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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Georgia e Azerbaijan (30 settembre - 2 ottobre 2016) – Incontro interreligioso con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso e con Rappresentanti delle altre Comunità religiose a Baku, 02.10.2016


 

Incontro privato con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso nella Moschea “Heydar Aliyev” di Baku

Incontro interreligioso con lo Sceicco e con Rappresentanti delle altre Comunità religiose

 

Incontro privato con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso nella Moschea “Heydar Aliyev” di Baku

Dopo l’incontro con le Autorità, il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto alla Moschea “Heydar Aliyev” di Baku per l’incontro privato con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso, Allahshukur Pashazadeh.

Al suo arrivo, alle ore 17.20, il Papa è stato accolto all’ingresso della Moschea dallo Sceicco che lo ha accompagnato all’interno dell’edificio. In corrispondenza del “Mihrab” (abside della Moschea che indica la direzione della Mecca), è avvenuto lo scambio di doni. Il Santo Padre e lo Sceicco si sono recati, poi, nella sala riservata all’incontro privato.

[01564-IT.01]

Incontro interreligioso con lo Sceicco e con Rappresentanti delle altre Comunità religiose

Discorso del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Concluso l’incontro privato, alle ore 17.45 il Santo Padre Francesco e il Presidente del Consiglio dei Musulmani del Caucaso, Allahshukur Pashazadeh, si sono trasferiti nella Sala principale della Moschea per l’incontro interreligioso con i rappresentanti delle altre Comunità religiose del Paese.

Dopo il discorso dello Sceicco, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Trovarsi qui insieme è una benedizione. Desidero ringraziare il Presidente del Consiglio dei Musulmani del Caucaso, che con la sua consueta cortesia ci ospita, e i Capi religiosi locali della Chiesa Ortodossa Russa e delle Comunità Ebraiche. È un grande segno incontrarci in amicizia fraterna in questo luogo di preghiera, un segno che manifesta quell’armonia che le religioni insieme possono costruire, a partire dai rapporti personali e dalla buona volontà dei responsabili. Qui ne danno prova, ad esempio, l’aiuto concreto che il Presidente del Consiglio dei Musulmani ha garantito in più occasioni alla comunità cattolica, e i saggi consigli che, in spirito di famiglia, condivide con essa; sono anche da sottolineare il bel legame che unisce i Cattolici alla Comunità Ortodossa, in una fraternità concreta e in un affetto quotidiano che sono un esempio per tutti, e la cordiale amicizia con la comunità ebraica.

Di questa concordia beneficia l’Azerbaigian, che si distingue per l’accoglienza e l’ospitalità, doni che ho potuto sperimentare in questa memorabile giornata, per la quale sono molto grato. Qui si desidera custodire il grande patrimonio delle religioni e al tempo stesso si ricerca una maggiore e feconda apertura: anche il cattolicesimo, ad esempio, trova posto e armonia tra altre religioni ben più numerose, segno concreto che mostra come non la contrapposizione, ma la collaborazione aiuta a costruire società migliori e pacifiche. Il nostro trovarci insieme è anche in continuità con i numerosi incontri che si svolgono a Baku per promuovere il dialogo e la multiculturalità. Aprendo le porte all’accoglienza e all’integrazione, si aprono le porte dei cuori di ciascuno e le porte della speranza per tutti. Ho fiducia che questo Paese, «porta tra l’Oriente e l’Occidente» (Giovanni Paolo II, Discorso nella Cerimonia di benvenuto, Baku, 22 maggio 2002: Insegnamenti XXV,1 [2002], 838), coltivi sempre la sua vocazione di apertura e incontro, condizioni indispensabili per costruire solidi ponti di pace e un futuro degno dell’uomo.

La fraternità e la condivisione che desideriamo accrescere non saranno apprezzate da chi vuole rimarcare divisioni, rinfocolare tensioni e trarre guadagni da contrapposizioni e contrasti; sono però invocate e attese da chi desidera il bene comune, e soprattutto gradite a Dio, Compassionevole e Misericordioso, che vuole i figli e le figlie dell’unica famiglia umana tra loro più uniti e sempre in dialogo. Un grande poeta, figlio di questa terra, ha scritto: «Se sei umano, mescolati agli umani, perché gli uomini stanno bene tra di loro» (Nizami Ganjavi, Il libro di Alessandro, I, Sul proprio stato e il passare del tempo). Aprirsi agli altri non impoverisce, ma arricchisce, perché aiuta a essere più umani: a riconoscersi parte attiva di un insieme più grande e a interpretare la vita come un dono per gli altri; a vedere come traguardo non i propri interessi, ma il bene dell’umanità; ad agire senza idealismi e senza interventismi, senza operare dannose interferenze e azioni forzate, bensì sempre nel rispetto delle dinamiche storiche, delle culture e delle tradizioni religiose.

Proprio le religioni hanno un grande compito: accompagnare gli uomini in cerca del senso della vita, aiutandoli a comprendere che le limitate capacità dell’essere umano e i beni di questo mondo non devono mai diventare degli assoluti. Ha scritto ancora Nizami: «Non stabilirti solidamente sulle tue forze, finché in cielo non avrai trovato dimora! I frutti del mondo non sono eterni, non adorare ciò che perisce!» (Leylā e Majnūn, Morte di Majnūn sulla tomba di Leylā). Le religioni sono chiamate a farci capire che il centro dell’uomo è fuori di sé, che siamo protesi verso l’Alto infinito e verso l’altro che ci è prossimo. Lì è chiamata a incamminarsi la vita, verso l’amore più elevato e insieme più concreto: esso non può che stare al culmine di ogni aspirazione autenticamente religiosa; perché – dice ancora il poeta –, «amore è quello che mai non muta, amore è quello che non ha fine» (ibid., Disperazione di Majnūn).

La religione è dunque una necessità per l’uomo, per realizzare il suo fine, una bussola per orientarlo al bene e allontanarlo dal male, che sta sempre accovacciato alla porta del suo cuore (cfr Gen 4,7). In questo senso le religioni hanno un compito educativo: aiutare a tirare fuori dall’uomo il meglio di sé. E noi, come guide, abbiamo una grande responsabilità, per offrire risposte autentiche alla ricerca dell’uomo, oggi spesso smarrito nei vorticosi paradossi del nostro tempo. Vediamo, infatti, come ai nostri giorni, da una parte imperversa il nichilismo di chi non crede più a niente se non ai propri interessi, vantaggi e tornaconti, di chi butta via la vita adeguandosi all’adagio «se Dio non esiste tutto è permesso» (cfr F.M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, XI, 4.8.9); dall’altra parte, emergono sempre più le reazioni rigide e fondamentaliste di chi, con la violenza della parola e dei gesti, vuole imporre atteggiamenti estremi e radicalizzati, i più distanti dal Dio vivente.

Le religioni, al contrario, aiutando a discernere il bene e a metterlo in pratica con le opere, con la preghiera e con la fatica del lavoro interiore, sono chiamate a edificare la cultura dell’incontro e della pace, fatta di pazienza, comprensione, passi umili e concreti. Così si serve la società umana. Essa, da parte sua, è sempre tenuta a vincere la tentazione di servirsi del fattore religioso: le religioni non devono mai essere strumentalizzate e mai possono prestare il fianco ad assecondare conflitti e contrapposizioni.

È invece fecondo un legame virtuoso tra società e religioni, un’alleanza rispettosa che va costruita e custodita, e che vorrei simboleggiare con un’immagine cara a questo Paese. Mi riferisco alle pregiate vetrate artistiche presenti da secoli in queste terre, fatte soltanto di legno e vetri colorati (Shebeke). Nel produrle artigianalmente, vi è una particolarità unica: non si usano colle né chiodi, ma si tengono insieme il legno e il vetro incastrandoli fra di loro con un lungo e accurato lavoro. Così il legno sorregge il vetro e il vetro fa entrare la luce. Allo stesso modo è compito di ogni società civile sostenere la religione, che permette l’ingresso di una luce indispensabile per vivere: per questo è necessario garantirle un’effettiva e autentica libertà. Non vanno dunque usate le “colle” artificiali che costringono l’uomo a credere, imponendogli un determinato credo e privandolo della libertà di scelta; non devono entrare nelle religioni neanche i “chiodi” esterni degli interessi mondani, delle brame di potere e di denaro. Perché Dio non può essere invocato per interessi di parte e per fini egoistici, non può giustificare alcuna forma di fondamentalismo, imperialismo o colonialismo. Ancora una volta, da questo luogo così significativo, sale il grido accorato: mai più violenza in nome di Dio! Che il suo santo Nome sia adorato, non profanato e mercanteggiato dagli odi e dalle contrapposizioni umane.

Onoriamo invece la provvidente misericordia divina verso di noi con la preghiera assidua e con il dialogo concreto, «condizione necessaria per la pace nel mondo, dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 250). Preghiera e dialogo sono tra loro profondamente correlati: muovono dall’apertura del cuore e sono protesi al bene altrui, dunque si arricchiscono e rafforzano a vicenda. La Chiesa Cattolica, in continuità con il Concilio Vaticano II, con convinzione «esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi» (Dich. Nostra aetate, 2). Nessun «sincretismo conciliante», non «un’apertura diplomatica, che dice sì a tutto per evitare i problemi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 251), ma dialogare con gli altri e pregare per tutti: questi sono i nostri mezzi per mutare le lance in falci (cfr Is 2,4), per far sorgere amore dove c’è odio e perdono dove c’è offesa, per non stancarci di implorare e percorrere vie di pace.

Una pace vera, fondata sul rispetto reciproco, sull’incontro e sulla condivisione, sulla volontà di andare oltre i pregiudizi e i torti del passato, sulla rinuncia alle doppiezze e agli interessi di parte; una pace duratura, animata dal coraggio di superare le barriere, di debellare le povertà e le ingiustizie, di denunciare e arrestare la proliferazione di armi e i guadagni iniqui fatti sulla pelle degli altri. La voce di troppo sangue grida a Dio dal suolo della terra, nostra casa comune (cfr Gen 4,10). Ora siamo interpellati a dare una risposta non più rimandabile, a costruire insieme un futuro di pace: non è tempo di soluzioni violente e brusche, ma l’ora urgente di intraprendere processi pazienti di riconciliazione. La vera questione del nostro tempo non è come portare avanti i nostri interessi - questa non è la vera questione -, ma quale prospettiva di vita offrire alle generazioni future, come lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo ricevuto. Dio, e la storia stessa, ci domanderanno se ci siamo spesi oggi per la pace; già ce lo chiedono in modo accorato le giovani generazioni, che sognano un futuro diverso.

Nella notte dei conflitti, che stiamo attraversando, le religioni siano albe di pace, semi di rinascita tra devastazioni di morte, echi di dialogo che risuonano instancabilmente, vie di incontro e di riconciliazione per arrivare anche là, dove i tentativi delle mediazioni ufficiali sembrano non sortire effetti. Specialmente in questa amata regione caucasica, che ho tanto desiderato visitare e nella quale sono giunto come pellegrino di pace, le religioni siano veicoli attivi per il superamento delle tragedie del passato e delle tensioni di oggi. Le inestimabili ricchezze di questi Paesi vengano conosciute e valorizzate: i tesori antichi e sempre nuovi di sapienza, cultura e religiosità delle genti del Caucaso sono una grande risorsa per il futuro della regione e in particolare per la cultura europea, beni preziosi cui non possiamo rinunciare. Grazie.

Prima di lasciare la Moschea, il Papa ha rivolto ai presenti le seguenti parole:

Grazie tante a tutti voi. Grazie tante per la compagnia … E vi chiedo, per favore, di pregare per me.

[01530-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Se retrouver ici ensemble est une bénédiction. Je désire remercier le Président du Conseil des Musulmans du Caucase qui, avec sa courtoisie habituelle, nous accueille ainsi que les chefs religieux locaux de l’Eglise Orthodoxe russe et des communautés juives. Nous rencontrer dans l’amitié fraternelle en ce lieu de prières est un grand signe, un signe qui manifeste cette harmonie que les religions peuvent construire ensemble, à partir des relations personnelles et de la bonne volonté des responsables. En sont ici une preuve, par exemple, l’aide concrète que le Président du Conseil des Musulmans a apporté, en plusieurs occasions, à la communauté catholique, ainsi que les sages conseils qu’il partage avec elle dans un esprit de famille. Le beau lien qui unit les Catholiques à la communauté Orthodoxe, dans une fraternité concrète et avec une affection quotidienne - qui sont un exemple pour tous - sont aussi à souligner; et de même l’amitié cordiale avec la communauté juive.

L’Azerbaïdjan profite de cette concorde, pays qui se distingue par l’accueil et l’hospitalité, qui sont des dons que j’ai pu expérimenter en cette journée mémorable pour laquelle je suis très reconnaissant. On souhaite ici conserver le grand patrimoine des religions, et on recherche en même temps une ouverture plus grande et plus féconde: le catholicisme également, par exemple, trouve place et harmonie parmi les autres religions bien plus nombreuses, signe concret qui montre comment, non pas l’opposition mais la collaboration aide à construire des sociétés meilleures et pacifiques. Le fait de nous trouver ensemble est aussi en continuité avec les nombreuses rencontres qui se déroulent à Bakou afin de promouvoir le dialogue et la multi culturalité. En ouvrant les portes à l’accueil et à l’intégration, les portes des cœurs de chacun s’ouvrent ainsi que les portes de l’espérance pour tous. J’ai confiance que ce pays «porte entre l’Orient et l’Occident» (Jean-Paul II, Discours lors de la cérémonie de bienvenue, Bakou 22 mai 2002: Enseignements XXV, 1 [2002], 838), cultive toujours sa vocation d’ouverture et de rencontre, conditions indispensables pour construire de solides ponts de paix et un avenir digne de l’homme.

La fraternité et le partage que nous désirons faire grandir ne seront pas appréciés par celui qui veut mettre en évidence les divisions, attiser les tensions et tirer profit des oppositions et des différences; mais elles sont invoquées et attendues par celui qui désire le bien commun, et surtout agréables à Dieu, Compatissant et Miséricordieux, qui veut que les fils et les filles de l’unique famille humaine soient plus unis entre eux et toujours en dialogue. Un grand poète, enfant de cette terre, a écrit: «Si tu es un homme, mélange-toi aux hommes, car les hommes se trouvent bien entre eux» (Nizami Ganjavi, Le livre d’Alexandre, I, Sur son propre état et sur le temps qui passe). S’ouvrir aux autres n’appauvrit pas mais enrichit, car cela aide à être plus humain; à se reconnaître partie active d’un ensemble plus grand et à interpréter la vie comme un don pour les autres; à voir comme but, non pas ses propres intérêts mais le bien de l’humanité, à agir sans idéalismes et sans interventionnismes, sans accomplir d’interférences dommageables ni d’actions forcées, mais toujours plutôt dans le respect des dynamiques historiques, des cultures et des traditions religieuses.

Les religions ont une grande tâche: accompagner les hommes en recherche du sens de la vie, en les aidant à comprendre que les capacités limitées de l’être humain et les biens de ce monde ne doivent jamais devenir des absolus. Nizami a écrit aussi:«Ne te repose pas solidement sur tes forces, tant que tu n’auras pas trouvé dans le ciel une demeure! Les fruits du monde ne sont pas éternels, n’adore pas ce qui est périssable!» (Leylà et Majnùn, Mort de Majnùn sur la tombe de Leylà). Les religions sont appelées à nous faire comprendre que le centre de l’homme est en dehors de lui, que nous sommes tendus vers le Très Haut infini et vers l’autre qui nous est proche. Il y a là un appel à orienter la vie vers un amour plus élevé et en même temps plus concret: cela ne peut que se trouver au sommet de toute aspiration authentiquement religieuse; car – dit encore le poète –, «l’amour est ce qui ne change jamais, l’amour est ce qui ne finit jamais» (ibid., Désespoir de Majnùn).

La religion est donc une nécessité pour l’homme, pour qu’il réalise sa fin, une boussole pour l’orienter vers le bien et l’éloigner du mal qui est toujours accroupi à la porte de son cœur (cf. Gn 4, 7). En ce sens, les religions ont une tâche éducative: aider l’homme à tirer le meilleur de lui-même. Et nous, comme guides, nous avons une grande responsabilité pour donner des réponses authentiques à la recherche de l’homme qui est aujourd’hui souvent perdu dans les paradoxes tourbillonnants de notre époque. Nous voyons en effet, comment, de nos jours, d’une part sévit le nihilisme de celui qui ne croit plus à rien sinon à ses propres intérêts, avantages et profits, de celui qui rejette la vie en s’adaptant à l’adage: «Si Dieu n’existe pas, tout est permis» (cf. F.M. Dostoïevski, Les frères Karamazof, XI, 4.8.9); d’autre part apparaissent de plus en plus les réactions rigides et fondamentalistes de celui qui, par la violence de la parole et des gestes, veut imposer des attitudes extrêmes et radicalisées, les plus éloignées du Dieu vivant.

Les religions, au contraire, en aidant à discerner le bien et à le mettre en pratique par les œuvres, par la prière et par l’effort du travail intérieur, sont appelées à construire la culture de la rencontre et de la paix, faite de patience, de compréhension, de pas humbles et concrets. C’est ainsi que l’on sert la société humaine. Celle-ci, pour sa part, est toujours tenue de vaincre la tentation de se servir du facteur religieux: les religions ne doivent jamais être instrumentalisées et ne peuvent jamais prêter le flanc à soutenir des conflits et des oppositions.

Un lien vertueux entre sociétés et religions, est en revanche fécond, une alliance respectueuse qui doit être construite et gardée, et que je voudrais symboliser par une image chère à ce pays. Je fais référence aux précieux vitraux artistiques qui se trouvent depuis des siècles sur cette terre, qui sont faits seulement de bois et de verres colorés (Shebeke). Il y a une particularité unique dans leur fabrication artisanale: les clous et la colle ne sont pas utilisés; mais le bois et le verre tiennent ensemble et sont assemblés par un long et soigneux travail. De la sorte, le bois soutient le verre et le verre fait entrer la lumière.

De la même manière, c’est un devoir pour chaque société civile de soutenir la religion qui permet l’entrée d’une lumière indispensable pour vivre: c’est pourquoi il est nécessaire de leur garantir une réelle et authentique liberté. Les «colles» artificielles, qui forcent l’homme à croire en lui imposant un credo déterminé et en le privant de la liberté de choix, ne doivent donc pas être employées.Ne doivent pas non plus entrer dans les religions les «clous» extérieurs des intérêts mondains, des désirs de pouvoir et d’argent. Car Dieu ne peut pas être invoqué pour des intérêts de parti ou à des fins égoïstes, il ne peut justifier aucune forme de fondamentalisme, d’impérialisme ni de colonialisme. Encore une fois, de ce lieu si significatif, monte le cri qui vient du cœur: jamais plus de violence au nom de Dieu! Que son saint Nom soit adoré, et non profané ni marchandé par les haines et les oppositions humaines.

Au contraire honorons la providentielle miséricorde divine envers nous, par la prière assidue et par le dialogue concret, «condition nécessaire pour la paix dans le monde […] devoir pour les chrétiens comme pour les autres communautés religieuses» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 250). La prière et le dialogue sont en relationtrès profonde: ils sont mus par l’ouverture du cœur et ils sont tendus vers le bien d’autrui; ils s’enrichissent donc et se renforcent mutuellement. Avec conviction, l’Eglise catholique, à la suite du Concile Vatican II, «exhorte ses fils pour que, avec prudence et charité, par le dialogue et par la collaboration avec ceux qui suivent d’autres religions, et tout en témoignant de la foi et de la vie chrétiennes, ils reconnaissent, préservent et fassent progresser les valeurs spirituelles, morales et socio-culturelles qui se trouvent en eux» (Décl. Nostra aetate, n. 2). Pas de «syncrétisme conciliant», pas d’«ouverture diplomatique qui dit oui à tout pour éviter les problèmes» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 251), mais dialoguer avec les autres et prier pour tous: voilà nos moyens pour transformer les lances en faucilles (cf. Is 2, 4), pour faire surgir l’amour où se trouve la haine et le pardon où se trouve l’offense, pour ne pas se lasser d’implorer et de parcourir les chemins de paix.

Une vraie paix, fondée sur le respect réciproque, sur la rencontre et sur le partage, sur la volonté de dépasser les préjugés et les torts du passé, sur le renoncement aux duplicités et aux intérêts de parti; une paix durable, animée par le courage de dépasser les barrières, d’éradiquer les pauvretés et les injustices, de dénoncer et d’arrêter la prolifération des armes et les gains iniques faits sur le dos des autres. De la terre, notre maison commune, la voix de trop de sang crie vers Dieu (cf. Gn 4, 10). Nous sommes à présent interpellés pour donner une réponse, qui ne peut plus être reportée, afin de construire ensemble un avenir de paix: ce n’est plus le temps des solutions violentes et brusques, mais le moment urgent d’entreprendre des processus patients de réconciliation. La vraie question de notre temps n’est pas comment faire progresser nos intérêts - ce n’est pas la vraie question -, mais quelle perspective de vie offrir aux générations futures, comment laisser un monde meilleur que celui que nous avons reçu. Dieu et l’histoire même nous demanderont si, aujourd’hui, nous nous sommes dépensés pour la paix; les jeunes générations, qui rêvent d’un avenir autre, nous le demande déjà du fond du cœur.

Que les religions, dans la nuit des conflits que nous sommes en train de traverser, soient des aubes de paix, des semences de renaissance parmi les dévastations de mort, des échos de dialogue qui résonnent infatigablement, des voies de rencontre et de réconciliation pour réussir là où les tentatives des médiations officielles semblent ne pas être suivies d’effets. Spécialement en cette terre bien-aimée de la région caucasienne, que j’ai tant voulu visiter et sur laquelle je suis arrivé en pèlerin de paix, que les religions soient des facteurs actifs pour dépasser les tragédies du passé et les tensions d’aujourd’hui. Que les inestimables richesses de ces pays soient connues et valorisées: les trésors anciens et toujours nouveaux de sagesse, de culture et de religiosité des peuples du Caucase sont une grande ressource pour l’avenir de la région, et en particulier pour la culture européenne, des biens précieux auxquels nous ne pouvons pas renoncer. Merci.

***

Merci beaucoup à vous tous. Merci beaucoup pour la compagnie... Et je vous demande, s'il vous plaît, de prier pour moi.

[01530-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Our being here together is a blessing. I thank the President of the Council of the Muslims in the Caucasus, who welcomes us with his customary hospitality, and the local religious Leaders of the Russian Orthodox Church, as well as the Leaders of the Jewish Communities. Meeting one another in fraternal friendship in this place of prayer is a powerful sign, one that shows the harmony which religions can build together, based on personal relations and on the good will of those responsible. This is seen, for example, in the tangible help that the President of the Council of the Muslims has guaranteed to the Catholic community here on more than one occasion, along with the wise counsel that, in a familial spirit, he shares with that community. I wish also to highlight the good relations that unite local Catholics to the Orthodox community in solid fraternity and daily affection which are an example for all, as well as the warm friendship shared with the Jewish community.

The benefits of this harmony are felt throughout Azerbaijan, a country that distinguishes itself for its welcome and hospitality, gifts which I have experienced on this memorable day, one for which I am truly grateful. There is here a desire to protect the great heritage of religions and, at the same time, a pursuit of deeper and more fruitful openness. The Catholic Church, for example, finds a place and lives in harmony among other religions that have far more members, demonstrating concretely that it is not opposition but cooperation that helps to build better and more peaceful societies. Our being together at this place is also in continuity with the many meetings that are held in Baku to promote dialogue and multiculturalism. Opening the doors of welcome and integration means opening the doors of each person’s heart and the doors of hope to everyone. I am confident that this country, “the gateway between East and West” (John Paul II, Address at the Welcome Ceremony, Baku, 22 May 2002), will always cultivate its vocation to openness and encounter, the indispensable conditions for building lasting bridges of peace and a future worthy of humanity.

The fraternity and sharing that we seek to increase will not be appreciated by those who want to highlight divisions, reignite tensions and profit from opposition and differences; rather, fraternity and sharing are invoked and longed for by those who desire the common good, and are above all pleasing to God, the Compassionate and All Merciful, who wishes his sons and daughters in the one human family to be ever more united among themselves and always in dialogue with one another. A great poet, a son of this land, wrote: “If you are human, mix with humans, because people go well with each other” (Nizami Ganjavi, The Book of Alexander, I, On his own state of life and the passage of time). Opening ourselves to others does not lead to impoverishment but rather enrichment, because it enables us to be more human: to recognize ourselves as participants in a greater collectivity and to understand our life as a gift for others; to see as the goal, not our own interests, but rather the good of humanity; to act with neither abstract idealism nor with interventionism, not by harmful interference or forceful actions, but rather out of respect for the dynamics of history, cultures and religious traditions.

Religions have an enormous task: to accompany men and women looking for the meaning of life, helping them to understand that the limited capacities of the human being and the goods of this world must never become absolutes. Again, Nizami wrote: “Do not base yourself solidly on your own strength, such that in heaven you will find no resting place! The fruits of this world are not eternal; do not adore that which perishes!” (Leylā and Majnūn, Death of Majnūn on the tomb of Leylā). Religions are called to help us understand that the centre of each person is outside of himself, that we are oriented towards the Most High and towards the other who is our neighbour. In this way, the vocation of human life is to set out towards the highest and truest love: this alone is the culmination of every authentically religious aspiration. For, as the poet says, “love is that which never mutates, love is that which has no end” (ibid, The Despair of Majnūn).

Humanity therefore needs religion if it is to reach its goal. Religion is a compass that orients us to the good and steers us away from evil, which is always crouching at the door of a person’s heart (cf. Gen 4:7). Religions, therefore, have an educational task: to help bring out the best in each person. We, as guides, have a great responsibility, in order to offer authentic responses to men and women who are searching, who are often lost among the swirling contradictions of our time. Indeed, today we observe, on the one hand, the dominance of the nihilism of those who no longer believe in anything except their own wellbeing, advantage and profit, of those who throw life away, having become accustomed to the saying, “if God does not exist then everything is permissible” (cf. F.M. Dostoyevsky, The Brothers Karamazov, XI, 4.8.9); on the other hand, we see the growing emergence of rigid and fundamentalist reactions on the part of those who, through violent words and deeds, seek to impose extreme and radical attitudes which are furthest from the living God.

Religions, on the contrary, which help to discern the good and put it into practice through deeds, prayer and diligent cultivation of the inner life, are called to build a culture of encounter and peace, based on patience, understanding, and humble, tangible steps. This is the way a humane society is best served. For its part, society must always overcome the temptation to take advantage of religious factors: religions must never be instrumentalized, nor can they ever lend support to, or approve of, conflicts and disagreements.

There is, furthermore, a fruitfulness deriving from the virtuous rapport between society and religions, that respectful alliance which needs to be built up and protected, and which I would like to evoke with an image dear to this country. I refer to the precious artistic windows that have been here for centuries, crafted simply out of wood and tinted glass (Shebeke). When they are made using traditional methods, there is a peculiar characteristic: neither glue nor nails are used, but the wood and the glass are set into each other through time-consuming and meticulous effort. Thus, the wood supports the glass and the glass lets in the light. In the same way, it is the task of every civil society to support religion, which allows a light to shine through, indispensable for living. In order for this to happen, an effective and authentic freedom must be guaranteed. Artificial kinds of “glue” cannot be used, which bind people to believe, imposing on them a determined belief system and depriving them of the freedom to choose; nor is there a need for the external “nails” of worldly concerns, of the yearning for power and money. For God cannot be used for personal interests and selfish ends; he cannot be used to justify any form of fundamentalism, imperialism or colonialism. From this highly symbolic place, a heartfelt cry rises up once again: no more violence in the name of God! May his most holy Name be adored, not profaned or bartered as a commodity through forms of hatred and human opposition.

We honour, rather, the divine mercy that is given to us, through assiduous prayer and real dialogue, “a necessary condition for peace in the world… a duty for Christians as well as other religious communities” (Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 250). Prayer and dialogue are profoundly interconnected: they flow from an openness of heart and extend to the good of others, thus enriching and reinforcing each other. The Catholic Church, in continuity with the Second Vatican Council, heartily “exhorts her sons and daughters, that through dialogue and collaboration with the followers of other religions, carried out with prudence and love and in witness to the Christian faith and life, they recognize, preserve and promote the good things, spiritual and moral, as well as the socio-cultural values found among these men and women (Second Vatican Ecumenical Council, Nostra Aetate, 2). This is not an accommodating “facile syncretism”, nor a “diplomatic openness which says yes to everything in order to avoid problems” (Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium, 251), but rather a path of dialogue with others and a path of prayer for all: these are our means “of turning spears into pruning hooks” (cf. Is 2:4), to give rise to love where there is hatred, and forgiveness where there is offence, of never growing weary of imploring and tracing the ways of peace.

A true peace, founded on mutual respect, encounter and sharing, on the will to go beyond prejudices and past wrongs, on the rejection of double standards and self-interests; a lasting peace, animated by the courage to overcome barriers, to eradicate poverty and injustice, to denounce and put an end to the proliferation of weapons and immoral profiteering on the backs of others. The blood of far too many people cries out to God from the earth, our common home (cf. Gen 4:10). Today, we are challenged to give a response that can no longer be put off: to build together a future of peace; now is not the time for violent or abrupt solutions, but rather an urgent moment to engage in patient processes of reconciliation. The real question of our time is not how to advance our own causes - this is not the real question -, but what proposals for life are we offering to future generations; how to leave them a better world than the one we have received. God, and history itself, will ask us if we have spent ourselves pursuing peace; the younger generations, who dream of a different future, pointedly direct this question to us.

In this night of conflict that we are currently enduring, may religions be a dawn of peace, seeds of rebirth amid the devastation of death, echoes of dialogue resounding unceasingly, paths to encounter and reconciliation reaching even those places where official mediation efforts seem not to have borne fruit. Particularly in this beloved Caucasus region, which I have very much wished to visit and to which I have come as a pilgrim of peace, may religions be active agents working to overcome the tragedies of the past and the tensions of the present. May the inestimable richness of these countries be known and valued: the treasures old and ever new of the wisdom, culture and religious sensibility of the people of the Caucasus, are a tremendous resource for the future of the region and especially for European culture; they are goods which we cannot renounce. Thank you.

***

Thank you all. Thank you very much for the company ... And I ask you, please, to pray for me.

[01530-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Hier zusammen zu sein, ist ein Segen. Ich möchte dem Ratspräsidenten der kaukasischen Muslime, der uns mit seiner gewohnten Liebenswürdigkeit Gastfreundschaft gewährt, sowie den örtlichen religiösen Würdenträgern der russisch-orthodoxen Kirche und der jüdischen Gemeinden danken. Es ist ein bedeutendes Zeichen, dass wir uns hier an diesem Ort des Gebetes in brüderlicher Freundschaft begegnen – ein Zeichen, das jene Harmonie zum Ausdruck bringt, die die Religionen gemeinsam aufbauen können, ausgehend von den persönlichen Beziehungen und dem guten Willen der Verantwortlichen. Beweis dafür sind hier zum Beispiel die konkrete Hilfe, die der Ratspräsident der Muslime in mehreren Fällen der katholischen Gemeinschaft gewährt hat, und die weisen Ratschläge, die er ihr in familiärer Gesinnung mitteilt. Hervorzuheben sind auch das gute Verhältnis, das die Katholiken in konkreter Brüderlichkeit und täglicher liebevoller Zuneigung mit der orthodoxen Gemeinschaft verbindet – ein Vorbild für alle –, sowie die herzliche Freundschaft mit der jüdischen Gemeinde.

Von dieser Eintracht profitiert Aserbaidschan, das sich durch seine Aufnahmebereitschaft und Gastfreundschaft auszeichnet – Gaben, die ich an diesem denkwürdigen Tag, für den ich sehr dankbar bin, erfahren konnte. Hier ist man bestrebt, das bedeutende Erbe der Religionen zu bewahren, und zugleich sucht man nach einer größeren und fruchtbaren Öffnung. So findet zum Beispiel auch der katholische Glaube Raum und Harmonie unter den anderen, wesentlich zahlreicher vertretenen Religionen. Das ist ein konkretes Zeichen, das zeigt, wie nicht der Gegensatz, sondern die Zusammenarbeit hilft, bessere und friedliche Gesellschaften aufzubauen. Unser Zusammensein liegt auch in der Kontinuität mit den zahlreichen Begegnungen, die in Baku stattfinden, um den Dialog und die Multikulturalität zu fördern. Wenn man der Aufnahme und der Integrierung die Türen öffnet, dann öffnen sich die Türen der Herzen jedes Einzelnen und die Türen der Hoffnung für alle. Ich bin zuversichtlich, dass dieses Land als »Tor zwischen Ost und West« (Johannes PaulII., Ansprache bei der Begrüßungszeremonie [22. Mai 2002]: L’Osservatore Romano [dt.] Jg. 32, Nr. 22 [31. Mai 2002], S. 7) immer seine Berufung zu Offenheit und Begegnung pflegen wird; es sind dies unerlässliche Bedingungen, um haltbare Brücken des Friedens und eine menschenwürdige Zukunft aufzubauen.

Die Brüderlichkeit und das Miteinander, die wir mehren möchten, werden bei denen, die Trennungen hervorheben, Spannungen neu entfachen und aus Gegensätzen und Streitigkeiten Gewinn ziehen wollen, keinen Beifall finden; von denen, die das Gemeinwohl anstreben, werden sie jedoch inständig erfleht und erwartet. Und vor allem sind sie dem mitleidigen und barmherzigen Gott wohlgefällig, der will, dass die Söhne und Töchter der einen Menschheitsfamilie enger miteinander verbunden und immer im Dialog sind. Ein großer Dichter, ein Sohn dieses Landes, hat geschrieben: »Wenn du Mensch bist, mische dich unter die Menschen, denn den Menschen geht es gut in gegenseitiger Gesellschaft« (Nizami Ganjavi, Das Alexanderbuch, I, Über den eigenen Zustand und den Lauf der Zeit). Sich den anderen zu öffnen, macht nicht ärmer, sondern es bereichert, denn es hilft, menschlicher zu sein: sich als aktiven Teil eines größeren Ganzen zu erkennen und das Leben als ein Geschenk für die anderen zu verstehen; als Ziel nicht die eigenen Interessen zu betrachten, sondern das Wohl der Menschheit; ohne Schwärmereien und ohne Formen von Interventionismus zu handeln, ohne schädliche Einmischungen und Zwangsmaßnahmen zu vollziehen, sondern stattdessen immer die geschichtlichen Entwicklungen, die Kulturen und die religiösen Traditionen zu respektieren.

Gerade die Religionen haben eine große Aufgabe, nämlich die Menschen auf ihrer Suche nach dem Sinn des Lebens zu begleiten und ihnen zu helfen zu begreifen, dass die begrenzten Fähigkeiten des Menschen und die Güter dieser Welt niemals zu absoluten Größen werden dürfen. Wieder ist es Nizami, der schreibt: »Setze nicht endgültig auf deine Kräfte, solange du im Himmel keine Wohnung gefunden hast! Die Früchte der Welt sind nicht ewig, verehre nicht das Vergängliche!«(Leila und Madschnun, Der Tod Madschnuns auf Leilas Grab). Die Religionen sind berufen, uns begreifen zu lassen, dass die Mitte des Menschen außerhalb seiner selbst liegt, dass wir auf die endlose Höhe hin ausgestreckt sind und zum anderen hin, der unser Nächster ist. Dorthin soll das Leben sich auf den Weg machen: zur erhabensten und zugleich konkretesten Liebe. Sie muss der Gipfel jedes echten religiösen Strebens sein, denn – wie noch einmal der Dichter sagt – »Liebe ist das, was sich nie ändert, Liebe ist das, was kein Ende hat« (ebd. Die Verzweiflung des Madschnun).

Die Religion ist also für den Menschen eine Notwendigkeit, um sein Ziel zu verwirklichen, ein Kompass, um ihn zum Guten hin zu orientieren und ihn vom Bösen abzuhalten, das immer an der Tür seines Herzens lauert (vgl. Gen 4,7). In diesem Sinn haben die Religionen eine Erziehungsaufgabe, nämlich zu helfen, das Beste des Menschen zum Vorschein zu bringen. Und wir tragen als Leiter eine große Verantwortung, der Suche des Menschen, der sich heute oft in den schwindelerregenden Paradoxien unserer Zeit verliert, echte Antworten zu bieten. Tatsächlich sehen wir, wie in unseren Tagen einerseits der Nihilismus derer grassiert, die an nichts mehr glauben, außer an die eigenen Interessen, Nutzen und Vorteile, und das Leben wegwerfen, indem sie sich nach dem Spruch richten: »Wenn es Gott nicht gibt, ist alles erlaubt« (vgl. F. M. Dostojewski, Die Brüder Karamasow, XI, 4.8.9). Andererseits treten immer mehr die starren und fundamentalistischen Reaktionen derer zutage, die mit verbaler und tätlicher Gewalt extreme und radikalisierte Haltungen durchsetzen wollen, die denkbar weit entfernt sind vom lebendigen Gott.

Im Gegensatz dazu sind die Religionen, die ja helfen, das Gute zu erkennen und durch Werke, Gebet und die Mühe der Arbeit an sich selbst praktisch umzusetzen, dazu berufen, die Kultur der Begegnung und des Friedens aufzubauen, die aus Geduld, Verständnis und bescheidenen konkreten Schritten besteht. So wird der menschlichen Gesellschaft gedient. Diese ist ihrerseits stets gehalten, die Versuchung zu überwinden, sich des religiösen Faktors zu bedienen: Die Religionen dürfen niemals instrumentalisiert werden und dürfen nicht dafür herhalten, Konflikte und Gegensätze zu begünstigen.

Fruchtbar ist hingegen eine ehrbare Verbindung zwischen Gesellschaft und Religionen, eine respektvolle Allianz, die aufgebaut und gehütet werden muss und die ich mit einem Bild symbolisieren möchte, das diesem Land viel bedeutet. Ich beziehe mich auf die wertvollen, künstlerisch gestalteten Glasfenster, die es seit Jahrhunderten in dieser Gegend gibt und die nur aus Holz und buntem Glas bestehen (Shebeke). Bei ihrer handwerklichen Fertigung gibt es eine einzigartige Besonderheit: Es werden weder Klebstoff noch Nägel verwendet, sondern Holz und Glas werden zusammengehalten, indem sie in langer, sorgfältiger Arbeit ineinander verschachtelt werden. So hält das Holz das Glas, und das Glas lässt Licht einfallen. Genauso ist es Aufgabe jeder Zivilgesellschaft, die Religion zu unterstützen, die das Einfallen eines zum Leben unerlässlichen Lichtes ermöglicht. Und darum ist es notwendig, der Religion eine wirkliche und echte Freiheit zu garantieren. Es dürfen also nicht die künstlichen „Klebstoffe“ verwendet werden, die den Menschen zwingen zu glauben, indem man ihm ein bestimmtes Credo aufoktroyiert und ihn seiner Entscheidungsfreiheit beraubt, und es dürfen in die Religion auch nicht die äußeren „Nägel“ der weltlichen Interessen und der Macht- und Geldgier eindringen. Denn Gott darf nicht für partielle Interessen und egoistische Zwecke angerufen werden, er kann keine Form von Fundamentalismus, Imperialismus oder Kolonialismus rechtfertigen. Noch einmal erhebt sich von diesem so bedeutungsvollen Ort aus der herzzerreißende Ruf: Niemals mehr Gewalt im Namen Gottes! Sein heiliger Name werde angebetet, nicht geschändet und verschachert von Hass und menschlichen Gegensätzen.

Ehren wir dagegen die umsichtige göttliche Barmherzigkeit uns gegenüber mit dem beharrlichen Gebet und dem konkreten Dialog, der eine »notwendige Bedingung für den Frieden in der Welt und darum eine Pflicht für die Christen wie auch für die anderen Religionsgemeinschaften« ist (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 250). Gebet und Dialog stehen in einer engen Wechselbeziehung zueinander: Sie führen zur Öffnung des Herzens und streben dem Wohl der anderen zu, bereichern und stärken sich also gegenseitig. Fest überzeugt und in Kontinuität mit den Zweiten Vatikanischen Konzil »mahnt [die katholische Kirche] ihre Söhne [und Töchter], dass sie mit KIugheit und Liebe, durch Gespräch und Zusammenarbeit mit den Bekennern anderer Religionen sowie durch ihr Zeugnis des christlichen Glaubens und Lebens jene geistlichen und sittlichen Güter und auch die sozial-kulturellen Werte, die sich bei ihnen [den Bekennern anderer Religionen] finden, anerkennen, wahren und fördern« (Erkl. Nostra aetate, 2). Kein »versöhnlicher Synkretismus « und keine »diplomatische Offenheit, die zu allem Ja sagt, um Probleme zu vermeiden« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 251), sondern mit den anderen sprechen und für alle beten: das sind unsere Mittel, um Lanzen in Winzermesser zu verwandeln (vgl. Jes 2,4), um Liebe aufkommen zu lassen, wo Hass herrscht, und Vergebung, wo Verletzung schmerzt, damit wir nicht müde werden, Wege des Friedens zu erflehen und zu gehen.

Wege eines wahren Friedens, der auf gegenseitige Achtung, Begegnung und ein Miteinander-Teilen, auf den Willen, über Vorurteile und Schuld der Vergangenheit hinauszukommen, sowie auf die Absage an Heuchelei und parteiliche Interessen gegründet ist; eines dauerhaften Friedens, der beseelt ist von dem Mut, die Barrieren zu überwinden, die Situationen von Armut und Ungerechtigkeit auszurotten, die Verbreitung von Waffen und die ungerechten Profite auf Kosten der anderen anzuzeigen und ihnen Einhalt zu gebieten. Allzu viel Blut schreit vom Boden der Erde, unseres gemeinsamen Hauses, zu Gott (vgl. Gen 4,10). Jetzt sind wir aufgefordert, eine Antwort zu geben, die nicht mehr hinausgezögert werden kann, und gemeinsam eine Zukunft des Friedens aufzubauen: Es ist nicht der Moment gewaltsamer und schroffer Lösungen, sondern die drängende Stunde, geduldige Prozesse der Versöhnung einzuleiten. Die wirkliche Frage unserer Zeit ist nicht die, wie wir unsere Interessen verfolgen können – das ist nicht die wirkliche Frage! –, sondern welche Lebensperspektiven wir den kommenden Generationen bieten, wie wir eine Welt hinterlassen können, die besser ist als die, welche wir empfangen haben. Gott und die Geschichte selbst werden uns fragen, ob wir uns heute für den Frieden eingesetzt haben; schon jetzt fragen uns traurig danach die jungen Generationen, die sich eine andere Zukunft erträumen.

Mögen die Religionen in der Nacht der Konflikte, die wir durchmachen, Morgenröte des Friedens, Samen der Wiedergeburt unter den Verwüstungen des Todes, unermüdlich tönender Widerhall des Dialogs und Wege der Begegnung und der Versöhnung sein, um dorthin zu gelangen, wo die offiziellen Vermittlungsversuche keinen Erfolg zu erzielen scheinen. Mögen die Religionen besonders in dieser geschätzten kaukasischen Region, die zu besuchen ich so ersehnt habe und in die ich als Pilger des Friedens gekommen bin, aktive Mittel zur Überwindung der Tragödien der Vergangenheit und der Spannungen von heute sein. Mögen die unschätzbaren Reichtümer dieser Länder erkannt und genutzt werden: Die alten und immer neuen Schätze der Weisheit, Kultur und Religiosität der Kaukasusvölker sind eine reiche Ressource für die Zukunft der Region und insbesondere für die europäische Kultur – kostbare Güter, auf die wir nicht verzichten können. Danke.

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[01530-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Es una bendición encontrarnos aquí juntos. Deseo dar las gracias al Presidente del Consejo de la comunidad musulmana del Cáucaso, que, con su habitual cortesía nos acoge, y a los Líderes religiosos locales de la Iglesia Ortodoxa Rusa y de la Comunidad judía. Es un gran signo reunirnos en amistad fraterna en este lugar de oración, un signo que manifiesta esa armonía que las religiones juntas pueden construir a partir de las relaciones personales y de la buena voluntad de los responsables. Aquí se comprueba, por ejemplo, la ayuda concreta que el Presidente del Consejo de la comunidad musulmana ha garantizado en diversas ocasiones a la comunidad católica, y los sabios consejos que, en un espíritu de familia, comparte con ella; hay que destacar también el hermoso lazo que une a los católicos con la comunidad ortodoxa, en una fraternidad concreta y en un afecto cotidiano que es un ejemplo para todos, así como la cordial amistad con la comunidad judía.

De esta concordia se beneficia Azerbaiyán, que se distingue por la acogida y la hospitalidad, dones que he podido experimentar en esta memorable jornada, por la cual estoy muy agradecido. Aquí se desea custodiar el gran patrimonio de las religiones y se busca al mismo tiempo una mayor y fecunda apertura: aunque el catolicismo, por ejemplo, encuentra lugar y armonía entre otras religiones mucho más numerosas, signo concreto que muestra cómo no la contraposición, sino la colaboración, es lo que ayuda a construir sociedades mejores y pacíficas. Nuestro encuentro está también en continuidad con las muchas reuniones que tienen lugar en Bakú para promover el diálogo y la multiculturalidad. Abriendo las puertas a la acogida y a la integración, se abren las puertas de los corazones de cada uno y las puertas de la esperanza para todos. Confío en que este país, «puerta entre el Oriente y el Occidente» (Juan Pablo II, Discurso en la ceremonia de bienvenida, Bakú, 22 Mayo 2002), cultive siempre su vocación de apertura y de encuentro, condiciones indispensables para construir puentes sólidos de paz y un futuro digno del hombre.

La fraternidad y el intercambio que queremos aumentar no será apreciado por aquellos que quieren hacer hincapié en las divisiones, reavivar tensiones y sacar ganancias de conflictos y controversias; sin embargo, son invocados y esperados por quienes desean el bien común, y sobre todo agradan a Dios, compasivo y misericordioso, que quiere a los hijos e hijas de la única familia humana más unidos entre sí y siempre en diálogo. Un gran poeta, hijo de esta tierra, escribió: «Si eres humano, mézclate con los humanos, porque los hombres están bien entre ellos» (Nizami Ganjavi, El libro de Alejandro). Abrirse a los demás no empobrece, sino que más bien enriquece, porque ayuda a ser más humanos: a reconocerse parte activa de un todo más grande y a interpretar la vida como un regalo para los otros; a ver como objetivo no los propios intereses, sino el bien de la humanidad; a actuar sin idealismos y sin intervencionismos, sin ninguna interferencia perjudicial o acción forzada, sino siempre respetando la dinámica histórica de las culturas y de las tradiciones religiosas.

Las religiones tienen precisamente una gran tarea: acompañar a los hombres en la búsqueda del sentido de la vida, ayudándoles a entender que las limitadas capacidades del ser humano y los bienes de este mundo nunca deben convertirse en un absoluto. Nizami ha escrito también: «No te establezcas firmemente sobre tus propia fuerza, hasta que en el cielo no hayas encontrado un hogar. Los frutos del mundo no son eternos, no adores aquello que perece» (Leylā y Majnūn, Muerte de Majnūn sobre la tumba de Leylā). Las religiones están llamadas a hacernos comprender que el centro del hombre está fuera de sí mismo, que tendemos hacia lo Alto infinito y hacia el otro que tenemos al lado. Hacia allí está llamada a encaminarse la vida, hacia el amor más elevado y más concreto: sólo este puede ser el culmen de toda aspiración auténticamente religiosa; porque —dice también el poeta— «amor es aquello que nunca cambia, amor es aquello que no tiene fin» (ibíd., Desesperación de Majnūn).

Por lo tanto, la religión es una necesidad para el hombre, para realizar su fin, una brújula para orientarlo hacia el bien y alejarlo del mal, que está siempre al acecho en la puerta de su corazón (cf. Gn 4,7). En este sentido, las religiones tienen una tarea educativa: ayudar al hombre a dar lo mejor de sí. Y nosotros, como guías, tenemos una gran responsabilidad para ofrecer respuestas auténticas a la búsqueda del hombre, a menudo perdido en las vertiginosas paradojas de nuestro tiempo. En efecto, vemos cómo en nuestros días, arrecia por un lado el nihilismo de los que ya no creen en nada, excepto en sus propios intereses, ventajas y provechos, de los que tiran sus vidas adaptándose al dicho «si Dios no existe todo está permitido» (cf. F. M. Dostoievski, Los hermanos Karamazov, XI, 4.8.9); por otro lado, surgen cada vez más las reacciones duras y fundamentalistas de aquellos que, con la violencia de la palabra y de los gestos, quieren imponer actitudes extremas y radicalizadas, las más lejanas del Dios vivo.

Las religiones, por el contrario, ayudan a discernir el bien y ponerlo en práctica con las obras, con la oración y con el esfuerzo del trabajo interior, están llamadas a edificar la cultura del encuentro y de la paz, hecha de paciencia, comprensión, pasos humildes y concretos. Así se sirve a la sociedad humana. Esta, por su parte, debe vencer la tentación de instrumentalizar el factor religioso: las religiones nunca han de ser manipuladas y nunca pueden favorecer conflictos y enfrentamientos.

En cambio, es fecundo un vínculo virtuoso entre la sociedad y las religiones, una alianza respetuosa que se debe construir y preservar, y que quisiera simbolizar con una imagen apreciada en este país. Me refiero a las artísticas vidrieras que hay desde hace siglos en estas tierras, hechas solamente de madera y cristales de color (Shebeke). En la producción artesanal, hay una característica única: no se utilizan pegamentos ni clavos, sino que se mantienen unidos la madera y el cristal, encajándolos entre sí por un trabajo largo y laborioso. Así, la madera sujeta el cristal y el cristal deja pasar la luz. Del mismo modo, toda sociedad civil tiene la tarea de apoyar la religión, que permite la entrada de una luz indispensable para vivir: para ello es necesario garantizar una efectiva y auténtica libertad. No se han de utilizar, pues, «pegamentos» artificiales que obliguen al hombre a creer, imponiéndole un determinado credo y privándolo de la libertad de elección; tampoco han de entrar en las religiones los «clavos» externos de los intereses mundanos, de la ambición de poder y de dinero. Porque Dios no puede ser invocado por intereses partidistas y fines egoístas, no puede justificar forma alguna de fundamentalismo, imperialismo o colonialismo. Una vez más, desde este lugar tan significativo, se eleva el grito afligido: «¡Nunca más violencia en nombre de Dios!». Que su santo nombre sea adorado, no profanado y ni mercantilizado por los odios y los conflictos humanos.

Honramos, sin embargo, la providente misericordia divina sobre nosotros con la oración asidua y con el diálogo concreto, «condición necesaria para la paz en el mundo, y por lo tanto deber para los cristianos, así como para las otras comunidades religiosas» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 250). La oración y el diálogo están profundamente relacionados entre sí: nacen de la apertura del corazón y se inclinan hacia el bien de los otros, enriqueciéndose así y reforzándose mutuamente. La Iglesia Católica, en continuidad con el Concilio Vaticano II, con convicción, «exhorta a sus hijos a que, con prudencia y caridad, mediante el diálogo y la colaboración con los adeptos de otras religiones, dando testimonio de fe y vida cristiana, reconozcan, guarden y promuevan aquellos bienes espirituales y morales, así como los valores socioculturales que en ellos existen» (Decl. Nostra aetate, 2). Ningún «sincretismo conciliador», ni «una apertura diplomática, que dice que sí a todo para evitar problemas» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 251), sino dialogar con los demás y orar por todos: estos son nuestros medios para cambiar sus lanzas en podaderas (cf. Is 2,4), para hacer surgir amor donde hay odio, y perdón donde hay ofensa, para no cansarse de implorar y seguir los caminos de la paz.

Una paz verdadera, fundada sobre el respeto mutuo, sobre el encuentro y el intercambio, sobre la voluntad de ir más allá de los prejuicios y los errores del pasado, sobre la renuncia a las falsedades y a los intereses partidistas; una paz duradera animada por el valor de superar las barreras, de erradicar la pobreza y la injusticia, de denunciar y detener la proliferación de armas y las ganancias inicuas obtenidas sobre la piel de los otros. La voz de mucha sangre grita a Dios desde la tierra, nuestra casa común (cf. Gn 4,10). Ahora tenemos el reto de dar una respuesta que no puede aplazarse por más tiempo, para construir juntos un futuro de paz: no es tiempo de soluciones violentas y bruscas, sino la hora urgente de emprender procesos pacientes de reconciliación. El verdadero problema de nuestro tiempo no es cómo llevar adelante nuestros intereses –este no es el verdadero problema-, sino qué perspectiva de vida ofrecer a las generaciones futuras, cómo dejar un mundo mejor del que hemos recibido. Dios, y la historia misma, nos preguntarán si hemos trabajado hoy por la paz; ya nos lo piden con ardor las jóvenes generaciones, que sueñan con un futuro diferente.

En la noche de los conflictos que estamos atravesando, las religiones son auroras de paz, semillas de renacimiento entre devastaciones de muerte, ecos de diálogo que resuenan sin descanso, caminos de encuentro y reconciliación para llegar allí donde los intentos de mediación oficiales parecen no surtir efecto. Especialmente en esta querida región del Cáucaso, que yo tanto quería visitar y a la cual he venido como peregrino de paz, que las religiones sean vehículos activos para superar las tragedias del pasado y las tensiones de hoy. Que las riquezas inestimables de estos países sean conocidas y valoradas: los tesoros antiguos y siempre nuevos de la sabiduría, la cultura y la religiosidad de las gentes del Cáucaso son un gran recurso para el futuro de la región y, en particular, para la cultura europea, bienes preciosos a lo que no podemos renunciar. Muchas gracias.

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Muchas gracias a todos. Muchas gracias por la compañía… Y les pido, por favor, que recen por mí.

[01530-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Considero uma bênção encontrarmo-nos aqui juntos. Desejo agradecer ao Presidente do Conselho dos Muçulmanos do Cáucaso, que nos acolhe com a sua habitual cortesia, e aos Chefes religiosos locais da Igreja Ortodoxa Russa e das Comunidades Judaicas. É um grande sinal encontrarmo-nos, em fraterna amizade, neste lugar de oração; um sinal que manifesta aquela harmonia que as religiões, em conjunto, podem construir, a partir das relações pessoais e da boa vontade dos responsáveis. Prova disto mesmo é, por exemplo, a ajuda concreta que o Presidente do Conselho dos Muçulmanos garantiu em várias ocasiões à comunidade católica, e os sábios conselhos que partilha, em espírito de família, com ela; são de sublinhar também o vínculo estupendo que une os católicos à comunidade ortodoxa, manifestado numa fraternidade concreta e num carinho diário que são um exemplo para todos, e a amizade cordial com a comunidade judaica.

Desta concórdia beneficia o Azerbaijão, que se distingue pelo acolhimento e a hospitalidade, dons que pude experimentar neste dia memorável e pelo qual lhes estou muito grato. Aqui deseja-se guardar o grande património das religiões e, ao mesmo tempo, procura-se uma abertura maior e frutuosa: o próprio catolicismo, por exemplo, encontra lugar e harmonia entre outras religiões muito mais numerosas; um sinal concreto que mostra como não seja a contraposição mas a colaboração que ajuda a construir sociedades melhores e pacíficas. Este nosso ajuntamento está em continuidade também com os numerosos encontros que se realizam em Baku para promover o diálogo e a multiculturalidade. Ao abrir as portas ao acolhimento e à integração, abrem-se as portas do coração de cada um e as portas da esperança para todos. Confio que este país, «porta entre o Oriente e o Ocidente» [João Paulo II, Discurso na cerimónia de boas-vindas, Baku, 22 de maio de 2002: Insegnamenti XXV/1 (2002), 838], cultive sempre a sua vocação de abertura e encontro, condições indispensáveis para construir sólidas pontes de paz e um futuro digno do ser humano.

A fraternidade e a partilha que desejamos incrementar não serão apreciadas por aqueles que querem salientar divisões, reacender tensões e enriquecer à custa de conflitos e contrastes; mas são imploradas e esperadas por quem deseja o bem comum, e sobretudo são agradáveis a Deus, Compassivo e Misericordioso, que quer os filhos e filhas da única família humana unidos e sempre em diálogo entre si. Assim escreveu um grande poeta, filho desta terra: «Se és humano, mistura-te com os humanos, porque os homens sentem-se bem uns com os outros» (Nizami Ganjavi, O livro de Alexandre I, sobre o próprio estado e o passar do tempo). Abrir-se aos outros não empobrece, mas enriquece, porque nos ajuda a ser mais humanos: a reconhecer-se parte ativa dum todo maior e a interpretar a vida como um dom para os outros; a ter como alvo não os próprios interesses, mas o bem da humanidade; a agir sem idealismos nem intervencionismos, sem realizar interferências prejudiciais nem ações forçadas, mas sempre no respeito das dinâmicas históricas, das culturas e das tradições religiosas.

As próprias religiões têm uma grande tarefa: acompanhar os homens em busca do sentido da vida, ajudando-os a compreender que as limitadas capacidades do ser humano e os bens deste mundo nunca se devem tornar absolutos. O mesmo Nizami escreveu: «Não te estabeleças solidamente sobre as tuas forças, enquanto não encontrares morada no céu! Os frutos do mundo não são eternos; não adores o que perece!» (Leylā e Majnūn, Morte de Majnūn no túmulo de Leylā). As religiões são chamadas a fazer-nos compreender que o centro do homem está fora dele, que tendemos para o Outro infinito e para o outro que está próximo de nós. Aí o homem é chamado a encaminhar a vida rumo ao amor mais sublime e, simultaneamente, mais concreto: este não pode deixar de estar no cume de toda a aspiração autenticamente religiosa; porque – diz ainda o poeta – «amor é aquilo que nunca muda, amor é aquilo que não tem fim» (Ibid., Desespero de Majnūn).

A religião é, pois, uma necessidade para o ser humano realizar o seu fim, uma bússola a fim de o orientar para o bem e afastá-lo do mal, que sempre jaz deitado à porta do seu coração (cf. Gn 4, 7). Neste sentido, as religiões têm uma tarefa educativa: ajudar a tirar fora do homem o seu melhor. E nós, como guias, temos uma grande responsabilidade que é dar respostas autênticas à busca do homem, hoje frequentemente perdido nos paradoxos vertiginosos do nosso tempo. De facto vemos como nos nossos dias, por um lado, avança o niilismo daqueles que não acreditam em nada mais senão nos seus próprios interesses, benefícios e lucros, daqueles que jogam fora a vida acomodando-se ao ditado «se Deus não existe, tudo é permitido» (cf. F. M. Dostoievski, Os irmãos Karamazov, XI, 4.8.9); por outro lado, emergem cada vez mais as reações rígidas e fundamentalistas daqueles que, com a violência da palavra e dos gestos, querem impor atitudes extremas e radicalizadas, as mais distantes do Deus vivo.

As religiões, pelo contrário, ajudando a discernir o bem e a pô-lo em prática com as obras, a oração e o esforço do trabalho interior, são chamadas a construir a cultura do encontro e da paz, feita de paciência, compreensão, passos humildes e concretos. É assim que se serve a sociedade humana. Esta, por sua vez, está sempre obrigada a vencer a tentação de se servir do fator religioso: as religiões não devem jamais ser instrumentalizadas e nunca se podem prestar a apoiar conflitos e confrontos.

Ao contrário, é fecunda uma ligação virtuosa entre sociedade e religiões, uma aliança respeitosa que deve ser construída e preservada, e que gostaria de simbolizar com uma imagem querida a este país. Refiro-me às preciosas janelas artísticas, presentes há séculos nestas terras, feitas apenas de madeira e vidros coloridos (Shebeke). Na sua confeção artesanal, há uma particularidade única: não se usam colas nem pregos, mas são mantidos juntos a madeira e o vidro encaixando-os entre si com um trabalho longo e cuidadoso. Assim a madeira sustenta o vidro e o vidro faz entrar a luz. Da mesma forma, é dever de cada sociedade civil sustentar a religião, que permite a entrada duma luz indispensável para viver: para isso é necessário garantir-lhe uma efetiva e autêntica liberdade. Assim não se devem usar as «colas» artificiais que forçam o ser humano a crer, impondo-lhe um determinado credo e privando-o da liberdade de escolha; nem devem entrar nas religiões os «pregos» externos dos interesses mundanos, das ambições de poder e dinheiro. Porque Deus não pode ser invocado para interesses de parte nem para fins egoístas; não pode justificar qualquer forma de fundamentalismo, imperialismo ou colonialismo. Mais uma vez, deste lugar tão significativo, levanta-se o grito angustiado: nunca mais violência em nome de Deus! Que o seu santo nome seja adorado, e não profanado nem mercantilizado por ódios e conflitos humanos.

Em vez disso, honremos a providente misericórdia divina para connosco com a oração assídua e o diálogo concreto, «condição necessária para a paz no mundo e, por conseguinte, é um dever para os cristãos e também para as outras comunidades religiosas» (Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 250). Oração e diálogo estão profundamente relacionados entre si: partem da abertura do coração e tendem para o bem dos outros; por isso se enriquecem e reforçam mutuamente. Convictamente, em continuidade com o Concílio Vaticano II, a Igreja Católica «exorta os seus filhos a que, com prudência e caridade, pelo diálogo e colaboração com os seguidores doutras religiões, dando testemunho da vida e fé cristãs, reconheçam, conservem e promovam os bens espirituais e morais e os valores socioculturais que entre eles se encontram» (Decl. Nostra aetate, 2). Não se trata de qualquer «sincretismo conciliador», nem de «uma abertura diplomática que diga sim a tudo para evitar problemas» (Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 251), mas de dialogar com os outros e rezar por todos: estes são os nossos meios para mudar as lanças em foices (cf. Is 2, 4), para fazer surgir amor onde há ódio e perdão onde há ofensa, para não nos cansarmos de implorar e percorrer caminhos de paz.

Uma paz verdadeira, fundada sobre o respeito mútuo, o encontro e a partilha, sobre a vontade de ultrapassar os preconceitos e as injustiças do passado, sobre a renúncia à duplicidade e aos interesses de parte; uma paz duradoura, animada pela coragem de superar as barreiras, de debelar a pobreza e as injustiças, de denunciar e deter a proliferação de armas e os ganhos iníquos obtidos à custa da pele dos outros. A voz de demasiado sangue clama a Deus a partir do solo da Terra, nossa casa comum (cf. Gn 4, 10). Agora somos desafiados a dar uma resposta sem mais adiamentos, a construir juntos um futuro de paz: não é tempo de soluções violentas e bruscas, mas o momento urgente de empreender processos pacientes de reconciliação. A verdadeira questão do nosso tempo não é como promover os nossos interesses – esta não é a verdadeira questão –, mas que perspetiva de vida oferecer às gerações futuras, como deixar um mundo melhor do que aquele que recebemos. Deus e a própria história interrogar-nos-ão se hoje nos gastamos pela paz; já no-lo perguntam instantemente as gerações jovens, que sonham com um futuro diferente.

Na noite dos conflitos que estamos a atravessar, as religiões sejam alvoradas de paz, sementes de renascimento por entre devastações de morte, ecos de diálogo que ressoam incansavelmente, caminhos de encontro e reconciliação para se chegar mesmo lá onde as tentativas das mediações oficiais parecem não ter êxito. Especialmente nesta amada região caucásica, que muito desejei visitar e à qual cheguei como peregrino de paz, as religiões sejam veículos ativos para a superação das tragédias do passado e das tensões atuais. As riquezas inestimáveis destes países sejam conhecidas e valorizadas: os tesouros antigos e sempre novos de sabedoria, cultura e religiosidade dos povos do Cáucaso são um grande recurso para o futuro da região e, em particular, para a cultura europeia, bens preciosos a que não podemos renunciar. Obrigado.

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[…]

[01530-PO.02] [Texto original: Italiano]

Al termine dell’incontro, il Santo Padre si è trasferito all’aeroporto di Baku per la cerimonia di congedo.

[B0698-XX.02]