e George Carey, Papa Benedetto XVI e l’Arcivescovo Rowan Williams hanno pregato insieme in questa Chiesa di San Gregorio al Celio, da dove Papa Gregorio inviò Agostino ad evangelizzare le genti anglosassoni. In pellegrinaggio alle tombe di questi Apostoli e santi Padri, Cattolici e Anglicani si riconoscono eredi del tesoro del Vangelo di Gesù Cristo e della chiamata a condividerlo con il mondo intero. Abbiamo ricevuto la Buona Notizia di Gesù Cristo attraverso le vite sante di uomini e donne, che hanno predicato il Vangelo in parole e in opere, e siamo stati incaricati, e animati dallo Spirito Santo, per essere testimoni di Cristo “fino ai confini della terra” (Atti 1,8). Siamo uniti nella convinzione che “i confini della terra” oggi non rappresentino solo un termine geografico, ma una chiamata a portare il messaggio salvifico del Vangelo in modo particolare a coloro che sono ai margini e alle periferie delle nostre società.

Nel loro storico incontro del 1966, Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Ramsey hanno stabilito la Commissione Internazionale anglicana-cattolica al fine di perseguire un serio dialogo teologico che, “fondato sui Vangeli e sulle antiche tradizioni comuni, conduca a quella unità nella Verità per cui Cristo pregò”. Cinquant’anni dopo rendiamo grazie per i risultati della Commissione Internazionale anglicana-cattolica, che ha esaminato dottrine, che hanno creato divisioni lungo la storia, da una nuova prospettiva di mutuo rispetto e carità. Oggi siamo grati in particolare per i documenti dell’ARCIC II, che esamineremo, e attendiamo le conclusioni dell’ARCIC III, che sta cercando di avanzare nelle nuove situazioni e nelle nuove sfide della nostra unità.

Cinquant’anni fa i nostri predecessori hanno riconosciuto i “seri ostacoli” che ostacolavano la via del ristabilimento di una condivisione completa della fede e della vita sacramentale fra di noi. Ciononostante, nella fedeltà alla preghiera del Signore che i suoi discepoli siano una cosa sola, non si sono scoraggiati nell’avviare il cammino, pur senza sapere quali passi si sarebbero potuti intraprendere lungo la via. Grande progresso è stato compiuto in molti ambiti che ci avevano tenuto a distanza. Tuttavia, nuove circostanze hanno apportato nuovi disaccordi tra di noi, particolarmente a riguardo dell’ordinazione delle donne e di più recenti questioni relative alla sessualità umana. Dietro queste divergenze rimane una perenne questione circa il modo di esercizio dell’autorità nella comunità cristiana. Questi sono oggi alcuni aspetti problematici che costituiscono seri ostacoli alla nostra piena unità. Mentre, come i nostri predecessori, anche noi non vediamo ancora soluzioni agli ostacoli dinanzi a noi, non siamo scoraggiati. Con fiducia e gioia nello Spirito Santo confidiamo che il dialogo e il mutuo impegno renderanno più profonda la nostra comprensione e ci aiuteranno a discernere la volontà di Cristo per la sua Chiesa. Siamo fiduciosi nella grazia di Dio e nella Provvidenza, sapendo che lo Spirito Santo aprirà nuove porte e ci guiderà a tutta la verità (cfr Giovanni 16,13).

Le divergenze menzionate non possono impedirci di riconoscerci reciprocamente fratelli e sorelle in Cristo in ragione del nostro comune Battesimo. Nemmeno dovrebbero mai trattenerci dallo scoprire e dal rallegrarci nella profonda fede cristiana e nella santità che rinveniamo nelle tradizioni altrui. Queste divergenze non devono portarci a diminuire i nostri sforzi ecumenici. La preghiera di Cristo durante l’ultima Cena perché tutti siano una sola cosa (cfr Giovanni 17,20-23) è un imperativo per i suoi discepoli oggi, come lo fu allora, nel momento imminente alla sua passione, morte e risurrezione e alla conseguente nascita della sua Chiesa. Nemmeno le nostre divergenze dovrebbero intralciare la nostra preghiera comune: non solo possiamo pregare insieme, ma dobbiamo pregare insieme, dando voce alla fede e alla gioia che condividiamo nel Vangelo di Cristo, nelle antiche Professioni di fede e nella potenza dell’amore di Dio, reso presente dallo Spirito Santo, per superare ogni peccato e divisione. Così, con i nostri predecessori, esortiamo il nostro clero e i fedeli a non trascurare o sottovalutare questa comunione certa, sebbene imperfetta, che già condividiamo.

Più ampie e profonde delle nostre divergenze sono la fede che condividiamo e la nostra gioia comune nel Vangelo. Cristo ha pregato affinché i suoi discepoli possano essere tutti una cosa sola, “perché il mondo creda” (Giovanni 17,21). Il vivo desiderio di unità che noi esprimiamo in questa Dichiarazione Comune è strettamente legato al condiviso desiderio che uomini e donne giungano a credere che Dio ha mandato il suo Figlio, Gesù, nel mondo, per salvarlo dal male che opprime e indebolisce l’intera creazione. Gesù ha dato la sua vita per amore e risorgendo dai morti ha vinto persino la morte. I Cristiani, che hanno abbracciato questa fede, hanno incontrato Gesù e la vittoria del suo amore nelle loro stesse vite, e sono sospinti a condividere con gli altri la gioia di questa Buona Notizia. La nostra capacità di riunirci nella lode e nella preghiera a Dio e di testimoniare al mondo poggia sulla fiducia che condividiamo una fede comune e in misura sostanziale un accordo nella fede.

Il mondo deve vederci testimoniare, nel nostro operare insieme, questa fede comune in Gesù. Possiamo e dobbiamo lavorare insieme per proteggere e preservare la nostra casa comune: vivendo, istruendo e agendo in modo da favorire una rapida fine della distruzione ambientale, che offende il Creatore e degrada le sue creature, e generando modelli di comportamento individuali e sociali che promuovano uno sviluppo sostenibile e integrale per il bene di tutti. Possiamo, e dobbiamo, essere uniti nella causa comune di sostenere e difendere la dignità di tutti gli uomini. La persona umana è declassata dal peccato personale e sociale. In una cultura dell’indifferenza, muri di estraneazione ci isolano dagli altri, dalle loro lotte e dalle loro sofferenze, che anche molti nostri fratelli e sorelle in Cristo oggi patiscono. In una cultura dello spreco, le vite dei più vulnerabili nella società sono spesso marginalizzate e scartate. In una cultura dell’odio, assistiamo a indicibili atti di violenza, spesso giustificati da una comprensione distorta del credo religioso. La nostra fede cristiana ci porta a riconoscere l’inestimabile valore di ogni vita umana e ad onorarla attraverso opere di misericordia, offrendo istruzione, cure sanitarie, cibo, acqua pulita e rifugio, sempre cercando di risolvere i conflitti e di costruire la pace. In quanto discepoli di Cristo riteniamo la persona umana sacra e in quanto apostoli di Cristo dobbiamo essere i suoi avvocati.

Cinquant’anni fa Papa Paolo VI e l’Arcivescovo Ramsey si sono ispirati alle parole dell’Apostolo: “dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Filippesi 3,13-14). Oggi, “ciò che sta alle spalle” – dolorosi secoli di separazione – è stato parzialmente risanato da cinquant’anni di amicizia. Rendiamo grazie per i cinquant’anni del Centro Anglicano a Roma, destinato ad essere un luogo di incontro e di amicizia. Siamo diventati amici e compagni di viaggio nel peregrinare, affrontando le stesse difficoltà e rafforzandoci reciprocamente, imparando ad apprezzare i doni che Dio ha dato all’altro e a riceverli come propri, con umiltà e gratitudine.

Siamo impazienti di progredire per poter essere pienamente uniti nel proclamare a tutti, nelle parole e nei fatti, il Vangelo salvifico e risanante di Cristo. Perciò riceviamo grande incoraggiamento dall’incontro di questi giorni tra così tanti Pastori cattolici e anglicani della Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione (IARCCUM), i quali, sulla base di quanto vi è in comune e che generazioni di studiosi dell’ARCIC hanno accuratamente portato alla luce, sono vivamente desiderosi di proseguire nella missione di collaborare e nella testimonianza fino ai “confini della terra”. Oggi ci rallegriamo nell’incaricarli e nel mandarli avanti a due a due, come il Signore inviò i settantadue discepoli. La loro missione ecumenica verso coloro che si trovano ai margini della società sia una testimonianza per tutti noi, e da questo luogo sacro, come la Buona Notizia tanti secoli fa, esca il messaggio che Cattolici e Anglicani opereranno insieme per dar voce alla fede comune nel Signore Gesù Cristo, per portar sollievo nella sofferenza, pace dove c’è conflitto, dignità dov’è negata e calpestata.

In questa Chiesa di San Gregorio Magno, invochiamo ardentemente la benedizione della Santissima Trinità sul prosieguo dell’opera dell’ARCIC e dello IARCCUM, e su tutti coloro che pregano e contribuiscono al ristabilimento dell’unità tra di noi.

Roma, 5 ottobre 2016

Sua Grazia Justin Welby

Sua Santità Francesco

[01591-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua inglese

Common Declaration

of His Holiness Pope Francis

and His Grace Justin Welby Archbishop of Canterbury

Fifty years ago our predecessors, Pope Paul VI and Archbishop Michael Ramsey met in this city hallowed by the ministry and blood of the Apostles Peter and Paul. Subsequently, Pope John Paul II withArchbishop Robert Runcie, and later with Archbishop George Carey, and Pope Benedict XVI withArchbishop Rowan Williams, prayed together here in this Church of Saint Gregory on the Caelian Hill from where Pope Gregory sent Augustine to evangelise the Anglo-Saxon people. On pilgrimage to the tombs of these apostles and holy forebears, Catholics and Anglicans recognize that we are heirs of the treasure of the Gospel of Jesus Christ and the call to share that treasure with the whole world. We have received the Good News of Jesus Christ through the holy lives of men and women who preached the Gospel in word and deed and we have been commissioned, and empowered by the Holy Spirit, to be Christ’s witnesses “to the ends of the earth” (Acts 1: 8). We are united in the conviction that “the ends of the earth” today, is not only a geographical term, but a summons to take the saving message of the Gospel particularly to those on the margins and the peripheries of our societies.

In their historic meeting in 1966, Pope Paul VI and Archbishop Ramsey established the Anglican-Roman Catholic International Commission to pursuea serious theological dialogue which, “founded on the Gospels and on the ancient common traditions, may lead to that unity in truth, for which Christ prayed”. Fifty years later we give thanks for the achievements of the Anglican-Roman Catholic International Commission, which has examined historically divisive doctrines from a fresh perspective of mutual respect and charity. Today we give thanks in particular for the documents of ARCIC II which will be appraised by us, and we await the findings of ARCIC III as it navigates new contexts and new challenges to our unity.

Fifty years ago our predecessors recognized the “serious obstacles” that stood in the way of a restoration of complete faith and sacramental life between us. Nevertheless, they set out undeterred, not knowing what steps could be taken along the way, but in fidelity to the Lord’s prayer that his disciples be one. Much progress has been made concerning many areas that have kept us apart. Yet new circumstances have presented new disagreements among us, particularly regarding the ordination of women and more recent questions regarding human sexuality. Behind these differences lies a perennial question about how authority is exercised in the Christian community. These are today some of the concerns that constitute serious obstacles to our full unity. While, like our predecessors, we ourselves do not yet see solutions to the obstacles before us, we are undeterred. In our trust and joy in the Holy Spirit we are confident that dialogue and engagement with one another will deepen our understanding and help us to discern the mind of Christ for his Church. We trust in God’s grace and providence, knowing that the Holy Spirit will open new doors and lead us into all truth (cf. John 16: 13).

These differences we have named cannot prevent us from recognizing one another as brothers and sisters in Christ by reason of our common baptism. Nor should they ever hold us back from discovering and rejoicing in the deep Christian faith and holiness we find within each other’s traditions. These differences must not lead to a lessening of our ecumenical endeavours. Christ’s prayer at the Last Supper that all might be one (cf. John 17: 20-23) is as imperative for his disciples today as it was at that moment of his impending passion, death and resurrection, and consequent birth of his Church. Nor should our differences come in the way of our common prayer: not only can we pray together, we must pray together, giving voice to our shared faith and joy in the Gospel of Christ, the ancient Creeds, and the power of God’s love, made present in the Holy Spirit, to overcome all sin and division. And so, with our predecessors, we urge our clergy and faithful not to neglect or undervalue that certain yet imperfect communion that we already share.

Wider and deeper than our differences are the faith that we share and our common joy in the Gospel. Christ prayed that hisdisciplesmay all be one, "so that the world might believe" (John 17: 21). The longing forunity that we express in this Common Declaration is closely tied to the desire we share that men and women come to believe that God sent his Son, Jesus, into the world to save the world from the evil that oppresses and diminishes the entire creation. Jesus gave his life in love, and rising from the dead overcame even death itself. Christians who have come to this faith, have encountered Jesus and the victory of his love in their own lives, and are impelled to share the joy of this Good News with others.Our ability to come together in praise and prayer to God and witness to the world rests on the confidence that we share a common faith and a substantial measure of agreement in faith.

The world must see us witnessing to this common faith in Jesus by acting together.Wecan, and must, work together to protect and preserve our common home: living, teaching and acting in ways that favour a speedy end to the environmental destruction that offends the Creator and degrades his creatures, and building individual and collective patterns of behaviour that foster a sustainable and integral development for the good of all. We can, and must, be united in a common cause to uphold and defend the dignity of all people. The human person is demeaned by personal and societal sin. In a culture ofindifference, walls of estrangement isolate us from others, their struggles and their suffering, which also many of our brothers and sisters in Christ today endure. In a culture of waste, the lives of the most vulnerable in society are often marginalised and discarded. In a culture of hate we seeunspeakable acts of violence, often justified by a distorted understanding of religious belief. Our Christian faith leads us to recognise the inestimable worth of every human life, and to honour it in acts of mercy by bringing education, healthcare, food, clean water and shelter and always seeking to resolve conflict and build peace. As disciples of Christ we hold human persons to be sacred, and as apostles of Christ we must be their advocates.

Fifty years ago Pope Paul VI and Archbishop Ramsey took as their inspiration the words of the apostle: “Forgetting those things which are behind, and reaching forth unto those things which are before, I press towards the mark for the prize of the high calling of God in Christ Jesus” (Philippians 3: 13-14). Today, “those things which are behind” – the painful centuries of separation –have been partially healed by fifty years of friendship. We give thanks for the fifty years of the Anglican Centre in Rome dedicated to being a place of encounter and friendship. We have become partners and companions on our pilgrim journey, facing the same difficulties, and strengthening each other by learning to value the gifts which God has given to the other, and to receive them as our own in humility and gratitude.

We are impatient for progress that we might be fully united in proclaiming, in word and deed, the saving and healing gospel of Christ to all people. For this reason we take great encouragement from the meeting during these days of so many Catholic and Anglican bishops of the International Anglican-Roman Catholic Commission for Unity and Mission (IARCCUM) who, on the basis of all that they have in common, which generations of ARCIC scholars have painstakingly unveiled, are eager to go forward in collaborative mission and witness to the “ends of the earth”. Today we rejoice to commission them and send them forth in pairs as the Lord sent out the seventy-two disciples. Let their ecumenical mission to those on the margins of society be a witness to all of us, and let the message go out from this holy place, as the Good News was sent out so many centuries ago, that Catholics and Anglicans will work together to give voice to our common faith in the Lord Jesus Christ, to bring relief to the suffering, to bring peace where there is conflict, to bring dignity where it is denied and trampled upon.

In this Church of Saint Gregory the Great, we earnestly invoke the blessings of the Most Holy Trinity on the continuing work of ARCIC and IARCCUM, and on all those who pray for and contribute to the restoration of unity between us.

Rome, 5 October 2016

His Grace Justin Welby

His Holiness Francis

[01591-EN.01] [Original text: English]

 

[B0710-XX.03]