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Conferenza Stampa di presentazione della campagna internazionale di mobilitazione "Stop alle minacce su internet", nel contesto del 25° anniversario della convenzione sui Diritti dell’Infanzia, 09.12.2014


Conferenza Stampa di presentazione della campagna internazionale di mobilitazione "Stop alle minacce su internet", nel contesto del 25° anniversario della convenzione sui Diritti dell’Infanzia

Intervento del Card. Peter Kodwo Appiah Turkson

Intervento di Don Fortunato Di Noto

Intervento del Sig. Olivier Duval

Intervento della Sig.ra Laetitia Chanut

Intervento della Dott.ssa Flaminia Giovanelli

Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la conferenza stampa di presentazione della campagna internazionale di mobilitazione "Stop alle minacce su internet", nel contesto del 25° anniversario della convenzione sui Diritti dell’Infanzia.

Partecipano alla conferenza stampa: l’Em.mo Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; Don Fortunato Di Noto, Fondatore dell’Associazione Meter: il Sig. Olivier Duval, Presidente del BICE (Bureau International Catholique de l’Enfance); la Signora Laetitia Chanut, ex-vittima di cybermolestie e testimonial della campagna del BICE "Stop alle molestie su internet"; e la Dott.ssa Flaminia Giovanelli, Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. 
Ne pubblichiamo di seguito gli interventi:

Intervento del Card. Peter Kodwo Appiah Turkson

Ho il piacere di darvi il benvenuto alla conferenza stampa sul tema Molestie su internet: una nuova forma di violenza da prendere in considerazione.

Il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in collaborazione con il Bureau International Catholique de l’Enfance (BICE), ha voluto organizzare questo incontro per celebrare il 25° anniversario della Convenzione relativa ai diritti dell’infanzia1, e dare visibilità a questa nuova ed assai preoccupante forma di violenza contro giovani e giovanissimi, che viene ad aggiungersi ad una lunga lista di altre forme di violenza e di asservimento dei minori che già conosciamo.

Gli esempi, purtroppo, si moltiplicano. Basti pensare ai minori che sono vittime della tratta, per una grande varietà di scopi, come il mercato della prostituzione, della pornografia e della compravendita di stupefacenti, l’espianto di organi, o il reclutamento di soldati e mendicanti. Ai minori costretti a lavorare in condizioni assimilabili alla schiavitù o alla servitù, specialmente nel settore agricolo, manifatturiero, minerario e domestico. Ai minori stranieri non accompagnati, molti dei quali finiscono nei centri di identificazione, di permanenza e di espulsione dopo aver affrontato, nel contesto della migrazione irregolare, condizioni di viaggio durissime. Alle giovani ragazze vittime di matrimoni forzati e a quelle che sono indotte ad offrire "conforto sessuale" ai terroristi nel contesto del fenomeno, che sembra vada diffondendosi, dello jihad al-nikah. Ai tanti bambini uccisi ancora prima di nascere2.

Com’è noto, la comunità internazionale negli anni si è progressivamente dotata di strumenti giuridici vincolanti per contrastare alcuni di questi gravi fenomeni.

Tra di essi, appare particolarmente pertinente la già citata Convenzione relativa ai diritti dell’infanzia che, insieme ai due Protocolli addizionali che la completano (quello sui minori implicati nei conflitti armati3 e quello sulla vendita dei bambini, la prostituzione minorile e la pornografia rappresentante bambini4), si propone di assicurare ai bambini una serie di diritti fondamentali. Questi strumenti giuridici si fondano sul riconoscimento del fatto che i minori, a causa della mancanza di maturità fisica ed intellettuale che li caratterizza, necessitano "di una protezione speciale e di cure speciali, in particolare di una protezione giuridica appropriata, sia prima che dopo la nascita"5.

La Santa Sede è stata tra i primissimi soggetti a ratificare la Convenzione sui diritti dell’infanzia ed è parte anche ai Protocolli aggiuntivi sopra menzionati.

Senza discostarsi dalla sua missione specifica, che è di carattere morale e religioso, la Santa Sede ha voluto, attraverso la ratifica di questi trattati, "esprimere la sua preoccupazione costante per il benessere dei bambini e delle famiglie"6, con la speranza che questi accordi riuscissero a garantire la protezione dei diritti e degli interessi dei bambini, che San Giovanni Paolo II, ha definito un "tesoro prezioso (…) dato ad ogni generazione come sfida alla sua saggezza e umanità"7.

Malgrado l’adozione di questi strumenti normativi e i vari programmi realizzati, a livello statale o di società civile, l’umanità non è ancora riuscita a sradicare completamente le diverse forme di violenza e di sfruttamento nei confronti dei bambini.

In questo contesto, vorrei sottolineare il ruolo centrale dell’educazione, come parte essenziale dello sforzo comune dell’umanità per prevenire ed eliminare le terribili piaghe sopra ricordate, compresa la questione delle molestie su internet. Per affrontare questo fenomeno, infatti, è necessario educare i giovani a riconoscere negli altri persone di pari dignità, da considerare non "nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare"8. Occorre, cioè, educarli ai diritti umani, alla giustizia ed alla pace. Ciò implica, come affermato da Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2012, aiutare i giovani a scoprire nell’intimo della loro coscienza la legge morale naturale, una legge che non sono loro a darsi e che li induce "a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso"9.

Dal canto suo, la Santa Sede, nel quadro della sua partecipazione alle istanze multilaterali, non perde occasione di rammentare agli Stati ed alle organizzazioni intergovernative il loro dovere di assicurare ad ogni bambino il diritto alla vita e a condizioni di vita compatibili con l’intrinseca dignità di ogni persona umana10.

Essa incoraggia anche le Chiese locali e le organizzazioni cattoliche o d’ispirazione cattolica ad impegnarsi al fianco di tutti i bambini che vivono situazioni di ingiustizia, violenza e sfruttamento. Alcune di queste organizzazioni, il Bureau International Catholique de l’Enfance e l’Associazione Meter, sono qui presenti, rappresentate dai loro responsabili, a cui volentieri cedo la parola.

Grazie per la vostra attenzione.

___________________________

1 La Convention relative aux droits de l'enfant è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, ed è entrata in vigore il 2 settembre 1990. La Santa Sede ha ratificato questa Convenzione il 20 aprile 1990.

2 Cfr. Francesco, Discorso al Parlamento Europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.

3 Il Protocole facultatif à la Convention relative aux droits de l'enfant, concernant l'implication d'enfants dans les conflits armés è stato adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 maggio 2000 ed è in vigore dal 12 febbraio 2002. La Santa Sede ha ratificato questo Protocollo il 24 ottobre 2001.

4 Il Protocole facultatif à la Convention relative aux droits de l'enfant, concernant la vente d'enfants, la prostitution des enfants et la pornographie mettant en scène des enfants è stato adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 maggio 2000 ed è entrato in vigore il 18 gennaio 2002. La Santa Sede ha ratificato questo Protocollo il 24 ottobre 2001.

5 Convention relative aux droits de l'enfant, Preambolo, par. 9. il corsivo è aggiunto.

6 Dichiarazione ufficiale della Santa Sede annessa allo strumento di ratifica.

7 Giovanni Paolo II, Discorso ai Membri del Consiglio esecutivo dell’Unicef, 26 aprile 1984. Questa citazione è contenuta, del resto, nella Dichiarazione ufficiale della Santa Sede annessa allo strumento di ratifica.

8 Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1 gennaio 2014, n. 1.

9 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale della Pace, 1 gennaio 2012, n. 3.

10 Cfr. da ultimo e a titolo esemplificativo la dichiarazione concernente i minori non accompagnati (al para. 2) dell’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre Organizzazioni Internazionali con sede a Ginevra, S. Ecc. Mons. Silvano M. Tomasi, alla 26a sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nel dibattito seguente il Rapporto del Relatore Speciale sui diritti umani dei migranti del 13 giugno 2014.

[02021-01.01] [Testo originale: Italiano]

 

Intervento di Don Fortunato Di Noto

In riga su Internet. È questo il nome della nuova campagna nazionale che l'Associazione Meter onlus di don Fortunato Di Noto (www.associazionemeter.org) ha presentato oggi – presso la Sede Nazionale -  in occasione dei 25 anni della Convenzione dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e che durerà un anno intero (fino a novembre 2015) per raggiungere il più ampio numero possibile di studenti in Italia, sia nativi digitali che mobile boom (i più piccini, quelli cresciuti con il tablet in mano).

Un righello e un manifesto . Ogni scuola riceverà un righello e dei manifesti da consegnare ad ogni alunno e il manifesto da affiggere nelle classi e negli ambienti frequentati dai minori come oratori, associazioni, palestre, parrocchie, club sportivi..., che contiene un decalogo per  "abitare" al meglio e in sicurezza tutto il mondo del Web con qualsiasi mezzo (Pc, tablet, smartphone) e soprattutto intelligente prudenza per evitare danni a se stessi ed agli altri.

2014: almeno 32 segnalazioni ricevute e che hanno portato a processi e indagini

L'impegno per la sicurezza non è da poco: solo dall'inizio del 2014 sono state 32 le segnalazioni pervenute a Meter e seguite dall'Associazione. In alcuni casi – per la gravità dei fatti – sono state inoltrate delle denunce alla Polizia postale per l'approfondimento del caso; ricordiamo che Meter e la Polpost hanno siglato, nel 2008, un protocollo di collaborazione proprio per contribuire a mantenere pulito il cyberspazio e tutelare i minori. L'effetto delle denunce targate Meter è stato quello dell'avvio di indagini (e in alcuni casi di processi) per adescamento di minori. Non solo: sono stati anche chiusi alcuni siti e comunità sui social network. Ma non basta: è in crescita il fenomeno del sexting (invio di foto nude dei minori sul telefonino in cambio di ricariche del cellulare, per esempio) e cyberbullismo. Non sono mancati numerosi casi di adescamento a scopi sessuali.

Negli ultimi dieci anni Meter (2002-2013) ha accolto 987 vittime (1.203 al 2014) segnalato 107.781 siti pedofili e pedopornografici e ne ha monitorati 1.500.000 facendo avviare 18 indagini nazionali e internazionali con migliaia di arresti e indagati in tutto il mondo oltre che in Italia.

Ha anche individuato decine di bambini ritratti nei video e nelle foto anche a distanza di anni, si è costituita parte civile nei processi, ha incontrato 81.218 studenti per iniziative di prevenzione sugli abusi e 71 diocesi per la formazione del clero e dei laici, ha sstenuto proposte di legge nel Parlamento Europeo e in quello italiano, contribuendo alla stesura di nuove norme per il Giappone ed altri Paesi.

Le regole, bisogno per tutti quelli che vivono online

Anche online c'è bisogno di regole da diffondere nelle "periferie del web". Spesso si naviga a casaccio, andando allo sbaraglio e rischiando inganni (si veda il grooming, l'adescamento di adolescenti) ed esponendo la propria identità a quello che viene chiamato multistalking, ossia varie capacità e identità incontrollabili. In Rete si può vivere in due modi: o lo spontaneismo, l'emozione dell'usa e getta che non prevede le conseguenze di ogni scelta e azione; oppure una vita ordinata grazie alle regole in grado di mettere ordine tra obiettivi ed azioni. Una regola può salvare una vita, aiutare a prevenire il danno. Può farci vivere nel mondo digitale con serenità.

Per maggiori informazioni: inriga@associazionemeter.org – www.associazionemeter.org

[02022-01.01] [Testo originale: Italiano]

 

Intervento del Sig. Olivier Duval

Le contexte

- 25e anniversaire de la Convention relative aux droits de l’enfant

- BICE = plus de 65 ans d’histoire au service de la défense des droits de l’enfant : le BICE a été directement impliqué, en lien avec d’autres grandes ONG internationales comme DEI, dans la préparation et la rédaction de la Convention relative aux Droits de l’Enfants adoptée à l’unanimité à l’ONU le 20 novembre 1989.

- Mission essentielle du BICE : prévenir et lutter contre toutes les formes de violence subies par les enfants (acception enfants = 0 à 18 ans)

- Nous avons été alertés en 2013 sur une nouvelle forme de violence : le cyberharcèlement , ou harcèlement sur Internet.

- La remise des signatures au Conseil Pontifical « Justice et Paix » le 9 décembre 2014 est l’un des premiers pas dans notre approche de ce nouveau sujet.

Définition du harcèlement

- Fait de subir, de manière répétée, des moqueries, critiques, insultes ou attaques de la part d’une ou plusieurs autres personnes.

- Un comportement devient du harcèlement dès lors qu’il est persécutant ou mal vécu.

Quelles formes ?

- Moral (injures, rumeurs, menaces…).

- Sexuel (sous-entendus, provocations sexuelles).

- D’appropriation (racket).

- Physique (bagarres, claques…).

Le harcèlement peut avoir lieu n’importe où : à l’école, dans la rue, au travail… et désormais sur internet ou sur un téléphone portable. Dans ces deux derniers cas on parle de cyber-harcèlement : utiliser internet, les réseaux sociaux, le téléphone, pour porter atteinte à un individu, de manière répétée dans le temps. Ce type de harcèlement a surtout lieu sur les réseaux sociaux, très utilisés par les jeunes : Facebook, mais aussi Instagram, Snapchat, ASK, Twitter, Tumblr…

Comment une personne peut-elle être harcelée en ligne ?

- Intimidations, insultes, moqueries ou menaces envoyées par SMS ou postées sur des réseaux sociaux auxquels la personne a accès et ses camarades aussi.

- Propagation de rumeurs.

- Piratage de comptes et usurpation d’identité digitale : ouverture d’un faux compte Facebook au nom de quelqu’un pour faire croire à des rumeurs.

- Création d’un sujet de discussion, d’un groupe ou d’une page sur un réseau social à l’encontre d’un camarade de classe.

- Diffusion d’une photo ou vidéo peu valorisante d’un camarade sans son accord.

Chiffres :

Une progression très inquiétante :

- Etude 2009-2011 de EU Kids Online : 5% des jeunes de 5 à 16 ans déclaraient avoir déjà été victimes de cyberharcèlement

- Etude 2013 de l'Observatoire des droits de l'internet auprès de 20 000 jeunes européens: Un jeune sur trois avoue avoir été victime de cyber-harcèlement via internet ou téléphone mobile, et un jeune sur cinq concède avoir déjà harcelé.

Le BICE a évoqué avec ses organisations membres dans d’autres régions du monde ce phénomène, pour tenter de mesurer s’il s’agissait pour le moment uniquement d’une préoccupation occidentale. Il semblerait que le phénomène soit directement corrélé à la diffusion des smartphones (téléphones mobiles permettant d’accéder à Internet) : dès que les smartphones se répandent , les réseaux sociaux se développent. Et dès que les réseaux sociaux se développent, le cyber-harcèlement apparaît et progresse à grande vitesse.

Or, il s’est vendu en 2013 près d’un milliard de smartphones dans le monde ! Nous avons donc affaire à un phénomène qui essaime de plus en plus largement.

Conséquences du cyberharcèlement :

- Anxiété/stress

- Honte

- Démotivation

- Chute des résultats scolaires

- Isolement/perte de ses amis

- Sentiment d’abandon

- Dépression

- Peut aller jusqu’au suicide

La campagne du BICE « STOP AU HARCELEMENT SUR INTERNET » :

Que faire, en tant qu’adultes parfois désemparés par une technologie qui nous dépasse et qui dépasse les adolescents eux-mêmes, qui utilisent des codes et des réseaux différents à 14 ans et à 20 ans, car entre-temps de nouveaux lieux virtuels et techniques sont apparus ?

La campagne « Stop au harcèlement sur Internet » du BICE propose que la prévention de ce problème passe par l’action des jeunes eux-mêmes.

Forts de notre expérience dans la lutte contre les violences faites aux enfants, nous avons cherché une initiative simple pour sensibiliser le plus largement possible aux dangers du cyber-harcèlement, mais aussi aux règles de comportement respectueux qui doivent être banalisées. Une charte d’engagement en 5 points nous a semblé être un point d’entrée facile d’accès pour toutes les générations sur ce phénomène. Nous proposons donc à tous, jeunes, parents et grands-parents, d’adhérer à la charte d’eng ag em ent « Stop au harcèlement sur internet », que l’on peut signer en ligne sur www .bice.org. Elle s’adresse à toutes les générations, car il est essentiel que la bonne connaissance de la réalité des pratiques liées aux réseaux sociaux se diffuse auprès des générations adultes, moins touchées directement par le phénomène mais toujours responsables de l’éducation des plus jeunes !

Avec cette campagne, le BICE :

- nourrit ses actions de plaidoyer pour porter la parole des enfants auprès des institutions nationales et internationales

- partage son expérience et son expertise en matière de bientraitance et de lutte contre les violences faites aux enfants

- remplit sa mission de sensibilisation du grand public.

Pourquoi signer cette charte d’engagement ?

- Pour n’être ni victime, ni auteur, ni complice, ni témoin silencieux de cyberharcèlement (le phénomène des témoins silencieux est capital, il faut impérativement mieux faire comprendre aux jeunes la nécessité de parler lorsqu’ils assistent à ce type de violence, même sans y participer directement)

- Pour lutter à tous les niveaux contre cette nouvelle forme de violence.

- Pour donner plus de poids aux actions de plaidoyer du BICE sur cette violence.

 

LA CHARTE D’ENGAGEMENT CONTRE LE HARCELEMENT SUR INTERNET

J’agis (à partir de 13 ans): en participant à cette campagne, je montre ma volonté d’agir pour prévenir le harcèlement sur Internet, je m’engage à ne pas être auteur de harcèlement et à dissuader les autres de le devenir en en parlant autour de moi :

Oui, j’adhère à la campagne contre le harcèlement sur Internet et :

1. Je réfléchis avant de publier quelque chose sur Internet (est-ce que j’aimerais que l’on dise la même chose de moi ?),

2. Je ne poste pas ou ne partage pas des contenus – rumeurs, moqueries, injures, menaces… – qui peuvent faire du mal aux autres, quel que soit leur âge, même sous un pseudo,

3. Je suis conscient(e) qu’il est très difficile d’effacer complètement un contenu publié sur Internet,

4. La solution c’est d’en parler ! Si je suis victime ou témoin de harcèlement sur Internet, je décide de réagir, de ne pas (me) laisser faire et d’en parler à des personnes de confiance de mon entourage ou à un réseau spécialisé,

5. J’appelle tous les utilisateurs des réseaux sociaux et les institutions à se mobiliser pour faire cesser cette nouvelle forme de violence dont souffrent des millions de jeunes dans le monde.

Les prochaines étapes

L’accueil favorable reçu par cette initiative, aussi bien par les jeunes eux-mêmes via des sessions de sensibilisation en milieu scolaire que par les institutions concernées, engage le BICE dans une réflexion plus large sur le sujet. La campagne avait pour objectif de réunir 10 000 signatures. C’est chose faite.

Elle a également été présentée le 12 septembre 2014 au Comité des droits de l’enfant à l’ONU.

Il s’agit désormais de continuer à faire vivre cette charte pour mobiliser toujours plus de personnes engagées dans cette lutte et mieux faire connaître ce phénomène.

Un projet plus large de prévention, commun à de multiples pays où le BICE mène des programmes de lutte contre les violences subies par les enfants, est actuellement à l’étude.

[02015-03.01] [Texte original: Français]

 

Intervento della Sig.ra Laetitia Chanut

Bonjour à toutes et à tous,

Je m’appelle Laetitia et je me réjouis de l’occasion que m’offre le Conseil Pontifical « Justice et Paix » pour partager avec vous mon histoire, mon vécu en tant que victime du cyber-harcèlement.

En 2011, j’étais au lycée, j’avais 17 ans, je préparais mon diplôme du Baccalauréat cette année-là. J’habitais Albi, à85 km de Toulouse. Comme beaucoup de jeunes de ma génération, j’étais hyper connectée, j’envoyais des sms tout au long de la journée et je me connectais sur Facebook plus d’une dizaine de fois par jour. Toute ma vie tournait autour du lycée et de mon environnement « web ». J’étais plutôt « populaire » à l’époque. J’avais plus de 400 amis sur Facebook et je pensais que c’était une preuve qu’on « m’aimait ». J’ai toujours été une adolescente très positive et sociable ; je parlais à beaucoup de monde, je profitais de la vie comme n’importe quel adolescent de mon âge.

Un jour mon meilleur ami m’a envoyé un sms pour me demander pourquoi j’envoyais des messages aussi bizarres. C’est alors que je me suis rendu compte que quelqu’un avait créé une dizaine de comptes facebook qui étaient des copies conformes du mien : même photo, même nom, même présentation. Il a écrit à l’ensemble de mes amis : «  Salut, t’aurai pas retrouvé ma vidéo porno ? », vidéo qui n’existe bien évidemment pas !

C’est là que tout a commencé, nous étions alors en mars/avril 2011 :

- Le chantage : tu me donnes ta vidéo et j’arrête, fais des photos ou je ruine ta réputation...

- Des comptes à rebours : dans quelques jours tu auras une surprise, J-5… H-3 H-2... Et à la fin du compte à rebours, je recevais des liens vers un blog où il mettait des photos de moi, mon numéro...

- Mais aussi le harcèlement téléphonique qui venait perturber mes journées et mes nuits : au lycée je recevais des appels ou sms tous les jours, il me disait qu’il me voyait, que j’étais habillée de telle ou telle autre manière ; qu’il me voyait aller à tel ou tel autre endroit, qu’il me suivait partout...

- Où encore, mon harceleur me parlait à travers 5 ou 6 comptes Facebook différents, à un moment il était mon ami, puis il m’insultait... 

J’ai rapidement décidé d’en parler à mes parents avec qui nous avons décidé de porter plainte.

Quand nous sommes allés à la gendarmerie pour la première fois, le gendarme qui nous areçu a ri et m’a expliqué que je n’avais qu’à supprimer mon compte Facebook et que la gendarmerie n’avait pas d’argent à dépenser pour ça si je n’étais pas capable de savoir qui me harcelait.

Le harcèlement a continué. J’ai alors décidé de n’en parler à personne. J’avais trop honte, je me sentais coupable.

Le peu de personnes à qui j’osais en parler me sermonnaient et me disaient que peut être je le méritais un petit peu et que si je n’étais pas aussi populaire tout cela ne serait jamais arrivé.

Je faisais alors semblant tous les jours en allant au lycée, je souriais, je faisais comme si de rien n’était mais lorsque je rentrais chez moi, je ne souriais plus, je ne parlais plus, je ne mangeais plus, je pleurais tous les soirs.

Je me sentais tellement seule et en même temps mon harceleur était partout, toujours avec moi. Je ne me sentais en sécurité nulle part. Même être seule dans ma chambre me faisait peur. Chaque notification Facebook me terrorisait, à chaque appel masqué ou numéro inconnu j’avais les larmes aux yeux. J’avais peur de tout, de tout le monde.

Un jour j’ai reçu un sms de sa part : « Je sors du bureau du responsable de la vie collective au lycée, ça s’est mal passé donc je te le dis, ce soir, c’est ta fête, j’ai besoin de me défouler ! » 

Je suis alors sortie immédiatement du cours et j’ai été voir le responsable. Je lui ai expliqué toute la situation. Il m’a expliqué qu’il venait de convoquer un à un les élèves d’une classe dont il m’a montré le trombinoscope. Je ne connaissais qu’une seule personne dans cette classe, un garçon. Je suis alors allée le voir et je lui ai expliqué mon problème. Je lui ai donné le numéro de téléphone de mon harceleur et il a accepté de l’appeler en plein cours pour tenter de le démasquer. Mon harceleur a répondu à l’appel, je savais enfin qui il était.

Je l’ai attendu à la sortie des cours, je lui ai demandé de me donner son portable mais il a refusé. Je l’ai alors appelé directement et son téléphone a sonné. Il s’est mis à trembler, à bafouiller en disant que ce n’était pas lui...

Le soir, je suis donc retournée à la gendarmerie pour porter enfin plainte avec son identité, nous étions au mois de mai. J’ai alors ressenti que le gendarme n’y attachait aucune importance.

En rentrant, j’ai prévenu mon harceleur que j’avais porté plainte contre lui. Il m’a répondu que je n’aurai pas dû faire cela et que ce serait encore pire. Son harcèlement continu encore jusqu'à la fin du mois de juin.

La plainte n’a absolument rien changé, elle n’a eu aucun effet car la gendarmerie n’a mené aucune investigation.

Mon harceleur m’a ensuite dit qu’il me laissait tranquille pour l’été mais qu’il reviendrait et qu’il ne m’oubliait pas.

J’ai appelé sans cesse la gendarmerie au cours de cet été. A chaque fois, ils me donnaient des excuses, ils n’étaient pas disponibles. De tout l’été, ils n’ont ni convoqué ni interrogé mon harceleur.

Puis, arrive le 6 Septembre. Je viens tout juste de déménager à Castres, à 45 km d’Albi mon ancienne ville avec ma meilleure amie. J’allais avoir 18 ans dans deux jours, j’avais un nouvel appartement et je commençais enfin à revivre.

Ce soir-là, dans la nuit, je reçois des dizaines d’appels d’inconnus qui m’insultent en me disant des obscénités.

Je finis par parler avec un homme qui m’explique qu’il a eu mon numéro sur un site internet disant que j’étais ouverte à toutes propositions érotiques voire sexuelles et que j’attendais avec impatience les appels.

Mon harceleur était donc revenu... J’ai alors pleuré toute la nuit. Le cauchemar avait recommencé, il me suivait, même à Castres.

J’ai changé de numéro de téléphone le lendemain et par conséquent je n’ai reçu aucun message pour mon anniversaire. Je passe mes 18 ans seule, déprimée, apeurée et atterrée chez moi.

Je suis ensuite tombée peu à peu en dépression ; j’ai commencé à ne plus aller en cours ; je passais mes journées enfermée chez moi, je regardais des films, je m’occupais l’esprit, je pleurais. Je me suis éloignée petit à petit de tout le monde, de ma famille, de mes amis...

Puis, j’ai commencé à penser au suicide... ça m’obsédait tout le temps, tous les jours dès que j’étais seule je me disais « ça serait tellement plus simple si je mourais. » J’y pensais mais je n’avais pas le courage de passer à l’acte.

Les gendarmes n’avaient toujours pas réussi à l’auditionner mais il avait arrêté de me harceler depuis mon changement de numéro.

Le 10 Décembre 2011, j’étais censée sortir avec mes amis mais la soirée a été annulée au dernier moment. Seule à l’appartement, je décide alors de regarder un film.

Durant la soirée, je reçois un sms d’un numéro inconnu : « Hey, devines qui est de retour ? »

Je me suis alors mise à paniquer, à pleurer, je n’en pouvais plus, il était de retour. Je me disais que tout allait redémarrer et que la plainte n’avait servi à rien.

Je me sentais seule, abandonnée, j’étais fatiguée d’être aussi mal.

J’ai commencé à boire les boissons que j’avais achetées pour la soirée annulée ; je pleurais et sous l’effet de l’alcool, mes idées noires étaient revenues.

Alors que jusque-là je ne buvais pas d’alcool, j’ai pris un verre, puis un autre, puis toute une bouteille, et ensuite une autre. J’ai soudain décidé de prendre tous les médicaments qui se trouvaient chez moi je me suis sentie mal, j’ai pris peur et j’ai appelé les pompiers.

Je me suis ensuite réveillée à l’hôpital ; j’avais les mains attachées, deux personnes me tenaient les jambes. On m’enfonçait un tuyau dans la gorge… Comment ai-je pu en arriver là ?

J’ai passé 3 jours seule dans ma chambre sans visite, télévision ou magazine. On devait m’aider à faire ma toilette, mes besoins… Je me sentais rabaissée et inhumaine.

J’ai caché ma tentative de suicide à mes parents pendant quelques mois.

Aujourd’hui, tout va mieux. Ma famille a été d’un grand soutien. Je vois la vie d’une manière positive mais je reste marquée par cette histoire. C’est pourquoi j’ai choisi de m’engager pour lutter contre le cyber-harcèlement en témoignant et en acceptant d’être la marraine de la campagne du Bureau International Catholique de l’Enfance (BICE), campagne intitulée « Stop au harcèlement sur Internet ». Cette campagne a récolté 10.0000 signatures.

Je ne veux pas faire l’amalgame entre les réseaux sociaux, internet et ce qui m’est arrivé. Le problème c’est l’utilisation de tout cela. Le problème c’est ce sentiment d’insécurité permanentpermis par internet et la solitude qui en découle.

Tout va tellement plus vite sur internet. En l’espace de quelques secondes des milliers de personnes peuvent partager ou voir quelque chose de compromettant. On se retrouve prisonnier face à une masse de personnes, pour la plupart des inconnus.

Il n’y a plus de différence entre la vie privée et la vie publique. Le harcèlement est présent n’ importe où, avec n’importe qui, n’importe quand.

La différence avec la réalité c’est que personne ne voit la souffrance, les agresseurs se sentent plus fort derrière un écran, ils ne voient pas la souffrance de l’autre.

Malheureusement je ne peux pas encore tourner la page car la procédure judiciaire n’est pas terminée. En effet, entre ma plainte et le début de la procédure judiciaire, plus d’une année s’est écoulée. Puis le premier jugement est intervenu près de deux ans et demi après ce dépôt de plainte, en novembre 2013. Mon harceleur a été condamné à 8 mois de prison avec sursis avec deux ans de mise à l’épreuve, une obligation de soins et 5000 euros de dommages et intérêts. Suite à ce jugement mon harceleur a décidé de faire appel, je suis depuis dans l’attente de la fin de ce cauchemar.

Aujourd’hui, moi je suis engagée, mais que font les adultes, quels garde-fous mettent-ils en place pour faciliter, sécuriser et protéger l’accès à internet et aux réseaux sociaux pour les enfants ? Avec le développement du cyber-harcèlement et les drames qui s’en suivent quelles actions concrètes les adultes entendent entreprendre pour empêcher de futures tragédies touchant les enfants ?

[02016-03.01] [Texte original: Français]

Intervento della Dott.ssa Flaminia Giovanelli

In questo breve intervento vorrei presentare alcune riflessioni in merito al rapporto fra famiglia e social network. Questo, in considerazione del ruolo che la famiglia, e in particolare i genitori, rivestono nella lotta alle molestie su internet. La Campagna del BICE, Stop alle molestie su internet, raccomandando di parlarne, quando se ne è vittime, con persone di fiducia, e la Campagna In riga su internet, al primo punto, vanno, come è naturale, in questa direzione.

Perdere tempo

Papa Francesco, lo sappiamo, ha il dono dell'efficacia nell'andare al cuore del problema. L'anno passato, nel suo discorso alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha raccontato la sua esperienza di confessore: "Quando io confesso un uomo o una donna sposati, giovani, e nella confessione viene qualcosa in riferimento al figlio o alla figlia, io domando: ma quanti figli ha lei? E mi dicono, forse aspettano un'altra domanda dopo di questa. Ma io sempre faccio questa seconda domanda: E mi dica, signore o signora, lei gioca con i suoi figli? - Come Padre? - Lei perde il tempo con i suoi figli? Lei gioca con i suoi figli? - Ma no, lei sa, quando io esco da casa alla mattina - mi dice l'uomo - ancora dormono e quando torno sono a letto. Anche la gratuità, quella gratuità del papà e della mamma con i figli, è tanto importante: "perdere tempo" con i figli, giocare con i figli".1

Il perdere tempo, in realtà, vuol dire anche prendere tempo e, rispetto a certe problematiche, quello che sembra un atteggiamento negativo è positivo. Ce lo ha ricordato sempre con la stessa efficacia il Santo Padre nella Evangelii Gaudium affermando come il tempo sia superiore allo spazio2.

Inoltre, nel caso del web: ci si chiede mai quanto tempo si perde per cercare, oltre a informazioni utili e arricchenti, anche informazioni di nessun conto, se non nocive, sottraendole alle relazioni familiari? Lo stesso dicasi per la partecipazione ai social network.

Nel caso, poi, della domanda rivolta da Papa Francesco ai suoi penitenti, viene spontaneo domandarsi se la connessione continua nella quale vivono adolescenti e giovani, della quale tutti ci lamentiamo, non abbia origine proprio nel non aver perso e nel non perdere tempo con loro, cioè nel non aver preso e nel non prendere il tempo di ascoltarli.

Rapporti familiari e social network

Numerose sono le indagini sociologiche che prendono in esame la questione dei rischi che comporta lo sviluppo galoppante delle tecnologie dell'informazione (Information and Communication Technology) e che esige che i genitori si facciano mediatori nei confronti dell'esperienza tecnologica dei figli3, indagini che, evidentemente, sono a monte delle Campagne presentate poco fa. Ci sono, poi, anche indagini che rivelano come i social network possono essere luoghi di incontro fra genitori e figli. Così, si constata, ad esempio che dove le relazioni familiari sono positive è più facile che le potenzialità dei social network si traducano in maggiore coesione sia inter che intra-generazionale e dove le relazioni familiari sono scarse o conflittuali i social network favoriscono più facilmente percorsi individualistici, ma anche forme surrogate di relazione4.

Certamente, nel nostro mondo globalizzato in cui le famiglie, passata l'età della formazione dei figli e dei nipoti, vedono sempre più spesso i loro componenti vivere in luoghi distanti fra di loro, i social network costituiscono un veicolo importante di informazioni e di intrattenimento di relazioni familiari. Ma a questo proposito, credo che sia quanto mai vero quello che scriveva il Papa nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest'anno: "Non basta passare lungo le "strade" digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza"5. E, comunque, nei momenti di solitudine, nei momenti estremi, nei momenti ultimi, la vicinanza virtuale anche se in grado di esprimere quella vicinanza spirituale, non può sostituire quella fisica. Una madre o un padre possono essere al corrente della gita compiuta dai loro figli la domenica, oppure di quello che i nipotini hanno mangiato la sera prima, ma di fronte alla malattia, se non addirittura alla morte, senza che un familiare possa tener loro la mano, si trovano nella solitudine assoluta. E che dire delle crisi esistenziali, delle depressioni? Il caso del suicidio del famoso attore Robin Williams mi ha profondamente colpito: il suo ultimo tweet era stato per augurare buon compleanno alla figlia Zelda e quest'ultima, da parte sua - così riportavano i giornali l'estate scorsa -, ha lasciato i social network per le offese al padre che le erano giunte, insieme ai tanti messaggi di solidarietà, dopo la sua morte.

Quale ruolo per la Chiesa?

Viene spontaneo, chiedersi, allora: quale ruolo per la Chiesa di fronte a questi sviluppi del rapporto fra famiglia e comunicazioni sociali?

Dalla lettura dei documenti dell'ultimo Sinodo dei Vescovi non mi sembra sia emersa, in realtà, una particolare attenzione dei Padri Sinodali a questo tema, che è stato, invece, approfondito nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2013. Il Papa Emerito rilevava, appunto, nel Messaggio dello scorso anno, come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo o puramente virtuale, ma parte della realtà quotidiana di molte persone, specie dei più giovani, e che la capacità di utilizzare i nuovi linguaggi non sia tanto richiesta per essere al passo coi tempi, quanto per permettere al Vangelo di trovare forme di espressione in grado di raggiungere i nostri contemporanei6. Qui sono ben note le possibilità che il web offre per l'evangelizzazione o l'assistenza spirituale e quanto seguito abbiano i tweet quotidiani del Santo Padre oppure quelli (non sempre quotidiani!) del Card. Turkson!

Ma in realtà, i problemi legati a situazioni come quelle che evocavo poco fa, hanno bisogno di un impegno della Chiesa che sia un impegno pastorale per la famiglia considerata nel suo insieme, quale "bene immateriale" che è fondamento della convivenza e garanzia contro lo sfaldamento sociale della nazione7. In altre parole, si rivela sempre più necessario un impegno pastorale per la formazione di famiglie, per così dire, "trascendenti", che siano luogo privilegiato di generazione, educazione, formazione della persona intesa come creata da Dio, fatta esistere da una trascendenza permeata di mistero. Solo intesa in questo senso la famiglia può superare quella concezione che la vede soltanto quale luogo di mutuo aiuto e soddisfazione di bisogni in cui la spiritualità è ridotta a fusione affettiva, rivelandosi, così, inadeguata a dare risposte ai problemi esistenziali ed ultimi dei suoi componenti8.

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1 Papa Francesco Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 25 ottobre 2013.

2 Evangelii Gaudium, nn. 222-225.

3 cfr. Indagine EU Kids On Line (www.eukidsonline) presentata nel corso della Family TAG Conference, Milano, Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia, Università Cattolica, 18 ottobre 2013 http://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-2349.html

4 cfr., ad esempio, la Ricerca Family TAG, nell’ambito della suddetta Conferenza esposta da C. Regalia http://centridiateneo.unicatt.it/famiglia-La ricerca Family Tag regalia.pdf

5 Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 1° giugno 2014.

6 cfr. Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 gennaio 2013.

7 cfr. Papa Francesco, Discorso Partecipanti al Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna, 17 novembre 2014.

8 cfr. le argomentazioni di G. Riconda in Filosofia della famiglia, Brescia, La Scuola, 2014, recensito da F. Tomatis in Avvenire, 5 dicembre 2014, p.15.

[02014-01.01] [Testo originale: Italiano]

[B0936-XX.01]