www.vatican.va

Back Top Print Pdf


Conferenza Stampa di presentazione della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede «Iuvenescit Ecclesia», 14.06.2016


Intervento del Card. Gerhard Ludwig Müller

Intervento del Card. Marc Ouellet, P.S.S.

Intervento di Mons. Piero Coda

Testimonianza della Prof.ssa María del Carmen Aparicio Valls

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si svolge la Conferenza Stampa di presentazione della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Iuvenescit Ecclesia ai Vescovi della Chiesa cattolica, sulla relazione tra doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa.

Intervengono l’Em.mo Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; l’Em.mo Card. Marc Ouellet, P.S.S., Prefetto della Congregazione per i Vescovi; il Rev.do Mons. Piero Coda, Membro della Commissione Teologica Internazionale e la Prof.ssa María del Carmen Aparicio Valls, Docente alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana (Roma) e membro dell’Istituzione Teresiana.

Riportiamo di seguito i testi dei conferenzieri:

Intervento del Card. Gerhard Ludwig Müller

Un antico mito - di cui troviamo un’eco nei Salmi (Sal 103, 5) e in Sant’Ambrogio (Esamerone, V, 18) - accenna alla capacità che hanno le aquile di rinnovarsi, di ringiovanire, e così di vivere a lungo, sfidando l’usura del tempo.

Il Salmo 103 dice espressamente che l’uomo, quando segue Dio, “rinnova come aquila la sua giovinezza”. Sant’Ambrogio identifica invece questo volatile maestoso - che sarebbe capace di rigenerarsi da sé - con Gesù Cristo, “il quale rinnova la sua gioventù risorgendo dalla morte”.

Da sempre l’uomo, infatti, davanti alla constatazione che tutto è destinato irrimediabilmente a invecchiare e finire, ha cercato qualcosa o qualcuno che lo aiutasse a rimanere giovane. È questa anche la sfida che deve affrontare ogni istituzione che vuole permanere nella storia: rimanere giovani col passare del tempo, cioè rinnovarsi, rimanendo sé stessi, senza cambiare identità e adulterarsi.

Proprio questa capacità di sfidare l’usura del tempo e la morte appartiene al fascino originario con cui il Vangelo ha saputo attrarre a sé, fin dall’inizio, migliaia e migliaia di uomini.

A questo proposito, un noto Padre della Chiesa, Ireneo di Lione, ci invita a conservare con cura “la fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa”, perché essa, se custodita integra, “sotto l’azione dello Spirito di Dio, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” (Advesus Haereses, 3, 24, 1).

Anche il Vangelo accenna, a questo proposito, ad un “vino nuovo”, che va portato “in otri nuovi” (cf. Mc 2, 22). La fede cristiana - quando è realmente accolta e custodita - grazie all’azione dello Spirito Santo, ha questa capacità unica di portare novità umana e di far ringiovanire.

Anche il Santo Padre Francesco, molte volte ci ha ricordato che “la novità del Vangelo, è una novità nella stessa legge insita nella storia della salvezza. E si tratta di una novità che va oltre le nostre persone e rinnova le strutture” (Omelia nella Cappella della Domus S. Marthae, 6 luglio 2013).

È questa la prospettiva adeguata per comprendere la Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica Iuvenescit Ecclesia (IE), sulla relazione fra doni gerarchici e carismatici, i quali sono costitutivamente posti al servizio della vita e della missione ecclesiale.

Il titolo stesso, che riprende l’incipit del documento, ci parla di questa capacità che lo Spirito Santo ha di far ringiovanire la Chiesa e, insieme ad essa, tutte le persone, le relazioni e i luoghi che accettano di accoglierlo.

È il Concilio Vaticano II, che ci ha riproposto questa bella verità: “Lo Spirito introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo” (Lumen gentium, 4).

Il sorgere di tante nuove aggregazioni, associazioni e movimenti ecclesiali, così come di tanti nuovi Istituti di vita consacrata, dopo il Concilio Vaticano II, ci ha fatto riscoprire concretamente la portata ecclesiale di questa affermazione conciliare. In particolare, abbiamo potuto constatare come “la forte capacità aggregativa di tali realtà rappresenta una significativa testimonianza di come la Chiesa non cresca per proselitismo ma per attrazione” (IE, 2). Ora, per tutte queste aggregazioni ecclesiali, si è ormai aperto il tempo della «maturità ecclesiale» (IE, 2).

A questo proposito occorre dire che, se “il sorgere dei differenti carismi non è mai venuto meno nel corso della secolare storia ecclesiale” (IE, 9), nella stagione post-conciliare abbiamo assistito ad un fiorire inatteso e dirompente di tante di queste realtà, favorendo anche il diffondersi di una riflessione sui carismi, come mai vi è stata prima nella storia della Chiesa.

Il presente testo, giunto ormai ad una sua fisionomia definitiva dopo tanti anni di rielaborazione - lo studio iniziò nell’anno 2000 - intende infatti inserirsi all’interno di tale considerazione dei carismi, come momento autorevole che traccia alcune linee fondamentali, per rilanciarne in modo corretto ed adeguato la riflessione.

In particolare, è parso necessario offrire ai Pastori ed ai fedeli una sicura ed incoraggiante considerazione della relazione fra questi doni, che ha vivacizzato la vita della Chiesa, specialmente con il sorgere, nel passato recente, dei “movimenti” e delle nuove comunità ecclesiali.

La Lettera, come richiamato esplicitamente nell’Introduzione, intende rilevare “gli elementi teologici ed ecclesiologici che possono favorire un’ordinata partecipazione delle nuove aggregazioni alla comunione ecclesiale per un pieno impegno missionario di tutta la Chiesa”.

Scopo del presente documento è quello di favorire - attraverso una approfondita consapevolezza degli elementi essenziali relativi a doni gerarchici e carismatici, e al di là di ogni sterile contrapposizione o giustapposizione - una loro ordinata comunione, relazione e sinergia, in vista di un rinnovato slancio missionario ecclesiale e di quella “conversione pastorale” a cui in continuazione ci chiama Papa Francesco (cf. Evangelii gaudium, n. 25).

In tal senso, il testo concentra la sua attenzione sulle problematiche teologiche di fondo, senza voler entrare troppo nelle numerose questioni pastorali e pratiche che spesso sono sorte. Esso vorrebbe presentare uno sguardo d’insieme, offrendo nel contempo dei criteri di fondo per affrontare le suddette questioni ed, in particolare, per favorire un “discernimento delle nuove aggregazioni ecclesiali” in vista del loro riconoscimento ecclesiale” (IE, 17).

Diretto quadro ispiratore del progetto in esame - come richiamato sopra - è il brano conciliare di Lumen gentium, al n. 4, dove si afferma che lo Spirito, il quale dimora nel corpo ecclesiale e nei cuori dei fedeli come in un tempio, introduce la Chiesa nella pienezza della verità, unificandola nella comunione e nel ministero, provvedendola e dirigendola con diversi doni gerarchici e carismatici, nonché abbellendola coi suoi frutti, così che la stessa Chiesa si configuri come “un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” - secondo la nota espressione di Cipriano di Cartagine (De oratione dominica, 23).

Fra i punti centrali del documento vi è senz’altro l’affermazione della coessenzialità fra doni gerarchici e carismatici, una coessenzialità che appartiene “alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù (IE, 10). D’altronde “nella Chiesa anche le istituzioni essenziali sono carismatiche e, d’altra parte, i carismi devono in un modo o nell’altro istituzionalizzarsi per avere coerenza e continuità. Così, ambedue le dimensioni, originate dallo stesso Spirito Santo per lo stesso Corpo di Cristo, concorrono insieme a rendere presente il mistero e l’opera salvifica di Cristo nel mondo” (IE, 10)

Tale coessenzialità trova la sua radice ultima nella relazione inscindibile tra il Logos divino incarnato e lo Spirito Santo (cf. IE, 11), e testimonia come, nella stessa prospettiva rivelata dai piani di Dio, non sia lecito contrapporre una “Chiesa dello Spirito” ad una “Chiesa dell’Istituzione”, perché doni gerarchici e carismatici sono sempre gli uni implicati negli altri e sempre reciprocamente, benché in modo gerarchico, relazionati. Ciò non toglie che, a motivo della nativa fragilità umana - e delle inevitabili infedeltà ai piani di Dio che ne seguono - di fatto la naturale tensione dialogica fra questi doni, si sia spesso trasformata, e possa sempre trasformarsi, in dialettica.

Ad ogni modo, nella parte quinta del testo si accenna anche alla Pratica ecclesiale della relazione tra doni gerarchici e carismatici. Qui, dopo aver richiamato la necessità di un fattivo inserimento delle realtà carismatiche nella vita pastorale delle singole Chiese, viene rilevata la pratica della “buona relazione fra i diversi doni nella Chiesa” (IE, 20) anzitutto nella sua collocazione all’interno dei rapporti fra Chiesa universale e Chiese particolari, valorizzando quel peculiare principio d’unità ecclesiale che è il ministero petrino.

D’altronde, come non rilevare a questo proposito che, nella feconda stagione ecclesiale seguita al Concilio Vaticano II, nei fatti è stato proprio il Successore di Pietro a favorire una comunicazione e comunione fra doni gerarchici e carismatici a livello della Chiesa universale, valorizzando la diffusione missionaria dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali all’interno delle diverse Chiese particolari, specialmente in quelle che necessitavano di una nuova evangelizzazione.

Questo fatto potrebbe profeticamente illuminarci anche sulla prospettiva e sulle modalità con cui attuare - dalle periferie al centro e viceversa - il tanto auspicato rinnovamento sinodale verso cui in continuazione ci invita Papa Francesco. Quanto già sperimentato in tal senso costituisce una ricchezza di patrimonio ecclesiale che può offrire sicuri ed utili orientamenti in tal senso.

Vorrei concludere questo mio breve intervento facendo riferimento ad uno dei brani con cui si conclude il Vangelo di Marco (cf. Mc 16, 5ss). L’Evangelista annota che il primo giorno dopo il sabato, un giovane con una veste bianca, posto davanti alla tomba vuota di Gesù, invita le pie donne a non aver paura ed a portare ai discepoli il buon annuncio che “il Crocifisso è risorto!”.

In questa figura di giovane, mi piace intravedere il volto più vero della Chiesa, capace di rinnovarsi e ringiovanire sempre, pur in mezzo alle prove e alle intemperie della storia, per annunciare a tutti gli uomini la buona notizia - Gesù è risorto! - ed invitarli così a non aver paura, perché Lui è più forte del male e della morte.

Questa è la testimonianza che, attraverso la loro fattiva comunione, sono chiamati ad offrire oggi, per la vita della Chiesa ed il bene del mondo, doni gerarchici e carismatici. Questa è la testimonianza che, con umiltà e coraggio, vorremmo offrire, poveri come siamo, anche tutti noi. Grazie!

[00982-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento del Card. Marc Ouellet, P.S.S.

Rilevanza ecclesiale dei carismi

L’odierna presentazione prende le mosse dall’approfondimento ecclesiologico del Concilio Ecumenico Vaticano II. Nel numero 4 della Costituzione Lumen Gentium, dedicato alla missione dello Spirito Santo, c’è la menzione della comunione e del ministero, dei “doni variegati, tanto gerarchici che carismatici” con i quali lo Spirito struttura, abbellisce e ringiovanisce la Chiesa. Infatti l’ecclesiologia di comunione scaturita dal Concilio ha reso possibile lo sviluppo notevole della collegialità episcopale e della sinodalità, come pure la fioritura straordinaria di nuove realtà carismatiche per il servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa. I movimenti ecclesiali e le nuove comunità ne sono una espressione.

Questo sviluppo è dovuto certamente all’azione dello Spirito Santo, anche attraverso un approfondimento teologico ed ecclesiologico che comprende meglio la natura sacramentale della Chiesa e la sua identità essenzialmente missionaria che rinnova il suo rapporto col mondo contemporaneo. Superando il rapporto soprattutto conflittuale pre-conciliare dovuto al declino dei valori cristiani nelle società moderne, la Chiesa è diventata più consapevole di essere inviata non per regnare sul mondo, ma per servire quale “sacramento di salvezza” un mondo che, dopo la svolta della modernità, è ormai autonomo nei suoi confronti. Tuttavia, questa prospettiva più dinamica e costruttiva, promossa dall’ecclesiologia conciliare, richiede una profonda teologia della comunione ecclesiale di cui il Concilio ha fornito alcuni concetti chiave come Koinonia, sacramento e collegialità, ma non ancora una visione complessiva e sistematicamente integrata. Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che presentiamo oggi aggiunge alcune brevi considerazioni in questa direzione, come delle pietre preziose che appartengono a un mosaico più ampio da completare in futuro.

La “relazione tra doni gerarchici e carismatici per la vita e missione della Chiesa” ci colloca davanti alle strutture di comunione che permettono alla Chiesa di svolgere la sua missione in modo tale da proclamare la gioia del Vangelo e di suscitare l’adesione dei fedeli, ed anche dei non credenti, non per “proselitismo” ma “per attrazione”, come ripete volentieri Papa Francesco. Per illustrarlo mi soffermerò sulla “rilevanza ecclesiale dei carismi” che questo documento promuove in base a fondati criteri biblici e teologici, oltre che all’insegnamento del Magistero pontificio recente.

“Il sorgere dei differenti carismi non è mai venuto meno nel corso della secolare storia ecclesiale e, tuttavia, solo in epoca recente si è sviluppata una sistematica riflessione su di essi” (9). Questo fatto è dovuto storicamente allo scisma montanista sorto nell’antichità cristiana e poi alle dottrine apocalittiche medioevali che hanno lasciato una traccia negativa duratura su ogni pretesa carismatica associata ad una fantomatica era dello Spirito Santo. Lumen Gentium supera totalmente questa eredità problematica, distinguendo tra doni gerarchici e carismatici e sottolineando “la loro differenza nell’unità” (9). “Questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione” (LG 12)(Ib).

Il Magistero postconciliare, sulla scia della Lumen Gentium e per rispondere alla “crescente vitalità di nuovi movimenti, aggregazioni di fedeli e comunità ecclesiali, insieme all’esigenza di precisare la collocazione della vita consacrata all’interno della Chiesa”, ha moltiplicato gli interventi a questo proposito. In primo luogo, san Giovanni Paolo II ha coniato il principio della coessenzialità di questi doni: “Più volte ho avuto modo di sottolineare come nella Chiesa non ci sia contrasto o contrapposizione tra la dimensione istituzionale e la dimensione carismatica, di cui i Movimenti sono un’espressione significativa. Ambedue sono co-essenziali alla costituzione divina della Chiesa fondata da Gesù, perché concorrono insieme a rendere presente il mistero di Cristo e la sua opera salvifica nel mondo” (10). Questo principio è stato ribadito ed approfondito da Benedetto XVI e Francesco che ricordano come questi doni hanno la stessa origine nello Spirito Santo che opera “l’armonia” tra di essi, garantendo la loro integrazione ecclesiale e la loro apertura missionaria. “In definitiva, è dunque possibile riconoscere una convergenza del recente Magistero ecclesiale sulla coessenzialità tra doni gerarchici e carismatici” (10).

Ora, se simile principio non significa “contrapposizione”, ne “giustapposizione” tra di essi, rimangono da precisare i loro rapporti nel rispetto della loro identità propria e in base al fondamento teologico che li sorregge. A tale proposito, sottolineo solo l’affermazione cardine del documento: l’unità tra le missioni divine del Verbo e dello Spirito nell’economia della salvezza: “Infatti, tutta l’economia sacramentale della Chiesa è la realizzazione pneumatologica dell’Incarnazione: perciò lo Spirito Santo viene considerato dalla Tradizione come l’anima della Chiesa, Corpo di Cristo” (11). Le missioni di Cristo quale Verbo incarnato e dello Spirito Santo, quale suo prolungamento ecclesiale, sono dunque complementari ed inseparabili come lo sono i doni gerarchici e carismatici nell’edificare la Chiesa, Corpo di Cristo.

In questo contesto, il documento non trascura gli altri doni costitutivi della Chiesa, ad esempio “i sacramenti dell’iniziazione cristiana”: il Battesimo, in stretta unità con la Confermazione, “è la porta ed il fondamento della comunione nella Chiesa”. Questi sacramenti “sono costitutivi della vita cristiana e su di essi poggiano i doni gerarchici e carismatici” (13). Anzi, questi doni aggiuntivi, sia gerarchici che carismatici, hanno come prima funzione di consolidare la vita teologale di fede, speranza e carità, nonché la pratica sacramentale dei fedeli. I pastori sono ordinati proprio per far crescere i figli di Dio mediante la Parola di Dio e i sacramenti, mentre i doni carismatici, siano maggiori oppure minori, edificano la comunità, rafforzano la sua testimonianza ed allargano il suo slancio missionario. In sintesi, conclude il documento, “la relazione tra i doni carismatici e la struttura sacramentale ecclesiale conferma la coessenzialità tra doni gerarchici – di per sé stabili, permanenti ed irrevocabili – e doni carismatici. Benché questi ultimi nelle loro forme storiche non siano mai garantiti per sempre, la dimensione carismatica non può mai mancare alla vita ed alla missione della Chiesa” (13).

La vita consacrata illustra bene la permanenza della dimensione carismatica nella varietà delle sue forme lungo i secoli. Mentre la forma di vita secondo i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza è emersa presto sotto l’influsso della Persona di Gesù e del suo mistero pasquale, come risposta d’amore alla sua chiamata personale, le espressioni culturali di tale forma di vita si sono moltiplicate e diversificate quasi all’infinito lungo i secoli, dando luogo nei nostri tempi ai movimenti ecclesiali e a nuove comunità. San Giovanni Paolo II ha accolto e valorizzato molto queste nuove forme di testimonianza della fede perché gli sembravano rispondere alla sfida di una nuova evangelizzazione delle società secolarizzate.

Questa ricchezza, sorta in buona parte dal dinamismo del Concilio, ha dato origine ad un documento postconciliare Mutuae relationes, che specifica i rapporti tra i vescovi e la vita consacrata [Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari – Congregazione per i Vescovi, Note direttive Mutuae relationes (14 maggio 1978): AAS 70 (1978)]. Esso rappresenta senz’altro una tappa importante nel riconoscimento e nell’integrazione della dimensione carismatica nell’ecclesiologia cattolica. Questo documento si trova adesso in un processo di aggiornamento a 30 anni dalla sua prima stesura, alla luce del principio della coessenzialità formulato sopra. Non si tratta nella prassi di livellare le differenze tra i doni gerarchici e quelli carismatici, ma di integrare meglio i carismi variegati della vita consacrata nelle Chiese particolari sotto la guida dei Vescovi, i quali hanno il compito di discernere, accogliere ed accompagnare le realtà carismatiche suscitate dall’azione dello Spirito Santo nella comunità ecclesiale.

Vorrei sottolineare al riguardo che la vita consacrata, nelle sue diverse forme, è generalmente apprezzata nel mondo per il suo valore funzionale ossia il suo servizio sociale nella comunità. Non di rado, tuttavia, si dimentica il suo valore fondamentale di testimonianza radicale resa all’Amore gratuito di Dio incarnato in Gesù Cristo ed abbracciato in forma sponsale nella professione dei voti. Alla radice della sua funzione sociale la consacrazione religiosa annunzia Dio Amore in un modo “quasi sacramentale” che interpella e stimola tutti i battezzati, spronando pastori e laici a rispondere alla chiamata universale alla perfezione della carità. Lo Spirito Santo che va e viene tra il Padre e il Figlio nella Trinità santissima, va e viene anche tra i pastori e i fedeli, incentivando i loro rapporti di comunione con la gratuità, la creatività e la libertà dei suoi carismi. Il documento afferma con forza: “Il contributo di un dono carismatico al sacerdozio battesimale e al sacerdozio ministeriale è emblematicamente espresso dalla vita consacrata… Tale carisma … viene elargito per ‘poter raccogliere più copiosi frutti dalla grazia battesimale’” (22). Recuperare questa rilevanza fondamentale della vita consacrata, oltre la sua utilità funzionale, mi sembra uno dei compiti urgenti della formazione cristiana e religiosa per ravvivare la tensione alla santità e la conversione missionaria della Chiesa.

Sottolineare questa espressione privilegiata della dimensione carismatica della Chiesa non significa sottovalutare tante altre sue espressioni che si manifestano nei movimenti, nelle associazioni, nelle attività apostoliche, nelle testimonianze di laici nel mondo e di ministri qualificati per servizi specifici negli ambiti della predicazione, della carità, dell’educazione, delle comunicazioni, etc. Il documento identifica anche i “doni carismatici condivisi” nel senso che doni carismatici personali, “nella loro pratica possono generare affinità, prossimità e parentele spirituali attraverso le quali il patrimonio carismatico, a partire dalla persona del fondatore, viene partecipato ed approfondito, dando vita a vere e proprie famiglie spirituali” (16). Se un carisma simile riveste un carattere “fondazionale”, richiede uno speciale discernimento da parte dell’autorità ecclesiale, seguendo “un processo che si protrae nel tempo e che richiede passaggi adeguati per la loro autenticazione” (17). A questo scopo, il documento riassume i criteri per il discernimento dei doni carismatici in otto punti, tra i quali spicca la loro integrazione ecclesiale ossia “la capacità di integrarsi armonicamente nella vita del Popolo santo di Dio per il bene di tutti” (18).

Conclusione

L’ecclesiologia del Concilio Vaticano II ha riconosciuto alla pari i doni gerarchici e carismatici nella Chiesa, aprendo così una stagione missionaria nuova, fondata sulla testimonianza di comunione e sull’apertura al dialogo ecumenico e interreligioso. Nonostante le tensioni inerenti a questa nuova integrazione, i frutti sono di gran lunga superiori alle difficoltà; tra di essi spicca il riconoscimento irreversibile della rilevanza ecclesiale dei carismi e, di conseguenza, la promozione di nuovi rapporti tra soggetti di doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa. Se qualcuno dubitasse ancora della rilevanza della dimensione carismatica nella Chiesa, lo inviterei a riflettere sul fatto che cinquanta anni dopo il Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo ed i Cardinali hanno scelto un pastore supremo che proviene dall’ambito carismatico della Chiesa. Grazie!

[00983-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento di Mons. Piero Coda

1. La Lettera Iuvenescit Ecclesia si accredita, dal punto di vista teologico, come un documento di notevole importanza e di puntuale attualità.

L’attualità si manifesta sotto due profili: nell’intenzionalità, da un lato, a offrire un preciso apporto di chiarificazione teologica e di impulso pastorale per l’“uscita” missionaria della Chiesa, nella sua variegata ricchezza, con vigore proposta da Papa Francesco; e, dall’altro, e proprio a tal fine, nell’intenzionalità ad accompagnare e incrementare l’inserzione e la piena valorizzazione in questa uscita missionaria delle aggregazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità ecclesiali suscitate con fantasia dallo Spirito Santo, in risposta ai segni dei tempi, in quanto esse – come riconosceva nel 1998 Papa Giovanni Paolo II – sono entrate nella stagione della “maturità ecclesiale” e in molti casi sperimentano l’ingresso nella fase post-fondazionale della loro storia, a seguito della morte dei loro Fondatori.

L’importanza deriva dal fatto che, nell’eseguire tale compito, la Lettera propone un significativo guadagno teologico, per sé implicante rilevanti ricadute pratiche.

2. Si tratta di questo. Fondandosi su di una ricca ricognizione biblica del tema dei carismi, sull’ecclesiologia delineata dal Concilio Vaticano II, sulla riflessione del magistero pontificio postconciliare circa le nuove realtà ecclesiali di cui prima, il documento approda a una lucida delineazione del quadro teologico di riferimento del rapporto, nella vita e nella missione della Chiesa, dei “doni gerarchici” e dei “doni carismatici” (LG 4): in quanto essi hanno la medesima origine (lo Spirito di Cristo) e il medesimo fine (la crescita e la comunicazione universale del dono di Dio all’umanità in Cristo Gesù).

La cosa di peso è che, nel fare ciò, il documento registra fenomenologicamente e riconosce con autorevolezza un’acquisizione di peculiare momento nella maturazione dell’autocoscienza ecclesiale cattolica: il fatto che l’intera vita e missione della Chiesa è animata e promossa dall’opera dello Spirito Santo che rende presente a ogni tempo e a ogni luogo l’evento di Gesù Cristo attraverso la sinergia, appunto, dei «doni gerarchici» che si esprimono – in virtù del sacramento dell’ordine – nel ministero dei pastori, e dei «doni carismatici» che sono disseminati con larghezza nel Popolo di Dio dallo Spirito del Signore.

Tutto ciò – il documento non manca di richiamarlo – segna sin dal principio l’esperienza della Chiesa, ma «solo in epoca recente si è sviluppata una sistematica riflessione sui carismi» (n. 9). Così che il Vaticano II, «mediante la distinzione tra i doni gerarchici e quelli carismatici, sottolinea la loro differenza nell’unità» (n. 9) nell’edificazione della Chiesa e nel suo servizio alla crescita del Regno di Dio.

Oggi si può pertanto con fondamento affermare – «grazie alla stessa vita della Chiesa, ai numerosi interventi del Magistero e alla ricerca teologica» (n. 1) – che non solo «i doni gerarchici» ma anche «gli autentici carismi vanno considerati come doni di importanza irrinunciabile per la vita e la missione ecclesiale» (n. 9). «Benché questi ultimi – si precisa – nelle loro forme storiche non siano mai garantiti per sempre, la dimensione carismatica non può mai mancare alla vita e alla missione della Chiesa» (n. 13).

Riprendendo anzi un’affermazione di Giovanni Paolo II, la Lettera giunge a una conclusione che, in certo modo, è al cuore dell’insegnamento che propone: «In definitiva, è possibile riconoscere una convergenza del recente Magistero ecclesiale sulla coessenzialità tra doni gerarchici e doni carismatici. Una loro contrapposizione, come anche una loro giustapposizione, sarebbe sintomo di una erronea o insufficiente comprensione dell’azione dello Spirito Santo nella vita e nella missione della Chiesa» (n. 10).

3. L’obiettiva portata di queste affermazioni non va letta semplicemente in rapporto a una figura di Chiesa in cui – nel differente e ordinato esercizio dei propri rispettivi doni – tutti si converge nell’edificazione dell’unico Corpo di Cristo grazie alla pluralità diversificata delle sue membra e delle sue funzioni; ma, al tempo stesso, in ordine allo slancio missionario nell’annuncio del Vangelo di Gesù e nella testimonianza concreta del servizio sociale della carità, a partire da chi in qualunque forma è escluso e scartato. Doni gerarchici e doni carismatici entrambi vi concorrono, ciascuno secondo la sua peculiarità.

In un magistrale intervento del 1998 proprio su questo tema, l’allora Cardinal Joseph Ratzinger sottolineava: «Esiste la permanente forma basilare della vita ecclesiale in cui si esprime la continuità degli ordinamenti storici della Chiesa. E si hanno sempre nuove irruzioni dello Spirito Santo, che rendono sempre viva e nuova la struttura della Chiesa»1. Si tratta, continuava, di quelle «ondate di movimenti, che rivalorizzano di continuo l’aspetto universalistico della missione apostolica e la radicalità del Vangelo, e proprio per questo servono ad assicurare vitalità e verità spirituali alle Chiese locali»2.

4. Desumendoli da questo quadro teologico di riferimento, la Lettera, con evidente intento pastorale, offre infine ai Vescovi (cui è diretta) una griglia di criteri per il discernimento dei doni carismatici – irrinunciabile e impegnativo compito dei Pastori –, insieme ad alcuni elementi per favorire la reciproca relazione tra doni gerarchici e doni carismatici (nel rapporto tra Chiesa universale e Chiesa locale, in riferimento ai diversi stati di vita, in ordine alle forme di riconoscimento canonico), al fine di «cordialmente accogliere ciò che lo Spirito suscita all’interno della comunione ecclesiale, tenendone conto nell’azione pastorale e valorizzando il loro contributo come un’autentica risorsa per il bene di tutti» (n. 20).

Senza sottacere lo sforzo costoso, perseverante e convinto, richiesto a entrambe le parti, per comporre in un equilibrio dinamico sempre più ricco e fecondo le inevitabili tensioni e difficoltà.

5. Don Divo Barsotti, il mistico fiorentino di “spirito profetico dotato” (per dirla col suo conterraneo Dante Alighieri), invocava anni or sono dallo Spirito Santo il sorgere nella Chiesa di un movimento religioso di inusitata «potenza d’amore», in grado di contribuire decisamente a ritrovare risposte di autentica e affascinante pertinenza evangelica e di autentico e ispirante respiro spirituale e culturale alle grandi sfide dell’oggi. Esso – diceva – «deve sorgere dai laici. Benedetto e Francesco erano laici. Il compito della gerarchia, cui spetta legiferare, è di un controllo perché l’assistenza divina, indubbia, preserva la Chiesa dal cadere nell’errore, ma il movimento non è realizzato dalla gerarchia». «Un unico movimento – chiosava – vi è stato nella gerarchia: la riforma all’interno operata da Gregorio VII».

Papa Ratzinger che ha voluto riprendere il nome di Benedetto da Norcia, e Papa Bergoglio, un figlio spirituale di Sant’Ignazio, che – primo Papa nella storia – ha assunto il nome del Poverello d’Assisi, son forse segni di un’inedita e promettente presa di coscienza – sin dai vertici della Chiesa – della reciprocità tra doni gerarchici e doni carismatici.

Ciò che il presente documento auspica per l’intero Popolo di Dio.

_____________________

1 J. Ratzinger, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica, in AA.VV., I movimenti nella Chiesa. Atti del Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali (Roma, 27-29 maggio 1998), Pontificium Consilium Pro Laicis, Città del Vaticano 1999, 23-51, qui p. 25.

2 Ibid., p. 39.

[00994-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testimonianza della Prof.ssa María del Carmen Aparicio Valls

Vorrei ringraziare la Congregazione per la Dottrina della fede che mi ha invitato a condividere questo momento di presentazione della Lettera sulla relazione tra doni carismatici e gerarchici per la vita e la missione della Chiesa. Mi è stato chiesto di testimoniare in che modo nell'Istituzione Teresiana, associazione di cui faccio parte, viene vissuta questa relazione.

L'istituzione Teresiana, fondata dal sacerdote spagnolo San Pedro Poveda nel 1911, è un'associazione internazionale privata di fedeli, di diritto pontificio e con personalità giuridica, quindi uno dei modi di aggregazione dei laici contemplato dal Diritto Canonico vigente. I suoi membri sono uomini e donne, integrati nelle diverse associazioni che costituiscono l'unica Istituzione Teresiana. Negli statuti la finalità viene così definita:

"L'Istituzione Teresiana è un Opera della Chiesa che ha come finalità la promozione umana e la trasformazione sociale per mezzo dell'educazione e della cultura, in enti ed organizzazioni pubblici e privati" (Statuti 1&1).

"L'Istituzione Teresiana partecipa così alla missione evangelizzatrice della Chiesa, collaborando alla realizzazione del Regno di Dio nella storia" (Statuti 1&2).

Ovviamente chi ha ricevuto il carisma, sia persona o gruppo, è responsabile di mantenerlo vivo, ma con la consapevolezza che non è un dono privato. È per questo che il riconoscimento del carisma da parte dell'autorità ecclesiastica è un momento importante, che dà la garanzia dell'autenticità del dono dello Spirito.

Nel 1917 l'Istituzione Teresiana fu approvata nella diocesi di Jaén (Spagna). Sette anni dopo, nel 1924, ricevette l'approvazione pontificia. Nel 1990, considerando che le sua finalità "sono in profonda sintonia col rinnovamento spirituale, comunionale e missionario voluto del Concilio Vaticano II", e "comprovando che il nuovo Statuto riconosce a raccoglie, come punto di riferimento chiave, lo Statuto fondazionale dell'Istituzione del 1924, in fedele adesione all'esplicita volontà del proprio Fondatore", è stata concessa l’approvazione dei nuovi Statuti dal Pontificio Consiglio per i Laici.

Le parole di Poveda al ricevere notizia dell'approvazione diocesana nel 1917 - "L'opera non è mia, è della Chiesa" - esprimono la consapevolezza di essere garanti di un dono che non ci appartiene e testimoniano l'atteggiamento che ha distinto la vita dell'Associazione. Infatti negli Statuti (6&1) leggiamo:

"L'istituzione Teresiana compie la propria missione in comunione con la Chiesa universale e con le Chiese locali. Cerca di rispondere alle proprie richieste secondo il carisma che le è proprio".

Il momento dell'approvazione è importante e unico. È punto di arrivo di un percorso di discernimento, come indica la Lettera, e di vita vissuta e segna la vita successiva del gruppo. La coscienza di vivere e di partecipare alla missione della Chiesa come laici associati e di vivere con spirito di comunione e in corresponsabilità con la gerarchia, con gli altri gruppi ecclesiali e con tutto il popolo di Dio viene così descritta negli Statuti:

"I membri dell'Istituzione Teresiana vivono la loro appartenenza ecclesiale con responsabilità ed amore. Rendono presente la Chiesa lì dove realizzano la loro missione e danno testimonianza dei valori del Vangelo" (art.30&1).

"Mantengono attualizzate la loro coscienza di essere Chiesa, la loro adesione al Magistero e la loro fedeltà al Papa" (art.30&2).

Il binomio responsabilità e amore per noi è molto importante. Accanto a essi potremo parlare di altri doni come il rispetto, la complementarietà, la collaborazione, l'audacia, la libertà che consentono di vivere la relazione in modo corresponsabile. Questa relazione viene vissuta in modi diversi e, possiamo dire, a diversi "livelli".

Si mantiene una relazione costante e cordiale con il Pontificio Consiglio per i Laici. Questo scambio di conoscenza e di illuminazione è importante per l'attualizzazione del carisma. Si tengono incontri con il Presidente per informarlo sulla vita dell'Istituzione o per chiedere illuminazione/conferma su questioni che la stessa vita ci presenta con una certa novità. La relazione con il PCPL si vive anche partecipando alle diverse iniziative, dove viene richiesta una collaborazione o presenza. La stessa linea di collaborazione si mantiene con altri organismi della Santa Sede quando viene sollecitata.

La complementarietà tra i carismi si vive attraverso iniziative ecclesiali regionali (FABC, CELAM), nazionali (Foro Laici o Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali), attraverso iniziative locali (gestione, partecipazione,...) e questo anche con modalità diverse: da un lavoro professionale, a un gruppo di riflessione o gestione, a iniziative che mirano alla formazione dei laici o altre azioni concrete in relazione con il nostro carisma. Si vive anche nella celebrazione dei momenti particolari, sia della Chiesa universale sia di quella locale, sia dell'Associazione (recentemente nel 2011 il Centenario dell'Istituzione Teresiana, nel 2015 il centenario di Santa Teresa, Patrona dell'IT, tutti gli anni le feste di San Pedro Poveda e di Santa Teresa, le risposte alle diverse iniziative delle chiese locali in quest'anno giubilare, ecc.).

Un altro modo molto importante di vivere la relazione tra doni carismatici e gerarchici è l'attenzione agli orientamenti del Magistero. Il Concilio Vaticano II rimane un punto di riferimento fondamentale, ma anche alcuni documenti posteriori sono stati particolarmente importanti e di grande stimolo per vivere la missione con coscienza ecclesiale.

Oltre i documenti e i testi propri dell'Associazione nei quali si incoraggia a vivere questa relazione, oggi c'è un linguaggio nuovo, la web, nella quale, facendosi eco di alcuni eventi ecclesiali importanti, si esprime la nostra adesione alla Chiesa e al Magistero.

In ogni caso la relazione sempre si è vissuta nella consapevolezza che, come laici associati, partecipiamo con una missione specifica alla missione della chiesa. Da qui l'importanza del camminare insieme in una relazione che si fonda sulla comunione, sull'apertura allo Spirito e sul discernimento.

Una sfida per vivere la complementarietà tra i carismi con profondità e responsabilità è la formazione. Questa, oltre alla costruzione della persona, deve aiutare a vivere la propria identità. Il Fondatore ha sempre insistito che la fedeltà al dono carismatico non è "per banale ostentazione, ma per compiere meglio la sua missione", con la consapevolezza che la Chiesa ha ricevuto altri doni carismatici altrettanto necessari.

Questa relazione è possibile perché è sorretta da una solida spiritualità centrata in Cristo, con spirito mariano, di amore alla chiesa, secondo lo stile di vita dei primi cristiani che "erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere" (At 2,42), una spiritualità che guarda a Santa Teresa, donna totalmente umana perché piena di Dio, come modello. Ma soprattutto una spiritualità che viene trasmessa con la vita vissuta. Da qui l'importanza della santità "riconosciuta" in alcuni dei suoi membri. Certamente, con la beatificazione e canonizzazione di una persona, la Chiesa dichiara la santità della persona, non di un carisma, ma questo ci dice che attraverso tale carisma è possibile vivere la santità.

Qual è il carisma migliore? Già Paolo si era trovato con questo dilemma, forse frutto delle nostre misure umane... ma la sua risposta è chiara e illuminante: aspirate alla carità! Il migliore è il carisma dell'amore (cfr.1Cor 12-13) perché mantiene unito al corpo - le membra del corpo di Cristo - e spinge a realizzare la missione nel mondo.

[00984-IT.01] [Testo originale: Italiano]

[B0436-XX.01]