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Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Turchia (28-30 novembre 2014) - Visita al Presidente della "Diyanet" ad Ankara, 28.11.2014


Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Turchia (28-30 novembre 2014) - Visita al Presidente della "Diyanet" ad Ankara

Visita al Presidente per gli Affari Religiosi alla "Diyanet" di Ankara

Discorso del Santo Padre

Traduzione in lingua inglese

Traduzione in lingua spagnola

Alle ore 16.45 il Santo Padre è giunto in auto alla Diyanet, il Dipartimento per gli Affari Religiosi, la più alta autorità religiosa islamica sunnita in Turchia, dove è stato accolto dal Presidente Prof. Mehmet Gormez, che lo ha accompagnato nello studio per l’incontro privato.

Concluso l’incontro, il Santo Padre e il Presidente si sono trasferiti nella Sala dove li attendevano i mass media internazionali. Qui, dopo il discorso del Presidente della Diyanet, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

Discorso del Santo Padre

Signor Presidente,
Autorità religiose e civili,
Signore e Signori,

E’ per me motivo di gioia incontrarvi oggi, nel corso della mia visita al vostro Paese. Ringrazio il Signor Presidente di questo importante Ufficio per il cordiale invito, che mi offre l’occasione di intrattenermi con leaders politici e religiosi, musulmani e cristiani.

E’ tradizione che i Papi, quando viaggiano in diversi Paesi come parte della loro missione, incontrino anche le autorità e le comunità di altre religioni. Senza questa apertura all’incontro e al dialogo,una visita papale non risponderebbe pienamente alle sue finalità, così come anch’io le intendo, nella scia dei miei venerati Predecessori. In questa prospettiva, sono lieto di ricordare in modo speciale l’incontro che il Papa Benedetto XVI ebbe, in questo medesimo luogo, nel novembre 2006.

Le buone relazioni e il dialogo tra leader religiosi rivestono infatti una grande importanza. Essi rappresentano un chiaro messaggio indirizzato alle rispettive comunità, per esprimere che il mutuo rispetto e l’amicizia sono possibili, nonostante le differenze. Tale amicizia, oltre ad essere un valore in sé, acquista speciale significato e ulteriore importanza in un tempo di crisi come il nostro, crisi che in alcune aree del mondo diventano veri drammi per intere popolazioni.

Vi sono infatti guerre che seminano vittime e distruzioni; tensioni e conflitti inter-etnici e interreligiosi; fame e povertà che affliggono centinaia di milioni di persone;danni all’ambiente naturale, all’aria, all’acqua, alla terra.

Veramente tragica è la situazione in Medio Oriente, specialmente in Iraq e Siria. Tutti soffrono le conseguenze dei conflitti e la situazione umanitaria è angosciante. Penso a tanti bambini, alle sofferenze di tante mamme, agli anziani, agli sfollati e ai rifugiati, alle violenze di ogni tipo. Particolare preoccupazione desta il fatto che, soprattutto a causa di un gruppo estremista e fondamentalista, intere comunità, specialmente – ma non solo – i cristiani e gli yazidi, hanno patito e tuttora soffrono violenze disumane a causa della loro identità etnica e religiosa. Sono stati cacciati con la forza dalle loro case, hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede. La violenza ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e il patrimonio culturale, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro.

In qualità di capi religiosi, abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani. La vita umana, dono di Dio Creatore, possiede un carattere sacro. Pertanto, la violenza che cerca una giustificazione religiosa merita la più forte condanna, perché l’Onnipotente è Dio della vita e della pace. Da tutti coloro che sostengono di adorarlo, il mondo attende che siano uomini e donne di pace, capaci di vivere come fratelli e sorelle, nonostante le differenze etniche, religiose, culturali o ideologiche.

Alla denuncia occorre far seguire il comune lavoro per trovare adeguate soluzioni. Ciò richiede la collaborazione di tutte le parti: governi, leader politici e religiosi, rappresentanti della società civile, e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, i responsabili delle comunità religiose possono offrire il prezioso contributo dei valori presenti nelle loro rispettive tradizioni. Noi, Musulmani e Cristiani, siamo depositari di inestimabili tesori spirituali, tra i quali riconosciamo elementi di comunanza, pur vissuti secondo le proprie tradizioni: l’adorazione di Dio misericordioso, il riferimento al patriarca Abramo, la preghiera, l’elemosina, il digiuno… elementi che, vissuti in maniera sincera, possono trasformare la vita e dare una base sicura alla dignità e alla fratellanza degli uomini. Riconoscere e sviluppare questa comunanza spirituale – attraverso il dialogo interreligioso – ci aiuta anche a promuovere e difendere nella società i valori morali, la pace e la libertà (cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità cattolica di Ankara, 29 novembre 1979). Il comune riconoscimento della sacralità della persona umana sostiene la comune compassione, la solidarietà e l’aiuto fattivo nei confronti dei più sofferenti. A questo proposito, vorrei esprimere il mio apprezzamento per quanto tutto il popolo turco, i musulmani e i cristiani, stanno facendo verso le centinaia di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi a causa dei conflitti. Ce ne sono due milioni. E’ questo un esempio concreto di come lavorare insieme per servire gli altri, un esempio da incoraggiare e sostenere.

Con soddisfazione ho appreso delle buone relazioni e della collaborazione tra il Diyanet e il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Auspico che esse proseguano e si consolidino, per il bene di tutti, perché ogni iniziativa di dialogo autentico è segno di speranza per un mondo che ha tanto bisogno di pace, sicurezza e prosperità. E anche dopo il dialogo con il Signor Presidente, auguro che questo dialogo interreligioso divenga creativo di nuove forme.

Signor Presidente, esprimo nuovamente la mia riconoscenza a Lei e ai Suoi collaboratori per questo incontro, che ricolma il mio cuore di gioia. Sono grato inoltre a tutti voi, per la vostra presenza e per le vostre preghiere che avrete la bontà di offrire per il mio servizio. Da parte mia, vi assicuro che pregherò altrettanto per voi. Il Signore ci benedica tutti.

[01937-01.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua inglese

Mr President,
Religious and Civil Authorities,
Ladies and Gentlemen,

I am pleased to meet with you today in the course of my visit to your country. I thank the President of this distinguished office for his cordial invitation which affords me the opportunity to share these moments with political and religious leaders, both Muslim and Christian.

It is a tradition that Popes, when they visit different countries as part of their mission, meet also with the leaders and members of various religions. Without this openness to encounter and dialogue, a Papal Visit would not fully correspond to its purposes. And so I have wished to meet you, following in the footsteps of my venerable predecessors. In this context, I am pleased to recall in a special way Pope Benedict XVI’s visit to this very same place in November 2006.

Good relations and dialogue between religious leaders have, in fact, acquired great importance. They represent a clear message addressed to their respective communities which demonstrates that mutual respect and friendship are possible, notwithstanding differences. Such friendship, as well as being valuable in itself, becomes all the more meaningful and important in a time of crises such as our own, crises which in some parts of the world are disastrous for entire peoples.

Wars cause the death of innocent victims and bring untold destruction, interethnic and interreligious tensions and conflicts, hunger and poverty afflicting hundreds of millions of people, and inflict damage on the natural environment – air, water and land.

Especially tragic is the situation in the Middle East, above all in Iraq and Syria. Everyone suffers the consequences of these conflicts, and the humanitarian situation is unbearable. I think of so many children, the sufferings of so many mothers, of the elderly, of those displaced and of all refugees, subject to every form of violence. Particular concern arises from the fact that, owing mainly to an extremist and fundamentalist group, entire communities, especially – though not exclusively – Christians and Yazidis, have suffered and continue to suffer barbaric violence simply because of their ethnic and religious identity. They have been forcibly evicted from their homes, having to leave behind everything to save their lives and preserve their faith. This violence has also brought damage to sacred buildings, monuments, religious symbols and cultural patrimony, as if trying to erase every trace, every memory of the other.

As religious leaders, we are obliged to denounce all violations against human dignity and human rights. Human life, a gift of God the Creator, possesses a sacred character. As such, any violence which seeks religious justification warrants the strongest condemnation because the Omnipotent is the God of life and peace. The world expects those who claim to adore God to be men and women of peace who are capable of living as brothers and sisters, regardless of ethnic, religious, cultural or ideological differences.

As well as denouncing such violations, we must also work together to find adequate solutions. This requires the cooperation of all: governments, political and religious leaders, representatives of civil society, and all men and women of goodwill. In a unique way, religious leaders can offer a vital contribution by expressing the values of their respective traditions. We, Muslims and Christians, are the bearers of spiritual treasures of inestimable worth. Among these we recognize some shared elements, though lived according to the traditions of each, such as the adoration of the All-Merciful God, reference to the Patriarch Abraham, prayer, almsgiving, fasting… elements which, when lived sincerely, can transform life and provide a sure foundation for dignity and fraternity. Recognizing and developing our common spiritual heritage – through interreligious dialogue – helps us to promote and to uphold moral values, peace and freedom in society (cf. John Paul II, Address to the Catholic Community in Ankara, 29 November 1979). The shared recognition of the sanctity of each human life is the basis of joint initiatives of solidarity, compassion, and effective help directed to those who suffer most. In this regard, I wish to express my appreciation for everything that the Turkish people, Muslims and Christians alike, are doing to help the hundreds of thousands of people who are fleeing their countries due to conflicts. There are two million of them. This is a clear example of how we can work together to serve others, an example to be encouraged and maintained.

I wish also to express my satisfaction at the good relations which exist between the Diyanet and the Pontifical Council for Interreligious Dialogue. It is my earnest desire that these relations will continue and be strengthened for the good of all, so that every initiative which promotes authentic dialogue will offer a sign of hope to a world which so deeply needs peace, security and prosperity. Following my meeting with the President, I am also hopeful that this interreligious dialogue will take on creative new forms.

Mr President, I renew my gratitude to you and your colleagues for this meeting, which fills my heart with joy. I am grateful also to each one of you, for your presence and for your prayers which, in your kindness, you offer for me and my ministry. For my part, I assure you of my prayers. May the Lord grant us all his blessing.

[01937-02.02] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua spagnola

Señor Presidente,
Autoridades religiosas y civiles,
Señoras y señores

Es para mí un motivo de alegría encontrarles hoy, durante mi visita a su país. Agradezco al señor Presidente de este importante Organismo por la cordial invitación, que me ofrece la ocasión estar con los dirigentes políticos y religiosos, musulmanes y cristianos.

Es tradición que los Papas, cuando viajan a otros países como parte de su misión, se encuentren también con las autoridades y las comunidades de otras religiones. Sin esta apertura al encuentro y al diálogo, una visita papal no respondería plenamente a su finalidad, como yo la entiendo, en la línea de mis venerados predecesores. En esta perspectiva, me complace recordar de manera especial el encuentro que tuvo el Papa Benedicto XVI en este mismo lugar, en noviembre de 2006.

En efecto, las buenas relaciones y el diálogo entre los dirigentes religiosos tiene gran importancia. Representa un claro mensaje dirigido a las respectivas comunidades para expresar que el respeto mutuo y la amistad son posibles, no obstante las diferencias. Esta amistad, además de ser un valor en sí misma, adquiere especial significado y mayor importancia en tiempos de crisis, como el nuestro, crisis que en algunas zonas del mundo se convierten en auténticos dramas para poblaciones enteras.

Hay efectivamente guerras que siembran víctimas y destrucción; tensiones y conflictos interétnicos e interreligiosos; hambre y pobreza que afligen a cientos de millones de personas; daños al ambiente natural, al aire, al agua, a la tierra.

La situación en el Medio Oriente es verdaderamente trágica, especialmente en Irak y Siria. Todos sufren las consecuencias de los conflictos y la situación humanitaria es angustiosa. Pienso en tantos niños, en el sufrimiento de muchas madres, en los ancianos, los desplazados y refugiados, en la violencia de todo tipo. Es particularmente preocupante que, sobre todo a causa de un grupo extremista y fundamentalista, enteras comunidades, especialmente – aunque no sólo – cristianas y yazidíes, hayan sufrido y sigan sufriendo violencia inhumana a causa de su identidad étnica y religiosa. Se los ha sacado a la fuerza de sus hogares, tuvieron que abandonar todo para salvar sus vidas y no renegar de la fe. La violencia ha llegado también a edificios sagrados, monumentos, símbolos religiosos y al patrimonio cultural, como queriendo borrar toda huella, toda memoria del otro.

Como dirigentes religiosos, tenemos la obligación de denunciar todas las violaciones de la dignidad y de los derechos humanos. La vida humana, don de Dios Creador, tiene un carácter sagrado. Por tanto, la violencia que busca una justificación religiosa merece la más enérgica condena, porque el Todopoderoso es Dios de la vida y de la paz. El mundo espera de todos aquellos que dicen adorarlo, que sean hombres y mujeres de paz, capaces de vivir como hermanos y hermanas, no obstante la diversidad étnica, religiosa, cultural o ideológica.

A la denuncia debe seguir el trabajo común para encontrar soluciones adecuadas. Esto requiere la colaboración de todas las partes: gobiernos, dirigentes políticos y religiosos, representantes de la sociedad civil y todos los hombres y mujeres de buena voluntad. En particular, los responsables de las comunidades religiosas pueden ofrecer la valiosa contribución de los valores que hay en sus respectivas tradiciones. Nosotros, los musulmanes y los cristianos, somos depositarios de inestimables riquezas espirituales, entre las cuales reconocemos elementos de coincidencia, aunque vividos según las propias tradiciones: la adoración de Dios misericordioso, la referencia al patriarca Abraham, la oración, la limosna, el ayuno... elementos que, vividos de modo sincero, pueden transformar la vida y dar una base segura a la dignidad y la fraternidad de los hombres. Reconocer y desarrollar esto que nos acomuna espiritualmente – mediante el diálogo interreligioso – nos ayuda también a promover y defender en la sociedad los valores morales, la paz y la libertad (cf. Juan Pablo II, A la comunidad católica de Ankara, 29 noviembre 1979). El común reconocimiento de la sacralidad de la persona humana sustenta la compasión, la solidaridad y la ayuda efectiva a los que más sufren. A este propósito, quisiera expresar mi aprecio por todo lo que el pueblo turco, los musulmanes y los cristianos, están haciendo en favor de los cientos de miles de personas que huyen de sus países a causa de los conflictos. conflictos. Hay dos millones. Y esto es un ejemplo concreto de cómo trabajar juntos para servir a los demás, un ejemplo que se ha de alentar y apoyar.

He sabido con satisfacción de las buenas relaciones y de la colaboración entre la Diyanet y el Consejo Pontificio para el Diálogo Interreligioso. Espero que continúen y se consoliden, por el bien de todos, porque toda iniciativa de diálogo auténtico es signo de esperanza para un mundo tan necesitado de paz, seguridad y prosperidad. Y también después del diálogo con el Señor Presidente, espero que este diálogo interreligioso se haga creativo de nuevas formas.

Señor Presidente, expreso nuevamente gratitud a usted y a sus colaboradores por este encuentro, que llena de gozo mi corazón. Agradezco también a todos ustedes su presencia y las oraciones que tendrán la bondad que ofrecer por mi servicio. Por mi parte, les aseguro que yo rogaré igualmente por ustedes. Que el Señor nos bendiga a todos.

[01937-04.02] [Texto original: Italiano]

Al termine dell’incontro, il Santo Padre si è trasferito in auto alla Nunziatura Apostolica.

[B0903-XX.02]