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Celebrazione Penitenziale nella Basilica Vaticana presieduta dal Santo Padre Francesco, 04.03.2016


Omelia del Santo Padre

Traduzione in lingua francese

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua tedesca

Traduzione in lingua spagnola

Traduzione in lingua portoghese

Alle ore 17 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto una Liturgia Penitenziale per la Riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale.

La celebrazione ha aperto lo speciale momento penitenziale, chiamato “24 ore per il Signore”, promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione che quest’anno assume carattere giubilare e che come sempre viene vissuto in concomitanza in numerose diocesi del mondo, alla vigilia della IV domenica di Quaresima, Dominica in Laetare.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Penitenziale:

Omelia del Santo Padre

«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51). È questa la richiesta che oggi vogliamo rivolgere al Signore. Vedere di nuovo, dopo che i nostri peccati ci hanno fatto perdere di vista il bene e ci hanno distolto dalla bellezza della nostra chiamata, facendoci invece errare lontano dalla meta.

Questo brano di Vangelo ha un grande valore simbolico, perché ognuno di noi si trova nella situazione di Bartimeo. La sua cecità lo aveva portato alla povertà e a vivere ai margini della città, dipendendo dagli altri in tutto. Anche il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. E’ una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene. Quante tentazioni hanno la forza di annebbiare la vista del cuore e di renderlo miope! Quanto è facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale! Guardando solo al nostro io, diventiamo ciechi, spenti e ripiegati su noi stessi, privi di gioia e privi di libertà. E’ così brutto!

Ma Gesù passa; passa e non va oltre: «si fermò», dice il Vangelo (v. 49). Allora un fremito attraversa il cuore, perché ci si accorge di essere guardati dalla Luce, da quella Luce gentile che ci invita a non rimanere rinchiusi nelle nostre scure cecità. La presenza vicina di Gesù fa sentire che lontani da Lui ci manca qualcosa di importante. Ci fa sentire bisognosi di salvezza, e questo è l’inizio della guarigione del cuore. Poi, quando il desiderio di essere guariti si fa audace, conduce alla preghiera, a gridare con forza e insistenza aiuto, come ha fatto Bartimeo: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47).

Purtroppo, come quei «molti» del Vangelo, c’è sempre qualcuno che non vuole fermarsi, che non vuole essere disturbato da chi grida il proprio dolore, preferendo far tacere e rimproverare il povero che dà fastidio (cfr v. 48). È la tentazione di andare avanti come se nulla fosse, ma in questo modo si rimane distanti dal Signore e si tengono lontani da Gesù anche gli altri. Riconosciamo di essere tutti mendicanti dell’amore di Dio, e non lasciamoci sfuggire il Signore che passa. «Ho paura del Signore che passa», diceva sant’Agostino. Paura che passi e io lo lasci passare. Diamo voce al nostro desiderio più vero: «[Gesù], che io veda di nuovo!» (v. 51). Questo Giubileo della Misericordia è tempo favorevole per accogliere la presenza di Dio, per sperimentare il suo amore e ritornare a Lui con tutto il cuore. Come Bartimeo, gettiamo via il mantello e alziamoci in piedi (cfr v. 50): buttiamo via, cioè, quello che impedisce di essere spediti nel cammino verso di Lui, senza paura di lasciare ciò che ci dà sicurezza e a cui siamo attaccati; non rimaniamo seduti, rialziamoci, ritroviamo la nostra statura spirituale - in piedi - la dignità di figli amati che stanno davanti al Signore per essere da Lui guardati negli occhi, perdonati e ricreati. E la parola forse che oggi arriva nel nostro cuore, è la stessa della creazione dell’uomo: “Alzati!”. Dio ci ha creati in piedi: “Alzati!”.

Oggi più che mai, soprattutto noi Pastori siamo anche chiamati ad ascoltare il grido, forse nascosto, di quanti desiderano incontrare il Signore. Siamo tenuti a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio di perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio. Non dobbiamo certo sminuire le esigenze del Vangelo, ma non possiamo rischiare di rendere vano il desiderio del peccatore di riconciliarsi con il Padre, perché il ritorno a casa del figlio è ciò che il Padre attende prima di tutto (cfr Lc 15,20-32).

Le nostre parole siano quelle dei discepoli che, ripetendo le stesse espressioni di Gesù, dicono a Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama» (v. 49). Siamo mandati ad infondere coraggio, a sostenere e condurre a Gesù. Il nostro è il ministero dell’accompagnamento, perché l’incontro con il Signore sia personale, intimo, e il cuore si possa aprire sinceramente e senza timore al Salvatore. Non dimentichiamo: è solo Dio che agisce in ogni persona. Nel Vangelo è Lui che si ferma e chiede del cieco; è Lui a ordinare che glielo portino; è Lui che lo ascolta e lo guarisce. Noi siamo stati scelti – noi pastori – per suscitare il desiderio della conversione, per essere strumenti che facilitano l’incontro, per tendere la mano e assolvere, rendendo visibile e operante la sua misericordia. Che ogni uomo e donna che si accosta al confessionale trovi un padre; trovi un padre che l’aspetta; trovi il Padre che perdona.

La conclusione del racconto evangelico è carica di significato: Bartimeo «subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada» (v. 52). Anche noi, quando ci accostiamo a Gesù, rivediamo la luce per guardare al futuro con fiducia, ritroviamo la forza e il coraggio per metterci in cammino. Infatti «chi crede, vede» (Lett. enc. Lumen fidei, 1) e va avanti con speranza, perché sa che il Signore è presente, sostiene e guida. Seguiamolo, come discepoli fedeli, per fare partecipi quanti incontriamo sul nostro cammino della gioia del suo amore. E dopo l’abbraccio del Padre, il perdono del Padre, facciamo festa nel nostro cuore! Perché Lui fa festa!

[00360-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

«Que je retrouve la vue!» (Mc 10, 51). C’est la demande que nous voulons adresser aujourd’hui au Seigneur. Retrouver la vue, après que nos péchés nous aient fait perdre de vue le bien et qu’il nous aient détournés de la beauté de notre appel, nous faisant au contraire errer loin du but.

Ce passage de l’Évangile a une grande valeur symbolique, parce que chacun de nous se trouve dans la situation de Bartimée. Sa cécité l’avait conduit à la pauvreté, et à une vie en marge de la ville, dépendant des autres en tout. Le péché aussi a cet effet: il nous appauvrit et nous isole. Il est une cécité de l’esprit, qui empêche de voir l’essentiel, de fixer le regard sur l’amour qui donne la vie; et il conduit peu à peu à s’attarder sur ce qui est superficiel, jusqu’à rendre insensible aux autres et au bien. Combien de tentations ont la force de brouiller la vue du cœur et de le rendre myope! Combien il est facile et faux de croire que la vie dépend de ce que l’on a, du succès ou de l’admiration qu’on reçoit; de croire que l’économie est faite seulement de profit et de consommation; que les envies individuelles doivent prévaloir sur la responsabilité sociale! En regardant seulement notre moi, nous devenons aveugles, éteints et repliés sur nous-mêmes, privés de joie et privés de liberté. C’est si mauvais!

Mais Jésus passe; il passe et ne va pas plus loin: «il s’arrête», dit l’Évangile (v. 49). Alors un frémissement traverse le cœur, parce qu’on se rend compte que l’on est regardé par la Lumière, par cette Lumière aimable qui nous invite à ne pas rester renfermé dans nos propres aveuglement obscurs. La proximité de Jésus fait sentir que, loin de lui, il nous manque quelque chose d’important. Elle nous fait sentir que nous avons besoin de salut; et c’est le début de la guérison du cœur. Ensuite, quand le désir d’être guéri se fait audace, il conduit à la prière, à crier à l’aide avec force et insistance, comme l’a fait Bartimée: «Fils de David, Jésus, aie pitié de moi!» (v. 47).

Malheureusement, comme cette «foule» de l’Évangile, il y a toujours quelqu’un qui ne veut pas s’arrêter, qui ne veut pas être dérangé par celui qui crie sa souffrance, préférant faire taire et rabrouer le pauvre qui gêne (cf. v.48). C’est la tentation de continuer comme si de rien n’était, mais on reste ainsi à distance du Seigneur et les autres aussi se tiennent loin de Jésus. Reconnaissons que nous sommes tous mendiants de l’amour de Dieu, et ne laissons pas fuir le Seigneur qui passe. «J’ai peur du Seigneur qui passe» disait saint Augustin. Peur qu’il passe et que je le laisse passer. Laissons parler notre désir le plus véridique: «[Jésus], que je retrouve la vue!» (v. 51). Ce Jubilé de la Miséricorde est un temps favorable pour accueillir la présence de Dieu, pour faire l’expérience de son amour et revenir à lui du fond du cœur. Comme Bartimée, jetons le manteau et bondissons (cf. v. 50): jetons ce qui nous empêche d’être envoyés sur le chemin à sa rencontre, sans peur de laisser ce qui nous donne de la sécurité et auquel nous sommes attachés; ne restons pas assis, relevons-nous, retrouvons notre stature spirituelle – debout -, la dignité de fils aimés qui se tiennent devant le Seigneur pour être regardés par lui dans les yeux, pardonnés et recréés. Et la parole qui arrive peut-être dans notre cœur aujourd’hui, est la même que celle de la création de l’homme: «Lève-toi!» Dieu nous a créées debout: «Lève-toi!».

Aujourd’hui plus que jamais, surtout nous les pasteurs, nous sommes aussi appelés à écouter le cri, peut-être caché, de tous ceux qui désirent rencontrer le Seigneur. Nous avons le devoir de revoir ces comportements qui parfois n’aident pas les autres à s’approcher de Jésus; les horaires et les programmes qui ne rencontrent pas les besoins réels de tous ceux qui pourraient s’approcher du confessionnal; les règles humaines, si elles valent plus que le désir de pardon; nos rigidités qui pourraient maintenir loin de la tendresse de Dieu. Nous ne devons pas, il est vrai, diminuer les exigences de l’Évangile, mais nous ne pouvons pas risquer de rendre vain le désir du pécheur de se réconcilier avec le Père, parce que le retour du fils à la maison est ce que le Père attend avant tout (cf. Lc 15, 20-32).

Que nos paroles soient celles des disciples qui, répétant les expressions mêmes de Jésus, disent à Bartimée: «Confiance, lève-toi; il t’appelle» (v. 49). Nous sommes envoyés pour infuser du courage, pour soutenir et conduire à Jésus. Notre ministère est celui de l’accompagnement, pour que la rencontre avec le Seigneur soit personnelle, intime, et pour que le cœur puisse s’ouvrir sincèrement et sans crainte au Sauveur. N’oublions pas: c’est Dieu seul qui agit en toute personne. Dans l’Évangile c’est lui qui s’arrête et qui demande l’aveugle; c’est lui qui ordonne qu’on le lui amène; c’est lui qui l’écoute et le guérit. Nous avons été choisis – nous pasteurs - pour susciter le désir de la conversion, pour être des instruments qui facilitent la rencontre, pour tendre la main et absoudre, rendant visible et opérante sa miséricorde. Que tout homme et femme qui s’approche du confessionnal trouve un père; trouve un père qui l’attend; trouve le Père qui pardonne.

La conclusion du récit de l’Évangile est pleine de signification: Bartimée «aussitôt retrouva la vue, et il suivait Jésus sur le chemin» (v. 52). Nous aussi, quand nous approchons de Jésus, nous revoyons la lumière pour regarder l’avenir avec confiance, nous retrouvons la force et le courage pour nous mettre en route. En effet, «celui qui croit, voit» (Lett. enc. Lumen fidei, n. 1) et va de l’avant avec espérance, parce qu’il sait que le Seigneur est présent, qu’il soutient et guide. Suivons-le en fidèles disciples pour faire participer à la joie de son amour tous ceux que nous rencontrons sur notre route. Et après l’étreinte du Père, le pardon du Père, faisons fête dans notre cœur! Parce que Lui fait la fête!

[00360-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“I want to see again” (Mk 10:51). This is what we ask of the Lord today. To see again, because our sins have made us lose sight of all that is good, and have robbed us of the beauty of our calling, leading us instead far away from our journey's end.

This Gospel passage has great symbolic value, because we all find ourselves in the same situation as Bartimaeus. His blindness led him to poverty and to living on the outskirts of the city, dependent on others for everything he needed. Sin also has this effect: it impoverishes and isolates us. It is a blindness of the spirit, which prevents us from seeing what is most important, from fixing our gaze on the love that gives us life. This blindness leads us little by little to dwell on what is superficial, until we are indifferent to others and to what is good. How many temptations have the power to cloud the heart’s vision and to make it myopic! How easy and misguided it is to believe that life depends on what we have, on our successes and on the approval we receive; to believe that the economy is only for profit and consumption; that personal desires are more important than social responsibility! When we only look to ourselves, we become blind, lifeless and self-centred, devoid of joy and freedom. What an awful thing!

But Jesus is passing by; he is passing by, and he halts: the Gospel tells us that “he stopped” (v. 49). Our hearts race, because we realize that the Light is gazing upon us, that kindly Light which invites us to come out of our dark blindness. Jesus’ closeness to us makes us see that when we are far from him there is something important missing from our lives. His presence makes us feel in need of salvation, and this begins the healing of our heart. Then, when our desire to be healed becomes more courageous, it leads to prayer, to crying out fervently and persistently for help, as did Bartimaeus: “Jesus, Son of David, have mercy on me!” (v. 47).

Unfortunately, like the “many” in the Gospel, there is always someone who does not want to stop, who does not want to be bothered by someone else crying out in pain, preferring instead to silence and rebuke the person in need who is only a nuisance (cf. v. 48). There is the temptation to move on as if it were nothing, but then we would remain far from the Lord and we would also keep others away from Jesus. May we realize that we are all begging for God’s love, and not allow ourselves to miss the Lord as he passes by. “I fear the Lord passing by” said Saint Augustine. Fear that he will pass by and that I will let him pass by. Let us voice our truest desire: “[Jesus], let me receive my sight!” (v. 51). This Jubilee of Mercy is the favourable time to welcome God’s presence, to experience his love and to return to him with all our heart. Like Bartimaeus, let us cast off our cloak and rise to our feet (cf. v. 50): that is, let us cast aside all that prevents us from racing towards him, unafraid of leaving behind those things which make us feel safe and to which we are attached. Let us not remain sedentary, but let us get up and find our spiritual worth again, our dignity as loved sons and daughters who stand before the Lord so that we can be seen by him, forgiven and recreated. The word that perhaps touches our hearts today is the same word used to create man: “Rise up!” God has created us to stand up: “Rise up”.

Today more than ever, we Pastors are especially called to hear the cry, perhaps hidden, of all those who wish to encounter the Lord. We need to re-examine those behaviours of ours which at times do not help others to draw close to Jesus; the schedules and programmes which do not meet the real needs of those who may approach the confessional; human regulations, if they are more important than the desire for forgiveness; our own inflexibility which may keep others away from God’s tenderness. We must certainly not water down the demands of the Gospel, but we cannot risk frustrating the desire of the sinner to be reconciled with the Father. For what the Father awaits more than anything is for his sons and daughters to return home (cf. Lk 15:20-32).

May our words be those of the disciples who, echoing Jesus, said to Bartimaeus: “Take heart; rise, he is calling you” (Mk 10:49). We have been sent to inspire courage, to support and to lead others to Jesus. Our ministry is one of accompaniment, so that the encounter with the Lord may be personal and intimate, and the heart may open itself to the Saviour in honesty and without fear. May we not forget: it is God alone who is at work in every person. In the Gospel it is he who stops and speaks to the blind man; it is he who orders the man to be brought to him, and who listens to him and heals him. We have been chosen, as Pastors, to awaken the desire for conversion, to be instruments that facilitate this encounter, to stretch out our hand and to absolve, thus making his mercy visible and effective. May every man and woman who comes to confession find a father; a father who is waiting, a Father who forgives.

The conclusion of the Gospel story is significant: Bartimaeus “immediately received his sight and followed him on the way” (v. 52). When we draw near to Jesus, we too see once more the light which enables us to look to the future with confidence. We find anew the strength and the courage to set out on the way. “Those who believe, see” (Lumen Fidei, 1) and they go forth in hope, because they know that the Lord is present, that he is sustaining and guiding them. Let us follow him, as faithful disciples, so that we can lead all those we encounter to experience the joy of his love. And after the Father’s embrace, the Father’s forgiveness, let us celebrate in our hearts! For the Lord himself celebrates!

[00360-EN.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

»Ich möchte wieder sehen können« (Mk 10,51). Das ist die Bitte, die wir heute an den Herrn richten wollen. Wieder sehen können, nachdem unsere Sünden uns das Gute aus den Augen verlieren haben lassen und uns von der Schönheit unserer Berufung abgebracht haben. Stattdessen ließen sie uns weit vom Ziel abirren.

Dieser Abschnitt des Evangeliums hat einen großen Symbolgehalt, denn ein jeder von uns befindet sich in der Lage des Bartimäus. Seine Blindheit führte dazu, dass er in Armut und am Rande der Stadt lebte und in allem von den anderen abhing. Auch die Sünde hat diese Wirkung: Sie macht uns arm und isoliert uns. Es ist eine Blindheit des Geistes, die uns daran hindert, das Wesentliche zu sehen, den Blick auf die Liebe zu richten, die uns Leben gibt; und sie führt nach und nach dazu, bei dem Oberflächlichen stehenzubleiben, um schließlich unempfindlich gegenüber den anderen und dem Guten zu machen. Wie viele Versuchungen haben die Kraft, die Sehkraft des Herzens zu trüben und es kurzsichtig zu machen! Wie leicht und falsch ist es zu glauben, dass das Leben davon abhängt, was man hat, vom Erfolg oder von der Bewunderung, die einer erhält; dass die Wirtschaft nur aus Profit und Konsum besteht; dass die eigenen individuellen Wünsche über die soziale Verantwortung vorherrschen! Wenn wir nur auf unser Ich schauen, werden wir blind, matt und auf uns selbst bezogen, sind wir freudlos und ohne Freiheit. Es ist so hässlich!

Aber Jesus kommt vorbei; er kommt vorbei und geht nicht weiter: »Jesus blieb stehen«, heißt es im Evangelium (V. 49). Da ergreift ein Schauder das Herz, denn man bemerkt, dass man vom Licht angeschaut wird, von jenem freundlichem Licht, das uns auffordert, nicht in unserer dunklen Blindheit verschlossen zu bleiben. Die Gegenwart und Nähe Jesu lässt spüren, dass uns fern von ihm etwas Wichtiges fehlt. Sie lässt uns spüren, dass wir des Heils bedürfen, und das ist der Beginn der Heilung des Herzens. Wenn der Wunsch, geheilt zu werden, kühn wird, dann führt er zur Bitte, lässt er kraftvoll und eindringlich Hilfe rufen, wie es Bartimäus getan hat: »Sohn Davids, Jesus, hab Erbarmen mit mir!« (V. 47).

Wie die „vielen“ im Evangelium, so gibt es leider immer jemanden, der nicht stehen bleiben will, der nicht gestört werden will von dem, der seinen Schmerz herausschreit, und lieber den störenden Armen zum Schweigen bringen will und tadelt (vgl. V. 48). Es ist die Versuchung, weiterzugehen, als ob nichts wäre. Auf diese Weise aber bleibt man auf Distanz zum Herrn und auch die anderen halten sich von Jesus fern. Anerkennen wir, dass wir alle Bettler der Liebe Gottes sind, und lassen wir uns den Herrn nicht entgehen. «Ich habe Angst, dass der Herr vorbeigeht«, sagte der heilige Augustinus. Angst, dass er vorbeigeht und ich ihn vorbeigehen lasse. Verleihen wir unserem wahren Wunsch Ausdruck: »[Jesus], ich möchte wieder sehen können« (V. 51). Dieses Heilige Jahr der Barmherzigkeit ist eine günstige Zeit, um die Gegenwart Gottes anzunehmen, um seine Liebe zu erfahren und mit ganzem Herzen zu ihm zurückzukehren. Werfen wir wie Bartimäus den Mantel weg und stehen wir auf (vgl. V. 50): Werfen wir also weg, was uns daran hindert, zügig zu sein auf dem Weg zu ihm, ohne dabei Angst zu haben, das zurückzulassen, was uns Sicherheit gibt und an dem wir hängen; bleiben wir nicht sitzen, erheben wir uns neu, finden wir unsere geistliche Statur – stehend – wieder, die Würde geliebter Kinder, die vor dem Herrn stehen, um sich von ihm in die Augen schauen zu lassen, Vergebung zu empfangen und neugeschaffen zu werden. Vielleicht ist das Wort, das heute in unser Herz gelangt, das gleiche Wort von der Schöpfung des Menschen: »Steh auf!« Gott hat uns stehend erschaffen: »Steh auf!«

Heute mehr denn je sind vor allem auch wir Hirten gerufen, den – vielleicht heimlichen – Schrei derer zu hören, die dem Herrn begegnen wollen. Wir sind verpflichtet, jenes Verhalten zu überprüfen, das manchmal den anderen nicht hilft, sich Jesus zu nähern: die Zeiten und Programme, die nicht den tatsächlichen Bedürfnissen derer entgegenkommen, die den Beichtstuhl aufsuchen könnten; die menschlichen Regeln, wenn sie mehr als der Wunsch nach Vergebung zählen; unsere Starrheit, die von der Zärtlichkeit Gottes fern halten könnte. Wir dürfen gewiss nicht den Anspruch des Evangeliums schmälern, doch dürfen wir nicht riskieren, den Wunsch des Sünders, sich mit dem Vater zu versöhnen, zu vereiteln. Die Rückkehr des Sohnes ist nämlich das, was der Vater vor allem erwartet (vgl. Lk 15,20-32).

Unsere Worte seien die der Jünger, welche die gleichen Worte Jesu wiederholen und zu Bartimäus sagen: »Hab nur Mut, steh auf, er ruft dich« (V. 49). Wir sind dazu gesandt, Mut zuzusprechen, zu unterstützen und zu Jesus zu führen. Unser Dienst ist ein begleitender, damit die Begegnung mit dem Herrn eine persönliche, innige sei und das Herz sich aufrichtig und ohne Furcht dem Herrn zu öffnen vermöge. Vergessen wir nicht: Es ist allein Gott, der in jeder Person handelt. Im Evangelium ist Er es, der stehen bleibt und nach dem Blinden fragt; Er ist es, der befiehlt, ihn zu ihm zu bringen; Er ist es, der ihn anhört und heilt. Wir Hirten wurden dazu ausgewählt, den Wunsch nach Umkehr zu wecken, Werkzeuge zu sein, welche die Begegnung erleichtern, die Hand auszustrecken und die Lossprechung zu erteilen und so seine Barmherzigkeit sichtbar und wirksam zu machen. Möge jede und jeder, der den Beichtstuhl aufsucht, einen Vater antreffen; einen Vater, der ihn erwartet; er möge den Vater antreffen, der vergibt.

Der Abschluss der Erzählung im Evangelium ist bedeutungsschwer: »Im gleichen Augenblick konnte [Bartimäus] wieder sehen, und er folgte Jesus auf seinem Weg« (V. 52). Wenn wir uns Jesus nähern, sehen auch wir wieder das Licht, um vertrauensvoll in die Zukunft zu blicken, finden wir wieder die Kraft und den Mut, um sich auf den Weg zu machen. Denn »wer glaubt, sieht« (Enzyklika Lumen fidei, 1) und geht voll Hoffnung voran, weil er weiß, dass der Herr zugegen ist, stützt und führt. Folgen wir ihm als treue Jünger, um alle, denen wir auf unserem Weg begegnen, an der Freue seiner Liebe teilhaben zu lassen. Und nach der Umarmung des Vaters, der Vergebung des Vaters, wollen wir in unserem Herzen feiern! Denn Er feiert!

[00360-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

«Que yo pueda ver» (Mc 10,51). Esta es la petición que hoy queremos dirigir al Señor. Ver de nuevo después de que nuestros pecados nos han hecho perder de vista el bien y alejado de la belleza de nuestra llamada, haciéndonos vagar lejos de la meta.

Este pasaje del Evangelio tiene un gran valor simbólico, porque cada uno de nosotros se encuentra en la situación de Bartimeo. Su ceguera lo había llevado a la pobreza y a vivir en las afueras de la ciudad, dependiendo en todo de los demás. El pecado también tiene este efecto: nos empobrece y aísla. Es una ceguera del espíritu, que impide ver lo esencial, fijar la mirada en el amor que da la vida; y lleva poco a poco a detenerse en lo superficial, hasta hacernos insensibles ante los demás y ante el bien. Cuántas tentaciones tienen la fuerza de oscurecer la vista del corazón y volverlo miope. Qué fácil y equivocado es creer que la vida depende de lo que se posee, del éxito o la admiración que se recibe; que la economía consiste sólo en el beneficio y el consumo; que los propios deseos individuales deben prevalecer por encima de la responsabilidad social. Mirando sólo a nuestro yo, nos hacemos ciegos, apagados y replegados en nosotros mismos, vacíos de alegría y vacíos de libertad. Es algo tan feo.

Pero Jesús pasa; y no pasa de largo: «se detuvo», dice el Evangelio (v. 49). Entonces, un temblor se apodera del corazón, porque se da cuenta de que es mirado por la Luz, de esa luz afable que nos invita a no permanecer encerrados en nuestra oscura ceguera. La presencia cercana de Jesús permite sentir que, lejos de él, nos falta algo importante. Nos hace sentir necesitados de salvación, y esto es el inicio de la curación del corazón. Luego, cuando el deseo de ser curados se hace audaz, lleva a la oración, a gritar ayuda con fuerza e insistencia, como ha hecho Bartimeo: «Hijo de David, ten compasión de mí» (v. 47).

Desafortunadamente, como aquellos «muchos» del Evangelio, siempre hay alguien que no quiere detenerse, que no quiere ser molestado por el que grita su propio dolor, prefiriendo hacer callar y regañar al pobre que molesta (cf. v. 48). Es la tentación de seguir adelante como si nada, pero así se queda lejos del Señor y se mantienen distantes de Jesús y de los demás. Reconozcamos todos ser mendigos del amor de Dios, y no dejemos que el Señor pase de largo. «Tengo miedo del Señor que pasa», decía san Agustín. Miedo a que pase y a que yo lo deje pasar. Demos voz a nuestro deseo más profundo: «[Jesús], que pueda ver» (v. 51). Este Jubileo de la Misericordia es un tiempo favorable para acoger la presencia de Dios, para experimentar su amor y regresar a él con todo el corazón. Como Bartimeo, dejemos el manto y pongámonos en pie (cf. v. 50): abandonemos lo que impide ser ágiles en el camino hacia él, sin miedo a dejar lo que nos da seguridad y a lo que estamos apegados; no permanezcamos sentados, levantémonos, reencontremos nuestra dimensión espiritual, ¾en pie¾ la dignidad de hijos amados que están ante el Señor para ser mirados por él a los ojos, perdonados y recreados. Y la palabra que quizás hoy llega a nuestro corazón, es la misma de la creación del hombre: “levántate”. Dios nos ha creado en pie: “levántate”.

Hoy más que nunca, sobre todo nosotros los Pastores, estamos llamados a escuchar el grito, quizás escondido, de cuantos desean encontrar al Señor. Estamos obligados a revisar esos comportamientos que a veces no ayudan a los demás a acercarse a Jesús; los horarios y los programas que no salen al encuentro de las necesidades reales de los que podrían acercarse al confesionario; las reglas humanas, si valen más que el deseo de perdón; nuestra rigidez, que puede alejar la ternura de Dios. No debemos ciertamente disminuir las exigencias del Evangelio, pero no podemos correr el riesgo de malograr el deseo del pecador de reconciliarse con el Padre, porque lo que el Padre espera antes que nada es el regreso a la casa del hijo (cf. Lc 15,20-32).

Que nuestras palabras sean la de los discípulos que, repitiendo las mismas expresiones de Jesús, dicen a Bartimeo: «Ánimo, levántate, que te llama» (v. 49). Estamos llamados a infundir ánimo, a sostener y conducir a Jesús. Nuestro ministerio es el del acompañar, porque el encuentro con el Señor es personal, íntimo, y el corazón se pueda abrir sinceramente y sin temor al Salvador. No lo olvidemos: sólo Dios es quien obra en cada persona. En el Evangelio es él quien se detiene y pregunta por el ciego; es él quien ordena que se lo traigan; es él quien lo escucha y lo sana. Nosotros hemos sido elegidos ¾ nosotros los pastores ¾ para suscitar el deseo de la conversión, para ser instrumentos que facilitan el encuentro, para extender la mano y absolver, haciendo visible y operante su misericordia. Que cada hombre y mujer que se acerca a un confesionario encuentre un padre; encuentre un padre que le espera; encuentre el Padre que perdona.

La conclusión del relato evangélico esta cargado de significado: Bartimeo «al momento recobró la vista y lo seguía por el camino» (v. 52). También nosotros, cuando nos acercamos a Jesús, vemos de nuevo la luz para mirar el futuro con confianza, reencontramos la fuerza y el valor para ponernos en camino. En efecto «quien cree ve» (Carta enc. Lumen fidei, 1) y va adelante con esperanza, porque sabe que el Señor está presente, sostiene y guía. Sigámoslo, como discípulos fieles, para hacer participes a cuantos encontramos en nuestro camino de la alegría de su amor. Y después el abrazo del Padre, el perdón del Padre, hagamos fiesta en nuestro corazón. Porque él hace fiesta.

[00360-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Que eu veja de novo» (Mc 10, 51): este é o pedido que queremos fazer hoje ao Senhor. Ver de novo, depois de os nossos pecados nos terem feito perder de vista o bem e desviar da beleza da nossa vocação, levando-nos a vagar longe da meta.

Este trecho do Evangelho possui um grande valor simbólico, porque cada um de nós se encontra na situação de Bartimeu. A sua cegueira levara-o à pobreza e a viver na periferia da cidade, dependendo em tudo dos outros. Também o pecado tem este efeito: empobrece-nos e isola-nos. É uma cegueira do espírito que impede de ver o essencial, fixar o olhar no amor que dá a vida; e, aos poucos, leva a deter-se no que é superficial até deixar insensíveis aos outros e ao bem. Quantas tentações têm a força de anuviar a vista do coração e torná-lo míope! Como é fácil e errado crer que a vida dependa do que se possui, do sucesso ou do aplauso que se recebe; que a economia seja feita apenas de lucro e consumo; que as pretensões próprias devam prevalecer sobre a responsabilidade social! Olhando apenas para o nosso eu, tornamo-nos cegos, amortecidos e fechados em nós mesmos, sem alegria e sem liberdade. É horrível!

Mas Jesus passa; passa, mas detém o passo: «parou», diz o Evangelho (v. 49). Então um frémito atravessa o coração, porque nos damos conta de ser contemplados pela Luz, por aquela Luz gentil que nos convida a não ficar fechados nas nossas cegueiras tenebrosas. A presença de Jesus perto de nós faz sentir que, longe d’Ele, falta-nos qualquer coisa importante: faz-nos sentir necessitados de salvação; e isto é o princípio da cura do coração. Depois, quando o desejo de ser curado ganha audácia, leva a rezar, a gritar, com força e insistência, por ajuda, como fez Bartimeu: «Jesus, Filho de David, tem misericórdia de mim!» (v. 47).

Infelizmente, há sempre alguém (o Evangelho fala de «muitos») que não quer parar, não quer ser incomodado por quem grita a sua aflição, preferindo mandar calar e repreender o pobre que chateia (cf. v. 48). É a tentação de prosseguir como se nada tivesse acontecido; mas, assim, afastamo-nos do Senhor e deixamos afastados de Jesus também os outros. Reconheçamos todos que somos mendigos do amor de Deus, e não deixemos escapar o Senhor que passa. Tenho medo que o Senhor passe», dizia Santo Agostinho. Medo que passe, e eu O deixe passar. Demos voz ao nosso desejo mais verdadeiro: «[Jesus], que eu veja de novo!» (v. 51). Este Jubileu da Misericórdia é tempo favorável para acolher a presença de Deus, experimentar o seu amor e voltar a Ele de todo o coração. Como Bartimeu, joguemos fora a capa e ponhamo-nos de pé (cf. v 50), ou seja, joguemos fora aquilo que impede de caminhar rapidamente para Ele, sem medo de deixar aquilo que nos dá segurança e a que estamos presos; não fiquemos sentados, ergamo-nos, recuperemos a nossa estatura espiritual – de pé –, a dignidade de filhos amados que estão diante do Senhor para que Ele nos fixe nos olhos, nos perdoe e recrie. E a palavra que porventura chega hoje ao nosso coração é a mesma da criação do homem: «Ergue-te!» Deus criou-nos e pôs-nos de pé: «Ergue-te!»

Hoje mais do que nunca, sobretudo nós, pastores, somos chamados também a escutar o grito, talvez abafado, de quantos desejam encontrar o Senhor. Somos obrigados a rever comportamentos que, às vezes, não ajudam os outros a aproximar-se de Jesus; horários e programas que não atendem às reais necessidades daqueles que poderiam aproximar-se do confessionário; regras humanas, quando valem mais do que o desejo de perdão; nossa rigidez que poderia manter longe da ternura de Deus. Certamente não devemos diminuir as exigências do Evangelho, mas não podemos correr o risco de frustrar o desejo que tem o pecador de reconciliar-se com o Pai, porque o regresso do filho a casa é o que acima de tudo anseia o Pai (cf. Lc 15, 20-32).

Que as nossas palavras sejam as dos discípulos que, repetindo as próprias expressões de Jesus, dizem a Bartimeu: «Coragem, levanta-te que Ele chama-te» (v. 49). Somos enviados para dar coragem, amparar e levar a Jesus. O nosso ministério é o ministério do acompanhamento, de modo que o encontro com o Senhor seja pessoal, íntimo, e o coração possa, com sinceridade e sem medo, abrir-se ao Salvador. Não esqueçamos jamais: o único que age em cada pessoa é Deus. No Evangelho, é Ele que pára e pergunta pelo cego; é Ele que ordena que Lho tragam; é Ele que o escuta e cura. Nós, pastores, fomos escolhidos para suscitar o desejo da conversão, ser instrumentos que facilitam o encontro, estender a mão e absolver, tornando visível e operante a sua misericórdia. Possa todo o homem e mulher que se abeire do confessionário encontrar um pai, encontrar um pai que o espera, encontrar o Pai que perdoa.

A conclusão do episódio evangélico é densa de significado: Bartimeu «logo recuperou a vista e seguiu Jesus pelo caminho» (v. 52). Também nós, quando nos abeiramos de Jesus, vemos de novo a luz para olhar o futuro com confiança, encontramos a força e a coragem para nos pormos a caminho. Com efeito, «quem acredita, vê» (Enc. Lumen fidei, 1) e avança com esperança, porque sabe que o Senhor está presente, ampara e guia. Sigamo-Lo, como discípulos fiéis, para tornar participantes da alegria do seu amor a quantos encontrarmos no nosso caminho. E, depois do abraço do Pai, do perdão do Pai, façamos festa em nosso coração. Porque Ele faz festa.

[00360-PO.02] [Texto original: Italiano]

[B0168-XX.02]