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Santa Messa in occasione del Giubileo dei Diaconi, 29.05.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Traduzione in lingua polacca

Alle ore 10.30 di oggi, IX Domenica del Tempo Ordinario, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa sul Sagrato della Basilica Vaticana, in occasione del Giubileo dei Diaconi.

Nel corso della celebrazione, dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa ha tenuto la seguente omelia:

Omelia del Santo Padre

«Servitore di Cristo» (Gal 1,10). Abbiamo ascoltato questa espressione, con la quale l’Apostolo Paolo si definisce, scrivendo ai Galati. All’inizio della lettera si era presentato come «apostolo», per volontà del Signore Gesù (cfr Gal 1,1). I due termini, apostolo e servitore, stanno insieme, non possono mai essere separati; sono come due facce di una stessa medaglia: chi annuncia Gesù è chiamato a servire e chi serve annuncia Gesù.

Il Signore ce l’ha mostrato per primo: Egli, la Parola del Padre, Egli, che ci ha portato il lieto annuncio (Is 61,1), Egli, che è in sé stesso il lieto annuncio (cfr Lc 4,18), si è fatto nostro servo (Fil 2,7), «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). «Si è fatto diacono di tutti», scriveva un Padre della Chiesa (Policarpo, Ad Phil. V,2). Come ha fatto Lui, così sono chiamati a fare i suoi annunciatori. Il discepolo di Gesù non può andare su una strada diversa da quella del Maestro, ma se vuole annunciare deve imitarlo, come ha fatto Paolo: ambire a diventare servitore. In altre parole, se evangelizzare è la missione consegnata a ogni cristiano nel Battesimo, servire è lo stile con cui vivere la missione, l’unico modo di essere discepolo di Gesù. È suo testimone chi fa come Lui: chi serve i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di Cristo umile, senza stancarsi della vita cristiana che è vita di servizio.

Da dove cominciare per diventare «servi buoni e fedeli» (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell’agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all’imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari. A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo.

Anche il Vangelo odierno ci parla di servizio, mostrandoci due servitori, da cui possiamo trarre preziosi insegnamenti: il servo del centurione, che viene guarito da Gesù, e il centurione stesso, al servizio dell’imperatore. Le parole che questi manda a riferire a Gesù, perché non venga fino alla sua casa, sono sorprendenti e sono spesso il contrario delle nostre preghiere: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6); «non mi sono ritenuto degno di venire da te» (v. 7); «anch’io infatti sono nella condizione di subalterno» (v. 8). Davanti a queste parole Gesù rimane ammirato. Lo colpisce la grande umiltà del centurione, la sua mitezza. E la mitezza è una delle virtù dei diaconi. Quando il diacono è mite, è servitore e non gioca a “scimmiottare” i preti, no, è mite. Egli, di fronte al problema che lo affliggeva, avrebbe potuto agitarsi e pretendere di essere esaudito, facendo valere la sua autorità; avrebbe potuto convincere con insistenza, persino costringere Gesù a recarsi a casa sua. Invece si fa piccolo, discreto, mite, non alza la voce e non vuole disturbare. Si comporta, forse senza saperlo, secondo lo stile di Dio, che è «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Dio infatti, che è amore, per amore si spinge persino a servirci: con noi è paziente, benevolo, sempre pronto e ben disposto, soffre per i nostri sbagli e cerca la via per aiutarci e renderci migliori. Questi sono anche i tratti miti e umili del servizio cristiano, che è imitare Dio servendo gli altri: accogliendoli con amore paziente, comprendendoli senza stancarci, facendoli sentire accolti, a casa, nella comunità ecclesiale, dove non è grande chi comanda, ma chi serve (cfr Lc 22,26). E mai sgridare, mai. Così, cari diaconi, nella mitezza, maturerà la vostra vocazione di ministri della carità.

Dopo l’Apostolo Paolo e il centurione, nelle letture odierne c’è un terzo servo, quello che viene guarito da Gesù. Nel racconto si dice che al suo padrone era molto caro e che era malato, ma non si sa quale fosse la sua grave malattia (v. 2). In qualche modo, possiamo anche noi riconoscerci in quel servo. Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a Lui, che “non ci chiama più servi, ma amici” (cfr Gv 15,15). Cari diaconi, potete domandare ogni giorno questa grazia nella preghiera, in una preghiera dove presentare le fatiche, gli imprevisti, le stanchezze e le speranze: una preghiera vera, che porti la vita al Signore e il Signore nella vita. E quando servite alla mensa eucaristica, lì troverete la presenza di Gesù, che si dona a voi, perché voi vi doniate agli altri.

Così, disponibili nella vita, miti di cuore e in costante dialogo con Gesù, non avrete paura di essere servitori di Cristo, di incontrare e accarezzare la carne del Signore nei poveri di oggi.

[00891-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

«Serviteur du Christ» (Gal 1, 10). Nous avons entendu cette expression, par laquelle l’apôtre Paul se définit, en écrivant aux Galates. Au début de la lettre il s’était présenté comme «apôtre», par volonté du Seigneur Jésus (cf. Gal 1, 1). Les deux termes, apôtre et serviteur, vont ensemble, ils ne peuvent jamais être séparés; ce sont comme deux faces d’une même médaille: celui qui annonce Jésus est appelé à servir et celui qui sert annonce Jésus.

Le Seigneur nous l’a montré le premier: Lui, la Parole du Père, Lui, qui nous a apporté la bonne nouvelle (Is 61, 1), Lui, qui est en lui-même la bonne nouvelle (cf. Lc 4, 18), il s’est fait notre serviteur (Ph 2, 7), «il n’est pas venu pour être servi mais pour servir» (Mc 10, 45). « Il s’est fait le diacre de tous», a écrit un Père de l’Église (Saint Polycarpe, Ad Phil. V, 2). Comme il a fait Lui, ainsi nous sommes appelés à être ses annonciateurs. Le disciple de Jésus ne peut aller sur un chemin différent de celui du Maître, mais s’il veut annoncer il doit l’imiter, comme a fait Paul: aspirer à devenir serviteur. En d’autres termes, si évangéliser est la mission confiée à chaque chrétien dans le baptême, servir est le style avec lequel vivre la mission, l’unique manière d’être disciple de Jésus. Est son témoin celui qui fait comme Lui: celui qui sert les frères et les sœurs, sans se lasser du Christ humble, sans se lasser de la vie chrétienne qui est vie de service.

Par où commencer pour devenir «serviteurs bons et fidèles» (cf. Mt 25, 21)? Comme premier pas, nous sommes invités à vivre la disponibilité. Le serviteur apprend chaque jour à se détacher du fait de disposer de tout pour soi et de disposer de soi comme il veut. Il s’entraîne chaque matin à donner sa vie, à penser que chaque jour ne sera pas le sien, mais sera à vivre comme une remise de soi. Celui qui sert, en effet, n’est pas un gardien jaloux de son propre temps, au contraire il renonce à être le patron de sa propre journée. Il sait que le temps qu’il vit ne lui appartient pas, mais que c’est un don qu’il reçoit de Dieu pour l’offrir à son tour: seulement ainsi il portera vraiment du fruit. Celui qui sert n’est pas esclave de l’agenda qu’il établit, mais docile de cœur, il est disponible à ce qui est non programmé: prêt pour le frère et ouvert à l’imprévu, qui ne manque jamais et est souvent la surprise quotidienne de Dieu. Le serviteur est ouvert à la surprise, aux surprises quotidiennes de Dieu. Le serviteur sait ouvrir les portes de son temps et de ses espaces à celui qui est proche et aussi à celui qui frappe en dehors des horaires, au risque d’interrompre quelque chose qui lui plaît ou le repos qu’il mérite. Le serviteur néglige les horaires. Cela me fait mal au cœur quand je vois un horaire, dans les paroisses: «De telle heure à telle heure». Et ensuite? Il n’y a pas de porte ouverte, il n’y a pas de prêtre, il n’y a pas de diacre, il n’y a pas de laïc qui reçoit les gens… Cela fait mal. Négliger les horaires: avoir ce courage, de négliger les horaires. Ainsi, chers diacres, en vivant dans la disponibilité, votre service sera privé de tout profit et évangéliquement fécond.

L’Évangile d’aujourd’hui nous parle aussi de service, nous montrant deux serviteurs dont nous pouvons tirer de précieux enseignements: le serviteur du centurion, qui est guéri par Jésus, et le centurion lui-même, au service de l’empereur. Les paroles que celui-ci envoie rapporter à Jésus, afin qu’il ne vienne pas jusque chez lui sont surprenantes et sont souvent le contraire de nos prières: «Seigneur, ne prends-pas cette peine, car je ne suis pas digne que tu entres sous mon toit» (Lc 7,6); «je ne me suis pas autorisé moi-même à venir te trouver» (v. 7); «moi, je suis quelqu’un de subordonné à une autorité» (v. 8). Devant ces paroles, Jésus reste admiratif. La grande humilité du centurion, sa douceur, le frappent. Et la douceur est une des vertus des diacres. Quand le diacre est doux, il est serviteur et il ne joue pas à «singer» les prêtres, non, il est doux. Devant le problème qui l’affligeait, il aurait pu s’agiter et prétendre à être exaucé, faisant valoir son autorité; il aurait pu convaincre avec insistance, même contraindre Jésus à se rendre dans sa maison. Au contraire il se fait petit, discret, doux, il n’élève pas la voix, et ne veut pas déranger. Il se comporte, peut-être sans le savoir, selon le style de Dieu, qui est «doux et humble de cœur» (Mt 11, 29). Dieu en effet, qui est amour, va par amour jusqu’à nous servir: avec nous il est patient, bienveillant, toujours prêt et bien disposé, il souffre pour nos erreurs et cherche le chemin pour nous aider et nous rendre meilleurs. Là sont aussi les traits doux et humbles du service chrétien, qui est d’imiter Dieu en servant les autres: les accueillant avec un amour patient, les comprenant sans nous lasser, faisant en sorte qu’ils se sentent accueillis, à la maison, dans la communauté ecclésiale, où ce n’est pas celui qui commande qui est grand mais celui qui sert (cf. Lc 22, 26). Et jamais réprimander, jamais. Ainsi, chers diacres, dans la douceur, murira votre vocation de ministres de la charité.

Après l’apôtre Paul et le centurion, dans les lectures d’aujourd’hui, il y a un troisième serviteur, celui qui est guéri par Jésus. Dans le récit on dit qu’il était très cher à son patron et qu’il était malade, mais on ne sait pas quelle était sa grave maladie (v. 2). D’une certaine façon, nous pouvons nous aussi nous reconnaître dans ce serviteur. Chacun de nous est très cher à Dieu, aimé et choisi par lui et il est appelé à servir, mais il a surtout besoin d’être guéri intérieurement. Pour être aptes au service, il nous faut la santé du cœur: un cœur guéri par Dieu, qui se sente pardonné et qui ne soit ni fermé ni dur. Cela nous fera du bien de prier avec confiance chaque jour pour cela, demander d’être guéris par Jésus, de lui ressembler lui qui «ne nous appelle plus serviteurs mais amis» (cf. Jn 15, 15). Chers diacres, vous pouvez demander chaque jour cette grâce dans la prière, dans une prière où présenter vos peines, vos imprévus, vos fatigues et vos espérances: une prière vraie, qui porte la vie au Seigneur et le Seigneur dans la vie. Et quand vous servez à la table eucharistique, vous y trouverez la présence de Jésus, qui se donne à vous afin que vous vous donniez aux autres.

Ainsi, disponibles dans la vie, doux de cœur et en dialogue constant avec Jésus, vous n’aurez pas peur d’être serviteurs du Christ, de rencontrer et de caresser la chair du Seigneur dans les pauvres d’aujourd’hui.

[00891-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“A servant of Jesus Christ” (Gal 1:10). We have listened to these words that the Apostle Paul, writing to the Galatians, uses to describe himself. At the beginning of his Letter, he had presented himself as “an apostle” by the will of the Lord Jesus (cf. Gal 1:1). These two terms – apostle and servant – go together. They can never be separated. They are like the two sides of a medal. Those who proclaim Jesus are called to serve, and those who serve proclaim Jesus.

The Lord was the first to show us this. He, the Word of the Father, who brought us the good news (Is 61:1), indeed, who is the good news (cf. Lk 4:18), became our servant (Phil 2:7). He came “not to be served, but to serve” (Mk 10:45). “He became the servant (diakonos) of all”, wrote one of the Church Fathers (Saint Polycarp, Ad Phil. V, 2). We who proclaim him are called to act as he did, “merciful, zealous, walking according to the charity of the Lord who made himself the servant of all” (ibid.). A disciple of Jesus cannot take a road other than that of the Master. If he wants to proclaim him, he must imitate him. Like Paul, he must strive to become a servant. In other words, if evangelizing is the mission entrusted at baptism to each Christian, serving is the way that mission is carried out. It is the only way to be a disciple of Jesus. His witnesses are those who do as he did: those who serve their brothers and sisters, never tiring of following Christ in his humility, never wearing of the Christian life, which is a life of service.

How do we become “good and faithful servants” (cf. Mt 25:21)? As a first step, we are asked to be available. A servant daily learns detachment from doing everything his own way and living his life as he would. Each morning he trains himself to be generous with his life and to realize that the rest of the day will not be his own, but given over to others. One who serves cannot hoard his free time; he has to give up the idea of being the master of his day. He knows that his time is not his own, but a gift from God which is then offered back to him. Only in this way will it bear fruit. One who serves is not a slave to his own agenda, but ever ready to deal with the unexpected, ever available to his brothers and sisters and ever open to God’s constant surprises. One who serves is open to surprises, to God’s constant surprises. A servant knows how to open the doors of his time and inner space for those around him, including those who knock on those doors at odd hours, even if that entails setting aside something he likes to do or giving up some well-deserved rest. One who serves is not worried about the timetable. It deeply troubles me when I see a timetable in a parish: “From such a time to such a time”. And then? There is no open door, no priest, no deacon, no layperson to receive people… This is not good. Don’t worry about the timetable: have the courage to look past the timetable. In this way, dear deacons, if you show that you are available to others, your ministry will not be self-serving, but evangelically fruitful.

Today’s Gospel also speaks to us of service. It shows us two servants who have much to teach us: the servant of the centurion whom Jesus cures and the centurion himself, who serves the Emperor. The words used by the centurion to dissuade Jesus from coming to his house are remarkable, and often the very opposite of our own: “Lord, do not trouble yourself, for I am not worthy to have you come under my roof” (7:6); I did not presume to come to you” (7:7); “I also am a man set under authority” (7:8). Jesus marvels at these words. He is struck by the centurion’s great humility, by his meekness. And meekness is one of the virtues of deacons. When a deacon is meek, then he is one who serves, who is not trying to “mimic” priests; no, he is meek. Given his troubles, the centurion might have been anxious and could have demanded to be heard, making his authority felt. He could have insisted and even forced Jesus to come to his house. Instead, he was modest, unassuming and meek; he did not raise his voice or make a fuss. He acted, perhaps without even being aware of it, like God himself, who is “meek and humble of heart” (Mt 11:29). For God, who is love, out of love is ever ready to serve us. He is patient, kind and always there for us; he suffers for our mistakes and seeks the way to help us improve. These are the characteristics of Christian service; meek and humble, it imitates God by serving others: by welcoming them with patient love and unflagging sympathy, by making them feel welcome and at home in the ecclesial community, where the greatest are not those who command but those who serve (cf. Lk 22:26). And never shout, never. This, dear deacons, is how your vocation as ministers of charity will mature: in meekness.

After the Apostle Paul and the centurion, today’s readings show us a third servant, the one whom Jesus heals. The Gospel tells us that he was dear to his master and was sick, without naming his grave illness (v. 2). In a certain sense, we can see ourselves in that servant. Each of us is very dear to God, who loves us, chooses us and calls us to serve. Yet each of us needs first to be healed inwardly. To be ready to serve, we need a healthy heart: a heart healed by God, one which knows forgiveness and is neither closed nor hardened. We would do well each day to pray trustingly for this, asking to be healed by Jesus, to grow more like him who “no longer calls us servants but friends” (cf. Jn 15:15). Dear deacons, this is a grace you can implore daily in prayer. You can offer the Lord your work, your little inconveniences, your weariness and your hopes in an authentic prayer that brings your life to the Lord and the Lord to your life. When you serve at the table of the Eucharist, there you will find the presence of Jesus, who gives himself to you so that you can give yourselves to others.

In this way, available in life, meek of heart and in constant dialogue with Jesus, you will not be afraid to be servants of Christ, and to encounter and caress the flesh of the Lord in the poor of our time.

[00891-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

»Knecht Christi« (Gal 1,10). Wir haben diesen Ausdruck gehört, mit dem der Apostel Paulus sich in seinem Schreiben an die Galater bezeichnet. Zu Beginn des Briefes hatte er sich als »Apostel« nach dem Willen des Herrn Jesus vorgestellt (vgl. Gal 1,1). Die beiden Begriffe – Apostel und Knecht – stehen beisammen, sie können nicht getrennt werden; sie sind die beiden Seiten ein und derselben Medaille: Wer Jesus verkündet, ist berufen zu dienen, und wer dient, verkündet Jesus.

Der Herr hat es uns als Erster gezeigt: Er, das Wort des Vaters, er, der uns die frohe Botschaft gebracht hat (vgl. Jes 61,1), der selbst die frohe Botschaft ist (vgl. Lk 4,1) – er wurde unser Diener (vgl. Phil 2,7), er »ist nicht gekommen, um sich dienen zu lassen, sondern um zu dienen« (Mk 10,45). »Er ist der Diener aller geworden«, schrieb ein Kirchenvater (hl. Polykarp, Brief an die Philipper V,2). Wie er es getan hat, so sind seine Verkünder berufen, es zu tun. Der Jünger Jesu kann keinen anderen Weg gehen als den des Meisters, sondern wenn er ihn verkünden will, muss er ihn nachahmen, wie Paulus es getan hat: danach streben, Diener zu werden. Anders gesagt, wenn das Evangelisieren die Sendung ist, die jedem Christen in der Taufe übergeben wurde, dann ist das Dienen der Stil, mit dem diese Sendung gelebt werden muss, die einzige Art und Weise, ein Jünger Jesu zu sein. Sein Zeuge ist, wer es ihm gleichtut: wer den Brüdern und Schwestern dient, ohne des demütigen Christus müde zu werden, ohne des christlichen Lebens müde zu werden, das ein Leben des Dienens ist.

Wo soll man anfangen, um »tüchtige und treue Diener« (vgl. Mt 25,21) zu werden? Als ersten Schritt sind wir aufgefordert, die Verfügbarkeit zu leben. Der Knecht lernt jeden Tag, sich davon zu lösen, alles für sich selbst zu verfügen und über sich selbst zu verfügen, wie er will. Er trainiert sich jeden Morgen darin, das Leben hinzugeben, zu denken, dass jeder Tag nicht ihm gehört, sondern als Selbsthingabe zu leben ist. Denn wer dient, wacht nicht eifersüchtig über seine eigene Zeit, er verzichtet sogar darauf, der Herr seines Tagesablaufs zu sein. Er weiß, dass die Zeit, die er lebt, nicht ihm gehört, sondern ein Geschenk ist, das er von Gott erhält, um es seinerseits zu schenken: nur so wird sie wirklich fruchtbar werden. Wer dient, ist nicht Sklave des Terminkalenders, den er festlegt, sondern willig stellt er sich dem nicht Geplanten zur Verfügung: bereit für den Bruder oder die Schwester und offen für das Unvorhergesehene, an dem es nie fehlt und das oft die tägliche Überraschung Gottes ist. Der Knecht ist offen für die Überraschung, für die täglichen Überraschungen Gottes. Der Knecht versteht, die Fenster seiner Zeit und seiner Räume für den neben ihm zu öffnen und auch für den, der zur Unzeit anklopft – auf die Gefahr hin, die verdiente Ruhe zu unterbrechen oder etwas liegen zu lassen, das ihm gefällt. Der Knecht lässt die Zeitpläne außer Acht. Es tut mir im Herzen weh, wenn ich in den Pfarreien Öffnungszeiten sehe: „von dann bis dann“. Und dann? Da ist keine Tür offen, es ist kein Priester da, kein Diakon, kein Laie, der die Leute empfängt ... Es tut weh. Die Zeitpläne außer Acht lassen – Mut haben, die Zeitpläne außer Acht zu lassen. Wenn ihr, liebe Diakone, die Verfügbarkeit auf diese Weise lebt, dann wird euer Dienst von jedem Vorteilsdenken frei sein und fruchtbar sein im Sinne des Evangeliums.

Auch das heutige Evangelium spricht uns vom Dienen, da es uns zwei Diener zeigt, woraus wir wertvolle Lehren ziehen können: den Diener des Hauptmanns, der von Jesus geheilt wird, und den Hauptmann selbst, der im Dienst des Kaisers steht. Die Worte, die der Hauptmann Jesus überbringen lässt, damit er nicht bis in sein Haus kommt, sind überraschend und oft das Gegenteil unserer Gebete: »Herr, bemüh dich nicht! Denn ich bin es nicht wert, dass du mein Haus betrittst« (Lk 7,6). »Deshalb habe ich mich auch nicht für würdig gehalten, selbst zu dir zu kommen« (V. 7). »Auch ich muss Befehlen gehorchen« (V. 8). Über diese Worte ist Jesus erstaunt. Ihn berührt die große Demut des Hauptmanns, seine Güte. Die Güte ist eine der Tugenden der Diakone. Wenn der Diakon gütig ist, ist er Diener und spielt nicht vor, die Priester „nachzuäffen“; nein, er ist gütig. Angesichts der Schwierigkeit, die den Hauptmann betrübte, hätte er sich erregen und sich anmaßen können, erhört zu werden, indem er seine Autorität geltend machte. Er hätte Jesus eindringlich überzeugen, sogar zwingen können, in sein Haus zu kommen. Stattdessen macht er sich klein, ist zurückhaltend, sanftmütig, er erhebt nicht die Stimme und will nicht stören. Er verhält sich – vielleicht ohne es zu wissen – nach dem Stil Gottes, der »gütig und von Herzen demütig« ist (Mt 11,29). Denn Gott, der die Liebe ist, geht aus Liebe sogar so weit, uns zu dienen: er ist mit uns geduldig, gütig, immer bereit und wohlgesonnen, er leidet wegen unserer Fehler und sucht den Weg, uns zu helfen und uns besser zu machen. Dies sind auch die gütigen und demütigen Züge des christlichen Dienens, das darin besteht, Gott nachzuahmen im Dienst an den anderen: indem wir sie mit geduldiger Liebe annehmen; indem wir sie verstehen, ohne es müde zu werden; sie spüren lassen, dass sie zu Hause, in der kirchlichen Gemeinschaft angenommen sind, wo nicht der groß ist, der befehligt, sondern der dient (vgl. Lk 22,26). Und nie schimpfen, nie. Auf diese Weise, liebe Diakone, in der Güte wird eure Berufung als Diener der Liebe reifen.

Nach dem Apostel Paulus und dem Hauptmann gibt es in den heutigen Lesungen einen dritten Diener, nämlich den, der von Jesus geheilt wird. In der Erzählung heißt es, dass sein Herr ihn sehr schätzte und dass er krank war, aber man weiß nicht, welche schwere Krankheit er hatte (vgl. Lk 7,2). In gewisser Weise können auch wir uns in diesem Diener erkennen. Jeder von uns wird von Gott sehr geschätzt, geliebt und erwählt; jeder von uns ist gerufen zu dienen, doch muss er zuallererst innerlich geheilt werden. Um fähig zu sein für den Dienst, brauchen wir die Gesundheit des Herzens: ein von Gott geheiltes Herz, das spürt, dass ihm vergeben wurde, und das weder verschlossen noch hart ist. Es wird uns gut tun, jeden Tag vertrauensvoll dafür zu beten, darum zu bitten, von Jesus geheilt zu werden, ihm ähnlich zu werden, der „uns nicht mehr Knechte nennt, sondern Freunde“ (vgl. Joh 15,15). Liebe Diakone, jeden Tag könnt ihr im Gebet um diese Gnade bitten – in einem Gebet, wo die Mühen, das Unvorhergesehene, die Müdigkeit und die Hoffnungen vorgetragen werden: ein echtes Gebet, das das Leben vor den Herrn trägt und den Herrn in das Leben. Und wenn ihr am Tisch der Eucharistie dient, werdet ihr dort die Gegenwart Jesu finden, der sich euch schenkt, damit ihr ihn den anderen schenkt.

Auf diese Weise – verfügbar im Leben, gütig von Herzen und im beständigen Dialog mit Jesus – werdet ihr keine Angst haben, Knechte Christi zu sein, dem Fleisch des Herrn in den Armen von heute zu begegnen und es liebevoll zu berühren.

[00891-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

«Servidor de Cristo» (Ga 1,10). Hemos escuchado esta expresión, con la que el apóstol Pablo se define cuando escribe a los Gálatas. Al comienzo de la carta, se había presentado como «apóstol» por voluntad del Señor Jesús (cf. Ga 1,1). Ambos términos, apóstol y servidor, están unidos, no pueden separarse jamás; son como dos caras de una misma moneda: quien anuncia a Jesús está llamado a servir y el que sirve anuncia a Jesús.

El Señor ha sido el primero que nos lo ha mostrado: él, la Palabra del Padre; él, que nos ha traído la buena noticia (Is 61,1); él, que es en sí mismo la buena noticia (cf. Lc 4,18), se ha hecho nuestro siervo (Flp 2,7), «no ha venido para ser servido, sino para servir» (Mc 10,45). «Se ha hecho diácono de todos», escribía un Padre de la Iglesia (San Policarpo, Ad Phil. V,2). Como ha hecho él, del mismo modo están llamados a actuar sus anunciadores, «llenos de misericordia, celantes, caminando según la caridad del Señor que se hizo siervo de todos» (ibíd.). El discípulo de Jesús no puede caminar por una vía diferente a la del Maestro, sino que, si quiere anunciar, debe imitarlo, como hizo Pablo: aspirar a ser un servidor. Dicho de otro modo, si evangelizar es la misión asignada a cada cristiano en el bautismo, servir es el estilo mediante el cual se vive la misión, el único modo de ser discípulo de Jesús. Su testigo es el que hace como él: el que sirve a los hermanos y a las hermanas, sin cansarse de Cristo humilde, sin cansarse de la vida cristiana que es vida de servicio.

¿Por dónde se empieza para ser «siervos buenos y fieles» (cf. Mt 25,21)? Como primer paso, estamos invitados a vivir la disponibilidad. El siervo aprende cada día a renunciar a disponer todo para sí y a disponer de sí como quiere. Si se ejercita cada mañana en dar la vida, en pensar que todos sus días no serán suyos, sino que serán para vivirlos como una entrega de sí. En efecto, quien sirve no es un guardián celoso de su propio tiempo, sino más bien renuncia a ser el dueño de la propia jornada. Sabe que el tiempo que vive no le pertenece, sino que es un don recibido de Dios para a su vez ofrecerlo: sólo así dará verdaderamente fruto. El que sirve no es esclavo de la agenda que establece, sino que, dócil de corazón, está disponible a lo no programado: solícito para el hermano y abierto a lo imprevisto, que nunca falta y a menudo es la sorpresa cotidiana de Dios. El siervo está abierto a la sorpresa, a las sorpresas cotidianas de Dios. El siervo sabe abrir las puertas de su tiempo y de sus espacios a los que están cerca y también a los que llaman fuera de horario, a costo de interrumpir algo que le gusta o el descanso que se merece. El siervo rebasa los horarios. A mí me parte el corazón cuando veo un horario en las parroquias: «de tal hora a tal otra». Y después, la puerta está cerrada, no está el sacerdote, no está el diácono, no está el laico que recibe a la gente… Esto hace mal. Ir más allá de los horarios: hay que tener la valentía de rebasar los horarios. Así, queridos diáconos, viviendo en la disponibilidad, vuestro servicio estará exento de cualquier tipo de provecho y será evangélicamente fecundo.

También el Evangelio de hoy nos habla de servicio, mostrándonos dos siervos, de los que podemos sacar enseñanzas preciosas: el siervo del centurión, que regresa curado por Jesús, y el centurión mismo, al servicio del emperador. Las palabras que este manda decir a Jesús, para que no venga hasta su casa, son sorprendentes y, a menudo, son el contrario de nuestras oraciones: «Señor, no te molestes; no soy yo quién para que entres bajo mi techo» (Lc 7,6); «por eso tampoco me creí digno de venir personalmente» (v.7); «porque yo también vivo en condición de subordinado» (v. 8). Ante estas palabras, Jesús se queda admirado. Le asombra la gran humildad del centurión, su mansedumbre. Y la mansedumbre es una de las virtudes de los diáconos. Cuando el diácono es manso, es siervo y no juega a «imitar» al sacerdote, es manso. Él, ante el problema que lo afligía, habría podido agitarse y pretender ser atendido imponiendo su autoridad; habría podido convencer con insistencia, hasta forzar a Jesús a ir a su casa. En cambio se hace pequeño, discreto, manso, no alza la voz y no quiere molestar. Se comporta, quizás sin saberlo, según el estilo de Dios, que es «manso y humilde de corazón» (Mt 11, 29). En efecto, Dios, que es amor, llega incluso a servirnos por amor: con nosotros es paciente, comprensivo, siempre solícito y bien dispuesto, sufre por nuestros errores y busca el modo para ayudarnos y hacernos mejores. Estos son también los rasgos de mansedumbre y humildad del servicio cristiano, que es imitar a Dios en el servicio a los demás: acogerlos con amor paciente, comprenderlos sin cansarnos, hacerlos sentir acogidos, a casa, en la comunidad eclesial, donde no es más grande quien manda, sino el que sirve (cf. Lc 22,26). Y jamás reprender, jamás. Así, queridos diáconos, en la mansedumbre, madurará vuestra vocación de ministros de la caridad.

Además del apóstol Pablo y el centurión, en las lecturas de hoy hay un tercer siervo, aquel que es curado por Jesús. En el relato se dice que era muy querido por su dueño y que estaba enfermo, pero no se sabe cuál era su grave enfermedad (v.2). De alguna manera, podemos reconocernos también nosotros en ese siervo. Cada uno de nosotros es muy querido por Dios, amado y elegido por él, y está llamado a servir, pero tiene sobre todo necesidad de ser sanado interiormente. Para ser capaces del servicio, se necesita la salud del corazón: un corazón restaurado por Dios, que se sienta perdonado y no sea ni cerrado ni duro. Nos hará bien rezar con confianza cada día por esto, pedir que seamos sanados por Jesús, asemejarnos a él, que «no nos llama más siervos, sino amigos» (cf. Jn 15,15). Queridos diáconos, podéis pedir cada día esta gracia en la oración, en una oración donde se presenten las fatigas, los imprevistos, los cansancios y las esperanzas: una oración verdadera, que lleve la vida al Señor y el Señor a la vida. Y cuando sirváis en la celebración eucarística, allí encontraréis la presencia de Jesús, que se os entrega, para que vosotros os deis a los demás.

Así, disponibles en la vida, mansos de corazón y en constante diálogo con Jesús, no tendréis temor de ser servidores de Cristo, de encontrar y acariciar la carne del Señor en los pobres de hoy.

[00891-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Servo de Cristo» (Gal 1, 10). Ouvimos esta expressão, que o apóstolo Paulo usa para se definir a si mesmo, quando escreve aos Gálatas. No início da carta, tinha-se apresentado como «apóstolo», por vontade do Senhor Jesus (cf. Gal 1, 1). Os dois termos, apóstolo e servo, andam juntos, e não podem jamais ser separados; são como que as duas faces duma mesma medalha: quem anuncia Jesus é chamado a servir, e quem serve anuncia Jesus.

O primeiro que nos mostrou isto mesmo foi o Senhor: Ele, a Palavra do Pai, Ele que nos trouxe a boa-nova (cf. Is 61, 1), Ele que em Si mesmo é a boa-nova (cf. Lc 4, 18), fez-Se nosso servo (Flp 2, 7) «não veio para ser servido, mas para servir» (Mc 10, 45). «Fez-Se diácono de todos», como escreveu um Padre da Igreja (São Policarpo, Ad Philippenses V, 2). E como Ele fez, assim são chamados a fazer os seus anunciadores, «cheios de misericórdia, de zelo, caminhando segundo a caridade do Senhor que Se fez servo de todos» (ibid.). O discípulo de Jesus não pode seguir um caminho diferente do do Mestre, mas, se quer levar o seu anúncio, deve imitá-Lo, como fez Paulo: almejar tornar-se servo. Por outras palavras, se evangelizar é a missão dada a cada cristão no Batismo, servir é o estilo segundo o qual viver a missão, o único modo de ser discípulo de Jesus. É sua testemunha quem faz como Ele: quem serve os irmãos e as irmãs, sem se cansar de Cristo humilde, sem se cansar da vida cristã que é vida de serviço.

Mas por onde começar para nos tornarmos «servos bons e fiéis» (cf. Mt 25, 21)? Como primeiro passo, somos convidados a viver na disponibilidade. Diariamente, o servo aprende a desprender-se da tendência a dispor de tudo para si e de dispor de si mesmo como quer. Treina-se, cada manhã, a dar a vida, pensando que o dia não será dele, mas deverá ser vivido como um dom de si. De facto, quem serve não é um guardião cioso do seu tempo, antes renuncia a ser senhor do seu próprio dia. Sabe que o tempo que vive não lhe pertence, mas é um dom que recebe de Deus a fim de, por sua vez, o oferecer: só assim produzirá verdadeiramente fruto. Quem serve não é escravo de quanto estabelece a agenda, mas, dócil de coração, está disponível para o não-programado: pronto para o irmão e aberto ao imprevisto, que nunca falta sendo muitas vezes a surpresa diária de Deus. O servo está aberto à surpresa, às surpresas diárias de Deus. O servo sabe abrir as portas do seu tempo e dos seus espaços a quem vive ao seu redor e também a quem bate à porta fora do horário, à custa de interromper algo que lhe agrada ou o merecido repouso. O servo não se cinge aos horários. Deixa-me o coração triste ver um horário nas paróquias: «Da hora tal até tal hora». E depois? Porta fechada; não há padre, nem diácono, nem leigo que receba as pessoas… Isto faz doer o coração. Deixai cair os horários! Tende a coragem de pôr de lado os horários. Assim, queridos diáconos, vivendo na disponibilidade, o vosso serviço será livre de qualquer interesse próprio e evangelicamente fecundo.

Também o Evangelho de hoje nos fala de serviço, mostrando-nos dois servos, de quem podemos tirar lições valiosas: o servo do centurião, que é curado por Jesus, e o próprio centurião, ao serviço do Imperador. As palavras que manda dizer a Jesus – para não vir a sua casa –, para além de surpreendentes, são muitas vezes o oposto das nossas orações: «Não Te incomodes, Senhor, pois não sou digno de que entres debaixo do meu teto» (Lc 7, 6); «nem me julguei digno de ir ter contigo» (v. 7); «também eu tenho os meus superiores a quem devo obediência» (v. 8). Jesus fica admirado com tais palavras. Impressiona-Lhe a grande humildade do centurião, a sua mansidão. E a mansidão é uma das virtudes dos diáconos. Quando o diácono é manso, é servo; não joga a simular o padre, é manso. O centurião, confrontado com o problema que o afligia, teria podido fazer alvoroço pretendendo ser ouvido, fazendo valer a sua autoridade; teria podido convencer com insistência e até forçar Jesus a deslocar-se a casa dele. Em vez disso, faz-se pequeno, discreto, manso, não levanta a voz nem quer incomodar. Comporta-se – talvez sem o saber – segundo o estilo de Deus, que é «manso e humilde de coração» (Mt 11, 29). Com efeito Deus, que é amor, leva o seu amor até ao ponto de nos servir: connosco é paciente, benévolo, sempre disponível e bem disposto, sofre com os nossos erros e procura o caminho para nos ajudar a tornar-nos melhores. Manso e humilde são também os traços do serviço cristão, que é imitar Deus servindo os outros: acolhendo-os com amor paciente, sem nos cansarmos de os compreender, fazendo com que se sintam bem-vindos a casa, à comunidade eclesial, onde o maior não é quem manda, mas quem serve (cf. Lc 22, 26). E nunca ralheis, nunca. Assim na mansidão, queridos diáconos, amadurecerá a vossa vocação de ministros da caridade.

Nas leituras de hoje, depois do apóstolo Paulo e do centurião, há um terceiro servo: aquele que é curado por Jesus. Na narração, diz-se que era muito querido do seu patrão e que estava doente, mas não se sabe a doença grave que tinha (v. 2). De algum modo podemos também nós reconhecer-nos naquele servo. Cada um de nós é muito querido de Deus, amado e escolhido por Ele; somos chamados a servir, mas primeiro precisamos de ser curados interiormente. Para estar apto ao serviço, precisamos da saúde do coração: um coração curado por Deus, que se sinta perdoado e não seja fechado nem duro. Ser-nos-á útil rezar confiadamente todos os dias por isto, pedindo para sermos curados por Jesus, assemelhar-nos a Ele, que «já não nos chama servos, mas amigos» (cf. Jo 15, 15). Queridos diáconos, podeis pedir diariamente esta graça na oração, numa oração em que apresenteis as fadigas, os imprevistos, os cansaços e as esperanças: uma oração verdadeira, que leve a vida ao Senhor e traga o Senhor à vida. E, quando servirdes à Mesa Eucarística, lá encontrareis a presença de Jesus, que Se dá a vós para que vos doeis aos outros.

Assim, disponíveis na vida, mansos de coração e em diálogo constante com Jesus, não tereis medo de ser servos de Cristo, de encontrar e acariciar a carne do Senhor nos pobres de hoje.

[00891-PO.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

„Sługa Chrystusa” (Ga 1,10). Usłyszeliśmy to wyrażenie, którym św. Paweł apostoł określa siebie pisząc do Galatów. Na początku listu przedstawiał siebie jako „apostoł” z woli Pana Jezusa (por. Ga 1,1). Te dwa terminy, apostoł i sługa, łączą się ze sobą i nigdy nie mogą być oddzielone. Są jak dwie strony tego samego medalu: ten, kto głosi Jezusa, jest powołany do służby, a ten, kto służy, głosi też Jezusa.

Pan ukazał nam to jako pierwszy: On, Słowo Ojca, On, który przyniósł nam radosną nowinę (por. Iz 61,1), On, który sam w sobie jest dobrą nowiną (por. Łk 4,18), stał się naszym sługą (Flp 2,7), „nie przyszedł, aby Mu służono, lecz żeby służyć” (Mk 10,45). „On stał się diakonem wszystkich”, napisał Ojciec Kościoła (Św. Polikarp, Epistula ad Philippenses, 5, 2). Diakoni, podobnie jak On są też wezwani, by stać się głosicielami. Uczeń Jezusa nie może iść inną drogą niż droga Mistrza, ale jeśli chce głosić, musi Go naśladować, tak jak to uczynił św. Paweł: dążyć, by stawać się sługą. Innymi słowy, jeśli ewangelizacja jest zadaniem powierzonym każdemu chrześcijaninowi w sakramencie chrztu św., to służba jest stylem, w jakim należy przeżywać misję, jedynym sposobem bycia uczniem Jezusa. Jego świadkiem jest ten, ko czyni tak jak On: kto służy braciom i siostrom, bez zmęczenia Chrystusem pokornym, bez zmęczenia życiem chrześcijańskim, które jest życiem służby.

Skąd zacząć, aby stać się „sługą dobrym i wiernym” (Mt 25,21)? Pierwszym krokiem jest odpowiadać na wezwanie, by żyć dyspozycyjnością. Sługa uczy się każdego dnia dystansowania się od dysponowania wszystkim dla siebie i dysponowania samym sobą, jak ma na to ochotę. Każdego ranka ćwiczy się w dawania swego życia, w myśleniu, że każdy dzień nie będzie należał do niego, że trzeba go przeżywać jako dar z siebie. Bowiem ten, kto służy nie jest zazdrosnym stróżem swego czasu, a wręcz rezygnuje z bycia panem swego dnia. Wie, że przeżywany przez niego czas nie należy do niego, ale jest darem, jaki otrzymuje od Boga, aby go z kolei ofiarować innym: tylko w ten sposób naprawdę przyniesie owoc. Ten, kto służy, nie jest niewolnikiem ustanowionego porządku dnia, ale jest gotów uczyć się całym sercem, jest gotów na to, co niezaprogramowane, jest gotów spotkać brata i jest otwarty na to, co nieprzewidziane, czego nigdy nie brak i co często jest codzienną niespodzianką Boga. Sługa jest otwarty na niespodziankę, na codzienne niespodzianki Boga. Sługa potrafi otworzyć drzwi swego czasu i swoich przestrzeni temu, kto jest blisko niego, a także temu, kto puka poza wyznaczonymi godzinami, za cenę przerwania czegoś, co lubi, czy odpoczynku, na który zasługuje. Sługa nie patrzy na godziny urzędowania. Mnie boli serce, kiedy widzę godziny otwarcia, urzędowania w parafiach: „Od tej godziny do tej” A potem? Nie ma otwartych drzwi, nie ma księdza, nie ma diakona, nie ma kogoś świeckiego, kto przyjmowałby ludzi… to boli. Nie patrzeć na godziny urzędowania: mieć taką odwagę, by nie patrzeć na godziny urzędowania. Tak więc, drodzy diakoni, jeśli będziecie dyspozycyjni, wasza służba będzie pozbawiona wszelkiego zysku i ewangelicznie owocna.

Także dzisiejsza Ewangelia mówi nam o służbie, ukazując dwóch ludzi służących, z czego możemy wyciągnąć cenne nauki: sługa setnika, uzdrowiony przez Jezusa i sam setnik, służący cesarzowi. Słowa, które każe on przekazać Jezusowi, aby nie przychodził aż do jego domu, są zadziwiające i często stanowią przeciwieństwo naszej modlitwy: „Panie, nie trudź się, bo nie jestem godzien, abyś wszedł pod dach mój” (Łk 7,6); „nie uważałem się za godnego przyjść do Ciebie” (w. 7); „Bo i ja, … podlegam władzy” (w. 8). Jezus jest pełen podziwu wobec tych słów. Uderza go wielka pokora sennika, jego łagodność. Łagodność jest jedną z cnót diakonów. Kiedy diakon jest pokorny, jest sługą i nie zgrywa się, by „naśladować” księży, nie, jest życzliwy. Mógł w obliczu trapiącego go problemu być zdenerwowany i domagać się wysłuchania, podkreślając swoją władzę. Mógł natarczywie przekonywać, zmuszając nawet Jezusa, aby przyszedł do jego domu. Tymczasem uniżył się, stał się dyskretnym, życzliwym, nie podnosił głosu, nie chciał przeszkadzać. Zachowywał się, być może o tym nie wiedząc, zgodnie ze stylem Boga, który jest „cichy i pokorny sercem” (Mt 11,29). Bowiem Bóg, który jest miłością, ze względu na miłość posuwa się nawet do tego, aby nam służyć: jest wobec nas cierpliwy, życzliwy, zawsze ochoczy i dobrze nastawiony, cierpi z powodu naszych błędów i poszukuje sposobów, aby nam pomóc i uczynić nas lepszymi. Są to również cechy cichej i pokornej służby chrześcijańskiej, która jest naśladowaniem Boga poprzez posługę innym: przyjmując ich z cierpliwą miłością, niestrudzenie ich rozumiejąc, sprawiając, by czuli się akceptowani, w domu, we wspólnocie kościelnej, gdzie wielkim jest nie ten, kto rozkazuje, ale ten, kto służy (por. Łk 22,26). I nigdy na kogoś nie krzyczeć, nigdy. Tak więc, drodzy diakoni, w łagodności będzie dojrzewać wasze powołanie jako sług miłości.

Po św. Pawle Apostole i setniku jest w dzisiejszych czytaniach jeszcze trzeci sługa, ten, który został uzdrowiony przez Jezusa. W opowiadaniu mowa jest o tym, że był bardzo drogi dla swojego pana, i że był chory, ale nie wiemy jaka to była owa ciężka choroba (w. 2). W pewien sposób my także możemy rozpoznać siebie w owym słudze. Każdy z nas jest dla Boga bardzo drogi, jest umiłowanym i przez Niego wybranym, a także powołanym do służby, ale nade wszystko potrzebuje uzdrowienia wewnętrznego. By nadawać się do służby potrzebujemy zdrowia serca: serca uzdrowionego przez Boga, serca które ​​czuje, że otrzymało przebaczenie, serca, które nie byłoby ani zamknięte, ani twarde. Warto byśmy ufnie codziennie modlili się o to, prosili, by Jezus nas uzdrowił, abyśmy byli do Niego podobni, do Tego, który „nie nazywa nas sługami, ale przyjaciółmi” (J 15,15). Drodzy diakoni, możecie prosić o tę łaskę każdego dnia na modlitwie, na modlitwie, w której należy przedstawiać trudy, niespodzianki, umęczenie i nadzieje: na modlitwie prawdziwej, przynoszącej nam życie Pana i wprowadzającej Pana w nasze życie. A kiedy służycie u eucharystycznego stołu, to znajdziecie tam obecność Jezusa, który daje się wam, abyście oddawali siebie innym.

W ten sposób dostępni w swoim życiu, łagodni sercem i w nieustannym dialogu z Jezusem, nie będziecie się obawiali, aby być sługami Chrystusa, aby spotykać i otaczać czułością ciało Pana w ubogich dnia dzisiejszego.

[00891-PL.02] [Testo originale: Italiano]

[B0385-XX.02]