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Benedizione dei Palli e Celebrazione Eucaristica nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29.06.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, alle ore 9.30, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha benedetto i Palli, presi dalla Confessione dell’Apostolo Pietro e destinati agli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno. Il Pallio verrà poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana.

Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con i nuovi Arcivescovi Metropoliti. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della Città di Roma, era presente alla Santa Messa una Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata da S.S. Bartolomeo I e guidata da Sua Eminenza Methodios, Metropolita di Boston, accompagnato da Sua Eccellenza Job, Arcivescovo di Telmessos, e dal Rev.do Diacono Patriarcale Nephon Tsimalis.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la lettura del Vangelo, il Papa ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito:

Omelia del Santo Padre

La Parola di Dio di questa liturgia contiene un binomio centrale: chiusura / apertura. A questa immagine possiamo accostare anche il simbolo delle chiavi, che Gesù promette a Simone Pietro perché possa aprire l’ingresso al Regno dei Cieli, e non certo chiuderlo davanti alla gente, come facevano alcuni scribi e farisei ipocriti che Gesù rimprovera (cfr Mt 23,13).

La lettura degli Atti degli Apostoli (12,1-11) ci presenta tre chiusure: quella di Pietro in carcere; quella della comunità raccolta in preghiera; e – nel contesto prossimo del nostro brano – quella della casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, dove Pietro va a bussare dopo essere stato liberato.

Rispetto alle chiusure, la preghiera appare come la via di uscita principale: via di uscita per la comunità, che rischia di chiudersi in sé stessa a causa della persecuzione e della paura; via di uscita per Pietro, che ancora all’inizio della sua missione affidatagli dal Signore viene gettato in carcere da Erode e rischia la condanna a morte. E mentre Pietro era in prigione, «dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). E il Signore risponde alla preghiera e manda il suo angelo a liberarlo, “strappandolo dalla mano di Erode” (cfr v. 11). La preghiera, come umile affidamento a Dio e alla sua santa volontà, è sempre la via di uscita dalle nostre chiusure personali e comunitarie. E’ la grande via di uscita dalle chiusure.

Anche Paolo, scrivendo a Timoteo, parla della sua esperienza di liberazione, di uscita dal pericolo di essere lui pure condannato a morte; invece il Signore gli è stato vicino e gli ha dato forza perché lui potesse portare a compimento la sua opera di evangelizzazione alle genti (cfr 2 Tm 4,17). Ma Paolo parla di una “apertura” ben più grande, verso un orizzonte infinitamente più vasto: quello della vita eterna, che lo attende dopo aver terminato la “corsa” terrena. E’ bello allora vedere la vita dell’Apostolo tutta “in uscita” grazie al Vangelo: tutta proiettata in avanti, prima per portare Cristo a quanti non lo conoscono, e poi per buttarsi, per così dire, nelle sue braccia, ed essere portato da Lui «in salvo nei cieli, nel suo regno» (v. 18).

Ritorniamo a Pietro. Il racconto evangelico (Mt 16,13-19) della sua confessione di fede e della conseguente missione affidatagli da Gesù ci mostra che la vita di Simone, pescatore galileo – come la vita di ognuno di noi –, si apre, sboccia pienamente quando accoglie da Dio Padre la grazia della fede. Allora Simone si mette sulla strada – una strada lunga e dura – che lo porterà a uscire da sé stesso, dalle sue sicurezze umane, soprattutto dal suo orgoglio mischiato con il coraggio e con il generoso altruismo. In questo suo percorso di liberazione, decisiva è la preghiera di Gesù: «Io ho pregato per te [Simone], perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32). E altrettanto decisivo è lo sguardo pieno di compassione del Signore dopo che Pietro lo aveva rinnegato tre volte: uno sguardo che tocca il cuore e scioglie le lacrime del pentimento (cfr Lc 22,61-62). Allora Simone Pietro fu liberato dal carcere del suo io orgoglioso, del suo io pauroso, e superò la tentazione di chiudersi alla chiamata di Gesù a seguirlo sulla via della croce.

Come accennavo, nel contesto prossimo del brano degli Atti degli Apostoli c’è un particolare che può farci bene notare (cfr 12,12-17). Quando Pietro si trova miracolosamente libero fuori dal carcere di Erode, si reca alla casa della madre di Giovanni detto Marco. Bussa alla porta, e dall’interno risponde una domestica di nome Rode, la quale, riconosciuta la voce di Pietro, invece di aprire la porta, incredula e piena di gioia insieme corre a riferire la cosa alla padrona. Il racconto, che può sembrare comico – e che può dare inizio al cosiddetto “complesso di Rode” –, ci fa percepire il clima di paura in cui si trovava la comunità cristiana, che rimaneva chiusa in casa, e chiusa anche alle sorprese di Dio. Pietro bussa alla porta. “Guarda!”. C’è gioia, c’è paura… “Apriamo, non apriamo?...”. E lui è in pericolo, perché la polizia può prenderlo. Ma la paura ci ferma, ci ferma sempre; ci chiude, ci chiude alle sorprese di Dio. Questo particolare ci parla della tentazione che sempre esiste per la Chiesa: quella di chiudersi in sé stessa, di fronte ai pericoli. Ma anche qui c’è lo spiraglio attraverso cui può passare l’azione di Dio: dice Luca che in quella casa «molti erano riuniti e pregavano» (v. 12). La preghiera permette alla grazia di aprire una via di uscita: dalla chiusura all’apertura, dalla paura al coraggio, dalla tristezza alla gioia. E possiamo aggiungere: dalla divisione all’unità. Sì, lo diciamo oggi con fiducia insieme ai nostri fratelli della Delegazione inviata dal caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo, per partecipare alla festa dei Santi Patroni di Roma. Una festa di comunione per tutta la Chiesa, come evidenzia anche la presenza degli Arcivescovi Metropoliti venuti per la benedizione dei Palli, che saranno loro imposti dai miei Rappresentanti nelle rispettive Sedi.

I santi Pietro e Paolo intercedano per noi, perché possiamo compiere con gioia questo cammino, sperimentare l’azione liberatrice di Dio e testimoniarla a tutti.

[01119-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

La Parole de Dieu de cette liturgie contient un binôme central: fermeture/ ouverture. Nous pouvons rapprocher aussi de cette image le symbole des clefs, que Jésus promet à Simon Pierre pour qu’il puisse ouvrir l’entrée du Royaume des cieux, et certainement pas pour la fermer aux gens, comme le faisaient certains scribes et pharisiens hypocrites que Jésus réprimandait (cf. Mt 23, 13).

La lecture des Actes des Apôtres (12, 1-11) nous présente trois fermetures: celle de Pierre en prison; celle de la communauté recueillie en prière; et – dans le contexte immédiat de notre texte – celle de la maison de Marie, mère de Jean surnommé Marc, où Pierre va frapper à la porte après avoir été libéré.

En ce qui concerne les fermetures, la prière apparaît comme la voie de sortie principale: voie de sortie pour la communauté, qui risque de se replier sur elle-même à cause de la persécution et de la peur; voie de sortie pour Pierre, qui, encore au début de la mission qui lui a été confiée par le Seigneur, est jeté en prison par Hérode et risque la condamnation à mort. Et tandis que Pierre était en prison, «l’Église priait Dieu pour lui incessamment» (Ac 12, 5). Et le Seigneur répond à la prière et envoie son ange le libérer, ‘‘en l’arrachant aux mains d’Hérode’’ (cf. v. 11). La prière, en tant qu’humble abandon à Dieu et à sa sainte volonté, est toujours la voie de sortie de nos fermetures personnelles et communautaires. C’est la grande voie de sortie des fermetures.

De même Paul, en écrivant à Timothée, parle de son expérience de libération, de sortie du danger d’être lui aussi condamné à mort; au contraire, le Seigneur lui a été proche et lui a donné la force de pouvoir porter à son achèvement son œuvre d’évangélisation des peuples (cf. 2 Tm 4, 17). Mais Paul parle d’une ‘‘ouverture’’ bien plus grande, vers un horizon infiniment plus vaste: celui de la vie éternelle, qui l’attend à la fin de sa ‘‘course’’ terrestre. Il est beau alors de voir la vie de l’Apôtre toute ‘‘en sortie’’ grâce à l’Évangile: toute projetée en avant, d’abord pour porter le Christ à ceux qui ne le connaissent pas, et ensuite pour se jeter, pour ainsi dire, dans ses bras, et être conduit par lui, sain et sauf au ciel, dans son Royaume (cf. v. 18).

Retournons à Pierre. Le récit évangélique (Mt 16, 13-19) de sa confession de foi et de la mission qui lui a été confiée ensuite par Jésus nous montre que la vie de Simon, pêcheur galiléen, - comme la vie de chacun de nous – s’ouvre, s’épanouit pleinement lorsqu’elle accueille de Dieu le Père la grâce de la foi. Alors Simon se met en route – une route longue et dure – qui le conduira à sortir de lui-même, de ses sécurités humaines, surtout de son orgueil mêlé de courage et d’altruisme généreux. Dans ce parcours de libération, la prière de Jésus est décisive: «J’ai prié pour toi [Simon] afin que ta foi ne défaille pas» (Lc 22, 32). Et également décisif est le regard plein de compassion du Seigneur après que Pierre l’a eu renié trois fois: un regard qui touche le cœur et fait sécher les larmes de repentir (cf. Lc 22, 61-62). Alors Simon Pierre a été libéré de la prison de son moi orgueilleux, de son moi peureux, et il a surmonté la tentation de se fermer à l’appel de Jésus à le suivre sur la voie de la croix.

Comme je le disais, dans le contexte immédiat du passage des Actes des Apôtres il y a un détail qu’il peut nous faire du bien de noter (cf. 12, 12-17). Lorsque Pierre se retrouve miraculeusement libre, hors de la prison d’Hérode, il se rend dans la maison de la mère de Jean surnommé Marc. Il frappe à la porte, et de l’intérieur répond une domestique du nom de Rhodè, qui, ayant reconnu la voix de Pierre, au lieu d’ouvrir la porte, à la fois incrédule et pleine de joie, court rapporter la chose à sa patronne. Le récit, qui peut sembler comique – et qui peut donner origine au soi-disant “complexe de Rhodè”-, nous fait percevoir le climat de peur dans lequel se trouvait la communauté chrétienne, qui demeurait enfermée à la maison, et fermée aussi aux surprises de Dieu. Pierre frappe à la porte. “Regarde!”. Il y a de la joie, il y a de la peur… “Nous ouvrons, nous n’ouvrons pas?...”. Et lui est en danger, parce que la police peut le prendre. Mais la peur nous arrête, elle nous arrête toujours; elle nous ferme, elle nous ferme aux surprises de Dieu. Ce détail nous parle de la tentation qui existe toujours pour l’Église: celle de se replier sur elle-même, face aux dangers. Mais il y a aussi ici la spirale à travers laquelle peut passer l’action de Dieu: Luc dit que dans cette maison «se trouvaient rassemblés un certain nombre de personnes qui priaient» (v. 12). La prière permet à la grâce d’ouvrir une voie de sortie: de la fermeture vers l’ouverture, de la peur vers le courage, de la tristesse vers la joie. Et nous pouvons ajouter: de la division vers l’unité. Oui, nous le disons aujourd’hui, confiants, avec nos frères de la Délégation envoyée par le cher Patriarche Œcuménique Bartholomée, pour participer à la fête des Saints Patrons de Rome. Une fête de communion pour toute l’Église, comme le met aussi en évidence la présence des Archevêques Métropolitains venus pour la bénédiction des Palliums, qui leur seront imposés par mes Représentants dans leurs Sièges respectifs.

Que les saints Pierre et Paul intercèdent pour nous, afin que nous puissions parcourir avec joie ce chemin, faire l’expérience de l’action libératrice de Dieu et en témoigner à tous.

[01119-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The word of God in today’s liturgy presents a clear central contrast between closing and opening. Together with this image we can consider the symbol of the keys that Jesus promises to Simon Peter so that he can open the entrance to the kingdom of heaven, and not close it before people, like some of the hypocritical scribes and Pharisees whom Jesus reproached (cf. Mt 23:13).

The reading from the Acts of the Apostles (12:1-11) shows us three examples of “closing”: Peter is cast into prison; the community gathers behind closed doors in prayer; and – in the continuation of our reading – Peter knocks at the closed door of the house of Mary, the mother of John called Mark, after being set free.

In these three examples of “closing”, prayer appears as the main way out. It is a way out for the community, which risks closing in on itself out of persecution and fear. It is a way out for Peter who, at the very beginning of the mission given him by the Lord, is cast into prison by Herod and risks execution. And while Peter was in prison, “the church prayed fervently to God for him” (Acts 12:5). The Lord responds to that prayer and sends his angel to liberate Peter, “rescuing him from the hand of Herod” (cf. v. 11). Prayer, as humble entrustment to God and his holy will, is always the way out of our becoming “closed”, as individuals and as a community. It is always the eminent way out of our becoming “closed”.

Paul too, writing to Timothy, speaks of his experience of liberation, of finding a way out of his own impending execution. He tells us that the Lord stood by him and gave him strength to carry out the work of evangelizing the nations (cf. 2 Tim 4:17). But Paul speaks too of a much greater “opening”, towards an infinitely more vast horizon. It is the horizon of eternal life, which awaits him at the end of his earthly “race”. We can see the whole life of the Apostle in terms of “going out” in service to the Gospel. Paul’s life was utterly projected forward, in bringing Christ to those who did not know him, and then in rushing, as it were, into Christ’s arms, to be “saved for his heavenly kingdom” (v. 18).

Let us return to Peter. The Gospel account (Mt 16:13-19) of his confession of faith and the mission entrusted to him by Jesus shows us that the life of Simon, the fishermen of Galilee – like the life of each of us – opens, opens up fully, when it receives from God the Father the grace of faith. Simon sets out on the journey – a long and difficult journey – that will lead him to go out of himself, leaving all his human supports behind, especially his pride tinged with courage and generous selflessness. In this, his process of liberation, the prayer of Jesus is decisive: “I have prayed for you [Simon], that your own faith may not fail” (Lk 22:32). Likewise decisive is the compassionate gaze of the Lord after Peter had denied him three times: a gaze that pierces the heart and brings tears of repentance (cf. Lk 22:61-62). At that moment, Simon Peter was set free from the prison of his selfish pride and of his fear, and overcame the temptation of closing his heart to Jesus’s call to follow him along the way of the cross.

I mentioned that, in the continuation of the passage from the Acts of the Apostles, there is a detail worthy of consideration (cf. 12:12-17). When Peter finds himself miraculously freed from Herod’s prison, he goes to the home of the mother of John called Mark. He knocks on the closed door and a servant by the name of Rhoda comes. Recognizing Peter’s voice, in disbelief and joy, instead of opening the door, she runs to tell her mistress. The account, which can seem comical, and which could give rise to the “Rhoda complex”, makes us perceive the climate of fear that led the Christian community to stay behind closed doors, but also closed to God’s surprises. Peter knocks at the door. Behold! There is joy, there is fear… “Do we open, do we not?...”. He is in danger, since the guards can come and take him. But fear paralyzes us, it always paralyzes us; it makes us close in on ourselves, closed to God’s surprises. This detail speaks to us of a constant temptation for the Church, that of closing in on herself in the face of danger. But we also see the small openings through which God can work. Saint Luke tells us that in that house “many had gathered and were praying” (v. 12). Prayer enable grace to open a way out from closure to openness, from fear to courage, from sadness to joy. And we can add: from division to unity. Yes, we say this today with confidence, together with our brothers from the Delegation sent by the beloved Ecumenical Patriarch Bartholomew to take part in the celebration of the Holy Patrons of Rome. Today is also a celebration of communion for the whole Church, as seen by the presence of the metropolitan archbishops who have come for the blessing of the pallia, which they will receive from my representatives in their respective sees.

May Saints Peter and Paul intercede for us, so that we can joyfully advance on this journey, experience the liberating action of God, and bear witness to it before the world.

[01119-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Das Wort Gottes in dieser Liturgie enthält ein zentrales Wortpaar: schließen / öffnen. Mit diesem Bild können wir auch das Symbol der Schlüssel kombinieren, die Jesus dem Simon Petrus verspricht, damit er den Zutritt zum Himmelreich öffnen kann und eben nicht vor den Leuten verschließt wie einige heuchlerische Schriftgelehrte und Pharisäer, die Jesus tadelt (vgl. Mt 23,13).

Die Lesung aus der Apostelgeschichte (12,1-11) zeigt uns drei Situationen des Eingeschlossen-Seins: die des Petrus im Gefängnis, die der Gemeinde, die im Gebet vertieft ist, und – unmittelbar im Anschluss an unseren Textabschnitt – die des Hauses der Maria, der Mutter des Johannes mit dem Beinamen Markus, wo Petrus nach seiner Befreiung anklopft.

In Bezug auf das Eingeschlossen-Sein erscheint das Gebet als der hauptsächliche Ausweg: ein Ausweg für die Gemeinde, die in Gefahr ist, sich wegen der Verfolgung und der Angst in sich selbst zu verschließen; ein Ausweg für Petrus, der – gerade erst am Anfang seiner ihm vom Herrn anvertrauten Sendung – von Herodes ins Gefängnis geworfen wird und das Todesurteil riskiert. »Petrus wurde also im Gefängnis bewacht. Die Gemeinde aber betete inständig für ihn zu Gott« (Apg 12,5). Und der Herr antwortet auf das Gebet und sendet seinen Engel, ihn zu befreien und „der Hand des Herodes zu entreißen“ (vgl. V. 11). Das Gebet als demütiges Sich-Anvertrauen an Gott und seinen heiligen Willen ist immer der Ausweg aus unseren persönlichen und gemeinschaftlichen Situationen des Eingeschlossen-Seins. Es ist der große Ausweg aus dem Eingeschlossen-Sein.

Auch Paulus spricht in seinem Brief an Timotheus von seiner Erfahrung der Befreiung, des Auswegs aus der Gefahr, dass auch er zum Tode verurteilt würde. Der Herr aber war ihm nahe und gab ihm Kraft, damit er sein Werk der Evangelisierung, der Verkündigung des Evangeliums an die Heiden vollenden könnte (vgl. 2Tim 4,17). Doch Paulus spricht von einer sehr viel größeren „Öffnung“ auf einen unendlich weiteren Horizont hin: den des ewigen Lebens, das ihn erwartet, nachdem er seinen irdischen „Lauf“ vollendet haben wird. Und so ist es schön, das Leben des Apostels ganz und gar „im Aufbruch“ zu sehen, dank dem Evangelium: Es ist vollkommen zukunftsorientiert, zuerst, um Christus zu denen zu bringen, die ihn noch nicht kennen, und dann, um sich sozusagen in seine Arme zu werfen und sich von ihm »retten und in sein himmlisches Reich führen« zu lassen (V. 18).

Kehren wir zu Petrus zurück. Die Erzählung des Evangeliums (Mt 16,13-19) von seinem Glaubensbekenntnis und der anschließenden Sendung, die ihm von Jesus aufgetragen wird, zeigt uns, dass das Leben Simons, des galiläischen Fischers – wie das Leben eines jeden von uns – sich öffnet und vollends erblüht, wenn es von Gottvater die Gnade des Glaubens annimmt. Nun macht Simon sich auf den Weg – einen langen und harten Weg –, der ihn dazu führen wird, aus sich selbst herauszugehen, aus seinen menschlichen Sicherheiten, vor allem aus seinem mit Mut und großherziger Selbstlosigkeit vermischten Stolz. Auf diesem seinem Weg der Befreiung ist das Gebet Jesu entscheidend: »Ich aber habe für dich [Simon] gebetet, dass dein Glaube nicht erlischt« (Lk 22,32). Und ebenso entscheidend ist der von Mitgefühl erfüllte Blick des Herrn, nachdem Petrus ihn dreimal verraten hatte – ein Blick, der das Herz berührt und Reuetränen fließen lässt (vgl. Lk 22,61-62). In jenem Augenblick wurde Simon Petrus aus dem Gefängnis seines stolzen Ich und seines ängstlichen Ich befreit und überwand die Versuchung, sich dem Ruf Jesu, ihm auf dem Weg des Kreuzes nachzufolgen, zu verschließen.

Wie ich schon andeutete, gibt es unmittelbar anschließend an unseren Abschnitt aus der Apostelgeschichte ein Detail, das zu beachten uns nützlich sein kann (vgl. 12,12-17). Als Petrus sich wunderbarerweise frei und außerhalb des Gefängnisses des Herodes befindet, begibt er sich zum Haus der Mutter des Johannes mit dem Beinamen Markus. Er klopft an der Tür, und von innen antwortet eine Magd namens Rhode. Sie erkennt seine Stimme, doch anstatt die Tür zu öffnen, läuft sie – ungläubig und voll Freude zugleich –, um es ihrer Herrin zu berichten. Die Erzählung entbehrt nicht einer gewissen Komik. Sie kann der Anfang sein für den sogenannten „Rhode-Komplex“. Sie lässt uns das Klima der Angst wahrnehmen, in der die christliche Gemeinde sich befand: Sie blieb eingeschlossen im Hause und verschlossen auch gegenüber den Überraschungen Gottes. Petrus klopft an die Tür. „Schau!“ Freude kommt auf, aber da ist auch Angst. „Öffnen wir oder öffnen wir nicht?“ Petrus ist in Gefahr, denn die Polizei kann ihn schnappen. Aber die Angst macht uns unbeweglich, sie hemmt uns immer. Wir verschließen uns. Wir verschließen uns vor den Überraschungen Gottes. Dieses Detail sagt uns etwas über die Versuchung, die für die Kirche immer existiert: sich angesichts der Gefahren in sich selbst zu verschließen. Aber auch hier gibt es den Spalt, durch den das Handeln Gottes eindringen kann: Lukas berichtet, dass in jenem Haus »nicht wenige versammelt waren und beteten« (V. 12). Das Gebet erlaubt der Gnade, einen Ausweg zu eröffnen: aus der Verschlossenheit in die Offenheit, aus der Angst zum Mut, aus der Traurigkeit zur Freude. Und wir können hinzufügen: aus der Spaltung in die Einheit. Ja, das sagen wir heute vertrauensvoll gemeinsam mit unseren Brüdern aus der Delegation, die vom hochgeschätzten Ökumenischen Patriarchen Bartholomäus gesandt wurde, um am Fest der heiligen Patrone Roms teilzunehmen. Es ist ein Fest der Gemeinschaft für die ganze Kirche. Das macht auch die Anwesenheit der Erzbischöfe Metropoliten deutlich. Sie sind zur Segnung der Pallien gekommen, die ihnen dann von meinen Vertretern in ihren jeweiligen Erzdiözesen übergeben werden.

Mögen die heiligen Petrus und Paulus Fürbitte für uns einlegen, damit wir freudig diesen Weg gehen, das befreiende Handeln Gottes erfahren und es allen bezeugen können.

[01119-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

La Palabra de Dios de esta liturgia contiene un binomio central: cierre - apertura. A esta imagen podemos unir el símbolo de las llaves, que Jesús promete a Simón Pedro para que pueda abrir la entrada al Reino de los cielos, y no cerrarlo para la gente, como hacían algunos escribas y fariseos hipócritas a los que Jesús reprende (cf. Mt 23, 13).

La lectura de los Hechos de los Apóstoles (12,1-11) nos presenta tres encierros: el de Pedro en la cárcel; el de la comunidad reunida en oración; y ‒en el contexto cercano de nuestro pasaje‒ el de la casa de María, madre de Juan, por sobrenombre Marcos, donde Pedro va a llamar después de haber sido liberado.

Con respecto a los encierros, la oración aparece como la principal vía de salida: salida de la comunidad, que corre el peligro de encerrarse en sí misma debido a la persecución y al miedo; salida para Pedro, que al comienzo de su misión que le había sido confiada por el Señor, es encarcelado por Herodes, y corre el riesgo de ser condenado a muerte. Y mientras Pedro estaba en la cárcel, «la Iglesia oraba insistentemente a Dios por él» (Hch 12,5). Y el Señor responde a la oración y le envía a su ángel para liberarlo, «arrancándolo de la mano de Herodes» (cf. v. 11). La oración, como humilde abandono en Dios y en su santa voluntad, es siempre una forma de salir de nuestros encierros personales y comunitarios. Es la gran vía de salida de los encerramientos.

También Pablo, escribiendo a Timoteo, habla de su experiencia de liberación, la salida del peligro de ser, él también, condenado a muerte; en cambio, el Señor estuvo cerca de él y le dio fuerzas para que pudiera llevar a cabo su trabajo de evangelizar a los gentiles (cf. 2 Tm 4,17). Pero Pablo habla de una «apertura» mucho mayor, hacia un horizonte infinitamente más amplio: el de la vida eterna, que le espera después de haber terminado la «carrera» terrena. Es muy bello ver la vida del Apóstol toda «en salida» gracias al Evangelio: toda proyectada hacia adelante, primero para llevar a Cristo a cuantos no le conocen, y luego para saltar, por así decirlo, en sus brazos, y ser llevado por él que lo salvará llevándolo a su reino celestial.» (cf. v. 18).

Volvamos a Pedro. El relato Evangélico (Mt 16,13-19) de su profesión de fe y la consiguiente misión confiada por Jesús nos muestra que la vida de Simón, pescador de Galilea ‒como la vida de cada uno de nosotros‒ se abre, florece plenamente cuando acoge de Dios la gracia de la fe. Entonces, Simón se pone en el camino ‒un camino largo y duro‒ que le llevará a salir de sí mismo, de sus seguridades humanas, sobre todo de su orgullo mezclado con valentía y con generoso altruismo. En este su camino de liberación, es decisiva la oración de Jesús: «yo he pedido por ti (Simón), para que tu fe no se apague» (Lc 22,32). Es igualmente decisiva la mirada llena de compasión del Señor después de que Pedro le hubiera negado tres veces: una mirada que toca el corazón y disuelve las lágrimas de arrepentimiento (cf. Lc 22,61-62). Entonces Simón Pedro fue liberado de la prisión de su ego orgulloso, de su ego miedoso, y superó la tentación de cerrarse a la llamada de Jesús a seguirle por el camino de la cruz.

Como ya he dicho, en el contexto inmediato del pasaje de los Hechos de los Apóstoles, hay un detalle que nos puede hacer bien resaltar (cf. 12.12-17). Cuando Pedro se encuentra milagrosamente libre, fuera de la prisión de Herodes, va a la casa de la madre de Juan, por sobrenombre Marcos. Llama a la puerta, y desde dentro responde una sirvienta llamada Rode, la cual, reconociendo la voz de Pedro, en lugar de abrir la puerta, incrédula y llena de alegría corre a contárselo a su señora. El relato, que puede parecer cómico y que puede dar inicio al así llamado «complejo de Rode -, nos hace percibir el clima de miedo en el que vivía la comunidad cristiana, que permanecía encerrada en la casa, y cerrada también a las sorpresas de Dios. Pedro llama a la puerta. «Y fíjate», hay miedo, hay alegría, «¿abrimos?, ¿no abrimos?», mientras él está corriendo peligro, pues la policía puede cogerlo. Pero el miedo nos paraliza, nos paraliza siempre, nos cierra, nos cierra a las sorpresas de Dios. Este particular nos habla de la tentación que existe siempre para la Iglesia: de cerrarse en sí misma de cara a los peligros. Pero incluso aquí hay un resquicio a través del cual puede pasar a la acción de Dios: dice Lucas que en aquella casa, «había muchos reunidos en oración» (v. 12). La oración permite a la gracia abrir una vía de salida: del cerramiento a la apertura, del miedo a la valentía, de la tristeza a la alegría. Y podemos añadir: de la división a la unidad. Sí, lo decimos hoy junto a nuestros hermanos de la delegación enviada por el querido Patriarca Ecuménico Bartolomé, para participar en la fiesta de los Santos Patronos de Roma. Una fiesta de comunión para toda la Iglesia, como pone de manifiesto la presencia de los Arzobispos Metropolitanos venidos para la bendición de Palios, que les serán impuestos por mis Representantes en sus respectivas sedes.

Que los santos Pedro y Pablo intercedan por nosotros, para que podamos hacer este camino con la alegría, experimentar la acción liberadora de Dios y testimoniarla a todos.

[01119-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

Nesta liturgia, a Palavra de Deus contém um binómio central: fechamento/abertura. E, relacionado com esta imagem, está também o símbolo das chaves, que Jesus promete a Simão Pedro para que ele possa, sem dúvida, abrir às pessoas a entrada no Reino dos Céus, e não fechá-la como faziam alguns escribas e fariseus hipócritas que Jesus censura (cf. Mt 23, 13).

A leitura dos Atos dos Apóstolos (12, 1-11) apresenta-nos três fechamentos: o de Pedro na prisão; o da comunidade reunida em oração; e – no contexto próximo da nossa perícope – o da casa de Maria, mãe de João chamado Marcos, a cuja porta foi bater Pedro depois de ter sido libertado.

E vemos que a principal via de saída dos fechamentos é a oração: via de saída para a comunidade, que corre o risco de se fechar em si mesma por causa da perseguição e do medo; via de saída para Pedro que, já no início da missão que o Senhor lhe confiara, é lançado na prisão por Herodes e corre o risco de ser condenado à morte. E enquanto Pedro estava na prisão, «a Igreja orava a Deus, instantemente, por ele» (At 12, 5). E o Senhor responde à oração com o envio do seu anjo para o libertar, «arrancando-o das mãos de Herodes» (cf. v. 11). A oração, como humilde entrega a Deus e à sua santa vontade, é sempre a via de saída dos nossos fechamentos pessoais e comunitários. É a grande via de saída dos fechamentos.

O próprio Paulo, ao escrever a Timóteo, fala da sua experiência de libertação, de saída do perigo de ser ele também condenado à morte; mas o Senhor esteve ao seu lado e deu-lhe força para poder levar a bom termo a sua obra de evangelização dos gentios (cf. 2 Tm 4, 17). Entretanto Paulo fala duma «abertura» muito maior, para um horizonte infinitamente mais amplo: o da vida eterna, que o espera depois de ter concluído a «corrida» terrena. Assim é belo ver a vida do Apóstolo toda «em saída» por causa do Evangelho: toda projetada para a frente, primeiro, para levar Cristo àqueles que não O conhecem e, depois, para se lançar, por assim dizer, nos seus braços e ser levado por Ele «a salvo para o seu Reino celeste» (v. 18).

Mas voltemos a Pedro... A narração evangélica (Mt 16, 13-19) da sua confissão de fé e consequente missão a ele confiada por Jesus mostra-nos que a vida do pescador galileu Simão – como a vida de cada um de nós – se abre, desabrocha plenamente quando acolhe, de Deus Pai, a graça da fé. E Simão põe-se a caminhar – um caminho longo e duro – que o levará a sair de si mesmo, das suas seguranças humanas, sobretudo do seu orgulho misturado com uma certa coragem e altruísmo generoso. Decisiva neste seu percurso de libertação é a oração de Jesus: «Eu roguei por ti [Simão], para que a tua fé não desapareça» (Lc 22, 32). E igualmente decisivo é o olhar cheio de compaixão do Senhor depois que Pedro O negou três vezes: um olhar que toca o coração e liberta as lágrimas do arrependimento (cf. Lc 22, 61-62). Então Simão Pedro foi liberto da prisão do seu eu orgulhoso, do seu eu medroso, e superou a tentação de se fechar à chamada de Jesus para O seguir no caminho da cruz.

Como já aludi, no contexto próximo da passagem lida dos Atos dos Apóstolos, há um detalhe que pode fazer-nos bem considerar (cf. 12, 12-17). Quando Pedro, miraculosamente liberto, se vê fora da prisão de Herodes, vai ter à casa da mãe de João chamado Marcos. Bate à porta e, de dentro, vem atender uma empregada chamada Rode, que, tendo reconhecido a voz de Pedro, em vez de abrir a porta, incrédula e conjuntamente cheia de alegria corre a informar a patroa. A narração, que pode parecer cómica – e pode ter dado início ao chamado «complexo de Rode» –, deixa intuir o clima de medo em que estava a comunidade cristã, fechada em casa e fechada também às surpresas de Deus. Pedro bate à porta. – «Vai ver quem é!» Há alegria, há medo… «Abrimos ou não?» Entretanto ele corre perigo, porque a polícia pode prendê-lo. Mas o medo paralisa-nos, sempre nos paralisa; fecha-nos, fecha-nos às surpresas de Deus. Este detalhe fala-nos duma tentação que sempre existe na Igreja: a tentação de fechar-se em si mesma, à vista dos perigos. Mas mesmo aqui há uma brecha por onde pode passar a ação de Deus: Lucas diz que, naquela casa, «numerosos fiéis estavam reunidos a orar» (v. 12). A oração permite que a graça abra uma via de saída: do fechamento à abertura, do medo à coragem, da tristeza à alegria. E podemos acrescentar: da divisão à unidade. Sim, digamo-lo hoje com confiança, juntamente com os nossos irmãos da Delegação enviada pelo amado Patriarca Ecuménico Bartolomeu para participar na festa dos Santos Padroeiros de Roma. Uma festa de comunhão para toda a Igreja, como põe em evidência também a presença dos Arcebispos Metropolitas que vieram para a bênção dos Pálios, que lhes serão impostos pelos meus Representantes nas respetivas Sedes.

Os Santos Pedro e Paulo intercedam por nós para podermos realizar com alegria este caminho, experimentar a ação libertadora de Deus e a todos dar testemunho dela.

[01119-PO.02] [Texto original: Italiano]

[B0485-XX.03]