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Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2016, 26.01.2016


Intervento del Card. Francesco Montenegro

Intervento di Mons. Giampietro Dal Toso

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si tiene la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2016 sul tema: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare.

Intervengono l’Em.mo Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Membro del Pontificio Consiglio “Cor Unum”; Mons. Giampietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e Mons. Segundo Tejado Muñoz, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio.

Pubblichiamo di seguito gli interventi del Cardinale Montenegro e di Mons. Dal Toso:

Intervento del Card. Francesco Montenegro

Come ogni anno ci prepariamo ad accogliere il Messaggio che il Santo Padre ha preparato per il tempo di Quaresima, col quale offre a tutti i cristiani alcuni spunti utili per vivere nel migliore dei modi questo tempo forte in preparazione alla Pasqua.

Il titolo del messaggio prende le mosse dall’evangelista Matteo (9,13). Nel contesto della vocazione dell’apostolo, di fronte alla critica dei farisei per il fatto che Gesù stesse a tavola con pubblicani e peccatori, il Maestro risponde dicendo: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati. Andate e imparate che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrificio. Io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori». Da qui il titolo del messaggio “Misericordia io voglio e non sacrificio. Le opere di misericordia nel cammino giubilare”.

Già da questa formulazione possiamo ricavare tre considerazioni sulle quali vorrei brevemente soffermarmi:

a. la riflessione sulla misericordia alla luce della Parola di Dio;

b. l’insistenza sulle opere di misericordia;

c. il rapporto tra la Quaresima e il cammino giubilare.

1. La prima è legata strettamente all’anno giubilare e consiste in una ripresa sintetica del tema della misericordia nella Sacra Scrittura. La prima parte del messaggio ci aiuta a recuperare i significati fondamentali di questo termine che già nella Misericordiae Vultus Papa Francesco aveva definito “architrave” tanto del mistero trinitario quanto della vita della chiesa. In particolare, essendo la Quaresima protesa verso il Mistero Pasquale, ci si sofferma sul fatto che la Croce di Cristo costituisce l’apice della rivelazione dell’infinita misericordia del Padre. Gesù è il volto di tale misericordia e il suo costato aperto diventa, idealmente, uno scrigno che si apre affinché tutti attingano a piene mani all’amore che perdona, rigenera e redime. Durante la Quaresima la Chiesa ha sempre suggerito un maggiore nutrimento della Parola di Dio e il Papa dentro questa nota caratteristica invita i tutti i cristiani ad approfondire il tema della misericordia attraverso le pagine della Bibbia e quelle dei profeti, in particolare, poiché in esse non ci si limita semplicemente a ribadire che Dio è misericordioso ma si indica con chiarezza che i suoi figli lo devono essere esercitandosi a vivere un amore più grande soprattutto prendendosi cura dei piccoli, dei poveri e degli indifesi. Qui vale la pena riascoltare alcuni passaggi della Misericordiae Vultus all’interno della quale alcuni numeri vengono dedicati proprio al tempo di Quaresima.

Cito testualmente il n.17 di quella lettera: «La Quaresima di questo Anno Giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio. Quante pagine della Sacra Scrittura possono essere meditate nelle settimane della Quaresima per riscoprire il volto misericordioso del Padre! Con le parole del profeta Michea possiamo anche noi ripetere: “Tu, o Signore, sei un Dio che toglie l’iniquità e perdona il peccato, che non serbi per sempre la tua ira, ma ti compiaci di usare misericordia. Tu, Signore, ritornerai a noi e avrai pietà del tuo popolo. Calpesterai le nostre colpe e getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati” (cfr 7,18-19). Anche le pagine del profeta Isaia potranno essere meditate più concretamente in questo tempo di preghiera, digiuno e carità: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono” (58,6-11).

Questa citazione ci aiuta a capire come la misericordia, anzi, l’essere misericordiosi come il Padre, non si può tradurre con semplici gesti rituali ma ha bisogno di essere vissuta con gesti concreti che nascono dall’aver “toccato con mano” la misericordia divina. Al n.3 del messaggio il Papa così scrive: “La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia”.

2. Da qui la seconda considerazione che emerge dal documento che stiamo presentando: le opere di misericordia. Sappiamo bene come queste opere che fanno parte del tesoro della tradizione cristiana siano state messe in risalto già nella Misericordiae Vultus e offerte all’attenzione dei cristiani come vie per tradurre in gesti concreti la misericordia. Questo principio viene ripreso e ulteriormente rimarcato. Mentre, durante la Quaresima, fissiamo lo sguardo su Cristo crocifisso e riviviamo nella liturgia tutto ciò che Egli ha sofferto per amore nostro, non possiamo certo pensare che quel Volto, per quanto unico, abbia smesso di rendersi presente nella storia.

Dice il Papa nel messaggio riprendendo in parte quanto già espresso nella Misericordiae Vultus: «Nel povero la carne di Cristo diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga…per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura». Le opere di misericordia partono da questo assunto fondamentale: nel povero c’è la carne di Cristo e i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. Il cristiano che ha sperimentato la misericordia divina e che attraverso essa è rinato a vita nuova, impara quotidianamente a chinarsi sulle ferite del povero per far sperimentare anche a lui che Dio è misericordioso. Nel messaggio si insiste sul fatto che le opere di misericordia corporale sono profondamente unite a quelle spirituali. Infatti, scrive il Papa, “Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel mistero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante”. Il Papa auspica che durante la quaresima ogni cristiano senta il bisogno di nutrirsi in modo molto forte della Parola di Dio e contemporaneamente apra il cuore a chi soffre esercitandosi a vivere le opere di misericordia. Mi pare che questo punto meriti molta attenzione e qui, anche come Pastore di una chiesa che vive alcune forme di povertà e alcune sfide di portata notevole come quella dell’immigrazione, vorrei dire qualcosa. A volte si tende a pensare che la fede la si possa vivere solo partecipando ai sacramenti o pregando nelle forme più svariate, escludendo dalla vita spirituale i bisogni dell’uomo e soprattutto dei più poveri. Il risultato è che quel tipo di fede presto o tardi diventa sterile e insipida. Invece quando ci si apre a una dimensione più completa che, se ci pensiamo bene, è quella evangelica - quella che esige che si ascolti e si metta in pratica - allora la fede diventa esperienza gioiosa e contagiosa, arricchente e stimolante. Lo abbiamo sperimentato, ad esempio, a Lampedusa durante gli sbarchi di migliaia di persone e in tante altre comunità che hanno accolto la sfida di aprirsi alle diverse forme di povertà del territorio. Lo stiamo sperimentando con i seminaristi chiamati a fare le esperienze pastorali in realtà segnate dal dolore e dalla povertà o con tanti giovani volontari che hanno voglia di mettersi in gioco per costruire percorsi nuovi in cui annuncio e testimonianza camminino di pari passo. È chiaro che non è semplice perché talune volte bisogna fare i conti con una mentalità che è consolidata e che difficilmente si apre al nuovo; però nella mia piccola esperienza mi sento di dire che è una strada possibile e, soprattutto, è quanto ci chiede Gesù nel Vangelo, se pensiamo, ad esempio, al discorso sul giudizio finale nel capitolo 25 di Matteo. Alla fine saremo giudicati sulle opere di misericordia e su ciò che abbiamo fatto nei confronti dei più piccoli. Allora il tempo di quaresima può essere un’occasione importante per riflettere sul modo in cui viviamo la fede e l’invito a vivere le opere di misericordia costituisce un modo – come dice il Papa – “per risvegliare le nostre coscienze spesso sopite dal peccato o dall’indifferenza”.

3. Un ultima considerazione che cerco di ricavare dal messaggio per la Quaresima riguarda il cammino giubilare. Il mistero pasquale è il cuore dell’anno liturgico e questa quaresima si colloca proprio nel cuore del giubileo. Il tempo forte del giubileo si intreccia con il tempo quaresimale costituendo una ricchezza straordinaria per la conversione e per la crescita spirituale di ogni cristiano e di tutta la chiesa. In questa prospettiva il messaggio che stiamo presentando ha un sottofondo molto stimolante di domande sull’odierno contesto storico e culturale e su come il cristiano si collochi al suo interno. Sul finire del messaggio il Santo Padre evoca la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro per richiamare l’attenzione su certe chiusure a Cristo a causa della ricchezza materiale e degli “idoli del sapere, del potere e del possedere”. Il rischio del nostro tempo è proprio quello che, chiudendo la porta del cuore al povero e a ogni forma di povertà, si precipiti in un abisso di infelicità e di non senso che rende tutto oscuro. Da qui la proposta “profetica” del cammino giubilare e del tempo di quaresima come tempo per rivedere il cammino della propria vita e per sentire nel grido del povero, lo stesso Cristo che bussa alla porta del nostro cuore nella speranza che noi ci decidiamo ad aprire e accogliendolo gustiamo la vera vita. In questi primi mesi del giubileo soprattutto attraverso il segno della “porta” abbiamo potuto sperimentare la bellezza della misericordia resa accessibile a tutti. Non solo la porta della Basilica di San Pietro o delle Basiliche maggiori ma le cattedrali delle diocesi e, soprattutto, alcuni luoghi simbolo di alcune povertà; mi piace ricordare l’ostello della Caritas qui a Roma e le celle dei carcerati. Attraverso queste scelte forti il Papa sta invitando con maggiore sollecitudine tutta la chiesa a mettersi in cammino verso ogni uomo e verso i sofferenti e i poveri, in particolare. In questo modo il cammino del giubileo non è solo quello segnato dal calendario ma è quello che insieme siamo chiamati a fare, sorretti dalla misericordia di Dio, per riconoscerlo nel povero per metterci al suo fianco in atteggiamento di ascolto e di servizio.

Le tre note – quella della misericordia e delle sue opere e quella del cammino – si racchiudono nell’invito conclusivo del messaggio: “Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione!” E’ un tempo da valorizzare, un tempo per crescere nell’ascolto della Parola, un tempo di esercizio costante per aprire occhi e cuore ai poveri. Il canto del Magnificat della Vergine Madre di misericordia, inserito nel testo quasi come una cornice – all’inizio e alla fine – aiuta tutti a rivedere la storia con gli occhi di Dio che “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili”.

Siamo certi che le parole del Santo Padre racchiuse in questo messaggio costituiranno un prezioso strumento per il cammino quaresimale; e mentre lo ringraziamo per quanto ha voluto indirizzare a tutta la Chiesa, gli assicuriamo le nostre preghiere per il delicato compito che Gli è stato affidato.

Grazie.

[00113-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Intervento di Mons. Giampietro Dal Toso

Testo in lingua italiana

Testo in lingua inglese

Testo in lingua francese

Testo in lingua italiana

Gentili Signori,

in primo luogo vi ringrazio per la vostra presenza e in particolare ringrazio il Signor Cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento, Presidente di Caritas Italiana e Membro del nostro Pontificio Consiglio da alcuni mesi.

Cor Unum diffonde il Messaggio Quaresimale ogni anno e in questo Giubileo il tema non poteva essere che quello legato alla misericordia e - più in particolare - alle opere di misericordia, di cui il Papa ha parlato già nella Bolla di indizione del Giubileo. In dettaglio sono: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini; visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti - consigliare i dubbiosi; insegnare a chi non sa; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.

Le opere di misericordia sono solo espressione di buon senso umano? Qualcuno potrebbe dire che tutti siamo già d’accordo che dobbiamo dare da mangiare a chi ha fame e insegnare a chi non sa. E tuttavia: perché il Papa ha voluto rispolverare queste opere? Opere che - ho come l'impressione - per molto tempo sono state un po' dimenticate e banalizzate, forse perché si è pensato che non era più alla moda pensare alla vita spicciola del credente, o forse perché si è piuttosto istituzionalizzata o politicizzata la nostra prassi ecclesiale.

Penso ce le ha richiamate perché denotano non tanto una azione, ma una relazione. Cioè non sono il modo per affermare se stessi, ma per dire per chi e per cosa viviamo. Per un cristiano le opere di misericordia dicono una relazione, cioè come egli si pone di fronte a Dio e alla sua vita, e non si esauriscono semplicemente nelle buone azioni. Il Messaggio vede nella misericordia il dramma di amore tra Dio, Padre e Sposo tradito, e il suo popolo, figlio e sposa infedeli. La misericordia “ristabilisce la relazione”. E ciò non vale solo rispetto alla relazione con Dio, ma anche alla relazione con il fratello. Una cosa è dire: “Diamo a tutti il wireless”; altra cosa è dire: “Insegnare a chi non sa”. In mezzo c’è la persona. Che è talmente importante che una opera di misericordia è anche seppellire i morti: cosa c’è di più gratuito di dare onore al corpo di un defunto?

Per la loro declinazione personale, mi sento particolarmente grato a Papa Francesco che ci ricorda le opere di misericordia contestualmente a questo Giubileo. Lui stesso ne è testimone vivo. Riportare alla luce le opere di misericordia significa ridare fiato a quello che anche Benedetto XVI aveva anticipato, quando nell’introduzione dell'enciclica Deus caritas est, al paragrafo 1, diceva che la fede si qualifica soprattutto per un incontro personale con Cristo. Mi sia consentito anche fare riferimento al mio primo incontro con il card. Montenegro, il quale mi colpì con l'osservazione che, quando si parla di carità della Chiesa, prima che di servizi dobbiamo imparare a parlare di persone.

Rispetto alle opere di misericordia vorrei menzionare tre aspetti.

a. Sono corporali e spirituali. Dietro questa piccola affermazione c'è un mondo: l'uomo è fatto di corpo e anima insieme. Questo dato cristiano non è per niente scontato: Cristo è vero uomo e vero Dio. Con l’incarnazione il corpo umano è stato divinizzato e perciò la Chiesa ha sempre amato e difeso il corpo insieme con l’anima. La tentazione di separare corpo e anima è una costante storica e si ripropone anche ai giorni nostri. Per es.: la libertà dell'uomo ha nel suo corpo un limite o no? Oppure: la nostra azione di sviluppo può prescindere dal dato spirituale o no? Sono temi molto seri e questa visione unitaria della persona che le opere di misericordia trasmettono sono una indicazione molto chiara anche per la nostra azione ecclesiale.

b. Le opere di misericordia sono una modalità molto semplice, concreta, diretta, viva, quotidiana, spicciola, alla portata di tutti per vivere la misericordia del Giubileo. Le opere di misericordia descrivono quello che ogni giorno possiamo concretamente fare come cristiani e perciò le trovo affascinanti. Il cristianesimo non è la religione delle idee, delle grandi elaborazioni speculative, ma nasce dall'esperienza viva e si impasta con la quotidianità. Le idee sono vere quando passate al vaglio dell'esperienza. Il cristianesimo non è neppure la religione dei sentimenti, e la misericordia non è semplicemente un sentimento di vaga riconciliazione universale senza alcuna incidenza nella vita di ogni giorno. Le opere di misericordia dicono che la misericordia deve diventare carne, perché il cristianesimo è la fede nella incarnazione del Figlio che ha dato il suo corpo per la salvezza del mondo.

c. San Tommaso (S. Th. II-II, 32, 1) mette in rilievo il rapporto tra carità e opere di misericordia, perché scrive che la misericordia è l'effetto della carità. E' indicativo anche che san Tommaso usi come concetto per le opere di misericordia il termine "elemosina", che sarebbe la versione greca di misericordia. Adesso elemosina vuol dire altro. Lo stessa sorte è toccata al termine carità. Questo mi dice che purtroppo abbiamo ristretto tutto questo ambito al "dare qualche spicciolo", mentre la visione cristiana è molto più ampia. In questa prospettiva si iscrive anche il nostro desiderio di valorizzare questi termini - in primo luogo la carità - per non perdere un tesoro prezioso, e soprattutto per mantenere una visione della vita della Chiesa biblicamente e teologicamente fondata.

Vorrei in conclusione parlarvi di due iniziative che accompagnano la Quaresima del Pontificio Consiglio Cor Unum e colgo l’occasione per annunciarvele. La prima riguarda la giornata di ritiro per chi opera nel servizio di carità della Chiesa nel periodo della Quaresima. E' una iniziativa che Papa Francesco ci ha chiesto di realizzare nel contesto del Giubileo e sempre nell'ottica di un Giubileo aderente alla realtà in cui viviamo. Per tale motivo non abbiamo stabilito per tale ritiro un giorno preciso, uguale per tutti, ma ogni gruppo, o istituzione, o opera può sceglierlo a seconda delle proprie necessità locali. I tanti organismi di carità sono in qualche modo una cristallizzazione delle opere di misericordia. Ma non possiamo offrire misericordia senza averla prima ricevuta. Perciò questa giornata di ritiro serve per i tanti operatori nell'ambito della carità per fare esperienza della misericordia di Dio, per poterla poi dare agli altri nelle opere concrete. Voglio sottolineare che l'idea è di svolgere questa iniziativa a livello locale, nei singoli gruppi parrocchiali Caritas per es., o della San Vincenzo, o delle Misericordie. Tutto questo è lasciato alla libertà dei singoli, mentre Cor Unum, oltre alla sensibilizzazione e alla promozione della iniziativa, ha fornito il materiale per l'animazione di questa giornata, materiale che si trova in diverse lingue nel nostro sito web: www.corunumjubilaeum.va

La seconda iniziativa riguarda un grande congresso internazionale a 10 anni dalla prima enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est, pubblicata esattamente il 25.1.2006. Papa Francesco ha sostenuto e incoraggiato questo progetto, che ben si colloca nel contesto del Giubileo. La risposta a questa iniziativa, che si svolgerà nell'Aula nuova del Sinodo il 25 e 26 febbraio 2016, è stata sorprendente e perciò mi auguro che possa avere la stessa risonanza anche nei media. Devo anche dire che quella enciclica ha avuto un impatto fortissimo nel mondo della carità della Chiesa e ha aperto un cammino che si sta ulteriormente espandendo. Mi sembra quasi – non vorrei essere troppo ardito – che Papa Francesco dia oggi concretezza con il suo esempio di vita a quanto Papa Benedetto aveva espresso magistralmente con la parola. Il nostro intendimento tuttavia non è quello di guardare indietro, ma in avanti. Quella enciclica parla ancora e resta un orientamento fondamentale per chi opera nel servizio di carità della Chiesa e per ogni cristiano. Il programma è pronto e sarà presto disponibile. Il convegno verrà anche trasmesso in streaming in diretta. Altri dettagli vi saranno forniti a tempo debito, ma fin da ora vi posso annunciare la presenza del Card. Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e del Card. Tagle, Presidente di Caritas Internationalis, che si occuperanno più della parte teologica, mentre abbiamo invitato tre grandi intellettuali, il Rabbino David Shlomo Rosen (ebreo), il Prof. Saeed Ahmed Khan (musulmano) e il Prof. Fabrice Hadjadj (cattolico), per intervenire sul tema dal loro rispettivo punto di vista.

Vi ringrazio fin da ora per l'attenzione con la quale vorrete seguire queste iniziative.

[00114-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua inglese

Ladies and Gentlemen,

Firstly, I would like to thank you all for being here – especially Cardinal Francesco Montenegro, Archbishop of Agrigento, President of Caritas Italiana and recently appointed Member of our Pontifical Council.

Cor Unum diffuses the Lenten Message every year and in this Jubilee it was only natural for the theme to be linked to mercy and - more specifically – to the works of mercy, of which the Pope has already spoken in the Bull of Indiction of the Jubilee. The works of mercy are: To feed the hungry; To give drink to the thirsty; To clothe the naked; To shelter the homeless; To visit the sick; To visit the imprisoned; To bury the dead; To instruct the ignorant; To counsel the doubtful; To admonish sinners; To bear wrongs patiently; To forgive offences willingly; To comfort the afflicted; To pray for the living and the dead.

Are the works of mercy a mere expression of human common sense? Some might say that everyone already agrees that we should feed the hungry and teach those who are ignorant. Yet: why did the Pope want to rekindle these works? I have a feeling that these works have long been depreciated and trivialized, maybe because we thought that it was no longer fashionable to think of the petty life of the believer, or maybe because our ecclesial practice has become quite institutionalized and politicized.

I think that the Pope has recalled these works for us because they denote not so much an action, but a relationship. Namely, they are not a way for us to affirm ourselves, but a means to say for whom and for what we live. For a Christian, the works of mercy express a relationship, i.e how one stands before God and one’s own life; they are not simply good deeds. The message sees in ‘mercy’ the dramatic love-story between God the Father - the betrayed Groom, and his people- his unfaithful wife and children. Mercy "restores the relationship." This applies not only to the relationship with God, but also to the relationship with our brothers and sisters. It is one thing to say, “Let us make wireless accessible to all”; it is quite another to say, "Let us teach those who are ignorant". In between, there is the person. Person that is so important, that one of the works of mercy is to bury the dead: what kind of love could be more free-giving than to honor to the body of a deceased person?

For their personal interpretation, I am particularly grateful to Pope Francis, who has recalled the works of mercy in the context of this Jubilee. He himself is a living witness of this. Bringing to light the works of mercy means to give vent to what Benedict XVI had anticipated, when in the introduction (§1) of the Encyclical Deus caritas est, he stated that faith can be qualified especially by a personal encounter with Christ. I would also like to mention my first meeting with Card. Montenegro, who impressed me with the observation that, when it comes to charity in the Church, before speaking of services we have to learn to speak about people.

Regarding the works of mercy, I would like to mention three aspects.

a. They are corporal and spiritual. Behind this tiny statement, there is an entire universe: infact, man is made of both body and soul. This Christian fact is in no way obvious: Christ is true man and true God. By His incarnation, the human body was deified and therefore the Church has always loved and defended the body together with the soul. The temptation to separate body and soul is a constant in history and continues to this present day. For eg., is man’s freedom limited by his physical body, or not? Or: can our development actions take place regardless of the spiritual aspect, or not? These are very serious questions and the unitary notion of the person conveyed by the works of mercy is a clear indication for our ecclesial action as well.

b. The works of mercy are a very simple, concrete, direct, alive, daily, easy, accessible-to-all - way of living the Jubilee of Mercy. The works of mercy describe what we as Christians can actually do every day, and that is why I find them so fascinating. Christianity is not a religion of ideas, of great and elaborate speculations, but it is born from concrete experiences and is intertwined with day to day living. Ideas can be said true after being carefully scrutinized by experience. Christianity is not even a religion of feelings, and mercy is not simply a feeling of vague universal reconciliation that has no impact on our daily lives. The works of mercy tell us that mercy has to become flesh, because Christianity is the faith in the incarnation of the Son who gave his body for the salvation of the world.

c. St. Thomas (S. Th. II-II, 32, 1) emphasizes the relationship between charity and works of mercy, because he states that mercy is the effect of charity. It is also indicative that to express the concept for the works of mercy, St. Thomas uses the term “alms”, which is the Greek term for mercy. Today, “alms” means something totally different. The same thing happened in the end with the term “charity”. This tells me that unfortunately we have narrowed this field down to "giving a few coins," while the Christian vision is much broader. In this perspective lays my desire to enhance these terms anew – first of all love – so as to not lose a precious treasure, and especially to maintain a view of the life of the Church that is biblically and theologically founded.

In conclusion, I would like to speak to you about two initiatives accompanying the Lenten Period of the Pontifical Council Cor Unum and take this opportunity to publicize them. The first concerns a day of retreat during Lent for the Church’s charitable workers. It is an initiative that Pope Francis asked us to implement in the context of the Jubilee, always keeping in mind a Jubilee consistent with the reality we live in. For this reason, we have not set aside one particular date for this retreat, but each group, or institution, or organization can choose according to their local needs. The many charitable organizations are somehow a crystallization of the works of mercy. But we cannot offer mercy without having first received it. This day of retreat is for the many workers in the field of charity, so that they may experience the mercy of God, and then be able to give it to others through concrete works. I wish to point out that the idea is to carry out this initiative at the local level, in each single parish group such as Caritas, or St. Vincent de Paul, or the Misericordie (Mercies). All this is left to the liberty of the individual, while Cor Unum, in addition to raising awareness and promoting the initiative, has provided the material for the animation of this day, material that is found in several languages on our website: www.corunumjubilaeum.va

The second initiative concerns a big International Conference on the 10th Anniversary of the first Encyclical by Benedict XVI, Deus caritas est, promulgated on January 25, 2006. Pope Francis has supported and encouraged this project, which fits perfectly well in the context of this Jubilee. The response to this initiative, that will take place in the New Synod Hall on 25-26 February 2016, has been amazing and so it is my hope that it will have the same resonance in the media. I must also say that that Encyclical has had a major impact on the Church’s charitable world and has opened a path that is further expanding. It almost seems to me – though I don’t want to appear too bold – that Pope Francis gives concreteness today with his life example to what Pope Benedict had masterfully expressed in words. This Encyclical still has something to say and is a fundamental guide for the Church’s charitable workers, and for every Christian individually. The program is ready and will soon be available. The Conference will be transmitted live via streaming. Other details will be provided in due time, but right now I can tell you that Card. Muller, Prefect for the Congregation for the Doctrine of the Faith, will be present, as will be attending Card. Tagle, President of Caritas Internationalis. The two will address the theological aspects of the meeting, while we have invited three great intellectuals of our time: Rabbi David Shlomo Rosen (Jewish), Prof. Saeed Ahmed Khan (Muslim) and Prof. Fabrice Hadjadj (Catholic), to speak on the subject from their respective points of view.

I wish to thank you in advance for the attention with which you will follow these initiatives.

[00114-EN.01] [Original text: English]

Testo in lingua francese

Mesdames et Messieurs,

Tout d’abord je vous remercie de votre présence et je remercie en particulier Monsieur le Cardinal Francesco Montenegro, Archevêque d’Agrigente, Président de Caritas Italiana et membre de Notre Conseil pontifical depuis quelques mois.

Cor Unum diffuse chaque année le message de Carême et, en ce Jubilé, le thème choisi ne pouvait être que lié à la miséricorde et - plus particulièrement- aux œuvres de miséricorde au sujet desquelles le Saint-Père avait déjà écrit dans la Bulle d’Indiction du Jubilé. Il s’agit en détail de: donner à manger aux affamés; donner à boire à ceux qui ont soif; vêtir ceux qui sont nus; accueillir les étrangers; assister les malades;visiter les prisonniers; ensevelir les morts - conseiller ceux qui sont dans le doute; enseigner les ignorants; avertir les pécheurs; consoler les affligés; pardonner les offenses; supporter patiemment les personnes ennuyeuses; prier Dieu pour les vivants et pour les morts.

Les œuvres de miséricorde expriment-elles uniquement un bon sens humain? Certains pourraient dire que nous sommes déjà tous d’accord sur le fait qu’il faut donner à manger aux affamés et enseigner les ignorants. Alors pourquoi le Pape a- t-il voulu dépoussiérer ces œuvres? Œuvres que je soupçonne avoir été oubliées pendant longtemps, voire même banaliséesdu fait qu’on a peut-être estimé que ce n’était plus à la mode de parler de la vie simple et quotidienne du croyant ou peut-être parce que notre praxis ecclésiale s’est en un certain sens institutionnalisée ou politisée.

Je pense qu’il nous les a rappelées parce qu’elles sont signe non pas tant d’une action mais plutôt d’une relation. C’est-à-dire qu’elles ne sont pas un moyen pour s’affirmer nous-même mais pour dire par qui et pour qui nous vivons. Pour un chrétien, les œuvres de miséricorde expriment une relation, c’est-à-dire comment celui-ci se situe face à Dieu et face à sa vie; elles ne s’épuisent pas simplement dans des bonnes actions. Le Message [de Carême] voit dans la miséricorde le drame d’amour entre Dieu, Père et Epoux trahi, et son peuple, fils et épouse infidèles. La miséricorde"rétablit la relation". Ceci ne vaut pas seulement pour la relation avec Dieu mais aussi pour celle avec notre frère. C’est une chose que de dire: donnons le wireless à tous»; et autre chose que de dire: «enseigner les ignorants». Entre les deux il y a la personne. Elle est si importante qu’une des œuvres de miséricorde consiste à ensevelir les morts: qu’y a-t-il de plus gratuit que d’honorer le corps d’un défunt?

En raison de ce rapport à la personne, je suis particulièrement reconnaissant au Pape François de nous rappeler de ces œuvres de miséricorde dans le contexte de ce jubilé. Lui-même en est le témoignage vivant. Remettre en lumière les œuvres de miséricorde signifie donner un souffle nouveau à ce que Benoît XVI avait anticipé, lorsque dans son introduction (§1) à de l’encyclique Deus caritas est, il soulignait que la foi se qualifiait surtout à cause de la rencontre personnelle avec le Christ. Permettez-moi également de rappeler une observation du Cardinal Montenegro, faite au cours d’une de nos premières rencontres et qui m’a frappée, selon laquelle lorsqu’on parle de la charité de l’Eglise, il nous faut apprendre à parler de personne savant de parler de services.

Concernant les œuvres de miséricorde, je voudrais émettre trois considérations:

a. Elles sont corporelles et spirituelles. Derrière cette simple affirmation il y a tout un univers: l’homme est en même temps corps et âme. Cette affirmation chrétienne n’est pas du tout évidente: Le Christ est vrai homme et vrai Dieu. Par l’incarnation, le corps humain a été divinisé et c’est pourquoi l’Eglise a toujours aimé et défendu le corps et l’âme ensemble. La tentation de séparer le corps de l’âme est une constante au cours de l’histoire et elle se présente à nouveau de nos jours. Par ex: La liberté de l’homme trouve-t-elle sa limite dans le corps ou non? Ou bien: notre action en faveur du développement peut-elle s’abstraire de toute dimension spirituelle ou non? Il s’agit- là de sujets très graves et la vision unitaire de la personne humaine que véhiculent les œuvres de miséricorde est également une indication très claire pour notre action ecclésiale.

b. Les œuvres de miséricorde sont une modalité très simple, concrète, directe, vivante, quotidienne, à la portée de tous, pour vivre la miséricorde de ce Jubilé. Les œuvres de miséricorde décrivent ce que nous pouvons faire tous les jours en tant que chrétiens ,c’est pourquoi je les trouve fascinantes. Le christianisme n’est pas la religion des idées, des grandes élaborations spéculatives, mais elle naît de l’expérience vivante et se pétrit avec le quotidien. Les idées sont vraies lorsqu’elles sont passées au crible de l’expérience. Le christianisme n’est pas non plus la religion des sentiments, et la miséricorde n’est pas simplement un sentiment de vague réconciliation universelle qui n’a aucune incidence dans la vie de tous les jours. Les œuvres de miséricorde disent que la miséricorde doit devenir chair car le christianisme est la foi en l’incarnation du Fils qui a donné son corps pour le salut du monde.

c. Saint Thomas (S.T. IIa-IIae, q.32,1) met en relief le rapport entre la charité et les œuvres de miséricorde car la miséricorde, écrit-il, est l’effet de la charité. Il est également indicateur que Saint Thomas ait utilisé le terme d’"aumône" pour les œuvres de miséricorde, terme qui serait la version grecque de miséricorde. Aujourd’hui "aumône" a un autre sens, de même que "charité". Ceci me montre que nous avons malheureusement restreint tout ce domaine à "donner quelque centimes", alors que la vision chrétienne est bien plus ample. Dans cette perspective s’inscrit également notre désir de valoriser ces termes – en premier lieu celui de "charité"- pour ne pas perdre un trésor précieux et surtout pour maintenir une vision de la vie de l’Eglise qui reste fondée bibliquement et théologiquement.

Je voudrais, en conclusion, vous parler de deux initiatives qui accompagnent le Carême du Conseil pontifical Cor Unum et je profite de cette occasion pour vous en parler. La première regarde une journée de retraite spirituelle pendant le Carême, pour tous ceux qui œuvrent au service de la charité de l’Eglise. C’est une initiative que le Pape François nous a demandé de réaliser dans le contexte du Jubilé et selon un Jubilé qui adhère à la réalité propre des divers lieux. Pour ce motif nous n’avons pas choisi une date fixe pour tous, mais nous avons laissé la liberté à chaque groupe, institution ou œuvre de fixer sa propre date selon les propres nécessités. Les nombreux organismes de charité sont en quelque sorte une cristallisation des œuvres de miséricorde. Mais nous ne pouvons pas offrir la miséricorde sans d’abord l’avoir reçue. C’est pourquoi cette journée de retraite permet aux nombreuses personnes engagées dans le service de la charité de faire l’expérience de la miséricorde de Dieu, pour pouvoir l’offrir aux autres dans des œuvres concrètes. Je tiens à souligner que l’idée à la base est de déployer cette initiative à un niveau local, dans chaque groupe Caritas paroissial, ou de la Conférence Saint Vincent ou des Miséricordes. Tout ceci est laissé à la liberté de chacun alors que Cor Unum, outre le travail de sensibilisation et de promotion de cette initiative, fournit également le matériel pour son animation, matériel en plusieurs langues que trouverez sur notre site web: www.corunumjubilaeum.va

La deuxième initiative concerne l’organisation d’un grand congrès international à l’occasion du dixième anniversaire de la première encyclique de Benoît XVI, Deus caritas est, qui a été publiée précisément le 25.1.2006. Le Pape François a soutenu et encouragé ce projet qui s’insère bien dans le contexte du Jubilé. La réponse à cette initiative,- qui se déroulera dans la salle du Synode les 25 et 26 février 2016,-a été surprenante et c’est pourquoi je souhaite que cet évènement puisse avoir le même retentissement aussi dans les médias. Je dois aussi ajouter que cette encyclique a eu un impact très fort dans le monde de la charité de l’Eglise et qu’elle a ouvert un chemin qui ne cesse de s’agrandir. J’ai l’impression, sans vouloir être trop audacieux, que le Saint-Père, par sa vie, donne une dimension concrète à ce que Benoît XVI a magistralement exprimé par sa parole. Cette encyclique a encore toute sa pertinence et reste une orientation fondamentale pour ceux qui œuvrent au service de la charité de l’Eglise ainsi que pour tout chrétien. Le programme de cet évènement est prêt et il sera bientôt disponible. Ce congrès sera également retransmis en direct en streaming. D’autres détails seront fournis ultérieurement, mais je peux vous annoncer d’ores et déjà la participation du Cardinal Müller, Préfet de la Congrégation pour la Doctrine de la Foi, celle du Cardinal Tagle, Président de Caritas Internationalisqui aborderont davantage la dimension théologique, alors que les trois grands intellectuels que nous avons invités, le Rabbin David Shlomo Rosen (juif), le professeur Saeed Ahmed Khan (musulman) et le professeur Fabrice Hadjadj (catholique) traiteront du sujet selon leur propre point de vue.

Je vous remercie d’ores et déjà de l’attention que vous porterez à ces évènements.

[00114-FR.01] [Texte original: Français]

[B0055-XX.01]