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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) - Veglia di preghiera con i giovani nel “Campus Misericordiae” di Kraków, 30.07.2016


Pranzo con i giovani all’Arcivescovado di Kraków

Nell’Arcivescovado di Kraków il Santo Padre Francesco ha pranzato oggi con il Card. Stanisław Dziwisz e 12 giovani volontari della GMG di varie nazionalità: un ragazzo e una ragazza per ciascun continente più un ragazzo e una ragazza di nazionalità polacca, in rappresentanza di tutti i partecipanti alla XXXI Giornata Mondiale della Gioventù.

[01232-IT.01]

Veglia di preghiera con i giovani, nel “Campus Misericordiae” di Kraków

Discorso del Santo Padre

Testimonianze di tre giovani

Nel Campus Misericordiae alla periferia di Cracovia - ma nel comune di Wieliczka – si è svolta questa sera la Veglia di preghiera dei giovani che partecipano alla XXXI Giornata Mondiale della Gioventù.

Il Santo Padre è arrivato poco dopo le 18.30 e ha compiuto un lungo giro in papamobile nell’area del Campus fino a giungere alla grande Porta Santa, che ha attraversato a piedi insieme a cinque giovani in rappresentanza dei rispettivi continenti.

La Veglia di preghiera, sul tema “Gesù, Sorgente di Misericordia”, è iniziata alle ore 19.30 ed è stata introdotta dal saluto dell’Arcivescovo di Kraków, Card. Stanisław Dziwisz. Una rappresentazione scenica in cinque tempi (la fede ai dubbiosi, la speranza agli scoraggiati, l’amore agli indifferenti, il perdono a chi ha fatto del male, la gioia alle persone tristi) si è alternata con le testimonianza di tre giovani; quindi Papa Francesco ha pronunciato il suo discorso.

La Veglia della GMG è proseguita con l’Adorazione del Santissimo Sacramento. Dopo la benedizione finale, il Santo Padre è rientrato all’Arcivescovado mente molti giovani hanno vegliato l’intera notte in preghiera in attesa della Santa Messa conclusiva di domani mattina.

Di seguito riportiamo il testo del discorso del Papa e quello delle testimonianze dei tre giovani:

Discorso del Santo Padre

Testo in lingua italiana

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Testo in lingua italiana

Cari giovani, buona sera!
E’ bello essere qui con voi in questa Veglia di preghiera.

Alla fine della sua coraggiosa e commovente testimonianza, Rand ci ha chiesto qualcosa. Ci ha detto: “Vi chiedo sinceramente di pregare per il mio amato Paese”. Una storia segnata dalla guerra, dal dolore, dalla perdita, che termina con una richiesta: quella della preghiera. Che cosa c’è di meglio che iniziare la nostra veglia pregando?

Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, Paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti, o addirittura sono in guerra. Altri veniamo da Paesi che possono essere in “pace”, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, per noi non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come la coraggiosa Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato Paese.

Ci sono situazioni che possono risultarci lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo (del cellulare o del computer). Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte: tutti sentiamo l’invito a coinvolgerci: “Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà. Cari amici, vi invito a pregare insieme a motivo della sofferenza di tante vittime della guerra, di questa guerra che c’è oggi nel mondo, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto. E in questa richiesta di preghiera voglio ringraziare anche voi, Natalia e Miguel, perché anche voi avete condiviso con noi le vostre battaglie, le vostre guerre interiori. Ci avete presentato le vostre lotte, e come avete fatto per superarle. Voi siete segno vivo di quello che la misericordia vuole fare in noi.

Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non ci metteremo a litigare, non vogliamo distruggere, non vogliamo insultare. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere la violenza con più violenza, vincere il terrore con più terrore. E la nostra risposta a questo mondo in guerra ha un nome: si chiama fraternità, si chiama fratellanza, si chiama comunione, si chiama famiglia. Festeggiamo il fatto che veniamo da culture diverse e ci uniamo per pregare. La nostra migliore parola, il nostro miglior discorso sia unirci in preghiera. Facciamo un momento di silenzio e preghiamo; mettiamo davanti a Dio le testimonianze di questi amici, identifichiamoci con quelli per i quali “la famiglia è un concetto inesistente, la casa solo un posto dove dormire e mangiare”, o con quelli che vivono nella paura di credere che i loro errori e peccati li abbiano tagliati fuori definitivamente. Mettiamo alla presenza del nostro Dio anche le vostre “guerre”, le nostre “guerre”, le lotte che ciascuno porta con sé, nel proprio cuore. E per questo, per essere in famiglia, in fratellanza, tutti insieme, vi invito ad alzarvi, a prendervi per mano e a pregare in silenzio. Tutti.

[Silenzio]

Mentre pregavamo mi veniva in mente l’immagine degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Una scena che ci può aiutare a comprendere tutto ciò che Dio sogna di realizzare nella nostra vita, in noi e con noi. Quel giorno i discepoli stavano chiusi dentro per la paura. Si sentivano minacciati da un ambiente che li perseguitava, che li costringeva a stare in una piccola abitazione obbligandoli a rimanere fermi e paralizzati. Il timore si era impadronito di loro. In quel contesto, accadde qualcosa di spettacolare, qualcosa di grandioso. Venne lo Spirito Santo e delle lingue come di fuoco si posarono su ciascuno di essi, spingendoli a un’avventura che mai avrebbero sognato. La cosa cambia completamente!

Abbiamo ascoltato tre testimonianze; abbiamo toccato, con i nostri cuori, le loro storie, le loro vite. Abbiamo visto come loro, al pari dei discepoli, hanno vissuto momenti simili, hanno passato momenti in cui sono stati pieni di paura, in cui sembrava che tutto crollasse. La paura e l’angoscia che nascono dal sapere che uscendo di casa uno può non rivedere più i suoi cari, la paura di non sentirsi apprezzato e amato, la paura di non avere altre opportunità. Loro hanno condiviso con noi la stessa esperienza che fecero i discepoli, hanno sperimentato la paura che porta in un unico posto. Dove ci porta, la paura? Alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita, e specialmente nella giovinezza. La paralisi ci fa perdere il gusto di godere dell’incontro, dell’amicizia, il gusto di sognare insieme, di camminare con gli altri. Ci allontana dagli altri, ci impedisce di stringere la mano, come abbiamo visto [nella coreografia], tutti chiusi in quelle piccole stanzette di vetro.

Ma nella vita c’è un’altra paralisi ancora più pericolosa e spesso difficile da identificare, e che ci costa molto riconoscere. Mi piace chiamarla la paralisi che nasce quando si confonde la FELICITÀ con un DIVANO / KANAPA! Sì, credere che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano. Un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri. Un divano, come quelli che ci sono adesso, moderni, con massaggi per dormire inclusi, che ci garantiscano ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi e passare ore di fronte al computer. Un divano contro ogni tipo di dolore e timore. Un divano che ci faccia stare chiusi in casa senza affaticarci né preoccuparci. La “divano-felicità” / “kanapa-szczęście” è probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più, che può rovinare di più la gioventù. “E perché succede questo, Padre?”. Perché a poco a poco, senza rendercene conto, ci troviamo addormentati, ci troviamo imbambolati e intontiti. L’altro ieri, parlavo dei giovani che vanno in pensione a 20 anni; oggi parlo dei giovani addormentati, imbambolati, intontiti, mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi. Sicuramente, per molti è più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano; per molti questo risulta più conveniente che avere giovani svegli, desiderosi di rispondere, di rispondere al sogno di Dio e a tutte le aspirazioni del cuore. Voi, vi domando, domando a voi: volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? [No!] Volete che altri decidano il futuro per voi? [No!] Volete essere liberi? [Sì!] Volete essere svegli? [Sì!] Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!] Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro? [Sì!]

Ma la verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per “vegetare”, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!

Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito. E’ certo che la droga fa male, ma ci sono molte altre droghe socialmente accettate che finiscono per renderci molto o comunque più schiavi. Le une e le altre ci spogliano del nostro bene più grande: la libertà. Ci spogliano della libertà.

Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!

Potrete dirmi: Padre, ma questo non è per tutti, è solo per alcuni eletti! Sì, è vero, e questi eletti sono tutti quelli che sono disposti a condividere la loro vita con gli altri. Allo stesso modo in cui lo Spirito Santo trasformò il cuore dei discepoli nel giorno di Pentecoste – erano paralizzati – lo ha fatto anche con i nostri amici che hanno condiviso le loro testimonianze. Uso le tue parole, Miguel: tu ci dicevi che il giorno in cui nella “Facenda” ti hanno affidato la responsabilità di aiutare per il migliore funzionamento della casa, allora hai cominciato a capire che Dio chiedeva qualcosa da te. Così è cominciata la trasformazione.

Questo è il segreto, cari amici, che tutti siamo chiamati a sperimentare. Dio aspetta qualcosa da te. Avete capito? Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te. Dio viene a rompere le nostre chiusure, viene ad aprire le porte delle nostre vite, delle nostre visioni, dei nostri sguardi. Dio viene ad aprire tutto ciò che ti chiude. Ti sta invitando a sognare, vuole farti vedere che il mondo con te può essere diverso. E’ così: se tu non ci metti il meglio di te, il mondo non sarà diverso. E’ una sfida.

Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano / młodzi kanapowi, ma di giovani con le scarpe, meglio ancora, con gli scarponcini calzati. Questo tempo accetta solo giocatori titolari in campo, non c’è posto per riserve. Il mondo di oggi vi chiede di essere protagonisti della storia perché la vita è bella sempre che vogliamo viverla, sempre che vogliamo lasciare un’impronta. La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro. No! Noi dobbiamo decidere il nostro futuro, voi il vostro futuro! Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te. E tu, cosa rispondi? Cosa rispondi, tu? Sì o no? [Sì!]

Mi dirai: Padre, ma io sono molto limitato, sono peccatore, cosa posso fare? Quando il Signore ci chiama non pensa a ciò che siamo, a ciò che eravamo, a ciò che abbiamo fatto o smesso di fare. Al contrario: nel momento in cui ci chiama, Egli sta guardando tutto quello che potremmo fare, tutto l’amore che siamo capaci di contagiare. Lui scommette sempre sul futuro, sul domani. Gesù ti proietta all’orizzonte, mai al museo.

Per questo, amici, oggi Gesù ti invita, ti chiama a lasciare la tua impronta nella vita, un’impronta che segni la storia, che segni la tua storia e la storia di tanti.

La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti – noi, adulti! – abbiamo bisogno di voi, per insegnarci – come adesso fate voi, oggi – a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità. E voi siete un’opportunità per il futuro. Abbiate il coraggio di insegnarci, abbiate il coraggio di insegnare a noi che è più facile costruire ponti che innalzare muri! Abbiamo bisogno di imparare questo. E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità. Che siate voi i nostri accusatori, se noi scegliamo la via dei muri, la via dell’inimicizia, la via della guerra. Costruire ponti: sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello. Sempre c’è il rischio – l’ho detto l’altro giorno – di rimanere con la mano tesa, ma nella vita bisogna rischiare, chi non rischia non vince. Con questo ponte, andiamo avanti. Qui, questo ponte primordiale: stringetevi la mano. Grazie. E’ il grande ponte fraterno, e possano imparare a farlo i grandi di questo mondo!… ma non per la fotografia - quando si danno la mano e pensano un’altra cosa -, bensì per continuare a costruire ponti sempre più grandi. Che questo ponte umano sia seme di tanti altri; sarà un’impronta.

Oggi Gesù, che è la via, chiama te, te, te [indica ciascuno] a lasciare la tua impronta nella storia. Lui, che è la vita, ti invita a lasciare un’impronta che riempia di vita la tua storia e quella di tanti altri. Lui, che è la verità, ti invita a lasciare le strade della separazione, della divisione, del non-senso. Ci stai? [Sì!] Ci stai? [Sì!] Cosa rispondono adesso - voglio vedere - le tue mani e i tuoi piedi al Signore, che è via, verità e vita? Ci stai? [Sì!] Il Signore benedica i vostri sogni. Grazie!

[01214-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Drodzy młodzi, dobry wieczór,
Wspaniale jest być z wami na tym czuwaniu modlitewnym.

Na zakończenie swego odważnego i poruszającego świadectwa Rand o coś nas poprosiła. Powiedziała nam: „Proszę was bardzo, byście modlili się za moją kochaną ojczyznę”. Historia naznaczona wojną, cierpieniem, utratą, kończąca się prośbą o modlitwę. Czy jest coś lepszego niż rozpoczęcie naszego czuwania od modlitwy?

Pochodzimy z różnych stron świata, z różnych kontynentów, krajów, języków, kultur i narodów. Jesteśmy „dziećmi” narodów, pomiędzy którymi być może jest napięcie z powodu różnych konfliktów, a nawet wręcz są w stanie wojny. Przybywamy też z krajów, które mogą żyć w „pokoju”, które są wolne od konfliktów wojennych, gdzie wiele rzeczy bolesnych, które dzieją się na świecie, to tylko jakaś część wiadomości i artykułów prasowych. Ale jesteśmy świadomi pewnej rzeczywistości: dla nas tu i teraz, pochodzących z różnych części świata, cierpienie, wojna, którą przeżywa wielu ludzi młodych, nie są już czymś anonimowym, dla nas nie są już jakąś informacją prasową, ale mają imię, konkretne oblicze, historię, bliskość. Dziś wojna w Syrii jest bólem i cierpieniem wielu osób, wielu ludzi młodych, jak dzielna Rand, która jest tu między nami i prosi nas o modlitwę za swoją ukochaną ojczyznę.

Istnieją sytuacje, które mogą wydawać się nam odległe, aż do chwili, kiedy w jakiś sposób ich nie dotkniemy. Istnieją rzeczywistości, których nie rozumiemy, ponieważ widzimy je tylko przez jakiś ekran (telefonu komórkowego lub komputera). Ale kiedy nawiązujemy kontakt z życiem, z tymi konkretnymi istnieniami, które nie są już zapośredniczone przez ekrany, wówczas dzieje się coś mocnego: wszyscy odczuwamy zaproszenie do zaangażowania. „Dość zapomnianych miast”, jak mówi Rand; już nigdy więcej nie może się zdarzyć, aby bracia byli „otoczeni śmiercią i zabójstwami”, czując, że nikt im nie pomoże. Drodzy przyjaciele, zachęcam was do wspólnej modlitwy z powodu cierpienia tak wielu ofiar wojny, tej wojny, która dziś toczy się w świecie, abyśmy raz na zawsze mogli zrozumieć, że nic nie usprawiedliwia krwi brata, że ​​nic nie jest bardziej cennego od osoby stojącej obok nas. A w tej prośbie o modlitwę pragnę podziękować także wam, Natalio i Miguelu, bo i wy podzieliliście się z nami swoimi bitwami, swoimi wojnami wewnętrznymi. Przedstawiliście nam swoje zmagania, i co uczyniliście, aby je przezwyciężyć. Wy jesteście żywym znakiem tego, co miłosierdzie chce w nas dokonać.

Teraz nie zabierzemy się do wykrzykiwania przeciw komuś, nie zabierzemy się do kłótni, nie chcemy niszczyć, nie chcemy obrażać. Nie chcemy pokonać nienawiści większą nienawiścią, przemocy większą przemocą, pokonać terroru większym terrorem. A nasza odpowiedź na ten świat w stanie wojny ma imię: nazywa się przyjaźnią, nazywa się braterstwem, nazywa się komunią, nazywa się rodziną. Świętujemy fakt, że pochodzimy z różnych kultur i łączymy się, żeby się modlić. Niech naszym najlepszym słowem, naszym najlepszym przemówieniem będzie zjednoczenie w modlitwie. Pozostańmy na chwilę w milczeniu i módlmy się; stawiajmy przed Bogiem świadectwa tych przyjaciół, utożsamiajmy się z tymi, dla których „rodzina jest pojęciem nieistniejącym, a dom jedynie miejscem do spania i jedzenia”, lub z tymi, którzy żyją w strachu, przekonani, że ich błędy i grzechy definitywnie ich wykluczyły. Postawmy w Bożej obecności także wasze „wojny”, nasze „wojny”, zmagania, które każdy niesie ze sobą, w swoim sercu. Zatem, abyśmy byli w rodzinie, w braterstwie, wszyscy razem, zapraszam was, byście powstali, wzięli się za ręce i modlili w ciszy. Wszyscy.

[Milczenie]

Kiedy modliliśmy się, przyszedł mi na myśl obraz apostołów w dniu Pięćdziesiątnicy. Jest to scena, która może nam pomóc w zrozumieniu tego wszystkiego, czego Bóg pragnie dokonać w naszym życiu, w nas i z nami. Tego dnia uczniowie byli zamknięci z obawy. Czuli się zagrożeni ze strony środowiska, które ich prześladowało, które zmuszało ich do pozostawania w małym pomieszczeniu, bezczynnie jakby byli sparaliżowani. Opanował ich lęk. W tym kontekście, stało się coś spektakularnego, coś wielkiego. Przyszedł Duch Święty i języki jakby z ognia spoczęły na każdym z nich, pobudzając ich do przygody, o której nigdy nie marzyli. Wszystko zmienia się całkowicie!

Usłyszeliśmy trzy świadectwa; naszymi sercami dotknęliśmy ich historii, ich życia. Widzieliśmy, jak oni, na równi z uczniami, przeżywali podobne chwile, przeszli momenty, w których byli pełni strachu, kiedy wydawało się, że wszystko się zawali. Strach i niepokój, które rodzą się ze świadomości, że wychodząc z domu, człowiek może już nigdy więcej nie zobaczyć swoich bliskich, obawa, że nie będzie się czuł doceniony i kochany, strach, że nie będzie innych szans. Podzielili się z nami tym samym doświadczeniem, jakie było udziałem uczniów, doświadczyli lęku prowadzącego do jedynego miejsca. Dokąd prowadzi nas strach? Do zamknięcia. A kiedy strach ukrywa się w zamknięciu, to zawsze idzie w parze ze swoim „bliźniakiem”, paraliżem; poczucie, że jest się sparaliżowanym. Jednym z najgorszych nieszczęść, jakie mogą się przydarzyć w życiu, a zwłaszcza w młodości, jest poczucie, że w tym świecie, w naszych miastach, w naszych wspólnotach nie ma już przestrzeni, by wzrastać, marzyć, tworzyć, aby dostrzegać perspektywy, a ostatecznie, aby żyć. Paraliż sprawia, że tracimy smak cieszenia się spotkaniem, przyjaźnią, smak wspólnych marzeń, podążania razem z innymi. Oddala nas od innych, uniemożliwia uściśnięcie dłoni, jak to widzieliśmy [w choreografii], zamyka w tych małych pomieszczeniach ze szkła.

Ale jest też w życiu inny, jeszcze bardziej niebezpieczny paraliż, często trudny do rozpoznania, którego uznanie sporo nas kosztuje. Lubię nazywać go paraliżem rodzącym się wówczas, gdy mylimy SZCZĘŚCIE z KANAPĄ! Sądzimy, że abyśmy byli szczęśliwi, potrzebujemy dobrej kanapy. Kanapy, która pomoże nam żyć wygodnie, spokojnie, całkiem bezpiecznie. Kanapa – jak te, które są teraz, nowoczesne, łącznie z masażami usypiającymi – które gwarantują godziny spokoju, żeby nas przenieść w świat gier wideo i spędzania wielu godzin przed komputerem. Kanapa na wszelkie typy bólu i strachu. Kanapa sprawiająca, że​​ zostajemy zamknięci w domu, nie trudząc się ani też nie martwiąc. „Kanapa-szczęście” jest prawdopodobnie cichym paraliżem, który może nas zniszczyć najbardziej, który może najbardziej zniszczyć młodzież. „A dlaczego tak się dzieje, ojcze?” Bo po trochu, nie zdając sobie z tego sprawy, stajemy się ospali, ogłupiali, otumanieni. Przedwczoraj mówiłem o młodych, którzy przechodzą na emeryturę w wieku 20 lat; dziś mówię o młodych ospałych, ogłupiałych, otumanionych, podczas gdy inni – może bardziej żywi, ale nie lepsi – decydują o naszej przyszłości. Z pewnością dla wielu łatwiej i korzystniej jest mieć młodych ludzi ogłupiałych i otumanionych, mylących szczęście z kanapą; dla wielu okazuje się to wygodniejsze, niż posiadanie młodych bystrych, pragnących odpowiedzieć na marzenie Boga i na wszystkie aspiracje serca. Wy, pytam was: chcecie być młodymi ospałymi, ogłupiałymi, otumanionymi? [Nie!] Chcecie, żeby inni decydowali o waszej przyszłości? [Nie!] Nie jesteście zbyt przekonani… Chcecie walczyć o waszą przyszłość? [Tak!]

Prawda jednak jest inna: kochani młodzi, nie przyszliśmy na świat, aby „wegetować”, aby wygodnie spędzić życie, żeby uczynić z życia kanapę, która nas uśpi; przeciwnie, przyszliśmy z innego powodu, aby zostawić ślad. To bardzo smutne, kiedy przechodzimy przez życie nie pozostawiając śladu. A gdy wybieramy wygodę, myląc szczęście z konsumpcją, wówczas cena, którą płacimy, jest bardzo i to bardzo wysoka: tracimy wolność. Nie jesteśmy wolni, abyśmy mogli pozostawić ślad. Tracimy wolność. To jest cena. Wielu jest ludzi, którzy chcą, aby młodzi nie byli wolni; wielu jest ludzi, którzy was nie kochają, chcą was ogłupiałych, otumanionych, ospałych, ale nigdy wolnych. Nie, tak nie! Musimy bronić naszej wolności!

Właśnie tutaj mamy do czynienia z wielkim paraliżem, kiedy zaczynamy myśleć, że szczęście jest synonimem wygody, że być szczęśliwym to iść przez życie w uśpieniu albo narkotycznym odurzeniu, że jedynym sposobem, aby być szczęśliwym jest trwanie jakby w otępieniu. To pewne, że narkotyki szkodzą, ale jest wiele innych narkotyków społecznie akceptowanych, które w ostateczności czynią nas bardzo, a przynajmniej bardziej zniewolonymi. Jedne i drugie ogałacają nas z naszego największego dobra: z wolności. Ogołacają nas z wolności.

Przyjaciele, Jezus jest Panem ryzyka, jest Panem wychodzenia zawsze „poza”. Jezus nie jest Panem komfortu, bezpieczeństwa i wygody. Aby pójść za Jezusem, trzeba mieć trochę odwagi, trzeba zdecydować się na zamianę kanapy na parę butów, które pomogą ci chodzić po drogach, o jakich ci się nigdy nie śniło, ani nawet o jakich nie pomyślałeś, po drogach, które mogą otworzyć nowe horyzonty, nadających się do zarażania radością, tą radością, która rodzi się z miłości Boga, radością, którą pozostawia w twoim sercu każdy gest, każda postawa miłosierdzia. Pójść na ulice naśladując „szaleństwo” naszego Boga, który uczy nas spotykania Go w głodnym, spragnionym, nagim, chorym, w przyjacielu, który źle skończył, w więźniu, w uchodźcy i w imigrancie, w człowieku bliskim, który jest samotny. Pójść drogami naszego Boga, który zaprasza nas, abyśmy byli aktorami politycznymi, ludźmi myślącymi, animatorami społecznymi. Pobudza nas do myślenia o gospodarce bardziej solidarnej niż obecna. We wszystkich środowiskach, w jakich jesteście, miłość Boga zachęca nas do niesienia Dobrej Nowiny, czyniąc ze swojego życia dar dla Niego i dla innych. To znaczy być odważnymi, to znaczy być wolnymi!

Możecie mi powiedzieć: Ojcze, ale to nie jest dla wszystkich, to tylko dla wybranych! Tak, to prawda, a ci wybrani to ci wszyscy, którzy są gotowi dzielić swoje życie z innymi. Podobnie, jak Duch Święty przekształcił serca uczniów w dniu Pięćdziesiątnicy – byli sparaliżowani – tak też uczynił z naszymi przyjaciółmi, którzy dzielili się swoimi świadectwami. Miguel, użyję twoich słów: mówiłeś nam, że w dniu, kiedy w „Facenda” powierzono ci odpowiedzialność za pomoc w poprawie funkcjonowania domu, zacząłeś rozumieć, że Bóg czegoś od ciebie chce. W ten sposób rozpoczęła się transformacja.

Drodzy przyjaciele, jest to tajemnica, do której doświadczenia jesteśmy powołani wszyscy. Bóg czegoś od ciebie oczekuje. Zrozumieliście? Bóg oczekuje czegoś od Ciebie, Bóg czegoś od ciebie chce, Bóg czeka na ciebie. Bóg przychodzi, aby złamać nasze zamknięcia, przychodzi, aby otworzyć drzwi naszego życia, naszych wizji, naszych spojrzeń. Bóg przychodzi, aby otworzyć wszystko, co ciebie zamyka. Zaprasza cię, abyś marzył, chce ci pokazać, że świat, w którym jesteś, może być inny. Tak to jest: jeśli nie dasz z siebie tego, co w tobie najlepsze, świat nie będzie inny. To jest wyzwanie.

Czasy w których żyjemy nie potrzebują młodych kanapowych, ale młodych ludzi w butach, najlepiej w butach wyczynowych. Ten czas akceptuje na boisku jedynie czołowych graczy, nie ma na nim miejsca dla rezerwowych. Dzisiejszy świat chce od was, byście byli aktywnymi bohaterami historii, bo życie jest piękne zawsze wtedy, kiedy chcemy je przeżywać, zawsze wtedy, gdy chcemy pozostawić ślad. Historia wymaga dziś od nas, byśmy bronili naszej godności i nie pozwalali, aby inni decydowali o naszej przyszłości. Nie! My musimy decydować o naszej przyszłości, wy o waszej przyszłości! Pan, jak w dniu Pięćdziesiątnicy, chce dokonać jednego z największych cudów, jakiego możemy doświadczyć: sprawić, aby twoje ręce, moje ręce, nasze ręce przekształciły się w znaki pojednania, komunii, tworzenia. Pragnie On twoich rąk, by nadal budować dzisiejszy świat. Chce go budować z tobą. A ty, co odpowiesz? Co ty odpowiesz? Tak, czy nie? [Tak!]

Powiesz mi: Ojcze, ale mam swoje wielkie ograniczenia, jestem grzesznikiem, co mogę zrobić? Kiedy Pan nas wzywa, nie myśli o tym, kim jesteśmy, kim byliśmy, co zrobiliśmy lub czego nie zrobiliśmy. Wręcz przeciwnie: w chwili, kiedy nas wzywa, patrzy na wszystko, co moglibyśmy zrobić, na całą miłość, jaką jesteśmy w stanie rozsiewać. On zawsze stawia na przyszłość, na jutro. Jezus kieruje cię ku nowym horyzontom, nigdy do muzeum.

Dlatego, przyjaciele, Jezus dziś ciebie zaprasza, wzywa cię, byś zostawił swój ślad w życiu, ślad, który naznaczyłby historię, który naznaczyłby twoją historię i historię wielu ludzi.

Współczesne życie mówi nam, że bardzo łatwo skupić uwagę na tym, co nas dzieli, na tym, co nas rozłącza jednych od drugich. Chcieliby, byśmy uwierzyli, że zamknąć się w sobie, to najlepszy sposób, by uchronić się od tego, co wyrządza nam zło. Dzisiaj my, dorośli – my dorośli! – potrzebujemy was, byście nas nauczyli – jak to teraz wy robicie, dzisiaj – żyć razem w różnorodności, w dialogu, w dzieleniu wielokulturowości nie jako zagrożenia, lecz jako szansy. I wy jesteście szansą dla przyszłości. Miejcie odwagę uczyć nas, miejcie odwagę nauczyć nas, że łatwiej jest budować mosty, niż wznosić mury! Potrzebujemy uczyć się tego. A wszyscy razem prosimy, abyście od nas żądali kroczenia drogami braterstwa. Abyście byli naszymi oskarżycielami, jeśli wybieramy drogę murów, drogę nieprzyjaźni, drogę wojny. Budować mosty: czy wiecie, który z mostów trzeba budować jako pierwszy? Most, który możemy postawić tu i teraz: uścisk dłoni, podać sobie ręce. Odwagi! Zróbcie to teraz. Zbudujcie ten ludzki most, podajcie sobie ręce, wy wszyscy: to most podstawowy, to most ludzki, jest pierwszy, jest modelem. Zawsze jest ryzyko – mówiłem o tym innego dnia – że zostaniemy z wyciągniętą ręką, ale w życiu trzeba zaryzykować, kto nie ryzykuje, nie wygrywa. Z tym mostem idziemy naprzód. Tu, ten most podstawowy: uściśnijcie sobie dłonie. Dziękuję. To wspaniały most braterski. Oby nauczyli się go stawiać wielcy ludzie tego świata!... ale nie dla zdjęcia – kiedy podają sobie dłoń, a myślą całkiem co innego –, ale by wciąż budować coraz wspanialsze mosty. Oby ten ludzki most był zaczynem wielu innych; będzie trwałym śladem.

Dzisiaj Jezus, który jest drogą, wzywa ciebie, ciebie i ciebie [wskazując na każdego] do pozostawienia twojego śladu w historii. On, który jest życiem, zachęca ciebie do zostawienia śladu, który wypełni życiem twoją historię, a także dzieje wielu innych ludzi. On, który jest prawdą, zaprasza ciebie do porzucenia dróg separacji, podziału, bezsensu. Zgadzasz się? [Tak!] Zgadzasz się? [Tak!] Chcę zobaczyć, co twoje ręce i nogi odpowiedzą Panu, który jest drogą, prawdą i życiem? Zgadzasz się? [Tak!] Niech Pan błogosławi waszym marzeniom. Dziękuję!

[01214-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Chers jeunes, 
Il est beau d’être ici avec vous en cette veillée de prière.

À la fin de son témoignage courageux et émouvant, Rand nous a demandé quelque chose. Il a dit : ‘‘Je vous demande sincèrement de prier pour mon cher pays’’. Une histoire marquée par la guerre, par la douleur, par la perte, qui finit avec une demande : celle de la prière. Qu’y a-t-il de mieux que de commencer notre veillée en priant ?

Nous venons de diverses parties du monde, de continents, de pays, langues, cultures, peuples différents. Nous sommes ‘‘fils’’ de nations qui peut-être qui sont en train de discuter à cause de divers conflits, ou même sont en guerre. Pour d’autres, nous venons de pays qui peuvent être en ‘‘paix’’, qui n’ont pas de conflits belliqueux, où beaucoup des choses douloureuses qui arrivent dans le monde font seulement partie des nouvelles et de la presse. Mais nous sommes conscients d’une réalité : pour nous, aujourd’hui et ici, provenant de diverses parties du monde, la douleur, la guerre que vivent de nombreux jeunes, ne sont plus une chose anonyme, pour nous elles ne sont plus une nouvelle de la presse, elles ont un nom, un visage, une histoire, une proximité. Aujourd’hui, la guerre en Syrie est la douleur et la souffrance de tant de personnes, de tant de jeunes comme le courageux Rand, qui se trouve au milieu de nous et nous demande de prier pour son cher pays.

Il y a des situations qui peuvent nous paraître lointaines jusqu’à ce que, de quelque manière, nous les touchions. Il y a des réalités que nous ne comprenons pas parce nous ne les voyons qu’à travers un écran (du téléphone portable ou de l’ordinateur). Mais lorsque nous entrons en contact avec la vie, avec ces vies concrètes non plus médiatisées par les écrans, alors il nous arrive quelque chose de fort : nous sentons tous l’invitation à nous impliquer : ‘‘Assez des villes oubliées’’, comme dit Rand ; il doit plus jamais arriver que des frères soient ‘‘entourés par la mort et  par les tueries’’, sentant que personne ne les aidera. Chers amis, je vous invite à prier ensemble pour la souffrance de tant de victimes de la guerre, de cette guerre qu’il y a  dans le monde aujourd’hui, afin qu’une fois pour toutes, nous puissions comprendre que rien ne justifie le sang d’un frère, que rien n’est plus précieux que la personne que nous avons à côté. Et dans cette demande de prière, je veux vous remercier également, Natalia et Miguel, parce que vous aussi vous avez partagé avec nous vos batailles, vos guerres intérieures. Vous nous avez présenté vos luttes, et comment vous les avez surmontées. Vous êtes des signes vivants de ce que la miséricorde veut faire en nous.

À présent, nous, nous ne mettrons pas à crier contre quelqu’un, nous ne mettrons pas à nous quereller, nous ne voulons pas détruire, nous ne voulons pas insulter. Nous, nous ne voulons pas vaincre la haine par davantage de haine, vaincre la violence par davantage de violence, vaincre la terreur par davantage de terreur. Et notre réponse à ce monde en guerre a un nom : elle s’appelle fraternité, elle s’appelle lien fraternel, elle s’appelle communion, elle s’appelle famille. Nous célébrons le fait de venir de diverses cultures et nous nous unissons pour prier. Que notre meilleure parole, notre meilleur discours soit de nous unir en prière. Faisons un moment de silence et prions ; mettons devant Dieu les témoignages de ces amis, identifions-nous avec ceux pour lesquels ‘‘la famille est un concept inexistant, la maison rien qu’un endroit où dormir et manger’’, ou bien avec ceux qui vivent dans la peur de croire que leurs erreurs et leurs péchés les ont exclus définitivement. Mettons en présence de notre Dieu également vos ‘‘guerres’’, nos ‘‘guerres’’, les luttes que chacun porte avec soi, dans son cœur. Et pour cela, pour nous sentir en famille, entre frères, tous ensemble, je vous invite à vous lever, à vous tenir par la main et à prier en silence. Tous.

[Silence]

Tandis que nous priions m’est venue à l’esprit l’image des Apôtres le jour de Pentecôte. Une scène qui peut nous aider à comprendre tout ce que Dieu rêve de réaliser dans notre vie, en nous et avec nous. Ce jour, par peur, les disciples étaient enfermés. Ils se sentaient menacés par un entourage qui les persécutait, qui les contraignait à rester dans une petite chambre, les obligeant à demeurer figés et paralysés. La crainte s’était emparée d’eux. Dans ce contexte, il s’est passé quelque chose de spectaculaire, quelque chose de grandiose. L’Esprit Saint est venu et des langues comme de feu se sont posées sur chacun d’eux, les poussant à une aventure dont ils n’auraient jamais rêvé. La chose change complètement !

Nous avons écouté trois témoignages ; nous avons touché, de nos cœurs, leurs histoires, leurs vies. Nous avons vu comment eux, comme les disciples, ils ont vécu des moments semblables, ont connu des moments où ils ont été en proie à la peur, où il semblait que tout croulait. La peur et l’angoisse qui naissent de la conscience qu’en sortant de la maison on peut ne plus revoir ses proches, la peur de ne pas se sentir apprécié et aimé, la peur de ne pas avoir d’autres opportunités. Ils ont partagé avec nous la même expérience qu’ont faite les disciples, ils ont fait l’expérience de la peur qui mène à un seul endroit. Où la peur nous conduit-elle ? À la fermeture. Et lorsque la peur se terre dans la fermeture, elle est toujours accompagnée de sa ‘‘sœur jumelle’’, la paralysie ; nous sentir paralysés. Sentir qu’en ce monde, dans nos villes, dans nos communautés, il n’y a plus d’espace pour grandir, pour rêver, pour créer, pour regarder des horizons, en définitive pour vivre, est l’un des pires maux qui puissent nous affecter dans la vie, et spécialement au cours de la jeunesse. La paralysie nous fait perdre le goût de savourer la rencontre, de l’amitié, le goût de rêver ensemble, de cheminer avec les autres. Elle nous éloigne des autres, elle nous empêche de [nous] serrer la main, comme nous l’avons [dans la chorégraphie], tous enfermés dans ces petites chambres en verre.

Dans la vie, il y a une autre paralysie encore plus dangereuse et souvent difficile à identifier, et qu’il nous coûte beaucoup de reconnaître. J’aime l’appeler la paralysie qui naît lorsqu’on confond le BONHEUR avec un DIVAN / KANAPA ! Oui, croire que pour être heureux, nous avons besoin d’un bon divan. Un divan qui nous aide à nous sentir à l’aise, tranquilles, bien en sécurité. Un divan – comme il y en a maintenant, modernes, avec des massages y compris pour dormir – qui nous garantissent des heures de tranquillité pour nous transférer dans le monde des jeux vidéo et passer des heures devant le computer. Un divan contre toute espèce de douleur et de crainte. Un divan qui nous maintiendra enfermés à la maison sans nous fatiguer ni sans nous préoccuper. Le ‘‘divan-bonheur’’ / ‘‘kanapa-szczęście’’ est probablement la paralysie silencieuse qui peut nous nuire davantage, qui peut nuire davantage à la jeunesse. ‘‘Et pourquoi en est-il ainsi, Père ?’’ Parce que peu à peu, sans nous en rendre compte, nous nous endormons, nous nous retrouvons étourdis et abrutis. Avant-hier, je parlais des jeunes qui vont à la retraite à 20 ans ; aujourd’hui, je parle des jeunes endormis, étourdis, abrutis tandis que d’autres – peut-être plus éveillés, mais pas les meilleurs – décident de l’avenir pour nous. Sûrement, pour beaucoup il est plus facile et avantageux d’avoir des jeunes étourdis et abrutis qui confondent le bonheur avec un divan ; pour beaucoup, cela est plus convenable que d’avoir des jeunes éveillés, désireux de répondre, de répondre au rêve de Dieu et à toutes les aspirations du cœur. Vous, je vous le demande, je le demande à vous : voulez-vous être des jeunes endormis, étourdis, abrutis ? [Non !]. Voulez-vous que d’autres décident de l’avenir pour vous ? [Non !]. Voulez-vous être libres ? [Oui !]. Voulez-vous être éveillés ? [Oui !]. Voulez-vous lutter pour votre avenir ? [Oui !]. Vous n’êtes pas très convaincus… Voulez-vous lutter pour votre avenir [Oui !].

Mais la vérité est autre : chers jeunes, nous ne sommes pas venus au monde pour ‘‘végéter’’, pour vivre dans la facilité, pour faire de la vie un divan qui nous endorme ; au contraire, nous sommes venus pour autre chose, pour laisser une empreinte. Il est très triste de passer dans la vie sans laisser une empreinte. Mais quand nous choisissons le confort, en confondant bonheur et consumérisme, alors le prix que nous payons est très mais très élevé : nous perdons la liberté. Nous ne sommes pas libres de laisser une empreinte. Nous perdons la liberté. C’est le prix. Et il y a tant de gens qui veulent que les jeunes ne soient pas libres ; il y a tant de gens qui ne vous aiment pas beaucoup, qui vous veulent abrutis, étourdis, endormis, mais jamais libres. Non, cela non ! Nous devons défendre notre liberté.

Justement ici, il y a une grande paralysie, lorsque nous commençons à penser que le bonheur est synonyme de confort, qu’être heureux, c’est marcher dans la vie, endormi ou drogué, que l’unique manière d’être heureux est d’être comme un abruti. Il est certain que la drogue fait du mal, mais il y a beaucoup d’autres drogues socialement acceptées qui finissent par nous rendre beaucoup ou de toute manière plus esclaves. Les unes et les autres nous dépouillent de notre plus grand bien : la liberté. Elles nous dépouillent de notre liberté.

Chers amis, Jésus est le Seigneur du risque, il est le Seigneur du toujours ‘‘plus loin’’. Jésus n’est pas le Seigneur du confort, de la sécurité et de la commodité. Pour suivre Jésus, il faut avoir une dose de courage, il faut se décider à changer le divan contre une paire de chaussures qui t’aideront à marcher, sur des routes jamais rêvées et même pas imaginées, sur des routes qui peuvent ouvrir de nouveaux horizons, capables de propager la joie, cette joie qui naît de l’amour de Dieu, la joie que laissent dans ton cœur chaque geste, chaque attitude de miséricorde. Aller par les routes en suivant la ‘‘folie’’ de notre Dieu qui nous enseigne à le rencontrer en celui qui a faim, en celui qui a soif, en celui qui est nu, dans le malade, dans l’ami qui a mal tourné, dans le détenu, dans le réfugié et dans le migrant, dans le voisin qui est seul. Aller par les routes de notre Dieu qui nous invite à être des acteurs politiques, des personnes qui pensent, des animateurs sociaux. Il nous incite à penser à une économie plus solidaire que celle-ci. Dans les milieux où vous vous trouvez, l’amour de Dieu nous invite à porter la Bonne Nouvelle, en faisant de notre propre vie un don fait à lui et aux autres. Et cela signifie être courageux, cela signifie être libre.

Vous pourrez me dire: Père, mais cela n’est pas pour tous, c’est uniquement pour quelques élus ! Oui,  c’est vrai, et ces élus sont tous ceux qui  sont disposés à partager leur vie avec les autres. De la même façon que l’Esprit Saint a transformé le cœur des disciples le jour de Pentecôte – ils étaient paralysés –, il a fait de même avec nos amis qui ont partagé leurs témoignages. J’emprunte tes mots, Miguel : tu nous disais que le jour où dans la ‘‘Facenda’’ ils t’ont confié la responsabilité d’aider au meilleur fonctionnement de la maison, alors tu as commencé à comprendre que Dieu te demandait quelque chose. C’est ainsi qu’a commencé la transformation.

Voilà le secret, chers amis, que nous sommes appelés à expérimenter. Dieu attend quelque chose de toi. Avez-vous compris ? Dieu attend quelque chose de toi, Dieu veut quelque chose de toi, Dieu t’attend. Dieu vient rompre nos fermetures, il vient ouvrir les portes de nos vies, de nos visions, de nos regards. Dieu vient ouvrir tout ce qui t’enferme. Il t’invite à rêver, il veut te faire voir qu’avec toi le monde peut être différent. C’est ainsi : si tu n’y mets pas le meilleur de toi-même, le monde ne sera pas différent. C’est un défi !

Le temps qu’aujourd’hui nous vivons n’a pas besoin de jeunes-divan / młodzi kanapowi, mais de jeunes avec des chaussures, mieux encore, chaussant des crampons. Cette époque n’accepte que des joueurs titulaires sur le terrain, il n’y a pas de place pour des réservistes. Le monde d’aujourd’hui vous demande d’être des protagonistes de l’histoire, parce que la vie est belle à condition que nous voulions la vivre, à condition que nous voulions y laisser une empreinte. L’histoire aujourd’hui nous demande de défendre notre dignité et de ne pas permettre que ce soient d’autres qui décident de notre avenir. Non ! Nous devons décider de notre avenir, vous, de votre avenir ! Le Seigneur, comme à la Pentecôte, veut réaliser l’un des plus grands miracles dont nous puissions faire l’expérience : faire en sorte que tes mains, mes mains, nos mains se transforment en signes de réconciliation, de communion, de création. Il veut tes mains pour continuer à construire le monde d’aujourd’hui. Il veut construire avec toi. Et toi, que réponds-tu ? que réponds-tu, toi ? Oui ou non ? [Oui !].

Tu me diras : Père, mais moi, j’ai bien des limites, je suis pécheur, que puis-je faire ? Quand le Seigneur nous appelle, il ne pense pas à ce que nous sommes, à ce que nous étions, à ce que nous avons fait ou cessé de faire. Au contraire, au moment où il nous appelle, il regarde tout ce que nous pourrions faire, tout l’amour que nous sommes capables de propager. Lui parie toujours sur l’avenir, sur demain. Jésus te projette à l’horizon, jamais au musée.

C’est pourquoi, chers amis, aujourd’hui, Jésus t’invite, il t’appelle à laisser ton empreinte dans la vie, une empreinte qui marque l’histoire, qui marque ton histoire et l’histoire de beaucoup.

La vie d’aujourd’hui nous dit qu’il est très facile de fixer l’attention sur ce qui nous divise, sur ce qui nous sépare. On voudrait nous faire croire que nous enfermer est la meilleure manière de nous protéger de ce qui fait mal. Aujourd’hui, nous les adultes – nous les adultes –  nous avons besoin de vous, pour nous enseigner – comme vous le faites, en ce moment, aujourd’hui – à cohabiter dans la diversité, dans le dialogue, en partageant la multi culturalité non pas comme une menace mais comme une opportunité. Et vous êtes une opportunité pour l’avenir. Ayez le courage de nous enseigner, ayez le courage de nous enseigner qu’il est plus facile construire des ponts que d’élever des murs ! Nous avons besoin de l’apprendre. Et tous ensemble, demandons que vous exigiez de nous de parcourir les routes de la fraternité. Soyez, vous, nos accusateurs, si nous choisissons le chemin des murs, le chemin de l’inimitié, le chemin de la guerre. Construire des ponts : savez-vous quel le premier pont  à construire ? Un pont que nous pouvons réaliser ici et maintenant : nous serrer les mains, nous donner la main. Allez-y, faites-le maintenant ! Construisez ce pont humain, donnez-vous la main, vous tous :  c’est le pont primordial, c’est le pont humain, c’est le premier pont, c’est le pont modèle. Il y a toujours le risque - je l’ai dit l’autre jour – de rester avec la main tendue, mais dans la vie, il faut risquer ; qui ne risque pas ne vainc pas. Avec ce pont, allons de l’avant ! Ici, ce pont primordial : serrez-vous la  main. Merci ! C’est le grand pont fraternel, et puissent les grands de ce monde apprendre à le faire !... toutefois non pour la photographie – quand ils se donnent la main et pensent à autre chose -  mais pour continuer à construire des ponts toujours plus grands. Que ce pont humain soit semence de nombreux autres ; il sera une empreinte.

Aujourd’hui Jésus, qui est le chemin, t’appelle toi, toi, toi [il désigne chacun] à laisser ton empreinte dans l’histoire. Lui, qui est la vie, t’invite à laisser une empreinte qui remplira de vie ton histoire et celle de tant d’autres. Lui, qui est la vérité, t’invite à abandonner les routes de la séparation, de la division, du non-sens. Es-tu d’accord ? [Oui !]. Es-tu d’accord ? [Oui !]. Que répondent maintenant – je veux voir –  tes mains et tes pieds au Seigneur, qui est chemin, vérité et vie ? Es-tu d’accord ? [Oui !]. Que le Seigneur bénisse vos rêves ! Merci !

[01214-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Dear Young Friends, good evening!            
It is good to be here with you at this Prayer Vigil!

At the end of her powerful and moving witness, Rand asked something of us.  She said: “I earnestly ask you to pray for my beloved country”.  Her story, involving war, grief and loss, ended with a request for prayers.  Is there a better way for us to begin our vigil than by praying?

We have come here from different parts of the world, from different continents, countries, languages, cultures and peoples.  Some of us are sons and daughters of nations that may be at odds and engaged in various conflicts or even open war.  Others of us come from countries that may be at “peace”, free of war and conflict, where most of the terrible things occurring in our world are simply a story on the evening news.  But think about it.  For us, here, today, coming from different parts of the world, the suffering and the wars that many young people experience are no longer anonymous, something we read about in the papers.  They have a name, they have a face, they have a story, they are close at hand.  Today the war in Syria has caused pain and suffering for so many people, for so many young people like our brave friend Rand, who has come here and asked us to pray for her beloved country.

Some situations seem distant until in some way we touch them.  We don’t appreciate certain things because we only see them on the screen of a cell phone or a computer.  But when we come into contact with life, with people’s lives, not just images on a screen, something powerful happens.  We all feel the need to get involved.  To see that there are no more “forgotten cities”, to use Rand’s words, or brothers and sisters of ours “surrounded by death and killing”, completely helpless.  Dear friends, I ask that we join in prayer for the sufferings of all the victims of war, of this war today in the world.  Once and for all, may we realize that nothing justifies shedding the blood of a brother or sister; that nothing is more precious than the person next to us.  In asking you to pray for this, I would also like to thank Natalia and Miguel for sharing their own battles and inner conflicts.  You told us about your struggles, and about how you succeeded in overcoming them.  Both of you are a living sign of what God’s mercy wants to accomplish in us.

This is no time for denouncing anyone or fighting.  We do not want to tear down, we do not want to give insult.  We have no desire to conquer hatred with more hatred, violence with more violence, terror with more terror.  We are here today because the Lord has called us together.  Our response to a world at war has a name: its name is fraternity, its name is brotherhood, its name is communion, its name is family.  We celebrate the fact that coming from different cultures, we have come together to pray.  Let our best word, our best argument, be our unity in prayer.  Let us take a moment of silence and pray.  Let us place before the Lord these testimonies of our friends, and let us identify with those for whom “the family is a meaningless concept, the home only a place to sleep and eat”, and with those who live with the fear that their mistakes and sins have made them outcasts.  Let us also place before the Lord your own “battles”, our “battles”, the interior struggles that each carries in his or her heart.  And so, to live as a family, in fraternity, I invite all of you together to stand, to take each other’s hand and to pray in silence.  All of us.  

[Silence]

As we were praying, I thought of the Apostles on the day of Pentecost.  Picturing them can help us come to appreciate all that God dreams of accomplishing in our lives, in us and with us.  That day, the disciples were together behind locked doors, out of fear.  They felt threatened, surrounded by an atmosphere of persecution that had cornered them in a little room and left them silent and paralyzed.  Fear had taken hold of them.  Then, in that situation, something spectacular, something grandiose, occurred.  The Holy Spirit and tongues as of fire came to rest upon each of them, propelling them towards an undreamt-of adventure.  This brings about a total change!

We have heard three testimonies.  Our hearts were touched by their stories, their lives.  We have seen how, like the disciples, they experienced similar moments, living through times of great fear, when it seemed like everything was falling apart.  The fear and anguish born of knowing that leaving home might mean never again seeing their loved ones, the fear of not feeling appreciated or loved, the fear of having no choices.  They shared with us the same experience the disciples had; they felt the kind of fear that only leads to one thing.  Where does fear lead us?  The feeling of being closed in on oneself, trapped.  Once we feel that way, our fear starts to fester and is inevitably joined by its “twin sister”, paralysis: the feeling of being paralyzed.  Thinking that in this world, in our cities and our communities, there is no longer any room to grow, to dream, to create, to gaze at new horizons – in a word to live – is one of the worst things that can happen to us in life, and especially at a younger age.  When we are paralyzed, we miss the magic of encountering others, making friends, sharing dreams, walking at the side of others.  This paralysis distances us from others, it prevents us from taking each other’s hand, as we saw [on the stage], all closed within the small rooms of glass.

But in life there is another, even more dangerous, kind of paralysis.  It is not easy to put our finger on it.  I like to describe it as the paralysis that comes from confusing happiness with a sofa.  In other words, to think that in order to be happy all we need is a good sofa.  A sofa that makes us feel comfortable, calm, safe.  A sofa like one of those we have nowadays with a built-in massage unit to put us to sleep.  A sofa that promises us hours of comfort so we can escape to the world of videogames and spend all kinds of time in front of a computer screen.  A sofa that keeps us safe from any kind of pain and fear.  A sofa that allows us to stay home without needing to work at, or worry about, anything.  “Sofa-happiness”!  That is probably the most harmful and insidious form of paralysis, which can cause the greatest harm to young people.  And why does this happen Father?  Because, little by little, without even realizing it, we start to nod off, to grow drowsy and dull.  The other day, I spoke about young people who go into retirement at the age of 20; today I speak about young persons who nod off, grow drowsy and dull, while others – perhaps more alert than we are, but not necessarily better – decide our future for us.  For many people in fact, it is much easier and better to have drowsy and dull kids who confuse happiness with a sofa.  For many people, that is more convenient than having young people who are alert and searching, trying to respond to God’s dream and to all the restlessness present in the human heart.  I ask you: do you want to be young people who nod off, who are drowsy and dull?  [No!]  Do you want others to decide your future for you?  [No!]  Do you want to be free?  [Yes!]  Do you want to be alert?  [Yes!]  Do you want to work hard for your future?  [Yes!]   You don’t seem very convinced…  Do you want to work hard for your future?  [Yes!]

The truth, though, is something else.  Dear young people, we didn’t come into this world to “vegetate”, to take it easy, to make our lives a comfortable sofa to fall asleep on.  No, we came for another reason: to leave a mark.  It is very sad to pass through life without leaving a mark.  But when we opt for ease and convenience, for confusing happiness with consumption, then we end up paying a high price indeed: we lose our freedom.  We are not free to leave a mark.  We lose our freedom.  This is the high price we pay.  There are so many people who do not want the young to be free; there are so many people who do not wish you well, who want you to be drowsy and dull, and never free!  No, this must not be so!  We must defend our freedom!  

This is itself a great form of paralysis, whenever we start thinking that happiness is the same as comfort and convenience, that being happy means going through life asleep or on tranquillizers, that the only way to be happy is to live in a haze.  Certainly, drugs are bad, but there are plenty of other socially acceptable drugs, that can end up enslaving us just the same.  One way or the other, they rob us of our greatest treasure: our freedom.  They strip us of our freedom.

My friends, Jesus is the Lord of risk, he is the Lord of the eternal “more”.  Jesus is not the Lord of comfort, security and ease.  Following Jesus demands a good dose of courage, a readiness to trade in the sofa for a pair of walking shoes and to set out on new and uncharted paths.  To blaze trails that open up new horizons capable of spreading joy, the joy that is born of God’s love and wells up in your hearts with every act of mercy.  To take the path of the “craziness” of our God, who teaches us to encounter him in the hungry, the thirsty, the naked, the sick, the friend in trouble, the prisoner, the refugee and the migrant, and our neighbours who feel abandoned.  To take the path of our God, who encourages us to be politicians, thinkers, social activists.  The God who encourages us to devise an economy marked by greater solidarity than our own.  In all the settings in which you find yourselves, God’s love invites you bring the Good News, making of your own lives a gift to him and to others.  This means being courageous, this means being free!  

You might say to me: Father, that is not for everybody, but just for a chosen few.  True, and those chosen are all who are ready to share their lives with others.  Just as the Holy Spirit transformed the hearts of the disciples on the day of Pentecost, and they were paralyzed, so he did with our friends who shared their testimonies.  I will use your own words, Miguel.  You told us that in the “Facenda” on the day they entrusted you with the responsibility for helping make the house run better, you began to understand that God was asking something of you.  That is when things began to change.

That is the secret, dear friends, and all of us are called to share in it.  God expects something from you.  Have you understood this?  God expects something from you, God wants something from you.  God hopes in you.  God comes to break down all our fences.  He comes to open the doors of our lives, our dreams, our ways of seeing things.  God comes to break open everything that keeps you closed in.  He is encouraging you to dream.  He wants to make you see that, with you, the world can be different.  For the fact is, unless you offer the best of yourselves, the world will never be different.  This is the challenge.

The times we live in do not call for young “couch potatoes”, but for young people with shoes, or better, boots laced.  The times we live in require only active players on the field, and there is no room for those who sit on the bench.  Today’s world demands that you be a protagonist of history because life is always beautiful when we choose to live it fully, when we choose to leave a mark.  History today calls us to defend our dignity and not to let others decide our future.  No!  We must decide our future, you must decide your future!  As he did on Pentecost, the Lord wants to work one of the greatest miracles we can experience; he wants to turn your hands, my hands, our hands, into signs of reconciliation, of communion, of creation.  He wants your hands to continue building the world of today.  And he wants to build that world with you.  And what is your response?  Yes or no?  [Yes!]

You might say to me: Father, but I have my limits, I am a sinner, what can I do?  When the Lord calls us, he doesn’t worry about what we are, what we have been, or what we have done or not done.  Quite the opposite.  When he calls us, he is thinking about everything we have to give, all the love we are capable of spreading.  His bets are on the future, on tomorrow.  Jesus is pointing you to the future, and never to the museum.

So today, my friends, Jesus is inviting you, calling you, to leave your mark on life, to leave a mark on history, your own and that of many others as well.

Life nowadays tells us that it is much easier to concentrate on what divides us, what keeps us apart.  People try to make us believe that being closed in on ourselves is the best way to keep safe from harm.  Today, we adults need you to teach us, as you are doing today, how to live in diversity, in dialogue, to experience multiculturalism not as a threat but an opportunity.  You are an opportunity for the future.  Have the courage to teach us, have the courage to show us that it is easier to build bridges than walls!  We need to learn this.  Together we ask that you challenge us to take the path of fraternity.  May you point the finger at us, if we choose the path of walls, the path of enmity, the path of war.  To build bridges… Do you know the first bridge that has to be built?  It is a bridge that we can build here and now – by reaching out and taking each other’s hand.  Come on, build it now.  Build this human bridge, take each other’s hand, all of you: it is the first of bridges, it is the human bridge, it is the first, it is the model.  There is always a risk, as I said the other day, of offering your hand and no one taking it.  But in life we need to take a risk, for the person who does not take a risk never wins.  With this bridge we can move forwards.  Here, this is the primordial bridge: take each other’s hand.  Thank you.  This is a great bridge of brotherhood, and would that the powers of this world might learn to build it… not for pictures and ulterior motives, but for building ever bigger bridges.  May this human bridge be the beginning of many, many others; in that way, it will leave a mark.

Today Jesus, who is the way, the truth and the life, is calling you, you, and you to leave your mark on history.  He, who is life, is asking each of you to leave a mark that brings life to your own history and that of many others.  He, who is truth, is asking you to abandon the paths of rejection, division and emptiness.  Are you up to this?  [Yes!]  Are you up to this?  [Yes!]  What answer will you give, and I’d like to see it, with your hands and with your feet, to the Lord, who is the way, the truth and the life?  Are you up to this?  [Yes!]  May the Lord bless your dreams.  Thank you!

[01214-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Liebe junge Freunde, guten Abend!
Es ist schön, hier bei euch zu sein während dieser Gebetswache.

Am Ende ihres mutigen und bewegenden Zeugnisses hat Rand uns um etwas gebeten. Sie hat uns gesagt: „Ich bitte euch nachdrücklich, für mein geliebtes Land zu beten.“ Eine von Krieg, Schmerz und Verlust gezeichnete Geschichte, die mit einer Bitte endet: der Bitte um das Gebet. Was kann besser sein, als unsere Vigil betend zu beginnen?

Wir kommen aus verschiedenen Teilen der Welt, aus unterschiedlichen Kontinenten, Ländern, Sprachen, Kulturen und Völkern. Wir sind „Söhne“ und „Töchter“ von Nationen, die vielleicht über verschiedene Konflikte diskutieren oder sogar im Krieg miteinander sind. Andere von uns kommen aus Ländern, die im „Frieden“ sein mögen, die keine kriegerischen Auseinandersetzungen erleben, bei denen viele der schmerzlichen Ereignisse, die in der Welt geschehen, nur Teil der Nachrichten oder der Presse sind. Doch wir sind uns einer Sache bewusst: Für uns hier und heute, die wir aus verschiedenen Teilen der Welt kommen, sind der Schmerz und der Krieg, den viele Jugendliche erleben, nicht mehr etwas Anonymes, für uns sind sie keine Zeitungsnachricht mehr; sie haben einen Namen, sie haben ein Gesicht, eine Geschichte, eine Nähe. Heute bedeutet der Krieg in Syrien Schmerz und Leiden vieler Menschen, vieler Jugendlicher wie der mutigen Rand, die hier mitten unter uns ist und uns bittet, für ihr geliebtes Land zu beten.

Es gibt Situationen, die sich für uns als weit entfernt erweisen, bis wir irgendwie mit ihnen in Berührung kommen. Es gibt Wirklichkeiten, die wir nicht verstehen, weil wir sie nur über einen Bildschirm (des Handys oder des Computers) sehen. Wenn wir aber mit dem Leben, mit diesen konkreten, nicht mehr nur durch Bildschirme vermittelten Leben in Kontakt kommen, dann gibt es in unserem Innern eine heftige Reaktion: Wir alle fühlen uns aufgefordert, uns persönlich einzubringen: „Schluss mit vergessenen Städten“, wie Rand sagt; es darf niemals mehr geschehen, dass Brüder „von Mord und Tod umzingelt sind“ und spüren, dass ihnen niemand helfen wird. Liebe Freunde, ich lade euch ein, gemeinsam zu beten wegen des Leidens so vieler Opfer des Krieges, dieses Krieges, der heute in der Welt herrscht, damit wir ein für alle Mal begreifen können, dass nichts das Blut eines Bruders oder einer Schwester rechtfertigt, dass nichts wertvoller ist als der Mensch neben uns. Und in dieser Bitte um Gebet möchte ich auch euch danken, Natalia und Miguel, denn auch ihr habt eure „Kriege“, euer inneres Ringen mit uns geteilt. Ihr habt uns eure Kämpfe vor Augen geführt und uns gezeigt, was ihr getan habt, um sie zu überwinden. Ihr seid ein lebendiges Zeichen für das, was die Barmherzigkeit in uns bewirken will.

Wir fangen jetzt nicht an, gegen irgendjemanden zu schimpfen, wir beginnen nicht zu streiten, wir wollen nicht zerstören, wir wollen nicht beleidigen. Wir wollen nicht den Hass mit noch mehr Hass besiegen, die Gewalt mit noch mehr Gewalt besiegen, den Terror mit noch mehr Terror besiegen. Und unsere Antwort auf diese Welt im Krieg hat einen Namen: sie heißt Brüderlichkeit, sie heißt geschwisterliche Verbindung, sie heißt Gemeinschaft, sie heißt Familie. Wir feiern die Tatsache, dass wir aus verschiedenen Kulturen kommen und uns zusammenfinden, um zu beten. Unser bestes Wort, unsere beste Rede soll sein, uns im Gebet zu vereinen. Halten wir einen Moment Stille und beten wir; tragen wir die Zeugnisse dieser Freunde vor Gott; identifizieren wir uns mit denen, für die „der Begriff Familie überhaupt nicht existiert und das Haus nur ein Ort zum Schlafen und Essen ist“, oder mit denen, die in der Angst leben zu glauben, dass ihre Fehler und Sünden sie endgültig ausgeschlossen haben. Tragen wir vor die Gegenwart unseres Gottes auch eure „Kriege“, unsere „Kriege“, die Kämpfe, die jeder in sich, im eigenen Herzen trägt. Und darum, um in Familie, in geschwisterlicher Gemeinschaft zu sein, lade ich euch alle zusammen ein, aufzustehen, einander an die Hand zu nehmen und schweigend zu beten. Alle.

[Stille]

Während wir beteten, kam mir das Bild der Apostel am Pfingsttag in den Sinn. Eine Szene, die uns helfen kann, alles zu verstehen, was Gott in unserem Leben in uns und mit uns verwirklichen möchte. An jenem Tag hatten die Apostel sich aus Angst eingeschlossen. Sie fühlten sich bedroht durch eine Umgebung, die sie verfolgte, die sie zwang, sich in einem kleinen Raum aufzuhalten und unbeweglich, gelähmt auszuharren. Die Furcht hatte sich ihrer bemächtigt. In diesem Kontext geschah etwas Eindrucksvolles, etwas Grandioses. Der Heilige Geist kam, und Zungen wie von Feuer ließen sich auf jedem von ihnen nieder und trieben sie in ein Abenteuer, das sie sich nie erträumt hätten. Die Situation ändert sich vollständig!

Wir haben drei Zeugnisse gehört; wir haben mit unseren Herzen ihre Geschichten, ihr Leben berührt. Wir haben gesehen, wie sie ebenso wie die Jünger ähnliche Momente erlebt haben, Augenblicke, in denen sie angsterfüllt waren, in denen alles zusammenzubrechen schien. Die Angst und die Beklemmung, die aus dem Bewusstsein hervorgehen, dass man, wenn man aus dem Hause geht, seine Lieben eventuell nicht wiedersieht; die Angst, sich nicht anerkannt und geliebt zu fühlen; die Angst, keine anderen Chancen zu haben. Sie haben uns die gleiche Erfahrung nachempfinden lassen, die die Jünger machten; sie haben die Angst gespürt, die zu einem einzigen Ort führt. Wohin führt uns die Angst? In die Verschlossenheit. Und wenn die Angst sich in der Verschlossenheit verkriecht, geht sie immer mit ihrer „Zwillingsschwester“ einher, mit der Lähmung, mit dem Sich-gelähmt-Fühlen. Das Empfinden, dass in dieser Welt, in unseren Städten, in unseren Gemeinschaften kein Raum mehr ist, um zu wachsen, zu träumen, schöpferisch zu sein, auf Horizonte zu schauen, letztlich: um zu leben, ist eines der schlimmsten Übel, die uns im Leben – und besonders in der Jugend – geschehen können. Die Lähmung lässt uns die Lust verlieren, uns über die Begegnung und die Freundschaft zu freuen, die Lust, gemeinsam zu träumen, unseren Weg mit den anderen zu gehen. Sie entfernt uns von den anderen, hindert uns, einander die Hand zu reichen, wie wir [in der Choreografie] gesehen haben: Alle in diese kleinen Glashäuser eingeschlossen.

Doch im Leben gibt es eine weitere, für die jungen Menschen noch gefährlichere und oft schwer zu erkennende Lähmung. Ich nenne sie gerne die Lähmung, die aufkommt, wenn man das GLÜCK mit einem SOFA / KANAPA verwechselt! Ja, zu glauben, dass wir, um glücklich zu sein, ein gutes Sofa brauchen. Ein Sofa, das uns hilft, es bequem zu haben, ruhig und ganz sicher zu sein. Ein Sofa – wie jene modernen, die es jetzt gibt, sogar mit einlullenden Massagen – die uns Stunden der Ruhe garantieren, um uns in die Welt der Videospiele zu begeben und Stunden vor dem Computer zu verbringen. Ein Sofa gegen jede Art von Schmerz und Furcht. Ein Sofa, das uns innerhalb unserer vier Wände bleiben lässt, ohne uns abzumühen und uns Sorgen zu machen. Das „Sofa-Glück“ / „kanapa-szczęście“ ist wahrscheinlich die lautlose Lähmung, die uns am meisten schaden kann, die der Jugend am meisten schaden kann. „Und warum geschieht das, Pater?“ Weil wir nach und nach, ohne es zu merken, im Schlaf versinken, duselig und benommen sind. Vorgestern sprach ich von jungen Menschen, die mit zwanzig Jahren „in Pension“ gehen; heute spreche ich von den jungen Menschen, die im Schlaf versunken, duselig und benommen sind, während andere – vielleicht die lebendigeren, aber nicht die besseren – für uns über die Zukunft entscheiden. Gewiss, für viele ist es einfacher und vorteilhafter, duselige und benommene Jugendliche zu haben, die das Glück mit einem Sofa verwechseln; vielen scheint das günstiger, als aufgeweckte junge Menschen zu haben, die reagieren möchten, die danach verlangen, dem Traum Gottes zu entsprechen und allen Bestrebungen des Herzens. Und ihr, ich frage euch: Wollt ihr verschlafene, duselige, benommene Jugendliche sein? [Nein!] Wollt ihr aufgeweckt sein? [Ja!] Wollt ihr für eure Zukunft kämpfen? [Ja!] Allzu überzeugt seid ihr wohl nicht… Wollt ihr für eure Zukunft kämpfen? [Ja!]

Doch die Wahrheit ist eine andere: Liebe junge Freunde, wir sind nicht auf die Welt gekommen, um zu „vegetieren“, um es uns bequem zu machen, um aus dem Leben ein Sofa zu machen, das uns einschläfert; im Gegenteil, wir sind für etwas anderes gekommen, wir sind gekommen, um eine Spur zu hinterlassen. Es ist sehr traurig, durchs Leben zu gehen, ohne Spuren zu hinterlassen. Aber wenn wir die Bequemlichkeit wählen, und das Glück mit dem Konsum verwechseln, dann ist der Preis, den wir bezahlen, sehr, sehr hoch: Wir verlieren die Freiheit. Dann sind wir nicht frei, um Spuren zu hinterlassen. Wir verlieren die Freiheit: Das ist der Preis. Und es gibt viele Leute, die wollen, dass die jungen Menschen nicht frei sind; es gibt viele Leute, die euch nicht wohl gesonnen sind, die wollen, dass ihr benommen, duselig und verschlafen seid, aber nur nicht frei! Nein, das nicht! Wir müssen unsere Freiheit verteidigen!

Genau an diesem Punkt besteht eine große Lähmung, wenn wir beginnen zu meinen, Glück sei ein Synonym der Bequemlichkeit; dass glücklich sein bedeutet, schläfrig oder betäubt durchs Leben zu gehen, dass die einzige Art, glücklich zu sein, darin besteht, wie benommen zu sein. Es ist sicher, dass die Droge schadet, aber es gibt viele andere, gesellschaftlich akzeptierte Drogen, die uns schließlich sehr versklaven oder jedenfalls immer mehr versklaven. Die einen wie die anderen berauben uns unseres höchsten Gutes: der Freiheit. Si berauben uns unserer Freiheit.

Meine Freunde, Jesus ist der Herr des Risikos, er ist der Herr des immer „darüber hinaus“. Jesus ist nicht der Herr des Komforts, der Sicherheit und der Bequemlichkeit. Um Jesus zu folgen, muss man eine gewisse Dosis an Mut besitzen, muss man sich entscheiden, das Sofa gegen ein Paar Schuhe auszutauschen, die dir helfen, Wege zu gehen, die du dir nie erträumt hast und die du dir nicht einmal vorstellen konntest: Wege, die neue Horizonte eröffnen können, die fähig sind, Freude zu übertragen – jene Freude, die aus der Liebe Gottes hervorgeht, die Freude, die durch jede Geste, durch jede Haltung der Barmherzigkeit in deinem Herzen verbleibt. Auf Wegen gehen und dem „Irrsinn“ unseres Gottes folgen, der uns lehrt, ihm zu begegnen im Hungrigen, im Durstigen, im Nackten, im Kranken; im Freund, mit dem es schlecht ausgegangen ist, im Gefangenen, im Flüchtling und im Migranten, im einsamen Nachbarn. Auf den Wegen unseres Gottes gehen, der uns auffordert, politisch Handelnde, Denker, gesellschaftliche Vorreiter zu sein; der uns anregt, eine solidarischere Wirtschaft zu ersinnen, als diese. Die Liebe Gottes fordert uns auf, in alle Bereiche, in denen ihr euch befindet, die Frohe Botschaft zu tragen und das eigene Leben zu einem Geschenk an Gott und an die anderen zu machen. Und das bedeutet, mutig zu sein, das bedeutet, frei zu sein!

Ihr könnt mir sagen: Pater, aber das ist nicht etwas für alle, es ist nur für einige Erwählte! Ja, das stimmt, und diese Erwählten sind alle, die bereit sind, ihr Leben mit den anderen zu teilen. In der gleichen Weise, in der der Heilige Geist am Pfingsttag das Herz der Jünger verwandelte – sie waren gelähmt –, hat er es auch mit unseren Freunden getan, die ihre Zeugnisse mit uns geteilt haben. Ich gebrauche deine Worte, Miguel: Du hast uns gesagt, dass du an dem Tag, an dem dir in der Facenda die Verantwortung übertragen wurde, ein optimales Funktionieren des Hauses zu fördern, begonnen hast zu begreifen, dass Gott etwas von dir wollte. So hat die Verwandlung angefangen.

Das ist das Geheimnis, liebe Freunde, das zu erleben wir alle berufen sind. Gott erwartet etwas von dir. Habt ihr verstanden? Gott erwartet etwas von dir, Gott will etwas von dir, Gott wartet auf dich. Gott kommt, um unsere Verschlossenheit aufzubrechen, er kommt, um die Türen unseres Lebens, unserer Ansichten, unserer Blicke zu öffnen. Gott kommt, um alles zu öffnen, was dich einschließt. Er lädt dich ein zu träumen, er will dich sehen lassen, dass die Welt mit dir anders sein kann. So ist das: Wenn du nicht dein Bestes gibst, wird die Welt sich nicht verändern. Das ist eine Herausforderung

Die Zeit, die wir heute erleben, braucht keine Sofa-Jugendlichen / młodzi kanapowi, sondern junge Menschen mit Schuhen, noch besser: mit „Boots“ an den Füßen. Diese Zeit akzeptiert nur Stammspieler, für Reserve ist kein Platz. Die Welt von heute verlangt von euch, Vorreiter der Geschichte zu sein, denn das Leben ist immer schön, wenn wir es leben wollen, immer, wenn wir Spuren hinterlassen wollen. Die Geschichte verlangt heute von uns, dass wir unsere Würde verteidigen und nicht zulassen, dass andere über unsere Zukunft entscheiden. Nein! Wir selbst müssen unsere Zukunft entscheiden, ihr selbst eure Zukunft! Wie an Pfingsten möchte der Herr eines der größten Wunder vollbringen, das wir erleben können: Er möchte bewirken, dass deine Hände, meine Hände, unsere Hände sich in Zeichen der Versöhnung, der Gemeinschaft, der Schöpfung verwandeln. Er will deine Hände, um mit dem Aufbau der Welt von heute fortzufahren. Er will sie mit dir aufbauen. Und du, was antwortest du? Was antwortest du? Ja oder nein! [Ja!]

Du wirst mir sagen: Pater, aber ich bin sehr eingeschränkt, ich bin ein Sünder, was kann ich schon tun? Wenn der Herr uns ruft, denkt er nicht an das, was wir sind, an das, was wir waren, an das, was wir getan oder unterlassen haben. Im Gegenteil: In dem Moment, in dem er uns ruft, schaut er auf all das, was wir tun könnten, auf all die Liebe, die wir übertragen können. Er setzt immer auf die Zukunft, auf das Morgen. Jesus versetzt dich an den Horizont, niemals ins Museum.

Darum, lieber Freund, liebe Freundin, lädt Jesus dich heute ein, er ruft dich, deine Spur im Leben zu hinterlassen, eine Spur, die die Geschichte kennzeichnet, die deine Geschichte und die Geschichte vieler kennzeichnet.

Das Leben von heute sagt uns, dass es sehr leicht ist, die Aufmerksamkeit auf das zu fixieren, was uns entzweit, auf das, was uns trennt. Sie möchten uns einreden, dass die beste Art, uns gegen das zu schützen, was uns schadet, darin besteht, uns zu verschließen. Wir Erwachsenen – wir Erwachsenen! – brauchen heute euch, damit ihr uns lehrt – so wie ihr es heute tut –, in der Verschiedenheit, im Dialog zusammenzuleben und die Vielfalt der Kulturen miteinander zu teilen nicht wie eine Bedrohung, sondern als eine Chance. Und ihr seid eine Chance für die Zukunft. Habt den Mut, uns zu belehren; habt den Mut, uns zu lehren, dass es einfacher ist, Brücken zu bauen, als Mauern zu errichten! Wir haben es nötig, das zu lernen. Und alle gemeinsam bitten wir, dass ihr von uns verlangt, Wege der Brüderlichkeit zu gehen. Dass ihr unsere Ankläger seid, wenn wir den Weg der Mauern, den Weg der Feindschaft, den Weg des Krieges wählen. Brücken bauen: Wisst ihr, was die erste zu bauende Brücke ist? Eine Brücke, die wir hier und jetzt verwirklichen können: einander die Hände drücken, einander die Hand geben. Also los! Tut es jetzt gleich! Baut diese Menschenbrücke, gebt einander die Hand, ihr alle! Das ist die Anfangsbrücke, es ist die Menschenbrücke, es ist die erste, sie ist das Vorbild. Es besteht immer das Risiko – ich habe es vorgestern gesagt –, mit der ausgestreckten Hand allein zu bleiben, aber im Leben muss man riskieren, wer nicht wagt, der gewinnt nicht. Mit dieser Brücke kommen wir voran – hier, mit dieser Anfangsbrücke: Gebt einander die Hand! Danke! Es ist die große brüderliche Brücke, und könnten doch die Mächtigen dieser Welt lernen, das zu tun!... Aber nicht für das Foto – wenn sie einander die Hand reichen und an etwas anderes denken –, sondern um fortzufahren, immer größere Brücken zu bauen. Möge diese menschliche Brücke ein Same sein für viele andere; das wird eine „Spur“ sein.

Jesus, der der Weg ist, ruft heute dich, dich, dich [er zeigt auf die Einzelnen], deine Spur in der Geschichte zu hinterlassen. Er, der das Leben ist, lädt dich ein, eine Spur zu hinterlassen, die dein Leben und das vieler anderer mit Leben erfüllt. Er, der die Wahrheit ist, lädt dich ein, die Wege der Trennung, der Entzweiung, der Sinnlosigkeit zu verlassen. Machst du mit? [Ja!] Machst du mit? [Ja!] Und jetzt möchte ich sehen: Was antworten deine Hände und deine Füße dem Herrn, der der Weg, die Wahrheit und das Leben ist? Machst du mit? [Ja!] Der Herr segne eure Träume. Danke!

[01214-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Queridos jóvenes, buenas tardes.     
Es bello estar aquí con vosotros en esta Vigilia de oración.

Al terminar su valiente y conmovedor testimonio, Rand nos pedía algo. Nos decía: «Pido encarecidamente que recéis por mi amado país». Una historia marcada por la guerra, el dolor, la pérdida, que finaliza con una petición: la oración. Qué mejor que empezar nuestra vigilia rezando.

Venimos desde distintas partes del mundo, de continentes, países, lenguas, culturas, pueblos diferentes. Somos «hijos» de naciones que quizá pueden estar enfrentadas luchando por diversos conflictos, o incluso estar en guerra. Otros venimos de países que pueden estar en «paz», que no tienen conflictos bélicos, donde muchas de las cosas dolorosas que suceden en el mundo sólo son parte de las noticias y de la prensa. Pero seamos conscientes de una realidad: para nosotros, hoy y aquí, provenientes de distintas partes del mundo, el dolor, la guerra que viven muchos jóvenes, deja de ser anónima, para nosotros deja de ser una noticia de prensa, tiene nombre, tiene rostro, tiene historia, tiene cercanía. Hoy la guerra en Siria, es el dolor y el sufrimiento de tantas personas, de tantos jóvenes como la valiente Rand, que está aquí entre nosotros pidiéndonos que recemos por su amado país.

Existen situaciones que nos pueden resultar lejanas hasta que, de alguna manera, las tocamos. Hay realidades que no comprendemos porque sólo las vemos a través de una pantalla (del celular o de la computadora). Pero cuando tomamos contacto con la vida, con esas vidas concretas no ya mediatizadas por las pantallas, entonces nos pasa algo importante, sentimos la invitación a involucrarnos: «No más ciudades olvidadas», como dice Rand: ya nunca puede haber hermanos «rodeados de muerte y homicidios» sintiendo que nadie los va a ayudar. Queridos amigos, os invito a rezar juntos por el sufrimiento de tantas víctimas de la guerra, de esta guerra que hoy existe en el mundo, para que de una vez por todas podamos comprender que nada justifica la sangre de un hermano, que nada es más valioso que la persona que tenemos al lado. Y, en este ruego de oración, también quiero dar las gracias a Natalia y a Miguel, porque también nos han compartido sus batallas, sus guerras interiores. Nos han mostrado sus luchas y cómo hicieron para superarlas. Son signo vivo de lo que la misericordia quiere hacer en nosotros.

Nosotros no vamos a gritar ahora contra nadie, no vamos a pelear, no queremos destruir, no queremos insultar. Nosotros no queremos vencer el odio con más odio, vencer la violencia con más violencia, vencer el terror con más terror. Nosotros hoy estamos aquí porque el Señor nos ha convocado. Y nuestra respuesta a este mundo en guerra tiene un nombre: se llama fraternidad, se llama hermandad, se llama comunión, se llama familia. Celebramos el venir de culturas diferentes y nos unimos para rezar. Que nuestra mejor palabra, que nuestro mejor discurso, sea unirnos en oración. Hagamos un rato de silencio y recemos; pongamos ante el Señor los testimonios de estos amigos, identifiquémonos con aquellos para quienes «la familia es un concepto inexistente, y la casa sólo un lugar donde dormir y comer», o con quienes viven con el miedo de creer que sus errores y pecados los han dejado definitivamente afuera. Pongamos también las «guerras», vuestras guerras y las nuestras, las luchas que cada uno trae consigo, dentro de su corazón. Y, para ello, para estar en familia, en hermandad, todos juntos, os invito a levantaros, a daros la mano y a rezar en silencio. A todos.

[Silencio]

Mientras rezábamos, me venía la imagen de los Apóstoles el día de Pentecostés. Una escena que nos puede ayudar a comprender todo lo que Dios sueña hacer en nuestra vida, en nosotros y con nosotros. Aquel día, los discípulos estaban encerrados por miedo. Se sentían amenazados por un entorno que los perseguía, que los arrinconaba en una pequeña habitación, obligándolos a permanecer quietos y paralizados. El temor se había apoderado de ellos. En ese contexto, pasó algo espectacular, algo grandioso. Vino el Espíritu Santo y unas lenguas como de fuego se posaron sobre cada uno, impulsándolos a una aventura que jamás habrían soñado. Así, las cosas cambian totalmente.

Hemos escuchado tres testimonios, hemos tocado con nuestros corazones sus historias, sus vidas. Hemos visto cómo ellos, al igual que los discípulos, han vivido momentos similares, han pasado momentos donde se llenaron de miedo, donde parecía que todo se derrumbaba. El miedo y la angustia que nace de saber que al salir de casa uno puede no volver a ver a los seres queridos, el miedo a no sentirse valorado ni querido, el miedo a no tener otra oportunidad. Ellos nos compartieron la misma experiencia que tuvieron los discípulos, han experimentado el miedo que sólo conduce a un sitio. ¿A dónde nos lleva el miedo? Al encierro. Y cuando el miedo se acovacha en el encierro siempre va acompañado por su «hermana gemela»: la parálisis, sentirnos paralizados. Sentir que en este mundo, en nuestras ciudades, en nuestras comunidades, no hay ya espacio para crecer, para soñar, para crear, para mirar horizontes, en definitiva para vivir, es de los peores males que se nos puede meter en la vida, especialmente en la juventud. La parálisis nos va haciendo perder el encanto de disfrutar del encuentro, de la amistad; el encanto de soñar juntos, de caminar con otros. Nos aleja de los otros, nos impide dar la mano, como hemos visto [en la coreografía], todos encerrados en esas cabinas de cristal.

Pero en la vida hay otra parálisis todavía más peligrosa y muchas veces difícil de identificar; y que nos cuesta mucho descubrir. Me gusta llamarla la parálisis que nace cuando se confunde «felicidad» con un «sofá/kanapa (canapé)». Sí, creer que para ser feliz necesitamos un buen sofá/canapé. Un sofá que nos ayude a estar cómodos, tranquilos, bien seguros. Un sofá —como los que hay ahora, modernos, con masajes adormecedores incluidos— que nos garantiza horas de tranquilidad para trasladarnos al mundo de los videojuegos y pasar horas frente a la computadora. Un sofá contra todo tipo de dolores y temores. Un sofá que nos haga quedarnos cerrados en casa, sin fatigarnos ni preocuparnos. La «sofá-felicidad», «kanapa-szczęście», es probablemente la parálisis silenciosa que más nos puede perjudicar, que más puede arruinar a la juventud. Y, Padre, ¿por qué sucede esto? Porque poco a poco, sin darnos cuenta, nos vamos quedando dormidos, nos vamos quedando embobados y atontados. El otro día hablaba de los jóvenes que se jubilan a los 20 años; hoy hablo de los jóvenes adormentados, embobados y atontados, mientras otros —quizás los más vivos, pero no los más buenos— deciden el futuro por nosotros. Es cierto, para muchos es más fácil y beneficioso tener a jóvenes embobados y atontados que confunden felicidad con un sofá; para muchos, eso les resulta más conveniente que tener jóvenes despiertos, inquietos respondiendo al sueño de Dios y a todas las aspiraciones del corazón. Os pregunto a vosotros: ¿Queréis ser jóvenes adormentados, embobados y atontados? [«No»]. ¿Queréis que otros decidan el futuro por vosotros? [«No»]. ¿Queréis ser libres? [«Sí»]. ¿Queréis estar despiertos? [«Sí»]. ¿Queréis luchar por vuestro futuro? [«Sí»]. No os veo demasiado convencidos... ¿Queréis luchar por vuestro futuro? [«Sí»].

Pero la verdad es otra: queridos jóvenes, no vinimos a este mundo a «vegetar», a pasarla cómodamente, a hacer de la vida un sofá que nos adormezca; al contrario, hemos venido a otra cosa, a dejar una huella. Es muy triste pasar por la vida sin dejar una huella. Pero cuando optamos por la comodidad, por confundir felicidad con consumir, entonces el precio que pagamos es muy, pero que muy caro: perdemos la libertad. No somos libres de dejar una huella. Perdemos la libertad. Este es el precio. Y hay mucha gente que quiere que los jóvenes no sean libres; tanta gente que no os quiere bien, que os quiere atontados, embobados, adormecidos, pero nunca libres. No, ¡esto no! Debemos defender nuestra libertad.

Ahí está precisamente una gran parálisis, cuando comenzamos a pensar que felicidad es sinónimo de comodidad, que ser feliz es andar por la vida dormido o narcotizado, que la única manera de ser feliz es ir como atontado. Es cierto que la droga hace mal, pero hay muchas otras drogas socialmente aceptadas que nos terminan volviendo tanto o más esclavos. Unas y otras nos despojan de nuestro mayor bien: la libertad. Nos despojan de la libertad.

Amigos, Jesús es el Señor del riesgo, es el Señor del siempre «más allá». Jesús no es el Señor del confort, de la seguridad y de la comodidad. Para seguir a Jesús, hay que tener una cuota de valentía, hay que animarse a cambiar el sofá por un par de zapatos que te ayuden a caminar por caminos nunca soñados y menos pensados, por caminos que abran nuevos horizontes, capaces de contagiar alegría, esa alegría que nace del amor de Dios, la alegría que deja en tu corazón cada gesto, cada actitud de misericordia. Ir por los caminos siguiendo la «locura» de nuestro Dios que nos enseña a encontrarlo en el hambriento, en el sediento, en el desnudo, en el enfermo, en el amigo caído en desgracia, en el que está preso, en el prófugo y el emigrante, en el vecino que está solo. Ir por los caminos de nuestro Dios que nos invita a ser actores políticos, pensadores, movilizadores sociales. Que nos incita a pensar en una economía más solidaria que esta. En todos los ámbitos en los que nos encontremos, ese amor de Dios nos invita llevar la Buena Nueva, haciendo de la propia vida una entrega a él y a los demás. Esto significa ser valerosos, esto significa ser libres.

Pueden decirme: «Padre, pero eso no es para todos, sólo es para algunos elegidos». Sí, es cierto, y estos elegidos son todos aquellos que están dispuestos a compartir su vida con los demás. De la misma manera que el Espíritu Santo transformó el corazón de los discípulos el día de Pentecostés ―estaban paralizados―, lo hizo también con nuestros amigos que compartieron sus testimonios. Uso tus palabras, Miguel, tú nos decías que el día que en la Facenda te encomendaron la responsabilidad de ayudar a que la casa funcionara mejor, ahí comenzaste a entender que Dios pedía algo de ti. Así comenzó la transformación.

Ese es el secreto, queridos amigos, que todos estamos llamados a experimentar. Dios espera algo de ti. ¿Lo habéis entendido? Dios quiere algo de ti, Dios te espera a ti. Dios viene a romper nuestras clausuras, viene a abrir las puertas de nuestras vidas, de nuestras visiones, de nuestras miradas. Dios viene a abrir todo aquello que te encierra. Te está invitando a soñar, te quiere hacer ver que el mundo contigo puede ser distinto. Eso sí, si tú no pones lo mejor de ti, el mundo no será distinto. Es un reto.

El tiempo que hoy estamos viviendo no necesita jóvenes-sofá, młodzi-kanapowi, sino jóvenes con zapatos; mejor aún, con los botines puestos. Este tiempo sólo acepta jugadores titulares en la cancha, no hay espacio para suplentes. El mundo de hoy pide que seáis protagonistas de la historia porque la vida es linda siempre y cuando queramos vivirla, siempre y cuando queramos dejar una huella. La historia nos pide hoy que defendamos nuestra dignidad y no dejemos que sean otros los que decidan nuestro futuro. ¡No! Nosotros debemos decidir nuestro futuro; vosotros, vuestro futuro. El Señor, al igual que en Pentecostés, quiere realizar uno de los mayores milagros que podamos experimentar: hacer que tus manos, mis manos, nuestras manos se transformen en signos de reconciliación, de comunión, de creación. Él quiere tus manos para seguir construyendo el mundo de hoy. Él quiere construirlo contigo. Y tú, ¿qué respondes? ¿Qué respondes tú? ¿Sí o no? [«Sí»].

Me dirás, Padre, pero yo soy muy limitado, soy pecador, ¿qué puedo hacer? Cuando el Señor nos llama no piensa en lo que somos, en lo que éramos, en lo que hemos hecho o de dejado de hacer. Al contrario: él, en ese momento que nos llama, está mirando todo lo que podríamos dar, todo el amor que somos capaces de contagiar. Su apuesta siempre es al futuro, al mañana. Jesús te proyecta al horizonte, nunca al museo.

Por eso, amigos, hoy Jesús te invita, te llama a dejar tu huella en la vida, una huella que marque la historia, que marque tu historia y la historia de tantos.

La vida de hoy nos dice que es mucho más fácil fijar la atención en lo que nos divide, en lo que nos separa. Pretenden hacernos creer que encerrarnos es la mejor manera para protegernos de lo que nos hace mal. Hoy los adultos ―nosotros, los adultos― necesitamos de vosotros, que nos enseñéis ―como vosotros hacéis hoy― a convivir en la diversidad, en el diálogo, en compartir la multiculturalidad, no como una amenaza, sino como una oportunidad. Y vosotros sois una oportunidad para el futuro. Tened valentía para enseñarnos, tened la valentía de enseñarnos que es más fácil construir puentes que levantar muros. Necesitamos aprender esto. Y todos juntos pidamos que nos exijáis transitar por los caminos de la fraternidad. Que seáis vosotros nuestros acusadores cuando nosotros elegimos la vía de los muros, la vía de la enemistad, la vía de la guerra. Construir puentes: ¿Sabéis cuál es el primer puente que se ha de  construir? Un puente que podemos realizarlo aquí y ahora: estrecharnos la mano, darnos la mano. Ánimo, hacedlo ahora. Construid este puente humano, daos la mano, todos: es el puente primordial, es el puente humano, es el primero, es el modelo. Siempre existe el riesgo ―lo he dicho el otro día― de quedarse con la mano tendida, pero en la vida hay que arriesgar; quien no arriesga no triunfa. Con este puente, vayamos adelante. Levantad aquí este puente primordial: daos la mano. Gracias. Es el gran puente fraterno, y ojalá aprendan a hacerlo los grandes de este mundo... pero no para la fotografía ―cuando se dan la mano y piensan en otra cosa―, sino para seguir construyendo puentes más y más grandes. Que éste puente humano sea semilla de tantos otros; será una huella.

Hoy Jesús, que es el camino, te llama a ti, a ti, a ti [señala a cada uno] a dejar tu huella en la historia. Él, que es la vida, te invita a dejar una huella que llene de vida tu historia y la de tantos otros. Él, que es la verdad, te invita a abandonar los caminos del desencuentro, la división y el sinsentido. ¿Te animas? [«Sí»]. ¿Qué responden ―lo quiero ver― tus manos y tus pies al Señor, que es camino, verdad y vida? ¿Estás dispuesto? [«Sí»]. Que el Señor bendiga vuestros sueños. Gracias.

[01214-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Queridos jovens, boa noite!
É bom estar aqui convosco nesta Vigília de Oração.

Na parte final do seu corajoso e emocionante testemunho, Rand pediu-nos uma coisa. Disse-nos: «Peço-vos, sinceramente, que rezeis pelo meu amado país». Uma história marcada pela guerra, pelo sofrimento, pela ruína, que termina com um pedido: o da oração. Que há de melhor para começar a nossa Vigília do que rezar?

Vimos de várias partes do mundo, de continentes, países, línguas, culturas, povos diferentes. Somos «filhos» de nações que estão talvez em disputa por vários conflitos, ou até mesmo em guerra. Outros vimos de países que podem estar «em paz», que não têm conflitos bélicos, onde muitas das coisas dolorosas que acontecem no mundo fazem parte apenas das notícias e da imprensa. Mas estamos cientes duma realidade: hoje e aqui, para nós provenientes de diversas partes do mundo, o sofrimento e a guerra que vivem muitos jovens deixaram de ser uma coisa anónima, para nós já não são uma notícia de imprensa, mas têm um nome, um rosto, uma história, fizeram-se-me vizinhos. Hoje a guerra na Síria é a dor e o sofrimento de tantas pessoas, de tantos jovens como a corajosa Rand, que está aqui entre nós e pede-nos para rezar pelo seu país amado.

Há situações que nos podem parecer distantes, até ao momento em que, de alguma forma, as tocamos. Há realidades que não entendemos porque vemo-las apenas através dum monitor (do telemóvel ou do computador). Mas, quando tomamos contacto com a vida, com as vidas concretas e já não pela mediação dos monitores, então algo mexe connosco: todos nos sentimos convidados a envolver-nos: «Basta de cidades esquecidas», como diz Rand; nunca mais deve acontecer que irmãos estejam «circundados pela morte e por assassinatos» sentindo que ninguém os ajudará. Queridos amigos, convido-vos a rezar juntos pelo sofrimento de tantas vítimas da guerra, desta guerra que há hoje no mundo, para podermos compreender, uma vez por todas, que nada justifica o sangue dum irmão, que nada é mais precioso do que a pessoa que temos ao nosso lado. E, neste pedido de oração, quero-vos agradecer também a vós, Natália e Miguel, pois também vós partilhastes connosco as vossas batalhas, as vossas guerras interiores. Apresentastes-nos as vossas lutas e o modo como as superastes. Vós sois um sinal vivo daquilo que a misericórdia quer fazer em nós.

Agora, não vamos pôr-nos a gritar contra ninguém, não vamos pôr-nos a litigar, não queremos destruir, não queremos insultar. Não queremos vencer o ódio com mais ódio, vencer a violência com mais violência, vencer o terror com mais terror. A nossa resposta a este mundo em guerra tem um nome: chama-se fraternidade, chama-se irmandade, chama-se comunhão, chama-se família. Alegramo-nos pelo facto de virmos de culturas diferentes e nos unirmos para rezar. Que a nossa palavra melhor, o nosso melhor discurso seja unirmo-nos em oração. Façamos um momento de silêncio, e rezemos; ponhamos diante de Deus os testemunhos destes amigos, identifiquemo-nos com aqueles para quem «a família é um conceito inexistente, a casa apenas um lugar para dormir e comer», ou com aqueles que vivem no medo porque creem que os seus erros e pecados os baniram definitivamente. Coloquemos na presença do nosso Deus também as vossas «guerras», as nossas «guerras», as lutas que cada um carrega consigo, no seu próprio coração. E para isso, para nos sentirmos em família, em fraternidade, todos unidos, convido-vos a levantar-vos, dar as mãos e rezar em silêncio. Todos.

[Silêncio]

Enquanto rezávamos, veio-me à mente a imagem dos Apóstolos no dia de Pentecostes. Uma cena que nos pode ajudar a compreender tudo aquilo que Deus sonha realizar na nossa vida, em nós e connosco. Naquele dia, os discípulos estavam fechados dentro de casa pelo medo. Sentiam-se ameaçados por um ambiente que os perseguia, que os forçava a estar numa pequena casa obrigando-os a ficar ali imóveis e paralisados. O medo apoderou-se deles. Naquele contexto, acontece algo espetacular, algo grandioso. Vem o Espírito Santo, e línguas como que de fogo pousaram sobre cada um deles, impelindo-os para uma aventura que nunca teriam sonhado. A situação muda completamente.

Ouvimos três testemunhos; tocamos, com os nossos corações, as suas histórias, as suas vidas. Vimos como eles viveram momentos semelhantes aos dos discípulos, atravessaram momentos em que estiveram cheios de medo, em que parecia que tudo desmoronava. O medo e a angústia, que nascem do facto de uma pessoa saber que saindo de casa pode não ver mais os seus entes queridos, o medo de não se sentir apreciado e amado, o medo de não ter outras oportunidades. Eles partilharam connosco a mesma experiência que fizeram os discípulos, experimentaram o medo que leva ao único lugar possível. Onde nos leva o medo? Ao fechamento. E, quando o medo se esconde no fechamento, fá-lo sempre na companhia da sua «irmã gémea», a paralisia; faz-nos sentir paralisados. Sentir que, neste mundo, nas nossas cidades, nas nossas comunidades, já não há espaço para crescer, para sonhar, para criar, para contemplar horizontes, em suma, para viver, é um dos piores males que nos podem acontecer na vida, sobretudo na juventude. A paralisia faz-nos perder o gosto de desfrutar do encontro, da amizade, o gosto de sonhar juntos, de caminhar com os outros. Afasta-nos dos outros, impede de nos cumprimentarmos, como vimos [na encenação]: todos fechados naqueles cubículos de vidro.

Na vida, porém, há outra paralisia ainda mais perigosa e difícil, muitas vezes, de identificar e que nos custa muito reconhecer. Gosto de a chamar a paralisia que brota quando se confunde a FELICIDADE com um SOFÁ/KANAPA. Sim, julgar que, para ser felizes, temos necessidade de um bom sofá. Um sofá que nos ajude a estar cómodos, tranquilos, bem seguros. Um sofá – como os que existem agora, modernos, incluindo massagens para dormir – que nos garanta horas de tranquilidade para mergulharmos no mundo dos videojogos e passar horas diante do computador. Um sofá contra todo o tipo de dores e medos. Um sofá que nos faça estar fechados em casa, sem nos cansarmos nem nos preocuparmos. Provavelmente, o «sofá-felicidade/kanapa-szczęście» é a paralisia silenciosa que mais nos pode arruinar, que mais pode arruinar a juventude. «E porque acontece isto, padre?» Porque pouco a pouco, sem nos darmos conta, encontramo-nos adormecidos, encontramo-nos pasmados e entontecidos. Anteontem falei dos jovens aposentados aos vinte anos; hoje falo dos jovens adormecidos, pasmados, entontecidos, enquanto outros – talvez os mais vivos, mas não os melhores – decidem o futuro por nós. Certamente, para muitos, é mais fácil e vantajoso ter jovens pasmados e entontecidos que confundem a felicidade com um sofá; para muitos, isto resulta mais conveniente do que ter jovens vigilantes, desejosos de responder, de responder ao sonho de Deus e a todas as aspirações do coração. Vós – pergunto eu, pergunto a vós – quereis ser jovens adormecidos, pasmados, entontecidos? [Não!] Quereis que outros decidam o futuro por vós? [Não!] Quereis ser livres? [Sim!] Quereis estar vigilantes? [Sim!] Quereis lutar pelo vosso futuro? [Sim!] Não vos vejo muito convencidos… Quereis lutar pelo vosso futuro? [Sim!]

Mas a verdade é outra! Queridos jovens, não viemos ao mundo para «vegetar», para transcorrer comodamente os dias, para fazer da vida um sofá que nos adormeça; pelo contrário, viemos com outra finalidade, para deixar uma marca. É muito triste passar pela vida sem deixar uma marca. Mas, quando escolhemos a comodidade, confundindo felicidade com consumo, então o preço que pagamos é muito, mas muito caro: perdemos a liberdade. Não somos livres para deixar uma marca. Perdemos a liberdade. Este é o preço. E há tantas pessoas cuja vontade é que os jovens não sejam lives, há tantas pessoas que não vos amam, que vos querem entontecidos, pasmados, adormecidos, mas… livres, nunca! Não; isso não! Devemos defender a nossa liberdade.

É precisamente aqui que existe uma grande paralisia: quando começamos a pensar que a felicidade é sinónimo de comodidade, que ser feliz é caminhar na vida adormentado ou narcotizado, que a única maneira de ser feliz é estar como que entorpecido. É certo que a droga faz mal, mas há muitas outras drogas socialmente aceitáveis, que acabam por nos tornar em todo o caso muito mais escravos. Umas e outras despojam-nos do nosso bem maior: a liberdade. Despojam-nos da liberdade.

Amigos, Jesus é o Senhor do risco, o Senhor do sempre «mais além». Jesus não é o Senhor do conforto, da segurança e da comodidade. Para seguir a Jesus, é preciso ter uma boa dose de coragem, é preciso decidir-se a trocar o sofá por um par de sapatos que te ajudem a caminhar por estradas nunca sonhadas e nem mesmo pensadas, por estradas que podem abrir novos horizontes, capazes de contagiar-te a alegria, aquela alegria que nasce do amor de Deus, a alegria que deixa no teu coração cada gesto, cada atitude de misericórdia. Caminhar pelas estradas seguindo a «loucura» do nosso Deus, que nos ensina a encontrá-Lo no faminto, no sedento, no maltrapilho, no doente, no amigo em maus lençóis, no encarcerado, no refugiado e migrante, no vizinho que vive só. Caminhar pelas estradas do nosso Deus, que nos convida a ser atores políticos, pessoas que pensam, animadores sociais; que nos encoraja a pensar uma economia mais solidária do que esta. Em todos os campos onde vos encontrais, o amor de Deus convida-vos a levar a Boa Nova, fazendo da própria vida um dom para Ele e para os outros. Isto significa ser corajosos; isto significa ser livres.

Poderíeis replicar-me: Mas isto, padre, não é para todos; é só para alguns eleitos! Sim, é verdade! E estes eleitos são todos aqueles que estão dispostos a partilhar a sua vida com os outros. Tal como o Espírito Santo transformou o coração dos discípulos no dia de Pentecostes – estavam paralisados –, assim o fez também com os nossos amigos que partilharam os seus testemunhos. Uso as tuas palavras, Miguel: disseste-nos que no dia em que te confiaram, lá na «Fazenda», a responsabilidade de contribuir para o melhor funcionamento da casa, então começaste a compreender que Deus te pedia algo. Assim começou a transformação.

Este é o segredo, queridos amigos, que todos somos chamados a experimentar. Deus espera algo de ti. Ouvistes bem? Deus espera algo de ti, Deus quer algo de ti, Deus está à tua espera. Deus vem quebrar os nossos fechamentos, vem abrir as portas das nossas vidas, das nossas perspetivas, dos nossos olhares. Deus vem abrir tudo aquilo que te fecha. Convida-te a sonhar, quer fazer-te ver que, contigo, o mundo pode ser diferente. É assim: se não deres o melhor de ti mesmo, o mundo não será diverso. É um desafio.

O tempo que hoje estamos a viver não precisa de jovens-sofá/młodzi kanapowi, mas de jovens com os sapatos, ainda melhor, com as sapatilhas calçadas. Este tempo aceita apenas jogadores titulares em campo, não há lugar para reservas. O mundo de hoje pede-vos para serdes protagonistas da história, porque a vida é bela desde que a queiramos viver, desde que queiramos deixar uma marca. Hoje a história pede-nos que defendamos a nossa dignidade e não deixemos que sejam outros a decidir o nosso futuro. Não! Nós é que devemos decidir o nosso futuro; vós, o vosso futuro. O Senhor, como no Pentecostes, quer realizar um dos maiores milagres que podemos experimentar: fazer com que as tuas mãos, as minhas mãos, as nossas mãos se transformem em sinais de reconciliação, de comunhão, de criação. Ele quer as tuas mãos para continuar a construir o mundo de hoje. Quer construí-lo contigo. E tu, que Lhe respondes? Que resposta Lhe dás tu? Sim ou não? [Sim!]

Dir-me-ás: Mas, padre, eu sou muito limitado, sou pecador… que posso fazer? Quando o Senhor nos chama não pensa naquilo que somos, naquilo que éramos, naquilo que fizemos ou deixamos de fazer. Pelo contrário: no momento em que nos chama, Ele está a ver tudo aquilo que poderemos fazer, todo o amor que somos capazes de comunicar. Ele aposta sempre no futuro, no amanhã. Jesus olha-te projetado no horizonte, nunca no museu.

Por isso, amigos, hoje Jesus convida-te, chama-te a deixar a tua marca na vida, uma marca que determine a história, que determine a tua história e a história de muitos.

A vida de hoje diz-nos que é muito fácil fixar a atenção naquilo que nos divide, naquilo que nos separa. Querem fazer-nos crer que fechar-nos é a melhor maneira de nos protegermos daquilo que nos faz mal. Hoje nós, adultos – nós, adultos –, precisamos de vós para nos ensinardes – como estais a fazer hoje – a conviver na diversidade, no diálogo, na partilha da multiculturalidade não como uma ameaça mas como uma oportunidade. E vós sois uma oportunidade para o futuro. Tende a coragem de nos ensinar, tende a coragem de ensinar a nós que é mais fácil construir pontes do que levantar muros! Precisamos de aprender isto. E todos juntos pedimos que nos exijais percorrer as estradas da fraternidade. Sede vós os nossos acusadores, se escolhermos o atalho dos muros, o atalho da inimizade, o atalho da guerra. Construir pontes… Sabeis qual é a primeira ponte a construir? Uma ponte que podemos realizar aqui e agora: um aperto de mão, darmo-nos as mãos. Coragem! Fazei-o agora. Fazei esta ponte humana, dai as mãos, todos vós: é a ponte primordial é a ponte humana, é a primeira, é o modelo. Naturalmente há sempre o risco – como disse no outro dia – de se ficar com a mão estendida; mas, na vida, é preciso arriscar; quem não arrisca, não vence. Com esta ponte, podemos avançar. Fazei aqui esta ponte primordial: dai-vos as mãos. Obrigado! É a grande ponte fraterna, e podem aprender a fazê-la os grandes deste mundo... Não para a fotografia – quando dão as mãos e pensam noutra coisa –, mas para continuar a construir pontes cada vez maiores. Que esta ponte humana seja semente de muitas outras; será uma marca.

Hoje, Jesus, que é o caminho, chama-te – a ti… a ti… a ti… [aponta para cada um] – a deixar a tua marca na história. Ele, que é a vida, convida-te a deixar uma marca que encha de vida a tua história e a de muitos outros. Ele, que é a verdade, convida-te a deixar as estradas da separação, da divisão, do sem-sentido. Aceitais? [Sim!] Aceitais? [Sim!] Que respondem agora – quero ver – as vossas mãos e os vossos pés ao Senhor, que é caminho, verdade e vida? Aceitais? [Sim!] O Senhor abençoe os vossos sonhos. Obrigado!

[01214-PO.02] [Texto original: Italiano]

Testimonianze di tre giovani

Prima testimonianza (Natalia, polacca)

Il 15 aprile 2012, di domenica, mi ero svegliata nel mio appartamento a Łódź. Si tratta della terza città della Polonia. In quel periodo ero redattore capo di riviste di moda e da 20 anni non avevo nulla in comune con la Chiesa.

Avevo riportato successi sul lavoro, avevo avuto incontri con ragazzi carini, passavo da una festa ad un'altra e in ciò consisteva il senso della mia vita. Andava tutto bene. Soltanto quel giorno mi ero svegliata con una certa inquietudine causata dal pensiero che quello che stavo facendo della mia vita era ben lontano dall'essere qualcosa di buono. Compresi che avevo bisogno di andare a confessarmi nell'arco di quella stessa giornata. Non sapevo bene come si fa, per cui cercai su Google la parola “confessione”. In uno degli articoli che trovai, lessi questa frase: Dio è morto per l'amore verso di noi. Compresi pienamente il senso di questa affermazione: Dio era morto per l'amore che nutriva nei miei confronti, voleva darmi appieno la vita, mentre io chiusa nella mia indifferenza me ne stavo in cucina e fumavo una sigaretta.

Così mi appariva la situazione in quel momento. Scoppiai a piangere, presi un foglio di carta e cominciai ad elencarvi per iscritto i miei peccati. Erano tutti molto chiari, si ergevano da soli davanti ai miei occhi e io mi rendevo conto di essere andata contro tutti e 10 i comandamenti. Provai un immediato bisogno di parlare senza indugi con un prete. Trovai su internet l'informazione che alle 15 in cattedrale erano previste le confessioni. Corsi lì, ma avevo una tremenda paura che il sacerdote mi dicesse: “I tuoi peccati sono troppo gravi, non posso fare nulla per te”. Nonostante ciò trovai il coraggio e mi accostai alla confessione. Raccontai tutto e scoppiai in un forte pianto. Il prete non diceva nulla. Quando finii, affermò: “E' stata una confessione molto bella”. Non capivo a cosa si riferisse, non c'era nulla di bello in ciò che gli avevo raccontato. “Sai che giorno è oggi?”- chiese - “E' la domenica della Misericordia. Sai che ore sono? Sono le 15 passate. Questa è l'ora della misericordia. Sai dove ti trovi? In cattedrale, nel posto dove Santa Faustina pregava quotidianamente, quando viveva ancora a Łódź. Allora le apparve proprio il Signore Dio che disse di voler perdonare in quel giorno tutti i peccati, a prescindere da quali fossero. I tuoi peccati sono stati perdonati. Non ci sono più, non tornare a pensare a loro, togliteli dalla testa”. Erano parole forti. Andando alla confessione ero convinta di aver perso irrimediabilmente la vita eterna, mentre ora avevo appena sentito che Dio aveva fatto sì che quanto avevo compiuto di male, fosse scomparso per sempre. Avevo sentito anche che lui mi aspettava da sempre e mi aveva dato appuntamento proprio in quella giornata. Uscii dalla chiesa come se stessi tornando da un campo di battaglia: tremendamente stanca, ma allo stesso tempo arcifelice, con un sentimento di vittoria e la convinzione che Gesù stesse tornando a casa assieme a me.

Negli ultimi due anni sono stata impegnata nei preparativi della GMG a Łódź, affinché anche gli altri possano provare quello che ho provato io. La Misericordia di Dio è viva e continua ad agire ininterrottamente anche oggi. Ne sono testimone e auguro a ciascuno di voi di provare la stessa cosa.

[01252-IT.01] [Testo originale: Polacco]

Seconda testimonianza (Rand, siriana)

My name is Rand Mittri. I am 26 years old, and I am from Aleppo, from Syria. As you may know, our city has been destroyed, ruined, and broken. The meaning in our lives has been cancelled. We are the forgotten city.

It may be hard for many of you to know and understand the full breadth of what is happening in my beloved country, Syria. It will be very hard for me to impart a life of pain to you in a few sentences, but I will try to share a few aspects of our reality with you.

Every day we live lives that are surrounded by death. But like you, we close our doors behind us as each morning as we leave for work or school. It is in that moment that we are gripped by fear that we will not return to find our homes and our families as we left them. Perhaps we will be killed that day. Or perhaps our families will. It is a hard and painful feeling to know that you are surrounded by death and killing, and there is no way to escape; no one to help.

Is it possible that this is the end, and that we were born to die in pain? Or are we born to live, and to live life to the fullest? My experience in this war has been a harsh and difficult one. But it has caused me to mature and grow up before my time, and to see things in a different perspective.

I serve at the Don Bosco Center in Aleppo. Our center receives more than 700 young men and women who come hoping to see a smile and hear a word of encouragement. They are also seeking something that is otherwise lacking in their lives: genuine humanitarian treatment. But it is very difficult for me to give joy and faith to others while I myself am bankrupt of these things in my life.

Through my meager life experience, I have learned that my faith in Christ supersedes the circumstances of life. This truth is not conditioned on living a life of peace that is free of hardship. More and more, I believe that God exists despite all of our pain. I believe that sometimes through our pain, He teaches us the true meaning of love. My faith in Christ is the reason for my joy and hope. No one will ever be able to steal this true joy from me.

I thank you all and I earnestly ask you to pray for my beloved country, Syria.

[01253-EN.01] [Original text: English]

Terza Testimonianza (Miguel, paraguaiano)

Mi nombre es Miguel tengo 34 años y soy de Asunción, Paraguay. Somos 11 hermanos y fui el único con problemas de drogadicción. Me recuperé en la Fazenda de la Esperanza San Rafael | RS - Brasil.

Durante 16 años use drogas, desde los 11. Siempre tuve grandes dificultades de relacionamiento con mi familia, no me sentía querido ni cercano a ellos. Discutíamos constantemente y vivíamos en continua tensión. No recuerdo sentarme en familia a la mesa, para mí la Familia era un concepto inexistente, la casa sólo era un lugar donde dormir y comer.

A los 11 años de edad escapé de mi casa ya que el vacío era muy grande. En aquel tiempo aun estudiaba pero yo quería "libertad". En pocos meses estaba experimentando con drogas de camino a la escuela. Esto no hizo más que ahondar el vacío dentro mío, no quería regresar a mi casa, enfrentar a mi familia, enfrentarme a mí. Al tiempo dejé toda educación formal y mis padres tuvieron que cerrarme las puertas de su casa, estaban perdiendo la esperanza. A los 15 años cometí un delito por el cual fui preso. Estando en prisión recibí la visita de mi padre quien me preguntó si quería cambiar y respondí "Sí". Rápidamente logró tramitar mi libertad. Salí y volví a delinquir. Un día cometí un delito mayor por el cual fui preso seis años, años de mucho sufrimiento. No conseguía entender por qué ninguno de mis hermanos me visitaba. Así pasaron los años y cumplí la totalidad de la condena. Mis padres continuaban vinculados a la Iglesia.

A un mes de haber salido de prisión un sacerdote amigo de la familia me invitó a conocer un lugar llamado Fazenda de la Esperanza. Estaba sin rumbo en la vida. Todos esos años perdidos se reflejaban fuertemente en mi mirada, en mi rostro. Acepté ir, por primera vez me sentí en familia. Al principiome costaba mucho el relacionamiento, la convivencia. En esta comunidad el método de sanación es La Palabra de Dios, vivirla. En mi proceso de recuperacióntuve un compañero al cual me costaba mucho perdonar, yo precisaba paz y él ser amado.A mi séptimo mes me dieron una responsabilidad en la casa, la de ayudar a que funcione mejor. Así comencé a entender que Dios pedía algo de mí. Entonces este compañero recibió una carta de su esposa, cuya relación estaba desgastada, esto me ayudó a comprenderlo mejor. Le entregué la carta y me dijo "Hermano, me perdona?" yo le respondí que por supuesto. A partir de ese momento tuvimos una excelente relación.Realmente Dios nos transforma, Dios nos renueva.

Me recuperé hace 10 años y hoy soy responsable de la casa "Quo Vadis?" de la Fazenda de la Esperanza en Cerro Chato - Uruguay hace 3 años.

[01254-ES.01] [Texto original: Español]

[B0560-XX.02]