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Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il Nuovo Anno, 12.01.2015


Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il Nuovo Anno

Discorso del Santo Padre

Testo in lingua francese

Testo in lingua inglese

Testo in lingua tedesca

Testo in lingua spagnola

Testo in lingua portoghese

Testo in lingua araba

Alle ore 10.30 di questa mattina, nella Sala Regia del Palazzo Apostolico Vaticano il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.
Dopo le parole introduttive del Decano del Corpo Diplomatico, S.E. il Signor Jean-Claude Michel, Ambasciatore del Principato di Monaco presso la Santa Sede, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Eccellenze, Signore e Signori, 

Vi ringrazio per la Vostra presenza a questo tradizionale incontro che all’inizio di ogni nuovo anno mi consente di rivolgere a Voi, alle Vostre famiglie e ai popoli che rappresentate un cordiale saluto e l’augurio di ogni bene. Particolare riconoscenza desidero esprimere al Decano, Sua Eccellenza il Signor Jean-Claude Michel, per le gentili parole che mi ha indirizzato a nome di tutti, come pure a ciascuno di Voi per il costante impegno che profondete nel lavoro e nel favorire e incrementare, in spirito di reciproca collaborazione, le relazioni fra i Vostri Paesi e le Organizzazioni internazionali che rappresentate e la Santa Sede. Anche nel corso dell’ultimo anno, tali rapporti hanno potuto consolidarsi, sia per l’accresciuta presenza di Ambasciatori residenti a Roma, sia attraverso la firma di nuovi Accordi bilaterali di carattere generale, quale quello siglato nel gennaio scorso con il Camerun, e di intese specifiche, come quelle sottoscritte con Malta e con la Serbia.

Quest’oggi desidero far risuonare con forza una parola a noi molto cara: pace! Essa ci giunge dalla voce delle schiere angeliche, che la annunciano nella notte di Natale (cfr Lc 2,14) quale prezioso dono di Dio e, nello stesso tempo, ce la indicano come responsabilità personale e sociale che ci deve trovare solleciti e operosi. Ma, accanto alla pace, il presepe racconta anche un’altra drammatica realtà: quella del rifiuto. In alcune raffigurazioni iconografiche, tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente – penso ad esempio alla splendida icona della Natività di Andrej Rublëv – il Bambino Gesù non appare adagiato in una culla, bensì deposto in un sepolcro. L’immagine, che intende collegare le due principali feste cristiane – il Natale e la Pasqua –, mostra che accanto all’accoglienza gioiosa per la nuova nascita, vi è tutto il dramma di cui Gesù è oggetto, disprezzato e reietto fino alla morte in Croce.

Gli stessi racconti della Natività ci mostrano il cuore indurito dell’umanità, che fatica ad accogliere il Bambino. Fin da subito anche Lui viene scartato, lasciato fuori al freddo, costretto a nascere in una stalla poiché non c’era posto nell’alloggio (cfr Lc 2,7). E se così è stato trattato il Figlio di Dio, quanto più lo sono tanti nostri fratelli e sorelle! C’è un’indole del rifiuto che ci accomuna, che induce a non guardare al prossimo come ad un fratello da accogliere, ma a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare. Si tratta di una mentalità che genera quella cultura dello scarto che non risparmia niente e nessuno: dalle creature, agli esseri umani e perfino a Dio stesso. Da essa nasce un’umanità ferita e continuamente lacerata da tensioni e conflitti di ogni sorta.

Nei racconti evangelici dell’infanzia ne è emblema il re Erode, che sentendo minacciata la propria autorità dal Bambino Gesù fa uccidere tutti gli infanti di Betlemme. Il pensiero corre subito al Pakistan, dove un mese fa oltre cento bambini sono stati trucidati con inaudita ferocia. Alle loro famiglie desidero rinnovare il mio personale cordoglio e l’assicurazione della mia preghiera per i tanti innocenti che hanno perso la vita.

A una dimensione personale del rifiuto, si associa così inevitabilmente una dimensione sociale, una cultura che rigetta l’altro, recide i legami più intimi e veri, finendo per sciogliere e disgregare tutta quanta la società e per generare violenza e morte. Ne abbiamo una triste eco in numerosi fatti della cronaca quotidiana, non ultima la tragica strage avvenuta a Parigi alcuni giorni fa. Gli altri «non sono più percepiti come esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità, ma vengono visti come oggetti» (Messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2014, 4). E l’essere umano da libero diventa schiavo, ora delle mode, ora del potere, ora del denaro, talvolta perfino di forme fuorviate di religione. Sono i pericoli che ho inteso richiamare nel Messaggio per la recente Giornata Mondiale della Pace, dedicato al problema delle molteplici schiavitù moderne. Esse nascono da un cuore corrotto, incapace di vedere e operare il bene, di perseguire la pace.

Constatiamo con dolore le conseguenze drammatiche di questa mentalità del rifiuto e della «cultura dell’asservimento» (ibid., 2) nel continuo dilagare dei conflitti. Come una vera e propria guerra mondiale combattuta a pezzi, essi toccano, seppure con forme e intensità diverse, varie zone del pianeta, a partire dalla vicina Ucraina, divenuta drammatico teatro di scontro e per la quale auspico che, attraverso il dialogo, si consolidino gli sforzi in atto per fare cessare le ostilità, e le parti coinvolte intraprendano quanto prima, in un rinnovato spirito di rispetto della legalità internazionale, un sincero cammino di fiducia reciproca e di riconciliazione fraterna che permetta di superare l’attuale crisi.

Il mio pensiero va soprattutto al Medio Oriente, a partire dall’amata terra di Gesù, che ho avuto la gioia di visitare nel maggio scorso e per la quale non ci stancheremo mai di invocare la pace. Lo abbiamo fatto, con straordinaria intensità, insieme all’allora Presidente israeliano, Shimon Peres, e al Presidente palestinese, Mahmud Abbas, animati dalla fiduciosa speranza che possa riprendere il negoziato fra le due Parti, inteso a far cessare le violenze e a giungere ad una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che "la soluzione di due Stati" diventi effettiva.

Il Medio Oriente è purtroppo attraversato anche da altri conflitti, che si protraggono ormai da troppo tempo e i cui risvolti sono agghiaccianti anche per il dilagare del terrorismo di matrice fondamentalista in Siria ed in Iraq. Tale fenomeno è conseguenza della cultura dello scarto applicata a Dio. Il fondamentalismo religioso, infatti, prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio stesso, relegandolo a un mero pretesto ideologico. Di fronte a tale ingiusta aggressione, che colpisce anche i cristiani e altri gruppi etnici e religiosi della Regione - gli yazidi, per esempio - occorre una risposta unanime che, nel quadro del diritto internazionale, fermi il dilagare delle violenze, ristabilisca la concordia e risani le profonde ferite che il succedersi dei conflitti ha provocato. In questa sede faccio perciò appello all’intera comunità internazionale, così come ai singoli Governi interessati, perché assumano iniziative concrete per la pace e in difesa di quanti soffrono le conseguenze della guerra e della persecuzione e sono costretti a lasciare le proprie case e la loro patria. Con una lettera inviata poco prima di Natale, ho personalmente inteso manifestare la mia vicinanza e assicurare la mia preghiera a tutte le comunità cristiane del Medio Oriente, che offrono una preziosa testimonianza di fede e di coraggio, svolgendo un ruolo fondamentale come artefici di pace, di riconciliazione e di sviluppo nelle rispettive società civili di appartenenza. Un Medio Oriente senza cristiani sarebbe un Medio Oriente sfigurato e mutilato! Nel sollecitare la comunità internazionale a non essere indifferente davanti a tale situazione, auspico che i leader religiosi, politici e intellettuali specialmente musulmani, condannino qualsiasi interpretazione fondamentalista ed estremista della religione, volta a giustificare tali atti di violenza.

Simili forme di brutalità, che non di rado mietono vittime fra i più piccoli e gli indifesi, non mancano purtroppo neanche in altre parti del mondo. Penso in modo particolare alla Nigeria, dove non cessano le violenze che colpiscono indiscriminatamente la popolazione, ed è in continua crescita il tragico fenomeno dei sequestri di persone, sovente di giovani ragazze rapite per essere fatte oggetto di mercimonio. È un esecrabile commercio che non può continuare! Una piaga che occorre sradicare poiché colpisce tutti noi dalle singole famiglie all’intera comunità mondiale (cfr Discorso ai nuovi Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, 12 dicembre 2013).

Guardo poi con apprensione ai non pochi conflitti di carattere civile che interessano altre parti dell’Africa, a partire dalla Libia, lacerata da una lunga guerra intestina che causa indicibili sofferenze tra la popolazione e ha gravi ripercussioni sui delicati equilibri della Regione. Penso alla drammatica situazione nella Repubblica Centroafricana, nella quale duole constatare come la buona volontà che ha animato gli sforzi di coloro che vogliono costruire un futuro di pace, sicurezza e prosperità, incontri forme di resistenza ed egoistici interessi di parte che rischiano di vanificare le attese di un popolo tanto provato che anela a costruire liberamente il proprio futuro. Particolare preoccupazione desta anche la situazione in Sud Sudan e in alcune regioni del Sudan, del Corno d’Africa e della Repubblica Democratica del Congo, dove non cessa di crescere il numero di vittime tra la popolazione civile e migliaia di persone, tra cui molte donne e bambini, sono costrette a fuggire e a vivere in condizioni di estremo disagio. Auspico pertanto un impegno comune dei singoli governi e della comunità internazionale affinché si ponga fine ad ogni sorta di lotta, di odio e di violenza e ci si impegni in favore della riconciliazione, della pace e della difesa della dignità trascendente della persona.

Non bisogna poi dimenticare che le guerre portano con sé un altro orrendo crimine che è lo stupro. È una gravissima offesa alla dignità della donna, che non solo viene violata nell’intimità del suo corpo, ma pure nella sua anima, con un trauma che difficilmente potrà essere cancellato e le cui conseguenze sono anche di carattere sociale. Purtroppo, si verifica che anche laddove non c’è guerra troppe donne ancor oggi soffrono violenza nei loro confronti.

Tutti i conflitti bellici rivelano il volto più emblematico della cultura dello scarto, a causa delle vite che deliberatamente vengono calpestate da parte di chi detiene la forza. Vi sono però forme più sottili e subdole di rifiuto, che egualmente alimentano tale cultura. Penso anzitutto al modo con cui vengono spesso trattati i malati, isolati ed emarginati come i lebbrosi di cui parla il Vangelo. Tra i lebbrosi del nostro tempo vi sono le vittime di questa nuova e tremenda epidemia di Ebola, che, specialmente in Liberia, Sierra Leone e Guinea, ha già falcidiato oltre seimila vite. Desidero oggi pubblicamente elogiare e ringraziare quegli operatori sanitari che, insieme a religiosi e volontari, prestano ogni possibile cura ai malati e ai loro familiari, soprattutto ai bambini rimasti orfani. In pari tempo, rinnovo il mio appello a tutta la comunità internazionale perché venga assicurata un’adeguata assistenza umanitaria ai pazienti e vi sia un impegno comune per debellare il morbo.

Accanto alle vite scartate a causa delle guerre o delle malattie, vi sono quelle di numerosi profughi e rifugiati. Ancora una volta i risvolti si comprendono attingendo all’infanzia di Gesù, che testimonia un’altra forma della cultura dello scarto che danneggia i rapporti e "scioglie" la società. Infatti, di fronte alla brutalità di Erode, la Santa Famiglia è costretta a fuggire in Egitto, da dove potrà ritornare solo alcuni anni dopo (cfr Mt 2,13-15). La conseguenza delle situazioni di conflitto poc’anzi descritte è spesso la fuga di migliaia di persone dalla propria terra d’origine. A volte non si va tanto in cerca di un futuro migliore, ma semplicemente di un futuro, poiché rimanere nella propria patria può significare una morte certa. Quante persone perdono la vita in viaggi disumani, sottoposte alle angherie di veri e propri aguzzini avidi di denaro? Ne ho fatto cenno nel corso della mia recente visita al Parlamento Europeo, ricordando che «non si può tollerare che il Mare Mediterraneo divenga un grande cimitero» (Discorso al Parlamento Europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014). Vi è poi un altro dato allarmante: molti migranti, soprattutto nelle Americhe, sono bambini soli, più facile preda dei pericoli, necessitando di maggiore cura, attenzione e protezione.

Giunti spesso senza documenti in terre sconosciute di cui non parlano la lingua, è difficile per i migranti venire accolti e trovare lavoro. Oltre alle incertezze della fuga, essi sono costretti ad affrontare anche il dramma del rifiuto. È dunque necessario un cambio di atteggiamento nei loro confronti, per passare dal disinteresse e dalla paura ad una sincera accettazione dell’altro. Ciò naturalmente richiede di «mettere in atto legislazioni adeguate che sappiano allo stesso tempo tutelare i diritti dei cittadini (…) e garantire l’accoglienza dei migranti» (ibid.). Nel ringraziare quanti, anche al costo della vita, si adoperano per portare soccorso ai rifugiati e ai migranti, esorto tanto gli Stati quanto le Organizzazioni internazionali ad agire con impegno per risolvere tali gravi situazioni umanitarie e a fornire ai Paesi di origine dei migranti aiuti per favorirne lo sviluppo socio-politico e il superamento dei conflitti interni, che sono la causa principale di tale fenomeno. «È necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti» (ibid.). Peraltro, ciò consentirà ai migranti di tornare un giorno nella propria patria e contribuire alla sua crescita e al suo sviluppo.

Ma accanto ai migranti, ai profughi e ai rifugiati, vi sono tanti altri «esiliati nascosti» (Angelus, 29 dicembre 2013), che vivono all’interno delle nostre case e delle nostre famiglie. Penso soprattutto agli anziani e ai diversamente abili, come pure ai giovani. I primi sono oggetto di rifiuto quando vengono ritenuti un peso e «presenze ingombranti» (ibid.), mentre gli ultimi sono scartati negando loro concrete prospettive lavorative per costruirsi il proprio avvenire. D’altra parte non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro (cfr Discorso ai partecipanti all’incontro mondiale dei Movimenti Popolari, 28 ottobre 2014), e che rende il lavoro una forma di schiavitù. È quanto ho inteso richiamare nel corso di un recente incontro con i movimenti popolari, che si adoperano con dedizione per ricercare soluzioni adeguate ad alcuni problemi del nostro tempo, quali la piaga sempre più estesa della disoccupazione giovanile e del lavoro nero, e il dramma di tanti lavoratori, specialmente bambini, sfruttati per avidità. Tutto ciò è contrario alla dignità umana e deriva da una mentalità che pone al centro il denaro, i benefici e i profitti economici a scapito dell’uomo stesso.

La famiglia stessa è poi non di rado fatta oggetto di scarto, a causa di una sempre più diffusa cultura individualista ed egoista che rescinde i legami e tende a favorire il drammatico fenomeno della denatalità, nonché di legislazioni che privilegiano diverse forme di convivenza piuttosto che sostenere adeguatamente la famiglia per il bene di tutta la società.

Tra le cause di tali fenomeni vi è una globalizzazione uniformante che scarta le culture stesse, recidendo così i fattori propri dell’identità di ciascun popolo che costituiscono l’imprescindibile eredità alla base di un sano sviluppo sociale. In un mondo uniformato e privo d’identità è facile cogliere il dramma e lo scoraggiamento di molte persone, che hanno letteralmente perso il senso del vivere. Tale dramma è aggravato dalla perdurante crisi economica, che genera sfiducia e favorisce la conflittualità sociale. Ne ho potuto notare i risvolti anche qui a Roma, incontrando tante persone che vivono situazioni di disagio, come pure nel corso dei diversi viaggi che ho compiuto in Italia.

Proprio alla cara Nazione italiana desidero rivolgere un pensiero carico di speranza perché nel perdurante clima di incertezza sociale, politica ed economica il popolo italiano non ceda al disimpegno e alla tentazione dello scontro, ma riscopra quei valori di attenzione reciproca e solidarietà che sono alla base della sua cultura e della convivenza civile, e sono sorgenti di fiducia tanto nel prossimo quanto nel futuro, specie per i giovani.

Pensando alla gioventù, desidero menzionare il mio viaggio in Corea, dove nell’agosto scorso ho potuto incontrare migliaia di giovani convenuti per la VI Giornata della Gioventù Asiatica e dove ho ricordato che occorre valorizzare i giovani, «cercando di trasmettere loro l’eredità del passato e di applicarla alle sfide del tempo presente» (Incontro con le Autorità, Seoul, 14 agosto 2014). È necessario perciò riflettere «sull’adeguatezza del modo di trasmettere i nostri valori alle future generazioni e su quale tipo di società ci stiamo preparando a consegnare loro» (ibid.).

Questa sera stessa avrò la gioia di ripartire per l’Asia, per visitare lo Sri Lanka e le Filippine e così testimoniare l’attenzione e la sollecitudine pastorale con cui seguo le vicende dei popoli di quel vasto continente. A loro e ai loro Governi desidero manifestare, ancora una volta, l’anelito della Santa Sede ad offrire il proprio contributo di servizio al bene comune, all’armonia e alla concordia sociale. In particolare, auspico una ripresa del dialogo fra le due Coree, che sono Paesi fratelli che parlano la stessa lingua.

Eccellenze, Signore e Signori, 

All’inizio di un nuovo anno non vogliamo però che il nostro sguardo sia dominato dal pessimismo, dai difetti e dalle mancanze di questo nostro tempo. Vogliamo anche ringraziare Dio per ciò che ci ha donato, per i benefici che ci ha elargito, per i dialoghi e gli incontri che ci ha concesso e per alcuni frutti di pace che ci ha dato la gioia di assaporare.

Una eloquente testimonianza che la cultura dell’incontro è possibile, l’ho sperimentata nel corso della mia visita in Albania, una Nazione piena di giovani, che sono speranza per il futuro. Nonostante le ferite sofferte nella storia recente, il Paese è caratterizzato dalla «pacifica convivenza e collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni» (Discorso alle Autorità, Tirana, 21 settembre 2014) in un clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani. È un segno importante che una fede in Dio sincera apre all’altro, genera dialogo e opera per il bene, mentre la violenza nasce sempre da una mistificazione della religione stessa, assunta a pretesto di progetti ideologici che hanno come unico scopo il dominio dell’uomo sull’uomo. Parimenti, nel recente viaggio in Turchia, storico ponte fra Oriente e Occidente, ho potuto constatare i frutti del dialogo ecumenico e interreligioso, nonché l’impegno verso i profughi provenienti dagli altri Paesi del Medio Oriente. Ho ritrovato tale spirito di accoglienza anche in Giordania, che ho visitato all’inizio del mio pellegrinaggio in Terra Santa, come pure attraverso le testimonianze giunte dal Libano, al quale auspico di superare le attuali difficoltà politiche.

Un esempio a me molto caro di come il dialogo possa davvero edificare e costruire ponti viene dalla recente decisione degli Stati Uniti d’America e di Cuba di porre fine ad un silenzio reciproco durato oltre mezzo secolo e di riavvicinarsi per il bene dei rispettivi cittadini. In tale prospettiva rivolgo un pensiero anche al popolo del Burkina Faso, impegnato in un periodo di importanti trasformazioni politiche ed istituzionali, affinché un rinnovato spirito di collaborazione possa contribuire allo sviluppo di una società più giusta e fraterna. Rilevo, inoltre, con compiacimento la firma nel marzo scorso dell’Accordo che pone fine a lunghi anni di tensioni nelle Filippine. Parimenti incoraggio l’impegno in favore di una pace stabile in Colombia, come pure le iniziative volte a ristabilire la concordia nella vita politica e sociale in Venezuela. Auspico anche che si possa presto pervenire ad un’intesa definitiva tra l’Iran e il cosiddetto Gruppo 5+1 circa l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi pacifici, apprezzando gli sforzi finora compiuti. Accolgo, poi, con soddisfazione la volontà degli Stati Uniti di chiudere definitivamente il carcere di Guantánamo, rilevando la generosa disponibilità di alcuni Paesi ad accogliere i detenuti. E questi Paesi ringrazio di cuore. Infine, desidero esprimere il mio apprezzamento ed incoraggiamento per quei Paesi che si stanno attivamente impegnando per favorire lo sviluppo umano, la stabilità politica e la convivenza civile tra i loro cittadini.

Eccellenze, Signore e Signori, 

Il 6 agosto 1945, l’umanità assisteva ad una delle più tremende catastrofi della propria storia. Per la prima volta, in un modo nuovo e senza precedenti, il mondo sperimentava fino a che punto poteva giungere il potere distruttivo dell’uomo. Dalle ceneri di quell’immane tragedia che è stata la seconda guerra mondiale è sorta tra le Nazioni una volontà nuova di dialogo e di incontro che ha dato vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite, di cui quest’anno celebreremo il 70° anniversario. Nella visita compiuta al Palazzo di Vetro cinquant’anni fa, il mio Beato Predecessore, Papa Paolo VI, ricordava che «il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità» (Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, New York, 4 ottobre 1965).

È anche la mia fiduciosa invocazione per questo nuovo anno, che peraltro vedrà il prosieguo di due importanti processi: la redazione dell’Agenda di Sviluppo post-2015, con l’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, e l’elaborazione di un nuovo Accordo sul clima. E’ urgente, questo. Il loro presupposto indispensabile è la pace, la quale, prima ancora che dalla fine di ogni guerra, sgorga dalla conversione del cuore.

Con questi sentimenti, rinnovo a ciascuno di Voi, alle Vostre famiglie e ai Vostri popoli, l’augurio di un 2015 di speranza e di pace.

[00073-01.02] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua francese

Excellences, Mesdames et Messieurs,

Je vous remercie de votre présence à cette rencontre traditionnelle qui, au début de chaque année nouvelle, me permet de vous adresser ainsi qu’à vos familles et aux peuples que vous représentez, un cordial salut et mes vœux les meilleurs. Je veux exprimer ma reconnaissance particulière à votre Doyen, Son Excellence Monsieur Jean-Claude Michel, pour les aimables paroles qu’il m’a adressées au nom de tous, et aussi à chacun d’entre vous pour l’engagement constant que vous prodiguez dans votre travail et pour favoriser et faire grandir, dans un esprit de collaboration réciproque, les relations entre vos pays et les Organisations internationales que vous représentez et le Saint-Siège. Au cours de l’année dernière, ces relations ont pu se consolider, soit par la présence accrue d’Ambassadeurs résidents à Rome, soit à travers la signature de nouveaux Accords bilatéraux à caractère général – comme celui signé en janvier dernier avec le Cameroun – ou d’accords spécifiques, comme ceux signés avec Malte et avec la Serbie.

Aujourd’hui je désire faire résonner avec force un mot qui nous est cher : la paix ! Elle nous parvient par la voix des troupes angéliques qui l’annoncent dans la nuit de Noël (cf. Lc 2, 14) comme un don précieux de Dieu, et en même temps, elles nous la montrent comme une responsabilité personnelle et sociale qui doit nous trouver pleins de zèle et actifs. Mais, à côté de la paix, la crèche dit aussi une autre réalité dramatique : celle du refus. Dans certaines représentations iconographiques, tant de l’Occident que de l’Orient – je pense par exemple à la splendide icône de la Nativité d’Andreï Rublev – l’Enfant Jésus ne semble pas être étendu dans un berceau, mais déposé dans un tombeau. L’image, qui veut relier les deux principales fêtes chrétiennes – Noël et Pâques – montre qu’à côté de l’accueil joyeux d’une nouvelle naissance, il y a tout le drame dont Jésus est l’objet, méprisé et rejeté jusqu’à la mort sur la croix.

Les récits de la Nativité eux-mêmes nous montrent le cœur endurci de l’humanité, qui a du mal à accueillir l’Enfant. Dès le début il est, lui aussi rejeté, laissé dehors au froid, contraint à naître dans une étable parce qu’il n’y avait pas de place dans la salle commune (cf. Lc 2, 7). Et si le Fils de Dieu a été traité ainsi, combien plus encore le sont tant de nos frères et sœurs ! Il y a un caractère du refus qui nous rapproche, qui nous conduit à ne pas regarder le prochain comme un frère à accueillir, mais à le laisser hors de notre horizon personnel de vie, à le transformer plutôt en un concurrent, en un sujet à dominer. Il s’agit d’une mentalité qui engendre cette culture du déchet et n’épargne rien ni personne : depuis les créatures, en passant par les êtres humains et jusqu’à Dieu lui-même. Il en naît une humanité blessée et continuellement déchirée par des tensions et des conflits de toute sorte.

Dans les récits évangéliques de l’enfance, le roi Hérode en est l’emblème qui, en sentant son autorité menacée par l’Enfant Jésus, fait tuer tous les enfants de Bethléem. Ma pensée va tout de suite au Pakistan, où il y a un mois, plus de cent enfants ont été tués avec une férocité inouïe. Je souhaite renouveler à leurs familles mes condoléances personnelles et l’assurance de ma prière pour tant d’innocents qui ont perdu la vie.

À une dimension personnelle du refus s’associe ainsi inévitablement une dimension sociale, une culture qui rejette l’autre, brise les liens les plus intimes et les plus vrais, finissant par défaire et désagréger toute la société, et par engendrer la violence et la mort. Nous en avons un triste écho dans les nombreux faits de la chronique quotidienne, le moindre n’est pas le tragique massacre survenu à Paris, il y a quelques jours. Les autres « ne sont plus perçus comme des êtres d’égale dignité, comme des frères et sœurs en humanité, mais sont vus comme des objets » (Message pour la 48ème Journée Mondiale de la Paix, 8 décembre 2014, n.4). Et l’être humain, de libre devient esclave, que ce soit des modes, du pouvoir, de l’argent, parfois même de formes déviantes de religion. Ce sont les dangers que j’ai voulu rappeler dans le Message pour la récente Journée Mondiale de la Paix, consacré au problème des multiples esclavages modernes. Ils naissent d’un cœur corrompu, incapable de voir et de faire le bien, de poursuivre la paix.

Nous constatons avec douleur les conséquences dramatiques de cette mentalité du rejet et de la « culture de l’asservissement » (ibid., n.2) dans le déferlement continuel des conflits. Comme une vraie guerre mondiale qui se déroule par morceaux, ils touchent, même si c’est sous des formes et avec des intensités variées, différentes zones de la planète, en commençant par la proche Ukraine devenue un théâtre dramatique d’affrontement, et pour laquelle je souhaite que, par le dialogue, se renforcent les efforts en cours pour faire cesser les hostilités, et pour que les parties en présence entreprennent dès que possible, dans un esprit renouvelé de respect de la légalité internationale, un chemin sincère de confiance réciproque et de réconciliation fraternelle qui permette de dépasser la crise actuelle.

Ma pensée va surtout au Moyen Orient, en commençant par la terre bien-aimée de Jésus, que j’ai eu la joie de visiter en mai dernier et pour laquelle nous ne nous lasserons jamais d’invoquer la paix. Nous l’avons fait, avec une intensité extraordinaire, avec le Président israélien d’alors, Shimon Peres, et le Président palestinien, Mahmud Abbas, animés de l’espérance confiante que les négociations entre les deux parties puissent reprendre, dans le but de faire cesser les violences et d’arriver à une solution qui permette, tant au peuple palestinien qu’au peuple israélien, de vivre enfin en paix, dans des frontières clairement établies et reconnues internationalement, de sorte que la « solution de deux États » devienne effective.

Malheureusement, le Moyen Orient est également traversé par d’autres conflits, qui se prolongent depuis trop longtemps et dont les aspects sont effrayants, aussi par le déferlement du terrorisme d’origine fondamentaliste en Syrie et en Irak. Ce phénomène est une conséquence de la culture du déchet appliquée à Dieu. Le fondamentalisme religieux, en effet, plus encore que rejeter les êtres humains en perpétrant des massacres horribles, refuse Dieu lui-même, le reléguant au rang de pur prétexte idéologique. Face à cette injuste agression, qui touche aussi les chrétiens et d’autres groupes ethniques et religieux de la région, les Yazidis, par exemple, une réponse unanime est nécessaire qui, dans le cadre du droit international, arrête le déferlement des violences, rétablisse la concorde et soigne les blessures profondes que la succession des conflits a provoquées. En ce lieu je fais donc appel à toute la communauté internationale, comme aussi à chacun des Gouvernements concernés, pour qu’ils prennent des initiatives concrètes pour la paix, et pour la défense de tous ceux qui souffrent des conséquences de la guerre et de la persécution, et qui sont contraints de laisser leurs maisons et leur patrie. Dans une lettre envoyée un peu avant Noël, j’ai personnellement voulu manifester ma proximité et assurer de ma prière toutes les communautés chrétiennes du Moyen Orient qui donnent un témoignage précieux de foi et de courage, en jouant un rôle fondamental d’artisans de paix, de réconciliation et de développement dans leurs sociétés civiles respectives. Un Moyen Orient sans chrétiens serait un Moyen Orient défiguré et mutilé ! En demandant à la communauté internationale de ne pas être indifférente devant une telle situation, je souhaite que les responsables religieux, politiques, et intellectuels, en particulier musulmans, condamnent toute interprétation fondamentaliste et extrémiste de la religion visant à justifier de tels actes de violence.

Des formes semblables de brutalité, qui fauchent souvent des victimes parmi les plus petits et ceux qui sont sans défense, ne manquent pas non plus, malheureusement, dans d’autres parties du monde. Je pense en particulier au Nigeria, où les violences qui frappent sans discernement la population ne cessent pas, et où le phénomène tragique des séquestrations de personnes est en croissance continue, souvent des jeunes filles enlevées pour faire l’objet d’un trafic. C’est un commerce exécrable qui ne peut pas continuer ! Une plaie qu’il faut éradiquer car elle nous concerne tous, depuis chaque famille jusqu’à la communauté mondiale tout entière (cf. Discours aux nouveaux Ambassadeurs accrédités près le Saint-Siège, 12 décembre 2013).

Je regarde ensuite avec appréhension les nombreux conflits de caractère civil qui concernent d’autres parties de l’Afrique, en commençant par la Lybie, déchirée par une longue guerre interne qui cause d’indicibles souffrances dans la population et qui a de graves répercutions sur les équilibres de la région. Je pense à la dramatique situation de la République Centrafricaine, au sujet de laquelle il est douloureux de constater comment la bonne volonté qui a animé les efforts de ceux veulent construire un avenir de paix, de sécurité et de prospérité, rencontre des formes de résistance et les intérêts égoïstes de partis, qui risquent de rendre vaines les attentes d’un peuple très éprouvé qui aspire à construire librement son avenir. Éveille une préoccupation particulière la situation au Sud Soudan et dans plusieurs régions du Soudan, de la Corne de l’Afrique et de la République Démocratique du Congo, où ne cesse de grandir le nombre de victimes dans la population civile, et où des milliers de personnes, parmi lesquelles beaucoup de femmes et d’enfants, sont contraintes de fuir et de vivre dans des conditions d’extrême dénuement. Par conséquent, je souhaite un engagement commun de tous les Gouvernements et de la communauté internationale, pour que l’on mette fin à toute sorte de lutte, de haine et de violence, et pour que l’on s’engage en faveur de la réconciliation, de la paix et de la défense de la dignité transcendante de la personne.

Ensuite, il ne faut pas oublier que les guerres apportent avec elles un autre horrible crime, qui est le viol. Celui-ci est une offense très grave à la dignité de la femme, qui non seulement est violée dans l’intimité de son corps, mais aussi dans son âme, avec un traumatisme qui pourra être difficilement effacé et dont les conséquences sont aussi de caractère social. Malheureusement, on vérifie que, même là où il n’y a pas de guerre, trop de femmes souffrent encore aujourd’hui de violence à leur encontre.

Tous les conflits belliqueux révèlent le visage le plus emblématique de la culture du déchet par les vies qui sont délibérément piétinées par celui qui détient la force. Mais il y a des formes plus subtiles et sournoises de rejet, qui alimentent aussi cette culture. Je pense avant tout à la façon dont sont souvent traités les malades, isolés et marginalisées comme les lépreux dont parle l’Évangile. Parmi les lépreux de notre temps il y a les victimes de cette nouvelle et terrible épidémie d’Ebola, qui, surtout au Libéria, en Sierra Leone et en Guinée, à déjà fauché plus de six mille vies. Je désire aujourd’hui féliciter publiquement et remercier ces opérateurs sanitaires qui, avec les religieux, religieuses, et les volontaires, apportent tous les soins possibles aux malades et à leurs proches, surtout aux enfants restés orphelins. En même temps, je renouvelle mon appel à toute la communauté internationale pour que soit assurée une assistance humanitaire adéquate aux patients, et pour qu’il y ait un engagement commun pour vaincre la maladie.

À côté des vies rejetées à cause des guerres ou des maladies, il y a celles des nombreuses personnes déplacées et réfugiées. Encore une fois on en comprend les aspects à partir de l’enfance de Jésus, qui témoigne d’une autre forme de la culture du déchet qui porte atteinte aux relations et « défait » la société. En effet, face à la brutalité d’Hérode, la Sainte Famille est contrainte à fuir en Égypte, d’où elle pourra revenir seulement quelques années plus tard (cf. Mt 2, 13-15). La conséquence des situations de conflit que nous venons de décrire est souvent la fuite de milliers de personnes de leur terre d’origine. Parfois on ne part pas tant pour chercher un avenir meilleur, mais tout simplement pour avoir un avenir, puisque rester dans son pays peut signifier une mort certaine. Combien de personnes perdent la vie dans des voyages inhumains, soumises aux brimades de véritables bourreaux avides d’argent ? J’en ai fait mention au cours de ma récente visite au Parlement Européen, en rappelant qu’« on ne peut tolérer que la Mer Méditerranée devienne un grand cimetière » (Discours au Parlement Européen, Strasbourg, 25 novembre 2014). Il y a ensuite un autre fait alarmant : beaucoup de migrants, surtout dans les Amériques, sont des enfants seuls, proies plus faciles des dangers, et qui demandent davantage de soin, d’attention et de protection.

Souvent arrivés sans papiers d’identité dans des contrées inconnues dont ils ne parlent pas la langue, il est difficile pour les migrants d’être accueillis et de trouver du travail. Au-delà des incertitudes de la fuite, ils sont contraints d’affronter aussi le drame du refus. Un changement d’attitude à leur égard est donc nécessaire, pour passer du désintérêt et de la peur à une acceptation sincère de l’autre. Cela requiert naturellement de « mettre en acte des législations adéquates qui sachent en même temps protéger les droits des citoyens (…) et garantir l’accueil des migrants » (ibid). En remerciant tous ceux qui, même au prix de leur vie, s’emploient à porter secours aux réfugiés et aux migrants, j’exhorte aussi bien les États que les Organisations internationales à s’engager activement pour résoudre ces graves situations humanitaires et à fournir aux pays d’origine des migrants des aides pour en favoriser le développement socio-politique et le dépassement des conflits internes, qui sont la principale cause de ce phénomène. « Il est nécessaire d’agir sur les causes et non seulement sur les effets » (ibid). Du reste, cela permettra aux migrants de retourner un jour dans leur patrie et de contribuer à sa croissance et à son développement.

Mais à côté des migrants, des déplacés et des réfugiés, il y a beaucoup d’autres « exilés cachés » (Angelus, 29 décembre 2013), qui vivent à l’intérieur de nos maisons et de nos familles. Je pense surtout aux personnes âgées et aux personnes handicapées, comme aussi aux jeunes. Les premières sont objet de rebut quand elles sont considérées comme un poids et comme des « présences encombrantes » (ibid.), tandis que les derniers sont mis à l’écart en niant leurs perspectives concrètes de travail pour construire leur avenir. D’autre part, il n’existe pas pire pauvreté que celle qui prive du travail et de la dignité du travail (cf. Discours aux participants à la rencontre mondiale avec les Mouvements populaires, 28 octobre 2014), et qui fait du travail une forme d’esclavage. C’est ce que j’ai voulu rappeler au cours d’une rencontre récente avec les mouvements populaires, qui s’emploient avec dévouement à rechercher des solutions adéquates à certains problèmes de notre temps, comme la plaie toujours plus étendue du chômage des jeunes et du travail au noir, et le drame de beaucoup de travailleurs, spécialement des enfants, exploités avec avidité. Tout cela est contraire à la dignité humaine et dérive d’une mentalité qui place au centre l’argent, les bénéfices et les profits économiques au détriment de l’homme lui-même.

Ensuite, il n’est pas rare que la famille elle-même soit objet de rejet, à cause d’une culture individualiste et égoïste toujours plus répandue, qui abîme les liens et tend à favoriser le phénomène dramatique de la dénatalité, ainsi que de législations qui privilégient différentes formes de cohabitation plutôt que de soutenir convenablement la famille pour le bien de toute la société.

Parmi les causes de ces phénomènes, il y a une mondialisation uniformisante qui rejette les cultures elles-mêmes, brisant ainsi les éléments propres de l’identité de chaque peuple qui constituent l’héritage incontournable à la base d’un sain développement social. Dans un monde uniformisé et privé d’identité, il est facile de saisir le drame et le découragement de nombreuses personnes, qui ont littéralement perdu le sens de leur vie. Ce drame est aggravé par la crise économique qui perdure, qui engendre de la méfiance et favorise un climat social conflictuel. J’ai pu en voir les revers ici aussi à Rome, en rencontrant beaucoup de personnes qui vivent des situations de détresse, comme aussi au cours des différents voyages que j’ai effectués en Italie.

À la chère nation italienne, je désire justement adresser une pensée pleine d’espérance afin que, dans le climat persistant d’incertitude sociale, politique et économique, le peuple italien ne cède pas au désengagement et à la tentation du rejet, mais redécouvre ces valeurs d’attention réciproque et de solidarité qui sont à la base de sa culture et du vivre-ensemble civil, et sont sources de confiance aussi bien dans l’immédiat que dans l’avenir, spécialement pour les jeunes.

Pensant à la jeunesse, je désire mentionner mon voyage en Corée, où en août dernier, j’ai pu rencontrer des milliers de jeunes réunis pour la VIème journée de la Jeunesse asiatique et où j’ai rappelé qu’il faut valoriser les jeunes « en cherchant à leur transmettre l’héritage du passé et à les confronter aux défis présents » (Rencontre avec les Autorités, Seoul, 14 août 2014). Il est donc nécessaire de réfléchir « pour savoir si nous transmettons bien nos valeurs à la génération suivante, ainsi que sur le genre de société que nous nous préparons à lui léguer » (ibid).

Ce soir-même, j’aurai la joie de repartir pour l’Asie, pour visiter le Sri Lanka et les Philippines et ainsi témoigner de l’attention et de la sollicitude pastorale avec laquelle je suis les vicissitudes des peuples de ce vaste continent. À eux et à leurs Gouvernements, je désire manifester une fois encore le désir du Saint-Siège d’offrir sa contribution au service du bien commun, de l’harmonie et de la concorde sociale. Je souhaite en particulier une reprise du dialogue entre les deux Corée, qui sont des pays frères qui parlent la même langue.

Excellences, Mesdames et Messieurs,

Au début d’une nouvelle année nous ne voulons pas que notre regard soit dominé par le pessimisme, par les défauts et par les carences de notre temps. Nous voulons aussi remercier Dieu pour ce qu’il nous a donné, pour les bienfaits qu’il nous a accordés, pour les dialogues et les rencontres qu’il nous a permis et pour certains fruits de paix qu’il nous a donné la joie de goûter.

Un témoignage éloquent que la culture de la rencontre est possible, je l’ai expérimenté au cours de ma visite en Albanie, Nation pleine de jeunes, qui sont l’espérance pour l’avenir. Malgré les blessures endurées dans l’histoire récente, le pays est caractérisé par « la cohabitation pacifique et la collaboration entre ceux qui appartiennent à différentes religions » (Discours aux Autorités, Tirana, 21 septembre 2014) dans un climat de respect et de confiance réciproque entre catholiques, orthodoxes et musulmans. C’est un signe important qu’une foi sincère en Dieu ouvre à l’autre, engendre dialogue et action pour le bien, alors que la violence naît toujours d’une mystification de la religion elle-même, adoptée en prétextant des projets idéologiques qui ont comme unique but la domination de l’homme sur l’homme. Également, au cours de mon récent voyage en Turquie, pont historique entre Orient et Occident, j’ai pu constater les fruits du dialogue œcuménique et interreligieux, ainsi que l’engagement envers les réfugiés provenant des autres pays du Moyen-Orient. J’ai retrouvé cet esprit d’accueil aussi en Jordanie, que j’ai visitée au début de mon pèlerinage en Terre Sainte, comme aussi dans le témoignage venu du Liban, à qui je souhaite de dépasser les difficultés politiques actuelles.

Un exemple qui m’est très cher de la manière dont le dialogue peut vraiment édifier et construire des ponts, vient de la récente décision des États Unis d’Amérique et de Cuba de mettre fin à un silence réciproque qui a duré plus d’un demi-siècle et de se rapprocher pour le bien de leurs citoyens. Dans cette perspective, j’adresse aussi une pensée au peuple du Burkina Faso, engagé dans une période de transformations politiques et institutionnelles importantes, afin qu’un esprit renouvelé de collaboration puisse contribuer au développement d’une société plus juste et plus fraternelle. Je relève, en outre, avec satisfaction la signature en mars dernier de l’Accord qui met fin à de longues années de tensions aux Philippines. J’encourage également l’engagement en faveur d’une paix stable en Colombie, comme aussi les initiatives destinées à établir à nouveau la concorde dans la vie politique et sociale au Venezuela. Je souhaite aussi qu’on puisse bientôt parvenir à une entente définitive entre l’Iran et ce qui est appelé le Groupe des 5+1 sur l’utilisation de l’énergie nucléaire à des buts pacifiques, en appréciant les efforts accomplis jusqu’à maintenant. J’accueille, ensuite, avec satisfaction la volonté des États-Unis de fermer définitivement la prison de Guantánamo, soulignant la généreuse disponibilité de certains pays à accueillir les détenus. Et je remercie de tout cœur ces pays. Enfin, je désire exprimer mon appréciation et mon encouragement pour ces pays qui se sont activement engagés pour favoriser le développement humain, la stabilité politique et la cohabitation civile entre leurs citoyens.

Excellences, Mesdames et Messieurs,

Le 6 août 1945, l’humanité assistait à une des plus terribles catastrophes de son histoire. Pour la première fois, d’une façon nouvelle et sans précédents, le monde expérimentait jusqu’où peut aller le pouvoir destructeur de l’homme. Des cendres de cette effroyable tragédie qu’a été la seconde guerre mondiale a surgi entre les Nations une volonté nouvelle de dialogue et de rencontre qui a donné naissance à l’Organisation des Nations Unies, dont nous célébrerons cette année le 70ème anniversaire. Au cours de la visite qu’il a accomplie au Palais de Verre, il y a cinquante ans, mon Bienheureux prédécesseur, le Pape Paul VI, a rappelé « que le sang de millions d’hommes, que des souffrances inouïes et innombrables, que d’inutiles massacres et d’épouvantables ruines sanctionnent le pacte qui vous unit, en un serment qui doit changer l’histoire future du monde : jamais plus la guerre, jamais plus la guerre ! C’est la paix, la paix qui doit guider le destin des peuples et de toute l’humanité ! » (Paul VI, Discours aux Nations Unies, New York, 4 octobre 1965).

C’est aussi mon invocation confiante pour cette nouvelle année, qui verra par ailleurs la poursuite de deux importants processus : la rédaction de l’Agenda du développement post-2015, avec l’adoption des Objectifs du développement durable, et l’élaboration d’un nouvel Accord sur le climat. Et cela est urgent. Leur présupposé indispensable est la paix, qui jaillit de la conversion du cœur plus encore que de la fin de chaque guerre.

Avec ces sentiments, je renouvelle à chacun de vous, à vos familles et à vos peuples, le souhait d’une année 2015 d’espérance et de paix.

[00073-03.02] [Texte original: Italien]

Testo in lingua inglese

Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,

I thank you for your presence at this traditional meeting, which allows me at the beginning of each new year to offer to you, your families, and the peoples you represent, my cordial greetings and best wishes. I am especially grateful to your Dean, Ambassador Jean-Claude Michel, for the kind words which he addressed to me in the name of all, and I thank each of you for your constant dedication and efforts to foster, in a spirit of mutual cooperation, relations between the countries and international organizations which you represent and the Holy See. In the course of the past year too, these relations were consolidated by an increase in the presence of ambassadors resident in Rome and by the signing of new bilateral Accords, both general, like that concluded last January with Cameroon, and specific, like those signed with Malta and Serbia.

Today I wish to repeat a word quite dear to us: peace! It comes to us from the angelic hosts who proclaimed it on Christmas night (cf. Lk 2:14) as a precious gift of God, while at the same time as a personal and social responsibility which calls for our commitment and concern. But together with peace, the image of the Christmas creche speaks to us another tragic reality: that of rejection. In some iconographic representations, both in the West and in the East – I think for example of the splendid Nativity icon of Andrej Rublev – the Child Jesus is shown not lying in a manger, but in a tomb. The image, which is meant to connect the two principal Christian feasts of Christmas and Easter, shows that the joyful acceptance of this new birth is inseparable from the entire drama of Jesus’ life, his humiliation and rejection, even to death on the cross.

The Christmas stories themselves show us the hardened heart of a humanity which finds it difficult to accept the Child. From the very start, he is cast aside, left out in the cold, forced to be born in a stable since there was no room in the inn (cf. Lk 2:7). If this is how the Son of God was treated, how much more so is it the case with so many of our brothers and sisters! Rejection is an attitude we all share; it makes us see our neighbour not as a brother or sister to be accepted, but as unworthy of our attention, a rival, or someone to be bent to our will. This is the mindset which fosters that "throwaway culture" which spares nothing and no one: nature, human beings, even God himself. It gives rise to a humanity filled with pain and constantly torn by tensions and conflicts of every sort.

Emblematic of this, in the Gospel infancy narratives, is King Herod. Feeling his authority threatened by the Child Jesus, he orders all the children of Bethlehem to be killed. We think immediately of Pakistan, where a month ago, more than a hundred children were slaughtered with unspeakable brutality. To their families I wish to renew my personal condolences and the assurance of my continued prayers for the many innocents who lost their lives.

The personal dimension of rejection is inevitably accompanied by a social dimension, a culture of rejection which severs the deepest and most authentic human bonds, leading to the breakdown of society and spawning violence and death. We see painful evidence of this in the events reported daily in the news, not least the tragic slayings which took place in Paris a few days ago. Other people "are no longer regarded as beings of equal dignity, as brothers or sisters sharing a common humanity, but rather as objects" (Message for the 2015 World Day of Peace, 8 December 2014, 4). Losing their freedom, people become enslaved, whether to the latest fads, or to power, money, or even deviant forms of religion. These are dangers which I pointed out in my recent Message for the World Day of Peace, which dealt with the issue of today’s multiple forms of enslavement. All of them are born of a corrupt heart, a heart incapable of recognizing and doing good, of pursuing peace.

It saddens us to see the tragic consequences of this mentality of rejection and this "culture of enslavement" (ibid., 2) in the never-ending spread of conflicts. Like a true world war fought piecemeal, they affect, albeit in different forms and degrees of intensity, a number of areas in our world, beginning with nearby Ukraine, which has become a dramatic theatre of combat. It is my hope that through dialogue the efforts presently being made to end the hostilities will be consolidated, and that the parties involved will embark as quickly as possible, in a renewed spirit of respect for international law, upon the path of mutual trust and fraternal reconciliation, with the aim of bringing an end to the present crisis.

My thoughts turn above all to the Middle East, beginning with the beloved land of Jesus which I had the joy of visiting last May, and for whose peace we constantly pray. We did this with extraordinary intensity, together with the then President of Israel, Shimon Peres, and the President of Palestine, Mahmoud Abbas, inspired by a confident hope that negotiations between the two parties will once more resume, for the sake of ending violence and reaching a solution which can enable Palestinians and Israelis alike to live at last in peace within clearly established and internationally recognized borders, thus implementing the "two state solution".

The Middle East is tragically embroiled in other conflicts which have lasted far too long, with chilling repercussions, due also to the spread of fundamentalist terrorism in Syria and in Iraq. This phenomenon is a consequence of the throwaway culture being applied to God. Religious fundamentalism, even before it eliminates human beings by perpetrating horrendous killings, eliminates God himself, turning him into a mere ideological pretext. In the face of such unjust aggression, which also strikes Christians and other ethnic and religious groups in the region - the Yazidis for example - a unanimous response is needed, one which, within the framework of international law, can end the spread of acts of violence, restore harmony and heal the deep wounds which the ongoing conflicts have caused. Here, in your presence, I appeal to the entire international community, as I do to the respective governments involved, to take concrete steps to bring about peace and to protect all those who are victims of war and persecution, driven from their homes and their homeland. In a letter written shortly before Christmas, I sought to express my personal closeness and the promise of my prayers to all the Christian communities of the Middle East. Theirs is a precious testimony of faith and courage, for they play a fundamental role as artisans of peace, reconciliation and development in the civil societies of which they are a part. A Middle East without Christians would be a marred and mutilated Middle East! In urging the international community not to remain indifferent in the face of this situation, I express my hope that religious, political and intellectual leaders, especially those of the Muslim community, will condemn all fundamentalist and extremist interpretations of religion which attempt to justify such acts of violence.

Sadly, comparable acts of brutality, which not infrequently reap victims from among the poor and the most vulnerable, are found in other parts of the world as well. I think in particular of Nigeria where acts of violence continue to strike indiscriminately and there is a constant increase in the tragic phenomenon of kidnappings, often of young girls carried off to be made objects of trafficking. This is an abominable trade which must not continue! It is a scourge which needs to be eradicated, since it strikes all of us, from individual families to the entire international community (cf. Address to Newly Accredited Ambassadors to the Holy See, 12 December 2013).

I also look with concern to the many civil conflicts taking place in other parts of Africa, beginning with Libya, ravaged by a drawn-out internecine war which has caused unspeakable suffering among its people, with grave repercussions for the delicate balances in the region. I think of the dramatic situation in the Central African Republic, in which, sad to say, the good will inspiring the efforts of those seeking to build a future of peace, security and prosperity, has encountered resistance and selfish partisan interests. These risk frustrating the hopes of a people which has endured so much and which now longs to shape its future in freedom. Of particular concern, too, is the situation in South Sudan and in some areas of Sudan, the Horn of Africa and the Democratic Republic of the Congo, where civilian casualities are on the rise and thousands of persons, including many women and children, are being forced to flee and to endure conditions of extreme distress. I voice my hope for a common commitment on the part of individual governments and the international community to end every form of fighting, hatred and violence, and to pursue reconciliation, peace and the defence of the transcendent dignity of the person.

Nor can we overlook the fact that wars involve another horrendous crime, the crime of rape. This is a most grave offense against the dignity of women, who are not only violated in body but also in spirit, resulting in a trauma hard to erase and with effects on society as well. Sadly, even apart from situations of war, all too many women even today are victims of violence.

Every conflict and war is emblematic of the throwaway culture, since people’s lives are deliberately crushed by those in power. Yet that culture is also fuelled by more subtle and insidious forms of rejection. I think in the first place of the way the sick are treated; often they are cast aside and marginalized like the lepers in the Gospel. Among the lepers of our own day we can count the victims of the new and terrible outbreak of Ebola which, especially in Liberia, Sierra Leone and Guinea, has already taken over six thousand lives. Today I wish publicly to praise and thank those healthcare workers who, alongside men and women religious and volunteers, are caring in every way possible for the sick and their families, especially orphaned children. At the same time I renew my appeal to the entire international community to provide adequate humanitarian assistance to patients and to make concerted efforts to combat the disease.

Together with lives thrown away because of war and disease, there are those of numerous refugees and displaced persons. Once again, the reality can be appreciated by reflecting on the childhood of Jesus, which sheds light on another form of the throwaway culture which harms relationships and causes the breakdown of society. Indeed, because of Herod’s brutality, the Holy Family was forced to flee to Egypt, and was only able to return several years later (cf. Mt 2:13-15). One consequence of the situations of conflict just described is the flight of thousands of persons from their homeland. At times they leave not so much in search of a better future, but any future at all, since remaining at home can mean certain death. How many persons lose their lives during these cruel journeys, the victims of unscrupulous and greedy thugs? I raised this issue during my recent visit to the European Parliament, where I insisted that "we cannot allow the Mediterranean to become a vast cemetery" (Address to the European Parliament, Strasbourg, 25 November 2014). Then too there is the alarming fact that many immigrants, especially in the Americas, are unaccompanied children, all the more at risk and in need of greater care, attention and protection.

Often coming without documents to strange lands whose language they do not speak, migrants find it difficult to be accepted and to find work. In addition to the uncertainties of their flight, they have to face the drama of rejection. A change of attitude is needed on our part, moving from indifference and fear to genuine acceptance of others. This of course calls for "enacting adequate legislation to protect the rights of… citizens and to ensure the acceptance of immigrants" (ibid.). I thank all those who, even at the cost of their lives, are working to assist refugees and immigrants, and I urge states and international organizations to make every effort to resolve these grave humanitarian problems and to provide the immigrants’ countries of origin with forms of aid which can help promote their social and political development and settle their internal conflicts, which are the chief cause of this phenomenon. "We need to take action against the causes and not only the effects" (ibid.). This will also enable immigrants to return at some point to their own country and to contribute to its growth and development.

Together with immigrants, displaced people and refugees, there are many other "hidden exiles" (Angelus, 29 December 2013) living in our homes and in our families. I think especially of the elderly, the handicapped and young people. The elderly encounter rejection when they are considered a "burdensome presence" (ibid.), while the young are thrown away when they are denied concrete prospects of employment to build their future. Indeed, there is no poverty worse than that which takes away work and the dignity of work (cf. Address to Participants in the World Meeting of Popular Movements, 28 October 2014), or which turns work into a form of enslavement. This is what I sought to stress during my recent meeting with popular movements working to finding adequate solutions to some of today’s problems, including the scourge of rising unemployment among the young, illegal labour, and the dramatic situation of so many workers, especially children, who are exploited out of greed. All this is contrary to human dignity and the fruit of a mentality which is centred on money, benefits and economic profit, to the detriment of our fellow man.

Then too, the family itself is not infrequently considered disposable, thanks to the spread of an individualistic and self-centred culture which severs human bonds and leads to a dramatic fall in birth rates, as well as legislation which benefits various forms of cohabitation rather than adequately supporting the family for the welfare of society as a whole.

Among the causes of these realities is a model of globalization which levels out differences and even discards cultures, cutting them off from those factors which shape each people’s identity and constitute a legacy essential to their sound social development. In a drab, anonymous world, it is easy to understand the difficulties and the discouragement felt by many people who have literally lost the sense of being alive. This tragic situation is aggravated by the continuing economic crisis, which fosters pessimism and social conflict. I have been able to see its effects here in Rome, where I meet many people in trying situations, and in the various journeys I have made in Italy.

To the beloved Italian nation, then, I would like to express my hope that in the continuing climate of social, political and economic uncertainty the Italian people will not yield to apathy or dissension, but will rediscover those values of shared concern and solidarity which are at the basis of their culture and civic life, and are a reason for confidence both now and in the future, especially for the young.

Speaking of the young, I wish to mention my journey to Korea, where last August I met thousands of young people assembled for the Sixth Asian Youth Day. There I spoke of the need to treasure our young, "seeking to pass on the legacy of the past and to apply it to the challenges of the present" (Meeting with Authorities, 14 August 2014). This demands that we reflect on "how well we are transmitting our values to the next generation and on the kind of world and society we are preparing to hand on to them" (ibid.).

This evening I will have the joy of setting off once more for Asia, to visit Sri Lanka and the Philippines as a sign of my interest and pastoral concern for the people of that vast continent. To them and to their governments I wish to voice yet again the desire of the Holy See to offer its own contribution of service to the common good, to harmony and social concord. In particular, I express my hope for a resumption of dialogue between the two Koreas, sister countries which speak the same language.

Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,

At the beginning of a new year, though, we do not wish our outlook to be dominated by pessimism, or the defects and deficiencies of the present time. We also want to thank God for the gifts and blessings he has bestowed upon us, for the occasions of dialogue and encounter which he has granted us, and for the fruits of peace which he has enabled us to savour.

I experienced an eloquent sign that the culture of encounter is possible during my visit to Albania, a nation full of young people who represent hope for the future. Despite the painful events of its recent history, the country is marked by the "peaceful coexistence and collaboration that exists among followers of different religions" (Address to Authorities, Tirana, 21 September 2014), in an atmosphere of respect and mutual trust between Catholics, Orthodox and Muslims. This is an important sign that sincere faith in God makes one open to others, generates dialogue and works for the good, whereas violence is always the product of a falsification of religion, its use as a pretext for ideological schemes whose only goal is power over others. Similarly, in my recent journey to Turkey, a historic bridge between East and West, I was able to see the fruits of ecumenical and interreligious dialogue, as well as efforts made to assist refugees from other countries of the Middle East. I also encountered this spirit of openness in Jordan, which I visited at the beginning of my pilgrimage to the Holy Land, and in the testimonies which come from Lebanon, a country which I pray will overcome its current political problems.

One example close to my heart of how dialogue can build bridges comes from the recent decision of the United States of America and Cuba to end a lack of communication which has endured for more than half a century, and to inititate a rapprochement for the benefit of their respective citizens. Here I think too of the people of Burkina Faso, who are experiencing a period of significant political and institutional change, with the hope that a renewed spirit of cooperation will contribute to the growth of a more just and fraternal society. I also note with pleasure that last March an agreement was signed to end long years of tension in the Philippines. I wish to encourage the efforts made to ensure a stable peace in Colombia, as well as the initiatives taken to restore political and social harmony in Venezuela. At the same time, I express my hope that a definitive agreement may soon be reached between Iran and the 5+1 Group regarding the use of nuclear energy for peaceful purposes, and my appreciation of the efforts already made in this regard. I note with satisfaction the intention of the United States to close the Guantanamo detention facilities, while acknowledging the generous willingness of several countries to receive the detainees. I heartly thank those countries. Finally, I would like to express my appreciation and encouragement to those countries actively engaged in promoting human development, political stability and civil coexistence between their citizens.

Your Excellencies, Ladies and Gentlemen,

On 6 August 1945, humanity witnessed one of the most horrendous catastrophes in its history. For the first time, in a new and unprecedented way, the world experienced the full potential of man’s destructive power. From the ashes of that immense tragedy which was the Second World War, there arose among the nations a new will for dialogue and encounter which inspired the United Nations Organization, whose seventieth anniversary we will celebrate this year. In his visit to the UN headquarters fifty years ago, my predecessor, Pope Paul VI, noted that "the blood of millions, countless unheard-of sufferings, useless massacres and frightening ruins have sanctioned the agreement that unites you with an oath that ought to change the future of the world: never again war, never again war! It is peace, peace, that has to guide the destiny of the nations of all mankind" (Address to the United Nations, New York, 4 October 1965).

This is likewise my own hope-filled prayer for this new year, which, for that matter, will see the continuation of two significant processes: the drawing up of the Post-2015 Development Agenda, with the adoption of Sustainable Development Goals, and the drafting of a new Climate Change Agreement. The latter is urgently needed. The indispensable presupposition of all these is peace, which, even more than an end to all wars, is the fruit of heartfelt conversion.

With these sentiments, I once more offer to each of you, to your families and your peoples, my prayerful good wishes that this new year of 2015 will be one of hope and peace.

[00073-02.02] [Original text: Italian]

Testo in lingua tedesca

Exzellenzen, meine Damen und Herren,

ich danke Ihnen für Ihre Teilnahme an dieser traditionellen Begegnung, die es mir am Beginn eines jeden neuen Jahres erlaubt, Ihnen, Ihren Familien und den Völkern, die Sie vertreten, einen herzlichen Gruß und gute Wünsche zu übermitteln. Besonderen Dank möchte ich dem Doyen Exzellenz Jean-Claude Michel für seine freundlichen Worte, die er in Ihrer aller Namen an mich gerichtet hat, aussprechen. Ebenso gilt mein Dank jedem Einzelnen von Ihnen für Ihr beständiges Engagement, mit dem Sie Ihren Dienst versehen und um die Beziehungen zwischen Ihren Ländern oder den internationalen Organisationen, die Sie vertreten, und dem Heiligen Stuhl im Geist gegenseitiger Zusammenarbeit zu fördern und zu verbessern. Auch im Laufe des vergangenen Jahres konnten diese Beziehungen gefestigt werden, sowohl durch die Zunahme von Botschaftern, die in Rom residieren, als auch durch die Unterzeichnung neuer bilateraler Abkommen, seien es jene von allgemeinem Charakter wie das mit Kamerun im vergangenen Januar abgeschlossene, oder seien es spezifische Vereinbarungen wie die mit Malta und mit Serbien.

Heute möchte ich mit Nachdruck auf ein Wort zu sprechen kommen, das uns allen sehr teuer ist: Frieden! Er gelangt zu uns mittels der Stimme der Engelsscharen, die ihn in der Heiligen Nacht als kostbares Geschenk Gottes verkünden (vgl. Lk 2,14). Sie machen uns zugleich den Frieden als persönliche und soziale Verantwortung deutlich, die uns eifrig und tatkräftig finden soll. Neben dem Frieden verkündet die Krippe aber auch eine andere dramatische Wirklichkeit, nämlich die der Ablehnung. In einigen ikonographischen Darstellungen sowohl des Westens als auch des Ostens – ich denke zum Beispiel an die wunderbare Weihnachtsikone von Andrej Rubljow – sieht man das Jesuskind nicht in einer Krippe liegen, sondern in ein Grab gelegt. Das Bild, das die beiden christlichen Hauptfeste – Weihnachten und Ostern – verbinden will, zeigt, dass es neben der freudigen Aufnahme der neuen Geburt auch das ganze Drama in Bezug auf Jesus gibt, der verachtet und verstoßen wird bis zum Tod am Kreuz.

Dieselben Weihnachtserzählungen zeigen uns das verhärtete Herz der Menschheit, die sich schwer tut, das Kind aufzunehmen. Von Beginn an wird auch Er ausgeschlossen, draußen in der Kälte gelassen, gezwungen, in einem Stall geboren zu werden, da in der Herberge kein Platz war (vgl. Lk 2,7). Und wenn schon der Sohn Gottes so behandelt wurde, wie sehr erst viele unserer Brüder und Schwestern! Es gibt eine Art Ablehnung, die uns gemeinsam ist, die uns dazu leitet, auf den Nächsten nicht wie auf einen Bruder zu schauen, den man annimmt, sondern ihn außerhalb unseres persönlichen Lebenshorizonts zu lassen, aus ihm sogar einen Konkurrenten zu machen, einen zu beherrschenden Untertan. Es handelt sich um eine Mentalität, die jene Wegwerfkultur erzeugt, die nichts und niemanden verschont: von den Lebewesen zu den Menschen und sogar bis zu Gott selbst. Aus ihr geht eine verwundete Menschheit hervor, die ständig von Spannungen und Konflikten aller Art zerrissen wird.

Sinnbild dafür ist in den Kindheitserzählungen der Evangelien der König Herodes, der seine eigene Autorität vom Jesuskind bedroht fühlt und alle Kleinkinder in Bethlehem töten lässt. Man denkt sogleich an Pakistan, wo vor einem Monat hundert Kinder mit unerhörter Grausamkeit umgebracht wurden. Ihren Familien möchte ich erneut mein persönliches Beileid ausdrücken und ihnen mein Gebet versichern für die vielen Unschuldigen, die ihr Leben verloren haben.

So verbindet sich mit einer persönlichen Dimension der Ablehnung unausweichlich eine soziale Dimension, eine Kultur, die den anderen zurückweist, die engsten und echten Beziehungen abbricht und am Ende die ganze Gesellschaft auflöst und sie auseinander brechen lässt und Gewalt und Tod hervorbringt. Einen traurigen Widerhall davonhaben wir in den zahlreichen Ereignissen des Tagesgeschehens, nicht zuletzt das tragische Blutbad in Paris vor einigen Tagen. Die anderen werden »nicht mehr als Wesen gleicher Würde, als Brüder und Schwestern im Menschsein wahrgenommen, sondern als Objekte betrachtet« (Botschaft zum 48. Weltfriedenstag, 8. Dezember 2014, 4). Und der freie Mensch wird zum Sklaven – mal der Mode, mal der Macht, mal des Geldes, mitunter sogar von abwegigen Formen der Religion. Es sind die Gefahren, die ich in der den zahlreichen Arten moderner Sklaverei gewidmeten Botschaft zum letzten Weltfriedenstagin Erinnerung rufen wollte. Diese entspringen einem korrumpierten Herzen, das unfähig ist, das Gute zu sehen und zu tun und den Frieden zu verfolgen.

Voll Schmerz stellen wir die dramatischen Folgen dieser Mentalität der Ablehnung und der »Kultur der Verknechtung« (ebd., 2) in einer beständigen Ausbreitung der Konflikte fest. Wie ein richtiger Weltkrieg, der stückweise gekämpft wird, betreffen sie – wenn auch unter verschiedenen Formen und in unterschiedlicher Intensität – verschiedene Regionen des Planten, angefangen bei der nahen Ukraine, die zu einem dramatischen Schauplatz von Auseinandersetzungen geworden ist. Ich hoffe für die Ukraine, dass sich mittels des Dialogs die laufenden Bemühungen um eine Beendigung der Feindseligkeiten konsolidieren und die beteiligten Parteien so bald wie möglich in einem erneuerten Geist der Achtung des geltenden internationalen Rechts einen ehrlichen Weg gegenseitigen Vertrauens und brüderlicher Versöhnung einschlagen, der eine Überwindung der gegenwärtigen Krise erlaubt.

Vor allem denke ich an den Nahen Osten, angefangen beim ehrwürdigen Land Jesu. Ich hatte die Freude, es im vergangenen Mai besuchen zu können. Wir werden nie müde werden, um Frieden für dieses Land zu bitten. Dies haben wir außerordentlich eindringlich zusammen mit dem damaligen israelischen Präsidenten Shimon Peres und dem palästinensischen Präsidenten Mahmud Abbas getan. Dabei trug uns dievertrauensvolle Hoffnung, dass die Verhandlungen zwischen den beiden Parteien dahingehend wieder aufgenommen werden können, um die Gewalt zu beenden und zu einer Lösung zu gelangen, die es sowohl dem palästinensischem als auch dem israelischen Volk möglich macht, endlich in Frieden zu leben – innerhalb klar festgelegter und international anerkannter Grenzen, so dass eine „Zwei-Staaten-Lösung" tatsächlich Wirklichkeit wird.

Der Nahe Osten wird leider auch von anderen Konflikten heimgesucht, die sich schon zu lange Zeit hinziehen und deren Kehrseiten fürchterlich sind auch aufgrund des sich ausbreitenden Terrorismus fundamentalistischen Ursprungs in Syrien und im Irak. Dieses Phänomen ist die Folge der in Bezug auf Gott angewandten Wegwerfkultur. Denn noch bevor der religiöse Fundamentalismus die Menschen ausschließt und schreckliche Massaker verübt, lehnt er Gott selbst ab, indem er ihn zu einem bloßen ideologischen Vorwand macht. Angesichts solcher ungerechter Aggression, die auch die Christen und andere ethnische und religiöse Gruppen in der Region, wie z. B. die Jesiden, heimsucht, ist eine einhellige Antwort nötig. Diese muss im Rahmen des internationalen Rechts die Ausbreitung der Gewalt stoppen, die Einigkeit wiederherstellen und die tiefen Wunden heilen, welche die Aufeinanderfolge von Konflikten geschlagen hat. Hier an dieser Stelle richte ich daher einen Appell an die ganze internationale Gemeinschaft sowie an die einzelnen betroffenen Regierungen, dass sie konkrete Initiativen für den Frieden und in Verteidigung all derer ergreifen, die unter den Auswirkungen des Krieges und der Verfolgung leiden und gezwungen sind, ihre Häuser und ihre Heimat zu verlassen. Mit einem Brief kurz vor Weihnachten wollte ich persönlich allen christlichen Gemeinschaften im Nahen Osten meine Nähe zum Ausdruck bringen und ihnen mein Gebet versichern. Sie leisten ein wertvolles Zeugnis des Glaubens und des Mutes und spielen eine wesentliche Rolle als Stifter von Frieden und Versöhnung und als Mitgestalter der Entwicklung in den jeweiligen Zivilgesellschaften, denen sie angehören. Ein Naher Osten ohne Christen wäre ein entstellter und verstümmelter Naher Osten! Während ich die internationale Gemeinschaft aufrüttle, angesichts einer solchen Situation nicht gleichgültig zu sein, hoffe ich, dass die religiösen, politischen und geistigen Verantwortungsträger, insbesondere die muslimischen, jedwede fundamentalistische und extremistische Interpretation der Religion, die auf die Rechtfertigung derartiger Gewaltakte zielt, verdammen.

Auch in anderen Teilen der Welt fehlt es leider nicht an ähnlichen Arten von Brutalität, die oft Opfer unter den Geringsten und den Schutzlosen hinwegraffen. Ich denke vor allem an Nigeria, wo die Gewalt kein Ende nimmt, welche die Bevölkerung ohne Unterschied heimsucht, und wo das tragische Phänomen des Menschenraubs – häufig die Entführung von jungen Mädchen, um mit ihnen Schacher zu treiben – stetig zunimmt. Es ist ein verabscheuenswerter Handel, der nicht weitergehen darf! Eine Plage, die ausgemerzt werden muss, da sie uns alle trifft, von den einzelnen Familien bis zur ganzen Weltgemeinschaft (vgl. Ansprache an die neu akkreditierten Botschafter beim Heiligen Stuhl, 12. Dezember 2013).

Voller Sorge blicke ich auf die nicht wenigen inneren Konflikt, die andere Teile Afrikas betreffen, angefangen bei Libyen, das von einem langen internen Krieg zerrissen wird, der unsägliche Leiden für die Bevölkerung verursacht und ernste Auswirkungen auf das zerbrechliche Gleichgewicht in der Region hat. Ich denke an die dramatische Lage in der Zentralafrikanischen Republik. Es schmerzt, wenn man feststellt, wie dort der gute Wille, der die Anstrengungen derer beseelt, die eine Zukunft in Frieden, Sicherheit und Wohlstand aufbauen wollen, auf Formen des Widerstands und egoistischer Eigeninteressen stößt, welche die Erwartungen eines so sehr geprüften Volkes, das sich danach sehnt, die eigene Zukunft frei aufzubauen, zunichte zu machen droht. Besondere Besorgnis erregt auch die Lage in Südsudan und in einigen Regionen im Sudan, am Horn von Afrika und in der Demokratischen Republik Kongo, wo die Zahl der Opfer unter der Zivilbevölkerung nicht zu steigen aufhört und Tausende von Menschen, darunter viele Frauen und Kinder, gezwungen sind, zu fliehen und unter äußerst beschwerlichen Bedingungen zu leben. Ich hoffe daher auf einen gemeinsamen Einsatz der einzelnen Regierungen und der internationalen Gemeinschaft, damit jeder Art von Kampf, Hass und Gewalt ein Ende bereitet wird und Anstrengungen zugunsten der Versöhnung, des Friedens und der Verteidigung der transzendenten Würde des Menschen unternommen werden.

Man darf außerdem nicht vergessen, dass die Kriege ein anderes schreckliches Verbrechen mit sich bringen, nämlich die Vergewaltigung. Es handelt sich um eine sehr schwere Verletzung der Würde der Frau, die nicht nur in ihrer körperlichen Intimität geschändet wird, sondern auch in ihrer Seele – mit einem Trauma, das kaum ausgelöscht werden kann und dessen Auswirkungen auch sozialer Art sind. Leider kommt es vor, dass auch dort, wo kein Krieg herrscht, zu viele Frauen noch heute gegen sie gezielte Gewalt erleiden.

Alle kriegerischen Konflikte offenbaren das Gesicht der Wegwerfkultur in ihrer ganzen Tragweitedurch die Menschenleben, die von denen, welche die Macht besitzen, absichtlich mit Füßen getreten werden. Es gibt jedoch subtilere und heimtückischere Formen der Ablehnung, die diese Kultur gleichermaßen fördern. Ich denke vor allem an die Weise, in der häufig die Kranken behandelt werden, isoliert und ausgegrenzt wie die Aussätzigen, von denen das Evangelium spricht. Unter den Aussätzigen unserer Zeit sind die Opfer dieser neuen und schrecklichen Epidemie Ebola, die besonders in Liberia, Sierra Leone und Guinea bereits über sechstausend Opfer vernichtet hat. Ich möchte heute jenen Beschäftigen im Gesundheitsdienst öffentlich mein Lob und meinen Dank bekunden, die gemeinsam mit Ordensleuten und Freiwilligen den Kranken und ihren Angehörigen, besonders den verwaisten Kindern, jede mögliche Fürsorge zukommen lassen. Zugleich appelliere ich erneut an die ganze internationale Gemeinschaft, eine angemessene humanitäre Hilfe für die Patienten zu gewährleisten und in einem gemeinsamen Einsatz die Krankheit zu bekämpfen.

Neben den aufgrund der Kriege oder der Krankheiten vernichteten Menschenleben gibt es jene der zahlreichen Heimatvertriebenen und Flüchtlinge.Wieder versteht man die Hintergründe und Auswirkungen, wenn man auf die Kindheit Jesu zurückgreift: Sie bezeugt eine weitere Form der Wegwerfkultur, welche die Beziehungen schädigt und die Gesellschaft „auflöst". Angesichts der Brutalität des Herodes ist die Heilige Familie nämlich gezwungen, nach Ägypten zu fliehen, von wo aus sie erst nach einigen Jahren zurückkehren kann (vgl. Mt 2,13-15). Die Folge der eben beschriebenen Konfliktsituationen ist häufig die Flucht Tausender von Menschen aus ihrem Heimatland. Manchmal ist man weniger auf der Suche nach einer besseren Zukunft, als vielmehr auf der Suche nach einer Zukunft überhaupt, denn in der Heimat zu verbleiben kann den sicheren Tod bedeuten. Wie viele Menschen verlieren ihr Leben auf unmenschlichen Reisen, den Schikanen wirklicher Folterknechte ausgesetzt, die gierig sind nach Geld? Ich habe das während meines jüngsten Besuchs beim Europäischen Parlament angedeutet, als ich sagte: » Man kann nicht hinnehmen, dass das Mittelmeer zu einem großen Friedhof wird « (Ansprache an das Europäische Parlament, Straßburg, 25. November 2014). Und dann gibt es noch eine andere allarmierende Tatsache: Viele Migranten, vor in Nord- und Südamerika, sind einsame Kinder, die leichter den Gefahren zum Opfer fallen und mehr Fürsorge, Aufmerksamkeit und Schutz benötigen.

Da die Migranten oft ohne Dokumente in ihnen unbekannte Länder gelangen, deren Sprache sie nicht sprechen, ist es für sie schwierig, aufgenommen zu werden und Arbeit zu finden. Außer den Unsicherheiten der Flucht sind sie auch gezwungen, sich mit dem Drama der Zurückweisung auseinanderzusetzen. Es bedarf also einer Veränderung der Verhaltensweisen ihnen gegenüber, um vom Desinteresse und von der Angst zu einer aufrichtigen Annahme des anderen zu gelangen. Das erfordert natürlich, » geeignete Gesetze in die Tat umzusetzen, die fähig sind, die Rechte der … Bürger zu schützen und zugleich die Aufnahme der Migranten zu garantieren « (ebd.). Indem ich denen danke, die sich – auch um den Preis des eigenen Lebens – bemühen, den Flüchtlingen und Migranten Hilfe zu bringen, fordere ich die Staaten ebenso wie die internationalen Organisationen auf, engagiert zu handeln, um diese schweren humanitären Situationen zu lösen, und den Herkunftsländern der Migranten Hilfen zukommen zu lassen, um ihre sozio-politische Entwicklung wie auch die Überwindung der internen Konflikte zu fördern, die die Hauptursachen dieses Phänomens sind. » Es ist notwendig, auf die Ursachen einzuwirken und nicht nur auf die Folgen « (ebd.). Das wird im Übrigen den Migranten erlauben, eines Tages in ihre Heimat zurückzukehren und zu deren Wachstum und Entwicklung beizutragen.

Doch neben den Migranten, Heimatvertriebenen und Flüchtlingen gibt es noch viele andere » verborgene Exilanten « (Angelus, 29. Dezember 2013), die innerhalb unserer Häuser und unserer Familien leben. Ich denke vor allem an die Alten und an die Behinderten wie auch an die Jugendlichen. Erstere sind oft Gegenstand der Ablehnung, wenn sie als Last und als » störender Ballast « (ebd.) angesehen werden, während letztere ausgesondert werden, indem man ihnen konkrete Aussichten auf eine Arbeit verweigert, dank der sie sich ihre eigene Zukunft aufbauen können. Andererseits existiert keine schlimmere Armut als die, welche dem Menschen die Arbeit und die Würde der Arbeit nimmt (vgl. Ansprache an die Teilnehmer des internationalen Treffens der Volksbewegungen, 28. Oktober 2014), und die, welche die Arbeit zu einer Form von Sklaverei macht. Das ist es, worauf ich unlängst in einem Treffen mit den Volksbewegungen hingewiesen habe, die sich hingebungsvoll bemühen, geeignete Lösungen für einige Probleme unserer Zeit zu finden wie das immer weiter verbreitete Übel der Jugendarbeitslosigkeit und der Schwarzarbeit sowie die Tragödie vieler Arbeiter – besonders der Kinder –, die aus Habgier ausgebeutet werden. All das widerspricht der Menschenwürde und entspringt einer Mentalität, die Geld und wirtschaftliche Vorteile und Gewinne in den Mittelpunkt setzt,auf Kosten des Menschen selbst.

Außerdem wird nicht selten die Familie selbst zum Gegenstand der Aussonderung, und zwar aufgrund einer immer mehr verbreiteten individualistischen und egoistischen Kultur, welche die Bindungen auflöst und tendenziell dem dramatischen Phänomen des Geburtenrückgangs Vorschub leistet, sowie aufgrund von Gesetzen, die andere Formen des Zusammenlebens privilegieren, anstatt zum Wohl der ganzen Gesellschaft die Familie angemessen zu unterstützen.

Eine der Ursachen dieser Phänomene ist eine gleichmacherische Globalisierung, welche die Kulturen selbst aussondert, indem sie so die ureigenen Faktoren der Identität eines jeden Volkesamputiert. Diese sind aber das unverzichtbare Erbe, das die Grundlage einer gesunden gesellschaftlichen Entwicklung bildet. In einer uniformierten und identitätslosen Welt kann man leicht das Drama und die Mutlosigkeit vieler Menschen wahrnehmen, die buchstäblich den Sinn des Lebens verloren haben. Dieses Drama ist durch die anhaltende Wirtschaftskrise, die Misstrauen hervorbringt und Gesellschaftskonflikte schürt, noch verschärft. Die Auswirkungen davon habe ich auch hier in Rom feststellen können, als ich vielen Menschen begegnet bin, die in beschwerlichen Situationen leben, wie auch im Laufe der verschiedenen Reisen, die ich in Italien gemacht habe.

Gerade an die geschätzte italienische Nation möchte ich ein Wort voller Hoffnung richten, damit das italienische Volk in dem anhaltenden Klima sozialer, politischer und wirtschaftlicher Unsicherheit sich nicht dem Disengagement überlässt und der Versuchung zur Konfrontation weicht, sondern jene Werte der gegenseitigen Achtung und Solidarität wiederentdeckt, welche die Grundlage seiner Kultur und des zivilen Zusammenlebens darstellen und die – speziell für die Jugendlichen – Quellen des Vertrauens sowohl zum Nächsten als auch in die Zukunft sind.

Bei dem Gedanken an die Jugend möchte ich meine Reise nach Korea erwähnen, wo ich im vergangenen August Tausende von Jugendlichen treffen konnte, die sich zumSechsten Asiatischen Jugendtag versammelt hatten, und wo ich daran erinnert habe, dass man die Jugendlichen schätzen muss, indem man versucht, ihnen » das Erbe der Vergangenheit weiterzugeben und es auf die Herausforderungen der Gegenwart anzuwenden « (Begegnung mit den Vertretern des öffentlichen Lebens, Seoul, 14. August 2014.) Es ist daher notwendig, darüber nachzudenken, » wie gut wir der kommenden Generation unsere Werte vermitteln, und welche Art von Gesellschaft wir vorbereiten, um sie ihnen zu übergeben « (ebd.).

Gerade heute Abend werde ich die Freude haben, erneut nach Asien aufzubrechen, um Sri Lanka und die Philippinen zu besuchen und so die Aufmerksamkeit und die pastorale Sorge zu bezeugen, mit der ich die Geschicke der Völker jenes ausgedehnten Kontinentes verfolge. Ihnen und ihren Regierungenmöchte ich noch einmal den sehnlichen Wunsch des Heiligen Stuhls kundtun, durch seinen Beitrag dem Gemeinwohl, der Harmonie und der gesellschaftlichen Eintracht dienlich zu sein. Im Besonderen erhoffe ich mir eine Wiederaufnahme des Dialogs zwischen Nord- und Südkorea, die Bruderländer sind, welche die gleiche Sprache sprechen.

Exzellenzen, meine Damen und Herren,

zu Beginn eines neuen Jahres möchten wir jedoch nicht, dass unser Blick vom Pessimismus, von den Fehlern und den Mängeln dieser unserer Zeit beherrscht ist. Wir wollen Gott auch danken für das, was er uns geschenkt hat, für die Wohltaten, die er uns erwiesen hat, für die Gespräche und die Begegnungen, die er uns gewährt hat, und für einige Früchte des Friedens, die zu kosten er uns die Freude bereitet hat.

Ein vielsagendes Zeugnis dafür, dass die Kultur der Begegnung möglich ist, habe ich im Laufe meines Besuches in Albanien erfahren, einer Nation voller junger Menschen, die eine Hoffnung für die Zukunft sind. Trotz der in seiner jüngeren Geschichte erlittenen Verletzungen ist das Land durch das » friedliche Zusammenleben und die Zusammenarbeit von Angehörigen verschiedener Religionen « gekennzeichnet (Ansprache an die Vertreter des öffentlichen Lebens, Tirana, 21. September 2014), in einem Klima gegenseitigen Respekts und Vertrauens zwischen Katholiken, Orthodoxen und Muslimen. Es ist ein bedeutendes Zeichen dafür, dass ein aufrichtiger Glaube an Gott für den anderen öffnet, Dialog anregt und für das Gute wirkt, während die Gewalt immer aus einer Mystifizierung der Religion selbst hervorgeht, die als Vorwand für ideologische Pläne genommen wird, deren einziger Zweck die Herrschaft des Menschen über den Menschen ist. Ebenso habe ich bei der vor Kurzem gemachten Reise in die Türkei – die historische Brücke zwischen Ost und West – die Früchte des ökumenischen und interreligiösen Dialogs wie auch das Engagement für die Flüchtlinge aus den anderen Ländern des Nahen Ostensfeststellen können. Diesen Geist der Aufnahmebereitschaft habe ich auch in Jordanien gefunden, das ich zu Beginn meiner Pilgerreise ins Heilige Land besucht habe, ebenso wie in den Zeugnissen aus dem Libanon, dem ich wünsche, die derzeitigen politischen Schwierigkeiten zu überwinden.

Ein mir sehr wertvolles Beispiel dafür, dass der Dialog wirklich aufbauen und Brücken errichten kann, liegt in der jüngsten Entscheidung der Vereinigten Staaten von Amerika und Kuba, ein wechselseitiges Schweigen zu beenden, das über ein halbes Jahrhundert gedauert hat, und sich zum Wohl der jeweiligen Bürger wieder einander zu nähern. Aus dieser Perspektive richte ich auch ein Wort an das Volk von Burkina Faso, das sich in einer Zeit wichtiger politischer und institutioneller Umwandlungen befindet: Möge ein erneuerter Geist der Zusammenarbeit zur Entwicklung einer gerechteren und brüderlicheren Gesellschaft beitragen. Außerdem betone ich mit Genugtuung die im vergangenen März erfolgte Unterzeichnung des Abkommens, das langen Jahren der Spannungen auf den Philippinen ein Ende setzt. Ebenso unterstütze ich den Einsatz für einen stabilen Frieden in Kolumbien wie auch die Initiativen zur Wiederherstellung der Einigkeit im politischen und gesellschaftlichen Leben in Venezuela. Ich hoffe auch, dass bald ein endgültiges Einvernehmen zwischen dem Iran und der sogenannten Gruppe 5+1 über die friedliche Nutzung der Atomenergie erreicht werden kann, und würdige die bis jetzt vollbrachten Anstrengungen. Mit Befriedigung nehme ich den Willen der Vereinigten Staaten wahr, das Gefängnis von Guantánamo endgültig zu schließen, und hebe die großherzige Bereitschaft einiger Länder hervor, die Gefangenen aufzunehmen. Und diesen Ländern danke ich von Herzen. Schließlich möchte ich meine Würdigung und meine Ermutigung für die Länder zum Ausdruck bringen, die sich aktiv dafür einsetzen, die menschliche Entwicklung, die politische Stabilität und das zivile Zusammenleben unter ihren Bürgern zu fördern.

Exzellenzen, meine Damen und Herren,

am 6. August 1945 erlebte die Menschheit eine der schrecklichsten Katastrophen ihrer Geschichte. Zum ersten Mal und in einer neuen, beispiellosen Weise erfuhr die Welt, bis zu welchem Punkt die zerstörerische Kraft des Menschen gelangen kann. Aus der Asche dieser ungeheuren Tragödie, die der Zweite Weltkrieg darstellt, ist unter den Nationen ein neuer Wille zum Dialog und zur Begegnung erstanden, der die Organisation der Vereinten Nationen ins Leben gerufen hat, deren siebzigsten Jahrestag wir in diesem Jahr feiern. Bei seinem Besuch im Glaspalast vor fünfzig Jahren hat mein verehrter Vorgänger, Papst Paul VI.,in Erinnerung gerufen: » Das Blut von Millionen von Menschen sowie unzählige und beispiellose Leiden, nutzlose Massaker und gewaltige Ruinen skandieren den Pakt, der euch eint, mit einem Schwur, der die zukünftige Geschichte der Welt verändern muss: Niemals mehr Krieg, niemals mehr Krieg! Der Friede, der Friede muss die Geschicke der Völker und der gesamten Menschheit leiten « (Ansprache an die Vereinten Nationen, New York, 4. Oktober 1965).

Das ist auch meine zuversichtliche Bitte für dieses neue Jahr, das im Übrigen die Fortführung zweier wichtiger Prozesse sehen wird: die Redaktion der Post-2015-Entwicklungsagenda mit der Übernahme der globalen Nachhaltigkeitsziele und die Erarbeitung eines neuen Klimaabkommens. Das ist dringend. Ihre unabdingbare Voraussetzung ist der Friede, der zuallererst aus der Umkehr des Herzen entspringt – noch vor dem Ende aller Kriege.

In diesem Sinne wünsche ich noch einmal jedem von Ihnen, Ihren Familien und Ihren Völkern ein Jahr 2015 der Hoffnung und des Friedens.

[00073-05.01] [Originalsprache: Italienisch]

Testo in lingua spagnola

Excelencias, señoras y señores:

Les agradezco su presencia en este tradicional encuentro que, al comenzar el año, me da la oportunidad de dirigirles a ustedes, a sus familias y a los pueblos que representan un cordial saludo y los mejores deseos. Particularmente, agradezco al Decano, el Excelentísimo Sr. Jean Claude Michel, las amables palabras que me ha dirigido en nombre de todos, y a cada uno de ustedes el empeño constante y los esfuerzos por favorecer e incrementar, en espíritu de colaboración recíproca, las relaciones de los países y las organizaciones internacionales que representan con la Santa Sede. En este último año, se han seguido consolidando, ya sea mediante el aumento del número de Embajadores residentes en Roma, o mediante la firma de nuevos Acuerdos bilaterales de carácter general, como el rubricado en enero con Camerún, y de interés específico, como los firmados con Malta y Serbia.

Me gustaría hacer resonar hoy con fuerza una palabra que a nosotros nos gusta mucho: paz. La anuncian los ángeles en la noche de la Navidad (cf. Lc 2,14) como don precioso de Dios y, al mismo tiempo, como responsabilidad personal y social que reclama nuestra solicitud y diligencia. Pero, junto a la paz, la Navidad nos habla también de otra dramática realidad: el rechazo. En algunas representaciones iconográficas, tanto de Occidente como de Oriente –pienso, por ejemplo, en el espléndido icono de la Natividad de Andréi Rubliov–, el Niño Jesús no aparece recostado en una cuna sino en un sepulcro. Esta imagen, que pretende unir las dos fiestas cristianas principales –la Navidad y la Pascua–, indica que, junto a la acogida gozosa del recién nacido, está también todo el drama que sufre Jesús, despreciado y rechazado hasta la muerte en Cruz.

Los mismos relatos de Navidad nos permiten ver el corazón endurecido de la humanidad, a la que le cuesta acoger al Niño. Desde el primer momento es rechazado, dejado fuera, al frío, obligado a nacer en un establo porque no había sitio en la posada (cf. Lc 2,7). Y, si así ha sido tratado el Hijo de Dios, ¡cuánto más lo son tantos hermanos y hermanas nuestros! Hay un tipo de rechazo que nos afecta a todos, que nos lleva a no ver al prójimo como a un hermano al que acoger, sino a dejarlo fuera de nuestro horizonte personal de vida, a transformarlo más bien en un adversario, en un súbdito al que dominar. Esa es la mentalidad que genera la cultura del descarte que no respeta nada ni a nadie: desde los animales a los seres humanos, e incluso al mismo Dios. De ahí nace la humanidad herida y continuamente dividida por tensiones y conflictos de todo tipo.

En los relatos evangélicos de la infancia, es emblemático en este sentido el rey Herodes, que viendo amenazada su autoridad por el Niño Jesús, hizo matar a todos los niños de Belén. La mente vuela enseguida a Paquistán, donde hace un mes fueron asesinados cien niños con una crueldad inaudita. Deseo expresar de nuevo mi pésame a sus familias y asegurarles mi oración por los muchos inocentes que han perdido la vida.

Así pues, a la dimensión personal del rechazo, se une inevitablemente la dimensión social: una cultura que rechaza al otro, que destruye los vínculos más íntimos y auténticos, acaba por deshacer y disgregar toda la sociedad y generar violencia y muerte. Lo podemos comprobar lamentablemente en numerosos acontecimientos diarios, entre los cuales la trágica masacre que ha tenido lugar en París estos últimos días. Los otros «ya no se ven como seres de la misma dignidad, como hermanos y hermanas en la humanidad, sino como objetos» (Mensaje para la XLVIII Jornada Mundial de la Paz, 8 diciembre 2014, 4). Y el ser humano libre se convierte en esclavo, ya sea de las modas, del poder, del dinero, incluso a veces de formas tergiversadas de religión. Sobre estos peligros, he pretendido alertar en el Mensaje de la pasada Jornada Mundial de la Paz, dedicado al problema de las numerosas esclavitudes modernas. Todas ellas nacen de un corazón corrompido, incapaz de ver y de hacer el bien, de procurar la paz.

Constatamos con dolor las dramáticas consecuencias de esta mentalidad de rechazo y de la «cultura de la esclavitud» (ibid., 2) en la constante proliferación de conflictos. Como una auténtica guerra mundial combatida por partes, se extienden, con modalidades e intensidad diversas, a diferentes zonas del planeta, como en la vecina Ucrania, convertida en un dramático escenario de confrontación y para la que deseo que, mediante el diálogo, se consoliden los esfuerzos que se están realizando para que cese la hostilidad, y las partes implicadas emprendan cuanto antes, con un renovado espíritu de respeto a la legalidad internacional, un sincero camino de confianza mutua y de reconciliación fraterna que permita superar la crisis actual.

Mi pensamiento se dirige, sobre todo, a Oriente Medio, comenzando por la amada tierra de Jesús, que he tenido la alegría de visitar el pasado mes de mayo y a la que no nos cansaremos nunca de desear la paz. Así lo hicimos, con extraordinaria intensidad, junto al entonces Presidente israelí, Shimon Peres, y al Presidente palestino, Mahmud Abbas, con la esperanza firme de que se puedan retomar las negociaciones entre las dos partes, para que cese la violencia y se alcance una solución que permita, tanto al pueblo palestino como al israelí, vivir finalmente en paz, dentro de unas fronteras claramente establecidas y reconocidas internacionalmente, de modo que "la solución de dos Estados" se haga efectiva.

Desgraciadamente, Oriente Medio sufre otros conflictos, que se arrastran ya durante demasiado tiempo y cuyas manifestaciones son escalofriantes también a causa de la propagación del terrorismo de carácter fundamentalista en Siria e Iraq. Este fenómeno es consecuencia de la cultura del descarte aplicada a Dios. De hecho, el fundamentalismo religioso, antes incluso de descartar a seres humanos perpetrando horrendas masacres, rechaza a Dios, relegándolo a mero pretexto ideológico. Ante esta injusta agresión, que afecta también a los cristianos y a otros grupos étnicos de la Región - los yazidíes, por ejemplo - , es necesaria una respuesta unánime que, en el marco del derecho internacional, impida que se propague la violencia, reestablezca la concordia y sane las profundas heridas que han provocado los incesantes conflictos. Aprovecho esta oportunidad para hacer un llamamiento a toda la comunidad internacional, así como a cada uno de los gobiernos implicados, para que adopten medidas concretas en favor de la paz y la defensa de cuantos sufren las consecuencias de la guerra y de la persecución y se ven obligados a abandonar sus casas y su patria. Con una carta enviada poco antes de la Navidad, he querido manifestar personalmente mi cercanía y asegurar mi oración a todas las comunidades cristianas de Oriente Medio, que dan un testimonio valioso de fe y coraje, y tienen un papel fundamental como artífices de paz, de reconciliación y de desarrollo en las sociedades civiles de las que forman parte. Un Oriente Medio sin cristianos sería un Oriente Medio desfigurado y mutilado. A la vez que pido a la comunidad internacional que no sea indiferente ante esta situación, espero que los dirigentes religiosos, políticos e intelectuales, especialmente musulmanes, condenen cualquier interpretación fundamentalista y extremista de la religión, que pretenda justificar tales actos de violencia.

En otras partes del mundo, tampoco faltan parecidas formas de crueldad, que con frecuencia generan víctimas entre los más pequeños e indefensos. Pienso especialmente en Nigeria, donde no cesa la violencia que sufre indiscriminadamente la población, y crece cada vez más el trágico fenómeno de los secuestros de personas, a menudo jóvenes raptadas para ser objeto de trata. ¡Es un tráfico execrable que no puede continuar! Una plaga que hay que arrancar y que afecta a todos, desde las familias a la comunidad mundial (cf. Discurso a los nuevos Embajadores acreditados ante la Santa Sede, 12 diciembre 2013).

Sigo también con preocupación los no pocos conflictos de carácter civil que afectan a otras partes de África, como Libia, devastada por una larga guerra intestina que causa incontables sufrimientos entre la población y tiene graves repercusiones en el delicado equilibrio de la Región. Pienso en la dramática situación de la República Centroafricana, en la que constatamos con dolor cómo la buena voluntad que ha animado los trabajos de quienes quieren construir un futuro de paz, seguridad y prosperidad, encuentra resistencias e intereses egoístas de parte que ponen en peligro las expectativas de un pueblo que ha sufrido tanto y desea construir libremente su futuro. Particularmente preocupante es también la situación de Sudán del Sur y algunas regiones de Sudán, del Cuerno de África y de la República Democrática del Congo, donde no deja de aumentar el número de víctimas entre la población civil, y miles de personas, muchas de ellas mujeres y niños, se ven obligadas a huir y a vivir en condiciones de extrema necesidad. A este respecto, espero que los gobiernos y la comunidad internacional lleguen a un compromiso común para que se ponga fin a todo tipo de lucha, de odio y de violencia y se apueste por la reconciliación, la paz y la defensa de la dignidad transcendente de la persona.

No podemos olvidar que las guerras llevan consigo otro horrible crimen: la violación. Se trata de una ofensa gravísima a la dignidad de la mujer, que no sólo es deshonrada en la intimidad de su cuerpo, sino también en su alma, con un trauma que difícilmente desaparecerá y cuyas consecuencias son también de carácter social. Lamentablemente, se constata que también allí donde no hay guerras, muchas mujeres sufren violencia hoy.

Todos los conflictos bélicos son la manifestación más clara de la cultura del descarte, pues, en ellos, las vidas son deliberadamente pisoteadas por quien ostenta la fuerza. Existen, sin embargo, formas más sutiles y veladas de rechazo, que alimentan también esa cultura. Pienso sobre todo en los enfermos, aislados y marginados, como los leprosos de los que habla el Evangelio. Entre los leprosos de nuestro tiempo están también los afectados por esta nueva y tremenda epidemia del Ébola, que, especialmente en Liberia, Sierra Leona y Guinea, ha acabado con más de seis mil vidas. Quiero reconocer y agradecer hoy públicamente el trabajo de los agentes sanitarios que, junto a religiosos y voluntarios, prestan todos los cuidados posibles a los enfermos y a sus familiares, sobre todo a los niños que se han quedado huérfanos. Al mismo tiempo, hago de nuevo un llamamiento a la comunidad internacional para que se asegure una adecuada asistencia humanitaria a los pacientes y hagan un esfuerzo común por erradicar el virus.

A la lista de las vidas descartadas a causa de las guerras y de las enfermedades, hay que añadir las de los numerosos desplazados y refugiados. También en este caso podemos sacar luz de la infancia de Jesús, que es testigo de otra forma de cultura del descarte que rompe las relaciones y "deshace" la sociedad. Efectivamente, ante la crueldad de Herodes, la Sagrada Familia se ve obligada a huir a Egipto, de donde regresará unos años más tarde (cf. Mt 2,13-15). Las situaciones de conflicto que acabamos de describir provocan con frecuencia la huida de miles de personas de su lugar de origen. A veces ni siquiera en busca de un futuro mejor, sino simplemente de un futuro, porque permanecer en su patria puede significar una muerte segura. ¿Cuántas personas pierden la vida en viajes inhumanos, sometidas a vejaciones por parte de auténticos verdugos, ávidos de dinero? Ya me referí a esto en mi reciente visita al Parlamento Europeo, indicando que «no se puede tolerar que el mar Mediterráneo se convierta en un gran cementerio» (Discurso al Parlamento Europeo, Estrasburgo, 25 noviembre 2014). Hay también otro dato alarmante: muchos emigrantes, sobre todo en América, son niños solos, más expuestos a los peligros y necesitados de mayor atención, cuidados y protección.

Cuando llegan sin documentos a lugares desconocidos, cuya lengua no hablan, es difícil para los inmigrantes situarse y encontrar trabajo. Además de los peligros de la huida, tienen que afrontar también el drama del rechazo. Es necesario un cambio de actitud: pasar de la indiferencia y del miedo a una sincera aceptación del otro. Esto requiere naturalmente «poner en práctica legislaciones adecuadas que sean capaces de tutelar los derechos de los ciudadanos y de garantizar al mismo tiempo la acogida a los inmigrantes» (ibid.). A la vez que expreso mi agradecimiento a cuantos, incluso a costa de su propia vida, se dedican a prestar asistencia a los refugiados y a los inmigrantes, exhorto tanto a los Estados como a las Organizaciones internacionales a actuar decididamente para resolver estas graves situaciones humanitarias y prestar la ayuda necesaria a los países de origen de los inmigrantes para favorecer su desarrollo socio-político y la superación de los conflictos internos, que son la causa principal de este fenómeno. «Es necesario actuar sobre las causas y no solamente sobre los efectos» (ibid.). Además, esto consentirá a los inmigrantes volver un día a su patria y contribuir a su crecimiento y desarrollo.

Junto a los inmigrantes, a los desplazados y a los refugiados, hay también tantos «exiliados ocultos» (Angelus, 29 diciembre 2013), que viven en el seno de nuestras casas y en nuestras mismas familias. Me refiero a los ancianos y a los discapacitados, y también a los jóvenes. Los primeros son rechazados cuando se convierten en un peso y en «presencias que estorban» (ibid.), mientras que los últimos son descartados porque se les niega la posibilidad de trabajar para forjarse su propio futuro. No existe peor pobreza que aquella que priva del trabajo y de la dignidad del trabajo (cf. Discurso a los participantes en el Encuentro mundial de Movimientos Populares, 28 octubre 2014), y que convierte el trabajo en una forma de esclavitud. Ya me referí a esto en un reciente encuentro con los Movimientos populares, que están fuertemente comprometidos en la búsqueda de soluciones adecuadas a algunos problemas de nuestro tiempo, como la plaga cada vez más extendida del desempleo juvenil y del trabajo negro, y el drama de tantos trabajadores, especialmente niños, explotados por codicia. Todo esto es contrario a la dignidad humana y es fruto de una mentalidad que pone en el centro el dinero, los beneficios y los intereses económicos en detrimento del hombre.

No pocas veces, la misma familia es objeto de descarte, a causa de una cada vez más extendida cultura individualista y egoísta que anula los vínculos y tiende a favorecer el dramático fenómeno de la disminución de la natalidad, así como de leyes que privilegian diversas formas de convivencia en lugar de sostener adecuadamente a la familia por el bien de toda la sociedad.

Una de las causas de estos fenómenos es esa globalización uniformante que descarta incluso a las culturas, acabando así con los factores propios de la identidad de cada pueblo que constituyen la herencia imprescindible para un sano desarrollo social. En un mundo uniformado y carente de identidad, es fácil percibir el drama y la frustración de tantas personas, que han perdido literalmente el sentido de la vida. Este drama se ve agravado por la persistente crisis económica, que provoca desconfianza y favorece la conflictividad social. He podido notar sus consecuencias incluso aquí en Roma, donde me he encontrado con muchas personas que viven situaciones difíciles, y en los diversos viajes realizados en Italia.

Precisamente a la querida nación italiana quiero dedicarle unas palabras llenas de esperanza para que, en el continuo clima de incertidumbre social, política y económica, el pueblo italiano no ceda al desaliento y a la tentación del enfrentamiento, sino que redescubra los valores de la atención recíproca y la solidaridad sobre los que se funda su cultura y su convivencia ciudadana, y que son fuente de confianza tanto en el prójimo como en el futuro, sobre todo para los jóvenes.

Pensando en la juventud, deseo mencionar mi viaje a Corea, donde, el pasado mes de agosto, me encontré con miles de jóvenes en la VI Jornada de la Juventud Asiática y donde recordé que es necesario valorar a los jóvenes, «intentando transmitirles el legado del pasado aplicándolo a los retos del presente» (Discurso a las Autoridades, Seúl, 14 agosto 2014). Para eso, es necesario reflexionar «sobre el modo adecuado de transmitir nuestros valores a la siguiente generación y sobre el tipo de mundo y sociedad que estamos construyendo para ellos» (ibid.).

Esta tarde tendré la alegría de volver a Asia, para visitar Sri Lanka y Filipinas, y mostrar así el interés y la solicitud pastoral con que sigo los acontecimientos de los pueblos de ese vasto continente. A ellos y a sus gobiernos, deseo manifestarles una vez más el deseo de la Santa Sede de contribuir al bien común, a la armonía y a la concordia social. Especialmente, espero que se retome el diálogo entre las dos Coreas, países hermanos, que hablan la misma lengua.

Excelencias, señoras y señores:

Al inicio del nuevo año, no queremos, sin embargo, que nuestra mirada quede dominada por el pesimismo, los defectos y las deficiencias de nuestro tiempo. Queremos también dar las gracias a Dios por lo que nos ha dado, por los beneficios que nos ha dispensado, por los diálogos y los encuentros que nos ha concedido y por algunos frutos de paz que nos ha dado la alegría de saborear.

Una clara demostración de que la cultura del encuentro es posible, la he experimentado durante mi visita a Albania, una nación llena de jóvenes, que son esperanza de futuro. A pesar de las heridas de su historia reciente, el país se caracteriza por «la convivencia pacífica y la colaboración entre los que pertenecen a diversas religiones» (Discurso a las Autoridades, Tirana, 21 septiembre 2014), en un clima de respeto y confianza recíproca entre católicos, ortodoxos y musulmanes. Es un signo importante de que la fe sincera en Dios abre al otro, genera diálogo y contribuye al bien, mientras que la violencia nace siempre de una mistificación de la religión, tomada como pretexto para proyectos ideológicos que tienen como único objetivo el dominio del hombre sobre el hombre. Asimismo, en el reciente viaje a Turquía, puente histórico entre Oriente y Occidente, he podido constatar los frutos del diálogo ecuménico e interreligioso, además del compromiso a favor de los refugiados provenientes de otros países de Oriente Medio. He encontrado este mismo espíritu de acogida en Jordania, país que visité al inicio de mi peregrinación a Tierra Santa, así como en los testimonios que me llegan del Líbano, al que deseo que pueda superar las dificultades políticas actuales.

Un ejemplo que aprecio particularmente de cómo el diálogo puede verdaderamente edificar y construir puentes es la reciente decisión de los Estados Unidos de América y Cuba de poner fin a un silencio recíproco que ha durado medio siglo y de acercarse por el bien de sus ciudadanos. En este mismo sentido, dirijo un pensamiento al pueblo de Burkina Faso, que está pasando por un período de importantes transformaciones políticas e institucionales, para que un renovado espíritu de colaboración pueda contribuir al desarrollo de una sociedad más justa y fraterna. Quiero destacar también con satisfacción la firma, el paso mes de mayo, del Acuerdo que pone fin a largos años de tensión en Filipinas. Igualmente, animo los esfuerzos realizados para lograr una paz estable en Colombia, así como las iniciativas encaminadas a restablecer la concordia en la vida política y social de Venezuela. Sin olvidar los esfuerzos realizados hasta el momento, espero que se pueda llegar cuanto antes a un entendimiento definitivo entre Irán y el así llamado Grupo 5+1, sobre el uso de la energía nuclear para fines pacíficos. Me llena de satisfacción también la decisión de los Estados Unidos de cerrar la cárcel de Guantánamo, para lo cual algunos países han manifestado generosamente su disponibilidad para acoger a los presos, lo cual les agradezco de corazón. Finalmente, deseo expresar mi reconocimiento y animar a todos aquellos países que están comprometidos activamente en la consecución del desarrollo humano, la estabilidad política y la convivencia civil entre sus ciudadanos.

Excelencias, señoras y señores:

El 6 de agosto de 1945, la humanidad asistía a una de las catástrofes más tremendas de su historia. De un modo nuevo y sin precedentes, el mundo experimentaba hasta qué punto podía llegar el poder destructivo del hombre. De las cenizas de aquella terrible tragedia que ha sido la segunda Guerra mundial surgió una voluntad nueva de diálogo y de encuentro entre las naciones que dio vida a la Organización de las Naciones Unidas, cuyo 70º Aniversario celebraremos este año. En la visita que realizó al Palacio de Cristal mi predecesor, el Beato Pablo VI, hace ya cincuenta años, recordaba que «la sangre de millones de hombres, que sufrimientos inauditos e innumerables, que masacres inútiles y ruinas espantosas sancionan el pacto que les une en un juramento que debe cambiar la historia futura del mundo. ¡Nunca jamás guerra! ¡Nunca jamás guerra! Es la paz, la paz, la que debe guiar el destino de los pueblos y de toda la humanidad» (Pablo VI, Discurso a las Naciones Unidas, Nueva York, 4 octubre 1965).

También yo pido lo mismo para el nuevo año, en el que además culminarán dos importantes procesos: la redacción de la Agencia del Desarrollo post-2015, con la adopción de los Objetivos del desarrollo sostenible, y la elaboración de un nuevo Acuerdo sobre el clima, que es algo urgente. Su condición indispensable es la paz, que proviene de la conversión del corazón, antes incluso que del final de las guerras.

Con estos sentimientos, les deseo de nuevo a cada uno de ustedes, a sus familias y a sus conciudadanos, un año 2015 de esperanza y de paz.

[00073-04.02] [Texto original: Italiano]

Testo in lingua portoghese

Excelências, Senhoras e Senhores!

Obrigado pela vossa presença neste habitual encontro que me permite, no início de cada novo ano, dirigir a vós, às vossas famílias e aos povos que representais uma cordial saudação com votos de todo o bem. Um sentimento de particular gratidão desejo manifestar ao Decano, senhor Jean-Claude Michel, pelas amáveis palavras que me dirigiu em nome de todos, bem como a cada um de vós pelo empenho constante que pondes no trabalho e em favorecer e incrementar, com espírito de mútua colaboração, as relações entre os vossos países e as organizações internacionais por vós representados e a Santa Sé. No decurso do último ano, tais relações puderam consolidar-se quer pelo aumento da presença de Embaixadores residentes em Roma, quer através da assinatura de novos Acordos bilaterais de carácter geral, como o acordo assinado em Janeiro passado com os Camarões, e de Convenções específicas, como as subscritas com Malta e a Sérvia.

Hoje, desejo fazer ressoar fortemente uma palavra que nos é muito cara: paz! Esta chega até nós pela voz da multidão angélica, que a anuncia na noite de Natal (cf. Lc 2, 14) como dom precioso de Deus e, ao mesmo tempo, no-la indica como responsabilidade pessoal e social que nos deve encontrar solícitos e operosos. Mas, ao lado da paz, o presépio fala-nos doutra realidade dramática: a rejeição. Nalgumas representações iconográficas tanto do Ocidente como do Oriente – penso, por exemplo, no esplêndido ícone da Natividade de Andrej Rublëv –, o Menino Jesus não aparece reclinado num berço, mas deposto num sepulcro. A imagem, que pretende associar as duas festas cristãs principais – o Natal e a Páscoa –, mostra que, a par da jubilosa recepção motivada pelo novo nascimento, existe todo o drama do desprezo e rejeição até à morte na cruz de que foi objecto Jesus.

Os próprios relatos do Natal mostram-nos o coração duro da humanidade, que sente dificuldade em receber o Menino. Logo desde o princípio, também Ele é descartado, deixado fora ao frio, forçado a nascer num estábulo, porque não havia lugar na hospedaria (cf. Lc 2, 7). E, se assim foi tratado o Filho de Deus, ainda pior o são muitos dos nossos irmãos e irmãs. Há uma índole da rejeição que nos assemelha e que induz a olhar o próximo, não como um irmão a acolher, mas como alguém deixado fora do nosso horizonte de vida pessoal, transformando-o antes num concorrente, num súbdito a dominar. Trata-se duma mentalidade geradora daquela cultura do descarte que não poupa nada e ninguém, desde as criaturas irracionais aos seres humanos e até ao próprio Deus. De tal cultura nasce uma humanidade ferida, continuamente dilacerada por tensões e conflitos de toda a espécie.

Exemplo disso mesmo, nos relatos evangélicos da infância, é o rei Herodes, que, sentindo a sua autoridade ameaçada pelo Menino Jesus, manda matar todos os meninos de Belém. Isto faz imediatamente acudir ao pensamento o Paquistão, onde há um mês foram trucidadas, com ferocidade inaudita, mais de cem crianças. Às suas famílias, desejo renovar as minhas condolências pessoais e a certeza da minha oração por tantos inocentes que perderam a vida.

Assim, à dimensão pessoal da rejeição, vem associar-se inevitavelmente uma dimensão social, uma cultura que rejeita o outro, rompe os vínculos mais íntimos e verdadeiros, acabando por dissolver e desagregar toda a sociedade, gerando violência e morte. Um triste eco disso mesmo, encontramo-lo em numerosos factos referidos nas notícias quotidianas, como o trágico massacre que há dias sucedeu em Paris. Os outros «deixam de ser sentidos como seres de igual dignidade, como irmãos e irmãs em humanidade, passando a ser vistos como objectos» (Mensagem para o XLVIII Dia Mundial da Paz, 8 de Dezembro de 2014, 4). E o ser humano, de livre que era, torna-se escravo das modas, do poder, do dinheiro e por vezes até mesmo de formas equivocadas de religião. São perigos que quis salientar na Mensagem para o recente Dia Mundial da Paz, dedicada à problemática das múltiplas escravidões modernas. Estas nascem dum coração corrupto, incapaz de ver e fazer o bem, de buscar a paz.

Com amargura, constatamos as consequências dramáticas desta mentalidade da rejeição e da «cultura da servidão» (Ibid., 2) no contínuo alastrar dos conflitos. Como uma verdadeira e própria guerra mundial combatida por pedaços, tais conflitos tocam, embora sob diferentes formas e intensidade, várias áreas do planeta, a começar pela vizinha Ucrânia, tornada dramático teatro de confronto e para a qual almejo que, através do diálogo, se consolidem os esforços em acto para fazer cessar as hostilidades e que as partes envolvidas empreendam o mais rapidamente possível, num renovado espírito de respeito pela legalidade internacional, um sincero caminho feito de confiança mútua e reconciliação fraterna que permita superar a presente crise.

E o pensamento corre sobretudo ao Médio Oriente, a começar pela amada Terra de Jesus, que tive a alegria de visitar no passado mês de Maio e para a qual não nos cansaremos jamais de invocar a paz. Fizemo-lo com extraordinária intensidade, juntamente com o então Presidente israelita Shimon Peres e o Presidente palestiniano Mahmoud Abbas, animados pela esperança e confiança de que se possam retomar as negociações entre as duas Partes, visando acabar com as violências e chegar a uma solução que permita tanto ao povo palestiniano como ao povo israelita viver finalmente em paz, dentro de fronteiras claramente estabelecidas e reconhecidas internacionalmente, tornando-se real a «solução de dois Estados».

Mas o Médio Oriente, infelizmente, é atormentado por outros conflitos que se prolongam já por muito tempo e cujas implicações são espaventosas, nomeadamente pelo alastramento do terrorismo de matriz fundamentalista na Síria e no Iraque. Este fenómeno é consequência da cultura do descarte aplicada a Deus. Na verdade, o fundamentalismo religioso, ainda antes de descartar os seres humanos perpetrando horrendos massacres, rejeita o próprio Deus, relegando-O a mero pretexto ideológico. Perante esta injusta agressão, que atinge os próprios cristãos e outros grupos étnicos e religiosos da Região - como, por exemplo, os yazidis -, requer-se uma resposta unânime que, no quadro do direito internacional, detenha o alastrar das violências, restabeleça a concórdia e cure as feridas profundas provocadas pelos sucessivos conflitos. Por isso, daqui faço apelo à comunidade internacional inteira, bem como aos vários governos interessados para que assumam iniciativas concretas em prol da paz e em defesa de quantos sofrem as consequências da guerra e da perseguição, sendo forçados a deixar as suas casas e a própria pátria. Através duma carta enviada pouco antes do Natal, quis pessoalmente manifestar a minha solidariedade e assegurar a minha oração a todas as comunidades cristãs do Médio Oriente, que prestam um rico testemunho de fé e coragem, desempenhando um papel fundamental como artífices de paz, reconciliação e desenvolvimento nas respectivas sociedades civis a que pertencem. Um Médio Oriente sem cristãos seria um Médio Oriente desfigurado e mutilado! Ao instar a comunidade internacional para que não fique indiferente a esta situação, espero que os líderes religiosos, políticos e intelectuais, especialmente muçulmanos, condenem qualquer interpretação fundamentalista e extremista da religião que tenda a justificar tais actos de violência.

Infelizmente semelhantes formas de brutalidade, que tantas vezes ceifam vítimas entre os menores e os indefesos, não faltam também noutras partes do mundo. Penso de modo particular na Nigéria, onde não cessam as violências que atingem indiscriminadamente a população, verificando-se um crescimento contínuo do trágico fenómeno do sequestro de pessoas, muitas delas jovens raptadas para serem objecto de comercialização. É um comércio execrável, que não pode continuar. Um flagelo que é preciso erradicar, pois nos atinge a todos nós, desde as famílias envolvidas até à comunidade mundial inteira (cf. Discurso aos novos Embaixadores acreditados junto da Santa Sé, 12 de Dezembro de 2013).

Depois vejo, com apreensão, os numerosos conflitos de carácter civil que afectam outras partes da África, a começar pela Líbia, dilacerada por uma longa guerra interna que causa sofrimentos indescritíveis entre a população e tem graves repercussões sobre os delicados equilíbrios da Região. Penso na situação dramática da República Centro-Africana, onde tristemente se constata como a boa vontade que anima os esforços de quantos querem construir um futuro de paz, segurança e prosperidade, embate em formas de resistência e interesses egoístas partidários que ameaçam frustrar as expectativas dum povo tão provado que anseia construir livremente o seu futuro. Suscita particular preocupação também a situação no Sudão do Sul e nalgumas regiões do Sudão, do Corno de África e da República Democrática do Congo, onde não cessa de crescer o número de vítimas entre a população civil, com milhares de pessoas, incluindo inúmeras mulheres e crianças, que são obrigadas a fugir e viver em condições de desconforto extremo. Por isso, almejo um compromisso conjunto dos vários governos e da comunidade internacional, para que se ponha fim a toda espécie de luta, ódio e violência e se comprometa a favor da reconciliação, da paz e da defesa da dignidade transcendente da pessoa.

Além disso, é preciso não esquecer que as guerras trazem consigo outro crime horrendo que é o estupro. É uma ofensa gravíssima à dignidade da mulher, que é violada não só na intimidade do seu corpo mas também na sua alma, com um trauma que dificilmente poderá ser cancelado e cujas consequências são também de carácter social. Mas, mesmo onde não há guerra, verifica-se infelizmente que muitas mulheres são ainda hoje vítimas de violência.

Em todos os conflitos bélicos, por causa das vidas que são deliberadamente espezinhadas por aqueles que detêm a força, se revela o rosto mais emblemático da cultura do descarte. Mas existem formas mais subtis e astutas de rejeição, que alimentam de igual modo a referida cultura. Penso, antes de mais nada, na forma como são frequentemente tratados os doentes: isolados e marginalizados, como os leprosos de que fala o Evangelho. Entre os leprosos do nosso tempo, temos as vítimas desta nova e terrível epidemia de Ébola, que já dizimou mais de seis mil vidas, especialmente na Libéria, Serra Leoa e Guiné. Desejo hoje publicamente elogiar e agradecer aos profissionais de saúde que, juntamente com religiosos e voluntários, prestam todo o cuidado possível aos doentes e aos seus familiares, sobretudo às crianças que ficaram órfãs. Ao mesmo tempo, renovo o meu apelo a toda a comunidade internacional para que seja assegurada uma assistência humanitária adequada aos pacientes e haja um esforço comum para debelar a doença.

Ao lado das vidas descartadas por causa das guerras ou das doenças, há as vidas de numerosos deslocados e refugiados. Mais uma vez, é possível compreender as implicações a partir da infância de Jesus, que testemunha outra forma da cultura do descarte que prejudica as relações e «dissolve» a sociedade. De facto, perante a brutalidade de Herodes, a Sagrada Família é forçada a fugir para o Egipto, donde poderá regressar só alguns anos mais tarde (cf. Mt 2, 13-15). Consequência frequente das situações de conflito acima descritas é a fuga de milhares de pessoas da sua terra natal. Por vezes não é de um futuro melhor que vão à procura, mas simplesmente de um futuro, porque permanecer na própria pátria pode significar uma morte certa. Quantas pessoas perdem a vida em viagens desumanas, sujeitas aos vexames de verdadeiros e próprios algozes gananciosos de dinheiro! Fiz alusão a tal realidade durante a minha recente visita ao Parlamento Europeu, recordando que «não se pode tolerar que o Mar Mediterrâneo se torne um grande cemitério» (Discurso ao Parlamento Europeu, Estrasburgo, 25 de Novembro de 2014). Há ainda outro dado alarmante: muitos migrantes, especialmente nas Américas, são crianças sozinhas, presa ainda mais fácil dos perigos, que necessitam de maior cuidado, solicitude e protecção.

Chegando frequentemente sem documentos a terras desconhecidas cuja língua ignoram, torna-se difícil para os migrantes ser recebidos e encontrar trabalho. Além das incertezas da fuga, vêem-se obrigados a enfrentar ainda o drama da rejeição. Assim, em relação a eles, é necessária uma mudança de atitude, passando da indiferença e do medo a uma sincera aceitação do outro. Naturalmente, isto exige «implementar legislações adequadas capazes de tutelar os direitos dos cidadãos (…) e, ao mesmo tempo, garantir o acolhimento dos imigrantes» (Ibid.). Ao agradecer a quantos se esforçam, mesmo a custo da vida, por levar socorro aos refugiados e migrantes, exorto tanto os Estados como as organizações internacionais a agirem diligentemente para resolver estas graves situações humanitárias e fornecer aos países de origem dos migrantes ajudas que favoreçam o progresso sociopolítico e a superação dos conflitos internos, que são a causa principal de tal fenómeno. «É necessário agir sobre as causas e não apenas sobre os efeitos» (Ibid.). Aliás, isso permitirá aos migrantes voltar um dia à sua pátria e contribuir para o seu crescimento e para o seu desenvolvimento.

Mas, ao lado dos migrantes, deslocados e refugiados, há muitos outros «exilados ocultos» (Angelus, 29 de Dezembro de 2013), que vivem dentro das nossas casas e famílias. Penso sobretudo nos idosos e nos deficientes, bem como nos jovens. Os primeiros são objecto de rejeição, quando se consideram como um fardo e «presenças molestas» (Ibid.), ao passo que os últimos são descartados negando-lhes perspectivas de trabalho concretas para construírem o seu próprio futuro. Aliás, não há pobreza pior do que aquela que priva do trabalho e da dignidade do trabalho (cf. Discurso aos participantes no encontro mundial dos movimentos populares, 28 de Outubro de 2014), reduzindo-o a uma forma de escravidão. Procurei salientar isto mesmo durante um encontro recente com os movimentos populares que se esforçam, com dedicação, por encontrar soluções adequadas para alguns problemas do nosso tempo, como o flagelo crescente do desemprego juvenil e do trabalho no mercado negro, e o drama de muitos trabalhadores, especialmente crianças, explorados por ganância. Tudo isto é contrário à dignidade humana e deriva duma mentalidade que põe no centro o dinheiro, os benefícios e os lucros económicos em detrimento do próprio homem.

Depois, como frequente objecto de descarte, temos também a família, por causa duma cultura individualista e egoísta, cada vez mais difundida, que rompe os vínculos e tende a favorecer o dramático fenómeno da queda da natalidade, e também de legislações que privilegiam outras formas de convivência, em vez de apoiar adequadamente a família para bem de toda a sociedade.

Entre as causas de tais fenómenos, conta-se uma globalização niveladora que descarta as culturas próprias, eliminando assim os factores específicos de identidade de cada povo que constituem a herança indispensável na base dum são desenvolvimento social. Num mundo assim uniforme e desprovido de identidade, é fácil detectar o drama e o desânimo de muitas pessoas, que perderam literalmente o sentido da vida. Este drama é agravado pela persistente crise económica, que gera desconfiança e favorece a conflitualidade social. Pude observar as suas implicações mesmo aqui em Roma, ao encontrar tantas pessoas que vivem situações de dificuldade, bem como durante as várias viagens que fiz na Itália.

E, precisamente à querida nação italiana, desejo dirigir uma palavra cheia de esperança para que, no persistente clima de incerteza social, política e económica, o povo italiano não ceda à indiferença e à tentação da confrontação, mas descubra aqueles valores de solicitude recíproca e solidariedade que estão na base da sua cultura e da convivência civil e são fonte de confiança tanto a curto prazo como no futuro, especialmente para os jovens.

Pensando na juventude, desejo mencionar a minha viagem à Coreia, onde pude encontrar, no passado mês de Agosto, milhares de jovens reunidos na VI Jornada da Juventude Asiática e onde recordei que é preciso valorizar os jovens, «procurando transmitir-lhes a herança do passado e aplicá-la aos desafios do presente» (Encontro com as Autoridades, Seoul, 14 de Agosto de 2014). Por isso, é necessário reflectir «se estamos a transmitir de modo adequado os nossos valores às futuras gerações e qual tipo de sociedade nos preparamos para lhes entregar» (Ibid.).

Hoje mesmo, ao entardecer, terei a alegria de voltar a partir para a Ásia, a fim de visitar o Sri Lanka e as Filipinas, testemunhando assim a atenção e a solicitude pastoral com que acompanho as vicissitudes dos povos daquele vasto continente. A eles e aos respectivos governos desejo manifestar, uma vez mais, a aspiração que tem a Santa Sé de contribuir com o próprio serviço para o bem comum, a harmonia e a concórdia social. Em particular, espero uma retomada do diálogo entre as duas Coreias, que são países irmãos que falam a mesma língua.

Excelências, Senhoras e Senhores!

No início de um novo ano, porém, não queremos que o nosso olhar seja dominado pelo pessimismo, os defeitos e as falhas deste nosso tempo. Queremos também agradecer a Deus pelo que nos deu, pelos benefícios que nos outorgou, pelos colóquios e encontros que nos concedeu e por alguns frutos de paz que nos deu a alegria de saborear.

Um testemunho eloquente de que a cultura do encontro é possível, experimentei-o durante a minha visita à Albânia, uma nação cheia de jovens, que são esperança para o futuro. Apesar das feridas sofridas na história recente, o país caracteriza-se pela «convivência pacífica e a colaboração entre seguidores de diferentes religiões» (Discurso às Autoridades, Tirana, 21 de Setembro de 2014), num clima de respeito e confiança mútua entre católicos, ortodoxos e muçulmanos. É um sinal importante de que uma fé sincera em Deus abre ao outro, gera diálogo e concorre para o bem, enquanto a violência nasce sempre duma mistificação da própria religião, assumida como pretexto para projectos ideológicos cuja única finalidade é o domínio do homem sobre o homem. Da mesma forma, na recente viagem à Turquia, ponte histórica entre Oriente e Ocidente, pude constatar os frutos do diálogo ecuménico e inter-religioso, bem como a solicitude pelos refugiados dos outros países do Médio Oriente. Encontrei este espírito de recepção também na Jordânia, que visitei no início da minha peregrinação à Terra Santa, e ainda através dos testemunhos chegados do Líbano, ao qual almejo poder superar as actuais dificuldades políticas.

Um exemplo, que muito me alegra, de como o diálogo pode verdadeiramente fundar e construir pontes chega-nos da recente decisão tomada pelos Estados Unidos e Cuba de porem termo a um silêncio recíproco que durou mais de meio século e aproximarem-se para bem dos respectivos cidadãos. Nesta perspectiva, penso também no povo do Burkina Faso, empenhado num período de importantes transformações políticas e institucionais, para que um renovado espírito de colaboração possa contribuir para o desenvolvimento duma sociedade mais justa e fraterna. Além disso, assinalo com satisfação a assinatura, em Março passado, do Acordo que pôs fim a longos anos de tensões nas Filipinas. De igual modo, encorajo o empenho a favor duma paz estável na Colômbia, bem como as iniciativas que visam restabelecer a concórdia na vida política e social da Venezuela. Espero ainda que, em breve, se possa chegar a um entendimento definitivo entre o Irão e o chamado Grupo dos 5+1 sobre a utilização da energia nuclear para fins pacíficos, valorizando os esforços realizados até agora. Depois registo com satisfação a vontade dos Estados Unidos de fechar definitivamente a prisão de Guantánamo, merecendo destaque a disponibilidade generosa de alguns países para receber os detidos. De coração agradeço a estes países. Por fim, desejo expressar o meu apreço e encorajamento aos países que estão activamente empenhados em favorecer o desenvolvimento humano, a estabilidade política e a convivência civil entre os seus cidadãos.

Excelências, Senhoras e Senhores!

No dia 6 de Agosto de 1945, a humanidade assistia a uma das mais terríveis catástrofes da sua história. Pela primeira vez, de forma nova e sem precedentes, o mundo experimentou até que ponto podia chegar o poder destruidor do homem. Das cinzas daquela imensa tragédia que foi a II Guerra Mundial, surgiu, entre as nações, uma vontade nova de diálogo e de encontro que deu vida à Organização das Nações Unidas, da qual celebraremos este ano o septuagésimo aniversário. Na visita que o meu Predecessor, o Beato Papa Paulo VI, fez ao Palácio de Vidro há 50 anos, recordava que «o sangue de milhões de homens, os sofrimentos espantosos e inumeráveis, os inúteis massacres e as aterradoras ruínas sancionam o pacto que vos une, num juramento que deve mudar a história futura do mundo: nunca mais a guerra, nunca mais a guerra. É a paz, a paz que deve guiar os destinos dos povos e de toda a humanidade» (Paulo VI, Discurso às Nações Unidas, Nova Iorque, 4 de Outubro de 1965, 5).

Esta é também a minha invocação confiante para este novo ano, que aliás verá a continuação de dois processos importantes: a redacção da Agenda de Desenvolvimento pós-2015, com a adopção dos Objectivos de desenvolvimento sustentável, e a elaboração de um novo Acordo sobre o clima. Isto é urgente. Seu pressuposto indispensável é a paz, que, ainda antes do termo de cada guerra, brota da conversão do coração.

Com estes sentimentos, renovo a cada um de vós, às vossas famílias e aos vossos povos votos de um ano 2015 repleto de esperança e de paz.

[00073-06.02] [Texto original: Italiano]

Testo in lingua araba

إلى الدبلوماسيين المعتمدين لدى الكرسي الرسولي

بمناسبة اللقاء السنوي لتبادل التهاني بالعام الجديد

12 يناير /كانون الثاني 2015

بالقصر البابوي

 

أصحاب السعادة، أيها السيدات والسادة،

أشكركم على حضوركم في هذا اللقاء التقليدي الذي يسمح لي في بداية كل عام جديد أن أوجّه إليكم وإلى عائلاتكم والشعوب التي تمثلونها تحية طيّبة مع أحرّ التمنيات. أرغب بالتعبير عن امتنان خاص للعميد، صاحب السعادة السيد جان كلود ميشال على الكلمات اللطيفة التي وجهها إلي باسم الجميع، كما وأشكر كلاً منكم على الالتزام المستمرّ والسخي، بروح تعاون متبادل، في تعزيز وتنمية العلاقات بين بلدانكم والمنظمات الدولية التي تمثلونها والكرسي الرسولي. والتي توطدت أكثر خلال العام الماضي إن بفضل نمو عدد السفراء المقيمين في روما أو من خلال التوقيع على معاهدات ثنائيّة جديدة ذات طابع عام شان تلك التي تمّ التوقيع عليها في يناير الماضي مع الكاميرون، وتفاهمات خاصة كالتي تمّ التوقيع عليها مع مالطا وصربيا.

أرغب اليوم بأن أردد بقوة كلمة غالية علينا: سلام! إنها تصلنا بصوت أجواق الملائكة التي تعلنها في ليلة الميلاد (را. لو 2، 14) كعطيّة ثمينة من الله، وفي الوقت عينه، يشيرون بها إلينا كمسؤولية شخصيّة واجتماعية تطلب منا الاهتمام والعمل. ولكن بالإضافة إلى السلام، تخبرنا المغارة قصة واقع مأساوي آخر: قصة الرفض. في بعض الأيقونات، في الغرب كما في الشرق – أفكر على سبيل المثال بأيقونة الميلاد الرائعة لأندريه روبليف – لا يظهر الطفل يسوع مضجعًا في مهد، بل موضوعًا في قبر. إن الصورة التي تهدف إلى ربط العيدين المسيحيين الأساسيين – الميلاد والفصح – تُظهر بأنه بالقرب من القبول الفرح للولادة الجديدة، هناك المأساة التي يواجهها يسوع، المهان والمنبوذ حتى الموت على الصليب.

إن روايات الميلاد عينها تُظهر لنا قلب البشريّة القاسي الذي يتعب لقبول الطفل. فقد أُقصي على الفور وتُرك خارجًا في البرد، مُجبرًا على أن يولد في إسطبل لأنه لم يكن له موضع في المضافة (را. لو 2، 7). وإن تمّ التعامل مع ابن الله بهذا الشكل، فماذا عن العديد من إخوتنا وأخواتنا! هناك طبع في الرفض يجمعنا ويحملنا على ألا ننظر إلى القريب كأخ نقبله، بل لنتركه خارج أفق حياتنا الشخصيّ، ونحوّله إلى منافس ومرؤوس نسيطر عليه. إنها ذهنيّة تولّد ثقافة الإقصاء تلك التي لا توفّر شيئًا أو أحدًا: من الكائنات إلى البشر وصولاً إلى الله نفسه. ومنها تولد بشريّة مجروحة تمزّقها باستمرار توترات ونزاعات من كل نوع.

في روايات الطفولة في الإنجيل، يمثل الملك هيرودس هذه التوترات والنزاعات، فما إن شعر بتهديد سلطته من قبل الطفل يسوع حتى أمر بقتل جميع أطفال بيت لحم. يتوجه الفكر فورًا إلى باكستان، حيث قُتل منذ شهر أكثر من مئة طفل بوحشية لم يسبق لها مثيل. أرغب بتجديد تعازيّ الشخصيّة لعائلاتهم كما أؤكد صلاتي من أجل العديد من الأبرياء الذين فقدوا أرواحهم.

بالإضافة لبُعد الرفض الشخصي ينضمّ هكذا حتمًا البعد الاجتماعي، ثقافة ترفض الآخر، تبتر الروابط الحميمة والحقيقيّة، لتبدّد المجتمع بأسره وتفكّكه وتولّد العنف والموت. ونجد صداها الحزين في العديد من الأحداث اليوميّة، ولم تكن آخرها المأساة التي وقعت في باريس منذ أيام قليلة. فلا يُنظر للآخرين "ككائنات تتمتّع بكرامة متساوية، كأخوة وأخوات في البشرية، بل يُنظر إليهم كأغراض" (رسالة اليوم الثامن والأربعين للسلام، 8 ديسمبر / كانون الأول 2014، عدد 4). والإنسان الحر يصبح عبدًا تارة للموضة وطورًا للسلطة، تارة للمال وأحيانًا لأشكال الديانة المُضلّلة. إنها المخاطر التي أردت التذكير بها في الرسالة الأخيرة لليوم العالمي للسلام، المخصّص لآفة الأشكال المتنوّعة للاستعباد المعاصر. فهي تولد من قلب فاسد غير قادر على رؤية الخير وفعله والسعي إلى السلام.

نلاحظ بألم التبعات المأساويّة لذهنيّة الرفض هذه و"لثقافة الاستعباد" (رسالة اليوم الثامن والأربعين للسلام، 8 ديسمبر / كانون الأول 2014، عدد 2) في فيض النزاعات المستمر. كحرب عالمية بكل معنى الكلمة، تُخاض بشكل متجزّئ، وتطال، بالرغم من أشكال ودرجات متنوعة، مناطق عديدة من الأرض، بدءً من أوكرانيا القريبة التي أصبحت مسرحًا مأساويًّا للنزاع والتي أتمنى لها، من خلال الحوار، بأن تتوطّد الجهود القائمة لوقف الأعمال العدوانيّة وتبادر الجهات المتورّطة بأسرع وقت، بروح احترام متجدّد للشرعية الدوليّة، إلى مسيرة ثقة صادقة ومتبادلة وإلى مصالحة أخويّة تسمح بتخطّي الأزمة الحالية.

يتوجه فكري بشكل خاص إلى الشرق الأوسط، انطلاقًا من أرض يسوع الحبيبة، التي فرحتُ بزيارتها في مايو / أيار الماضي والتي لن نتعب أبدًا من ابتهال السلام من أجلها. لقد طلبناه بقوة وزخم مع الرئيس الإسرائيلي السابق شيمون بيريز، والرئيس الفلسطينيّ محمود عباس، يحركنا الرجاء الواثق بأن تُستأنف المفاوضات بين الطرفين من أجل وقف العنف والوصول إلى حل يسمح للشعب الفلسطيني كما للشعب الإسرائيلي بالعيش أخيرًا بسلام، ضمن حدود محدّدة بوضوح ومُعترف بها دوليًّا، فيصبح هكذا "حل الدولتين" فعالاً.

تجتاح الشرق الأوسط للأسف نزاعات أخرى، تدور منذ زمن طويل وتبعاتها مخيفة بسبب انتشار الإرهاب ذات الصبغة المتطرّفة في سوريا والعراق. هذه الظاهرة هي نتيجة ثقافة الاقصاء المُطبّقة على الله. إن التطرف الديني، في الواقع، وقبل أن يقصي الكائنات البشريّة مرتكبًا مجازر فظيعة، يرفض الله نفسه، وجعله يقتصر على ذريعة إيديولوجية صرفة. إزاء هذه العدوانيّة الظالمة التي تطال أيضًا المسيحيين ومجموعات عرقيّة ودينيّة أخرى في المنطقة، كالأيزيديين، على سبيل المثال، من الأهمية بمكان إيجاد جواب إجماعيّ، يوقف، في إطار القانون الدوليّ، انتشار العنف ويحل الوفاق ويداوي الجراح العميقة التي سببها تتابع النزاعات. لذلك ومن هذا المكان أوجّه نداء للجماعة الدولية بأسرها كما للحكومات المعنيّة لكي تأخذ على عاتقها مبادرات ملموسة من أجل السلام وللدفاع عن الذين يتألمون من تبعات الحرب والاضطهاد ويُجبرون على ترك منازلهم وبلادهم. في رسالة أرسلتها قبل عيد الميلاد بقليل، أردت أن أعبّر عن قربي الشخصي وأؤكد صلاتي لكل الجماعات المسيحيّة في الشرق الأوسط والتي تقدم شهادة إيمان وشجاعة ثمينة، وتقوم بدور أساسي في صنع السلام ومصالحة ونمو في المجتمعات المدنيّة التي تنتمي إليها. شرق أوسط بدون مسيحيين سيكون شرقًا أوسطًا مشوّهًا ومعوّقًا! وفي طلبي من الجماعة الدولية لكيلا تكون عديمة المبالاة إزاء هذه الحالة، اتمنى أن يدين القادة الدينيّون والسياسيّون والمفكرون لا سيما المسلمين كل تأويل أصوليّ ومتطرّف للدين موجّه لتبرير أعمال العنف هذه.

أشكال وحشيّة مشابهة غالبًا ما تحصد ضحايا بين الصغار والضعفاء، لا تغيب للأسف حتى في مناطق أخرى من العالم. أفكّر بشكل خاص بنيجيريا حيث لا يتوقف العنف الذي يضرب السكان بلا تمييز، وحيث يستمر نمو الظاهرة المأساويّة لاختطاف الأشخاص وغالبًا فتايات يافعات لتصبحنَ سلعًا للبيع. إنها تجارة مقيتة لا يمكن أن تستمرّ! آفة ينبغي اقتلاعها لأنها تضربنا جميعًا من العائلات الفرديّة وصولاً إلى الجماعة العالميّة (را. خطاب البابا للسفراء الجدد المعتمدين لدى الكرسي الرسولي، 12 ديسمبر / كانون الأول 2013).

أنظر من ثمَّ بقلق إلى النزاعات الأهليّة الكثيرة التي تهمّ مناطق أخرى من أفريقيا، بدءًا من ليبيا التي تمزقها حرب داخليّة طويلة تسبب آلامًا لا توصف وسط السكان ولها تبعات خطيرة على توازن المنطقة الدقيق. أفكّر بوضع جمهوريّة أفريقيا الوسطى المأساوي حيث من المؤلم أن نرى كيف أن الإرادة الصالحة التي حرّكت جهود الذين يريدون بناء مستقبل سلام وأمن وازدهار تقابلها أشكال رفض ومصالح أنانيّة من قبل الذين يهدّدون بإحباط انتظارات شعب معذب يتوق إلى بناء مستقبله بحريّة. يوقظ أيضًا اهتمامًا خاصًا الوضع في جنوب السودان وبعض مناطق السودان والقرن الأفريقي وجمهورية الكونغو الديمقراطيّة حيث لا يتوقف نمو عدد الضحايا بين السكان المدنيين وآلاف الأشخاص، بينهم العديد من النساء والأطفال، يُجبرون على الهرب والعيش في ظروف من العوز المدقع. وبالتالي أتمنى التزامًا مشتركًا للبلدان الأفراد والجماعة الدوليّة لكي يوضع حدًّا لجميع أشكال الصراعات والكراهية والعنف ويتمّ الالتزام في سبيل المصالحة والسلام والدفاع عن كرامة الشخص المتسامية.

كما ولا يجب أن ننسى بأن الحروب تحمل معها جريمة فظيعة وهي الاغتصاب. إنها إساءة خطيرة لكرامة المرأة التي لا تُغتصب فقط في جسدها، بل في نفسها أيضًا مسببة صدمة يصعب محوها وتبعاتها هي ذات طابع اجتماعي أيضًا. للأسف نجد أيضًا أنه حيث لا وجود للحرب لا تزال هناك العديد من النساء اللواتي يتألّمن بسبب العنف الذي يتعرضن له.

إن النزاعات الحربية بأسرها تُشكّل صورة رمزيّة لثقافة الإقصاء، بسبب الأرواح التي تُسحق عمدًا من قبل من يملك القوة. ولكن هناك أشكال خفيّة للرفض تغذي هذه الثقافة أيضًا. أفكر أولاً بالطريقة التي غالبًا ما يُعامل بها المرضى، المعزولون والمهمّشون كالبُرص الذين يحدثنا عنهم الإنجيل. بين بُرص زمننا هناك ضحايا هذا الوباء الجديد والمخيف وباء الإيبولا، الذي، وخصوصًا في ليبيريا وسييراليون وغينيا، قد حصد أكثر من ستة آلاف ضحيّة. أرغب اليوم بأن أشيد وأشكر أولئك العاملين الصحيين الذين، بالإضافة إلى الرهبان والمتطوّعين، يقدمون كل ما باستطاعتهم للعناية بالمرضى وعائلاتهم، لاسيما بالأطفال الذين تيتّموا. في الوقت عينه، أجدّد ندائي للجماعة الدوليّة لكي تؤمّن العناية الإنسانية المناسبة للمرضى ويكون هناك التزام مشترك للقضاء على المرض.

بالإضافة إلى الأرواح التي تُقصى بسبب الحروب والأمراض، هناك أرواح العديد من النازحين واللاجئين. مرة أخرى، يمكن فهم النتائج بالنظر إلى طفولة يسوع التي تشهد لشكل آخر لثقافة الإقصاء يدمّر العلاقات و"يحلّ" المجتمع. في الواقع، أمام وحشيّة هيرودس، اضطُّرت العائلة المقدّسة للهرب إلى مصر، لتتمكن بعدها من العودة بعد بضع سنوات (را. مت 2، 13- 15). إن نتيجة أوضاع الصراعات، التي أشرنا إليها آنفا، تكمن غالبًا في نزوح آلاف الأشخاص من موطنهم. أحيانا لا يبحث هؤلاء عن مستقبل أفضل، بل عن مستقبل وحسب، إذ إن البقاء في وطنهم يعني الموت المحتّم. كم من الأشخاص يموتون خلال رحلات "لا إنسانية" ويخضعون للانتهاكات من قبل أشخاص يأسرونهم ويطمعون بالمال؟ وهذا ما أشرت إليه خلال زيارتي الأخيرة إلى البرلمان الأوروبي، وذكّرتُ بأنه "لا يسعنا أن نقبل بأن يتحول البحر الأبيض المتوسط إلى مقبرة كبيرة" (الخطاب أمام البرلمان الأوروبي، ستراسبورغ، 25 نوفمبر / تشرين الثاني 2014). وثمة أيضًا معطيات أخرى تبعث على القلق: فالعديد من المهاجرين، خصوصا في الأمريكتين، هم من الأطفال الذين يسافرون بمفردهم ما يجعل منهم فريسة سهلة للمخاطر، وهم بحاجة إلى مزيد من العناية والاهتمام والحماية.

وإذ يصل المهاجرون غالبا بدون أوراق ثبوتية إلى مناطق غريبة لا يجيدون لغتها، من الصعب أن يجدوا حسن الضيافة وفرص للعمل. وفضلا عن مخاطر الهرب، يجد هؤلاء أنفسهم في مواجهة مع مأساة نبذهم. لذا من الأهمية بمكان أن تتبدل المواقف تجاههم، بغية الانتقال من اللامبالاة والخوف إلى القبول الصادق للآخر. وهذا يتطلب بطبيعة الحال أن "توضع تشريعات ملائمة تعرف في الوقت نفسه كيف تحمي حقوق المواطنين (...) وتضمن استضافة المهاجرين" (المرجع نفسه). وإذ أتوجه بالشكر إلى الأشخاص الذين لا يترددون في تعريض حياتهم للخطر ويمدون يد النجدة للاجئين والمهاجرين أحث الدول والمنظمات الدولية على التصرف بحزم من أجل حلّ هذه الأوضاع الإنسانية الخطيرة وعلى تقديم المساعدة اللازمة لبلدان المنشأ من أجل تعزيز التنمية الاجتماعية والاقتصادية وتخطي الصراعات الداخلية التي تشكل المسبب الرئيس لهذه الظاهرة. "لا بد من التعامل مع المسببات لا مع النتائج وحسب" (المرجع نفسه). وهذا يسمح للمهاجرين أيضا بالعودة إلى أوطانهم والمساهمة في نموها وتنميتها.

فضلا عن المهاجرين والنازحين واللاجئين ثمة العديد من "المنفيين المخفيين" (صلاة التبشير الملائكي، 29 ديسمبر / كانون الأول 2013) الذين يعيشون في منازلنا وعائلاتنا. أفكر، بنوع خاص، بالمسنين والمعوقين وبالشبيبة أيضًا. فالمسنون يتعرضون للنبذ عندما يُنظر إليهم كعبء و"كحضور مزعج" (المرجع نفسه)، فيما يُستبعد الشبان ويُحرمون من إمكانات العمل من أجل بناء مستقبلهم. كما لا يوجد فقر أسوأ من الحرمان من العمل ومن كرامة العمل (را. الخطاب إلى المشاركين في اللقاء العالمي للحركات الشعبية، 28 أكتوبر / تشرين الأول 2014)، ومن جعل العمل شكلا من العبودية. وهذا ما أردتُ أن أذكّر به خلال لقاء تم مؤخرا مع الحركات الشعبية، الساعية إلى البحث عن حلول ملائمة لبعض مشاكل زماننا، بما في ذلك آفة بطالة الشبيبة والعمل الخفي الآخذة بالاتساع، ومأساة العديد من العمال، لاسيما الأطفال، الذين يُستغلون بدافع الجشع. كل ذلك يتعارض مع الكرامة البشرية ويتمخض عن ذهنية تضع المال في المحور وتقدّم الربح الاقتصادي على الإنسان نفسه.

والعائلة نفسها تتعرض غالبا للإقصاء، بسبب ثقافة فردية وأنانية آخذة بالانتشار، تقطع الروابط وتميل إلى تسهيل ظاهرة انعدام المواليد، فضلا عن تشريعات تعطي امتيازات لأشكال مختلفة من المساكنة عوًضا عن دعم العائلة بطريقة ملائمة تعود بالفائدة على المجتمع كله.

من بين الأسباب الكامنة وراء ظواهر من هذا النوع هناك العولمة المتّسقة التي تنبذ الثقافات ذاتها وتقضي على العناصر الخاصة بهوية كل شعب التي هي الإرث الأساسي لكل تنمية اجتماعية سليمة. في عالم مطبوع بالاتساق ويفتقر إلى الهوية، من السهل أن نستشعر بمأساة وإحباط العديد من الأشخاص الذين فقدوا معنى العيش. وهذه المأساة تتفاقم بدافع الأزمة الاقتصادية المستمرة، التي تولّد انعدام الثقة وتعزيز الصراعات الاجتماعية. وقد تمكنتُ من ملاحظة تبعاتها هنا أيضا في روما، من خلال لقاء العديد من الأشخاص الذين يعيشون أوضاعًا من العوز، وأيضا خلال الرحلات المختلفة التي قمت بها في إيطاليا.

أود أن أتوجه إلى الأمة الإيطالية العزيزة بأمنيات مفعمة بالأمل، كي لا يستسلم الشعب الإيطالي، في ظل أجواء الارتياب الاجتماعي والسياسي والاقتصادي، للقنوط وتجربة المواجهة، بل ليعيد اكتشاف قيم الاهتمام المتبادل والتضامن التي تشكل أساسا لثقافته وللتعايش الحضاري وتولّد الثقة بالقريب والمستقبل، لاسيما وسط الشبيبة.

وإذ أفكّر بالشبيبة، أود الإشارة إلى زيارتي لكوريا، حيث تسنى لي، في شهر أغسطس / آب الماضي، أن التقي بآلاف الشبان المجتمعين لمناسبة يوم الشبيبة الآسيوية السادس، وحيث ذكّرتُ بضرورة تثمين الشباب "والسعي إلى نقل إرث الماضي إليهم وتطبيقه في مواجهة تحديات الزمن الحاضر" (اللقاء مع السلطات، سيول 14 أغسطس / آب 2014). لذا من الأهمية بمكان أن نفكر "بفعالية طريقة نقل قيمنا لأجيال المستقبل وبأي نوع من المجتمع نستعد لنسلّمهم إياه" (المرجع نفسه).

في هذا المساء بالذات سوف يعتريني فرح الانطلاق مجددا باتجاه آسيا لزيارة سريلانكا والفيليبين لأشهد بهذا عن الاهتمام والحرص الرعوي اللذين أتابع من خلالهما شؤون شعوب تلك القارة الشاسعة. أود أن أعبر لتلك الشعوب ولحكوماتها مرة جديدة عن توق الكرسي الرسولي إلى تقديم إسهامه خدمةً للخير المشترك والتناغم والتوافق الاجتماعي. وبنوع خاص أتمنى أن يُستأنف الحوار بين الكوريتين، وهما بلدان شقيقان يتحدثان اللغة نفسها.

أصحاب السعادة، أيها السيدات والسادة،

لا نريد، في بداية عام جديد، أن يطغى على رؤيتنا التشاؤم والشوائب وقصور زماننا هذا. نريد أيضا أن نشكر الله على ما وهبنا إياه، وعلى الفوائد التي أفاضها علينا وعلى الحوارات واللقاءات التي أتاحها لنا، وعلى بعض ثمار السلام التي منحنا فرح تذوّقها.

لقد اختبرت شهادة بليغة بأن ثقافة اللقاء ممكنة، خلال زيارتي لألبانيا، أمة مليئة بالشباب الذين هم أمل المستقبل. وعلى الرغم من الجراح التي عانت منها في تاريخها المعاصر، فالبلاد مطبوعة بـ"التعايش السلمي والتعاون بين المنتمين إلى ديانات مختلفة" (خطاب إلى السلطات، تيرانا، 21 سبتمبر / أيلول 2014) في أجواء من الاحترام والثقة المتبادلة بين الكاثوليك، الأرثوذكس والمسلمين. إنها علامة هامة بأن الإيمان الصادق بالله ينفتح نحو الآخر، يولّد الحوار ويعمل من أجل الخير، فيما يولد العنف دائما من تشويه الدين من أجل غايات أيديولوجية ترمي فقط إلى سيطرة الإنسان على الإنسان. وبطريقة مماثلة، خلال الرحلة الأخيرة إلى تركيا، الجسر التاريخي بين الشرق والغرب، تمكنت من رؤية ثمار الحوار المسكوني وما بين الأديان، بالإضافة إلى الالتزام حيال اللاجئين القادمين من بلدان أخرى من الشرق الأوسط. وقد وجدتُ روح الضيافة هذا في الأردن أيضا، الذي زرته في بداية حجي إلى الأرض المقدسة، كما أيضا من خلال الشهادات الواردة من لبنان الذي أتمنى له تخطي الصعوبات السياسية الراهنة.

وهناك مثال عزيز على قلبي يُظهر كيف يمكن أن يبني الحوار ويشيّد جسورا، ألا وهو قرار الولايات المتحدة الأمريكية وكوبا الأخير بوضع حد لصمت متبادل استمر لأكثر من نصف قرن، وتحقيق التقارب من أجل خير مواطني البلدين. وفي هذا السياق يتوجه فكري أيضا إلى شعب بوركينا فاسو، الذي يعيش مرحلة من التحولات السياسية والمؤسساتية الهامة كيما يساهم روح متجدد من التعاون في تنمية مجتمع أكثر عدلا وأخوّة. وأشير أيضا بارتياح إلى التوقيع، خلال آذار مارس الماضي، على الاتفاق الذي يضع حدا لسنوات طويلة من التوترات في الفيليبين. وكذلك أشجعُ الالتزام لصالح سلام مستقر في كولومبيا، فضلا عن المبادرات الرامية إلى إعادة إحلال التوافق في الحياة السياسية والاجتماعية في فنزويلا. وأتمنى أيضا أن يتم التوصل في أقرب فرصة إلى تفاهم نهائي بين إيران وما يُسمى بمجموعة الخمسة زائد واحد بشأن استخدام الطاقة النووية لأغراض سلمية، مقدّرا الجهود التي بُذلت لغاية الآن. كما أرحب بارتياح برغبة الولايات المتحدة في إقفال سجن غوانتانامو نهائيا، ملاحظًا الاستعداد السخي لدى بعض البلدان لاستقبال المعتقلين. أشكر تلك البلدان من كل القلب. أخيرا أود أن أعبر عن تقديري وتشجيعي للبلدان الملتزمة بشكل فاعل في تعزيز التنمية البشرية، والاستقرار السياسي والتعايش الحضاري بين مواطنيها.

أصحاب السعادة، أيها السيدات والسادة،

شهدت البشرية، في 6 من أغسطس / آب 1945، إحدى أفظع الكوارث في تاريخها. فللمرة الأولى، وبطريقة جديدة لا سابق لها اختبر العالم إلى أي مدى يمكن أن تصل القوة المدمّرة للإنسان. من رماد تلك المأساة المروعة، التي كانت الحرب العالمية الثانية، برزت بين الأمم رغبة جديدة في الحوار والتلاقي أدت إلى ولادة منظمة الأمم المتحدة التي سنحتفل هذا العام بعيدها السبعين. خلال الزيارة التي قام بها إلى القصر الزجاجي لخمسين سنة خلت ذكّر سلفي الطوباوي البابا بولس السادس بأن "دماء ملايين الأشخاص والمآسي التي لا تحصى ولا يمكن تصورها والمجازر التي لا فائدة منها والدمار المروع كلها ركائز للمعاهدة التي توحدكم، مع قَسَم لا بد أن يغيّر تاريخ العالم المستقبلي: لا حرب بعد اليوم، لا حرب بعد اليوم! السلام، السلام، ينبغي أن يقود مصير الشعوب والبشرية برمتها" (بولس السادس، خطاب إلى الأمم المتحدة، نيويورك، 4 أكتوبر / تشرين الأول 1965).

هذا ما أتمناه أيضا بثقة لهذا العام الجديد، والذي سيشهد متابعة عمليتين هامتين: صياغة أجندة التنمية لما بعد العام 2015 مع تبني أهداف التنمية المستدامة، والعمل على اتفاقية جديدة حول المناخ، وهو أمر ملح للغاية. والشرط الأساسي لهاتين العمليتين هو السلام الذي، وقبل أن ينبع من نهاية كل حرب يجب أن ينبع من ارتداد القلب.

بهذه المشاعر، أجدد لكل واحد منكم ولعائلاتكم وشعوبكم، أطيب التمنيات لعام 2015 مفعم بالرجاء والسلام.

 

[00073-08.02] [Testo originale: Italiano]

[B0021-XX.02]