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Esercizi proposti dal Santo Padre Francesco in occasione del Giubileo dei sacerdoti e dei seminaristi – Seconda meditazione (Basilica di Santa Maria Maggiore), 02.06.2016


Meditazione del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

 

Alle ore 12, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, il Santo Padre Francesco ha tenuto la seconda mediazione degli esercizi da lui proposti oggi ai sacerdoti ed ai seminaristi in occasione del loro giubileo. Il ritiro predicato dal Papa è stato seguito in videoconferenza anche dai sacerdoti raccolti nelle Basiliche di San Giovanni in Laterano e di San Paolo fuori le Mura.

Questo il testo della seconda meditazione di Papa Francesco:

Meditazione del Santo Padre

Seconda meditazione: il ricettacolo della Misericordia

Dopo aver pregato su quella “dignità vergognata” e “vergogna dignitosa”, che è il frutto della Misericordia, andiamo avanti in questa meditazione sul “ricettacolo della Misericordia”. E’ semplice. Io potrei dire una frase e andarmene, perché è uno solo: il ricettacolo della Misericordia è il nostro peccato. E’ così semplice. Ma spesso accade che il nostro peccato è come un colabrodo, come una brocca bucata dalla quale scorre via la grazia in poco tempo: «Perché due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Da qui la necessità che il Signore esplicita a Pietro di “perdonare settanta volte sette”. Dio non si stanca di perdonare, ma siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Dio non si stanca di perdonare, anche quando vede che la sua grazia sembra non riuscire a mettere forti radici nella terra del nostro cuore, quando vede che la strada è dura, piena di erbacce e sassosa. E’ semplicemente perché Dio non è pelagiano, e per questo non si stanca di perdonare. Egli torna nuovamente a seminare la sua misericordia e il suo perdono, e torna e torna e torna… settanta volte sette.

Cuori ri-creati

Tuttavia, possiamo fare un passo ulteriore in questa misericordia di Dio, che è sempre “più grande della nostra coscienza” di peccato. Il Signore non solo non si stanca di perdonarci, ma rinnova anche l’otre nel quale riceviamo il suo perdono. Utilizza un otre nuovo per il vino nuovo della sua misericordia, perché non sia come un vestito rattoppato o un otre vecchio. E questo otre è la sua misericordia stessa: la sua misericordia in quanto sperimentata in noi stessi e in quanto la mettiamo in pratica aiutando gli altri. Il cuore che ha ricevuto misericordia non è un cuore rattoppato ma un cuore nuovo, ri-creato. Quello di cui dice Davide: «Crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo» (Sal 50,12). Questo cuore nuovo, ri-creato, è un buon recipiente. La liturgia esprime l’anima della Chiesa quando ci fa pronunciare quella bella orazione: «O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti» (Veglia Pasquale, Orazione dopo la Prima Lettura). Pertanto, questa seconda creazione è ancora più meravigliosa della prima. È un cuore che sa di essere ricreato grazie alla fusione della sua miseria con il perdono di Dio, e per questo “è un cuore che ha ricevuto misericordia e dona misericordia». È così: sperimenta i benefici della grazia sulla sua ferita e sul suo peccato, sente che la misericordia pacifica la sua colpa, inonda con amore la sua aridità, riaccende la sua speranza. Per questo, quando, nello stesso tempo e con la medesima grazia, perdona chi ha qualche debito con lui e commisera coloro che sono anch’essi peccatori, questa misericordia si radica in una terra buona, nella quale l’acqua non si perde ma dà vita. Nell’esercizio di questa misericordia che ripara il male altrui, nessuno è migliore, per aiutare a curarlo, di colui che mantiene viva l’esperienza di essere stato oggetto di misericordia circa il medesimo male. Guarda te stesso; ricordati della tua storia; raccontati la tua storia; e vi troverai tanta misericordia. Vediamo che, tra coloro che lavorano per combattere le dipendenze, coloro che si sono riscattati sono di solito quelli che meglio comprendono, aiutano e sanno chiedere agli altri. E il miglior confessore è di solito quello che si confessa meglio. E possiamo farci la domanda: io come mi confesso? Quasi tutti i grandi santi sono stati grandi peccatori o, come santa Teresina, erano consapevoli che era pura grazia preveniente il fatto di non esserlo stati.

Così, il vero recipiente della misericordia è la stessa misericordia che ciascuno ha ricevuto e gli ha ricreato il cuore, quello è «l’otre nuovo» di cui parla Gesù (cfr Lc 5,37), il “pozzo risanato”.

Ci poniamo così nell’ambito del mistero del Figlio, di Gesù, che è la misericordia del Padre fatta carne. L’immagine definitiva del ricettacolo della misericordia la troviamo attraverso le piaghe del Signore risorto, immagine dell’impronta del peccato restaurato da Dio, che non si cancella totalmente né si infetta: è una cicatrice, non una ferita purulenta. Le piaghe del Signore. San Bernardo ha due sermoni bellissimi sulle piaghe del Signore. Lì, nelle piaghe del Signore troviamo la misericordia. Lui è coraggioso, dice: Ti senti perduto? Ti senti male? Entra lì, entra nelle viscere del Signore e lì troverai misericordia. In quella “sensibilità” propria delle cicatrici, che ci ricordano la ferita senza molto dolore e la cura senza che ci dimentichiamo la fragilità, lì ha la sua sede la misericordia divina: nelle nostre cicatrici. Le piaghe del Signore, che rimangono tuttora, le ha portate con sé: il corpo bellissimo, i lividi non ci sono, ma le piaghe ha voluto portarle con sé. E le nostre cicatrici. A tutti noi succede, quando andiamo a fare una visita medica e abbiamo qualche cicatrice, il medico ci dice: “Ma questo intervento per che cos’era?”. Guardiamo le cicatrici dell’anima: questo intervento che hai fatto Tu, con la Tua misericordia, che hai guarito Tu… Nella sensibilità di Cristo risorto che conserva le sue piaghe, non solo nei piedi e nelle mani, ma nel suo cuore che è un cuore piagato, troviamo il giusto senso del peccato e della grazia. Lì, nel cuore piagato. Contemplando il cuore piagato del Signore noi ci specchiamo in Lui. Si assomigliano, il nostro cuore e il suo, per il fatto che entrambi sono piagati e risuscitati. Però sappiamo che il suo era puro amore e venne piagato perché accettò di essere vulnerato; il nostro cuore, invece, era pura piaga, che venne sanata perché accettò di essere amata. In quell’accettazione si forma il ricettacolo della Misericordia.

I nostri santi hanno ricevuto la misericordia

Ci può far bene contemplare altri che si sono lasciati ricreare il cuore dalla misericordia, e osservare in quale “ricettacolo” l’hanno ricevuta.

Paolo la riceve nel duro e inflessibile ricettacolo del suo giudizio modellato dalla Legge. La sua durezza di giudizio lo spingeva ad essere un persecutore. La misericordia lo trasforma in modo tale che, mentre diventa un cercatore dei più lontani, di quelli di mentalità pagana, per altro verso è il più comprensivo e misericordioso verso quelli che erano come lui era stato. Paolo desiderava essere considerato anatema pur di salvare i suoi. Il suo giudizio si consolida “non giudicando neppure sé stesso”, ma lasciandosi giustificare da un Dio che è più grande della sua coscienza, facendo appello a Gesù Cristo che è avvocato fedele, dal cui amore niente e nessuno lo può separare. La radicalità dei giudizi di Paolo sulla misericordia incondizionata di Dio, che supera la ferita di fondo, quella che fa sì che abbiamo due leggi (quella della carne e quella dello Spirito), è tale perché recepisce una mentalità sensibile all’assolutezza della verità, ferita proprio lì dove la Legge e la Luce diventano una trappola. La famosa “spina” che il Signore non gli toglie è il ricettacolo in cui Paolo riceve la misericordia di Dio (cfr 2 Cor 12,7).

Pietro riceve la misericordia nella sua presunzione di uomo assennato. Era assennato con il solido e sperimentato buon senso di un pescatore, che sa per esperienza quando si può pescare e quando no. È la sensatezza di chi, quando si entusiasma camminando sulle acque e ottenendo una pesca miracolosa e fissa troppo lo sguardo su di sé, sa chiedere aiuto all’unico che lo può salvare. Questo Pietro è stato sanato nella ferita più profonda che si può avere: quella di rinnegare l’amico. Forse il rimprovero di Paolo, quando gli rinfaccia la sua doppiezza, è legato a questo. Sembrerebbe che Paolo sentisse di essere stato il peggiore “prima” di conoscere Cristo; però Pietro, dopo averlo conosciuto, lo aveva rinnegato… Tuttavia, essere risanato proprio in quello, trasformò Pietro in un Pastore misericordioso, in una pietra solida sopra la quale si può sempre edificare, perché è pietra debole che è stata sanata, non una pietra che nella sua forza fa inciampare il più debole. Pietro è il discepolo che il Signore nel Vangelo corregge di più. E’ il più “bastonato”! Lo corregge costantemente, fino a quell’ultimo: «A te che importa? – addirittura! - Tu seguimi» (Gv 21,22). La tradizione dice che gli appare di nuovo quando Pietro sta fuggendo da Roma. Il segno di Pietro crocifisso a testa in giù è forse il più eloquente di questo ricettacolo di una testa dura che, per poter ricevere misericordia, si mette in basso anche mentre offre la suprema testimonianza di amore al suo Signore. Pietro non vuole concludere la sua vita dicendo: “Ho imparato la lezione”, ma dicendo: “Poiché la mia testa non imparerà mai, la metto in basso». Più in alto di tutto, i piedi lavati dal Signore. Quei piedi sono per Pietro il ricettacolo attraverso il quale riceve la misericordia del suo Amico e Signore.

Giovanni sarà guarito nella sua superbia di volere riparare al male col fuoco e finirà per essere colui che scrive «figlioli miei», e sembra uno di quei nonnini buoni che parlano solo di amore, lui che era stato «il figlio del tuono» (Mc 3,17).

Agostino è stato guarito nella sua nostalgia di essere arrivato tardi all’appuntamento: questo lo faceva soffrire tanto, e in quella nostalgia è stato guarito. «Tardi ti ho amato»; e troverà quel modo creativo di riempire d’amore il tempo perduto, scrivendo le sue Confessioni.

Francesco riceve sempre di più la misericordia, in molti momenti della sua vita. Forse il ricettacolo definitivo, che diventò piaghe reali, più che baciare il lebbroso, sposarsi con madonna povertà e sentire ogni creatura come sorella, sarà stato il dover custodire in misericordioso silenzio l’Ordine che aveva fondato. Qui io trovo la grande eroicità di Francesco: il dover custodire in misericordioso silenzio l’Ordine che aveva fondato. Questo è il suo grande ricettacolo della misericordia. Francesco vede che i suoi fratelli si dividono prendendo come bandiera la stessa povertà. Il demonio ci fa litigare tra di noi nel difendere le cose più sante ma con spirito cattivo.

Ignazio venne guarito nella sua vanità e, se questo è stato il recipiente, possiamo intuire quanto fosse grande quel desiderio di vanagloria, che venne trasformato in una tale ricerca della maggior gloria di Dio.

Nel Diario di un curato di campagna, Bernanos ci presenta la vita di un parroco di paese, ispirandosi alla vita del santo Curato d’Ars. Ci sono due passi molto belli, che narrano gli intimi pensieri del curato negli ultimi momenti della sua improvvisa malattia: «Le ultime settimane che Dio mi concederà di continuare a sostenere la responsabilità della parrocchia… cercherò di agire meno preoccupato per il futuro, lavorerò solamente per il presente. Questo tipo di lavoro sembra fatto su misura per me... E poi, non ho successo che nelle cose piccole. E se sono stato frequentemente provato dall’inquietudine, devo riconoscere che trionfo nelle minuscole gioie». Cioè, un recipiente della misericordia piccolino, è legato alle minuscole gioie della nostra vita pastorale, lì dove possiamo ricevere ed esercitare la misericordia infinita del Padre in piccoli gesti. I piccoli gesti dei preti.

L’altro passo dice: «Tutto è ormai finito. Quella specie di sfiducia che avevo di me, della mia persona, si è appena dissolta, credo per sempre. La lotta è finita. Ormai non ne vedo la ragione. Mi sono riconciliato con me stesso, con questo relitto che sono. Odiarsi è più facile di quanto non si creda. La grazia consiste nel dimenticarsi. Però, se ogni orgoglio morisse in noi, la grazia delle grazie sarebbe solo amare sé stessi umilmente, come una qualsiasi delle membra sofferenti di Gesù Cristo». Ecco il recipiente: «Amare umilmente sé stessi, come una qualsiasi delle membra sofferenti di Gesù Cristo». E’ un recipiente comune, come una vecchia brocca che possiamo chiedere in prestito ai più poveri.

Il Cura Brochero – è della mia patria! –, il Beato argentino che presto sarà canonizzato, “si lasciò lavorare il cuore dalla misericordia di Dio”. Il suo ricettacolo finì per essere il suo stesso corpo lebbroso. Egli, che sognava di morire galoppando, guadando qualche fiume della sierra per andare a dare l’unzione a qualche malato. Una delle sue ultime frasi fu: «Non c’è gloria compiuta in questa vita». Questo ci farà pensare: «Non c’è gloria compiuta in questa vita». «Io sono molto contento di quello che ha fatto con me riguardo alla vista e lo ringrazio molto per questo”. La lebbra lo aveva reso cieco. «Quando ero in grado di servire l’umanità, ha conservato integri e robusti i miei sensi. Oggi, che non posso più, mi ha privato di uno dei sensi del corpo. In questo mondo non c’è gloria compiuta, e siamo pieni di miserie». Molte volte le nostre cose rimangono a metà e, pertanto, uscire da sé stessi è sempre una grazia. Ci viene concesso di “lasciare le cose” perché le benedica e le perfezioni il Signore. Noi non dobbiamo preoccuparci molto. Questo ci permette di aprirci ai dolori e alle gioie dei nostri fratelli. Era il Cardinale Van Thuán a dire che, nel carcere, il Signore gli aveva insegnato a distinguere tra “le cose di Dio”, alle quali si era dedicato nella sua vita quando era in libertà come sacerdote e vescovo, e Dio stesso, al quale si dedicava mentre era incarcerato (cfr Cinque pani e due pesci, San Paolo 1997). E così potremmo continuare, con i santi, cercando come era il ricettacolo della loro misericordia. Ma ora passiamo alla Madonna: siamo nella sua casa!

Maria come recipiente e fonte di Misericordia

Salendo la scala dei santi, nella ricerca dei recipienti della misericordia, arriviamo alla Madonna. Ella è il recipiente semplice e perfetto, con il quale ricevere e distribuire la misericordia. Il suo “sì” libero alla grazia è l’immagine opposta rispetto al peccato che condusse il figlio prodigo verso il nulla. Ella porta in sé una misericordia che è al tempo stesso molto sua, molto della nostra anima e molto ecclesiale. Come afferma nel Magnificat: si sa guardata con bontà nella sua piccolezza e sa guardare come la misericordia di Dio raggiunge tutte le generazioni. Ella sa vedere le opere che tale misericordia dispiega e si sente “accolta” insieme a tutto Israele da tale misericordia. Ella custodisce la memoria e la promessa dell’infinita misericordia di Dio verso il suo popolo. Il suo è il Magnificat di un cuore integro, non bucato, che guarda la storia e ogni persona con la sua materna misericordia.

In quel momento trascorso da solo con Maria, che mi è stato regalato dal popolo messicano, con lo sguardo rivolto alla Madonna, la Vergine di Guadalupe, e lasciandomi guardare da lei, le ho chiesto per voi, cari sacerdoti, che siate buoni preti. L’ho detto, tante volte. E nel discorso ai Vescovi ho detto loro che avevo riflettuto a lungo sul mistero dello sguardo di Maria, sulla sua tenerezza e la sua dolcezza che ci infonde coraggio per lasciarci raggiungere dalla misericordia di Dio. Vorrei adesso ricordarvi alcuni “modi” che ha la Madonna di guardare, specialmente i suoi sacerdoti, perché attraverso di noi vuole guardare la sua gente.

Maria ci guarda in modo tale che uno si sente accolto nel suo grembo. Ella ci insegna che «l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia» (Discorso ai Vescovi del Messico, 13 febbraio 2016). Quello che la vostra gente cerca negli occhi di Maria è «un grembo in cui gli uomini, sempre orfani e diseredati, vanno cercando una protezione, una casa». E questo è legato al suo modo di guardare: lo spazio che i suoi occhi aprono è quello di un grembo, non quello di un tribunale o di un consultorio “professionale”. Se qualche volta notate che si è indurito il vostro sguardo - per il lavoro, per la stanchezza… succede a tutti -, che quando avvicinate la gente provate fastidio o non provate nulla, fermatevi e guardate di nuovo a lei, guardatela con gli occhi dei più piccoli della vostra gente, che mendicano un grembo, ed Ella vi purificherà lo sguardo da ogni “cataratta” che non lascia vedere Cristo nelle anime, vi guarirà da ogni miopia che rende fastidiosi i bisogni della gente, che sono quelli del Signore incarnato, e vi guarirà da ogni presbiopia che si perde i dettagli, la nota scritta “in piccolo”, dove si giocano le realtà importanti della vita della Chiesa e della famiglia. Lo sguardo della Madonna guarisce.

Un altro “modo di guardare di Maria” è legato al tessuto: Maria osserva “tessendo”, vedendo come può combinare a fin di bene tutte le cose che la vostra gente le porta. Ho detto ai Vescovi messicani che «nel manto dell’anima messicana Dio ha tessuto, con il filo delle impronte meticce della vostra gente, e ha tessuto il volto della sua manifestazione nella “Morenita”» (ibid.). Un Maestro spirituale insegna che quello che si afferma di Maria in maniera speciale, si afferma della Chiesa in modo universale e di ogni anima singolarmente (cfr Isacco della Stella, Serm. 51: PL 194, 1863). Vedendo come Dio ha tessuto il volto e la figura della Guadalupana nella tilma di Juan Diego, possiamo pregare contemplando come tesse la nostra anima e la vita della Chiesa. Dicono che non si può vedere come è “dipinta” l’immagine. È come se fosse stampata. Mi piace pensare che il miracolo non sia stato solo quello di “stampare o dipingere l’immagine con un pennello”, ma che “si è ricreato l’intero manto”, trasfigurato da capo a piedi, e ciascun filo – quelli che le donne fin da piccole imparano a tessere, e per i capi di vestiario più fini si servono delle fibre del cuore del maguey (dalle cui foglie si estraggono i fili) - , ogni filo che occupava il suo posto venne trasfigurato, assumendo quelle sfumature che risaltano al loro posto stabilito e, intessuto con gli altri fili, in ugual modo trasfigurati, fanno apparire il volto della Madonna e tutta la sua persona e ciò che le sta attorno. La misericordia fa la stessa cosa con noi: non ci “dipinge” dall’esterno una faccia da buoni, non ci fa il photoshop, ma con i medesimi fili delle nostre miserie – con quelli! – e dei nostri peccati – con quelli! –, intessuti con amore di Padre, ci tesse in modo tale che la nostra anima si rinnova recuperando la sua vera immagine, quella di Gesù. Siate, pertanto, sacerdoti «capaci di imitare questa libertà di Dio, scegliendo ciò che è umile per manifestare la maestà del suo volto, e capaci di imitare questa pazienza divina nel tessere, col filo sottile dell’umanità che incontrate, quell’uomo nuovo che il vostro Paese attende. Non lasciatevi prendere dalla vana ricerca di cambiare popolo - è una nostra tentazione: “Chiederò al vescovo di trasferirmi…” - come se l’amore di Dio non avesse abbastanza forza per cambiarlo» (Discorso ai Vescovi del Messico, 13 febbraio 2016).

Il terzo modo – in cui guarda la Madonna – è quello dell’attenzione: Maria osserva con attenzione, si dedica tutta e si coinvolge interamente con chi ha di fronte, come una madre quando è tutta occhi per il suo figlioletto che le racconta qualcosa. E anche le mamme quando il bambino è molto piccolo, imitano la voce del figliolo per fargli uscire le parole: si fanno piccole. «Come insegna la bella tradizione guadalupana – e continuo con il riferimento al Messico –, la “Morenita” custodisce gli sguardi di coloro che la contemplano, riflette il volto di coloro che la incontrano. Occorre imparare che c’è qualcosa di irripetibile in ciascuno di coloro che ci guardano alla ricerca di Dio - non tutti ci guardano nello stesso modo -. Tocca a noi non renderci impermeabili a tali sguardi» (ibid.). Un sacerdote, un prete che si rende impermeabile agli sguardi è chiuso in sé stesso. «Custodire in noi ognuno di loro, conservandoli nel cuore, proteggendoli. Solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che bussano alla sua porta è capace di parlare loro di Dio» (ibid.). Se tu non sei capace di custodire il volto degli uomini che ti bussano alla porta, non sarai capace di parlare loro di Dio. «Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci rendiamo conto delle loro necessità, nulla potremo offrire loro. La ricchezza che abbiamo scorre unicamente quando incontriamo la pochezza di quelli che mendicano, e tale incontro si realizza precisamente nel nostro cuore di Pastori» (ibid.). Ai Vescovi dissi che prestino attenzione a voi, loro sacerdoti, «che non vi lascino esposti alla solitudine e all’abbandono, preda della mondanità che divora il cuore» (ibid.). Il mondo ci osserva con attenzione ma per “divorarci”, per trasformarci in consumatori… Tutti abbiamo bisogno di essere guardati con attenzione, con interesse gratuito, diciamo. «State attenti – dicevo ai Vescovi – e imparate a leggere gli sguardi dei vostri sacerdoti, per rallegrarvi con loro quando sentono la gioia di raccontare quanto “hanno fatto e insegnato” (Mc 6,30), e anche per non tirarsi indietro quando si sentono un po’ umiliati e non possano fare altro che piangere perché hanno rinnegato il Signore (cfr Lc 22,61-62), e anche per sostenerli, […] in comunione con Cristo, quando qualcuno, abbattuto, uscirà con Giuda “nella notte” (cfr Gv 13,30). In queste situazioni, che non manchi mai la paternità di voi Vescovi con i sacerdoti. Promuovete la comunione tra di loro; portate a perfezione i loro doni; integrateli nelle grandi cause, perché il cuore dell’Apostolo non è stato fatto per cose piccole» (ibid.).

Infine, come guarda Maria? Maria guarda in modo “integro”, unendo tutto, il nostro passato, il presente e il futuro. Non ha uno sguardo frammentato: la misericordia sa vedere la totalità e intuisce ciò che è più necessario. Come Maria a Cana, che è capace di provare compassione anticipatamente per quello che arrecherà la mancanza di vino nella festa di nozze e chiede a Gesù che vi ponga rimedio, senza che nessuno se ne renda conto, così, l’intera nostra vita sacerdotale la possiamo vedere come “anticipata dalla misericordia” di Maria, che, prevedendo le nostre carenze, ha provveduto tutto quello che abbiamo. Se nella nostra vita c’è un po’ di “vino buono”, non è per merito nostro, ma per la sua “anticipata misericordia”, quella che lei già canta nel Magníficat: come il Signore “ha guardato con bontà alla sua piccolezza” e “si è ricordato della sua (alleanza di) misericordia”, una “misericordia che si estende di generazione in generazione” sopra i poveri e gli oppressi (cfr Lc 1,46-55). La lettura che compie Maria è quella della storia come misericordia.

Possiamo concludere recitando la Salve Regina, nelle cui invocazioni riecheggia lo spirito del Magnificat. Ella è la Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra. E quando voi sacerdoti aveste momenti oscuri, brutti, quando non sapeste come arrangiarvi nel più intimo del vostro cuore, non dico solo “guardate la Madre”, quello dovete farlo, ma: “andate là e lasciatevi guardare da Lei, in silenzio, anche addormentandovi. Questo farà sì che in quei momenti brutti, forse con tanti sbagli che avete fatto e che vi hanno portato a quel punto, tutta questa sporcizia diventi ricettacolo di misericordia. Lasciatevi guardare dalla Madonna. I suoi occhi misericordiosi sono quelli che consideriamo il miglior recipiente della misericordia, nel senso che possiamo bere in essi quello sguardo indulgente e buono, di cui abbiamo sete come solo si può avere sete di uno sguardo. Quegli occhi misericordiosi sono anche quelli che ci fanno vedere le opere di misericordia di Dio nella storia degli uomini e scoprire Gesù nei loro volti. In Maria troviamo la terra promessa – il Regno della misericordia instaurato dal Signore – che viene, già in questa vita, dopo ogni esilio in cui ci caccia il peccato. Presi per mano da lei e aggrappandoci al suo manto. Io nel mio studio ho una bella immagine, che mi ha regalato Padre Rupnik, l’ha fatta lui, della “Synkatabasis”: è lei che fa scendere Gesù e le sue mani sono come scalini. Ma quello che mi piace di più è che Gesù in una mano ha la pienezza della Legge e con l’altra si aggrappa al manto della Madonna: anche Lui si è aggrappato al manto della Madonna. E la tradizione russa, i monaci, i vecchi monaci russi ci dicono che nelle turbolenze spirituali bisogna avere rifugio sotto il manto della Madonna. La prima antifona mariana di Occidente è questa: “Sub tuum praesidium”. Il manto della Madonna. Non avere vergogna, non fare grandi discorsi, stare lì e lasciarsi coprire, lasciarsi guardare. E piangere. Quando troviamo un prete che è capace di questo, di andare dalla Madre e piangere, con tanti peccati, io posso dire: è un buon prete, perché è un buon figlio. Sarà un buon padre. Presi per mano da lei e sotto il suo sguardo possiamo cantare con gioia le grandezze del Signore. Possiamo dirgli: La mia anima ti canta, Signore, perché hai guardato con bontà l’umiltà e la piccolezza del tuo servo. Beato me, che sono stato perdonato! La tua misericordia, quella che hai avuto verso tutti i tuoi santi e con tutto il tuo popolo fedele, ha raggiunto anche me. Mi sono perso, inseguendo me stesso, per la superbia del mio cuore, però non ho occupato nessun trono, Signore, e la mia unica gloria è che tua Madre mi prenda in braccio, mi copra con il suo manto e mi tenga vicino al suo cuore. Desidero essere amato da te come uno tra i più umili del tuo popolo, saziare con il tuo pane quelli che hanno fame di te. Ricordati Signore della tua alleanza di misericordia con i tuoi figli, i sacerdoti del tuo popolo. Che con Maria possiamo essere segno e sacramento della tua misericordia.

[00919-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Deuxième méditation: le réceptacle de la Miséricorde

Après avoir prié sur cette «dignité honteuse» et sur cette «digne honte», qui sont les fruits de la Miséricorde, avançons avec cette méditation sur le «réceptacle de la Miséricorde». Il est simple. Je pourrais dire une phrase et m’en aller, parce qu’il est unique: le réceptacle de la Miséricorde est notre péché. C’est aussi simple. Mais il arrive souvent que notre péché soit comme une passoire, comme une cruche percée, ce qui fait que la grâce s’en échappe en peu de temps: «Oui, mon peuple a commis deux méfaits: ils m’ont abandonné, moi, la source d’eau vive, et ils se sont creusé des citernes, des citernes fissurées qui ne retiennent pas l’eau» (Jr 2, 13). D’où la nécessité que le Seigneur explique à Pierre de ‘‘pardonner soixante-dix- fois sept fois’’. Dieu ne se lasse pas de pardonner, mais c’est nous qui nous fatiguons de demander pardon. Dieu ne se lasse pas de pardonner, même s’il voit que sa grâce semble ne pas parvenir à s’enraciner fortement dans la terre de notre cœur, qui est un chemin dur, encombré de mauvaises herbes et pierreux. C’est simplement parce que Dieu n’est pas pélagien, pour cette raison il ne se lasse pas de pardonner. Il revient semer sa miséricorde et son pardon, et il revient, il revient, il revient… soixante-dix fois sept fois.

Des cœurs re-créés

Cependant, nous pouvons faire un pas de plus dans cette miséricorde de Dieu qui es toujours ‘‘plus grande que notre conscience’’ du péché. Non seulement le Seigneur ne se lasse pas de nous pardonner mais aussi il renouvelle l’outre dans laquelle nous recevons le pardon. Il utilise une outre neuve pour le vin nouveau de sa miséricorde pour que ce ne soit pas un vêtement rapiécé ou une vieille outre. Et cette outre, c’est sa miséricorde même: sa miséricorde telle qu’elle est expérimentée en nous-mêmes et telle que nous la mettons en pratique en aidant les autres. Le cœur qui a bénéficié de miséricorde n’est pas un cœur rapiécé mais un cœur nouveau, re-créé. Celui dont David dit: «Crée en moi un cœur pur, renouvelle et raffermis au fond de moi mon esprit» (Ps 50, 12). Ce cœur nouveau, re-créé, est un bon récipient. La liturgie exprime l’âme de l’Eglise lorsqu’elle nous fait dire cette merveilleuse prière: « Seigneur notre Dieu, toi qui as fait merveille en créant l’homme et plus grande merveille encore en le sauvant » (Prière de la veillée pascale, après la Première Lecture). Par conséquent, cette seconde création est plus merveilleuse que la première. C’est un cœur qui se sait recréé grâce à la fusion de sa misère avec le pardon de Dieu et donc c’‘‘est un cœur qui a reçu la miséricorde et fait miséricorde’’. C’est ainsi: il expérimente les bénéfices de la grâce sur sa blessure et sur son péché, il sent comment la miséricorde pacifie sa faute, inonde avec amour sa sécheresse, rallume son espérance. Voilà pourquoi, lorsqu’en même temps et avec la même grâce, celui-là pardonne à qui a une dette envers lui et a compassion de ceux qui sont également pécheurs, cette miséricorde s’enracine dans une bonne terre, d’où l’eau ne s’échappe pas mais donne vie. Dans l’exercice de cette miséricorde qui répare le mal d’autrui, personne n’est mieux placé pour aider à le soigner que celui qui maintient vive l’expérience d’avoir été objet miséricorde pour ce même mal. Regarde-toi; souviens-toi de ton histoire, raconte-toi ton histoire; et tu y trouveras beaucoup de miséricorde. Nous voyons que, parmi ceux qui travaillent à combattre la toxicodépendance, ceux qui se sont libérés sont généralement ceux qui comprennent mieux, qui aident et savent exiger des autres. Et le meilleur confesseur est d’ordinaire celui qui se confesse le mieux. Et nous pouvons nous poser la question: comment est-ce que je me confesse? Presque tous les grands saints ont été de grands pécheurs ou, comme la petite sainte Thérèse, ils étaient conscients que ne pas l’avoir été était une pure grâce prévenante.

Ainsi, le vrai récipient de la miséricorde est la miséricorde même que chacun a reçue et qui lui a recréé le cœur, voilà l’‘‘outre neuve’’ dont parle Jésus (cf. Lc 5, 37), la ‘‘source régénérée’’.

Nous nous situons ainsi dans le domaine du mystère du Fils, de Jésus, qui est la miséricorde du Père faite chair. L’image définitive du réceptacle de la miséricorde, nous la trouvons dans les plaies du Seigneur ressuscité, image de l’empreinte du péché restauré par Dieu, qui ne s’efface pas totalement ni ne suppure: c’est une cicatrice, non une blessure purulente. Les plaies du Seigneur. Saint Bernard a deux sermons très beaux sur les plaies du Seigneur. Là, dans les plaies du Seigneur, nous trouvons la miséricorde. Il est courageux, il dit: tu te sens perdu? Tu te sens mal? Entre là, entre dans les entrailles du Seigneur et là tu trouveras miséricorde. C’est dans cette ‘‘sensibilité’’ propre aux cicatrices, qui nous rappellent la blessure sans forte douleur et la guérison sans que nous n’oubliions la fragilité, que réside la miséricorde divine: dans nos cicatrices. Les plaies du Seigneur, qui restent encore, il les a emportées avec lui: le corps très beau, les bleus n’y sont pas, mais les plaies, il a voulu les emporter avec lui. Et nos cicatrices. Cela arrive à nous tous, quand nous allons faire une visite médicale et que nous avons des cicatrices, le médecin nous dit: «mais cette intervention, c’étaitpourquoi ?» Regardons les cicatrices de l’âme: cette intervention que Toi tu as faite, avec ta miséricorde, que Toi tu as guéries… Dans la sensibilité du Christ ressuscité qui conserve ses plaies, - non seulement aux pieds et aux mains, mais aussi dans son cœur qui est un cœur blessé - nous trouvons le juste sens du péché et de la grâce. Là, dans le cœur blessé. En contemplant le cœur blessé du Seigneur, nous nous voyons en lui comme dans un miroir. Notre cœur et le sien se ressemblent en ceci que les deux sont blessés et ressuscités. Mais nous savons que son amour était un amour pur et qu’il a été blessé parce qu’il a accepté d’être vulnérable; notre cœur, en revanche, était pure plaie, qui a été guérie parce qu’elle a accepté d’être aimée. Dans cette acceptation se forme le réceptacle de la Miséricorde.

Nos saints ont reçu la miséricorde

Cela peut nous faire du bien de contempler d’autres qui se sont laissés recréer le cœur par la miséricorde et d’observer dans quel ‘‘réceptacle’’ ils l’ont reçue.

Paul la reçoit dans le réceptacle dur et inflexible de son jugement forgé par la Loi. Sa dureté de jugement le poussait à être un persécuteur. La miséricorde le transforme de telle manière que, tout en devenant quelqu’un qui cherche les plus éloignés, qui cherche les gens de mentalité païenne, en même temps il est plus compréhensif et miséricordieux envers ceux qui étaient comme lui, il avait été. Paul voulait être considéré anathème afin de sauver les siens. Son jugement se consolide ‘‘en ne se jugeant même pas lui-même’’, mais en se laissant justifier par un Dieu qui est plus grand que sa conscience, en recourant à Jésus Christ qui est un avocat fidèle de l’amour duquel rien ni personne peut le séparer. La radicalité des jugements de Paul sur la miséricorde inconditionnelle de Dieu, qui surmonte la blessure de fond, celle qui fait que nous avons deux lois (celle de la chair et celle de l’Esprit), est telle parce qu’elle est le récipient d’un esprit sensible au caractère absolu de la vérité, esprit blessé là même où la Loi et la Lumière deviennent un piège. La fameuse ‘‘épine’’ que le Seigneur ne lui enlève pas est le réceptacle dans lequel Paul reçoit la miséricorde du Seigneur (cf. 2 Co 12, 7).

Pierre reçoit la miséricorde dans sa présomption d’homme de bon sens. Il était doté du bon sens robuste et expérimenté d’un pêcheur, qui sait par expérience quand on peut pêcher ou non. C’est le bon sens de celui qui, lorsqu’il s’enthousiasme en marchant sur les eaux et en obtenant une pêche miraculeuse et qu’il commet un excès en se regardant lui-même, sait demander de l’aide au seul qui peut le sauver. Ce Pierre a été guéri de la plus profonde blessure qu’il puisse y avoir, celle de renier un ami. Peut-être le reproche de Paul, lorsqu’il lui jette à la figure sa duplicité, a-t-il un lien avec cela. Il semblerait que Paul sentait qu’il avait été lui-même le pire [des hommes] ‘‘avant’’ de connaître le Christ; mais Pierre, après l’avoir connu, l’avait renié… Cependant, en avoir été guéri a transformé Pierre en un Pasteur miséricordieux, en une pierre solide sur laquelle on peut toujours édifier, parce qu’il s’agit d’une pierre fragile qui a été assainie, non une pierre qui dans sa robustesse conduit le plus faible à trébucher. Pierre est le disciple que le Seigneur reprend le plus dans l’Évangile. Il est le plus «bastonné»! Il le corrige constamment, jusqu’au dernier moment: «Que t’importe? - carrément! - Toi, suis-moi» (Jn 21, 22). La tradition dit qu’il lui est apparu de nouveau lorsque Pierre fuyait de Rome. Le signe de Pierre crucifié la tête en bas est peut-être le plus éloquent de ce réceptacle à la tête dure qui, pour être miséricordieuse, se met vers le bas y compris en rendant le témoignage suprême d’amour à son Seigneur. Pierre ne veut pas finir sa vie en disant ‘‘Moi, j’ai déjà appris la leçon’’, mais en disant: ‘‘Comme ma tête n’apprendra jamais, je la mets vers le bas’’. Au-dessus de tout, les pieds que le Seigneur a lavés. Ces pieds sont pour Pierre le réceptacle grâce auquel il reçoit la miséricorde de son Ami et Seigneur.

Jean sera guéri dans sa prétention de vouloir réparer le mal par le feu et finira par être celui qui écrit ‘‘mes petits enfants’’, et il semblerait qu’il soit l’un de ces grands-parents pleins de bonté qui ne parlent que d’amour, lui, qui était «le fils du tonnerre» (Mc 3, 17).

Augustin a été guéri de sa nostalgie d’être arrivé tard au rendez-vous: cela le faisait beaucoup souffrir, et il a été guéri de cette nostalgie. «Je t’ai aimé tard», et il trouvera sa manière créative de remplir d’amour le temps perdu en écrivant ses Confessions.

François est de plus en plus miséricordieux, à bien des moments de sa vie. Peut-être le réceptacle définitif, qui s’est transformé en plaies réelles, plus que de donner un baiser au lépreux, de se dépouiller grâce à dame pauvreté et de sentir toute créature comme sœur, aura-t-il été de devoir protéger dans un silence miséricordieux l’Ordre qui avait été fondé. Je trouve ici le grand héroïsme de François: devoir garder dans un silence miséricordieux l’Ordre qu’il avait fondé. C’est son grand réceptacle de la miséricorde. François voit comment ses frères se divisent en prenant comme bannière la même pauvreté. Le démon nous amène à nous quereller entre nous en défendant les plus saintes choses, mais ‘‘avec un mauvais esprit’’.

Ignace a été guéri de sa vanité, et si ceci avait été le réceptacle, nous pouvons entrevoir combien était grand ce désir de gloriole, qui a été recréé dans une telle recherche de la plus grande gloire de Dieu.

Dans le Journal d’un curé de campagne, Bernanos nous relate la vie du curé d’un village, en s’inspirant de la vie du Saint Curé d’Ars. Il y a deux paragraphes très beaux qui racontent les pensées intérieures du curé aux derniers moments de sa soudaine maladie : «Au cours des dernières semaines….que Dieu me laissera, aussi longtemps que je pourrai garder la charge d’une paroisse, j’essaierai, comme jadis, d’agir avec prudence. Mais enfin j’aurai moins souci de l’avenir, je travaillerai pour le présent. Cette sorte de travail me semble à ma mesure… Car je n’ai de réussite qu’aux petites choses, et si souvent éprouvé par l’inquiétude, je dois reconnaître que je triomphe dans les petites joies ». C’est-à-dire, un récipient de la miséricorde, tout petit, a un lien avec les petites joies de notre vie pastorale, là où nous pouvons recevoir et exercer la miséricorde infinie du Père dans de petits gestes. Les petits gestes des prêtres.

L’autre paragraphe dit: «C’est fini. L’espèce de méfiance que j’avais de moi, de ma personne, vient de se dissiper, je crois, pour toujours. Cette lutte a pris fin. Je ne la comprends plus. Je suis réconcilié avec moi-même, avec cette pauvre dépouille. Il est plus facile que l’on croit de se haïr. La grâce est de s’oublier. Mais si tout orgueil était mort en nous, la grâce des grâces serait de s’aimer humblement soi-même, comme n’importe lequel des membres souffrants de Jésus-Christ ». Voilà le récipient: «S’aimer humblement soi-même, comme n’importe lequel des membres souffrants de Jésus-Christ ». C’est un récipient commun, comme une vieille jarre que nous pouvons emprunter auprès des plus pauvres.

Le Père Brochero – il est de mon pays -, le bienheureux argentin, qui sera bientôt canonisé, «a laissé la miséricorde de Dieu travailler son cœur». Son réceptacle a fini par être son propre corps de lépreux. Lui, qui rêvait de mourir en galopant, en passant à gué quelque fleuve de montagne pour aller donner l’onction à un malade. L’une de ses dernières paroles a été: «Il n’y a pas de gloire définitive dans cette vie». Ceci nous fait penser: «il n’y a pas de gloire accomplie dans cette vie»; «je suis très satisfait de ce qu’il m’a fait concernant la vue, et je le remercie beaucoup de cela». La lèpre l’avait rendu aveugle. «Quand je pouvais servir l’humanité, il a conservé sains et robustes mes sens. Aujourd’hui, où je ne le peux plus, il a rendu inutilisable l’un des sens de mon corps. Dans ce monde, il n’y a pas de gloire définitive, et nous sommes pleins de misères». Nos affaires demeurent souvent à mi-chemin et, pour cela, sortir de soi est toujours une grâce. On nous concède d’‘‘abandonner les choses’’ pour que le Seigneur les bénisse et les perfectionne. Nous ne devons pas trop nous préoccuper. Cela nous permet de nous ouvrir aux peines et aux joies de nos frères. C’était le Cardinal Van Thuán qui disait qu’en prison le Seigneur lui avait enseigné à distinguer entre ‘‘choses de Dieu’’, auxquelles il avait consacré sa vie en liberté en tant que prêtre et évêque, et Dieu lui-même, auquel il se consacrait en étant en prison’’ (cf. Van Thuam, Cinque pani e due pesci, San Paolo 1997). Et nous pourrions continuer ainsi, avec les saints, en cherchant comment était le réceptacle de leur miséricorde. Mais passons maintenant à la Vierge: nous sommes dans sa maison.

Marie, vase et source de miséricorde

Gravissant l’échelle des saints, à la recherche de vases de miséricorde, nous arrivonsà Notre Dame. Elle est le vase simple et parfait, pour recevoir et distribuer la miséricorde. Son ‘‘oui’’ libre à la grâce est l’image opposée au péché qui a conduit le fils prodigue au néant. Elle porte en elle-même une miséricorde qui est à la fois vraiment sienne, vraiment propre à notre âme et vraiment ecclésiale. Comme elle le dit dans le Magnificat: elle se sait regardée avec bonté dans sa petitesse et elle sait voir comment la miséricorde de Dieu atteint toutes les générations. Elle sait voir les œuvres que cette miséricorde déploie et elle se sent ‘‘accueillie’’, avec tout Israël, par cette miséricorde. Elle garde la mémoire et la promesse de la miséricorde infinie de Dieu pour son peuple. Son Magnificat est le Magnificat d’un cœur entier, qui n’est pas blessé, qui regarde l’histoire et chaque personne avec sa miséricorde maternelle.

En ce moment passé seul avec Marie, moment que m’a offert le peuple mexicain, en regardant Notre Dame, la Vierge de Guadalupe, et en me laissant regarder par elle, je l’ai priée pour vous, chers prêtres, pour que vous soyez de bons prêtres. Je l’ai souvent dit. Et dans le discours aux Evêques je leur ai dit que j’avais longuement réfléchi sur le mystère du regard de Marie, sur sa tendresse et sa douceur qui nous donnent du courage pour laisser Dieu nous faire miséricorde. Je voudrais maintenant vous rappeler quelques ‘‘manières’’ de regarder propres à Notre Dame, de regarder en particulier ses prêtres, parce qu’à travers nous, elle veut regarder son peuple.

Marie nous regarde de telle manière que l’on se sent accueilli en son sein. Elle nous enseigne que «l’unique force capable de conquérir le cœur des hommes est la tendresse de Dieu. Ce qui enchante et attire, ce qui fait fléchir et vainc, ce qui ouvre et déchaîne, ce n’est pas la force des instruments ou la dureté de la loi, mais la faiblesse toute-puissante de l’amour divin, qui est la force irrésistible de sa douceur et la promesse irréversible de sa miséricorde» (Discours aux Évêques du Mexique, 13 février 2016). Ce que vos gens cherchent dans les yeux de Marie c’est «un sein à travers lequel les hommes, toujours orphelins et déshérités, sont à la recherche d’un abri, d’un foyer» (ibid). Et cela est lié à sa façon de regarder: l’espace que ses yeux ouvrent est celui d’un sein, non celui d’un tribunal ni d’un cabinet ‘‘professionnel’’. Si parfois vous remarquez que votre regard s’est endurci – en raison du travail, de la fatigue… cela arrive à chacun - , que lorsque vous voyez les gens, vous êtes irrités ou que vous ne sentez rien, arrêtez-vous et regardez-la de nouveau, regardez-la avec les yeux des plus petits de vos gens, qui mendient un sein, et elle purifiera votre vue de toutes les ‘‘cataractes’’ qui empêchent de voir le Christ dans les âmes, elle vous guérira de toutes les myopies qui obscurcissent les besoins des gens, qui sont ceux du Seigneur incarné, et elle vous guérira de toutes les presbyties qui ne voient pas les détails, la note écrite ‘‘en petit caractère’’, où se jouent les réalités importantes de la vie de l’Église et de la famille. Le regard de la Vierge guérit.

Une autre ‘‘manière de regarder de Marie’’ a rapport au tissu: Marie regarde ‘‘en tissant’’, en voyant comment elle peut utiliser au mieux toutes les choses que vos gens lui apportent. Je disais aux Évêques mexicains que «dans le manteau de l’âme mexicaine, Dieu a tissé, avec le fil des empreintes métisses de son peuple, et il a tissé le visage de sa manifestation dans la Morenita» (ibid). Un Maître spirituel enseigne que ce que l’on dit de Marie de façon spéciale, on le dit de l’Eglise de manière universelle et de chaque âme en particulier (cf. Isaac de l’Étoile, Serm. 51: PL 194, 1863). En voyant comment Dieu a tissé le visage et la figure de la Guadalupana sur la tilma de Juan Diego, nous pouvons prier en contemplant la manière dont il tisse notre âme et la vie de l’Église. On dit qu’on ne peut pas voir comment est ‘‘peinte’’ l’image. C’est comme si elle était imprimée. J’aime à penser que le miracle n’a pas été seulement ‘‘d’imprimer ou de peindre l’image avec un pinceau’’ mais que ‘‘le manteau tout entier a été recréé’’, transfiguré de la tête aux pieds, et chaque fil – ces manteaux que les femmes apprennent à tisser dès le bas âge, et pour les vêtements plus raffinés elles utilisent les fibres du cœur de l’agave (la plante dont on tire les fils) –, chaque fil à sa place est transfiguré, épousant les détails qui brillent chacun à sa place, et, entrecroisés avec les autres, transfigurés de la même manière, font apparaître le visage de Notre Dame, toute sa personne et ce qui l’entoure. La miséricorde fait la même chose avec nous: elle ne nous ‘‘peint’’ pas, de l’extérieur, une face de bonne personne, elle ne nous fait pas le photoshop, mais avec les fils mêmes de nos ‘‘misères’’ avec ceux-là - et de nos péchés avec ceux-là -, entrecroisés par l’amour du Père, elle nous tisse de telle manière que notre âme se renouvelle en retrouvant sa vraie image, celle de Jésus. Soyez donc des prêtres «capables d’imiter cette liberté de Dieu en choisissant ce qui est humble pour rendre visible la majesté de son visage, et de faire vôtre cette patience divine en tissant, avec le fil fin de l’humanité que vous trouvez, cet homme nouveau que votre pays attend. Ne vous laissez pas guider par le vain désir de changer de peuple c’est une de nos tentations: «je demanderai à l’évêque de me transférer…» - «comme si l’amour de Dieu n’avait pas assez de force pour le changer» (Discours aux Évêques du Mexique, 13 février 2016).

La troisième manière – dont regarde la Vierge - est l’attention: Marie observe avec attention, elle se tourne et s’implique entièrement avec celui qui est devant elle, comme une mère toute attentive à son petit enfant qui lui raconte quelque chose. Et aussi les mamans quand l’enfant est tout petit, elles imitent la voix du bambin pour lui faire sortir des mots: elles se font petites. « Comme l’enseigne la belle tradition de Guadalupe et je continue en référence au Mexique –, la Morenita protège les regards de ceux qui la contemplent, reflète le visage de ceux qui la rencontrent. Il faut apprendre qu’il y a une quelque chose d’unique dans chacun de ceux qui nous regardent, à la recherche de Dieu ils ne nous regardent pas tous de la même manière –. Il nous revient de ne pas nous rendre imperméables à ces regards» (ibid). Un prêtre qui se rend imperméable aux regards est fermé en lui-même. «Garder en nous chacun d’eux, de les conserver dans le cœur, de les sauvegarder. Seule une Église capable de sauvegarder le visage des hommes qui viennent frapper à sa porte est capable de leur parler de Dieu» (ibid). Si tu n’es pas capable de garder le visage des hommes qui frappent à ta porte, tu ne seras pas capable de leur parler de Dieu. «Si nous ne déchiffrons pas leurs souffrances, si nous ne nous rendons pas compte de leurs besoins, nous ne pourrons rien leur offrir. La richesse que nous possédons coule seulement quand nous rencontrons la pauvreté de ceux qui mendient, et cette rencontre se réalise précisément dans notre cœur de Pasteurs» (ibid). J’ai dit à vos Évêques de vous prêter attention à vous leurs prêtres, de ne pas vous «laisser exposés à la solitude et à l’abandon, en proie à la mondanité qui dévore le cœur» (ibid). Le monde nous observe attentivement, mais pour nous «dévorer», pour nous transformer en consommateurs… Nous avons tous besoin d’être regardés avec attention, disons, avec un intérêt gratuit. «Soyez attentifs – disais-je aux Évêques – et apprenez à lire [dans] leurs regards pour vous réjouir avec eux lorsqu’ils sentent la joie de raconter ce qu’ils «ont fait et enseigné» (Mc 6, 30), et également pour ne pas reculer lorsqu’ils se sentent un peu abattus et ne peuvent que pleurer parce qu’ils «ont renié le Seigneur» (Lc 22, 61-62), et aussi, pourquoi pas, pour les soutenir, en communion avec le Christ, quand l’un ou l’autre, déjà abattu, sortira avec Judas «dans la nuit» (Jn 13, 30). Que jamais, dans ces situations, ne manque votre paternité, en tant qu’Evêques, à vos prêtres. Encouragez la communion entre eux; promouvez leurs dons; intégrez-les dans les grandes causes, car le cœur de l’apôtre n’a pas été fait pour des choses petites ».

Enfin, comment regarde Marie? Marie regarde de manière ‘‘intégrale’’, unifiant tout, notre passé, le présent et l’avenir. Elle n’a pas un regard fragmenté: la miséricorde sait voir la totalité et saisit ce qui est le plus nécessaire. Comme Marie à Cana, qui est capable de‘‘compatir’’ par avance à ce que provoquera le manque de vin à la fête des noces et qui demande à Jésus d’y porter remède sans que personne ne s’en rende compte, nous pouvons de même regarder notre vie sacerdotale tout entière comme ‘‘anticipée par la miséricorde’’ de Marie, qui, prévoyant nos manques, a pourvu à tout ce que nous avons. S’il y a un peu de ‘‘bon vin’’ dans notre vie, ce n’est pas par notre mérite, mais par sa ‘‘miséricorde anticipée’’, celle qu’elle chante déjà ainsi dans le Magnificat : le Seigneur ‘‘s’est penché sur son humble servante’’ et ‘‘s’est souvenu de sa (son alliance de) miséricorde’’, unemiséricorde qui ‘‘s’étend d’âge en âge’’ sur les pauvres et les opprimés (cf. Lc 1, 46-55). La lecture que fait Marie est une lecture de l’histoire comme miséricorde.

Nous pouvons conclure en priant le Salve Regina, dont les invocations font écho à l’esprit du Magnificat. Elle est Mère de miséricorde, de vie, de douceur, et elle est notre espérance. Et quand vous, prêtres, vous avez des moments sombres, mauvais, quand vous ne savez pas comment vous débrouiller au plus intime de votre cœur, je ne dis pas seulement «regardez la Mère», cela vous devez le faire, mais:allez là et laissez-vous regarder par elle, en silence, et aussi en vous endormant. Cela fera qu’à ces moments mauvais, peut-être avec beaucoup d’erreurs que vous avez faites et qui vous ont conduits à ce point, toute cette saleté deviendra réceptacle de miséricorde. Laissez-vous regarder par la Vierge. Ses yeux miséricordieux sont ceux que nous considérons comme le meilleur vase de la miséricorde, dans le sens où nous pouvons boire en eux ce regard indulgent et bon, dont nous avons soif comme on peut seulement avoir soif d’un regard. Ces yeux miséricordieux sont également ceux qui nous font voir les œuvres de miséricorde de Dieu dans l’histoire des hommes et découvrir Jésus sur leurs visages. En Marie nous trouvons la terre promise – le Règne de la miséricorde instauré par le Seigneur – qui vient, déjà en cette vie, après tout exil où nous envoie le péché. Pris par la main et en nous accrochant à son manteau. Moi, dans mon bureau, j’ai une belle image, que m’a offerte le Père Rupnik, il l’a faite, une image de la «Synkatabasis»: c’est elle qui fait descendre Jésus, et ses mains sont comme des marches. Mais ce qui me plait le plus c’est que Jésus dans une main a la plénitude de la Loi, et avec l’autre il s’accroche au manteau de la Vierge: lui aussi s’est accroché au manteau de la Vierge. Et la tradition russe, les moines, les vieux moines russes nous disent que dans les turbulences spirituelles il faut se refugier sous le manteau de la Vierge. La première antienne mariale d’Occident est celle-ci:«Sub tuum praesidium». Le manteau de la Vierge. Ne pas avoir honte, ne pas faire de grands discours, rester là et se laisser couvrir, se laisser regarder. Et pleurer. Quand nous trouvons un prêtre qui est capable de cela, d’aller chez la Mère et pleurer, avec beaucoup de péchés, je peux dire: c’est un bon prêtre, parce que c’est un bon fils. Il sera un bon père.

Pris par la main par elle et sous son regard, nous pouvons chanter avec joie les grandeurs du Seigneur. Nous pouvons lui dire: mon âme te chante Seigneur parce que tu as regardé avec bonté l’humilité et la petitesse de ton serviteur. Heureux suis-je d’avoir été pardonné. Ta miséricorde, celle que tu as eue envers tous les saints et envers tout ton peuple fidèle, m’a atteint moi aussi. Je me suis perdu, en me cherchant moi-même, en raison de l’orgueil de mon cœur, mais je ne suis monté sur aucun trône, Seigneur, et mon unique gloire, c’est que ta Mère m’accueille en son sein, me couvre de son manteau et me mette près de son cœur. Je désire être aimé par toi, comme un de plus parmi les plus humbles de ton peuple, rassasier de ton pain ceux qui ont faim de toi. Souviens-toi Seigneur de ton alliance de miséricorde avec tes fils, les prêtres de ton peuple. Que nous soyons, avec Marie, signe et sacrement de ta miséricorde.

[00919-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

Second Meditation: the vessel of mercy

After meditating on the “embarrassed dignity” and “dignified embarrassment” that are the fruits of mercy, let us continue by considering the “vessel of mercy”. This is not something complicated. Let me simply say that the vessel of mercy is our sin. It is that simple. Our sin is usually like a sieve, or a leaky bucket, from which grace quickly drains. “For my people have committed two evils: they have forsaken me, the fountain of living water, and dug out cisterns for themselves, cracked cisterns that can hold no water” (Jer 2:13). That is why the Lord had to teach Peter the need to “forgive seventy times seven”. God keeps forgiving; we are the ones who grow weary of forgiving. God never tires of forgiving, even when he sees how hard it is for his grace to take root in the parched and rocky soil of our hearts. In a word, God is no Pelagian: that is why he never tires of forgiving. He never stops sowing his mercy and his forgiveness. He keeps coming back to us… seventy times seven.

Hearts created anew

Let us take a closer look at this mercy of God that is always “greater” than our consciousness of our sinfulness. The Lord never tires of forgiving us; indeed, he renews the wineskins in which we receive that forgiveness. He uses a new wineskin for the new wine of his mercy, not one that is patched or old. That wineskin is mercy itself: his own mercy, which we experience and then show in helping others. A heart that has known mercy is not old and patched, but new and re-created. It is the heart for which David prayed: “A pure heart create for me, O God, put a steadfast spirit within me” (Ps 50:12).

That heart, created anew, is a good vessel; it is no longer battered and leaky. The liturgy echoes the heartfelt conviction of the Church in the beautiful prayer that follows the first reading of the Easter Vigil: “O God who wonderfully created the universe, then more wonderfully re-created it in the redemption”. In this prayer, we affirm that the second creation is even more wondrous than the first. Ours is a heart conscious of having been created anew thanks to the coalescence of its own poverty and God’s forgiveness; it is a “heart which has been shown mercy and shows mercy”. It feels the balm of grace poured out upon its wounds and its sinfulness; it feels mercy assuaging its guilt, watering its aridity with love and rekindling its hope. When, with the same grace, it then forgives other sinners and treats them with compassion, this mercy takes root in good soil, where water does not drain off but sinks in and gives life.

The best practitioners of this mercy that rights wrongs are those who know that they themselves have been shown mercy with regard to the same evil. Look at yourself; think of your own story; remind yourself of your story; and you will discover so much mercy! We see this in the case of addiction counsellors: those who have overcome their own addiction are usually those who can best understand, help and challenge others. So too, the best confessors are usually themselves good penitents. We can think about the kind of penitent we ourselves are. Almost all the great saints were great sinners or, like Saint Therese, knew that it was by sheer grace that they were not.

The real vessel of mercy, then, is the mercy which each of us received and which created in us a new heart. This is the “new wineskin” to which Jesus referred (cf. Lk 5:37), the “healed sore”.

Here we enter more deeply into the mystery of the Son, Jesus, who is the Father’s mercy incarnate. Here too we can find the definitive icon of the vessel of mercy in the wounds of the risen Lord. Those wounds remind us that the traces of our sins, forgiven by God, never completely heal or disappear; they remain as scars. Saint Bernard has two fine sermons on the Lord’s wounds. There, in those wounds, we find mercy. Bernard pointedly asks: “Do you feel lost? “Are you troubled? Enter into the wounds of the Lord and there you will find mercy”.

Scars, we know, are sensitive; they do not hurt, yet they remind us of our old wounds. God’s mercy is in those scars, our scars. The Lord stills bears his wounds; he wanted to carry those scars, and ours as well. When we go to the doctor and he sees a scar, he asks us how we got it, the reason why we had this or that operation. Let us look at the scars of our soul and say to the Lord: “You performed this operation, with your mercy, this is the wound that you healed…”

In the scars of the risen Christ, the marks of the wounds in his hands and feet but also in his pierced heart, we find the true meaning of sin and grace. There, in his wounded heart. As we contemplate the Lord’s wounded heart, we see ourselves reflected in him. His heart, and our own, are similar: both are wounded and risen. But we know that his heart was pure love and was wounded because it willed to be so; our heart, on the other hand, was pure wound, which was healed because it allowed itself to be loved. By doing so, it became a vessel of mercy.

Our saints received mercy

We can benefit from contemplating others who let their hearts be re-created by mercy and by seeing the “vessel” in which they received that mercy.

Paul received mercy in the harsh and inflexible vessel of his judgement, shaped by the Law. His harsh judgement made him a persecutor. Mercy so changed him that he sought those who were far off, from the pagan world, and, at the same time showed great understanding and mercy to those who were as he had been. Paul was willing to be an outcast, provided he could save his own people. His approach can be summed up in this way: he did not judge even himself, but instead let himself be justified by a God who is greater than his conscience, appealing to Jesus as the faithful advocate from whose love nothing and no one could separate him. Paul’s understanding of God’s unconditional mercy was radical. His realization that God’s mercy overcomes the inner wound that subjects us to two laws, the law of the flesh and the law of the Spirit, was the fruit of a mind open to absolute truth, wounded in the very place where the Law and the Light become a trap. The famous “thorn” that the Lord did not take away from him was the vessel in which Paul received the Lord’s mercy (cf. 2 Cor 12:7).

Peter receives mercy in his presumption of being a man of good sense. He was sensible with the sound, practical wisdom of a fisherman who knows from experience when to fish and when not to. But he was also sensible when, in his excitement at walking on water and hauling in miraculous draughts of fish, he gets carried away with himself and realizes that he has to ask help from the only one who can save him. Peter was healed of the deepest wound of all, that of denying his friend. Perhaps the reproach of Paul, who confronted him with his duplicity, has to do with this; it may be that Paul felt that he had been worse “before” knowing Christ, whereas Peter had denied Christ, after knowing him… Still, once Peter was healed of that wound, he became a merciful pastor, a solid rock on which one can always build, since it is a weak rock that has been healed, not a stumbling stone. In the Gospel, Peter is the disciple whom the Lord most often corrects. He gets a “thrashing” more than the others! Jesus is constantly correcting him, even to the end: “What is that to you? Follow me!” (Jn 21:22). Tradition tells us that Jesus appeared once again to Peter as he was fleeing Rome. The image of Peter being crucified head down perhaps best expresses this vessel of a hardhead who, in order to be shown mercy, abased himself even in giving the supreme witness of his love for the Lord. Peter did not want to end his life saying, “I learned the lesson”, but rather, “Since my head is never going to get it right, I will put it on the bottom”. What he put on top were his feet, the feet that the Lord had washed. For Peter, those feet were the vessel in which he received the mercy of his Friend and Lord.

John was healed in his pride for wanting to requite evil with fire. He who was a “son of thunder” (Mk 3:17) would end up writing to his “little children” and seem like a kindly grandfather who speaks only of love.

Augustine was healed in his regret for being a latecomer. This troubled him and in his yearning to make up for lost time he was healed: “Late have I loved thee”. He would find a creative and loving way to compensate by writing his Confessions.

Francis experienced mercy at many points in his life. Perhaps the definitive vessel, which became real wounds, was not so much kissing the leper, marrying Lady Poverty or feeling himself a brother to every creature, as the experience of having to watch over in merciful silence the Order he had founded. This is where I see the great heroism of Francis: in his having to watch over in merciful silence the Order he had founded. This was his great vessel of mercy. Francis saw his brethren divided under the very banner of poverty. The devil makes us quarrel among ourselves, defending even the most holy things “with an evil spirit”.

Ignatius was healed in his vanity, and if that was the vessel, we can catch a glimpse of how great must have been his yearning for vainglory, which was re-created in his strenuous efforts to seek the greater glory of God.

In his Diary of a Country Priest, Bernanos recounts the life of an ordinary priest, inspired by the life of the Curé of Ars. There are two beautiful paragraphs describing the reflections of the priest in the final moments of his unexpected illness: “May God grant me the grace in these last weeks to continue to take care of the parish… But I shall give less thought to the future, I shall work in the present. I feel such work is within my power. For I only succeed in small things, and when I am tried by anxiety, I am bound to say that it is the small things that release me”. Here we see a small vessel of mercy, one that has to do with the minuscule joys of our pastoral life, where we receive and bestow the infinite mercy of the Father in little gestures. Little priestly gestures.

The other paragraph says: “It is all over now. The strange mistrust I had of myself, of my own being, has flown, I believe for ever. That conflict is done. I cannot understand it any more. I am reconciled to myself, to the poor, poor shell of me. How easy it is to hate oneself. True grace is to forget. Yet if pride could die in us, the supreme grace would be to love oneself in all simplicity – as one would love any of those who themselves have suffered and loved in Christ”. This is the vessel: “to love oneself in all simplicity, as one would love any of those who themselves have suffered and loved in Christ”. It is an ordinary vessel, like an old jar we can borrow even from the poor.

Blessed José Gabriel del Rosario Brochero, the Argentinian priest – my countryman! – who will soon be canonized. He “let his heart be shaped by the mercy of God”. In the end, his vessel was his own leprous body. He wanted to die on horseback, crossing a mountain stream on the way to anoint a sick person. Among the last things he said was: “There is no ultimate glory in this life”. For me these words are striking: “There is no ultimate glory in this life”. Towards the end, when leprosy had left him blind, he said: “I am quite happy with what God has done with me regarding my sight, and I thank him for that. While I could serve other people, he kept my senses whole and strong. Today, when I can no longer do so, he has taken away one of my physical senses. In this world there is no ultimate glory, and we have our more than enough misery”. Often our work remains unfinished, so being at peace with that is always a grace. We are allowed to “let things go”, so that the Lord can bless and perfect them. We shouldn’t be overly concerned. In this way, we can be open to the pain and joy of our brothers and sisters. Cardinal Van Thuan used to say that, in prison, the Lord taught him to distinguish between “God’s business”, to which he was devoted in his free life as priest and bishop, and God himself, to whom he was devoted during his imprisonment (Five Loaves and Two Fish, Pauline Books and Media, 2003).

We could easily go on talking about how the saints were vessels of mercy, but let us turn to Our Lady. After all, we are in her house!

Mary as vessel and source of mercy

Ascending the stairway of the saints in our pursuit of vessels of mercy, we come at last to Our Lady. She is the simple yet perfect vessel that both receives and bestows mercy. Her free “yes” to grace is the very opposite of the sin that led to the downfall of the prodigal son. Her mercy is very much her own, very much our own and very much that of the Church. As she says in the Magnificat, she knows that God has looked with favour upon her humility and she recognizes that his mercy is from generation to generation. Mary can see the working of this mercy and she feels “embraced”, together with all of Israel, by it. She treasures in her heart the memory and promise of God’s infinite mercy for his people. Hers is the Magnificat of a pure and overflowing heart that sees all of history and each individual person with a mother’s mercy.

During the moments I was able to spend alone with Mary during my visit to Mexico, as I gazed at Our Lady, the Virgin of Guadalupe and I let her gaze at me, I prayed for you, dear priests, to be good pastors of souls. I have often told this story. In my address to the bishops, I mentioned that I reflected at length on the mystery of Mary’s gaze, its tenderness and its sweetness that give us the courage to open our hearts to God’s mercy. I would now like to reflect with you on a few of the ways that Our Lady “gazes” especially at priests, since through us she wants to gaze at her people.

Mary’s gaze makes us feel her maternal embrace. She shows us that “the only power capable of winning human hearts is the tenderness of God. What delights and attracts, humbles and overcomes, opens and unleashes is not the power of instruments or the force of the law, but rather the omnipotent weakness of divine love, which is the irresistible force of its gentleness and the irrevocable pledge of its mercy” (Address to the Mexican Bishops, 13 February 2016). What people seek in the eyes of Mary is “a place of rest where people, still orphans and disinherited, may find a place of refuge, a home.” And that has to do with the way she “gazes” – her eyes open up a space that is inviting, not at all like a tribunal or an office. If at times you realize that your own gaze has become hardened from hard work or weariness – this is something that happens to us all – or that you tend to look at people with annoyance or coldness, stop and look once again to her in heartfelt humility. For Our Lady can remove every “cataract” that prevents you from seeing Christ in people’s souls. She can remove the myopia that fails to see the needs of others, which are the needs of the incarnate Lord, as well as the hyperopia that cannot see the details, “the small print”, where the truly important things are played out in the life of the Church and of the family. Our Lady’s gaze brings healing.

Another aspect of Mary’s gaze to do with weaving. Mary gazes “by weaving”, by finding a way to bring good out of all the things that her people lay at her feet. I told the Mexican bishops that, “in the mantle of the Mexican soul, with the thread of its mestizo features, God has woven in la Morenita the face by which he wishes to be known”. A spiritual master teaches us that “whatever is said of Mary specially is said of the Church universally and of each soul individually” (cf. Isaac of Stella, Serm. 51: PL 194, 1863). If we consider how God wove the face and figure of Our Lady of Guadalupe into Juan Diego’s cloak, we can prayerfully ponder how he is weaving our soul and the life of the whole Church.

They say that it is impossible to see how the image of Our Lady of Guadalupe was “painted”; it seems to have been somehow “imprinted”. I like to think that the miracle was not only that the image was imprinted or painted, but that the entire cloak was re-created, transformed from top to bottom. Each thread – those threads of maguey leaf that women had learned from childhood to weave for their finest garments – was transfigured in its place, and, interwoven with all the others, revealed the face of our Lady, her presence and her surroundings. God’s mercy does the same thing with us. It doesn’t “paint” us a pretty face, or airbrush the reality of who we are. Rather, with the very threads of our poverty and sinfulness, interwoven with the Father’s love, it so weaves us that our soul is renewed and recovers its true image, the image of Jesus. So be priests “capable of imitating this freedom of God, who chooses the humble in order to reveal the majesty of his countenance, priests capable of imitating God’s patience by weaving the new humanity which your country awaits with the fine thread of all those whom you encounter. Don’t give into the temptation to go elsewhere – this is one of our temptations, to ask the bishop for a transfer! – as if the love of God were not powerful enough to bring about change” (Address to the Mexican Bishops, 13 February 2016).

A third aspect of Our Lady’s gaze is that of attentive care. Her gaze is one of complete attention. She leaves everything else behind, and is concerned only with the person in front of her. Like a mother, she is all ears for the child who has something to tell her. Have you seen how mothers even imitate the voice of their babies to encourage them to speak? They become small themselves. In Mexico I said that “the wonderful Guadalupe tradition teaches us that la Morenita treasures the gaze of all those who look to her; she reflects the faces of all who come to her. There is something unique about the face of every person who comes to us looking for God. Not everyone looks at us in the same way. We need to realize this, to open our hearts and to show concern for them” (ibid.). Otherwise, a priest becomes self-centred. Only a Church capable of attentive concern for all those who knock on her door can speak to them of God. Unless you can treasure the faces of those who knock at your door, you will not be able to talk to them about God. “Unless we can see into people’s suffering and recognize their needs, we will have nothing to offer them. The riches we possess only flow forth when we truly encounter the needs of others, and this encounter take places precisely in our heart as pastors” (ibid.).

In Mexico, I asked the bishops to be attentive to you, their priests, and not to leave you “exposed to loneliness and abandonment, easy prey to a worldliness that devours the heart” (ibid.). The world is watching us closely, in order to “devour” us, to make us consumers… All of us need attention, a gaze of genuine concern. As I told the bishops: “Be attentive and learn to read the faces of your priests, in order to rejoice with them when they feel the joy of recounting all that they have ‘done and taught’ (Mk 6:30). Also do not step back when they are humbled and can only weep because they ‘have denied the Lord’ (cf. Lk 22:61-62). Offer your support, in communion with Christ, whenever one of them, discouraged, goes out with Judas into ‘the night’ (cf. Jn 13:30). In these situations your fatherly care for your priests must never be found wanting. Encourage communion among them; seek to bring out the best in them, and enlist them in great ventures, for the heart of an apostle was not made for small things” (ibid.).

Lastly, Mary’s gaze is “integral”, all-embracing. It brings everything together: our past, our present and our future. It is not fragmented or partial: mercy can see things as a whole and grasp what is most necessary. At Cana, Mary “empathetically” foresaw what the lack of wine in the wedding feast would mean and she asked Jesus to resolve the problem, without anyone noticing. We can see our entire priestly life as somehow “foreseen” by Mary’s mercy; she sees beforehand the things we lack and provides for them. If there is any “good wine” present in our lives, it is due not to our own merits but to her “anticipated mercy”. In the Magnificat, she proclaims how the Lord “looked with favour on her loneliness” and “remembered his (covenant of) mercy”, a “mercy shown from generation to generation” to the poor and the downtrodden. For Mary, history is mercy.

We can conclude by praying the Salva Regina. The words of this prayer are vibrant with the mystery of the Magnificat. Mary is the Mother of mercy, our life, our sweetness and our hope. Whenever you priests have moments of darkness or distress, whenever your hearts are troubled, I would encourage you not only to “look to your Mother” – you should do that anyway – but to go to her, let her gaze at you, be still and even fall asleep in her presence. Your distress, and all those mistakes that may have brought it about… all that muck will become a vessel of mercy. Let Our Lady gaze at you! Her eyes of mercy are surely the greatest vessel of mercy, for their gaze enables us to drink in that kindness and goodness for which we hunger with a yearning that only a look of love can satisfy. Mary’s eyes of mercy also enable us to see God’s mercy at work in human history and to find Jesus in the faces of our brothers and sisters. In Mary, we catch a glimpse of the promised land – the Kingdom of mercy established by the Lord – already present in this life beyond the exile into which sin leads us.

So let Our Lady take you by the hand, and cling to her mantle. In my office I have a lovely image of the Synkatabasis that Father Rupnik gave me. It shows Mary holding out her hands like a stairway on which Jesus descends. What I like most about it is that Jesus holds in one hand the fullness of the Law and with the other he clings to her mantle. In the Russian tradition, the old monks tell us that amid spiritual storms we need to take refuge under the mantle of Mary. The first Marian antiphon in the West says the same thing: Sub Tuum Praesidium. Our Lady’s mantle. So don’t be ashamed, don’t keep talking, just stay there and let yourself be sheltered, let yourselves be looked at. And weep. When we find a priest who can do this, who can go to Our Lady with all his sins and weep, there, I would say, is a good priest, because he is a good son. He will be a good father.

Holding Mary’s hand and beneath her gaze, we can joyfully proclaim the greatness of the Lord. We can say: My soul sings of you, Lord, for you have looked with favour on the lowliness and humility of your servant. How blessed I am, to have been forgiven. Your mercy, Lord, that you showed to your saints and to all your faithful people, you have also shown to me. I was lost, seeking only myself, in the arrogance of my heart, yet I found no glory. My only glory is that your Mother has embraced me, covered me with her mantle, and drawn me to her heart. I want to be loved as one of your little ones. I want to feed with your bread all those who hunger for you. Remember, Lord, your covenant of mercy with your sons, the priests of your people. With Mary, may we be the sign and sacrament of your mercy.

[00919-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Zweite Meditation: Das Sammelbecken für die Barmherzigkeit

Nachdem wir jene „beschämte Würde“ und „würdevolle Beschämung“, die eine Frucht der Barmherzigkeit ist, im Gebet betrachtet haben, gehen wir weiter mit dieser Meditation über das „Sammelbecken für die Barmherzigkeit“. Es ist ganz einfach. Ich könnte einen Satz sagen und dann weggehen, denn es handelt sich nur um eines: Das Sammelbecken für die Barmherzigkeit ist unsere Sünde. So einfach ist das. Doch häufig kommt es vor, dass unsere Sünde wie ein Sieb ist, wie ein durchlöcherter Krug, aus dem die Gnade in kurzer Zeit abfließt: »Denn mein Volk hat doppeltes Unrecht verübt: Mich hat es verlassen, den Quell des lebendigen Wassers, um sich Zisternen zu graben, Zisternen mit Rissen, die das Wasser nicht halten« (Jer 2,13). Daher ergibt sich die Notwendigkeit, die der Herr dem Petrus verdeutlicht, »siebzigmal siebenmal« zu vergeben. Gott wird nicht müde zu vergeben; wir sind es, die müde werden, um Vergebung zu bitten. Gott wird nicht müde zu vergeben, auch wenn er sieht, dass es seiner Gnade anscheinend nicht gelingt, starke Wurzeln im Erdreich unseres Herzens zu schlagen; wenn er sieht, dass die Straße hart und steinig ist und voller Unkraut. Das ist einfach so, weil Gott kein Pelagianer ist, und darum wird er nicht müde zu vergeben. Er sät immer wieder neu seine Barmherzigkeit und seine Vergebung aus und wiederholt es, wiederholt es, wiederholt es… siebzigmal siebenmal.

Neu erschaffene Herzen

Dennoch können wir bei dieser Barmherzigkeit Gottes, die immer „größer ist als unser Sündenbewusstsein“, noch einen Schritt weiter gehen. Der Herr wird nicht nur nicht müde, uns zu vergeben, sondern er erneuert auch den „Schlauch“, in dem wir seine Vergebung empfangen. Für den neuen Wein seiner Barmherzigkeit benutzt er einen neuen Schlauch, damit dieser sich nicht wie ein geflicktes Kleid oder wie ein alter Schlauch verhält (vgl. Mt 9, 16-17). Und dieser Schlauch ist seine Barmherzigkeit selbst: seine Barmherzigkeit, insofern sie in uns selbst erfahren wird und insofern wir sie in die Tat umsetzen, wenn wir den anderen helfen. Das Herz, das Barmherzigkeit empfangen hat, ist nicht ein geflicktes Herz, sondern ein neues, neu erschaffenes Herz. Das, von dem David sagt: »Erschaffe mir, Gott, ein reines Herz und gib mir einen neuen, beständigen Geist!« (Ps 51 [50], 12). Dieses neue, neu erschaffene Herz ist ein guter Behälter. Die Liturgie bringt das innere Empfinden der Kirche zum Ausdruck, wenn sie uns jenes schöne Gebet sprechen lässt: »Allmächtiger Gott, du hast den Menschen wunderbar nach deinem Bild erschaffen und noch wunderbarer erneuert und erlöst« (vgl. Osternacht, Gebet nach der ersten Lesung). Diese zweite Schöpfung ist also noch wunderbarer als die erste. Es ist ein Herz, das weiß, dass es dank der Verschmelzung seiner Erbärmlichkeit mit der Vergebung Gottes neu erschaffen worden ist, und darum ist es „ein Herz, das Barmherzigkeit empfangen hat und Barmherzigkeit schenkt“. Und so erfährt es die Wohltaten der Gnade auf seiner Wunde und seiner Sünde und spürt, dass die Barmherzigkeit seine Schuld aussöhnt, seine Trockenheit mit Liebe überflutet und seine Hoffnung neu entflammt. Wenn es darum dem vergibt, der ihm etwas schuldet, und sich gleichzeitig und mit ein und derselben Gnade derer erbarmt, die wie er Sünder sind, dann verwurzelt sich diese Barmherzigkeit in einem guten Boden, in dem das Wasser nicht verrinnt, sondern Leben spendet. Bei der Übung dieser Barmherzigkeit, die das Böse des anderen wiedergutmacht, kann niemand besser zu dessen Heilung beitragen als derjenige, der die Erfahrung lebendig hält, in Bezug auf das gleiche Böse selbst Barmherzigkeit empfangen zu haben. Schau auf dich selbst; erinnere dich an deine Geschichte; erzähle dir deine Geschichte, und du wirst dort sehr viel Barmherzigkeit finden! Wir sehen, dass unter den in der Suchtbekämpfung Tätigen diejenigen, die sich selbst von der Abhängigkeit befreit haben, gewöhnlich die sind, welche die anderen am besten verstehen, ihnen helfen und sie zu fordern wissen. Und der beste Beichtvater ist gewöhnlich der, der selbst am besten beichtet. So können wir uns fragen: Und ich, wie beichte ich? Fast alle großen Heiligen waren [zuvor] große Sünder, oder sie waren sich wie die kleine heilige Theresia bewusst, dass sie es nur dank der zuvorkommenden Gnade nicht gewesen sind.

Das wirkliche Gefäß für die Barmherzigkeit ist also die Barmherzigkeit selbst, die jeder empfangen hat und die sein Herz neu geschaffen hat – das ist der „neue Schlauch“, von dem Jesus spricht (vgl. Lk 5,37), der „sanierte Brunnen“.

So betreten wir den Bereich des Geheimnisses des Sohnes – Jesus –, der die fleischgewordene Barmherzigkeit des Vaters ist. Das endgültige Bild des Sammelbeckens für die Barmherzigkeit finden wir mittels der Wundmale des auferstandenen Herrn. Dieser Abdruck der durch Gott gesühnten Sünde kann nicht völlig ausheilen, er entzündet sich aber auch nicht: Es ist eine Narbe, nicht eine eitrige Wunde. – Die Wundmale des Herrn… Der heilige Bernhard hat zwei sehr schöne Predigten über die Wundmale des Herrn. Dort, in den Wunden des Herrn finden wir die Barmherzigkeit. Bernhard ist kühn; er sagt: Du fühlst dich verloren? Du empfindest dich als schlecht? Tritt dort ein, tritt in das Innere des Herrn ein, und du wirst dort Erbarmen finden. In jener den Narben eigenen „Sensibilität“, die uns ohne starken Schmerz an die Wunde erinnert und an die Heilung, ohne dass wir die Verletzlichkeit vergessen – dort hat die göttliche Barmherzigkeit ihren Sitz: in unseren Narben. Die Wundmale des Herrn, die immer noch bleiben, hat er mitgenommen. Der Leib ist sehr schön, die Striemen gibt es nicht mehr, aber die Wundmale, die hat er behalten wollen. Und unsere Narben… Uns allen geht es so, wenn wir einen Arztbesuch machen und irgendeine Narbe haben, dass der Arzt uns fragt: „Und dieser Eingriff, warum wurde er gemacht?“ Schauen wir auf die Narben der Seele: Dieser Eingriff, den du gemacht hast mit deiner Barmherzigkeit, diese Wunde, die du geheilt hast… In der Sensibilität des auferstandenen Christus, der seine Wundmale behält, und zwar nicht nur an den Füßen und den Händen, sondern an seinem Herzen, das ein verwundetes Herz ist, finden wir den rechten Sinn der Sünde und der Gnade. Dort, in dem verwundeten Herzen. Wenn wir das verwundete Herz des Herrn betrachten, spiegeln wir uns in Ihm. Sie sind einander ähnlich, unser Herz und das seine, da beide verwundet und auferstanden sind. Wir wissen aber, dass sein Herz lauter Liebe war und verwundet wurde, weil es bereit war, sich verletzen zu lassen; das unsere war hingegen lauter Verwundung, die geheilt wurde, weil es bereit war, sich lieben zu lassen. In dieser Bereitschaft bildet sich das Sammelbecken für die Barmherzigkeit.

Unsere Heiligen haben die Barmherzigkeit empfangen

Es kann uns gut tun, auf andere zu schauen, die sich ihr Herz durch die Barmherzigkeit haben neu erschaffen lassen, und zu sehen, in welchem „Sammelbecken“ sie die Barmherzigkeit empfangen haben.

Paulus empfängt sie in dem harten und unflexiblen Behälter seines vom Gesetz geprägten Urteils. Seine Härte im Urteil trieb ihn dazu, ein Verfolger zu sein. Die Barmherzigkeit verwandelt ihn so, dass er einer wird, der sich auf die Suche nach den Fernsten begibt – nach denen mit der heidnischen Mentalität – und zugleich der Verständnisvollste und Barmherzigste gegenüber denen ist, die so sind, wie er war. Paulus wünschte sich, als verflucht zu gelten, wenn er nur die Seinen retten könnte. Sein Urteil festigt sich, indem er „nicht einmal über sich selbst urteilt“, sondern sich von einem Gott rechtfertigen lässt, der größer ist als sein Gewissen, und indem er sich auf Jesus Christus beruft, der ein treuer Fürsprecher ist und von dessen Liebe nichts und niemand ihn trennen kann. Paulus hat eine ausgesprochen radikale Auffassung von der bedingungslosen Barmherzigkeit Gottes: Sie überwindet die grundlegende Verwundung, durch die wir zwei Gesetzen unterliegen (dem des Fleisches und dem des Geistes). In dieser Radikalität drückt sich ein Geist aus, der ein feines Empfinden für die Absolutheit der Wahrheit hat und gerade dort verletzt ist, wo das Gesetz und das Licht zur Falle werden. Der berühmte „Stachel“, von dem der Herr ihn nicht befreit, ist das Sammelbecken, in dem Paulus die Barmherzigkeit Gottes empfängt (vgl. 2Kor 12,7).

Petrus empfängt die Barmherzigkeit in seiner Anmaßung eines vernünftigen Mannes. Er war vernünftig mit dem soliden und erprobten gesunden Menschenverstand eines Fischers, der aus Erfahrung weiß, wann man fischen kann und wann nicht. Es ist die Vernunft dessen, der, wenn er beim Gang über das Wasser und angesichts des wunderbaren Fischfangs in Begeisterung gerät und zu sehr auf sich selber schaut, den Einzigen um Hilfe zu bitten weiß, der ihn retten kann. Dieser Petrus ist in der tiefsten Wunde geheilt worden, die man haben kann: derjenigen, den Freund zu verleugnen. Vielleicht steht die Zurechtweisung des Paulus, als er ihm seine Heuchelei vorwirft, damit im Zusammenhang. Es mag so scheinen, als habe Paulus das Gefühl gehabt, der Schlimmste gewesen zu sein, bevor er Christus kannte; Petrus aber hatte Christus verleugnet, nachdem er ihn gekannt hatte… Doch die Tatsache, gerade darin geheilt worden zu sein, verwandelte Petrus in einen barmherzigen Hirten, in einen tragfähigen Felsen, auf den man immer bauen kann, denn es ist ein schwacher Fels, der geheilt wurde, nicht ein Fels, der in seiner Kraft den Schwächeren stolpern lässt. Petrus ist der Jünger, den der Herr im Evangelium am meisten korrigiert; er erhält die meisten „Schläge“! Der Herr korrigiert ihn ständig, sogar bis zu diesem letzten »Was geht das dich an?Du aber folge mir nach!« (Joh 21,22). Die Überlieferung erzählt, dass der Herr ihm erneut erscheint, als Petrus gerade aus Rom flieht. Das Zeichen des kopfunter gekreuzigten Petrus ist vielleicht das vielsagendste für diesen „Behälter“ in Form eines Dickschädels, der sich, um Barmherzigkeit zu empfangen, nach unten begibt, sogar als er das erhabenste Zeugnis für seine Liebe zum Herrn ablegt. Petrus will sein Leben nicht beenden mit den Worten: „Ich habe die Lektion gelernt“, sondern indem er sagt: „Da mein Kopf es nie lernen wird, bringe ich ihn nach unten.“ Über allem die Füße, die der Herr gewaschen hatte. Diese Füße sind für Petrus das Sammelbecken, über das er die Barmherzigkeit seines Freundes und Herrn empfängt.

Johannes wird in seinem Hochmut, dem Übel durch Feuer abhelfen zu wollen, geheilt und ist am Ende derjenige, der schreibt: „meine Kinder…“. Er erscheint als einer jener guten Großväter, die nur von der Liebe sprechen – er, der der „Donnersohn“ gewesen war (vgl. Mk 3,17).

Augustinus wurde in seiner Wehmut geheilt, erst spät zur Begegnung gelangt zu sein: Darunter hat er sehr gelitten, und in dieser Wehmut wurde er geheilt. »Spät habe ich dich geliebt« – und er sollte dann jenen kreativen Weg finden, die verlorene Zeit aufzufüllen, indem er seine „Bekenntnisse“ schrieb.

Franziskus empfängt in vielen Momenten seines Lebens von Mal zu Mal mehr Barmherzigkeit. Vielleicht wird das endgültige Sammelbecken dafür, das zu echten Wundmalen wurde, nicht so sehr das Küssen des Aussätzigen, die Heirat mit Frau Armut und das Empfinden eines jeden Geschöpfes als Schwester oder Bruder gewesen sein, sondern vielmehr die Pflicht, den Orden, den er gegründet hatte, in barmherzigem Schweigen zu hüten. Hier sehe ich das große Heldentum des Franziskus: in barmherzigem Schweigen den Orden hüten zu müssen, den er gegründet hatte. Das ist sein großes Sammelbecken für die Barmherzigkeit. Franziskus sieht, dass seine Brüder sich voneinander trennen, und das unter dem Banner der Armut selbst. Der Dämon lässt uns miteinander in Streit geraten, indem wir die heiligsten Dinge verteidigen, jedoch in „schlechter Gesinnung“.

Ignatius wird in seiner Eitelkeit geheilt, und wenn dies das Gefäß war, können wir erahnen, wie groß die Ehrsucht war, die in ein solches Streben nach der größeren Ehre Gottes verwandelt wurde.

Im Tagebuch eines Landpfarrers stellt Bernanos uns das Leben eines Dorfpfarrers vor Augen, indem er sich von dem Leben des heiligen Pfarrers von Ars inspirieren lässt. Es gibt dort zwei sehr schöne Abschnitte, welche die innersten Gedanken des Priesters in der letzten Zeit seiner unerwarteten Krankheit wiedergeben: »Während der letzten Wochen und Monate, die Gott mir noch lassen wird, solange ich die Aufgabe eines Pfarrers erfüllen kann, werde ich versuchen, […] weniger Sorge um die Zukunft [zu] haben; ich werde nur für die Gegenwart arbeiten. Solche Art Arbeit scheint mir auf mich zugeschnitten zu sein […] Denn nur im Kleinen habe ich Erfolg, und nachdem ich so oft von Unsicherheit heimgesucht wurde, muss ich erkennen, dass ich in den kleinen Freuden den Sieg davontrage.« Das heißt, ein winziges Gefäß für die Barmherzigkeit; es hat etwas mit den kleinen Freuden unseres pastoralen Lebens zu tun, dort, wo wir die endlose Barmherzigkeit des himmlischen Vaters empfangen und in kleinen Gesten ausüben können. Die kleinen Gesten der Priester.

In dem anderen Abschnitt heißt es: »Es ist vorbei. Diese Art von Misstrauen, das ich gegen mich, gegen meine Person hegte, verflüchtigt sich, glaube ich, für immer. Dieser Kampf ist zu Ende. Ich verstehe ihn nicht mehr. Ich bin mit mir selbst versöhnt, mit dieser armen sterblichen Hülle. Sich zu hassen ist leichter, als man glaubt. Die Gnade besteht darin, sich zu vergessen. Wenn aber aller Stolz in uns gestorben wäre, dann wäre die Gnade der Gnaden, demütig sich selbst zu lieben als irgendeines der leidenden Glieder Jesu Christi.« Das ist das Gefäß: „demütig sich selbst zu lieben als irgendeines der leidenden Glieder Jesu Christi“. Es ist ein gewöhnliches Gefäß wie ein alter Krug, den wir uns als Leihgabe von den Ärmsten erbitten können.

Der Pfarrer Brochero – er stammt aus meiner Heimat! –, der argentinische Selige, der bald heiliggesprochen wird, „ließ sein Herz von der Barmherzigkeit Gottes bearbeiten“. Sein Sammelbecken war am Ende sein eigener aussätziger Leib. Er, der sich erträumte, „im Galopp“ zu sterben, beim Durchwaten irgendeines Gebirgsflusses, auf dem Weg, um einem Kranken die Krankensalbung zu spenden. Eine seiner letzten Aussagen war: »Es gibt keine vollkommene Herrlichkeit in diesem Leben.« Das gibt uns zu denken: »Es gibt keine vollkommene Herrlichkeit in diesem Leben.« – »Ich bin sehr einverstanden mit dem, was er [der Herr] in Bezug auf mein Sehvermögenmit mir gemacht hat, und ich danke ihm sehr dafür.« Der Aussatz hatte ihn erblinden lassen. »Als ich imstande war, der Menschheit zu dienen, hat er alle meine Sinne unversehrt und kraftvoll bewahrt. Heute, da ich nicht mehr kann, hat er mir einen der leiblichen Sinne genommen. In dieser Welt gibt es keine vollkommene Herrlichkeit, und wir sind voller Erbärmlichkeiten.« Oft bleiben unsere Dinge auf halbem Wege liegen, und darum ist es immer eine Gnade, aus sich selbst herauszugehen. Es wird uns gewährt, „die Dinge loszulassen“, damit der Herr sie segnet und vollendet. Wir müssen nicht allzu besorgt sein. Das erlaubt uns, uns für die Leiden und die Freuden unserer Mitmenschen zu öffnen. Kardinal Van Thuan sagte einmal, im Kerker habe ihn der Herr gelehrt zu unterscheiden zwischen „den Werken Gottes“, denen er sich in seinem Leben als Priester und Bischof gewidmet hatte, als er in Freiheit war, und Gott selbst, dem er sich widmete, während er gefangen war (vgl. Van Thuan, Fünf Brote und zwei Fische, Turin 1997). Und so könnten wir fortfahren mit den Heiligen und suchen, wie das Sammelbecken für ihre Barmherzigkeit war. Doch wir gehen jetzt über zur Muttergottes: Wir sind ja hier in ihrem Haus!

Maria als Gefäss und Quelle der Barmherzigkeit

Wenn wir auf der Suche nach Gefäßen für die Barmherzigkeit über die Leiter der Heiligen aufsteigen, kommen wir zur Muttergottes. Sie ist das einfache und vollkommene Gefäß für das Empfangen und das Austeilen der Barmherzigkeit. Ihr freies „Ja“ zur Gnade ist das Gegenbild zu der Sünde, die den verlorenen Sohn ins Nichts führte. Sie trägt eine Barmherzigkeit in sich, die zugleich in hohem Maß die ihre, in hohem Maß die unserer Seele und in hohem Maß die der Kirche ist. Wie das Magnificat bekräftigt, weiß sie sich in ihrer Kleinheit gütig angeschaut und weiß zu schauen, wie die Barmherzigkeit Gottes alle Generationen erreicht. Sie versteht die Werke zu sehen, welche diese Barmherzigkeit entfaltet, und fühlt sich zusammen mit ganz Israel von dieser Barmherzigkeit „angenommen“. Sie bewahrt das Gedächtnis und die Verheißung der unendlichen Barmherzigkeit Gottes gegenüber seinem Volk. Ihr Magnificat ist das eines unversehrten, nicht „durchlöcherten“ Herzens, das die Geschichte und jeden Menschen mit seiner mütterlichen Barmherzigkeit betrachtet.

In jenem mit Maria allein verbrachten Moment, der mir vom mexikanischen Volk geschenkt wurde – da ich den Blick auf die Gottesmutter, die Jungfrau von Guadalupe richtete und mich von ihr anschauen ließ –, habe ich für euch, liebe Priester, zu ihr gebetet, dass ihr gute Priester sein sollt. Ich habe es gesagt, viele Male. Und in der Ansprache an die Bischöfe habe ich zu ihnen gesagt, dass ich lange über das Geheimnis nachgedacht habe, das in Marias Blick liegt, über seine Zärtlichkeit und seine Freundlichkeit, die uns Mut machen, uns von der Barmherzigkeit Gottes erreichen zu lassen. Ich möchte euch jetzt an einige „Aspekte“ des Blickes der Gottesmutter erinnern: in welcher Weise Maria schaut – und speziell auf ihre Priester schaut –, denn durch uns möchte sie auf ihr Volk schauen.

Maria schaut in einer Weise auf uns, dass man sich in ihrem Schoß geborgen fühlt. Sie lehrt uns, dass »die einzige Kraft, die fähig ist, das Herz der Menschen zu gewinnen, die Zärtlichkeit Gottes ist. Das, was begeistert und anzieht, was nachgiebig macht und überwältigt, was öffnet und Fesseln löst, ist nicht die Kraft der Mittel oder die Härte des Gesetzes, sondern die allmächtige Schwachheit der göttlichen Liebe, das heißt die unwiderstehliche Kraft seiner Sanftmut und die unwiderrufliche Verheißung seiner Barmherzigkeit« (Ansprache an die Bischöfe Mexikos, 13. Februar 2016). Das, was eure Leute in den Augen Marias zu finden hoffen, ist ein »Schoß, in dem die immer noch verwaisten und verstoßenen Menschen eine Sicherheit, ein Zuhause suchen« (ebd.). Und das hängt mit der Art und Weise zusammen, wie sie schaut: Der Raum, den ihre Augen öffnen, ist der eines Schoßes, nicht der eines Gerichtes oder einer „professionellen“ Beratungsstelle. Wenn ihr gelegentlich merkt, dass euer Blick hart geworden ist – aufgrund der Arbeit, aus Müdigkeit… das geht allen so –, dass ihr, wenn ihr zu den Leuten kommt, Überdruss empfindet oder gar nichts empfindet, dann haltet ein und schaut wieder auf Maria, betrachtet sie mit den Augen der Geringsten aus eurem Volk, die um einen Schoß betteln, und sie wird euren Blick von jedem „grauen Star“ läutern, der verhindert, Christus in den Menschen zu sehen; sie wird euch von jeder Kurzsichtigkeit heilen, die die Bedürfnisse der Leute – welche die Bedürfnisse des menschgewordenen Herrn sind – lästig erscheinen lässt; und sie wird euch von jeder Alterssichtigkeit heilen, der die Einzelheiten entgehen, das „Kleingedruckte“, wo die wichtigen Dinge des Lebens der Kirche und der Familie auf dem Spiel stehen. Der Blick der Muttergottes heilt.

Eine andere „Art und Weise, wie Maria schaut“, steht im Zusammenhang mit einem Gewebe: Maria schaut „webend“, indem sie sieht, wie sie alles, was euer Volk ihr bringt, zum Guten zusammenfügen kann. Zu den mexikanischen Bischöfen habe ich gesagt: »In den Mantel der mexikanischen Seele hat Gott mit dem Faden der mestizischen Spuren eures Volkes das Antlitz seiner Erscheinung in der „Morenita” eingewebt« (ebd.). Ein geistlicher Lehrer weist darauf hin, dass das, was über Maria im besonderen Sinn ausgesagt wird, für die Kirche im umfassenden und für jede glaubende Seele im einzelnen Sinn zutrifft (vgl. Isaak von Stella, Serm. 51: PL 194, 1863). Wenn wir sehen, wie Gott das Antlitz und die Gestalt der Guadalupana in die Tilma [als Umhang getragene Baumwolldecke] von Juan Diego eingeflochten hat, können wir im Gebet betrachten, wie er unsere Seele und das Leben der Kirche gewebt hat. Es wird gesagt, dass man nicht sehen kann, wie das Bild „gemalt“ wurde. Es ist, als sei es gedruckt. Mir gefällt der Gedanke, dass das Wunder nicht nur darin bestand, „das Bild zu drucken oder mit einem Pinsel zu malen“, sondern, dass „der ganze Umhang neu geschaffen wurde“, von oben bis unten verwandelt, und dass jeder Faden – jene Fäden, welche die Frauen von klein an zu verweben lernen; und für die feinsten Kleidungsstücke bedienen sie sich des Herzstücks der Maguey-Pflanze (aus dessen Blättern sie die Fäden gewinnen) –, dass also jeder Faden an seinem Platz verwandelt wurde und dabei jene Nuancen annahm, die an dem ihnen bestimmten Ort hervortreten. Und mit den anderen, auf die gleiche Weise verwandelten Fäden verwebt, lassen sie das Angesicht der Muttergottes und ihre ganze Gestalt erscheinen sowie alles, was sie umgibt. Dasselbe tut die Barmherzigkeit mit uns: Sie „malt“ uns nicht von außen das Gesicht eines guten Menschen auf, sie macht für uns nicht den Photoshop, sondern mit den Fäden unserer Erbärmlichkeiten selbst – mit ihnen! – und den Fäden unserer Sünden – mit ihnen! –, die mit väterlicher Liebe verflochten werden, „webt“ sie uns so, dass unsere Seele sich erneuert und ihr wahres Bild, das Bild Jesu, zurückgewinnt. Seid also Priester, »die fähig sind, diese Freiheit Gottes nachzuahmen, indem ihr das Ärmlich-Bescheidene wählt, um die Majestät seines Antlitzes sichtbar zu machen; fähig, diese göttliche Geduld nachzuahmen, indem ihr mit dem feinen Faden der Menschheit, der ihr begegnet, jenen neuen Menschen webt, den euer Land erwartet. Lasst euch nicht von dem nutzlosen Streben leiten, das Volk „auszutauschen” [das ist unsere Versuchung: „Ich werde den Bischof bitten, mich zu versetzen…“], als hätte die Liebe Gottes nicht genügend Kraft, um es zu verwandeln « (Ansprache an die Bischöfe Mexikos, 13. Februar 2016).

Die dritte Art und Weise, wie die Muttergottes schaut, ist die der Aufmerksamkeit: Maria schaut aufmerksam, sie widmet sich uneingeschränkt und lässt sich ganz auf den Menschen ein, den sie vor sich hat, wie eine Mutter, die nur Augen hat für ihr kleines Kind, das ihr etwas erzählt. Und wenn das Kind sehr klein ist, machen die Mütter auch seine Stimme nach, um ihm die Worte zu entlocken: Sie machen sich klein. »Wie die schöne Überlieferung von Guadalupe lehrt – ich fahre fort mit meiner Bezugnahme auf Mexiko –, bewahrt die „Morenita” die Blicke derer, die sie betrachten, spiegelt das Gesicht derer wider, die ihr begegnen. Es ist notwendig zu lernen, dass es in jedem von denen, die uns auf der Suche nach Gott anschauen, etwas Unwiederholbares gibt [nicht alle schauen uns in der gleichen Weise an]. Unsere Aufgabe ist es, für diese Blicke nicht undurchdringlich zu werden[ein Priester, der sich für die Blicke undurchdringlich macht, ist in sich selbst verschlossen!]; jeden von ihnen in uns zu hüten, in unserem Herzen zu bewahren und zu schützen. Nur eine Kirche, die fähig ist, das Gesicht der Menschen, die an ihre Tür klopfen, zu hüten und zu schützen, ist fähig, ihnen von Gott zu sprechen« (ebd.). Wenn du nicht fähig bist, das Gesicht der Menschen zu hüten, die an deine Tür klopfen, wirst du ihnen nicht von Gott sprechen können. »Wenn wir nicht ihre Leiden enträtseln, wenn wir ihre Bedürfnisse nicht bemerken, können wir ihnen nichts bieten. Der Reichtum, den wir besitzen, fließt nur, wenn wir der Zaghaftigkeit derer, die betteln, entgegengehen und ebendiese Begegnung sich in unserem Hirtenherzen vollzieht« (ebd.). Den Bischöfen habe ich gesagt, dass sie auf euch, ihre Priester, aufpassen sollen: »Lasst nicht zu, dass sie der Einsamkeit und der Verlassenheit ausgesetzt sind, eine Beute der Weltlichkeit, die das Herz verschlingt« (ebd.). Die Welt beobachtet uns aufmerksam, aber um uns zu „verschlingen“, um uns in Verbraucher zu verwandeln… Wir alle haben es nötig, aufmerksam betrachtet zu werden, mit einem Interesse, sagen wir, das keine Gegenleistung erwartet. »Seid aufmerksam«, sagte ich zu ihnen, »und lernt, [die Blicke eurer Priester] zu deuten, um euch mit ihnen zu freuen, wenn sie die Befriedigung empfinden zu erzählen, „was sie getan und gelehrt“ haben (Mk 6,30), und auch um euch nicht zurückzuziehen, wenn sie sich ein wenig gedemütigt fühlen und nicht anders können, als weinen, weil sie den Herrn verleugnet haben (vgl. Lk22,61-62), und auch […], um in Gemeinschaft mit Christus Unterstützung zu bieten, wenn jemand, der schon niedergeschlagen ist, mit Judas in die Nacht hinausgeht (vgl. Joh 13,30). Möge es in diesen Situationen, liebe Bischöfe, niemals an eurer Väterlichkeit gegenüber euren Priestern fehlen! Ermutigt sie zur Gemeinschaft untereinander, lasst sie ihre Gaben vervollkommnen, bezieht sie in die großen Angelegenheiten ein, denn das Herz des Apostels wurde nicht für kleine Dinge geschaffen« (ebd.).

Und zum Schluss, wie schaut Maria? Maria schaut „vollständig“, indem sie alles zusammen im Blick hat: unsere Vergangenheit, die Gegenwart und die Zukunft. Sie hat keinen aufgesplitterten Blick: Die Barmherzigkeit versteht die Gesamtheit zu sehen und erfasst, was am nötigsten ist. Wie Maria in Kana fähig ist, im Voraus Mitleid zu empfinden für das, was der Mangel an Wein beim Hochzeitsfest verursachen wird, und Jesus bittet, Abhilfe zu schaffen, ohne dass jemand es bemerkt, so können wir unser gesamtes Priesterleben sehen, als sei Maria ihm mit ihrer „Barmherzigkeit zuvorgekommen“; und da sie unsere Mängel voraussah, hat sie für alles gesorgt, was wir haben. Wenn es in unserem Leben ein wenig „guten Wein“ gibt, dann nicht aufgrund unserer Verdienste, sondern dank ihrer „zuvorgekommenen Barmherzigkeit“. Diese besingt sie schon im Magnificat: Denn der Herr hat gütig „auf ihre Niedrigkeit geschaut“ und „(seines Bundes) der Barmherzigkeit gedacht“, eines Erbarmens, das sich „von Generation zu Generation“ auf die Armen und die Unterdrückten erstreckt (Lk 1,46-55). Die Interpretation, die Maria vollzieht, ist eine Interpretation der Geschichte als Barmherzigkeit.

Wir können mit dem Gebet des Salve Regina schließen, in dessen Anrufungen der Geist des Magnificat widerhallt. Maria ist die Mutter der Barmherzigkeit, unser Leben, unsere Wonne und unsere Hoffnung. Und wenn ihr Priester dunkle, schwere Momente erleben solltet, wenn ihr euch in der Tiefe eures Herzens nicht zu helfen wisst, dann sage ich nicht nur: „Schaut auf die Mutter!“ – das müsst ihr natürlich tun –, sondern: „Geht hin und lasst euch von ihr anschauen, im Schweigen, selbst wenn ihr dabei einschlaft. Das wird bewirken, dass in jenen schweren Momenten – vielleicht mit vielen Fehlern, die ihr begangen habt und die euch an diesen Punkt gebracht haben – dieser ganze Schmutz zu einem Sammelbecken für die Barmherzigkeit wird. Lasst euch von der Muttergottes anschauen! Ihre barmherzigen Augen betrachten wir als das beste Gefäß der Barmherzigkeit in dem Sinn, dass wir uns in ihnen an ihrem milden und guten Blick laben können, nach dem wir dürsten, wie man nur nach einem Blick dürsten kann. Diese barmherzigen Augen sind es auch, die uns die Werke der Barmherzigkeit Gottes in der Geschichte der Menschen sehen und in ihren Gesichtern Jesus entdecken lassen. In Maria finden wir das gelobte Land – das vom Herrn errichtete Reich der Barmherzigkeit –, das schon in diesem Leben nach jedem Exil kommt, in das uns die Sünde treibt… Wir finden es, wenn wir von ihr an die Hand genommen werden und uns an ihren Mantel klammern. In meinem Büro habe ich ein schönes Bild, das Pater Rupnik gemacht und mir geschenkt hat; es ist eine Darstellung der Synkatabasis: Es zeigt Maria, die Jesus hinabsteigen lässt, und ihre Hände sind wie Stufen. Was mir aber am meisten gefällt, ist, dass Jesus in der einen Hand die Fülle des Gesetzes hält, während er sich mit der anderen an den Mantel der Muttergottes klammert: Auch er hat sich an Marias Mantel festgehalten. Und die russische Überlieferung, die der alten russischen Mönche, sagt uns, dass man in den geistlichen Turbulenzen Zuflucht unter dem Mantel der Muttergottes finden muss. Die früheste marianische Antiphon des Westens ist diese: „Sub tuum praesidium…“ – Der Mantel der Gottesmutter… Sich nicht schämen, keine großen Reden halten, einfach dastehen und sich umhüllen lassen, sich anschauen lassen. Und weinen. Wenn wir einen Priester finden, der dazu fähig ist, zur Mutter zu gehen und zu weinen, mit so vielen Sünden, dann kann ich sagen: Er ist ein guter Priester, denn er ist ein guter Sohn. Er wird ein guter Vater sein. Von Maria an die Hand genommen und unter ihrem Blick können wir froh die Größe des Herrn besingen. Wir können ihm sagen: Meine Seele besingt dich, Herr, weil du gütig auf die Niedrigkeit und Kleinheit deines Knechtes geschaut hast. Ich Glücklicher, dass mir verziehen wurde! Deine Barmherzigkeit, die du allen deinen Heiligen und deinem ganzen gläubigen Volk erwiesen hast, hat auch mich erreicht. Ich habe mich verirrt, indem ich mir selber folgte, wegen des Hochmuts meines Herzens, doch ich habe auf keinem Thron gesessen, Herr, und meine einzige „Erhöhung“ besteht darin, dass deine Mutter mich in den Arm nehmen, mich mit ihrem Mantel bedecken und mich nah an ihrem Herzen halten möge. Ich wünsche mir, von dir geliebt zu werden wie einer der Niedrigsten deines Volkes und mit deinem Brot die zu sättigen, die hungern nach dir. Gedenke, Herr, deines Bundes der Barmherzigkeit mit deinen Kindern, den Priestern und deinem Volk. Dass wir mit Maria Zeichen und Sakrament deiner Barmherzigkeit sein mögen.

[00919-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Segunda meditación: el receptáculo de la misericordia

Después de haber meditado sobre la «dignidad avergonzada» y «vergüenza dignificada», que es el fruto de la misericordia, sigamos adelante en esta meditación sobre el «receptáculo de la misericordia». Es simple. Yo podría decir una frase y marcharme, porque es uno solo: el receptáculo de la misericordia es nuestro pecado. Así de sencillo. Pero suele suceder que nuestro pecado es como un colador, como un cántaro agujereado por el que se escurre la gracia en poco tiempo: «Porque dos males ha hecho mi pueblo: me ha abandonado a mí, fuente de aguas vivas, para hacerse cisternas, cisternas agrietadas que no retienen el agua» (Jr 2,13). De ahí la necesidad que el Señor explicita a Pedro de «perdonar setenta veces siete». Dios no se cansa de perdonar, somos nosotros los que nos cansamos de pedir perdón. Dios no se cansa de perdonar, aunque vea que su gracia pareciera que no termina de echar raíces fuertes en la tierra de nuestro corazón, que es camino duro, lleno de maleza y pedregoso. Y simplemente porque Dios no es pelagiano, y por eso no se cansa de perdonar. Él vuelve a sembrar su misericordia y su perdón, y vuelve una y otra vez... setenta veces siete.

Corazones re-creados

Sin embargo, podemos dar un paso más en esta misericordia de Dios que es siempre «más grande que nuestra conciencia» de pecado. El Señor no sólo no se cansa de perdonarnos sino que renueva también el odre en que recibimos su perdón. Utiliza un odre nuevo para el vino nuevo de su misericordia, para que no sea como un vestido con remiendos ni un odre viejo. Y ese odre es su misericordia misma: su misericordia en cuanto experimentada en nosotros mismos y en cuanto la ponemos en práctica ayudando a otros. El corazón misericordiado no es un corazón emparchado sino un corazón nuevo, re-creado. Ese del que dice David: «Crea en mí un corazón puro, renuévame por dentro con espíritu firme» (Sal 50,12). Este corazón nuevo, re-creado, es un buen recipiente. La liturgia expresa el alma de la Iglesia cuando nos hace decir esa hermosa oración: «Oh Dios, tú que maravillosamente creaste el universo, y más maravillosamente lo recreaste en la redención» (Vigilia Pascual, Oración después de la Primera Lectura). Por lo tanto, esta segunda creación es más maravillosa que la primera. Es un corazón que se sabe recreado gracias a la fusión de su miseria con el perdón de Dios y, por eso, «es un corazón misericordiado y misericordioso». Es así: experimenta los beneficios que la gracia tiene sobre su herida y su pecado, siente cómo la misericordia pacifica su culpa, inunda con amor su sequedad, reaviva su esperanza. Por eso, cuando, al mismo tiempo y con la misma gracia, perdona al que tiene alguna deuda con él y se compadece de los que también son pecadores, esta misericordia arraiga en una tierra buena, en la que el agua no se escurre sino que da vida. En el ejercicio de esta misericordia que repara el mal ajeno, nadie mejor que el que tiene fresca la sensación de haber sido misericordiado en el mismo mal para ayudar a curarlo. Mírate a ti mismo; recuérdate de tu historia; cuenta tu historia, y en ella encontrarás tanta misericordia. Vemos cómo, entre los que trabajan en adicciones, los que se han rescatado suelen ser los que mejor comprenden, ayudan y exigen a los demás. Y el mejor confesor suele ser el que mejor se confiesa. Podemos hacernos una pregunta: ¿Cómo me confieso? Casi todos los grandes santos han sido grandes pecadores o, como santa Teresita, tenían conciencia de que era pura gracia preveniente el hecho de que no lo hubieran sido.

Así, el verdadero recipiente de la misericordia es la misma misericordia que cada uno ha recibido y le ha recreado el corazón; ese es el «odre nuevo» del que habla Jesús (cf. Lc 5,37), el «hueco sanado».

Nos situamos así en al ámbito del misterio del Hijo, de Jesús, que es la misericordia del Padre hecha carne. La imagen definitiva del receptáculo de la misericordia la encontramos a través de las llagas del Señor resucitado, imagen de la huella del pecado restaurado por Dios, que no se borra totalmente ni supura: es cicatriz, no herida purulenta. Las llagas del Señor. San Bernardo tiene dos bellísimos sermones sobre las llagas del Señor. Allí, en las llagas del Señor, encontramos la misericordia. Y es valiente cuando dice: «¿Estás perdido? ¿Te sientes mal? Entra allí, en las entrañas del Señor y en ellas encontrarás misericordia». En esa «sensibilidad» propia de las cicatrices, que nos recuerdan la herida sin doler mucho y la curación sin que se nos olvide la fragilidad, allí tiene su sede la misericordia divina: en nuestras cicatrices. Las llagas del Señor, que aún permanecen, las ha llevado consigo: el cuerpo bellísimo, no hay moratones, pero las llagas se las ha llevado. Y nuestras cicatrices. A todos nos sucede, cuando vamos a una visita médica y tenemos alguna cicatriz, que el médico pregunte: «Pero esta operación, ¿para qué era?». Miremos las cicatrices del alma: esta intervención que has hecho Tú, con tu misericordia, que has curado Tú... En la sensibilidad de Cristo resucitado que conserva sus llagas, no sólo en sus pies y en sus manos, sino que también su corazón es un corazón llagado, encontramos el sentido justo del pecado y de la gracia: allí, en el corazón llagado. Contemplando el corazón llagado del Señor nos espejamos en él. Se asemejan, nuestro corazón y el suyo, en que los dos están llagados y resucitados. Pero sabemos que el suyo era puro amor y quedó llagado porque aceptó ser vulnerado; el nuestro, en cambio, era pura llaga, que quedó sanada porque aceptó ser amada. En aquella aceptación se forma el receptáculo de la misericordia.

Nuestros santos recibieron la misericordia

Puede hacernos bien contemplar a otros que se dejaron recrear el corazón por la misericordia y mirar en qué «receptáculo» la recibieron.

Pablo la recibe en el receptáculo duro e inflexible de su juicio moldeado por la Ley. Su dureza de juicio lo impulsaba a ser un perseguidor. La misericordia lo transforma de tal manera que, a la vez que se convierte en un buscador de los más alejados, de los de mentalidad pagana, por otro lado es el más comprensivo y misericordioso para con los que eran como él había sido. Pablo deseaba ser considerado anatema con tal de salvar a los suyos. Su juicio se consolida «no juzgándose ni siquiera a sí mismo», dejándose justificar por un Dios que es más grande que su conciencia, apelándose a Jesucristo que es abogado fiel, de cuyo amor nada ni nadie lo puede separar. La radicalidad de los juicios de Pablo sobre la misericordia incondicional de Dios, que supera la herida de fondo, la que hace que tengamos dos leyes, (la de la carne y la del Espíritu), es tal porque es el recipiente de una mente susceptible a lo absoluto de la verdad, herida allí mismo donde la Ley y la Luz se convierten en trampa. La famosa «espina» que el Señor no le quita es el receptáculo en el que Pablo recibe la misericordia del Señor (cf. 2 Co 12,7).

Pedro recibe la misericordia en su presunción de hombre sensato. Era sensato, con la sensatez maciza y trabajada de un pescador, que sabe por experiencia cuándo se puede pescar y cuándo no. Es la sensatez del que, cuando se entusiasma con esto de caminar sobre las aguas y de tener pescas milagrosas y se excede en mirarse a sí mismo, sabe pedir ayuda al único que lo puede salvar. Este Pedro fue sanado en la herida más honda que puede haber, la de negar al amigo. Quizás el reproche de Pablo, cuando le echa en cara su doblez, tiene que ver con esto. Parecería que Pablo sentía que él había sido el peor «antes» de conocer a Cristo; pero Pedro lo fue después de conocerlo, lo negó… Sin embargo, ser sanado allí convirtió a Pedro en un Pastor misericordioso, en una piedra sólida sobre la cual siempre se puede edificar, porque es piedra débil que ha sido sanada, no piedra que en su contundencia lleva a tropezar al más débil. Pedro es el discípulo a quien más corrige el Señor en el Evangelio. El más «apaleado». Lo corrige constantemente, hasta aquel último: «A ti qué te importa, tú sígueme a mí» (Jn 21,22). La tradición dice que se le aparece de nuevo cuando Pedro está huyendo de Roma. El signo de Pedro crucificado cabeza abajo, es quizás el más elocuente de este receptáculo de una cabeza dura que, para ser misericordiada, se pone hacia abajo incluso al estar dando el testimonio supremo de amor a su Señor. Pedro no quiere terminar su vida diciendo: «Yo ya aprendí la lección», sino diciendo: «Como mi cabeza nunca va a aprender, la pongo para abajo». Arriba del todo, los pies que lavó el Señor. Esos pies son para Pedro el receptáculo por donde recibe la misericordia de su Amigo y Señor.

Juan será sanado en su soberbia de querer reparar el mal con fuego y terminará siendo ese que escribe «hijitos míos», y se parece a uno de esos abuelitos buenos que sólo hablan de amor, él, que era «el hijo del trueno» (Mc 3,17).

Agustín fue sanado en su nostalgia de haber llegado tarde a la cita: esto le hacía sufrir mucho, y fue sanado en esta nostalgia. «Tarde te amé», y encontrará esa manera creativa de llenar de amor el tiempo perdido escribiendo sus Confesiones.

Francisco es misericordiado cada vez más en muchos momentos de su vida. Quizás el receptáculo definitivo, que se convirtió en llagas reales, haya sido, más que besar al leproso, desposarse con la dama pobreza y sentir a toda creatura como hermana, el tener que custodiar en silencio misericordioso a la Orden que había fundado. Aquí veo yo la gran heroicidad de Francisco: el deber custodiar en misericordioso silencio la Orden que había fundado. Este es su gran receptáculo de la misericordia. Francisco ve cómo sus hermanos se dividen tomando como bandera la misma pobreza. El demonio nos hace pelear entre nosotros defendiendo las cosas más santas pero «con mal espíritu».

Ignacio fue sanado en su vanidad, y si ese fue el recipiente, podemos vislumbrar lo grande que era ese deseo de vanagloria que se recreó en una tal búsqueda de la mayor gloria de Dios.

En el Diario de un cura rural, Bernanos nos relata la vida de un cura de pueblo, inspirándose en la vida del Santo Cura de Ars. Hay dos párrafos muy hermosos que narran los pensamientos íntimos del cura en los últimos momentos de su imprevista enfermedad: «Las últimas semanas que Dios me conceda seguir sosteniendo la carga de la parroquia... trataré de obrar menos preocupado por el porvenir, trabajaré tan sólo para el presente. Esa especie de trabajo parece hecha a mi medida... Pues no tengo éxito más que en las cosas pequeñas. Y si he sido frecuentemente probado por la inquietud, tengo que reconocer que triunfo en las minúsculas alegrías». Es decir, un recipiente de la misericordia pequeñito tiene que ver con las minúsculas alegrías de nuestra vida pastoral, allí donde podemos recibir y ejercer la misericordia infinita del Padre en gestos pequeños. Los pequeños gestos de los curas.

El otro párrafo dice: «Todo ha terminado ya. La especie de desconfianza que tenía de mí, de mi persona, acaba de disiparse, creo que para siempre. La lucha ha terminado. No la comprendo ya. Me he reconciliado conmigo mismo, con este despojo que soy. Odiarse es más fácil de lo que se cree. La gracia es olvidarse. Pero si todo orgullo muriera en nosotros, la gracia de las gracias sería apenas amarse humildemente a sí mismo, como a cualquiera de los miembros dolientes de Jesucristo». Este es el recipiente «amarse humildemente a sí mismo, como a cualquiera de los miembros dolientes de Jesucristo». Es un recipiente común, como un jarro viejo que podemos pedir prestado a los más pobres.

El «Cura Brochero» —es compatriota mío—, el beato argentino que pronto será canonizado, «se dejó trabajar el corazón por la misericordia de Dios». Su receptáculo terminó siendo su propio cuerpo leproso. Él, que soñaba con morir galopando, vadeando algún río de las sierras para ir a dar la unción a algún enfermo. Una de sus últimas frases fue: «No hay gloria cumplida en esta vida». Esto nos hará pensar: «no hay gloria cumplida en esta vida». «Yo estoy muy conforme con lo que ha hecho conmigo respecto a la vista y le doy muchas gracias por ello. La lepra le había vuelo ciego. Cuando yo pude servir a la humanidad, me conservó íntegros y robustos mis sentidos. Hoy, que ya no puedo, me ha inutilizado uno de los sentidos del cuerpo. En este mundo no hay gloria cumplida, y estamos llenos de miserias». Nuestras cosas muchas veces quedan a medias y, por eso, salir de sí es siempre gracia. Se nos concede «dejar las cosas» para que las bendiga y perfeccione el Señor. No tenemos que preocuparnos mucho de nosotros. Esto nos permite abrirnos a las penas y alegrías de nuestros hermanos. Era el cardenal Van Thuán el que decía que, en la cárcel, el Señor le había enseñado a distinguir entre «las cosas de Dios», a las que se había dedicado en su vida libre como sacerdote y obispo, y Dios mismo, al que se dedicaba estando encarcelado (cf. Cinco panes y dos peces, Ciudad Nueva 2000). Y así podríamos continuar con los santos, buscando cómo era el receptáculo de su misericordia. Pero ahora pasemos a la Virgen María: ¡estamos en su casa!

María como recipiente y fuente de misericordia

Subiendo por la escalera de los santos, en esto de ir buscando los recipientes para la misericordia, llegamos a nuestra Señora. Ella es el recipiente simple y perfecto, con el cual recibir y repartir la misericordia. Su «sí» libre a la gracia es la imagen opuesta del pecado que llevó al hijo pródigo a la nada. Ella integra una misericordia a la vez muy suya, muy de nuestra alma y muy eclesial. Como dice en el Magnificat: se sabe mirada con bondad en su pequeñez y sabe ver cómo la misericordia de Dios alcanza a todas las generaciones. Ella sabe ver las obras que esa misericordia despliega y se siente «acogida», junto con todo Israel, por esa misericordia. Ella guarda la memoria y la promesa de la misericordia infinita de Dios para con su pueblo. El suyo es el Magnificat de un corazón íntegro, no agujereado, que mira la historia y a cada persona con su misericordia maternal.

En aquel rato a solas con María que me regaló el pueblo mexicano, mirando a nuestra Señora la Virgen de Guadalupe y dejándome mirar por ella, le pedí por ustedes, queridos sacerdotes, para que sean buenos curas. Lo he dicho, muchas veces. Y en el discurso a los obispos les decía que había reflexionado largamente sobre el misterio de la mirada de María, sobre su ternura y su dulzura que nos infunde valor para dejarnos misericordiar por Dios. Quisiera ahora recordarles algunos «modos» de mirar que tiene nuestra Señora, especialmente a sus sacerdotes, porque a través de nosotros quiere mirar a su gente.

María nos mira de modo tal que uno se siente acogido en su regazo. Ella nos enseña que «la única fuerza capaz de conquistar el corazón de los hombres es la ternura de Dios. Aquello que encanta y atrae, aquello que doblega y vence, aquello que abre y desencadena, no es la fuerza de los instrumentos o la dureza de la ley, sino la debilidad omnipotente del amor divino, que es la fuerza irresistible de su dulzura y la promesa irreversible de su misericordia» (Discurso a los obispos de México, 13 febrero 2016). Lo que sus pueblos buscan en los ojos de María es «un regazo en el cual los hombres, siempre huérfanos y desheredados, están en la búsqueda de un resguardo, de un hogar». Y eso tiene que ver con sus modos de mirar: el espacio que abren sus ojos es el de un regazo, no el de un tribunal o el de un consultorio «profesional». Si alguna vez notan que se les ha endurecido la mirada —por el trabajo, por el cansancio... les pasa a todos—, que cuando ven a la gente sienten fastidio o no sienten nada, deténganse, vuelvan a mirarla a ella; mírenla con los ojos de los más pequeños de su gente, que mendiga un regazo, y ella les limpiará la mirada de toda «catarata» que no deja ver a Cristo en las almas, les curará toda miopía que vuelve borrosas las necesidades de la gente, que son las del Señor encarnado, y les curará de toda presbicia que se pierde los detalles, «la letra chica» donde se juegan las realidades importantes de la vida de la Iglesia y de la familia. La mirada de la Virgen cura.

Otro «modo de mirar de María» tiene que ver con el tejido: María mira «tejiendo», viendo cómo puede combinar para bien todas las cosas que le trae su gente. Les decía a los obispos mexicanos que, «en el manto del alma mexicana, Dios ha tejido, con el hilo de las huellas mestizas de su gente, y ha tejido el rostro de su manifestación en la Morenita» (ibíd.) Un maestro espiritual enseña que lo que se dice de María de manera especial, se dice de la Iglesia de modo universal y de cada alma en particular (cf. Isaac de la Estrella, Sermón 51: PL 194, 1863). Al ver cómo tejió Dios el rostro y la figura de la Guadalupana en la tilma de Juan Diego podemos rezar contemplando cómo teje nuestra alma y la vida de la Iglesia. Dicen que no se puede ver cómo está «pintada» la imagen. Es como si estuviera estampada. Me gusta pensar que el milagro no fue sólo «estampar o pintar la imagen con un pincel», sino que «se recreó el manto entero», se transfiguró de pies a cabeza, y cada hilo ―esos que las mujeres aprenden a tejer desde pequeñas, y para las prendas más finas usan las fibras del corazón del maguey (la penca de la que se sacan los hilos)―, cada hilo que ocupó su lugar fue transfigurado, asumiendo los detalles que brillan en su sitio y, entretejido con los demás, de igual manera transfigurados, hacen aparecer el rostro de nuestra Señora y toda su persona y lo que la rodea. La misericordia hace eso mismo con nosotros, no nos «pinta» desde fuera una cara de buenos, no nos hace el photoshop, sino que, con los hilos mismos de nuestras miserias y pecados —justamente con esos—, entretejidos con amor de Padre, nos teje de tal manera que nuestra alma se renueva recuperando su verdadera imagen, la de Jesús. Sean, por tanto, sacerdotes «capaces de imitar esta libertad de Dios eligiendo cuanto es humilde para hacer visible la majestad de su rostro y de copiar esta paciencia divina en tejer, con el hilo fino de la humanidad que encuentren, aquel hombre nuevo que su país espera. No se dejen llevar por la vana búsqueda de cambiar de pueblo —es una tentación nuestra: «Pediré al obispo que me cambie...»—, como si el amor de Dios no tuviese bastante fuerza para cambiarlo» (Discurso a los obispos de México, 13 febrero 2016).

El tercer modo de mirar de la Virgen es el de la atención: María mira con atención, se vuelca toda y se involucra entera con el que tiene delante, como una madre cuando es todo ojos para su hijito que le cuenta algo. Y también las mamás, cuando la criatura es muy pequeña, imitan la voz del hijo para que le salgan las palabras: se hacen pequeñas. «Como enseña la bella tradición guadalupana —sigo refiriéndome a México—, la Morenita custodia las miradas de aquellos que la contemplan, refleja el rostro de aquellos que la encuentran. Es necesario aprender que hay algo de irrepetible en cada uno de aquellos que nos miran en la búsqueda de Dios —no todos los miran del mismo modo—. Toca a nosotros no volvernos impermeables a tales miradas (ibíd.). Un sacerdote, un cura que se hace impermeable a las miradas está cerrado en sí mismo. «Custodiar en nosotros a cada uno de ellos, conservarlos en el corazón, resguardarlos. Sólo una Iglesia capaz de resguardar el rostro de los hombres que van a tocar a su puerta es capaz de hablarles de Dios» (ibíd.). Si no eres capaz de custodiar el rostro de las personas que llaman a tu puerta, no serás capaz hablarles de Dios. «Si no desciframos sus sufrimientos, si no nos damos cuenta de sus necesidades, nada podremos ofrecerles. La riqueza que tenemos fluye solamente cuando encontramos la poquedad de aquellos que mendigan, y dicho encuentro se realiza precisamente en nuestro corazón de pastores» (ibíd.). A sus obispos les decía que estén atentos a ustedes, sus sacerdotes, «que no los dejen expuestos a la soledad y al abandono, presa de la mundanidad que devora el corazón» (ibíd.). El mundo nos observa con atención pero para «devorarnos», para volvernos consumidores… Todos necesitamos ser mirados con atención, con interés gratuito, digamos. «Ustedes estén atentos ―les decía a los obispos― y aprendan a leer las miradas de sus sacerdotes, para alegrarse con ellos cuando sientan el gozo de contar cuanto “han hecho y enseñado” (Mc 6,30), y también para no echarse atrás cuando se sienten un poco rebajados y no puedan hacer otra cosa que llorar porque “han negado al Señor” (cf. Lc 22,61-62), y también para sostener [...], en comunión con Cristo, cuando alguno, abatido, saldrá con Judas “en la noche” (cf. Jn 13,30). En estas situaciones, que nunca falte la paternidad de ustedes, obispos, para con sus sacerdotes. Animen la comunión entre ellos; hagan perfeccionar sus dones; intégrenlos en las grandes causas, porque el corazón del apóstol no fue hecho para cosas pequeñas» (ibíd.)

Por último, ¿cómo mira María? María mira de modo «íntegro», uniendo todo, nuestro pasado, presente y futuro. No tiene una mirada fragmentada: la misericordia sabe ver la totalidad y capta lo más necesario. Como María en Caná, que es capaz de «compadecerse» anticipadamente de lo que acarreará la falta de vino en la fiesta de bodas y pide a Jesús que lo solucione, sin que nadie se dé cuenta, así toda nuestra vida sacerdotal la podemos ver como «anticipada por la misericordia» de María, que previendo nuestras carencias ha provisto todo lo que tenemos. Si algo de «vino bueno» hay en nuestra vida, no es por mérito nuestro sino por su «misericordia anticipada», esa que ya en el Magníficat canta cómo el Señor «miró con bondad su pequeñez» y «se acordó de su (alianza de) misericordia», una «misericordia que se extiende de generación en generación» sobre sus pobres y oprimidos (cf. Lc 1,46-55). La lectura que hace María es la de la historia como misericordia.

Podemos terminar rezando la Salve Regina en cuyas invocaciones late el espíritu del Magnificat. Ella es la Madre de misericordia, vida, dulzura y esperanza nuestra. Y cuando ustedes sacerdotes tengan momentos oscuros, feos, cuando no sepan cómo arreglarse en lo hondo de su corazón, no digo sólo «miren a la Madre», eso lo deben hacer, sino: «Vayan allí déjense mirar por ella, en silencio, incluso adormentándose. Eso hará que en esos momentos feos, quizás con tantos errores como han cometido y que los han llevado a ese punto, toda esta suciedad se convierta en receptáculo de misericordia. Déjense mirar por la Virgen. Sus ojos misericordiosos son los que consideramos el mejor recipiente de la misericordia, en el sentido de poder beber en ellos esa mirada indulgente y buena de la que tenemos sed como sólo se puede tener sed de una mirada. Esos ojos misericordiosos son también los que nos hacen ver las obras de la misericordia de Dios en la historia de los hombres y descubrir a Jesús en sus rostros. En ella encontramos la tierra prometida —el reino de la misericordia instaurado por el Señor― que viene, ya en esta vida, después de cada destierro al que nos arroja el pecado. De su mano, y aferrándonos a su manto. Yo tengo en mi estudio una hermosa imagen que me ha regalado el Padre Rupnik, la ha hecho él, de la «Synkatabasis»: representa a María que hace descender a Jesús, y sus manos son como escalones. Pero lo que más me gusta es que Jesús tiene en una mano la plenitud de la Ley, y con la otra se aferra al manto de la Virgen: también él agarrado al manto de la Virgen. Y la tradición rusa, los monjes, los viejos monjes rusos, nos dicen que en las turbulencias espirituales hay que refugiarse bajo el manto de la Virgen. La primera antífona mariana de Occidente es esta: «Sub tuum praesidium». El manto de la Virgen. No avergonzarse, no hacer grandes discursos: estar allí y dejarse cubrir, dejarse mirar. Y llorar. Cuando encontramos un sacerdote que es capaz de esto, de ir con la Madre y llorar, con tantos pecados, yo puedo decir: «es un buen cura, porque es un buen hijo. Será un buen padre. Tomados de su mano y bajo su mirada podemos cantar con alegría las grandezas del Señor. Podemos decirle: Mi alma te canta, Señor, porque miraste con bondad la humildad y pequeñez de tu servidor. Feliz de mí, que he sido perdonado. Tu misericordia, la que practicaste con todos tus santos y con todo tu pueblo fiel, también me ha alcanzado a mí. He andado disperso, buscándome a mí mismo, por la soberbia de mi corazón, pero no he ocupado ningún trono, Señor, y mi única exaltación es que tu Madre me alce a su regazo, me cubra con su manto y me ponga junto a su corazón. Quiero ser amado por ti como uno más de los más humildes de tu pueblo, colmar con tu pan a los que tienen hambre de ti. Acuérdate, Señor, de tu alianza de misericordia con tus hijos, los sacerdotes de tu pueblo. Que con María seamos signo y sacramento de tu misericordia.

[00919-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

II Meditação: o recetáculo da Misericórdia

Depois de termos rezado sobre aquela «dignidade envergonhada» e «vergonha dignificada», que é o fruto da misericórdia, prosseguimos com esta meditação sobre o «recetáculo da Misericórdia». É simples. Poderia dizer uma frase e ir-me embora, porque é um só: o recetáculo da Misericórdia é o nosso pecado. É tão simples. Mas muitas vezes acontece que o nosso pecado é como um coador, como um cântaro furado por onde se perde a graça em pouco tempo: «Porque o meu povo cometeu um duplo crime: abandonou-me a Mim, nascente de águas vivas, e construiu cisternas para si, cisternas rotas, que não podem reter as águas» (Jr 2, 13). Daí a necessidade que o Senhor lembra explicitamente a Pedro de «perdoar setenta vezes sete». Deus não Se cansa de perdoar, somos nós que nos cansamos de pedir perdão. Deus não se cansa de perdoar, mesmo quando vê que a sua graça parece não conseguir criar raízes fortes no terreno do nosso coração, que é caminho duro, agreste e pedregoso. Por uma razão muito simples: Deus não é pelagiano e, por isso, não se cansa de perdoar. Volta a semear a sua misericórdia e o seu perdão: volta uma vez, outra e outra… setenta vezes sete.

Corações recriados

Podemos, porém, dar mais um passo nesta misericórdia de Deus, que é sempre «maior que a nossa consciência» de pecado, e reconhecer não apenas que o Senhor não se cansa de perdoar, mas também que renova o odre em que recebemos o seu perdão. Usa um odre novo para o vinho novo da sua misericórdia, para que não seja como um vestido remendado ou um odre velho. E aquele odre é a sua própria misericórdia: a sua misericórdia experimentada em nós mesmos e posta em prática por nós ajudando os outros. O coração «misericordiado» não é um coração remendado, mas um coração novo, recriado; aquele coração de que fala David: «Cria em mim, ó Deus, um coração puro; renova e dá firmeza ao meu espírito» (Sal 50, 12). Este coração novo, recriado, é um bom recipiente. A liturgia expressa a alma da Igreja, quando nos faz dizer esta oração encantadora: «Senhor nosso Deus, que de modo admirável criastes o homem e de modo mais admirável o redimistes» (Oração na Vigília Pascal, depois da Primeira Leitura). Por conseguinte, esta segunda criação é ainda mais admirável do que a primeira. É um coração que se reconhece recriado graças à fusão da sua miséria com o perdão de Deus e, por isso, é um coração «misericordiado» e misericordioso. Ou seja, experimenta os benefícios que a graça opera sobre a sua ferida e o seu pecado, sente que a misericórdia pacifica a sua culpa, inunda de amor a sua aridez, reacende a sua esperança. Por isso quando, ao mesmo tempo e com a mesma graça, perdoa a quem tem qualquer dívida para com ele e se compadece dos que também são pecadores, esta misericórdia lança raízes numa terra boa, onde a água não se perde mas dá vida. No exercício desta misericórdia que repara o mal alheio, não há ninguém melhor para ajudar a curá-lo do que a pessoa que possui viva a sensação de ter sido «misericordiada» do mesmo mal. Olha para ti mesmo, repassa a tua história; conta a ti mesmo a tua história; e nela encontrarás tanta misericórdia. Vemos como, entre aqueles que trabalham com viciados, as pessoas que melhor compreendem, ajudam e sabem exigir dos outros são habitualmente aquelas que foram resgatadas. E o melhor confessor costuma ser o que melhor se confessa. E podemos questionar-nos: como me confesso? Quase todos os grandes Santos foram grandes pecadores ou, como Santa Teresinha, estavam cientes de que se devia a pura graça preveniente o facto de não o serem.

Assim, o verdadeiro recipiente da misericórdia é a própria misericórdia que cada um recebeu e lhe recriou o coração, que é o «odre novo» de que fala Jesus (cf. Lc 5, 37), o «poço sanado».

Encontramo-nos assim no âmbito do mistério do Filho, de Jesus, que é a misericórdia do Pai feita carne. Através das chagas do Senhor ressuscitado, individuamos a imagem definitiva do recetáculo da misericórdia: uma imagem dos vestígios do pecado cancelado por Deus, que não se apaga totalmente nem supura (são cicatrizes, não feridas purulentas). As chagas do Senhor. São Bernardo tem dois sermões estupendos sobre as chagas do Senhor. Lá, nas cicatrizes do Senhor, encontramos a misericórdia. Com desassombro, diz São Bernardo: Sentes-te perdido? Sentes-te mal? Entra lá, entra nas chagas do Senhor e lá encontrarás misericórdia. Na «sensibilidade» própria das cicatrizes, que nos lembram a ferida sem doer muito e a cura sem nos esquecermos da fragilidade, lá tem a sua sede a misericórdia divina: nas nossas cicatrizes. As chagas do Senhor, que permanecem ainda agora, levou-as consigo: o corpo belíssimo, as pisaduras não existem, mas as chagas quis levá-las consigo. E as nossas cicatrizes. Acontece a todos nós, quando vamos a uma visita médica e temos qualquer cicatriz, ouvir o médico perguntar-nos: «Por que motivo foi esta intervenção?» Olhemos as cicatrizes da alma: esta intervenção que o Senhor fez, com a sua misericórdia nos curou… Na sensibilidade de Cristo ressuscitado que conserva as suas chagas não só nos pés e nas mãos mas também no próprio coração, que é um coração chagado, encontramos o justo sentido do pecado e da graça. Lá, no coração chagado. Ao contemplar o coração chagado do Senhor, espelhamo-nos nele. O nosso coração e o d’Ele assemelham-se no facto que os dois estão chagados e ressuscitados. Mas sabemos que o seu era puro amor, e ficou chagado porque aceitou tornar-se vulnerável; enquanto o nosso era pura chaga, que ficou curada porque aceitou ser amada. Nesta aceitação, forma-se o recetáculo da Misericórdia.

Os nossos Santos receberam a misericórdia

Pode fazer-nos bem contemplar outros que se deixaram recriar o coração pela misericórdia e fixar em que «recetáculo» a receberam.

Paulo recebe-a no recetáculo duro e inflexível do seu juízo moldado pela Lei. A sua dureza de juízo impelia-o a ser um perseguidor. A misericórdia transforma-o de tal maneira que, ao mesmo tempo que se consagra a buscar os mais afastados, ou seja, os de mentalidade pagã, é também o mais compreensivo e misericordioso para com aqueles que eram como tinha sido ele. Paulo não se importava de ser considerado anátema, contanto que se salvassem os seus. O seu juízo consolida-se «não se julgando sequer a si mesmo», mas deixando-se justificar por um Deus que é maior do que a sua consciência, apelando para um advogado que é fiel, Jesus Cristo, de cujo amor nada e ninguém o pode separar. A radicalidade dos juízos de Paulo sobre a misericórdia incondicional de Deus, que supera a ferida de fundo – a que nos faz ter duas leis (a lei da carne e a do Espírito) –, é assim porque o recipiente duma mente sensível ao caráter absoluto da verdade foi ferido precisamente onde a Lei e a Luz se tornam uma armadilha. O famoso «espinho» que o Senhor não lhe tira é o recetáculo onde Paulo recebe a misericórdia do Senhor (cf. 2 Cor 12, 7).

Pedro recebe a misericórdia na sua presunção de homem sensato. Era sensato com o firme e experimentado bom senso dum pescador, que sabe por experiência quando se pode pescar ou não. É a sensatez de alguém que, quando se entusiasma com caminhar sobre as águas e obter uma pesca milagrosa mas excede-se olhando para si mesmo, sabe pedir ajuda ao único que o pode salvar. Este Pedro foi curado na ferida mais profunda que se pode ter: a de renegar o amigo. Talvez tenha a ver com isto a censura de Paulo, quando lhe atira à cara a sua duplicidade. Poderia parecer que Paulo sentisse que fora o pior «antes» de conhecer Cristo; mas Pedro, depois de O conhecer, renegava-O... Mas o facto de ter sido curado nisso, transformou Pedro num pastor misericordioso, numa pedra sólida sobre a qual sempre se pode construir, porque é pedra frágil que foi curada, não uma pedra que, na sua contundência, faz tropeçar o mais fraco. Pedro é o discípulo que o Senhor mais corrige no Evangelho. É aquele em que «malha» mais! Corrige-o constantemente, até ao derradeiro momento quando lhe diz: «Que tens tu com isso? Tu, pensa em seguir-Me!» (cf. Jo 21, 22). A tradição diz que Jesus lhe apareceu de novo quando Pedro está para fugir de Roma. O sinal de Pedro crucificado de cabeça para baixo é talvez o mais eloquente deste recetáculo duma cabeça dura que, para ser «misericordiada», se vira para baixo mesmo quando está a dar o testemunho supremo de amor ao seu Senhor. Pedro não quer terminar a sua vida dizendo «eu já aprendi a lição», mas sim: «Dado que a minha cabeça nunca vai aprender, viro-a para baixo». E acima de tudo, os pés que lavou o Senhor. Estes pés são, para Pedro, o recetáculo através do qual recebe a misericórdia do seu Amigo e Senhor.

João será curado no seu orgulho de querer reparar o mal com o fogo e acabará por ser aquele que escreve «filhinhos meus», parecendo um daqueles avozinhos bons que só fala de amor, ele que fora «o filho do trovão» (Mc 3, 17).

Agostinho foi curado na sua nostalgia de ter chegado tarde à meta: isto fazia-o sofrer tanto e, naquela nostalgia, foi curado. «Tarde te amei»; e encontrará a maneira criativa de encher de amor o tempo perdido escrevendo as suas Confissões.

Francisco é progressivamente «misericordiado» em muitos momentos da sua vida. Talvez o recetáculo definitivo que se tornou em chagas reais, mais do que beijar o leproso, desposar-se com a senhora pobreza e sentir toda a criatura como irmã, terá sido o dever guardar, em silêncio misericordioso, a Ordem que fundara. Aqui encontro o grande heroísmo de Francisco: o dever guardar, em silêncio misericordioso, a Ordem que fundara. Este é o seu grande recetáculo da misericórdia. Francisco vê que os seus irmãos se dividem tomando por bandeira a própria pobreza. O diabo faz-nos lutar entre nós, defendendo as coisas mais santas mas «com mau espírito».

Inácio foi curado na sua vaidade e, se isto foi o recipiente, podemos intuir quão grande era aquele desejo de vanglória, que foi recriado numa tal busca da maior glória de Deus.

No Diário dum Pároco de Aldeia, Bernanos narra-nos a vida dum pároco da aldeia, inspirando-se na vida do Santo Cura d'Ars. Há dois parágrafos muito belos que descrevem os pensamentos íntimos do pároco nos últimos momentos da sua inesperada doença: «Nas últimas semanas, que Deus me conceda continuar carregando a carga da paróquia (...) procurarei agir menos preocupado com o futuro, vou trabalhar só para o presente. Esta espécie de trabalho parece feita à minha medida... Pois só tenho sucesso nas pequenas coisas. E, se frequentemente fui provado pela ansiedade, tenho de reconhecer que triunfo nas minúsculas alegrias». Ou seja, um recipiente da misericórdia, pequenino, tem a ver com as minúsculas alegrias da nossa vida pastoral, onde podemos receber e exercer a misericórdia infinita do Pai em pequenos gestos. Os pequenos gestos dos padres.

No outro parágrafo, diz: «Já tudo acabou. Aquela espécie de desconfiança que tinha de mim, da minha pessoa, acaba de dissipar-se – creio que para sempre. A luta terminou. Já não vejo razão para ela. Reconciliei-me comigo mesmo, com estes despojos que sou. Odiar-se é mais fácil do que se crê. A graça é esquecer-se. Entretanto se todo o orgulho morresse em nós, a graça das graças seria apenas amar-se humildemente a si mesmo, como um qualquer dos membros sofredores de Jesus Cristo». Eis aqui o recipiente: «amar-se humildemente a si mesmo, como um qualquer dos membros sofredores de Jesus Cristo». É um recipiente comum, como um velho cântaro que podemos pedir emprestado aos mais pobres.

O Cura Brochero – é da minha pátria –, o Beato argentino que em breve será canonizado, «deixou-se trabalhar o coração pela misericórdia de Deus». O seu recetáculo acabou por ser o seu próprio corpo leproso; ele, que sonhava morrer cavalgando, atravessando algum rio da serra para ir dar a unção a algum doente. Uma das suas últimas frases foi: «Não há glória perfeita nesta vida». Isto há-de fazer-nos pensar: «Não há glória perfeita nesta vida». «Eu estou muito conformado com o que fez comigo quanto à vista, e por isso Lhe dou muitas graças». A lepra tornara-o cego. «Enquanto pude servir a humanidade, conservou-me íntegros e robustos os meus sentidos. Hoje, que já não posso, inutilizou-me um dos sentidos do corpo. Neste mundo, não há glória perfeita, e estamos cheios de misérias». Muitas vezes as nossas coisas ficam a meio e, por isso, sair de si mesmo é sempre uma graça. Seja-nos concedido «deixar as coisas», para que o Senhor as abençoe e aperfeiçoe. Não devemos preocupar-nos muito. Isto permite abrir-nos às dores e às alegrias dos nossos irmãos. E o Cardeal Van Thuan dizia que, na prisão, o Senhor lhe ensinara a distinguir entre «as coisas de Deus – aquelas a que se dedicara, durante a sua vida em liberdade, como padre e bispo – e o próprio Deus, a quem se dedicava estando preso» (cf. Cinco pães e dois peixes, Edições San Paolo, 1997). E poderíamos continuar de igual modo com outros Santos, procurando ver como era o recetáculo da sua misericórdia. Mas agora passemos a Nossa Senhora: estamos na sua casa!

Maria como recipiente e fonte de Misericórdia

Subindo a escada dos Santos, à procura dos recipientes da misericórdia, chegamos a Nossa Senhora. O recipiente simples e perfeito, através do qual se pode receber e distribuir a misericórdia, é Ela. O seu «sim» livre à graça é a imagem oposta do pecado que levou o filho pródigo ao nada. Maria detém, em Si mesma, uma misericórdia que é simultaneamente muito d’Ela, muito da nossa alma e muito da Igreja. Como diz no Magnificat, sente que um olhar de bondade pousou na sua pequenez e sabe ver como a misericórdia de Deus alcança todas as gerações. Sabe ver as obras que desenvolve esta misericórdia e sente-se «acolhida», juntamente com todo o Israel, por tal misericórdia. Guarda a memória e a promessa da misericórdia infinita de Deus para com o seu povo. O seu é o Magnificat dum coração íntegro, não esburacado, que olha a história e cada pessoa com a sua misericórdia maternal.

Naquele tempo que o povo mexicano me presenteou para o transcorrer a sós com Maria, olhando para Nossa Senhora, a Virgem de Guadalupe, e deixando-me olhar por Ela, pedi-Lhe por vós, queridos sacerdotes, para que sejais bons padres. Já o disse muitas vezes. E, no discurso aos Bispos, disse-lhes que refletira longamente sobre o mistério do olhar de Maria, sobre o seu carinho e a sua doçura que nos infunde coragem para nos deixarmos «misericordiar» por Deus. Gostaria agora de vos lembrar alguns «modos» de olhar que tem Nossa Senhora, especialmente os seus sacerdotes, já que, por nosso intermédio, quer olhar o seu povo.

Maria olha-nos dum modo tal que nos sentimos acolhidos no seu regaço. Ela ensina-nos que «a única força capaz de conquistar o coração dos homens é a ternura de Deus. Aquilo que encanta e atrai, aquilo que abranda e vence, aquilo que abre e liberta das cadeias não é a força dos meios nem a dureza da lei, mas a fragilidade omnipotente do amor divino, que é a força irresistível da sua doçura e a promessa irreversível da sua misericórdia» (Discurso aos Bispos do México, 13 de fevereiro de 2016). Aquilo que o vosso povo busca nos olhos de Maria é «um regaço no qual os homens, sempre órfãos e deserdados, buscam um abrigo, um lar». E isto tem a ver com os seus modos de olhar: o espaço que abrem os seus olhos é o dum regaço, não o dum tribunal ou dum consultório «profissional». Se alguma vez notardes que se endureceu o vosso olhar – por causa do trabalho, do cansaço… acontece a todos –, que quando veem as pessoas sentis fastídio ou não sentis nada, parai e voltai a fixá-La, olhai-A com os olhos dos mais pequeninos do vosso povo, pedindo colo, e Ela vos limpará o olhar de todas as «cataratas» que não deixam ver Cristo nas almas, curar-vos-á de toda a miopia que torna indistintas as necessidades das pessoas, que são as do Senhor encarnado, e curar-vos-á de toda a presbiopia que perde os detalhes, as observações escritas em «letra miudinha», onde se jogam as realidades importantes da vida da Igreja e da família. O olhar de Nossa Senhora cura.

Outro «modo de olhar de Maria» tem a ver com a tecelagem: Maria olha «tecendo», vendo como pode combinar para bem todas as coisas que o vosso povo Lhe apresenta. Dizia aos bispos mexicanos que «no manto da alma mexicana, Deus teceu, com o fio dos traços mestiços do seu povo, o rosto da sua manifestação na Morenita» (Ibid.). Um Mestre espiritual ensina que aquilo que se afirma de Maria em sentido especial, diz-se da Igreja em sentido universal e de cada alma em particular (cf. Isaque da Estrela, Serm. 51: PL 194, 1863). Ao ver como Deus teceu o rosto e a figura da Guadalupana no avental de Juan Diego, podemos rezar contemplando como tece a nossa alma e a vida da Igreja. Dizem que não se consegue ver como pôde ser «pintada» a imagem. É como se estivesse estampada. Gosto de pensar que o milagre não foi apenas «estampar ou pintar a imagem com um pincel» mas que «se recriou o manto inteiro», foi transfigurado de cima abaixo e cada fio – aqueles que as mulheres aprendem a tecer desde pequenas e, para as peças de vestuário mais finas, usam as fibras do coração do maguey (o talo donde tiram os fios) – cada fio que ocupava o seu lugar foi transfigurado, assumindo os detalhes que brilham no seu lugar e, entrelaçados com os demais igualmente transfigurados, fazem aparecer o rosto de Nossa Senhora e toda a sua figura e o que a rodeia. A misericórdia faz a mesma coisa connosco: não nos «pinta» por fora uma cara de bons, não nos faz o photoshop, mas com os próprios fios das nossas «misérias – precisamente com esses – e dos nossos pecados – precisamente com esses –, entrelaçados com amor de Pai, tece-nos de tal maneira que a nossa alma se renova recuperando a sua verdadeira imagem: a de Jesus. Por isso, sede sacerdotes «capazes de imitar esta liberdade de Deus, escolhendo o que é humilde para manifestar a majestade do seu rosto e copiar esta paciência divina ao tecer, com o fio subtil da humanidade que encontrais, aquele homem novo que o vosso país espera. Não vos deixeis levar pela vã pretensão de mudar de paróquia – é uma nossa tentação: «Pedirei ao bispo para me transferir…» – como se o amor de Deus não tivesse força suficiente para a mudar» (Discurso aos Bispos do México, 13 de fevereiro de 2016).

O terceiro modo – como olha Nossa Senhora – é o da atenção: Maria olha com atenção, concentra-Se toda e envolve-Se inteiramente com a pessoa que tem à sua frente, como uma mãe quando só tem olhos para o seu filhinho que lhe conta alguma coisa. E as próprias mães, quando o menino é muito pequeno, imitam a voz do filhinho para lhe fazer vir as palavras. Fazem-se pequeninas. «Como ensina a bela tradição guadalupana – e continuo com a referência ao México –, a Morenita guarda os olhares daqueles que A contemplam, reflete o rosto daqueles que A encontram. É necessário aprender que há algo de irrepetível em cada pessoa que olha para nós à procura de Deus: nem todos nos olham do mesmo modo. Compete-nos a nós tornar-nos permeáveis a tais olhares» (ibid.). Um sacerdote, um padre que se torna impermeável aos olhares está fechado em si mesmo. «Guardar em nós cada um deles, conservá-los no coração, protegê-los. Só uma Igreja capaz de proteger o rosto dos seres humanos que vão bater à sua porta, será capaz de lhes falar de Deus» (ibid.). Se tu não és capaz de guardar o rosto dos homens que batem à tua porta, não serás capaz de lhes falar de Deus. «Se não deciframos os seus sofrimentos, se não nos damos conta das suas necessidades, nada poderemos oferecer-lhes. A riqueza que temos só flui quando encontramos a pequenez daqueles que mendigam e tal encontro realiza-se precisamente no nosso coração de pastores» (Ibid.). Aos vossos bispos, pedi que prestassem atenção a vós, sacerdotes, que «não vos deixem expostos à solidão e ao abandono, como presa do mundanismo que devora o coração» (Ibid.). O mundo observa-nos com atenção, mas para nos «devorar», para transformar-nos em consumidores… Precisamos todos que nos olhem com atenção, mas – digamos – desinteressadamente. «Estai atentos – dizia eu aos bispos – e aprendei a ler os olhares dos vossos sacerdotes, para vos alegrardes com eles quando se sentem felizes contando tudo o que “fizeram e ensinaram” (Mc 6, 30), e para não os abandonardes quando se sentem um pouco desanimados, só conseguindo chorar porque “negaram o Senhor” (cf. Lc 22, 61-62), e também para os apoiardes (…), em comunhão com Cristo, quando algum, já abatido, sair com Judas “na noite” (cf. Jo 13, 30). Nestas situações, nunca falte a vossa paternidade de bispos para com os vossos sacerdotes. Encorajai a comunhão entre eles; fazei com que possam aperfeiçoar os seus dons; inseri-os nas grandes causas, porque o coração do apóstolo não foi feito para coisas pequenas» (Ibid.).

Finalmente, como olha Maria? Maria olha de modo «integral», unindo tudo: o nosso passado, presente e futuro. Não tem uma visão fragmentada: a misericórdia sabe ver a totalidade e intui aquilo que é mais necessário. Como sucedeu em Caná, quando Maria foi capaz de «compadecer-Se» antecipadamente da aflição que acarretaria a falta de vinho na festa nupcial e pede a Jesus para lhe dar solução sem ninguém se aperceber, de igual forma podemos ver toda a nossa vida sacerdotal como que «antecipada pela misericórdia» de Maria, que, prevendo as nossas necessidades, providenciou tudo o que temos. Se existe algum «vinho bom» na nossa vida, não é por mérito nosso, mas pela «misericórdia preveniente» d’Aquela que já, no Magnificat, canta como o Senhor bondosamente «pôs os olhos na humildade da sua serva» e «Se lembrou da sua [aliança de] misericórdia», uma «misericórdia [que] se estende de geração em geração» sobre os pobres e oprimidos. A leitura aqui feita por Maria é a leitura da história como misericórdia.

Podemos terminar rezando a «Salvé Rainha», em cujas invocações ecoa o espírito do Magnificat. Maria é a Mãe de Misericórdia, vida, doçura e esperança nossa. E quando vós, sacerdotes, tendes momentos escuros, maus, quando não sabeis como desenvencilhar-vos no mais íntimo do vosso coração, não digo apenas «levantai os olhos para a Mãe» (isso naturalmente deveis fazê-lo), mas: «Ide até junto d’Ela e deixai-vos olhar por Ela, em silêncio, mesmo adormentando-vos. Isto fará com que, naqueles maus momentos, talvez com tantos erros que cometestes e vos levaram até esse ponto, toda aquela imundície se torne recetáculo de misericórdia. Deixai-vos olhar por Nossa Senhora. Os seus olhos misericordiosos são aqueles que consideramos o melhor recipiente da misericórdia, pois é possível beber neles aquele olhar indulgente e bom de que temos sede, e uma sede tal que só se pode ter depois de A contemplar. Além disso aqueles olhos misericordiosos fazem-nos ver as obras da misericórdia de Deus na história dos homens e descobrir Jesus nos seus rostos. Em Maria, encontramos a terra prometida – o Reino da misericórdia estabelecido pelo Senhor – que encontramos, já nesta vida, depois de cada desterro a que nos condena o pecado. Tomados pela sua mão e agarrando-nos ao seu manto. No meu gabinete, tenho uma linda imagem, que me ofereceu o Padre Rupnik – feita por ele –, da Synkatabasis: é Ela que faz descer Jesus e as suas mãos são uma espécie de degraus. Mas aquilo de mais gosto é ver Jesus que numa mão tem a plenitude da Lei e, com a outra, agarra-Se ao manto de Nossa Senhora: também Ele Se agarrou ao manto de Nossa Senhora. E a tradição russa, os monges, os antigos monges russos dizem-nos que, nas turbulências espirituais, é preciso encontrar refúgio sob o manto de Nossa Senhora. Esta é a primeira antífona do Ocidente: «Sub tuum praesidium». O manto de Nossa Senhora. Não tenhais vergonha, não façais grandes discursos, mas permanecei lá e deixai-vos cobrir, deixai-vos olhar; e… chorai. Quando encontramos um sacerdote capaz disto, de ir ter com a Mãe e chorar, com tantos pecados, eu posso dizer: é um bom padre, porque é um bom filho. Será um bom pai. Tomados pela mão dela e sob o seu olhar, podemos cantar, com alegria, as grandezas do Senhor. Podemos dizer-Lhe: A minha alma canta para Vós, Senhor, porque olhastes com bondade para a humildade e pequenez do vosso servidor. Feliz de mim, que fui perdoado! A vossa misericórdia, que usastes com todos os vossos Santos e com todo o vosso povo fiel, também chegou a mim. Vivi distraído, buscando os meus interesses, pelo orgulho do meu coração, mas não ocupei nenhum trono, Senhor, e a minha única possibilidade de exaltação é que a vossa Mãe me tome ao seu colo, me cubra com o seu manto e me ponha junto do seu coração. Quero ser amado por Vós como um entre os mais humildes do vosso povo, saciar com o vosso pão os que têm fome de Vós. Recordai-Vos, Senhor, da vossa aliança de misericórdia com os vossos filhos, os sacerdotes do vosso povo. Possamos, com Maria, ser sinal e sacramento da vossa misericórdia.

[00919-PO.02] [Texto original: Italiano]

[B0395-XX.02]