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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (27-31 luglio 2016) – Santa Messa in occasione del 1050° anniversario del Battesimo della Polonia presso il Santuario di Jasna Góra a Częstochowa, 28.07.2016


Preghiera nella Cappella della “Madonna Nera” a e Santa Messa in occasione del 1050° anniversario del Battesimo della Polonia, presso il Santuario di Jasna Góra

Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua polacca

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Dopo la sosta al Convento delle Suore della Presentazione della Beata Vergine Maria, questa mattina il Papa si è recato in un ospedale locale per far visita al Card. Franciszek Macharski, Arcivescovo emerito di Kraków, gravemente ammalato.

Lasciata Kraków, il Santo Padre ha raggiunto in auto Częstochowa. Compiuto un lungo giro in papamobile tra i fedeli riuniti nella piazza e nelle strade antistanti il Santuario, alle ore 9.45 è arrivato al Monastero di Jasna Góra, accolto dal Superiore Generale dell’Ordine di San Paolo Primo Eremita, p. Arnold Chrapkowski. All’interno della Cappella della “Madonna Nera” erano riuniti circa 300 padri dell’Istituto Religioso. Dopo il saluto del Superiore Generale, il Papa si è raccolto in preghiera silenziosa davanti all’effigie della Madonna a cui ha recato in dono una Rosa d’Oro.

Alle ore 10.30, nell’area del Santuario di Jasna Góra, Papa Francesco ha presieduto la Celebrazione Eucaristica in occasione del 1050° anniversario del Battesimo della Polonia. Hanno concelebrato i Vescovi della Polonia e tra questi l’Arcivescovo di Gniezno e Primate della Polonia, S.E. Mons. Wojciech Polak; il Presidente della Conferenza Episcopale Polacca e Arcivescovo di Poznań, S.E. Mons. Stanisław Gądecki e l’Arcivescovo di Częstochowa, S.E. Mons. Wacław Depo, assieme a migliaia di sacerdoti. All’evento, di rilevanza nazionale, erano presenti il Presidente della Repubblica Andrzej Duda e le più alte cariche dello Stato.

Dopo la proclamazione del Vangelo, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:

Omelia del Santo Padre

Dalle Letture di questa Liturgia emerge un filo divino, che passa per la storia umana e tesse la storia della salvezza.

L’Apostolo Paolo ci parla del grande disegno di Dio: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Tuttavia, la storia ci dice che quando giunse questa «pienezza del tempo», quando cioè Dio si fece uomo, l’umanità non era particolarmente ben disposta e nemmeno vi era un periodo di stabilità e di pace: non c’era una “età dell’oro”. La scena di questo mondo non si è dunque meritata la venuta di Dio, anzi, «i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). La pienezza del tempo è stata allora un dono di grazia: Dio ha riempito il nostro tempo con l’abbondanza della sua misericordia, per puro amore - per puro amore - ha inaugurato la pienezza del tempo.

Colpisce, soprattutto, come si realizza la venuta di Dio nella storia: «nato da donna». Nessun ingresso trionfale, nessuna manifestazione imponente dell’Onnipotente: Egli non si mostra come un sole abbagliante, ma entra nel mondo nel modo più semplice, come un bimbo dalla mamma, con quello stile di cui ci parla la Scrittura: come la pioggia sulla terra (cfr Is 55,10), come il più piccolo dei semi che germoglia e cresce (cfr Mc 4,31-32). Così, contrariamente a quanto ci aspetteremmo e magari vorremmo, il Regno di Dio, ora come allora, «non viene in modo da attirare l’attenzione» (Lc 17,20), ma viene nella piccolezza, nell’umiltà.

Il Vangelo odierno riprende questo filo divino che attraversa delicatamente la storia: dalla pienezza del tempo passiamo al «terzo giorno» del ministero di Gesù (cfr Gv 2,1) e all’annuncio dell’«ora» della salvezza (cfr v. 4). Il tempo si restringe, e la manifestazione di Dio avviene sempre nella piccolezza. Così avviene «l’inizio dei segni compiuti da Gesù» (v. 11) a Cana di Galilea. Non c’è un gesto eclatante compiuto davanti alla folla, nemmeno un intervento che risolve una questione politica scottante, come la sottomissione del popolo al dominio romano. Avviene invece, in un piccolo villaggio, un miracolo semplice, che rallegra lo sposalizio di una giovane famiglia, del tutto anonima. Eppure, l’acqua cambiata in vino alla festa di nozze è un grande segno, perché ci rivela il volto sponsale di Dio, di un Dio che si mette a tavola con noi, che sogna e compie la comunione con noi. Ci dice che il Signore non mantiene le distanze, ma è vicino e concreto, sta in mezzo a noi e si prende cura di noi, senza decidere al posto nostro e senza occuparsi di questioni di potere. Predilige infatti farsi contenere in ciò che è piccolo, al contrario dell’uomo, che tende a voler possedere qualcosa di sempre più grande. Essere attratti dalla potenza, dalla grandezza e dalla visibilità è tragicamente umano, ed è una grande tentazione che cerca di insinuarsi ovunque; donarsi agli altri, azzerando le distanze, dimorando nella piccolezza e abitando concretamente la quotidianità, questo è squisitamente divino.

Dio ci salva dunque facendosi piccolo, vicino e concreto. Anzitutto, Dio si fa piccolo. Il Signore, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), preferisce i piccoli, ai quali è rivelato il Regno di Dio (Mt 11,25); essi sono grandi ai suoi occhi e su di loro volge lo sguardo (cfr Is 66,2). Li predilige, perché si oppongono alla «superbia della vita», che viene dal mondo (cfr 1 Gv 2,16). I piccoli parlano la sua stessa lingua: l’amore umile che rende liberi. Perciò chiama persone semplici e disponibili a essere suoi portavoce, e a loro affida la rivelazione del suo nome e i segreti del suo Cuore. Pensiamo a tanti figli e figlie del vostro popolo: ai martiri, che hanno fatto risplendere la forza inerme del Vangelo; alle persone semplici eppure straordinarie che hanno saputo testimoniare l’amore del Signore in mezzo a grandi prove; agli annunciatori miti e forti della Misericordia, come san Giovanni Paolo II e santa Faustina. Tramite questi “canali” del suo amore, il Signore ha fatto giungere doni inestimabili a tutta la Chiesa e all’intera umanità. Ed è significativo che questo anniversario del Battesimo del vostro popolo venga a coincidere proprio con il Giubileo della Misericordia.

Inoltre, Dio è vicino, il suo Regno è vicino (cfr Mc 1,15): il Signore non desidera essere temuto come un sovrano potente e distante, non vuole restare su un trono in cielo o nei libri di storia, ma ama calarsi nelle nostre vicende di ogni giorno, per camminare con noi. Pensando al dono di un millennio abbondante di fede, è bello anzitutto ringraziare Dio, che ha camminato con il vostro popolo, prendendolo per mano, come un papà il bambino, e accompagnandolo in tante situazioni. È quello che, anche come Chiesa, siamo chiamati sempre a fare: ascoltare, coinvolgerci e farci prossimi, condividendo le gioie e le fatiche della gente, così che il Vangelo passi nel modo più coerente e che porta maggior frutto: per positiva irradiazione, attraverso la trasparenza della vita.

Infine, Dio è concreto. Dalle Letture di oggi emerge che tutto, nell’agire di Dio, è concreto: la Sapienza divina «opera come artefice» e «gioca» (cfr Prv 8,30), il Verbo si fa carne, nasce da una madre, nasce sotto la legge (cfr Gal 4,4), ha degli amici e partecipa a una festa: l’eterno si comunica trascorrendo il tempo con persone e in situazioni concrete. Anche la vostra storia, impastata di Vangelo, Croce e fedeltà alla Chiesa, ha visto il positivo contagio di una fede genuina, trasmessa di famiglia in famiglia, di padre in figlio, e soprattutto dalle mamme e dalle nonne, che bisogna tanto ringraziare. In particolare, avete potuto toccare con mano la tenerezza concreta e provvidente della Madre di tutti, che sono venuto qui a venerare come pellegrino e che abbiamo salutato nel Salmo come «onore della nostra gente» (Gdt 15,9).

Proprio a lei noi, qui riuniti, guardiamo. In Maria troviamo la piena corrispondenza al Signore: al filo divino si intreccia così nella storia un “filo mariano”. Se c’è qualche gloria umana, qualche nostro merito nella pienezza del tempo, è lei: è lei quello spazio, preservato libero dal male, in cui Dio si è rispecchiato; è lei la scala che Dio ha percorso per scendere fino a noi e farsi vicino e concreto; è lei il segno più chiaro della pienezza dei tempi.

Nella vita di Maria ammiriamo questa piccolezza amata da Dio, che «ha guardato l’umiltà della sua serva» e «ha innalzato gli umili» (Lc 1,48.52). Egli tanto se ne è compiaciuto, che da lei si è lasciato tessere la carne, così che la Vergine è diventata Genitrice di Dio, come proclama un antichissimo inno, che da secoli cantate. A voi, che ininterrottamente vi recate da lei, accorrendo in questa capitale spirituale del Paese, ella continui a indicare la via, e vi aiuti a tessere, nella vita, la trama umile e semplice del Vangelo.

A Cana come qui a Jasna Góra, Maria ci offre la sua vicinanza, e ci aiuta a scoprire ciò che manca alla pienezza della vita. Ora come allora, lo fa con premura di Madre, con la presenza e il buon consiglio, insegnandoci a evitare decisionismi e mormorazioni nelle nostre comunità. Quale Madre di famiglia, ci vuole custodire insieme, tutti insieme. Il cammino del vostro popolo ha superato, nell’unità, tanti momenti duri; la Madre, forte ai piedi della croce e perseverante nella preghiera con i discepoli in attesa dello Spirito Santo, infonda il desiderio di andare oltre i torti e le ferite del passato, e di creare comunione con tutti, senza mai cedere alla tentazione di isolarsi e di imporsi.

La Madonna, a Cana, ha mostrato tanta concretezza: è una Madre che si prende a cuore i problemi e interviene, che sa cogliere i momenti difficili e provvedervi con discrezione, efficacia e determinazione. Non è padrona né protagonista, ma Madre e serva. Chiediamo la grazia di fare nostra la sua sensibilità, la sua fantasia nel servire chi è nel bisogno, la bellezza di spendere la vita per gli altri, senza preferenze e distinzioni. Ella, causa della nostra gioia, che porta la pace in mezzo all’abbondanza del peccato e ai subbugli della storia, ci ottenga la sovrabbondanza dello Spirito, per essere servi buoni e fedeli.

Per sua intercessione la pienezza del tempo si rinnovi anche per noi. A poco serve il passaggio tra il prima e il dopo Cristo, se rimane una data negli annali di storia. Che possa compiersi, per tutti e per ciascuno, un passaggio interiore, una Pasqua del cuore verso lo stile divino incarnato da Maria: operare nella piccolezza e accompagnare da vicino, con cuore semplice e aperto.

[01209-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Z czytań tej liturgii wyłania się Boża myśli, która przechodzi przez ludzką historię i tworzy historię zbawienia.

Apostoł Paweł mówi nam o wspaniałym planie Bożym: „Gdy nadeszła pełnia czasu, zesłał Bóg Syna swego, zrodzonego z niewiasty” (Ga 4, 4). Jednak historia nam mówi, że kiedy nadeszła owa „pełnia czasu”, czyli kiedy Bóg stał się człowiekiem, ludzkość nie była szczególnie dobrze nastawiona, nie był to też okres stabilności i pokoju: nie było „złotego wieku”. Scena tego świata nie zasłużyła sobie zatem na przyjście Boga, a wręcz „swoi Go nie przyjęli” (J 1, 11). Pełnia czasu była zatem darem łaski: Bóg wypełnił nasz czas obfitością swego miłosierdzia, jedynie z miłości – jedynie z miłości! – zainaugurował pełnię czasu.

Uderza przede wszystkim to, jak się dokonuje przyjście Boga w historii: „zrodzony z niewiasty”. Nie ma mowy o wejściu triumfalnym, jakiejkolwiek imponującej manifestacji Wszechmogącego: nie ukazuje się jako oślepiające słońce, ale przychodzi na świat w sposób najprostszy – jako dziecko zrodzone przez matkę, w tym stylu, o jakim mówi nam Pismo Święte: jak deszcz spadający na ziemię (por. Iz 55, 10), jako najmniejsze z nasion, które kiełkują i rosną (por. Mk 4, 31-32). Zatem wbrew temu, czego moglibyśmy się spodziewać, a może chcielibyśmy – zarówno wówczas, jak i dziś – „Królestwo Boże nie przychodzi dostrzegalnie” (por. Łk 17, 20), ale przychodzi w małości, w pokorze.

Dzisiejsza Ewangelia podejmuje ten Boży wątek, który delikatnie przenika historię: z pełni czasu przechodzimy do „trzeciego dnia” posługi Jezusa (por. J 2, 1) i zapowiedzi „godziny” zbawienia (por. w. 4). Czas się kurczy, a objawienie się Boga zawsze ma miejsce w małości. W ten sposób dokonuje się „początek znaków dokonanych przez Jezusa” (w. 11) w Kanie Galilejskiej. Nie ma niezwykłego czynu dokonanego przed tłumem, ani też wystąpienia, które rozwiązywałoby palącą kwestię polityczną, jak podporządkowanie narodu panowaniu rzymskiemu. Zachodzi natomiast prosty cud w małej wiosce, rozweselający uroczystość weselną całkowicie anonimowej, młodej rodziny. A przecież woda zmieniona w wino na weselu jest wspaniałym znakiem, ponieważ objawia nam oblubieńcze oblicze Boga, tego Boga, który zasiada z nami do stołu, który pragnie i dopełnia komunii z nami. Mówi nam, że Pan nie utrzymuje dystansów, ale jest bliski i konkretny, jest między nami i troszczy się o nas, nie decydując za nas i nie zajmując się kwestiami władzy. Woli On bowiem pozwolić się ogarnąć przez to, co jest małe, w przeciwieństwie do człowieka, który dąży, by posiadać wciąż coś większego. Pragnienie władzy, wielkości i sławy jest rzeczą tragicznie ludzką i jest wielką pokusą, która stara się wkraść wszędzie; dawać siebie innym, eliminując dystanse, pozostając w małości i konkretnie wypełniając codzienność – to subtelnie Boskie.

Bóg zatem nas zbawia, stając się małym, bliskim i konkretnym. Przede wszystkim, Bóg czyni się małym. Pan, „cichy i pokornego serca” (Mt 11, 29), woli prostaczków, którym objawione jest królestwo Boże (por. Mt 11, 25); oni są wielcy w Jego oczach i na nich patrzy (por. Iz 66, 2). Otacza ich szczególną miłością, ponieważ sprzeciwiają się „pysze tego życia”, która pochodzi ze świata (por. 1 J 2, 16). Maluczcy mówią Jego językiem – językiem pokornej miłości, która wyzwala. Dlatego Bóg powołuje ludzi prostych i gotowych, by byli Jego rzecznikami i im powierza objawienie swojego imienia i tajemnic swego Serca. Pomyślmy o wielu synach i córkach waszego narodu: męczennikach, którzy sprawili, że zajaśniała bezbronna moc Ewangelii; o ludziach prostych a jednak niezwykłych, którzy potrafili świadczyć o umiłowaniu Boga pośród wielkich prób; o łagodnych a zdecydowanych głosicielach Miłosierdzia, jak święty Jan Paweł II i święta Faustyna. Poprzez te „kanały” swojej miłości Pan sprawił, że owe bezcenne dary dotarły do całego Kościoła i całej ludzkości. Znamienne jest, że obecna rocznica chrztu waszego narodu zbiega się dokładnie z Jubileuszem Miłosierdzia.

Ponadto Bóg jest blisko, przybliżyło się Jego Królestwo (por. Mk 1, 15): Pan nie chce, żeby się Go lękano jako możnego i dalekiego władcy, nie chce przebywać na tronie w niebie czy w podręcznikach historii, ale pragnie schodzić w nasze codzienne wydarzenia, aby iść z nami. Myśląc o darze tysiąclecia obfitującego wiarą, wspaniale jest przede wszystkim podziękować Bogu, który podążał z waszym narodem, biorąc go za rękę, jak ojciec dziecko, i towarzysząc mu w wielu sytuacjach. Także jako Kościół jesteśmy powołani, by to zawsze czynić: słuchać, angażować się i stawać się bliskimi, dzieląc radości i trudy ludzi, aby Ewangelia była postrzegana bardziej konsekwentnie i przynosiła większe owoce: przez pozytywne promieniowanie, poprzez przejrzystość życia.

Wreszcie, Bóg jest konkretny. Z dzisiejszych czytań wynika, że w działaniu Boga wszystko jest konkretne: Boża mądrość „działa jako twórca” i „igra” (por. Prz 8, 30), Słowo staje się ciałem, rodzi się z matki, rodzi się pod Prawem (por. Ga 4, 4), ma przyjaciół i uczestniczy w weselu: Odwieczny komunikuje się z ludźmi, spędzając z nimi czas i to w konkretnych sytuacjach. Także wasza historia, uformowana przez Ewangelię, Krzyż i wierność Kościołowi, była świadkiem pozytywnego wpływu autentycznej wiary, przekazywanej z rodziny do rodziny, z ojca na syna, a zwłaszcza przez matki i babcie, którym trzeba bardzo dziękować. Przede wszystkim mogliście namacalnie dotknąć konkretnej i przezornej czułości Matki wszystkich, której przybyłem tutaj oddać cześć jako pielgrzym, a którą pozdrowiliśmy w Psalmie jako „chlubę naszego narodu” (Jdt 15, 9).

My tutaj zgromadzeni właśnie na Nią patrzymy. W Maryi znajdujemy pełną odpowiedź Panu: w ten sposób w wątek Boży wplata się w dziejach „wątek maryjny”. Jeżeli istnieje jakakolwiek ludzka chwała, jakaś nasza zasługa w pełni czasu, to jest nią Ona: to Ona jest ową ​​przestrzenią zachowaną w wolności od zła, w której Bóg się odzwierciedlił; to Ona jest schodami, które przemierzył ​​Bóg, aby zejść do nas i stać się bliskim i konkretnym: to Ona jest najjaśniejszym znakiem pełni czasu.

W życiu Maryi podziwiamy tę małość umiłowaną przez Boga, który „wejrzał na uniżenie Służebnicy swojej” i „wywyższył pokornych” (Łk 1, 48.52). Tak bardzo sobie w Niej upodobał, że z Niej zechciał utworzyć swoje ciało, tak że Dziewica stała się Bogarodzicą, jak głosi starożytny hymn, który śpiewacie od wieków. Wam, którzy nieustannie do Niej przychodzicie, podążając do tej duchowej stolicy kraju, niech nadal wskazuje drogę i pomaga tkać w życiu, pokorną i prostą treść Ewangelii.

Tutaj, na Jasnej Górze, podobnie jak w Kanie, Maryja oferuje nam swoją bliskość i pomaga nam odkryć, czego brakuje do pełni życia. Teraz, podobnie jak wówczas, czyni to z macierzyńską troską, ze swoją obecnością i dobrą radą, ucząc nas unikania arbitralnych decyzji i szemrań w naszych wspólnotach. Jako Matka rodziny chce nas strzec razem, wszystkich razem. Wasz naród pokonał na swej drodze wiele trudnych chwil w jedności. Niech Matka, mężna u stóp krzyża i wytrwała w modlitwie z uczniami w oczekiwaniu na Ducha Świętego, zaszczepi pragnienie wyjścia ponad krzywdy i rany przeszłości i stworzenia komunii ze wszystkimi, nigdy nie ulegając pokusie izolowania się i narzucania swej woli.

Matka Boża w Kanie okazała wiele konkretności: jest taką Matką, która bierze sobie do serca problemy i interweniuje, która potrafi uchwycić trudne chwile oraz dyskretnie, skutecznie i stanowczo o nie zatroszczyć się. Nie jest władczynią i głównym bohaterem, ale Matką i służebnicą. Prośmy o łaskę, abyśmy sobie przyswoili Jej wrażliwość, Jej wyobraźnię w służbie potrzebującym, piękno poświęcenia swojego życia dla innych, bez szukania pierwszeństwa i dzielenia. Niech Ona, Przyczyna naszej radości, która wnosi pokój pośród obfitości grzechu i zawirowań historii, wyprasza nam obfitość Ducha Świętego, abyśmy byli sługami dobrymi i wiernymi.

Niech za Jej wstawiennictwem pełnia czasu odnowi się również dla nas. Na niewiele się zda przejście między dziejami przed i po Chrystusie, jeśli pozostanie jedynie datą w kronikach historii. Oby dokonało się dla wszystkich i każdego z osobna przejście wewnętrzne, Pascha serca ku stylowi Bożemu ucieleśnionemu przez Maryję: działać w małości i w bliskości towarzyszyć, z prostym i otwartym sercem.

[01209-PL.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

 

Des lectures de cette Liturgie émerge un fil divin, qui passe par l’histoire humaine et tisse l’histoire du salut.

L’apôtre Paul nous parle du grand dessein de Dieu: «Lorsqu’est venue la plénitude des temps, Dieu a envoyé son Fils, né d’une femme» (Ga 4, 4). Toutefois, l’histoire nous dit que lorsqu’est venue cette ‘‘plénitude des temps’’, c’est-à-dire lorsque Dieu s’est fait homme, l’humanité n’était pas particulièrement bien disposée et il n’y avait même pas une période de stabilité et de paix: il n’y avait pas un ‘‘âge d’or’’. La scène de ce monde ne méritait donc pas la venue de Dieu, tout au contraire, «les siens ne l’ont pas reçu» (Jn 1, 11). La plénitude des temps a été alors un don de grâce: Dieu a rempli notre temps de l’abondance de sa miséricorde; par pur amour,– par pur amour! – il a inauguré la plénitude des temps.

Surtout, la manière dont se réalise la venue de Dieu dans l’histoire est frappante: ‘‘né d’une femme’’. Aucune entrée triomphale, aucune manifestation imposante du Tout-Puissant: il ne se montre pas comme un soleil éblouissant, mais il entre dans le monde de la manière la plus simple, comme un enfant de sa mère, de cette manière dont nous parle l’Écriture: comme pluie sur la terre (cf. Is 55, 10), comme la plus petite des semences qui germe et grandit (cf. Mc 4, 31-32). Ainsi, contrairement à ce à quoi nous nous attendrions et que peut-être nous voudrions, le Royaume de Dieu, maintenant comme autrefois, «n’est pas observable» (Lc 17, 20), mais vient dans la petitesse, dans l’humilité.

L’Évangile d’aujourd’hui reprend ce fil divin qui traverse délicatement l’histoire: de la plénitude des temps, nous passons au ‘‘troisième jour’’ du ministère de Jésus (cf. Jn 2, 1) et à l’annonce du ‘‘maintenant’’ du salut (cf. v. 4). Le temps se resserre, et la manifestation de Dieu s’accomplit toujours dans la petitesse. Tel fut ‘‘le commencement des signes que Jésus accomplit’’ (v. 11) à Cana de Galilée. Il n’y a pas un geste éclatant accompli devant la foule, et même pas une intervention qui résout une question politique brûlante, comme la soumission du peuple à la domination romaine. Plutôt, dans un petit village, un miracle simple est accompli, qui réjouit le mariage d’une jeune famille, tout à fait anonyme. Pourtant, l’eau changée en vin à la fête de noces est un grand signe, parce qu’elle nous révèle le visage nuptial de Dieu, d’un Dieu qui se met à table avec nous, qui rêve et qui réalise la communion avec nous. Elle dit que le Seigneur ne maintient pas la distance, mais qu’il est proche et concret, qu’il est au milieu de nous et prend soin de nous, sans décider à notre place et sans s’occuper de questions de pouvoir. Il aime à se faire contenir dans ce qui est petit, contrairement à l’homme, qui tend à vouloir posséder quelque chose de toujours plus grand. Être attiré par la puissance, par la grandeur et par la visibilité est tragiquement humain, et constitue une grande tentation qui cherche à s’introduire partout; se donner aux autres, supprimer les distances, en demeurant dans la petitesse et en habitant concrètement le quotidien, est typiquement divin.

Dieu nous sauve donc en se faisant petit, proche et concret. Avant tout, Dieu se fait petit. Le Seigneur, «doux et humble de cœur» (Mt 11, 29), préfère les petits, auxquels est révélé le Royaume de Dieu (Mt 11, 25); ils sont grands à ses yeux et il tourne son regard vers eux (cf. Is 66, 2). Il a une prédilection pour eux, parce qu’ils s’opposent à l’‘‘arrogance de la vie’’, qui vient du monde (cf. 1Jn 2, 16). Les petits parlent la même langue que lui: l’amour humble qui rend libre. Voilà pourquoi il appelle des personnes simples et disponibles pour être ses porte-paroles, et il leur confie la révélation de son nom ainsi que les secrets de son cœur. Pensons aux nombreux fils et filles de votre peuple: aux martyrs, qui ont fait resplendir la force sans défense de l’Évangile; aux gens simples mais extraordinaires qui ont su témoigner de l’amour du Seigneur au sein de grandes épreuves; aux annonciateurs doux et forts de la Miséricorde, tels que saint Jean-Paul II e sainte Faustine. À travers ces ‘‘canaux’’ de son amour, le Seigneur a fait parvenir d’inestimables dons à toute l’Église et à l’humanité entière. Et il est significatif que cet anniversaire du Baptême de votre peuple coïncide précisément avec le Jubilé de la Miséricorde.

En outre, Dieu est proche, son Royaume est proche (cf. Mc 1, 15): le Seigneur ne désire pas être craint comme un souverain puissant et distant, il ne veut pas rester sur un trône au ciel ou dans les livres d’histoire, mais il aime se glisser dans nos événements quotidiens, pour cheminer avec nous. En pensant au don d’un millénaire riche de foi, il est beau de remercier avant tout Dieu, qui a cheminé avec votre peuple, en le prenant par la main, comme un papa son enfant, et en l’accompagnant dans de nombreuses situations. Voilà ce que, également comme Église, nous sommes appelés à fairetoujours : écouter, nous impliquer, nous faire proches, en partageant les joies et les peines des gens, en sorte que l’Évangile passe de la manière la plus cohérente et qu’il porte davantage de fruit: par un rayonnement positif, à travers la transparence de la vie.

Enfin, Dieu est concret. Des lectures d’aujourd’hui il ressort que tout, dans l’agir de Dieu, est concret: la Sagesse divine ‘‘œuvre comme un artisan’’ et ‘‘joue’’ (cf. Pr 8, 30), le Verbe s’est fait chair, il naît d’une mère, il naît sous la loi (cf. Ga 4, 4), il a des amis et participe à une fête: l’éternel se communique en passant du temps avec des personnes et dans des situation concrètes. Votre histoire également, pétrie de l’Évangile, de la Croix et de la fidélité à l’Église, a vu la contagion positive d’une foi authentique, transmise de famille en famille, de père en fils, et surtout par les mamans et par les grand-mères, qu’il faut beaucoup remercier. En particulier, vous avez pu toucher de la main la tendresse concrète et pleine de sollicitude de la Mère de tous, que je suis venu ici vénérer en tant que pèlerin et que nous avons salué dans le Psaume comme «honneur de notre peuple» (Jdt15, 9).

C’est justement vers elle que nous, ici réunis, nous tournons le regard. En Marie, nous trouvons la pleine correspondance au Seigneur: au fil divin se noue ainsi dans l’histoire un ‘‘fil marial’’. S’il y a quelque gloire humaine, quelque mérite de notre part dans la plénitude des temps, c’est elle: c’est elle cet espace, demeuré libre du mal, où Dieu s’est reflété; c’est elle l’échelle que Dieu a parcourue pour descendre jusqu’à nous et se faire proche et concret; c’est elle le signe le plus clair de la plénitude des temps.

Dans la vie de Marie, nous admirons cette petitesse aimée par Dieu, qui «s’est penché sur son humble servante» et qui « a élevé les humbles» (Lc 1, 48.52). Il s’est tant complu en elle qu’il s’est laissé tisser la chair en elle, en sorte que la Vierge est devenue Mère de Dieu, comme le proclame une hymne très ancienne, que vous chantez depuis des siècles. A vous, qui sans interruption, venez à elle, en accourant dans cette capitale spirituelle du pays, qu’elle continue d’indiquer la voie, et qu’elle vous aide à tisser, dans la vie, la trame humble et simple de l’Évangile.

A Cana, comme ici à Jasna Góra, Marie nous offre sa proximité, et elle nous aide à découvrir ce qui manque à la plénitude de la vie. Maintenant comme autrefois, elle le fait avec un empressement de Mère, par la présence et le bon conseil, nous enseignant à éviter les décisions sans consultation et les murmures dans nos communautés. En tant que Mère de famille, elle veut nous protéger ensemble, tous ensemble. Le chemin de votre peuple a surmonté, dans l’unité, tant de moments difficiles; que la Mère, forte aux pieds de la croix et persévérante dans la prière avec les disciples dans l’attente de l’Esprit Saint, infuse le désir d’aller au-delà des torts et des blessures du passé, et de créer la communion avec tous, sans jamais céder à la tentation de s’isoler et de s’imposer.

La Vierge, à Cana, a été très concrète: c’est une Mère qui prend à cœur les problèmes et intervient, qui sait se rendre compte des moments difficiles et y pourvoir avec discrétion, efficacité et détermination. Elle n’est pas patronne ni protagoniste, mais Mère et servante. Demandons la grâce de faire nôtre sa disponibilité, sa créativité au service de celui qui est dans le besoin, la beauté de consacrer sa vie aux autres, sans préférences ni distinctions. Elle, cause de notre joie, qui apporte la paix dans l’abondance du péché et dans les turbulences de l’histoire, qu’elle nous obtienne la surabondance de l’Esprit, pour être de bons et fidèles serviteurs.

Par son intercession que la plénitude des temps se renouvelle aussi pour nous. Le passage entre l’avant et l’après Christ sert à peu de choses, s’il demeure une date dans les annales de l’histoire. Que puisse s’accomplir, pour tous et pour chacun, un passage intérieur, une Pâques du cœur vers le style divin incarné par Marie: œuvrer dans la petitesse et accompagner de près, d’un cœur simple et ouvert.

[01209-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

From the readings of this Liturgy a divine thread emerges, one that passes through human history and weaves the history of salvation.

The apostle Paul tells us of God’s great plan: “When the fullness of time had come, God sent his son, born of a woman” (Gal 4:4). But history tells us that when this “fullness of time” came, when God became man, humanity was not especially well-disposed, nor was there even a period of stability and peace: there was no “Golden Age”. The scenario of this world did not merit the coming of God; indeed, “his own received him not” (Jn 1:11). The fullness of time was thus a gift of grace: God filled our time out of the abundance of his mercy. Out of sheer love, he inaugurated the fullness of time.

It is particularly striking how the coming of God into history came about: he was “born of a woman”. There was no triumphal entrance or striking epiphany of the Almighty. He did not reveal himself as a brilliantly rising sun, but entered the world in the simplest of ways, as a child from his mother, with that “style” that Scripture tells us is like a rainfall upon the land (cf. Is 55:10), like the smallest of seeds which sprouts and grows (cf. Mk 4:31-32). Thus, contrary to our expectations and perhaps even our desires, the kingdom of God, now as then, “does not come in a way that attracts attention” (Lk 17:20), but rather in littleness, in humility.

Today’s Gospel takes up this divine thread delicately passing through history: from the fullness of time we come to the “third day” of Jesus’ ministry (cf. Jn 2:1) and the proclamation of the “hour” of salvation (cf. v. 4). Time shortens, God always shows himself in littleness. And so we come to “the first of the signs that Jesus did” (v. 11), in Cana of Galilee.

There is no amazing deed done before the crowd, or even a word to settle a heated political question like that of the subjection of the people to the power of Rome. Instead, in a small village, a simple miracle takes place and brings joy to the wedding of a young and completely anonymous family. At the same time, the water that became wine at the wedding banquet is a great sign, for it reveals to us the spousal face of God, a God who sits at table with us, who dreams and holds communion with us. It tells us that the Lord does not keep his distance, but is near and real. He is in our midst and he takes care of us, without making decisions in our place and without troubling himself with issues of power. He prefers to let himself be contained in little things, unlike ourselves, who always want to possess something greater. To be attracted by power, by grandeur, by appearances, is tragically human. It is a great temptation that tries to insinuate itself everywhere. But to give oneself to others, eliminating distances, dwelling in littleness and living the reality of one’s everyday life: this is exquisitely divine.

God saves us, then by making himself little, near and real. First God makes himself little. The Lord, who is “meek and humble of heart” (Mt 11:29), especially loves the little ones, to whom the kingdom of God is revealed (Mt 11:25); they are great in his eyes and he looks to them (cf. Is 66:2). He especially loves them because they are opposed to the “pride of life” that belongs to the world (cf. 1 Jn 2:16). The little ones speak his own language, that of the humble love that brings freedom. So he calls the simple and receptive to be his spokespersons; he entrusts to them the revelation of his name and the secrets of his heart. Our minds turn to so many sons and daughters of your own people, like the martyrs made the defenseless power of the Gospel shine forth, like those ordinary yet remarkable people who bore witness to the Lord’s love amid great trials, and those meek and powerful heralds of mercy who were Saint John Paul II and Saint Faustina. Through these “channels” of his love, the Lord has granted priceless gifts to the whole Church and to all mankind. It is significant that this anniversary of the baptism of your people exactly coincides with the Jubilee of mercy.

Then too, God is near, his kingdom is at hand (cf. Mk 1:15). The Lord does not want to be feared like a powerful and aloof sovereign. He does not want to remain on his throne in heaven or in history books, but loves to come down to our everyday affairs, to walk with us. As we think of the gift of a millennium so filled with faith, we do well before all else to thank God for having walked with your people, having taken you by the hand, as a father takes the hand of his child, and accompanied you in so many situations. That is what we too, in the Church, are constantly called to do: to listen, to get involved and be neighbours, sharing in people’s joys and struggles, so that the Gospel can spread every more consistently and fruitfully: radiating goodness through the transparency of our lives.

Finally, God is real. Today’s readings make it clear that everything about God’s way of acting is real and concrete. Divine wisdom “is like a master worker” and “plays” (cf. Prov 8:30). The Word becomes flesh, is born of a mother, is born under the law (cf. Gal 4:4), has friends and goes to a party. The eternal is communicated by spending time with people and in concrete situations. Your own history, shaped by the Gospel, the Cross and fidelity to the Church, has seen the contagious power of a genuine faith, passed down from family to family, from fathers to sons and above all from mothers and grandmothers, whom we need so much to thank. In particular, you have been able to touch with your hand the real and provident tenderness of the Mother of all, whom I have come here as a pilgrim to venerate and whom we have acclaimed in the Psalm as the “great pride of our nation” (Jud 15:9).

It is to Mary, then that we, who have gathered here, now look. In her, we find complete conformity to the Lord. Throughout history, interwoven with the divine thread, is also a “Marian thread”. If there is any human glory, any merit of our own in the fullness of time, it is she. Mary is that space, preserved free from sin, where God chose to mirror himself. She is the stairway God took to descend and draw near to us. She is the clearest sign of the fullness of time.

In the life of Mary we admire that littleness that God loves, for he “looked upon the humility of his servant”, and “lifted up the lowly” (Lk 1:48, 52). He was so pleased with her that he let his flesh be woven from hers, so that the Virgin became the Mother of God, as an ancient hymn, sung for centuries, proclaims. To you who uninterruptedly come to her, converging upon this, the spiritual capital of the country, may she continue to point the way. May she help you to weave in your own lives the humble and simple thread of the Gospel.

At Cana, as here in Jasna Góra, Mary offers us her nearness and helps us to discover what we need to live life to the full. Now as then, she does this with a mother’s love, by her presence and counsel, teaching us to avoid hasty decisions and grumbling in our communities. As the Mother of a family, she wants to keep us together. Through unity, the journey of your people has surmounted any number of harsh experiences. May the Mother, who stood steadfast at the foot of the Cross and persevered in prayer with the disciples in awaiting the Holy Spirit, obtain for you the desire to leave behind all past wrongs and wounds, and to build fellowship with all, without ever yielding to the temptation to withdraw or to domineer.

At Cana, Our Lady showed great realism. She is a Mother who takes people’s problems to heart and acts. She recognizes moments of difficulty and handles them discreetly, efficiently and decisively. She is neither imperious nor intrusive, but a Mother and a handmaid. Let us ask for the grace to imitate her sensitivity and her creativity in serving those in need, and to know how beautiful it is to spend our lives in the service of others, without favourites or distinctions. May Mary, Cause of our Joy, who brings peace amid the profusion of sin and the turmoil of history, obtain for us the outpouring of the Holy Spirit, and enable us to be good and faithful servants.

Through her intercession, may the fullness of time come about also for us. The transition from before to after Christ means little if it remains a date in the annals of history. May each one of us be able to make an interior passage, a Passover of the heart, towards the divine “style” incarnated by Mary. May we do everything in littleness, and accompany others at close hand, with a simple and open heart.

[01209-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

In den Lesungen dieser Messfeier ist ein göttlicher Faden erkenntlich, der sich durch die menschliche Geschichte zieht und die Heilsgeschichte webt.

Der Apostel Paulus spricht uns von dem großen Entwurf Gottes: »Als aber die Zeit erfüllt war, sandte Gott seinen Sohn, geboren von einer Frau« (Gal 4,4). Die Geschichte sagt uns jedoch, dass in dem Moment, »als die Zeit erfüllt war«, das heißt als Gott Mensch wurde, die Menschheit nicht gerade besonders bereit war und dass es nicht einmal in einer Phase der Stabilität und des Friedens geschah: Es war kein „goldenes Zeitalter“. Das Treiben dieser Welt hatte sich also die Ankunft Gottes nicht verdient, im Gegenteil, »die Seinen nahmen ihn nicht auf« (Joh 1,11). So war die Fülle der Zeit ein Geschenk der Gnade: Gott hat unsere Zeit mit dem Überfluss seiner Barmherzigkeit erfüllt; aus reiner Liebe – aus reiner Liebe! – hat er die Fülle der Zeit heraufgeführt.

Es beeindruckt vor allem, wie sich das Kommen Gottes in der Geschichte verwirklicht: »geboren von einer Frau«. Kein triumphaler Einzug, keine großartige Offenbarung des Allmächtigen: Er zeigt sich nicht wie eine blendende Sonne, sondern tritt auf bescheidenste Weise in die Welt ein, als ein Kind von der Mutter her, in jenem Stil, den die Schrift uns beschreibt: wie der Regen, der zur Erde fällt (vgl. Jes 55,10), wie das kleinste Samenkorn, das aufkeimt und wächst (vgl. Mk 4,31-32). So kommt heute wie damals im Gegensatz zu dem, was wir erwarten würden und vielleicht möchten, das Reich Gottes » nicht so, dass man es an äußeren Zeichen erkennen könnte« (Lk 17,20), sondern es kommt im Kleinen, in Demut.

Das heutige Evangelium nimmt diesen göttlichen Faden auf, der behutsam die Geschichte durchzieht: Von dem Moment, da »die Zeit erfüllt war«, gehen wir über zum »dritten Tag« des öffentlichen Wirkens Jesu (vgl. Joh 2,1) und zur Ankündigung der »Stunde« des Heils (vgl. V. 4). Die Zeit drängt sich zusammen und die Offenbarung Gottes geschieht immer noch im Kleinen. »So tat Jesus sein erstes Zeichen « (V. 11) in Kana in Galiläa.Es gibt keine vor der Menge vollbrachte auffallende Tat und auch kein Einschreiten, das eine brennende politische Frage wie die Unterwerfung des Volkes unter die römische Herrschaft löst. Es geschieht hingegen in einem kleinen Dorf ein einfaches Wunder, das die Hochzeit einer jungen, absolut unbekannten Familie erfreut. Und doch ist das bei einer Trauung in Wein verwandelte Wasser ein großes Zeichen, weil es uns das hochzeitliche Gesicht Gottes offenbart – eines Gottes, der sich mit uns an einen Tisch setzt, der sich die Gemeinschaft mit uns erträumt und sie vollzieht. Es sagt uns, dass der Herr nicht Abstand hält, sondern nah und konkret ist, dass er mitten unter uns weilt und sich um uns kümmert, ohne für uns zu entscheiden und ohne sich mit Machtfragen zu beschäftigen. Er zieht es nämlich vor, sich im Kleinen zu bergen, im Gegensatz zum Menschen, der tendenziell immer noch Größeres besitzen will. Von der Macht, der Größe und der Augenfälligkeit angezogen zu sein, ist in tragischer Weise menschlich und eine große Versuchung, die sich überall einzuschleichen sucht. Sich an die anderen zu verschenken, die Distanzen aufzuheben, im Kleinen zu wohnen und konkret im Alltäglichen zu leben – das ist in vortrefflicher Weise göttlich.

Gott rettet uns also, indem er klein, nah und konkret wird. Vor allem macht Gott sich klein. Der Herr, »gütig und von Herzen demütig« (Mt 11,29), hat die Kleinen, denen das Reich Gottes offenbart wird, lieber (vgl. Mt 11,25). Sie sind in seinen Augen groß und auf sie schaut er (vgl. Jes 66,2). Er bevorzugt sie, weil sie sich gegen das »Prahlen mit dem Besitz«, das »von der Welt« ist (1Joh 2,16), verwahren. Die Kleinen sprechen seine Sprache: die demütige Liebe, die befreit. Darum ruft er bescheidene und verfügbare Menschen, sein Sprachrohr zu sein, und ihnen vertraut er die Offenbarung seines Namens und die Geheimnisse seines Herzens an. Denken wir an viele Söhne und Töchter eures Volkes: an die Märtyrer, die die die wehrlose Kraft des Evangeliums haben aufleuchten lassen; an die einfachen und doch außergewöhnlichen Menschen, die inmitten großer Prüfungen die Liebe des Herrn zu bezeugen wussten; an die sanften und starken Verkünder der Barmherzigkeit wie der heilige Johannes PaulII. und die heilige Faustina. Durch diese „Kanäle“ seiner Liebe hat der Herr der ganzen Kirche und der gesamten Menschheit unschätzbare Gaben zukommen lassen. Und es ist bedeutungsvoll, dass dieser Jahrestag der Taufe eures Volkes ausgerechnet mit dem Jubiläum der Barmherzigkeit zusammenfällt.

Außerdem ist Gott nahe, sein Reich ist nahe (vgl. Mk 1,15): Der Herr möchte nicht gefürchtet werden wie ein mächtiger und ferner Herrscher, er will nicht auf einem Thron im Himmel oder in den Geschichtsbüchern bleiben, sondern er liebt es, sich in unsere alltäglichen Angelegenheiten hineinzuversetzen, um mit uns zu gehen. Im Gedanken an das Geschenk eines Jahrtausends reich an Glauben ist es schön, Gott vor allem zu danken: Er ist mit eurem Volk mitgegangen und hat es in vielen Situationen wie ein Vater sein Kind bei der Hand genommen und begleitet. Es ist das, wozu wir auch als Kirche immer berufen sind: zuhören, uns einbringen und Nähe zeigen, indem wir die Freuden und die Mühen der Leute teilen. So kommt das Evangelium auf schlüssigste Weise an und bringt reichste Frucht: durch positive Ausstrahlung, über die Transparenz des Lebens.

Und schließlich: Gott ist konkret. Aus den heutigen Lesungen geht hervor, dass alles in Gottes Handeln konkret ist: Die göttliche Weisheit ist an der Erschaffung der Welt beteiligt und „spielt“ (vgl. Spr 8,30), das göttliche Wort wird Mensch, wird von einer Mutter geboren und dem Gesetz unterstellt (vgl. Gal 4,4), hat Freunde und nimmt an einem Fest teil: Der Ewige teilt sich mit, indem er seine Zeit mit konkreten Menschen und in konkreten Situationen verbringt. Auch eure Geschichte, die durchwirkt ist von Evangelium, Kreuz und Treue zur Kirche, hat die positive Ansteckung eines echten Glaubens erlebt, der von Familie zu Familie, vom Vater an den Sohn und vor allem von den Müttern und den Großmüttern übertragen wurde, denen so viel Dank gebührt. Im Besonderen habt ihr die konkrete und vorsorgliche Zärtlichkeit der Mutter aller mit Händen greifen können – dieser Mutter, die zu verehren ich als Pilger hierhergekommen bin und die wir im Antwortpsalm als »Stolz unseres Volkes« (Jdt 15,9) gegrüßt haben.

Gerade auf sie schauen wir, die wir hier versammelt sind. In Maria finden wir die volle Übereinstimmung mit dem Herrn: Mit dem göttlichen Faden verknüpft sich so in der Geschichte ein „marianischer Faden“. Wenn es irgendeinen menschlichen Ruhm, irgendein Verdienst unsererseits in der Fülle der Zeit gibt, dann ist es sie: Sie ist jener vom Bösen freigehaltene Raum, in dem Gott sich gespiegelt hat; sie ist die Treppe, die Gott gegangen ist, um bis zu uns herabzusteigen und für uns nahe und konkret zu werden; sie ist das deutlichste Zeichen der Fülle der Zeiten.

Im Leben Marias bewundern wir diese von Gott geliebte Kleinheit, denn »auf die Niedrigkeit seiner Magd hat er geschaut«, und er »erhöht die Niedrigen« (Lk 1,48.52). Er hat an ihr ein solches Gefallen gefunden, dass er sich von ihr den Leib hat weben lassen. So ist die Jungfrau zur Gottesgebärerin geworden, wie ein uralter Hymnus verkündet, den ihr seit Jahrhunderten singt. Möge sie euch, die ihr euch unablässig zu ihr begebt und in diese geistliche Hauptstadt des Landes eilt, weiterhin den Weg weisen und euch helfen, in eurem Leben das demütige und einfache Tuch des Evangeliums zu weben.

In Kana wie hier in Jasna Góra schenkt Maria uns ihre Nähe und hilft uns zu entdecken, was an der Fülle des Lebens noch fehlt. Heute wie damals tut sie es mit der Fürsorglichkeit einer Mutter, mit ihrer Gegenwart und ihrem guten Rat, indem sie uns lehrt, Übereifer und Gerede in unseren Gemeinschaften zu vermeiden. Als Familienmutter will sie uns gemeinsam bewahren, alle gemeinsam. Der Weg eures Volkes hat in der Einheit viele harte Momente überstanden. Möge die Mutter, die stark war unter dem Kreuz und ausdauernd im Gebet mit den Jüngern in der Erwartung des Heiligen Geistes, euch den Wunsch einflößen, über das Unrecht und die Verwundungen der Vergangenheit hinauszugehen und Gemeinschaft mit allen zu schaffen, ohne je der Versuchung nachzugeben, sich abzuschotten und sich aufzuzwingen.

In Kana hat die Muttergottes auch viel Konkretheit gezeigt: Sie ist eine Mutter, die sich die Probleme zu Herzen nimmt und eingreift; die es versteht, die schwierigen Momente zu erfassen und sich taktvoll, wirksam und entschlossen darum zu kümmern. Sie ist weder Herrin noch Hauptdarstellerin, sondern Mutter und Dienerin. Bitten wir um die Gnade, uns ihre Feinfühligkeit, ihre Fantasie im Dienst an Bedürftigen und die Schönheit zu Eigen zu machen, das Leben unterschiedslos und ohne Vorlieben zu verausgaben für die anderen. Sie, die Ursache unserer Freude, die mitten im Übermaß der Sünde und in den Wirren der Geschichte den Frieden bringt, erwirke uns die überfließende Fülle des Heiligen Geistes, damit wir gute und treue Knechte sind.

Möge auf ihre Fürsprache der Moment, »als die Zeit erfüllt war«, auch für uns neu aktuell werden. Der Übergang zwischen der Epoche vor Christus und der nach Christus nützt wenig, wenn er ein Datum in den Annalen der Geschichte bleibt. Möge sich in allen und in jedem ein innerer Übergang vollziehen, ein Pascha des Herzens zu dem von Maria verkörperten göttlichen Stil: im Kleinen wirken und aus der Nähe begleiten, mit einfachem und offenem Herzen.

[01209-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Las lecturas de esta liturgia muestran un hilo divino, que pasa por la historia humana y teje la historia de la salvación.

El apóstol Pablo nos habla del gran diseño de Dios: «Cuando llegó la plenitud del tiempo, envió Dios a su Hijo, nacido de una mujer» (Ga 4,4). Sin embargo, la historia nos dice que cuando llegó esta «plenitud del tiempo», cuando Dios se hizo hombre, la humanidad no estaba tan bien preparada, y ni siquiera había un período de estabilidad y de paz: no había una «edad de oro». Por lo tanto, la escena de este mundo no ha merecido la venida de Dios, más bien, «los suyos no lo recibieron» (Jn 1,11). La plenitud del tiempo ha sido un don de gracia: Dios ha llenado nuestro tiempo con la abundancia de su misericordia, por puro amor —¡por puro amor!— ha inaugurado la plenitud del tiempo.

Sorprende sobre todo cómo se realiza la venida de Dios en la historia: «nacido de mujer». Ningún ingreso triunfal, ninguna manifestación grandiosa del Omnipotente: él no se muestra como un sol deslumbrante, sino que entra en el mundo en el modo más sencillo, como un niño dado a luz por su madre, con ese estilo que nos habla la Escritura: como la lluvia cae sobre la tierra (cf. Is 55,10), como la más pequeña de las semillas que brota y crece (cf. Mc 4,31-32). Así, contrariamente a lo que cabría esperar y quizás desearíamos, el Reino de Dios, ahora como entonces, «no viene con ostentación» (Lc 17,20), sino en la pequeñez, en la humildad.

El Evangelio de hoy retoma este hilo divino que atraviesa delicadamente la historia: desde la plenitud del tiempo pasamos al «tercer día» del ministerio de Jesús (cf. Jn 2,1) y al anuncio del «ahora» de la salvación (cf. v. 4). El tiempo se contrae, y la manifestación de Dios acontece siempre en la pequeñez. Así sucede en «el primero de los signos cumplidos por Jesús» (v. 11) en Caná de Galilea. No ha sido un gesto asombroso realizado ante la multitud, ni siquiera una intervención que resuelve una cuestión política apremiante, como el sometimiento del pueblo al dominio romano. Se produce más bien un milagro sencillo en un pequeño pueblo, que alegra las nupcias de una joven familia, totalmente anónima. Sin embargo, el agua trasformada en vino en la fiesta de la boda es un gran signo, porque nos revela el rostro esponsalicio de Dios, de un Dios que se sienta a la mesa con nosotros, que sueña y establece comunión con nosotros. Nos dice que el Señor no mantiene las distancias, sino que es cercano y concreto, que está en medio de nosotros y cuida de nosotros, sin decidir por nosotros y sin ocuparse de cuestiones de poder. Prefiere instalarse en lo pequeño, al contrario del hombre, que tiende a querer algo cada vez más grande. Ser atraídos por el poder, por la grandeza y por la visibilidad es algo trágicamente humano, y es una gran tentación que busca infiltrarse por doquier; en cambio, donarse a los demás, cancelando distancias, viviendo en la pequeñez y colmando concretamente la cotidianidad, esto es exquisitamente divino.

Dios nos salva haciéndose pequeño, cercano y concreto. Ante todo, Dios se hace pequeño. El Señor, «manso y humilde de corazón» (Mt 11,29), prefiere a los pequeños, a los que se ha revelado el Reino de Dios (Mt 11,25); estos son grandes ante sus ojos, y a ellos dirige su mirada (cf. Is 66,2). Los prefiere porque se oponen a la «soberbia de la vida», que procede del mundo (cf. 1 Jn 2,16). Los pequeños hablan su mismo idioma: el amor humilde que hace libres. Por eso llama a personas sencillas y disponibles para ser sus portavoces, y les confía la revelación de su nombre y los secretos de su corazón. Pensemos en tantos hijos e hijas de vuestro pueblo: en los mártires, que han hecho resplandecer la fuerza inerme del Evangelio; en las personas sencillas y también extraordinarias que han sabido dar testimonio del amor del Señor en medio de grandes pruebas; en los anunciadores mansos y fuertes de la misericordia, como san Juan Pablo II y santa Faustina. A través de estos «canales» de su amor, el Señor ha hecho llegar dones inestimables a toda la Iglesia y a toda la humanidad. Y es significativo que este aniversario del Bautismo de vuestro pueblo coincida precisamente con el Jubileo de la Misericordia.

Además, Dios es cercano, su Reino está cerca (cf. Mc 1,15): el Señor no desea que lo teman como a un soberano poderoso y distante, no quiere quedarse en un trono en el cielo o en los libros de historia, sino que quiere sumirse en nuestros avatares de cada día para caminar con nosotros. Pensando en el don de un milenio abundante de fe, es bello sobre todo agradecer a Dios, que ha caminado con vuestro pueblo, llevándolo de la mano, como un papá con su niño, y acompañándolo en tantas situaciones. Es lo que siempre estamos llamados a hacer, también como Iglesia: escuchar, comprometernos y hacernos cercanos, compartiendo las alegrías y las fatigas de la gente, de manera que se transmita el Evangelio de la manera más coherente y que produce mayor fruto: por irradiación positiva, a través de la transparencia de vida.

Por último, Dios es concreto. De las Lecturas de hoy se desprende que todo es concreto en el actuar de Dios: la Sabiduría divina «obra como artífice» y «juega» con el mundo (cf. Pr 8,30); el Verbo se hace carne, nace de una madre, nace bajo la ley (cf. Ga 4,4), tiene amigos y participa en una fiesta: el eterno se comunica pasando el tiempo con personas y en situaciones concretas. También vuestra historia, impregnada de Evangelio, cruz y fidelidad a la Iglesia, ha visto el contagio positivo de una fe genuina, trasmitida de familia en familia, de padre a hijo, y sobre todo de las madres y de las abuelas, a quienes hay mucho que agradecer. De modo particular, habéis podido experimentar en carne propia la ternura concreta y providente de la Madre de todos, a quien he venido aquí a venerar como peregrino, y a quien hemos saludado en el Salmo como «honor de nuestro pueblo» (Jdt 15,9).

Aquí reunidos, volvemos los ojos a ella. En María encontramos la plena correlación con el Señor: al hilo divino se entrelaza así en la historia un «hilo mariano». Si hay alguna gloria humana, algún mérito nuestro en la plenitud del tiempo, es ella: es ella ese espacio, preservado del mal, en el cual Dios se ha reflejado; es ella la escala que Dios ha recorrido para bajar hasta nosotros y hacerse cercano y concreto; es ella el signo más claro de la plenitud de los tiempos.

En la vida de María admiramos esa pequeñez amada por Dios, que «ha mirado la sencillez de su esclava» y «enaltece a los humildes» (Lc 1,48.52). Él se complació tanto de María, que se dejó tejer la carne por ella, de modo que la Virgen se convirtió en Madre de Dios, como proclama un himno muy antiguo, que cantáis desde hace siglos. Que ella os siga indicando la vía a vosotros, que de modo ininterrumpido os dirigís a ella, viniendo a esta capital espiritual del país, y os ayude a tejer en la vida la trama humilde y sencilla del Evangelio.

En Caná, como aquí en Jasna Góra, María nos ofrece su cercanía, y nos ayuda a descubrir lo que falta a la plenitud de la vida. Ahora como entonces, lo hace con cuidado de Madre, con la presencia y el buen consejo; enseñándonos a evitar decisionismos y murmuraciones en nuestras comunidades. Como Madre de familia, nos quiere proteger a todos juntos, a todos juntos. En su camino, vuestro pueblo ha superado en la unidad muchos momentos duros. Que la Madre, firme al pie de la cruz y perseverante en la oración con los discípulos en espera del Espíritu Santo, infunda el deseo de ir más allá de los errores y las heridas del pasado, y de crear comunión con todos, sin ceder jamás a la tentación de aislarse e imponerse.

La Virgen demostró en Caná mucha concreción: es una Madre que toma en serio los problemas e interviene, que sabe detectar los momentos difíciles y solventarlos con discreción, eficacia y determinación. No es dueña ni protagonista, sino Madre y sierva. Pidamos la gracia de hacer nuestra su sencillez, su fantasía en servir al necesitado, la belleza de dar la vida por los demás, sin preferencias ni distinciones. Que ella, causa de nuestra alegría, que lleva la paz en medio de la abundancia del pecado y de los sobresaltos de la historia, nos alcance la sobreabundancia del Espíritu, para ser siervos buenos y fieles.

Que, por su intercesión, la plenitud del tiempo nos renueve también a nosotros. De poco sirve el paso entre el antes y el después de Cristo, si permanece sólo como una fecha en los anales de la historia. Que pueda cumplirse, para todos y para cada uno, un paso interior, una Pascua del corazón hacia el estilo divino encarnado por María: obrar en la pequeñez y acompañar de cerca, con corazón sencillo y abierto.

[01209-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Das leituras desta Liturgia emerge um fio divino, que passa para a história humana e tece a história da salvação.

O apóstolo Paulo fala-nos do grande desígnio de Deus: «Quando chegou a plenitude do tempo, Deus enviou o seu Filho, nascido de uma mulher» (Gal 4, 4). A história, porém, diz-nos que, quando chegou esta «plenitude do tempo», isto é, quando Deus Se fez homem, a humanidade não estava particularmente preparada, nem era um período de estabilidade e de paz: não havia uma «idade de ouro». A cena deste mundo não era merecedora da vinda de Deus; antes pelo contrário, já que «os seus não O receberam» (Jo 1, 11). Assim a plenitude do tempo foi um dom de graça: Deus encheu o nosso tempo com a abundância da sua misericórdia; por puro amor – por puro amor –, inaugurou a plenitude do tempo.

Impressiona, sobretudo, o modo como se realiza a entrada de Deus na história: «nascido de uma mulher». Não há qualquer entrada triunfal, qualquer manifestação imponente do Todo-Poderoso. Não Se manifesta como um sol ofuscante, mas entra no mundo da forma mais simples, chega como uma criança através da mãe, com aquele estilo de que nos fala a Sagrada Escritura: como a chuva sobre a terra (cf. Is 55, 10), como a menor das sementes que germina e cresce (cf. Mc 4, 31-32). Assim – ao contrário do que esperaríamos e talvez quiséssemos – o Reino de Deus, hoje como então, «não vem de maneira ostensiva» (Lc 17, 20), mas na pequenez, na humildade.

O Evangelho de hoje retoma este fio divino que atravessa delicadamente a história: da plenitude do tempo passamos ao «terceiro dia» do ministério de Jesus (cf. Jo 2, 1) e ao anúncio da «hora» da salvação (cf. v. 4). O tempo restringe-se, e a manifestação de Deus acontece sempre na pequenez. Assim «Jesus realizou o primeiro dos seus sinais miraculosos» (v. 11), em Caná da Galileia. Não há um gesto estrondoso realizado diante da multidão, nem uma intervenção que resolva um problema político flagrante, como a subjugação do povo à dominação romana. Pelo contrário, numa pequena aldeia, tem lugar um milagre simples, que alegra o casamento duma jovem família, completamente anónima. E contudo a água transformada em vinho na festa de núpcias é um grande sinal, porque revela o rosto esponsal de Deus, de um Deus que Se põe à mesa connosco, que sonha e realiza a comunhão connosco. Diz-nos que o Senhor não Se mantém à distância, mas é vizinho e concreto, está no nosso meio e cuida de nós, sem decidir em nosso lugar nem Se ocupar de questões de poder. De facto prefere encerrar-Se no que é pequeno, ao contrário do homem que tende a querer possuir algo sempre maior. Deixar-se atrair pelo poder, a grandeza e a visibilidade é tragicamente humano, resultando uma grande tentação que procura insinuar-se por todo o lado. Ao passo que é requintadamente divino dar-se aos outros, eliminando as distâncias, permanecendo na pequenez e habitando concretamente a quotidianidade.

Por conseguinte, Deus salva-nos fazendo-Se pequeno, vizinho e concreto. Antes de mais nada, Deus faz-Se pequeno. O Senhor, «manso e humilde de coração» (Mt 11, 29), prefere os pequeninos, a quem é revelado o Reino de Deus (cf. Mt 11, 25); são grandes a seus olhos e, sobre eles, pousa o seu olhar (cf. Is 66, 2). Prefere-os, porque se opõem àquele «estilo de vida orgulhoso» que vem do mundo (cf. 1 Jo 2, 16). Os pequenos falam a mesma língua d’Ele: o amor humilde que os torna livres. Por isso, Jesus chama pessoas simples e disponíveis para serem seus porta-vozes, e confia-lhes a revelação do seu nome e os segredos do seu Coração. Pensemos em tantos filhos e filhas do vosso povo: nos mártires, que fizeram resplandecer a força desarmada do Evangelho; nas pessoas simples, e todavia extraordinárias, que souberam testemunhar o amor do Senhor no meio de grandes provações; nos arautos mansos e fortes da Misericórdia, como São João Paulo II e Santa Faustina. Através destes «canais» do seu amor, o Senhor fez chegar dons inestimáveis a toda a Igreja e à humanidade inteira. E é significativo que este aniversário do Batismo do vosso povo tenha coincidido precisamente com o Jubileu da Misericórdia.

Além disso, Deus é vizinho, o seu Reino está próximo (cf. Mc 1, 15): o Senhor não quer ser temido como um soberano poderoso e distante, não quer permanecer num trono celeste ou nos livros da história, mas gosta de mergulhar nas nossas vicissitudes de cada dia, para caminhar connosco. Ao pensarmos no dom dum milénio abundante de fé, é bom antes de tudo dar graças a Deus, que caminhou com o vosso povo, tomando-o pela mão – como faz um papá com o seu menino –, e acompanhando-o em tantas situações. Isto mesmo é o que nós, também enquanto Igreja, sempre somos chamados a fazer: ouvir, envolver-se e tornar-se vizinho, partilhando as alegrias e as canseiras das pessoas, de modo que o Evangelho se comunique da forma mais coerente e frutuosa, ou seja, por irradiação positiva, através da transparência da vida.

Por fim, Deus é concreto. Das leituras de hoje sobressai que tudo, na ação de Deus, é concreto: a Sabedoria divina age «como arquiteto» e «brinca» (cf. Prv 8, 30), o Verbo faz-Se carne, nasce duma mãe, nasce sob o domínio da Lei (cf. Gal 4, 4), tem amigos e participa numa festa: o Eterno comunica-Se transcorrendo o tempo com pessoas e em situações concretas. Também a vossa história, permeada de Evangelho, Cruz e fidelidade à Igreja, regista o contágio positivo duma fé genuína, transmitida de família para família, de pai para filho e, sobretudo, pelas mães e as avós, a quem muito devemos agradecer. De modo particular, pudestes palpar a ternura concreta e providente da Mãe de todos, que vim aqui venerar como peregrino e que saudamos, no Salmo, como «a honra do nosso povo» (Jdt 15, 9).

É precisamente para Ela que nós, aqui reunidos, levantamos o olhar. Em Maria, encontramos a plena correspondência ao Senhor: e assim, na história, entrelaça-se com o fio divino um «fio mariano». Se existe qualquer glória humana, qualquer mérito nosso na plenitude do tempo, é Ela: é Ela aquele espaço, preservado liberto do mal, onde Deus Se espelhou; é Ela a escada que Deus percorreu para descer até nós e fazer-Se vizinho e concreto; é Ela o sinal mais claro da plenitude do tempo.

Na vida de Maria, admiramos esta pequenez amada por Deus, que «pôs os olhos na humildade da sua serva» e «exaltou os humildes» (Lc 1, 48.52). E nisso tanto Se deleitou, que d’Ela Se deixou tecer a carne, de modo que a Virgem Se tornou Progenitora de Deus, como proclama um hino muito antigo que há séculos vós Lhe cantais. A vós que ininterruptamente vindes ter com Ela, acorrendo a esta capital espiritual do país, continue a Virgem Mãe a mostrar o caminho e vos ajude a tecer na vida a teia humilde e simples do Evangelho.

Em Caná, como aqui em Jasna Góra, Maria oferece-nos a sua proximidade e ajuda-nos a descobrir o que falta à plenitude da vida. Hoje, como então, fá-lo com solicitude de Mãe, com a presença e o bom conselho, ensinando-nos a evitar arbítrios e murmurações nas nossas comunidades. Como Mãe de família, quer-nos guardar juntos, todos juntos. O caminho do vosso povo superou, na unidade, tantos momentos duros; que a Mãe, forte ao pé da cruz e perseverante na oração com os discípulos à espera do Espírito Santo, infunda o desejo de ultrapassar as injustiças e as feridas do passado e criar comunhão com todos, sem nunca ceder à tentação de se isolar e impor.

Nossa Senhora, em Caná, mostrou-Se muito concreta: é uma Mãe que tem a peito os problemas e intervém, que sabe individuar os momentos difíceis e dar-lhes remédio com discrição, eficácia e determinação. Não é patroa nem protagonista, mas Mãe e serva. Peçamos a graça de assumir a sua sensibilidade, a sua imaginação ao servir quem passa necessidade, a beleza de gastar a vida pelos outros, sem preferências nem distinções. Que Ela, causa da nossa alegria e portadora da paz por entre a abundância do pecado e as turbulências da história, nos obtenha a superabundância do Espírito para sermos servos bons e fiéis.

Pela sua intercessão, que se renove, também para nós, a plenitude do tempo. De pouco serve a passagem do antes ao depois de Cristo, se permanece uma data nos anais da história. Possa realizar-se, para todos e cada um, uma passagem interior, uma Páscoa do coração para o estilo divino encarnado por Maria: agir na pequenez e acompanhar de perto, com coração simples e aberto.

[01209-PO.02] [Texto original: Italiano]

Al termine della Celebrazione Eucaristica, dopo il saluto dell’Arcivescovo di Gniezno e Primate della Polonia, S.E. Mons. Wojciech Polak, e la benedizione finale, Papa Francesco rientra a Kraków.

[B0546-XX.03]