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Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016, 01.10.2015


Testo in lingua italiana

Testo in lingua francese

Testo in lingua inglese

Testo in lingua tedesca

Testo in lingua spagnola

Testo in lingua portoghese

Testo in lingua polacca

Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della Misericordia è il tema scelto dal Papa per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che - a livello ecclesiale - sarà celebrata domenica 17 gennaio 2016. Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio che il Santo Padre Francesco ha preparato in vita di tale Giornata:

Testo in lingua italiana

Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della Misericordia

Cari fratelli e sorelle!

Nella bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia ho ricordato che “ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre” (Misericordiae Vultus, 3). L’amore di Dio, infatti, intende raggiungere tutti e ciascuno, trasformando coloro che accolgono l’abbraccio del Padre in altrettante braccia che si aprono e si stringono perché chiunque sappia di essere amato come figlio e si senta “a casa” nell’unica famiglia umana. In tal modo, la premura paterna di Dio è sollecita verso tutti, come fa il pastore con il gregge, ma è particolarmente sensibile alle necessità della pecora ferita, stanca o malata. Gesù Cristo ci ha parlato così del Padre, per dire che Egli si china sull’uomo piagato dalla miseria fisica o morale e, quanto più si aggravano le sue condizioni, tanto più si rivela l’efficacia della divina misericordia.

Nella nostra epoca, i flussi migratori sono in continuo aumento in ogni area del pianeta: profughi e persone in fuga dalle loro patrie interpellano i singoli e le collettività, sfidando il tradizionale modo di vivere e, talvolta, sconvolgendo l’orizzonte culturale e sociale con cui vengono a confronto. Sempre più spesso le vittime della violenza e della povertà, abbandonando le loro terre d’origine, subiscono l’oltraggio dei trafficanti di persone umane nel viaggio verso il sogno di un futuro migliore. Se, poi, sopravvivono agli abusi e alle avversità, devono fare i conti con realtà dove si annidano sospetti e paure. Non di rado, infine, incontrano la carenza di normative chiare e praticabili, che regolino l’accoglienza e prevedano itinerari di integrazione a breve e a lungo termine, con attenzione ai diritti e ai doveri di tutti. Più che in tempi passati, oggi il Vangelo della misericordia scuote le coscienze, impedisce che ci si abitui alla sofferenza dell’altro e indica vie di risposta che si radicano nelle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, declinandosi nelle opere di misericordia spirituale e corporale.

Sulla base di questa constatazione ho voluto che la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2016 fosse dedicata al tema: “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”. I flussi migratori sono ormai una realtà strutturale e la prima questione che si impone riguarda il superamento della fase di emergenza per dare spazio a programmi che tengano conto delle cause delle migrazioni, dei cambiamenti che si producono e delle conseguenze che imprimono volti nuovi alle società e ai popoli. Ogni giorno, però, le storie drammatiche di milioni di uomini e donne interpellano la Comunità internazionale, di fronte all’insorgere di inaccettabili crisi umanitarie in molte zone del mondo. L’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità quando assistiamo come spettatori alle morti per soffocamento, stenti, violenze e naufragi. Di grandi o piccole dimensioni, sono sempre tragedie quando si perde anche una sola vita umana.

I migranti sono nostri fratelli e sorelle che cercano una vita migliore lontano dalla povertà, dalla fame, dallo sfruttamento e dall’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, che equamente dovrebbero essere divise tra tutti. Non è forse desiderio di ciascuno quello di migliorare le proprie condizioni di vita e ottenere un onesto e legittimo benessere da condividere con i propri cari?

In questo momento della storia dell’umanità, fortemente segnato dalle migrazioni, quella dell’identità non è una questione di secondaria importanza. Chi emigra, infatti, è costretto a modificare taluni aspetti che definiscono la propria persona e, anche se non lo vuole, forza al cambiamento anche chi lo accoglie. Come vivere queste mutazioni, affinché non diventino ostacolo all’autentico sviluppo, ma siano opportunità per un’autentica crescita umana, sociale e spirituale, rispettando e promuovendo quei valori che rendono l’uomo sempre più uomo nel giusto rapporto con Dio, con gli altri e con il creato?

Di fatto, la presenza dei migranti e dei rifugiati interpella seriamente le diverse società che li accolgono. Esse devono far fronte a fatti nuovi che possono rivelarsi improvvidi se non sono adeguatamente motivati, gestiti e regolati. Come fare in modo che l’integrazione diventi vicendevole arricchimento, apra positivi percorsi alle comunità e prevenga il rischio della discriminazione, del razzismo, del nazionalismo estremo o della xenofobia?

La rivelazione biblica incoraggia l’accoglienza dello straniero, motivandola con la certezza che così facendo si aprono le porte a Dio e nel volto dell’altro si manifestano i tratti di Gesù Cristo. Molte istituzioni, associazioni, movimenti, gruppi impegnati, organismi diocesani, nazionali e internazionali sperimentano lo stupore e la gioia della festa dell’incontro, dello scambio e della solidarietà. Essi hanno riconosciuto la voce di Gesù Cristo: «Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3,20). Eppure non cessano di moltiplicarsi anche i dibattiti sulle condizioni e sui limiti da porre all’accoglienza, non solo nelle politiche degli Stati, ma anche in alcune comunità parrocchiali che vedono minacciata la tranquillità tradizionale.

Di fronte a tali questioni, come può agire la Chiesa se non ispirandosi all’esempio e alle parole di Gesù Cristo? La risposta del Vangelo è la misericordia.

In primo luogo, essa è dono di Dio Padre rivelato nel Figlio: la misericordia ricevuta da Dio, infatti, suscita sentimenti di gioiosa gratitudine per la speranza che ci ha aperto il mistero della redenzione nel sangue di Cristo. Essa, poi, alimenta e irrobustisce la solidarietà verso il prossimo come esigenza di risposta all’amore gratuito di Dio, «che è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo» (Rm 5,5). Del resto, ognuno di noi è responsabile del suo vicino: siamo custodi dei nostri fratelli e sorelle, ovunque essi vivano. La cura di buoni contatti personali e la capacità di superare pregiudizi e paure sono ingredienti essenziali per coltivare la cultura dell’incontro, dove si è disposti non solo a dare, ma anche a ricevere dagli altri. L’ospitalità, infatti, vive del dare e del ricevere.

In questa prospettiva, è importante guardare ai migranti non soltanto in base alla loro condizione di regolarità o di irregolarità, ma soprattutto come persone che, tutelate nella loro dignità, possono contribuire al benessere e al progresso di tutti, in particolar modo quando assumono responsabilmente dei doveri nei confronti di chi li accoglie, rispettando con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del Paese che li ospita, obbedendo alle sue leggi e contribuendo ai suoi oneri. Comunque non si possono ridurre le migrazioni alla dimensione politica e normativa, ai risvolti economici e alla mera compresenza di culture differenti sul medesimo territorio. Questi aspetti sono complementari alla difesa e alla promozione della persona umana, alla cultura dell’incontro dei popoli e dell’unità, dove il Vangelo della misericordia ispira e incoraggia itinerari che rinnovano e trasformano l’intera umanità.

La Chiesa affianca tutti coloro che si sforzano per difendere il diritto di ciascuno a vivere con dignità, anzitutto esercitando il diritto a non emigrare per contribuire allo sviluppo del Paese d’origine. Questo processo dovrebbe includere, nel suo primo livello, la necessità di aiutare i Paesi da cui partono migranti e profughi. Così si conferma che la solidarietà, la cooperazione, l’interdipendenza internazionale e l’equa distribuzione dei beni della terra sono elementi fondamentali per operare in profondità e con incisività soprattutto nelle aree di partenza dei flussi migratori, affinché cessino quegli scompensi che inducono le persone, in forma individuale o collettiva, ad abbandonare il proprio ambiente naturale e culturale. In ogni caso, è necessario scongiurare, possibilmente già sul nascere, le fughe dei profughi e gli esodi dettati dalla povertà, dalla violenza e dalle persecuzioni.

Su questo è indispensabile che l’opinione pubblica sia informata in modo corretto, anche per prevenire ingiustificate paure e speculazioni sulla pelle dei migranti.

Nessuno può fingere di non sentirsi interpellato dalle nuove forme di schiavitù gestite da organizzazioni criminali che vendono e comprano uomini, donne e bambini come lavoratori forzati nell’edilizia, nell’agricoltura, nella pesca o in altri ambiti di mercato. Quanti minori sono tutt’oggi costretti ad arruolarsi nelle milizie che li trasformano in bambini soldato! Quante persone sono vittime del traffico d’organi, della mendicità forzata e dello sfruttamento sessuale! Da questi aberranti crimini fuggono i profughi del nostro tempo, che interpellano la Chiesa e la comunità umana affinché anch’essi, nella mano tesa di chi li accoglie, possano vedere il volto del Signore «Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3).

Cari fratelli e sorelle migranti e rifugiati! Alla radice del Vangelo della misericordia l’incontro e l’accoglienza dell’altro si intrecciano con l’incontro e l’accoglienza di Dio: accogliere l’altro è accogliere Dio in persona! Non lasciatevi rubare la speranza e la gioia di vivere che scaturiscono dall’esperienza della misericordia di Dio, che si manifesta nelle persone che incontrate lungo i vostri sentieri! Vi affido alla Vergine Maria, Madre dei migranti e dei rifugiati, e a san Giuseppe, che hanno vissuto l’amarezza dell’emigrazione in Egitto. Alla loro intercessione affido anche coloro che dedicano energie, tempo e risorse alla cura, sia pastorale che sociale, delle migrazioni. Su tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 12 settembre 2015
Memoria del Santissimo Nome di Maria

FRANCISCUS PP.

[01599-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua francese

Les migrants et les réfugiés nous interpellent. La réponse de l’Évangile de la miséricorde

Chers frères et sœurs !

Dans la bulle d’indiction du Jubilé extraordinaire de la Miséricorde, j’ai rappelé qu’«il y a des moments où nous sommes appelés de façon encore plus pressante, à fixer notre regard sur la miséricorde, afin de devenir nous aussi signe efficace de l’agir du Père» (Misericordiae Vultus, n. 3). L’amour de Dieu, en effet, entend atteindre tous et chacun, en transformant ceux qui accueillent l’étreinte du Père en autant de bras qui s’ouvrent et qui étreignent afin que quiconque sache qu’il est aimé comme fils et se sente «chez lui» dans l’unique famille humaine. De la sorte, l’attention paternelle de Dieu est bienveillante envers tous, comme celle du pasteur avec ses brebis, mais elle est particulièrement sensible aux besoins de la brebis blessée, fatiguée ou malade. Jésus-Christ nous a parlé ainsi du Père, pour nous dire qu’il se penche sur l’homme blessé par la misère physique ou morale et, plus ses conditions s’aggravent, plus se révèle l’efficacité de la miséricorde divine.

À notre époque, les flux migratoires sont en constante augmentation en tout lieu de la planète : les réfugiés et les personnes qui fuient leur patrie interpellent les individus et les collectivités, défiant leur mode de vie traditionnel et bouleversant parfois l’horizon culturel et social auquel ils sont confrontés. Toujours plus souvent, les victimes de la violence et de la pauvreté, abandonnant leurs terres d’origine, subissent l’outrage des trafiquants de personnes humaines au cours du voyage vers leur rêve d’un avenir meilleur. Si elles survivent aux abus et aux adversités, elles doivent ensuite se heurter à des réalités où se nichent suspicions et peurs. Très souvent, enfin, elles doivent faire face à l’absence de normes claires et pratiques pour réglementer leur accueil et pour prévoir des itinéraires d’intégration à court et à long terme, avec une attention aux droits et aux devoirs de tous. Plus que par le passé, l’Évangile de la miséricorde secoue aujourd’hui les consciences, empêche que l’on s’habitue à la souffrance de l’autre et indique des chemins de réponse qui s’enracinent dans les vertus théologales de la foi, de l’espérance et de la charité, en se déclinant en œuvres de miséricorde spirituelle et corporelle.

A partir de ces constatations, j’ai voulu que la Journée mondiale du Migrant et du Réfugié de 2016 soit consacrée au thème suivant: «Les migrants et les réfugiés nous interpellent. La réponse de l’Évangile de la miséricorde». Les flux migratoires sont désormais une réalité structurelle et la première question qui s’impose concerne la façon de dépasser la phase d’urgence pour faire place à des programmes qui tiennent compte des causes des migrations, des changements qui se produisent et des conséquences qu’impriment de nouveaux visages aux sociétés et aux peuples. Chaque jour, cependant, les histoires dramatiques de millions d’hommes et de femmes interpellent la Communauté internationale face à l’apparition d’inacceptables crises humanitaires dans de nombreuses régions du monde. L’indifférence et le silence ouvrent la voie à la complicité quand nous assistons en spectateurs aux morts par étouffement, par privations, par violences et par naufrages. De grandes ou de petites dimensions, il s’agit toujours de tragédies quand bien même une seule vie humaine est perdue.

Les migrants sont nos frères et sœurs qui cherchent une vie meilleure loin de la pauvreté, de la faim, de l’exploitation et de la répartition injuste des ressources de la planète qui devraient être divisées équitablement entre tous. N’est-ce pas le désir de chacun d’améliorer ses conditions de vie et d’obtenir un bien-être honnête et légitime, à partager avec les êtres qui lui sont chers?

En ce moment de l’histoire de l’humanité, fortement caractérisé par les migrations, la question de l’identité n’est pas une question d’une importance secondaire. Celui qui migre, en effet, est contraint de modifier certains aspects qui définissent sa personne et, même s’il ne le veut pas, force celui qui l’accueille à changer. Comment vivre ces mutations, afin qu’elles ne deviennent pas un obstacle au développement authentique, mais soient une opportunité pour une authentique croissance humaine, sociale et spirituelle, en respectant et en favorisant les valeurs qui rendent l’homme toujours plus homme, dans un juste rapport avec Dieu, avec les autres et avec la création?

De fait, la présence des migrants et des réfugiés interpelle sérieusement les diverses sociétés qui les accueillent. Elles doivent faire face à des faits nouveaux qui peuvent se révéler délétères s’ils ne sont pas correctement motivés, gérés et régulés. Comment faire pour que l’intégration se transforme en un enrichissement réciproque, ouvre des parcours positifs aux communautés et prévienne le risque de la discrimination, du racisme, du nationalisme extrême ou de la xénophobie?

La révélation biblique encourage l’accueil de l’étranger, en le motivant par la certitude qu’en agissant ainsi on ouvre les portes à Dieu lui-même et que sur le visage de l’autre se manifestent les traits de Jésus-Christ. De nombreuses institutions, associations, mouvements, groupes engagés, organismes diocésains, nationaux et internationaux font l’expérience de l’émerveillement et de la joie de la fête de la rencontre, de l’échange et de la solidarité. Ils ont reconnu la voix de Jésus-Christ: «Voici, je me tiens à la porte et je frappe» (Ap 3, 20). Pourtant, les débats sur les conditions et sur les limites à poser à l’accueil ne cessent de se multiplier, non seulement au niveau des politiques des Etats, mais aussi au sein de certaines communautés paroissiales qui voient leur tranquillité traditionnelle menacée.

Face à ces questions, comment l’Eglise peut-elle agir, sinon en s’inspirant de l’exemple et des paroles de Jésus-Christ? La réponse de l’Évangile est la miséricorde.

En premier lieu, celle-ci est un don de Dieu le Père révélé dans le Fils: la miséricorde reçue de Dieu suscite, en effet, des sentiments de joyeuse gratitude pour l’espérance que nous a offerte le mystère de la rédemption dans le sang du Christ. Par ailleurs, elle alimente et renforce la solidarité envers le prochain, comme exigence pour répondre à l’amour gratuit de Dieu, «qui a été répandu dans nos cœurs par l’Esprit Saint» (Rm 5, 5). Du reste, chacun de nous est responsable de son voisin: nous somme les gardiens de nos frères et sœurs, où qu’ils vivent. Entretenir de bons contacts personnels et savoir surmonter les préjugés et les peurs sont des ingrédients essentiels pour faire fructifier la culture de la rencontre, où l’on est disposé non seulement à donner, mais aussi à recevoir des autres. En effet, l’hospitalité vit à la fois de ce qui est donné et reçu.

Dans cette perspective, il est important de considérer les migrants non seulement en fonction de la régularité ou de l’irrégularité de leur condition, mais surtout comme des personnes qui, une fois leur dignité assurée, peuvent contribuer au bien-être et au progrès de tous, en particulier lorsqu’ils assument la responsabilité de leurs devoirs envers ceux qui les accueillent, en respectant de façon reconnaissante le patrimoine matériel et spirituel du pays hôte, en obéissant à ses lois et en contribuant à ses charges. En tout cas, on ne peut pas réduire les migrations à une dimension politique et normative, à des effets économiques, ni à une simple coexistence de cultures différentes sur un même territoire. Ces aspects viennent compléter la défense et la promotion de la personne humaine, la culture de la rencontre des peuples et de l’unité, là où l’Évangile de la miséricorde inspire et encourage des itinéraires qui renouvellent et transforment l’humanité tout entière.

L’Église est aux côtés de tous ceux qui s’emploient à défendre le droit de chacun à vivre avec dignité, avant tout en exerçant leur droit à ne pas émigrer pour contribuer au développement du pays d’origine. Ce processus devrait inclure, à un premier niveau, la nécessité d’aider les pays d’où partent migrants et réfugiés. Cela confirme que la solidarité, la coopération, l’interdépendance internationale et la répartition équitable des biens de la terre sont des éléments fondamentaux pour œuvrer en profondeur et de manière incisive dans les zones de départ des flux migratoires, afin que cessent ces déséquilibres qui poussent des personnes, individuellement ou collectivement, à quitter leur milieu naturel et culturel. En tout cas, il est nécessaire de conjurer, si possible dès le début, les fuites de réfugiés et les exodes dictés par la pauvreté, par la violence et par les persécutions.

Il est indispensable que l’opinion publique soit informée de tout cela et correctement, notamment pour prévenir des peurs injustifiées et des spéculations sur la peau des migrants.

Personne ne peut faire semblant de ne pas se sentir interpellé par les nouvelles formes d’esclavage gérées par des organisations criminelles, qui vendent et achètent des hommes, des femmes et des enfants, comme travailleurs forcés à travailler dans différents secteurs du marché, comme le bâtiment, l’agriculture, la pêche ou d’autres. Combien de mineurs sont contraints, aujourd’hui encore, de s’enrôler dans les milices qui les transforment en enfants soldats ! Combien de personnes sont victimes du trafic d’organes, de la mendicité forcée et de l’exploitation sexuelle! Les réfugiés de notre époque fuient ces crimes aberrants; ils interpellent l’Eglise et la communauté humaine afin qu’eux aussi, dans la main tendue qui les accueille, puissent apercevoir le visage du Seigneur, «le Père miséricordieux, le Dieu de qui vient tout réconfort » (2 Co 1, 3).

Chers frères et sœurs migrants et réfugiés! A la racine de l’Évangile de la miséricorde, la rencontre et l’accueil de l’autre se relient à la rencontre et à l’accueil de Dieu : accueillir l’autre, c’est accueillir Dieu en personne ! Ne vous laissez pas voler l’espérance et la joie de vivre qui jaillissent de l’expérience de la miséricorde de Dieu, qui se manifeste dans les personnes que vous rencontrez au long de vos chemins ! Je vous confie à la Vierge Marie, Mère des migrants et des réfugiés, et à saint Joseph, qui ont vécu l’amertume de l’émigration en Egypte. Je confie aussi à leur intercession ceux qui consacrent leurs énergies, leur temps et leurs ressources à la pastorale et à l’aide sociale des migrations. A tous et de tout cœur, j’accorde la Bénédiction apostolique.

Du Vatican, le 12 septembre 2015,
mémoire du Saint Nom de Marie

FRANCISCUS PP.

[01599-FR.01] [Texte original: Français]

Testo in lingua inglese

Migrants and Refugees Challenge Us. The Response of the Gospel of Mercy

Dear Brothers and Sisters,

In the Bull of indiction of the Extraordinary Jubilee of Mercy I noted that “at times we are called to gaze even more attentively on mercy so that we may become a more effective sign of the Father’s action in our lives” (Misericordiae Vultus, 3). God’s love is meant to reach out to each and every person. Those who welcome the Father’s embrace, for their part, become so many other open arms and embraces, enabling every person to feel loved like a child and “at home” as part of the one human family. God’s fatherly care extends to everyone, like the care of a shepherd for his flock, but it is particularly concerned for the needs of the sheep who are wounded, weary or ill. Jesus told us that the Father stoops to help those overcome by physical or moral poverty; the more serious their condition, the more powerfully is his divine mercy revealed.

In our time, migration is growing worldwide. Refugees and people fleeing from their homes challenge individuals and communities, and their traditional ways of life; at times they upset the cultural and social horizons which they encounter. Increasingly, the victims of violence and poverty, leaving their homelands, are exploited by human traffickers during their journey towards the dream of a better future. If they survive the abuses and hardships of the journey, they then have to face latent suspicions and fear. In the end, they frequently encounter a lack of clear and practical policies regulating the acceptance of migrants and providing for short or long term programmes of integration respectful of the rights and duties of all. Today, more than in the past, the Gospel of mercy troubles our consciences, prevents us from taking the suffering of others for granted, and points out way of responding which, grounded in the theological virtues of faith, hope and charity, find practical expression in works of spiritual and corporal mercy.

In the light of these facts, I have chosen as the theme of the 2016 World Day of Migrants and Refugees: Migrants and Refugees Challenge Us. The Response of the Gospel of Mercy. Migration movements are now a structural reality, and our primary issue must be to deal with the present emergency phase by providing programmes which address the causes of migration and the changes it entails, including its effect on the makeup of societies and peoples. The tragic stories of millions of men and women daily confront the international community as a result of the outbreak of unacceptable humanitarian crises in different parts of the world. Indifference and silence lead to complicity whenever we stand by as people are dying of suffocation, starvation, violence and shipwreck. Whether large or small in scale, these are always tragedies, even when a single human life is lost.

Migrants are our brothers and sisters in search of a better life, far away from poverty, hunger, exploitation and the unjust distribution of the planet’s resources which are meant to be equitably shared by all. Don’t we all want a better, more decent and prosperous life to share with our loved ones?

At this moment in human history, marked by great movements of migration, identity is not a secondary issue. Those who migrate are forced to change some of their most distinctive characteristics and, whether they like or not, even those who welcome them are also forced to change. How can we experience these changes not as obstacles to genuine development, rather as opportunities for genuine human, social and spiritual growth, a growth which respects and promotes those values ​​which make us ever more humane and help us to live a balanced relationship with God, others and creation?

The presence of migrants and refugees seriously challenges the various societies which accept them. Those societies are faced with new situations which could create serious hardship unless they are suitably motivated, managed and regulated. How can we ensure that integration will become mutual enrichment, open up positive perspectives to communities, and prevent the danger of discrimination, racism, extreme nationalism or xenophobia?

Biblical revelation urges us to welcome the stranger; it tells us that in so doing, we open our doors to God, and that in the faces of others we see the face of Christ himself. Many institutions, associations, movements and groups, diocesan, national and international organizations are experiencing the wonder and joy of the feast of encounter, sharing and solidarity. They have heard the voice of Jesus Christ: “Behold, I stand at the door and knock” (Rev 3:20). Yet there continue to be debates about the conditions and limits to be set for the reception of migrants, not only on the level of national policies, but also in some parish communities whose traditional tranquillity seems to be threatened.

Faced with these issues, how can the Church fail to be inspired by the example and words of Jesus Christ? The answer of the Gospel is mercy.

In the first place, mercy is a gift of God the Father who is revealed in the Son. God’s mercy gives rise to joyful gratitude for the hope which opens up before us in the mystery of our redemption by Christ’s blood. Mercy nourishes and strengthens solidarity towards others as a necessary response to God’s gracious love, “which has been poured into our hearts through the Holy Spirit” (Rom 5:5). Each of us is responsible for his or her neighbour: we are our brothers’ and sisters’ keepers, wherever they live. Concern for fostering good relationships with others and the ability to overcome prejudice and fear are essential ingredients for promoting the culture of encounter, in which we are not only prepared to give, but also to receive from others. Hospitality, in fact, grows from both giving and receiving.

From this perspective, it is important to view migrants not only on the basis of their status as regular or irregular, but above all as people whose dignity is to be protected and who are capable of contributing to progress and the general welfare. This is especially the case when they responsibly assume their obligations towards those who receive them, gratefully respecting the material and spiritual heritage of the host country, obeying its laws and helping with its needs. Migrations cannot be reduced merely to their political and legislative aspects, their economic implications and the concrete coexistence of various cultures in one territory. All these complement the defence and promotion of the human person, the culture of encounter, and the unity of peoples, where the Gospel of mercy inspires and encourages ways of renewing and transforming the whole of humanity.

The Church stands at the side of all who work to defend each person’s right to live with dignity, first and foremost by exercising the right not to emigrate and to contribute to the development of one’s country of origin. This process should include, from the outset, the need to assist the countries which migrants and refugees leave. This will demonstrate that solidarity, cooperation, international interdependence and the equitable distribution of the earth’s goods are essential for more decisive efforts, especially in areas where migration movements begin, to eliminate those imbalances which lead people, individually or collectively, to abandon their own natural and cultural environment. In any case, it is necessary to avert, if possible at the earliest stages, the flight of refugees and departures as a result of poverty, violence and persecution.

Public opinion also needs to be correctly formed, not least to prevent unwarranted fears and speculations detrimental to migrants.

No one can claim to be indifferent in the face of new forms of slavery imposed by criminal organizations which buy and sell men, women and children as forced labourers in construction, agriculture, fishing or in other markets. How many minors are still forced to fight in militias as child soldiers! How many people are victims of organ trafficking, forced begging and sexual exploitation! Today’s refugees are fleeing from these aberrant crimes, and they appeal to the Church and the human community to ensure that, in the outstretched hand of those who receive them, they can see the face of the Lord, “the Father of mercies and God of all consolation” (2 Cor 1:3).

Dear brothers and sisters, migrants and refugees! At the heart of the Gospel of mercy the encounter and acceptance by others are intertwined with the encounter and acceptance of God himself. Welcoming others means welcoming God in person! Do not let yourselves be robbed of the hope and joy of life born of your experience of God’s mercy, as manifested in the people you meet on your journey! I entrust you to the Virgin Mary, Mother of migrants and refugees, and to Saint Joseph, who experienced the bitterness of emigration to Egypt. To their intercession I also commend those who invest so much energy, time and resources to the pastoral and social care of migrants. To all I cordially impart my Apostolic Blessing.

From the Vatican, September 12, 2015,
Memorial of the Holy Name of Mary

FRANCISCUS PP.

[01599-EN.01] [Original text: English]

Testo in lingua tedesca

Migranten und Flüchtlinge sind eine Herausforderung.
Antwort gibt das Evangelium der Barmherzigkeit

Liebe Brüder und Schwestern!

In der Verkündigungsbulle des außerordentlichen Jubiläums der Barmherzigkeit habe ich daran erinnert, dass „es […] Augenblicke [gibt], in denen wir aufgerufen sind, in ganz besonderer Weise den Blick auf die Barmherzigkeit zu richten und dabei selbst zum wirkungsvollen Zeichen des Handelns des Vaters zu werden“ (Misericordiae vultus, 3). Tatsächlich möchte die Liebe Gottes alle und jeden erreichen und jene, die die Umarmung des Vaters annehmen, in ebensolche Arme verwandeln, die sich öffnen und schließen, auf dass sich jeder wie ein Kind geliebt wisse und sich in der einen Menschheitsfamilie „zu Hause“ fühle. Auf diese Weise erreicht die väterliche Sorge Gottes alle, wie beim Hirten und der Herde, doch erweist sie sich besonders einfühlsam gegenüber den Bedürfnissen der verwundeten, ermatteten oder kranken Schafe. So hat Jesus Christus zu uns über den Vater gesprochen, um uns zu verstehen zu geben, dass Er sich über den von körperlichem oder moralischem Elend verwundeten Menschen beugt und dass sich die Wirkung der göttlichen Barmherzigkeit umso mehr offenbart, je schlimmer dessen Zustand wird.

In unserer Zeit steigen die Migrationsströme in allen Regionen der Erde stetig an: Vertriebene und Menschen auf der Flucht aus ihren Heimatländern fragen Einzelne und Gesellschaften an, werden dabei zur Herausforderung für die traditionelle Lebensweise und bringen zuweilen den kulturellen und sozialen Horizont, den sie vorfinden, durcheinander. Immer häufiger erleiden die Opfer der Gewalt und der Armut beim Verlassen ihrer Herkunftsregionen das menschenverachtende Treiben der Schleuser auf ihrer Reise dem Traum einer besseren Zukunft entgegen. Sofern sie dann den Missbrauch und die Widerwärtigkeiten überleben, sehen sie sich mit Umgebungen konfrontiert, die von Verdächtigungen und Ängsten geprägt sind. Schließlich stoßen sie nicht selten auf einen Mangel an klaren und praktikablen Regelungen, welche die Aufnahme steuern und – unter Beachtung der Rechte und Pflichten aller Beteiligten – kurz- wie langfristige Integrationsmöglichkeiten vorsehen sollen. Mehr denn je rüttelt das Evangelium der Barmherzigkeit heute die Gewissen der Menschen wach, es verhindert, dass man sich an das Leid des anderen gewöhnt, und zeigt Antwortmöglichkeiten auf, die in den theologalen Tugenden des Glaubens, der Hoffnung und der Liebe wurzeln und sich in den Werken der geistigen und leiblichen Barmherzigkeit ausdrücken.

Auf der Grundlage dieser Feststellung war es mein Wunsch, dass der Welttag des Migranten und Flüchtlings 2016 dem Thema „Migranten und Flüchtlinge sind eine Herausforderung. Antwort gibt das Evangelium der Barmherzigkeit“ gewidmet wird. Die Migrationsströme sind inzwischen ein strukturelles Phänomen und die erste Frage, die sich aufdrängt, betrifft die Überwindung der Notphase, um Programmen Raum zu geben, die die Ursachen der Migrationen, die dadurch bedingten Veränderungen sowie die Folgen in den Blick nehmen, die den Gesellschaften und Völkern ein neues Gesicht geben. Täglich jedoch fragen die tragischen Schicksale von Millionen von Männern und Frauen die internationale Gemeinschaft an, angesichts des Auftretens inakzeptabler humanitärer Krisen in zahlreichen Regionen der Welt. Die Gleichgültigkeit und das Schweigen führen zur Mittäterschaft, wenn wir als Zuschauer Zeugen des Todes durch Erstickung, Entbehrung, Gewalt und Schiffbrüchen werden. Ob in großem oder geringem Ausmaß, stets handelt es sich um Tragödien, wenn dabei auch nur ein einziges Menschenleben verloren geht.

Die Migranten sind unsere Brüder und Schwestern, die ein besseres Leben suchen fern von Armut, Hunger, Ausbeutung und ungerechter Verteilung der Ressourcen der Erde, die allen in gleichem Maße zukommen müssten. Ist es etwa nicht der Wunsch jedes Menschen, die eigene Lebenssituation zu verbessern und einen redlichen und legitimen Wohlstand zu erlangen, um ihn mit seinen Lieben zu teilen?

In diesem Augenblick der Menschheitsgeschichte, der stark von den Migrationen geprägt ist, ist die Frage der Identität keineswegs zweitrangig. Wer auswandert, ist nämlich dazu gezwungen, einige Eigenheiten zu verändern, die seine Person ausmachen, und zugleich, selbst ohne es zu wollen, zwingt er auch denjenigen, der ihn aufnimmt, zur Veränderung. Wie kann man diesen Wandel leben, dass er nicht zum Hindernis der echten Entwicklung wird, sondern Gelegenheit für ein wahrhaft menschliches, soziales und spirituelles Wachstum wird und dabei jene Werte respektiert und gefördert werden, die den Menschen immer mehr zum Menschen werden lassen in der rechten Beziehung zu Gott, zu den anderen und zur Schöpfung?

In der Tat wird die Anwesenheit der Migranten und der Flüchtlinge zur ernsthaften Herausforderung für die verschiedenen Aufnahmegesellschaften. Diese müssen sich neuen Tatsachen stellen, die sich als unberechenbar erweisen können, wenn man sie nicht entsprechend vermittelt, handhabt und steuert. Wie kann erreicht werden, dass die Integration zur gegenseitigen Bereicherung wird, den Gemeinschaften positive Wege eröffnet und der Gefahr der Diskriminierung, des Rassismus, des extremen Nationalismus und der Fremdenfeindlichkeit vorbeugt?

Die biblische Offenbarung ermutigt zur Aufnahme des Fremden und begründet dies mit der Gewissheit, dass sich auf diese Weise die Türen zu Gott öffnen und auf dem Antlitz des anderen die Züge Jesu Christi erkennbar werden. Zahlreiche Institutionen, Vereine, Bewegungen, engagierte Gruppen, diözesane, nationale und internationale Einrichtungen erfahren das Staunen und die Freude des Festes der Begegnung, des Austausches und der Solidarität. Sie haben die Stimme Jesu Christi erkannt: „Ich stehe vor der Tür und klopfe an“ (Off 3,20). Und doch hören die Debatten bezüglich der Bedingungen und Grenzen der Aufnahme nicht nur auf der Ebene der Politik der Staaten, sondern auch in manchen Pfarrgemeinden, die die gewohnte Ruhe gefährdet sehen, nicht auf zuzunehmen.

Wie kann die Kirche angesichts solcher Fragen anders handeln, als sich vom Beispiel und von den Worten Jesu Christi inspirieren zu lassen? Die Antwort des Evangeliums ist die Barmherzigkeit.

Diese ist zuallererst das im Sohn offenbarte Geschenk Gottes des Vaters: In der Tat ruft die von Gott empfangene Barmherzigkeit Gefühle einer freudigen Dankbarkeit hervor aufgrund der Hoffnung, die uns das Geheimnis der Erlösung im Blute Christi eröffnet hat. Sodann nährt und stärkt sie die Solidarität gegenüber dem Nächsten als Erfordernis einer Antwort auf die unentgeltliche Liebe Gottes, die „ausgegossen [ist] in unsere Herzen durch den Heiligen Geist“ (Röm 5,5). Tatsächlich ist ein jeder von uns verantwortlich für seinen Nachbarn: Wir sind Hüter unserer Brüder und Schwestern, wo immer sie leben. Die Pflege guter persönlicher Kontakte und die Fähigkeit, Vorurteile und Ängste zu überwinden, sind wesentliche Zutaten, um eine Kultur der Begegnung zu betreiben, in der man nicht nur bereit ist zu geben, sondern auch von den anderen zu empfangen. Die Gastfreundschaft lebt ja vom Geben und vom Empfangen.

In dieser Perspektive ist es wichtig, die Migranten nicht nur von ihrem legalen oder illegalen Status her zu betrachten, sondern vor allem als Personen, die, wenn sie in ihrer Würde geschützt werden, zum Wohlstand und zum Fortschritt aller beitragen können, besonders wenn sie auf verantwortliche Weise Pflichten übernehmen gegenüber jenen, die sie aufnehmen, und das materielle und geistige Erbe des Aufnahmelandes anerkennend respektieren, indem sie seine Gesetze befolgen und seine Lasten mittragen helfen. Die Migrationen lassen sich allerdings nicht auf die politische und gesetzgeberische Dimension reduzieren, noch auf die ökonomischen Wirkungen und das reine Nebeneinander unterschiedlicher Kulturen auf demselben Territorium. Diese Gesichtspunkte verhalten sich komplementär zum Schutz und zur Förderung der menschlichen Person, zur Kultur der Begegnung der Völker und der Einheit, wo das Evangelium der Barmherzigkeit zu Wegen inspiriert und ermutigt, die die gesamte Menschheit erneuern und verwandeln.

Die Kirche steht an der Seite all jener, die sich darum bemühen, das Recht eines jeden auf ein Leben in Würde zu schützen, vor allem, wenn dieser von seinem Recht Gebrauch macht, nicht auszuwandern, um zur Entwicklung des Ursprungslandes beizutragen. Auf seiner ersten Ebene sollte dieser Prozess die Notwendigkeit einschließen, die Länder zu unterstützen, aus denen die Migranten und Flüchtlinge kommen. Dadurch wird bestätigt, dass die Solidarität, die Zusammenarbeit, die internationale gegenseitige Abhängigkeit und die gerechte Verteilung der Güter der Erde grundlegende Elemente sind, um sich vor allem in den Herkunftsregionen der Migrationsströme auf tiefe und wirkungsvolle Weise zu engagieren, damit jene Ungleichgewichte ein Ende nehmen, welche die Personen dazu veranlassen, einzeln oder gemeinsam ihre natürliche und kulturelle Umgebung zu verlassen. Auf jeden Fall ist es notwendig, nach Möglichkeit von Anfang an den Weggang der Flüchtenden und die von Armut, Gewalt und Verfolgungen bedingten Massenauswanderungen abzuwenden.

Diesbezüglich ist es dringend erforderlich, dass die öffentliche Meinung korrekt informiert wird, nicht zuletzt um unbegründeten Ängsten und Spekulationen auf Kosten der Migranten vorzugreifen.

Niemand kann so tun, als fühle er sich nicht herausgefordert angesichts der neuen Formen der Sklaverei, die von kriminellen Organisationen betrieben werden, welche Männer, Frauen und Kinder als Zwangsarbeiter im Bauwesen, in der Landwirtschaft, in der Fischerei oder in anderen Bereichen des Marktes kaufen und verkaufen. Wie viele Minderjährige werden auch heute noch in Streitkräften zwangsrekrutiert, die sie zu Kindersoldaten machen! Wie viele Menschen sind Opfer des Organhandels, der Zwangsbettelei und der sexuellen Ausbeutung! Vor diesen schlimmen Verbrechen fliehen die Flüchtlinge unserer Zeit, die die Kirche und die menschliche Gemeinschaft anfragen, damit auch sie in der ausgestreckten Hand dessen, der sie aufnimmt, das Antlitz des Herrn entdecken können, „Vater des Erbarmens und […] Gott allen Trostes“ (2Kor 1,3).

Liebe Migranten und Flüchtlinge, liebe Brüder und Schwestern! An der Wurzel des Evangeliums der Barmherzigkeit überschneiden sich die Begegnung und Aufnahme des anderen mit der Begegnung und Aufnahme Gottes: Den anderen aufnehmen bedeutet Gott selbst aufnehmen! Lasst euch nicht die Hoffnung und die Lebensfreude rauben, die aus der Erfahrung der göttlichen Barmherzigkeit hervorquellen, die sich in den Menschen offenbart, denen ihr auf euren Wegen begegnet. Ich empfehle euch der Jungfrau Maria, Mutter der Migranten und Flüchtlinge, und dem heiligen Josef, die die Bitternis der Auswanderung nach Ägypten erlebt haben. Ihrer Fürsprache empfehle ich auch jene, die der pastoralen und sozialen Sorge im Bereich der Migrationen Energie, Zeit und Ressourcen zur Verfügung stellen. Allen erteile ich von Herzen den Apostolischen Segen.

Aus dem Vatikan, am 12. September 2015,
dem Gedenktag Mariä Namen

FRANCISCUS PP.

[01599-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]

Testo in lingua spagnola

Emigrantes y refugiados nos interpelan. La respuesta del Evangelio de la misericordia

Queridos hermanos y hermanas

En la bula de convocación al Jubileo Extraordinario de la Misericordia recordé que «hay momentos en los que de un modo mucho más intenso estamos llamados a la mirada fija en la misericordia para poder ser también nosotros mismos signo eficaz del obrar del Padre» (Misericordiae vultus, 3). En efecto, el amor de Dios tiende alcanzar a todos y a cada uno, transformando a aquellos que acojan el abrazo del Padre entre otros brazos que se abren y se estrechan para que quien sea sepa que es amado como hijo y se sienta «en casa» en la única familia humana. De este modo, la premura paterna de Dios es solícita para con todos, como lo hace el pastor con su rebaño, y es particularmente sensible a las necesidades de la oveja herida, cansada o enferma. Jesucristo nos habló así del Padre, para decirnos que él se inclina sobre el hombre llagado por la miseria física o moral y, cuanto más se agravan sus condiciones, tanto más se manifiesta la eficacia de la misericordia divina.

En nuestra época, los flujos migratorios están en continuo aumento en todas las áreas del planeta: refugiados y personas que escapan de su propia patria interpelan a cada uno y a las colectividades, desafiando el modo tradicional de vivir y, a veces, trastornando el horizonte cultural y social con el cual se confrontan. Cada vez con mayor frecuencia, las víctimas de la violencia y de la pobreza, abandonando sus tierras de origen, sufren el ultraje de los traficantes de personas humanas en el viaje hacia el sueño de un futuro mejor. Si después sobreviven a los abusos y a las adversidades, deben hacer cuentas con realidades donde se anidan sospechas y temores. Además, no es raro que se encuentren con falta de normas claras y que se puedan poner en práctica, que regulen la acogida y prevean vías de integración a corto y largo plazo, con atención a los derechos y a los deberes de todos. Más que en tiempos pasados, hoy el Evangelio de la misericordia interpela las conciencias, impide que se habitúen al sufrimiento del otro e indica caminos de respuesta que se fundan en las virtudes teologales de la fe, de la esperanza y de la caridad, desplegándose en las obras de misericordia espirituales y corporales.

Sobre la base de esta constatación, he querido que la Jornada Mundial del Emigrante y del Refugiado de 2016 sea dedicada al tema: «Emigrantes y refugiados nos interpelan. La respuesta del Evangelio de la misericordia». Los flujos migratorios son una realidad estructural y la primera cuestión que se impone es la superación de la fase de emergencia para dar espacio a programas que consideren las causas de las migraciones, de los cambios que se producen y de las consecuencias que imprimen rostros nuevos a las sociedades y a los pueblos. Todos los días, sin embargo, las historias dramáticas de millones de hombres y mujeres interpelan a la Comunidad internacional, ante la aparición de inaceptables crisis humanitarias en muchas zonas del mundo. La indiferencia y el silencio abren el camino a la complicidad cuanto vemos como espectadores a los muertos por sofocamiento, penurias, violencias y naufragios. Sea de grandes o pequeñas dimensiones, siempre son tragedias cuando se pierde aunque sea sólo una vida.

Los emigrantes son nuestros hermanos y hermanas que buscan una vida mejor lejos de la pobreza, del hambre, de la explotación y de la injusta distribución de los recursos del planeta, que deberían ser divididos ecuamente entre todos. ¿No es tal vez el deseo de cada uno de ellos el de mejorar las propias condiciones de vida y el de obtener un honesto y legítimo bienestar para compartir con las personas que aman?

En este momento de la historia de la humanidad, fuertemente marcado por las migraciones, la identidad no es una cuestión de importancia secundaria. Quien emigra, de hecho, es obligado a modificar algunos aspectos que definen a la propia persona e, incluso en contra de su voluntad, obliga al cambio también a quien lo acoge. ¿Cómo vivir estos cambios de manera que no se conviertan en obstáculos para el auténtico desarrollo, sino que sean oportunidades para un auténtico crecimiento humano, social y espiritual, respetando y promoviendo los valores que hacen al hombre cada vez más hombre en la justa relación con Dios, con los otros y con la creación?

En efecto, la presencia de los emigrantes y de los refugiados interpela seriamente a las diversas sociedades que los acogen. Estas deben afrontar los nuevos hechos, que pueden verse como imprevistos si no son adecuadamente motivados, administrados y regulados. ¿Cómo hacer de modo que la integración sea una experiencia enriquecedora para ambos, que abra caminos positivos a las comunidades y prevenga el riesgo de la discriminación, del racismo, del nacionalismo extremo o de la xenofobia?

La revelación bíblica anima a la acogida del extranjero, motivándola con la certeza de que haciendo eso se abren las puertas a Dios, y en el rostro del otro se manifiestan los rasgos de Jesucristo. Muchas instituciones, asociaciones, movimientos, grupos comprometidos, organismos diocesanos, nacionales e internacionales viven el asombro y la alegría de la fiesta del encuentro, del intercambio y de la solidaridad. Ellos han reconocido la voz de Jesucristo: «Mira, que estoy a la puerta y llamo» (Ap 3,20). Y, sin embargo, no cesan de multiplicarse los debates sobre las condiciones y los límites que se han de poner a la acogida, no sólo en las políticas de los Estados, sino también en algunas comunidades parroquiales que ven amenazada la tranquilidad tradicional.

Ante estas cuestiones, ¿cómo puede actuar la Iglesia si no inspirándose en el ejemplo y en las palabras de Jesucristo? La respuesta del Evangelio es la misericordia.

En primer lugar, ésta es don de Dios Padre revelado en el Hijo: la misericordia recibida de Dios, en efecto, suscita sentimientos de alegre gratitud por la esperanza que nos ha abierto al misterio de la redención en la sangre de Cristo. Alimenta y robustece, además, la solidaridad hacia el prójimo como exigencia de respuesta al amor gratuito de Dios, «que fue derramado en nuestros corazones por medio del Espíritu Santo» (Rm 5,5). Así mismo, cada uno de nosotros es responsable de su prójimo: somos custodios de nuestros hermanos y hermanas, donde quiera que vivan. El cuidar las buenas relaciones personales y la capacidad de superar prejuicios y miedos son ingredientes esenciales para cultivar la cultura del encuentro, donde se está dispuesto no sólo a dar, sino también a recibir de los otros. La hospitalidad, de hecho, vive del dar y del recibir.

En esta perspectiva, es importante mirar a los emigrantes no solamente en función de su condición de regularidad o de irregularidad, sino sobre todo como personas que, tuteladas en su dignidad, pueden contribuir al bienestar y al progreso de todos, de modo particular cuando asumen responsablemente los deberes en relación con quien los acoge, respetando con reconocimiento el patrimonio material y espiritual del país que los hospeda, obedeciendo sus leyes y contribuyendo a sus costes. A pesar de todo, no se pueden reducir las migraciones a su dimensión política y normativa, a las implicaciones económicas y a la mera presencia de culturas diferentes en el mismo territorio. Estos aspectos son complementarios a la defensa y a la promoción de la persona humana, a la cultura del encuentro entre pueblos y de la unidad, donde el Evangelio de la misericordia inspira y anima itinerarios que renuevan y transforman a toda la humanidad.

La Iglesia apoya a todos los que se esfuerzan por defender los derechos de todos a vivir con dignidad, sobre todo ejerciendo el derecho a no tener que emigrar para contribuir al desarrollo del país de origen. Este proceso debería incluir, en su primer nivel, la necesidad de ayudar a los países del cual salen los emigrantes y los prófugos. Así se confirma que la solidaridad, la cooperación, la interdependencia internacional y la ecua distribución de los bienes de la tierra son elementos fundamentales para actuar en profundidad y de manera incisiva sobre todo en las áreas de donde parten los flujos migratorios, de tal manera que cesen las necesidades que inducen a las personas, de forma individual o colectiva, a abandonar el propio ambiente natural y cultural. En todo caso, es necesario evitar, posiblemente ya en su origen, la huida de los prófugos y los éxodos provocados por la pobreza, por la violencia y por la persecución.

Sobre esto es indispensable que la opinión pública sea informada de forma correcta, incluso para prevenir miedos injustificados y especulaciones a costa de los migrantes.

Nadie puede fingir de no sentirse interpelado por las nuevas formas de esclavitud gestionada por organizaciones criminales que venden y compran a hombres, mujeres y niños como trabajadores en la construcción, en la agricultura, en la pesca y en otros ámbitos del mercado. Cuántos menores son aún hoy obligados a alistarse en las milicias que los transforman en niños soldados. Cuántas personas son víctimas del tráfico de órganos, de la mendicidad forzada y de la explotación sexual. Los prófugos de nuestro tiempo escapan de estos crímenes aberrantes, que interpelan a la Iglesia y a la comunidad humana, de manera que ellos puedan ver en las manos abiertas de quien los acoge el rostro del Señor «Padre misericordioso y Dios te toda consolación» (2 Co 1,3).

Queridos hermanos y hermanas emigrantes y refugiados. En la raíz del Evangelio de la misericordia el encuentro y la acogida del otro se entrecruzan con el encuentro y la acogida de Dios: Acoger al otro es acoger a Dios en persona. No se dejen robar la esperanza y la alegría de vivir que brotan de la experiencia de la misericordia de Dios, que se manifiesta en las personas que encuentran a lo largo de su camino. Los encomiendo a la Virgen María, Madre de los emigrantes y de los refugiados, y a san José, que vivieron la amargura de la emigración a Egipto. Encomiendo también a su intercesión a quienes dedican energía, tiempo y recursos al cuidado, tanto pastoral como social, de las migraciones. Sobre todo, les imparto de corazón la Bendición Apostólica.

Vaticano, 12 de septiembre de 2015,
memoria del Santo Nombre de María

FRANCISCUS PP.

[01599-ES.01] [Texto original: Español]

Testo in lingua portoghese

Os emigrantes e refugiados interpelam-nos. A resposta do Evangelho da misericórdia

Queridos irmãos e irmãs!

Na bula de proclamação do Jubileu Extraordinário da Misericórdia recordei que «há momentos em que somos chamados, de maneira ainda mais intensa, a fixar o olhar na misericórdia, para nos tornarmos nós mesmos sinal eficaz do agir do Pai» (Misericordiae Vultus, 3). De facto, o amor de Deus quer chegar a todos e cada um, transformando aqueles que acolhem o abraço do Pai noutros tantos braços que se abrem e abraçam para que todo o ser humano saiba que é amado como filho e se sinta «em casa» na única família humana. Deste modo, a ternura paterna de Deus, que se estende solícita sobre todos, mostra-se particularmente sensível às necessidades da ovelha ferida, cansada ou enferma, como faz o pastor com o rebanho. Foi assim que Jesus Cristo nos falou do Pai, dizendo que Ele Se inclina sobre o homem chagado de miséria física ou moral e, quanto mais se agravam as suas condições, tanto mais se revela a eficácia da misericórdia divina.

Neste nosso tempo, os fluxos migratórios aparecem em contínuo aumento por toda a extensão do planeta: prófugos e pessoas em fuga da sua pátria interpelam os indivíduos e as colectividades, desafiando o modo tradicional de viver e, por vezes, transtornando o horizonte cultural e social com os quais se confrontam. Com frequência sempre maior, as vítimas da violência e da pobreza, abandonando as suas terras de origem, sofrem o ultraje dos traficantes de pessoas humanas na viagem rumo ao sonho dum futuro melhor. Se, entretanto, sobrevivem aos abusos e às adversidades, devem enfrentar realidades onde se aninham suspeitas e medos. Enfim, não raramente, embatem na falta de normativas claras e praticáveis que regulem a recepção e prevejam itinerários de integração a breve e a longo prazo, atendendo aos direitos e deveres de todos. Hoje, mais do que no passado, o Evangelho da misericórdia sacode as consciências, impede que nos habituemos ao sofrimento do outro e indica caminhos de resposta que se radicam nas virtudes teologais da fé, da esperança e da caridade, concretizando-se nas obras de misericórdia espiritual e corporal.

Na base desta constatação, quis que o Dia Mundial do Migrante e do Refugiado de 2016 fosse dedicado ao tema: «Os emigrantes e refugiados interpelam-nos. A resposta do Evangelho da misericórdia». Os fluxos migratórios constituem já uma realidade estrutural, e a primeira questão que se impõe refere-se à superação da fase de emergência para dar espaço a programas que tenham em conta as causas das migrações, das mudanças que se produzem e das consequências que imprimem novos rostos às sociedades e aos povos. Todos os dias, porém, as histórias dramáticas de milhões de homens e mulheres interpelam a comunidade internacional, testemunha de inaceitáveis crises humanitárias que surgem em muitas regiões do mundo. A indiferença e o silêncio abrem a estrada à cumplicidade, quando assistimos como expectadores às mortes por sufocamento, privações, violências e naufrágios. De grandes ou pequenas dimensões, sempre tragédias são; mesmo quando se perde uma única vida humana.

Os emigrantes são nossos irmãos e irmãs que procuram uma vida melhor longe da pobreza, da fome, da exploração e da injusta distribuição dos recursos do planeta, que deveriam ser divididos equitativamente entre todos. Porventura não é desejo de cada um melhorar as próprias condições de vida e obter um honesto e legítimo bem-estar que possa partilhar com os seus entes queridos?

Neste momento da história da humanidade, fortemente marcado pelas migrações, a questão da identidade não é uma questão de importância secundária. De facto, quem emigra é forçado a modificar certos aspectos que definem a sua pessoa e, mesmo sem querer, obriga a mudar também quem o acolhe. Como viver estas mudanças de modo que não se tornem obstáculo ao verdadeiro desenvolvimento, mas sejam ocasião para um autêntico crescimento humano, social e espiritual, respeitando e promovendo aqueles valores que tornam o homem cada vez mais homem no justo relacionamento com Deus, com os outros e com a criação?

De facto, a presença dos emigrantes e dos refugiados interpela seriamente as diferentes sociedades que os acolhem. Estas devem enfrentar factos novos que podem aparecer imprudentes se não forem adequadamente motivados, geridos e regulados. Como fazer para que a integração se torne um enriquecimento mútuo, abra percursos positivos para as comunidades e previna o risco da discriminação, do racismo, do nacionalismo extremo ou da xenofobia?

A revelação bíblica encoraja a recepção do estrangeiro, motivando-a com a certeza de que, assim fazendo, abrem-se as portas a Deus e, no rosto do outro, manifestam-se os traços de Jesus Cristo. Muitas instituições, associações, movimentos, grupos comprometidos, organismos diocesanos, nacionais e internacionais experimentam o encanto e a alegria da festa do encontro, do intercâmbio e da solidariedade. Eles reconheceram a voz de Jesus Cristo: «Olha que Eu estou à porta e bato» (Ap 3, 20). E todavia não cessam de multiplicar-se também os debates sobre as condições e os limites que se devem pôr à recepção, não só nas políticas dos Estados, mas também nalgumas comunidades paroquiais que vêem ameaçada a tranquilidade tradicional.

Diante de tais questões, como pode a Igreja agir senão inspirando-se no exemplo e nas palavras de Jesus Cristo? A resposta do Evangelho é a misericórdia.

Em primeiro lugar, esta é dom de Deus Pai revelado no Filho: de facto, a misericórdia recebida de Deus suscita sentimentos de jubilosa gratidão pela esperança que nos abriu o mistério da redenção no sangue de Cristo. Depois, a misericórdia alimenta e robustece a solidariedade para com o próximo, enquanto exigência de resposta ao amor gratuito de Deus, que «foi derramado nos nossos corações pelo Espírito Santo» (Rm 5, 5). Aliás, cada um de nós é responsável pelo seu vizinho: somos guardiões dos nossos irmãos e irmãs, onde quer que vivam. O cultivo de bons contactos pessoais e a capacidade de superar preconceitos e medos são ingredientes essenciais para se promover a cultura do encontro, onde cada um esteja disposto não só a dar, mas também a receber dos outros. De facto, a hospitalidade vive do dar e receber.

Nesta perspectiva, é importante olhar para os emigrantes não somente com base na sua condição de regularidade ou irregularidade, mas sobretudo como pessoas que, tuteladas na sua dignidade, podem contribuir para o bem-estar e o progresso de todos, de modo particular quando assumem responsavelmente deveres com quem os acolhe, respeitando gratamente o património material e espiritual do país que os hospeda, obedecendo às suas leis e contribuindo para os seus encargos. Em todo o caso, não se podem reduzir as migrações à dimensão política e normativa, às implicações económicas e à mera coexistência de culturas diferentes no mesmo território. Estes aspectos são complementares da defesa e promoção da pessoa humana, da cultura do encontro dos povos e da unidade, onde o Evangelho da misericórdia inspira e estimula itinerários que renovam e transformam a humanidade inteira.

A Igreja coloca-se ao lado de todos aqueles que se esforçam por defender o direito de cada pessoa a viver com dignidade, exercendo antes de mais nada o direito a não emigrar a fim de contribuir para o desenvolvimento do país de origem. Esse processo deveria incluir, no seu primeiro nível, a necessidade de ajudar os países donde partem os emigrantes e prófugos. Assim se confirma que a solidariedade, a cooperação, a interdependência internacional e a distribuição equitativa dos bens da terra são elementos fundamentais para actuar, em profundidade e com eficácia, sobretudo nas áreas de partida dos fluxos migratórios, para que cessem aquelas carências que induzem as pessoas, de forma individual ou colectiva, a abandonar o seu próprio ambiente natural e cultural. Em todo o caso, é necessário esconjurar, se possível já na origem, as fugas dos prófugos e os êxodos impostos pela pobreza, a violência e as perseguições.

Sobre isto, é indispensável que a opinião pública seja informada de modo correcto, até para prevenir medos injustificados e especulações sobre a pele dos emigrantes.

Ninguém pode fingir que não se sente interpelado pelas novas formas de escravidão geridas por organizações criminosas que vendem e compram homens, mulheres e crianças como trabalhadores forçados na construção civil, na agricultura, na pesca ou noutros âmbitos de mercado. Quantos menores são, ainda hoje, obrigados a alistar-se nas milícias que os transformam em meninos-soldados! Quantas pessoas são vítimas do tráfico de órgãos, da mendicidade forçada e da exploração sexual! Destes crimes aberrantes fogem os prófugos do nosso tempo, que interpelam a Igreja e a comunidade humana, para que também eles possam ver, na mão estendida de quem os acolhe, o rosto do Senhor, «o Pai das misericórdias e o Deus de toda a consolação» (2 Cor 1, 3).

Queridos irmãos e irmãs emigrantes e refugiados! Na raiz do Evangelho da misericórdia, o encontro e a recepção do outro entrelaçam-se com o encontro e a recepção de Deus: acolher o outro é acolher a Deus em pessoa! Não deixeis que vos roubem a esperança e a alegria de viver que brotam da experiência da misericórdia de Deus, que se manifesta nas pessoas que encontrais ao longo dos vossos caminhos! Confio-vos à Virgem Maria, Mãe dos emigrantes e dos refugiados, e a São José, que viveram a amargura da emigração no Egipto. À intercessão deles, confio também aqueles que dedicam energias, tempo e recursos ao cuidado, tanto pastoral como social, das migrações. De coração a todos concedo a Bênção Apostólica.

Vaticano, 12 de Setembro – Memória do Santíssimo Nome de Maria – do ano 2015.

FRANCISCUS PP.

[01599-PO.01] [Texto original: Português]

Testo in lingua polacca

Migranci i uchodźcy są dla nas wyzwaniem. Odpowiedź daje Ewangelia miłosierdzia

Drodzy Bracia i Siostry!

W bulli ogłaszającej Nadzwyczajny Jubileusz Miłosierdzia przypomniałem, że „są chwile, w których jeszcze mocniej jesteśmy wzywani, aby utkwić wzrok w miłosierdziu, byśmy sami stali się skutecznym znakiem działania Ojca” (Misericordiae Vultus, 3). Miłość Boga pragnie dotrzeć do wszystkich i do każdego człowieka, przekształcając tych, którzy przyjmują uścisk Ojca w tak wielu gościnnych ramionach, otwierających się i obejmujących ich, by każdy wiedział, że jest kochany jak dziecko i poczuł się „u siebie” w jednej rodzinie ludzkiej. W ten sposób Bóg otacza swą ojcowską troską wszystkich ludzi, jak to czyni pasterz ze swoją owczarnią, ale przede wszystkim jest wrażliwy na potrzeby owcy zranionej, zmęczonej lub chorej. Jezus Chrystus mówił nam tak o Ojcu, chcąc ukazać, że On pochyla się nad każdym człowiekiem nękanym przez nędzę fizyczną lub moralną, a im bardziej pogarsza się jego sytuacja, tym bardziej ujawnia się skuteczność Bożego miłosierdzia.

W dzisiejszych czasach przepływy migracyjne wciąż nasilają się we wszystkich obszarach naszej planety: uchodźcy i osoby uciekające ze swojej ojczyzny są wyzwaniem dla jednostek i społeczeństw, gdyż kwestionują ich tradycyjny sposób życia, a niekiedy naruszają horyzont kulturowy i społeczny, z którym się stykają. Coraz częściej ofiary przemocy i ubóstwa, porzucające swoje strony rodzinne, doznają zniewag ze strony handlarzy ludźmi w drodze do marzeń o lepszej przyszłości. Nawet jeżeli uda im się przeżyć nadużycia i przeciwności, to muszą potem liczyć się z rzeczywistością, w której gnieżdżą się podejrzenia i obawy. Na koniec nierzadko napotykają na brak jasnych i skutecznych przepisów prawnych, regulujących ich przyjęcie oraz zapewniających krótko lub długoterminowe formy integracji, z uwzględnieniem praw i obowiązków wszystkich. Dzisiaj, bardziej niż w minionych czasach, Ewangelia miłosierdzia porusza sumienia, nie pozwala przyzwyczajać się do cierpienia innych i wskazuje drogi odpowiedzi zakorzenione w teologalnych cnotach wiary, nadziei i miłości, wyrażające się w uczynkach miłosierdzia względem duszy i ciała.

Wychodząc z tego stwierdzenia chciałem, aby Światowy Dzień Migranta i Uchodźcy w 2016 roku został poświęcony tematowi: „Migranci i uchodźcy są dla nas wyzwaniem. Odpowiedź daje Ewangelia miłosierdzia”. Przepływy migracyjne stały się już rzeczywistością o konkretnych strukturach i pierwsze pytanie, które się narzuca dotyczy umiejętności przejścia z fazy nadzwyczajnej do etapu tworzenia programów mających na uwadze przyczyny migracji, zmiany, do których migracje prowadzą i konsekwencje, które nadają nowe oblicza społeczeństwom i narodom. Jednak każdego dnia dramatyczne historie milionów mężczyzn i kobiet są wyzwaniem dla Wspólnoty Międzynarodowej w obliczu pojawiających się w wielu regionach świata niedopuszczalnych kryzysów humanitarnych. Obojętność i milczenie otwierają drogę do współodpowiedzialności, zwłaszcza gdy przyglądamy się biernie, jak ludzie giną przez uduszenie, z głodu, na skutek przemocy i katastrof na morzu. Zawsze są to tragedie, o mniejszych lub większych rozmiarach, kiedy ginie choćby jedno życie ludzkie.

Migranci są naszymi braćmi i siostrami poszukującymi lepszego życia, z dala od ubóstwa, głodu, wyzysku i niesłusznego podziału zasobów naszej planety, które powinny być rozdzielone równo między wszystkich ludzi. Czyż nie jest pragnieniem każdego poprawienie swoich warunków życiowych i osiągnięcie uczciwego i słusznego dobrobytu, który by mógł dzielić ze swoimi bliskimi?

W obecnym momencie historii ludzkości, mocno naznaczonej migracjami, kwestia tożsamości nie jest sprawą drugorzędną. Ponieważ każdy, kto emigruje jest zmuszony zmienić niektóre atrybuty określające jego osobę i, nawet jeżeli tego nie chce, powoduje zmiany także u tego, kto go przyjmuje. Jak przeżywać te zmiany, aby nie stały się one przeszkodą na drodze do prawdziwego rozwoju, ale były okazją do autentycznego ludzkiego, społecznego i duchowego wzrostu, przy równoczesnym poszanowaniu i promowaniu tych wartości, które czynią człowieka coraz bardziej człowiekiem we właściwej relacji z Bogiem, z innymi i ze stworzeniem?

Faktycznie, obecność migrantów i uchodźców staje się poważnym wyzwaniem dla wielu społeczeństw, które ich przyjmują. Muszą one stawiać czoło nowym realiom, które mogą okazać się niewygodne, jeśli nie będą należycie umotywowane, zorganizowane i regulowane. Jak to zrobić, by integracja stała się wzajemnym ubogaceniem, by otworzyła pozytywne szlaki wspólnotom i zapobiegała ryzyku dyskryminacji, rasizmu, skrajnego nacjonalizmu lub ksenofobii?

Objawienie biblijne zachęca do przyjęcia obcokrajowca, zapewniając, że tak czyniąc, otwiera się drzwi Bogu, a w obliczu drugiej osoby dostrzega się rysy twarzy Jezusa Chrystusa. Wiele organizacji, stowarzyszeń, ruchów, zaangażowanych grup, instytucji diecezjalnych, krajowych i międzynarodowych doświadcza zdumienia i radości ze święta spotkania, z wymiany i solidarności. Oni rozpoznali glos Jezusa Chrystusa: „Oto stoję u drzwi i kołaczę” (Ap 3,20). Niemniej jednak nie przestają się mnożyć także dyskusje na temat warunków i ograniczeń, jakie trzeba postawić gościnności, nie tylko w polityce Państw, ale także w niektórych wspólnotach parafialnych, które widzą zagrożony tradycyjny spokój.

W obliczu tych problemów, czy Kościół może działać inaczej, niż wzorując się na przykładzie i słowach Jezusa Chrystusa? Odpowiedzią Ewangelii jest miłosierdzie.

Na pierwszym miejscu, miłosierdzie jest darem Boga Ojca objawionego w Synu: miłosierdzie otrzymane od Boga budzi bowiem uczucia radosnej wdzięczności za nadzieję, która wypływa z misterium odkupienia we krwi Chrystusa. Następnie ona karmi i umacnia solidarność wobec bliźniego jako potrzebę dania odpowiedzi na darmową miłość Boga, która „rozlana jest w sercach naszych przez Ducha Świętego” (Rz 5,5). Zresztą, każdy z nas jest odpowiedzialny za swojego bliźniego: jesteśmy stróżami naszych braci i sióstr, niezależnie gdzie żyją. Troska o dobre relacje osobiste i zdolność do przezwyciężenia uprzedzeń i lęków są istotnymi czynnikami w pielęgnowaniu kultury spotkania, gdzie jest się gotowym nie tylko dawać, ale również przyjmować od innych. Gościnność bowiem polega na dawaniu i przyjmowaniu.

W tej perspektywie ważne jest, aby spojrzeć na migrantów nie tylko z punktu widzenia ich regularnego lub nieregularnego statusu, ale przede wszystkim jako na osoby, które – przy poszanowaniu ich godności – mogą przyczynić się do dobrobytu i rozwoju wszystkich, zwłaszcza gdy z odpowiedzialnością przyjmują na siebie obowiązki względem tych, którzy ich przyjmują, z wdzięcznością szanują dziedzictwo materialne i duchowe Kraju przyjmującego, są posłuszni jego prawom i wnoszą swój wkład w jego wydatki. Nie można jednak ograniczać migracji tylko do wymiarów politycznych i prawnych, do konsekwencji ekonomicznych i czystego współistnienia różnych kultur na tym samym terytorium. Są to aspekty uzupełniające ochronę i promocję osoby ludzkiej, kulturę spotkania narodów i jedności, gdzie Ewangelia miłosierdzia inspiruje i zachęca do podejmowania działań zdolnych odnawiać i przekształcać całą ludzkość.

Kościół wspiera wszystkich tych, którzy stają w obronie praw każdego człowieka do godnego życia, realizując w pierwszym rzędzie prawo do nieemigrowania, celem przyczynienia się do rozwoju Kraju pochodzenia. Proces ten powinien objąć na pierwszym miejscu konieczność pomocy Krajom, z których pochodzą migranci i uchodźcy. To potwierdza, że solidarność, współpraca, wzajemna zależność międzynarodowa i sprawiedliwy podział dóbr ziemi są podstawowymi elementami głębokiego i skutecznego działania, przede wszystkim w regionach, skąd pochodzą przepływy migracyjne, aby ustały te dysproporcje, które prowadzą ludzi do indywidualnego lub zbiorowego opuszczania własnego środowiska naturalnego i kulturowego. W każdym razie, należy zapobiegać możliwie już w zarodku ucieczkom uchodźców i masowym migracjom, powodowanym przez ubóstwo, przemoc i prześladowania.

Na ten temat opinia publiczna powinna być należycie informowana, również aby zapobiec nieuzasadnionym obawom i spekulacjom na temat migrantów.

Nikt nie może udawać, że nie dotyczą go wyzwania wypływające z nowych form niewolnictwa, jakich dopuszczają się organizacje przestępcze, które sprzedają i kupują mężczyzn, kobiety i dzieci jako przymusowych pracowników w budownictwie, rolnictwie, rybołówstwie lub w innych dziedzinach rynku. Ileż dzieci nadal zmuszanych jest do wstępowania do zbrojnych ugrupowań, które robią z nich dzieci-żołnierzy! Jak wiele osób pada ofiarą handlu organami, wykorzystywania seksualnego i przymusowego żebractwa! Od tych wynaturzonych przestępstw uciekają uchodźcy naszych czasów, którzy podnoszą głos w stronę Kościoła i wspólnoty ludzkiej z nadzieją, że i oni dzięki wyciągniętym rękom osób ich przyjmujących będą mogli zobaczyć oblicze Pana, którym jest „Ojciec miłosierdzia i Bóg wszelkiej pociechy” (2 Kor 1,3).

Drodzy bracia i siostry migranci i uchodźcy! U korzeni Ewangelii miłosierdzia spotkanie i przyjęcie bliźniego przeplatają się ze spotkaniem i przyjęciem Boga: przyjęcie bliźniego to przyjęcie samego Boga! Nie pozwólcie ukraść sobie nadziei i radości życia, które wypływają z doświadczenia miłosierdzia Boga objawiającego się w osobach spotykanych na naszych drogach! Zawierzam Was Najświętszej Dziewicy Maryi, Matce migrantów i uchodźców, i świętemu Józefowi, którzy zakosztowali goryczy emigracji w Egipcie. Powierzam ich wstawiennictwu również tych, którzy poświęcają siły, czas i środki do posługi zarówno duszpasterskiej, jak i społecznej na rzecz migracji. Wszystkim udzielam z serca Apostolskiego Błogosławieństwa.

Watykan, 12 września 2015 r.,
we wspomnienie Najświętszego Imienia Maryi.

FRANCISCUS PP.

[01599-PL.01] [Testo originale: Polacco]

[B0743-XX.02]